13 luglio 2025. Domenica 15a
IL SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’

Domenica 15 domenica  C

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen
Dal libro del Deuteronòmio 30,10-14
Mosè parlò al popolo dicendo: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».
Salmo 18.  I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,  rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli,  sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro,  di molto oro fino, più dolci del miele  e di un favo stillante.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 1,15-20
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». 

IL SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’. Don Augusto Fontana

Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu, tutto sommato, fortunato: incontra un ferito una volta nella vita ed è, per questo, santificato da Gesù nel suo vangelo per i secoli dei secoli. Ma noi, ogni giorno, vediamo, sappiamo, conosciamo carni maciullate, schiave esposte, bimbi violati di sesso o di armi o di lavoro. Siamo all’assuefazione, alla indifferenza inescusabile ma inevitabile. Don Milani difendeva il “principio della cura” (I care = mi preoccupo) contro quella qualunquistica indifferenza di ieri che oggi ha infettato anche me. E mi chiedo come fa Dio, il Signore, a non diventare un po’ assuefatto pure lui che da quel giorno sul monte Oreb continua a guardare, ascoltare e scendere per liberare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto» (Es. 3,7-8).  Non sempre ne vedo chiaramente gli esiti e Lo attendo al varco nell’invocazione: «Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell’angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione» (Siracide 51, 10).
Padre Antonio Izquierdo scrisse, con una felice intuizione, che «il buon samaritano è lo pseudonimo di Gesù».
I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, la città santa della salvezza, interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo ribelle che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, la Gerusalemme Celeste. Nei briganti che assalgono l’uomo, vedono il tentatore che ci spoglia dall’amicizia con Dio. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica Legge per la nostra salvezza che sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste ci cura con l’olio della consolazione e il vino dello Spirito e della speranza. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore intravedono i fratelli nelle mani dei quali Gesù affida la cura dei con-fratelli. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù che promette di ritornare per dare a ciascuno il suo merito. Alla chiesa Gesù lascia per la nostra salvezza i due denari: la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola.
FARSI “PROSSIMO”.
«Credo che per leggere onestamente la parabola dobbiamo non tanto identificarci con il protagonista positivo, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita e che i tre personaggi sono momenti di un unico faticoso movimento verso una vera compassione»[1], arrivare non solo a “sentire compassione”, ma a “fare la compassione” (S.Gerolamo traduce “fecit misericordiam” = fece la compassione).
Un uomo incappò nei ladroni
Gesù ambienta la parabola in questa strada tra Gerusalemme e Gerico, nota per le sue insidie. Quest’uomo è ognuno di noi camminatori imprudenti su sentieri che conducono lontano dall’Eden. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri… Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti» (Salmo 24, 4. 10). Questa strada si presta a interpretare bene anche la nostra situazione di discepoli: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10, 3); “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Lc 22, 46).
Un sacerdote vedendolo passò dall’altra parte
Il primo personaggio che transita è un professionista della religione, conosce la legge di Dio, guida la preghiera, passa il suo tempo in chiesa, quindi si trova per caso sulla via della sofferenza dell’uomo ma, appena la sbircia, gira alla larga. L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi e doveri: egli deve interessarsi delle cose di Dio. E Gesù lo ripudia come eterno rappresentante dell’indifferenza del cuore. Se non sapessimo che questa parabola risale a Gesù  la diremmo nata dalla mente dissacratrice di un nemico della religione,  un’invenzione sacrilega di un anticlericale denigratore di preti. Ma siccome è Gesù a parlare ci mettiamo in ascolto di una profezia che vuole colpire liturgie e pratiche religiose avulse dalla carità e dalla vita: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli» (Isaia 1,13-14).
Anch’io devo passare dall’orto-dossia (“hai risposto bene [in greco = orthôs]”) alla orto-prassi (“fai questo e vivrai”).
 Un levita
Il secondo personaggio è un funzionario che “arriva sul posto” e anche lui “passa dall’altra parte”. Tutti e due “passano dall’altro lato” con un gesto non solo di indifferenza, ma di esplicito scostamento. È diverso dal Gesù-samaritano che arriva “vicino a lui” (prossimo). Il levita è il tipo di tutti coloro che, nella Chiesa o nella parrocchia, sono sempre ai loro posti, notai di Istituzioni, di Leggi, di Immobili e di Tradizioni secolari e sanno distinguere bene le eccellenze, le eminenze e i monsignori, le Rubriche rituali e i paragrafi dei Codici.
Un samaritano era in viaggio…
Il terzo personaggio è Gesù, questo “extracomunitario samaritano” che si avvicina: «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» e io non possa accampare scuse dicendo che Dio è irraggiungibile. L’Incarnazione è un Dio che anziché chiudersi in se stesso in maniera narcisistica e oziosa sceglie di aprirsi all’esterno. E’ ciò che i Padri antichi della chiesa hanno sintetizzato con l’idea della “con-discendenza” (syn-katàbasis), cioè il suo essere-per-l’uomo. Il teologo Chenu, in periodo di Concilio Vaticano II, chiamava questa modalità dell’agire di Dio, “legge dell’estroversione[2]. Il Concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” scrive: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo … egli si è fatto veramente uno di noi” (GS n. 10). E’ per questo motivo che “chiunque segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS n. 41). Il Gesù-samaritano sembra non gradire certi riti che privilegiano più il salotto che la strada, più le pantofole che gli scarponi da viaggio, più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino.
…passandogli accanto…
Altre volte questo “passare accanto” di Gesù ha scatenato campi magnetici tonificanti: Mat. 20, 30 «Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare:  «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!»; Mc 1,16 «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare…»; Mc 2,14 «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:  «Seguimi».  Egli, alzatosi, lo seguì»; Lc 19,4 «Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là».
Lo vide.
Anche il “vedere” è una qualità di Dio e un suo dono. Non per niente Gesù guarisce parecchi ciechi. Ci vogliono occhi per vedere i poveri. “La povertà non è solo quella del denaro, ma anche della mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, la disoccupazione … gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari e tutte le frustrazioni che provengono dall’incapacità di integrarsi nel gruppo umano più prossimo” (Paolo VI).
Sono i drop-out: i “caduti fuori” dal circuito, i caduti in disgrazia. Per loro il Gesù-samaritano ripete il rito del Padre misericordioso: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Luca 15,20).
Ne ebbe compassione.
Significa sentirsi provati emotivamente nell’indignazione e nella compassione materna, guardare la storia e la geografia dall’angolo dei poveri. Uno dei termini con cui  l’A.T.  indica la misericordia è rahamim, che propriamente designa le “viscere materne” ed è usato per esprimere quel sentimento intimo, profondo e amoroso che lega due esseri per ragioni di sangue o di cuore. Is 49,15: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò”.

Lettera enciclica “Fratelli tutti”.
Papa Francesco ha dedicato tutto il capitolo secondo della “Fratelli tutti” alla rilettura e attualizzazione di questa Parabola.


[1] Eucaristia e parola, a cura della comunità di Bose,  Ed. V&P.
[2] Chenu M.D., “Pour une anthropologie sacramentelle”, in La Maison Dieu 119 (1974) 86.




SE NON PER DIO ALMENO PER UMANITA’
Card. Battaglia

SE NON PER DIO, FATELO PER CIÒ CHE D’UMANO RESTA NELL’UMANITÀ…
Card. Mimmo Battaglia (Avvenire 08/07/2025)
Il pianeta risuona tamburi di guerra da ogni direzione dell’orizzonte. In Ucraina tredicimila civili cancellati dal fuoco; a Gaza cinquantasette mila vite spente come candele nella corrente in ventuno mesi d’assedio; dal Sudan quattro milioni di corpi in marcia alla ricerca di un fazzoletto d’ombra; in Myanmar tre milioni e mezzo di volti dispersi fra cenere e giungla; e, sopra tutti, una città invisibile che non smette di crescere: centoventidue milioni di profughi lanciati nel vento come semi. Questi numeri – li sentite pulsare? – dovrebbero gelare il sangue, ma sfumeranno come bruma se non accostiamo l’orecchio al battito che custodiscono. Ogni cifra è una fronte che scotta, una fotografia sbiadita stretta in un pugno, una voce che domanda solo un minuto senza sirene.
A voi che impugnate le leve del potere – governi in doppiopetto, consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, alleanze militari dalla voce di metallo – dico che il Vangelo non fa sconti né ammorbidisce la verità. Non domanda tessere, non pretende incenso: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto» non è un soprammobile pio: è norma primaria scritta con il polso di Dio.
Non esistono clausole, non c’è piè di pagina abbastanza piccolo per nascondere l’egoismo.
Se volete essere guida e non timone allo sbaraglio, fermate i convogli carichi di morte prima che varchino l’ultima dogana; smontate i macchinari che colano piombo e forgiatene aratri, tubature, banchi di scuola. Portate i bilanci di guerra sulla cattedra di un maestro stanco: trasformate milioni stanziati per missili in sale parto illuminate, ambulanze capaci di raggiungere finanche le sofferenze più remote.
E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».
Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.
Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”.
Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni. Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie.
L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?» Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.
Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.
A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.
 Piega, Cristo, l’orgoglio dei potenti, invita chi forgia armi a piegare il ferro in vanghe, chiama ogni coscienza a spalancarsi e difendere il fragile con la testardaggine di chi sa che il bene è moneta che non svaluta. Ogni minuto di ritardo incide un nuovo nome sul marmo.
Che questa pagina – spoglia di retorica, ruvida di Vangelo – diventi specchio: chi vi si guarda decida se restare servo della violenza o farsi servo dei fratelli.
Dio del respiro negato, strappa il tavolo ai signori che vendono il mondo a colpi di vertice.
Capovolgi le loro carte di ferro: che il piombo sparso torni zolla, che il bilancio armato diventi culla. Offri ai potenti lo specchio che non sanno rompere: il volto di un bambino senza notte, il tremito di un medico rimasto senza luce.
Fa’ che non possano distogliere lo sguardo finché il privilegio diventa vergogna e la vergogna si fa giustizia.
Ricordaci che la carne vale più dell’emblema, che chi fa profitto sul sangue scava la propria fossa, che l’alba non appartiene a chi ha cannoni ma a chi custodisce un abbraccio.
Taci le sirene, piega le bandiere gonfie di rumore, e ridonaci un silenzio capace di far fiorire il futuro. Amen 




Giornata mondiale per cura del creato
Messaggio di Papa Leone XIV

PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO 2025
[1° settembre 2025]

Semi di Pace e di Speranza
Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.
Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24). Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie.
Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).
Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo (cfr Laudato si’, 84). La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche (cfr Esort. ap. Laudate Deum, 5), senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.
Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. È emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene.
E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata” [1], i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.
Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» (Laudato si’, 200). Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (ivi, 67).
La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.
È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217). Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.
Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto “Borgo Laudato Si’”, che Papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’Enciclica Laudato si’.
Prego l’Onnipotente di mandarci in abbondanza il suo «spirito dall’alto» (Is 32,15), affinché questi semi e altri simili portino abbondanti frutti di pace e di speranza.
L’Enciclica Laudato si’  ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto. Nel suo nome invio a tutti voi la mia benedizione.
Dal Vaticano, 30 giugno 2025
LEONE PP. XIV
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[1] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace,  Terra e cibo, LEV 2015, 51-53.




Questione ambientale, priorità della Chiesa
M.Liut (Avvenire)

Questione ambientale è una priorità della Chiesa.
Matteo Liut (Avvenire 2 luglio 2025)
Leone XIV ha ribadito che la cura della casa comune delineata da Francesco nella Laudato si’ è impegno inderogabile: le scelte dei Grandi in materia pesano infatti sulla vita dei più piccoli.

Ma perché la Chiesa parla ancora di temi come la deforestazione, l’inquinamento, la biodiversità minacciata, il cambiamento climatico? Che hanno a che fare queste emergenze planetarie con la Messa, le liturgie, le preghiere, la pastorale, le devozioni, la carità e tutti quegli atti che da secoli qualificano la vita delle comunità cristiane? Insomma, va bene che i credenti in Cristo si prendano cura dei poveri, dei sofferenti e si ritrovino per celebrare i loro riti religiosi, ma si fa ancora fatica a capire perché essi si preoccupino di tutela dell’ambiente, risorse minerarie, fonti d’acqua, distribuzione delle materie prime.
Dieci anni fa, quando papa Francesco pubblicò la sua enciclica sulla cura della casa comune, la Laudato si’, si colse subito la portata profetica della sua scelta ma, nonostante l’enorme coinvolgimento soprattutto tra i giovani su questo fronte, nel tempo abbiamo ceduto alla tentazione di considerarlo quasi un “personale pallino” del Pontefice. Dobbiamo ammettere che gran parte del sentire comune ha legato questa attenzione alla sensibilità propria del Papa argentino, ignorando i movimenti, le associazioni e le iniziative sul territorio nate proprio sulla spinta del documento del 24 maggio 2015. In questi giorni, però, papa Leone XIV ci ha fatto ben comprendere che non è così e che questo impegno non solo non è più derogabile, rinviabile o depennabile dalle agende della politica internazionale, ma è di fatto parte costitutiva del patrimonio comune della Chiesa cattolica e del suo agire nella storia. Lo ha spiegato in maniera chiara nel messaggio inviato il 30 giugno alla FAO e lo ha sancito in modo chiaro e netto ieri nella riflessione scritta in vista della decima Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato: salvaguardare l’ambiente, afferma Prevost senza se e senza ma, è «questione di fede».
È un punto fermo, un messaggio “ad intra” ma anche “ad extra”: ai cattolici ricorda il fondamento teologico del loro agire a favore della salvaguardia dell’ambiente (riprendendo chiaramente il concetto di ecologia integrale della Laudato si’), davanti al mondo intero chiarisce che la Chiesa non farà mai un passo indietro su questo tema. E non può fare diversamente perché da secoli ha imparato ad ascoltare la voce di quel Creato che l’umanità è chiamata a «coltivare e custodire». Lo ha fatto proprio stando alla scuola della liturgia, leggendo e meditando, durante la Veglia pasquale della notte del Sabato Santo, il racconto della creazione riportato nel primo capitolo della Genesi. In quella celebrazione, che rappresenta il culmine e il senso dell’esistenza della Chiesa nella storia, il rito liturgico più importante di tutti, i cristiani hanno compreso che il Creato non è semplicemente un enorme “ecosistema” basato su leggi fisiche di interdipendenza tra esseri animati e risorse naturali, ma è portatore di un senso più grande, è l’immagine di quella casa eterna che è il cuore di Dio e a cui tutti siamo destinati. Prenderci cura della nostra vita terrena (che si chiama così proprio perché ha dimora sulla Terra ed è radicata nella terra) è un segno di eternità, è il nostro modo di entrare già in quella vita eterna, che non è semplicemente ciò che viene dopo la morte, ma il grembo d’amore che ci genera continuamente come umanità, giorno dopo giorno.
E allora ecco la radice sociale dell’impegno nella cura dell’ambiente da parte dei cristiani, quella radice che sta animando queste prime settimane del pontificato di papa Leone XIV, nelle cui parole cogliamo una pacata e coerente fedeltà all’intento di mettersi sulla scia del Papa della Rerum novarum, ovvero del Papa che ha indicato le radici teologiche dell’impegno nella società da parte dei battezzati.
Ebbene, sottolinea Prevost con il suo stile teologicamente e spiritualmente fondato, farsi carico della questione ambientale non è un’ossessione da epoca post­-petrolifera, ma una precisa necessità di giustizia. Perché? Perché non tutti pagano allo stesso modo il conto delle iniquità prodotte da uno sfruttamento squilibrato delle risorse o delle conseguenze nefaste dei conflitti armati o ancora dei giochi di potere che fanno del controllo delle materie prime un’arma di dominio e di supremazia. Non tutti subiscono in modo uniforme le ferite di una Terra che «sta cadendo in rovina» (una rovina, specifica il Papa, dovuta anche alle attività antropiche): i primi a vedere minacciata la propria dignità (sì la dignità di figli di Dio e quindi di sorelle e fratelli di ogni essere umano) sono i poveri, gli ultimi, gli emarginati. Un esempio su tutti: le popolazioni indigene, indicate dal Papa come simbolo di tutti coloro cui viene imposto di vivere ai margini della storia, mentre i “grandi”, ad esempio, cercano di garantirsi l’accesso alle “terre rare” sulla pelle delle popolazioni minacciate da bombe e droni. Dunque ecco perché i cristiani parlano della questione ambientale: per loro, nota bene Leone XIV, è prima di tutto una questione di «giustizia sociale, economica e antropologica». Lo hanno capito mettendosi – attraverso gli atti che da sempre qualificano la loro vita da credenti – ai piedi della Croce di Cristo e alla luce del Risorto. Lì hanno imparato a farsi carico dell’intera umanità e, soprattutto, a prendersi le proprie responsabilità. Ovvio, in definitiva, che sia preciso dovere della Chiesa ricordare ai potenti e ai “grandi” che ogni loro scelta ha precise conseguenze soprattutto sull’esistenza quotidiana dei più piccoli.




L’ANNUNCIO, CONTAGIO BUONO
Padre Ermes Ronchi

L’annuncio, contagio buono

Ermes Ronchi  (Avvenire 01/07/2010)

Partono senza pane, né sacca, né denaro, senza nulla di superfluo, anzi senza nemmeno le cose più utili. Solo un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perché l’incisività del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell’organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose, perché risalti il primato dell’amore. L’abbondanza di mezzi forse ha spento la creatività nelle chiese. Il viaggio dei discepoli è come una discesa verso l’uomo essenziale, verso quella radice pura che è prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno perseguitati, perché capovolgono tutta una gerarchia di valori.

Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio.

I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.

Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.

Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.

Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.

E poi la casa. Quante volte è nominata la casa in questo brano! La casa, il luogo più vero, dove la vita può essere guarita. Il cristianesimo dev’essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l’amore sembra lacerarsi, quando l’anziano perde il senno e la salute. Lì la Parola è conforto, forza, luce; lì scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14; Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)




I SETTANTA+DUE
Ester Abbattista

I settantadue.
Ester Abbattista[1]
(IL REGNO 29/06/2022)

XIV domenica del tempo ordinario

Lc 10,1-12.17-20

Nel Vangelo di oggi assistiamo all’invio di 72 messaggeri di pace e annunciatori del Regno. Dopo alcune importanti istruzioni i 72 partono e viene descritto il ritorno di questi discepoli pieni di gioia per i successi ottenuti.
Certamente sono tanti i particolari su cui ci si potrebbe fermare per approfondire e riflettere, ma vorrei invece porre attenzione sul primo elemento di questo racconto, che forse rimane il più trascurato, ovvero sul numero «72». In realtà è un numero strano, ci si aspetterebbe di più una cifra tonda, come 70, che richiami, come multiplo di sette, la totalità di questo invio. Che questo numero 72 faccia problema risulta anche da diversi autorevoli manoscritti che, appunto, correggono la cifra in 70.
Ovviamente sono possibili diverse spiegazioni per questa discrepanza tra gli antichi manoscritti, ma tra queste ce n’è una intra-biblica che può suggerirci un’ulteriore riflessione. La scelta di 72 persone a delle orecchie allenate al racconto biblico fa subito venire in mente un’altra scena dove un altro Maestro — Mosè nella tradizione ebraica viene chiamato Moshè rabbenu (Mosè nostro maestro) — convoca 70 anziani perché lo aiutino a portare avanti la sua missione verso la terra promessa.
In realtà, però, il numero delle persone sulle quali discenderà lo Spirito di Dio sarà 72, con un ulteriore particolare: mentre i 70 che ricevono lo Spirito in presenza di Mosè intorno alla tenda del convegno «profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito» (Nm 11,25), gli altri due che erano rimasti nelle loro tende non solo ricevettero il medesimo Spirito e incominciarono a profetizzare, ma non si dice che smisero di farlo in seguito. Anzi, alla protesta di Giosuè, che vede in tutto questo una trasgressione all’ordine del maestro, Mosè risponde: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11,29).
Ecco allora che l’invio da parte di Gesù di 72 discepoli, se si tiene conto di quanto fosse familiare il testo di Numeri nel contesto ebraico in cui tutto questo avviene, può avere un ulteriore significato proprio a partire dall’episodio appena narrato. C’è sicuramente un’«ufficialità» che va comunque rispettata, ma che non può essere esclusiva, poiché lo Spirito di Dio non può avere limiti organizzativi o istituzionali e può posarsi su chiunque al di là di regole, norme e ordinamenti.
L’invio di 72 discepoli pone allora, da parte del Signore, una condizione essenziale per la buona riuscita della missione stessa: al di là del mandato e dell’invio è lo Spirito che suscita e guida coloro che a sua volta lo accolgono e si lasciano guidare, poiché tutti possono essere profeti nel popolo di Dio. E di fatto tutti i cristiani in virtù dello spirito ricevuto nel loro battesimo sono costituiti come popolo regale, profetico e sacerdotale, a tutti è dato il medesimo Spirito, il quale è libero di agire al di là di ogni norma e istituzione. Norma o istituzione che non viene, però, abolita o disattesa, poiché anch’essa di per sé necessaria, ma resa non esclusiva o escludente, proprio nel rispetto della libertà dello Spirito, della sua costante e continua creatività e libertà.
A riprova di tutto questo è la frase finale con cui si chiude questo episodio. I discepoli ritornano gioiosi perché la loro missione è stata straordinaria: «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”», e questo grazie proprio al potere che il Signore ha dato loro: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi».
Ma non tanto la buona riuscita della missione, insegna Gesù, quanto un altro deve essere il motivo della gioia: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». «I nomi scritti nei cieli»: e a chi è dato salire nei cieli per poter leggere quei nomi? Possiamo, come Mosè, inscrivere nell’ordine dei chiamati 70 nomi (che sono già una totalità), ma non possiamo chiudere la porta, escludere quegli altri 2 nomi che solo lo Spirito conosce; non ne abbiamo, semplicemente, l’autorità: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29; 3,6; 3,13; 3,22).


[1] Biblista. Arcidiocesi di Trento.




6 luglio 2025. Domenica 14a
UNA CHIESA IN USCITA

Domenica 14a Tempo Ordinario

Preghiamo. O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annuncio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaia 66,10-14
Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».
Salmo 65.  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome, dategli gloria con la lode. Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».
«A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio, terribile nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume: per questo in lui esultiamo di gioia. Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6,14-18
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 10,1-12 .17-20
  In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé [il testo originale greco scrive: pro prosopou autou = davanti al volto suo] in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: “Il regno di Dio si è avvicinato a voi”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana

E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico[1] – disincagliati attraverso quel rito della chiamata: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”».
Non viene raccontato nulla di quei giorni di missione dei discepoli. Luca ce ne riferisce solo il loro ritorno “pieni di gioia”. Forse questo esito finale ha indotto la Liturgia a scegliere, come prima lettura e Salmo, due testi caratterizzati da stupore e allegria: «Rallegratevi … esultate …. sfavillate di gioia… Dite a Dio: “Stupende sono le tue opere”».
Io non trascurerei, tuttavia, di fermarci sul rito della chiamata: Luca, e solo lui, riferisce l’invio in missione non solo dei “dodici apostoli”, ma di un numero esteso di “discepoli”.
Il messaggio da portare è: «Il regno di Dio si è avvicinato a voi», ripetuto 2 volte nel testo. Messaggio da diffondere in  “strade… piazze casevillaggi”, non affidato solo alla bocca («prima dite: Pace a questa casa») , ma accreditato dalle mani («curate gli ammalati») e da una pratica pastorale mite e semplice senza sterili piagnistei davanti a persecuzioni e rifiuti.
Un tratto caratteristico della missione è il suo carattere itinerante di fronte alla tentazione di “installarsi”. È come dire che non c’è vocazione senza missione; anzi il “chiamato” è necessariamente un “inviato”.
Le letture di oggi non sono esclusive per preti, frati e suore; sono un messaggio per ogni battezzato, perché la missione si può compiere ogni giorno, trasformando le strutture sociali, economiche e politiche e proclamando un Vangelo che non ha bisogno di essere predicato in un tempio; lo possiamo annunciare nel nostro lavoro, nella scuola e nel quartiere.
Fin dall’inizio Gesù chiarisce che non si tratta di fare delle crociate: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Si è mai visto un agnello che possa nuocere a un lupo? Inoltre pare che Gesù abbia dettato regole sui bagagli: «non prendete borsa, né bisaccia, né sandali»; sembra dire: se annunci la pace non puoi farlo con metodi da sceriffo, se annunci la giustizia non puoi evadere le tasse o pagare l’idraulico in nero. La strana richiesta di «non salutare nessuno lungo la strada» non è invito alla scortesia ma a non perdere di vista l’obiettivo.
A queste prime raccomandazioni ne seguono altre che riguardano, praticamente, il comportamento nel villaggio. La frase di Gesù «se non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: noi la scuotiamo la vostra polvere contro di voi» non è un invito a “mandare tutti a quel paese”. Invece occorre iniziare con uno scambio di pace: ” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi“. Nulla di perso dunque se si viene rifiutati, semplicemente si riprende ciò che non è stato accettato e lo si ripropone a chi sarà meglio disposto. È sapiente l’invito a “scuotere la polvere dai sandali”: di fronte ad un rifiuto si può cader preda di un rancore che può attaccarsi al cuore. E’ meglio scuoterlo subito via senza rinunciare a ripetere: «il regno di Dio ti è vicino comunque».
La seconda parte del brano racconta l’esito della missione: un successo, «anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Gesù cita il Salmo 90: “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo…camminerai su aspidi e vipere, calpesterai leoni e draghi, mille cadranno alla tua destra e diecimila al tuo fianco ma nulla ti potrà colpire“. Paradossale che nulla possa colpire degli agnelli in mezzo ai lupi.  La fine della vita di Gesù, di Stefano, di Paolo, dei martiri di ieri e di oggi ci mostra il contrario. Per questo l’invito a rallegrarsi non è semplicemente perché si è riusciti a portare a casa la pelle e magari a fare qualche miracolo. Forse domani non sarà così, forse la strada sarà più in salita o forse saremo più stanchi. Gesù invita piuttosto a rallegrarsi perché «i vostri nomi sono scritti nei cieli». Paolo, nella seconda lettura, ha scritto la stessa cosa con altre parole: «quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo».
Evangelii Gaudium”: per una Chiesa in uscita.
L’Esortazione Apostolica di Papa Francesco vuole provocare nei credenti il coraggio di uscire da comodità o immobilismo per raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno del Vangelo (n. 20).
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelizzatrice si mette nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze e assume la vita umana toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore”. Quindi, la comunità evangelizzatrice accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”(n.24).
Papa Francesco sognava una pastorale ordinaria più espansiva e aperta (n.27). Questo suppone che la parrocchia realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo per non diventare una setta di eletti (n.28).
La pastorale missionaria esige di abbandonare il comodo criterio del “si è fatto sempre così”(n.33).
Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione di una moltitudine di dottrine. L’annuncio dovrebbe concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario (n.35).
La Chiesa “in uscita” è una Chiesa che va verso le periferie umane rallentando il passo per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada; a volte è come il Padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà(n.46).
Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo». Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri (n.48).
Papa Francesco scrive (EvG n. 49): «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti…Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)».

Potremmo pregare come ci suggerisce il documento dei vescovi “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (1991) citando John Henry Newman[2] Fa’ che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te».


[1] Settanta, o settantadue, erano conteggiati i popoli della terra, con riferimento alla lista dei popoli di Genesi 10.
[2] (1801 –1890) è stato un cardinale, teologo e filosofo inglese. Già presbitero anglicano si convertì al cattolicesimo e fu di nuovo ordinato prete nella Chiesa cattolica.




29 giugno 2025
PIETRO. MA NON SOLO PIETRO.

Santi Pietro e Paolo

Preghiamo. E’ veramente cosa buona e giusta rendere grazie a te, Signore, Padre santo. Tu hai voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli:  Simone, che per primo confessò la fede nel Cristo; Saulo, che illuminò le profondità del mistero; Pietro, il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, Paolo, il maestro della Santa Scrittura, che annunziò la salvezza a tutte le genti. Così, con diversi doni, hanno edificato l’unica Chiesa e condividono la stessa gloria.
Dagli Atti degli Apostoli 12,1-11
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione. Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».
Sal 33. Il Signore mi ha liberato da ogni paura.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.17-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.  Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.21 Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Torna dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”

PIETRO. MA NON SOLO PIETRO. Don Augusto Fontana

Il testo liturgico del Vangelo secondo Matteo per domenica, festa dei santi Pietro e Paolo, prevede solo i versetti 13-19 del cap. 16. Nel commento includo anche i versetti 20-23. Perché così, nell’insieme del testo, si coglie meglio il senso del soprannome (o il “nuovo nome”) che Gesù appiccica a Simone chiamandolo “pietra”: una volta pietra di fondamento (Mt 16,18) e una volta pietra di inciampo (Mt 16,23). Le due affermazioni si illuminano reciprocamente sia per gli atteggiamenti di Pietro che per le parole che Gesù gli rivolge.
Matteo normalmente segue lo schema del Vangelo di Marco aggiungendo parti proprie, come nel caso del vangelo di oggi. Il testo di oggi ha avuto interpretazioni diverse, talvolta contrastanti nelle varie chiese cristiane. Conviene trattare delicatamente il testo per non usarlo strumentalmente come “dimostrazione” di nostre tesi precostituire. Nella chiesa cattolica spesso lo si usa per rivendicare il primato del Papa. Mi nascono domande: la missione attribuita a Pietro è esclusiva sua o possiamo trovarla rivolta anche ad altri discepoli? Le Parole dette da Pietro e da Gesù le troviamo solo qui o anche altrove?
Ma io chi sono per voi?
Gesù vuole sapere cosa si dice di lui. Pietro a nome di tutti dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” La risposta non è nuova. Anteriormente già gli altri discepoli avevano fatto una simile professione di fede: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Nel Vangelo di Giovanni la stessa professione di fede è fatta da Marta: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che è venuto nel mondo” (Gv 11,27). Scrive P. Ermes Ronchi: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? La risposta è bellissima e sbagliata, bellissima e incompleta: “Dicono che sei un profeta. Una creatura di fuoco e di luce, come Elia, come il Battista. Dicono che sei voce di Dio e suo respiro”. Gesù non si sofferma su ciò che pensa la gente. E prosegue: voi chi dite che io sia? Anzi, la domanda è preceduta da un «ma»: voi invece, che cosa dite? Come se i discepoli non dovessero mai omologarsi. …Ma dire non basta. Siamo specialisti di facili parole. Gesù Cristo non è ciò che io dico di Lui, in una formula esatta, ma ciò che vivo di lui; ciò che vivo del suo crocifisso amore, di quella croce dove tutto è scritto in lettere di amore e di dolore, le uniche che non ingannano».
Sei beato.
Gesù proclama “beato”, Pietro, perché ha ricevuto una rivelazione dal Padre. La risposta di Gesù non è nuova. Anteriormente Gesù aveva fatto una identica proclamazione ai discepoli: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. Molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono»  (Mt 13,16), e aveva lodato il Padre «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»  (Mt 11,25). Pietro è uno dei piccoli, uno dei tanti, ai quali il Padre si rivela.
Sei scheggia estratta da una roccia.
Essere pietra. Matteo, facendo memoria di questo nuovo Nome dato da Gesù a Simone, incoraggia le comunità sofferenti e perseguitate della Siria e della Palestina, che vedevano in Pietro la leadership che le aveva fondate e coltivavano un legame affettivo molto forte con lui; così le comunità della Grecia con la persona di Paolo, alcune comunità dell’Asia con la persona del Discepolo amato e altre con la persona di Giovanni dell’Apocalisse. Una identificazione con questi leaders delle loro origini le aiutava a coltivare meglio la propria identità e spiritualità. Ma poteva anche essere motivo di conflitto, come nel caso della comunità di Corinto: «Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo che vi sono discordie tra voi. Qualcuno dice:  “Io sono di Paolo”,   “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”» (1Cor 1,11-12). Essere “pietra” evoca la parola di Dio al popolo in esilio di Babilonia: «Voi che cercate Dio e siete in cerca di giustizia, guardate alla roccia dalla quale siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»  (Isaia 51,1-2). Dunque il soprannome che Gesù dà a Simone lo fa per escludere che i discepoli si sentano montagna o “cava”; noi siamo semplicemente “pietre” o “schegge”. Giovanni direbbe: «Simone, ricordati che tu sei un tralcio perché la vite sono io; Simone ricordati che tu sei una piccola scheggia estratta dalla roccia e dalla cava che sono io». Occorre rileggere questo incarico alla luce anche della Lettera di Paolo agli Efesini (2, 19-22): «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito». E lo stesso Pietro nella sua prima Lettera scrive (2,5): «anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo».
Tieni aperta la porta.
Pietro riceve le chiavi del Regno per legare e sciogliere, cioè per riconciliare le persone tra loro e con Dio. Lo stesso potere di legare e sciogliere è dato alle comunità: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo»  (Mt 18,18). Uno dei punti sui quali il Vangelo di Matteo più insiste è la riconciliazione e il perdono (Mt 5,7.23-24.38-42.44-48; 6,14-15; 18,15-35). La riconciliazione era e continua ad essere uno dei compiti più importanti dei coordinatori, ma anche delle stesse comunità.  Come Pietro anch’io posso diventare scheggia dalla pietra angolare, roccia e chiave che apre (o chiude).
La chiesa è mia.
«su questa scheggia edificherò la mia chiesa». La parola Chiesa, in greco ekklesia, appare 105 volte nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente negli Atti e nelle Lettere. Solamente tre volte nei Vangeli, e solo in Matteo. La parola significa “assemblea convocata”. La Chiesa o la comunità non è il Regno, ma uno strumento e un segno del Regno. Il Regno è più grande. Le forze del male non vinceranno «la mia chiesa», dice Gesù, non quella di Pietro o di Paolo.
Mi ha sempre stupito il fatto che le grandi chiese fondate da Paolo nell’Asia minore (Efeso, Corinto, Filippi, Tessalonica regione della Galazia ecc) oggi siano una minoranza, un piccolo gregge. Gli inferi hanno prevalso sulle sue chiese, ma non su quella di Cristo. La Parola che Dio ci rivolge questa domenica ha come sfondo proprio un tribunale e una prigione in cui entrambi gli Apostoli sono rinchiusi in attesa di giudizio a causa della loro testimonianza in favore di Dio. Nella prima lettura infatti, nell’episodio che si riferisce a Pietro, troviamo in modo molto esplicito: “persecuzione”, “arresto”, “carcere”, “cella”, “catene”. Nella seconda lettura Paolo scrive a Timoteo la sua ultima, struggente, lettera dalla prigione in cui si trova a Roma prima di essere giustiziato (67 d.C.). Ognuno di noi, infatti, sperimenta di essere imprigionato da qualche paura. Ognuno di noi porta qualche tipo di questa catena o una qualche forma di persecuzione che non ci rendono liberi di vivere il Vangelo. La liberazione è particolarmente evidente nel salmo responsoriale: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura“. Ed è proprio questa affermazione, che la liturgia ci fa apposta ripetere più volte, la chiave di interpretazione e attualizzazione del lieto annunzio di oggi.
Torna dietro a me, Satana.
Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Conforme all’ideologia dominante del tempo, egli immaginava un Messia glorioso. Gesù lo corregge: “E’ necessario che il Messia soffra e sia ucciso in Gerusalemme“. Ma Pietro non accetta la correzione di Gesù e cerca di dissuaderlo. La risposta di Gesù è sorprendente: “Torna dietro a me, satana! Tu sei per me pietra di inciampo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Satana è colui che ci allontana dal cammino che Dio ha tracciato per noi. Pietro voleva prendere la guida e indicare la direzione del cammino. Gesù dice: “Dietro a me!”. Chi indica la direzione e il ritmo non è Pietro ma Gesù. Il discepolo deve seguire il maestro. Deve vivere in conversione permanente. Per l’evangelista Matteo, la parola di Gesù era anche un messaggio a tutti coloro che guidavano le comunità. Essi devono “seguire” Gesù e non possono mettersi davanti come Pietro voleva fare. Al contrario, come Pietro, invece di pietra di sostegno, possono diventare pietra di inciampo. Così erano alcuni leader delle comunità al tempo di Matteo. Così può succedere tra noi oggi!




Ministero della Pace
Proposta da una Rete di Associazioni

L’Europa si riarma, un coro di voci cattoliche vuole un ministero della Pace.
Giuseppe Muolo AVVENIRE martedì 24 giugno 2025

 Una rete di sigle rilancia, in risposta al piano RearmEu, la vecchia idea di don Benzi. Manfredonia (Acli): «Bisogna cambiare cultura». Notarstefano (Ac): «Scontro continuo è un gioco al massacro».

Riaccendere i riflettori sulla necessità di un Ministero della Pace. Non nuova, ma sempre valida idea (anche alla luce della cronaca) di don Oreste Benzi. È univoca la proposta di Fondazione Fratelli TuttiAzione Cattolica ItalianaAssociazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Acli. L’hanno presentata ieri, a Roma, nell’auditorium “Bachelet” della Domus Mariae. L’iniziativa è stata promossa dalla campagna “Ministero della Pace” e sottoscritta da oltre 30 realtà associative ed enti del mondo cattolico.

Secondo Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli, infatti, «per preparare la pace bisogna prepararsi alla pace, senza aumentare le spese militari», come si pensa di fare al vertice Nato a L’Aja. Perché in questo modo «si fomentano solo le paure e le angosce delle persone e si pensa che la difesa armata sia la sola strada possibile». Bisogna «cambiare cultura». Una missione che «può sembrare utopica, ma è l’unica possibile».
Il ministero della Pace va proprio in questa direzione. Tra i suoi obiettivi ci sono la promozione della comunicazione e della trasformazione nonviolenta dei conflitti, della giustizia riparativa e dell’educazione alla pace nei curricula scolastici e universitari; l’adozione di strumenti di mediazione e prevenzione dei conflitti sociali e ambientali; l’avvio di azioni e di attività di monitoraggio per la riconversione civile dell’industria bellica; il sostegno ai Corpi civili di pace, al Servizio civile universale e alle altre forme di difesa civile non armata e nonviolenta; e infine il supporto a una cooperazione internazionale equa e sostenibile. Inoltre, sono stati pensati due organi propositivi e consultivi per programmare e progettare. Il loro scopo è indicare le priorità da coordinare a livello nazionale.
Una proposta, secondo padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, che indica «un modo diverso di vivere, capace di intendere la giustizia come riparativa e non vendicativa, di mediare i conflitti, di dialogare e di porre un sogno all’interno della società, non la paura e la vendetta che animano oggi gli interessi politici dei grandi e dei potenti».
Matteo Fadda, presidente dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ha ricordato che l’idea di un ministero simile è nata da un’intuizione di don Oreste Benzi. Gli venne in mente negli anni ‘90, in seguito all’esplosione della guerra nella ex Jugoslavia. «Da quel momento in poi – ha sottolineato – cominciò a pensare a un organismo istituzionale per costruire la pace con opere diverse che intervenissero sul piano educativo, sociale, legislativo, della sicurezza e, quindi, anche delle relazioni internazionali, della diplomazia e del dialogo».
Una visione che torna oggi più che mai d’attualità, «in un momento in cui il mondo ha preso una direzione totalmente diversa», ha sottolineato Giuseppe Notarstefano, presidente di Azione Cattolica Italiana. «Il tema – ha aggiunto – è cercare di superare la convinzione che l’unica via possibile per i conflitti sia lo scontro continuo tra Paesi, che è un gioco al massacro». Invece occorre «riprendere una logica di multilateralismo, rafforzare gli organismi internazionali e promuovere un maggiore coordinamento delle politiche pubbliche». La stessa via l’ha indicata Laila Simoncelli, coordinatrice nazionale della campagna, che ha esortato tutti a «creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti e strutture più solidali».
Tra gli altri, è intervenuta anche Giovanna Martelli, della Fondazione Rut, già deputata del Pd. «Ragionare in modo multidisciplinare su questi temi – ha detto – è molto importante anche in una società come la nostra che sembra apparentemente in pace, ma vede recrudescenze violente in tanti ambiti».




22 giugno 2025. Corpo e sangue
DIO IN FRAMMENTI DI PANE

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.
Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.
Salmo 109 Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.
Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: «Domina in mezzo ai tuoi nemici.
A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».
Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
Dal vangelo secondo Luca 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Una necessaria premessa.
La liturgia ci porta dal Dio Estremo, Dio OMNIA = Dio TUTTO (onni-potente, onni-sciente, onni-veggente…) contemplato domenica scorsa nella Trinità, al Dio FRAMMENTO contemplato nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, che è un duplicato della celebrazione del Giovedì Santo pasquale.
È noto che il Corpus Domini – così si chiamava – è una festa di origine medioe­vale nata come risposta ad una “rivelazione” della monaca Giuliana di Mont­ Cornillon, avvenuta nel 1246, in un’epoca ca­ratterizzata da una grande devozione verso l’eucaristia. La prima celebrazione della festa del Corpus Domini avvenne a Liegi nel 1247; papa Urbano IV estese tale festa a tutta la chiesa nel 1264  per motivi devozionali[1] e apologeti­ci: affermare la fede cattolica nella presenza reale contro gli errori di Berengario di Tours, il quale riteneva che il pane eucaristico poteva contenere solo una presenza simbolica e non effettiva del cor­po di Cristo. Ebbene, «il motivo apologetico che de­terminò il sorgere della festa ne ha costitui­to anche il limite del contenuto e cioè l’eccessiva attenzione alla presenza reale considerata in modo trop­po indipendente dal mistero eucaristico tota­le» (A. Bergamini, Cristo festa della Chiesa).
Questo limite è stato, almeno nell’inten­zione, superato dalla riforma liturgica pro­mossa dal Concilio Vaticano II mediante il cambiamento della denominazione (Solennità del Corpo e Sangue del Signore) e l’arric­chimento, nel Messale, delle preghiere e dei testi biblici della Messa propria. Il risultato è che oggi la festa del corpo e san­gue di Cristo non è più la festa della presen­za reale, ma del mistero eucaristico nei suoi vari aspetti.
Un Pane per i deboli.
Padre Ermes Ronchi scrive che Luca ci ricorda che noi, come i 5000 uditori di Gesù (praticamente una “parrocchia”!), non abbiamo una “robusta e sana costituzione fisica”: «Gesù prese a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. C’è tutto l’uomo in queste parole; il suo nome è: creatura-che-ha-bisogno di Dio e di cure, di pane e di assoluto. Vi è riassunta tutta la missione di Gesù: lui è Parola di Dio e guarigione della vita. La prima riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono uno di quegli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me, si prenda cura, guarisca la mia vita. Ho un desiderio inappagato e non so neppure di che cosa, ma so che niente fra le cose create lo potrà saziare».
La nostra storia assomiglia molto a quella ricordata da Deuteronomio 8,2-3.14-16: «Mosé parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ho fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”».
Il contesto topografico della narrazione evangelica di oggi è esattamente lo stesso: il deserto. Ce lo ricordano gli apostoli che dicono: «… qui siamo in una zona deserta». Camminiamo in una terra assetata e senz’acqua, piena di serpenti velenosi e di scorpioni. Alcuni valori essenziali per la sopravvivenza umanizzata sono messi in questione: non parlo solo della diminuzione dei beni essenziali per la vita fisica di cui mancano milioni di persone, ma anche della diminuzione della tenerezza, della comunicazione, della ospitalità, del silenzio, della serena semplicità di vita. Le guerre per procura stanno uccidendo e affamando milioni di persone. Gaza è in agonia per bombe e per fame volutamente procurata, con tassi allarmanti di malnutrizione acuta tra i bambini più piccoli e un significativo aumento della mortalità.
Il pane che manca urla più forte dei nostri devoti canti e delle nostre annoiate processioni.
La tradizione ebrea vuole ricordare non solo l’evento dell’esodo, ma anche ricordare le sorprese giunte improvvisamente dentro tale situazione: un’acqua scaturita da un’improbabile sorgente rocciosa e la manna, un frutto sconosciuto ed energetico trovato in qualche cespuglio di oasi. E’ come proclamare che un amore irrompe dentro, creando sorprese. Poi, si sa, la manna non durava che per un giorno. La precarietà restava. Il vecchio sistema durava per forza d’inerzia, il nuovo è come un fiore che appena sboccia subito avvizzisce. La novità non è mai acquisita una volta per tutte. E se non scaturisce nulla è perché battiamo la pietra con diffidenza. L’evidenza è il vecchiume e non la novità; l’evidenza è il mercato e non la tenerezza; l’evidenza è la divisione e non la comunione. Noi dovremmo essere gli esegeti della novità.
Un sacerdozio “universale”.
La prima lettura di oggi potrebbe cadere sulle assemblee domenicali come un asteroide caduto chissà da dove; richiede un’ambientazione.  Abramo è reduce da una spedizione che ha liberato suo nipote Lot sequestrato dagli uomini di una coalizione di quattro re. Al ritorno dalla vittoriosa impresa un re alleato, di nome Melchisedek, “offre” (oppure “tira fuori”) pane e vino. Sacrificio a Dio o semplice pasto di ospitalità? L’interpretazione tradizionale ha attribuito al gesto un significato sacerdotale. La Lettera agli ebrei (7,1-5) vi ha costruito sopra una riflessione teologica intorno a Cristo, unico sacerdote della chiesa e del mondo: è un misterioso personaggio di cui non si conoscono i genitori e quindi ha un sacerdozio esercitato non per discendenza ereditaria dalla tribù di Levi. Aveva detto Gesù: «Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Matteo 3, 9).  Oggi mi viene anche il sospetto che Dio voglia rendere partecipe al sacerdozio di Cristo uomini e donne cavati fuori da ruvide pietraie e non solo da seminari e conventi.
Eucaristia domenicale: dove si intrecciano miracoli.
1) «Date voi stessi da mangiare…li diede ai discepoli perché li distribuissero». Gesù usa i pani e i pesci, piccolo patrimonio della terra e del lavoro dell’uomo. San Beda, monaco benedettino del sec. VI , ne dava interpretazione simbolica: «I cinque pani sono i cinque libri di Mosè…I due pesci significano gli scritti poetici e profetici, i quali, gli uni col canto, gli altri con le parole, narravano ai loro ascoltatori i futuri misteri di Cristo e della Chiesa»[2]. L’Evangelista Giovanni scrive che è Gesù stesso a distribuire il tutto. Per l’evangelista Luca invece lo dà ai discepoli perché siano loro a distribuirlo. Inutile complicazione oppure è la consegna di una corresponsabilità eucaristica solidale? Il dialogo tra Gesù e i dodici mette in evidenza gli apostoli che propongono una soluzione “realista” mandando la gente ad arrangiarsi. La predicazione è gratis ma il pane no: un toscanaccio, mio compagno di lavoro, tra i fumi della saldatura mi ripeteva spesso: “Voi cristiani siete fratelli in orazione, ma non a colazione!”. E ogni volta gli dovevo dare ragione.  La prospettiva di Gesù, al contrario, riguarda anche la soluzione ai bisogni materiali della gente. Scriveva Mons. Tonino Bello: «Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Cinque pani e due pesci bastano. È l’accaparramento invece che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane dalle mani di uno passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti. Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto. E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più. È la divisione, la divisione!»[3].
2) «levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede…». Il gesto di “alzare gli occhi al cielo” mette in evidenza l’atteggiamento orante di Gesù che vive in permanente comunione con il Dio del Regno; la “benedizione” (la berakà ebraica) è una preghiera che esprime gratitudine e lode per dono che si è ricevuto o si sta per ricevere. Gesù non benedice gli alimenti, perché per lui “tutti gli alimenti sono puri” (Mc 7,19), ma benedice Dio, riconoscendolo come la fonte di tutti i doni e di tutti i beni. Il gesto di “spezzare il pane e di distribuirlo” ricorda indiscutibilmente l’ultima Cena di Gesù, dove il Signore riempie di nuovo senso il pane e il vino del pasto pasquale, rendendoli segno sacramentale della sua vita e della sua morte, come dinamismo d’amore.


[1] Vedi la tradizione del cosiddetto “miracolo di Bolsena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_di_Bolsena).
[2] Omelie sui Vangeli 2.2
[3] T. Bello, Laudate et benedicete, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1998