2 giugno 2024. Corpo e sangue del Signore
PATTO DI SANGUE. PROMESSA SERIA.

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 24,3-8
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Sal 115  Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo.
Dalla lettera agli Ebrei 9,11-15
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Dal Vangelo secondo Marco 14,12-16.22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

UN PATTO DI SANGUE, UNA PROMESSA SERIA. Don Augusto Fontana

«Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: “Questo sangue segna l’alleanza che il Signore conclude con voi mentre vi dà tutti questi comandamenti”» (Esodo 24,8). Lo stretto rapporto “sangue-alleanza” non è un motivo marginale nelle letture bibliche di questa domenica, festa del “Corpo e Sangue del Signore”.
Per 9 volte nelle letture bibliche risuonerà la parola “sangue”. Questo è importante per noi ormai assuefatti a certi termini liturgici o disposti a trangugiare tutto, o quasi, di ciò che passa il convento. Il linguaggio narrativo dell’Alleanza non va tanto per il sottile: vitelli e capretti sgozzati, sangue spruzzato in faccia ai presenti. Il sangue di questi animali, da noi è uscito da tempo dalle scenografie rituali; compare invece quello umano, a strisciare nelle nostre quotidiane mattanze. Il più delle volte oggi il sangue narra di alleanze infrante, di patti traditi, di rapporti distrutti. Vedi i femminicidi, la mafia, le guerre. Ma c’è anche altro sangue, quello che dà la vita, e che si versa ancora generoso nelle trasfusioni di vena in vena o da utero a feto senza volgari protagonismi di scena.
I “patti di sangue” restano solo in occulte sedute mafiose.: «Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Lettera agli ebrei 12,4).
Grazie a Dio le nostre assemblee liturgiche amano ancora lasciarsi sfiorare dallo sguardo del Signore che ridà vita ai nostri amen perduti, come per Pietro nel cortile del Sinedrio. E, ancora grazie a Dio, ciascuno può narrare storie di uomini e donne, laici, religiosi, sposi, volontari che nella fatica e nella gioia fedele vivono dentro patti solidali antichi e sempre nuovi. Gesù, sacerdote primogenito e capofila di questa scia di Servi del Signore, cercherà – come narra il Vangelo (Marco 14, 12-26) – “uomini della brocca” per chiedere in prestito “la sua stanza ove mangiare la sua Pasqua con i discepoli”, con noi, esangue gente tiepida, “né calda né fredda”, come osa etichettarci l’Apocalisse (3,15).Il sangue collauda la qualità di un impegno, di un’amicizia, di un dono unilaterale. Quando Gesù dice: «Eccomi…prendetemi…mangiate e bevete…fate questo in memoria di me» non intendeva (forse) consegnarci una reliquia né intendeva (mi pare) sottoporsi alla devozione di una adorazione per Lui, prigioniero divino nel piccolo carcere del Tabernacolo o del cuoricino dell’ostia. Egli fa e celebra una Pasqua. La stipulazione di un’alleanza con Dio era fondata sul gesto liberatore di Dio, gesto considerato unilaterale, («Io sono il tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto e dalla sua casa di schiavitù». Esodo 19, 2) e comprendeva un documento e un atto liturgico.

Il documento conteneva:

  • la convocazione dell’assemblea dei contraenti; ogni singolo individuo beneficiava dell’alleanza solo in quanto appartenente al popolo;
  • gli obblighi reciproci con le relative benedizioni e maledizioni («Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme.» Esodo 24,3; « Il Signore tuo Dio conserverà per te l’alleanza, ti amerà, ti benedirà, ti moltiplicherà» Deuteronomio 7, 12-13).

L’atto liturgico consisteva:

  • nella lettura pubblica del documento a cui facevano seguito delle promesse («Tutto il popolo rispose insieme e disse:“Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo! » Esodo 24, 3).
  • nel rito del sangue del “sacrificio di comunione” (o “di shalom”) che era come la firma e il giuramento: la vittima era in parte bruciata, come dono a Dio, e in parte mangiata dal sacerdote e dagli offerenti. Diventava così rito di incontro tra Dio e il popolo. Non un incontro qualsiasi, ma “nel sangue”. Il sangue è vita e dove è donato o sparso è come se si volesse donare la vita. Condividere il sangue è condividere la vita. Entrare nello spruzzo del sangue significava accettare di entrare nell’economia del dono. A questo punto il Signore poteva confermare il suo patto di sangue («Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» Esodo 19, 5-6).

La storia biblica ci induce a pensare che il legame possedeva un carattere totalizzante e chiedeva un rapporto assorbente, unico, decisivo. Nulla di devozionale, dunque, ma una proposta che attende una risposta. E’ qui dove la nostra fede diventa un caso serio: di fronte ad un partner che dichiara di metterci l’anima, la vita e il sangue non sembra possibile l’alibi di palliativi, di appartenenze anagrafiche, di dolci sentimenti: «Tu amerai il Signore tuo Dio e metterai in pratica le sue decisioni, i suoi giudizi, i suoi comandamenti: ogni giorno» (Deuteronomio 11, 1). Ecco perché non riesco ad immaginare, per esempio, Paolo, impegnato in una devota adorazione dell’ostia, mentre gli invidio quel suo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me…Per me vivere è Cristo» (Galati 2,20; Filippesi 1,21). Scrive S. Agostino: «Perciò se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero risiede nella mensa del Signore: voi accettate il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete Amen, e rispondendo cosí voi l’approvate. Infatti tu senti: «Il Corpo di Cristo»; e rispondi Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia vero quell`Amen» [1].
Tutto questo diventa per noi realtà e speranza in Gesù: il suo sangue versato parla di tutta la potenzialità maligna annidata nell’umanità e nelle mie follie; nel suo sangue si rivela anche tutta la fedeltà e vitalità messa a disposizione per noi che, da quel momento in poi, possiamo chiamarci “gli amati”, come Paolo ci definisce nelle sue lettere. Così recuperiamo un’identità e un mandato:« Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Giovanni 15, 12). Salvare l’uomo d’oggi, a partire dalla Cena pasquale, dal sangue versato di questo Gesù/Abele, può richiedere di scontrarsi con i custodi di Caino, di pagare di persona. E’ interessante rileggere la parabola del banchetto del regno secondo la versione di Luca (cap. 14):« All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, scusami. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, scusami. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi». L’eucaristia è scomoda proprio per questo: ci obbliga a collocare le nostre attività, i nostri affari, il nostro tempo e cioè le molecole di sangue da cui è composta la nostra esistenza, nella profondità dell’eterno, nell’unità dell’amore, nell’economia del dono che è il nuovo culto: «Che m’importa dei vostri innumerevoli sacrifici? dice il Signore. Chi vuole che veniate a calpestare inutilmente i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, non posso sopportare che stiano insieme delitto e culto. Quando stendete le mani in preghiera, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Isaia 1,11).


[1] Agostino, Sermo 272




Settimana sociale
Zamagni. Cattolici in politica (Avvenire)

Fondamenta comuni della democrazia. Il grande compito per i cattolici italiani
Stefano Zamagni (AVVENIRE 23 maggio 2024)

 Verso la Settimana Sociale: nella realtà plurale di oggi va restituita centralità al metodo democratico, non lasciando che sia ridotto a mera procedura o a monopolio dei partiti E i cristiani devono tornare a “immischiarsi”. Dibattito aperto sul tema dell’appuntamento in programma a Trieste dal 3 al 7 luglio, tra società civile, istituzioni ed economia. A poco più di 40 giorni dalla 50esima Settimana Sociale dei cattolici italiani a Trieste il professor Stefano Zamagni, economista, già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, offre la sua riflessione sul tema della manifestazione – la democrazia – aprendo il dibattito sull’evento.


 A metà degli anni ’90 si svolse a Torino una Settimana Sociale dei Cattolici in Italia sul tema della democrazia. A distanza di quasi quaranta anni, il medesimo tema sarà oggetto della 50esima Settimana Sociale a Trieste nei giorni 3-7 luglio 2024, il cui titolo – assai evocativo – è “Al cuore della democrazia”. Ancora una volta, il mondo cattolico si ritrova per interrogarsi sul fondamento del principio democratico in un contesto socio-politico affatto differente per mettersi, come sempre, in cammino. Le considerazioni che seguono vanno lette su tale sfondo.
Conviene iniziare da un paio di chiarimenti. Il principio democratico è molto antico. Risale alla Grecia di Aristotele. Demos kràtos significa “potere al popolo”. Aristotele e altri furono molto chiari nell’indicare i due pilastri del principio democratico. Eppure si tende a identificare la democrazia con la pratica delle elezioni, le quali appartengono alla categoria dei mezzi e non già dei fini. Infatti si possono avere elezioni anche in Paesi non democratici. Due – dicevo – i pilastri del principio democratico. Per un verso, coloro i quali esercitano l’azione di comando sono tenuti a dare conto delle azioni da essi compiute. Non solo narrare, cioè raccontare quel che si è fatto, ma dare le ragioni in forza delle quali certe decisioni sono state prese – ragioni che possano essere comprese dal cittadino. Per l’altro verso, coloro i quali non si riconoscono in quelle ragioni devono poter avere il diritto di protestare, ovviamente in modi civili, ed eventualmente devono essere liberi di lasciare la comunità (è il cosiddetto “ voting by feet”).
Questi principi basilari sono stati implementati nel corso del tempo secondo due diverse tradizioni di pensiero. L’una è la tradizione Hobbesiana; l’altra è quella Rinascimentale. La tradizione Hobbesiana si rifà al pensiero di Thomas Hobbes (Leviathan, 1651), secondo cui è lo Stato che invera la società civile; idea che verrà poi perfezionata da Hegel. Allo Stato, spetta dunque il compito di dire come la società civile deve organizzarsi e quali sono i criteri in forza dei quali una società si definisce civile. Per la tradizione rinascimentale, invece, è vero esattamente il contrario: è la società civile che dà senso e forza allo Stato e non viceversa. La ripresa in tempi moderni della tradizione neo-rinascimentale è uno dei grandi meriti di Jacques Maritain e dei pensatori del personalismo cristiano (si veda di Maritain L’uomo e lo Stato e pure Umanesimo integrale). È sempre bene ricordare che la nostra Costituzione pone il suo fondamento nella tradizione neo-rinascimentale. All’articolo 1 si legge: «L’Italia è una Repubblica democratica (non uno Stato) fondata sul lavoro». Lo Stato è parte della Repubblica. E nell’articolo 2 si legge che la Repubblica è fondata, e tenuta in piedi, anche dai corpi intermedi della società (società civile organizzata, Terzo settore ecc.). Fino a un trentennio fa il principio democratico accolto dal mondo cattolico è stato quello della tradizione neo-rinascimentale. Dopo di allora, ha iniziato a prendere corpo una sorta di slittamento semantico: senza quasi accorgersene, si è andati verso la tradizione di pensiero neo Hobbesiana. A ben considerare, è questa una sorta di tradimento dello spirito del Codice di Camaldoli. Un secondo chiarimento, concerne la confusione di pensiero tra politica e partitica. La Politica, termine che deriva da polis (città), appartiene, per il pensiero greco, alla ragion pratica; la partitica, invece, nasce nel XIX secolo dopo l’illuminismo e la rivoluzione francese e il suo ambito è piuttosto quello della ragion tecnica. Perché è importante questa distinzione? Perché ci aiuta a capire che si sbaglia sia quando si dice che i partiti sono diventati irrilevanti sia quando si pensa che la politica possa ridursi totalmente alla partitica – quanto a significare che l’unico modo di occuparsi di politica, sia quello di iscriversi a un qualche partito politico. Il che è falso. Al tempo stesso va detto che l’espressione “pre-politica” è priva di senso. Nessuno che viva in società può affermare di non interessarsi di politica. I partiti sono bensì uno strumento essenziale per fare politica ma non sono l’unico strumento. Forse quando si dice “non mi occupo di politica” si intende significare: “non mi occupo di partitica”.
Il celebre teologo Henry De Lubac ha scritto che il cristiano che non si interessa di politica – non certo di partitica – non è fedele al Vangelo. Sulla medesima posizione si collocano tre dichiarazioni recenti di altrettanti Pontefici. «La politica come servizio è una via della Carità: volete amare gli altri? Fate politica» (Paolo VI). «Sogno il ritorno diretto in politica dei laici cattolici» (Benedetto XVI). «Un buon cattolico si immischia in politica, offrendo il meglio di sé» (Francesco). Non v’è bisogno di commenti, se non per suggerire due conseguenze che sono derivate dalla non presa in considerazione di tali ammonimenti. Per un verso, il babelismo (per usare la felice espressione di Maritain) del mondo cattolico; per l’altro verso, il fatto che i cattolici sono spesso percepiti come una sorta di lobby a difesa di determinati obiettivi, e non invece come una comunità di persone portatrici di un progetto di trasformazione della società che pone la sua ispirazione nella Dottrina sociale della Chiesa. Si tenga presente che le lobby – di “destra” o di “sinistra” che siano – se possono ottenere vantaggi nell’anticamera della partitica, sono sempre perdenti nelle competizioni elettorali, per la semplice ragione che non sono in grado di organizzare i canali di trasmissione degli interessi della cittadinanza verso la politica vera e propria. Ciò precisato, di quali trasformazioni – non parlo di mere riforme – il nostro Paese ha oggi grandemente bisogno, trasformazioni per l’attuazione delle quali l’apporto del mondo cattolico non può mancare? Ne indico solo alcune per ragioni di spazio.
Primo, il passaggio dal modello bipolare di ordine sociale fondato su Stato e Mercato, e quindi sulle due categorie del pubblico e del privato, al modello tripolare Stato, Mercato, Comunità, un modello che alle categorie di pubblico e privato aggiunge quella del civile. Solamente attuando una tale trasformazione è possibile dare ali al principio di sussidiarietà, secondo quanto contemplato dall’articolo 118 della Carta costituzionale, dal Codice del Terzo settore (D. Lgs. 117/2017) e della innovativa sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale. Quella finora applicata non è la piena sussidiarietà: è la sussidiarietà orizzontale, che si limita alla co-progettazione e non si spinge fino alla co-programmazione. Per attuare quest’ultima occorre dare ali alla sussidiarietà circolare, il cui fondamento è negli scritti di Bonaventura da Bagnoregio, di fine XIII secolo. Si badi che il passaggio, da tutti invocato, dall’obsoleto modello di Welfare State a quello di Welfare Society mai potrà essere realizzato restando entro lo schema Stato-Mercato. Un welfare delle capacità di vita, in sostituzione dell’attuale welfare delle condizioni di vita, esige la messa al centro del variegato mondo del Terzo settore e della Business Community, con compiti di co-programmazione.
Secondo, l’impianto del nostro assetto economico-istituzionale è ancora prevalentemente di tipo estrattivo. È di istituzioni economiche inclusive ciò di cui l’Italia ha urgente bisogno, se si vuole ridurre significativamente l’area della rendita che, nell’ultimo quarantennio, si è andata espandendo a danno sia del profitto sia del salario. La stanchezza della cultura imprenditoriale (e il declino dei livelli di produttività), oltre che il nanismo del sistema di impresa, trovano in questo la loro causa principale. Lo stesso dicasi della condizione di sofferenza delle famiglie, soprattutto di quelle numerose, ingiustamente penalizzate. Se si crede che il lavoro, nella sua duplice dimensione acquisitiva ed espressiva, è fattore decisivo di libertà, oltre che di benessere, allora occorre dire che è l’impresa che crea lavoro. Ma l’impresa nella molteplicità delle sue forme: capitalistica, cooperativa, sociale, benefit. Non è accettabile né una prosperità senza inclusione né una inclusione senza prosperità.
Terzo, va trasformato il sistema scuola-università. Cosa c’è da trasformare? Il fondamento stesso del sistema: scuola e università devono tornare a essere in primis luoghi di educazione e in secundis luoghi di istruzione. All’origine della crisi della scuola vi è l’abbandono, nel corso dell’ultimo secolo, del concetto aristotelico di con-azione – parola che deriva dalla crasi di conoscenza e azione – e il cui significato è quello di porre la conoscenza al servizio dell’azione e di non consentire che l’azione abbia luogo se non a partire da una base di conoscenza. Le nostre scuole e università veicolano bensì conoscenza, pure di buon livello, grazie alle riforme dell’istruzione dei passati decenni, ma non aiutano i giovani a inserirsi “nella realtà totale”. Non si può continuare a tenere in piedi la obsoleta dicotomia tra cultura umanistica e cultura tecno-scientifica. È al pensiero della complessità che occorre oggi educare, superando vetusti riduzionismi.
Infine, occorre porre mano alla vexata quaestio della comunanza etica nella società del pluralismo. Come noto, il pluralismo contemporaneo per definizione rifiuta l’idea di un’etica unica. Al tempo stesso, la vita associata – e soprattutto la politica – esige una comunanza (la koinotes di Aristotele) fondata su princìpi etici condivisi se non vuole ridursi a mero proceduralismo e se si vuole scongiurare il conflitto sociale. Ci si rifugia nel relativismo nella convinzione che il metodo dello svincolo (avoidance) sia l’unica strada percorribile per evitare il conflitto e per assicurare una parvenza di pace sociale. Che si tratti di beffarda illusione dovrebbe essere compresa da tutti, perché chi crede di sapere, non sapendo di credere, non si fa né fa mai domande, da cui il relativismo oggi dilagante. Ebbene, la ricerca di una via attenta al rispetto del pluralismo e al tempo stesso capace di suggerire una comunanza etica significativa è la grande missione del mondo cattolico in questo tempo. Una società del pluralismo non può essere sorretta da un’etica univoca, ma può aspirare a una inter-etica generata dall’incontro di quelle varietà culturali che abitano la stessa civitas. Invero, la comunanza che si deve cercare non può essere né quella propria di una comunità culturale né quella propria di una comunità religiosa – mai si dimentichi che è stato il Cristianesimo ad affermare per primo il principio di laicità – ma quella di una comunità politica che rifiuta decisamente l’orizzonte hobbesiano (tuttora in auge) secondo cui l’agire politico è solamente quello concentrato dentro le istituzioni rappresentative. Vediamo che il modello hobbesiano non funziona più, ma continua a produrre ruoli di sistema. Si tratta allora di avviare, in modo sistematico, una riflessione sull’uomo (la cosiddetta quaestio de homine) che è certamente desunta dalla fede cristiana ma che può essere esibita anche come ragionevolmente condivisibile perché razionalmente dimostrabile.<

Per chiudere. Pensare a nuove forme di impegno politico è, oggi, un compito di primaria rilevanza da assolvere, se il mondo cattolico vuol continuare a offrire un messaggio di speranza. Le certezze che ci offre l’esaltante progresso tecnico-scientifico non ci bastano, perché la questione odierna non è tanto decidere cosa fare per ottenere ciò che vogliamo, ma decidere cosa è bene che si voglia. Di qui l’esigenza di una nuova speranza. È comprensibile che la speranza di chi non ha sia diretta sull’avere. Continuare a crederlo oggi sarebbe un grave errore. Se è vero che lasciar cadere la ricerca dei mezzi più efficaci sarebbe stolto, ancor più vero è riconoscere che la nuova speranza va diretta ai fini.

Avere dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti a una soluzione credibile di quel  trade-off[1]. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non c’è felicità in quella società in cui esiste solamente il “dare per avere” oppure il “dare per dovere”. Ecco perché né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione stato-centrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui iper-globalizzazione e quarta rivoluzione industriale stanno mettendo a dura prova la tenuta del nostro modello di civilizzazione. Restituire un’anima alla politica. Ci vogliono grandi cause, ancorché talvolta deviate dal loro alveo originale, per mobilitare le persone in gran numero. Non esiste forza politica, degna di questo nome, che non si rifaccia a un’ispirazione. Senza di essa, un partito si riduce a una mera aggregazione di interessi, sia pure legittimi. È culturalmente attrezzato il nostro mondo cattolico per una missione come quella sopra abbozzata? Penso proprio di sì, purché se ne voglia prendere atto. Un antico proverbio tibetano dice che quando c’è un grande traguardo anche il deserto diventa una strada. Se il grande traguardo è riportare la categoria di bene comune – il bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo – al centro dell’agenda politica, il deserto della crisi attuale può diventare una grande opportunità. A patto che mai ci si dimentichi della sorgente. La quale è né solo origine né solo inizio. Origine e inizio si possono anche dimenticare col tempo, ma non ci si può dimenticare della sorgente, perché da essa lo “zampillo d’acqua” fuoriesce in modo continuo.


[1] Scambio, compromesso (ndr)




26 maggio 2024. Trinità
IL NOME CHE NON C’E’

PadreFiglioSpiritoSanto nella Chiesa

Preghiamo:  Dio, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre, e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunciatori della salvezza offerta a tutti i popoli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Deuteronomio 4,32-34.39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi? Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti dò, perché sii felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti dà per sempre”.
Salmo 32  Beato il popolo scelto dal Signore.
 Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Lettera ai Romani 8,14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. 

IL NOME CHE NON C’È. Don Augusto Fontana

Il prof. Cacciari intervistato da AVVENIRE (22 maggio 2024) ha detto, tra l’altro: «La Chiesa non è più di fronte a un ateismo militante, ma a un’indifferenza radicale. Non si trova più di fronte a un Nietzsche che dice “Dio è morto”, ma a chi dice “di Dio che me ne importa”. È un salto pazzesco». E noi continuiamo a dire: “Trinità…PadreFiglioSpiritosanto”.
I novantanove Nomi di Dio…
Nella mia Bibbia tascabile tengo un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh”. Incredibilmente ogni tanto ne vengo attratto e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AR-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca la soglia del centesimo attributo che rappresenta quell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà (Esodo 20,7). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 dice “Per il Signore anche il silenzio è lode”. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile e adorabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore del Signore è sapienza e istruzione» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. Parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo inducendo una mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. «Non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» (Karl Barth). Il mistero di Dio è scritto nelle mie piccole parole, è affidato alla teologia del nostro piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio nascosto» Isaia 45,15), ma sempre prossimo («Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» Giovanni 1,18), incartato nella nostra storia ma avvolgente l’universo[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
Il Mistero e i luoghi comuni di una fede pigra.
Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del II° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con un arcobaleno di Nomi e di storie di questo Unico e di cui abbiamo un piccolo saggio in una frase di Paolo, molto simile al testo della seconda lettura di oggi: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre![4]». Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita?». Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Giov 4,8). Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[6]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione del teologo Bruno Forte[7] che riferisce una frase di Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». Così hanno fatto gli autori della tradizione biblica: giungere a Dio attraverso la lettura di una storia che documenta, ad  occhi vedenti nel chiaroscuro e ad orecchi che sopportano il silenzio, ciò che Dio compie per noi. «Interroga i tempi!» dice il Cap. 4 del Deuteronomio da cui è tratta la prima lettura della liturgia odierna[8].«E’ questa la sfida di Dio che si fa trovare mettendo sul cammino dell’uomo dei richiami precisi (la sua voce, la sua parola), delle azioni concrete (segni, prodigi in vista della liberazione), delle testimonianze inequivocabili della sua sollecitudine paterna. Noi vorremmo scoprire chi è Dio in se stesso. Lui, invece, si fa conoscere mediante ciò che opera per noi. Il Dio-per-noi è l’unica faccia del mistero che ci è consentito vedere. Dio in una certo senso lascia cadere un lembo del suo mistero, scoprendosi attraverso la sua “debolezza” nei confronti dell’uomo[9]». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle nostre origine ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna (depone) la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13).
Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca[10]». E io quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? O che io sono mandato da Cristo come lui è mandato dal Padre? Quando potrò dire un Amen detto con la vita affinchè il paradosso trinitario non appaia come un rompicapo matematico, ma come un’opera dinamica di bontà verso il singolo e la comunità umana?


[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138).
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[4] Lettera di Paolo ai Galati 4, 6.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808.
[6] A.J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma pag. 65.
[7] in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[8] «Ma guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Deuteronomio 4, 9).
[9] Alessandro Pronzato, Parola di Dio! Commenti alle 3 letture – ciclo B, Gribaudi, Torino, pag. 127-128.
[10] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.




19 maggio 2024. Pentecoste
Un soffio che rianima.

Pentecoste 

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Salmo 103.  Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra.
Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,16-25
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
 Dal Vangelo secondo Giovanni
15,26-27 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
16,12-15 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

UN SOFFIO CHE RIANIMA. D. Augusto Fontana

Pentecoste è un sogno, una promessa, ma che tarda sui tempi delle mie attese e dei miei desideri: attese di una fede pasquale sulla mia vita e sulla nostra morte; desideri di una chiesa meno legnosa e più umana e profetica, di una convivenza che abbia almeno un giorno senza conflitti e di un pomeriggio dove tutti possano mangiare, di un popolo di discepoli del Signore che smettano di essere consumatori del supermarket della religione.
Nel mio oggi, Signore, dov’è la tua Promessa?
L’oggi è già invaso da una Pentecoste senza tuoni e fragori, vite di persone semplici percorse dal brivido del perdono, del servizio senza sconti, della fedeltà rocciosa, del martirio di una santità di vita ordinaria vissuta straordinariamente. Ma il mio oggi è anche disegnato coi tratti di Babele, la città confusa. Il mio oggi ha ancora come sfondo la valle delle ossa secche sognate dal profeta Ezechiele quando ancora lo Spirito non aveva gridato con le sue labbra di vita. Ripercorro un saggio di Erich Fromm[1] che individua tre profondi malesseri contemporanei: il narcisismo, l’alienazione, la necrofilia. «Il narcisista non è veramente interessato al mondo esterno, ma pretenderebbe tutto per sé. Molte relazioni danno l’impressione di essere rapporti d’amore, ma in realtà si tratta spesso di rapporti narcisistici. E il narcisismo di gruppo non si distingue troppo da quello individuale. L’alienazione significa che io non mi pongo come soggetto del mio agire. Nell’antico testamento questo si chiamava “idolatria”. L’uomo alienato dipende dagli oggetti che crea: cose, utensili, merci, burocrazia, leader.  La necrofilia è un atteggiamento nel quale la morte, la distruzione, la putredine esercitano un’azione perversa; è la perversione di essere attratti dalla morte quando si è vivi».
In questo contesto desidero meditare alcuni testi biblici pentecostali.
La Toràh: Parole e amore.
La Pentecoste è la festa di Shavu’ôt, la festa delle Settimane che si celebrava, e ancora si celebra tra gli ebrei (quelli non impegnati nella guerra contro la popolazione palestinese), 50 giorni dopo Pasqua; festa della mietitura, ma che già all’epoca di Gesù era diventata la festa del dono della Toràh, della Rivelazione sul Sinai. Pentecoste diventa la festa di un popolo che festeggia il dono dei raccolti tra cui il frutto nutriente e dolce della Toràh: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca» (Salmo 119,103).
Unità plurale.
Il testo di Atti 2 costituisce l’antitesi dello scenario di Babele in Genesi 11,1-9 che riporta la biodiversità delle lingue a Babel: gli uomini intraprendono un’azione con lo scopo di raggiungere Dio per non disperdersi; ma Dio confonde il loro linguaggio che fino a quel momento era stato unitario. Meglio dunque la multiformità dei linguaggi (anche se ciò potrebbe rendere un po’ più difficile la comunicazione), piuttosto che l’uniformità che può generare totalitarismi o conformismo.
Questa narrazione ci porta dunque a cogliere il dialogo possibile non tanto nell’orizzonte dell’omogeneità e dell’uniformità dei linguaggi, ma nella comune volontà di bene che lo deve sorreggere o – come diceva il monaco Enzo Bianchi  – dell’ unità plurale.  Scrive il Midrash della tradizione ebraica[2]: «Il Santo parlava e la sua voce si diffondeva in tutto il mondo: Israele udiva la voce che proveniva dal sud e correva al sud per accogliere la voce di là; allora la voce si spostava a Nord e Israele correva a nord, ma allora la voce si spostava ad oriente e poi ad occidente e gli israeliti si spostavano di conseguenza; poi giungeva dal cielo  e i figli di Israele alzavano gli occhi al cielo, ma allora la voce saliva dalla terra e allora gli Israeliti si chiedevano: “Da dove viene la Sapienza e qual é la sede dell’Intelligenza? Tutto il popolo “vedeva le voci” (Esodo 20,18). Perché dice “le voci”? Perché la voce del Signore si trasforma in sette suoni e da questi si trasforma nelle settanta lingue, affinché tutti i popoli possano comprendere». Dio si manifesta al plurale. La rivelazione di Dio é capace di dividersi e di parlare in molte lingue e la lode a Dio deve essere possibile nel rispetto delle diverse espressività dei popoli. Questo orientamento parrebbe in contrasto con una teologia e una liturgia ancora troppo occidentali, europee e romane, nonostante le sollecitazioni pressanti delle Conferenze episcopali delle periferie del mondo per accelerare una coraggiosa inculturazione nella gestualità e nella cultura locale di ogni popolo.
Da carcasse a viventi.
La visione comunicataci da Ezechiele (37, 1-14) costituisce un altro testo indimenticabile di questa festa: «il Signore mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. Egli mi disse: “Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del Signore: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete”. Io profetizzai come mi era stato comandato ed ecco le ossa si accostarono le une alle altre; lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita». Il profeta si rivolge al popolo in esilio che si considera morto e abbandonato da Dio. A questi esiliati Ezechiele promette il dono dello Spirito che li restituirà a vita nuova. Il simbolismo è potente ed evoca ogni spezzone di umanità odierna corrosa dalla delusione e dalla mancanza di prospettive. Occorre lo Spirito per rimetterci “in piedi”. Al momento della creazione c’era il caos, il vuoto, la desolazione (Genesi 1,2); su questo caos, che è immaginato come un gorgo che risucchia, aleggia la Ruah, l’alito di Dio, il suo coraggio.
Profeti senza documenti.
Anche il testo di Gioele 3, 1-5Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito») si adatta bene alla celebrazione della Pentecoste soprattutto a causa di una rilettura fatta da Atti 2, 17-21, all’interno del discorso di Pietro: “questi uomini non sono ubriachi”. Anche oggi l’esercizio di alcune professioni è proibito senza il relativo documento di riconoscimento. Ma a chi spetta il potere di riconoscere la profezia? La risposta non è semplice: nella storia ebraica conosciamo che esistevano gruppi di profeti che si autoproclamavano tali, vivevano presso le corti dei re, ma di fatto erano profeti da strapazzo mentre altri, non riconosciuti tali al loro tempo, furono poi inseriti nella grande rivelazione profetica della Bibbia. E poi è così difficile riconoscere i profeti mentre sono ancora in vita. La promessa di Gioele, e cioè la diffusione dello Spirito di profezia su ogni uomo/donna, è come una risposta al desiderio di Mosè ricordato nel racconto di Numeri 11,29 quando Giosuè si era lamentato con lui perché due strani tipi, Eldad e Medad, stavano profetando nell’accampamento senza averne autorizzazione: «Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo Spirito». Questo Spirito, durante la Pentecoste, si “effonde” su tutti, rendendo capaci di “visione e sogni” e cioè capaci di guardare dentro se stessi e negli avvenimenti per scorgervi ciò che chiede il Signore.
Come essere profeti pentecostali in un mondo oppresso dal narcisismo, dall’alienazione e dalla necrofilia? Mi ha sempre colpito una poesia orientale che racconta: «Dissi al mandorlo: “Fratello parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì». Il testimone profeta, come il mistico, parla poco ma diventa eloquente con la vita come ricorderà Paolo (Galati 5, 22) quando enumera i frutti dello Spirito: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Scrive il teologo sudamericano Segundo Galilea[3]: «La spiritualità cristiana assomiglia all’umidità e all’acqua che mantengono irrorata l’erba, perché sia sempre verde e cresca. L’acqua e l’umidità non si vedono; ciò che si vede è il pascolo. Però sappiamo che dobbiamo irrigarlo e mantenerlo umido». I tre simboli dello Spirito (acqua, respiro e fuoco) possono davvero costituire una descrizione di come i laici possono inserirsi come profeti negli ambienti di vita e nelle scelte che sono loro proprie.
Resta la domanda: chi è lo Spirito Santo? Un grande padre della Chiesa – s. Gregorio di Nissa – affermava con linguaggio spericolato: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere”. Verrebbe da dire che, a maggior ragione, se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma un cimitero sterminato di cadaveri, così come si legge nel profeta Ezechiele. Il brano del vangelo è costituito dalla cucitura di due testi: Giovanni 15, 26-27 con 16, 12-15. In un contesto di persecuzione, lo Spirito viene descritto nella sua attività di “Consolatore/Avvocato” e “Testimone”, cioè colui che confermerà dentro di noi le Parole dette da Gesù e gli eventi fondamentali della sua vita (“Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta intera”). La terminologia, dunque, è propria di un contesto giudiziale dove i discepoli sono messi sul banco degli accusati per rendere ragione della loro scelta ed hanno bisogno di chi incoraggia, difende, testimonia a favore, conferma. Noi oggi non siamo trascinati fisicamente davanti ad alcun tribunale, ma la nostra vita evangelica è sottoposta all’insignificanza, al dubbio, alla pressione di conformità, all’omologazione. Indimenticabile  la pagina della Lettera a Diogneto[4]: «I cristiani né per regione, né per lingua, né per abitudini sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare e adeguandosi ai costumi del luogo, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani».


[1] E. Fromm “I cosiddetti sani. La patologia della normalità”. Mondadori, 1996
[2] Midrash (Ricerca): raccolta ebraica di commenti biblici per rendere la Bibbia accessibile alla gente comune.
[3] S. Galilea, El camino de la espiritualidad, Bogotà, 1985 pag. 8
[4] Questo scritto di un anonimo risale al II° secolo d.C.




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Il movimento di lotta per la riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere è partito dalle lavoratrici e lavoratori a fine 1800. Ovviamente in questi decenni sembra che stia tornando la necessità di rivedere ancora questo dovere-diritto di lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Quindi siamo ancora alla ricerca, come abbiamo sentito dalle interviste, di un’armonizzazione tra tempo di lavoro e di vita È una questione di etica del lavoro che non riguarda solo le organizzazioni imprenditoriali e sindacali ma riguarda anche la coscienza personale ma anche la pastorale stessa. Dove mai si è parlato di questo problema nella catechesi degli adulti o nella formazione dei giovani? Allora è problema etico che riguarda lavoratori e lavoratrici, in particolare con grave ricaduta sulle lavoratrici a causa del loro ruolo genitoriale e anche di cura.

Il tema non è solo di organizzazione di orario ma è culturale su due piani: quello personale e quello collettivo.

Quello personale perché è chiaro che ognuno dei lavoratori rischia di appiattirsi sui ritmi richiesta dall’azienda e anche in nome della produttività. È chiaro che è un modo di coscientizzarsi anche nei confronti del proprio rapporto personale con il tempo di lavoro.

Ma è anche un problema collettivo. Sta già arrivando per le grandi aziende e banche l’occasione di incominciare a pensare alla settimana corta, a parità di salario e di produttività. Potrebbe essere necessaria una legislazione.

Siamo alla ricerca di un lavoro che sia dignitoso ma anche decente dal punto di vita dei lavoratori che hanno bisogno del tempo per la propria cultura, per la propria salute, per il proprio sport, per l’educazione dei figli, per la famiglia.

Occorrono quindi anche delle contrattazioni di secondo livello dove le aziende, i lavoratori e le Organizzazioni sindacali possano sperimentare gradualmente nuove forme, senza indebolire ovviamente la produttività e le performances delle aziende.

Chiudo con una frase di Papa Francesco tra le tante. In una intervista del 2018 diceva così: «Quando la persona non è più al centro, quando fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico, siamo al di fuori dell’etica e si costruiscono strutture di povertà, di schiavitù e di scarto».




12 maggio 2024. PASQUA BIS detta Ascensione

Ascensione/Risurrezione

Preghiamo: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.  Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”. Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Salmo 46. Ascende il Signore tra canti di gioia.

Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo.
Applaudite, popoli tutti, acclamate Dio con voci di gioia;
perché terribile è il Signore, Altissimo, re grande su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni; cantate inni al nostro re, cantate inni.

Efesini 4,1-13
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”. Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.  È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.
Marco 16,15-20.
Gesù apparve agli Undici e disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

Pasqua bis. Don Augusto Fontana

Asceso al cielo, comodamente seduto alla destra di Dio? Quale cielo mi interessa oggi? Che me ne faccio di un Dio Maggiore, andato in pensione anticipatamente, mentre io, e forse tu con me, siamo travolti e risucchiati da piccoli Dei minori, da tempi iniqui, politiche corrotte, pastorale affannosa, orfanezza di rapporti? Viviamo giorni di recessione, imbarbarimento, regressione, stasi. La Chiesa cammina, come la società, a piccoli passi e si ferma, si imbarbarisce, arretra, sbuffa in affanno, come me.

E Lui,

  • il nostro amico Gesù,
  • la nostra vite e linfa dei nostri tralci,
  • l’acqua che promette di dissetare le nostre aride speranze,
  • il pane necessario che nutrirebbe una fame che tentiamo di calmare con fitness e supermarket,
  • il liberatore che invochiamo nella complessità delle soluzioni sociali,
  • il pastore bello e buono di cui abbiamo nostalgia nelle nostre comunità

viene innalzato, fa’ carriera, si siede alla destra di Dio e chiude i conti con la storia.
«Ma dove vai?», mi verrebbe da chiedergli. «Resta con noi, Signore, perché qui è notte!».  Fortunatamente non se n’è mai andato. Si è trattato solo di equivoci verbali, di linguaggi vecchi nati dalle necessità narrative e catechistiche degli evangelisti (nube, angeli…).
Per l’evangelista Giovanni, Gesù viene “innalzato” sulla croce e simultaneamente viene “innalzato” presso il Padre.
Per Matteo, Marco e Luca, tra la morte, la risurrezione e l’innalzamento al Padre passano giorni, ma non sono i suoi bensì i nostri giorni, cioè quelli necessari per entrare nel mistero e contemplarlo, capirlo un po’, lasciarci stupire e convincere. Sono i giorni necessari alle nostre zucche di maturare. Il Mistero si distende nel tempo per noi uomini, che, solo lentamente e attraverso immagini o simboli, riusciamo a intuirne spezzoni.
Gesù. venendo tra noi, ci aveva portato schegge di Dio e ce le ha lasciate in eredità sotto forma di Parola ascoltata e obbedita, di Pane spezzato e mangiato cantando, di Poveri che emanano sudori e storie. Ed ora si è portato con sé, accanto a Dio, frammenti di umanità; nella sua carne di Galileo si è seduto alla destra del Padre, portandosi il suo e nostro sorriso, le sue e nostre lacrime, le sue e nostre preghiere, le sue e nostre impurità, i sapori delle sue e nostre tavole, le stigmate della sua e nostra croce, i baci dei suoi e nostri Giuda. Oggi preghiamo: «…nel tuo Figlio innalzato al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria». Tutto ha portato con sé per non dimenticarsene, soprattutto per non dimenticarci, per tenerci dentro i pori e le stigmate della sua carne umana. Paolo ci scrive: “ci ha fatto sedere nei cieli” in Lui (Ef.2,6).
La sacra Scrittura, nel Primo Testamento, parla di altri personaggi, assunti in cielo, ad un certo momento della loro vita; è il caso del patriarca Enoc, che “…camminava con Dio e non fu più tra noi perché fu assunto in cielo..” ( Gn.5,24 ) e del profeta Elia, il quale “mentre camminava, conversando col suo discepolo Eliseo,…fu assunto nel turbine in cielo...”, su di un carro di fuoco, apparso, all’improvviso, tra loro. (2Re 2,11). Due racconti che stanno ad indicare la vocazione che attende il credente, l’uomo fedele e giusto, il quale vive sempre la comunione e la familiarità con Dio. E’ quel che canta anche il salmo 16: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione…“.
Nel lungo discorso di congedo, quel discorso che ci ha accompagnato in queste ultime domeniche, Gesù, parlando ai suoi, ormai senza più immagini o metafore, afferma: “Il Padre vi ama, perché voi mi avete amato, e avete creduto che sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo. Ora lascio il mondo e torno al Padre…” (Gv.16,28). Lui che, come Paolo scrive “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, facendosi simile agli uomini ” (Fil 2,6 ) ora, “siede alla destra di Dio“. Gesù ha compiuto la sua missione che ora è affidata agli Undici, a noi:  «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura».
Sempre nel lungo discorso di addio, Gesù, promette di non lasciare “orfani” i suoi; essi avranno il conforto, e il sostegno dello Spirito: “..io vi dico la verità, è meglio, per voi, che io parta, perché, se non parto, il Paraclito non verrà a voi. Se, invece, me ne vado, ve lo manderò…quando Lui verrà vi guiderà alla verità tutta intera..” (Gv.16,7-13).
La missione, come Marco scrive, è accompagnata da “segni”, che valgono a rendere credibile la parola: “…questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno In mano i serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Sono, ovviamente immagini, che stanno ad indicare che, il male è, ormai, indebolito nelle radici.
Allora essi partirono, conclude il testo, e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.”




5 maggio 2024. Domenica 6a di Pasqua
Amore? Niente di più facile, impossibile, divino.

6 domenica di Pasqua B

Preghiamo. O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa’ che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
At 10,25-27.34-35.44-48
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”. Poi, continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte persone disse loro: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: “Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Salmo 97  Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
 Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
1 Lettera di Giovanni 4,7-10
Carissimi, amiamoci (agapaô) gli uni gli altri, perché l’amore (agapê) è da Dio: chiunque ama (agapaô)  è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama (agapaô)  non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (agapê). In questo si è manifestato l’amore(agapê)  di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore (agapê): non siamo stati noi ad amare (agapaô)  Dio, ma è lui che ha amato(agapaô)  noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Vangelo secondo Giovanni 15,9-17
Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato (agapaô) me, così anch’io ho amato(agapaô) voi. Rimanete nell’ amore (agapê) quello mio ™n tÍ ¢g£pV tÍ ™mÍ). Se custodirete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore (agapê), come io ho custodito i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore (agapê). Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate (agapaô) gli uni gli altri, come io vi ho amati (agapaô). Nessuno ha un amore (agapê) più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi (agapaô) gli uni gli altri”. 

Amore? Niente di più facile, impossibile, divino. Don Augusto Fontana

«La felicità non consiste nell’accumulare ricchezze, ma nel regalarle e condividerle: un gesto, un sorriso, un aiuto agli altri». Sembrerebbe una frase da Baci Perugina. Invece le aveva pronunciate a una radio peruviana Nadia De Munari, uccisa il 24 aprile 2021 a Chimbote in Perù, dove era volontaria da 30 anni. Lei, quelle parole, le ha rese carne. Vita vissuta. Dei suoi 50 anni, più di metà li ha passati a servizio dei poveri in Ecuador e sulle Ande peruviane. Anche chi muore sul lavoro depone la vita per amore, ammesso che il lavoro sia uno stato di amoroso consenso alla solidarietà reciproca dello scambio di beni e servizi.
La liturgia insiste 18 volte: agape, agapaô, amore, amare! Niente di più facile, di più impossibile, di più divino!
Il Capitolo 15 di Giovanni è una sinfonia dell’amore (agape), un amore dalle radici solide e dal tronco sano (Io la vite, voi i tralci). Un amore in tutte le sfumature armoniche di cui siamo capaci, come singoli e come comunità, in tempi di amori tossici, normali, violenti o eroici.
Anche la Lettera di Giovanni si sofferma più volte sul comando dell’amore, con un’insistenza che può lasciare sconcertati. Si tratta in effetti di una realtà che può apparire scontata, ai limiti della banalità, e invece è sempre da riaffermare e fa scoprire sempre cose nuove.

L’amore è da Dio…Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio“: che può significare che ogni persona che ama è di fatto “battezzato” in Dio; oppure anche che non possiamo amare “veramente” senza di Lui. A ciascun lettore compete di scegliere l’interpretazione che lo rivoluziona dentro.

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore“: affermazione molto critica nei confronti di molti devoti, preti, teologi delle comunità cristiane.

«L’esperienza della pandemia ha fatto vivere a noi cattolici alcune settimane di digiuno eucaristico e di “chiese vuote”. Tempo di “chiese vuote” che forse ha mostrato un “vuoto” molto più profondo dentro le nostre comunità. La situazione pandemica – lo dico con grande rispetto – ha messo in luce quello che già si intuiva e si andava dicendo: in Italia l’epoca della “cristianità”, di un cattolicesimo di massa riconosciuto e condiviso, è tramontata da tempo; mi sembra che quella “clausura forzata”, quel “vuoto” sia stato visto dai più di noi come insopportabile. La reazione istintiva è stata quella di riempire ogni fessura sostituendo alle normali attività in presenza quelle in streaming sui social: celebrazioni, incontri, persino compiti di catechismo per casa. Siamo caduti nella tentazione di riempire gli spazi vuoti con dei pieni virtuali, non cogliendo che quel vuoto poteva essere “tempo di grazia”, occasione preziosa e unica per stare davanti a noi stessi, a fare verità su chi siamo, su quale chiesa vogliamo essere, saltando l’appuntamento con un appello ad essere Chiesa diversamente. In realtà la Messa -pur essendo certamente fondamentale è in pratica diventata quasi l’unica attività della nostra azione pastorale. Tanto che, quando la celebrazione pubblica è stata vietata durante il lockdown, è come se fosse cascato giù l’intero impianto ed è sembrato che non rimanesse in piedi più nulla. Non è più sufficiente una pastorale di conservazione, oggi è necessario un cammino che conduca a una pastorale “generativa”, ossia una chiesa consapevole di essere sempre in via di costruzione. Percorrere questo cammino verso una pastorale generativa significa lasciare un modello ecclesiocentrico per andare verso una comunità ecclesiale che si riconosca decentrata nella storia. La Chiesa non è anzitutto un’organizzazione, ma è un insieme di relazioni. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: “qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci”. E che ciò traspaia all’esterno, a quelli che non frequentano o compaiono per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte umili, cariche di speranza»[1].

Che vi amiate gli uni gli altri…Un possibile esito del comando dell’amore a vicenda potrebbe essere la chiusura mistica o psicologica in una comunità di eletti: ci vogliamo bene tra di noi e questo ci basta. Nel Vangelo di Giovanni e nelle sue lettere emerge questa preoccupazione: che possa esistere una Chiesa impegnata nella preghiera, nel culto, nella Lettura biblica, nelle attività pastorali, ma che dimentica l’amore.

Ogni frase in questo Vangelo ha un proprio senso compiuto ma nello stesso tempo si collega alla frase successiva: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”“Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato”. Ogni singola frase si riferisce allo stesso mistero, che si presenta come un diamante con infinite sfaccettature, ed ognuna emette un raggio di luce diverso, per cui non ci si stanca mai di rigirarlo e di osservare tutti i frammenti di arcobaleno che si diramano dall’unica gemma. Siamo come i visitatori di un edificio, che lo percorrono dentro e fuori, ma non possono mai abbracciarlo con un unico sguardo.
Non è facile comprendere la logica del brano odierno: più che di una pagina dotata di unità e coerenza, dà l’impressione di una mini-antologia di citazioni su l’amore e l’amicizia.

Prendiamo come punto di partenza il v. 13: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Affermazione problematica. La novità dell’evangelo non è forse l’amore per i nemici? L’espressione di Giovanni resterebbe al di qua di questa soglia; a meno che la leggiamo alla luce di una formula di Lutero: “Dio non ama qualcuno perché amabile, ma qualcuno diventa amabile perché amato da Dio”. Gesù non dà la vita per coloro che sono suoi amici, ma diventano suoi amici coloro per i quali egli dà la vita. L’amore radicale (fino alla morte) di Gesù ricrea lo spazio dell’amicizia.

Sorprendente è l’accoppiata amicizia/comandamento. È un amore unilaterale che tuttavia crea responsabilità nella corrispondenza: “Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando” (v. 14) oppure “Se farete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho fatto i comandamenti del Padre e rimango nel suo amore” (v. 10). La nostra esperienza di fede si dibatte in un equivoco: pensare di essere amici senza dover avere responsabilità (comandamenti) o pensare di eseguire ordini (essere servi) senza amicizia.  Giovanni aveva prevenuto questo malinteso scrivendo: “Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (v. 15).

Ci aspetteremmo a questo punto che la formulazione del comandamento fosse: amate me come io ho amato voi. Gesù dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (v. 12). Il cerchio di quest’amicizia non si chiude nella reciprocità diretta. È questo che Gesù ha “udito dal Padre” e ci ha “fatto conoscere”: la presenza di Dio abita le nostre piccole solidarietà e non le nostre sdolcinate devozioni.


[1] Vittorio Rocca, La Chiesa celebra la vita stando accanto all’umanità ferita. In HOREB 1/2021.




L’INNESTO VITALE
Don Angelo Casati

L’INNESTO VITALE
di Don Angelo Casati (ADISTA n° 46/2009)

E l’immagine è bellissima, è viva, custodisce il senso della nascita. Per noi uomini e donne di città la suggestione è impoverita: quando mai vediamo una vigna? Se passi in questi giorni di primavera vicino ai tralci di una vite non puoi non incantarti al miracolo dei teneri, turgidi germogli.
Ecco, vorrei subito dirvi la gioia che provo al pensare che la fede ci fa dimorare in una vigna, cioè in questo miracolo delle cose che nascono. E il pensiero mi attrae, mi seduce, mi porta anche a ricordare una parola, parola bellissima, di Papa Giovanni. Sentitela: “Non siamo sulla terra a custodire un museo, ma a coltivare un giardino fiorente, destinato ad un avvenire glorioso”.
Dunque lo spazio cui ci chiama l’immagine della vigna non è quello dell’aria chiusa e ammuffita, bensì quello dell’aria aperta, della vigilia di nascita, delle vigne assolate ma rigogliose di Israele, nate, quasi d’incanto, per miracolo, in una terra arida.
Ebbene Gesù con l’immagine della vigna si ricollega a un simbolo più volte evocato nell’Antico Testamento, dove il simbolismo della vigna viene con insistenza ripreso per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto, sul versante di Dio, fatto di cure, di premure, di tenerezza per la sua vigna, un rapporto, sul nostro versante, fatto a volte, purtroppo, di indifferenza, di impermeabilità, di rifiuto.
Ma c’è di più. Nel Vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della vite. “Io sono la vite, voi i tralci.”
Forse potremmo anche dire che con il Battesimo è avvenuto un innesto: noi, rami per qualche misura selvatici, innestati alla vite che ha la pienezza del rigoglio. E dunque custodisci l’innesto, abbine cura, perché senza questa comunicazione con Gesù e il suo Vangelo, si interrompe il flusso della linfa, rinsecchiamo. Rami secchi! E questa del rinsecchirsi è, o dovrebbe essere, la cosa che ci preoccupa di più – più dell’invecchiare negli anni –  l’invecchiare, l’inaridirsi, il rinsecchirsi, l’ammuffire nello Spirito.
Qual è la condizione perché questo non avvenga? La condizione è ricordata senz’ombra di equivoci da Gesù: “Rimanete in me”. Custodite l’innesto. Se non vado errato, per sette volte in questi otto versetti di Vangelo ritorna il verbo “rimanere”: “Se rimanete”, “se non rimanete”, “chi rimane”, “chi non rimane”… e così via, sette volte.
Il verbo “rimanere” è un verbo caro a Giovanni. Perché? Perché è un verbo che dice intimità. Che cosa significhi che tu rimanga nell’altro e che l’altro rimanga in te, forse ce lo possono raccontare solo coloro che fanno un’esperienza di amore: “Ora te ne vai, ma tu rimani in me”. Che cosa significa allora rimanere in Gesù, rimanere nella vite? Significa che il suo mondo, il mondo di Gesù, è diventato il mio mondo, è l’aria che mi fa respirare, è la linfa che pulsa e genera sussulti di nascita, anche in questo ramo apparentemente secco, rinsecchito, che sono io. Il verbo rimanere usato da Giovanni in queste ultime pagine di Vangelo è lo stesso che Giovanni usa in una delle sue prime pagine, quando i due discepoli del Battista si mettono sulle tracce di Gesù. Gesù li sente camminare alle spalle. “Che cercate?” chiese loro. Ed essi: “Maestro, dove dimori?”. Lo stesso verbo. “Videro dove dimorava. E dimorarono presso di lui quel giorno.” Gli stessi verbi. Dimorare è più che abitare. Si può abitare una casa, una chiesa come spazio esteriore. O li si può abitare come spazio di relazioni, di un intimo comunicare, un abitare pensieri, emozioni, sogni. Questo vuol dire rimanere in Gesù, rimanere nella vite.
Custodire questo innesto dovrebbe essere la nostra cura: il nostro innesto e quello degli altri. Questo è il compito che ci attende nella vigna.
A volte invece sembra che la massima cura, la preoccupazione più forte nella Chiesa sia quella di tagliare i rami secchi e di bruciarli. Posso sbagliarmi ma penso che non ci voglia una grande arte né una grande intelligenza per tagliare e per bruciare i rami secchi. L’arte invece, l’arte, l’intelligenza dello Spirito stanno nel creare un innesto o nel custodirlo, nel fasciare, come diceva Gesù, il punto debole della vite.
Anche la Chiesa delle origini stentava a credere negli innesti nuovi, stentava a credere che Dio avesse fatto giungere la linfa luminosa a Paolo di Tarso. Sembra di sentirli: “Ma scherzi! Proprio lui? Ma guarda al suo passato e non essere ingenuo”. E non si accorgono che a rinsecchirsi sono loro. E ci volle Barnaba, ci volle tutta la forza del suo animo a convincerli che Dio ha strade infinite e che anche la strada di Damasco può essere strada di cambiamento. E che la finissero di guardare indietro, che aprissero gli occhi a contemplare ciò che ora stava germogliando. Barnaba, uomo della vigna, uomo degli innesti. E noi, nella comunità, non a custodire un museo, ma a coltivare un giardino!




RACCONTO
Il bruco e il suo sogno

Un piccolo BRUCO
B.F. (da Bollettino Salesiano  aprile 2024)

C’era una volta un piccolo bruco che strisciava risoluto con tutta la forza dei suoi minuscoli piedini in direzione del sole. Lo vide una cavalletta e, curiosa com’era, gli domandò: «Dove vai?». Senza rallentare il passo, il bruco rispose: «Ho fatto un sogno questa notte: mi trovavo in cima a quella montagna e potevo ammirare tutta la valle. Mi è piaciuto molto quello che ho visto e ho deciso di realiz­zarlo».
«Sei impazzito? Come puoi pensa­re di arrivare lassù? Per te un sassolino è già un’enorme montagna, una pozzanghera un mare e un rametto una barriera insuperabile!» Il bruchetto neanche l’ascoltava, contorcendosi e strisciando conti­nuava a marciare.
Lo vide uno scarafaggio dalla luci­da corazza nera: «Dove vai, bruco, così di fretta?». Ansimando per la fatica, il bruco rispose: «Ho fatto un sogno e voglio realizzarlo. Salirò su quella montagna per guardare di là il nostro mondo». Lo scarafaggio scoppiò in una gras­sa risata: «Non ci riuscirei neanche io con le mie lunghe e robuste zam­pe. Figurati tu, sgorbietto!» A forza di sghignazzare, si rovesciò a gambe in su, mentre il bruco continuava ad avanzare, un centimetro alla volta, con gran fatica.
Tutti quelli che lo incontravano, ragni, talpe, rane, fiori, perfino un topo non facevano che ripetere lo stesso ritornello: «Lascia perdere. Non ce la farai mai!»
Ma il bruco continuava. Le sue forze però diminuivano finché esausto si fermò per riposare, ma prima si costruì un rifugio per pernottare. Una specie di robusto sacco a pelo in cui si avvolse completamente. «Così starò meglio» si disse.
Tutti gli animaletti del bosco si radunarono per guardare la tomba di quello che consideravano l’ani­male più stupido del mondo, morto di fatica per realizzare un sogno sconsiderato.
Una mattina, con il sole che splen­deva in modo speciale, si riunirono in tanti intorno alla tomba del bruco divenuta un monumento all’insen­satezza, un ammonimento per i folli che si buttano in imprese impossibili. Improvvisamente si accorsero che quel guscio compatto si lacerava e ne emergevano due antenne e poi, piano piano, due stupende ali iridescenti attaccate al corpicino minuscolo di una farfalla che si librò in aria e spalancò le ali mostrandole in tutto il loro splendore.
Tutti gli animaletti tacquero confusi. Avevano avuto torto e si sentirono molto sciocchi.
Il bruco stava per realizzare facil­mente il sogno per cui era vissuto, era morto ed era tornato a vivere: arrivare in cima alla montagna.




28 aprile 2024. Domenica 5a di Pasqua
CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO

V domenica di Pasqua –

Preghiamo O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 9,26-31
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
 Salmo 21  A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano;
il vostro cuore viva per sempre!
Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli.
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere.
Ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».
 Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,18-24
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia (in greco: airô), e ogni tralcio che porta frutto, lo pota (in greco: kath-airô) perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO. Don Augusto Fontana

Continuano gli appuntamenti col risorto. Come si presenta Lui oggi? «Io sono la vite».
La liturgia della 5a domenica di Pasqua  di quest’anno è incuneata tra la festa civile del 25 aprile e la festa del lavoro del 1°maggio; giorni ancora segnati da guerre, crisi sociali e autarchie. Eppure, come disse Papa Giovanni XXIII ai prelati della curia: “La chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare”.  il Vangelo ci fa sognare giardini e vitigni più che rovine o musei impolverati: «Io sono la vera vite…». L’evangelista Giovanni aveva già ricordato: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35.41.48.51.58); «Io sono la luce del mondo» (Gv.9,5); «Io sono il buon Pastore» (Gv. 10, 11); «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv. 11,25).
«Rimanete in me». “Rimanere” è parola chiave nel vocabolario dell’evangelista Giovanni; nell’originale greco (menô) la troviamo 68 volte nei suoi scritti e 118 in tutto il Nuovo Testamento. Nel senso più forte esprime l’unione tra il Padre e il Figlio. In senso più ampio, esprime l’unione tra Dio e colui che crede e custodisce e mette in pratica i suoi comandamenti. Ad ognuna delle autorivelazioni di Gesù corrisponde una risposta che Dio attende dal discepolo: «Il sono il pane della vita: mangiate!», «Io sono la luce del mondo: credete!», «Io sono il buon pastore: ascoltate, seguite!». Qui la risposta del discepolo è “rimanere”: «Io sono la vite: rimanete e portate frutto!».
Quando Dio passa nella mia vita non mi consegna solo un dogma da credere, ma una piega da dare alla mia vita. Passa, parla e se ne va, lasciandomi un impegno, una scelta. Questa formula del “rimanere in” ha una sua storia nel Vangelo di Giovanni e descrive l’itinerario della fede del discepolo. Credente è il discepolo che dopo aver saputo “dove” abita Gesù, lo “segue” per “rimanere presso di lui” (Giovanni 1, 35-39). Discepolo è colui che “rimane nella parola” di Gesù (Giovanni 8,31 “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli»”). Mediante la fede il discepolo viene decentrato da sé e concentrato sulla persona di Gesù. Curioso il martellante “in me” che non sopporta una vicinanza approssimativa, un legame superficiale ed episodico, ma una convivenza, una connivenza, una complicità, una connessione.

«Ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto». La potatura[1]. Coloro che “rimangono in lui” d’ora in avanti sanno che li aspetta la potatura. Sono le persecuzioni, le difficili fedeltà controcorrente, le stesse difficoltà interne alla chiesa, come descrive Paolo che si sente un intruso, un out-sider, un disturbatore di quiete sicurezze e abitudini.
«I frutti». In epoca di attivismo e di ricerca di efficacia occorre chiarire quali sono questi frutti. La vigna del Signore produce amore. Dice la lettera di Giovanni: «un amore nei fatti veri» e «nella verità» che per Giovanni significa “sul modello di Cristo” che non è rimasto chiuso nel proprio mondo, ma è uscito per incontrare e mescolarsi con gli uomini. «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo tra noi Dio abita in noi» (1 Lettera di Giovanni 4,12). Paolo (Galati 5,22-23) scriveva: «Lo Spirito produce amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé».
Riportato ai nostri giorni potremmo riflettere con i Vescovi Italiani[2]: « Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: “È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana” (Centesimus annus, 41). In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico. È particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia». Molti preti oggi parleranno della “preghiera” o del “mese mariano” come frutti della chiesa che è Cristo, ma nessuno parlerà della “democrazia” come frutto buono del tralcio unito a Gesù; in tempi di devozionalismo e pastorale disincarnata mi aspetto anche questo. Amen.


[1] Giovanni usa lo stesso verbo sia per indicare il “tagliare” il tralcio secco, sia per indicare il “potare” il tralcio vivo. Lo stesso identico gesto “taglia” il ramo morto e “pota” il tralcio vivo. C’è però un particolare. Quando Giovanni vuole sottolineare il “tagliare” usa il semplice verbo greco “airo”: alzare, prendere, raccogliere, eliminare, distruggere. Quando invece vuol parlare di “potare” davanti al verbo “airo” mette una preposizione – katà – che significa “per”. In altre parole: quel “tagliare” ha uno scopo positivo, ti fa pensare al frutto che verrà non al fuoco a cui è destinato il traglio secco tagliato.
[2] Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio 2024): “Il lavoro per la partecipazione e la democrazia”.