30 marzo 2025.Domenica 4a Quaresima
LASCIATEVI RICONCILIARE

4 Domenica quaresima C

Preghiamo: O Dio Padre buono e grande nel perdono, accogli nell’abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perchè possano gustare la tua gioia nella Cena pasquale dell’Agnello. Per Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro di Giosuè 5,9-12
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».  Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.  Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.
Salmo 33  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5,17-21
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.  In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.  Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (il testo greco scrive: ton biòn = la vita). Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

LASCIATEVI RICONCILIARE.  Don Augusto Fontana

Come il termine CONVERSIONE, anche il termine RICONCILIAZIONE mi si è deteriorato a forza di “tenermelo in bocca” anzichè “inghiottirlo” in alcune scelte precise di vita.
Giosuè 5,9-12: Dio dona all’uomo una patria e una Pasqua.
Ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto.  <La liturgia di oggi parte subito col piede sbagliato>, mi disse alcuni anni fa un confratello che predicava la conversione della mente e del cuore ad un gruppo di pie signore dell’aristocratico Rotary e che non voleva sentir parlare del Dio troppo politicizzato dell’Esodo. «Il cuore, caro don Augusto, il cuore e la mente bisogna convertire!», mi diceva davanti all’Agenzia di viaggi dove aveva prenotato una vacanza cultural-religiosa alle Maldive. Ed io, gli ripetevo che potrò dire di essere ritornato a Dio solo quando il mio cuore e la mente si porteranno dietro, per essere restituiti, petrolio, caffè, cacao, terre rare, oro, diamanti rubati ai miei schiavetti che lavorano, per me e per i miei amici, in Costa d’Avorio, in Brasile, in Somalia. Saremo riconciliati quando Dio ci defrauderà del potere di indebitare i popoli e di pagare sottocosto il lavoro delle loro mani e il prodotto del loro suolo. E i poveri si riconosceranno pienamente riconciliati nel momento in cui sarà riscattata la vita infame di chi non ha autosufficienza economica ed autodeterminazione politica. L’infamia d’Egitto era l’infamia della mancanza di un luogo dove riconoscersi popolo riunito. Nel deserto erano state superate mormorazioni e tentazioni nostalgiche, idolatrie e lotte fra tribù. Ora Dio ha raccolto questo popolo come si raccoglie una ragazza denudata, violentata e picchiata a sangue ai margini di una strada e le ha dato una casa accogliente, nuova dignità, abiti puliti, gioielli; con la speranza che con questi doni non vada poi a prostituirsi (leggi, per cortesia, i capitoli 2 e 11 di Osea).
Celebrarono la Pasqua a Galgala. La celebrazione liturgica a Galgala nasce dopo un evento constatato: Dio ci ha liberati dall’infamia dell’Egitto. Ogni liturgia che non nasce da eventi storici precedenti è simile ad un abito appeso al porta-abiti nell’armadio.  Inizialmente la constatazione della paternità liberante di Dio si celebrava in famiglia (Esodo 12), successivamente si celebrerà in località occasionali (Galgala significa, in ebraico “circolo di pietre“) in cui verranno costruiti poi dei “santuari” (Deuter.16). L’usanza di celebrare la Pasqua era anteriore alla liberazione dall’Egitto ed era una festa di pastori che celebravano le primizie dei greggi nella prima notte di luna piena del mese primaverile di Nisan. Successivamente la Pasqua divenne una festa degli agricoltori che celebravano le primizie della terra mangiando le schiacciatine azzime di farina non lievitata dette, in ebraico, massòt. Nel testo della liturgia odierna si fondono i motivi tradizionali con la nuova constatazione della liberazione dall’infamia. Ormai Israele pare diventato adulto: Dio fa smettere la manna ed il popolo dovrà coltivarsi il proprio pane togliendolo dalla fecondità della terra che gli è stata donata.
La Chiesa continua a celebrare, alla domenica, la constatazione della liberazione dalla sua infamia (quale?), mangiando il pane azzimo eucaristico che ci fa compagnia in questa terra (il Regno di Dio) ormai raggiunta, ma mai conquistata definitivamente.
Luca 15, 1-3. 11-32: Dio dona all’uomo una relazione.
Nel Cap. 15 di Luca ci sono tre Parabole…con un cappello (Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»). La simpatia di Gesù per gli esclusi dal circuito sociale e religioso, costituisce uno dei temi centrali di Luca. I giudei osservanti di ieri e di oggi vogliono che Dio sia severo con i peccatori e che, di conseguenza, i peccatori paghino un prezzo di penitenza per ritornare nella comunità. Non accettano quindi questo Gesù permissivo e lassista. Contro questa incriminazione risponde Luca con il suo Capitolo 15 detto anche “il Capitolo dei perduti”: la pecora smarrita, il denaro perduto, il figlio scappato. Tutte e tre le Parabole hanno alcuni punti in comune: innanzitutto sono tutte una risposta alle critiche di “chi si credeva nel giusto” (Lc.18,9), tutte sono percorse dall’invito alla gioia, in tutte si gioca sul contrasto “perdere-trovare”.
Questo capitolo 15 è un vangelo nel vangelo; e la Parabola del Padre misericordioso viene considerata il culmine del messaggio di Luca. Il vero centro della parabola è l’invito del Padre: <Facciamo festa!>.
E’ la parabola del Padre più che del figliol prodigo o del fratello maggiore. Radice del peccato comune dei due figli è la cattiva o distorta opinione sul Padre: l’uno, per liberarsene, instaura la “strategia del piacere” che lo porta ad esprimere la ribellione e la dimenticanza verso il Padre e la degradazione verso se stesso; l’altro, per imbonirselo, instaura la “strategia del dovere” con una religiosità servile che sacrifica la gioia di vivere restando un burocrate della virtù senza un guizzo di vita.
L’intento primario della Parabola, visti anche i versetti introduttivi al Cap.15, è di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia.
Emergono anche altre due intenzioni: quella di indurre i fratelli, maggiori o minori, a passare dall’attenzione verso l’io all’attenzione verso Dio e quella di indurre i fratelli a convincersi che devono comunque convertirsi sia dalla delusione per le proprie debolezze che dalla presunzione della propria giustizia. Dio ci ama non perchè siamo buoni, ma perchè Lui è Padre.
E c’è un equivoco di fondo: nessuno dei due ha capito suo padre. Il figlio minore, ritornando, gli chiede di essere trattato come “uno dei servi”; il figlio maggiore gli ricorda “io ti servo da tanti anni”. Un padre ha generato figli che si sentono servi.
La Parabola inizia col fratello minore, termina col fratello maggiore ed ha, al centro, il Padre che adottando la strategia della misericordia invita ad assumere la stessa strategia, come Luca aveva già ricordato nel cap. 6,36: “Siate misericordiosi perché è misericordioso il Padre vostro”.
La Parabola è movimentata da entrate e uscite di scena: partenza e ritorno del minore, uscita del Padre verso il minore che rientra, rifiuto del maggiore di entrare, uscita del Padre verso il maggiore. Dal punto di vista psicologico emerge che il minore pare non abbia, inizialmente, dei sentimenti, ma solo dei bisogni; di fatto usa spesso la parola “Padre” prima, durante e dopo la fuga; il maggiore, invece non usa mai la parola “Padre”. Il Padre manifesta invece sentimenti di commozione e di gioia che vuole condividere ed espandere.
La nostra eredità. Al figlio minore spettava, vivente il padre, il possesso, ma non l’uso, di un terzo del patrimonio liquido. Il figlio della parabola rivendica oltre ai soldi anche l’indipendenza, in quanto vede nel padre un antagonista. In questa rivendicazione si vede chiaramente, in filigrana, la vicenda di Adamo: il peccato sta nel voler rubare ciò che è lì a disposizione come dono. L’eredità donataci poi da Dio sarà ben superiore alle nostre attese: oltre alle sue cose, dona se stesso. Le cose che i due figli chiedono (soldi e capretti) sono meschine e inferiori a quanto di fatto viene loro dato.
Il minore scappa portandosi via tutto e lasciando in casa l’amore del padre, ritenuto un bene inservibile e non spendibile. Il capitale si consumerà presto e vi sarà carestia di beni essenziali; tutte le sue sostanze verranno meno, anche la sua “sostanza” di figlio e di uomo. Allora incomincia il bisogno. Domenica scorsa abbiamo visto Mosè che si avvicina a Dio “per curiosità”; oggi vediamo un uomo che ritorna a Dio per “bisogno”. Sembrerebbero due sentieri poco ortodossi per camminare verso Dio eppure così sappiamo che l’importante non è starsene seduti, ma incominciare ad avvicinarsi a Lui.
Dal Padre al padrone al Padre. Nel versetto 15,  il testo greco di Luca usa un termine strano ed interessante. La traduzione italiana dice “si mise a servizio” ; il testo greco usa il termine “ecollethe” che potrebbe essere efficacemente tradotto con “andò ad incollarsi a…”. Chi emigra da Dio, sua vera casa, va ad “incollarsi” ad un estraneo al quale cede la propria libertà. Chi aveva sofferto della vicinanza del Padre, va a servire padroni stranieri. Respinto Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si va a servire necessariamente l’idolo. L’uomo non è ateo: è idolatra. E l’idolo lo prende a proprio servizio assimilando l’uomo a sè e mandandolo a servire le proprie porcherie. L’idolo sazia per un momento, ma poi la fame profonda ritorna a far sentire i propri stimoli. Allora l’uomo può avere l’occasione se non di pentirsi, almeno di rinsavire. Prima era fuori di sè; ora “rientra in se stesso e pensa“. Oggi diciamo che stiamo tutti male perchè abbiamo costruito la nostra vita su valori fasulli o falsi valori, sulla disumanità.
Per 5 volte il figlio pronuncia la parola “Padre” con una nostalgia che gli serve per mettersi in moto “scollandosi” dall’idolo.
Il Padre dal figlio minore al figlio maggiore. In rapida successione vengono elencati i verbi della…conversione del Padre: vide, si commosse, scese. Erano i verbi del Dio di Mosè di domenica scorsa. Sono i verbi del Buon Samaritano.
Nel Libro del profeta Giona (cap.3, vers.9) c’è un’espressione sorprendente: Dio, vedendo il pentimento degli abitanti di Ninive, “si convertì“. E’ probabile che l’unico convertito, in questa Quaresima, sarà Dio il quale “tornerà a voltare il suo volto verso di noi, commuovendosi, abbracciandoci e baciandoci “.
“Mi baci con i baci della tua bocca” dice il Cantico dei cantici (1,2): tutti i doni di Dio sono contenuti ed espressi da questo bacio che trasmette il soffio dello Spirito Santo e la saliva della creazione di Adamo o della guarigione del cieco nato. Con questo bacio viene ricreato un uomo e gli vengono aperti gli occhi e riscaldato il cuore.
La vestizione liturgica con abiti nuovi diventerà il segno che è nato un nuovo Adamo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Galati 3,27).
E tutti i doni confluiscono nella festa del Banchetto eucaristico dove si proclama il motivo del brindisi: “perchè questo mio figlio era morto ed ora rivive, era perduto ed ora è ritrovato”.
In rapida successione vengono anche elencati i verbi del figlio maggiore: udì, si informò, si arrabbiò, non voleva entrare. Come è facile constatare, sono i verbi contrari a quelli del Padre. Il figlio maggiore riconosce il Padre, ma non il fratello: “questo tuo figlio”. E il Padre non accetta la sua furbizia grossolana e gli riconsegna un fratello: “Questo tuo fratello”.
Dopo 2000 anni non sappiamo ancora se il figlio maggiore andò a sedersi a tavolo nè se si lasciò abbracciare e abbracciò. La Parabola resta aperta a chi le vuol dare seguito e conclusione.
Riconciliazione.
Tutta questa manovra di riconciliazione si scarica sulla persona di Gesù. Il testo greco di Paolo, al versetto 21, descrive Cristo usando un’espressione che, tradotta letteralmente, suona quasi blasfema: “Dio Lo fece peccato“. Il fratello maggiore della Parabola aveva preso le distanze dal fratello minore sciagurato; Gesù invece si è immedesimato nella colpa del fratello minore, se ne è fatto corresponsabile, lo è andato a cercare tornando ambedue infangati a farsi rivestire e festeggiare dal Padre. Per questa riconciliazione a caro prezzo, Paolo supplica: Lasciatevi riconciliare con Dio per mezzo di Cristo e del nostro abbraccio.




23 marzo 2025. Domenica 3a Quaresima
Dio e uomo si cercano nel fogliame della vita

3° domenica quaresima C

Preghiamo. O Dio dei nostri padri,che ascolti il grido degli oppressi, concedi ai tuoi fedeli di riconoscere nelle vicende della storia il tuo invito alla conversione, per aderire sempre più saldamente a Cristo,roccia della nostra salvezza che vive e regna con te e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli AMEN.
 Dal libro dell’Èsodo 3,1-8.13-15
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».  Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Salmo 102  Il Signore ha pietà del suo popolo.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste, difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d’Israele.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 10,1-6.10-12
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
Dal Vangelo secondo Luca 13,1-9
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».  Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

DIO E UOMO SI CERCANO NEL FOGLIAME DELLA VITA. Don Augusto Fontana

Trascrivo, a consolazione e vergogna, alcune parti del Documento Conciliare “GIOIA E SPERANZA”(GAUDIUM ET SPES): «E’ dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonchè le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche sulla vita religiosa. E come accade in ogni crisi di crescita, questa trasformazione reca con sè non lievi difficoltà…Immersi in così contrastanti condizioni, molti nostri contemporanei non sono in grado di  identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli con quelli che man mano scoprono. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra speranza e angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Il quale sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta».
Al termine potremmo solo aggiungere l’invito che oggi Gesù ci rivolge, dopo aver meditato con i discepoli alcuni fatti tragici accaduti in quei giorni: «Se non vi convertirete,  perirete tutti».
L’uomo davanti al cespuglio di Dio (Esodo 3,1-15).
Martin Buber nel suo libro I racconti dei chassidim riferisce un aneddoto: «Ad un rabbi si presentò un discepolo e gli chiese: “Prima esistevano uomini che hanno visto Dio faccia a faccia. Perchè oggi non ne esistono più?”. E il rabbi rispose: “Perchè oggi nessuno sa chinarsi così profondamente”».
Dov’è andato Dio? Si può ancora incontrare Dio? Crediamo in un Dio oppure in quel Dio che la Storia del popolo ebraico e Gesù ci hanno fatto conoscere? Dal momento in cui pronuncio la frase io credo faccio una scelta che fa appello a tutta la realtà del mio essere non solo interiore, ma anche economico e sociale. Qualcuno pensa che si possa perdere la fede come si perde un portafoglio, ma può capitare qualcosa di più grave ed è quando la fede non scuote più le mie scelte. Lo scrittore Giorges Bernanos diceva :”La fede non c’è più non solo quando la si perde, ma anche quando essa non dà più forma alla vita, ecco tutto“.
Stava pascolando. Mosè è un latitante fuggiasco a causa di un omicidio compiuto. Non c’è nulla che faccia prevedere il suo ruolo di leader religioso. Vaga nel deserto non per incontrare Dio, ma per trovare pascolo per i suoi animali. Anche gli apostoli stavano aggiustando le reti e pare che il loro mestiere non rendesse facile la frequenza in Sinagoga.
Il Monte Oreb diventa il luogo classico dell’incontro tra Dio e Israele. La storia di Israele è caratterizzata da determinati luoghi in cui Jahwè si è manifestato; non si tratta mai di luoghi in cui Jahwè dimora, ma di località di apparizioni ed incontri. Sembra che Dio preferisca non essere imprigionato in religiose galere, ma voglia essere dove è la gente, incontrandola più sul fango e sulla sabbia che sui lucidi lastricati dei santuari. Poi verrà la istituzionalizzazione delle religioni e Lui si adatterà ai Tabernacoli che sono più un bisogno nostro che Suo.
«Mosè!»…. «Eccomi». Davanti alla situazione di oppressione del popolo, Dio inizialmente sembra dire “Ci penso io!”.  Più avanti sembra ripensarci e dice a Mosè: “Voglio mandarti da Faraone. Avanti! Tocca a te!”.  Dio ha bisogno di noi? La conversione di Mosè ha significato il passare dalla condizione di fuggiasco e di ribelle a quella di servo della liberazione della sua gente. Prima ha vissuto comodamente nel palazzo del faraone, come suo portaborse e lacchè; poi si ritira a farsi i fatti propri lontano dalle sofferenze del popolo. La sua conversione segna il ritorno alla solidarietà col popolo che soffre. E mentre compirà un’opera politica di leader, compirà anche un’evangelizzazione, annunciando per sempre il NOME di JAHWE’. Colui che un giorno è stato toccato dal fuoco di Dio non può far altro che “andare”. Mosè si accosta per curiosità, ma il contatto di Dio lo brucia. Ogni esperienza autentica di Dio non si risolve in godimento estatico. Lo abbiamo visto anche domenica scorsa sul Tabor. Dio si rivela non per soddisfare la nostra curiosità o per fornirci informazioni gratuite, bensì per informarci di ciò che attende da noi. Mosè va per vedere e si ritrova qualcosa da fare; si mette in ginocchio per ritrovarsi in piedi[1].  Si toglie i sandali per adorare, ma poi se li rimetterà per camminare col suo popolo.
Ho osservato, ho udito, conosco, sono sceso per liberare. Sono i verbi di Dio, messi in successione, per sottolineare  l’iniziativa di Dio che parte da un interessamento partecipato e termina con una “incarnazione” (“sono sceso”). Gesù costituirà l’atto terminale di questa successione di verbi di Dio (“si fece carne e pose la sua tenda fra noi”). A questo forte protagonismo di Dio, si intreccia la missione collaboratrice di Mosè che, come tutti i profeti, sente lo scarto tra il compito affidatogli e il limite personale (“Chi sono io?”).
Dio davanti al cespuglio dell’uomo (Luca 13,1-9).
 Nella prima Lettura ci è stato presentato l’uomo Mosè davanti al “cespuglio” di Dio, stupito e pazientemente in attesa per raccogliere i frutti del fuoco della Rivelazione e della missione. Ora, nel Vangelo, le parti si invertono; é Dio che si pone davanti ai cespugli un po’ secchi degli uomini per cercarne i frutti: « Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò».  I fichi e l’uva avevano, per gli ebrei, un forte significato simbolico evocativo perchè erano i primi frutti che avevano incontrato quando si stabilirono nella Terra di Canaan. Il fico, nell’insegnamento rabbinico, simboleggia, per la sua dolcezza, la Parola di Dio, la Torah. E’ una pianta che si usava piantare nei vigneti e diventava il simbolo della legge di Dio piantata nella vigna-Israele. La vigna, infatti, fu presa dai profeti come il simbolo del popolo piantato dal Signore non come pianta ornamentale da appartamento, ma come albero da frutta. Dio viene incontro all’uomo e cerca il frutto dell’amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, Egli ama passeggiare con l’uomo (Genesi 3,8) e lo cerca «Adamo dove sei?».  Ma Dio pare sfortunato. La sterilità del nostro legno secco sarà vinta dal legno della croce da cui pende il frutto dolce che è Gesù. Noi restiamo questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti; non solo non produciamo frutti, ma impoveriamo e rendiamo improduttiva la terra.  Ora veniamo “lasciati (perdonati)” per un anno, che è il periodo della nostra vita, per permetterci di innestarci come tralci sulla vite che è Cristo (Giov.15).
Dio e uomo si cercano nel fogliame quotidiano.
Per rielaborare la meditazione biblica non posso non pescare a piene mani nel cuore e nella parola di Mons. Tonino Bello[2]:  «Qualcuno ha scritto che la meraviglia è la base dell’adorazione.  Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi di estasi. E’ in calo il fattore sorpresa.  Non ci si esalta per nulla.  C’è in giro un insopportabile ristagno di cose già viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati dagli schemi, prigionieri della ripetizione modulare.  La fantasia agonizza.  Senza stupore è difficile l’incontro con Dio.  Senza rapimenti estatici è impossibile parlargli.  Al massimo, con Dio ci potrà essere rapporto mercantile, basato sulle contrattazioni della domanda e dell’offerta: soprattutto nei momenti della paura o dello smacco. Ma non incontro personale, né abbandono di fiducia, e tanto meno, ebbrezza d’amore.  «Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano» (Is 49,15-16).  Sapere che, questa frase di Isaia, Dio la ripete a te, a me, a tutti, fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del rapporto personale con lui. E ho provato a pensare se  ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del Nome di Dio. Ma non mi è riuscito di trovarlo. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastardiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera, ma anche giù nei sotterranei delle metropoli dove si sfrenano ogni giorno le orge della dissolutezza. La verità è che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. A Dio non  appartengono solo le aree del sacro. Egli riempie d’olio tutte le lampade della vita, fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. E Dio non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba trafugargli i brevetti delle sue invenzioni. Non considera l’uomo come suo rivale, ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione, Come socio, cioè, di pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro».


[1] Da A.Pronzato PAROLA DI DIO anno C, Ed.Gribaudi pag. 76.
[2] T.Bello,  Non c’è fedeltà senza rischio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2000.




I vescovi per il 1 maggio
Il lavoro generi speranza

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2025
AVVENIRE 20 marzo 2025

Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza.

La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli «che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 3).
La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare (cf. Francesco, Spes non confundit, 12).
L’esperienza della pandemia ci ha consegnato un modo di lavorare nel quale è possibile coniugare in molte circostanze lavoro in presenza e a distanza, aumentando la nostra capacità di conciliare vita di lavoro e vita di relazioni soprattutto nel cosiddetto smartworking, ma rischiando anche di impoverire i rapporti umani tra i lavoratori e le stesse relazioni familiari.
Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani.
Allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia.
Inoltre, oggi, con quello che viene chiamato mismatch, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, assistiamo contemporaneamente al fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti.
Resta sullo sfondo, infine, la dura «legge di gravità» della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro.
Se il dato statistico sulla disoccupazione, in forte calo, potrebbe spingere all’ottimismo, sappiamo invece che dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero.
Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità.
Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo.
Esistono tuttavia segni di speranza da alimentare per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno ma, come sempre, essi richiedono la nostra partecipazione attiva per proseguire l’opera della Creazione.
Un segno di speranza è il riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro.
È necessario valorizzare, inoltre, lo strumento degli stessi contratti per impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari. È segno di speranza la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro.
Come Chiesa abbiamo sentito, in questi anni, la responsabilità di impegnarci su questo fronte, non solo assicurando vicinanza e conforto a chi è in difficoltà, ma contribuendo a creare «un’alleanza sociale per la speranza che sia inclusiva e non ideologica» (Spes non confundit, 9).
Lo abbiamo fatto anche con visioni che donano prospettive di speranza, come quelle dell’economia civile, e investendo in interventi generativi, volti alla creazione di una cultura del lavoro e di opportunità, come il Progetto Policoro, con il quale da trent’anni la Chiesa in Italia investe su giovani animatori di comunità formati per impegnarsi nelle loro diocesi. Negli ultimi anni essi hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate.
Non ultimo, appare opportuno un appello alla responsabilità di tutti noi. L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico. La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio. La «mano invisibile» del mercato non è sufficiente a risolvere i gravi problemi oggi sul tappeto. È la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza. Infatti, «i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza» (Spes non confundit, 7).
Roma, 19 marzo 2025 Solennità di san Giuseppe
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




16 marzo 2025. Domenica 2a Quaresima
TRASFIGURAZIONE. QUESTIONE DI SGUARDO GUARITO

2° Domenica Quaresima C

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Cristo nostro Signore. AMEN.
Dal libro della Gènesi 15,5-12.17-18
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».  Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
SalMO 26  Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  3, 20 – 4, 1 (forma breve).
Fratelli, la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
Dal Vangelo secondo Luca 9,28-36
[Circa otto giorni dopo questi discorsi][1],  Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto (lett.”il suo volto divenne altro/diverso”) e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. [Il giorno seguente, quando essi scesero dal monte…]. 

TRASFIGURAZIONE. QUESTIONE DI SGUARDO GUARITO. Don Augusto Fontana

L’esodo: la nube e la tenda.
L’evento della manifestazione sul Tabor viene collocato da Luca tra due annunci della passione. Appena prima, Gesù aveva fatto una celere inchiesta: “Cosa dice la gente di me? Ed io chi sono per voi?“. Pietro aveva risposto con una solenne professione di fede: “Sei il Cristo di Dio!“. E Gesù: “Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molto e sia ucciso e il terzo giorno risorga. Anzi chi vuol essere mio discepolo deve rinnegare se stesso, sollevare la sua croce ogni giorno e seguirmi”.
Otto giorni dopo questi discorsi avviene la manifestazione sul Tabor che Luca presenta come tentazione per una Chiesa che, tra sonnolenza ed entusiasmi, vorrebbe rimuovere e dimenticare presto i discorsi fatti da Gesù.  L’ottavo giorno è un modo di indicare “il giorno di domenica, giorno del Signore” che vedeva riunita la Chiesa per celebrare l’Eucarestia pasquale. Ancora una volta Luca richiama la comunità al dovere del ritorno alla vita quotidiana dopo essere stati rifocillati nella liturgia pasquale: bisogna scendere a valle per riprendere il cammino verso gli appuntamenti conflittuali.
Come se non bastasse, Luca, dopo il testo della manifestazione sul Tabor, riporta un altro richiamo di Gesù: “Mettetevi ben in testa che il Figlio dell’Uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini“; poi annota che i discepoli fecero finta di non aver sentito ed evitarono di approfondire l’argomento (Lc 9,45).
Durante questo esodo/cammino ci vengono concessi dei segni della presenza di Dio.
Tra questi segni, come durante l’esodo nel deserto, ci sono la nube e la tenda: “Allora la nube coprì la tenda dell’assemblea e la Gloria del Signore riempì quel luogo” (Esodo 40, 34-35).
La Bibbia, l’Eucarestia e i poveri sono la nostra “Nube parlante”, segni che svelano e, insieme, velano la presenza del Signore. La tenda è la comunità costruita da mani d’uomo e che deve avere i picchetti sempre pronti per essere tolti quando si tratta di riprendere il cammino della vita quotidiana e della testimonianza fra gli uomini.
Luca 9: trasfigurazione, metamorfosi, teofania, sogno, visione o fede?
Occorre innanzitutto intenderci su alcuni termini.
Pensiamo al termine “ascensione al cielo“(che ha prodotto l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante) oppure ai termini “miracolo, comandamento, fare memoria” ecc. Anche il termine “trasfigurazione” necessita di una rivisitazione.  Trascuriamo, per ora, la questione della diversa connotazione temporale degli eventi (otto giorni oppure sei giorni dopo?) e andiamo a meditare gli elementi dell’evento: Matteo 17 e Marco 9 usano il termine trasfigurazione (in greco: metamorfosis); Luca parla di “volto altro” (in greco: prosopou eteron). Solo Luca annota che l’evento accade mentre Gesù pregava. Luca e Matteo riferiscono del volto, non accennato da Marco. Unico dato comune a tutti e 3 sono le (la) vesti.
E se fosse tutta questione di sguardo guarito?
Per Luca prevale l’evento della preghiera (salì sul monte a pregare. Mentre pregava). La preghiera di Gesù, cioè la sua familiarità con il Padre, costituisce l’evento scatenante di una Rivelazione, di una Epifania, di una Teofania[2]. Gesù con la sua umanità quotidiana e debilitata è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio bruciante da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). Il legno della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
Abbiamo un altro precedente biblico dell’evento della “trasfigurazione”, nella figura di Mosè che sul monte Sinai familiarizza con Dio e scende con il volto trasfigurato a fare da mediatore tra Dio e il popolo (Esodo 33 e 34):  “Mosè disse al Signore: <Mostrami la tua Gloria>. Il Signore rispose:<Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio Nome. Ma tu non potrai vedere il mio volto perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finchè sarò passato. poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere….>.Quando Mosè scese da monte Sinai non si era accorto che la pelle del suo viso era diventata raggiante perchè aveva conversato con Lui. Ma Aronne e tutti gli israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui…Mosè allora si pose un velo sul viso. Quando Mosè andava davanti al Signore a parlare con Lui, si toglieva il velo, fin quando fosse uscito”.
Nell’evento della “trasfigurazione” ci troviamo, dunque, di fronte ad un modo di trasmettere un’esperienza fatta dai discepoli. Sono gli stessi discepoli che avevano raccolto la tradizione orale che riferiva quello che era successo sotto la croce: “ Gesù dando un forte grido spirò. Il velo del tempio si squarciò in due. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio> (Mc. 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione“, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana e trasparente, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: « Questo ucciso, è Dio! ».
Nel volto e nella veste lacerata.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Lc 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio sia nello spazio che nella coscienza: la presenza ingombrante di Dio si rivela dunque sul volto e sulla tunica dell’uomo di Nazaret con cui i discepoli hanno vissuto da ormai qualche anno, forse annoiandosi un po’ (“erano oppressi dal sonno” come succederà tra qualche tempo nel bosco del Getsemani).
Il simbolo della veste è l’unico elemento comune ai tre evangelisti nella sezione che stiamo meditando. E torniamo sotto la croce dove Gesù viene denudato dei suoi abiti umani e spogliato della sua veste regale e sacerdotale, : “I quattro soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti e presero la tunica. Quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo” (Giov.19, 23-24). E’ lo stesso Giovanni che, nel racconto del processo, aveva annotato: “Gli misero addosso un mantello di color rosso…e gli davano schiaffi sulla faccia“.
Anche Luca non ha mancato, durante il racconto del processo, di evidenziare: “Allora Erode…lo insultò … poi lo rivestì di una splendida veste(Lc.23,11).
Facciamo un’escursione veloce nell’Apocalisse (1,13-15): “Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
E concediamoci anche una pagina del profeta Daniele 10,5-8: ” Alzai gli occhi e guardai ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d’oro; la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi  occhi erano come fiamme di fuoco, le sue braccia e le gambe  somigliavano a bronzo lucente e il suono delle sue parole pareva il  clamore di una moltitudine. Soltanto io, Daniele, vidi la visione, mentre gli uomini che erano  con me non la videro, ma un gran terrore si impadronì di loro e  fuggirono a nascondersi”.
E’ in ballo dunque la domanda: secondo te dove si incontra Dio? Oggi pare balenare una rivelazione: Dio si manifesta nell’interiorizzazione e nella debolezza palese.
Nell’interiorizzazione. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti. L’hanno visto pregare e diventare trasparente al Padre, nella sua relazione filiale col Padre e ne sono rimasti trasfigurati anch’essi. Fu una Risurrezione anticipata. Oppure, meglio, una rilettura post-pasquale di quell’esperienza di ritiro sul Tabor. La trasfigurazione non fu uno spettacolo fotografabile (come non fu documentata la Risurrezione), ma un’esigenza di ciascuno di noi: capire il senso della normalità di Dio nella vita di Gesù e diventare finalmente quel che vogliamo essere e che abitualmente non siamo capaci di essere.
Nella debolezza palese. La trasfigurazione non è un prodigio; è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Per manifestarsi, Dio non ha più bisogno di lampi e tuoni e fiaccole che attraversano animali squartati; gli basta un poveraccio, un decaduto dalla nostra stima e che ha perso la sua veste regale, un umiliato privato della veste sacerdotale della sua dignità, uno sfigurato dagli schiaffi della vita, della malattia, della vecchiaia e dei prepotenti. Anzi, a Dio basta una vita ordinaria, come gli è bastato un Gesù ordinario, denudato di tutte le insegne di riconoscimento per essere più trasparente. La croce è trasparente di divinità, perchè chi vi è sopra è nudo e gli resta solo la debolezza di dover essere amato.

Potrebbe essere utile <creare un Tabor> dedicandosi ad un po’ di preghiera contemplativa e silenziosa oppure guardare – con occhio trasfigurato – un povero, un detenuto, un anziano, un ammalato, una prostituta, uno straniero, un ubriaco, un balordo.


[1] Non capisco perché il Lezionario ometta questa importante indicazione temporale e teologica. Marco e Matteo scrivono “Sei giorni dopo”. Insomma: questo “settimo” o “ottavo” giorno non può essere cancellato impunemente perché l’evento della Trasfigurazione verrebbe mutilato, come si vedrà nel commento.
[2] Il termine TEOFANIA non deve fare paura. Deriva da 2 parole cucite insieme: Theos + fanìa dove THEOS significa DIO e FANIA significa MANIFESTAZIONE.
TEOFANIA = MANIFESTAZIONE / RIVELAZIONE DI DIO. Chiunque farebbe fatica a descrivere ad altri l’esperienza di aver sentito Dio vicino. Viene spontaneo usare termini “eccessivi”: terremoto, fuoco, nube, luce, voce, emozioni.




Capitalismo e democrazia
Luigino Bruni (Avvenire)

IL CAPITALISMO SI STA ALLEANDO  CON LA CULTURA BELLICA E ILLIBERALE
Luigino Bruni (Avvenire 25 febbraio 2025)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/capitalismo-e-cultura-bellica

Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.

Nella sua breve storia, il capitalismo ha avuto un rapporto ambivalente con la democrazia, con la pace e con il libero mercato. La storia, infatti, qualche volta, pensiamo alla nascita della Comunità Europea, ha confermato la tesi di Montesquieu – « L’effetto naturale del commercio è il portare la pace» (L’Esprit des Lois, 1745). Altre volte, e forse sono quelle più numerose incluso il nostro presente, i fatti hanno dato invece ragione al napoletano Antonio Genovesi «Gran fonte di guerre è il commercio», perché «lo spirito del commercio non è che quello delle conquiste» (Lezioni di economia civile, 1769). Quale, allora, il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? Dopo l’implosione della grande alternativa collettivista, il nuovo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per una notevole biodiversità di forme e culture d’impresa. Questa varietà di istituzioni economiche – dalla piccola impresa alla multinazionale, dalle società benefit ai private equity – crea un effetto cortina che fa dimenticare che il centro del sistema capitalista vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale della ricchezza sotto forma di profitti e sempre più di rendite. È questo il nucleo che spinge tutto il variegato movimento del nostro capitalismo. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, incluse le varie legislazioni ambientali, sociali, fiscali. Questo capitalismo conosce la sola etica dell’accrescimento dei flussi e degli asset economici e finanziari, tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine.
Tra i mezzi ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è adattivo e pragmatico: se in una regione del pianeta c’è democrazia, libertà di scambi e pace, si inseriscono in queste dinamiche democratiche, liberali e pacifiche e fanno i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, con un cinismo perfetto cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se in circostanze ancora diverse, del passato e del presente, qualche grande potentato economico intravvedere in possibili scenari bellici, non liberali e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, il telos, la natura di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi.
Basti pensare, per un grande e scomodo esempio, all’avvento del fascismo in Italia. Non avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle élites industriali e finanziarie italiane di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal “pericolo rosso” concreto e possibile, convinti che lo Stato liberale non lo avrebbe fatto. Davanti alla paura di perdere ricchezze e privilegi, quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. L’economia corporativa fascista, che conquistò e contagiò gran parte degli economisti liberali italiani e cattolici, si presentava come superamento sia «del sistema individualistico-liberale che aveva dominato le nazioni civili durante il XIX secolo fino alla guerra sia del comunismo: si vuole un sistema atto a mediare gli estremi, superandoli. Si rivela, anche qui, l’armonia dello spirito latino» (Arrigo Serpieri, Principi di Economia Politica Corporativa, 1938, pp. 2931). E Francesco Vito, un importante economista cattolico, nella sua Economia Politica Corporativa, scriveva: «Il compito dell’economia nuova consiste essenzialmente nell’assunzione consapevole dei fini sociali al posto della concezione individualistica della società finora prevalsa» (1943, p. 85). Infatti, la teoria individualista liberale non conveniva più al capitale, ed ecco pronta la nuova economia corporativa e statalista, presentata come espressione massima dello “spirito latino”.
Nel primo numero della sua rivista Gerarchia, Mussolini si poneva la domanda: «Da che parte va il mondo?», e rispondeva affermando «l’innegabile constatazione dell’orientamento a destra degli spiriti» (febbraio 1922), e qualche anno dopo dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico» (novembre 1933).
Quindi, quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito del mercato, perché finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti e dei loro rappresentanti agenti politici. Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle “rosse” (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.




Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade

Neanche il peggiore dei criminali può essere definito spazzatura
Riccardo Maccioni (Avvenire 31 gennaio 2025)

No, la bontà non sta vivendo un momento felice. Da bambini era la morale della favola, il quid, quasi un superpotere, che alla fine del racconto, tra draghi ammansiti e falsi príncipi smascherati, premiava l’umile, il povero. Una virtù talmente affascinante da confonderla con la bellezza. E non era un errore perché con l’avanzare degli anni abbiamo imparato che spesso il bello educa al bene, purificando gli occhi, ammorbidendo il cuore, riempiendo i sogni di storie e visi felici. Poi qualcosa dev’essere andato storto, qualcuno ha messo un bastoncino a interrompere la ruota della storia, così da invertirne il giro.
Difficile capire chi sia stato il primo a indicare in modo esplicito l’egoismo come motore del mondo, quale allenatore per giustificare una sconfitta abbia coniato la formula: “non siamo stati sufficientemente cattivi”, quando i leader hanno iniziato ad augurarsi reciprocamente ogni male.
Di sicuro c’è stata un’escalation, con gli hurrà e gli scroscianti applausi a salutare la promessa-minaccia di realizzare la più grande “deportazione” (o “remigrazione”) di massa della storia. E qualcuno, nella gara che incorona il più cattivo è andato persino oltre. Abbiamo tutti sotto gli occhi l’immagine di Kristi Noem, la nuova segretaria alla sicurezza del governo Trump (l’equivalente del nostro ministro degli interni) che commentando il fermo di una persona irregolare ha scritto sui social: «Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade». E qui, anche il più comprensivo dei tolleranti prende le distanze, perché neppure il peggiore dei criminali è spazzatura, nessun uomo e nessuna donna è rifiuto, discarica, ciarpame. E al tempo stesso non esiste vita che non meriti di essere vissuta, senza alcuna eccezione. Credere il contrario significa alimentare la cultura dello scarto, che oggi riguarda i migranti e domani, in nome del profitto e di criteri esclusivamente utilitaristici, potrà estendersi ad altri soggetti considerati improduttivi come gli anziani, i malati, i disabili.
Non si tratta naturalmente di ostacolare il cammino della legge, chi delinque va punito, ma di coniugare giustizia e umanità, come nella più banale delle definizioni del diritto. Una questione di attenzione minima, basica, che non ha bisogno neanche di richiamarsi al Vangelo, che non guarda per forza al buon samaritano, o al numero infinito delle volte in cui bisogna perdonare. La fede semmai chiede un passo in più, educa alla mitezza e alla misericordia, impegna, per quanto possibile, a capire, sotto la guida della Parola, la logica di Dio, per poi provare a imitarlo, accogliendo la sua volontà. Si dirà che la storia recente, dalla Shoah in giù, ha conosciuto momenti di gran lunga peggiori e che oggi semplicemente si dice in modo chiaro e diretto quello che fino a ieri veniva mascherato sotto un velo di ipocrisia e buona educazione. Può darsi, però mai, o quasi, prima, si sono rivendicate con altrettanta veemenza la cattiveria e l’aggressività come valori. E poi le parole costituiscono, potenzialmente un’arma, capace di ferire in profondità.
Non a caso tra le torture, sono particolarmente subdole quella basate sugli insulti, sul colpire l’altro nelle sue debolezze, tirando fuori fragilità con cui faticava a fare i conti. È la strategia che prova a rendere l’avversario, il nemico una “non persona”, annullandolo per poi farne uso senza problemi, per i propri fini. I tagli guariscono, ha scritto un ragazzo in un post, le parole cattive fanno male per sempre. Una dichiarazione, per non dire una denuncia, di umanità, che riguarda tutti e ciascuno. E che di nuovo può interpellare la fede. Il Dio dei cristiani, infatti, avendo scelto di condividere la sua vita con la nostra ci invita a essere profondamente umani. Non si può invocarlo e pretendere di amarlo rifiutando il tempo, la storia, e quindi anche i difetti, le colpe, gli sbagli delle persone. Tantomeno pretendendo di esserne giudici supremi.
«Il soprannaturale stesso è carnale» diceva Peguy, a confermare l’invito esplicito di sant’Agostino: «Passa attraverso l’uomo e giungi a Dio». Il santo vescovo parla di uomini e donne nella loro totalità, comprese le parole. Che possono affondare nell’odio, nelle divisioni, o essere strumento per costruire un ponte tra terra e cielo. Come succede nelle fiabe. Quelle in cui vince la bontà. Degli ultimi, dei poveri, dei dimenticati.




La fragilità non è un difetto
Don M. Angelelli (Avvenire 05/03/25)

La fragilità non è un difetto. E non ci rende meno belli o preziosi

Don MASSIMO ANGELELLI, Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute

(Avvenire 5 marzo 2025)

«Avverto nel cuore la “benedizione” che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore». Questa affermazione di papa Francesco è contenuta nel testo dell’Angelus di domenica scorsa, diffuso dalla Santa Sede. Le parole scritte dal Santo Padre portano un tema ricorrente nell’esperienza dei sofferenti. I cappellani ospedalieri e tutti gli assistenti spirituali dei malati si trovano spesso a riflettere sul senso della fragilità. È anche la domanda che più viene loro posta: perché? qual è il senso di questa sofferenza? perché proprio a me? E le risposte rischiano di arrivare un po’ frettolose, magari sentite e poi ripetute, che confondono i sofferenti. Ma nelle parole del Papa troviamo una spiegazione chiara. La benedizione di cui parla Francesco non è «nella fragilità», ma «si nasconde dentro la fragilità». Questa lettura ci aiuta a capire molte cose. Un primo chiarimento è la cancellazione definitiva di quella tendenza doloristica che vorrebbe accreditare la malattia come “voluta” da Dio per la nostra santificazione. Il Dio che dichiara di essere soltanto amore non può desiderare che le persone soffrano, al massimo lo può tollerare, a condizione che questo rappresenti la via per un bene maggiore. La parte che emerge visibile ai nostri occhi è la fragilità intrinseca nell’essere persona. Non un difetto o una mancanza, ma una componente dell’identità antropologica della persona stessa. Siamo fragili: e non è un difetto, ma una caratteristica. Questo non ci rende meno belli o meno preziosi, ma comporta la necessità di essere trattati con cura. Come il cristallo, che sul suo contenitore porta proprio questa avvertenza: fragile, maneggiare con cura. E le persone sono molto di più di un cristallo.
Dentro la fragilità c’è qualcosa di più della sua veste esteriore: c’è il senso del vivere, il fine ultimo di ognuno di noi che è chiamato alla vita. C’è la vocazione all’amore con Dio e fra di noi, c’è la piena realizzazione del progetto che è stato offerto a ciascuno, c’è un “dire bene”, una benedizione che è la Parola di vita pronunciata da Dio per ciascun uomo e donna vissuti e viventi. Ogni sofferente è chiamato a fare un cammino di ricerca e di scoperta. Coloro che si arrestano alla forma esteriore della fragilità vivranno la malattia e la loro stessa fragilità come un limite da superare, rifiutando la condizione stessa, quella di umanità fragile per costituzione, alla ricerca di una invincibilità che è utopia del vivere secondo i propri schemi e obiettivi. Per questi, la morte rappresenta la sconfitta finale, il fallimento che è inaccettabile o piuttosto la liberazione da un male senza speranza, perché non ha un senso, uno scopo.
Coloro che scavano senza sosta, convinti che anche nel buio del dolore e della malattia si possa nascondere un senso ultimo, coloro che vorranno sperare anche quando sembrerà non essercene traccia, allora potranno scoprire quel senso che sostiene, quello scopo che motiva la lotta, quel fine per cui valga la pena di sopportare queste fragilità, il motivo per cui l’obiettivo meriti la fatica. Il premio finale vale l’impegno e il peso della preparazione e della gara. E il premio non può che essere quella benedizione di Dio sulla vita di ciascuno. Non una benedizione generica e unica per tutti, ma piuttosto una benedizione pronunciata da Dio con parole diverse per ciascuno, tanti quanti sono gli uomini e le donne, tante quante sono le vocazioni personali, quanti sono i progetti di bene che Lui ha immaginato per ognuno.

Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute




9 marzo 2025, Domenica 1a Quaresima
LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA?

Prima domenica Quaresima

Preghiamo. Signore nostro Dio, ascolta la voce della Chiesa che ti invoca nel deserto del mondo: stendi su di noi la tua mano perché nutriti con il pane della tua Parola e fortificati dal tuo Spirito vinciamo, con il digiuno e la preghiera, le continue seduzioni del maligno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Deuteronomio 26, 4-10: il <Credo> di Israele.
[1]Quando sarai entrato nel paese che Dio-Signore-tuo ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, [2]prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Dio-Signore-tuo ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Dio-Signore-tuo avrà scelto per stabilirvi il suo nome. [3]Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: <Io dichiaro oggi al Dio-Signore-tuo che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci>. [4] Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Dio-Signore-tuo [5]e tu pronuncerai queste parole davanti a Dio-Signore-tuo: <Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa.[6]Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù.[7]Allora gridammo al Signore, al Dio-dei-nostri-padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione;[8]il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, [9]e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele.  [10] Perciò (we’attah) ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato>.  Le deporrai davanti a Dio-Signore-tuo e ti prostrerai davanti a Dio-Signore-tuo. [11]gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore-tuo-Dio avrà dato a te e alla tua famiglia.
Salmo 91,1-2.10-15. Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido».
Non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi.
«Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso».
Paolo ai Romani 10,8-13: il <Credo> della Chiesa.
Che dice dunque la Santa Scrittura? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se proclamerai con la tua bocca: «Gesù è il Signore», e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Luca 4, 1-13: il <Credo> di Gesù e la sua resistenza.
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:  “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA? Don Augusto Fontana.

L’uomo moderno conosce l’esperienza del deserto?
La risposta è affermativa. E’ diventato luogo comune della psicanalisi, della sociologia, del cinema e delle riviste, descrivere la società come un deserto nel quale l’uomo è solo e nel quale abbondano l’incomunicabilità, l’alienazione, l’abbandono e la paura. Deserto è la città, la fabbrica, il quartiere dormitorio. Deserta è la campagna e deserte sono le chiese. Però non è lo Spirito che ci ha spinto in questi deserti; sono state le strutture che ci siamo create, i nostri miti, appetiti, la nostra economia. Questo deserto non ci richiama l’immagine paradisiaca che sembra insinuare il vangelo (nella versione di Marco 1,12-13) dove l’uomo/Adamo/Gesù vive in pace con le bestie selvatiche, dove il lupo convive con l’agnello, dove gli angeli servono il cibo. In questo nostro deserto infernale vengono date pietre al posto del pane ed anche il pane è frutto di un gioco spietato ed è oggetto di una continua conquista. Più che un deserto, è una giungla; infatti oggi si parla di giungla retributiva, burocratica, fiscale, finanziaria, edilizia e chi più ne ha più ne metta.
Se però a quest’uomo moderno si chiede se egli nel deserto faccia anche l’esperienza di essere tentato da Satana, egli risponderà quasi certamente di no. L’idea del diavolo è estranea all’uomo moderno che oltre ad aver lasciato Dio fuori dalla città, ci ha lasciato anche Satana.  Ma le cose non stanno così. Certo, se il diavolo è un signore con le corna, l’uomo colto ed emancipato ha ragione di non crederci. Ma se si interroga la tradizione biblica per sapere chi è veramente Satana, le cose sono diverse. Infatti per la Bibbia il diavolo non è il contrario di Dio, ma la caricatura di Dio. Satana è tutto ciò che si attribuisce i connotati di Dio senza essere Dio, i poteri di Dio senza essere Dio, l’assolutezza di Dio senza essere Dio. Egli è l’usurpatore. E’ l’idolo che prende il posto di Dio facendosi credere Dio. E non viene mai a mani vuote: ha sempre qualcosa da promettere. Paolo nella 2 Lettera ai Corinti (11,14) dice che “si camuffa da angelo della luce” e quindi diventa un surrogato di Dio. Ebbene, il deserto di questa città industriale che rifiuta Satana unitamente a Dio, è in realtà piena di aspiranti al ruolo di Dio. Sono una legione. Ognuno vuole porsi come criterio assoluto: il potere, la legge, l’ordine, il denaro, la proprietà, il mercato, il sessismo, il consumo, la libertà, la scienza, il partito, lo Stato, l’ideologia, la Chiesa. Ogni cosa, anche buona, nella misura in cui pretende di trascendere l’uomo e di sedersi al di sopra di lui, diventa un idolo, un dio mondano. Naturalmente ognuna di queste cose, divinizzandosi, diviene deforme e corrotta. Può essere combattuta, ma non brandendo un altro idolo. L’assenza di Dio impedisce di liberarci dalle copie di Dio. Al contrario il vero Dio, il Padre di Gesù Cristo, è il solo criterio possibile per smascherare le caricature di Dio. Cristo ha fatto resistenza a Satana dopo essere stato battezzato dal Padre. Gesù ci ha messo in grado di smascherare i demoni camuffati e di sottrarci al potere degli idoli. E’ solo a partire da questo momento che nella nostra conversione comincia il regno di Dio e il Vangelo è creduto.
Il <credo> storico di Israele.
In Deuteronomio 10 il credente Israelita non trova Dio al termine di una elucubrazione filosofica, ma nella trama di una storia che Dio fa insieme al suo popolo. Il catechismo ebraico, più che contenere una serie di formule astratte, è un racconto delle azioni di Dio. L’ebreo non si domanda “Chi è Dio?” ma: “Che cosa ha fatto Dio per noi?”. La fede di Israele nasce dall’esperienza di un Dio che si presenta non come “Colui che è”, ma come “Colui che c’è”, ossia è qui, agisce, interviene.
Nel frammento del «Credo storico» che leggiamo oggi, si mettono in evidenza tre azioni di Jahwè:

  • La scelta (vocazione), a cominciare dai Patriarchi. Una scelta gratuita che cade su una realtà debole: “Mio Padre era un arameo errante” (o con altra traduzione “…era un arameo ormai vicino alla fine” cioè indebolito dalla carestia che lo spinge ad andare in un paese straniero dove vive senza diritti civili nè cittadinanza). Notare anche l’insistenza del Nome “Dio-Signore-tuo” (ebraico:Jahwèelohei-kà) che diventa come un nome proprio e che definisce il rapporto personale ed esperienziale di ogni israelita con Dio: “Ascolta Israele! Oggi sei diventato il popolo di Dio-Signore-tuo “(Deut. 27,9)
  • la liberazione: “Il Signore ci fece uscire…“.
  • il dono della terra: “Ci diede questo paese…“.

La confessione della fede storica si trasforma in liturgia. Nel testo ebraico, al versetto 10, il termine we’attah si deve tradurre con “perciò“: la fede celebrata nella liturgia nasce dalla fede sperimentata nella storia. La liturgia dei gesti e dei segni diventa espressione di una vita riconoscente e non una poesia da recitare.
Anche il Salmo 91 celebra il “Credo di Israele”, e quindi il nostro “Credo”. Chissà quante volte Gesù lo ha proclamato e pregato!
Il Salmo è stato scelto dalla liturgia odierna per l’esplicita citazione, nel testo evangelico, dei versetti “ai suoi angeli darà ordine, perchè essi ti custodiscano” e  “essi ti sosterranno con le mani perchè il tuo piede non inciampi in una pietra“. Il Salmo è usato dalla liturgia della sinagoga ebraica come preghiera della sera e del Sabato. Anche la tradizione cristiana lo usa come Salmo per la chiusura della giornata.
S.Bernardo (1090-1153) in un Sermone diceva che questo Salmo era adatto “ad incoraggiare i timidi, ad ammonire i negligenti e istruire chiunque si trovi ancora distante dal traguardo della perfezione“.
C’è un arrivo al Tempio (per pellegrinaggio o per diritto d’asilo politico), un pernottamento nella veglia di preghiera, una partenza per il ritorno alla durezza della vita quotidiana (sera, notte, pieno giorno). Attraverso simbologie e immagini efficaci, benchè un po’ estranee al linguaggio contemporaneo, vengono elencati i pericoli e le prove a cui il fedele è stato e sarà sottoposto: trappole tese, malattie, ostilità aperte (frecce), empi idolatri, pietre di inciampo, disgrazie, colpi mancini, veleni di ogni genere, poteri forti (drago e leoni). Su questo shock esistenziale si stende il balsamo della benedizione sacerdotale che utilizza simboli e immagini di Dio adatti a creare fiducia: il riparo, l’ombra, le ali protettive, lo scudo, il rifugio.
Il “Credo” di Gesù.
Oggi ci viene chiesto di lasciarci tentare (saggiare, mettere alla prova, smascherare) sulla nostra speranza di fondo. Su chi contiamo davvero? A chi stiamo dando piena fiducia? Chi merita la nostra fedeltà? La grande riforma socio-religiosa di Giosia, da cui nasce il testo della prima lettura, ci ha rivelato che la fiducia veniva posta in Dio solo sulla base della fedeltà dei suoi interventi. Ora vedremo Gesù che pronuncia il suo “credo storico”.
Noi, come singoli e come comunità, possiamo richiamare alla memoria avvenimenti nei quali Dio è intervenuto per noi e sui quali fondiamo la certezza di poter contare su di Lui con fiducia totale?  Su chi ci basiamo quando si tratta di decidere qualcosa da cui la nostra vita resta seriamente determinata?
Gesù rifiuta di mettere alla prova Dio (ma quale Dio sarebbe, se fosse costretto a giustificarsi davanti a noi?). Non bisogna, d’altra parte stupirci per le fratture e le fatiche che questa fedeltà a Dio provocherà.
Luca è attento a saldare il Battesimo di Gesù con l’evento delle tentazioni.  C’è una strategia che non lascia dubbi non solo per capire la vita di Gesù, ma anche quella della Chiesa: “Ecco, Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano“(Luca 22,31).
La tentazione nella vita di Gesù.
La presenza della tentazione lungo tutta la vita di Gesù è storicamente credibile. I racconti corrispondono ad alcuni dati sicuri del Vangelo:

  • Gesù pone un rifiuto ad ogni richiesta di un “segno” che sia solo un prodigio per la propria utilità o senza valore spirituale;
  • Gesù entra in conflitto di coscienza sulla interpretazione della modalità fallimentare del proprio ruolo messianico;
  • Gesù vuole purificare le speranze messianiche dei discepoli.
  • C’è una relazione tra Battesimo e tentazione; la vita di fede non è al riparo dalle tentazioni, come dice Siracide 2,1:” Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione“.
  • C’è uno scontro tra due diversi modi di leggere le Sante Scritture.
  • Le tentazioni di Gesù sono il paradigma delle tentazioni della Chiesa. Luca chiude il racconto dicendo che “Satana si allontanò da lui per tornare al tempo opportuno” che è il tempo della Passione e il tempo della Chiesa; la confessione di fede fatta da Pietro a Cesarea ne è un esempio: Pietro, dopo aver fatto un’ortodossa dichiarazione di fede (Tu sei il Cristo) non vuol sentir parlare di andare a Gerusalemme (ciò non accadrà mai) e Gesù scaccia il Satana/Pietro (Vai dietro a me, Satana, perchè non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini).

Raccogliamo le Parole del giudizio:

Deserto: C’è deserto e deserto; c’è quello costruito dalla nostra mortifera e distruttiva resa e c’è quello preparatoci dallo Spirito come luogo di Rivelazione e di esodo, di parto e di resistenza. Devo decidere in quale deserto  accettare la tentazione.
Satana: è una legione di caricature di Dio, di piccoli assoluti pieni di promesse e di pretese. Nel primo deserto, il satana vive subdolamente come parassita nelle pieghe delle stanche abitudini familiari o aderendo, come un polpo, all’anatomia della nostra struttura professionale, politica e religiosa; nel secondo deserto il satana viene stanato, smascherato e diventa aggressivo, pulsante, “altro” da me. Devo decidere con quale Satana convivere.
Dio:Colui che è” o “Colui che c’è“? E’ una ipotesi o un’esperienza mia che posso raccontare? Devo decidere quale “Credo” vivere e a quale Dio offrire le mie primizie.
Io: nel primo deserto vivo pitturato sull’asfalto delle cose come le strisce pedonali, incollato agli eventi come un nastro adesivo, omologato alle pressioni conformiste; nel secondo deserto vivo in piedi anche se ammaccato, obietto, opto, progetto, creo, condivido, abbraccio, piango, desidero, canto e quando mi inginocchio è solo per pregare.

Devo decidere se sopravvivere o vivere.




2 marzo 2025. Domenica 8a
TRA IL DIRE E IL FARE

  8° domenica tempo ord. C 

Preghiamo. La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen
Dal libro del Siracide 27,4-7
Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.
Salmo 91 (92). E’ bello rendere grazie al Signore.
E’ bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,54-58
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Dal Vangelo secondo Luca 6,39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.  Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

TRA IL DIRE E IL FARE. Don Augusto Fontana

Medico, cura te stesso.

Lettera da una mia collega:
“Caro don, non ho retto alla curiosità di venire a vederti a dir Messa. Mi sono messa dietro le ultime colonne perchè, essendo tua collega di lavoro, ero imbarazzata. Volevo toccare con mano se era vero quello che mi diceva mio padre dei preti: «Fa’ quel che dicono, ma non fare quel che fanno!». Ti confesso che mi hai deluso. Sembravi il mio dottore che consiglia a tutti di non fumare e poi lui fuma due pacchetti di sigarette al giorno. Da anni non ascoltavo più una Messa e credo che per un po’ non ci tornerò più. A parte l’aria ipocrita che si respirava, mi ha colpito la tua predica: parli bene, ma io ti conosco altrettanto bene e mentre parlavi mi venivi in mente quando siamo sul lavoro. Voi preti avete tanti consigli da dare a tutti: l’amore, il perdono, i poveri, la croce. Con tutta franchezza devo dire che di tutto quello che predicavi a noi, non trovo niente nelle sette ore che passiamo insieme  a lavorare; mi riferisco all’ultimo scontro che hai avuto con i colleghi R. e B.  Ed è anche per questo che non mi confesso più dal giorno del mio matrimonio. Perchè devo venire a dire i miei peccati a un prete che è come me? Almeno io non faccio prediche agli altri! ……
Mia risposta:
Cara C. mi hai fatto una vigliaccata; se avessi saputo che eri presente in chiesa, mi sarei esposto meno.  La franchezza che ti distingue ha colpito ancora. Quello che dici non fa una grinza e devo cedere all’evidenza. Di fatto non mi dici nulla di nuovo, perchè anche Gesù aveva detto: «Quanto vi dicono, mettetelo in pratica, ma non fate quello che fanno, perchè dicono, ma non fanno. Legano infatti pesi pesanti e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito»(Matteo 23,3). Quelle parole dette da Gesù non hanno mai avuto la forza dirompente e svergognante delle stesse parole dette da te. Grazie, dunque, di avermi obbligato ad un’autocritica. Ma permettimi anche di rispedire al mittente la tua lettera. Tu militi in un partito e in un sindacato che si dichiarano “solidaristici”: anche voi siete abituati a predicare bene e razzolare male (ti ricordi l’ultima assemblea?). Non parliamo poi della vita privata: tuo figlio, alcuni giorni fa, mi diceva che gli rimproverate di non confidarsi con voi, ma di fatto non trovate mai il tempo per parlare con lui. Vedi, dunque, che l’ipocrisia dei preti è un’influenza virale contagiosa. Il mal comune non è mezzo gaudio e potrebbe metterci nella condizione di aiutarci vicendevolmente a cambiare, come stiamo facendo con questo scambio di lettere. Per quanto riguarda la confessione, ti prometto che se vieni a confessarti da me, anch’io ti racconterò i miei peccati e ti chiederò di perdonarmeli: tanto, ho visto che sei furbetta e che ne conosci già abbastanza. Non sono sicuro, però, che me li perdonerai tutti!…Con sincera amicizia. Il tuo don.  

Guide cieche, falsi maestri, ipocriti.
Luca continua a riferire le istruzioni di Gesù per relazioni umane radicalmente nuove fra uomini che hanno la coscienza di essere stati graziati da Dio. Il Comandamento “Diventate misericordiosi perchè è misericordioso il Padre vostro” è il nuovo codice del discepolo. Contro possibili e facili deviazioni, il Vangelo di oggi conferma il Comandamento con una serie di similitudini. Chi insegna cose diverse da quel comandamento è una guida cieca (v.39) e un falso maestro (v.40); chi insegna la giusta strada senza percorrerla o chi critica il male altrui senza vedere il proprio, è un ipocrita (v.41-42). E ciò è detto non solo per singoli discepoli, ma anche per intere comunità ecclesiali che non illuminano più l’ambiente a cui sono inviate (quartiere, città, aggregati sociali),  perchè invece di salvarlo, lo giudicano. Chiesa pettegola!
CiecoNel testo di Luca  si respira aria di polemica che coinvolge non solo i farisei tradizionali, ma anche i discepoli di Gesù che si comportano come loro. Il discepolo (prete, catechista, vescovo, pettegole devote…) ci vedrà bene e potrà essere di aiuto agli altri solo se si lascia guidare dalla Parola di Gesù, come dice il salmo 119,105: “Luce ai miei passi è la tua Legge, Signore”.  Come la luce fu il principio della creazione, così ora il Comandamento della misericordia è il principio della ri-creazione. Caratteristica del cieco è di non potersi muovere pur avendo l’apparato locomotorio in ordine. Tutto gli si rivolta contro perchè va a sbatterci contro. La cecità fondamentale è di ritenersi “giusti” e non dei disgraziati graziati: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite “Ci vediamo!”, il vostro peccato rimane» (Giov.9,41).
Falsi maestri. Invece di seguire la parola e l’esempio di Gesù, per leggerezza o presunzione, siamo tentati di seguire altre vie che riteniamo più efficaci per l’evangelizzazione. Per la comunità di Luca questa presunta maggior efficacia consisteva, forse, in pretese rivelazioni personali o in conoscenze esoteriche che potevano offrirsi come alternative alla “insipienza” dell’esempio e delle parole di Gesù. Anche oggi siamo diventati specialisti nell’inventare vie di salvezza spirituali, psicologiche, economiche, politiche o sociali. Il discepolo illuminato è colui che sa ciò che l’unico Maestro ha detto e fatto, e cerca di fare altrettanto: «Io, il Maestro, ho lavato i piedi a voi, perchè anche voi facciate questo ai vostri fratelli»(Giov.13,17).
Ipocrita. Ipocrisia non significa solo “finzione”, ma anche “protagonismo”. Il termine “ipocrita” deriva dal teatro greco: l’ upocrités era il protagonista mascherato che dialogava con il coro. Luca rappresenta, in altra pagina del suo Vangelo (cap.18,9-14), la figura dell’ipocrita nella Parabola del fariseo che ringrazia Dio di non essere come il peccatore che sta in fondo al tempio. Una presunta giustizia senza grazia.
Le parole e i frutti. La funzione e l’importanza della parola sembrano essere al centro della riflessione liturgica. E’ un esame molto attuale, anche perchè la parola è diventata sempre più slegata dalla testimonianza personale. Anche all’interno della Chiesa, la parola costituisce problema quando la si usa per giudicare o condannare oppure quando non c’è coerenza tra cuore, vita e parola.
Ben Sira, detto il Siracide, era un maestro di sapienza religiosa popolare, molto attivo nelle scuole di Gerusalemme. Formava i giovani alla vita, spaziando dal corretto galateo a tavola fino ai problemi più impegnativi della vita. Scrive la sua opera verso il 185 a.C. .  Il suo carisma era quello di saper conciliare  la dottrina tradizionale ebraica con la nuova cultura greca che stava invadendo la Palestina e trovava risonanza soprattutto fra i giovani.
Il tema del testo odierno viene espresso dal versetto 5 dove parla di “conversazione” (dialogismù); il giudizio su un uomo può essere dato solo attraverso un “colloquio dialogico” (gr. dialoghismòs). Nel 1° versetto si specifica come deve essere fatto questo colloquio: occorre “scuotere” l’uomo attraverso un dialogo critico ed incalzante che lo obblighi a rivelare la paglia e il grano. Il giudizio su una persona può derivare solo da un colloquio personale che ha bisogno di tempo. Non bisogna precipitare. Per il Siracide, il dialogo è una delle colonne portanti dell’esistenza umana. Il discorso da uomo a uomo serve per consigliare, per esortare, per mettere in guardia, per discernere il bene dal male. “Bisogna che l’uomo si renda conto che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua coscienza e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato”[1].
Salmo 92: Il giusto è come palma e cedro: porterà sempre frutti.
L’utilizzo nella liturgia odierna parrebbe poco giustificato, se non per quei pochi versetti che si collegano con le letture odierne attraverso il tema dell’uomo giusto che è simile a piante dai frutti abbondanti. A fronte della ripetizione per 7 volte del nome di Jahwè, il Salmo, nella versione integrale, mette in campo gli empi che vengono definiti con 7 nomi che descrivono l’ottusità della stoltezza:

  • animale stupido cioè  incapace di decifrare e celebrare il progetto di giustizia di Dio;
  • stolto che  significa anche “ateo” perchè è sicuro che Dio non rovinerà la sua vita guadente e ingiusta;
  • empio cioè colui che fa opposizione ai giusti;
  • operatori di iniquità cioè idolatri e ingiusti con gli altri;
  • nemici di Dio;
  • quelli che spiano per colpire il giusto;
  • perversi.

Poi c’è il quadretto che descrive gli uomini giusti paragonandoli a cedri e palme piantati negli atri del tempio. Le radici dei giusti affondano nell’humus di Dio e la linfa di Dio alimenta tutto il tronco. Gesù dirà in Giov. 15: “Io sono la vite e voi i tralci. Come un tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi, se non rimanete in me. Chi rimane in me ed io in lui,fa molto frutto perchè senza di me non potete far nulla”.

 Tra il dire e il fare c’è di mezzo il non giudicare. L’atteggiamento ecumenico è quello che ci rende più simili al Signore attraverso un’apertura indulgente, comprensiva, libera da pregiudizi e da fanatismi. Siamo veramente aperti alle categorie dell’altro? Siamo critici sulla nostra fede oltre che su quella degli altri? Individuo quella situazione di lavoro,  famiglia o  gruppo in cui cerco solo la paglia nell’occhio altrui o non instauro un “colloquio dialogante”?


 [1] Martin Buber IL CAMMINO DELL’UOMO, Ed. Qiqajon, Bose Pag.44




23 febbraio 2025. Domenica 7
PERDONARE L’IMPERDONABILE

7 ° Domenica tempo ord. C – 

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel tuo unico Figlio ci riveli l’amore gratuito e universale, donaci un cuore nuovo, perché diventiamo capaci di amare anche i nostri nemici e di benedire chi ci ha fatto del male. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal primo libro di Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23
In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti di Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisai scesero tra quella gente di notte ed ecco Saul giaceva nel sonno tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra a capo del suo giaciglio mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisai disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era dalla parte del capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore. Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era grande spazio tra di loro. E Davide gridò: “Ecco la lancia del re, passi qui uno degli uomini e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”.
Salmo 102   Il Signore è buono e grande nell’amore
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,  non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia.
Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Dal Vangelo secondo Luca 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: Amate (agapàte) i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, perchè è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

PERDONARE L’IMPERDONABILE. Don Augusto Fontana

 «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra…».
 “Perdonare l’imperdonabile” è il gesto più radicale dell’a­more”[1].
 Esiste ancora Abele, l’innocente? Siamo inseriti in un sistema di relazioni sociali ed in una storia di peccato; non basta la nostra buona intenzione soggettiva per farci perdere la complicità con la violenza. Anche chi si ritira nell’eremo rischia di contribuire alla violenza collettiva se si sottrae allo sforzo comune di coloro che vogliono una società non violenta. «Tutte le creature sono connesse tra loro» scrive l’ Enciclica Laudato si’ al n°42.
«Ma Gesù, quante guance aveva?»: mi chiese l’amica L. abbandonata dal marito e non certo disposta a riprenderlo in casa dopo la seconda scappatella extraconiugale. Mi aveva raccontato la sua vicenda e aveva terminato così: «L’ho perdonato, ma non lo voglio più vedere. Buona sì, ma stupida no; io le due guance le ho già esaurite!».
Innanzitutto mi rendo conto di quanto mi sia comodo disquisire e pontificare sulla pace in un ambiente non coinvolto direttamente da conflitti sanguinosi o da scontri per strappare un sacco di farina alla famiglia dei vicini per sopravvivere. Eppure la cultura dell’urlo è spettacolo quotidiano, la conflittualità intra familiare disfa il 70% dei nuclei, lo sfruttamento lavorativo e sessuale sui minori e sulle donne è pane quotidiano unitamente al companatico della nostra diseducativa flemma o contro-testimonianza. La pedofilia clericale ha tracimato per anni accompagnata da silenzi tombali senza giustizia per le vittime. E negli ambienti di lavoro: invidie, gelosie, sgambetti avvelenano e appestano quello che fu il terreno delle solidarietà di classe, un po’ ideologiche, ma niente male. Senza parlare delle virate della nostra religiosità pur di non entrare in rotta di collisione con un Dio che molti di noi immaginavano più morbidone, rimproverandogli l’errore di gioventù di aver detto: “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada e a separare….”(Lc 12,51-53).
Eppure esistono figli e figlie di Dio beatificati dal silenzioso rammendo dei rapporti interpersonali; figli e figlie di Dio seminati sui territori in conflitto per convivenze insperate e simulare mondi che verranno, oh sì, che verranno! E quando uno di loro viene ucciso, solo allora ne affiorano a centinaia, grazie a Dio, grazie davvero! Esistono benedetti figli e figlie di Dio resistenti in umili cooperative di lavoro tra favelas e foreste, pressati da mercato, finanza e politica. Esistono costruttori di pace fantasiosi, creativi, intraprendenti, furbi, beati ma non beoti. Per amore o per vergogna, dobbiamo rivisitare la pace, tornare a bussare alla sua porta. Alla porta del suo Dio.
Figli che imitano il Padre: “Risparmiate Caino!
Scrive Genesi 4,13-15: « Caino disse al Signore: “Il mio castigo è troppo grande; come potrò sopportarlo? Oggi tu mi scacci dalla terra fertile e io dovrò nascondermi lontano da te! Sarò vagabondo e fuggiasco, e chiunque mi troverà potrà uccidermi”. Ma il Signore gli rispose: “No, chi ucciderà Caino sarà punito sette volte più severamente”. E il Signore mise un segno su Caino: se qualcuno l’incontrava non doveva ucciderlo».
La prima lettura di oggi (1 libro di Samuele 26) estrae un frammento di non-violenza attiva. Gelosie e diffidenze avevano separato le strade tra Saul e Davide che si danno la caccia tra due accampamenti vicinissimi. Durante una spedizione notturna, Davide trova i tremila uomini di Saul assopiti da un “torpore mandato da Dio“. Abisai, il tentatore, lo spinge ad approfittare dell’occasione per uccidere Saul che dorme. Davide riflette: “Dio mi ha messo nelle mani il nemico e io lo restituisco a Lui, alla sua giustizia e fedeltà“. Decide di non ucciderlo e compie un gesto dimostrativo di non-violenza rubando una brocca e la lancia di Saul. Tra i due – dice il testo – “c’è un grande spazio“, non solo geografico, ma anche morale. Da valle a valle i due si gridano i propri messaggi. Davide conferma la propria innocenza e Saul dichiara di pentirsi. Si rompe così la spirale della faida “del taglione” (occhio per occhio, dente per dente). Davide corre così il rischio di andare a cercare la pace. Ma non per sempre. Poco dopo farà uccidere Uria per impossessarsi della moglie. Lo spirito di pace è instabile.
Dopo aver ascoltato le «Beatitudini/Guai», viene da chiederci: “Che cosa pretende ancora da noi?”. Forse al massimo arriviamo a non fare del male agli altri, ad accettare di “fare agli altri quello che aspettiamo che gli altri facciano a noi”. Nei testi biblici di oggi si supera il limite del tollerabile: Dio è colui che ci mette il nemico nelle nostre mani perchè lo risparmiamo. È una vera tentazione di Dio, se così si può dire; tanto che molti di noi gli hanno chiesto: “Padre non abbandonarci alla prova/tentazione!”.
Il nemico.
Matteo scrive prevalentemente per una comunità impregnata di religiosità giudaica; per la quale i “nemici” si identificano nei pubblicani e nei non-circoncisi. Luca, invece, estende la qualifica di nemico a chiunque faccia del male ad un altro, colpendolo nella persona o nei beni (reputazione, corpo, vestito, ricchezze). La pagina dell’evangelo di oggi sembra un collage di frammenti esortativi giustapposti. Invece la sua unità è costruita attorno al tema dell’amore. Ma quale tipo di amore? Con quali verbi si coniuga l’amore evangelico? Chi sono i soggetti da amare? Quale rapporto tra amore e giustizia? Presento una scomposizione del testo per far emergere il contenuto paradossale dell’invito “Siate misericordiosi perché (gr. kathòs) è misericordioso il Padre vostro“:
Amate, cioè: fate del bene – benedite – pregate per… – porgete l’altra guancia – date anche la giacca a chi vi ha rubato il cappotto – date a chi chiede – non richiedete ciò che vi è stato rubato – fate del bene a chi non se lo merita – prestate a chi non vi restituirà – siate misericordiosi – non giudicate – perdonate.
A chi? Ai nemici, cioè: chi vi odia – chi vi maledice – chi vi maltratta – chi ti percuote – chi ti deruba – chi non ti ama e non è amabile – chi non ti sarà riconoscente – chi non ti restituirà il prestito – chi merita un giudizio e una condanna.
La soluzione sta nel fatto che per il discepolo di Gesù le relazioni umane non sono “bipolari” (io e l’altro), ma “tripolari”(io e l’altro, sì, ma sotto lo sguardo misericordioso di Dio). In questo caso l’ottica cambia radicalmente: le mie azioni non devono essere determinate da ciò che l’altro mi darà in cambio, ma da ciò che, precedentemente, Dio ha fatto per me; il mio perdono esprime la mia risposta alla sua misericordia verso di me: “Siate misericordiosi, perché (kathòs) è misericordioso il Padre vostro”[2].
Ma a voi che ascoltate. Nelle «Beatitudini/lamentazioni» di Luca abbiamo visto il comportamento di Dio, che è grazia e misericordia. Si profila anche la mia autobiografia: mi benedice mentre me ne dimentico, mi fa grazia mentre lo rinnego, mi riveste della sua dignità dopo che l’ho spogliato e non richiede indietro ciò che gli ho rubato. Così rivela la sua “con-discendenza” verso il mio abisso (Romani 5,6-11). Gli inviti dell’evangelo sono rivolti “a chi lo ascolta“, cioè non più ai ricchi ma a quei poveri graziati, indicati dalle Beatitudini. Gesù non si rivolge ai Parlamenti che legiferano, ma alla comunità dei discepoli che “ascoltano”(“disse ai suoi discepoli”).
Amate. Non si parla di amore reciproco (gr.philìa), ma di amore senza fondo (gr. agàpe): «Non noi abbiamo amato Dio, ma Lui ci ha amato per primo e ha dato per noi suo Figlio» (1 Giov. 4,10). L’agàpe è estasi, nel senso originario e letterale del termine latino di ex-stare, stare fuori, decentrare l’io.  Se amare è come generare un figlio, allora perdonare è come risuscitare un morto. Perdono è “iper-dono” o “super-dono”.
Bene-dite, bene-date: bocca, mani, cuore. L’amore non è solo un sentimento interiore, ma si esprime nei fatti. Bene-dire Dio diventa allora bene-dare agli uomini (fate del bene/bello).
Resisti. Porgere l’altra guancia significa farsi una faccia di diamante nella resistenza: «Vincere il male con il bene» (Romani 12,21). La mia guancia non potrà essere quella flaccida e masochista degli invertebrati.
Per rientrare nel circuito della non-violenza attiva.
Giancarlo Caselli, quando era Direttore Generale degli Istituti penitenziari, ebbe due parole da dirci : « Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni democratiche si attivano per non rispondere al male col male. Gesù ha chiesto di visitare i carcerati perché sapeva molto bene che l’animo umano in queste condizioni si smarrisce, perde la speranza. Ma forse anche perché conosceva bene la psicologia di chi sta fuori e che ragiona in termini di “dimentichiamoli in galera…buttiamo via la chiave… se la sono voluta”. In forza di questi sentimenti e logiche, chi ha sbagliato si vede sempre più inesorabilmente ricacciato verso spirali di ulteriori errori, mentre noi ci separiamo troppo rigidamente dai cattivi perché siamo convinti in buona fede di essere puri, buoni, senza contraddizione, senza conflitti nel cuore. Senza il sostegno della comunità il carcere diventa pura e semplice vendetta, risposta al male col male. La pena è una triste necessità, scaturente da una legislazione che deve essere rispettata; modificata, se serve, ma rispettata. E’ certo che senza legalità non si ha giustizia, ma dovrebbe essere altrettanto evidente che la sola legalità non garantisce piena e completa giustizia. Una bontà senza giustizia diventa emotività debole, fragile, che non è in grado di costruire un vero cambiamento. Soltanto nella giustizia nasce una bontà robusta, solida; quella bontà che può renderci operatori di giustizia».
In un documento della Caritas Italiana (Liberare la Pena, Ed. Dehoniane, 2004) si scrive tra l’altro: «Non sarebbe giusto, specie per i credenti, che una società non dichiarasse il male compiuto e non ne riconoscesse, dove riesce, le cause e le responsabilità. Non sarebbe certo opportuno un discorso semplicistico che portasse all’assoluzione generalizzata…ma un altro problema che ci dobbiamo porre è se subendo un trattamento disumano (come spesso capita in carcere) si possa costruire una motivazione per appartenere in modo costruttivo allo stesso sistema che sta infliggendo quel trattamento o se non siano altre le vie per costruire opportunità di partecipazione al bene comune da parte di chi è stato autore di reato». A supporto di quest’affermazione viene citata l’affermazione di Giovanni Paolo II nel “Messaggio per il giubileo nelle Carceri” del 9 Giugno 2000: “I dati che sono sotto gli occhi di tutti ci dicono che questa forma punitiva in genere riesce solo in parte a far fronte al fenomeno della delinquenza. Anzi, in vari casi, i problemi che crea sembrano maggiori di quelli che tenta di risolvere. Ciò impone un ripensamento“. Il documento della Caritas allora suggerisce una nuova forma giuridica riparativa (e quindi non solo retributiva e vendicativa) chiamata “mediazione penale” che sarebbe «un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari». Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’autore del reato “hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma – per esempio – di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».


[1]Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Ed  Cortina, 2014.
[2] D. Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 195.