Combustibili fossili per la guerra, energie rinnovabili per la pace e la giustizia sociale

Combustibili fossili per la guerra e la disuguaglianza, o energie rinnovabili per la pace e la giustizia sociale
Giulio Marchesini e Enrico Gagliano (Associazione Energia per l’Italia)

 La guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz sono solo l’ultima di una lunga serie di crisi iniziate proprio in Iran.
Il colpo di stato in Iran del 1953, noto come Operazione Ajax, fu un’operazione segreta orchestrata dalla CIA (USA) e dall’MI6 (Regno Unito) per rovesciare il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq (talvolta scritto Mossadegh). Mossadeq, che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera iraniana togliendola al controllo britannico, fu deposto il 19 agosto 1953. Il golpe ripristinò il potere assoluto dello scià Mohammad Reza Pahlavi, instaurando un regime autoritario sostenuto dall’Occidente.
Da allora le guerre combattute, direttamente o indirettamente, per il petrolio non si contano più: dall’Egitto alla Libia, dall’Iraq agli altri conflitti tra Israele e paesi confinanti. Ora siamo giunti al cuore dell’area petrolifera, con la guerra all’Iran, di cui si parla almeno fin dal 2008, che ha messo in crisi tutte le forniture energetiche.
Ma, come ha scritto recentemente Nicola Armaroli, “sole e vento non passano per lo stretto di Hormuz”, e nemmeno gli elettroni. Dipendere dai combustibili fossili significa dipendere dai conflitti. Ogni tentativo di proteggere militarmente una rotta energetica è destinato a fallire: nel Mar Rosso, un’operazione costata oltre un miliardo di dollari e quattro navi affondate non ha garantito alcuna sicurezza. E domani potrebbe essere lo Stretto di Malacca, il Canale di Panama o un nuovo embargo.
Non importa quale stretto si chiuda: qualsiasi crisi in un punto nevralgico del commercio globale paralizza un paese fossil-dipendente come l’Italia, che importa il 90% del gas e il 97% del petrolio. La strada del fossile è la strada degli armamenti e della vulnerabilità permanente.
Oggi il quadro è chiarissimo. Il governo degli Stati Uniti ha aperto un conflitto per la conquista del petrolio millantando ragioni di sicurezza nucleare e di ritorno alla democrazia, in sostanza spacciandolo per un’operazione umanitaria. Con l’amministrazione Trump, la maschera è definitivamente caduta: dal Venezuela all’Iran, da Cuba agli stati del Golfo, Trump afferma con orgoglio di volere un’America forte nell’interesse degli americani (la politica MAGA), ma anche per i suoi interessi economici personali. Così, al grido di “Drill, baby, drill”, gli Stati Uniti sono usciti da ogni accordo internazionale e hanno aumentato i profitti legati all’estrazione e alla vendita di petrolio e gas liquefatto, facendo pagare agli alleati il prezzo della loro politica commerciale.
Nonostante l’attuale rigurgito di politiche di retroguardia, la corsa verso le rinnovabili alimentata dal progresso tecnologico non può più essere fermata. Questo è nell’interesse del clima e del pianeta, ma anche a favore di una ricerca di pace e di democrazia che l’autoritarismo legato ai combustibili fossili non può soddisfare. La “Global Energy Review 2026” dell’IEA conferma il nuovo record di 800 GW di capacità rinnovabile realizzata in un anno, con il solare a coprire oltre il 25% della crescita della domanda mondiale. La penetrazione delle rinnovabili è legata al crollo dei costi del solare dell’87% dal 2010. In questo modo viene sistematicamente abbattuto il costo dell’energia, che ora è legato al prezzo della fonte energetica più costosa impiegata. Così, in Spagna, dove l’85% del tempo è coperto da energie rinnovabili come fonte primaria, il costo dell’energia per i cittadini è meno della metà di quanto pagano gli italiani, dove le rinnovabili, pur cresciute, fanno il prezzo dell’energia per meno del 20% del tempo. In un mercato nel quale la competizione per i combustibili fossili si fa sempre più accesa, solo attraverso le energie rinnovabili si può far scendere il prezzo dell’energia: mentre in Spagna il prezzo medio dell’elettricità è crollato a 42,83 €/MWh e in Germania si attesta intorno ai 99 €/MWh, in Italia il costo medio ha raggiunto i 143,7 €/MWh, oltre tre volte la media iberica e quasi il 45% in più rispetto alla Germania. L’Italia è ancora indietro, non per mancanza di sole o vento, ma per lentezza autorizzativa, veti incrociati e una visione miope di una parte del mondo ambientalista che col suo fuoco amico ostacola lo sviluppo di un settore chiave per l’indipendenza e la competitività nazionale in nome di una malintesa speculazione e di un “Bel Paese” che presto non potrà più essere tale per effetto della crisi climatica.
L’arretratezza italiana ha un costo sociale drammatico. La dipendenza da petrolio e gas importati, pagati come tributo all’America di Trump, si traduce in una bolletta da quasi 53 miliardi di euro all’anno (circa 900 euro a cittadino), a cui si aggiungono altri circa 48 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi. Oltre 100 miliardi di euro l’anno in uscita che alimentano un circolo vizioso: più fossili importiamo, più siamo esposti a tensioni geopolitiche, più aumentano le spese militari per proteggere le rotte con conseguenti tagli alla sanità, all’istruzione e al lavoro. Per non parlare delle 80.000 morti premature legate all’inquinamento ambientale in aree, come la Pianura Padana, tra le più insalubri e inquinate d’Europa.
I dati parlano chiaro: mentre la spesa militare esplode, i servizi sociali collassano. Nel 2025 l’Italia ha speso 45 miliardi di euro per la difesa (il 2,01% del PIL), in forte aumento rispetto all’1,52% del 2024. Per raggiungere l’obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, servirebbero altri 100 miliardi.
Intanto, la spesa sanitaria italiana è scesa al 6,1% del PIL, la più bassa in Europa, e la sua quota reale è diminuita di mezzo punto percentuale in un decennio. L’università ha subito oltre 200 milioni di tagli l’anno, mentre 35 miliardi sono stati destinati alle spese militari, e il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi. Cinque milioni di italiani hanno già rinunciato alle cure mediche.
A tutto questo si aggiunge una dinamica spesso invisibile: gli shock dei prezzi del fossile colpiscono in modo differenziato uomini e donne, aggravando le disuguaglianze di genere. Le evidenze empiriche mostrano che l’aumento dei prezzi dell’energia ha un effetto negativo sull’occupazione femminile, ma non su quella maschile, ampliando il gender gap nei tassi di impiego ben oltre il breve periodo. Le donne diventano così le “ammortizzatrici sociali” della crisi: assorbono gli shock attraverso il proprio lavoro non pagato, rinunce a spese personali e, in molti contesti, una maggiore esposizione alla violenza. Anche in Italia, il fenomeno della povertà energetica ha un volto femminile specifico: nelle famiglie con più di due componenti e con donna over 51 unica o principale fonte di reddito, i tassi di povertà energetica raggiungono punte del 10-13%, ben al di sopra della media nazionale.
Di fronte a questa realtà insostenibile, serve un cambio di passo politico netto: una transizione decisa, giusta, stabile e partecipata, che diffonda i benefici in modo generalizzato – da Nord a Sud – e non trasformi la crisi energetica in una crisi sociale. Le rinnovabili ben governate non sono una semplice scelta ambientale. Sono una scelta di pace, di democrazia, di benessere diffuso, di sviluppo economico e di futuro condiviso. E tuttavia, uno studio curato dai ricercatori di BankItalia conferma che la crescita attuale delle energie rinnovabili è insufficiente per raggiungere gli obiettivi stabiliti nel Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) ed è necessario accelerare.
Ce lo chiede oggi l’economia, con l’industria che continua a perdere competitività per lo sproporzionato costo dell’energia e ce lo chiedono i giovani che si vedono portar via il futuro mentre circolano nelle scuole le forze armate assieme a proposte di alternanza scuola-lavoro e celebrazioni ispirate alla “difesa”.
Ce lo chiede il documento della Conferenza Episcopale Italiana per una “pace disarmata e disarmante”, mentre la politica discute la ripresa di una leva militare, pur al momento solo volontaria, sospesa, non abolita nel 2005. In Germania un nuovo modello di leva militare è già operativo per tutti i neo-diciottenni dal 1° gennaio 2026.
Ce lo chiedono infine la ragione e il cuore: sole e vento sono l’unica vera indipendenza energetica che spezza il circolo vizioso: armi per il fossile, fossile per le armi, a scapito di sanità, istruzione e lavoro. Invertire questa rotta, prima ancora che energetica, è una scelta etica per politiche di pace, di democrazia e di giustizia sociale.




28 giugno 2026. 13a domenica
UN VANGELO SENZA GUANTI

13a domenica del tempo ordinario

 Preghiamo. Padre, infondi in noi la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re (4,8-11.14-16)
Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”. Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.
Salmo 89 (88). RIT: Canterò per sempre la tua misericordia.
Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,
perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli.
Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto:
esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria.
Perché tu sei il vanto della sua forza e con il tuo favore innalzi la nostra potenza.
Perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3-4. 8-11)
Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo 10, 37-42
[si consiglia di leggere anche[1]: 34 Non crediate che io sia venuto a gettare pace sulla terra; non sono venuto a gettare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa]. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di meChi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.  Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

 UN VANGELO SENZA GUANTI. Don Augusto Fontana

Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me… La Liturgia di questa domenica potrebbe soddisfare preti celibi, monaci, eremiti o piccole eroine che hanno lasciato tutti e tutto. Ma la maggioranza è fatta di gente che ha moglie e marito e figli e vecchi genitori da curare o vedovi e vedove che non hanno più nessuno da abbandonare, giovani bamboccioni disoccupati che sopravvivono con le provvidenze di genitori o nonni pensionati. Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi?
Il Card. Martini scriveva[2]: «Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica?  In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario.  Perciò l’espressione “radicalità evangelica” indica la volontà di rifarsi al Vangelo senza commenti, senza annotazioni, un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, ed indica, soprattutto, una vita fondata sulle Beatitudini evangeliche». Praticamente un Vangelo senza guanti.
Il Vangelo non è un codice morale di comandi “Devi fare…non devi prendere…”; al discepolo basta l’unico comandamento “seguimi”; da qui deriva una serie di “conseguenze” più che di “precetti”. A me e a te è lasciato il discernimento di inventare una vita evangelica riformulata nel contenitore delle nostre condizioni attuali di vita; monaci delle cose, nelle relazioni e nel lavoro.
Padre E.Ronchi: “Amare, nel Vangelo, non equivale ad emozionarsi, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, di mani, il verbo dare”.

  1. Una comunità che lascia.

Matteo innanzitutto continua a ricordare che non ci si può illudere di poter perseverare nella condizione di discepoli senza conflittualità e rotture. Così era storicamente nella sua comunità, tartassata dall’ambiente giudaico che aveva deliberato l’espulsione dalle sinagoghe e aveva imposto il divieto di incontro dei familiari con chiunque avesse aderito alla nuova “via” del Rabbi Jeshuàh (Gesù). Nel testo odierno sono presenti tre affermazioni che si concludono sempre con “Non é degno di me” (Luca in 14,26 ricorda un’altra versione: “…non può essere mio discepolo”). Gesù non demonizza l’amore ai familiari e al prossimo: «Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). Intanto è importante il verbo “amare” (Matteo, nel testo greco di oggi, usa “phileo”, voler bene, che è un verbo di amicizia, tappa verso l’agape, l’amore totalizzante e compiuto). Il pilastro, dunque, che regge la struttura cristiana nei vangeli sinottici non è “conoscere”, ma amare o seguire fino al micro gesto del donare un bicchiere d’acqua “fredda” per una bocca arida e una vita accaldata.
Qualche teologo scrive che “lasciare padre, madre, famiglia….” potrebbe significare l’urgenza di abbandonare tradizioni familiari, culturali, devozioni paesane. Papa Francesco il 19 marzo 2018 alla riunione pre-sinodale – alla quale partecipavano giovani provenienti dalle diverse parti del mondo – aveva detto: «E voi ci provocate a uscire dalla logica del “ma, si è sempre fatto così”. E quella logica è un veleno. Ma è un veleno dolce, perché ti tranquillizza l’anima oggi e ti lascia come anestetizzato e non ti lascia camminare. Occorre uscire dalla logica del “sempre è stato fatto così”, per restare in modo creativo nel solco dell’autentica Tradizione cristiana, ma creativo».

  1. Una comunità che trova.

«Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita, per causa mia, la troverà». Qualcuno ha trovato condensate, in queste parole, tutta la sapienza evangelica che riguarda il significato dell’esistenza dell’uomo e, simmetricamente, della vita di Gesù. Gesù è vissuto per gli altri.
La sua non fu una semplice “esistenza”, bensì una “pro-esistenza”, una esistenza-a-favore-di…
Non è senza significato che l’evangelista chiuda questa sezione dei discepoli perseguitati e provati con il tema dell’accoglienza. Alla comunità è chiesto di creare un ambiente accogliente per questi fratelli espulsi o scartati:

  • i profeti (gli incaricati di annunciare la Parola e interpretare i segni dei tempi),
  • i giusti (coloro che nella prassi sono esemplari nella giustizia ed obbedienti all’evangelo),
  • i piccoli (coloro che sono vacillanti e a rischio di fede).

Il tema della “comunità-nuova-famiglia” è evidentemente sottolineato dalla scelta della prima Lettura. La narrazione ha due attori principali che sono il profeta Eliseo e la donna di Sunem caratterizzata dalla sua delicata accoglienza che non si ferma all’invito a tavola, ma si trasforma in uno spazio vitale riservato al profeta. L’apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Roma: “accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7).


[1]Sembra che il verbo usato da Matteo (balein=gettare) indichi che Gesù non porge il suo Vangelo «con i guanti», ma lo «getta» senza tanti convenevoli come un sasso nello stagno o – come scrive Marco (4,26) – come un seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra».
[2] Articolo completo del Card. Martini “La radicalità evangelica nel nostro tempo”: https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9082:la-radicalita-evangelica-nel-nostro-tempo&catid=109:percorsi-di-spiritualita&Itemid=176




21 giugno 2026. Domenica 12a
DALL’ORECCHIO AI TETTI

12 domenica A 

Preghiamo. Padre, che affidi alla nostra debolezza l’annuncio profetico della Tua Parola, sostienici con la forza del Tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo Nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da Te nel giorno della Tua venuta. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Geremìa 20,10-13 (traduz. Bibbia Interconfessionale in lingua corrente).
Mi accorgevo che molti parlavano male di me e da ogni parte cercavano di spaventarmi. Dicevano: «Se qualcuno lo denuncia, lo denunceremo anche noi». Perfino i miei amici più cari aspettavano un mio passo falso e dicevano: «Prima o poi, qualcuno riuscirà a ingannarlo! Così, l’avremo vinta noi e potremo vendicarci di lui». Ma tu, Signore, stai al mio fianco, tu sei forte e mi difendi: per questo i miei persecutori cadranno e non avranno la meglio su di me. Dovranno vergognarsi perché i loro progetti andranno in fumo. Saranno disonorati per sempre e nessuno lo dimenticherà. Tu, Signore dell’universo, sai distinguere chi ti è fedele perché vedi i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo. Ho affidato a te la mia causa: sono certo che vedrò come tu punirai i miei nemici. Cantate inni al Signore! Lodate il Signore! Egli ha liberato il povero dal potere dei suoi nemici.
Salmo 69 (68)   Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.
Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera, Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza.
Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio, perché il Signore ascolta i miseri non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brulica in essi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,12-15
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

DALL’ORECCHIO AI TETTI.  Don Augusto Fontana

«Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani né appassionati né freddi né santi né peccatori, di loro, anime morte, che cosa ne faremo?» (Peguy).  E’ scritto nel Talmud ebraico (Sanhedrin 97b) che per ogni generazione esistono trentasei giusti nascosti e che grazie ai loro meriti il mondo continua a sussistere. Per chi vuol uscire dallo stato di “anima morta”, di timore e di fuga, i rischi esistono. Il discorso missionario di Gesù, riferito da Matteo nel suo cap. 10, resta un azimut di riferimento a cui alzare periodicamente gli occhi, come faremo ancora nella liturgia di questa domenica.
Dai tetti.
Tutte le istruzioni date da Gesù ai discepoli e contenute nel cap. 10 di Matteo sono riferite ad una testimonianza pubblica: «Chiamati a sé i dodici discepoli li inviònon v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato». Gesù chiede un’adesione pubblica; non gli basta un’adesione devota consumata unicamente nel segreto.
Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra…La Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».
Non temete-non scappate.
Oggi l’accento pare messo sulla FIDUCIA: l’invito a “non temere” ricorre 3 volte. Originariamente, nella lingua greca il verbo fobéo (=temere) aveva la sua radice in un verbo che significava fuggire. Quando io ho paura, cerco sempre di fuggire via; e il mio fuggire rivela le mie paure.  La formula «non temete!» ricorre 74 volte nell’Antico Testamento.
Nella prima Lettura, l’esperienza del profeta Geremia sembra essere esemplare per chi accetta di fidarsi. I suoi compaesani del villaggio di Anatot non vedono di buon occhio l’impegno di Geremia a sostenere la riforma religiosa del re Giosia. Le prese di posizione del profeta contro la corruzione del suo ambiente gli alienano amici e conoscenti, gli attirano scherni e insulti.
C’è un invito a vincere il timore ma con quale garanzia? Che Dio ci preserverà e non ci capiterà niente di male? Per noi piccoli passerotti, la traduzione italiana del testo che ascolteremo rasenta la bestemmia: “nemmeno un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”, tradotto nel proverbio popolare “non cade foglia che Dio non voglia”.  Nel testo originale greco c’è invece un Padre che cade insieme con i discepoli deboli: «nessuno di loro cadrà senza il Padre vostro (aneu tu Patròs umon)». Per quanto possiamo cadere, nella nostra vita, non c’è caduta che non veda presente il Padre, non perché si cade per sua volontà, ma perché Lui cade con noi. Nessuno cade senza il Padre. Pare che abbiamo un Dio così.
Ogni Domenica, durante la Messa, il celebrante fa una preghiera di liberazione sui fedeli:  “Liberaci, Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri a ogni turbamento,  nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesú Cristo”. Il “saldo” avverrà alla fine dei tempi: la provvidenza non è una assicurazione contro gli infortuni della vita. Potremmo riflettere sui tre “Non temete!” odierni di Gesú.
Padre Christophe, uno dei 7 monaci sgozzati nel 1996 a Tibhirine, in Algeria, aveva scritto: “Noi abbiamo dato a Dio il nostro cuore ‘all’ingrosso’, e ci costa molto che ce lo prenda al dettaglio”. Il dono totale di sé  (“all’ingrosso”) deve incominciare a consumarsi nella pazienza del quotidiano (“al dettaglio”). Come scrive Madeleine Delbrêl assistente sociale, mistica, poeta (1904-1964): “La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la Tua gloria, di ucciderci senza nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena. Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami che si distruggono col fuoco, così ci sono tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura. Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci sono fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di quelli sgranati da un capo all’altro della vita. È la passione delle pazienze” .




14 giugno 2026. Domenica 11a
IL TREDICESIMO APOSTOLO

Preghiamo. O Padre, che hai fatto di noi un popolo profetico e sacerdotale, chiamato ad essere segno visibile della nuova realtà del tuo regno, donaci di vivere in piena comunione con te nel sacrificio di lode e nel servizio dei fratelli, per diventare missionari e testimoni del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro dell’Esodo (10, 2-6a)
In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Salmo 100 (99).  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Fratelli, noi eravamo ancora incapaci di avvicinarci a Dio, quando Cristo, nel tempo stabilito, morì per i peccatori. È difficile che qualcuno sia disposto a morire per un uomo onesto; al massimo si potrebbe forse trovare qualcuno disposto a dare la propria vita per un uomo buono. Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama. Ma non basta: ora Dio per mezzo della morte di Cristo ci ha messi nella giusta relazione con sé; a maggior ragione ci salverà dal castigo, per mezzo di lui. Noi eravamo nemici suoi, eppure Dio ci ha riconciliati a sé mediante la morte del Figlio suo; a maggior ragione ci salverà mediante la vita di Cristo, dopo averci riconciliati. E non basta! Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo di fronte a Dio, perché ora Dio ci ha riconciliati con sé, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal vangelo secondo Matteo (9, 36-10, 8)
Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i dem9oni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Il tredicesimo apostolo. Don Augusto Fontana

Mi affascina l’etimologia delle parole; è come andare a bere alla sorgente evitando gli inquinamenti della corsa del fiume. Prendi, per esempio, il termine “Parrocchia” e tutti i derivati (parrocchiano, parrocchiale, parroco…). Prima di procedere nella lettura, fermati e chiediti: «cosa vuol dire per me “parrocchia”?»…..Fatto? Ora ascolta. Il termine potrebbe derivare dal lemma greco para-oikìa, cioè un provvisorio dimorare accanto (e forse anche un pellegrinare). Sorpreso? Forse. Comunque il significato originario non corrisponde all’immaginario collettivo e all’esperienza che normalmente percepiamo pensando alle nostre “parrocchie” come un ufficio o uno “sportello” con un impiegato (il parroco) che fa i turni 24 ore su 24, garantendo, quando serve, il puntuale esaudimento di servizi religiosi richiesti.
Il contesto, entro il quale si collocano sia la chiamata dei Dodici sia le origini storiche del nuovo popolo di Dio, è un contesto di mobilità, di “nomadismo”, di esilio. Il contesto spirituale entro cui prende forma la comunità dei discepoli del Signore è la diaspora e l’esilio. Non è un caso che la prima comunità cristiana si sente ‘straniera e di pellegrina’ (Ebrei 11,13; 1 Pietro 2,11).
Noi facciamo parte di un popolo che ha, di fronte al mondo, responsabilità messianica: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità….. E, strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».   Non ci distingue, dunque, il momento religioso, ma il momento messianico; non le mani giunte ma le mani aperte.
Il popolo a cui Mosè trasmette la Rivelazione di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquila cioè lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo libero.  È un popolo di sacerdoti, non un popolo con a capo i sacerdoti.  È popolo santo, non un popolo abbarbicato al culto dei santi.
Facciamo attenzione a quanto dice il Vangelo. C’è questa folla stanca e sfinita, come «pecore senza pastore». In realtà, quella folla non era senza pastori; ne aveva anche troppi!  C’era il potere politico di Roma; c’era il severo potere religioso del Tribunale del Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti.  Era un popolo ben irregimentato.  Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?  Appunto perché era un gregge stanco e sfinito dal peso della piramide dei poteri che era sopra di loro. L’uomo è stanco e sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza o nell’inerzia. La stanchezza è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida e diventa docile. È difficile vivere ogni giorno in piena responsabilità. Allora invochiamo qualcuno che ci dispensi dal fare qualcosa. Questo è il sogno più maligno dell’uomo: non esercitare la responsabilità.  E gli ebrei avevano tanti pastori pronti a sostituirsi a loro.  Più che persone sbandate erano persone inibite e represse. Si tratta di uno sdoppiamento di personalità che noi conosciamo bene: da una parte le istituzioni ci assicurano uno svolgimento tranquillo della nostra vita, dall’altra ci proibiscono di sperare: perché se uno spera è inquieto e ci deve mettere del suo.  Le istituzioni ci danno tranquillità e ci rubano la speranza: è un patto diabolico.  Gesù viene, trova questo gregge di gente stanca e fonda il nucleo di un popolo messianico. Sceglie dei discepoli che solo la nostra fantasia devota mette su un piedistallo: di fatto erano povera gente.  Il gruppo dei dodici è molto eterogeneo. Tra loro ce ne sono alcuni – Andrea, Filippo, Bartolomeo, Giacomo Alfeo, Taddeo – di cui sappiamo appena il nome. Ciò che sappiamo degli altri lascia molto a desiderare.
Il primo del gruppo è Shimon (che in ebraico significa “colui che ascolta”) che ha il soprannome di Kefas (= pietra). Appaiono poi Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni, denominati nel Vangelo di Marco “Boanerges” (figli del tuono) alludendo al loro caratteraccio e al loro estremo zelo fondamentalista; nel Vangelo di Luca, costoro desiderano che cada un fulmine e bruci gli abitanti di un villaggio della Samaria, che non vollero ricevere Gesù perché era diretto a Gerusalemme (Lc 9,51-55). I tre uniti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ebbero il privilegio di essere testimoni di tre grandi momenti della vita di Gesù: la rianimazione del cadavere della figlia di Giairo, la Trasfigurazione e la preghiera nel Getsemani. In nessuno di questi tre momenti, questi discepoli furono all’altezza della situazione. Alla fine, uno di loro, Pietro, giunge al colmo di negare il suo maestro, per ben tre volte; gli altri lo abbandonano…
Tornando alla nostra lista troviamo Tommaso, detto “Gemello” ; gemello di chi? Di me e di te che con lui vacilliamo nella fede chiedendo al Risorto di voler toccare per poter credere; poi Matteo il pubblicano detto anche Levi,  esattore delle tasse e  quindi collaborazionista con il potere romano; socialmente e religiosamente considerato allo stesso livello dei ladri, dei peccatori e delle prostitute; poi  “Simone il Cananeo” che il Vangelo di Luca chiama zelota, (Lc 6, 15); gli Zeloti erano forse terroristi che organizzavano la ribellione contro il dominio romano; poi Giuda Iscariota che tradisce Gesù. Una manciata di uomini presi dal basso, anche loro stanchi. C’è posto anche per me e per te. E li manda come popolo messianico: andate e annunciate, liberate, accogliete!  L’intera storia umana è un segno del passaggio continuo, mai compiuto, dal regime di inerzia a quello di responsabilità attiva.  E noi cristiani siamo un popolo messianico non perché preghiamo. Il cristiano si distingue dal fatto che ci mette una vita per tentare di liberarsi dagli idoli/faraoni. Questo richiede da noi la capacità di liberare la nostra coscienza da ciò che la rendono suddita, etero-diretta, gestita da altri.  Questo “rompere le catene!” attraverso una meditazione critica della Parola di Dio è un momento essenziale della vita cristiana.
Un tempo si misurava il cristiano dalla capacità delle sue devozioni personali e dalla docilità agli ordini ricevuti. Dopo il Concilio Vaticano II la nostra maturazione si misura sulla capacità di responsabilità unita alla capacità di essere popolo e non semplicemente folla.  Ovunque c’é passività ivi c’è l’opposto del Regno di Dio.
Ma perché viene costituito questo popolo santo, popolo sacerdotale?  Perché sia a servizio: «Andate, dite che il Regno di Dio è vicino!» E la prova qual è? «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. E siccome tutto vi è stato dato gratuitamente, date tutto gratuitamente». E’ un compito messianico che riguarda le attese umane fin nelle loro radici carnali.
L’evangelista Marco riferisce un fatto accaduto a Gesù durante un incontro con la folla: «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare» (Mc 8) e chiamati a sé { testo greco: proskaleomai} i discepoli»… e poi narra che Gesù moltiplica i pani e i pesci:<< Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla.. Il verbo proskaleomai (chiamare a sé), tradotto letteralmente, può anche significare «chiamare in rinforzo», infatti chiama i discepoli per aiutarlo a distribuire i pani. Non si tratta, dunque, di un invito alla sequela mistico-religiosa, ma di una chiamata in rinforzo di quanto lui sta facendo.
“Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale delle Chiese in Italia” è il documento presentato durante l’ultima Assemblea generale della Cei nel maggio scorso 2026. Un testo che mette a fuoco alcune priorità; al centro la necessità di riconnettere Vangelo e vita, di ripensare l’iniziazione cristiana, di valorizzare i ministeri battesimali. Il Card Repole di Torino ha detto: «Veniamo da un’epoca nella quale, dentro comunità che si percepivano normalmente cristiane, il ministero realmente riconosciuto era soprattutto quello del prete. Il Concilio Vaticano II ci ha aiutati molto, anche con il ripristino del diaconato permanente, ma ha pure posto le premesse perché esistano ministerialità fondate non sul sacramento dell’Ordine, bensì sul Battesimo. Oggi possiamo pensare a comunità nelle quali ci sono il ministero del prete, il ministero del diacono, ministeri riconosciuti dei battezzati e tanti ministeri di fatto, tutti però a servizio della vita evangelica e dell’annuncio del Vangelo».  Il Cammino sinodale, infatti, ha mostrato anche l’urgenza «di rinnovare la forma delle parrocchie», perché diventino sempre più i luoghi di una «corresponsabilità differenziata», e si trovino modi sempre più evangelici per essere «presenza profetica» negli ambienti di vita, fuggendo la tentazione di chiudersi in una spiritualità individualista.
Buon lavoro a te, dunque, tredicesimo apostolo!




7 giugno 2026. Corpo e Sangue
Per ricordare, mangiare insieme, vivere.

Corpo e sangue del Signore – 7 giugno 2026

Preghiamo. Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Deuteronòmio 8,2-3.14-16
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
Salmo 147.  Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,16-17
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58.
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 Per ricordare, mangiare insieme, vivere. Don Augusto Fontana

Le origini della festa di oggi risalgono al Papa Urbano IV  che la istituisce l’ 11 agosto 1264 sotto la spinta di 3 donne beghine[1]. Era appena accaduto uno strano “miracolo” a Bolsena dove – si diceva – un’ostia aveva perso gocce di sangue.
E’ una festa che duplica la solenne celebrazione del Giovedì santo. Quando io sarò Papa la eliminerò. Ma per ora, visto che c’è, ne visiterò il significato concentrandomi su tre verbi: ricordare, mangiare insieme, vivere.
Ricordare.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto fareNon dimenticare il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire…ti ha condotto…ha fatto sgorgare…ti ha nutrito». Il verbo greco Mnemonéuo corrisponde al verbo ebraico Zakar e al suo sostantivo Zikkaron che traduciamo con Memoriale (“Questo giorno sarà per voi le-zikkaron, il memoriale” Es. 12,14). Il Memoriale, nella Bibbia, non significa tornare con la memoria a eventi passati, ma diventarne protagonisti, trapiantando nel tempo presente un evento passato. Il ricordomemoriale fonda le grandi feste d’Israele: Peshach per celebrare l’uscita dall’Egitto; Shavu’ot per celebrare il dono della Torà dopo l’uscita dal deserto, Shabat per celebrare il settimo giorno della creazione. Un tipico esempio di ricordo coinvolgente e sconvolgente ce lo riferiscono i vangeli sinottici in occasione del tradimento di Pietro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: Prima che il gallo canti… E pianse». Si ricordò e pianse. Così occorre ricordare! L’evento passato si incunea nel tuo oggi e si attorciglia nelle fibre sensibili della tua vita, le scuote e tu ne diventi protagonista. Il ricordo è un processo di comprensione che nasce dallo Spirito Santo: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi; ma lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,25-26).
La catechesi biblica e liturgica di Israele e della Chiesa ci conduce a diventare ruminanti cioè ricordanti, come dice Antonio, antico padre del deserto: «Al cammello basta poco cibo. Egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Imitiamo il cammello: recitiamo ogni parola delle sante scritture custodendola in noi finché non l’abbiamo compiuta». L’Eucaristia domenicale è il tempo della nostra ruminazione comunitaria. San Gregorio di Nazianzio[2] afferma che “ricordarsi di Dio è più necessario che respirare; e, se così si può dire, non dobbiamo fare altro“. Noi siamo come Gomer la sposa del profeta Osea il quale dice di lei: “seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me” (Osea 2,15). La sostanza profonda dell’infedeltà di lei è proprio il suo dimenticare infrangendo il legame dell’alleanza. Scrive Geremia: “più mutevole di ogni altra cosa è il cuore, difficilmente guaribile” (Geremia 17,9). Per questo Osea dichiara: ” ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Osea 2,16). Il ricorso a un luogo della “memoria che salva” è la scelta estrema di un Dio che rinuncia a ritirare gli alimenti alla sua sposa e la richiama nel luogo del fidanzamento per nutrirla di sussurri, di baci e di pane: «Prendete e mangiatene tutti…Fate questo in memoria di me».
Ma il Ricordare liturgico dell’Eucaristia si riferisce anche ad un altro aspetto messo in evidenza da due secche domande di Paolo nella seconda lettura: «E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?». Che è come dire: «Ricordatevi che poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo». L’Eucaristia fonda la chiesa, ha scritto Giovanni Paolo II  in due  Lettere Encicliche[3]: «Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell’umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del corpo di Cristo. L’Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo crea comunità fra gli uomini». L’apostolo Paolo è costretto a inviare alcune righe di fuoco alla sua amata comunità di Corinto (1 Corinti 11): «Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.  Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco…Volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?». La discriminazione e l’indifferenza reciproca durante e dopo l’Eucaristia fu anche un grave dispiacere per l’apostolo Giacomo (Giac. 2): «Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro  al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito  logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite:  “Tu siediti qui comodamente”,  e al povero dite:  “Tu mettiti in piedi lì”,  non fate in voi stessi  preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?». Ricordati, dunque, che facendo comunione con il Corpo e Sangue di Cristo, tu apri la bocca per “mandar giù”(accogliere) anche fratelli e sorelle della comunità.
Mangiare insieme.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». In poche righe la parola pane è citata 5 volte, carne e sangue 10 volte; mangiare e bere 11 volte.
Quando fu istituita la festa di oggi circolavano strani teologi, Albigesi o Catari, considerati poi eretici, i quali riprendendo le teorie dei Manichei, consideravano la materia come opera del diavolo; di conseguenza l’Incarnazione e i Sacramenti – Eucaristia compresa – altro non erano che inganni diabolici. Mi sembra di sentire ancora oggi l’odore acre di questa fede evanescente quando mi si dice: «Io sono molto cristiana anche se non vado a Messa». I Vangeli di Matteo, Marco e Luca ci ricordano il realismo della fede: «Prendete questo pane e masticatene tutti e bevete questo calice. Fate questo in memoriale di me» che ha il suo riscontro soprattutto nella storia dei discepoli di Emmaus, riscaldati dal Memoriale delle sue Parole e vivificati dal Memoriale della Cena: «Lo riconobbero allo spezzare del pane». Giovanni sembra ancora più realista: «Lavò loro i piedi e disse “lavatevi i piedi tra di voi come io ho fatto a voi”». Carne, pane, vino, sangue, piedi; masticare, bere, lavare: è la fine di una fede evanescente, intimistica, ideologica, anagrafica, sociologica! La materia in azione (spezzare…distribuire…mangiare) è luogo di rivelazione; la croce abitata da un grumo di carne che si proclamava Figlio di Dio è il nuovo tempio; il giorno dopo il sabato è il nuovo santuario; una tomba vuota (il battistero?) è il giardino degli appuntamenti amorosi con Dio come lo fu un tempo il deserto pieno di paure e di serpenti velenosi, di tradimenti e di speranze, di rocce umide di acqua, di un arbusto nutriente e sconosciuto: «Man-hu? Cos’è questo?» si chiesero gli Israeliti inventando così un nome nuovo (manna) a quel succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia del Fraxinus ornus e che si rapprende rapidamente a contatto dell’aria.
In questa nostra strana epoca materialista si snobba, chissà perché, un Dio che viene a noi attraverso il realismo della Incarnazione, della Parola e dei segni sacramentali, della carne dei poveri; in questa nostra strana epoca di banchetti ipercalorici si snobba un Dio che viene a noi nell’atto del mangiare masticando (Giovanni usa due verbi: fàgō = mangiare e trògō = masticare); in questa nostra strana epoca dell’oblio del passato e del futuro e che divora bulimicamente il tempo presente (patologia chiamata “cronofagia”, divorare il tempo) si snobba un Dio che ci invita a ricordare-meditando, fare memoria-celebrando, non dimenticare quello che fummo e quello che saremo con Lui.  Pane e vino, non solo frumento e uva: pane e vino frutti sì della terra ma anche del lavoro di uomo/donna. Materia che sa di terra e di sole e di vento e di rugiada, ma anche di sudore di ascelle e piedi, e di gemiti dagli oppressi e di grida dai liberati. Santa materia sacramentale di Dio, carne di Dio, nutrimento e memoria, lavoro e celebrazione, Santa Eucaristia di gratitudine e lode, di canto e condivisione. Corpo e Sangue.
Vivere.
Nel Vangelo di oggi, per 9 volte in poche righe risuona la vita. Padre Ermes Ronchi scrive: «Vivere, canto supremo dell’essere, grido ultimo d’ogni salmo; vivere per sempre, vertigine della speranza. Ma il vangelo pone una domanda: che cosa ti fa vivere? Io vivo di persone. L’uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l’uomo muore. Tutti potremmo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto gli scorpioni o i serpenti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando, disperati, credevamo di non farcela e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Se sono sopravvissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio»[4].


[1] Beghine e begardi dal 1150 erano associazioni religiose formatesi al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica in una vita laicale monastica. Furono proibite dal Concilio ecumenico lateranense del 1215.
[2]  Nasce a Nazianzio in Cappadocia nel 329; è stato vescovo e teologo; fu maestro di san Girolamo.
[3] Dies Domini 1993; Ecclesia de Eucharistia 2003.
[4] Persi nel deserto, è l’altro il nostro pane. p. Ermes Ronchi (02-06-2002)




Pregare IL MISTERIOSO nella nostra storia

PREGHIERA DI CONTEMPLAZIONE di 13 Nomi di Dio

 Benedetto il tuo  Nome per sempre.

Dio Unico, ma non solitario; Dio santo, fonte di ogni santificazione.
Dio vivente da sempre e per sempre, senza tempo né luogo, Dio misterioso che ti sei rivelato in Gesù di Nazareth e ti fai trovare nei suoi piccoli fra noi.
Dio Amore che ti doni senza disperderti. Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi creature della Tua
Dio che riveli la tua potenza cingendoti il grembiule del servizio.
Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle nostre mani laboriose.
Dio Padre-misericordioso e non Padre-Padrone. Dio Madre e Sposo per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza.
Dio estremo, Tutt’Altro da ciò che pensiamo, celebriamo, diciamo di te.
Dio che sei risvegliato dai profumi dell’amore di poveri e pagani e non gradisci profumi di incenso senza giustizia, dono e perdono.
Dio sentinella vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento.
Dio di promesse che tardano, perché un giorno per te è come mille anni.
Dio non geloso della nostra gioia e felicità, ma insidioso del nostro benessere che sfrutta la tua creazione e le tue umane creature.
Dio a bocca aperta per suggerire chi sei e chi siamo, per alitare vita e per convocarci in assemblea.
Dio pane friabile e vino di gioia per la tua e nostra domenica.




31 maggio 2026. Padrefigliospiritosanto
UN DIO MISTERIOSO

Preghiamo. Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo. Per Gesù Cristo il nostro Signore.. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 34,4-6.8-9
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio, misericordioso, pietoso, lento all’ira, ricco di tenerezza e di fedeltà, [7che conserva la sua tenerezza per mille generazioni, che perdona colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione][1]. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo dalla testa dura, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».
Salmo di Daniele 3,52-56.  A te la lode e la gloria nei secoli.
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 13,11-13
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

UN DIO MISTERIOSO. Don Augusto Fontana.

Oggi faccio mia, sempre più spesso, la preghiera del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto [misterioso]» (Is 45,15).
Mai sentito parlare di Manoach padre di Sansone? (cf. Libro dei Giudici cap. 13). Manoach aveva una moglie sterile alla quale appare più volte un “angelo” che le promette fecondità. Finalmente anche Manoach riesce ad incontrare il misterioso personaggio che gli promette il figlio: «Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?». L’angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso”».
Sono stretto nella morsa tra il dover tacere e il dover nominare questo Nome Misterioso e Nascosto. E chissà quante volte ne ho parlato e scritto a vanvera. Ne dovrò rispondere quando il suo Nome e il Suo Volto mi si riveleranno così come sono e non così come lo ho rappresentato.
Nella Bibbia i Nomi di Dio non si contano più: Elohim=Dio; El-Shaddaï= onnipotente; El-Elyon=Altissimo; El-Roï=Dio che vede; El-Kanna=Dio geloso; El-Haï=Dio vivente; El-Olam=Dio eterno; Adonaï=Signore; Abba= Padre -; Ehyeh=Io sono; Ehad= Uno; Misgav= rifugio; Aman=Roccia; Agape=Amore  ecc (cf. nota 1).
Il Concilio di Nicea nel 325 d.C. e il Concilio di Costantinopoli del 381 hanno definito ufficialmente la dottrina della Trinità; l’espressione «un’unica natura divina in tre persone uguali e distinte» è chiaramente un tributo alla cultura filosofico-teologica del tempo e difficilmente trova riscontro – come linguaggio – nella Scrittura.
Quando il Capitolo Generale dei Cistercensi nel 1230 elevò la festa della Santissima Trinità al rango di celebrazione liturgica, venne specificato che non doveva esserci nessuna predica “a motivo della difficoltà del soggetto” (cfr. B. Daley, Communio 21). Dal momento che il “soggetto” della Trinità era troppo complesso per la cristianità del XIII secolo, ci si può ben chiedere da quale punto si possa partire per affrontare oggi lo stesso tema, e quali applicazioni pratiche abbia la dottrina per il cristiano moderno.
Le letture di oggi ci rivelano frammenti del volto o del Nome di Dio.
La prima lettura (Esodo) lo rivela come un Dio “compassionevole e misericordioso, lento all’ira e pieno di clemenza e fedeltà”; e questo immediatamente dopo l’episodio del vitello d’oro. Come per evidenziare il contrasto tra l’infedeltà del popolo e la fedeltà di Dio.
I profili biblici divini non rimandano solo alla paternità e mascolinità, ma anche alla femminilità materna. Il pensiero corre al delizioso Salmo 131,2: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre». Oppure potremmo rimandare all’altra comparazione di Isaia 66,13: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Nel cantico di Mosè, presente in Deuteronomio 32, il Signore entra in scena come padre (v. 6: «Non è lui il padre che ti ha creato, lui che ti ha fatto e costituito?»). Ma poco dopo, designato col titolo classico di “roccia”, “rupe”, acquista un volto materno: «Tu hai trascurato la Roccia che ti ha generato; hai dimenticato il Dio che ti ha partorito» (32,18). Il verbo “partorire” (hîl) è specificamente femminile e materno. Celebre, infine, è il testo di Isaia 49,15: «Si dimentica forse una donna di amare teneramente il figlio del suo ventre? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!».
Nella seconda lettura, Paolo ci rivela il mistero di Dio mediante il saluto trinitario all’assemblea: “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano sempre con voi“.
Da ultimo, il Vangelo di oggi è uno di quei testi, vertice della letteratura biblica, che rivelano una luce speciale: “Dio tanto amò il mondo che offrì il suo figlio“.
Questi saranno i veri fondamenti della nostra festa.
In primo luogo il Dio d’Israele e di Gesù è un Dio inserito nella storia. L’antico e il nuovo popolo di Dio non giungeranno all’esperienza di Dio né attraverso la natura (mediante le religioni naturali), né attraverso la filosofia (mediante le elucubrazioni dei filosofi), ma attraverso la storia. Da qui il Credo d’Israele e della chiesa si definisce come Credo storico; è impossibile proclamare questo Dio, tralasciando i grandi avvenimenti della storia di salvezza: “nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto“: sono dati storici puntuali. Tralasciare la storia, sarebbe disincarnare la fede. Un Dio spogliato della storia non sarebbe il Dio dei cristiani.
In secondo luogo, in questa storia piena di luce e di ombre c’è una “rivelazione progressiva”. Quando eravamo bambini avevamo un’esperienza di Dio che è venuta maturando poco alla volta diventando adulti. Si tratta di un principio della pedagogia divina. Il mistero di Dio “uno e trino” è frutto di questa esperienza di rivelazione progressiva nella storia. Rivelazione vertice, espressione di maturità: Dio non è un essere isolato, distaccato dalle realtà temporali, solitario. E’ un Dio comunitario, famigliare, sociale, fraterno… Il vertice di tutta la rivelazione biblica è questo: Dio è amore.
La Trinità? Un abbraccio, non un concetto[2]
Io che sono lento a credere, come potrò cogliere qualcosa della Trinità? Una strada c’è, e non è quella delle formule e dei concetti. Dio non è una definizione ma un’esperienza. In uno dei capolavori di Kieslowski sui Dieci Comandamenti, Decalogo I, il bambino protagonista sta giocando al computer. Improvvisamente si ferma e chiede alla zia: «Com’è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, in questo momento?». Pavel non vuole sciogliersi dall’abbraccio, alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Pavel, Dio è così». Dio come un abbraccio. Se non c’è amore, nessuna cattedra sa dire Dio. Dio come un abbraccio: è il senso della Trinità. Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione. Se il nostro Dio non fosse Trinità, vale a dire incontro, relazione, comunione e dono reciproco, sarebbe un Dio da delusione, assente e distratto.
Trinità e Chiesa: una polifonia.
«Voi non fatevi chiamare rabbini perché è uno solo il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). L’odierno contesto socio-culturale è segnato da un marcato iper-individualismo e questo non ci aiuta per una esperienza di Chiesa come fraternità e sororità. Spesso nelle nostre comunità i ministri ordinati si comportano, o vengono considerati per pigrizia e interesse, come capi indiscussi. Perciò non sorprende il vedere il ruolo ancora subalterno dell’altra parte più numerosa del popolo di Dio, cioè dei cristiani laici. E neppure sorprende di constatare ancora oggi nella Chiesa, a oltre 60 anni dal Concilio Vaticano II l’assenza di una vera Sinodalità, vale a dire la capacità di camminare insieme, dialogare nella carità, progettare e decidere insieme, al fine di trovare un vero consenso ecclesiale. Una Chiesa che nasce dalla Trinità è una Chiesa capace di vivere in Sinodo permanente non solo all’interno della Chiesa, ma anche con la società civile. Prevale ancora la smania di schierarsi in campi contrapposti, in nome di “valori non negoziabili” o a difesa di una “cultura cattolica”. È vero: la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Ma neppure è una monarchia teocratica che insegue l’idolatria del capo. Diciamo, allora, che è una fraternità. La categoria di fraternità, letta in chiave teologica, ci permette di superare sia la visione populista che quella gerarchica e piramidale della Chiesa. Il fondamento sta innanzitutto nella comunicazione dialogica tra il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II afferma che “la Chiesa universale si presenta come un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen Gentium, 4). Scrive ancora: “il Verbo incarnato, primogenito tra molti fratelli… dopo la sua morte e risurrezione ha istituito attraverso il dono del suo spirito una nuova comunione fraterna, in quel suo corpo che è la Chiesa, nel quale tutti, membri tra di loro, si prestassero servizi reciproci, secondo doni diversi loro concessi” ( Gaudium et spes 32).
Papa Francesco durante l’assemblea della CEI il 20 maggio 2019 aveva detto ai Vescovi che la Sinodalità: “è la cartella clinica dello stato di salute della Chiesa italiana e del vostro operato pastorale ed ecclesiastico”.


[1] Elenco dei 13 Nomi di Dio secondo il testo ebraico di Esodo 34: YHWH (Il Signore), YHWH (Il Signore), El (Dio potente), Rachum (Misericordioso), Chanun (Gratuito), Erech Apayim (Lento all’ira), Rav hesed (Ricco in amore), Emet (Fedele), Notzer hesed la-alafim (Che conserva la bontà per mille generazioni), Noseh avon (Che perdona l’iniquità); Noseh pesha (Che perdona la trasgressione), Noseh Chata’ah (Che perdona il peccato), Ve-nakeh (Che assolve).
[2] P. Ermes Ronchi (26-05-2002)




Voi in me e io in voi
P. Ermes Ronchi

VI Domenica di Pasqua Anno A
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

L’amore che ha cambiato la storia. padre Ermes Ronchi  (05-05-2002)

Se mi amate. Con questo verbo, il più importante del nostro vocabolario, che circondiamo di tanto pudore e di tante attese, Gesù entra nei nostri sentimenti più intimi, li rivendica per sé, ed è la prima volta, e per la storia che vuole cambiare. Non si tratta di un ordine, non di un imperativo, ma piuttosto di una constatazione: chi ama osserverà, diverrà per lui naturale, quasi un automatismo del cuore, osservare il suo comandamento, il nuovo, l’unico: amatevi come io vi ho amato (Gc 13,34). L’amore cambia la vita, non è un vago sentimento misto di fascino e di timore che Gesù propone: se ami non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, restare indifferente. Ama e fa quello che vuoi (sant’Agostino). Se ami non potrai che osservare una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. Ma è facile o difficile amare Cristo? Per sette volte oggi, nei sette versetti del brano, Gesù parla di unione: una passione di unirsi corre dentro la storia di Dio e dell’uomo. Passione di unirsi per cui Dio è diventato, in principio, il respiro stesso di Adamo; per cui per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una ragazza di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità, comunione assoluta.
E qui Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi. Fino a che l’altro diventi tua dimora e tua casa. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. In Dio per primo c’è questa passione, lui per primo viene incontro, è lui che cerca casa, a noi compete il lasciarci amare, e questo è finalmente, gioiosamente facile e bello. Amare Cristo è facile come lasciarsi amare. Allora i comandamenti altro non sono che vie per l’unione, passione di fare ciò che Dio fa’, di partecipazione alla stessa energia di vita, di respirare il suo respiro non più un ordine esterno, ma un modo per assomigliare a Dio, espansione di una storia di comunione, il traboccare verso l’esterno di una sintonia interna. Questo è il comandamento: passione di unirsi a Dio e quindi di agire con lui e come lui nella storia, essere le sue mani, un frammento del suo cuore. Nessuna etica vive senza una mistica.
Non vi lascerò orfani, perché io vivo e voi vivrete. Orfano è parola ed esperienza legata alla morte. Ma chi ama vive, forte come la morte è l’amore, le grandi acque non possono spegnerlo, né i fiumi travolgerlo. Vivrete perché io vivo: la passione di unirsi è diventata passione di far vivere.

Il sogno di Gesù è abitare nell’uomo. Ronchi (26/05/2011)

Se mi amate osserverete i miei comandamenti. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà: Gesù, uomo libero, è una parola liberante. Se mi amate osserverete i miei comandamenti Non si tratta di una ingiunzione, ma di una constatazione: quando ami accadono cose, lo sappiamo per esperienza: tutte le azioni si caricano di gioiosa forza, di calore nuovo, di intensità inattesa. Lavori con slancio, con pienezza, con facilità, come il fiorire di un fiore spontaneo. Osserverete i comandamenti miei. La costruzione della frase pone l’accento su miei. E miei non tanto perché dettati da me, ma perché da me vissuti, perché mia vita. Non si tratta di osservare i 10 comandamenti, ma la sua vita! «Se mi ami, metti in pratica la mia vita. Se mi ami, diventi come me!» Amare trasforma, uno diventa ciò che ama, le passioni modificano la vita. Se ami Cristo, lo prendi come misura alta del vivere, per acquisire quel suo sapore di libertà, di mitezza, di pace, di nemici perdonati, di tavole imbandite, di piccoli abbracciati, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere.
Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Per sette volte nei sette versetti di cui è composto il brano, Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in me. Lo fa adoperando parole che dicono unione, compagnia, incontro, in una specie di suadente monotonia: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi. Uno diventa ciò che lo abita! Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di relazione. Cerca amore. E il Vangelo racconta la passione di unirsi di Gesù a me usando una parola di due sole lettere in: io nel Padre, voi in me, io in voi. Dentro, immersi, uniti, intimi. Tralcio unito alla madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla nel grande braciere della vita, respiro nel suo vento. Gesù ribadisce che l’amore suo è passione di unirsi a me. E questo mi conforta: che io sia amato dipende da Lui, non da me; l’uomo può anche dire di no a Dio, ma Dio non può dire di no all’uomo. Tu puoi negarlo, lui non potrà mai rinnegarti.
Infatti: non vi lascerò orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai, mai orfani, mai separati. La presenza di Cristo in me non è da conquistare, non è da raggiungere, non è lontana. È già data, è dentro, è indissolubile, fontana che non verrà mai meno. E infine l’obiettivo di Gesù: Io vivo e voi vivrete: far vivere è la vocazione di Dio, Gesù è venuto come intenzione di bene, come donatore di vita in abbondanza (Gv 10,10). La sua è anche la nostra missione: essere tutti nella vita datori di vita. (Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14, 15-21).

Il giogo leggero dei comandamenti del Signore.  Ermes Ronchi (Avvenire 18 maggio 2017 )

La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà.
Ma, se mi ami, sarai trasformato in un’altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie.
In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non detta regole, si fa mendicante d’amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera.
Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.
Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.
Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l’elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret.
I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.
«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.




10 maggio 2026. Domenica 6a Pasqua
INTERIORITÀ, TRASPARENZA, IMPEGNO

6a Domenica di Pasqua 

Preghiamo. O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Salmo 66 (65)  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome, dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!  A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome». Venite e vedete le opere di Dio, stupendo nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume: per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che onorate Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3,15-18
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

INTERIORITÀ, TRASPARENZA, IMPEGNO[1]

Il brano del Vangelo di Giovanni svela l’interiorità del credente, che non è un orfano che vive in solitudine piegato su di sé; specie nei momenti di disperazione, quando ogni appiglio della storia gli si spezza nelle mani. Il credente ha in sé la presenza del Padre e dello Spirito consolatore (il termine greco para-kletos significa “chiamato vicino”) e del Figlio.
Nel Lettera di Pietro, la manifestazione della fede non appare come propaganda o proselitismo nei confronti dei non credenti, ma come trasparenza di una speranza capace di scuotere ma con dolcezza mite.
Gli Atti degli Apostoli rivelano l’impegno: Filippo va ad annunciare il Vangelo nella Samaria. La Samaria era, per l’antico Israele, una regione emarginata. Non c’era stima dei giudei verso i samaritani. Ed è proprio lì che va Filippo e non solo annuncia ma libera i malati, gli oppressi, gli indemoniati. E «vi fu grande gioia in quella città».
I tre passi della fede.
Tre momenti dunque: interiorità, trasparenza, impegno. Sono tre tappe di un cammino della vita di fede.

  1. Innanzitutto il Vangelo ha una parola toccante, quando ci dice che non saremo lasciati orfani. L’immagine dell’orfano è l’immagine dell’uomo senza paternità e maternità, senza riferimenti di cuore. Aver fede significa uscire da questa solitudine, è stabilire un rapporto di dialogo interno con una paternità. E perché mai questa certezza della paternità di Dio, a dispetto di tutte le prove tangibili? È importante non dimenticare che il Vangelo non fonda mai la certezza della paternità di Dio sull’evidenza delle cose. Il Vangelo chiama in causa lo Spirito. È la forza dello Spirito che ci rende certi. Di questa forza dello Spirito non si danno argomentazioni. Non è un oggetto dimostrabile; è una forza sperimentabile. Così come ragionando mille anni su che cosa è l’amore, non si capisce niente se non lo si è sperimentato, a maggior ragione lo Spirito Santo non significa niente se non se ne ha l’esperienza. L’esperienza interiore dello Spirito è il momento della certezza della paternità di Dio. Se abbiamo la certezza che viene dallo Spirito, noi sappiamo che c’è un luogo in cui si è manifestata la paternità: è Gesù, il Signore. Scrive P. Ermes Ronchi: «Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi».
  2. Però se ci presentiamo agli altri come manifestiamo la nostra speranza? Nella Lettera di Pietro ci sono parole che hanno una delicatezza moderna: «Fate questo con dolcezza e rispetto». Ci sono modi di ostentare le certezze interiori che sono irriguardosi e provocatori. Si può utilizzare la fede come un randello. In un mondo che si dispera, andare a raccontare che tutto è bello, che Dio è Padre, può essere una provocazione irrispettosa. Camminare con una rosa in mano in mezzo alle rovine del mondo non è una dimostrazione di amore, ma una forma di narcisismo sfacciato. Dobbiamo riapprendere il rispetto per gli altri. Può anche capitare che una processione non sia più un segno eloquente ma irrispettoso. Le certezze che vengono dal Padre non si gridano per sconfiggere gli altri. Con un non-credente il linguaggio della fede non è un punto di incontro. Il punto di incontro è la speranza. La speranza è il nome laico della fede, è il nome partecipabile. Per dare le ragioni della nostra speranza in un linguaggio rispettoso essa deve entrare dentro gli spazi delle speranze dell’uomo. Il Signore ha camminato accanto all’uomo e si è messo a sedere accanto a lui. Non ha imposto le sue speranze, è entrato nella disperazione del paralitico, del padre a cui era morta la figlia, della samaritana dal cuore agitato ed arido. La vita eterna, di per sè, è molto più importante di questa che viviamo. Ma nell’ordine dell’amore, l’essenziale può essere il bicchier d’acqua dato all’assetato e il pane dato all’affamato. È questo un punto critico della nostra fede. Lo vediamo; in un tempo di crescenti disperazioni, non siamo in grado, come credenti, di essere testimoni della speranza. Le piazze, gli assembramenti umani, dei giovani in specie, non tollerano più nessun riferimento al Vangelo perché la parola evangelica non ha più senso. Essa deve ritrovare la via all’interno delle speranze che agitano il cuore dell’uomo collettivo e individuo.
  3. Il terzo momento è quello della gioia della città. La città di Samaria (scomunicata, emarginata, praticamente un lebbrosario) che all’improvviso fiorisce nella gioia è un emblema degli effetti della presenza cristiana in mezzo agli emarginati, in mezzo alla città. Io sono credente se il mio impegno è un impegno di liberazione, se io caccio i demoni dall’uomo. Una pietà cristiana che non sia molle ma forte, deve entrare nella circolazione della vita collettiva.

[1] Elaborazione da Il mandorlo e il fuoco di P.Ernesto Balducci  Vol. 1 – Ed Borla.




Io, cappellano in carcere e quel frigo negato
Don Riboldi

Io, cappellano in carcere e quel frigo negato: se vince la logica della punizione

di David Maria Riboldi (Cappellano Casa Circondariale Busto Arsizio e Fondatore La Valle di Ezechiele)

AVVENIRE 2 maggio 2026

Dal carcere di Busto Arsizio il racconto della realtà dei detenuti: “Sempre più restrizioni e scomodità. Sottinteso: hanno sbagliato, devono pagare”

Niente più frigo nelle celle! E lo sentiamo il coro che si alza, quello della società cosiddetta “civile”: beh sono in galera, non in un albergo! È giusto! Hanno sbagliato: devono pagare. Sottinteso: devono stare scomodi o, meglio ancora, più caustico: devono soffrire. Hanno fatto soffrire gli altri, ora tocca a loro. Niente frigo. Ci sta. Anzi: chi glieli ha messi? Del resto l’organo deputato alla gestione delle carceri si chiama “Amministrazione penitenziaria”. Ossia amministrazione della penitenza, della sofferenza, di quel quid afflittivo che sarebbe necessario a proteggere la società con le sue regole e a fare da effetto deterrente. Spoiler: non ha mai funzionato granché. Ora, questa gestione della sofferenza accade con circolari, alcune della quali hanno avuto una certa eco mediatica. Nel 2023 l’entrata in vigore di quella che venne interpretata come un tornare alle celle chiuse tutto il giorno (prima, nelle sezioni, ci si poteva muovere; e comunque non in tutte). Noi cappellani delle carceri di Lombardia nel febbraio 2024 abbiamo scritto una lunga lettera contro. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Qualche mese fa, nel 2025, la circolare che dosava un più di sofferenza limitando le attività e gli ingressi dall’esterno. Tutte le associazioni a tutela dei diritti delle persone in carcere si sono sollevate contro: da Nessuno tocchi Caino ad Antigone. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Ora il pensiero al frigorifero. Che poi, avverto i lettori: non pensate ci siano in tutte le celle di tutti i penitenziari d’Italia. A Busto mi pare giusto nei reparti detti “trattamento intensivo”.  Bisogna ammettere che questa cosa del “pagare”, della sofferenza inflitta, noi ce l’abbiamo dentro. È qualcosa di atavico. Quando alleviamo i cuccioli d’uomo, così facciamo: una punizione per una trasgressione, un premio per un gesto virtuoso. La logica del merito. Antichissima nelle istituzioni della pedagogia. Andiamo all’antica Grecia, alle fondamenta di quel che amiamo chiamare “educazione”. E, come sempre, è inutile negarlo: c’è tanta saggezza qui dentro. Ma… vale per ogni tipo di sofferenza? Ogni sofferenza ha valore educativo? Esemplifico: la sofferenza che serve per capire il proprio errore… è l’assenza del frigo? Avere una manciata di minuti di telefonate alla settimana (a seconda dell’Istituto in cui si è)? Stare chiusi in cella tutto il giorno, tolta l’aria o qualche corso là dove si riesce? Magari in 3 in una cella da 1? È questo il dolore che rende migliori? Non solo. Attenti bene: vi porto in galera. Spesso, proprio l’indigenza delle condizioni esteriori diventa l’alibi per obliare un vero e onesto lavorio interiore. Un carissimo ragazzo, brillante e di grande simpatia, quando venne nel mio studio, gli chiesi: “Che fai nella vita?”. “Don, io faccio i reati e li pago; faccio i reati e li pago. Tutto qui”. Quasi che il sottostare alle regole “penitenziarie” della sofferenza esteriore della vita intramuraria lo abilitasse a fregarsene di cambiare davvero. Lui i reati li paga. E tu che vuoi? Che cambi anche vita? Nessuno gliel’ha chiesto! La collettività gli chiede giusto la sofferenza del corpo, della spazialità ristretta, del tempo allungato e vuoto. Non si agita per favorire una messa a soqquadro delle geometrie dell’anima. Di quello che, se toccato davvero, potrebbe sì generare una vera sofferenza: veder crollare le proprie certezze, respirate in famiglia e tatuate sulla strada. Specchiarsi e non riconoscersi più, perché si va a toccare qualcosa dentro. mandare al macero l’immagine di sé, faticosamente costruita sul rispetto di quegli altri che ti hanno apprezzato così: criminale. Imparare a dire: “Ho sbagliato”. Non solo perché sono finito in galera… ma perché ho fatto del male a qualcuno. Non è forse questa la sofferenza, capace di tracciare traiettorie di senso?  Avvertenze per l’uso: mai da soli. La rinascita, come la nascita, non è mai esperienza monadica. Nasco da qualcuno, con qualcuno. E torna anche qui: con dolore. Quello giusto. Quello che ci vuole. Quello che… s’imparenta con la parola “senso” “Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto”. Così dice Gesù a Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni. E il percorso storico delle sanzioni penali, passato, per dirla con Michel Foucault, dal punire il corpo a punire l’anima, non ha mai compiuto nel merito la ricerca di una compunzione interiore che potremmo veramente dire “salvifica”. Generativa. Allora c’è sofferenza e sofferenza. Allora la galera può essere anche un albergo 5 stelle… se non sarà più la quantità di sofferenza dei fattori esogeni a occupare il nostro tempo e le nostre circolari, ma la qualità di quel dolore di rinascita che, se accompagnato, rende nuovi.