I vescovi per il 1 maggio
Il lavoro generi speranza

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2025
AVVENIRE 20 marzo 2025

Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza.

La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli «che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 3).
La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare (cf. Francesco, Spes non confundit, 12).
L’esperienza della pandemia ci ha consegnato un modo di lavorare nel quale è possibile coniugare in molte circostanze lavoro in presenza e a distanza, aumentando la nostra capacità di conciliare vita di lavoro e vita di relazioni soprattutto nel cosiddetto smartworking, ma rischiando anche di impoverire i rapporti umani tra i lavoratori e le stesse relazioni familiari.
Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani.
Allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia.
Inoltre, oggi, con quello che viene chiamato mismatch, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, assistiamo contemporaneamente al fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti.
Resta sullo sfondo, infine, la dura «legge di gravità» della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro.
Se il dato statistico sulla disoccupazione, in forte calo, potrebbe spingere all’ottimismo, sappiamo invece che dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero.
Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità.
Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo.
Esistono tuttavia segni di speranza da alimentare per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno ma, come sempre, essi richiedono la nostra partecipazione attiva per proseguire l’opera della Creazione.
Un segno di speranza è il riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro.
È necessario valorizzare, inoltre, lo strumento degli stessi contratti per impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari. È segno di speranza la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro.
Come Chiesa abbiamo sentito, in questi anni, la responsabilità di impegnarci su questo fronte, non solo assicurando vicinanza e conforto a chi è in difficoltà, ma contribuendo a creare «un’alleanza sociale per la speranza che sia inclusiva e non ideologica» (Spes non confundit, 9).
Lo abbiamo fatto anche con visioni che donano prospettive di speranza, come quelle dell’economia civile, e investendo in interventi generativi, volti alla creazione di una cultura del lavoro e di opportunità, come il Progetto Policoro, con il quale da trent’anni la Chiesa in Italia investe su giovani animatori di comunità formati per impegnarsi nelle loro diocesi. Negli ultimi anni essi hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate.
Non ultimo, appare opportuno un appello alla responsabilità di tutti noi. L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico. La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio. La «mano invisibile» del mercato non è sufficiente a risolvere i gravi problemi oggi sul tappeto. È la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza. Infatti, «i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza» (Spes non confundit, 7).
Roma, 19 marzo 2025 Solennità di san Giuseppe
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




16 marzo 2025. Domenica 2a Quaresima
TRASFIGURAZIONE. QUESTIONE DI SGUARDO GUARITO

2° Domenica Quaresima C

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Cristo nostro Signore. AMEN.
Dal libro della Gènesi 15,5-12.17-18
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».  Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
SalMO 26  Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!».
Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  3, 20 – 4, 1 (forma breve).
Fratelli, la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
Dal Vangelo secondo Luca 9,28-36
[Circa otto giorni dopo questi discorsi][1],  Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto (lett.”il suo volto divenne altro/diverso”) e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. [Il giorno seguente, quando essi scesero dal monte…]. 

TRASFIGURAZIONE. QUESTIONE DI SGUARDO GUARITO. Don Augusto Fontana

L’esodo: la nube e la tenda.
L’evento della manifestazione sul Tabor viene collocato da Luca tra due annunci della passione. Appena prima, Gesù aveva fatto una celere inchiesta: “Cosa dice la gente di me? Ed io chi sono per voi?“. Pietro aveva risposto con una solenne professione di fede: “Sei il Cristo di Dio!“. E Gesù: “Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molto e sia ucciso e il terzo giorno risorga. Anzi chi vuol essere mio discepolo deve rinnegare se stesso, sollevare la sua croce ogni giorno e seguirmi”.
Otto giorni dopo questi discorsi avviene la manifestazione sul Tabor che Luca presenta come tentazione per una Chiesa che, tra sonnolenza ed entusiasmi, vorrebbe rimuovere e dimenticare presto i discorsi fatti da Gesù.  L’ottavo giorno è un modo di indicare “il giorno di domenica, giorno del Signore” che vedeva riunita la Chiesa per celebrare l’Eucarestia pasquale. Ancora una volta Luca richiama la comunità al dovere del ritorno alla vita quotidiana dopo essere stati rifocillati nella liturgia pasquale: bisogna scendere a valle per riprendere il cammino verso gli appuntamenti conflittuali.
Come se non bastasse, Luca, dopo il testo della manifestazione sul Tabor, riporta un altro richiamo di Gesù: “Mettetevi ben in testa che il Figlio dell’Uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini“; poi annota che i discepoli fecero finta di non aver sentito ed evitarono di approfondire l’argomento (Lc 9,45).
Durante questo esodo/cammino ci vengono concessi dei segni della presenza di Dio.
Tra questi segni, come durante l’esodo nel deserto, ci sono la nube e la tenda: “Allora la nube coprì la tenda dell’assemblea e la Gloria del Signore riempì quel luogo” (Esodo 40, 34-35).
La Bibbia, l’Eucarestia e i poveri sono la nostra “Nube parlante”, segni che svelano e, insieme, velano la presenza del Signore. La tenda è la comunità costruita da mani d’uomo e che deve avere i picchetti sempre pronti per essere tolti quando si tratta di riprendere il cammino della vita quotidiana e della testimonianza fra gli uomini.
Luca 9: trasfigurazione, metamorfosi, teofania, sogno, visione o fede?
Occorre innanzitutto intenderci su alcuni termini.
Pensiamo al termine “ascensione al cielo“(che ha prodotto l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante) oppure ai termini “miracolo, comandamento, fare memoria” ecc. Anche il termine “trasfigurazione” necessita di una rivisitazione.  Trascuriamo, per ora, la questione della diversa connotazione temporale degli eventi (otto giorni oppure sei giorni dopo?) e andiamo a meditare gli elementi dell’evento: Matteo 17 e Marco 9 usano il termine trasfigurazione (in greco: metamorfosis); Luca parla di “volto altro” (in greco: prosopou eteron). Solo Luca annota che l’evento accade mentre Gesù pregava. Luca e Matteo riferiscono del volto, non accennato da Marco. Unico dato comune a tutti e 3 sono le (la) vesti.
E se fosse tutta questione di sguardo guarito?
Per Luca prevale l’evento della preghiera (salì sul monte a pregare. Mentre pregava). La preghiera di Gesù, cioè la sua familiarità con il Padre, costituisce l’evento scatenante di una Rivelazione, di una Epifania, di una Teofania[2]. Gesù con la sua umanità quotidiana e debilitata è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio bruciante da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). Il legno della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
Abbiamo un altro precedente biblico dell’evento della “trasfigurazione”, nella figura di Mosè che sul monte Sinai familiarizza con Dio e scende con il volto trasfigurato a fare da mediatore tra Dio e il popolo (Esodo 33 e 34):  “Mosè disse al Signore: <Mostrami la tua Gloria>. Il Signore rispose:<Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio Nome. Ma tu non potrai vedere il mio volto perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finchè sarò passato. poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere….>.Quando Mosè scese da monte Sinai non si era accorto che la pelle del suo viso era diventata raggiante perchè aveva conversato con Lui. Ma Aronne e tutti gli israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui…Mosè allora si pose un velo sul viso. Quando Mosè andava davanti al Signore a parlare con Lui, si toglieva il velo, fin quando fosse uscito”.
Nell’evento della “trasfigurazione” ci troviamo, dunque, di fronte ad un modo di trasmettere un’esperienza fatta dai discepoli. Sono gli stessi discepoli che avevano raccolto la tradizione orale che riferiva quello che era successo sotto la croce: “ Gesù dando un forte grido spirò. Il velo del tempio si squarciò in due. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio> (Mc. 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione“, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana e trasparente, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: « Questo ucciso, è Dio! ».
Nel volto e nella veste lacerata.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Lc 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio sia nello spazio che nella coscienza: la presenza ingombrante di Dio si rivela dunque sul volto e sulla tunica dell’uomo di Nazaret con cui i discepoli hanno vissuto da ormai qualche anno, forse annoiandosi un po’ (“erano oppressi dal sonno” come succederà tra qualche tempo nel bosco del Getsemani).
Il simbolo della veste è l’unico elemento comune ai tre evangelisti nella sezione che stiamo meditando. E torniamo sotto la croce dove Gesù viene denudato dei suoi abiti umani e spogliato della sua veste regale e sacerdotale, : “I quattro soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti e presero la tunica. Quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo” (Giov.19, 23-24). E’ lo stesso Giovanni che, nel racconto del processo, aveva annotato: “Gli misero addosso un mantello di color rosso…e gli davano schiaffi sulla faccia“.
Anche Luca non ha mancato, durante il racconto del processo, di evidenziare: “Allora Erode…lo insultò … poi lo rivestì di una splendida veste(Lc.23,11).
Facciamo un’escursione veloce nell’Apocalisse (1,13-15): “Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
E concediamoci anche una pagina del profeta Daniele 10,5-8: ” Alzai gli occhi e guardai ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d’oro; la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi  occhi erano come fiamme di fuoco, le sue braccia e le gambe  somigliavano a bronzo lucente e il suono delle sue parole pareva il  clamore di una moltitudine. Soltanto io, Daniele, vidi la visione, mentre gli uomini che erano  con me non la videro, ma un gran terrore si impadronì di loro e  fuggirono a nascondersi”.
E’ in ballo dunque la domanda: secondo te dove si incontra Dio? Oggi pare balenare una rivelazione: Dio si manifesta nell’interiorizzazione e nella debolezza palese.
Nell’interiorizzazione. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti. L’hanno visto pregare e diventare trasparente al Padre, nella sua relazione filiale col Padre e ne sono rimasti trasfigurati anch’essi. Fu una Risurrezione anticipata. Oppure, meglio, una rilettura post-pasquale di quell’esperienza di ritiro sul Tabor. La trasfigurazione non fu uno spettacolo fotografabile (come non fu documentata la Risurrezione), ma un’esigenza di ciascuno di noi: capire il senso della normalità di Dio nella vita di Gesù e diventare finalmente quel che vogliamo essere e che abitualmente non siamo capaci di essere.
Nella debolezza palese. La trasfigurazione non è un prodigio; è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Per manifestarsi, Dio non ha più bisogno di lampi e tuoni e fiaccole che attraversano animali squartati; gli basta un poveraccio, un decaduto dalla nostra stima e che ha perso la sua veste regale, un umiliato privato della veste sacerdotale della sua dignità, uno sfigurato dagli schiaffi della vita, della malattia, della vecchiaia e dei prepotenti. Anzi, a Dio basta una vita ordinaria, come gli è bastato un Gesù ordinario, denudato di tutte le insegne di riconoscimento per essere più trasparente. La croce è trasparente di divinità, perchè chi vi è sopra è nudo e gli resta solo la debolezza di dover essere amato.

Potrebbe essere utile <creare un Tabor> dedicandosi ad un po’ di preghiera contemplativa e silenziosa oppure guardare – con occhio trasfigurato – un povero, un detenuto, un anziano, un ammalato, una prostituta, uno straniero, un ubriaco, un balordo.


[1] Non capisco perché il Lezionario ometta questa importante indicazione temporale e teologica. Marco e Matteo scrivono “Sei giorni dopo”. Insomma: questo “settimo” o “ottavo” giorno non può essere cancellato impunemente perché l’evento della Trasfigurazione verrebbe mutilato, come si vedrà nel commento.
[2] Il termine TEOFANIA non deve fare paura. Deriva da 2 parole cucite insieme: Theos + fanìa dove THEOS significa DIO e FANIA significa MANIFESTAZIONE.
TEOFANIA = MANIFESTAZIONE / RIVELAZIONE DI DIO. Chiunque farebbe fatica a descrivere ad altri l’esperienza di aver sentito Dio vicino. Viene spontaneo usare termini “eccessivi”: terremoto, fuoco, nube, luce, voce, emozioni.




Capitalismo e democrazia
Luigino Bruni (Avvenire)

IL CAPITALISMO SI STA ALLEANDO  CON LA CULTURA BELLICA E ILLIBERALE
Luigino Bruni (Avvenire 25 febbraio 2025)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/capitalismo-e-cultura-bellica

Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.

Nella sua breve storia, il capitalismo ha avuto un rapporto ambivalente con la democrazia, con la pace e con il libero mercato. La storia, infatti, qualche volta, pensiamo alla nascita della Comunità Europea, ha confermato la tesi di Montesquieu – « L’effetto naturale del commercio è il portare la pace» (L’Esprit des Lois, 1745). Altre volte, e forse sono quelle più numerose incluso il nostro presente, i fatti hanno dato invece ragione al napoletano Antonio Genovesi «Gran fonte di guerre è il commercio», perché «lo spirito del commercio non è che quello delle conquiste» (Lezioni di economia civile, 1769). Quale, allora, il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? Dopo l’implosione della grande alternativa collettivista, il nuovo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per una notevole biodiversità di forme e culture d’impresa. Questa varietà di istituzioni economiche – dalla piccola impresa alla multinazionale, dalle società benefit ai private equity – crea un effetto cortina che fa dimenticare che il centro del sistema capitalista vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale della ricchezza sotto forma di profitti e sempre più di rendite. È questo il nucleo che spinge tutto il variegato movimento del nostro capitalismo. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, incluse le varie legislazioni ambientali, sociali, fiscali. Questo capitalismo conosce la sola etica dell’accrescimento dei flussi e degli asset economici e finanziari, tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine.
Tra i mezzi ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è adattivo e pragmatico: se in una regione del pianeta c’è democrazia, libertà di scambi e pace, si inseriscono in queste dinamiche democratiche, liberali e pacifiche e fanno i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, con un cinismo perfetto cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se in circostanze ancora diverse, del passato e del presente, qualche grande potentato economico intravvedere in possibili scenari bellici, non liberali e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, il telos, la natura di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi.
Basti pensare, per un grande e scomodo esempio, all’avvento del fascismo in Italia. Non avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle élites industriali e finanziarie italiane di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal “pericolo rosso” concreto e possibile, convinti che lo Stato liberale non lo avrebbe fatto. Davanti alla paura di perdere ricchezze e privilegi, quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. L’economia corporativa fascista, che conquistò e contagiò gran parte degli economisti liberali italiani e cattolici, si presentava come superamento sia «del sistema individualistico-liberale che aveva dominato le nazioni civili durante il XIX secolo fino alla guerra sia del comunismo: si vuole un sistema atto a mediare gli estremi, superandoli. Si rivela, anche qui, l’armonia dello spirito latino» (Arrigo Serpieri, Principi di Economia Politica Corporativa, 1938, pp. 2931). E Francesco Vito, un importante economista cattolico, nella sua Economia Politica Corporativa, scriveva: «Il compito dell’economia nuova consiste essenzialmente nell’assunzione consapevole dei fini sociali al posto della concezione individualistica della società finora prevalsa» (1943, p. 85). Infatti, la teoria individualista liberale non conveniva più al capitale, ed ecco pronta la nuova economia corporativa e statalista, presentata come espressione massima dello “spirito latino”.
Nel primo numero della sua rivista Gerarchia, Mussolini si poneva la domanda: «Da che parte va il mondo?», e rispondeva affermando «l’innegabile constatazione dell’orientamento a destra degli spiriti» (febbraio 1922), e qualche anno dopo dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico» (novembre 1933).
Quindi, quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito del mercato, perché finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti e dei loro rappresentanti agenti politici. Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle “rosse” (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.




Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade

Neanche il peggiore dei criminali può essere definito spazzatura
Riccardo Maccioni (Avvenire 31 gennaio 2025)

No, la bontà non sta vivendo un momento felice. Da bambini era la morale della favola, il quid, quasi un superpotere, che alla fine del racconto, tra draghi ammansiti e falsi príncipi smascherati, premiava l’umile, il povero. Una virtù talmente affascinante da confonderla con la bellezza. E non era un errore perché con l’avanzare degli anni abbiamo imparato che spesso il bello educa al bene, purificando gli occhi, ammorbidendo il cuore, riempiendo i sogni di storie e visi felici. Poi qualcosa dev’essere andato storto, qualcuno ha messo un bastoncino a interrompere la ruota della storia, così da invertirne il giro.
Difficile capire chi sia stato il primo a indicare in modo esplicito l’egoismo come motore del mondo, quale allenatore per giustificare una sconfitta abbia coniato la formula: “non siamo stati sufficientemente cattivi”, quando i leader hanno iniziato ad augurarsi reciprocamente ogni male.
Di sicuro c’è stata un’escalation, con gli hurrà e gli scroscianti applausi a salutare la promessa-minaccia di realizzare la più grande “deportazione” (o “remigrazione”) di massa della storia. E qualcuno, nella gara che incorona il più cattivo è andato persino oltre. Abbiamo tutti sotto gli occhi l’immagine di Kristi Noem, la nuova segretaria alla sicurezza del governo Trump (l’equivalente del nostro ministro degli interni) che commentando il fermo di una persona irregolare ha scritto sui social: «Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade». E qui, anche il più comprensivo dei tolleranti prende le distanze, perché neppure il peggiore dei criminali è spazzatura, nessun uomo e nessuna donna è rifiuto, discarica, ciarpame. E al tempo stesso non esiste vita che non meriti di essere vissuta, senza alcuna eccezione. Credere il contrario significa alimentare la cultura dello scarto, che oggi riguarda i migranti e domani, in nome del profitto e di criteri esclusivamente utilitaristici, potrà estendersi ad altri soggetti considerati improduttivi come gli anziani, i malati, i disabili.
Non si tratta naturalmente di ostacolare il cammino della legge, chi delinque va punito, ma di coniugare giustizia e umanità, come nella più banale delle definizioni del diritto. Una questione di attenzione minima, basica, che non ha bisogno neanche di richiamarsi al Vangelo, che non guarda per forza al buon samaritano, o al numero infinito delle volte in cui bisogna perdonare. La fede semmai chiede un passo in più, educa alla mitezza e alla misericordia, impegna, per quanto possibile, a capire, sotto la guida della Parola, la logica di Dio, per poi provare a imitarlo, accogliendo la sua volontà. Si dirà che la storia recente, dalla Shoah in giù, ha conosciuto momenti di gran lunga peggiori e che oggi semplicemente si dice in modo chiaro e diretto quello che fino a ieri veniva mascherato sotto un velo di ipocrisia e buona educazione. Può darsi, però mai, o quasi, prima, si sono rivendicate con altrettanta veemenza la cattiveria e l’aggressività come valori. E poi le parole costituiscono, potenzialmente un’arma, capace di ferire in profondità.
Non a caso tra le torture, sono particolarmente subdole quella basate sugli insulti, sul colpire l’altro nelle sue debolezze, tirando fuori fragilità con cui faticava a fare i conti. È la strategia che prova a rendere l’avversario, il nemico una “non persona”, annullandolo per poi farne uso senza problemi, per i propri fini. I tagli guariscono, ha scritto un ragazzo in un post, le parole cattive fanno male per sempre. Una dichiarazione, per non dire una denuncia, di umanità, che riguarda tutti e ciascuno. E che di nuovo può interpellare la fede. Il Dio dei cristiani, infatti, avendo scelto di condividere la sua vita con la nostra ci invita a essere profondamente umani. Non si può invocarlo e pretendere di amarlo rifiutando il tempo, la storia, e quindi anche i difetti, le colpe, gli sbagli delle persone. Tantomeno pretendendo di esserne giudici supremi.
«Il soprannaturale stesso è carnale» diceva Peguy, a confermare l’invito esplicito di sant’Agostino: «Passa attraverso l’uomo e giungi a Dio». Il santo vescovo parla di uomini e donne nella loro totalità, comprese le parole. Che possono affondare nell’odio, nelle divisioni, o essere strumento per costruire un ponte tra terra e cielo. Come succede nelle fiabe. Quelle in cui vince la bontà. Degli ultimi, dei poveri, dei dimenticati.




La fragilità non è un difetto
Don M. Angelelli (Avvenire 05/03/25)

La fragilità non è un difetto. E non ci rende meno belli o preziosi

Don MASSIMO ANGELELLI, Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute

(Avvenire 5 marzo 2025)

«Avverto nel cuore la “benedizione” che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore». Questa affermazione di papa Francesco è contenuta nel testo dell’Angelus di domenica scorsa, diffuso dalla Santa Sede. Le parole scritte dal Santo Padre portano un tema ricorrente nell’esperienza dei sofferenti. I cappellani ospedalieri e tutti gli assistenti spirituali dei malati si trovano spesso a riflettere sul senso della fragilità. È anche la domanda che più viene loro posta: perché? qual è il senso di questa sofferenza? perché proprio a me? E le risposte rischiano di arrivare un po’ frettolose, magari sentite e poi ripetute, che confondono i sofferenti. Ma nelle parole del Papa troviamo una spiegazione chiara. La benedizione di cui parla Francesco non è «nella fragilità», ma «si nasconde dentro la fragilità». Questa lettura ci aiuta a capire molte cose. Un primo chiarimento è la cancellazione definitiva di quella tendenza doloristica che vorrebbe accreditare la malattia come “voluta” da Dio per la nostra santificazione. Il Dio che dichiara di essere soltanto amore non può desiderare che le persone soffrano, al massimo lo può tollerare, a condizione che questo rappresenti la via per un bene maggiore. La parte che emerge visibile ai nostri occhi è la fragilità intrinseca nell’essere persona. Non un difetto o una mancanza, ma una componente dell’identità antropologica della persona stessa. Siamo fragili: e non è un difetto, ma una caratteristica. Questo non ci rende meno belli o meno preziosi, ma comporta la necessità di essere trattati con cura. Come il cristallo, che sul suo contenitore porta proprio questa avvertenza: fragile, maneggiare con cura. E le persone sono molto di più di un cristallo.
Dentro la fragilità c’è qualcosa di più della sua veste esteriore: c’è il senso del vivere, il fine ultimo di ognuno di noi che è chiamato alla vita. C’è la vocazione all’amore con Dio e fra di noi, c’è la piena realizzazione del progetto che è stato offerto a ciascuno, c’è un “dire bene”, una benedizione che è la Parola di vita pronunciata da Dio per ciascun uomo e donna vissuti e viventi. Ogni sofferente è chiamato a fare un cammino di ricerca e di scoperta. Coloro che si arrestano alla forma esteriore della fragilità vivranno la malattia e la loro stessa fragilità come un limite da superare, rifiutando la condizione stessa, quella di umanità fragile per costituzione, alla ricerca di una invincibilità che è utopia del vivere secondo i propri schemi e obiettivi. Per questi, la morte rappresenta la sconfitta finale, il fallimento che è inaccettabile o piuttosto la liberazione da un male senza speranza, perché non ha un senso, uno scopo.
Coloro che scavano senza sosta, convinti che anche nel buio del dolore e della malattia si possa nascondere un senso ultimo, coloro che vorranno sperare anche quando sembrerà non essercene traccia, allora potranno scoprire quel senso che sostiene, quello scopo che motiva la lotta, quel fine per cui valga la pena di sopportare queste fragilità, il motivo per cui l’obiettivo meriti la fatica. Il premio finale vale l’impegno e il peso della preparazione e della gara. E il premio non può che essere quella benedizione di Dio sulla vita di ciascuno. Non una benedizione generica e unica per tutti, ma piuttosto una benedizione pronunciata da Dio con parole diverse per ciascuno, tanti quanti sono gli uomini e le donne, tante quante sono le vocazioni personali, quanti sono i progetti di bene che Lui ha immaginato per ognuno.

Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute




9 marzo 2025, Domenica 1a Quaresima
LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA?

Prima domenica Quaresima

Preghiamo. Signore nostro Dio, ascolta la voce della Chiesa che ti invoca nel deserto del mondo: stendi su di noi la tua mano perché nutriti con il pane della tua Parola e fortificati dal tuo Spirito vinciamo, con il digiuno e la preghiera, le continue seduzioni del maligno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Deuteronomio 26, 4-10: il <Credo> di Israele.
[1]Quando sarai entrato nel paese che Dio-Signore-tuo ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, [2]prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Dio-Signore-tuo ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Dio-Signore-tuo avrà scelto per stabilirvi il suo nome. [3]Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: <Io dichiaro oggi al Dio-Signore-tuo che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci>. [4] Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Dio-Signore-tuo [5]e tu pronuncerai queste parole davanti a Dio-Signore-tuo: <Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa.[6]Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù.[7]Allora gridammo al Signore, al Dio-dei-nostri-padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione;[8]il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, [9]e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele.  [10] Perciò (we’attah) ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato>.  Le deporrai davanti a Dio-Signore-tuo e ti prostrerai davanti a Dio-Signore-tuo. [11]gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore-tuo-Dio avrà dato a te e alla tua famiglia.
Salmo 91,1-2.10-15. Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido».
Non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi.
«Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso».
Paolo ai Romani 10,8-13: il <Credo> della Chiesa.
Che dice dunque la Santa Scrittura? «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore», cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se proclamerai con la tua bocca: «Gesù è il Signore», e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. Infatti: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».
Luca 4, 1-13: il <Credo> di Gesù e la sua resistenza.
Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:  “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA? Don Augusto Fontana.

L’uomo moderno conosce l’esperienza del deserto?
La risposta è affermativa. E’ diventato luogo comune della psicanalisi, della sociologia, del cinema e delle riviste, descrivere la società come un deserto nel quale l’uomo è solo e nel quale abbondano l’incomunicabilità, l’alienazione, l’abbandono e la paura. Deserto è la città, la fabbrica, il quartiere dormitorio. Deserta è la campagna e deserte sono le chiese. Però non è lo Spirito che ci ha spinto in questi deserti; sono state le strutture che ci siamo create, i nostri miti, appetiti, la nostra economia. Questo deserto non ci richiama l’immagine paradisiaca che sembra insinuare il vangelo (nella versione di Marco 1,12-13) dove l’uomo/Adamo/Gesù vive in pace con le bestie selvatiche, dove il lupo convive con l’agnello, dove gli angeli servono il cibo. In questo nostro deserto infernale vengono date pietre al posto del pane ed anche il pane è frutto di un gioco spietato ed è oggetto di una continua conquista. Più che un deserto, è una giungla; infatti oggi si parla di giungla retributiva, burocratica, fiscale, finanziaria, edilizia e chi più ne ha più ne metta.
Se però a quest’uomo moderno si chiede se egli nel deserto faccia anche l’esperienza di essere tentato da Satana, egli risponderà quasi certamente di no. L’idea del diavolo è estranea all’uomo moderno che oltre ad aver lasciato Dio fuori dalla città, ci ha lasciato anche Satana.  Ma le cose non stanno così. Certo, se il diavolo è un signore con le corna, l’uomo colto ed emancipato ha ragione di non crederci. Ma se si interroga la tradizione biblica per sapere chi è veramente Satana, le cose sono diverse. Infatti per la Bibbia il diavolo non è il contrario di Dio, ma la caricatura di Dio. Satana è tutto ciò che si attribuisce i connotati di Dio senza essere Dio, i poteri di Dio senza essere Dio, l’assolutezza di Dio senza essere Dio. Egli è l’usurpatore. E’ l’idolo che prende il posto di Dio facendosi credere Dio. E non viene mai a mani vuote: ha sempre qualcosa da promettere. Paolo nella 2 Lettera ai Corinti (11,14) dice che “si camuffa da angelo della luce” e quindi diventa un surrogato di Dio. Ebbene, il deserto di questa città industriale che rifiuta Satana unitamente a Dio, è in realtà piena di aspiranti al ruolo di Dio. Sono una legione. Ognuno vuole porsi come criterio assoluto: il potere, la legge, l’ordine, il denaro, la proprietà, il mercato, il sessismo, il consumo, la libertà, la scienza, il partito, lo Stato, l’ideologia, la Chiesa. Ogni cosa, anche buona, nella misura in cui pretende di trascendere l’uomo e di sedersi al di sopra di lui, diventa un idolo, un dio mondano. Naturalmente ognuna di queste cose, divinizzandosi, diviene deforme e corrotta. Può essere combattuta, ma non brandendo un altro idolo. L’assenza di Dio impedisce di liberarci dalle copie di Dio. Al contrario il vero Dio, il Padre di Gesù Cristo, è il solo criterio possibile per smascherare le caricature di Dio. Cristo ha fatto resistenza a Satana dopo essere stato battezzato dal Padre. Gesù ci ha messo in grado di smascherare i demoni camuffati e di sottrarci al potere degli idoli. E’ solo a partire da questo momento che nella nostra conversione comincia il regno di Dio e il Vangelo è creduto.
Il <credo> storico di Israele.
In Deuteronomio 10 il credente Israelita non trova Dio al termine di una elucubrazione filosofica, ma nella trama di una storia che Dio fa insieme al suo popolo. Il catechismo ebraico, più che contenere una serie di formule astratte, è un racconto delle azioni di Dio. L’ebreo non si domanda “Chi è Dio?” ma: “Che cosa ha fatto Dio per noi?”. La fede di Israele nasce dall’esperienza di un Dio che si presenta non come “Colui che è”, ma come “Colui che c’è”, ossia è qui, agisce, interviene.
Nel frammento del «Credo storico» che leggiamo oggi, si mettono in evidenza tre azioni di Jahwè:

  • La scelta (vocazione), a cominciare dai Patriarchi. Una scelta gratuita che cade su una realtà debole: “Mio Padre era un arameo errante” (o con altra traduzione “…era un arameo ormai vicino alla fine” cioè indebolito dalla carestia che lo spinge ad andare in un paese straniero dove vive senza diritti civili nè cittadinanza). Notare anche l’insistenza del Nome “Dio-Signore-tuo” (ebraico:Jahwèelohei-kà) che diventa come un nome proprio e che definisce il rapporto personale ed esperienziale di ogni israelita con Dio: “Ascolta Israele! Oggi sei diventato il popolo di Dio-Signore-tuo “(Deut. 27,9)
  • la liberazione: “Il Signore ci fece uscire…“.
  • il dono della terra: “Ci diede questo paese…“.

La confessione della fede storica si trasforma in liturgia. Nel testo ebraico, al versetto 10, il termine we’attah si deve tradurre con “perciò“: la fede celebrata nella liturgia nasce dalla fede sperimentata nella storia. La liturgia dei gesti e dei segni diventa espressione di una vita riconoscente e non una poesia da recitare.
Anche il Salmo 91 celebra il “Credo di Israele”, e quindi il nostro “Credo”. Chissà quante volte Gesù lo ha proclamato e pregato!
Il Salmo è stato scelto dalla liturgia odierna per l’esplicita citazione, nel testo evangelico, dei versetti “ai suoi angeli darà ordine, perchè essi ti custodiscano” e  “essi ti sosterranno con le mani perchè il tuo piede non inciampi in una pietra“. Il Salmo è usato dalla liturgia della sinagoga ebraica come preghiera della sera e del Sabato. Anche la tradizione cristiana lo usa come Salmo per la chiusura della giornata.
S.Bernardo (1090-1153) in un Sermone diceva che questo Salmo era adatto “ad incoraggiare i timidi, ad ammonire i negligenti e istruire chiunque si trovi ancora distante dal traguardo della perfezione“.
C’è un arrivo al Tempio (per pellegrinaggio o per diritto d’asilo politico), un pernottamento nella veglia di preghiera, una partenza per il ritorno alla durezza della vita quotidiana (sera, notte, pieno giorno). Attraverso simbologie e immagini efficaci, benchè un po’ estranee al linguaggio contemporaneo, vengono elencati i pericoli e le prove a cui il fedele è stato e sarà sottoposto: trappole tese, malattie, ostilità aperte (frecce), empi idolatri, pietre di inciampo, disgrazie, colpi mancini, veleni di ogni genere, poteri forti (drago e leoni). Su questo shock esistenziale si stende il balsamo della benedizione sacerdotale che utilizza simboli e immagini di Dio adatti a creare fiducia: il riparo, l’ombra, le ali protettive, lo scudo, il rifugio.
Il “Credo” di Gesù.
Oggi ci viene chiesto di lasciarci tentare (saggiare, mettere alla prova, smascherare) sulla nostra speranza di fondo. Su chi contiamo davvero? A chi stiamo dando piena fiducia? Chi merita la nostra fedeltà? La grande riforma socio-religiosa di Giosia, da cui nasce il testo della prima lettura, ci ha rivelato che la fiducia veniva posta in Dio solo sulla base della fedeltà dei suoi interventi. Ora vedremo Gesù che pronuncia il suo “credo storico”.
Noi, come singoli e come comunità, possiamo richiamare alla memoria avvenimenti nei quali Dio è intervenuto per noi e sui quali fondiamo la certezza di poter contare su di Lui con fiducia totale?  Su chi ci basiamo quando si tratta di decidere qualcosa da cui la nostra vita resta seriamente determinata?
Gesù rifiuta di mettere alla prova Dio (ma quale Dio sarebbe, se fosse costretto a giustificarsi davanti a noi?). Non bisogna, d’altra parte stupirci per le fratture e le fatiche che questa fedeltà a Dio provocherà.
Luca è attento a saldare il Battesimo di Gesù con l’evento delle tentazioni.  C’è una strategia che non lascia dubbi non solo per capire la vita di Gesù, ma anche quella della Chiesa: “Ecco, Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano“(Luca 22,31).
La tentazione nella vita di Gesù.
La presenza della tentazione lungo tutta la vita di Gesù è storicamente credibile. I racconti corrispondono ad alcuni dati sicuri del Vangelo:

  • Gesù pone un rifiuto ad ogni richiesta di un “segno” che sia solo un prodigio per la propria utilità o senza valore spirituale;
  • Gesù entra in conflitto di coscienza sulla interpretazione della modalità fallimentare del proprio ruolo messianico;
  • Gesù vuole purificare le speranze messianiche dei discepoli.
  • C’è una relazione tra Battesimo e tentazione; la vita di fede non è al riparo dalle tentazioni, come dice Siracide 2,1:” Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione“.
  • C’è uno scontro tra due diversi modi di leggere le Sante Scritture.
  • Le tentazioni di Gesù sono il paradigma delle tentazioni della Chiesa. Luca chiude il racconto dicendo che “Satana si allontanò da lui per tornare al tempo opportuno” che è il tempo della Passione e il tempo della Chiesa; la confessione di fede fatta da Pietro a Cesarea ne è un esempio: Pietro, dopo aver fatto un’ortodossa dichiarazione di fede (Tu sei il Cristo) non vuol sentir parlare di andare a Gerusalemme (ciò non accadrà mai) e Gesù scaccia il Satana/Pietro (Vai dietro a me, Satana, perchè non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini).

Raccogliamo le Parole del giudizio:

Deserto: C’è deserto e deserto; c’è quello costruito dalla nostra mortifera e distruttiva resa e c’è quello preparatoci dallo Spirito come luogo di Rivelazione e di esodo, di parto e di resistenza. Devo decidere in quale deserto  accettare la tentazione.
Satana: è una legione di caricature di Dio, di piccoli assoluti pieni di promesse e di pretese. Nel primo deserto, il satana vive subdolamente come parassita nelle pieghe delle stanche abitudini familiari o aderendo, come un polpo, all’anatomia della nostra struttura professionale, politica e religiosa; nel secondo deserto il satana viene stanato, smascherato e diventa aggressivo, pulsante, “altro” da me. Devo decidere con quale Satana convivere.
Dio:Colui che è” o “Colui che c’è“? E’ una ipotesi o un’esperienza mia che posso raccontare? Devo decidere quale “Credo” vivere e a quale Dio offrire le mie primizie.
Io: nel primo deserto vivo pitturato sull’asfalto delle cose come le strisce pedonali, incollato agli eventi come un nastro adesivo, omologato alle pressioni conformiste; nel secondo deserto vivo in piedi anche se ammaccato, obietto, opto, progetto, creo, condivido, abbraccio, piango, desidero, canto e quando mi inginocchio è solo per pregare.

Devo decidere se sopravvivere o vivere.




2 marzo 2025. Domenica 8a
TRA IL DIRE E IL FARE

  8° domenica tempo ord. C 

Preghiamo. La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen
Dal libro del Siracide 27,4-7
Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.
Salmo 91 (92). E’ bello rendere grazie al Signore.
E’ bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,54-58
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Dal Vangelo secondo Luca 6,39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.  Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

TRA IL DIRE E IL FARE. Don Augusto Fontana

Medico, cura te stesso.

Lettera da una mia collega:
“Caro don, non ho retto alla curiosità di venire a vederti a dir Messa. Mi sono messa dietro le ultime colonne perchè, essendo tua collega di lavoro, ero imbarazzata. Volevo toccare con mano se era vero quello che mi diceva mio padre dei preti: «Fa’ quel che dicono, ma non fare quel che fanno!». Ti confesso che mi hai deluso. Sembravi il mio dottore che consiglia a tutti di non fumare e poi lui fuma due pacchetti di sigarette al giorno. Da anni non ascoltavo più una Messa e credo che per un po’ non ci tornerò più. A parte l’aria ipocrita che si respirava, mi ha colpito la tua predica: parli bene, ma io ti conosco altrettanto bene e mentre parlavi mi venivi in mente quando siamo sul lavoro. Voi preti avete tanti consigli da dare a tutti: l’amore, il perdono, i poveri, la croce. Con tutta franchezza devo dire che di tutto quello che predicavi a noi, non trovo niente nelle sette ore che passiamo insieme  a lavorare; mi riferisco all’ultimo scontro che hai avuto con i colleghi R. e B.  Ed è anche per questo che non mi confesso più dal giorno del mio matrimonio. Perchè devo venire a dire i miei peccati a un prete che è come me? Almeno io non faccio prediche agli altri! ……
Mia risposta:
Cara C. mi hai fatto una vigliaccata; se avessi saputo che eri presente in chiesa, mi sarei esposto meno.  La franchezza che ti distingue ha colpito ancora. Quello che dici non fa una grinza e devo cedere all’evidenza. Di fatto non mi dici nulla di nuovo, perchè anche Gesù aveva detto: «Quanto vi dicono, mettetelo in pratica, ma non fate quello che fanno, perchè dicono, ma non fanno. Legano infatti pesi pesanti e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito»(Matteo 23,3). Quelle parole dette da Gesù non hanno mai avuto la forza dirompente e svergognante delle stesse parole dette da te. Grazie, dunque, di avermi obbligato ad un’autocritica. Ma permettimi anche di rispedire al mittente la tua lettera. Tu militi in un partito e in un sindacato che si dichiarano “solidaristici”: anche voi siete abituati a predicare bene e razzolare male (ti ricordi l’ultima assemblea?). Non parliamo poi della vita privata: tuo figlio, alcuni giorni fa, mi diceva che gli rimproverate di non confidarsi con voi, ma di fatto non trovate mai il tempo per parlare con lui. Vedi, dunque, che l’ipocrisia dei preti è un’influenza virale contagiosa. Il mal comune non è mezzo gaudio e potrebbe metterci nella condizione di aiutarci vicendevolmente a cambiare, come stiamo facendo con questo scambio di lettere. Per quanto riguarda la confessione, ti prometto che se vieni a confessarti da me, anch’io ti racconterò i miei peccati e ti chiederò di perdonarmeli: tanto, ho visto che sei furbetta e che ne conosci già abbastanza. Non sono sicuro, però, che me li perdonerai tutti!…Con sincera amicizia. Il tuo don.  

Guide cieche, falsi maestri, ipocriti.
Luca continua a riferire le istruzioni di Gesù per relazioni umane radicalmente nuove fra uomini che hanno la coscienza di essere stati graziati da Dio. Il Comandamento “Diventate misericordiosi perchè è misericordioso il Padre vostro” è il nuovo codice del discepolo. Contro possibili e facili deviazioni, il Vangelo di oggi conferma il Comandamento con una serie di similitudini. Chi insegna cose diverse da quel comandamento è una guida cieca (v.39) e un falso maestro (v.40); chi insegna la giusta strada senza percorrerla o chi critica il male altrui senza vedere il proprio, è un ipocrita (v.41-42). E ciò è detto non solo per singoli discepoli, ma anche per intere comunità ecclesiali che non illuminano più l’ambiente a cui sono inviate (quartiere, città, aggregati sociali),  perchè invece di salvarlo, lo giudicano. Chiesa pettegola!
CiecoNel testo di Luca  si respira aria di polemica che coinvolge non solo i farisei tradizionali, ma anche i discepoli di Gesù che si comportano come loro. Il discepolo (prete, catechista, vescovo, pettegole devote…) ci vedrà bene e potrà essere di aiuto agli altri solo se si lascia guidare dalla Parola di Gesù, come dice il salmo 119,105: “Luce ai miei passi è la tua Legge, Signore”.  Come la luce fu il principio della creazione, così ora il Comandamento della misericordia è il principio della ri-creazione. Caratteristica del cieco è di non potersi muovere pur avendo l’apparato locomotorio in ordine. Tutto gli si rivolta contro perchè va a sbatterci contro. La cecità fondamentale è di ritenersi “giusti” e non dei disgraziati graziati: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite “Ci vediamo!”, il vostro peccato rimane» (Giov.9,41).
Falsi maestri. Invece di seguire la parola e l’esempio di Gesù, per leggerezza o presunzione, siamo tentati di seguire altre vie che riteniamo più efficaci per l’evangelizzazione. Per la comunità di Luca questa presunta maggior efficacia consisteva, forse, in pretese rivelazioni personali o in conoscenze esoteriche che potevano offrirsi come alternative alla “insipienza” dell’esempio e delle parole di Gesù. Anche oggi siamo diventati specialisti nell’inventare vie di salvezza spirituali, psicologiche, economiche, politiche o sociali. Il discepolo illuminato è colui che sa ciò che l’unico Maestro ha detto e fatto, e cerca di fare altrettanto: «Io, il Maestro, ho lavato i piedi a voi, perchè anche voi facciate questo ai vostri fratelli»(Giov.13,17).
Ipocrita. Ipocrisia non significa solo “finzione”, ma anche “protagonismo”. Il termine “ipocrita” deriva dal teatro greco: l’ upocrités era il protagonista mascherato che dialogava con il coro. Luca rappresenta, in altra pagina del suo Vangelo (cap.18,9-14), la figura dell’ipocrita nella Parabola del fariseo che ringrazia Dio di non essere come il peccatore che sta in fondo al tempio. Una presunta giustizia senza grazia.
Le parole e i frutti. La funzione e l’importanza della parola sembrano essere al centro della riflessione liturgica. E’ un esame molto attuale, anche perchè la parola è diventata sempre più slegata dalla testimonianza personale. Anche all’interno della Chiesa, la parola costituisce problema quando la si usa per giudicare o condannare oppure quando non c’è coerenza tra cuore, vita e parola.
Ben Sira, detto il Siracide, era un maestro di sapienza religiosa popolare, molto attivo nelle scuole di Gerusalemme. Formava i giovani alla vita, spaziando dal corretto galateo a tavola fino ai problemi più impegnativi della vita. Scrive la sua opera verso il 185 a.C. .  Il suo carisma era quello di saper conciliare  la dottrina tradizionale ebraica con la nuova cultura greca che stava invadendo la Palestina e trovava risonanza soprattutto fra i giovani.
Il tema del testo odierno viene espresso dal versetto 5 dove parla di “conversazione” (dialogismù); il giudizio su un uomo può essere dato solo attraverso un “colloquio dialogico” (gr. dialoghismòs). Nel 1° versetto si specifica come deve essere fatto questo colloquio: occorre “scuotere” l’uomo attraverso un dialogo critico ed incalzante che lo obblighi a rivelare la paglia e il grano. Il giudizio su una persona può derivare solo da un colloquio personale che ha bisogno di tempo. Non bisogna precipitare. Per il Siracide, il dialogo è una delle colonne portanti dell’esistenza umana. Il discorso da uomo a uomo serve per consigliare, per esortare, per mettere in guardia, per discernere il bene dal male. “Bisogna che l’uomo si renda conto che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua coscienza e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato”[1].
Salmo 92: Il giusto è come palma e cedro: porterà sempre frutti.
L’utilizzo nella liturgia odierna parrebbe poco giustificato, se non per quei pochi versetti che si collegano con le letture odierne attraverso il tema dell’uomo giusto che è simile a piante dai frutti abbondanti. A fronte della ripetizione per 7 volte del nome di Jahwè, il Salmo, nella versione integrale, mette in campo gli empi che vengono definiti con 7 nomi che descrivono l’ottusità della stoltezza:

  • animale stupido cioè  incapace di decifrare e celebrare il progetto di giustizia di Dio;
  • stolto che  significa anche “ateo” perchè è sicuro che Dio non rovinerà la sua vita guadente e ingiusta;
  • empio cioè colui che fa opposizione ai giusti;
  • operatori di iniquità cioè idolatri e ingiusti con gli altri;
  • nemici di Dio;
  • quelli che spiano per colpire il giusto;
  • perversi.

Poi c’è il quadretto che descrive gli uomini giusti paragonandoli a cedri e palme piantati negli atri del tempio. Le radici dei giusti affondano nell’humus di Dio e la linfa di Dio alimenta tutto il tronco. Gesù dirà in Giov. 15: “Io sono la vite e voi i tralci. Come un tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi, se non rimanete in me. Chi rimane in me ed io in lui,fa molto frutto perchè senza di me non potete far nulla”.

 Tra il dire e il fare c’è di mezzo il non giudicare. L’atteggiamento ecumenico è quello che ci rende più simili al Signore attraverso un’apertura indulgente, comprensiva, libera da pregiudizi e da fanatismi. Siamo veramente aperti alle categorie dell’altro? Siamo critici sulla nostra fede oltre che su quella degli altri? Individuo quella situazione di lavoro,  famiglia o  gruppo in cui cerco solo la paglia nell’occhio altrui o non instauro un “colloquio dialogante”?


 [1] Martin Buber IL CAMMINO DELL’UOMO, Ed. Qiqajon, Bose Pag.44




23 febbraio 2025. Domenica 7
PERDONARE L’IMPERDONABILE

7 ° Domenica tempo ord. C – 

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel tuo unico Figlio ci riveli l’amore gratuito e universale, donaci un cuore nuovo, perché diventiamo capaci di amare anche i nostri nemici e di benedire chi ci ha fatto del male. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal primo libro di Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23
In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti di Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisai scesero tra quella gente di notte ed ecco Saul giaceva nel sonno tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra a capo del suo giaciglio mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisai disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era dalla parte del capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore. Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era grande spazio tra di loro. E Davide gridò: “Ecco la lancia del re, passi qui uno degli uomini e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”.
Salmo 102   Il Signore è buono e grande nell’amore
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,  non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia.
Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Dal Vangelo secondo Luca 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: Amate (agapàte) i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, perchè è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

PERDONARE L’IMPERDONABILE. Don Augusto Fontana

 «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra…».
 “Perdonare l’imperdonabile” è il gesto più radicale dell’a­more”[1].
 Esiste ancora Abele, l’innocente? Siamo inseriti in un sistema di relazioni sociali ed in una storia di peccato; non basta la nostra buona intenzione soggettiva per farci perdere la complicità con la violenza. Anche chi si ritira nell’eremo rischia di contribuire alla violenza collettiva se si sottrae allo sforzo comune di coloro che vogliono una società non violenta. «Tutte le creature sono connesse tra loro» scrive l’ Enciclica Laudato si’ al n°42.
«Ma Gesù, quante guance aveva?»: mi chiese l’amica L. abbandonata dal marito e non certo disposta a riprenderlo in casa dopo la seconda scappatella extraconiugale. Mi aveva raccontato la sua vicenda e aveva terminato così: «L’ho perdonato, ma non lo voglio più vedere. Buona sì, ma stupida no; io le due guance le ho già esaurite!».
Innanzitutto mi rendo conto di quanto mi sia comodo disquisire e pontificare sulla pace in un ambiente non coinvolto direttamente da conflitti sanguinosi o da scontri per strappare un sacco di farina alla famiglia dei vicini per sopravvivere. Eppure la cultura dell’urlo è spettacolo quotidiano, la conflittualità intra familiare disfa il 70% dei nuclei, lo sfruttamento lavorativo e sessuale sui minori e sulle donne è pane quotidiano unitamente al companatico della nostra diseducativa flemma o contro-testimonianza. La pedofilia clericale ha tracimato per anni accompagnata da silenzi tombali senza giustizia per le vittime. E negli ambienti di lavoro: invidie, gelosie, sgambetti avvelenano e appestano quello che fu il terreno delle solidarietà di classe, un po’ ideologiche, ma niente male. Senza parlare delle virate della nostra religiosità pur di non entrare in rotta di collisione con un Dio che molti di noi immaginavano più morbidone, rimproverandogli l’errore di gioventù di aver detto: “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada e a separare….”(Lc 12,51-53).
Eppure esistono figli e figlie di Dio beatificati dal silenzioso rammendo dei rapporti interpersonali; figli e figlie di Dio seminati sui territori in conflitto per convivenze insperate e simulare mondi che verranno, oh sì, che verranno! E quando uno di loro viene ucciso, solo allora ne affiorano a centinaia, grazie a Dio, grazie davvero! Esistono benedetti figli e figlie di Dio resistenti in umili cooperative di lavoro tra favelas e foreste, pressati da mercato, finanza e politica. Esistono costruttori di pace fantasiosi, creativi, intraprendenti, furbi, beati ma non beoti. Per amore o per vergogna, dobbiamo rivisitare la pace, tornare a bussare alla sua porta. Alla porta del suo Dio.
Figli che imitano il Padre: “Risparmiate Caino!
Scrive Genesi 4,13-15: « Caino disse al Signore: “Il mio castigo è troppo grande; come potrò sopportarlo? Oggi tu mi scacci dalla terra fertile e io dovrò nascondermi lontano da te! Sarò vagabondo e fuggiasco, e chiunque mi troverà potrà uccidermi”. Ma il Signore gli rispose: “No, chi ucciderà Caino sarà punito sette volte più severamente”. E il Signore mise un segno su Caino: se qualcuno l’incontrava non doveva ucciderlo».
La prima lettura di oggi (1 libro di Samuele 26) estrae un frammento di non-violenza attiva. Gelosie e diffidenze avevano separato le strade tra Saul e Davide che si danno la caccia tra due accampamenti vicinissimi. Durante una spedizione notturna, Davide trova i tremila uomini di Saul assopiti da un “torpore mandato da Dio“. Abisai, il tentatore, lo spinge ad approfittare dell’occasione per uccidere Saul che dorme. Davide riflette: “Dio mi ha messo nelle mani il nemico e io lo restituisco a Lui, alla sua giustizia e fedeltà“. Decide di non ucciderlo e compie un gesto dimostrativo di non-violenza rubando una brocca e la lancia di Saul. Tra i due – dice il testo – “c’è un grande spazio“, non solo geografico, ma anche morale. Da valle a valle i due si gridano i propri messaggi. Davide conferma la propria innocenza e Saul dichiara di pentirsi. Si rompe così la spirale della faida “del taglione” (occhio per occhio, dente per dente). Davide corre così il rischio di andare a cercare la pace. Ma non per sempre. Poco dopo farà uccidere Uria per impossessarsi della moglie. Lo spirito di pace è instabile.
Dopo aver ascoltato le «Beatitudini/Guai», viene da chiederci: “Che cosa pretende ancora da noi?”. Forse al massimo arriviamo a non fare del male agli altri, ad accettare di “fare agli altri quello che aspettiamo che gli altri facciano a noi”. Nei testi biblici di oggi si supera il limite del tollerabile: Dio è colui che ci mette il nemico nelle nostre mani perchè lo risparmiamo. È una vera tentazione di Dio, se così si può dire; tanto che molti di noi gli hanno chiesto: “Padre non abbandonarci alla prova/tentazione!”.
Il nemico.
Matteo scrive prevalentemente per una comunità impregnata di religiosità giudaica; per la quale i “nemici” si identificano nei pubblicani e nei non-circoncisi. Luca, invece, estende la qualifica di nemico a chiunque faccia del male ad un altro, colpendolo nella persona o nei beni (reputazione, corpo, vestito, ricchezze). La pagina dell’evangelo di oggi sembra un collage di frammenti esortativi giustapposti. Invece la sua unità è costruita attorno al tema dell’amore. Ma quale tipo di amore? Con quali verbi si coniuga l’amore evangelico? Chi sono i soggetti da amare? Quale rapporto tra amore e giustizia? Presento una scomposizione del testo per far emergere il contenuto paradossale dell’invito “Siate misericordiosi perché (gr. kathòs) è misericordioso il Padre vostro“:
Amate, cioè: fate del bene – benedite – pregate per… – porgete l’altra guancia – date anche la giacca a chi vi ha rubato il cappotto – date a chi chiede – non richiedete ciò che vi è stato rubato – fate del bene a chi non se lo merita – prestate a chi non vi restituirà – siate misericordiosi – non giudicate – perdonate.
A chi? Ai nemici, cioè: chi vi odia – chi vi maledice – chi vi maltratta – chi ti percuote – chi ti deruba – chi non ti ama e non è amabile – chi non ti sarà riconoscente – chi non ti restituirà il prestito – chi merita un giudizio e una condanna.
La soluzione sta nel fatto che per il discepolo di Gesù le relazioni umane non sono “bipolari” (io e l’altro), ma “tripolari”(io e l’altro, sì, ma sotto lo sguardo misericordioso di Dio). In questo caso l’ottica cambia radicalmente: le mie azioni non devono essere determinate da ciò che l’altro mi darà in cambio, ma da ciò che, precedentemente, Dio ha fatto per me; il mio perdono esprime la mia risposta alla sua misericordia verso di me: “Siate misericordiosi, perché (kathòs) è misericordioso il Padre vostro”[2].
Ma a voi che ascoltate. Nelle «Beatitudini/lamentazioni» di Luca abbiamo visto il comportamento di Dio, che è grazia e misericordia. Si profila anche la mia autobiografia: mi benedice mentre me ne dimentico, mi fa grazia mentre lo rinnego, mi riveste della sua dignità dopo che l’ho spogliato e non richiede indietro ciò che gli ho rubato. Così rivela la sua “con-discendenza” verso il mio abisso (Romani 5,6-11). Gli inviti dell’evangelo sono rivolti “a chi lo ascolta“, cioè non più ai ricchi ma a quei poveri graziati, indicati dalle Beatitudini. Gesù non si rivolge ai Parlamenti che legiferano, ma alla comunità dei discepoli che “ascoltano”(“disse ai suoi discepoli”).
Amate. Non si parla di amore reciproco (gr.philìa), ma di amore senza fondo (gr. agàpe): «Non noi abbiamo amato Dio, ma Lui ci ha amato per primo e ha dato per noi suo Figlio» (1 Giov. 4,10). L’agàpe è estasi, nel senso originario e letterale del termine latino di ex-stare, stare fuori, decentrare l’io.  Se amare è come generare un figlio, allora perdonare è come risuscitare un morto. Perdono è “iper-dono” o “super-dono”.
Bene-dite, bene-date: bocca, mani, cuore. L’amore non è solo un sentimento interiore, ma si esprime nei fatti. Bene-dire Dio diventa allora bene-dare agli uomini (fate del bene/bello).
Resisti. Porgere l’altra guancia significa farsi una faccia di diamante nella resistenza: «Vincere il male con il bene» (Romani 12,21). La mia guancia non potrà essere quella flaccida e masochista degli invertebrati.
Per rientrare nel circuito della non-violenza attiva.
Giancarlo Caselli, quando era Direttore Generale degli Istituti penitenziari, ebbe due parole da dirci : « Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni democratiche si attivano per non rispondere al male col male. Gesù ha chiesto di visitare i carcerati perché sapeva molto bene che l’animo umano in queste condizioni si smarrisce, perde la speranza. Ma forse anche perché conosceva bene la psicologia di chi sta fuori e che ragiona in termini di “dimentichiamoli in galera…buttiamo via la chiave… se la sono voluta”. In forza di questi sentimenti e logiche, chi ha sbagliato si vede sempre più inesorabilmente ricacciato verso spirali di ulteriori errori, mentre noi ci separiamo troppo rigidamente dai cattivi perché siamo convinti in buona fede di essere puri, buoni, senza contraddizione, senza conflitti nel cuore. Senza il sostegno della comunità il carcere diventa pura e semplice vendetta, risposta al male col male. La pena è una triste necessità, scaturente da una legislazione che deve essere rispettata; modificata, se serve, ma rispettata. E’ certo che senza legalità non si ha giustizia, ma dovrebbe essere altrettanto evidente che la sola legalità non garantisce piena e completa giustizia. Una bontà senza giustizia diventa emotività debole, fragile, che non è in grado di costruire un vero cambiamento. Soltanto nella giustizia nasce una bontà robusta, solida; quella bontà che può renderci operatori di giustizia».
In un documento della Caritas Italiana (Liberare la Pena, Ed. Dehoniane, 2004) si scrive tra l’altro: «Non sarebbe giusto, specie per i credenti, che una società non dichiarasse il male compiuto e non ne riconoscesse, dove riesce, le cause e le responsabilità. Non sarebbe certo opportuno un discorso semplicistico che portasse all’assoluzione generalizzata…ma un altro problema che ci dobbiamo porre è se subendo un trattamento disumano (come spesso capita in carcere) si possa costruire una motivazione per appartenere in modo costruttivo allo stesso sistema che sta infliggendo quel trattamento o se non siano altre le vie per costruire opportunità di partecipazione al bene comune da parte di chi è stato autore di reato». A supporto di quest’affermazione viene citata l’affermazione di Giovanni Paolo II nel “Messaggio per il giubileo nelle Carceri” del 9 Giugno 2000: “I dati che sono sotto gli occhi di tutti ci dicono che questa forma punitiva in genere riesce solo in parte a far fronte al fenomeno della delinquenza. Anzi, in vari casi, i problemi che crea sembrano maggiori di quelli che tenta di risolvere. Ciò impone un ripensamento“. Il documento della Caritas allora suggerisce una nuova forma giuridica riparativa (e quindi non solo retributiva e vendicativa) chiamata “mediazione penale” che sarebbe «un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari». Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’autore del reato “hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma – per esempio – di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».


[1]Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Ed  Cortina, 2014.
[2] D. Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 195.




16 febbraio 2025. Domenica 6a
LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana

6 domenica tempo ord. C

Preghiamo. O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell’egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa’ che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell’umanità rinnovata nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Geremìa 17,5-8
Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti».
 Salmo 1. Beato l’uomo che confida nel Signore.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnti 15,12.16-20
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Dal Vangelo secondo Luca 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana

Belle da vedere, ma troppo care. Ho visitato la Mostra dell’antiquariato. Con me c’erano migliaia di persone. Tutte come me: curiose e golose di oggetti troppo lontani dalle reali possibilità di acquisto. Solo il Dott. Ferranti ha acquistato un cassettone del ‘ 700. Beato lui.
Ieri ho visitato le Beatitudini. Un prezioso pezzo d’archeologia religiosa, bello come un vaso etrusco istoriato. Suor Teresa di Calcutta  se l’è potuto comprare. Beata lei.
Davanti alle Beatitudini mi prende questo godimento estetico, come davanti ad un Mistero che mi attrae, ad un “dover essere” che ci renderebbe felici tutti. Ma insieme alla adesione emotiva arriva anche l’opaca malinconia di chi sa di essere dotato di ali ma non può volare a causa di un corpo appesantito dal becchime garantito. Come le galline.
I clienti di Dio. C’era la coda davanti al confessionale, quel giorno. Il mio amico prete, sbirciando dalla tendina viola, mi vide e accennò ad un  saluto con un sorriso d’intesa. Quando fu il mio turno (che, a dire il vero, mi ero guadagnato con qualche furbizia), stavo per aprire il sacco, ma lui, con quella sua benevolenza disarmante, mi disse: “Tu hai più tempo di questa gente. Loro fanno fatica ad aspettare. Mettiti in fondo alla fila. Quando avranno finito tutti, toccherà a te”. E il suo perdono arrivò dopo un’ora buona, quando tutti erano già andati, beati loro!
C’è la coda davanti a Dio. Una coda di peccatori, idolatri e bestemmiatori, come me. Siamo i suoi clienti. E Lui esce fuori da dietro la carne di Gesù e dice: “Avanti, in piedi chi sta piangendo e chi ha fame! Lì a destra quelli che sono stati picchiati! Qui al centro, quelli che hanno zaini e borse troppo pesanti! Tutti gli altri, in fondo! Verrà anche il loro turno”. Le Beatitudini sono un codice di comportamento per l’uomo oppure descrivono il codice di comportamento di Dio?
Per chi le Beatitudini? Il loro programma alternativo di rinuncia alla forza, di fame di giustizia, di serenità che sconfigge l’ansia, suggeriscono una radicale conversione della struttura della società oppure riguardano solo la sfera privata o, al massimo, i gruppi ecclesiali? E’ certo  comunque che la comunità cristiana è prospettata come il luogo in cui, fin da ora, si compiono le promesse messianiche ed escatologiche, diventando strumento credibile della buona notizia che Dio ama prima di tutto i più deboli fra noi.
Un confronto inevitabile. Cito la versione delle Beatitudini secondo Matteo per poter fare un utile confronto con la versione di Luca:
Matteo
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché saranno misericordiati
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Forse sono state colte al volo le caratteristiche di Luca:

  1. L’introduzione è volutamente più precisa, più estesa e più solenne.
  2. I destinatari del discorso di Gesù non sono solo i discepoli, ma anche le folle e la gente proveniente dai paesi pagani di Tiro e Sidone.
  3. Il tono di Luca è più coinvolgente e personale( Beati voi…) mentre la formulazione di Matteo è più impersonale e indiretta (Beati i…)
  4. Luca parla semplicemente di poveri, piangenti, affamati, senza aggiungere le specificazioni di Matteo (poveri nello spirito, affamati di giustizia) che sembrano orientare verso atteggiamenti spirituali e morali più che a condizioni sociali di fatto.
  5. Luca semplifica l’elenco delle categorie dei clienti di Dio e le accorpa.
  6. Infine Luca pone, accanto alle beatitudini, le maledizioni (Guai!) o lamentazioni (ahimè!) che danno al suo discorso un tono drastico e radicale.

Questi semplici rilievi di ordine letterario non sono inutili perchè ci permettono di cogliere con più sicurezza ciò che Luca voleva trasmetterci. Ma prima facciamo un passo indietro e collochiamoci al tempo di Gesù.

Nella situazione di Gesù.

  1. Gesù non solo ha proclamato le beatitudini, ma le ha vissute. A Lui Dio ha dato il Suo Regno, Lui è stato mite, misericordioso…Lui ha cercato gli ammalati e gli impuri.
  2. Sulla bocca di Gesù le Beatitudini sono la proclamazione messianica che il Regno di Dio è arrivato con Lui. Ricordiamo il fatto della Sinagoga di Nazaret: “Oggi si è compiuta la promessa di Isaia 61″. Il tempo messianico è il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili; è il tempo della paradossalità delle situazioni.
  3. Per Gesù il tempo messianico è arrivato per tutti perchè le nostre valutazioni sono capovolte. Di fronte all’amore di Dio non ci sono lontani o vicini o emarginati. E quelli che noi abbiamo emarginato saranno i primi della fila.

La meditazione di Luca.
Il termine ebraico usato (hascrì) è quasi intraducibile in lingua italiana se non ricorrendo ad una serie di parole:
Fortunato: suggerisce l’idea di un colpo di fortuna senza aver fatto molto per guadagnarcelo.
Beato: evoca la sensazione di benessere in conseguenza della benedizione di Dio.
Felice: quando l’uomo sente profonda gioia fin nelle ossa in modo dirompente e duraturo
Altri traducono: IN PIEDI, poveri..afflitti, affamati…!

Tre Beatitudini riguardano situazioni sociali di tutti e la quarta riguarda i discepoli (perseguitati).

Quelli che sono poveri. Luca per indicare la parola “povero” usa il termine greco “ptocòs” che indica i mendicanti, coloro che sono rannicchiati. Il termine non descrive solo una situazione di fatto, ma anche una situazione creata da altri uomini e cioè gli oppressi; i poveri, allora, sono “gli impoveriti“, come pure i piangenti sono anche “quelli che vengono fatti piangere” e gli affamati sono anche “quelli derubati del cibo di sopravvivenza“. Dunque il Gesù di Luca non guarda se questi poveri sono buoni o cattivi, religiosi o bestemmiatori, puri o sporcaccioni: Dio si intenerisce per il semplice fatto della loro situazione oggettiva, al di sopra di ogni valutazione etica. E c’è paradossalmente un giudizio severo esplicito (guai!) o (come dicono altri) una lamentazione (ahimè) contro tutti gli altri.

Quelli che piangono. In Siracide 38,16-23 (da leggere!) viene raccomandato di non lasciarsi vincere dal dolore. L’evangelo non beatifica i piagnoni, i narcisisti che si piangono sull’ombelico. Dio consola quelli che sanno appassionarsi seriamente alla vita ed agli altri, quelli che cancellano il riso beota dalle labbra e la futilità dallo sguardo (“Guai a voi [ahimè per voi] che ora ridete! …). L’afflitto è colui che, come Gesù, sa rivolgere a Dio “preghiere e suppliche accompagnate da forti lacrime e grida” (Lettera agli Ebrei 5,7). Afflitto è colui che “nell’andare getta le sementi e cammina piangendo, ma nel tornare canta festoso e porta a casa il raccolto“(salmo 126): sono coloro che “sanno sognare”. Afflitti sono quelli che cercano prima di tutto e appassionatamente il Regno di Dio. Ma gli afflitti sono anche quelli che noi affliggiamo.

Quelli che sono stati affamati dalla rapina di chi è sazio. La fame è diversa a seconda di chi la vede o di chi la vive. Al telegiornale abbiamo visto scene di gente che saccheggia negozi e magazzini in preda alla disperazione e alla rabbia per fame. Qualcosa resta tra le mani, ma molto si perde per strada e viene distrutto sotto i piedi degli stessi affamati. Gli affamati sono anche quelli che hanno appetito della Parola di Dio (Amos 8,11-12. Leggere!). Si potrebbe pregare con il Salmo 42 e 63. Ai poveri non viene detto di farsi giustizia da soli, ma si afferma che ad essi appartiene il Regno. Ma proprio da ciò scaturisce il loro diritto: poichè sono amati da Dio e appartengono al Regno, sono radicalmente ingiuste le emarginazioni. E’ un invito a mettersi dalla loro parte, tendere ad una semplicità di vita abbandonata alla benevolenza di Dio ed alla generosità conviviale.Negli Atti degli apostoli, la comunità cristiana sarà caratterizzata da scelte di condivisione fraterna, di rinuncia al possesso egoistico ed individualistico dei beni (Atti 2, 42-47; 4, 32-35).

Una rielaborazione. Rielaboro il testo e la traduzione delle Beatitudini per chiarire visivamente due messaggi:

  1. Il soggetto di tutti i verbi e il centro delle Beatitudini è Dio, anche se l’evangelista usa un fraseggio che non lo esplicita.
  2. Non si può dichiarare che i poveri e gli afflitti sono felici; lo sono se c’entra Dio. L’esemplificazione visiva potrebbe chiarire un diverso accostamento dei soggetti e delle attribuzioni per evitare che le Beatitudini siano lette più come una filastrocca pauperistica e demagogica che come una Litania o un Salmo delle grandi opere di Dio:

Fortunati quelli a cui    Dio offre il suo Regno:             i poveri  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che       Dio consola:                           quelli che piangono   (tra cui Gesù)
Fortunati quelli a cui    Dio dona la sua eredità :          i non violenti  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che       Dio esaudisce:                        gli affamati della sua volontà (tra cui Gesù)

Una beatitudine al giorno toglie… il diavolo di torno.
Siamo in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla nostra condizione di vita. Forse siamo solo capaci di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, eppure anche a questi siamo chiamati.




Monti frumentari, l’origine dell’economia solidale
L.Bruni (AVVENIRE)

Riscopriamo insieme i Monti frumentari, l’origine dell’economia solidale
Luigino Bruni (AVVENIRE 11 gennaio 2025)

Il 2025 è un anno importante per l’economia solidale e civile italiana. Sono seicento anni dalla nascita del beato Marco da Montegallo, francescano instancabile fondatore di Monti di Pietà, e trecentocinquanta da quella del veronese Scipione Maffei, che nel suo Dell’impiego del denaro (1744) dimostrò la legittimità etica e cristiana del prestito ad interesse (modesto). In piena preparazione per questi anniversari “finanziari”, sono arrivato a Natale nel mio paese natio – oggi Roccafluvione (AP), Marsia prima dell’unità d’Italia. E ho fatto alcune ricerche nell’archivio parrocchiale, mosso dalla speranza di trovare un’antica presenza di un Monte frumentario, sebbene nessun vecchio del paese ne ricordi in zona. Nessuna traccia sul web né sui libri. Quindi non mi aspettavo nulla. E invece ho trovato una vera miniera. Non solo la mia parrocchia aveva un Monte frumentario di cui si sono conservati ben due registri, ma con l’aiuto di un giovane collega, Antonio Ferretti, e di alcuni parroci, ho rintracciato altri registri di Monti frumentari in due parrocchie vicinissime: Capodipiano (Monte di S. Orso) e Roccacasaregnano. E poi, grazie allo storico Giuseppe Gagliardi, sono venuto a conoscenza di un verbale di una visita pastorale del vescovo Zelli del 1833-1837, dove sono elencati almeno 70 Monti frumentari nella sola diocesi di Ascoli Piceno, dei quali ben otto nelle parrocchie montane del mio comune. Una presenza, quindi, molto più capillare ed estesa di quanto pensassimo finora, una vera rete di microcredito, durata secoli.
Dei Monti frumentari abbiamo già parlato su Avvenire. Con il vicedirettore Marco Ferrando e Federcasse (Bcc) abbiamo realizzato anche una serie di podcast “La terra del noi”. Questi Monti furono fondati dai francescani sulla fine del Quattrocento, diffusi poi dai Cappuccini e rilanciati nel Settecento dall’azione pastorale di Papa Orsini (Benedetto XIII). I francescani avevano fondato dapprima i “Monti di Pietà” nelle città del Centro e Nord Italia, varianti cristiane dei Monti dei pegni ebrei e prima ancora romani. Ma nelle campagne e nel Sud, dove la moneta era scarsa e quindi spesso usuraia, quegli stessi francescani ebbero la geniale idea di far nascere dei “monti del grano”, piccole banche dove si prestava grano in autunno per le sementi e lo si restituiva dopo il raccolto – si prendeva “a raso” e si rimborsava “a colmo”: la differenza era l’interesse. L’idea era tanto semplice quanto stupenda: se la moneta non c’è o è troppo cara, si può provare a trasformare il grano in moneta (“grana”). Saltarono un passaggio finanziario e crearono un grande passaggio civile e cristiano su cui molti salirono e si salvarono.
I Monti frumentari sono importanti perché icona perfetta della vocazione della nostra economia, ormai dimenticata. Mentre, infatti, il mondo protestante separava il mercato dal dono – business is business e gift is gift – e così inventava il capitalismo filantropico, il mondo cattolico mescolava mercato e dono, gratuità e contratti, solidarietà e interessi. Il Monte, infatti, non donava il grano: lo prestava (a interesse); ma quel prestito aveva la stessa sostanza e fragranza dell’agape, perché consentiva di seminare a chi non aveva semi e poi avere pane. E così hanno spiegato cosa significhi credito: credere, fiducia, fides, vita, e che le comunità non vivono senza credito, senza credere gli uni negli altri.
Tutto questo emerge anche dai due vecchi registri del Monte che abbiamo ritrovato, impolverati, dimenticati e bellissimi nel piccolo e freddo archivio parrocchiale di Marsia, dove giacevano dagli anni ’30 quando furono ritrovati e salvati dall’allora parroco Giuseppe Ciabattoni. Il primo, più antico, porta scritto in copertina “anno 1768”; l’altro è relativo agli anni 1826 e seguenti. In un foglio, datato 17 nov. 1764, così si legge: «Fu dispensato il grano del Monte Frumentario delle S.S. Reliquie di questa chiesa Prevostale di Santo Stefano, a tutti li segnati nel presente libro nell’ordine che siegue dai Sindici Domenico Martini e Giovanni Ruzzi da Casacagnano da riscuotere nel mese di Agosto dell’anno futuro 1765 dai nuovi sindici Pietro Martini e Antonio Cesarini» . Il Monte era chiamato “frumentario” già nel ’700, era gestito da una Confraternita (delle S.S. Reliquie), e amministrato, secondo una antica tradizione della Chiesa, da due sindaci (“sindici”), che duravano in carica un solo anno. Dal libro si nota, infatti, che i sindaci che distribuivano in novembre il grano non erano quelli che gestivano le restituzioni nell’estate successiva – antica saggezza istituzionale! Nel foglio dell’anno 1765 così, infatti, leggiamo: « Il grano notato nel presente libro non fu esatto [participio passato di esigere] per la raccolta scarsissima accaduta nell’anno 1765 in cui dovea esigersi da i Sindici Pietro Martini da Marscia [nome dialettale di Marsia] e da Antonio Cesarini da Casacagnano. Firmato F. Fratini, Prevosto. Lì, 3 ottobre del 1765 ». Non si lucrava sulle disgrazie, non si facevano disperare i poveri – anche questa è radice.
Seguono poi le scritture contabili, numerate in ordine crescente per data (1,2,3…). Le monete erano i paoli, i baiocchi e gli scudi. L’unità di volume era la quarta, ma anche il rubbio e la prebenda – a metà ottocento in diversi paesi dell’ascolano il rubbio si divideva in 8 quarte, la quarta in 4 prebende. Interessante, poi, notare che il saldo del debito poteva avvenire in grano, ma anche in moneta o in giornate di lavoro. Si legge infatti nel secondo libro, datato 10 aprile del 1826: « Giovanni, figlio di Vincenza da Gualdo, da quando ha avuto quarta una di grano aureo al prezzo di paoli dieci e mezzo, a conto ha lavorato una giornata, poi una seconda giornata, e più sconta giornate sei, e più giornate due, e più giornate quattro, e più residuo di una prebenda di grano turco paoli due, e più ha avuto quarta una di grano al prezzo di paoli quindici» . Quindi quello di Marsia era un Monte ibrido: un po’ frumentario (grano con grano), un po’ pecuniario (pagamenti del grano in moneta) e anche lavoro – anche questo è Articolo 1 della Costituzione. La scrittura era stata poi barrata dai sindaci per l’avvenuto pagamento. Le scritture del Monte di Marsia, e quelle delle parrocchie vicine, si arrestano tutte alle fine degli anni cinquanta dell’Ottocento, alla vigilia dell’arrivo dei Piemontesi quando queste istituzioni ecclesiali furono soppresse – un capitolo tutto da approfondire.
Da questa mia bellissima esperienza è nata una proposta, rivolta in primis a voi lettori di Avvenire: Dare vita a una ricerca diffusa sui Monti frumentari, in un esercizio di intelligenza collettiva. Cerchiamo negli archivi parrocchiali, diocesani, di confraternite, di ordini religiosi, per una mappatura dal basso di queste istituzioni dimenticate. Creiamo una “comunità patrimoniale”, che si riappropri di un brano del proprio capitale culturale. Non serve essere specialisti né storici, chiunque viva in paesi di montagna e di campagna, soprattutto nel Centro, Sud e Isole (ma quasi tutte le regioni avevano dei Monti) può fare la sua parte. Cerchiamo le tracce dei Monti frumentari, ma anche dei “Monti delle doti” (o delle vergini), delle castagne, della lana, e chissà quanti altri. Don Giuseppe de Luca, negli anni cinquanta ebbe la grande intuizione di un “Archivio italiano per la storia della pietà”. Esiste anche una storia della pietà economica e finanziaria che attende di essere scoperta, conosciuta, valorizzata. Le radici non sono passato: sono presente e futuro. E quale è il “grano” di oggi, il seme da custodire e condividere per vivere?
Il 2025 è anno giubilare: i giubilei biblici erano anche e soprattutto faccenda di poveri, di debiti e di crediti. Potete scrivere le vostre scoperte, piccole e grandi, al mio indirizzo: l.bruni@lumsa.it. Presenteremo i primi risultati in alcuni convegni, a partire dal 19 marzo, ad Ascoli, per l’anniversario del beato Marco da Montegallo, e di tanto in tanto diremo su queste pagine. Buon Giubileo e buona ricerca a tutte e tutti.