Festival ECONOMIA E SPIRITUALITA’

AL VIA A PRATO IL «FESTIVAL DI ECONOMIA E SPIRITUALITÀ»
Il capitalismo è una nuova religione popolare. Come svincolarsi?
Avvenire 23/11/24

PROGRAMMA IN: Festival economia e spiritualita

Il “Black friday” come festoso rito di consumo prenatalizio, la spesa al supermercato la domenica mattina, i pellegrinaggi verso gli outlet o quei templi votati allo shopping infinito che sono i centri commerciali… Nelle singole azioni quotidiane possiamo non rendercene conto, ma con uno sguardo più ampio è difficile non vedere nel capitalismo, come nella sua trasposizione giornaliera che è il consumismo, una nuova religione popolare. Un culto che ci accompagna nel passaggio da una dimensione all’altra della vita, si tratti della casa che abitiamo, del luogo di lavoro con le sue dinamiche aziendali, delle attività nel tempo libero. Come svincolarsi? Come attraversare il mondo contemporaneo con un passo adeguato alla natura più autentica dell’essere umano? Parlandone, innanzitutto. Riflettendo e discutendo insieme. È l’obiettivo del Festival di Economia e Spiritualità che si tiene da sabato 23 novembre a domenica 1° dicembre in alcune città toscane e il cui tema per questa nona edizione è, appunto, “Capitalismo come religione”. «L’argomento scelto è frutto dell’intuizione dell’economista Luigino Bruni – spiega padre Guidalberto Bormolini, antropologo e ideatore del Festival insieme a un altro economista, Francesco Poggi -. Le ricerche dicono che più del settanta per cento delle persone ha un bisogno inespresso di spiritualità. Questo vuoto è però occupato da capitalismo e consumismo, capaci di offrire solo cliché religiosi e surrogati dei riti autentici». Gli esempi non mancano, come ricorda padre Bormolini, dalle promesse di paradisi delle agenzie di viaggio all’illusione che il desiderio di infinito possa essere appagato da consumi infiniti, abbandonando tuttavia gli esseri umani a un’insoddisfazione permanente. Lo spiega bene Bruni: «Il capitalismo, sul crepuscolo degli dèi tradizionali, è di fatto diventato la sola vera religione popolare del XXI secolo. La forza culturale del capitalismo sta proprio nel suo essere un’esperienza globale, un culto, una cultura onnicomprensiva e avvolgente. Per superare la religione/ idolatria capitalistica occorrono nuove prassi, nuove esperienze. Non basta scrivere libri o articoli, non è sufficiente costruire teorie, perché anche la nuova cultura economica, che in tanti vogliamo più umana, più inclusiva, circolare, nascerà dalla prassi e dal pane quotidiano». È con questa ambizione, di incidere nel concreto, che l’edizione 2024 del Festival di Economia e spiritualità porterà testimonianze ed esperienze nelle città ospitanti – Prato, Capannori, Lucca, Scandicci, Vaglia, Pistoia e Pisa. Tra i molti ospiti il sociologo Mauro Magatti, gli economisti Stefano Zamagni e Leonardo Becchetti, madre Noemi Scarpa, il poeta Davide Rondoni, il teologo Massimo Faggioli, il cantautore David Riondino, vari esponenti religiosi (il programma è sul sito festivaleconomiaespiritualita. it). «Abbiamo voluto mettere insieme l’economia, che è al centro delle grandi scelte politico culturali contemporanee, alla spiritualità, per un modello in cui l’homo oeconomicus lasci spazio all’homo integralis, cioè a una visione dell’essere umano in equilibrio nelle componenti di corpo, psiche e spirito – spiega padre Bormolini -. Oggi il mercato pretende di soddisfare anche la sete di spiritualità, nel momento in cui l’invito è principalmente a “stare bene con sé stessi”, mentre il diritto alla felicità si declina insieme, nella dimensione della comunità, ovvero della relazione, della cura, dell’amore». (M.Ca.)




Dalla cella alla recidiva zero: così il lavoro salva
F.Fulvi (Avvenire 22/11/24)

Dalla cella alla recidiva zero: così il lavoro salva.

Fulvio Fulvi (Avvenire 22/11/24)

 Il caso delle 30 persone rinate dall’esperienza detentiva. Il cappellano don David Maria Riboldi: uno solo ha commesso nuovi reati. Decisivo l’incontro con imprenditori avveduti. La It’s Right: paghiamo i detenuti quanto gli altri dipendenti

Anche dal carcere si può ripartire per una nuova vita a “recidiva zero”. Con il lavoro è possibile. Lo dimostrano le 30 persone rinate dalla dura esperienza detentiva in istituti di pena lombardi, grazie a progetti di inclusione promossi, in quattro anni di attività, dalla Cooperativa La Valle di Ezechiele di Fagnano Olona, nel Varesotto. «Uno solo di questi ha commesso nuovi reati una volta uscito, ma gli altri conducono una vita da onesti cittadini », racconta il cappellano della Casa circondariale di Busto Arsizio, don David Maria Riboldi, tra i fondatori della società non profit che dal 23 novembre del 2020, stabilendosi in un capannone dell’ex cotonificio Candiani, è impegnata sul fronte del recupero umano e sociale dei detenuti. Un esempio tra tutti è quello di E. L., 46 anni, recluso di origini albanesi che, da lunedì scorso, è stato autorizzato a uscire dall’istituto penale di Bollate perché ammesso all’articolo 21, che consente di lavorare all’esterno: tutte le mattine parte, va in ufficio e la sera ritorna in cella. L’uomo, ricordano i volontari della cooperativa, è stato sempre un gran lavoratore, anche quando stava dentro 24 ore al giorno: ha fatto il falegname nel laboratorio del carcere, poi lo “spesino”, cioè il detenuto che raccoglie le richieste dei compagni per la spesa nello spaccio del penitenziario e, ultimamente, il manutentore della macchinetta per i caffè. Si è dato sempre da fare per gli altri. Adesso è stato assunto con regolare contratto dalla “It’s Right” di Milano che si occupa dei diritti musicali per musicisti e cantanti: a lui spetta il compito di inserire nel computer, e organizzare in un apposito sistema, i dati sugli artisti che deve trattare l’azienda. A fianco a lui, per svolgere lo stesso lavoro, c’è un suo compagno di detenzione, P. D., un coreano, con il quale, negli otto anni trascorsi insieme dietro le sbarre, è diventato molto amico. Finalmente, con uno stipendio dignitoso, il detenuto albanese può aiutare la moglie e i figli a mantenersi. «Ringrazio soprattutto don David che sin dall’inizio ha creduto in me», commenta. La fiducia, infatti, è il primo ingrediente necessario se si vuole intraprendere un serio cammino di riscatto. Ma non è mai scontata. Bisogna meritarsela. «Servono impegno, volontà da parte di tutti e tanto sostegno della Provvidenza», precisa don David. I progetti di recupero sociale della cooperativa Valle di Ezechiele sono sempre individuali, ritagliati su misura per chi è nelle condizioni, umane e giudiziarie, di poterli sostenere. Ma è necessario trovare la disponibilità di imprenditori del territorio che hanno la mente aperta e comprendono l’utilità di questa “forza lavoro”. Sono vite che possono essere salvate. C’è la “legge Smuraglia” che favorisce l’assunzione di detenuti all’interno delle carceri, con sgravi di tipo contributivo e previdenziale ma, nel caso della Valle di Ezechiele, che opera in provincia di Varese, essenziale è stato l’apporto del prefetto Pasquale Salvatoriello, che ha reso possibile la stipula di protocolli specifici con la locale Camera di Commercio e le associazioni di categoria. Le 30 persone prese in carico finora dalla coop presieduta da Anna Bonanomi (che dopo 26 anni di lavoro in banca con ruoli di responsabilità, si è licenziata per poter svolgere questo impegno sociale a tempo pieno), hanno avuto opportunità in ristoranti, pizzerie, in un birrificio e una ditta importante che produce sacchetti per alimenti, panetterie e pasticcerie. Insomma, la ruota gira nel verso giusto. Il progetto che fa capo alla It’s Right, che ha sede in piazza Fontana a Milano, è partito da sei mesi e potrà essere sviluppato per altri cinque anni, anche per altri detenuti. « La nostra è una società benefit che gestisce, in Italia e all’estero, i compensi per i diritti connessi, dovuti per la pubblica diffusione di musica registrata ad artisti e produttori – spiega il titolare, Gianluigi Chiodaroli –; ad oggi rappresentiamo più di 280.000 artisti e oltre 6.600 produttori discografici italiani e internazionali. Abbiamo costituito un’unità di lavoro nella sede della Valle di Ezechiele, per offrire loro una formazione base legata all’attività lavorativa d’ufficio per l’acquisizione di competenze nella gestione di grandi banche dati. Il nostro obiettivo – conclude Chiodaroli – è arrivare a creare una organizzazione integrata tra i nostri dipendenti e i detenuti che sono retribuiti con uno stipendio parificato a quello applicato ai nostri dipendenti ». Inoltre, per questi progetti, l’impresa di servizi non ha usufruito di alcuna agevolazione statale. «Lo facciamo perché crediamo nella funzione sociale che un’azienda come la nostra può svolgere».




Amerai il tuo Dio in tutto il tuo cuore…
Erri De Luca

AMERAI IL SIGNORE TUO DIO IN TUTTO IL TUO CUORE, IN TUTTO IL TUO FIATO, IN TUTTE LE TUE FORZE.

Erri De Luca ( da “Penultime notizie circa Ieshu/Gesù”. La caloria pulita.  Ed. Messaggero, Padova)

 Cosa aveva di speciale la divinità della scrittu­ra sacra che irrompeva in margine al Mediterraneo, nel tempo e nel luogo più politeista della storia dell’umanità? Sulle coste fumanti di altari dedicati alle più innumerevoli schiere divine, spuntava la notizia di una divinità unica e sola che escludeva tutte le altre. Cosa aveva di più il monoteismo per cancellarle dalla superficie del suolo e dalle profondità dei riti?
La sua notizia non si appoggiava su un popolo potente che poteva imporla con le armi, né impie­gava la lingua dominante, l’inglese dei suoi tempi. La differenza stava e resta in questo: l’uso del verbo amare. Amava e chiedeva di essere riamata. Bussa­va alla più forte delle risorse umane. Nessuna delle divinità precedenti pretendeva tanto.
«E amerai Iod[1] tuo Elohìm» la formula ebraica è un imperativo al futuro. È meno perentoria di un imperativo presente. «E amerai» è un programma di perfezione, da realizzare con l’esperimento, con allenamento. Così forzerai i limiti delle capacità, allargherai dentro di te la produzione della caloria pulita dell’amore, che arde senza consumarsi.
Amerai Iod tuo Elohìm: ma come? Qui la di­vinità non lascia alla discrezione personale, ma impone una formula: «In tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze».
Nelle traduzioni si legge più spesso: «con tut­to il…», «con» e non «in». L’ebraico dice «in», dentro il cuore, dal suo interno e non con lo strumento del cuore. È una differenza che misura la distanza di oggi da quella notizia sacra. Per noi og­gi il cuore è un organo di servizio, un meccanismo che la chirurgia manipola, restaura con bypass e pacemaker, perfino sostituisce. Per noi moder­ni il cuore è un organo sprovvisto d’intenzione, tutt’al più è l’eterno fanciullo che s’innamora a ogni età. Perciò traduciamo «con» il cuore, per mezzo di quest’organo meccanico. Per gli ebrei di quelle scritture, il cuore è il centro di comando, la capitale della persona umana. Dentro di essa, «in», si sprigiona la forza centrifuga dell’amore per la divinità.
Allora amerai in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze. Tre volte qui è richiesta la totalità delle energie fisiche, il loro sac­cheggio e svuotamento. E intanto, a prima vista, cosa manca all’elenco? Manca, perché inservibile, la richiesta di ricorrere all’intelligenza della mente, alla sua ricerca e alla sua indagine. Qui, in queste faccende dell’amore per la divinità, non sta nem­meno in coda all’elenco una scienza, uno studio, una teologia. Qui l’amore rastrella tutt’altre forze, quelle piantate in ogni creatura come linfa in un albero. Qui si chiede alla linfa di salire.
In tutto il tuo cuore. Per l’ebraico antico il cuore è come un re nella battaglia, sta al centro delle decisioni e delle pron­tezze. La nostra civiltà mette al governo la testa, relegando il cuore a pentola di emozioni. Per noi la testa è adulta, il cuore è infanzia. Dobbiamo risalire al primo tempo, all’urto del monoteismo in mezzo al mondo, per ridare peso al cuore e così intendere la richiesta di Salomone. Quando riceve in sogno l’offerta di un dono da parte della divinità, rispon­de senza esitare: «un cuore che ascolta» (1 Re 3,9). Salomone il saggio per eccellenza, il leggendario sapiente esperto in tutte le conoscenze, il principe degli intellettuali di ogni tempo, chiede e ottiene un cuore che ascolta. Perché è quello l’organo del­l’intelligenza. L’antico ebraico sapeva che la cono­scenza si radica nel cuore, non nel remoto cervello, sede di organi di superficie, naso, occhi, orecchie, gusto. Sa che senza uno scatto di cuore, non si fissa esperienza. Solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a differenza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno. Di questo sta parlando la divinità quando chiede di essere amata «in tutto il tuo cuore». Come misurare questo tutto? Non si dà scale di valori, non va a litri, a chili. Misura è il riempi­mento dei bordi, sentire che tracimano. L’esperien­za di avere superato la capienza del proprio cuore è l’unità di misura. La certezza di essere arrivati al colmo della capacità di amare è l’esperienza ri­chiesta. È estremista la divinità che la richiede. Ma essa sa che l’amore è una strana provvista: solo quando è al suo colmo ed è tutta versata fino allo svuota­mento, solo a quel punto aumenta. Chi dà tutto in amore non si ritrova sul lastrico, ma più fornito di prima. È misteriosa ma certa la sua legge: esige il consumo totale per aumentare. «O siate men soave o ingrandite il mio cuore», chiede santa Caterina per poter reggere la piena del suo amore per la divi­nità. E la divinità non ci pensa nemmeno a essere da meno, perciò tocca al cuore di allargarsi. Rimesso il pezzo al centro, non suona più estremista la richiesta di amare «in tutto il tuo cuore».
«E in tutto il tuo fiato»? Pure. Con la pienezza di voce e di polmoni, con parole e con canti, con so­spiri e singhiozzi e sorrisi, con tutta la varietà degli strumenti a fiato, con tutte le sfumature di volume dal bisbiglio al grido. La divinità vuol essere chia­mata. Serve l’intera scorta di fiato fino all’apnea per poi riempire di nuovo gli alveoli. Ogni sportivo sa che la sua riserva è accumulata dall’allenamento che forza i limiti di tenuta e di resistenza. Così è la richiesta di amore «in tutto il tuo fiato»: ogni volta svuotato fino al bisogno violento di inghiottire al­tra aria da naso e bocca per proseguire, sollevando il torace per accogliere la nuova scorta, il fiato è forza di vita indipendente dalla volontà. Chi ama così, in tutto il fiato, non ha resto per altri pensieri, altre mosse. Chi ama così è intero, un’unica intenzione. È uno, come una è la divinità. Questo modo di amare, è il suo «uno a uno», che non è una x sulla schedina, non è pareggio, è sac­cheggio di ogni risorsa. In matematica uno per uno dà risultato uno. In amore uno per uno fa avvenire lo scambio, l’andata e ritorno da uno a uno.
«In tutte le tue forze»: anche il resto del corpo, nervi, ossa, muscoli, organi, tessuti sono coin­volti dalla piena d’amore. Dopo cuore e fiato, fornitori d’ossigeno, tocca alle forze far reagire il corpo all’unisono. È un coro il corpo umano e solo nell’amore raggiunge la stesa nota, tonalità e volume. È strano come sia così esperta di fisiologia la notizia sacra. Esercita la sua presa sul corpo intero, lo coinvolge non come strumento, ma come fine dell’esperimento dell’amore, massimo sentimento estrai bile dal giacimento delle risorse umane. Qui le forze del corpo sono luci accese tutte insieme, qui c’è irradiazione dall’interno che si sprigiona fuori e niente resta spento, inerte, in ombra. La no­tizia sacra implica una risposta atletica del corpo, e ne è capace anche il più ferito, il più malato.
A differenza di cuore e di fiato, le forze dipen­dono da una volontà, da un’intenzione. Arrivano perciò in fondo alla lista delle tre totalità. Dopo cuore e fiato arriva il turno di prontezza del resto della persona. Le sue forze vanno ad aggiungersi spontaneamente alle altre due indipendenti.
Non so se la teologia cristiana si sia già im­padronita di questa trinità del corpo impegnata nell’amore. Dal mio punto di vista la somiglianza è fatta: padre è il cuore, figlio il fiato, spirito santo le forze riunite. Sono tre punti di un’unità tenuta insieme dal comando di amare. Senza questa energia che li concentra; cuore, fiato e forze si disperdono nei loro circuiti separati.
«E amerai Iod tuo Elohìm»: il verbo imperativo è al futuro perché il traguardo di questa perfezione è fuori portata, ma chiama lo stesso in quella dire­zione. La divinità chiede amore perché esso colma chi lo dà, non chi lo riceve. Chiede amore non per riceverlo, ma per addestrare la creatura a darlo. Così il monoteismo ha fatto breccia nel fitto degli idoli e ha sbaragliato la loro concorrenza accam­pandosi in cuore, fiato e forze della persona.
Ma non è solo affare tra divinità e creatura, questo amore. «E amerai il tuo compagno come te stesso», è scritto in Levitico/Yaikrà (19,18). È ope­ra difficile. Qui per compagno s’intende il vicino, anzi il prossimo che è superlativo di vicino, cioè il più vicino a te. Perché non ti è imposto di amare tutta l’umanità, però quella che sta nel tuo raggio, che inciampa un metro avanti, quella persona sì. Nel comandamento c’è un tu e c’è una persona da amare, perché l’amore avviene da uno a uno.
L’ordine della frase: «E amerai il tuo compagno come te stesso», dice: prima amerai il tuo compa­gno. Così conoscerai l’amore per te stesso. La quan­tità di amor proprio sarà quanto l’amore dato al prossimo. Lo amerai, così amerai te stesso. L’egoista è scarso perché sviluppa poco amore, ama se stesso ma non quanto potrebbe, se sviluppasse attraverso l’amore per il prossimo. L’egoista si esclude dal cir­cuito di arricchimento dell’amore, che passa attra­verso l’amore per il prossimo. L’egoista è anemico.
Invece più ami il prossimo, più amerai te stesso. La scrittura sacra conosce notizie che sembrano nuove a ogni generazione che le sperimenta.
Infine c’è in questo comandamento la racco­mandazione di amare anche se stessi. Amare l’al­tro non più di se stessi, ma come. Non si deve esagerare per entusiasmo, non si deve guastare il meccanismo sano dell’amore per il prossimo, che poi ricade sopra se stessi. La persona è importante, non deve annullarsi per l’altro e per l’altrui. Deve tenerli in pari, l’amore per il prossimo e quello per se stessi.


[1]  la lettera Jod  è la prima lettera del nome impronunciabile JaHWeH. Per non pronunciare il NOME lo si sostituisce pronunciando solo la prima lettera JOD.




La regalità di Cristo è pienezza d’umano
Ermes Ronchi

La regalità di Cristo è pienezza d’umano
Ermes Ronchi (Avvenire 22/11/2012)

Due uomini, Pilato e Gesù, uno di fronte all’altro. Il confronto di due poteri opposti: Pilato, circondato di legionari armati, è dipendente dalle sue paure; Gesù, libero e disarmato, dipende solo da ciò in cui crede. Un potere si fonda sulla verità delle armi e della forza, l’altro sulla forza della verità. Chi dei due uomini è più libero, chi è più uomo? È libero chi dipende solo da ciò che ama. Chi la verità ha reso libero, senza maschere e senza paure, uomo regale.
Dunque tu sei re?
Il mio regno però non è di questo mondo.
Gesù rilancia la differenza cristiana consegnata ai discepoli: voi siete nel mondo, ma non del mondo. I grandi della terra dominano e si impongono, tra voi non sia così.
Il suo regno è differente non perché riguardi l’al di là, ma perché propone la trasformazione di «questo mondo». I regni della terra, si combattono, i miei servi avrebbero combattuto per me: il potere di quaggiù ha l’anima della guerra, si nutre di violenza. Invece Gesù non ha mai assoldato mercenari, non ha mai arruolato eserciti, non è mai entrato nei palazzi dei potenti, se non da prigioniero. «Metti via la spada» ha detto a Pietro, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento, del più crudele. Dove si fa violenza, dove si abusa, dove il potere, il denaro e l’io sono aggressivi e voraci, Gesù dice: non passa di qui il mio regno.
I servi dei re combattono per i loro signori. Nel suo regno no! Anzi è il re che si fa servitore dei suoi: non sono venuto per essere servito, ma per servire.
Un re che non spezza nessuno, spezza se stesso, non versa il sangue di nessuno, versa il suo sangue, non sacrifica nessuno, sacrifica se stesso per i suoi servi. Pilato non può capire, si limita all’affermazione di Gesù: io sono re, e ne fa il titolo della condanna, l’iscrizione derisoria da inchiodare sulla croce: questo è il re dei giudei. Che io ho sconfitto. Ed è stato involontario profeta: perché il re è visibile proprio lì, sulla croce, con le braccia aperte, dove l’altro conta più della tua vita, dove si dona tutto e non si prende niente. Dove si muore ostinatamente amando. Questo è il modo regale di abitare la terra, prendendosene cura.
Pilato poco dopo questo dialogo esce fuori con Gesù e lo presenta alla folla: ecco l’uomo. Affacciato al balcone della piazza, al balcone dell’universo lo presenta all’umanità: ecco l’uomo! l’uomo più vero, il più autentico degli uomini. Il re. Libero come nessuno, amore come nessuno, vero come nessuno. La regalità di Cristo non è potere ma pienezza d’umano, accrescimento di vita, intensificazione d’umanità: «il Regno di Dio verrà con il fiorire della vita in tutte le sue forme» (G. Vannucci).
(Letture: Daniele 7, 13-14; Salmo 92; Apocalisse 1, 5-8; Giovanni 18, 33-37)




24 novembre 2024. FESTA PASQUALE di CRISTO SIGNORE.

FESTA PASQUALE di CRISTO SIGNORE.

Preghiamo. O Padre, che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Signore e salvatore, e ci hai resi partecipi del sacerdozio regale, fa’ che ascoltiamo la sua voce, per essere nel mondo fermento del tuo regno di giustizia e di pace. Per Gesù Cristo il nostro Signore.
Dal libro del profeta Daniele 7,13-14
Guardando nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo  uno simile a un figlio d’uomo;  giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.  Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai,  e il suo regno non sarà mai distrutto.
Salmo 92. Il Signore regna, si riveste di splendore.
Il Signore regna, si riveste di maestà:  si riveste il Signore, si cinge di forza.
È stabile il mondo, non potrà vacillare.  Stabile è il tuo trono da sempre,  dall’eternità tu sei.
Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa  per la durata dei giorni, Signore.
Dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 1,5-8
Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.  A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.  Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen!  Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Dal Vangelo secondo Giovanni 18,33-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».  Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

QUESTO CROCIFISSO E’ IL SIGNORE. Don Augusto Fontana

Senza re, regine, cavalli e fanti.
L’ultima Domenica dell’Anno liturgico ha tutte le connotazioni della festa di Pasqua. La festa, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Cristo nel tempo: «Cristo ieri, oggi e sempre; a lui gloria e potenza nei secoli in eterno[1] ». La festa fu istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo: se Cristo è Re, vuol dire che la chiesa è Regina! Ciò è avvenuto sia in epoche di clericalismo e sia in epoca laicista quando la Chiesa rivendicò leadership per il traino di legislazioni a favore delle proprie strutture e per la salvaguardia di valori ritenuti irrinunciabili. E’ anche vero che con il franare del regime di cristianità, la società rischia di mettere in causa una giusta concezione della regalità di Cristo relegandola al puro ambito dello spirito e delle sacrestie, ma ciò non giustifica nostalgie bigotte ed integraliste; semmai spinge i cristiani ad inventare nuove forme dolci e convincenti di presenza nella convivenza sociale evitando forme di massoneria o di lobbys cattoliche. I delegati alla Prima Assemblea sinodale delle Chiese in Italia[2] in San Paolo fuori le Mura: «Chiesa esci dalla comfort zone! Negli anni Settanta del secolo scorso uno slogan in voga era “Cristo sì, la Chiesa no”. Oggi il no si è esteso anche a Cristo. Di qui la necessità di puntare tutto nuovamente sulla centralità di Gesù, dando valore ai germogli che già ci sono».
Scrive Olivier Clément in “IL POTERE CROCIFISSO”[3]:  «A poco a poco capiremo che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà».
Il monaco Enzo Bianchi nel suo “LA DIFFERENZA CRISTIANA”[4]  scrive: «La fede è così mondanizzata e la chiesa politicizzata, a tal punto da essere ferita nella sua qualità comunionale. Emerge ormai un cristianesimo senza fede intesa come quella adesione a Gesù Cristo che si traduce in una sequela, in una vita totalmente coinvolta nella sua vita fino, diciamolo chiaramente, alla croce. Ciò che invece conta ed è determinante non è più la sequela – questa faticosa, esigente, perseverante condotta di vita secondo il vangelo. Non importa più la coerenza tra quel che si vive, personalmente e comunitariamente, e le esigenze poste da Cristo ai suoi discepoli in materia di sessualità, di matrimonio, di capacità di condivisione, di giustizia, di riconciliazione e di pace. In una parola: non si guarda più se in una persona sono presenti quelle «obbedienze» al vangelo che «fanno» il cristiano, nonostante e al di là delle fragilità umane che sempre lo accompagneranno; si guarda invece alla capacità di assumere il cristianesimo come identità culturale, come istanza religiosa nel pluralismo delle fedi, come possibilità di coesione in un mondo frammentario e diviso».
Gesù: la sua prassi messianica nel contesto del suo tempo[5].
Gesù non si attribuì mai il ruolo di Re e quando qualcuno volle farlo Re si rese irreperibile. Imponeva anche il “silenzio messianico” a coloro che avevano fretta di annunciare, prima della croce, la sua prassi messianica. Aveva detto di essere il Pastore, la Via, la Verità, la Vita, lo Sposo, il Maestro, il Figlio del Padre, la Vite. Per quale reato allora arrivano a processarlo? Ricostruiamo alcuni tratti della prassi messianica di Gesù all’interno del sistema di organizzazione sociale e religiosa del suo tempo.  Tutta la Legge giudaica può essere suddivisa in sistemi di proibizioni. Erano considerati impuri alcuni cibi, il sangue animale e umano, il sangue mestruato e lo sperma, alcune malattie infettive come la lebbra. Gli animali destinati ai sacrifici non dovevano avere difetti ed i sacerdoti ciechi o rachitici non potevano salire sull’altare del sacrificio. La circoncisione definiva l’area di appartenenza al popolo di Jahwè, Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Con il rispetto del Sabato, del Tempio e del culto si doveva, in un certo senso, saldare i debiti con Dio che donava vita, cibo, Legge e perdono. Il Tempio era anche una specie di banca per il finanziamento delle opere pubbliche e religiose. Poichè queste prescrizioni erano spesso disattese, si era formata una “setta” detta dei farisei, osservanti di interminabile serie di casistiche e precetti, in contrapposizione ai sadducei più materialisti e lassisti. Chi trasgrediva palesemente le interdizioni legali era considerato pubblicano (peccatore pubblico) o, se malato di mente, veniva considerato indemoniato. Alla base della piramide di tutto il sistema stavano i pagani incirconcisi che non potevano entrare nelle case degli Israeliti nè sposare le loro figlie. In ogni villaggio o città la sovrastruttura politica era composta dal consiglio degli anziani costituito da membri puri di razza e ricchi; dovevano risolvere i litigi ed emettere le sentenze. Questo apparato veniva controllato da lontano dal Procuratore romano che risiedeva al Nord (Galilea). Sommi sacerdoti, grandi proprietari e commercianti collaboravano con il potere invasore. Il proletariato e la piccola borghesia, angariati dall’apparato giudaico, negli anni 66-70 si unirono ai guerriglieri zeloti nella ribellione contro Roma. Gli zeloti erano composti da lavoratori agricoli e schiavi fuggiaschi che si organizzavano in bande armate, rifugiandosi sulle montagne della Galilea, compiendo incursioni e, in caso di cattura, venivano crocifissi. Gesù diventa una minaccia a tutto questo sistema: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato. Il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato” (Mc.2,27). La lacerazione inizia puntualmente: “Appena usciti, i farisei si riunirono immediatamente con i seguaci di Erode per tramare contro di lui e decidere di eliminarlo” (Mc. 3,6). Gesù si sottrae ad ogni populismo ambiguo ed adotta una strategia di semi-clandestinità: si ritira spesso da solo a pregare o si sottrae alle folle in luoghi deserti. Il vero rischio che Gesù teme non è quello della vita, ma quello dell’interpretazione del suo messianismo in termini trionfalistici. Il pericolo di questa ambigua interpretazione non veniva solo dalle folle, ma anche dall’interno del suo gruppo di discepoli tra i quali c’era Simone il cananeo e Giuda il sicario (chiamato abitualmente Iscariot): forse due zeloti. Quando, come scrive il Cap.11 di Marco, Gesù arriva a Gerusalemme il grido popolare è uno slogan abitualmente usato nelle manifestazioni zelote: «Hosanna! (Salvaci!). Benedetto sia, nel nome del Signore, colui che arriva! Benedetto sia il regno che viene, il regno del nostro padre Davide». Ma Gesù aveva già adottato una strategia che non lasciava dubbi: era entrato seduto su un asinello che serviva per il trasporto quotidiano, mentre le incursioni zelote venivano fatte con i cavalli. Tuttavia, affermare che Gesù non volle essere considerato un Messia secondo le aspettative del tempo, non significa ridurlo ad un Messia delle anime o fuori della storia. Di fatto Gesù adotta una prassi messianica: con la prassi delle mani si dedica alla creazione di rapporti economici nuovi, per la condivisione e il servizio, per la riammissione, nel circuito sociale e religioso, degli esclusi; con la prassi dei piedi e del camminare va incontro e cerca. Gesù fu un rabbi itinerante anche in territori impuri. Egli si fa vicino e prossimo invitando a fare altrettanto; con la prassi del cuore Gesù dissequestra Dio dal culto formalista e dalla preghiera esteriore per farlo diventare un Padre con cui entrare in rapporto filiale da parte di chiunque ed in qualsiasi momento o luogo.
Celebrare e vivere Cristo-Signore.
Riconoscere che Cristo è mio-Signore «significa – come dice il Card. Martini[6]  – che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo».
Riconoscere e celebrare Cristo-Signore significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
Riconoscere e celebrare Cristo-Signore significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore cristiano della sua prassi messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi.
Riconoscere e celebrare Cristo-Signore significa mantenere vivo il sospetto contro le multiformi idolatrie. L’indimenticabile monaco Carlo Carretto dedicò a questo tema un capitolo del suo CIO’ CHE CONTA E’ AMARE[7]: «Mi sono chiesto sovente dove risiede il pericolo dell’idolatria. Io penso che il pericolo è in noi e che il peccato di idolatria sia un peccato di tutti i tempi. L’uomo dell’Antico Testamento aveva la tentazione di farsi un idoletto di legno o di avorio o di argento per metterlo penzoloni alla sella del suo cammello e l’uomo d’oggi ci prende gusto a mettere un santino in tasca al posto di Dio. E’ la stessa cosa, più o meno. L’uomo vuol fuggire allo sforzo di pensare Dio nella sua pura Trascendenza, nel suo Mistero e trova più comodo dargli un volto a buon mercato che rimpiazzi la sua intoccabilità con qualcosa che si possa toccare e che stia vicino e che soprattutto abbia tanti poteri taumaturgici da guarire quando si è malati e da arricchirci quando si è poveri. Qui non sto parlando male del culto dei santi. Tale culto è una cosa seria quando fa parte ed è tutt’uno con l’altro culto che gli è centrale: il culto e l’adorazione di Dio. In origine erano oggetti cristiani degni di culto, ora in mano agli idolatri sono diventati idoli. Quanti idoli fatti di medaglie, immagini, crocette. Non temo di dire che quanto più scade la fede autentica, illuminata, forte in un popolo, più aumentano le botteghe dei santini. Io ne ho trovato ovunque di questi altari dell’idolatria moderna, perfino in chiesa. Immaginiamo fuori! E’ certo che l’idolatria e la superstizione sono ancora forme religiose anche se deteriori e accompagnano sovente l’uomo non più illuminato dalla fede».
Scrisse Bonhoeffer, pastore luterano impiccato dai nazisti: «Dio non deve essere riconosciuto solo ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita».


[1] Lettera agli Ebrei 13,8; Apocalisse 1,6.
[2] AVVENIRE sabato 16 novembre 2024
[3] Ed,Qiqajon, Bose, 1999, pag. 64
[4] Ed. Einaudi
[5] Mi avvalgo di F.Belo “Una lettura politica del vangelo” Ed. Claudiana.
[6] C.M.Martini, Il Dio vivente, PIEMME, 1991, pagg. 59-61.
[7] Ed. Fondazione Apostolicam actuositatem, 2004




17 novembre 2024. Domenica 33a
CONTEMPORANEI DEL FUTURO

Domenica 33°

Preghiamo. Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Daniele 12,1-3
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.
Salmo 15. Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla lettera agli Ebrei 10,11-14.18
Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici, perché essi non possono mai eliminare i peccati. Cristo al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai soltanto che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ora, dove c’è il perdono dei peccati, non c’è più bisogno di offerta per essi.
Dal Vangelo secondo Marco 13, 24-32
In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre.
Consiglio di leggere, prima del seguente commento, l’intero capitolo 13 di Marco.

Contemporanei del futuro. Don Augusto Fontana

Il suolo della storia è vulcanico.
I testi biblici di oggi abbondano di visioni apocalittiche che solleticano paure e sollecitano sapienze. Il linguaggio biblico apocalittico non ci appartiene più; forse serve solo a scenografi di kolossal catastrofici. Le geremiadi sulla fine del mondo ci lasciano inebetiti più per incredulità che per paura. E’ facile scadere in interpretazioni riduttivamente letterali sulla fine del mondo o in esortazioni vagamente spiritualistiche. La cultura e la spiritualità della “soluzione finale” e del millenarismo – peculiari di Mormoni, Testimoni di Geova o Avventisti del Settimo giorno – stanno espandendosi dal Nord-America in Europa. Anche tra i cattolici si sta sviluppando un certo interesse per il futuro del mondo a partire dai disastri ecologici frequenti, dai permanenti conflitti armati, dalla diffusione di minacciose epidemie, dall’infettante nichilismo nella vita e nel lavoro. Nei paesi ricchi questi problemi vengono annegati nell’affarismo e nel consumismo; nei paesi poveri prevalgono problemi contingenti di sopravvivenza. Tutti, in ogni caso, ci difendiamo bevendo il calice dolce o amaro di ciò che il convento passa giorno per giorno, senza eccessive preoccupazioni di giudizi finali o di capovolgimenti improbabili. Oggi si tratta di capire se l’annuncio cristiano è un annuncio tenebroso e malaugurante della fine delle cose o un invito a buttarsi in una trasfigurazione in atto. Scrive Olivier Clément [1]: « La vera storia si gioca alla frontiera del visibile e dell’invisibile. “Il suolo della storia è vulcanico” diceva Berdjaev. Lo studio dei movimenti del sottosuolo c’insegna che uno spostamento di alcuni millimetri negli strati profondi della scorza terrestre provoca un terremoto in superficie. Il contemplativo immerso nel silenzio e ogni atteggiamento di preghiera, di apertura al mistero, provocano nella storia un’irruzione dell’eternità e permettono quelle creazioni di vita e di bellezza che, a loro volta, terranno desti i cuori». Si tratta di capire se ciò che io spero, determina la qualità e il senso di ciò che io vivo: «Nel profondo dell’inverno ho imparato che dentro di me riposa un’estate invincibile [2]».
Messaggi in codice per opportuni risvegli.
La Parola di Gesù è stata codificata, dalle prime generazioni cristiane, come Buona-notizia, Ev-angelo. Non si può dire, a cuor leggero, che gli annunci apocalittici siano belle notizie, tuttavia contengono una verità da cui è bene non prendere eccessive distanze; è proprio passando attraverso la cruna d’ago della verità inaccettabile della fine delle cose che si può capire la novità del Vangelo che ha dell’incredibile: «Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venireIl cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13, 26.31).
Chi se la passa bene non invoca certo la fine della goduria: «Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo» (Matteo 24, 37-39). Chi è pressato da persecuzioni, fallimenti e dolori, come le comunità tribolate del profeta Daniele e dell’evangelista Marco, tende l’orecchio e punta gli sguardi verso promesse che tardano e consolazioni che giungono da lontano: «Coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa gridarono a gran voce: “Fino a quando, Signore santo che mantieni le promesse, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue?”»  (Apocalisse 6, 9-10).
Agli uni e agli altri, ai buontemponi e agli afflitti, il profeta evangelizzatore rivolge la parola di risveglio, di vigilanza, di coraggio e consolazione. Usa tecniche comunicative diversificate secondo i destinatari e il contesto. Tra questi linguaggi esortativi se ne distinguono due dal sapore un po’ esotico: il linguaggio escatologico e quello apocalittico. Con l’uno si sussurra, con l’altro si grida. Il linguaggio escatologico ha una visione solenne dell’éscaton, della “soluzione finale”, ma è improntato alla sobrietà narrativa e accompagnato da un giudizio positivo verso il tempo presente. Non c’è nessun cedimento alla curiosità del come e del quando. L’uomo resta corresponsabile della storia. Il linguaggio apocalittico, invece, esaspera i toni drammatici e gli elementi catastrofici; è più venato di pessimismo sul tempo presente e quasi ossessionato dal futuro, dal come e dal quando. L’uomo viene quasi ridotto a comparsa di una storia dove l’azione esclusiva sarebbe di Dio.
Così l’autore del Libro di Daniele scrive al tempo della persecuzione degli anni 165-164 a.C. nel periodo nero del Regno di Antioco IV Epifane. Per sapere come andrà a finire, l’autore si colloca in modo fittizio in un altro tempo difficile del passato e cioè all’esilio di Babilonia (587-538). Ripercorre rapidamente quel periodo, cerca di scoprire le grandi leggi dell’agire di Dio e della sua fedeltà e, poggiandosi su questa pedana, fa un salto in avanti nel tempo e descrive come si concluderà la persecuzione attuale. Egli, di fatto, ignora la conclusione della vicenda, ma conosce solo una cosa: che Dio è fedele. Nel Capitolo 13 di Marco (capitolo che invito a leggere per intero) sono presenti alcuni tratti “apocalittici” (guerre, terremoti, carestie, catastrofi cosmiche, persecuzioni), ma formano solo la cornice. Si capisce subito che il messaggio centrale non si può confondere con questi elementi: basti pensare all’insistente esortazione alla vigilanza, che è poi un richiamo all’impegno nella storia secondo la meta indicata da Dio.[3]
AAA. Cercasi bussola.
All’interno di questi messaggi apocalittici siamo alla ricerca di buone notizie. Quattro annunci emergono dall’amalgama apocalittico della Liturgia odierna:

  • Di fronte alle nostre sicurezze culturali ed anche di fronte al nostro personale affannarci per rincorrere gli accessori della vita, oggi prendiamo contatto con una parola semplice e sapienziale dell’Evangelo: cielo e terra passeranno. Il nostro ambiente vitale è provvisorio: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso»( Luca 21,34).
  • Ci perviene anche un telegramma: Il regno di Dio (Gesù) è fra di noi. Questa realtà, questa presenza, che sfida tutti i catastrofismi personali e cosmici non dobbiamo cercarla oltre, ma attorno a noi, dentro di noi. In mezzo alle tante incertezze Gesù offre un terreno solido su cui la comunità potrà poggiare i piedi: le mie Parole non passeranno.
  • Un’altra parola risuona importante: è inutile interrogarci sul come e sul quando. Una madre incinta sente il bimbo muoversi e ha fatto i suoi conti sul periodo probabile di nascita, ma la data e l’ora precisa non può determinarla. Il problema non è il “quando”, ma il farci trovare pronti. Il credente sa che ogni istante è il tempo favorevole per prendere una decisione e dare una risposta. In ogni momento presente si gioca il futuro.
  • Poi c’è l’invito finale per l’atteggiamento da tenere: vigilate! Lo strumento di rotta del cristiano non è il calendario o l’oroscopo, ma la bussola: il Regno di Dio lancia segnali magnetizzati dai punti cardinali delle sue presenze. Per vigilare occorre anche non lasciarsi ingannare, non lasciarsi scoraggiare, non lasciarsi prendere alla sprovvista, non appesantirsi di accessori inutili. La vigilanza responsabile esclude il fanatismo apocalittico, la narcosi spiritualistica o l’iperattivismo. La vigilanza comporta – come dice la parabola del portinaio – vivere svegli, nella fatica e nel servizio. La vigilanza è l’arte di essere puntuali agli avvenimenti decisivi dell’esistenza. La vigilanza cristiana dipende da qualcosa che c’è dentro: i passi leggeri di una Persona che ci tengono svegli.

Il sole mentre diluvia.
E’ troppo facile essere certi, mentre diluvia, che prima o poi finirà e verrà il sole o che dopo certi infami periodi da dimenticare venga un po’ di bonaccia. Oggi si richiede qualcosa di più impegnativo, come guardare il negativo di una foto leggendovi, anticipatamente ricostruito, il suo sviluppo positivo. Non si tratta di essere certi che dopo la morte di Cristo verrà la sua risurrezione, ma che su quella croce avviene la risurrezione. Ciò va molto al di là della paziente attesa che qualcosa di brutto passi.
Una bussola e una manciata di semi.
Ogni tanto abbiamo notizia che paesi interi vengono sommersi dall’alluvione. In condizioni di urgenza bisogna salvare una bussola, un paio di scarponi robusti e una manciata di semi. Spesso ci danniamo l’anima a fare tante cose, ad acquistare, a difendere; forse non abbiamo colto che la fine del mondo, di un certo mondo, è già iniziata. Nelle scelte del presente si gioca il nostro futuro. Occorre salvare l’essenziale.
Nell’attesa della tua venuta…
Durante l’eucaristia domenicale si proclama: «Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta». Nell’Eucaristia noi proclamiamo di credere che Cristo è l’A e la Z di tutta la creazione. Teilhard de Chardin, scienziato e teologo, ha riletto in chiave cristiana tutta l’evoluzione della materia e della vita: Cristo consegnerà tutto, anche la materia, al Padre «affinchè Dio sia tutto in tutti» (1 Corinti 15,23-28). Sta avvenendo una “cristificazione” della materia e della storia umana. Per questo, scrisse una PREGHIERA ALLA MATERIA di cui riporto alcuni brani: «Benedetta tu, nuda materia, terra arida, dura roccia; tu che non cedi se non alla violenza e ci sforzi a lavorare se vogliamo procurarci il pane. Benedetta tu, pericolosa materia, madre terribile; tu che ci divori se ti incateniamo. Benedetta tu sia, universale materia, tu che dissolvendo le nostre strette misure ci riveli le dimensioni stesse di Dio. Benedetta tu sia, immortale materia, tu che ci introdurrai per forza nel cuore stesso di ciò che E’. Senza di te, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strappi noi vivremmo inerti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio. Tu che ferisci e guarisci, tu che ristori e pieghi, tu che sconvolgi e ricostruisci, tu che incateni e che liberi, linfa della nostra anima, Mani di Dio, Carne di Cristo, materia ti benedico. Io ti saluto, inesausta capacità di essere e di trasformazione. Ti saluto, universale potenza di accoppiamento e di unione. Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, limpido cristallo dalla quale sarà tratta la nuova Gerusalemme. Ti saluto, “ambiente divino”, carico di potenza creativa, oceano agitato dallo Spirito, argilla impastata e animata dal Verbo Incarnato. Credendo di obbedire al tuo irresistibile appello, gli uomini si precipitano sovente per amor tuo nell’abisso esteriore del piacere egoista. Bisogna, se vogliamo possederti. che noi ti sublimiamo nel dolore, dopo averti gioiosamente stretta tra le nostre braccia. Portami là in alto, materia, per lo sforzo, la separazione e la morte, portami là dove sarà possibile infine abbracciare castamente l’Universo».


[1] Olivier Clément, Il potere crocifisso, Qiqajon, Bose, 1999, passim.
[2] Albert Camus
[3] A. Pronzato, Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco, Gribaudi, pag.344-347.




10 novembre 2024. Domenica 32a
Vedove tra profeti e sanguisughe

Preghiamo. O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi, sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal primo libro dei Re 17,10-16
In quei giorni, Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere”. Mentre quella andava a prenderla, le gridò: “Prendimi anche un pezzo di pane”. Quella rispose: “Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse: “Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”. Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono Elia, la vedova e il figlio di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.
Salmo 145. Beati i poveri in spirito: di essi è il regno dei cieli.
Dodici giaculatorie per una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele, il liberatore….Dall’altro lato, un elenco dei poveri di Jahwè (o il loro contrario=empi)
1 –Creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene.
2 -Egli è fedele per sempre.
3 –Rende giustizia                         agli oppressi.
4 –dona  il pane                             agli affamati.
5 -Il Signore libera                         i prigionieri,
6 -il Signore ridona la vista          ai ciechi,
7 -il Signore rialza                         chi è caduto,
8 -il Signore ama                           i giusti,
9 -il Signore protegge                   lo straniero,
10- egli sostiene                           l’orfano e la vedova,
11 – ma sconvolge                         le vie degli empi.
12 -Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.
Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. E invece una volta sola ora, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44
In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Distogliete lo sguardo[1] dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri offerenti (in greco: gettanti).. Poiché tutti hanno gettato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”[2].

Vedove tra profeti e sanguisughe.D. Augusto Fontana

Santuari, cattedrali e chiese parrocchiali continuano ad essere, non meno del Tempio di Gerusalemme, spazi di ambigua religiosità e di sconosciute virtù. Sui loro bilanci cadono rumorosi assegni di chi può e silenziose monete di chi non potrebbe. Alle prestazioni religiose corrispondono ancora i compensi in denaro per finalità – dicono – sacrosante, ma ancora passibili di revisione evangelica. Nei luoghi di culto transitano ancora, come nel Tempio di Gerusalemme, antiche e nuove “vedove” confuse tra antichi e nuovi scribi: differente la posizione economica, ma soprattutto diversa la collocazione davanti a Dio. L’Evangelista Marco sta cercando di rispondere al quesito della sua comunità: “chi è Gesù e il Suo Dio? Chi è il discepolo?”, ma soprattutto “dove ci porta se lo seguiamo?”. Tratteggia, così, una quindicina di figure che diventano le icone del vero discepolo (la suocera di Pietro, il lebbroso, ben due ciechi di cui uno diventato discepolo a Gerico, l’esattore Levi, la donna mestruata, il sordomuto, l’uomo semiparalizzato, i bambini, la donna siro-fenicia e sua figlia, Giairo e sua figlia, il cireneo, il soldato pagano sotto la croce, Maria di Magdala, la vedova). Appartengono tutti alla categoria dei “curvati” sotto il peso della vita ed esclusi dalle regole di purità religiosa talvolta sessista. L’Evangelista Marco affonda il bisturi anche nella carne viva dell’organizzazione sociale oltre che in quella ecclesiale. Ogni luogo di culto è inserito in un contesto urbano e di convivenza umana dove le nuove “vedove” passano inosservate nella loro dignitosa povertà e fede, espropriate dalla rapacità dei nuovi scribi: usurai, approfittatori, furbi, politici macchiavellici. L’antitesi ricchi-poveri è un procedimento frequente nei discorsi escatologici di Gesù e gli serve per annunciare l’arrivo del Regno e il capovolgimento delle situazioni abusive. Troppi rampanti amano ancora, a dispetto di chi dichiara morta l’ideologia classista, passeggiare in lunghe vesti, ostentare pubbliche preghiere, ricevere applausi dai gossips dei giornali patinati, avere i primi posti ovunque, ingrassare in tutte le latitudini del loro essere divorando le case delle vedove e anche quelle dei fidanzati o degli sfrattati. Neppure io e te sfuggiamo allo sguardo scrutatore (osservava) di Gesù che ci vede in fila con altri nella nostra personalissima esperienza cristiana sia quando gettiamo nel cuore di Dio il superfluo delle nostre energie e sia quando sgomitiamo o rapiniamo o non ci accorgiamo dei “curvati” vicini e lontani. S. Ambrogio dice che «Dio non bada tanto a ciò che doniamo a Lui, quanto piuttosto a ciò che  tratteniamo per noi». Si tratta di imparare a gettare senza trattenere, ma anche a gettare nella giusta direzione. Un racconto cinese dice: «Colui che si pone alla ricerca di Dio e vende tutto ciò che possiede salvo l’ultimo soldo è proprio un pazzo. Infatti è proprio con l’ultimo soldo che si arriva a Dio».
Elogio per vedove “in cattedra”.
C’è una galleria di personaggi che entra in scena nella nostra celebrazione: due vedove (1° Libro dei Re  e Vangelo di Marco) di cui la prima viene ricordata per l’ospitalità e la condivisione ad un profeta,  la seconda offre al Tempio quanto le servirebbe per vivere. Donne, vedove e povere: outsiders della società e della religione; Gesù Sacerdote unico (Lettera agli Ebrei), sposo “vedovo” senza comunità, che offre se stesso per rianimare la sposa, morta nelle proprie prostituzioni; Jahwè, un Dio di parte, sbilanciato sui poveri ed intenerito dal loro bisogno e dal loro abbandonarsi alla Sua provvidente paternità (Salmo 146); infine la regina Gezabele, gli scribi, i discepoli, la folla tra rapine, ostentazioni,  indifferenze e sterili ascolti.
Il Primo Libro dei Re, quando narra la vita del profeta Elia, pare compiacersi dei contrasti. Il brano di oggi, per esempio, contrappone la vedova di Sarepta (città pagana) alla regina Gezabele che vive nel lusso e induce il marito re Acab a far uccidere Nabot per rapinargli la  vigna che non gli aveva voluto cedere; la vedova vive, invece, in onesta e accogliente povertà con la benedizione del profeta obbediente alla Parola ricevuta: «Alzati, va a Sarepta di Sidone e stabilisciti là. Ho già dato ordine ad una vedova di là perchè ti fornisca il cibo» (versetti 8-9 malauguratamente omessi dal testo liturgico di oggi). Il profeta si muove in obbedienza alla Parola di Dio e sa che la Parola di Dio, protagonista dell’episodio, lo ha già preceduto nel cuore della donna.
Sulla vedova del Vangelo le interpretazioni si dividono. Alcuni[3] leggono la figura della vedova come icona di Gesù o come un’edificante icona del discepolo:«La vedova, sola, inosservata, povera e umile, getta tutta la sua vita; è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha messo la sua vita al servizio di tutti. Gesù la mette in cattedra al posto suo. Essa dà tutto per il tempio che presto verrà distrutto. Il tempio in realtà è Gesù stesso». Forse non si tratta di scegliere questa o quella interpretazione, ma ciò che lo Spirito mi suggerisce per il caso mio.
Il brano del vangelo è drammatizzato in tre scene che si svolgono nel Tempio dove erano disposti tredici recipienti ad imbuto per la raccolta delle offerte. L’offerta veniva consegnata al sacerdote il quale, dopo aver verificato la validità del denaro, a voce alta annunciava la quantità e lo scopo dell’offerta. Gli amministratori religiosi hanno imparato a contare la quantità.
Il soggetto di partenza di ognuna delle tre scene è Gesù che si lascia coinvolgere o coinvolge. Se non ci accontentiamo solo del testo, ma andiamo a leggere il con-testo, scopriamo che il brano di oggi fa seguito ad un capitolo che contiene violente requisitorie e scontri di Gesù con l’apparato religioso, proprio all’interno del Tempio. E dopo il testo liturgico di oggi seguirà la Passione e la morte. Sembra dunque che gli eventi di oggi costituiscano una cerniera importante. Nel brano di oggi la polemica è attenuata e si trasforma da una parte in ironia corrosiva e dall’altra in tenera benevolenza. La folla comunque lo ascoltava volentieri, come si ascolta sempre volentieri una polemica che riguarda altri e non metta in discussione se stessi.  Entrano in scena gli scribi con una sequenza narrativa costituita dai sei peccati di vanità, ipocrisia e rapina (amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano lunghe preghiere): brave persone religiose, assidui frequentatori. In realtà la razza degli scribi e dei farisei non si estinguerà mai, nella Chiesa. Anche noi siamo scribi potenziali, o di fatto, ai quali Gesù rivela oltre che le lacune dottrinali anche le contraddizioni religiose ed etico-sociali. Gli scribi, esperti legali e pertanto ricercati soprattutto dalle vedove che mancavano della protezione maschile, facevano probabilmente pagare in modo esorbitante le prestazioni professionali con parcelle che obbligavano le vedove a cedere le povere case. Resta odioso, per Gesù, che loro si servano del prestigio e della professione religiosa per ricavare utili materiali a spese dei semplici. Sono dei parassiti che pure con comportamenti esteriormente inappuntabili, mascherano un’illegalità interiore che Gesù mette in luce. Gesù  “legge” ciò che accade davanti ai suoi occhi. La Sapienza è anche saper discernere negli eventi ciò che appartiene al Regno e ciò che ne è fuori, saper leggere dentro ed oltre l’esteriorità. Aveva detto: «Voi che dai segni atmosferici sapete prevedere che tempo farà, non sapete poi riconoscere i segni dei tempi». Si disse (ma ora non più, ahimè!) che il cristiano deve tenere in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale: occorre «distogliere lo sguardo da…» e «osservare invece…». Gesù educa ancora una volta allo sguardo in profondità: distogliete lo sguardo dalle fumose apparenze religiose e spostatelo su ciò che non è appariscente ma costituisce lo spessore del Regno.
Gettare.
Il verbo fondamentale del brano è il verbo «gettare» ripetuto, non senza intenzionalità teologica, ben sette volte in due soli versetti. Anche il cieco di Gerico aveva gettato il mantello. Tanti ricchi gettavano molto del loro superfluo, non mettendo in gioco se stessi, ma limitandosi ad investire una parte dei loro capitali in eccesso per la prospettiva di una protezione divina che tornerà a loro vantaggio. Consiglierei di leggere Isaia 44, 9-20: era usanza abbattere un albero per costruire idoli; una parte veniva portata a casa per riscaldarsi e farsi da mangiare e con gli avanzi si costruiva l’idolo e, per di più, per cercarne vantaggio. Non ti dice niente, per l’oggi, questa strana usanza ancestrale?
Tutti sono capaci di dare ciò che si ha. Dare ciò che non si ha, è caratteristica dei “piccoli discepoli”. Questa povera vedova ha gettato più di tutti: «due spiccioli, tutto quanto aveva, tutta intera la sua vita». Lo spicciolo era la più piccola moneta in corso; tre grammi di bronzo. L’offerta equivaleva ad 1/8 della razione giornaliera offerta ai poveri dalla beneficenza pubblica. Aveva due spiccioli: uno lo poteva tenere per sè. Li dona tutti e due. Diventa così l’icona di Gesù che tra poco si consegnerà non trattenendo nulla per sè. Il giovane ricco, invece, pur osservante religioso, resterà per sempre come immagine del nostro mediocre discepolato. La “povertà biblico-evangelica” non è una situazione unicamente economica, ma convive con la condizione dell’ «appoggiarsi su Dio». In questo, tantissimi umili fratelli e sorelle nella fede mi fanno da maestri! Io sono nelle condizioni di non aver incominciato neppure a gettare il superfluo. Io appartengo alle fasce aristocratiche della società e della Chiesa: occorrerà incominciare ad accorgermi dei piccoli fratelli/sorelle, come le vedove della liturgia di oggi, che il Signore ha messo in cattedra per me al posto suo, per indicare che, anche in sua assenza, ogni piccolo e semplice credente, con la didattica della sua vita, dovrà essere considerato maestro per la Chiesa, scribi permettendo.


[1] La traduzione liturgica dirà: “guardatevi da…”. Ho preferito la traduzione “distogliete lo sguardo da…”. Il verbo greco «blepo» pare che sia stato mal tradotto dalla Vulgata latina con “cavéte” che vorrebbe dire “attenti agli scribi!”. Credo invece che vada rispettato il senso di attività oculare: distogliete lo sguardo da…! Questo crea un efficace contrappunto con il verbo successivo “osservava…”.
[2] La traduzione che verrà letta in liturgia non rispetta l’uso ossessivo dello stesso verbo greco che Marco per 7 volte utilizza nel proprio testo: GETTARE (ballô); Noi invece nel testo riportato sopra abbiamo integralmente rispettato “l’ossessione” catechistica del testo greco di Marco: ballô = gettare. Marco racconterà (14, 3) che poche ore prima della morte di Gesù, una donna si avvicina e “rompe” un vasetto preziosissimo e”versa” tutto il contenuto su Gesù. Beccandosi il rimprovero dei discepoli: «Perché tutto questo spreco?».
[3] Silvano Fausti Ricorda e racconta il Vangelo, Editrice Ancora Milano 1992.




3 novembre 2024. Domenica 31a
SI FA PRESTO A DIRE AMORE

31° Domenica

Preghiamo. O Dio, tu se l’unico Signore e non c’è altro Dio all’infuori di te; donaci la grazia dell’ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del Deuteronòmio 6,2-6
Mosè parlò al popolo dicendo: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.  Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».
Salmo 17. Ti amo, Signore, mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.
Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
 Dalla lettera agli Ebrei 7,23-28
Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.  La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.
Dal Vangelo secondo Marco 12,28-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Si fa presto a dire amore. Don Augusto Fontana

L’indivisibile amore.
Scriveva David Maria Turoldo[1]: «L’Amore vero, profondo, il misterioso amore non ha parole. E invece noi parliamo, parliamo. Signore, Ti abbiamo sempre sulle labbra, mentre il Tuo santuario è il cuore dell’uomo. Allora se non amo mi muoia la parola sulla bocca. Chi non ama non predichi da nessun pulpito, da nessuna cattedra. Senza amore non c’è magistero. E Dio rimane senza epifania». Se non amo, queste mie parole moriranno sulla tastiera. C’è chi ha scheletri negli armadi; io temo di trovarne nei miei pulpiti come chi, anche in buona fede, inflaziona il nome di Dio e il suo cognome, l’amore.
La questione del legame tra l’amore a Dio e l’amore agli uomini è vecchia come la religione. La storia delle tre principali religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islam), registra vistosi sbandamenti tra santità mistico-carismatiche o integralismi politico-sociali. I termini del problema sono tanto chiari e accettabili nella loro formulazione teorica, quanto problematici nella loro traduzione pratica. Molti di noi sono tratti in inganno dall’ovvia indiscutibilità del principio giudaico-cristiano «amerai il Signore Dio tuo e il tuo prossimo»; altre proposte evangeliche le sentiamo estranee ai nostri istinti: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra» (Lc 6,27-38).In questi casi l’adesione arriva (se arriva) dopo una lotta con Dio. In Matteo 19,22 un giovane ricco “se ne va triste” dopo la proposta radicale di Gesù «va’, vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, poi, vieni e seguimi». Invece l’intellettuale del brano evangelico di oggi trova modo di consentire con Gesù “Hai detto bene, Maestro!”. Chi dei due prevale in noi? Spesso questi facili consensi teorici sull’unico amore a Dio e al prossimo nascondono il troppo facile trucco dell’eliminazione della tensione tra i due termini dell’amore. Ed il problema non si risolve semplicisticamente nel giusto equilibrio tra attività di culto ed attività sociale. La liturgia odierna affonda il bisturi fino alle radici e parla di “amore”. Riconosco che nella mia vita religiosa non è ancora risolta una certa schizofrenia e che nella moltitudine di attività e sentimenti sto ancora cercando la coordinata unificante. Rileggendo Erich Fromm[2] mi sono sentito sul collo il fiato di idoli che impongono il loro imprinting: «Ci domandiamo se la struttura sociale della civiltà occidentale e lo spirito che ne deriva siano propizi allo sviluppo dell’amore. La risposta è negativa. Nessun osservatore obiettivo della nostra vita occidentale può dubitare che l’amore sia un fenomeno relativamente raro e che il suo posto sia stato preso da tante forme di pseudo-amore che in realtà sono altrettante forme della disintegrazione dell’amore».
Ascolta Israele!
Gli ebrei recitano mattina e sera la preghiera dello Shemà Israèl (Ascolta Israele!)[3]. Durante la recita si pone una mano davanti agli occhi: il mistero di fede proclamato è accessibile all’ascolto e non alla visione. In essa si proclamano quattro principi della fede ebraica: prima di amare Dio, si è amati da Lui in modo liberante e gratuito; amare Dio significa non rendere culto ad altre divinità[4]; l’amore a Dio non è un sentimentalismo del cuore, ma una prassi delle mani verso coloro che ci sono stati resi consanguinei da Lui; questo amore deve essere integrale (con tutto il cuore, la mente e le forze). Uno dei problemi posti dall’esegesi giudaica dello Shemà è quello della ricerca del significato delle tre facoltà richieste per amare Dio. La risposta a questo problema è stata codificata dai maestri della Mishnà (2°sec. d.C.)[5]: «con tutta l’anima» significa «perfino se Egli ti strappa l’anima chiedendoti il martirio»; e «con tutte le forze» significa «anche con tutti i tuoi beni». Si forma, dunque, un’esperienza religiosa che è sia teologica che antropologica. Si alimenta  un “circolo virtuoso” tra uomo e Dio per cui è proibito costruire immagini di Jahwè in quanto l’unica immagine tollerabile di Dio è uomo-donna[6]. L’uomo diventa il “roveto ardente” entro cui Dio abita per essere adorato e da cui Dio parla per essere ascoltato (Esodo 3).
Un secondo presupposto biblico che ci serve per entrare nello Shemà lsrael è capire il circuito «fare-ascoltare-fare»: come esiste un indissolubile rapporto tra Dio e uomo, così la stessa indissolubilità si estende al rapporto tra ascoltare e fare. Già nel termine ebraico THORA’ si fondono tutti gli elementi dell’ascolto e della prassi in quanto con tale termine si intende tradurre congiuntamente legge, insegnamenti, precetti, parole, comandi, giudizi, promesse. In Deuteronomio 5,27 il popolo dice a Mosè: «Noi ascolteremo e faremo tutte le Parole che Dio ci avrà rivelato per tuo tramite». In Esodo 24,7 il popolo dice: «Tutto ciò che il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo». In ambedue i casi, ascoltare e fare la Parola di Dio vengono associati, ma la dichiarazione del testo di Esodo opera una sorprendente inversione di termini quasi a sottolineare che la prassi precede l’ascolto. Da questo testo dell’Esodo è nato un racconto ebraico edificante secondo cui Dio offrì la sua Legge a tutti i popoli del mondo prima che ad Israele; alla domanda se fossero disposti ad accoglierla, tutti i popoli risposero di voler prima conoscere ciò che vi era scritto per sapere se avrebbero potuto impegnarsi. Senonchè, una volta saputolo, si sentirono come schiacciati dal peso di esigenze troppo radicali e respinsero al mittente la proposta. Soltanto Israele non pose a Dio alcuna condizione preliminare di conoscenza, non volle misurare in anticipo le proprie forze, accettò tutto il rischio di quel dono a caro prezzo e rispose <Noi lo faremo> ancor prima di conoscere e di ascoltare. Martin Buber, un famoso autore ebraico, traduce la frase di Esodo così: «Noi lo faremo al fine di saper ascoltare».  Un insegnamento rabbinico dice: «Colui la cui conoscenza supera le sue azioni, si può paragonare ad un albero che ha molti rami e poche radici e quando viene il vento lo sradica e lo abbatte. Ma colui le cui azioni superano la sua conoscenza è paragonabile ad un albero che ha pochi rami ma molte radici e potrebbero venire tutti i venti del mondo senza riuscire a sradicarlo».
L’evangelista Marco oggi ci presenta Gesù che interpreta lo Shemà. Una serie di controversie con i gruppi emergenti fa da contesto di questo dialogo con uno scriba sul grande comandamento. Siamo di fronte ad un insegnamento fondamentale di Gesù che si inserisce coerentemente nel tracciato della tradizione giudaica ma con alcune novità. Il porre quesiti ai rabbini apparteneva all’uso comune. Nella somma di precetti tramandati dalla morale ufficiale del tempo ( 613 precetti di cui 365 negativi e 248 positivi ) era invalsa non solo la distinzione tra precetti grandi e piccoli, facili e difficili, ma anche il tentativo di individuare un precetto unitario. L’amore è costitutivamente legato al culto e alla prassi: «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo scambievolmente Dio dimora in noi e l’amore di Lui giunge a perfezione…Se qualcuno dicesse <Io amo Dio> e odiasse il proprio fratello, è un bugiardo; poichè chi non ama il proprio fratello che continuamente vede, non può amare Dio che non ha veduto[7]» . L’amore del prossimo è costitutivamente legato all’amore di Dio: «Vi dono un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Poichè io ho amato voi, amatevi gli uni gli altri. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri»[8].“Come io ho amato voi” così dice Gesù. Logicamente ci aspetteremmo : “Così voi amate me”. E invece no:”amatevi gli uni gli altri”. Il suo amore non accaparra il discepolo ma al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. E’ amando i fratelli che si ricambia Gesù. In altri termini direbbe l’apostolo Giovanni[9]: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».


[1] D.M.Turoldo Amare, Edizioni Paoline, 1989, pag. 25.
[2] E.Fromm L’arte di amare, Mondadori, 2000.
[3] Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21; Numeri 15,37-41.
[4] Deut. 6,14-15; 11,13-17; 13,2-3; 30,16-18.
[5]  La Mishnah costituisce la fonte della tradizione della Torah orale rivelata agli antenati dei maestri farisei. Solo i Sadducei ritenevano infatti che la Torah rivelata fosse solo quella scritta. I farisei, invece, ritenevano che la Torah non può limitarsi al testo scritto che, invece, deve essere ascoltato, interpretato, attualizzato attraverso la Tradizione orale.
[6] Genesi 1,26:”Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”
[7] Prima Lettera di Giov. 4,12 e 20
[8] Giovanni 13, 34-35. Il termine greco kathòs può essere tradotto sia con “COME” e sia con “POICHE’; è il fatto di essere amati da Gesù che diventa motivo, norma, conseguenza per l’amore ai fratelli.
[9]  1 Giovanni, 4, 16




CREDO LA COMUNIONE DEI SANTI
D. Augusto

CREDO LA COMUNIONE DEI SANTI

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».
Sal 23. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.  Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.  Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

I santi, avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo
Sono questi i tuoi santi. (Padre David Maria Turoldo)
E dunque, Signore,

non guardare ai nostri peccati, 
ai nostri quotidiani tradimenti, 
a tutte queste viltà segrete e palesi,
ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra:
ai giusti di qualunque religione e fede,
ai giusti senza nome, silenziosi e umili,
uomini e donne di cui nessuno
ha mai avvertito che neppure esistessero
e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro:
gente che incontravamo per via 
e neppure salutavamo,
e loro invece ti salutavano
e pregavano per te e tu non sapevi:
qualcuno che abitava in periferia,
altri, nei campi, gente del deserto:
il portinaio di qualche monastero,
una madre, la quale ha solamente dato,
e un altro che è riuscito a perdonare.
Signore, sono costoro che ti rendono gloria
a nome dell’intero creato,
a nome di tutto il genere umano:
moltitudine che mai nessuno riesce a numerare.
Signore, guarda a tutti coloro
che non sanno neppure se esisti 
e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra)
e invece sono vissuti per la giustizia 
e la verità e la libertà e l’amore;
per queste cose hanno attraversato
il mare della grande tribolazione,
hanno subito chi la deportazione e l’esilio,
chi le feroci torture e il lungo carcere;
e altri sono stati fatti sparire
come se non fossero mai esistiti
sulla faccia della terra:
bambini, donne e sacerdoti,
e molti, moltissimi uomini del sindacato;
e altri che hanno sopportato 
ogni avvilimento e disprezzo
e oblio perfino dalle proprie chiese:
sono essi i tuoi santi
che ora compongono la “mistica rosa”
del tuo paradiso,
uomini e donne a te carissimi
fra gli stessi santi dei nostri calendari:
sono loro a comporre anche la tua gioia,
la grande festa nei cieli. Amen.

Sacri o santi?
La santità costituisce lo sfondo di questa celebrazione. Tema così lontano dal nostro linguaggio e dall’orizzonte quotidiano; realtà che non nasce spontanea e tuttavia è così incredibilmente alla portata di mano in quanto offerta a tutti e non solo ad alcuni eroici e straordinari personaggi. Pio XII in un radiomessaggio del ‘55 diceva: «L’uomo può considerare il suo lavoro come vero strumento di santificazione perchè lavorando perfeziona in sé l’immagine di Dio, adempie il dovere  e il diritto di procurare a sé e ai suoi il necessario sostentamento e si rende utile alla società [1]» e Giovanni XXIII «Risponde perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano[2]».
Nella più rigida tradizione ebraica solo Dio poteva essere chiamato SANTO (Qadosh); sarebbe stata una bestemmia attribuire ad un uomo il titolo che spetta solo a Dio, il Separato, il Trascendente, l’Altissimo, il Totalmente-Altro. Il concetto che, nell’ebraismo, più si avvicina a quello di santo è tzadik, una persona giusta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto.
In verità mi pare che la Bibbia faccia qualche eccezione. La parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro della Genesi: ” E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò“. Inoltre, quando sul Sinai stava per essere pronunciata la Parola di Dio, il Signore ci ha collegialmente risucchiati nel suo incomunicabile attributo: ” Voi sarete per me un popolo santo ” (Esodo 19,5-6). Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d’oro, fu ordinata la costruzione di un Tabernacolo, la sacralità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell’uomo, ed infine la sacralità dello spazio. Approfondiamo questo tema.
La parola qadosh significa «se­parare», porre una frontiera tra l’area del tempio da quella profana. Più corretto, allora, in questo caso sarebbe tradurre con «sacro», che rimanda automaticamente a qualco­sa di sacerdotale, templare, sacrificale, liturgico e che evo­ca incensi e rituali. Il «sacro» è la definizione di un’area «pura» (un sinonimo usato dal libro del Levitico) ove si può inse­diare Dio, che per definizione è «sacro-santo», come ricor­da a Isaia il coro angelico che ascolta nel tempio il giorno della sua vocazione: «Santo, santo, santo è il Signore dell’universo» (Is 6,3). Il sacro per sua natura divide perché si oppone a ciò che è limitato, imperfetto, umano.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che valore e che rischi contiene in sé la visione sacrale? Da un lato, il sacro tutela la purezza del concetto e della realtà di Dio, la sua trascendenza e distanza, impedendone la riduzione a realtà manipolabile, conservandone la sua qualità di total­mente Altro. D’altro canto, però, il sacro isola, rigetta e si pone in tensione col profano; si fa autosufficiente, e tutto ciò che non appartiene alla sua sfera diventa il male, il peccato, l’impuro; suo sogno è quello di sacralizzare il maggior ambito possibile (politica, cultura, società) così da porlo sotto la propria ferrea tutela.
Al sacralismo si oppone il «santo» inteso in senso esi­stenziale e morale: la santità non si isola ma, pur conser­vando la sua identità, coesiste col profano, lo feconda sen­za assorbirlo. Il Verbo è diventato carne e ha posto la sua tenda fra noi. Alla morte di Gesù il tendone del tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal cortile del popolo, si “lacerò da cima a fondo”: lo spazio sacro deborda amichevolmente, come un fiume in piena, sullo spazio e il tempo profano. Ora Dio santo abita nel cortile di noi povere creature fragili e inquinate. «Io sono Dio e non uomo, so­no il santo in mezzo a te» (Os 11,9). Un «santo» che si inse­dia in mezzo al suo popolo e alla sua storia, non isolan­dosi e respingendo l’uomo ma coinvolgendolo e santificandolo.
«Siate santi perché io sono santo» (Levitico 11,44 e 45; 19,2).
Dalla liturgia di oggi emerge una prima caratteristica della santità:  è collettiva, popolare, comunitaria, plurale, corale: «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, popolo, razza e lingua», dice l’Apocalisse; «Ecco la generazione che cerca il tuo volto» dice il Salmo 24. Generazioni intere ci hanno preceduto e ci hanno consegnato la fede. Noi adulti, a nostra volta, siamo la generazione che consegna in eredità ai piccoli e ai giovani il seme del Vangelo e i suoi valori. Il salmo 145 recita: «Di padre in figlio si tramanda quello che tu hai fatto per noi, tutti raccontano le tue imprese».   Lasciamoci prendere da questa connotazione: la mia santità personale non basterebbe ancora; sarebbe aristocratica. Santi sì, dunque, ma insieme. Forse anche per questo, Papa Francesco nella sua Enciclica “Fratelli tutti” al n. 186 dice: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica».
La chiesa della domenica terrena (quella del settimo giorno) e quella eterna (quella dell’ottavo giorno) è una chiesa di persone che portano le stimmate della storia che hanno vissuto insieme. Nella prima lettura lo scenario è una liturgia che si svolge davanti al trono e all’agnello, con canti, vesti, gesti e riti. I santi sono un popolo che celebra l’uscita dalla grande tribolazione. Noi alla domenica partecipiamo a quella liturgia corale.
San Gesù. Beato lui!
La santità proposta da Gesù non coincide con le pratiche di purificazione rituale o con la volontà di separazione che caratterizzavano Israele e contro le quali i profeti e Gesù stesso hanno avuto molto da dire. La santità del popolo cristiano si identifica con la sequela di Gesù, cioè nel dare forma alla vita quotidiana secondo lo stile ed esempio di Gesù che ha incarnato il Dio trascendente nella concreta storia dell’umanità. Le beatitudini annunciano innanzitutto un’azione di Dio, i suoi criteri e i suoi obiettivi inaugurati prima di tutto nella vita, nel messaggio e nelle azioni di Gesù. Il motivo per cui certe persone vengono dette beate deriva dal fatto che Dio ha scelto di avere un’attenzione particolare per loro ed un impegno particolare a loro favore: (“Congratulazioni, Dio sta dalla tua parte”). Le Beatitudini non dichiarano, dunque, prima di tutto ciò che l’uomo deve fare, ma ciò che Dio è intenzionato a fare a favore di persone il cui stato di pericolo e di debolezza attira il suo amore e la sua compassione. Beato non equivale al nostro “contento” o “soddisfatto”. Non è beato chi soffre o chi è povero, ma chi cammina per la via giusta. Le beatitudini dichiarano che Dio non è estraneo al dolore e alla debolezza che sempre ci accompagnano. Dio ci ama anche nel nostro soffrire e soccombere. Come ha fatto con il primo beato che è Gesù: “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”.
I santi della porta accanto.
La grande tribolazione è la fatica della coerenza tra ciò che annuncio e ciò che faccio, tra ciò che celebro e ciò che vivo. Ecco dunque il martirio della grande tribolazione: la coerenza tra la veste lavata al settimo giorno e l’abito dei sei giorni di lavoro, di famiglia e vita sociale, la coerenza tra ciò che siamo già da ora  (figli di Dio)  e ciò che saremo e non è stato ancora pienamente rivelato, come dice la seconda lettura. Chi sono coloro che attraversano, dietro Gesù, la grande tribolazione?
I poveri: coloro che non si lasciano possedere dalle cose e tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana e per questo apprezzano il lavoro e partecipano attivamente ad un’equa distribuzione delle risorse, dei profitti e dei guadagni, con sobrietà.
Quelli che sono nel pianto: quelli addolorati per il male che c’è nel mondo e dentro di sè, come Gesù che piange su Gerusalemme; coloro che si fanno carico degli sbagli altrui.
I miti e misericordiosi: quelli che sono comprensivi, affabili, non aggressivi e si acquistano la stima con la forza della tenerezza e della solidarietà con chi è in difficoltà.
Gli affamati della giustizia: quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
I puri di cuore: quelli che sanno che il male cova dentro a ciascuno come radice di idolatria e vigilano su se stessi prima ancora che denunciare gli altri.
I perseguitati: quelli che sanno che essere cristiani ha un costo. Là dove la fede è a caro prezzo.
«L’utopista, il rivoluzionario, il santo caratterizzato dallo spirito liberatore è una persona coerente: la sua fedeltà muove dalla radice della sua persona per arrivare fino ai minimi dettagli che gli altri trascurano: l’attenzione ai piccoli, il rispetto totale ai subordinati, lo sradicamento dell’egoismo e dell’orgoglio, la preoccupazione delle cose comuni, il generoso impegno nei lavori non rimunerati, l’onestà nei confronti delle leggi pubbliche, la puntualità, il riguardo per gli altri nella corrispondenza epistolare, il non fare distinzione di persone, il non lasciarsi comprare dal denaro. Ogni persona finisce qualche giorno per vendere la sua coscienza, la sua dignità, la sua onestà… La corruzione è, a molti livelli, una piaga impressionante. Il giorno-per-giorno è il test più affidabile per mostrare la qualità della nostra vita e lo spirito da cui è animata. essere ciò che si è, dire ciò che si crede, credere ciò che si predica, vivere ciò che si proclama.  Questa del giorno-per-giorno viene ad essere una delle principali forme di “ascetica” della nostra spiritualità. L’eroismo della realtà quotidiana, domestica, abituale, l’eroismo della fedeltà che arriva fino ai dettagli oscuri e anonimi. Dimmi come vivi una giornata qualsiasi, e ti dirò se è valido il tuo sogno di un domani diverso»[3].
I beati sono quelli che hanno detto a Dio: «Signore se vuoi che io cambi, accarezzami». Dio li ha accarezzati e loro sono cambiati. Sono coloro che nella grande tribolazione hanno salvaguardato la coerenza tra il settimo giorno e i sei giorni, hanno collaborato con Dio alla guarigione del mondo e per questo quando muoiono cadono nelle mani del Signore.
Signore, accarezza anche me.


[1] citato in H. Fitte Lavoro umano e redenzione, Armando editore,1996 pag. 35
[2] Mater et magistra n.232-233.
[3] Mons.Pedro Casaldáliga, José M. Vigil, Fedeli nella vita di ogni giorno.




Mendicanti di luce come il cieco nato
P. Ermes Ronchi

Mendicanti di luce come il cieco nato
padre Ermes Ronchi (26-10-2003)

Siamo tutti, come Bartimeo, dei mendicanti di luce, seduti ai bordi di una strada, mentre la vita ci scorre a fianco. Seduti, perché tanto ogni strada si equivale e molte non portano da nessuna parte.
Un mendicante cieco. Cosa c’è di più perduto, di più inutile alla storia, di più naufrago nella vita? E proprio per questo lì accanto un giorno passa il Signore. Accanto ai nostri naufragi. Bartimeo alza la voce sopra il rumore della folla e grida la sua disperata speranza: «Figlio di David abbi pietà di me». Un grido. C’è nell’uomo un gemito di cui abbiamo perso l’alfabeto, un grido su cui non riusciamo a sintonizzarsi. Come la folla dei discepoli che fa muro e comincia a dire: «Taci, non domandare, non disturbare; rassegnati, tanto non è possibile guarire; accontentati, non c’è altro da vedere; cosa vai cercando, non vogliamo straccioni nel corteo». La folla che gli dà dell’illuso. Ma lui non si scoraggia, è uno che non molla. Come lui, noi non ci rassegniamo al buio di oggi, non ci accontentiamo di una vita a tentoni. Anzi, il peggio che ci possa accadere è di innamorarci della nostra cecità, o del nostro mendicare, seduti ai bordi della vita. E Gesù lo chiama, ha compassione. E nella compassione, nella voce che lo accarezza, Bartimeo comincia a guarire. Guarisce come uomo prima che come cieco. Esce dal suo naufragio umano perché qualcuno si è accorto, si è fermato, ha fermato tutti gli altri per lui, lo tocca con la voce, ha ascoltato le sue ferite, la sua tenebra, la sua angoscia. L’ultimo si riscopre uno come gli altri.
La guarigione di Bartimeo si fa irruente quando subito alla voce balza in piedi, getta il mantello, lascia ogni sostegno, per avanzare senza vedere, le mani avanti, verso quella voce che lo chiama. Guidato, orientato solo dalla parola di Cristo che ancora vibra nell’aria. E proprio per questo è il nostro modello, di noi che ci orientiamo senza vedere, che camminiamo nella vita senza certezze assolute, fidandoci solo delle vibrazioni della Parola di Dio, captata con l’ansia e la finezza del cuore. Anche noi andiamo, guidati solo da una Voce. Anche noi talvolta dietro alla Parola del Vangelo abbiamo abbandonato i nostri angoli bui, le vecchie strade, e forse, buttandoci nel volo, ci siamo accorti di quelle ali che non sapevamo di avere. Che cosa vuoi che io ti faccia? Parla un Dio che non è il padrone, ma il servitore della vita: dimmi che cosa Tu vuoi. Signore, che io veda! E che cosa mai vuole vedere? Non i paesaggi o la polvere dorata della Palestina, il mendicante di luce vede una strada. Dice il Vangelo: e subito, riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. Bartimeo vede l’uomo Gesù, vede la sua via, il suo Vangelo, e sarà per lui come «Un sole che sorge dall’alto» (Luca 1, 78). Sia per noi ogni parola del Signore se non un sole, almeno tanta luce quanto basta al primo passo.