1 marzo 2026. Domenica 2a Quaresima
Grazia nella dis-grazia

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Gènesi 12,1-4. In quei giorni, il Signore disse ad Abram:«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
 Sal 33  (32)  Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,8b-10. Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
Dal Vangelo secondo Matteo 17,1-9. In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA. Don Augusto Fontana 

Paolo scrive nella sua lettera di oggi: «Dio ci ha salvati non in base alle nostre opere, ma secondo la sua grazia che ci é stata data in Cristo». Nel linguaggio comune il termine ‘grazia’ rimanda a una persona («é davvero una persona graziosa»), oppure a ciò che dà forza e sostegno («senza la grazia di Dio non ce l’avrei fatta»), oppure a ciò che é invocato per cambiare un evento naturale («Signore fammi la grazia di guarire»), oppure a ciò che sospende una condanna a morte o l’ergastolo («ha ottenuto la grazia dal capo dello stato»).  Questi significati ci possono introdurre al significato biblico della grazia: la persona si coglie alla presenza di un Tu dal quale si scopre amato e accolto incondizionatamente e gratuitamente.
Nel Vangelo di oggi questi termini – grazia e benedizione – diventano icona nell’evento della Trasfigurazione. E anche noi oggi, siamo chiamati ad entrare come protagonisti dell’evento.
Prima di tutto è una questione di sguardo.
Gesù, nella sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). L’albero della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
I discepoli della Trasfigurazione sono gli stessi che avevano raccolto la tradizione orale di quanto era successo sotto la croce: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio>” (Marco 15,38-39). Pare che i Vangeli dicano che anche sulla croce accade una “trasfigurazione“; ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: «Questo ucciso è Dio!». Questa trasfigurazione dello sguardo era appena successo nell’orto del Getsemani: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico (kabod), è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio, sia nella storia che nella coscienza. La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù come si esprime il Salmo 27: «Il tuo volto, Signore io cerco. Nella debolezza del mio peccato non nascondermi il tuo volto».
L’Eucaristia domenicale è il tentativo di stare sul Tabor per sperimentare e celebrare la grazia del volto e della tunica di Gesù (e nostre) che non perdono la loro struttura pur sotto gli schiaffi e le lacerazioni del nostro male. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti: nella sua relazione filiale col Padre. La trasfigurazione non è un prodigio spettacolare: è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, dice: «Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso».
Grazia nella dis-grazia.
Quando diciamo grazia diciamo sempre un eccesso. Gesù eccede non con i sani, ma con i malati e lo fa nel contesto di una organizzazione religiosa che escludeva impuri e sciancati, infecondi e miscredenti. La grazia crea opportunità provvidenziali (“situazioni kairologiche“) anche negli spazi e nei tempi più maledetti. Cristo – diciamo nella formula del Credo apostolico – é disceso agli inferi; Paolo dirà di più: «è diventato per noi maledizione» (Galati 3,13) affinché non ci sia situazione in cui possiamo crearci l’alibi di una sua assenza o lontananza (prova a pregare il Salmo 139: “Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti”). Dio non si sente a proprio agio in questa nostra storia dove la sua volontà é sconfitta e la sua signorìa é sconosciuta. La Shekinà (la presenza) di Dio é in esilio. Celebrare l’Eucaristia domenicale vuol dire far tornare Dio dal suo esilio, riportare a casa sua la sua Gloria. «Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv. 14,23). Il dramma dell’uomo è il dramma di Sara, moglie di Abramo : «Sono già avanzata negli anni e non ho ancora concepito». La nostra sterilità è il nostro dramma descritto in Isaia 26,18 : “Abbiamo sentito le doglie del parto ed invece era solo mal di pancia”. Dice S. Paolo:” Il creato è stato condannato a non avere senso, ad essere sotto il potere della corruzione”. Siamo una generazione che ha abortito. Come dice il profeta Osea e il Cantico dei Cantici, Dio è come uno sposo che va a prelevare la sua sposa che si sta prostituendo agli idoli, per portarla nel deserto e parlarle al cuore come ai tempi del fidanzamento. Come oggi fa con i discepoli sul Tabor. Come fa di domenica in domenica con noi. Paolo, nelle sue Lettere, medita su questo mistero: i giudei avevano tentato di diventare “figli di Dio” imponendosi la circoncisione. Paolo nella sua Lettera ai Galati 6,14-16 dice: “Non conta nulla essere circoncisi o non esserlo. Ciò che importa è essere una nuova creatura “. Gesù aveva detto a Nicodemo “ Chi non rinasce non entrerà nel Regno dei Cieli”. Per i giudei chi si convertiva al giudaismo (i “proseliti“) veniva designato come “nuova creatura” a motivo del suo ingresso nella Comunità di Israele: per lui non esisteva più il proprio passato; perfino i legami contrattuali o matrimoniali, precedentemente assunti, decadevano. Questo cambiamento di condizione era più giuridico che morale; era una ” nuova sistemazione legale”. Per Paolo, invece, è molto di più: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me ” (Galati 2,19-20), ” Se uno è in Cristo è una nuova creatura” (2 Corinti 5,17).
La grazia è sempre accompagnata da una minaccia che è la dis-grazia.  Può darsi lo scontro, la chiusura, il rifiuto del dialogo, l’assolutizzazione in se stesso. Per questo l’uomo è sempre un essere minacciato. Egli può essere contemporaneamente dis-graziato e graziato; omnis homo Adam, omnis homo Christus (ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo), scrive S. Agostino (En. in Psal. 70,21).  La nostra esperienza concreta è sempre paradossale. L’amore di Dio che agisce nell’uomo peccatore, provoca una specie di “crisi di crescita” provocando una conversione, un mettersi in viaggio come Abramo. La grazia come crisi mi costringe a decidermi, a tirarmi fuori dal mio torpore. La crisi non é una situazione patologica della vita, ma la sua normalità.
Rendere grazie alla grazia.
«Com’é bello stare qui…!. Alla grazia corrisponde il “rendere grazie“, fare Eucaristia.  Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto. E questo sia con gli uomini che con Dio. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi.
Salire e scendere.
Nell’Evangelo di oggi c’è un doppio movimento: si sale verso l’alto monte e poi si scende. Salire, per Gesù, non è, come vorrebbe Pietro, andare alla ricerca di uno spazio comodo al riparo dai problemi, una fuga dall’impegno nel mondo. Per Gesù salire significa cercare il volto di Dio, il dialogo con Lui, sottrarsi alla cattura delle immediatezze, rivedere l’intreccio tra preghiera e azione. Oggi è tanto difficile quanto necessario ritagliarsi momenti per “salire sul monte in disparte”. Soprattutto è controcorrente.
Dio, Dio mio, io Ti cerco fin dall’aurora; di Te ha sete l’anima mia; verso di Te anela la mia carne, come una terra deserta, arida, senz’acqua” (Salmo 63,2).
Il secondo movimento è la “discesa dal monte”. Gesù scende verso la città, verso la vita quotidiana, verso l’ora difficile che si avvicina, ma portando, nelle pieghe del cuore, la rivelazione del Tabor.




SBILANCIAMOCI a favore della pace

LE CONTROPROPOSTE DI SBILANCIAMOCI! della RETE ITALIANA PACE E DISARMO

https://retepacedisarmo.org/

 Riduzione del personale della Difesa
Sbilanciamoci! propone di fermare la tendenza recente di continuo aumento dei totali degli effettivi militari (con conseguente aumento dei bilanci propri delle singole Forze Armate, nell’ambito del budget complessivo della Difesa), ritornando invece ad avere come obiettivo l’organico previsto nella “Riforma Di Paola” di 150.000 effettivi, con riequilibrio della distribuzione interna dei gradi nelle gerarchie militari (diminuzione di costo a parità di arruolati). Maggiori entrate: 500 milioni di euro

Taglio dei programmi militari finanziati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy
Si propone di ridurre gli stanziamenti diretti e i finanziamenti pluriennali per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma in capo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (ex Ministero dello Sviluppo Economico), in modo particolare relativamente ai programmi navali e aeronautici. Maggiori entrate: 1.600 milioni di euro

Taglio delle acquisizioni di nuovi sistemi d’arma
Ridurre gli stanziamenti diretti e i finanziamenti pluriennali per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma in capo al Ministero della Difesa, sia per il mantenimento di dotazioni e capacità (previsto con fondi del Segretariato Generale della Difesa) sia per i cospicui fondi previsti anche per la ricerca militare nell’ambito dei capitoli della Direzione Nazionale Armamenti. Maggiori entrate: 4.000 milioni di euro

Drastica riduzione delle missioni militari
Terminare con effetto immediato le missioni militari all’estero con proiezione armata in aree di conflitto e/o che hanno come obiettivo principale la protezione degli interessi fossili, mantenendo attive solo reali missioni di pace promosse dalle Nazioni Unite. Maggiori entrate: 700 milioni di euro

Riconversione dell’industria a produzione militare
Si propone l’approvazione e il finanziamento di una legge nazionale per la riconversione al civile di aziende e distretti a produzione militare. Costo: 300 milioni di euro

Tassazione degli extraprofitti delle imprese militari
Dal 2021 al 2024, le prime 15 imprese produttrici di armi italiane hanno raddoppiato i loro utili grazie al perdurare di numerosi fronti di guerra, arrivando a un totale di 876 milioni di euro di maggiori profitti. Nello stesso periodo, anche il fatturato dell’industria militare è cresciuto molto, con ricavi totali aumentati del 28% ed extraricavi pari a 7,06 miliardi di euro. Il 2025 si preannuncia persino più redditizio: la sola Leonardo nei primi nove mesi dell’anno ha fatto registrare ricavi pari a 13,4 miliardi di euro (+12,4% rispetto al 2024) e un risultato netto ordinario che passa da 364 a 466 milioni di euro in un anno (+28%). Greenpeace prevede che nel 2025 il settore farà registrare extraprofitti pari a circa 1,5 miliardi di euro. Sbilanciamoci! propone di applicare una tassazione al 50% degli extraprofitti del settore. Maggiori entrate: 750 milioni di euro

Valorizzazione territoriale liberata da servitù militare
Selezione di 20 servitù militari da riconvertire per progetti di sviluppo locale in territori colpiti da crisi con l’obiettivo di creazione di reddito, occupazione e sviluppo sostenibile in settori strategici. Costo: 200 milioni di euro

Programmi di disarmo umanitario internazionale
Potenziamento del sostegno alle strutture multilaterali che si occupano di Disarmo umanitario (in particolare in ambito ONU: UNODA e UNIDIR) oltre che la compartecipazione ai fondi di implementazione dei Trattati internazionali di disarmo e sostegno alla società civile del settore. Costo: 50 milioni di euro

Incremento dei fondi per il Servizio civile
Il Servizio civile – un’occasione di servizio di pace per tanti ragazzi e ragazze che vorrebbero accedervi – deve essere ulteriormente rafforzato e sviluppato, anche grazie a politiche di promozione ad hoc, tra cui l’accesso ordinario e programmato dei soggetti del sistema SCU nelle scuole per presentare i valori e le esperienze del Servizio civile e seminare la consapevolezza nei giovani che sceglieranno di fare domanda. Per sostenere il Servizio civile, Sbilanciamoci! propone uno stanziamento aggiuntivo di 100 milioni di euro l’anno a partire dal 2026. Nell’ambito di tale stanziamento, si destinano 6 milioni di euro alla sperimentazione (e all’avvio strutturale nel 2028) del sostegno all’ospitalità di giovani non residenti nel luogo di servizio e 12 milioni di euro all’individuazione e messa in trasparenza delle competenze trasversali acquisite dai giovani che svolgono il SCU. Costo: 100 milioni di euro

Difesa non armata e nonviolenta e stabilizzazione dei Corpi civili di Pace
Implementazione del “Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta” proposto dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” che preveda una struttura professionale di Corpi Civili di Pace (almeno per 1.000 effettivi potenziali) e la fondazione di un Istituto di ricerca su pace e disarmo. Costo: 100 milioni di euro

Incremento degli stanziamenti per la Cooperazione allo Sviluppo
Per ripristinare i tagli alla cooperazione avvenuti e al fine di raggiungere l’obiettivo dello 0,7% del Pil di fondi per la cooperazione allo sviluppo – impegno che da anni l’Italia ha preso in numerose sedi internazionali – si propone di stanziare per il 2026 almeno 700 milioni di euro per sostenere progetti di sviluppo, dando particolare importanza ai progetti della società civile e delle organizzazioni governative, anche nei paesi in via di sviluppo. Costo: 700 milioni di euro

Si libereranno 1,6 miliardi di euro di risorse pubbliche oggi destinate alla produzione bellica.




SOBRIETA’
Lilia Sebastiani

SOBRIETA’

Lilia Sebastiani (ROCCA 01/11/07)

Virtù desueta, riportata in auge tal­volta (mai però definitivamente) da fasi difficili del­l’economia pubblica. La negativi­tà delle circostanze non aiuta, è chiaro, una sua comprensione positiva. La sobrietà non è comunque sino­nimo di povertà o qualcosa del genere, anzi la riflessione sulla sobrietà come valore ha senso e diviene possibile solo in un conte­sto sociale ‘ricco’, evoluto, complesso. È sinonimo di rinuncia? In parte sì – per­lomeno in quanto implica anche una libe­ra e consapevole rinuncia allo spreco -, ma non ha nulla di punitivo; in ogni caso, l’eventuale rinuncia è il risultato di un pro­cesso interiore di discernimento, di armo­nizzazione.
Sobrietà, virtù creativa.
Si tratta soprattutto di una scelta, un fatto di stile. E significa dare la priorità alle scel­te importanti e di valore. Questo può av­venire quando si pianifica il proprio bud­get, ma anche quando si riflette in un or­dine più vasto: essere sobri significa infat­ti saper discernere i veri valori – economi­ci, umani, spirituali – e stabilire delle prio­rità che rispettino in ogni caso il primato della persona umana. Non si possono offrire descrizioni, model­li standard, ‘ricette’ di sobrietà; non è pos­sibile misurarla, ancor meno possibile poi misurarne il merito. Forse una volta parlare di queste cose, in particolare dei peccati e delle virtù, era più semplice, più lineare, solo perché più sem­plice (non diciamo più facile!) era la vita, e poteva meglio esprimersi in riflessioni ‘in bianco e nero’ che oggi ci sembrano sem­plicistiche. Nel nostro tempo è diventato difficile: perché bene e male sono infinita­mente complessi e non possiamo non scor­gere talvolta qualcosa di bene nel male ­quanto a intenzioni ed esigenze – e qual­cosa di male nel bene quanto ai mezzi scelti o al fine con cui si agisce. Possiamo solo richiamare alcune linee di riferimento: coscienza, intelligenza e creatività perso­nale restano al centro e non potrebbe es­sere diverso. A volte fare delle cose secondo uno stile esemplarmente ‘sobrio’ non è interamente buono, anche se la cosa in sé fosse molto buona; perché talvolta quell’agire sobrio può essere ostentazione, che è tutto il con­trario della sobrietà. La sobrietà deve essere … sobria, quindi evitare gli eccessi, gli orpelli, le cadute di gusto, anche a proposito di se stessa. La so­brietà esagerata non è più sobrietà, ma pauperismo, squallore, fanatismo: tutti fe­nomeni sottilmente esibizionistici, che una volta fecero dire a qualcuno di cui non ri­cordiamo il nome che vi è più sobrietà (for­se la parola era diversa, ma analogo il pen­siero) in chi mangia solo caviale perché ne è ghiotto, che in chi mangia solo pane raf­fermo per partito preso. E talvolta, qui le cose cominciano a com­plicarsi seriamente, cose e atteggiamenti che in apparenza non potrebbero dirsi tan­to sobri, possono esprimere scelte essen­ziali, semplici, rispettose degli altri e del mondo …Il fatto è che la sobrietà non può esistere senza amore, senza discernimento. Come non può esistere senza bellezza.
Sobrietà, bellezza, eleganza.
Bellezza ed eleganza non sono escluse da uno stile di sobrietà, anzi oseremmo dire che vi sono irrinunciabili. La sobrietà è un valore, umanizza la con­vivenza umana, deve essere bella. Se in­forme e grigia, non è un valore e non può trasmettere il suo messaggio: un messag­gio di vita intensificata nei fondamenti e nel senso, non certo di vita impoverita. Perciò non è separabile dalla bellezza – anzi dall’ eleganza. E sappiamo che questo ter­mine può dar fastidio a qualcuno perché è troppo compromesso con i sistemi commer­ciali e manipolatori della moda e della pub­blicità, che notoriamente devono far leva sul senso di inadeguatezza degli utenti, e crearlo se non ce n’è abbastanza, non già allo scopo di rendere il mondo più elegante e più bello, bensì allo scopo di vendere quan­to più è possibile un certo prodotto.
La vera eleganza, come in teoria sanno tutti o quasi, non è appariscente, non deriva da un accumulo di accessori, di gioielli, o di firme; anzi, per sua natura, non può esse­re limitata a quanto si porta addosso. È fatta anche di gusto, di classe, di cortesia, di cultura, tutte cose senza le quali si po­trà al massimo essere ben vestiti e/o mo­daioli, rispettare tutti i dettami in vigore in una certa epoca e in un certo ambiente per quanto riguarda il modo di vestire, ma forse eleganti no.  E l’eleganza non si limita alle apparenze, anche se le coinvolge nell’insieme del mes­saggio. Se tutto il nostro modo di essere, e di ap­parire – sì, perché il nostro ‘fuori’ dovreb­be essere sacramento della nostra interio­rità, nonostante il limite e la perenne ina­deguatezza; anzi proprio per quello – non testimonia che scegliere la sobrietà signi­fica scegliere il meglio, in tutti i sensi, non abbiamo reso un bel servizio alla sobrietà, non ne siamo buoni testimoni…, o voglia­mo dire testimonial, per usare un termine del linguaggio pubblicitario? Etimologicamente l’aggettivo sobrius si oppone a ebrius, ‘inebriato’ – di vino o d’al­tro -, quindi senza controllo, eccessivo, sregolato, agitato… Da un certo punto di vista viviamo in una società ‘ebbra’, o che cerca di esserlo per sfuggire al grigiore e all’accidia (che cos’altro è la cultura dello ‘sballo’, dopotutto?). Una società protesa verso l’apparire e il consumare sempre di più, malata di apparenza, di narcisismo, di edonismo senza piacere, di efficientismo vuoto. Così potrebbe interessarci l’idea della so­brietà come declinazione nuova e più ac­cettabile della ‘temperanza’ (altra virtù desueta benché illustre, che sta nel qua­drivium delle virtù cardinali). Ma sobrietà e temperanza non sono la stessa cosa. La sobrietà parla soprattutto di cose, di beni e del modo di usarle, la temperanza coin­cide solo in parte e si riferisce anche e so­prattutto al dominio delle passioni. La riflessione sulla sobrietà nell’uso dei beni è un tema molto classico, le cui argo­mentazioni di fondo sono note a tutti; ma oggi appare come un ‘lavoro in corso’, per­ché la situazione è cambiata, le nostre co­noscenze ed esigenze, le istanze espresse e inespresse del mondo sono cambiate. Un esempio prosaico ma eloquente, dalla vita di ogni giorno: un caso, almeno nelle sue manifestazioni estreme, molto indaga­to dagli psicologi e anche da quei manuali di auto-aiuto che nei nostri tempi spunta­no veramente come funghi, offrendo tal­volta un’utile nocciolina di saggezza nasco­sta dentro un guscio di ovvietà così spesso e resistente che talvolta si vede solo quel­lo. Il caso, diciamo, di una persona ‘sobria’, o che comunque si considera o vorrebbe essere tale, che non getta mai via un og­getto vecchio (di qualsiasi genere; il caso degli indumenti è particolarmente istrut­tivo) perché – dice – «è ancora in buone condizioni», «potrebbe ancora essere uti­le» e via dicendo. Spesso le condizioni non sono affatto buone, le linee sono assoluta­mente fuori moda, il colore sbiadito; op­pure l’indumento stesso si riferisce a un’età e una conformazione fisica che non sono più quelle attuali. Spesso si accumulano così vere e proprie fatiscenti collezioni di roba vecchia che non può né ‘vivere’ né essere eliminata e neppure venire riciclata. È sobrietà que­sta? O forse è quasi il suo contrario, una forma di intasamento non solo dei propri spazi ma dell’esistenza?
Sobrietà e solidarietà.
La sobrietà è virtù relazionale: del resto crediamo che nessuna virtù, se vissuta in modo individualistico, sarebbe una virtù. Relazionale soprattutto in quanto pone l’accento sul valore dell’essere, del dare, sull’importanza dei legami veri e delle vere soddisfazioni, che presuppongono un con­testo di amore e di rapporti. Soprattutto dice uno stile di vita sostenibile e fraterno, libero dalla schiavitù del possedere, del consumare, dell’esibire; è recupero di un atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico, stupore per la bellezza vera. La sobrietà è ricerca di qualità della vita, qualità dei rapporti, qualità dell’amore. Implica e richiede uno stile di vita perso­nale e collettivo meno ‘dissipato’ (notia­mo la doppia valenza!), più pulito, più so­lidale, più rispettoso dei poveri e della natura e delle stagioni, anche più ‘lento’ talvolta ma più intenso, più libero e libe­rante. Potrebbe significare un po’ meno illumi­nazione delle strade – la necessità di ve­derci bene è fuori discussione, ed è anche necessaria alla sicurezza, ma certe lumi­narie folli e disturbanti non servono a nul­la, non sono nemmeno belle da vedere; gli addobbi natalizi in città ai primi di novem­bre non hanno senso, servono solo a svuo­tare di senso la festa inflazionandone i se­gni nel tempo non festivo. Potrebbe voler dire un uso più saggio del riscaldamento e del condizionamento d’aria; la ricerca del benessere è giusta, mi­gliora la qualità della vita, del lavoro e an­che la vita interiore, ma perché negli inter­ni si dovrebbe giungere ad annullare il cli­ma di fuori e a dimenticare la stagione? Soffocare dal caldo in inverno o aver fred­do d’estate, non è nemmeno più un comfort, ma un’irragionevole schiavitù: implica un grande dispendio di denaro e di energia, e fa tutt’altro che bene alla sa­lute. È giusto e doveroso partire dall’attenzione ai propri consumi privati, ma guai a fermar­si lì, alla micro-sobrietà che ci fa sentire così ‘a posto’, lasciando però indisturbata la cul­tura dello spreco, dell’inquinamento e del­la follia auto distruttiva intorno. Siamo sempre più consapevoli della com­plessità dell’ economia, della ricaduta so­ciale e planetaria di ogni nostra scelta. E non è sempre un alibi di comodo, se subi­to ci chiediamo: consumare di meno non potrebbe significare contrazione di posti di lavoro? Consumare di meno, quindi pro­durre di meno, ergo guadagnare di meno, potrebbe essere una scelta legittima e so­stenibile per alcuni di noi, singolarmente; ma non significherebbe anche riduzione delle imposte, quindi meno denaro dispo­nibile per i servizi pubblici? Passare dal­l’economia della crescita all’economia del limite sarebbe conciliabile con una vita più autentica e sicura per tutti oppure aprireb­be problemi più gravi, oppure resterebbe pascolo riservato – anche se rigorosamen­te biologico! – di alcune pochissime ani­me belle, senza alcuna ricaduta sullo stile di vita complessivo? Non abbiamo una risposta pronta per l’uso, ma è importante sottolineare che sobrietà è discernimento, consapevolezza e impe­gno per la condivisione: è un modo di es­sere prima che una riduzione dell’ avere. Un vivere sobrio significa anche libertà dal bisogno di superfluo che intasa la nostra vita e i nostri spazi non meno del nostro spirito. Ma certo ‘rinunciare’ al superfluo non basta, e non amiamo questa espres­sione perché declinata in negativo. Occor­re un supplemento di riflessione sul no­stro quotidiano, in tutte le sue dimensio­ni. E forse questo a qualcuno potrebbe sembrare complicato, artificioso, mentre è ricerca di senso e un modo di dare mag­gior sapore alla vita. Significa anche acquisire progressivamen­te la capacità di distinguere tra i bisogni autentici e quelli imposti. Significa dare valore e importanza al proprio corpo, non solo in modo teorico ma nel quotidiano; significa anche trattarsi bene, insomma, ma senza ridurre tutto alla superficie e senza trascurare le esigenze, affettive, spi­rituali, intellettuali. .. Anche il nostro cor­po del resto si ribella, quando viene ridot­to alla superficie, all’esteriorità. Negli anni Settanta per un certo tempo si parlò molto di ‘austerità’, per rispondere a un momento difficile dell’economia con­nesso con una crisi energetica. Poi non se ne parlò più, anzi con gli anni Ottanta l’ostentazione, il lusso vero o apparente tornarono a ‘fare tendenza’, come si dice. L’austerità è sinonimo di sobrietà? Anche se l’uso delle parole non è univoco, cre­diamo di no: l’austerità si configura so­prattutto in negativo, come rinuncia e ri­strettezza, mentre la sobrietà è un valore positivo. Evolvendosi in sobrietà l’auste­rità si converte, si affina e diventa più sor­ridente e convincente. La sobrietà riguarda il rapporto con le cose, spesso fiorisce a partire dalla rifles­sione sulle cose, ma va oltre: coinvolge il rapporto con se stessi e con gli altri, con il tempo, con la proprie corporeità e anche con Dio. Significa edificare un modo di vivere non competitivo, non affannoso e caratteriz­zato da cronica mancanza di tempo, come troppo spesso è il nostro, anche quando sia povero di frutti o magari vuoto; un modo di vivere che non sia caratterizzato dall’effimero. Sì, il tempo è centrale nella riscoperta della sobrietà. Proporsi sempli­cemente di consumare di meno o di ridur­re i propri bisogni non condurrebbe molto lontano. La sobrietà implica scoprire o ri­scoprire il gusto del tempo che passa, la ri­scoperta degli scambi amichevoli, della re­lazione e insieme del silenzio. La capacità di lavorare con amore, senza diventare auto-forzati del lavoro, e insieme di vivere profondamente il riposo e la festa, di ricer­care l’autentico nutrimento per lo spirito.




22 febbraio 2026. Domenica 1a Quaresima
MA…

1a dom.quaresima A

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 2,7-9; 3,1-7
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Sal 50  Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12.17-19
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Dal Vangelo secondo Matteo 4,1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

 

 

 

MA….Don Augusto Fontana

«L’uomo contemporaneo sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato la marcia; egli sembra molto riluttante a dire “me ne pento” o “mi dispiace”»(Reconciliatio et paenitentia  n. 26. Esort. Apost. Giovanni Paolo II 1984). Il problema vero sembra essere costituito dal fatto che oggi molti di noi, me compreso, non si sentono né santi né peccatori. Dall’ossessione del peccato si è passati alla presunzione di innocenza. «Se diciamo che non c’é in noi il peccato, inganniamo noi stessi e non siamo nella verità» (1 Gv. 1,8).
La discussione, la vertenza, l’obiezione.
Isaia 1,18:«Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“». I tre testi liturgici di oggi sembrano evidenziare un confronto serrato sostenuto da 3 “Ma“:
Ma il serpente disse alla donna…
Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..
Ma Gesù rispose al diavolo….
Il “Ma” serve a distinguere, come altre volte abbiamo sentito: “Vi é stato detto: Non uccidere, ma io vi dico che chiunque dice al fratello che è stupido non entrerà nel Regno dei cieli“. La storia della salvezza è la storia dei ma che l’uomo ha detto a Dio e la storia dei ma che Dio rilancia all’uomo. Dio tenta di sedurre gli uomini verso di sè, ma l’uomo e la donna accettano l’altra seduzione. L’albero divenuto croce rappresenta la fedeltà di Dio: «tutti ci eravamo allontanati da te, ma tu ti sei fatto vicino a tutti perchè quelli che ti cercano ti possano trovare» (Pregh euc. IV).
L’Eucarestia di oggi e la Quaresima celebrano il ma di Dio sulla nostra vita; sono tempi profetici per visitare le nostre obiezioni a Dio e gioire di quella obiezione che Dio ci ha mandato in Cristo. Veniamo stanati dalla neutralità impossibile. Sono tempi per l’incontro di due partner che “discutono insieme”. Sono l’occasione per restare nella vertenza, come Giacobbe, Giobbe, i discepoli di Emmaus. L’obbedienza della fede nasce da una paziente pedagogia di Dio che fa le sue proposte, accetta le domande. L’obbedienza della fede non é obbedienza muta ma dialogica. Il peccato accade quando va in corto circuito questo flusso.
Dimmi cosa pensi del peccato e ti dirò il Dio in cui credi. E viceversa.
“Ogni medaglia ha il suo rovescio”; ogni vicenda umana é talmente complessa da non riuscire a parlare in profondità di una cosa senza guardare, almeno con la coda dell’occhio, il suo rovescio, la sua altra metà o il suo profondo.
Non si può parlare evangelicamente del peccato lontani dall’Ultima Cena, dalla croce, dal mattino di quel primo giorno dopo il sabato o della Pentecoste.
Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito Santo e dopo il battesimo. C’é un modo cristiano e rivelato di parlare del peccato. E c’é un modo ateo, legittimo, ma ateo: un modo che si basa su valutazioni della maggioranza o indotto da suggeritori o dedotto da alibi interiori contrabbandati come coscienza o da moralismi che sono più tradizioni di uomini che volontà di Dio. E facile l’equivoco: ci possono essere azioni da noi considerate sacrosante e che sono peccato secondo Dio, come ampiamente ascoltiamo nei profeti e in Gesù nei riguardi del culto lontano dalla solidarietà (Mt.5,23). E’ stato detto che il nostro stile di vita rivela in quale Dio crediamo e che l’immagine che abbiamo di Dio influenza le nostre scelte quotidiane.
Mentre parliamo del peccato stiamo parlando di Dio….un Dio che si manifesta diverso da come lo immaginiamo. Quali sono le raffigurazioni negative ricorrenti e che anche oggi potremmo rischiare di equivocare nelle letture bibliche di oggi?
– Il Dio che giudica e punisce, che vuole condurre a sè gli uomini con la paura e che é irremovibile nel punire ogni mancanza, incurante della fragilità dell’uomo, rigoroso nell’applicare adeguate punizioni ad ogni colpa. E’ il Dio-poliziotto.
– Il Dio nemico della vita, che vuole il sacrificio per essere placato o che esige castrazione del lato positivo e piacevole della vita.
– Il Dio contabile, che tiene conto di ogni sbaglio nei confronti di una legge e li registra per il rendiconto finale. E’ il controllore ossessivo e pedante, il ficcanaso fastidioso, un polpo soffocante.
– Il Dio efficiente, cottimista del bene. E’ il Dio che dice “quanto più produci in opere buone, tanto farai carriera nell’eternità”.
Ed ecco il “Ma” della Santa Scrittura:   «Ma tu, Signore, Dio-di-pietà (misericordioso:El-rahom), compassionevole (hannon) lento all’ira e pieno di amore (hesed) e di  fedeltà (hemet), volgiti a me e mostrami la tua grazia (hanneni): dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua serva». (Salmo 86,15-17; cfr. anche v. 5; Es. 34,6): Gesù  è “l’incarnarsi” di questa misericordia che mette in discussione la logica mondana dello scambio, della simmetria, della reciprocità. Un perdono concesso dopo il pentimento potrebbe essere un atto di giustizia dovuta. Il termine misericordia invece, significa partecipare in modo talmente immotivato, cordiale e concreto alla situazione del disagio altrui da cambiargli radicalmente la sua situazione. Quando diciamo “Signore pietà!” significa appellarsi alla profondità del sentimento e dell’energia del Signore sottoponendogli la propria situazione da cambiare. Paolo, in modo scandaloso, dirà che ogni debolezza (non la furbizia) é grazia e mi mette in grado di lodare Dio. Per questo la nuova liturgia della Riconciliazione chiede di confessare la fede e la lode, prima ancora che confessare il peccato. Affinché sia chiaro che miseria e misericordia non fanno mai monologo, ma duetto: «Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..».
Quale peccato allora?
Solo ora sono in grado di parlare di peccato. Un termine che la lingua ebraica dell’ Antico Testamento chiama con sfumature terminologiche diverse per indicarne la complessità di ciò che siamo, ma anche di ciò che non vorremmo essere: (hata’ = mancare l’obiettivo o un bersaglio, commettere un errore; pasa’ = ribellarsi contro qualcuno, attentare alla sua dignità, violare un patto; ‘awon = essere storto, camminare su un sentiero sbagliato; rasa’ = essere senza una legge, essere ingiusto Tutto questo esce dalla filigrana delle letture bibliche di oggi da cui evidenzio alcune coordinate:
L’albero della vita. Il peccato prima di essere una serie di trasgressioni è la rottura o l’inquinamento di una relazione. Gesù dirà: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo essere vivente e il prossimo tuo. Qui sta tutta la Legge e ogni profezia».  Nell’Eden Dio soffia nell’uomo l’alito della vita e l’uomo diventa essere vivente. Poi consegna 2 alberi di cui uno è l’albero della vita. Peccato é inquinare, turbare, dominare, impigrire, spegnere, far soffrire l’alito di vita, l’albero della vita, e tutto ciò che nutre la vita dell’uomo ben oltre la semplice sopravvivenza.
Il ruolo della Parola di Dio. Sia nel racconto della Genesi che nella tentazione di Gesù emerge chiaro il ruolo della Parola di Dio, ma si evidenzia anche come é difficile porsi nel versante giusto di ascolto. La Parola di Dio può essere utilizzata dal serpente e dal diavolo, cioè é strumentalizzabile. Anche i demoni, dicono gli evangelisti, riconoscevano che Gesù era il Cristo. C’é un uso astratto della conoscenza. C’é un uso utilitaristico. E’ possibile l’equivoco.
Il diavolo o il serpente: per dire che ciascuno di noi non é l’inventore del male e delle maledizioni. L’uomo é preceduto dal limite e dalla malizia, si trova in un plesso di relazioni attraversate dal male, dal peccato. Noi nasciamo peccatori. Il salmo 51 dice: «Ecco, colpevole io sono nato, peccatore mi ha concepito mia madre».  Enzo Bianchi commenta: «Noi diciamo che i bambini sono innocenti. No. I bambini sono un fascio di peccato e solo diventando grandi noi abbiamo meno peccati. Un bambino è un fascio di sentimenti opachi, caotici, violenti, aggressivi, fusionali. E man mano che avanziamo nella vita noi razionalizziamo le forze caotiche che ci abitano e sempre più cerchiamo di diventare puri. Ma l’impuro per eccellenza è il bambino. Non è vero che dietro le spalle abbiamo l’innocenza e la bella virtù. Noi possiamo arrivarci forse in vecchiaia. Noi nasciamo con questa attitudine al peccato, con questa inclinazione al male, all’egoismo, alla aggressività» .Primo Levi nel cap. 2° de “I sommersi e i salvati” propone il concetto di “zona grigia” é cioè quello spazio occupato da una grande massa che svolge, volente o nolente, mansioni necessarie al delitto, compresa l’omissione. La zona grigia rappresenta la NORMALITA’. Non è sinonimo di colpa, ma neppure di innocenza. E’ il luogo della “banalità del male”, come dice Hanna Arendt. Spesso il crimine é l’organizzazione di una catena di innocenze individuali, che si nutre della normalità, dei riflessi condizionati dell’individualismo e della paura di denunciare e intervenire, di piccole decisioni e calcoli che possono oliare il sistema repressivo pur rendendo la partecipazione alla violenza un qualcosa di asettico ed ignaro del sangue e della morte. Morendo lasceremo in eredità un po’ di bene, ma anche un po’ di male. Ciascuno di noi fa esperienza del male che lo porta là dove non vorrebbe andare (Paolo). I documenti ecclesiali parlano di strutture di peccato, Adamo ed Eva rappresentano una complicità che era stata creata per il mutuo aiuto e che si corrompe nella complicità per farsi del male. Anche questo é peccato. Eppure interviene il “Ma” di Dio: Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..




Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
P. Ermes Ronchi

Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre.
di Ermes Ronchi  (Avvenire 10/03/2011)
I Domenica di Quaresima Anno A

Il racconto delle tentazioni ci chiama al lavoro mai finito di mettere ordine nelle nostre scelte, a scegliere come vivere Le tentazioni di Gesù sono anche le nostre: investono l’intero mondo delle relazioni quotidiane.
La prima tentazione concerne il rapporto con noi stessi e con le cose (l’illusione che i beni riempiano la vita).
La seconda è una sfida aperta alla nostra relazione con Dio (un Dio magico a nostro servizio).
La terza infine riguarda la relazione con gli altri (la fame di potere, l’amore per la forza).
«Dì che queste pietre diventino pane». Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Parola di Dio è il Vangelo, ma anche l’intero creato. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo della luce, del cosmo, ma anche di te: fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.
«Buttati e credi in un miracolo». La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. Quello che sembrerebbe il più alto atto di fede – gettati con fiducia! – ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. Gesù ci mette in guardia dal volere un Dio magico a nostra disposizione, dal cercare non Dio ma i suoi benefici, non il Donatore ma i suoi doni. «Non tentare il Signore»: io so che sarà con me, ma come lui vorrà, non come io vorrei. Forse non mi darà tutto ciò che chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve, tutto ciò di cui ho bisogno.
«Adorami e ti darò tutto il potere del mondo».  Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta:. Il diavolo fa un mercato, esattamente il contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. È come se dicesse: Gesù, vuoi cambiare il corso della storia con la croce? non funzionerà. Il mondo è già tutto una selva di croci. Cosa se ne fa di un crocifisso in più? Il mondo ha dei problemi, tu devi risolverli. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi: con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore.
«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima ognuno di noi volesse avvicinarsi e prendersi cura di una persona che ha bisogno, perché malata o sola o povera, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, allora per lei sarebbe come se si avvicinasse un angelo, come se fiorissero angeli nel nostro deserto.

(Letture: Genesi 2,7-9;3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 4, 1-11).




Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione
Papa Leone

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la Quaresima 2026 sul tema
Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.
Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare
Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.
Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.
È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa».[1]

Digiunare
Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.
Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità».[2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio».[3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana».[4]
Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Insieme
Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).
Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.
Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.
Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

LEONE PP. XIV

____________________

[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).




CEI
Quaresima 2026

Quaresima 2026 / La CEI lancia l’iniziativa “Parola e parole per risorgere”, un cammino digitale aperto a tutti

Dal 22 febbraio, ogni domenica: personaggi biblici sulla dinamica della conversione e commenti audio ai Vangeli di Mons. Castellucci
12 Febbraio 2026

La CEI propone un originale percorso sul web che invita i fedeli a vivere la Quaresima non come privazione, ma come esperienza di libertà e risurrezione interiore. Titolo dell’iniziativa Parola e parole per risorgere.

L’invito è aperto a tutti. Qui il link per l’iscrizione.

A partire dal 22 febbraio, ogni domenica diventerà una tappa di incontro e riflessione. Al centro, un personaggio biblico che, attraverso la propria storia, illumina le dinamiche della conversione, del dubbio, della caduta e della rinascita. A guidare il percorso, i commenti audio ai Vangeli domenicali di Mons. Erio Castellucci, Vicepresidente della CEI.

La conversione è uno sguardo nuovo sulla realtà, un cambiamento che coinvolgerà tutta la vita. Ma che cosa significa davvero?

Convertirsi durante la Quaresima non significa privarsi, ma liberarsi”. Con queste parole il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, sintetizza l’essenza di uno dei periodi più intensi dell’anno liturgico: non una stagione di rinunce, dunque, ma un’opportunità per alleggerire il cuore, ritrovare il senso delle scelte quotidiane e riaprire lo sguardo alla speranza.

In un tempo segnato da incertezze, stanchezze e polarizzazioni, questa proposta si presenta, dunque, come un invito a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi cambiare.

Parola e parole per risorgere si rivolge a tutti coloro che vivono già un cammino di fede, a chi cerca nuovi significati, a chi sente il bisogno di una pausa che non sia evasione ma profondità.

Domenica dopo domenica, la Parola entra così nella vita quotidiana. Non come messaggio distante, ma come voce che interpella, consola e orienta. È la stessa domanda posta da Gesù ai discepoli “Voi chi dite che io sia?” a risuonare ancora oggi.

Chi si incontrerà durante il percorso? Il Vangelo domenicale, bussola che orienta il nostro cammino settimanale; il commento audio al Vangelo a cura del Vescovo, Mons. Erio Castellucci; un racconto originale in prima persona, dove si potrà leggere il punto di vista di uno dei personaggi biblici a cura del giornalista Marco Barsani; la storia di un sacerdote e della sua comunità legata a un verbo rappresentativo del Vangelo domenicale, un verbo che traccia il percorso settimanale come indicato da Gesù nel Vangelo.

Un’opportunità da non perdere! Iscriviti al percorso Parola e parole per risorgere realizzato anche per te.

Ricordiamo che il cammino è aperto a tutti, qui il link per l’iscrizione, vivi la Quaresima con noi! Scopri e iscriviti al percorso.




A 85 secondi dal baratro
Tonio Dell’Olio

A 85 secondi dal baratro

Nella sua rubrica “Mosaico dei giorni” sulla rivista Mosaico di pace, Tonio Dell’Olio scrive:

Riporto il comunicato stampa diffuso ieri dal Bulletin of the Atomic Scientists’ Science and Security Board (SASB), ovvero il team di scienziati che regola l’orologio del rischio dell’annientamento globale, Doomsday Clock: «Un anno fa, avevamo avvertito che il mondo era pericolosamente vicino al disastro globale e che qualsiasi ritardo nell’inversione di rotta aumentava la probabilità di catastrofe. Piuttosto che prestare attenzione a questo avvertimento, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e altri grandi Paesi sono invece diventati sempre più aggressivi, contraddittori e nazionalisti. Le intese globali duramente conquistate stanno crollando, accelerando una competizione per il grande potere vincente e minando la cooperazione internazionale fondamentale per ridurre i rischi di guerra nucleare, cambiamenti climatici, un uso improprio della biotecnologia, la potenziale minaccia dell’intelligenza artificiale e altri pericoli apocalittici. Troppi leader sono diventati compiacenti e indifferenti, in molti casi adottando retorica e politiche che accelerano piuttosto che mitigare questi rischi esistenziali. A causa di questo fallimento della leadership, il Bulletin of the Atomic Scientists Science and Security Board oggi fissa l’orologio del giorno del giudizio a 85 secondi a mezzanotte, il più vicino che sia mai stato alla catastrofe… Anche se le lancette dell’orologio del giorno del giudizio si avvicinano a mezzanotte, ci sono molte azioni che potrebbero far indietreggiare l’umanità dall’orlo» (www.thebulletin.org).




PREGARE I SALMI con Israele, con Gesù, con la chiesa e il mondo. SCHEDE
D. Fontana

Centro Pastorale Diocesano . Viale Solferino. Parma 2025-2026

Puoi consultare la 1a scheda se clicchi  sul seguente link Incontro 1 WEB 

Puoi consultare la 2a scheda se clicchi  sul seguente link Incontro 2 WEB

Puoi consultare la 3a scheda se clicchi  sul seguente link Incontro 3 WEB (2)

Puoi consultare la 4 e 5a scheda se clicchi  sul seguente link Amore di Dio nei salmi__Mazzinghi (1)

Puoi consultare la 6a scheda se clicchi  sul seguente link salmi imprecatori_web1

Puoi consultare la 7a scheda se clicchi  sul seguente link salmi imprecatori_web02

La citazione dei Salmi seguirà sempre la numerazione ebraica. Esempio: salmo 121 (120)

Pregare per capire i salmi. Capire i Salmi per pregarli. I Salmi sono usati da secoli come preghiera della Chiesa; pur riconoscendo onore alla fede dei semplici che li hanno pregati senza porsi troppe domande, bisogna ammettere, con fedeltà alla logica della incarnazione, che sono preghiere composte in altri tempi, in circostanze e culture diverse dalle nostre.

 PREGARE CON ISRAELE.
I Salmi sono preghiere lontane nel tempo, nella lingua, nella cultura, nella ritualità religiosa. I Salmi ci vengono da una cultura orientale, composti circa 2000 anni fa (dal 1000 al 300 a.C.).Prima di essere Parola di Dio i Salmi sono parole di uomini, canti, poesie, preghiere. Occorre dunque capire il testo, vibrare con i problemi della vita personale e collettiva di chi li ha scritti o celebrati.
PREGARE IN CRISTO E CON CRISTO.
La preghiera è fatta IN CRISTO. Si dice questo soprattutto della preghiera liturgica, ma anche ogni preghiera personale è fatta IN CRISTO. Noi preghiamo in Lui e con Lui. Lutero disse: ” Noi possiamo rivolgerci al cielo di Dio solo salendo sulle spalle di Cristo“.  Gesù ha pregato i salmi; quando prego un salmo, sono certo che anche Gesù lo ha pregato raccogliendo in esso tutta la storia del suo popolo e tutti i gemiti e le lodi che sarebbero venute dopo di Lui.
PREGARE COL MONDO E CON LA CHIESA.
Bisogna imparare a pregare i Salmi non con una immediata proiezione dei nostri stati d’animo, ma allargando la nostra visione al Cristo totale, a tutta la Chiesa, al mondo. Quando preghiamo siamo in comunione con tutti: nessuna lode ci è estranea anche se noi siamo nella sofferenza; nessun lamento ci è indifferente pur trovandoci nella gioia, perché la nostra preghiera sarà in comunione con tutti gli uomini vicini e lontani, dobbiamo vivere in quel momento di preghiera questa solidarietà universale, questa comunione con tutto il corpo sociale ed ecclesiale.




15 febbraio 2026. Domenica 6a
L’ECCEDENZA DEL VANGELO

Preghiamo. O Dio, che riveli la pienezza della legge nella giustizia nuova fondata sull’amore, fa’ che il popolo cristiano, radunato per offrirti il sacrificio perfetto, sia coerente con le esigenze del Vangelo, e diventi per ogni uomo segno di riconciliazione e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen

 Dal libro del Siracide (15, 16-21).
Se vuoi custodire i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

Salmo 119 (118)  Beato chi cammina nella legge del Signore.
Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore.
Tu hai promulgato i tuoi precetti perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie nel custodire i tuoi decreti.
Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita, osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge.
Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2, 6-10)
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.  Ma, come sta scritto:  «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (5, 17-37)
Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino[1] della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.  Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

 L’ECCEDENZA DEL VANGELO. Don Augusto Fontana

La discussione, la vertenza, l’obiezione. Isaia 1,18: «Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“». Nel Vangelo di oggi sembra evidenziarsi un confronto serrato. Il “Ma” serve a distinguere: “Vi é stato detto: Non uccidere, ma io vi dico che chiunque dice al fratello che è stupido non entrerà nel Regno dei cieli“. La storia della salvezza è la storia dei MA che l’uomo ha detto a Dio e la storia dei MA che Dio rilancia all’uomo. La neutralità diventa quasi impossibile per due partner che “discutono insieme”. Io ho spesso mandato in corto circuito questa franca e cordiale reciprocità.

Il testo di Matteo[2].
Siamo nel contesto del discorso della montagna. Dopo le Beatitudini, il Gesù di Matteo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), a cui fanno seguito sei casi concreti di interpretazione della Torà (5,21-48), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («ebbene io vi dico»).
Gesù inizia dicendo che non é venuto a dissolvere, ad abrogare la Torà; tuttavia le antitesi che seguono sembrano andare in tutt’altro senso.
Di fatto le due parti del discorso (“Voi avete udito…Ma io vi dico“) non sono in antitesi. Il secondo elemento del discorso rivela, invece, il senso racchiuso nel primo. Il biblista Giulio Michelini[3] parla di “intensificazione” del precetto, rivelandone il significato pieno e l’intenzione del legislatore. Tanto che il biblista traduce “Voi avete udito….EBBENE io vi dico” (e non “MA io vi dico”, come fa la traduzione ufficiale della CEI). Gesù non  si oppone al comandamento originale dato a Mosè (la Torà scritta), ma ad un certo modo di interpretarlo da parte dei rabbini (tradizione orale). Inoltre Matteo mette in evidenza l’estensione, la profondità, la creatività del verbo “compiere“: «Io non sono venuto a dissolvere, ad abrogare»; anzi accusa i farisei di rendere vana la Torà proprio con il loro comportamento: «In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Ed egli rispose loro: “Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione. Dio ha detto: Onora il padre e la madre e inoltre: Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me”» (Mt. 15,1-8).
In ebraico il verbo le-vattel (annullare) si oppone proprio a le-qajjem (compiere, realizzare). Il verbo compiere può assumere due significati:

  • riempire, far traboccare, dilatare, aumentare, aggiungere in senso qualitativo.
  • realizzare, mettere in pratica.

Il testo di Siracide.
Se vuoi…“: la prima lettura dal Siracide (15,15-20) ci pone nell’ottica giusta del Vangelo che non é una legge, ma una libera scelta: «Se desideri…», cioè se non ti accontenti, se non ti rassegni, se non ti adatti, se desideri venir fuori dall’appiattimento, da un’esistenza incolore e insapore (come diceva il Vangelo domenica scorsa: “voi siete sale”). La visione di Siracide é fin troppo ottimista; non sempre le nostre scelte dipendono dalla nostra buona volontà; così il Salmo 119 ci fa pregare: «Aprimi gli occhi…indicami…dammi comprensione…raddrizza». “Se la vostra giustizia non é superiore  a…“: l’osservanza esteriore non basta, non basta neppure il “non fare”. Tra la morale corrente e la sapienza nascosta di cui parla Paolo ( 1 Cor. 2,6-10) c’é differenza.
La coerenza[4].
Noi cristiani siamo incoerenti. Nella vita di ogni giorno ci comportiamo un po’ come gli altri: leggiamo le beatitudini, ma non passano nella vita. A volte quelli che vengono additati come ‘lontani” si dimostrano più sensibili a certi valori – quali la solidarietà, l’altruismo, le lotte per migliorare la vita dell’uomo – di quelli che si proclamano cristiani e pensano invece solo a sé stessi.
Incoerente è colui che pensa in un modo e agisce in un altro. La parola e la vita di Gesù ci chiamano ad uscire dalle posizioni mediocri. Nel Salmo 50 (16-20) siamo così descritti: «All’empio Dio dice: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la mia disciplina e le mie parole ti getti alle spalle?  Se vedi un ladro corri con lui, e degli adulteri ti fai compagno.  Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni.  Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre».
C’é tuttavia una modalità di vivere nell’incoerenza che da’ qualche speranza.  Finché il cristiano conserva nella sua vita, anche solo come sincero desiderio, la visione di una vita diversa da quella che sta vivendo c’è ancora in lui la speranza di un’alternativa alla sua vita attuale.  Forse è solo una debole fiammella, ma c’è.  Quando invece non si mette più in discussione, spegne questo lumicino, resta solo con le realtà che popolano il suo mondo e si convince poco alla volta che siano le sole da vivere.  Anche il figliol prodigo nella sua vita dissoluta aveva conservato in sé il ricordo della casa paterna; e quando si è trovato solo e disperato ha sentito riaffiorare questo ricordo e con il ricordo la speranza del ritorno.  Se lo avesse cancellato dalla memoria, sarebbe morto nello squallore di una vita senza speranza.
Ecco:  anche nella mia incoerenza vorrei conservare almeno il desiderio di alzarmi, la nostalgia di un un orizzonte diverso e accettare il contraddittorio di Dio: «Hai fatto questo e dovrei tacere? Forse credevi che fossi come te!  Ti rimprovero, ti pongo innanzi ai tuoi peccati» (Salmo 50,21).
Ci sono dunque diversi tipi di incoerenza. C’è l’incoerenza di chi non mette più in discussione la propria incoerenza. C’è invece quella incoerenza consapevole del discepolo debole che però continua a conservare dentro di sé – almeno come desiderio – gli orizzonti di Gesù. Come Pietro nel cortile del tribunale: «Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù…e uscito all’aperto, pianse» (Mt 26,75). La sua Parola mi custodisca almeno il desiderio.
Mi sto soffermando su una frase del profeta Amos (3,12): Così dice il Signore: come il pastore strappa dalla bocca del leone due zampe o il lobo di un orecchio, così scamperanno gli Israeliti.
La frase è un po’ sibillina. Il pastore aveva il compito di proteggere il gregge affidatogli dal padrone. Qualche volta non gli riusciva e pur lottando contro il leone aggressore, perdeva il gregge. Allora prima di andare dal padrone a raccontargli come erano andate le cose, raccoglieva qualche brandello delle pecore uccise e si presentava al padrone per dimostrare che almeno aveva lottato anche se non era riuscito a salvare l’integrità delle pecore.
Le Beatitudini sono la proprietà preziosa che il Signore ci ha consegnato. Le forze aggressive interiori e le pressioni di conformità della cultura in cui viviamo, portano assalti continui a questa indifesa e fragile eredità. Sappiamo che quando verrà l’ora non saremo in grado di riconsegnare le beatitudini integre, ma almeno che ne possiamo riconsegnare qualche brandello, segno che non ci siamo arresi, non ci siamo adattati, non siamo scappati, non ci siamo addormentati. Se la santità integrale non ci appartiene, ci appartenga almeno la resistenza. Alcuni potrebbero dire che è una visione un po’ riduttiva e minimalista ma, conoscendomi, non so pensarmi che così.


[1] Iota o in ebraico YOD è la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico e il “trattino o “apice” è quel “piccolo corno superiore” (in ebraico: qôş=corno) che tutte le lettere ebraiche hanno. Il talmud dice che tralasciare anche solo un trattino (corno) della lettera yod rende invalido un intero rotolo della Torà.
[2] Adattamento da A.Mello Evangelo secondo Matteo, Qiqajon.
[3] MATTEO, introduzione, traduzione e commento a cura di Giulio Michelini,  Ed.S. Paolo, 2013
[4] Giordano Muraro: «Non sarebbe meglio per i cristiani essere pochi e più coerenti, anziché una massa informe dove coesistono credenti per anagrafe o tradizione con quelli convinti e impegnati?» (in risposta ad un lettore cf. FAMIGLIA CRISTIANA 45/98 Pag. 13)