29 settembre 2024. Domenica 26a
GLI ABUSIVI

XXVI DOMENICA  B 

Preghiamo. O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore.Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dei Numeri 11,25-29
In quei giorni, il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».
 SalMO 18  I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
Il timore del Signore è puro, rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Anche il tuo servo ne è illuminato, per chi li osserva è grande il profitto.
Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti.
Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,1-6
Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.
Dal Vangelo secondo Marco 9,38-43.45.47-48
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue». 

GLI ABUSIVI.Don Augusto Fontana

 A confronto con piccoli e grandi «diversi».
L’apostolo Giovanni, nella sua fase ancora acerba di discepolo, mormorava:  «C’era uno che stava per fare un esorcismo, ma noi glielo abbiamo impedito perché non era dei nostri» (Marco 9, 38-48).   La diversità è una ricchezza. Accettare l’alterità costituisce l’unica strategia in grado di garantirci dall’intolleranza. L’atteggiamento settario ed esclusivista è presente non solo nelle esperienze religiose, ma anche nel sindacato, nei partiti, nel volontariato: meschinità, faziosità, intolleranza, supponenza, aggressività risparmiano pochi di noi. Anche l’atteggiamento missionario-colonialistico nasce dalla supponenza di essere noi i buoni e gli altri i bisognosi di conversione. Oggi sono tempi di fondamentalismo, non solo da parte musulmana.
Gesù sta attraversando la Galilea quando i discepoli gliene combinano un’altra: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Non seguiva noi!!!
Il settarismo degli inquilini.
Dio ogni tanto crea degli “abusivi. Quando confiniamo la fede tra le abitudini della vita, ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio “come al solito”. Ma Dio pare che non sia mai “come al solito”. Dio non si trova riducendosi a fare quello che si è sempre fatto. Credere significa accettare che Dio abbia da offrire qualcosa di diverso dalla nostra porzione di cibi quotidiani e di orizzonti familiari.
Pare invece che Dio ogni tanto mandi degli “abusivi”: «Allora il Signore prese lo spirito di Mosè e lo infuse sui settanta anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono. Due uomini, Eldad e  Medad, erano rimasti nell’accampamento e lo spirito si posò su di essi; erano fra gli iscritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse:  “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”.  Allora Giosuè disse:  “Mosè, signor mio, impediscili!”» (Numeri 11, 25-29). Eldad e Medad, deferiti alla legittima autorità da due giovani spioni, sono due fra i tanti “non autorizzati”  sulle cui spalle grava l’incarico di scongelare e dissequestrare quei doni di Dio che sono destinati alla partecipazione anziché all’appropriazione. Carismi utili che, come scrive il Concilio Vaticano II°, «si devono accogliere con gratitudine e consolazione» perché «Cristo, il grande profeta, compie il suo servizio profetico non solo per mezzo della gerarchia ma anche per mezzo dei laici» [1]. Anche nel Vangelo di oggi pare che emerga dall’ombra un anonimo carismatico che non proviene dal gruppo originario dei dodici. Nella comunità dell’evangelista Marco il fatto non doveva essere infrequente. A tale riguardo è illuminante un evento narrato dal Libro degli Atti degli apostoli: «Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto delle sante Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo»[2]. Apollo è un catechista abusivo. Molto simile all’anonimo carismatico del Vangelo di oggi, ma più fortunato di lui. I fratelli della chiesa lo incoraggiano ed è dolcemente affiancato da Aquila e Priscilla, due semplici sposi artigiani amici di Paolo. Se Apollo fosse stato contemporaneo dell’acerbo discepolo Giovanni avrebbe potuto sentire da lontano la sua gelosa lamentela: «C’era uno che stava per fare un esorcismo, ma noi glielo abbiamo impedito perché non seguiva noi»: qualche volta succede che siamo noi a presumere di essere seguiti perché ci proponiamo come pesi e misure standard dell’invocazione del Nome del Signore. A quei tempi era normale che il nome di Dio o di un sant’uomo venisse pronunciato, evocato e invocato per una guarigione. E’ così che Pietro guarisce il paralitico alla porta del Tempio «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3,6). E il paralitico cammina. In periodi e ambienti un po’ più sospetti e bui, l’invocazione del Nome santo serviva anche a dimostrare che la propria divinità era più brava, più vera e più potente di quella altrui. C’è un fatto, nella Bibbia, che costituisce per me un reale problema di fede e di credibilità; Elia, il profeta che fa compagnia a Gesù sul Tabor, viene narrato come uno dei tanti surreali inquisitori della storia. Ogni religione ha i suoi talebani di intolleranze religiose mai sopite. Al termine della lettura di queste pagine dure e fondamentaliste, smarrisco il volto di un Dio fattosi “buona notizia” nelle parole di Gesù: «Chi non è contro di noi, è per noi». Forse Elia, in quel momento, era ancora nella fase acerba, come il Giovanni del Vangelo; più tardi capirà che la religione non è un concorso a premi. Sul monte Carmelo, invece, sfida quattrocentocinquanta profeti di Baal: «Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Per una mattina intera i profeti invocano Baal, ma non si sente un alito, né una risposta. A mezzogiorno Elia può permettersi di ironizzare:  «Gridate con voce più alta! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Poi la sua preghiera si fa presuntuosa:  «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando». Chissà come, cade una folgore che brucia tutto. A tal vista, tutti si prostrano a terra ed esclamano:  «Il Signore di Israele è Dio! Il Signore di Israele è Dio!». L’obiettivo parrebbe raggiunto. Ma per lo zelante profeta Elia la conversione dei fedeli di Baal non è sincera. Elia fa catturare i profeti di Baal, li fa scendere nel torrente Kison dove li sgozza (1 Re 18). Requiescant in pace questi 450 invasati martiri che ebbero la sfortuna di stare dalla parte sbagliata sfidando un sant’uomo un po’ omicida, ma solo un po’, a causa della sua piccola virtù settaria.
Fossero capitati sul tragitto galilaico di Gesù avrebbero trovato in lui un convinto difensore della loro causa persa: «Non impediteli!». Gesù non si limita al comando; fa seguire tre motivazioni scandite da tre “infatti”, presenti nel testo greco, ma malauguratamente cancellati dalla traduzione liturgica:
1- Infatti chiunque fa del bene nel mio Nome ha già compreso l’essenziale del mio messaggio;
2- Infatti chiunque non è contro di noi è a nostro favore[3] ;
3- Infatti chiunque vi darà un bicchier d’acqua non perderà la sua ricompensa: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo…perché io ho avuto sete e mi avete dato da bere». (Matteo 25,34-40). Fate attenzione, invece, ai tranelli tesi da coloro che defraudano, gozzovigliano, condannano i giusti, ingrassano di beni fino a vomitare: «Ora voi, ricchi, piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano» (Lettera di Giacomo 5, 1-6).  C’è dunque uno scandalo che proviene dal fanatismo di chi usa il vangelo in modo demagogico, disumano, settario ed esclusivista;  ma c’è pure lo scandalo, forse più frequente, che proviene da chi addolcisce arbitrariamente il Vangelo per addomesticarne i ruvidi paradossi, scegliendo la diplomazia anziché la profezia. E’ scandalo grave anche la Parola di Dio resa inoffensiva.
«Chi scandalizza uno di questi piccoli (servi) che credono…».
Chi sono questi “piccoli che credono” e che non devono trovare una comunità-macigno sul loro cammino? Probabilmente anche Paolo si è imbattuto in questo problema; nella sua comunità di Corinto i fratelli “forti nella fede” mangiavano le carni provenienti dai macelli sacri dei templi pagani, scandalizzando i fratelli “deboli” più tradizionalisti e scrupolosi. Paolo approva la libertà di coscienza dei fratelli più maturi, ma si propone a loro come portatore di un’esemplare e inequivocabile “libertà condizionata”: «Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8, 13). Anche la virtù può essere settaria, macigno sui piedi dei piccoli e sul cammino di chi “non è lontano dal Regno di Dio”.


[1] Lumen Gentium , n.12 e 35. Cf. Gioele 3, 1-2: «Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito.».
[2] Atti 18, 24 ss
[3] il testo  pare in contraddizione con il parallelo di Matteo 12,30: «Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con me, disperde», ma altro è il contesto: chiunque compie iniquità, non può dirsi discepolo anche se dice “Signore!”.




22 settembre 2024. Domenica 25a
MITI IN GRADUATORIA

Preghiamo.  Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un bambino la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 2,12.17-20
Dissero gli empi: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».
Salmo 53 Il Signore sostiene la mia vita
Dio, per il tuo nome salvami, per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Poiché stranieri contro di me sono insorti e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi.
Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo, loderò il tuo nome, Signore, perché è buono.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 3,16-4,3 Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37 quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.  Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Miti in graduatoria. Don Augusto Fontana

«L’autorità è servizio, diakonìa!»: sacrosanto principio che si è corrotto in banalità per giustificarsi, illudersi, approfittare, tagliar corto, mozzare lingue, normalizzare, gestire dissensi, sfidare volontà di Dio e di uomini. «Lo faccio per il tuo bene!»: altrettanto lagnosa autodifesa di padri-padroni, insegnanti-strizzacervelli, dittatori-messia. Praticamente empi sotto mentite spoglie : «Tendiamo insidie al giusto perché ci è di imbarazzo, ci rimprovera le trasgressioni, ci rinfaccia i tradimenti» (Libro della Sapienza, 2, 12-20).  Escluso dalla lista resta quel bimbo chiamato al centro da Gesù: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Matteo 18, 4). Bambino modello, dunque, in quanto bambino, buono o cattivo che sia, fosse pure uno dei trecentomila bambini-soldato a cui viene rubata l’infanzia. Bambino arrogante pure lui, competitivo per gioco o per guerra, ma sempre comunque piccola struttura umana di cartilagine, friabile sotto il peso dei grandi. Servo e ultimo, non per volontà ascetica, ma per condizione: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Non dice: «se uno vuol presiedere lo faccia con bontà!». L’umiltà di Dio è nella sua modalità dell’essere-con; tra “essere-con qualcuno” e “chinarsi su qualcuno” c’è un abisso. Dio non si china sui peccatori ma si mette in fondo alla fila con loro[1].
La mia cattedra da scriba della chiesa, nei miei 26 anni di lavoro, ha perso spesso il profumo di incenso, catapultata nei mestieri più diversi tra pungenti fetori di verdure, fumi di saldatura, esalazioni di detersivi e pettegolezzi d’ufficio.  Ultimi e servi, dicevamo. Se c’è un’umiltà possibile giungerà nel cuore, come dono, da Dio (Lettera di Giacomo 3, 16 – 4,3). Ma passerà attraverso i capolinea, i fine-corsa, le barbare periferie, là dove i linguaggi delle cose sono troppo triviali per chi è abituato a parlare in punta di lingua e a pensare col lobo nobile del cervello, là dove non ti riuscirebbe di servire l’uomo se non stando in ginocchio, là dove non ti resta più nulla che fissare volti, come mi è capitato spesso nei 24 anni di volontariato in carcere: «La porta dell’umano è il volto. Vedere faccia a faccia, da solo a solo, uno a uno.  Nei campi di concentramento i nazisti proibivano ai deportati di guardarli negli occhi, sotto pena di morte immediata[2]».  Ecco la logica che i discepoli non comprendono, mentre discutono chi sia il più grande: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Luca, nel passo parallelo al testo di Marco, specifica meglio che queste “mani degli uomini” sono “mani di peccatori”. Nelle mani di uomini e per di più impuri e peccatori: lì Gesù finisce la sua carriera. Anche Lui, piccola struttura divina di cartilagine friabile, è consegnato alla forza stritolante di queste mie mani, che sono l’ultimo impensabile posto dove mai Dio avrebbe dovuto andarsi a cacciare.
Miti in graduatoria.
Il libro della Sapienza fu scritto in lingua greca ad Alessandria d’Egitto pochi anni prima della nascita di Gesù. E’ una rilettura attualizzante del Libro dell’Esodo, fatta da ebrei in diaspora tra i pagani. E’ un’esortazione alla fedeltà per credenti che vivono fuori dai circuiti religiosi centrali e proteggenti, sfidati alla resistenza non più da scorpioni del deserto e incursioni armate, ma da una tempesta di laicismo più penetrante e insidiosa della sabbia sottile del deserto. Una sommaria analisi dei verbi del testo odierno qualifica le azioni degli empi e la logica che anima le loro decisioni di ieri e di oggi: spadroneggiamo, non risparmiamo, non rispettiamo, tendiamo insidie, vediamo, proviamo, mettiamo alla prova, condanniamo. E al centro sta il giusto, quel bambino chiamato in mezzo da Gesù per farne la propria parabola e l’icona del discepolo. La sfida aperta si ripeterà sotto la croce: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora se gli vuol bene» (Matteo 27,43). La pensano così «ma si sbagliano» (Sap. 2,21). In attesa della controprova, non resta che resistere e pregare: «Dio, per il tuo Nome, salvami, per la tua potenza rendimi giustizia» (Salmo 54). Anche una sommaria analisi del cuore della Lettera di Giacomo individua questo scontro mai sedato perché giocato tra i sei personaggi in cerca d’autore annidati nella nostra intima personalità: «Da dove vengono le vostre liti? Bramate e non riuscite a possedere, invidiate e non riuscite a ottenere e perciò fate guerra e uccidete». Otto attributi descrivono la sapienza che viene da Dio: trasparente, pacifica, mite, arrendevole, misericordiosa, imparziale, senza ipocrisia, feconda di giustizia. C’è una forza anche nell’autorevolezza dei giusti.
Secondo i discepoli, nel Vangelo di oggi, un ordine e una gerarchia erano necessari. Essere servo, nella organizzazione sociale giudaica, era considerato un obbrobrio.  I discepoli volevano sapere chi tra loro fosse il primo. Chi di noi non vorrebbe migliorare la propria posizione senza danneggiare gli altri e per fare, anzi, del bene a sé e agli altri? A chi non verrebbe il sospetto che forse certi ruoli sono vere vocazioni del Signore, tremende responsabilità da assumere in “profonda umiltà”? La discussione dei discepoli rivelava una ambizione di grandezza oppure (come pare suggerisca Matteo 18,1-10) una legittima curiosità di sapere chi era più caro a Dio nel Regno dei cieli? Si trattava dunque di concorrenza o di una legittima preoccupazione di entrare nelle graduatorie di gradimento di Dio?
Tra voi non sia così.
«E giunsero a Cafarnao e, davanti alla casa, domandava loro…e sedutosi chiamò i dodici…». Le folle lo lasceranno in pace fino al cap. 10; ora Gesù è ritirato con la propria comunità e l’insegnamento non è rivolto a politici rampanti, cattedratici carrieristi o dirigenti autoritari; è rivolto particolarmente alla chiesa perché almeno lì, e lì prima di tutto, i discepoli sperimentino un laboratorio e una simulazione di ciò che si vedrà quando il Regno mostrerà la sua consistente visibilità. Per Dio esistono dei primi posti spettanti agli ultimi, ai minori, ai piccoli, ai servi: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli… Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Luca 12, 37; Marco 10, 45). I servi sono serviti. Così accade alla mensa eucaristica di domenica davanti all’umile Dio. «L’innocente, nel senso latino del termine (innocens), è colui che non-nuoce. Né a se stesso, né agli altri. Quando l’egoismo regna, per evitare di nuocere a se stessi, ci si adopera a nuocere agli altri. Ma Gesù di Nazaret insegna al contrario che nella misura in cui si nuoce agli altri si nuoce a se stessi. Pertanto manda a monte tutto il gioco. E’ un guastatore, lo si uccide. Quel che è accaduto a Gesù accade nel corso della storia a coloro che portano un riflesso dell’innocenza eterna: li si sopprime in molti modi: violenza, astuzia …[4]».
Maurice Zundel[5] scrive: “Il Dio che si rivela in Gesù Cristo, è un Dio che ha perso tutto eternamente… Dio è Dio perché non ha nulla. Dio è il grande Povero, la cui sola beatitudine è quella di donarsi…”. Solo con un Dio così “inoffensivo” si può entrare veramente in comunione. Nessuno può sentirsi offeso da un Dio inginocchiato davanti a te e se Gesù è in ginocchio, nel mondo viene introdotta una nuova scala di valori che è appunto lo stile che Gesù propone ai suoi amici “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”.


[1] François Varillon L’umiltà di Dio, Qiqajòn, 2000 pag. 146.
[2] Christian Bobin, L’uomo che cammina, Ed Qiqajon – Bose.
[4] François Varillon L’umiltà di Dio, Qiqajòn, 2000, pag. 55 e 95.
[5] Prete svizzero, teologo contestato, poeta, scrittore. Amico del Card. Montini che, da Papa, lo inviterà a predicare il ritiro quaresimale in Vaticano nel 1972.




15 settembre 2024. Domenica24a
LA CROCE ATTACCAPANNI

24 DOMENICA B

Preghiamo.
O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaia 50,5-9
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. È vicino chi mi rende giustizia; chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Salmo 115.  Camminerò alla presenza del Signore, nella terra dei viventi
Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo.
Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi.
Ero preso da tristezza e angoscia. Allora ho invocato il nome del Signore: “Ti prego, liberami, Signore”.
Buono e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso.
Il Signore protegge i piccoli: ero misero ed egli mi ha salvato
Hai liberato la mia vita dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi dalla caduta.
Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 2,14-18
Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.
Dal Vangelo secondo Marco 8,27-35
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Va’ dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

LA CROCE ATTACCAPANNI. Don Augusto Fontana

Ricordo che un giorno avevo convocato un gruppo di giovani e adulti per una giornata di riflessione. L’appuntamento era in una casa parrocchiale abbandonata in uno spopolato paese di montagna. Quando girai la chiave nella toppa, seguito da vocianti e spensierati amici, fui investito da uno squallido abbandono. Faceva freddo, fuori e dentro. Capii subito che l’accoglienza ce la saremmo dovuta guadagnare con un efficiente lavoro casalingo di squadra. Ma ciò che mi colpì fu una croce astile, piantata in un piedistallo ligneo lì nell’ingresso. La compagnia dei buontemponi entrò con tutta la dotazione di cappotti e cappelli che finirono appesi su quella croce. Una croce ridotta ad appendiabiti. Anche Pietro, a mio nome, ha voluto fare di Gesù l’attaccapanni delle sue buone opinioni borghesi guadagnandosi un esorcismo «Torna dietro a me, Satana!».  Già! Quale paradossale attributo confiderò domenica al Signore, senza mettere a repentaglio la mia ortodossia e senza compromettere troppo le mie ovvietà religiose ed esistenziali?
La fede proclamata in strada.
«Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla». Con questa preghiera la liturgia inaugurerà una nuova settimana lasciandosi dietro, o portandosi dentro, giorni da cardiopalmo. Storie di umana ovvietà, accanto a tutte le altre silenziose ovvietà di tenerezza e onestà che si consumano nelle case, nei luoghi di lavoro e del disagio. Non potrò prescindere da questi ciottoli di strada quando domenica sarò anch’io chiamato, per l’ennesima volta, a sostenere la misteriosa curiosità del Signore: «Mentre camminavano per la strada interrogava i suoi discepoli: “Cosa dicono di me?”» (Marco 8,27-35). Ancora più imbarazzante sarà la sua sfrontata richiesta: «Ma io chi sono per voi? Cosa dite di me?» che in filigrana rivela il suo risvolto: «Voi, chi dite di essere?». Dare un giudizio di merito su Gesù Servo (Isaia 50, 5-9), comporta definire la misura della mia esistenza. Ce n’è abbastanza per andarci cauto o aspettarmi uno degli esorcismi più duri pronunciati da Gesù: «Torna dietro a me, Satana!» e non essermi di inciampo perché «la fede se non ha le opere è morta» (Lettera di Giacomo 2,14-18).
«Sei venuto a rovinarci!».
Ripetiamolo. L’Evangelo secondo Marco scorre polarizzato da tre domande: Chi è Gesù? Chi è il discepolo? Ma soprattutto: Dove ci porta? Domande che levitano o precipitano insieme. Tre sono gli eventi fondamentali di rivelazione della personalità di Gesù nell’evangelo di Marco:  all’inizio quando Gesù si mette in file con i peccatori e partecipa al movimento di riforma di Giovanni  detto “il Battezzatore” e riceve l’investitura dal Padre: «Questo è il mio Figlio prediletto di cui mi vanto!»; al centro, quando Pietro celebra il suo sincero, ma problematico Credo: «Tu sei il Cristo» sullo sfondo di una Trasfigurazione che non si sa se abbia il sapore del giorno di pasqua o del venerdì santo; alla fine, sotto la croce, quando l’impuro comandante del plotone di esecuzione vede spirare “in quel modo” il suo condannato a morte e presta la sua bocca al Padre celebrando il suo Salmo: «Costui è veramente il Figlio di Dio».
Ma durante tutto l’Evangelo inciampiamo in un susseguirsi di domande e di opinioni su Gesù: «Come possiamo credergli se i nostri scribi non stanno dalla sua parte?… Dove ha imparato a dire e fare queste cose?… Chi è questo che prima sembra Dio e poi frequenta ubriachi e pubblici peccatori?… Chi crede di essere, perdonando i peccati?… Che ha fatto di male?…». Sono domande sospese nel vuoto, senza risposta, affidate ad un silenzio che chiama una mia risposta. Altre domande suscitano vespai di opinioni tra il blasfemo e il perplesso: «è fuori di sé… un bestemmiatore… un eretico… un demonio… un fantasma…». Qualcuno ci azzecca, compresi gli indemoniati: «Io so chi tu sei: il santo di Dio». Ineccepibili intuizioni, teologie ortodosse, proclamazioni sacrosante che hanno solo il difetto di tenercelo a debita distanza esentandoci dalla sequela: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!…Che hai tu in comune con me, Gesù?» (Marco 1,24; 5,7). Nessuno di noi è stato risparmiato dal rischio che si corre quando ci si avvicina troppo a Lui e ci si lascia sedurre. Molti di noi sono uomini/donne dell’anticamera, perennemente uomini e donne della vigilia. Abbiamo intuito che la vita delle nostre carabattole va in fumo: «Nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo» (Esodo 33,20). Per questo mi sento un po’ afflitto dal morbo di Parkinson, quella sindrome che ti inchioda le gambe al pavimento nella spasmodica frenesia di muovere passi concepiti nella testa ma mai generati dal circuito sensoriale: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Marco 7,6).
La pagina dell’Evangelo di oggi esprime dunque tutto il problema della comunità di Marco, ma anche della chiesa di oggi: chi è Gesù secondo Dio, secondo la folla, secondo te? L’attività di Gesù provoca gli uomini; i quali lo giudicano secondo le loro piccole speranze e le loro idee personali. L’inchiesta raccoglie risultati di tutto rispetto: «Dicono che sei Giovanni il Battista, Elia o uno dei profeti». Pietro fa un passo avanti nei confronti della gente: «Tu sei il Cristo, il consacrato, il Messia stesso». La sua è una proclamazione che troverebbe consenziente anche la Congregazione Vaticana per la dottrina della fede, ma è inquinata dall’ideologia del successo.
Gesù capisce che la sua precedente catechesi è risultata insufficiente e fa due gesti: sgrida e incomincia da capo a spiegare. Il nostro credere è un cammino con tappe progressive. Siamo cocci resistenti o ribelli alla mano del vasaio che non smette di ricominciare, correggere, rettificare. Prima di questo problematico incontro tra Gesù e i discepoli, Marco riferisce la guarigione del cieco di Betsaida. Guarigione che offre non pochi spunti interpretativi per l’inchiesta di Cafarnao oggetto della nostra meditazione. Si tratta di una guarigione strana, inizialmente malriuscita. Dopo il primo tentativo, il cieco quasi si lamenta: «Vedo gli uomini come se fossero alberi che camminano». Occorre una guarigione ancora più radicale e decisiva: la cecità aveva resistito al primo impatto liberante di Gesù. Così è per Pietro, nostra controfigura. La sua è una professione che non lo coinvolge pienamente; prova ne sia l’imminente tradimento. Pietro «ragiona secondo gli uomini», vuol salvare le proprie carabattole, si vergogna davanti ad una generazione dal pensiero unico che chiede miracoli, risonanze clamorose, chiese piene e piazze acclamanti, share di ascolto in concorrenza con telenovele e deprimenti concorsi televisivi. «La minorità – scrive Enzo Bianchi[1]dovrebbe diventare una scelta, un obiettivo da perseguire. Per comprendere il senso di questa scelta abbiamo solo il rovesciamento della logica mondana, il paradosso delle Beatitudini. Essendo un paradosso non si può credibilmente argomentare, persuasivamente formulare, efficacemente comunicare. La ragione non può nulla contro i paradossi e i paradossi sono impotenti e retrocedono di fronte alle argomentazioni. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto Francesco. La “mimica” di Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento “sine glossa” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti».
Paolo scrisse: «Di nient’altro mi vanto se non della croce di Cristo scandalo per gli uni e idiozia per gli altri… Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Gesù Cristo mio Signore, per il quale considero tutte queste cose come spazzatura, per guadagnare Cristo» (1 Corinti 1, 18-13; Filippesi 3, 7-8).  Ecco perché la domanda di Gesù: «Io chi sono per voi?» diventa: «Voi, chi dite di essere?».
Santi sì, ma non a piedi asciutti.
Riconoscere il Messia può voler dire trovare la chiave interpretativa e direzionale dell’esistenza. Mi perseguitano domande: «Come sarei oggi, se non l’avessi incontrato? E come potrei essere se lo avessi seguito per davvero?». Riconoscerlo come Messia vuol dire accettare di scendere dalla barca e camminare sul fluido, così come ha tentato di fare Pietro in altra occasione «Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù» (Matteo 14,29). Santi sì – direbbe il monaco Arturo Paoli – ma non a piedi asciutti: «Diventeremo santi mettendoci nell’acqua come Pietro, accettando anche il rischio che mancanze intermittenti di fede ci facciano affondare[2]». Riconoscere il Messia significa frequentare un luogo assai comune, percorso freneticamente da milioni di persone: la strada. Una prospettiva questa che Gesù di Nazaret ha fatto propria. Lui attraversa, vive, abita le strade. Sa che qui incontrerà persone bisognose di liberazione. La strada è un crocevia di incontri tra uomini, di passione e sofferenza, un cammino che Pietro tenta di fermare. «Se la chiesa vuole incontrare i poveri, gli esclusi o gli emarginati, è necessario che entri in familiarità con la strada e con la vita che in essa trabocca. Ripercorrere la strada, abitarla, significa abitare ogni frazione della vita comune, il tempo, la politica, il territorio, le nostre chiese, affinché nessuno possa sentirsi solo o abbandonato[3]».


[1] Horeb 18/97 pp.67-74
[2] A.Paoli Ricerca di una spiritualità per l’uomo d’oggi pag 93
[3] Editoriale di CREDERE OGGI 1998 n. 5/1998




JESUS
Don Augusto Fontana

 «Lo chiamerai GESU’»

In Brasile il nome JESUS l’ho trovato scritto dappertutto: adesivi sui vetri delle auto, manifesti, murales…

Jesus. Ho guardato il tuo nome tappezzato sui muri marci delle favelas e nei formicai delle rodoviarie, nel mio pellegrinaggio a Brasilia dove ho avuto solo il tempo per sussurrarti nella fantastica e malinconica cattedrale.

Jesus. Ho spiato il tuo nome sulle porte di casa: Antônio de Jesus Almeida…; onore di averti, noi tutti, come radice nelle nostre genealogie. Con noi sei Adamo della nostra carne, per noi vuoi essere Adamo di vite sognanti e sognate.

Jesus. Ho visto il tuo nome nel caleidoscopio di Igrejas e Igrejinhas, chiese a cappelle, frammenti variopinti della tua tunica con cui vesti, con compassione, feste e fatiche di vite nude.

Jesus. Ho udito il tuo nome da labbra di apocalittici sermoni e da polifoniche nenie invocanti pietà, salute e pace.

Jesus. Mi ha abbagliato il tuo nome incollato extra large su insegne e tabelloni pubblicitari tra mercanzie del mercato globale, appeso ed esposto ad acqua e sole, come un tempo sul Golgota, a narrare la tua storia, ormai indifferente a ladroni e ladruncoli, a passanti delusi, a noi  stanchi di sentirti venuto e veniente.

Jesus. Osservo il tuo nome come vernice stinta su questo mio invecchiato battesimo, nome inciso sulla corteccia del mio giovane albero, ormai cicatrizzato.

Jesus. Pronuncio il tuo nome in questa periferia di consumi, nevrosi e poteri, in questo presepio vivente di palme, baracche e speranze dove ogni sera celebro gli ultimi passi verso la tua Incarnazione.

Jesus. Invoco il tuo nome sulla mia ancora impantanata conversione, avvolgo nel tuo nome altri nomi e storie e volti, quelli della mia carne, della mia fede, delle mie nostalgie, della mia festa, delle mie fatiche.

Jesus. E’ questo il nome invocato da Pietro sul paralitico nel Tempio: «Non possiedo né oro né argento, ma ti dò quello che ho: nel nome di Gesù Cristo, cammina» (Atti degli apostoli 3,6).




8 settembre 2024. Domenica 23a
CON GESU’ UNA CHIESA CHE LIBERA

Domenica 23 ciclo B

Preghiamo. O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 35,4-7a
Dite agli scoraggiati: «Coraggio, non temete! Il vostro Dio viene a liberarvi, Egli viene a salvarvi». 5Allora i ciechi riacquisteranno la vista e i sordi udranno di nuovo. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua.
Salmo 145. Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre (testo ebraico: custodisce la verità in eterno)
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri, sostiene l’orfano e la vedova,
sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
 Dalla lettera di san Giacomo apostolo 2,1-5
Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali.  Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?
Dal Vangelo secondo Marco 7,31-37
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.  E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

CON GESU’ UNA CHIESA CHE LIBERA. D. Augusto Fontana

Jesucristo liberador”.
Titoli come questo si sovrappongono, si modulano, si duplicano, si mascherano nell’editoria cristiana sud americana. E sempre per ragionare sull’inevitabile funzione pasquale di Gesù, quella di salvare e liberare. Fu “Teologia della liberazione”, fatta di martiri oltre che di teologi. Ora dichiarata fuori uso senza meriti distinti, sfiancata e silenziata da decenni di procedimenti disciplinari. Nella cloaca massima delle nostre società-chiese i poveri restano ancora più poveri e gli oppressi non giungono a nutrirsi neppure delle briciole che cadono dalle mie aristocratiche scrivanie. I teologi della liberazione oggi scrivono poco, si incontrano raramente, sono sempre meno e quando si riuniscono non rilasciano dichiarazioni: si percepisce lo spessore eloquente del loro silenzio. Forse non é più tempo di denunce profetiche, per lasciar spazio al silenzio “sapienziale” che parli più con i fatti e la testimonianza che con le parole? “Siamo indisponibili – scriveva il teologo J.M Vigil – ad ogni “teologia della inevitabilità”, ad ogni “cultura del fatalismo”. La realtà è concepita come storia di salvezza e, simultaneamente, come salvezza di una storia che procede tra alti e bassi. La missione cristiana non ci separa dalla storia; al contrario ci rimanda ad essa”. Anche il profeta Isaia ha scritto la sua “piccola apocalisse” ed il capitolo 35, che viene proclamato nella liturgia odierna, ne costituisce un assaggio. È percorso da un ritmo di opposizione e di capovolgimento. Ciò che ora è sterile diventerà fecondo, la debolezza si capovolgerà in forza. Si tratta di una nuova creazione: il linguaggio e la scenografia ci autorizzano a questo collegamento. L’azione di Dio è vista come un intervento che capovolge una situazione sociale e non solo nei segreti angoli dell’anima. Anche per il brano odierno di Marco (7,31-37) la “salvezza di Dio” significa il capovolgimento della situazione: tu, catecumeno, tu eletto, senti sì o no il bisogno di un capovolgimento della situazione? I ciechi, gli storpi, gli zoppi, i muti, i sordi, gli stranieri, le vedove, gli orfani e tutti coloro che non godono delle provvidenze sociali sono i primi clienti della salvezza portata da Cristo, i primi invitati al banchetto regale, quelli che dovevano essere onorati nelle Cene fraterne dalla Chiesa (come scrive Giacomo nella seconda Lettura di oggi: 2, 1-5).
Abbiamo, domenica scorsa, meditato su un altro brano del Vangelo di Marco, nel quale Gesù attacca direttamente i farisei perché mettono al posto del comandamento di Dio l’osservanza della tradizione degli uomini. Ed è questo il primo tratto – il meno sottolineato per lo più nelle nostre assemblee cristiane – della figura di Gesù come liberatore. Oggi il vangelo ci parla dell’abbattimento di una barriera che ci è difficile immaginare quanto fosse per gli ebrei alta e invalicabile: quella nei confronti dei non ebrei e pagani. Ed ecco che Gesù compie miracoli in terra pagana e profetizza che l’eredità del regno passerà nelle mani di coloro che ne erano esclusi[1]”.
L’agire autorevole.
La guarigione del sordomuto (o come meglio si dovrebbe tradurre: sordo-balbuziente) è posta da Marco come conclusione dell’istruzione che segue il primo racconto del miracolo dei pani. Marco struttura questa guarigione nella stessa forma della guarigione del cieco (8,22-26) e intende darvi un particolare significato teologico: il sordo-balbuziente e il cieco rappresentano i discepoli della comunità di Marco, e quindi anche noi, che abbiamo occhi ma non vediamo, abbiamo orecchi ma non ascoltiamo. “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite “noi vediamo!” il vostro peccato rimane” (Giovanni 9, 41). La gente che assiste per ora è ancora in una fase di innamoramento: “Sei un dio! Sei un mito!”, potremmo tradurre con linguaggio contemporaneo la frase riportata da Marco: “Ha fatto bene ogni cosa!”. Proprio come se si trovassero ad assistere ad una nuova creazione del mondo: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Genesi 1,31). Applausi! “Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità”. (Marco 1,22).
A tappe verso il profondo.
Nelle guarigioni e liberazioni narrate da Marco scorgiamo gli indizi di una catechesi battesimale. Sono miracoli che avvengono in modo elaborato e quasi faticoso, sotto forma anche di esorcismo. Vediamo alcuni particolari del testo di oggi. Siamo in piena zona pagana (Tiro/Sidone/Decapoli). Il transito, dal punto di vista della razionalità del viaggio di Gesù, non si giustifica; sarebbe come andare da Firenze (Tiro) alle Marche (lago di Galilea) passando per Bologna e Rimini (Sidone e Decapoli). Una lunga deviazione. C’è dunque un’intenzionalità teologica: le zone indicate sono frequentate da pagani considerati impuri da Israele. Il Signore ci avvicina nelle nostre zone di infedeltà e di lì passa e ripassa per fare, dello spazio della nostra incredulità, una occasione e una zona di fede. Lì alcuni anonimi gli portano un sordo-balbuziente. Qui il soggetto è un sordo. Il termine usato nel testo greco (kôfos) significa anche “tonto”: l’’uomo che non intende la Parola di Dio rimane inebetito e intontito: “l’uomo nel benessere non comprende ed è come una bestia” (Salmo 49,13). L’uomo presentato a Gesù è anche farfugliante, uno che parla poco e male (mogilalos), avendo la lingua inceppata e impedita non solo per le relazioni umane ma anche per la lode nel culto. Emette solo suoni, ma non pronuncia parole sensate: “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode” (Salmo 51, 17). E lo pregano: la preghiera esprime la nostra responsabilità nei confronti di tutti gli uomini. Lo pregano di imporgli la mano. Ma il Gesù di Marco fa ben di più che un gesto della mano. Nel racconto odierno si possono contare sei gesti, che corrispondono quasi a sei tappe di un cammino del Signore insieme con te:
ti porta in disparte, lontano dalla folla
“buca” l’orecchio con le dita,
tocca la lingua con saliva,
guarda al cielo,
geme,
parla.
La guarigione è l’incontro tra i tempi del Signore e i miei. Questo è l’itinerario cristiano: una paziente successione progressiva. Dio porta il popolo in disparte, lontano dalla terra della propria schiavitù. Nel Salmo 115, 5 si dice che “gli idoli hanno bocca ma non parlano, hanno orecchi ma non odono”. Gesù cerca di separarci dagli idoli che ci rendono simili a loro: marionette. Lì, in disparte gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua. E’ un’operazione di ri-creazione. Gesù ricostruisce l’icona di Dio tramite lo Spirito che qui viene indicato con la saliva, che, secondo la cultura del tempo, veniva considerata come solidificazione umida del soffio vitale. Poi Gesù, con lo sguardo, rinvia tutto al Padre attraverso la preghiera. E geme. E’ il gemito di Dio di fronte al dolore ed è il gemito che emette tutta la creazione, come dice Paolo[2]. È il gemito che Cristo lancia dalla croce, è il gemito che lo Spirito lancia verso il Padre intercedendo per gli uomini. Anche noi nella liturgia ci uniamo al gemito di Gesù: “Padre che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire una parola di coraggio a tutti gli smarriti nel cuore, perchè si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie”. La Chiesa si fa Parola attraverso la testimonianza e non solo emettendo giornalini, comunicati, chiacchiere, concerti di campane o di cori.
Orecchio salvato, lingua guarita.
Due sono i livelli emergenti dalle letture: uno più marcatamente liturgico-spirituale ed uno più chiaramente sociale-ecclesiale.

  1. Livello liturgico-spirituale. Essendo, il testo di Marco, una chiara catechesi battesimale è necessario riprenderne le sollecitazioni per la conversione della Chiesa. Il discepolo non può presumere di essere capace da solo di ascoltare la Parola di Dio nè di saper annunciare e lodare “correttamente”. La fede nasce dall’ascolto quando permettiamo al dito di Gesù di forare le membrane interiori dell’ascolto; la lode e l’annuncio nascono da un ascolto guarito. La preghiera diventa un farfugliare vano per chi non basa la propria preghiera su un profondo ascolto guarito. Noi siamo come i catecumeni della comunità dell’evangelista Marco, ciechi che non vedono i segni della misericordia di Dio e delle sue chiamate, sordi che non sanno ascoltare la sapienza delle sue parole, farfuglianti che non sanno proclamare e lodare, storpiati dalle nostre abitudini e paure. Stiamo andando verso Lui, il Signore, condotti dalla Chiesa, sottobraccio gli uni con gli altri per condurci reciprocamente a Lui, proprio come in quel tempo.
  2. Livello sociale-ecclesiale. Il secondo livello riguarda la posizione che tiene la Chiesa nei confronti del ribaltamento delle situazioni: in Isaia e nel Salmo 146 appare chiaro che Dio è “partigiano” nel senso che prende parte, prende una parte. Gesù non dà una generica “benedizione”, ma tocca i centri sensoriali e di percezione più cronicamente impermeabili ad ogni stimolo. Una delle esigenze contemporanee più urgenti è quella di abbattere le barriere che impediscono la comunicazione, soprattutto abbandonando linguaggi consolidati che ci rendono accettabile la compagnia degli omogenei, ma ci rendono incapaci di ascoltare parole che ci mettono in crisi e dire parole che abbiano un senso per sordi e muti.

[1] E.Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 2° pagg. 338ss.
[2] Romani 8,22-27




1 settembre 2024. Domenica 22a
L’ALBERO INTERROGHI LE SUE RADICI. 

Preghiamo. Guarda, o Padre, il popolo cristiano radunato nel giorno memoriale della Pasqua, e fa’ che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore: la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen.
Dal libro del Deuteronòmio 4,1-2.6-8
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?».
 Salmo 15 (14). Chi teme il Signore abiterà nella sua tenda.
Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,  non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 1,17-18.21-22.27
Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.
Dal Vangelo secondo Marco 7,1-8.14-15.21-23
Si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».  Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

L’ALBERO INTERROGHI LE SUE RADICI.  Don Augusto Fontana

La pianta, si sa, può giungere a inorgoglirsi del sovrabbondante fogliame o si può schiantare sotto il peso dei propri frutti: per questo dovrà sempre tornare ad interrogare le proprie radici per obbedire a “radicalità” sorgive.
Trascurando il comandamento di Dio, voi seguite le tradizioni di uomini.
In Afghanistan è nata la “legge per promuovere la virtù e prevenire il vizio”: il relativo Ministero stabilisce che le donne in pubblico devono coprire il volto “per evitare tentazioni”, non devono far sentire la propria voce, cantando o recitando poesie. Sono poi vietati la visione di immagini di esseri viventi su un computer o un cellulare, l’assenza di barba per gli uomini, i tagli di capelli “contrari alla Sharia”. Lo stesso vale per un’eventuale amicizia con un “infedele”.
Scriveva profeticamente fratel Enzo Bianchi: «Non sempre nelle vie religiose, anche nell’Antico Testamento, appare il volto di Dio: anche tra noi cristiani, quante volte abbiamo presentato il volto di un Dio perverso che spinge gli uomini ad allontanarsi! Spesso c’è chi fa un’esperienza dell’immagine dell’uomo, migliore dell’immagine di Dio. Gesù ha “evangelizzato” Dio, ha reso Dio “buona notizia”». Gesù di Nazaret irrompe come diversità amica tra altre diversità: pubblici peccatori, prostitute, omosessuali, preti sposati, coppie di fatto, ROM, musulmani, buddisti, induisti, ebrei, miscredenti. E chi più ne ha più ne metta; c’è ancora posto nel nucleo e nelle periferie di un cattolicesimo nato, esso stesso, come diversità fastidiosa, eretica, illegale e trasgressiva, ma sempre tentato di diventare una melassa di dogmatismi e legalismi. Anche la storia della nostra fede personale è una storia di ordinario pendolarismo tra la fedeltà allo Spirito o il bisogno gratificante di essere imbrigliati in dogmi, riti e precetti garantisti. Non siamo forse nell’epoca del precariato, del pensiero debole, delle fragili perseveranze? Non sentiamo forse, accanto al bisogno di tutele forti, anche il fastidio per un insopportabile fardello di divieti?
Quale Dio andremo a celebrare domenica? E’ forse un Dio notaio dal volto perverso e corrucciato quello che dona la Legge di vita e di cammino al suo popolo (Deuteronomio 4, 1-8)? Chi ci farà compagnia nella liturgia pasquale di domenica?  Una assemblea rassegnata ad un’osservante ma stolta verginità (Marco 7, 1-23)? E io sarò un ascoltatore della sua parola e un irriducibile trasgressore di tradizioni umane (Giacomo 1, 17-27)?
La Toràh SUL cuore.
«Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella Toràh del Signore» (Salmo 119, 1). Torah: il nome ebraico ha un sapore esotico; noi la chiamiamo Legge, quella di Mosè, ma equivochiamo deragliando verso interpretazioni giuridiche e sottofondi moralistici. In ebraico fu ed è la Toràh e non solo per sterili questioni terminologiche; il salmo 119 (118), lunga e tenera lode della Legge ebraico-cristiana, ne offre una modulazione armonica sorprendente chiamandola, di volta in volta, insegnamento, precetto, decreto, comando, sentenza, parola, volontà, giudizio, via, saggezza, conforto, meraviglia, promessa, alleanza. Nella frase di Gesù «Non sono venuto per abolire la Toràh, ma per portarla a compimento» (Matteo 5,17) affiora la continuità della Rivelazione biblica mai smentita; ed emerge anche – perché no? – l’animo del Gesù ebreo figlio di ebrei, quello che migliaia di volte ha recitato il Salmo 119:« Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene…Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge… nella terra del mio pellegrinaggio i tuoi precetti sono per me come un canto …La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento…Ho più saggezza degli anziani, perché osservo i tuoi precetti… Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca». Gesù dirà anche: «Avete udito che ai vostri padri fu detto…ma io vi dico» (Matteo 5, 22) offrendoci la tentazione di mettere in conflitto Toràh e Vangelo. D’altra parte l’esperienza ci dice che ogni amore si può imbastardire e ogni profezia si può inquinare quando si allontanano dalla loro sorgente o dalla loro radice. I maestri giudaici avevano costruito, sul primitivo nucleo della Toràh, 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (come i giorni dell’anno) e 248 prescrizioni (come le parti del corpo umano secondo il computo rabbinico). L’intenzione era buona: si voleva che la Toràh abbracciasse tutta la vita e l’impegno dell’uomo. La pianta, si sa, può giungere a inorgoglirsi del sovrabbondante fogliame o si può schiantare sotto il peso dei propri frutti: per questo dovrà sempre tornare ad interrogare le proprie radici per obbedire a “radicalità” sorgive. E’ in atto una promessa del Signore: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande…Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (Geremia 31, 33-34; Ezechiele 36, 27). Rabbi Mendel di Kozk diceva che nel testo sacro c’è scritto “scriverò la mia Parola sul loro cuore” e non “nel loro cuore” perché il cuore talora è chiuso, ma la Parola di Dio sta su di esso e quando in santi momenti si apre, è già pronta per cadervi dentro, sul fondo[1]. Chi ci crede ancora a questo profetico sogno di Dio divenuto promessa? Viviamo in tempi di furbizie illegali, di esasperati individualismi e di occulte manipolazioni delle coscienze. Chi ci crede ancora a quella promessa di Dio? Chi è disposto a rischiare di appellarsi alla coscienza, santuario di Dio, in cui «è stata seminata la Parola» e alla forza che il Signore continua ad espandere in noi, sempre ferita ma non per sempre uccisa?
Una legge per vivere e camminare, non per soccombere.
«Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore sta per darvi» (Deut. 4,1).
Nel Deuteronomio, scriveva P. Ernesto Balducci[2], si riconosce che la moltitudine dei profughi dall’Egitto divenne popolo in ragione della Legge. «Era una Legge solo in funzione di un popolo proteso in avanti. Quando la legge diventa un assoluto, in quel momento si arresta il viaggio, muore la speranza ed entriamo nell’idolatria del sabato contro cui Gesù dovette combattere. Questo lo dico perché la contrapposizione fra coscienza e legge viene mal posta e si fa fare alla legge la figura del male, come se la legge non dovesse esserci». Scriveva il profeta Geremia: «Quando verranno meno queste leggi dinanzi a me – dice il Signore – allora anche la gente di Israele cesserà di essere un popolo davanti a me per sempre» (Ger. 31, 36). La Torah viene data non per intenzioni dispotiche, ma per tenere saldi i legami di amore e tutelarci da delusioni cocenti: «Hanno abbandonato me sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono acqua» (Ger. 2,13). Nel dramma di Israele si rispecchia la tragedia di ogni assetato Adamo, a partire dall’Eden fino a me: «E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Romani 1, 28-31).  C’è tuttavia un altro versante, quello più oscuro, costituito dalla legge come strumento di potere degli uomini: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» dirà Gesù (Matteo 23,4). Da qualche tempo la Parola di Dio, la vita di Gesù e la sua Pasqua sono riemerse dal torpore che le aveva colpite sotto pesanti coltri che il Concilio Vaticano II° ha contribuito a scoperchiare. Ma restano aperte ferite o “nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese” come li chiamò il Card. Martini al Sinodo Europeo del 7 ottobre 99: «Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati.  Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale». Il dramma delle coscienze cristiane sta in questa difficile transizione dall’insegnamento degli uomini al comandamento/Parola di Dio; e ciò non si può pensare che avvenga senza sofferenze, strappi e lacerazioni. Anche la chiesa delle origini fu costretta a non rinviare di molto la difficile gestazione, come ci fa sospettare la pagina odierna di vangelo. Sulla scia dei profeti, Gesù ha riportato alla “radice” il “comandamento di Dio”, aiutandoci a capire che, con il pretesto delle nostre tradizioni, noi possiamo “mettere da parte” (v.8), “respingere o trascurare” (v. 9) e addirittura “invalidare la parola di Dio” (v. 13). I tre verbi che il testo greco integrale del Vangelo di Marco usa (compreso il v. 13 mutilato dalla liturgia), sono molto forti ed efficaci. Essi sostanzialmente ci dicono che spesso la nostra fede fa naufragio in uno stagno di pie abitudini.
Verginità stolta.
Le culture (e le religioni) non riescono a liberarsi mai totalmente dal bisogno dei gruppi di identificare situazioni, persone, spazi, atteggiamenti ritenuti puri o impuri, sacri o profani. Normalmente la purità è incollata all’idea del sacro e l’impurità a quella del profano. Si creano così confini invalicabili. Per questo Dio fu e resta recintato. Ma c’è sempre qualche birbone disposto a spostare picchetti o scombinare tutto. Come Gesù che ridefinisce confini e geografie. Anzi, pianta la sua tenda nel regno dell’impurità e rimette in discussione osservanze, spazi, tempi, classificazioni, atteggiamenti. Nella parabola delle dieci ragazze da marito (dette tradizionalmente “vergini”) Gesù parla di possibile stoltezza anche nella verginità. L’osservanza ossessiva e obbediente di regolamenti e riti non include, tutto compreso, la fedeltà del cuore. Ne sanno qualcosa il figlio maggiore della Parabola detta del Figliol prodigo, il borioso fariseo che prega accanto all’altare come controfigura del peccatore balbettante sulla soglia del santuario, il fariseo Simone mormoratore contro la prostituta che compie su Gesù gesti apparentemente immondi, ma di chiara allusione pasquale.
Dunque i discepoli erano stati beccati da alcuni farisei in flagrante trasgressione. L’obiezione che circolava nasceva dal comportamento disinvolto dei discepoli che non osservavano alcune usanze/norme di purità al ritorno dal mercato mettendo a repentaglio la legittimità e la purità dell’eventuale banchetto cultuale: era infatti stata estesa al popolo una norma inizialmente applicata solo ai sacerdoti (Numeri 18,8-13). Gesù risponde smascherando tre tipiche storture di logiche religiose che allignano ancora tra di noi dopo 2000 anni di evangelizzazione[3]:

  • Primo travisamento: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini». E’ il rischio di attribuire a Dio nostri vaneggiamenti, di attaccare all’autoritativo chiodo di Dio gli abiti della nostra vita da pagliacci, di dare più onore al commento della Parola che alla Parola stessa, di ingombrare la porta di accesso a chi vuole accostarsi al Signore: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio dell’Inferno, il doppio di voi» (Matteo 23,15).
  • Secondo travisamento: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me». E’ l’antico lamento dei profeti che mettevano il dito sulla piaga della religiosità disumana e non compassionevole, della schizofrenia tra pubblica virtù e privati vizi. E’ la piaga del rigorismo ritualistico che nasce da dottrine che sono precetti di uomini e che rende così un culto “invano”.
  • Terzo travisamento: «Dal di dentro, cioè dal cuore, escono le intenzioni cattive». Marco fa una caricatura polemica di coloro che seppelliscono la Toràh del Signore sotto una catena di pignolerie e superstizioni assurde e un po’ ridicole o che la frantumano in una casistica tanto elaborata da far smarrire “i piccoli” oltre che il nocciolo della questione.

[1] M.Buber I Racconti dei chassidim, Grazanti, pag. 606.
[2] E.Balducci Il mandorlo e il fuoco, Vol.2 Borla, pag 331.
[3] AA.VV Omelie nelle comunità, Marietti.




Misure alternative al carcere. Si può, si deve, è meglio
A.M.Mira (Avvenire)

Carcere, così le misure alternative prevengono devianze e nuovi reati

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Il ricorso a pene alternative sta diventando sempre più frequente nel nostro Paese. Sono in forte aumento i beneficiari di progetti portati avanti fuori dalle celle, ben 84mila, a fronte di 61mila detenuti. L’ammissione della messa alla prova riguarda in buona misura giovani, italiani, imputati per reati di lieve entità

Antonio Maria Mira (Avvenire 24 agosto 2024)

A fronte di 61mila detenuti in carcere, molti di più, quasi 84mila beneficiano di misure alternative. Un numero in fortissimo aumento. Nel 2012 erano, infatti, solo 25.500 e quindi in dodici anni c’è stato un incremento del 228 per cento. Con risultati sicuramente positivi. Ad esempio, per la misura della sospensione del procedimento con messa alla prova, il numero dei casi è passato da 34.931 del 2020 a 55.534 del 2023, registrando un incremento del 59% (+76% al Sud, +65% al Centro, +48% al Nord). Mentre le revoche della misura sono arrivate appena all’1,8% del totale. Lo scrive il ministero della Giustizia nella Relazione inviata al Parlamento “sull’attuazione delle disposizioni in materia di messa alla prova e di pene sostitutive delle pene detentive, nonché sullo stato generale dell’esecuzione penale esterna”.

Ma chi beneficia di queste misure alternative al carcere? Si tratta di soggetti di giovane età (il 25% degli imputati ha un’età compresa fra i 18 e i 29 anni, il 23% fra i 30 e i 39, il 22% tra 40 e 49 anni, ma c’è anche un 11% di ultrasessantenni), di sesso maschile (85%), di cittadinanza italiana (82%), imputati coinvolti in attività lavorativa non retribuita di tipo socioassistenziale e sociosanitaria (64%). Qui il ministero fa un’importante affermazione: « Dall’analisi dei dati emerge che l’imputato ammesso all’istituto, nella maggior parte dei casi, non è ancora avviato al processo deviante; pertanto, l’ammissione alla messa alla prova, e la conseguente presa in carico da parte degli Uepe (Uffici per l’esecuzione penale esterna, ndr), può effettivamente svolgere una funzione di prevenzione della devianza, prevalentemente nei confronti di persone italiane di giovane età, con un’occupazione stabile e imputate per un reato di lieve entità, frequentemente legato alla violazione del codice della strada». Insomma, non si tratta di criminali ma di persone che il carcere potrebbe far peggiorare. E le misure alternative non sono dunque solo degli “svuota carcere” ma dei provvedimenti per salvare le persone, per recuperarle, come prevede la nostra Costituzione. Particolarmente importanti, proprio in questo senso sono i lavori di pubblica utilità. Attualmente il ministero ha in corso 13 convenzioni nazionali con enti, associazioni e istituzioni che rendono disponibili 2.496 posti. Sono poi stati firmati 18 protocolli nazionali tesi a pervenire localmente alla stipula di convenzioni per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità da parte dei tribunali. Ad oggi le convenzioni stipulate sono ben 11.827, distribuite uniformemente su tutto il territorio nazionale. L’attività riguarda la tutela del patrimonio ambientale, quella del patrimonio culturale, storico e artistico, la promozione della sicurezza stradale, i servizi di supporto in attività socio assistenziali e socio-sanitarie, la Protezione civile, i servizi inerenti a specifiche competenze o professionalità, la manutenzione degli immobili e i servizi pubblici. Con la riforma Cartabia, per la sua applicazione nel 2023 sono stati siglati 38 protocolli operativi. « Il lavoro di pubblica utilità previsto quale pena sostitutiva in caso di condanna a pena detentiva non superiore a tre anni – si legge nella Relazione – sta dando sicuramente buona prova di sé, con un totale di 2.244 condannati che, al 31 marzo 2024, risultavano in carico agli Uepe, registrando un incremento del 50% rispetto al dato riferito al 31 dicembre 2023 (1.503)». A questi vanno poi aggiunti i quasi 9.500 lavori di pubblica utilità per violazioni del Codice della strada (guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti) e quasi 900 per violazioni della legge sugli stupefacenti. Ma i buoni risultati raggiunti non bastano. Così, per il Ministero, «appare di fondamentale importanza proseguire con un rigoroso lavoro sul territorio, mediante la costruzione di accordi e la sottoscrizione di protocolli per l’inclusione sociale delle persone in esecuzione penale esterna, oltre a fortificare l’attività di collaborazione al trattamento penitenziario, al fine di implementare il numero dei detenuti che accedono alle misure alternative». Le soluzioni dunque ci sono, bisogna insistere. È l’invito al Parlamento degli esperti del Ministero.




25 agosto 2024. Domenica 21a
VOLETE ANDARVENE?

21°  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Preghiamo. O Dio nostra salvezza, che in Cristo tua parola eterna ci dai la rivelazione piena del tuo amore, guida con la luce dello Spirito questa santa assemblea del tuo popolo, perché nessuna parola umana ci allontani da te unica fonte di verità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro di Giosuè 24,1-2.15-17.18
In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».
 Salmo 33 .  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto.
Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.
Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore.
Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato.
Il male fa morire il malvagio e chi odia il giusto sarà condannato.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 5,21-32
Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

VOLETE ANDARVENE? Don Augusto Fontana

 In queste domeniche, se siamo riusciti a seguire le indicazioni della liturgia, leggendo il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, abbiamo forse capito un po’ di più che cosa sia l’Eucaristia. Gesù conosce la nostra “fame”, i nostri bisogni e desideri e allora si fa pane per noi. Ma molti non lo hanno capito. I Giudei si sono fermati alla discussione dialettica e se ne sono andati sempre più convinti che Gesù sia un bestemmiatore che si fa Dio, uno che crede di essere più grande di Mosè, un matto che parla invitando a contaminarsi con il suo sangue e che sembra invitare al cannibalismo. Ma anche molti dei suoi discepoli sono perplessi: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?“. E’ difficile aver fede in uno che ti scombina tutto nella vita, che ti invita a lasciare tutte le cose che con fatica, giorno per giorno, hai accumulato, che ti propone la semplicità e l’umiltà, che non ti promette felicità terrene, che ti chiede di prendere la croce per seguirlo, che ti scombina il tuo credo religioso presentandosi come il Dio del cuore e non della Legge, che ti invita a superare la legge della vendetta (seppur proporzionata) per farti arrivare a perdonare sempre, che ti dice di amare il nemico, che si rivolge soprattutto ai peccatori e non alle persone perbene… Qualcuno avrà detto: “Belle le sue parole, ma andargli dietro è troppo compromettente”. “Volete andarvene anche voi?” Gesù non pratica sconti, non indora la pillola, non scende a compromessi, chiede di scegliere. La stessa cosa ci è stata presentata nel racconto della prima lettura. Dopo la conquista dei territori di Canaan Israele si trova in mezzo a popoli idolatri e Giosuè chiede di prendere solennemente una decisione: o con Dio o con gli idoli. Dopo le parole bisogna arrivare a una decisione. Dopo l’Eucaristia non si può più dire: “Adesso la Messa è finita, e tutto ricomincia come prima”. Eppure io, spesso, sono maestro di compromesso. Tante volte il nostro “buon senso”, “l’equilibrio” ci fanno da sponda per non scegliere, o meglio, per scegliere di star fermi, di non cambiare niente, di vivere in schemi ben sperimentati, in religiosità ben costruite da noi e dalla pubblica opinione. Siamo capaci di mettere insieme indifferenze o piccole cattiverie e la fede, mangio il Pane della liturgia, ma non spezzo il mio pane con chi ha fame, diciamo di essere in comunione con il Signore e continuiamo a vivere con i nostri progetti di non perdono… Mi piace allora la risposta di Pietro a Gesù. Anche lui avrà avuto tutti i suoi bravi dubbi, anche lui, forse ha capito quanto sia difficile seguire Gesù. Forse, questa volta, anche Pietro è un po’ consapevole della propria debolezza, e allora non dice: “Ti prometto”, dice invece il suo bisogno: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”.

a) Sottolineo i verbi che Giovanni riferisce ai discepoli: “dopo aver ascoltato“, “mormoravano“, “non credevano“, “si tirarono indietro e non andavano più con lui“. Li medito uno ad uno, li rumino, li ripeto, li confronto con la mia vita…Io che discepolo sono? Chi è il mio Maestro? Sono anch’io nel numero dei discepoli che continuano a chiedere a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11, 1)? Sono fra quelli che gli camminano dietro, lungo le rive della vita e insistono nel domandargli: “Maestro, dove abiti?” (Gv 1, 39) Sono anch’io come Maria Maddalena, che continua a ripetere quel nome, anche nella più terribile esperienza di “assenza”: “Rabbuni, maestro mio!” (Gv 20, 10)?

b) “Questa parola è dura: chi può ascoltarla?”. Perché la Parola del Signore non è dolce, per me, più del miele alla mia bocca (Sal 119, 103)? Perché non amo custodirla nel cuore di giorno e di notte (Sal 119, 9. 11. 57)? Perché non è la luce che rischiara le mie notti e la lampada per tutti i miei passi (Sal 119, 105)?

c) “Gesù, conoscendo dentro di sé…“. Il Signore mi conosce fino in fondo, Lui sa, Lui scruta; Lui mi ha intessuto (Sal 139), mi ha costituito fin dal principio, dall’eternità (Pr 8, 23). Lui conosce il mio cuore e sa quello che c’è in ogni uomo. Ma davanti al suo sguardo, davanti alla sua voce che pronuncia il mio nome, davanti alla sua venuta nella mia vita, al suo continuo bussare (Ap 3, 20), io come reagisco? Che scelte faccio? Quali risposte gli offro? Forse comincio anch’io a mormorare, a tradirlo, ad allontanarmi, a dimenticarlo?

d) Giovanni ci parla anche dei verbi “andare” o “venire“, riferiti a Gesù. Comprendo che la mia vita di discepolo è condizionata da questi spostamenti davanti ai quali o seguo o abbandono: “Venire a me” (v. 65), “non andavano più con lui” (v. 66), “volete andarvene?” (v. 67), “da chi andremo?” (v. 68).

Una PAROLA-CHIAVE dei diversi testi liturgici di oggi potrebbe essere: DECIDERSI.

UN DECIDERE RESPONSABILE. Essere uomini e donne adulti significa essere obbligati a decidere nelle piccole e nelle grandi cose della vita. In altri termini, vivere è dover decidere. Ma soprattutto decidere bene, decidere il bene. Che cosa implica una buona decisione?

1) Decidere bene implica lasciare. Lasciare innanzitutto ciò che impedisce o almeno rende difficile la buona decisione. Le tribù di Israele debbono lasciare, rinunciare agli dèi dei loro padri e agli dèi degli amorrei (prima lettura). I discepoli devono superare i propri pregiudizi culturali e religiosi davanti allo scandalo dell’Eucarestia (vangelo).

2) Decidere bene è preferire. Certamente, preferire il bene al male, ma in molte occasioni sarà preferire il meglio al buono.

LA DECISIONE RESTA LIBERA.

«Forse anche voi volete andarvene?»: c’è un momento in cui questa frase deve risuonare per ciascuno di noi. E se in una chiesa, in una comunità, non risuona questo invito, si può rischiare una appartenenza senza anima, senza convinzione.
L’amico don Nando Bonati scriveva: «C’è un momento in cui questa frase deve risuonare per ciascuno di noi. C’è un momento di verità e di libertà in cui Gesù pone il problema: Volete andarvene anche voi?  Certo sarebbe stato uno scacco. All’interno della comunità occorre ad un certo punto la libertà di sbagliare per chi vuole sbagliare. Lo si avverte, lo si aiuta, gli si usa misericordia, poi lo si lascia libero. Proclamiamo l’anno sabbatico nella vita religiosa, nella vita di coppia, negli impegni presi: chi vuole andare se ne va… Sarà uno smacco, ma apparirà la verità che sta nel profondo del nostro cuore! La Chiesa non deve “scomunicare” nessuno; deve aiutare ciascuno a scoprire la propria verità: sarà lui a dire se è in comunione con Cristo e con i fratelli, oppure se ha rotto questa comunione. Quanta strada da parte di tutti!




ANCHE UN ROTTAME HA DIRITTO DI GALLEGGIARE
D.Augusto Fontana

Anche un rottame ha diritto di galleggiare.
Don Augusto Fontana

 Ho sognato di intervistare Lazzaro. Quel marcio rottame d’uomo che, nella Parabola del vangelo di Luca, si nasconde sotto la tavola del ricco stravaccato.
Lo raggiungo, imbarazzato, mentre sta raccogliendo la mollica con cui il signore perbene si è appena pulito le dita impiastricciate di arrosto. Ha una cancrena puzzolente ai piedi. Un bastardino, un po’ pagano come il suo padrone che non è circonciso, sta contendendo la mollica a Lazzaro. Insieme alla mollica lecca la cancrena. Peggio per te, povero Lazzaro, visto che i cani sono considerati animali impuri; così ti becchi anche l’impurità legale e rituale e sarai fuori dai santuari, quelli religiosi e quelli civili. Anche da noi, essere malati è una colpa. Dietro ogni giacca bisunta c’è il sospetto di un vizio. Dietro ogni cravatta c’è l’assunto di una virtù. Rassicurati, però: è tutto da dimostrare!
Incomincio l’intervista.
Telecamera n.1.
Carrellata.
Primo piano sulla cancrena.
Anche le piaghe fanno audience, soprattutto se sponsorizzate da una marca di detersivo: il mercato si è fatto furbo e i programmi sentimental-benefici rendono bene. Le piaghe di Lazzaro commuovono le mamme e fanno vomitare i bambini: gli uni e le altre verseranno l’obolo sul conto corrente 345692 della Banca d’Italia e correranno al Supermarket a comprare “Lava e sbianca”. Il buonismo italiano farà tombola: eleverà lo share di Canale 2, farà piovere sul bagnato delle banche, farà circolare merci e lavoro, metterà a posto la coscienza di mamme e bambini, commuoverà perfino il Papa. E il potere politico si farà perdonare i tagli alla spesa sociale. 

Microfono n.1: «Dunque, Lei si chiama?…»

I miei genitori mi hanno chiamato Eleazaro, ma tutti mi chiamano Lazzaro. Nella mia lingua, il nome Eleazaro significa “Dio aiuta”, ma il nome non mi ha portato fortuna. I miei preti dicono che Dio vuol bene a gente come me. Mah!…

Microfono: «E questo signore che La tollera sotto la tavola, come si chiama»?

Boh! Siete tutti uguali. Sembrate nati tutti dalla stessa p……………Credo che neanche Dio vi chiami più per nome. Del resto anche sui vostri giornali pubblicate solo i volti delle vittime; mai quelli dei mandanti. I responsabili restano, purtroppo, sempre senza nome. Forse perchè ciascuno possa mettere il proprio nome.

Microfono: «Ma voi quanti siete, in questo paese»?

In Europa 94,6 milioni di persone vivono sulla soglia di povertà e soffrono di importanti privazioni materiali e sociali, in Italia sono 13,4 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà o esclusione sociale, il 22,8 % della popolazione. C’è chi sta meglio di me. Nel nostro Paese sono circa 3 milioni le persone che pur lavorando sono povere e non riescono a vivere in modo dignitoso:  guadagnano poco più di 950 euro al mese. Voi giornalisti dite che è cresciuta la ricchezza nazionale, ma dimenticate di dire che è cresciuta anche la povertà. E’ cresciuto il reddito medio, ma non contemporaneamente la redistribuzione della ricchezza. In tutte le manovre finanziarie recenti, con un taglietto di qua e uno di là, è andata a finire che nel 2023 le famiglie in povertà assoluta si attestano all’8,5% del totale delle famiglie.

Microfono: «Mi consenta: Lei esagera i dati. Io giro per il mondo, leggo, ma gente come Lei è rara come le mosche bianche, almeno da noi».

– La gente come me va scoperta. Noi facciamo notizia solo quando un disoccupato si ammazza, un anziano uccide il suo usuraio, un negro vi stupra una donna, un profugo violenta i vostri confini o quando facciamo rissa tra noi. Venga con me, mi segua.

Stop alla telecamera.

Ci muoviamo verso Ebron al ritmo esasperatamente lento delle sue due stampelle. Il tempo non è più mio. E’ suo. La valle di Ebron è vicina. Lui conosce tutti: Meraiot piccolo delinquente, Cassub handicappato fisico, Abdia tossicodipendente, Idutun che ha infettato mezzo mondo non si sa come, Akkub il matto,  Maaca la prostituta decadente, Talmon vecchio vedovo senza parenti, Lidia immigrata, Arad il nomade, Sallum barbone senza fissa dimora come Lazzaro, Semaia ex carcerato fratello di altri tre carcerati, Codes madre nubile, Ibnia alcolizzato, Adaia malato semiparalizzato, Mesullam schiavo per pagare gli usurai, Malchia disoccupato, Galal profugo di guerra da Gaza.  L’occhio impudico della telecamera guardona ha stuprato le dignità di tutti.

Novantacinque milioni in Europa e più di sette milioni in Italia…divisi in categorie per la gioia dei sociologi. Siamo diventati numeri, statistiche, grafici, percentuali, tavole rotonde. Ma se non ci fosse la mollica di quel ricco seduto a tavola, non saprei come campare.

Microfono n. 1: «Esprima un desiderio»!

Prima di tutto desidererei diventare come quel ricco seduto a tavola  con te. Non mi basta più il diritto di mangiare le briciole. Voglio il mio diritto di sedere a tavola. Poi desidererei che cercaste di capire perchè siamo diventati così. Cercate di fare di meno e di capire di più. Tu, per esempio, non mi hai chiesto perchè sono ridotto in queste condizioni. O credi che sia io l’unico responsabile dei miei guai? O forse credi al destino? Non ti sei mai chiesto perchè il sottosviluppo galoppa nonostante la tua Chiesa cattolica mandi circa 60.000.000 euro all’anno alle missioni sparse nel mondo?

(Decisamente sfacciato il tipetto! Questa gente quando prende confidenza va a finire che alza la cresta e si candida a ingrossare le file dei terroristi).

 Stop all’intervista. Brevi convenevoli. Obolo di rito. Fine del sogno, anzi, dell’incubo.

Inizio a mettere ordine alle idee. Lazzaro mi ha suggerito, innanzitutto, di cercare le cause.
Ci provo: crisi del senso della socialità con forti spinte individualistiche; caduta del senso della legalità con inquinamento delle regole di una convivenza ordinata; crisi della partecipazione e della responsabilità con una abdicazione rispetto all’esercizio dei diritti-doveri di cittadinanza; crisi dei partiti e rinascita di aggregazioni lobbistiche, corporative o ad personam; crisi della moralità amministrativa; crisi della moralità economica.

Chiudo gli occhi e amo pensare che quel rottame umano di Eleazaro, in Paradiso galleggerà.




18 agosto 2024. Domenica 20a
Io sono pane vivo da mangiare. Insieme.

20 domenica B

Preghiamo. O Dio, che sostieni il tuo popolo con il pane della sapienza e in Cristo tuo Figlio lo nutri con il vero cibo, donaci l’intelligenza del cuore perché, camminando sulle vie della salvezza, possiamo vivere per te, unico nostro bene. Per Gesù il Cristo e nostro Signore. AMEN
 Dal libro dei Proverbi  9, 1-6
La Sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: «Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza».
Salmo 33 (34) Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. R/.
Temete il Signore, suoi santi: nulla manca a coloro che lo temono.
I leoni sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene. R/.
Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore.
Chi è l’uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene? R/.
Custodisci la lingua dal male, le labbra da parole di menzogna.
Sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca e persegui la pace. R/.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 5, 15-20
Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore. E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

IO SONO PANE VIVO DA MANGIARE. INSIEME. Don Augusto Fontana

Mi sono chiesto molte volte cosa significa l’aggettivo “vivo” aggiunto al pane. Innanzitutto l’aggettivo rimanda al suo contrario: “morto”. Esiste, allora, un pane morto e un pane vivo? Cosa avrà voluto dire Gesù e l’evangelista? Non riesco a entrare nelle loro profondità. Mi accontento di riferirmi alla mia esperienza. Il pane morto potrebbe essere quello immangiabile, duro come un sasso o ammuffito. Oppure il pane morto è quello che mangio a tavola con altri in un silenzio imbronciato e ostile, senza parola. Il pane vivo è quello condito con parola e con amicizia che dà gioia, coraggio, condivisione. Pane vivo è pane mangiato in relazione, in intimità. Pane e Parola, dunque, come dice la prima Lettura dal Libro dei Proverbi dove la Sapienza(Parola) dice: «Venite e mangiate il mio Pane». Pane e Torah, Pane e Parola.
Nella tradizione ebraica il pane disceso dal cielo è la Torah e ora Gesù viene a dire che questo pane è lui. La Torah è per la vita degli uomini, perciò molte volte si legge: ho mangiato il libro, ho divorato il libro, ho mangiato la parola, come ad esempio: “quando la tua parola mi venne incontro la divorai con avidità” (Geremia 15,16).  Ed anche: « Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra». Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza».(Apocalisse 10, 8-10).
Giovanni, nell’elaborazione del suo discorso eucaristico-cristologico nella sinagoga di Cafarnao, ha usato temi e spunti della letteratura sapienziale dell’Antico Testamento. Per questo la liturgia ci propone come prima lettura il cap. 9 del libro dei Proverbi. Capitolo costruito in due parti: nella prima è la Sapienza che invita l’intera umanità al suo banchetto, cioè alla sua intimità. Il pane e il vino sono presi come immagini della Sapienza. Nella seconda parte invece è la sua rivale, la stupidità malvagia, che ironicamente invita anch’essa le genti al suo banchetto. La stupidità ha sempre dei discepoli e degli invitati alla sua tavola.
Anche Gesù prepara la sua mensa per l’umanità. Questa parte finale del discorso di Cafarnao è un pezzo di omelia delle liturgie eucaristiche delle prime comunità. E’ quindi una meditazione su quella Cena che ogni domenica si celebrava spezzando il pane. Il testo ha il suo centro nella frase “La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda”.  La mente corre al cap. 15: «Io sono la vite voi i tralci: senza di me non potete fare nulla» che richiama la frase del v. 51 che pare essere la formula di consacrazione usata nella comunità di Giovanni: «Il pane che io do è la mia carne per la vita del mondo» che si collega all’altra «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Si noti l’insistenza nel brano dei pronomi personali: mio, me, lui. Si tratta di un rapporto personale. Il pranzo è in tutte le culture e religioni un simbolo di intimità e di comunione.
L’espressione “mangiare la mia carne” poteva suonare come una forma di cannibalismo impuro. Non si poteva toccare il sangue senza divenire impuri. Qui invece Giovanni addirittura anziché usare il termine normale che si usava per l’attività del mangiare, usa il verbo greco“troghein” che significa “rosicchiare, masticare”. Ma sappiamo che Giovanni usa il termine carne anziché corpo, perchè carne, nella lingua semitica-aramaica significa “tutta la persona” nella sua concretezza e limitatezza quotidiana e nella sua intimità spirituale, nella sua vita e nella sua morte. Mangiare carne e bere sangue significa partecipare alla passione e morte del Signore, alla sua Sapienza, la Sapienza della croce. Secondo Amos (8,11)c’è nell’umanità non tanto fame di pane e sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore: «Ecco, verranno giorni, – dice il Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore»).
Allora:

  • unione personale e dialogica con Gesù
  • partecipazione alla modalità concreta con cui ha condotto la sua vita
  • condivisione della sua Parola-sapienza.

Molti credono che dire “fare comunione” significhi “essere uniti”, mentre il significato etimologico del termine deriva da un lemma latino “cum-munus”, che significa “condividere lo stesso incarico, la stessa responsabilità, le stesse funzioni. Si tratta di essere come Lui, degli “uomini mangiati”.

Un racconto.
Un uomo, un giorno aveva fame, fame di pane, fame di amicizia, fame di vera vita. Egli aveva anche un po’ di pane. E mentre si accingeva a mangiarlo incontrò un affamato, affamato come lui di pane, di amicizia e di vera vita. Allora spezzò il pane e ne diede al suo compagno. Si guardarono negli occhi. Dividere il pane divenne per loro, senza dirsi nulla, il dividersi la loro fame e il parteciparsi la loro amicizia. Poi uno disse: «Ora manco solo della vera vita». E l’altro gli rispose che la vera vita non esiste. Ma intanto dividendo il pane tra loro, essi si erano divisi anche la loro comune fame di vera vita. A questo punto il primo amò tanto il suo amico che gli lasciò mangiare tutto il suo pane in modo che lui, lungo il cammino, cadde per la debolezza e morì. Il suo corpo fu il suo ultimo dono e fu come l’ultimo pane da dividere con il suo amico, come se attraverso questa nuova divisione e partecipazione avesse tentato di dargli la vera vita. E quando il secondo mangiava un pezzo di pane, questo pane diventava il ricordo, la memoria dell’amico che si era sacrificato per lui. Il suo pane era diventato l’amico stesso. Era pane sacro. Così il primo aveva diviso con l’altro il pane di frumento, il pane dell’amicizia, il pane del desiderio di una vita nuova, il pane del dono totale della vera vita.