19A DOMENICA anno B
P. Ermes Ronchi

XIX DOMENICA anno B
Ermes Ronchi  (Ha fatto risplendere la vita, Servitium, 2011, pagg. 211-215)

Io sono il pane vivo disceso dal cielo. (Gv 6, 41-51)

Ci lasciamo guidare, oggi, dalla grande figura del pro­feta Elia (1Re 19, 4-8). «Ora basta, Signore!». Elia il più grande dei profeti, Elia che è come una lama di fuoco in Israele, Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire dalla reggia, è cercato a morte e si addentra nel deserto. Lui così grande che Gesù stesso gli è parago­nato [«Egli è quell’Elia che deve tornare» (Mc 9, 11­13)], oggi è così stanco, così scoraggiato che dice: «Ora basta, Signore! Prenditi questa vita. Non ce la faccio più!». E invece il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l’angelo è sempre segno dell’intervento di Dio, è quella realtà misteriosa che ti dà la certezza di non essere mai abbandonato, di non essere mai solo. Qualcuno è con te, capace di toccarti, capace di svegliarti dal sonno, di dirti: «Alzati!», di dir­ti: «Mangia!». Quante volte anche noi, come Elia, ve­diamo attorno solo deserto. Quante volte il senso dell’i­nutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto dire: «È tutto inutile! Non cambia nulla. Non vale la pena esser profeti, non serve a niente fare i testimoni del Vangelo. C’è solo deserto …». Ma la parabola di Elia ci dice cose bel­lissime: il nostro scopo è raggiungere il monte di Dio, l’Oreb.

La nostra vita è profezia, è cammino mai abbando­nato. E anche noi, però, sentiamo vere le parole del­l’angelo quando viene di nuovo e dice a Elia: «Troppo lungo per te è il cammino». Troppo lungo il cammino, troppo deserto, troppo dolore. Quante volte queste pa­role sono salite alle labbra! Quante volte in questa chiesa, da persone (profeti, angeli, fuggiaschi della vi­ta? non so) ho sentito dirmi: «Padre, non ce la faccio più; troppo deserto, troppo dolore. La vita non la amo più». E ti senti impotente, non sai che parole cercare, non sai come aiutare. Ma è la parabola del profeta Elia che si ripete. E la sua vicenda può davvero esserci di aiuto. Ecco un angelo, c’è una mano, non sei mai stato abbandonato; Dio viene. «Elia guardò e vide una fo­caccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua.»

Dio interviene. Ma per la stanchezza di Elia non fa trovare un cavallo legato al ginepro, bardato e pronto al galoppo per attraversare la desolazione del deserto o la desolazione del cuore. Solo un po’ di pane. Solo un po’ d’acqua. Il quasi niente, che per noi, per la nostra vita sazia sembrano un castigo. E invece sono gli ali­menti primi, i più semplici, i più necessari. Eppure Dio interviene così perché il pane risveglia la mia forza, perché l’acqua risveglia il mio corpo. Non c’è nessun mezzo di trasporto a sostituire la mia fatica. C’è invece pane come forza della mia forza, energia della mia e­nergia, sostegno della fatica che rimane. Sarà il diavolo a trasportarti sul monte, come ha fatto con Gesù. Dio, invece, è forza perché tu attraversi il deserto, perché tu lo conquisti passo dopo passo, perché tu abbia così tut­ta la libertà, tutta la forza e raggiunga, dolore su dolore, il monte Oreb, il monte della vita.

Così Dio interviene. Sempre. È lui la forza, per cui anche dentro le più terribili tempeste della vita tu conti­nui a remare. È lui per cui nella notte continui a vegliare fissando con gli occhi la linea dell’oriente, è lui per cui continui ad amare la vita anche nella malattia più grave. Dio interviene. Dio è qui. Non con l’alternativa del mi­racolo clamoroso, che capovolge la situazione, che ti to­glie dinanzi il deserto o ti trasporta sui monti, bensì con la forza delle cose semplici, non clamorose, con quel­l’apparenza di inutile che hanno il pane e l’acqua, e tut­te le cose essenziali. E risveglia così l’energia dell’uomo e la libertà creatrice dell’amore. Quante volte possiamo dire che Dio non viene con miracoli, ma è il respiro del mio respiro, è forza della mia forza, è amore in ogni a­more, vita della mia vita, coraggio del mio coraggio. E resta il dolore. E tutta la fatica, perché l’angelo non por­ta al profeta l’anestesia dalla fatica e dal sole.

Il miracolo è allora camminare senza miracoli, se non la vicinanza di un angelo e la forza prodigiosa dell’amo­re e del pane e del giorno di vita che oggi mi è dato e che è l’annunciazione di Dio, il mio angelo. E questo perché il merito non sia delle cose o dei mezzi, ma del cuore del profeta. Ecco l’atto di fede: Dio sarà presente, ti vedrà addormentato sotto il ginepro della stanchezza. E verrà con le cose elementari e più necessarie: pane, acqua, sonno, che rispondono alle pulsioni più umili e necessarie della vita. Sono così poche le cose assoluta­mente necessarie!

Ma ce n’è una ancor più necessaria: avere un angelo accanto, la divina dolcezza di un angelo, uno che ti tocchi, uno che ti parli, uno che ti sia vicino e vegli accan­to all’orcio dell’acqua e popoli questo deserto. Quante volte nei giorni dello sconforto e dell’abbandono è ba­stato un segno di Dio: forse una liturgia, una preghiera, un incontro, un amico, una telefonata, una lettera, qualcuno che ha riacceso in noi il motore luminoso del desiderio e della speranza. Ed era l’angelo di Dio! For­tunati coloro che possono dare nome e volto familiari a questo angelo!

Ciascuno di noi può anche diventarlo per gli altri: essere questo angelo, che non giudica, non rimprovera il profeta, non fa prediche, non condanna. Solo sta vici­no, e tocca, e parla, e veglia, e infrange il deserto, e ti fa scoprire un cammino, un monte oltre il deserto, uno scopo alla vita. Ti indica l’Oreb, luogo dell’incontro con la vita, con Dio. Ciò ci aiuta a capire il Vangelo di oggi, dove Dio stesso si fa cibo e nutrimento, perché tu non venga meno lungo la strada.

«Io sono il pane disceso dal cielo.» «Io sono il pane della vita.» «La mia carne per la vita del mondo.» Dio stesso si fa nostro viatico lungo la strada perché nessu­no si senta solo o abbandonato. E noi ogni domenica veniamo qui a celebrare il sacramento del pane e della parola, a nutrire la vita. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno.» Gesù afferma oggi una verità fondamentale e semplicissima: io faccio vivere. Io alimento la vita, quella che non ne può più, come quella di Elia, quella che ritiene il cammino troppo lungo, quella che dorme nel deserto. Io faccio vivere, dice Gesù. Il segreto della nostra vita è oltre noi. Discende dal cielo, come il pane.

È la comunione con Dio il segreto della vita. Qual­cuno è disceso dal cielo a ricordarci che non viviamo la storia da soli, che c’è un amore che come onda impe­tuosa viene a battere sui nostri promontori, che attra­versa deserti e crea sorprese di pane, di acqua e di an­geli. È disceso dal cielo perché la terra non basta, per­ché a nessun figlio prodigo bastano le ghiande contese ai porci. Ha invece nostalgia del pane di casa. La nostra casa è il cielo. Dice oggi Paolo: «Siate imitatori di Dio» E5, 2). A noi basterebbe avere nostalgia di Dio. E del pane di casa. «Siate imitatori di Dio»: non solo date il pane e l’acqua, ma diventate pane. E siamo alla ricerca di quel coraggio, di qualcuno che ci faccia diventare dono, come lui, che ci faccia diventare pane, come lui, che ci faccia diventare tutti, gli uni per gli altri, pane e angelo, compagni nel deserto, compagnia oltre il deser­to, fino al monte di Dio, l’Oreb, nel cui nome è rac­chiuso l’oggi di ogni desiderio e il domani dell’eternità.