16 febbraio 2025. Domenica 6a
LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana

6 domenica tempo ord. C

Preghiamo. O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell’egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa’ che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell’umanità rinnovata nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Geremìa 17,5-8
Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti».
 Salmo 1. Beato l’uomo che confida nel Signore.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnti 15,12.16-20
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Dal Vangelo secondo Luca 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana

Belle da vedere, ma troppo care. Ho visitato la Mostra dell’antiquariato. Con me c’erano migliaia di persone. Tutte come me: curiose e golose di oggetti troppo lontani dalle reali possibilità di acquisto. Solo il Dott. Ferranti ha acquistato un cassettone del ‘ 700. Beato lui.
Ieri ho visitato le Beatitudini. Un prezioso pezzo d’archeologia religiosa, bello come un vaso etrusco istoriato. Suor Teresa di Calcutta  se l’è potuto comprare. Beata lei.
Davanti alle Beatitudini mi prende questo godimento estetico, come davanti ad un Mistero che mi attrae, ad un “dover essere” che ci renderebbe felici tutti. Ma insieme alla adesione emotiva arriva anche l’opaca malinconia di chi sa di essere dotato di ali ma non può volare a causa di un corpo appesantito dal becchime garantito. Come le galline.
I clienti di Dio. C’era la coda davanti al confessionale, quel giorno. Il mio amico prete, sbirciando dalla tendina viola, mi vide e accennò ad un  saluto con un sorriso d’intesa. Quando fu il mio turno (che, a dire il vero, mi ero guadagnato con qualche furbizia), stavo per aprire il sacco, ma lui, con quella sua benevolenza disarmante, mi disse: “Tu hai più tempo di questa gente. Loro fanno fatica ad aspettare. Mettiti in fondo alla fila. Quando avranno finito tutti, toccherà a te”. E il suo perdono arrivò dopo un’ora buona, quando tutti erano già andati, beati loro!
C’è la coda davanti a Dio. Una coda di peccatori, idolatri e bestemmiatori, come me. Siamo i suoi clienti. E Lui esce fuori da dietro la carne di Gesù e dice: “Avanti, in piedi chi sta piangendo e chi ha fame! Lì a destra quelli che sono stati picchiati! Qui al centro, quelli che hanno zaini e borse troppo pesanti! Tutti gli altri, in fondo! Verrà anche il loro turno”. Le Beatitudini sono un codice di comportamento per l’uomo oppure descrivono il codice di comportamento di Dio?
Per chi le Beatitudini? Il loro programma alternativo di rinuncia alla forza, di fame di giustizia, di serenità che sconfigge l’ansia, suggeriscono una radicale conversione della struttura della società oppure riguardano solo la sfera privata o, al massimo, i gruppi ecclesiali? E’ certo  comunque che la comunità cristiana è prospettata come il luogo in cui, fin da ora, si compiono le promesse messianiche ed escatologiche, diventando strumento credibile della buona notizia che Dio ama prima di tutto i più deboli fra noi.
Un confronto inevitabile. Cito la versione delle Beatitudini secondo Matteo per poter fare un utile confronto con la versione di Luca:
Matteo
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché saranno misericordiati
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Forse sono state colte al volo le caratteristiche di Luca:

  1. L’introduzione è volutamente più precisa, più estesa e più solenne.
  2. I destinatari del discorso di Gesù non sono solo i discepoli, ma anche le folle e la gente proveniente dai paesi pagani di Tiro e Sidone.
  3. Il tono di Luca è più coinvolgente e personale( Beati voi…) mentre la formulazione di Matteo è più impersonale e indiretta (Beati i…)
  4. Luca parla semplicemente di poveri, piangenti, affamati, senza aggiungere le specificazioni di Matteo (poveri nello spirito, affamati di giustizia) che sembrano orientare verso atteggiamenti spirituali e morali più che a condizioni sociali di fatto.
  5. Luca semplifica l’elenco delle categorie dei clienti di Dio e le accorpa.
  6. Infine Luca pone, accanto alle beatitudini, le maledizioni (Guai!) o lamentazioni (ahimè!) che danno al suo discorso un tono drastico e radicale.

Questi semplici rilievi di ordine letterario non sono inutili perchè ci permettono di cogliere con più sicurezza ciò che Luca voleva trasmetterci. Ma prima facciamo un passo indietro e collochiamoci al tempo di Gesù.

Nella situazione di Gesù.

  1. Gesù non solo ha proclamato le beatitudini, ma le ha vissute. A Lui Dio ha dato il Suo Regno, Lui è stato mite, misericordioso…Lui ha cercato gli ammalati e gli impuri.
  2. Sulla bocca di Gesù le Beatitudini sono la proclamazione messianica che il Regno di Dio è arrivato con Lui. Ricordiamo il fatto della Sinagoga di Nazaret: “Oggi si è compiuta la promessa di Isaia 61″. Il tempo messianico è il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili; è il tempo della paradossalità delle situazioni.
  3. Per Gesù il tempo messianico è arrivato per tutti perchè le nostre valutazioni sono capovolte. Di fronte all’amore di Dio non ci sono lontani o vicini o emarginati. E quelli che noi abbiamo emarginato saranno i primi della fila.

La meditazione di Luca.
Il termine ebraico usato (hascrì) è quasi intraducibile in lingua italiana se non ricorrendo ad una serie di parole:
Fortunato: suggerisce l’idea di un colpo di fortuna senza aver fatto molto per guadagnarcelo.
Beato: evoca la sensazione di benessere in conseguenza della benedizione di Dio.
Felice: quando l’uomo sente profonda gioia fin nelle ossa in modo dirompente e duraturo
Altri traducono: IN PIEDI, poveri..afflitti, affamati…!

Tre Beatitudini riguardano situazioni sociali di tutti e la quarta riguarda i discepoli (perseguitati).

Quelli che sono poveri. Luca per indicare la parola “povero” usa il termine greco “ptocòs” che indica i mendicanti, coloro che sono rannicchiati. Il termine non descrive solo una situazione di fatto, ma anche una situazione creata da altri uomini e cioè gli oppressi; i poveri, allora, sono “gli impoveriti“, come pure i piangenti sono anche “quelli che vengono fatti piangere” e gli affamati sono anche “quelli derubati del cibo di sopravvivenza“. Dunque il Gesù di Luca non guarda se questi poveri sono buoni o cattivi, religiosi o bestemmiatori, puri o sporcaccioni: Dio si intenerisce per il semplice fatto della loro situazione oggettiva, al di sopra di ogni valutazione etica. E c’è paradossalmente un giudizio severo esplicito (guai!) o (come dicono altri) una lamentazione (ahimè) contro tutti gli altri.

Quelli che piangono. In Siracide 38,16-23 (da leggere!) viene raccomandato di non lasciarsi vincere dal dolore. L’evangelo non beatifica i piagnoni, i narcisisti che si piangono sull’ombelico. Dio consola quelli che sanno appassionarsi seriamente alla vita ed agli altri, quelli che cancellano il riso beota dalle labbra e la futilità dallo sguardo (“Guai a voi [ahimè per voi] che ora ridete! …). L’afflitto è colui che, come Gesù, sa rivolgere a Dio “preghiere e suppliche accompagnate da forti lacrime e grida” (Lettera agli Ebrei 5,7). Afflitto è colui che “nell’andare getta le sementi e cammina piangendo, ma nel tornare canta festoso e porta a casa il raccolto“(salmo 126): sono coloro che “sanno sognare”. Afflitti sono quelli che cercano prima di tutto e appassionatamente il Regno di Dio. Ma gli afflitti sono anche quelli che noi affliggiamo.

Quelli che sono stati affamati dalla rapina di chi è sazio. La fame è diversa a seconda di chi la vede o di chi la vive. Al telegiornale abbiamo visto scene di gente che saccheggia negozi e magazzini in preda alla disperazione e alla rabbia per fame. Qualcosa resta tra le mani, ma molto si perde per strada e viene distrutto sotto i piedi degli stessi affamati. Gli affamati sono anche quelli che hanno appetito della Parola di Dio (Amos 8,11-12. Leggere!). Si potrebbe pregare con il Salmo 42 e 63. Ai poveri non viene detto di farsi giustizia da soli, ma si afferma che ad essi appartiene il Regno. Ma proprio da ciò scaturisce il loro diritto: poichè sono amati da Dio e appartengono al Regno, sono radicalmente ingiuste le emarginazioni. E’ un invito a mettersi dalla loro parte, tendere ad una semplicità di vita abbandonata alla benevolenza di Dio ed alla generosità conviviale.Negli Atti degli apostoli, la comunità cristiana sarà caratterizzata da scelte di condivisione fraterna, di rinuncia al possesso egoistico ed individualistico dei beni (Atti 2, 42-47; 4, 32-35).

Una rielaborazione. Rielaboro il testo e la traduzione delle Beatitudini per chiarire visivamente due messaggi:

  1. Il soggetto di tutti i verbi e il centro delle Beatitudini è Dio, anche se l’evangelista usa un fraseggio che non lo esplicita.
  2. Non si può dichiarare che i poveri e gli afflitti sono felici; lo sono se c’entra Dio. L’esemplificazione visiva potrebbe chiarire un diverso accostamento dei soggetti e delle attribuzioni per evitare che le Beatitudini siano lette più come una filastrocca pauperistica e demagogica che come una Litania o un Salmo delle grandi opere di Dio:

Fortunati quelli a cui    Dio offre il suo Regno:             i poveri  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che       Dio consola:                           quelli che piangono   (tra cui Gesù)
Fortunati quelli a cui    Dio dona la sua eredità :          i non violenti  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che       Dio esaudisce:                        gli affamati della sua volontà (tra cui Gesù)

Una beatitudine al giorno toglie… il diavolo di torno.
Siamo in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla nostra condizione di vita. Forse siamo solo capaci di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, eppure anche a questi siamo chiamati.




Monti frumentari, l’origine dell’economia solidale
L.Bruni (AVVENIRE)

Riscopriamo insieme i Monti frumentari, l’origine dell’economia solidale
Luigino Bruni (AVVENIRE 11 gennaio 2025)

Il 2025 è un anno importante per l’economia solidale e civile italiana. Sono seicento anni dalla nascita del beato Marco da Montegallo, francescano instancabile fondatore di Monti di Pietà, e trecentocinquanta da quella del veronese Scipione Maffei, che nel suo Dell’impiego del denaro (1744) dimostrò la legittimità etica e cristiana del prestito ad interesse (modesto). In piena preparazione per questi anniversari “finanziari”, sono arrivato a Natale nel mio paese natio – oggi Roccafluvione (AP), Marsia prima dell’unità d’Italia. E ho fatto alcune ricerche nell’archivio parrocchiale, mosso dalla speranza di trovare un’antica presenza di un Monte frumentario, sebbene nessun vecchio del paese ne ricordi in zona. Nessuna traccia sul web né sui libri. Quindi non mi aspettavo nulla. E invece ho trovato una vera miniera. Non solo la mia parrocchia aveva un Monte frumentario di cui si sono conservati ben due registri, ma con l’aiuto di un giovane collega, Antonio Ferretti, e di alcuni parroci, ho rintracciato altri registri di Monti frumentari in due parrocchie vicinissime: Capodipiano (Monte di S. Orso) e Roccacasaregnano. E poi, grazie allo storico Giuseppe Gagliardi, sono venuto a conoscenza di un verbale di una visita pastorale del vescovo Zelli del 1833-1837, dove sono elencati almeno 70 Monti frumentari nella sola diocesi di Ascoli Piceno, dei quali ben otto nelle parrocchie montane del mio comune. Una presenza, quindi, molto più capillare ed estesa di quanto pensassimo finora, una vera rete di microcredito, durata secoli.
Dei Monti frumentari abbiamo già parlato su Avvenire. Con il vicedirettore Marco Ferrando e Federcasse (Bcc) abbiamo realizzato anche una serie di podcast “La terra del noi”. Questi Monti furono fondati dai francescani sulla fine del Quattrocento, diffusi poi dai Cappuccini e rilanciati nel Settecento dall’azione pastorale di Papa Orsini (Benedetto XIII). I francescani avevano fondato dapprima i “Monti di Pietà” nelle città del Centro e Nord Italia, varianti cristiane dei Monti dei pegni ebrei e prima ancora romani. Ma nelle campagne e nel Sud, dove la moneta era scarsa e quindi spesso usuraia, quegli stessi francescani ebbero la geniale idea di far nascere dei “monti del grano”, piccole banche dove si prestava grano in autunno per le sementi e lo si restituiva dopo il raccolto – si prendeva “a raso” e si rimborsava “a colmo”: la differenza era l’interesse. L’idea era tanto semplice quanto stupenda: se la moneta non c’è o è troppo cara, si può provare a trasformare il grano in moneta (“grana”). Saltarono un passaggio finanziario e crearono un grande passaggio civile e cristiano su cui molti salirono e si salvarono.
I Monti frumentari sono importanti perché icona perfetta della vocazione della nostra economia, ormai dimenticata. Mentre, infatti, il mondo protestante separava il mercato dal dono – business is business e gift is gift – e così inventava il capitalismo filantropico, il mondo cattolico mescolava mercato e dono, gratuità e contratti, solidarietà e interessi. Il Monte, infatti, non donava il grano: lo prestava (a interesse); ma quel prestito aveva la stessa sostanza e fragranza dell’agape, perché consentiva di seminare a chi non aveva semi e poi avere pane. E così hanno spiegato cosa significhi credito: credere, fiducia, fides, vita, e che le comunità non vivono senza credito, senza credere gli uni negli altri.
Tutto questo emerge anche dai due vecchi registri del Monte che abbiamo ritrovato, impolverati, dimenticati e bellissimi nel piccolo e freddo archivio parrocchiale di Marsia, dove giacevano dagli anni ’30 quando furono ritrovati e salvati dall’allora parroco Giuseppe Ciabattoni. Il primo, più antico, porta scritto in copertina “anno 1768”; l’altro è relativo agli anni 1826 e seguenti. In un foglio, datato 17 nov. 1764, così si legge: «Fu dispensato il grano del Monte Frumentario delle S.S. Reliquie di questa chiesa Prevostale di Santo Stefano, a tutti li segnati nel presente libro nell’ordine che siegue dai Sindici Domenico Martini e Giovanni Ruzzi da Casacagnano da riscuotere nel mese di Agosto dell’anno futuro 1765 dai nuovi sindici Pietro Martini e Antonio Cesarini» . Il Monte era chiamato “frumentario” già nel ’700, era gestito da una Confraternita (delle S.S. Reliquie), e amministrato, secondo una antica tradizione della Chiesa, da due sindaci (“sindici”), che duravano in carica un solo anno. Dal libro si nota, infatti, che i sindaci che distribuivano in novembre il grano non erano quelli che gestivano le restituzioni nell’estate successiva – antica saggezza istituzionale! Nel foglio dell’anno 1765 così, infatti, leggiamo: « Il grano notato nel presente libro non fu esatto [participio passato di esigere] per la raccolta scarsissima accaduta nell’anno 1765 in cui dovea esigersi da i Sindici Pietro Martini da Marscia [nome dialettale di Marsia] e da Antonio Cesarini da Casacagnano. Firmato F. Fratini, Prevosto. Lì, 3 ottobre del 1765 ». Non si lucrava sulle disgrazie, non si facevano disperare i poveri – anche questa è radice.
Seguono poi le scritture contabili, numerate in ordine crescente per data (1,2,3…). Le monete erano i paoli, i baiocchi e gli scudi. L’unità di volume era la quarta, ma anche il rubbio e la prebenda – a metà ottocento in diversi paesi dell’ascolano il rubbio si divideva in 8 quarte, la quarta in 4 prebende. Interessante, poi, notare che il saldo del debito poteva avvenire in grano, ma anche in moneta o in giornate di lavoro. Si legge infatti nel secondo libro, datato 10 aprile del 1826: « Giovanni, figlio di Vincenza da Gualdo, da quando ha avuto quarta una di grano aureo al prezzo di paoli dieci e mezzo, a conto ha lavorato una giornata, poi una seconda giornata, e più sconta giornate sei, e più giornate due, e più giornate quattro, e più residuo di una prebenda di grano turco paoli due, e più ha avuto quarta una di grano al prezzo di paoli quindici» . Quindi quello di Marsia era un Monte ibrido: un po’ frumentario (grano con grano), un po’ pecuniario (pagamenti del grano in moneta) e anche lavoro – anche questo è Articolo 1 della Costituzione. La scrittura era stata poi barrata dai sindaci per l’avvenuto pagamento. Le scritture del Monte di Marsia, e quelle delle parrocchie vicine, si arrestano tutte alle fine degli anni cinquanta dell’Ottocento, alla vigilia dell’arrivo dei Piemontesi quando queste istituzioni ecclesiali furono soppresse – un capitolo tutto da approfondire.
Da questa mia bellissima esperienza è nata una proposta, rivolta in primis a voi lettori di Avvenire: Dare vita a una ricerca diffusa sui Monti frumentari, in un esercizio di intelligenza collettiva. Cerchiamo negli archivi parrocchiali, diocesani, di confraternite, di ordini religiosi, per una mappatura dal basso di queste istituzioni dimenticate. Creiamo una “comunità patrimoniale”, che si riappropri di un brano del proprio capitale culturale. Non serve essere specialisti né storici, chiunque viva in paesi di montagna e di campagna, soprattutto nel Centro, Sud e Isole (ma quasi tutte le regioni avevano dei Monti) può fare la sua parte. Cerchiamo le tracce dei Monti frumentari, ma anche dei “Monti delle doti” (o delle vergini), delle castagne, della lana, e chissà quanti altri. Don Giuseppe de Luca, negli anni cinquanta ebbe la grande intuizione di un “Archivio italiano per la storia della pietà”. Esiste anche una storia della pietà economica e finanziaria che attende di essere scoperta, conosciuta, valorizzata. Le radici non sono passato: sono presente e futuro. E quale è il “grano” di oggi, il seme da custodire e condividere per vivere?
Il 2025 è anno giubilare: i giubilei biblici erano anche e soprattutto faccenda di poveri, di debiti e di crediti. Potete scrivere le vostre scoperte, piccole e grandi, al mio indirizzo: l.bruni@lumsa.it. Presenteremo i primi risultati in alcuni convegni, a partire dal 19 marzo, ad Ascoli, per l’anniversario del beato Marco da Montegallo, e di tanto in tanto diremo su queste pagine. Buon Giubileo e buona ricerca a tutte e tutti.




9 febbraio 2025. Domenica 5a
A.A.A. CERCANSI SOCI.

5° domenica tempo ord. C 

Preghiamo.
Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annuncio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Isaia 6,1-2.3-8
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e proclamavano l’uno all’altro: “Santo, santo, santo è il Signore dell’universo. Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore dell’universo”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”. Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”.
Salmo137  Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra, quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore: grande è la gloria del Signore!
La tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11
Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.  Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11
Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».  E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

A.A.A. CERCANSI SOCI. Don Augusto Fontana

Da utenti a corresponsabili. Quando si parla di crisi delle vocazioni si pensa normalmente alla scarsità di preti, frati, suore e missionari. Circola ancora una concezione troppo “professionale” e poco battesimale della vocazione. Invece pare che Gesù abbia bisogno di tanti altri soci nel suo servizio di pastore, pescatore, samaritano, rabbino della Parola del Padre, servo col grembiule alla Mensa. Oggi si è affievolita la cultura della partecipazione e della militanza ed è cresciuta piuttosto la cultura dell’utenza: la società è divenuta una catena di sportelli erogatori di servizi dovuti (compresi quelli religiosi). E’ molto diffusa, anche in ambito religioso, la cultura dell’ «usa e getta». Un’inchiesta sociologica ha rilevato che in Italia solo il 5-8% dei cattolici praticanti può essere definito un “agente di pastorale” e cioè militante attivo in qualche servizio di catechesi, liturgia o carità della propria comunità di appartenenza. Detto ciò, occorre precisare che la vocazione del battezzato non può identificarsi in una qualche forma di attività parrocchiale: ne sarebbero favoriti quelli che hanno meno gravosi carichi famigliari e lavorativi e ne sarebbero esclusi i malati, gli anziani, i disabili.
Il Card. Martini il 5 dicembre 1998, nel suo messaggio alla città diceva: «Qualche anno fa, riferendomi ad alcuni studi statistici condotti a livello europeo, parlavo di cristiani della linfa, del tronco, della corteccia e infine di coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero. Ebbene, i cristiani della linfa, quelli cioè visibilmente coinvolti e partecipi (sempre lasciando al Signore il giudizio sull’intimo dei cuori), sono una percentuale bassa».
Le letture liturgiche odierne possono sollecitare una riflessione sulla identità della Chiesa, popolo di persone convocate per fare esperienza Eucaristica di Rivelazione, vocazione e missione.
Dio si rivela,  chiama e manda.
Dove si può udire la chiamata? Isaia parla di un’esperienza mistica e/o di culto nel Tempio, il Vangelo riferisce di un incontro sul posto di lavoro, Paolo ricorda il proprio travaglio di coscienza nato nell’impatto tra il fanatismo giudaico e la tradizione della Chiesa primitiva. Resta il fatto del protagonismo centrale della Parola di Dio che comunque si fa largo, direttamente o indirettamente. Per annunciare Dio, bisogna averlo “conosciuto” e per conoscerlo bisogna che sia Lui a “rivelarsi”; faccio mia la preghiera di Isaia: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono” e la preghiera di Pietro: “Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore”.
Le tre letture bibliche di oggi propongono storie di vocazioni, di forti esperienze di fede e di impegni militanti pur nella coscienza della inadeguatezza e debolezza umana.
Isaia 6. Un’esperienza personale.
Il brano di oggi è tutto dedicato alla narrazione della vocazione profetica. Altre vocazioni le troviamo nei primi capitoli di Ezechiele e Geremia.
Nel culto di Jahwè erano proibite le immagini di Dio per sottolineare che ogni linguaggio su Dio e ogni sua rappresentazione hanno un carattere provvisorio e limitato; ma forse anche per evitare il rischio dell’addomesticamento di Dio attraverso la manipolazione, come avveniva nella diffusa idolatria. Oggi potremmo anche dire che nella proibizione dell’immagine di Dio c’è un invito a fare ciascuno la propria personalissima esperienza. Se è vero che c’è un unico Dio per tutti, è anche vero che Lui si rivela nella coscienza di ciascuno secondo gli itinerari e i tempi di ciascuno. Solo alla fine lo vedremo come Egli è veramente.
Luca 5,1-11. Coscienza del limite. 
Con il cap. 5 Luca inizia una nuova sezione del suo scritto (5,1 – 6,11) in cui descrive Gesù intento ad istruire la propria comunità. Luca inquadra la chiamata degli apostoli tra due cornici: le folle accorrono per ascoltare la parola di Dio; gli apostoli vengono avvicinati da Gesù durante un infruttuoso lavoro.
E’ strano come in tutti gli Evangeli risulta che le folle vanno dietro a Gesù per fragile istinto o innominabili interessi e curiosità; i discepoli invece lo seguono solo dopo un invito esplicito o un evento/parola che li ha coinvolti e che provoca una rottura esistenziale significativa.
Come abbiamo sentito dalla esperienza di Isaia («Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure»), così Pietro ha coscienza del proprio limite («allontànati da me, perché sono un peccatore»). Tra l’altro, quando fu scritta questa pagina, tutta la Chiesa primitiva sapeva già che Pietro aveva misconosciuto Gesù nel cortile del tribunale dove lo stavano processando e che il perdono fu dato per grazia di uno sguardo di Gesù. Il profeta Isaia, Mosè, Pietro non ignorano i propri limiti.
I discepoli seguono Gesù dopo aver abbandonato tutto, ma gli evangelisti ricordano che gli stessi discepoli al momento della cattura lo abbandonarono tutti. Il verbo che il discepolo deve coniugare non è il verbo “imparare”, ma il verbo “seguire”. Al centro non c’è una dottrina, ma una persona e un progetto di esistenza.
Camminare dietro il Signore: è l’espressione tecnica che nell’Antico Testamento indica la fede in Dio. Tale metafora era facilmente comprensibile all’israelita esperto di vita nomade; nel deserto il popolo camminava dietro i capi carismatici e dietro la Nube misteriosa. Per Luca, che predilige il tema della “strada” verso Gerusalemme, la sequela significa accettare di condividere le scelte di Gesù portandone le conseguenze. Qualcuno ha parlato di “imitazione di Cristo”. Non tutti condividono questa forma di fotocopiatura, perchè di fatto ogni epoca e ogni individuo presentano delle condizioni diverse da quelle originali di Gesù. Il modello di Gesù va sempre mediato e tradotto. A questo riguardo esistono alcuni aneddoti della tradizione ebraica che possono aiutare a capire la necessaria originalità del cammino di ciascuno pur nella indispensabile sequela/imitazione di Cristo.
Rabbi Bar di Radoschitz supplicò un giorno il suo maestro Rabbi Giacobbe di Lublino: “Indicami un cammino universale al servizio di Dio!“: Ed il maestro rispose: “Non si tratta di dire all’uomo quale cammino deve percorrere, perchè c’è una via in cui si segue Dio con lo studio e un’altra con la preghiera, una con il digiuno e un’altra mangiando. E’ compito di ogni uomo conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le forze“.
Un discepolo chiese al Rabbi di Zloczow: “Quando la mia opera raggiungerà quella dei Padri Abramo, Isacco, Giacobbe?“. Ed Egli rispose:”Ciascuno in Israele ha l’obbligo di riconoscere di essere l’unico al mondo: se infatti fosse già esistito un uomo identico a lui, egli non avrebbe motivo di essere al mondo. Ogni uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Finchè questo non accade, sarà ritardata la venuta del Messia“. Rabbi Sussja, in punto di morte, disse: “Nel mondo futuro non mi si chiederà perchè non sono stato Mosè, ma perchè non sono stato Sussja!“.
Ecco come il Concilio Vaticano II interpreta la vocazione dei laici: “ Per loro vocazione, è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose del mondo e ordinandole secondo Dio. Vivono nel mondo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è intessuta. Lì sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno come un fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio dei propri impegni, sotto la guida dello spirito evangelico, per manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della loro fede, speranza e carità.” (Dal Documento Conciliare “Luce delle genti” al n. 31).

Auguri ai preti e ai laici: «Prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca».




2 febbraio 2025.Primo ingresso di Gesù al Tempio
SULLE BRACCIA DEL TEMPIO, DELLA STORIA, DI NAZARET.

 Primo ingresso di Gesù al Tempio 

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa della Presentazione al tempio del tuo unico Figlio fatto uomo, e concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Malachìa (3, 1-4)
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore dell’universo. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».
SALMO 24 (23) Vieni, Signore, nel tuo tempio santo.
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria.
Chi è questo re della gloria?
Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia.
Alzate, o porte, la vostra fronte,
alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria.
Chi è mai questo re della gloria?
Il Signore dell’universo è il re della gloria.
Dalla lettera agli Ebrei (2, 14-18)
Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.
Dal Vangelo secondo Luca (2, 22-40)
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.  Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO, DELLA STORIA, DI NAZARET. Don Augusto Fontana

 …mentre i genitori portavano il bambino Gesù… anch’egli lo accolse tra le braccia ..
Quest’anno, la Liturgia della Presentazione di Gesù al Tempio prevale sui testi biblici per la 4° domenica del tempo ordinario. Luca mette in campo una solenne scenografia liturgica dopo essersi ispirato al profeta Malachia: «Ecco, io manderò un mio messaggero … e subito il Signore che voi cercate entrerà nel suo tempio». Nel Tempio, a Gerusalemme, la scena è affollata da molti personaggi:

  • il Bambino, che nei versetti precedenti alla lettura odierna viene circonciso e gli viene dato il Nome “Gesù” (“Jeshuah=Dio salva”), ora è proclamato “Cristo del Signore”.
  • la Legge (Toràh), nominata 5 volte: «secondo la Legge…come è scritto nella Legge…come prescrive la Legge…per fare come la Legge prescriveva…secondo la Legge del Signore». Presenza ingombrante.
  • Maria e Giuseppe (Miriam e Ioseph); tutto si svolge attorno a loro e al “bambino”.
  • lo Spirito Santo – nominato 3 volte – c’è ma non si vede; se ne vedono solo gli effetti.
  • Simeone (Scimehon=”Dio ha ascoltato”), il vecchio che rappresenta le braccia secche e bimillenarie della storia di Israele che ricevono finalmente il fiore della vita.
  • Anna (Hanna=”Favore di Dio”), profetessa vedova; ha l’età di tutta l’umanità che ancora non ha visto il volto di Dio ed è vedova, come Israele che ha perso Dio-Sposo e vive una vita di attesa, con dolore (digiuni) e desiderio (preghiere).

Il Tempio accoglie. La Toràh – ascoltata – genera l’evento. Simeone e Anna parlano e cantano. Maria e Giuseppe compiono riti in silenzio e «si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Una vera Liturgia.
E io dove sono? Seduto in platea a guardare stancamente una commedia già vista o a stupirmi delle cose che accadono o che vengono dette?
Quando la vita viene “celebrata”.[1]
Secondo la prescrizione del Libro del Levitico (12,6-8; 5,6), quaranta giorni dopo la nascita di un bambino era previsto il rito della purificazione da parte della madre: «Quando i giorni della sua purificazione saranno compiuti … se non ha mezzi da offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi». Mosè aveva prescritto che ogni padre consacrasse a Dio «ogni primogenito che apre il seno materno» (Esodo 13,1-2) versando cinque sicli per il riscatto, un mese dopo la nascita (Numeri 3,47; 18,16). Il rito doveva essere un memoriale della salvezza dei primogeniti ebrei durante la tragica notte della fuga dall’Egitto.
Nella redazione di Luca i due riti vengono mescolati in un unico rito di presentazione al Tempio; e sembra pure che abbia inserito anche il padre Giuseppe e non solo la puerpera nel rito di purificazione («Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale»).
Tutta la cerimonia è incentrata, secondo Luca, sulla “presentazione” del primogenito al Signore.  Il verbo “presentare” (in greco: paristêmi) nella Bibbia è usato nel senso di “offrire un culto”, “essere al servizio di…”, ma anche “introdurre” (“i filistei introdussero [misero in presenza] l’arca di Dio nel tempio di Dagon” 1 Samuele 5,2).  Si tratta allora, per Luca, del primo ingresso di Gesù nel Tempio.  Luca sembra collegarci anche con l’episodio della consacrazione del giovane Samuele da parte di sua madre Anna al tempio di Silo (1 Samuele 1,22-28: « Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo dò in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore»); in questo caso Samuele rimarrà, da quel momento, sempre nel tempio come Anna; Luca ci narra che Gesù non è meno irrevocabilmente votato al Padre suo pur vivendo trent’anni a Nazaret o comunque in una vita molto simile alla nostra (fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret).
Qui ci sono quattro “poveri di Jahweh” che attendono, nell’intimità della fede, la rivelazione di Dio. Rivelazione che Luca aveva narrato essere avvenuta alla nascita del “Bambino” in aperta campagna per i pastori; ora accade nel Tempio: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo mi hai preparato…Eccomi» (cf. Ebrei 10,5-7).
Segno di contraddizione.
Simeone dichiara che Cristo sarà un «segno di contraddizione» perché siano svelati i pensieri di molti cuori (Luca 2,34).  San Paolo è illuminante quando definisce la croce di Gesù come «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma anche potenza di Dio e sua sapienza per coloro che sono chiamati» (1Corinzi 1,23-24). Ma nella lettura e nell’interpretazione del testo non possiamo dimenticare quello che dice la lettera agli Ebrei:  “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (4,12).  E’ quello che aveva detto Gesù, secondo quanto ci ricorda Matteo (10,34): «Non crediate che io sia venuto a portare pace, ma una spada». Segue l’elenco delle contraddizioni e dei duri conflitti che, senza volere, Gesù porterà: «Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:  e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Matteo 10,35-38).
Mi sembra, allora, che davvero la prima e fondamentale interpretazione del testo sia: Maria/Chiesa è chiamata a mettersi in ascolto sempre più profondo e sempre più coinvolgente della Parola-spada che quel Figlio annuncerà durante la sua vita.
Gesù, diventato grande, vedendo il vuoto che si stava facendo attorno a lui, disse ai discepoli «Volete andarvene anche voi?» (Giovanni 6, 67).  Nei secoli questo interrogativo ha continuato a serpeggiare. A non molti decenni di distanza dalla fine di Gesù di Nazaret, in Egitto l’anonimo autore del Vangelo gnostico detto ‘Vangelo di Filippo’, non esitava a scrivere: «Se dici: Sono ebreo, nessuno si scompone. Se dici: Sono romano, nessuno trema. Se dici sono greco, barbaro, schiavo, nessuno si impressiona. Ma se dico: Sono cristiano, il mondo trema». Alfredo Oriani, scrittore laico dell’Ottocento: «Credenti o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa».
Ora tocca a me: mi hanno consegnato questo Gesù come un carbone ardente nel Tempio delle mie braccia.  Dove lo metto? Che me ne faccio?
L’incubazione a Nazaret.
Tutta la scena centrale e la festività liturgica del primo ingresso di Gesù nel Tempio rischia di far passare in secondo piano due righe finali della catechesi di Luca: « fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». E per 30 anni non si saprà quasi più nulla se non quando, all’età di 12 anni, tornerà a Gerusalemme per i riti del momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità e diventa responsabile nei confronti della la legge ebraica (Luca 2, 42-50).
Siamo stati salvati anche da questi 30 anni a Nazaret.
Il lettore ha ascoltato dal vangelo dell’infanzia parole sorprendenti dell’angelo, di Elisabetta, di Zaccaria, dei pastori sul bambino che sta nascendo o che è appena nato.  Oggi abbiamo Simeone uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele e Anna che parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme“.
Scrive il teologo Brambilla[2] «Anche a noi verrebbe da dire: “Che sarà mai questo bambino?”. Ed ecco invece il mistero di Nazaret: il figlio dell’Altissimo s’immerge nelle strade di Nazaret per imparare il linguaggio umano, per assumere la religiosità del suo popolo, per sillabare le preghiere di Abramo e di Mosè, per cantilenare il Salterio di David, per assorbire la sapienza di Salomone. Per trent’anni! Questo è il mistero di Nazaret.  Gesù ha imparato, gustato, assorbito a Nazaret, mediante un’interminabile incubazione, la grammatica della nostra umanità, la lingua-madre di Maria, la religiosità familiare, l’attesa di Israele, la speranza delle genti. La Parola di Dio ha imparato la grammatica e la sintassi dell’esperienza umana, dentro una serie interminabile di legami. Vorrei che si sentisse quasi fisicamente che Gesù si inabissa nella storia del suo popolo, ne attraversa tutti i legami. E ora il lettore avverte che il mistero di Nazaret riguarda anche lui: egli non può mettersi per strada “alla ricerca del Volto”, se non si colloca dentro una storia, un popolo, una spiritualità, un’attesa, una lingua madre che lo ha generato. Questo è per ciascuno di noi il mistero di Nazaret… C’è un aspetto che riguarda solo Gesù e c’è un aspetto che però tocca ciascuno di noi, perché anche noi non siamo stati generati solo una volta, ma continuiamo ad essere generati. Anche noi diventiamo ciò che abbiamo ricevuto. Il mistero di Nazaret è anche per noi la famiglia e la religiosità, le nostre radici e la nostra gente. Non c’è nessuna avventura della vita che non parta da ciò che abbiamo ricevuto: la vita, la casa, l’affetto, la lingua (madre), la fede e le forme religiose con cui s’esprime. Questa è la nostra umanità e la sapienza che ci è donata. Tutto il cammino che potremo fare nell’esistenza, fino alla vetta del mistero di Dio o alla dedizione sconfinata verso il fratello, viene da questo linguaggio originario. La nostra umanità è forgiata da questa grammatica di base, con le sue ricchezze e le sue povertà, a cui bisogna essere grati e che Gesù non ha avuto paura di attraversare…».
[1] Elaborazione da: J. Radermakers /P. Bossuyt, Lettura pastorale del vangelo di Luca, EDB
[2] F. G. Brambilla, Chi è Gesù. Alla ricerca del volto, Edizioni Qiqajon, Bose, 2004




26 gennaio 2025. Domenica 3a
OGGI

3° domenica tempo ord. C – 

Preghiamo. O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
 Dal libro di Neemìa 8,2-4.5-6.8-10
In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».
 Salmo 18  Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro, rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli,  sono tutti giusti.
Ti siano gradite le parole della mia bocca; davanti a te i pensieri del mio cuore,
Signore, mia roccia e mio redentore.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 12, 12-14.27 (forma breve)
Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.
Dal Vangelo secondo Luca
1,1-4: Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
4,14-21: Gesù ritornò in Galilea nella potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe, lodato da tutti. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione per portare ai poveri il lieto annuncio, e mi ha mandato ad annunciare la liberazione ai prigionieri e ai ciechi il recupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi ascoltate».

OGGI. Don Augusto Fontana

Parole portate da storie sgangherate[1].
La prima lettura, quella dal Libro di Neemia, risuonerà in assemblee liturgiche le quali, non conoscendo il contesto storico fosco di allora, potrebbero lasciarsi andare a lodi sperticate nei confronti della Liturgia della Parola. Nulla da ridire al riguardo.  Magari fossimo tutti scrutanti e scrutati da questa forte e dolce Parola. Purchè restiamo coscienti che la Parola di Dio è arrivata a noi su carri sgangherati e viaggia ancora in storie sgangherate.
Anche chi ascolta meravigliato la spiegazione biblica di Gesù nella sinagoga di Nazaret sarà tentato di dire: «Non è il figlio di Giuseppe?» (Lc 4,22).  Origini troppo banali, le sue, per uno che dichiarava di essere l’oggi delle promesse di Jahweh: «Oggi lo Spirito del Signore mi manda a portare ai poveri il lieto annuncio e proclamare l’anno di grazia del Signore».
La Parola viene da Dio, ma viaggia nella carne e si annida nella storia. Parola di Dio viene consegnata, fragile, al sapere di esegeti e scribi, alle intuizioni ingenue del popolo, alla faticosa ruminazione dei credenti, alle maldestre mie liturgie, alla infinita speranza dei falliti: «Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Dunque torniamo alla prima Lettura e agli antefatti del solenne rito in quella piazza di Gerusalemme.
Erano già passati molti decenni dal decreto con cui il re Ciro aveva permesso il ritorno degli ebrei dalla deportazione di Babilonia, ma pare che molti giudei non si mossero da Babilonia perchè ben integrati nel sistema imperiale. Venivano chiamati “giudei della diaspora”. Lì a Babilonia i giudei della diaspora vengono a sapere che  a Gerusalemme e in Giudea le cose non andavano bene tra i rientrati, soprattutto nei rapporti tra la classe sacerdotale e il popolo. Neemia, uno della diaspora e amico del re persiano Artaserse, fu il primo a sentire la necessità di intervenire. Egli va a Gerusalemme mandato dal re che gli mette a disposizione oro e soldati (Neemia 2,5-9). Deve affrettare la ricostruzione di Gerusalemme, ma soprattutto ricondurre al potere il gruppo sacerdotale più gradito al re. Con grande sforzo Neemia riesce a ricostruire le mura di Gerusalemme e ad obbligare una parte della popolazione ad abbandonare le campagne per lavorare nella città al servizio del gruppo sacerdotale (Neemia 6, 15; 11, 1-2). Separa la Giudea dalla Samaria, organizza un sistema di imposte e tributi sui contadini, soprattutto la DECIMA, per garantire il pieno funzionamento della città (Neemia 5, 14-18; 10, 1-40; 10, 38b). Torna a Babilonia con in mano i risultati raggiunti senza prevedere che, in sua assenza, i contadini si sarebbero ribellati non sostenendo più, economicamente, il tempio e i sacerdoti. Allora da Babilonia parte Esdra per ridurre alla ragione i contadini delle campagne di Giudea. Egli sa che non ci sarà soluzione ai conflitti finché la campagna non tornerà sotto il controllo della classe sacerdotale. Arriva, dunque, con la forza della Legge/Torà e l’appoggio dal re, per garantire la proprietà della terra per i giudei di razza e di sangue. I meticci (come lo era la maggioranza dei contadini che avevano sposato donne straniere) non avevano diritto alla proprietà terriera e potevano solo lavorare come servi (Esdra 9, 12; 10, 8). Esdra organizza un sistema giudiziario nelle campagne per far applicare questa nuova Legge, con pene severissime a chi non le avesse rispettate (Esdra 7, 25-26). I giudei meticci saranno equiparati agli stranieri che non potevano possedere terre in Israele (Esdra 9, 1-2). Con questa politica i contadini perdono le proprie terre che passano sotto il controllo del gruppo sacerdotale. La missione di Neemia ed Esdra è appoggiata economicamente e militarmente dall’impero. La commistione tra evangelizzazione e politica diventa un abbraccio mortale. Esdra, uomo espertissimo nella Bibbia e machiavellico, era tornato a Gerusalemme con una lettera del re che suonava così: «Verso chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere» (Esdra 7, 26). La legge di Dio si mescola con la legge del re. Muore la figura del profeta e nascono rabbini, maestri, teologi, esperti di interpretazione del testo. Il libro di Neemia, nel capitolo 8, ci parla di questo cambiamento significativo. Abbiamo Esdra sopra al palco con il libro aperto e circondato da 12 scribi. Sta emergendo un gruppo, i discendenti di Levi “che spiegavano la Legge al popolo che restava in piedi. Lessero il libro della legge di Dio spiegando e interpretando il senso perché tutti comprendessero ciò che stavano leggendo” (Neemia 8, 7-8). Non è più il profeta che parla.
Leggere, chiarire, interpretare, spiegare, comprendere sono i nuovi verbi legati al Libro. Il tempio controlla così definitivamente la Parola. Il profeta scompare. Dovremo attendere Giovanni il Battista e Gesù.
Parole destinate a vite sgangherate.
Gesù, a differenza di Giovanni il Battezzatore, non resta nel deserto ma, spinto dallo Spirito Santo, torna nei luoghi della convivenza civile e tra i suoi; il suo insegnamento predilige 3 luoghi: la sinagoga (Israele), la strada (tutti), la casa (i discepoli). L’attività di Gesù è itinerante e instancabile per raggiungere l’uomo in tutte le situazioni.
Gesù, un bravo ebreo che legge  la  Toràh in sinagoga e in comunità. Dice S. Gregorio Magno: “So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli ho compreso molte cose della Parola di Dio che da solo non ero riuscito a comprendere“. Gesù, Logos-Parola di Dio, come si è messo in fila con i peccatori sul fiume Giordano partecipando al movimento di riforma di Giovanni Battezzatore, così si mette in fila per entrare ogni sabato in sinagoga per partecipare alla assemblea liturgica della Toràh; e pare che fosse davvero bravo nei commenti, considerati i complimenti che gli rivolgevano.
La fedeltà di Gesù al Rotolo della Torah (“come era solito”), svela la paradossale indifferenza dei cristiani alla assiduità della celebrazione-custodia-pratica della Parola. Alle origini della Chiesa non era così  perchè, come scrive il Libro degli Atti 2,42: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli apostoli“. Il suo insegnamento è di sabato perchè la  Parola di Dio apre all’uomo il Sabato di Dio, giorno nel quale si entra nell’ascolto e nella obbedienza, giorno del Sabato definitivo della Risurrezione. Gesù apre il Rotolo come dirà l’Apocalisse  5,9: “Tu sei degno di prendere il Rotolo e aprirne i sigilli“. Gesù chiude il Rotolo dichiarando così concluso il tempo della promessa e inaugurato il tempo del compimento: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» .
Tuttavia l’evangelo si appoggia sull’Antico Testamento e ogni cristiano dovrebbe essere, come Gesù, un po’ ebreo. Prima di essere cristiani siamo ebrei. Le nostre radici sono ebraiche, ma non sioniste. Gesù e la sua novità si colgono solo a partire da quella bibliotechina di 73 libricini della Bibbia, formatasi progressivamente dentro la storia di grazia e di peccato di un popolo nell’arco di quasi duemila anni. Ma Gesù è anche l’esegeta e lo scriba della Bibbia; sarà infatti Luca stesso che rammenterà la vicenda dei discepoli di Emmaus a cui Gesù “spiega” ed attualizza le Sante Scritture.
Con la Bibbia Dio rompe il silenzio e si pronuncia non parlando solo di se stesso, ma anche dell’uomo.
Gesù prende spunto dal brano profetico per esternare il suo programma pastorale: primo annuncio, approfondimento, pratica liberatrice: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Gesù rivoluziona il modo di leggere la Toràh perchè sposta l’attenzione da ciò che si dice a ciò che accade, dal testo all’avvenimento, dal passato all’oggi, dagli impegni degli altri al proprio coinvolgimento personale diretto: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi ascoltate».
Luca non è il solo tra gli evangelisti ad aver raccontato la visita di Gesù alla sinagoga di Nazaret. Anche Marco e Matteo riferiscono questo episodio, senza tuttavia fare il nome della città, designata semplicemente come “la sua patria”(Mc 6,1; Mt 13,54). Ci sono però parecchie notevoli differenze tra il racconto di Luca e quelli di Marco e Matteo. Luca è l’unico a menzionare un anno giubilare. Inoltre Luca è il solo a dare un contenuto alla predicazione di Gesù. Gli altri due evangelisti si limitano a riferire che Gesù “incominciò a insegnare nella sinagoga”(Mc 6,2; Cf Mt 13,54) senza precisare cosa avesse insegnato. L’espressione di Is 61,2 tradotta “anno di grazia” si rifà chiaramente alla legislazione del Libro del Levitico sull’anno giubilare (Lev 25,10-13) dove per 5 volte in poche righe viene ripetuta la parola “liberazione” (in ebraico derur, in greco aphesis).
Giubileo: liberazione e non riti!


[1] Ho elaborato questa sezione servendomi del testo del biblista italo-brasiliano Sandro Gallazzi Por uma terra sem mar, sem templo, sem làgrimas, Ed. Vozes, Petròpolis, 1999.




19 gennaio 2025. EPIFANIA DI GESU’ NELLE NOZZE

Epifania di Gesù alle nozze di Cana 

Preghiamo.
O Dio, che nell’ora della croce hai chiamato l’umanità a unirsi in Cristo, sposo e Signore, fa’ che in questo convito domenicale la santa Chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore, e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaia 62,1-5
Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata” né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra, “Sposata”, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.
Salmo 95 – Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome.
Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,4-11
Fratelli, vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12
[Tre giorni dopo][1] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?[2] Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio [il principio] dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

RINCORSI DA UN AMORE. Don Augusto Fontana

A Cana di Galilea, confinante con i nostri villaggi e siepi, l’orologio di Maria invitata a nozze era in anticipo di alcuni anni sull’Ora pasquale di Gesù: «Donna, non è ancora giunta la mia Ora» (Gv 2, 9-11). Gesù decide comunque di dissotterrare frammenti del suo futuro e di servire un antipasto di gioia sponsale come sacramento di quell’Ora. Affinché noi, discepoli novizi, impariamo che le nostre Galilee non sono abbandonate e maledette: «Sarai un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata” ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra “Sposata”» (Isaia 62, 1-5).
Da quel momento i discepoli credettero in lui. Il che vuol dire che prima erano discepoli, ma non credenti. Falsi griffati, patacche come me e, forse, come te. L’evangelista Giovanni ci dice che quel primo segno non basterà a garantire la longevità della loro fede. Avranno bisogno di altri sei segni di Gesù[3]. Che non basteranno ancora. La fatica del nostro credere è tutta fatica Sua, di questo povero Dio cireneo che porta e solleva periodicamente tradimenti, affievolimenti, cadute di tensione, smarrimenti, eclissi fino al Giorno in cui “sarà innalzato e attirerà definitivamente tutti a sé” (Giovanni 12,32).
Con la liturgia di oggi sfumano le Epifanie del Signore, quelle accadute tutte fuori dal Tempio: in una grotta di campagna tra i poveri del suo popolo; in una casa di villaggio tra pellegrini pagani; sulle rive di un fiume tra peccatori vogliosi di disintossicarsi; ora in un pranzo di nozze tra sposi, servi e discepoli attoniti. Queste Epifanie noi le celebriamo nel Tempio, ma non ci rassegniamo a doverle trovare solo lì. Curiosiamo nello spazio non-liturgico e non-clericale per trovare i suoi segni da leggere e per cantare: «Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose».
Oggi, durante un’umanissima festa di matrimonio, c’è un gesto di Gesù che è un’espansione del suo “prendersi cura”. Questo primo “prendersi cura” è una sigla di apertura, la prima “orma liturgica” di quell’Ora di Gesù che incombe in tutto il Vangelo di Giovanni fino al capitolo 13 :«Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».  Poi lava i loro piedi trasformando l’acqua del catino delle purificazioni nel buon vino dell’amore servizievole e liturgico. Un amore sponsale.
«Le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cantico 1,2).
Dicono che subire un deficit affettivo procura infezioni che si annidano nel sistema di autostima e di relazioni umane; l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo trovano nel deficit affettivo il loro principale peccato originale. Senza scomodare analisi freudiane, qualcosa del genere lo riscontriamo nel contesto storico della prima lettura liturgica di oggi e risalente a 540 anni circa prima delle nozze di Cana. Il pagano imperialista Ciro aveva concesso agli Israeliti di rientrare in patria. Fu la fine dell’esilio iniziato circa cinquant’anni prima. Cinquant’anni durante i quali la fede di migliaia di piccoli Giobbe fu sottoposta a prove durissime: crollo della monarchia e delle strutture culturali e religiose, invidia per lo splendore rituale e politico dei vincitori, tracollo dei sistemi di trasmissione delle tradizioni popolari e religiose, defezione di molti. I profeti avevano per anni tenuta sveglia la capacità di leggere i segni dei tempi, di effettuare un esame di coscienza per comprendere le responsabilità della catastrofe, per sostenere fedeltà di popolo, per combattere disperazione disgregante. La liberazione effettivamente avvenuta aveva confermato le parole dei profeti: la fedeltà di Dio si era manifestata con lo straordinario segno del ritorno da Babilonia. Poi l’entusiasmo si affievolì, il Tempio ricostruito fu modesto, riaffiorarono le tensioni sociali non meno che l’abitudinario grigiore dell’ordinaria follia quotidiana. E ripresero vita l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo. A questo popolo parla il discepolo del profeta Isaia, che mette in campo una delle carte considerate vincenti: Dio è tuo sposo.
Mi chiedo se oggi gli sposati reggono alla responsabilità di narrare Dio e di esserne il suo simbolo. Quote crescenti di fallimenti matrimoniali sono sociologicamente registrabili, mentre altre percentuali si consumano in striscianti divorzi consumati in casa.  Siamo povere creature bisognose di dire “Dio” con parole povere prese in prestito dal circuito delle nostre esperienze: padre, pastore, sposo. «Le parole sono cose pericolose. Dio è un mistero così grande che non ha nome che gli si possa applicare. I nomi sono gabbie»[4].  Eppure, come scrive il biblista Alonso Schökel, «per rivelare il suo amore, Dio chiede in prestito all’amore umano i suoi simboli e la capacità dell’uomo di rispondere a questo amore»[5]. Dio “sposo”, dunque, non solo di suore, frati o chiese verginelle, bensì di tutta l’umanità. Quell’umanità, dentro e attorno a noi, che è come una ragazza nubile afflitta dall’ansia di un amore che la innalzi e la nobiliti, la distolga da sé, colmi il senso della sua esistenza sentendosi dire dal suo Dio: «Mi hai rubato il cuore, mia sposa, con uno dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana»[6]. Umanità curata e accudita come una vigna/sposa da cui si attendono acini dolci e vino buono non solo per sé, ma anche per i passanti: «La vigna del Signore, il suo vivaio preferito sono gli uomini di Giuda; da loro aspettò diritto ed ottenne omicidi, si aspettò giustizia ed ecco invece lamenti»[7].  Un’umanità che ha ormai esaurito tutta la sua produttività e scialacquato ogni residuo di dolcezza e di gioia, come nel banchetto di Cana: «…venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino». Nell’umanità di Gesù tornano spremute di fedeltà, di vino buono: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto»[8].
Nella parabola di oggi il tema centrale pare che sia il vino, richiamato per cinque volte con tutto il suo sapore di vitalità e di gioia. Paolo, nella seconda lettura liturgica (1 Corinti 12, 4-11) elenca i carismi che pendono come grappoli e gioielli in mezzo al fogliame delle nostre poco encomiabili vite: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».
Nella promessa di un Dio com-promesso.
Anche noi abbiamo il nostro “Ritorno da Babilonia” fatto di sogni frantumati. Basta leggere i quotidiani di due giorni. Anche noi abbiamo dato fondo al vino frizzante e siamo a bocca secca. Abbiamo da offrire, al massimo, barilotti d’acqua, fondi di bicchiere.  Siamo una vecchia chiesa zitella, in attesa che qualcuno ci baci con la rassicurazione di una fedeltà e di una promessa sponsale: «Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» scrive Bonhoeffer dal carcere[9]. Il bisogno di sentirci inseriti in un regime di fedeltà e di promessa, nasce dall’esigenza di essere riconosciuti come soggetti da non buttare, di poter contare su qualcuno che mantiene le promesse perché si com-promette.
Noi abbiamo la potenza del disdire le nostre promesse. I nostri AMEN spesso non sono che rantoli d’agonia su speranze, relazioni, preghiere e futuro. Potrà dissuaderci la promessa di salvezza nuziale in Gesù? Fintanto che non arriva la società felice, oseremo chiedere a questo sfuggente Dio di scodellarci sulla mensa e nelle nostre anfore almeno frammenti, assaggi, acconti della sua Ora, brandelli di speranza servita come sacramento. Saremo: bambini stupiti per un mondo che può essere diverso; discepoli credenti benché in manutenzione; servi che fanno ciò che Lui ci dirà; spazi di carismi che Dio si crea per esprimere storicamente la ricchezza della sua offerta.

«Vorrei che i miei fratelli di fede possedessero il carisma del segno. Un gesto appena abbozzato, una parola sussurrata, un accenno. Un segno piccolo, contenuto, dimesso, rispettoso. Che faccia sospettare un Dio che mi ama e che vuole intervenire nella trama ordinaria della mia vita per invitarmi (o invitarsi) alla festa»[10].


[1] Il testo ufficiale omette “tre giorni dopo” che per l’evangelista è invece un linguaggio in codice per indicare che in quell’evento inizia già il tempo pasquale di Gesù e della chiesa.
[2] Letteralmente: “cosa a me e a te, donna?“. Il testo originale greco è di difficile traduzione e interpretazione. Per S.Giovanni Crisostomo la madre è invitata dal Figlio a superare la sua maternità carnale per nascere come discepola. Enzo Bianchi avvalora questa interpretazione: «in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla. In altri termini Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso».
[3] Guarigione del figlio di un funzionario a Cafarnao ((4,54); guarigione di una persona disabile alla piscina di Betzaetà (5,2); moltiplicazione dei pani (6,4); guarigione di un cieco (9, 16); rianimazione di Lazzaro (11,4); morte e risurrezione di Gesù.
[4] R. Alves Dire Dio, CEM mondialità, 1/1999.
[5] Luis Alonso Schökel, I nomi dell’amore. Simboli matrimoniali nella Bibbia, Piemme, 1997. Il biblista seleziona e analizza tutti i testi biblici in cui Dio si rivela partendo dall’universale esperienza della vita matrimoniale.
[6] Cantico dei cantici, 4,9
[7] Isaia 5, 7.
[8] Giovanni 15, 5
[9] D. Bonhoeffer Resistenza e resa, Bompiani, 1969, pag. 282.
[10] Alessandro Pronzato «Parola di Dio!». Commenti alle 3 letture della domenica. Ciclo C,Gribaudi, 1988, pag. 146




Condonare il debito
Sogno, ma anche proposte.

Riparte la campagna per tagliare il debito.
Luca Liverano (Avvenire 10 gennaio 2025)

La campagna è promossa da: Acli, Agesci, Aimc, Azione Cattolica, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, CVX Comunità di Vita Cristiana, Earth Day Italia, Focsiv ETS, Fondazione Banca Etica, MCL, Meic, Missio, Movimento dei Focolari, Pax Christi, Salesiani per il sociale, Sermig. Media partner della campagna sono: Agenzia SIR, Avvenire, Radio Vaticana, Vatican News, Famiglia Cristiana.

     Come noi li rimettiamo ai nostri debitori. L’associazionismo cattolico – e non solo – si mobilita sulle parole del Papa che ha intitolato il messaggio per la 58ª Giornata Mondiale della Pace del 1º gennaio “Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace”. E all’inizio del Giubileo della speranza lancia la campagna “Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza”, collegata alla campagna globale Turn debt into hope, promossa da Caritas Internationalis. Occasione per rilanciare il messaggio del Papa e mobilitarsi è l’incontro, organizzato all’Università Lateranense, dall’Istituto di Diritto Internazionale della Pace Giuseppe Toniolo con Azione Cattolica, Pontificia Università Lateranense, Forum Internazionale di Azione Cattolica e Caritas Italiana. Ad aprire l’incontro il professor Giulio Alfano, delegato del Ciclo di studi in Scienze della pace e Cooperazione internazionale dell’Università Lateranense.
Il Messaggio di Papa Francesco spiegano i promotori – invita a riflettere sull’urgenza di condonare i debiti e di promuovere modelli economici basati sulla giustizia e la solidarietà. E la remissione del debito si inserisce alla perfezione nell’anno Santo appena aperto, perché ispirata alla tradizione giubilare del popolo ebreo. È il passo essenziale per liberare i popoli oppressi da legami economici iniqui – dicono i promotori – che soffocano il presente e ipotecano il futuro.
Strettissimo poi il legame tra debito economico e debito ecologico, cioè quello che paesi ricchi del Nord – dopo aver sfruttato le risorse del sud provocando degrado climatico e sociale – hanno nei confronti del paesi in via di sviluppo, molto più esposti agli eventi climatici estremi, nonostante abbiano meno responsabilità nel riscaldamento globale e poche risorse per affrontarlo.
La campagna globale di Caritas Internationalis sensibilizza sull’urgenza di ristrutturare – meglio ancora, condonare – i debiti dei Paesi poveri. E trasformare un’architettura finanziaria internazionale intrinsecamente iniqua, che alimenta modelli di produzione e consumo alla base del riscaldamento climatico.
Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, sottolinea come «la speranza non è semplice ottimismo, ma si concretizza nei gesti e segni che siamo capaci di compiere. È la capacità di cambiamento che siamo in grado di attivare. Per fare di questo tempo giubilare un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la casa comune. Guerre, cambiamento climatico, disuguaglianze: davvero occorre cambiare rotta. Questo è il momento perfetto, il kairòs, per costruire percorsi di cambiamento».
In collegamento video da Bangkok, Thailandia, Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto G. Toniolo, afferma che «Dio ci affidato la custodia della sua creazione. E il primo passo per far ripartire relazioni di pace è il perdono, spinta iniziale e volano per far ripartire il motore».
Don Paolo Asolan, teologo e docente alla Pontificia Università Lateranense, colloca la remissione dei peccati e la cancellazione dei debiti in una prospettiva giubilare.
Interviene anche l’economista Riccardo Moro. Presidente del Civil 7 e docente di politiche dello sviluppo alla Statale di Milano, è l’esperto che coordinò per la Cei nel 2000 l’azione di cancellazione del debito di diversi paesi africani: «Avevano concluso 25 anni fa dicendo che avevamo vinto, siamo di nuovo qui. Cosa abbiamo sbagliato? Va detto che nel 2000, per la prima volta, la comunità internazionale accettò l’idea della cancellazione del debito, che è condanna alla povertà. Ma le regole di allora non sono state rispettate da tutti. Alcuni operatori hanno operato in modo spregiudicato. La Cina, che si affacciava allora sulla scena, per approvvigionarsi di materie prime erogò prestiti facili al Sud. Poi la crisi economica del 2008 e la pandemia hanno spinto all’indebitamento tanti stati per far fronte alle emergenze. Alcuni paesi oggi hanno un debito che supera il valore del loro pil». Cosa fare? «Creare alle Nazioni Unite un forum per definire i criteri di sostenibilità del debito e sistemi per gestire le crisi. Rispetto al 2000 abbiamo una visione complessiva più ampia, che comprende anche la questione climatica. Il Papa non a caso mette insieme debito finanziario e debito climatico».
Chiara Mariotti, dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, ricorda che «il debito è un ostacolo che rende impossibile qualsiasi progresso verso la giustizia sociale e i diritti. Il livello del debito estero dei paesi in via di sviluppo nel 2023 ha raggiunto gli 8 mila miliardi di dollari. Più di 3 miliardi di persone vivono in paesi che spendono più per gli interessi sul debito che in spesa pubblica. Se non affrontiamo il debito non raggiungeremo gli obiettivi di sviluppo e non contrasteremo il riscaldamento globale ». In Paesi africani che perdono il 5% del pil a causa del cambiamento climatico e fino al 10% per la gestione delle catastrofi.
Il tema del debito dei paesi in via di sviluppo era stata già affrontata nel Giubileo del 2000 da Giovanni Paolo II. La mobilitazione della società civile portò alla campagna “Jubilee2000”, che chiese a paesi ricchi, Fondo monetario, Banca mondiale di cancellare i debiti ingiusti. Fino al 2005, col G7 di Gleenagles, che cancellò 40 miliardi di dollari. Negli anni a seguire si arrivò a 130. Ma sistemi finanziari e di mercato eticamente ingiusti, autentiche «strutture di peccato», hanno riprodotto situazioni l’indebitamento, aggravato da pandemia e riscaldamento globale.
La campagna lancia ora un appello in quattro punti, presentato da Massimo Pallottino di Caritas italiana:

  1. Uno: cancellazione e ristrutturazione dei debiti ingiusti e insostenibili, affrontando anche il debito da creditori privati.
  2. Due: creazione di un “meccanismo di gestione delle crisi di sovraindebitamento”, con la costruzione di un sistema presso le Nazioni Unite.
  3. Tre: riforma finanziaria globale che metta al centro persone e pianeta, creando un sistema equo, sostenibile e libero da pratiche predatorie.
  4. Quarta e ultima richiesta, il rilancio della finanza climatica per sostenere la mitigazione e l’adattamento climatico nel Sud globale. Disinvestendo dal fossile, dall’economia speculativa, dalle industrie belliche.

 

 




12 gennaio 2025
EPIFANIA DI GESU’ NEL GIORDANO

Epifania di Gesù nel Giordano

 Preghiamo. O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale,  concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,  di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio e vive e regna con te…Dal libro del profeta Isaìa 40,1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
 Sal 103  Benedici il Signore, anima mia.
Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda.
Costruisci sulle acque le tue alte dimore, fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento, fai dei venti i tuoi messaggeri e dei fulmini i tuoi ministri.
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto: là rettili e pesci senza numero, animali piccoli e grandi.
Tutti da te aspettano che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni.
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14;3,4-7
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.
Dal Vangelo secondo Luca 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

DAL CIELO UNA VOCE.  Don Augusto Fontana

 Quando sarò Papa farò chiamare la festa di oggi non “Battesimo di Gesù” ma “Epifania di Gesù nel Giordano”. Intendiamoci. Se “baptizô” significa “immergere, sommergere”, allora il vero Battesimo Gesù lo ha compiuto nei tre giorni della sua Pasqua: morte, sepoltura e risurrezione. Lì ha compiuto la sua discesa-immersione-uscita. Più che di un rito si è trattato di una trasfigurazione della vita, di una immersione nel Padre e nel suo amore sponsale, nella morte e nella vita. Un Battesimo di Fuoco e di Spirito. Così pare che ci dica Gesù «C’è una immersione in cui devo essere immerso (baptisma de ego baptiszenai); e come mi sento trattenuto, finché non sia compiuta» (Luca 12,50). E Giovanni Battezzatore ne era cosciente: «Io vi immergo in acqua; ma …. Egli vi immergerà in Spirito Santo e fuoco » (Luca 3).
Anche noi, nel nostro Battesimo, non andiamo sulle rive del Giordano ma sulla soglia della tomba vuota di Gesù: «Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6,4). Gesù si immerge nella fila dei peccatori, si mescola con chi vuole ritornare alle fonti originarie dell’Esodo dove ci fu un patto tradito; vuole tornare nelle acque amniotiche del ventre materno del Mar Rosso, tornare nel deserto là dove Dio-Sposo aveva condotto il popolo-Sposa per il loro fidanzamento di amore.
Dietro il quadro pittorico del cielo aperto, della voce e della colomba c’è uno scarno dato di cronaca arricchito da simbolismi biblici: «Colomba mia, nascosta nelle fessure delle rocce, in nascondigli segreti, fammi vedere il tuo viso, fammi ascoltare la tua voce; perché la tua voce è soave, il tuo viso è grazioso» (Cantico dei Cantici 2,14).
Gesù fece tante ricerche per capire chi era lui e cosa voleva il Padre da lui: vorrei avere non solo la fede in Gesù, ma anche la fede di Gesù! In qualche misura ebbe contatto con gli esseni, con i qumraniti[1], con il mondo della sinagoga, ma fu determinante – ci dice la liturgia di oggi – la proposta di un noto profeta itinerante: Giovanni il battezzatore. Da lui ricevette l’immersione nel Giordano, come segno di immersione nel cammino di conversione e come adesione alla strada del giovane piccolo profeta. Molto lascia intendere che Gesù divenne suo discepolo e che, proprio anche alla scuola del giovane profeta, scoprì progressivamente la missione che Dio gli affidava, mettendosi poi in proprio. Quindi siamo di fronte ad un piccolo nucleo storico che, inserito in un quadro teologico biblico, assume un profondo significato.
Gesù  scopre la propria vocazione.
Posto all’inizio del “ministero pubblico” itinerante di Gesù, questo racconto di grande intensità teologica, ci offre l’orizzonte entro il quale “pensare “ e “capire” Gesù. Quello che lui ha fatto e detto, ciò che Gesù è stato, la missione che ha svolto… tutto questo è spiegabile solo alla luce dell’azione di Dio nella sua vita. Il “Cielo” lo ha investito di questa missione; e Gesù ha accolto nel suo cuore, dentro la sua esistenza quotidiana, la luce e la voce che provenivano da questo “Cielo” aperto. Gesù è vissuto ed ha operato sempre in dialogo con Dio, in pace con Lui, sospinto dal Suo spirito. Gli scrittori dei vangeli, attingendo a piene mani dalle Scritture di Israele, ci enunciano questo messaggio con un linguaggio poetico incantevole: il cielo che si apre, la colomba che scende, la voce dal cielo. Si direbbe che spesso gli scrittori biblici sono anche dei pittori, degli scultori, tanto sanno usare i toni e i colori degli artisti.
Il cielo aperto
 Una pagina di Isaia (63, 7-19) ci fa capire meglio tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio.  I cieli che si aprono sopra Gesù che prega costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno di noi: « Guarda, Signore, dall’alto del cielo, osserva dalla tua dimora splendida e santa. Dove sono il tuo ardore, il tuo valore, il tuo amore premuroso, la tua compassione? Perché non li manifesti più verso di noi? Tu sei nostro Padre. Abramo e Giacobbe, nostri antenati, non ci riconoscono più. Ma tu Signore sei nostro padre, “Nostro Liberatore” è da sempre il tuo nome. Perché Signore ci lasci vagare lontano dal tuo cammino, sempre più ostinati nel rifiutare la tua autorità? Per amore nostro torna da noi tuoi servitori, noi, il popolo che ti appartiene. Noi, tuo popolo santo, abbiamo avuto in possesso la terra per poco tempo. Ma poi i nostri nemici hanno profanato il tuo tempio santo. Da troppo tempo non siamo più il popolo sul quale regni, il popolo che porta il tuo nome! Perché non squarci il cielo e non scendi?».
Perché non squarci il cielo e non scendi? E finalmente sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo.  Il “cielo” sorride non sui santi o sui perfetti (che poi non esistono), ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto sperimentare, se così posso dire, a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Egli incontrò molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè la pace con Dio, il Suo perdono, il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa… quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli. Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualche fratello e qualche sorella.
Chi chiude il cielo?
Talune chiese cristiane, quando ribadiscono certe presunte regole, corrono il rischio di chiudere il cielo su tanti fratelli e sorelle. E’ sempre molto pericoloso, anzi funesto, predicare come “voce di Dio”, come “voce dal cielo” ciò che è farina del nostro sacco, ciò che è una legge ecclesiastica, una tradizione umana, una convenzione societaria che può essere frutto di una determinata cultura o incultura, di interessi di parte o di pregiudizi. Mi viene in mente un’altra severa immagine biblica del Vangelo di Matteo, in una pagina di polemica rovente: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare” (Mt. 23,13).
E io?
Questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere da parte la presenza di Dio, metterlo alla porta della nostra vita. Questo mi sembra, oggi, uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano.  Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.
Tirare giù dal cielo gli idoli
Ma la nostra direzione di vita è spesso “deviata” dal fatto che noi, dalla politica alla religione allo sport, abbiamo popolato il nostro orizzonte di false stelle. Anzichè guardare a Dio attraverso la testimonianza delle Scritture e di Gesù, ci lasciamo imbambolare dai “personaggi” sacri e profani che popolano le vie dell’etere e del video. Li collochiamo in cielo e facciamo girare la nostra vita attorno a loro. Essi danno spettacolo con le loro parole, con le loro liturgie, con le lotterie, con i varietà, con i tweet … Spesso si parla (il linguaggio la dice lunga) di “idoli” e di “divi – dive” (creature divine). Tanto nella religione quanto nello sport o nella politica se colloco qualcuno in cielo, spodesto Dio e costruisco idoli, “persone sacre”, voci onnipotenti, “salvatori della patria”. Certi personaggi che “nel cielo dei video e dei media” sembrano aureolati, visti da vicino sono esseri costruiti sulla prepotenza dell’arroganza, sulla manipolazione delle emozioni. La fede ci aiuta a “tirare giù dal cielo” questi palloni gonfiati, questi “miti”, questi “signori”.

Padre, voglio seguire Gesù anche in questo. Egli ha camminato molto concretamente su questa terra, ma ha sempre guardato il Cielo. Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te, ha costruito la sua vita su di Te come si costruisce una casa sulle fondamenta. Sei Tu, o Padre, il Cielo della mia vita: il Cielo che illumina i miei passi e riscalda il mio cuore. Se io chiudo, Ti prego, riapri come sai fare Tu. Se Ti metto alla porta, bussa, o Dio della mia vita.


[1] Hartmut Stegemann, Gli esseni, Qumran, Giovanni Battista e Gesù, 2009,EDB; Simone Paganini Gesù, Qumran e gli esseni, 2013, Paoline.




Giubileo. Riti e pellegrinaggi
MA NON SOLO

Gli eventi giubilari
Una certezza è invece il calendario degli eventi giubilari. A partire da gennaio sono già oltre trenta quelli in programma e per i quali è già possibile prenotarsi sul portale web dedicato. Ad aprire la sequenza sarà il Giubileo della comunicazione dal 24 al 26 gennaio, durante il quale sono previsti diversi momenti di confronto e di spiritualità, e la partecipazione alla Messa celebrata da Papa Francesco. Momenti e celebrazioni che caratterizzeranno tutti gli appuntamenti in programma nel corso dell’Anno Santo.
A febbraio si terrà il Giubileo delle Forze armate (8 e 9), quello degli artisti (dal 15 al 18), e, a fine mese, quello dei diaconi (dal 21 al 23). Nel mese di marzo in calendario un appuntamento per il mondo del volontariato (8 e 9) e il Giubileo dei missionari della misericordia (dal 28 al 30). Proprio il 28 marzo ci sarà anche il tradizionale appuntamento con le 24 ore per il Signore. A seguire, ad aprile, l’Anno Santo per i malati e il mondo della sanità (5 e 6), il Giubileo degli adolescenti (dal 25 al 27), e il Giubileo delle persone con disabilità (28 e 29).
Dal 1°al 4 maggio è in programma il Giubileo dei lavoratori, mentre il 5 e 6 quello degli imprenditori.
Il 10 e l’11 maggio l’incontro con le bande musicali. Dal 12 al 14 maggio il Giubileo delle Chiese orientali; dal 16 al 18 maggio il Giubileo delle confraternite. L’appuntamento conclusivo di maggio è quello con le famiglie, i bambini e i nonni (30 maggio-1 giugno).
A giugno è in programma il Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità (7 e 8). In calendario anche il Giubileo della Santa Sede (9 giugno) e quello dello sport (14-15 giugno). Dal 20 al 22 giugno si terrà il Giubileo dei governanti; il 23 e 24 giugno il Giubileo dei seminaristi; il 25 giugno ci sarà il Giubileo dei vescovi; e a seguire quello dei sacerdoti (dal 25 al 27).
Nel corso dell’Anno Santo non mancherà un appuntamento, a luglio, per i missionari digitali e influencer cattolici (il 28 e 29); mentre dal 28 luglio al 3 agosto si ritroveranno a Roma i giovani per quello che potrebbe diventare, come Tor Vergata nel 2000 il più grande evento giubilare, almeno a livello di partecipazione numerica.
Dopo la pausa agostana, gli appuntamenti riprenderanno a settembre.
Il 15 in calendario il Giubileo della consolazione, per tutti coloro che stanno vivendo un tempo di dolore e afflizione, per malattie, lutti, violenze e abusi subiti.; il 20 settembre il Giubileo degli operatori di giustizia; dal 26 al 28 l’incontro con i catechisti. Nel mese di ottobre è previsto il Giubileo del mondo missionario e dei migranti (4 e 5); a seguire l’incontro per il Giubileo della vita consacrata (8 e 9) e quello della spiritualità mariana (11 e 12). Poi, dal 31 ottobre al 2 novembre è in programma il Giubileo del mondo educativo.
A novembre, inoltre, è in calendario il Giubileo dei poveri (il 16 novembre) e il Giubileo dei cori e delle corali (22 e 23 novembre). L’ultimo appuntamento in calendario è, al momento, quello con i detenuti che saranno a San Pietro il 14 dicembre.

La Chiesa in Italia
Anche le diocesi italiane, ovviamente, vivranno i grandi eventi del Giubileo, oltre che i pellegrinaggi in loco verso le chiese e i santuari designati dai singoli vescovi. A livello nazionale, comunque, il cammino giubilare sarà affiancato da quello del Sinodo. La seconda Assemblea sinodale delle Chiese in Italia si terrà a Roma dal 31 marzo al 3 aprile. E c’è attesa per un evento che si preannuncia sia riassuntivo delle precedenti fasi, sia proiettato verso il futuro. Sarà un momento particolare di impegno di partecipazione, per la Chiesa in Italia anche il Giubileo dei giovani, di cui già si è detto. La pastorale giovanile nelle diocesi della Penisola è sempre molto attiva e ha assicurato partecipazioni numericamente consistenti a tutte le Giornate mondiali della gioventù finora celebrate. Raggiungere Roma, dunque, non sarà un problema per i giovani italiani.
Sempre in clima giubilare va poi ricordato il percorso di valorizzazione, recentemente inaugurato tramite una webapp, delle antiche strade di pellegrinaggio che conducono a Roma, per riscoprire anche il pellegrinaggio a piedi.
Infine è da sottolineare che nell’anno giubilare si svolgerà a Roma, in ottobre, anche l’Incontro internazionale per la pace del 2025, il 39° organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi”, sulla linea della preghiera interreligiosa voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 nella città del Poverello.

 




Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio
P.Ermes Ronchi

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio

padre Ermes Ronchi  (Avvenire 06/01/2019)

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia.
«Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti.
Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.