Il buon pastore che offre la sua vita
P. Ermes Ronchi

Donare: nella vita non conta altro.
Padre Ermes Ronchi  (Avvenire 11 Maggio 2003)

Io sono il pastore: il titolo più disarmante e disarmato che Gesù dà a se stesso. Eppure pieno di coraggio, contro i lupi e per la croce. Io sono il pastore bello, aggiunge il testo greco. E noi capiamo che la bellezza del pastore è il fascino che hanno la sua bontà e il suo coraggio. Capiamo che la bellezza è attrazione, Dio che crea comunione. Con che cosa ci avvince il pastore bello, come ci fa suoi? Con un verbo ripetuto cinque volte: io offro la mia vita; la mia vita per la tua. E non so domandare migliore avventura. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio, il comando che fa bella la vita: il dono. La felicità di questa vita ha a che fare col dono e non può mai essere solitaria. Il pastore bello e coraggioso ha un movente, non semplicemente un ordine da eseguire. Se cerco ciò che lo muove, mi imbatto subito nell’immagine opposta del mercenario che vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore. A Cristo invece importano le pecore, tutte, l’una e le novantanove. L’uomo interessa, l’uomo è importante. Anzi Cristo considera ogni uomo più importante di se stesso, per questo dà la sua vita. «Signore, non ti importa che moriamo?»  gridano gli apostoli spaventati in una notte di tempesta. E il Signore risponde placando il mare, sgridando il vento, per dire: Sì, mi importa di te, mi importa la tua vita, tu sei importante per me. Lo ripete a ciascuno: mi importano i passeri del cielo, ma voi valete più di molti passeri. Mi importano i gigli del campo, ma tu sei molto di più. Ti ho contato i capelli in capo, e tutta la paura che porti in cuore. Questa è la certezza: a Dio importa di me. A questo ci aggrappiamo, anche quando non capiamo, soffrendo per l’assenza di Dio, turbati per il suo silenzio. Questo comandamento ho appreso dal Padre: la vita è dono. Per stare bene l’uomo deve dare. Perché così fa Dio. Il pastore non può stare bene finché non sta bene ogni sua pecora. Il Dio del cristiano non sta bene nei cieli, discende e si compromette. Il cristiano non può star bene finché non sta bene suo fratello. E tutti, a nostra volta pastori di un minimo gregge, ripetiamo le parole di Gesù, ma in silenzio e coraggio: tu mi importi, tu figlio amato o sconosciuto fratello, tu incontro d’oggi o compagno di una vita, tu sei importante per me. Da qui parte l’avventura di coloro che vogliono sulla terra, come il pastore bello e coraggioso, custodire e lottare, camminare e liberare. Alla ricerca di Qualcuno che ci faccia diventare dono, che ci dia il coraggio di capire che dare la propria vita è l’unico comando, è l’unico modo per riempire e fare bella la vita.

Il buon pastore che offre la sua vita
Ermes Ronchi (Avvenire 26/04/2012)
Sottese all’espressione di Gesù: «il mercenario vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore» intuisco parole che amo e che sorreggono la mia fede. Suonano pressappoco così: al mercenario no, ma a me, pastore vero, le pecore importano. Tutte. Ed è come se a ciascuno di noi ripetesse: tu sei importante per me.
Questa è la mia fede: io gli importo. A Dio l’uomo importa, al punto che egli considera ogni uomo più importante di se stesso. È per questo che dà la vita: la sua vita per la mia vita. Ricordo il grido degli apostoli in una notte di tempesta «Signore, non ti importa che moriamo?» e il Signore risponde placando le onde, sgridando il vento: Sì, mi importa di voi, mi importa la vostra vita. E lo ripete a ciascuno: mi importano i passeri del cielo ma voi valete più di molti passeri; mi importano anche i gigli del campo ma tu sei molto di più di tutti i gigli dei campi.
«Io sono il Pastore buono» è il titolo più disarmato e disarmante che Gesù abbia dato a se stesso. Eppure questa immagine non ha nulla di debole o remissivo: è il pastore forte che si erge contro i lupi, che ha il coraggio di non fuggire; il pastore bello nel suo impeto generoso; il pastore vero che ha a cuore cose importanti. Il gesto specifico del pastore buono, il gesto più bello che lo rende letteralmente il “pastore bello”, è, per cinque volte: «Io offro la vita». Qui affiora il filo d’oro che lega insieme tutta intera l’opera di Dio: il lavoro di Dio è da sempre e per sempre offrire vita.
Con queste parole Gesù non intende per prima cosa la sua morte in Croce, perché se il Pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo rapisce, uccide, vince. Dare la vita, è inteso nel senso della vite che dà linfa ai tralci; del grembo di donna che dà vita al bambino; dell’acqua che dà vita alla steppa arida. Offro la vita significa: Vi do il mio modo di amare e di lottare. Solo con un supplemento di vita, la sua, potremo battere coloro che amano la morte, i lupi di oggi. Anche noi, discepoli che vogliono come lui sperare e costruire, dare vita e liberare, siamo chiamati ad assumere il ruolo di “pastore buono”, cioè forte, bello, vero, di un pur minimo gregge che ci è consegnato: la famiglia, gli amici, coloro che si affidano a noi. Nel vivere quotidiano, “dare la vita” significa per prima cosa dare del nostro tempo, la cosa più rara e preziosa che abbiamo, essere tutto per l’altro, in ascolto attento, non distratti, occhi negli occhi. Questo è dirgli: tu mi importi.
Tu sei il solo pastore che per i cieli ci fa camminare, Tu il Pastore bello. E tu sai che quando diciamo a qualcuno «tu sei bello» è come dirgli «io ti amo».
(Letture: Atti degli apostoli 4, 8-12; Salmo 117; 1 Giovanni 3,1-2; Giovanni 10,11-18)




21 aprile 2024. Domenica 4a di Pasqua
PASTORE

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l’infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi, nell’unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN.
Dagli Atti degli Apostoli (4,8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anzia­ni, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventa­ta la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Salmo 117 La pietra scartata dai costruttori è dive­nuta pietra d’angolo.
Rendete grazie al Signore perché è buo­no, perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore che confida­re nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signo­re che confidare nei potenti.
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto, per­ché sei stato la mia salvezza.
La pietra scar­tata dai costruttori è divenuta la pietra d’an­golo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Benedetto colui che viene nel nome del Si­gnore.
Vi benediciamo dalla casa del Signo­re.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signo­re, perché è buono, perché il suo amore è per sempre.
Dalla prima lettera di san Giovanni apo­stolo  (3,1-2) Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha co­nosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Dal vangelo secondo Giovanni (10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore depone (offre) la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non ap­partengono – vede venire il lupo, abbando­na le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e depongo (offro)  la mia vita per le pecore. E ho altre pe­core che non provengono da questo recin­to: anche quelle io devo guidare. Ascolte­ranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Pa­dre mi ama: perché io depongo (offro) la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la depongo (offro)  da me stesso. Ho il potere di deporla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». 

PASTORE. Don Augusto Fontana

Oggi li chiamiamo LEADERS, STARS, PREMIER e non più PASTORI; e le loro pecore si chiamano FANS, BOYS e non più GREGGE. E pochi di noi hanno esperienza diretta di pastori e greggi. Dunque i riferimenti simbolici del Vangelo di oggi rischiano di essere incomprensibili dal punto di vista emozionale ed esistenziale. La cosa si complica anche per il fatto che identificare una comunità con un gregge significa darle un attributo di massificazione; e identificare un battezzato con l’attributo di pecora suona offensivo («sei un pecorone!», un pavido, uno che ha venduto il cervello all’ammasso).  Eppure la massa esiste nei circuiti promozionali, commerciali e politici, come esiste il gregge di pecoroni dentro le nostre comunità ecclesiali dette anche, per comodità, “parrocchie” o chiesa.
L’esperienza dei pastori semiti dell’antico Israele si presenta lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di penetrazione.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge a pascolare in terreni dove è appena avvenuto il raccolto. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza benchè la pista sia pericolosa perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia, tutto condivide.
Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il pastore della chiesa e comunque a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo. Ezechiele 34, 2. 4: “hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”.
La litur­gia è dominata dalla lettura di una parte del «discorso del pa­store» che Gesù tiene nella cornice del Tempio di Gerusa­lemme e che si articola su due parabole intrecciate tra loro, quella appunto del pastore e quella della porta dell’ovile: «Io sono la porta delle pecore… Io sono il buon pastore» (Gv 10, 7.11). Il brano di quel discorso che oggi leggiamo contiene il commento che Gesù stesso fa alla parabola del pastore. Tre sono i movimenti di questa specie di omelia che il Cristo stesso oggi ci propone.

Il primo movimento si snoda nei vv. 11-13 e disegna la figura del pa­store «buono» (in greco letteralmente abbiamo «bello», ter­mine che vuole esprimere la pienezza del bene, del bello, del giusto, dell’amore): egli è pronto a morire per proteggere il gregge. Subito, in opposizione, appare la torva figura del merce­nario a cui si associa l’immagine del lupo, immagine evocata già un’altra volta da Gesù: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt l0, 16). Al di là dell’identificazione con­creta del mercenario (alcuni pensano agli zeloti, i partigiani ebrei antiromani), è chiaro che l’elemento decisivo è il con­fronto tra due atteggiamenti radicalmente opposti. Da un lato c’è il pastore per il quale il gregge è la sua vita, ad esso egli consacra tutto, anche se stesso. Dall’ altra parte c’è, invece, una tragica controfigura del pastore, il mercenario, che è solo preoccupato di se stesso; per lui il gregge è solo un possesso da sfruttare, è un bene da sacrifi­care senza esitazione al proprio vantaggio, un po’ come alcuni amministratori dei giorni nostri. Il gregge che è nelle mani di pastori falsi, calcolatori, egoisti è votato allo sfacelo e alla morte. Lo ricorda anche Paolo in quello stu­pendo «testamento pastorale» da lui pronunziato a Mileto, sull’ attuale costa turca dell’Egeo, mentre salutava i «pasto­ri» di Efeso, la chiesa ove probabilmente è stato composto il Vangelo di Giovanni. Ecco le parole di Paolo: «Vegliate su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio. Io so che do­po la mia partenza, perfino in mezzo a voi, entreranno lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge» (At 20, 28-29).

Il secondo movimento del discorso di Gesù, presente nei vv. 14-16, si svolge tutto all’interno del gregge: tra pastore e pecore c’è uno stretto legame di «conoscenza». «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Il verbo «conoscere», che qui risuona ben quattro volte, nel lin­guaggio biblico abbraccia un arco vasto di esperienze che vanno dall’intelletto al cuore, dalla comprensione all’amo­re, dall’affetto all’ azione. Non per nulla, come è noto, è il verbo per indicare la relazione profonda d’amore di una coppia. Allora, tra i fedeli e il Cristo intercorre una comu­nione reale e intensa che non è infranta dagli sbandamenti del gregge, che non è cancellata dalla solitudine e dall’isola­mento creato dalle pecore ribelli. Anzi, Gesù vuole aprire un altro orizzonte che si estenda fino alle pecore lontane, che non appartengono al primo ovile di Dio, quello di Israele. Si delinea, così, l’apertura della Chiesa ai pagani, si esal­ta la missione verso i lontani, verso tutti gli uomini che cer­cano Dio con cuore sincero. L’ovile di Gesù non si può semplicisticamente identificare con la chiesa tanto meno quella cattolica. Sulla scia del Pastore supremo Cristo, ogni pastore e ogni cristiano deve annun­ziare, anche uscendo dagli steccati del suo ovile, la speran­za dell’evangelo e «condurre» tutti all’ovile di Cristo. Le parole di Gesù ricalcano qui quelle del profeta Ezechiele che riferiva questa decisione divina di fronte ai falsi pastori: «Io stesso condurrò le pecore, le radunerò da tutte le nazioni, le nutrirò con buoni pascoli; sarò io stesso il pastore delle mie pecore e andrò in cerca della pecora perduta» (Ez 34, 11-16). 

Il terzo movimento del discorso di Gesù (vv. 17-18) ri­prende idealmente il primo col tema del deporre-offrire la vita. Nel vangelo di Giovanni il verbo che viene utilizzato è tìthemi che significa anche “deporre”. È Gesù che depone la vita. Dove si trova ancora questo verbo? Si parla di Gesù deposto nella mangiatoia (Vangelo di Luca) e nell’atto di lavare i piedi ai suoi discepoli, Gesù depone le vesti. Questo termine ha significati molto diversi, ma sicuramente dice una consegna totale. C’è questo grande mistero: in fondo, in Gesù è Dio stesso che si depone.  È la legge del chicco di grano che deve morire per non restare solo ma produrre molto frutto (12, 24); è la legge della ma­ternità che deve passare attraverso il dolore del parto per dare alla luce un nuovo uomo (16, 21). È la legge dell’amore autentico che invita a dare la vita per la persona che si ama (15, 13).

 Non ci vuole molto per attualizzare.
Vengono in mente subito il Papa, i vescovi e i preti. In una chiesa clericale è ovvio che il clero diventi di fatto “vicario” di Cristo. E ci prendiamo le nostre responsabilità. Io non sono certo di essere immagine limpida della pastoralità di Cristo e soprattutto non vorrei mai rubargli la scena e il ruolo, ma talvolta accade. Ma non vorrei neppure essere talmente ingombrante come una grande mamma che ritarda la crescita dei figli. Anche la comunità dei laici battezzati ricevono il carisma di diventare segno della pastoralità di Gesù, senza ovviamente togliergli ruolo e centralità. A 60 anni dal Concilio Vaticano II° la corresponsabilità collegiale e pastorale dei laici è cresciuta poco, quasi niente, sia sul fronte della testimonianza nella vita quotidiana che sul versante della partecipazione pastorale nella chiesa.
Così scrivevano i Vescovi nella Nota Pastorale del 2004 “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: «Le aggregazioni di laici nella parrocchia si facciano parte attiva dell’animazione del paese o del quartiere, negli ambiti della cultura, del tempo libero, ecc. Soprattutto l’ambito culturale ha bisogno di una presenza vivace, da affiancare a quella già sperimentata e riconosciuta sul versante sociale. In molte parrocchie sono presenti scuole, istituzioni sanitarie, luoghi di lavoro, strutture sociali: la parrocchia entri in dialogo e offra collaborazione, nel rispetto delle competenze, ma anche con la consapevolezza di avere un dono grande, il Vangelo, e risorse generose, gli stessi cristiani. Lo stesso vale per le istituzioni amministrative, evitando tuttavia di diventare “parte” della dialettica politica. L’ambito della carità, della sanità, del lavoro, della cultura e del rapporto con la società civile sono un terreno dove la parrocchia ha urgenza di muoversi raccordandosi con le parrocchie vicine, nel contesto delle unità pastorali, delle vicarie o delle zone, superando tendenze di autosufficienza e investendo in modo coraggioso su una pastorale d’insieme».
Ma, visti i tempi che corrono, non sembri una forzatura mandare un pensiero sognante anche ai “pastori” del popolo in versione politica e sociale. Sono cosciente del rischio, del rischio del qualunquismo e dell’antipolitica. Ma mi pare che la corruzione pervasiva che ci circonda trovi nel profeta Ezechiele qualche motivo per leggere i “segni dei tempi” e indicarci un’indignazione che diventi azione repulsiva e democratica da non lasciare solo alla magistratura:  “ …hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”(Ezechiele 34, 2. 4).




Messaggio CEI per il 1 maggio 2024
Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia.

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio 2024) . “Il lavoro per la partecipazione e la democrazia”

  Lavorare è fare “con” e “per”.
 «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17). Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime «una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre» (Laborem exercens, 26). Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana» (Centesimus annus, 41). In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico. È particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.
Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro.
Come ricorda Papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica «il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (n.162).  Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro» (ivi). Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti (cfr. Fratelli tutti, 169). Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.
Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia.
 “A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese.

  • Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali.
  • Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico (cfr. Laborem exercens, 19). Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.
  • I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita. La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degliuomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.
  • Le Chiese in Italia, impegnate nel Cammino sinodale, continuano nell’ascolto dei lavoratori e nel discernimento sulle questioni sociali più urgenti: ogni comunità è chiamata a manifestare vicinanza e attenzione verso le lavoratrici e i lavoratori il cui contributo al bene comune non è adeguatamente riconosciuto, come anche a tenere vivo il senso della partecipazione. In questa prospettiva, gli Uffici diocesani di pastorale sociale e gli operatori, quali i cappellani del lavoro, promuovano e mettano a disposizione adeguati strumenti formativi. Ciascuno deve essere segno di speranza, soprattutto nei territori che rischiano di essere abbandonati e lasciati senza prospettive di lavoro in futuro, oltre che mettersi in ascolto di quei fratelli e sorelle che chiedono inclusione nella vita democratica del nostro Paese.

 Roma, 24 gennaio 2024
La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace




14 aprile 2024. Domenica 3a di Pasqua
Appuntamenti col Risorto. Quando e come?

3 domenica di pasqua (Ciclo B)

Preghiamo. O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19
In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».
Salmo 4. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Quando t’invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia!
Nell’angoscia mi hai dato sollievo; pietà di me, ascolta la mia preghiera.
Sappiatelo: il Signore fa prodigi per il suo fedele;
il Signore mi ascolta quando lo invoco.
Molti dicono: «Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?».
In pace mi corico e subito mi addormento, perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 2,1-5
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente[1] per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni». 

 Appuntamenti col Risorto. Quando e come? Don Augusto Fontana

 Occorre trovare un’idea-guida, una traccia unitaria che accompagni tutte le domeniche di Pasqua fino a Pentecoste. Questa traccia unitaria potremmo trovarla se ci facciamo la domanda: «Quali sono le esperienze e le forme di presenza del Risorto in mezzo ai suoi?».
Per quanto riguarda le esperienze del Risorto sembra che ne emergano 3:

  • alcune sono esperienze strettamente personali come quella di Maria di Magdala[2],
  • altre sono esperienze di gruppo sulla “strada” (oggi diremmo “nei luoghi della laicità quotidiana”) come per i discepoli di Emmaus[3] o in Galilea[4] o sulla spiaggia[5],
  • altre sono esperienze comunitarie nella “casa[6] (oggi diremmo “nell’assemblea liturgica”).

Per quanto riguarda le forme di presenza si possono individuare alcune costanti:

  • Uno “sconosciuto”[7] che viene riconosciuto gradualmente tra timori, incredulità e gioia.
  • Uno che “sta in mezzo”[8], in posizione presidenziale, di servizio, aggregante.
  • Uno che non ha perso le stigmate di crocifisso[9] e permane in una misteriosa condizione di umanità[10].
  • Uno che parla e offre comprensione delle Sante Scritture[11].
  • Uno che viene riconosciuto “Signore”[12].
  • Uno che dona pace in vista della conversione e della missione[13].

In questa terza domenica di Pasqua si individua la presenza del Risorto soprattutto nell’esperienza liturgica in assemblea domenicale. Dai testi liturgici di oggi possiamo evidenziare tre caratteristiche:

  • Un’esperienza convivale. Nel giorno del Signore i discepoli si ritrovano insieme perché di preferenza il Signore risorto ama manifestarsi ai fratelli riuniti. Contro una mentalità, persistente ancora oggi, di una convinzione di fede individualistica è bene riscoprire che negli evangeli si mette in risalto la preferenza del Risorto ad incontrare i discepoli in gruppo, in una dimensione comunitaria e conviviale. Nella tradizione dei chassidim del 1700 un Rabbi, Rabbi Uri, diceva:«Le migliaia di lettere della Torà corrispondono alle migliaia di figli di Israele. Se nel rotolo della Torà manca una lettera, essa non è valida; così se manca un figlio nell’assemblea di Israele, la Shekinà (Presenza di Dio) non si posa su di essa. Come le lettere, anche le persone devono collegarsi e divenire assemblea. Ma come è proibito che una lettera della Torà tocchi la sua vicina, così ogni figlio di Israele deve avere momenti in cui è solo con il suo creatore»[14]. Sulla strada di Emmaus e poi nella povera casa di quel paese come nella casa dell’assemblea liturgica si compie la promessa del Signore: «Se due o tre si raduneranno nel mio nome, io sarò con loro» (Mt. 18,20). Questo rivelarsi del Cristo allo spezzare del pane presuppone una mensa comune, un abitare insieme, un accogliersi e ritrovarsi fratelli, in pace fraterna. Chi cammina insieme sa che il passo va commisurato alla forza dei compagni di viaggio e che occorre pazienza reciproca, reciproco aiuto. Dobbiamo camminare ancora molto per dare alle nostre assemblee il carattere di “assemblea conviviale”.
  • Un’esperienza vitale. Non bastano il culto, la preghiera e la lode. L’esperienza liturgica non può farci dimenticare quanto Gesù aveva detto: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».(Mt.7,21). Giovanni, nel brano della sua lettera di oggi ci dice: «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se mettiamo in pratica quanto ci chiede. Chi dice “Io lo conosco” e poi non mette in pratica la Sua vita è un bugiardo, ma se mette in pratica quanto lui chiede l’amore di Dio in lui è veramente perfetto» (1 Gv. 2,3-5). Riascoltiamo così le parole profetiche di Amos 5: «21 Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; 22 anche se voi mi offrite sacrifici, io non gradisco i vostri doni. 23 Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo! 24 Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne».
  • Un’esperienza di Shalom Gesù si rivolge alla comunità con un saluto usuale: «Shalom!». Tuttavia le sue parole non erano una pura formalità. Non significavano “Ciao” o “Buon giorno!” o “State bene!”. Dire: “La pace è con voi!” esprimeva una reale aspettativa del Signore nei confronti di una comunità profondamente turbata da un fallimento e da un’assenza, da un lutto, ma anche da un’agitazione per strane voci che dal mattino di quel giorno stavano circolando. Tutti sentimenti che avrebbero impedito all’evento di entrare in loro e trasformarli dal di dentro. Era un appello a recuperare la tranquillità, ma anche ad uscire da una paralisi per lanciarsi nella missione. «Gli altri passi – dice la volpe al Piccolo Principe – mi fanno nascondere sotto terra. I tuoi mi fanno uscire dalla tana come una musica». I due discepoli di Emmaus non sono dei santi, come non lo sono Pietro o Tommaso. Cristo spezza il pane con uomini di strada e del dubbio. È la comunione concessa alla Chiesa dei deboli e degli incerti.

[1]aprì (diénoixen) loro la mente…”. Il verbo greco utilizzato (dianoígo), nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: aprire gli orecchi dei sordi, la bocca dei muti (cf. Mc 7,34), gli occhi ai ciechi (cf. Lc 24,31).
[2] Gv. 20, 11ss: «Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva… si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi».
[3] Lc. 24, 13-15: «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro».
[4] Lc.24, 50-51«Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo».
[5] Gv. 21, 1«Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade».
[6] Lc. 24,33-36 «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano:  «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».  Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona “stette” in mezzo a loro».
[7] Lc. 24,16«Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo». Gv.21,4«ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù».
[8] Lc.24,36 «Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro».
[9]  Gv.20,27 «Poi disse a Tommaso:  “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”».
[10] Lc. 24,42-43 «Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».
[11] Lc.24,45 «Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture».
[12] Gv.21, 7 «Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro:  “E` il Signore!”».
[13] Gv. 14,27«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non sia turbato il vostro cuore». Gv.16,33 «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
[14] M. Buber I racconti dei Chassidim, Garzanti, pag.468.




7 aprile 2024. Domenica 2a di Pasqua
TOMMASO detto IL GEMELLO. Gemello di chi?

Seconda domenica di Pasqua B –

Preghiamo. O Dio, che in ogni Pasqua domenicale ci fai vivere le meraviglie della salvezza, fa’ che riconosciamo con la grazia dello Spirito il Signore presente nell’assemblea dei fratelli, per rendere testimonianza della sua risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 4,32-35
La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.
Sal 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:«Il suo amore è per sempre».
La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 5,1-6
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo (Gemello), non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

TOMMASO detto IL GEMELLO. Don Augusto Fontana

Didimo significa GEMELLO. Tommaso ha tantissimi gemelli: ciascuno di noi è gemello di Tommaso e può rendersi conto che il proprio rapporto con Gesù di Nazareth è più o meno come quello di Tommaso ma anche come quello della moltitudine di coloro che erano diventati credenti nella originaria comunità.
La fede come prassi, amore, shalom: la risurrezione visibile.
Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza alla resurrezione“; la forza dice riferimento alla convinzione interiore, ma anche alle “mani” cioè alla prassi.”Amerai il Signore Dio tuo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le tue forze“(Deut. 6,5); “In Cristo ciò che conta…è la fede che opera per mezzo della carità“! (Galati 5,6); ” Che giova se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere?… La fede se non ha le opere è morta in se stessa…Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta “ ( Giac. 2,1-26).  L’onere della prova della risurrezione non è più affidata alla tomba vuota, ma alla prassi dei credenti, alla trasformazione della esistenza nel senso della Koinonia (amore/comunione): Avevano un cuor solo ed un’anima sola  …Ogni cosa era fra loro in comune (Esiste un’ipoteca sociale su ciò che considero mio e si tratta più di un usufrutto che di una proprietà)…a tutti veniva distribuito secondo il bisognonon c’erano più bisognosi fra loro ( cf. Deut. 15,4).
Luca afferma che la prima comunità ha ricevuto un triplice dono: quello di annunciare senza timore, l’unità di cuore e di cose, la liberazione dalle necessità: questa è l’immagine (ideale) della Chiesa di tutti i tempi.
La koinonia non è prima di tutto un comunitarismo economico, bensì una capacità di ascoltare l’altro di saper perdere tempo per l’altro; si tratta di una accoglienza empatica, di un abbattimento dei muri di separazione dell’indifferenza e, oggi, dei nazionalismi o della religione del farsi i fatti propri. Il dono della koinonia è un dono pasquale perchè toglie la pietra dal sepolcro dove sono mummificate ed imputridite le energie egocentriche che vengono invece liberate a favore dell’altro.
Come tutti sanno, Atti 4,32-35 è il secondo dei tre sommari sulla vita della primitiva comunità (Atti 2,42-47 e 5,11-16) che costituiscono un progetto di comunità cristiana ideale a cui ispirarsi.
I tratti caratteristici contenuti in questo sommario sono tre: il cuore, l’anima e il portafoglio; il cuore costituisce il principio della vita personale dell’uomo: “avere un cuore solo” significa unione nel pensiero, nella volontà e nei sentimenti. L’anima (nel testo greco: psuchê) indica l’individualità personale: “avere un’anima sola” esprime comunione interpersonale. Il portafoglio era, già allora, un’appendice del corpo umano, carne della mia carne e osso delle mie ossa.
Il “credere” come itinerario.
La fede, in questo testo di Giovanni, non richiama l’idea di conquista, di un diploma conseguito una volta per tutte, bensì assomiglia ad un itinerario con conseguenti fatiche, dubbi, sorprese, novità, incertezze, squarci di luce e zone di buio. Il cristiano non è uno che “ha” la fede, ma uno a cui è concessa, ogni giorno, la grazia di credere. Infatti al mattino io non mi ritrovo la fede come un abito che ho smesso la sera precedente e che mi basta indossarlo di nuovo. Devo ricominciare a credere ogni mattina: questo sarà il mio lavoro quotidiano (cfr. Giov. 6,28-29). La parola degli apostoli avvia un programma di ricerca, ma poi ogni discepolo farà la propria esperienza personale, incontrandosi a tu per tu con Lui o con uno dei segni lasciati da Lui. Ognuno ha la sua strada e Cristo è il primo a rispettarla come rispetta il cammino di Tommaso anche se proclama “Beati quelli che crederanno senza aver visto“.
Per me la risurrezione rimane uno scandalo, tanto quanto la croce. Anche per molti discepoli il dubbio circondò la risurrezione tanto quanto la delusione accompagnò la crocifissione. “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno“. E’ una delle due beatitudini del quarto Vangelo accanto all’altra: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica“(Gv. 13,17). Non è cosa facile credere nella resurrezione di Gesù, evento centrale della vita di Cristo e del cristianesimo. Il dubbio non fu solo di Tommaso anche se il suo dubbio, nel brano odierno, diventa una specie di drammatizzazione simbolica di tutti i dubbi serpeggianti anche nella primitiva comunità: Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.” (Giovanni 20,9); “Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non sapevano (testo greco: edeisan) che era Gesù.”(Giovanni 21,4).
 Il cammino per giungere al grido di Tommaso (Mio Signore e mio Dio) è un cammino lungo e difficile per tutti: è il cammino del credere. La fede normalmente attende dei segni. Gesù da un lato non era molto d’accordo su questa pretesa di avere dei segni:  «Gesù cominciò a dire: “Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorchè il segno di Giona”» (Luca 11,29).  Tuttavia Giovanni stesso si appella al lettore e gli chiede la fede sulla base dei segni ” Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli… Questi sono stati scritti, affinchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perchè, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Giovanni 20,30-31).
Chiede troppo Tommaso? L’esigenza di Tommaso è l’esigenza di tutti. Ma l’esemplarità di Tommaso non sta solo nella sua somiglianza con noi che abbiamo bisogno di segni.  Tommaso, pur incredulo, non ha abbandonato i suoi amici discepoli (la sua chiesa, comunità, parrocchia, assemblea). Ha accettato di riunirsi a loro, di attendere con loro: “C’era con loro anche Tommaso“(v.26). Il risorto gli concede l’esperienza di quel segno, non isolatamente ma in seno alla comunità dei discepoli, riuniti “otto giorni dopo“. E’ un’indicazione non cronologica, ma liturgica. L’assemblea eucaristica della domenica appare come il luogo privilegiato della presenza del Signore risorto e del suo eventuale riconoscimento.
Tommaso è anche il discepolo che non si accontenta di ciò che narrano gli altri con-discepoli («Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”»): vuole fare un’esperienza personale («Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani…”»). In un clima di persistente religiosità “per tradizione e per sentito dire”, vorrei eleggere Tommaso santo protettore di tutti gli incuriositi che abbandonano la cuccia domestica della “civil religion” e decidono di volerci guardar dentro ingaggiandosi personalmente. Per anni mi è stato insegnato a disprezzare Tommaso e, con lui, tutti i poveri buzzurri che volevano differenziarsi dalla massa ripetitiva, anonima e anagrafica dei cattolici obbedienti, riverenti, ossequienti come portaborse di Dio.
Ma Tommaso è anche, ambiguamente, il discepolo inquirente, quella parte di me che coltiva un così mastodontico piano di sicurezza, da non lanciarsi mai nell’abbandono della fede dei semplici. Gesù ha sempre prediletto i semplici: “Ti benedico,Padre, perchè hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli“( Matteo 11,25).
Tra questi semplici ci sono coloro che non hanno la possibilità di riflettere troppo sui contenuti della loro fede. I problemi teologici, esegetici e critici non fanno per loro; non li conoscono, non se ne curano, non li potrebbero sostenere. Credono e basta. Ma non tutti sono così. L’uomo moderno assomiglia sempre più a Tommaso e a tutti quegli apostoli e discepoli critici che per credere hanno avuto bisogno di un segno e non si sentono più di credere solo per sentito dire. Non è detto che questo sia un guadagno, ma di fatto esistono questi ricercatori e si sa che corrono dei rischi.
Resta comunque il fatto che OGGI l’unica prova della resurrezione siamo noi con la nostra vita di cristiani. Almeno potremmo giocare lo stesso ruolo che ha giocato la tomba vuota: non un segno che obbliga in modo incontrovertibile alla adesione, ma un segno debole che induce “gioia e stupore”, come è accaduto alle donne e ai discepoli recatisi al sepolcro vuoto. Oggi il volto di Dio siamo noi, siamo la sua parola, le sue opere, i suoi prodigi. Oppure siamo la sua maschera, il suo schermo, la sua caricatura. Se la società che ci circonda attende o aspira a qualcosa di santo, quello glielo dobbiamo mostrare e non solo promettere. La Chiesa non può solo auspicare pace, giustizia e solidarietà, ma deve concretizzarle e mostrarle al mondo.




Commercio armi. Una legge per nascondere
G.Beretta (ROCCA)

COMMERCIO ARMI
Una legge per nascondere
Giorgio Beretta[1] (Rocca 1 marzo 2024)

Lo scorso 21 febbraio è stato appro­vato al Senato il Disegno di legge (Atto Senato n. 855) di iniziativa governativa che modifica la legge n. 185 («Nuove norme sul control­lo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento»), leg­ge che dal 1990 regolamenta le esporta­zioni italiane di armamenti. Col pretesto di apportare «alcuni aggior­namenti» per «rendere la normativa na­zionale più rispondente alle sfide deri­vanti dall’evoluzione del contesto inter­nazionale», il governo Meloni intende porre sotto il proprio controllo e limita­re l’applicazione dei divieti sulle espor­tazioni di armamenti, ridurre al minimo l’informazione al parlamento e alla so­cietà civile eliminando, tra l’altro, dalla Relazione ufficiale annuale tutta la do­cumentazione riguardo alle operazioni svolte dagli istituti di credito nell’import-export di armi e sistemi militari italiani.
La legge sull’export di armamenti.
La legge 185/90 è stata una conquista del­le associazioni cattoliche e laiche che ne­gli anni Ottanta con la campagna «Contro i mercanti di morte» hanno promosso un’ampia mobilitazione nazionale denun­ciando gli scandali del commercio italia­no di armamenti: mobilitazione che ha portato il parlamento a definire norme ri­gorose per impedire l’esportazione di ma­teriali militari non solo agli Stati sottopo­sti a misure di embargo, ma anche a Paesi coinvolti in conflitti armati, a governi re­sponsabili di gravi violazioni dei diritti umani e verso Paesi la cui politica contra­sta con i principi dell’articolo 11 della Co­stituzione. Prima, per cinquant’anni, era rimasta in vigore la legge fascista promul­gata col Regio Decreto n. 1161 dell’11 luglio 1941, firmato da Mussolini, Ciano, Teruzzi e Grandi, con cui l’intera materia delle esportazioni di armamenti era vin­colata al «segreto di Stato» e sottratta al­l’esame del Parlamento.
Il veto del Governo sui divieti.
Con la riforma prospettata dal Disegno di legge l’applicazione di questi divieti viene sottoposta alla discrezione del Governo attraverso il Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd) presieduto dal Presidente del Consiglio. Un simile Comitato era pre­visto in origine dalla legge, ma successi­vamente era stato cancellato. Adesso vie­ne reintrodotto per «assicurare un coordi­namento adeguato al massimo livello po­litico delle scelte strategiche in materia di scambi di armamento», si legge nella rela­zione della Relatrice, la senatrice Stefania Craxi (Forza Italia). Ma, di fatto, con un’unica funzione: porre il veto ai divieti alle esportazioni di armi che il Ministero Affari Esteri e Cooperazione Interna­zionale (Maeci), su proposta dell’Autorità nazionale Uama (Unità Autorizza­zioni Materiali Armamento), può de­cidere in applicazione delle norme stabili­te dalla legge e, soprattutto, delle decisio­ni votate dal Parlamento. Il  Comitato Interministeriale Scambi Difesa (Cisd) avrà, infatti, quindici giorni di tempo per esa­minare i divieti proposti dal Maeci e da Uama e potrà annullare ogni loro propo­sta di divieto senza che nessuno, nemme­no il Parlamento, ne sappia nulla. È, in concreto, la nuova formula del «segreto di Stato» del governo Meloni che si attua an­che attraverso un’ampia serie di ulteriori modifiche alla legge. Ciò che si vuole evitare è il ripetersi di casi come quello del gennaio 2021 in cui Uama e il ministero degli Esteri, a seguito di una “soluzione parlamentare votata ad ampia maggioranza, hanno revocato le licenze di esportazione di «bombe e missili» ad Ara­bia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per il loro coinvolgimento nel conflitto in Yemen: un conflitto che ha causato più di 20mila vittime tra la popolazione civile innescan­do una gravissima catastrofe umanitaria tuttora in corso. La decisione di Uama e del ministero degli Esteri ha creato fibrillazioni nell’industria militare che per la prima volta, nei trent’an­ni dall’entrata in vigore della legge, si è vi­sta revocare alcune licenze in base alle pre­scrizioni della legge.
Ridurre l’informazione al Parlamento.
Ma ciò a cui il Governo mira con il disegno di legge è soprattutto ridurre l’informazione al Parlamento e alla società civile. Informa­zione che è già stata erosa negli anni, ma che è tuttora garantita dalla Relazione che la Presidenza del Consiglio deve inviare ogni anno alle Camere riportando tutte le opera­zioni autorizzate e svolte riguardo alle espor­tazioni di armamenti. Oggi la Relazione deve, infatti, contenere «indicazioni analiti­che – per tipi, quantità e valori monetari – degli oggetti concernenti le operazioni con­trattualmente definite indicandone gli stati di avanzamento annuali sulle esportazioni, importazioni e transiti di materiali di arma­mento e sulle esportazioni di servizi oggetto dei controlli e delle autorizzazioni previste dalla presente legge» (Art. 5). Nel disegno di legge, il governo si era però limitato a chiedere di «rafforzare la piena leggibilità della relazione» ( … ) «preferendo, laddove possibile, la presentazione di sinte­si esplicative delle attività esaminate alla mera produzione di allegati documentali». Il colpo di grazia è arrivato, invece, da un emendamento (emendamento 1.15 testo 2) presentato in Commissione al Senato che modifica radicalmente la Relazione annua­le. Se verrà approvato anche alla Camera non sarà più richiesto, come previsto fin dall’en­trata in vigore della legge 185/90, che la Re­lazione annuale contenga le succitate «indi­cazioni analitiche», ma soltanto – come già avviene – «i Paesi di destinazione con il loro ammontare suddiviso per tipologia di equi­paggiamenti» e «con analoga suddivisione, le imprese autorizzate» e «l’elenco degli ac­cordi da Stato a Stato».
Sparisce la lista delle «banche armate».
Ma soprattutto dalla Relazione verranno eliminati tutti i dati sulle singole auto­rizzazioni ed esportazioni per tipo di armi, quantità e valore e tutte le infor­mazioni riguardo alle attività delle ban­che. Sono proprio queste informazioni che hanno finora permesso di ricostrui­re e documentare numerose esportazio­ni di materiali d’armamento a Paesi ari­schio e di conoscere gli istituti di credito che le hanno appoggiate. I correntisti non sapranno più dalla Relazione annuale quali sono le banche, nazionali ed este­re, che traggono profitti dal commercio di armi in particolare verso regimi auto­ritari e Paesi coinvolti in conflitti arma­ti. Grazie alla costante e meticolosa azione della Campagna di pressione alle «banche armate», dal 2000 tutte le banche hanno adottato delle direttive di responsabilità sociale di impresa per definire la loro po­sizione riguardo non solo alla produzio­ne e alla commercializzazione di armi nu­cleari, mine anti-persona, bombe a grap­polo ma anche riguardo agli armamenti convenzionali. Con l’emendamento appro­vato al Senato viene cancellato l’obbligo di riportare nella Relazione governativa tutte le informazioni sugli istituti di cre­dito e quindi di poter avere dalla fonte ufficiale informazioni precise sulle atti­vità bancarie. Un favore all’Aiad, l’Asso­ciazione nazionale che raduna tutte le 214 principali aziende del settore della dife­sa, che ha ripetutamente accusato le ban­che di «voler fare le etiche» limitando fi­nanziamenti e sevizi all’industria milia­re. La legge 185/90 non è mai stata accettata dall’industria militare e dai centri di infor­mazione e di ricerca ad essa collegati. Con queste modifiche, promosse dal governo Meloni, ma sostenute anche da alcuni rap­presentanti dell’opposizione, si vogliono mettere a tacere le associazioni attive nel controllo dell’export militare. In vista del­l’esame alla Camera la Rete italiana pace e disarmo ha predisposto una mobilitazio­ne nazionale per impedire che il commer­cio italiano di armi torni ad essere oggetto di una pericolosa opacità che non favori­sce la promozione della pace e della sicu­rezza comune, ma alimenta guerre e vio­lenze, sostiene le violazioni dei diritti e provoca morti innocenti in tante zone del mondo. Tutte le informazioni sono dispo­nibili su sito: www.retepacedisarmo.org


[1] Giorgio Beretta è analista del com­mercio interazio­nale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni. Svol­ge la sua attività di ricerca per l’Osserva­torio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurez­za e difesa (Opal) di Brescia che fa parte della Rete italiana pace e disarmo (Ripd).




Papa Francesco: a Messa oltre l’abitudine
F.Ognibene (Avvenire)

Oltre l’abitudine: la lezione del Papa. A Messa per lasciarci sorprendere ancora.
Francesco Ognibene (Avvenire. sabato 21 gennaio 2023)

Con la Messa ognuno di noi ha un rapporto personalissimo, che col tempo diventa naturale, spontaneo, persino irriflesso. E una pratica che resta – Concilio alla mano – «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» può anche trasformarsi in una routine. È possibile che andiamo in chiesa senza pensarci, credendo di sapere già ampiamente cosa ci aspetta, presumendo di conoscere ormai fin troppo bene le nostre attese, e cosa porteremo via da quel gesto. Liturgie grigie come atti burocratici possono poi consolidare la convinzione che si tratti di una pratica da sbrigare, senza riporre tante aspettative.
Ma l’abitudine finisce per smorzare l’effetto di un appuntamento di per sé in grado sempre di rimetterci a nuovo. Eppure ne abbiamo bisogno, non possiamo vanificare un’esperienza rigenerante per la fede e per la stessa vita. Per questo è utile ogni tanto prendere le distanze dalla consuetudine e renderci ancora consapevoli di cosa cerchiamo quando entriamo in chiesa la domenica (o anche nei giorni feriali, per i più assidui). Vale per noi laici, vale anche per i celebranti: che quota di meraviglia, di commozione, di raccoglimento c’è nelle nostre liturgie? Cosa ci trasmette la Messa, e come la attendiamo, la viviamo, la ricordiamo una volta conclusa?
La fede è niente senza le opere, ma la sua proiezione prevalente sul fare finisce col persuaderci che il contenuto del credere sia il compimento efficiente di qualche attività pastorale o sociale, per quanto encomiabile, lasciando la fede come una variabile eventuale. La Messa è lì, in mezzo, nel crocevia tra religione e vita, a intrecciare tutto ciò che ci costituisce come credenti. Pensare a come la si vive può far capire che cristiani siamo. Ci aiuta il Papa, che rivolgendosi ai partecipanti a un corso del Pontificio Istituto Sant’Anselmo[1] ha ricordato ieri che le «ritualità», pur «belle», sono vane se «non toccano il cuore e l’esistenza del popolo di Dio». Non si tratta di un fatto emotivo, a destare l’anima non è una coreografia ben congegnata, o uno stato d’animo più incline a farsi coinvolgere: perché «è Cristo che fa vibrare il cuore, è Lui che attira lo spirito». È come se ci chiedesse: ti è ancora chiaro? Con un filo di humour Francesco parla dell’insidia di dar vita a «un bel balletto » che «non è autentica celebrazione». Intrattenimento a sfondo spirituale, che assomma stratagemmi per tener desto l’interesse dei partecipanti. Tutto qui? Certamente no.
È una questione di spazio interiore, che va creato perché possiamo udire una voce che chiede di noi. Ma quanto margine resta nell’agenda della nostra vita, satura di impegni, pensieri, ansie, distrazioni? Pur con le migliori intenzioni, la Messa può trovarci “tutti esauriti”, nei fatti indisponibili a metterci da parte anche solo per qualche decina di minuti, dai riti d’ingresso all’«andate in pace». Come lasciarci sorprendere dall’inatteso, senza credere di aver già visto tutto, di pensarci in fondo immuni da sorprese? Mettendoci da parte una buona volta, e riaprendo occhi mente e anima. Perché – dice Francesco – «soltanto l’incontro con Dio ti dà lo stupore». Ecco, appunto: può essere che la Messa non sia più un vero «incontro», non in questi termini spirituali, almeno. Andare in chiesa considerandola l’occasione per «un incontro sociale» – nota il Papa – porta a deprezzare un’esperienza indispensabile alla vita cristiana eppure così difficile nella nostra “società del rumore”: il silenzio, che invece «aiuta l’assemblea e i concelebranti a concentrarsi su ciò che si va a compiere». Si può far rumore anche con le troppe parole di omelie che quando vanno oltre i pochi minuti – «otto, dieci» – necessari perché «la gente si porti qualcosa a casa» diventano «una conferenza», e si risolvono in un vero «disastro». In realtà abbiamo sete di silenzio, «prima e dopo le celebrazioni», perché «il silenzio apre e prepara il mistero».
Che bello sentircelo dire da un padre che mostra di conoscerci così bene e sa quanto ci è necessario poter incontrare Dio – e noi stessi, così come siamo –in un silenzio che ridà vita, aprendoci a una presenza che ci stava aspettando. Per sperimentare una volta ancora la meraviglia di rinascere. Altro che abitudine: a Messa è una sorpresa continua.


[1] https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-01/papa-liturgia-riforma-maestro-celebrazioni-formazione-parrocchie.html




31 marzo 2024. Pasqua di risurrezione
STUPORE E MOVIMENTO

PASQUA DI RISURREZIONE di Gesù di Nazaret

 Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».
Da Vangelo di Luca 24,13-35
 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.  Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

STUPORE E MOVIMENTO. Don Augusto Fontana

La parola libertà in ebraico, contiene la radice hfsh (חֹפֶשׁ) che vuol dire cercare. Un uomo è libero se continua a cercare. Le crisi, che sembrano bloc­carci, in realtà aprono spazi, rompono gusci di comodità e creano le condizioni per mettersi di nuovo in marcia, in ricerca. Sono questi momenti di vuoto, di sospensione, di attesa, che rinnovano il mondo. Non dovrei temerli, ma viverli. Ciò che mi dovrebbe preoccupare, oggi, non è la crisi in quanto tale, ma l’indisponibilità a viverla. Non mi fido del futuro, dell’inedito che con­tiene, e mi abbarbico al presente per tratte­nerlo. Questa crisi ha lo stato d’animo degli apostoli i quali, dopo le apparizioni di Gesù, si rinchiudono in casa, intimoriti sul da farsi, o, peggio, è la crisi di Giuda appeso alla corda, incapace di guardare oltre. Il timore di perderci rallenta qualsiasi movimen­to di crescita. La vera crisi è dunque nell’assen­za di fiducia, nella cecità verso l’impossibile di oggi, che sarà possibile domani. Questa situazione può sbloccarsi solo riaprendo­ci al movimento naturale della vita, quel movi­mento del quale la crisi è parte, perché annullan­do le nostre sicurezze, ci apre al cambiamento.
Rileggendo i testi biblici di Pasqua possiamo riconoscere, fra altre infinite ricchezze e stimoli, almeno tre parole incandescenti che illuminano e ustionano i discepoli di ieri e noi, presunti discepoli di oggi: fermarsi,  guardare/ascoltare,  camminare.

 Fermati!
Il primo movimento che ci occorre è in realtà un non-movimento. Una sosta. Shabbat, così gli ebrei (non guerrafondai!) chiamano il giorno del riposo. È il giorno in cui si cancella ciò che si crede di sapere, in cui si abbandona quello che si crede di avere. Questa sosta è necessaria per liberarci dal condiziona­mento mentale di ciò che siamo, per aprirci gli occhi. Shabbat è il tempo liberato dalla costri­zione del fare, dai vincoli del già visto, già cono­sciuto; per questo ci permette di vegliare su ciò che non si vede, di andare al di là del visibile, di inventare nuove strade, di ricreare e ricrearsi.
Vorremmo trovare un immediato benessere per uscire dalla crisi, scoprire quel farmaco che possa cancellare il male. Ma la fretta, del credere o del vivere, è il demone della «felicità senza sforzo» e ci porta a non affrontare i problemi che stanno dietro le crisi e che, rimossi troppo velocemente, sono come veleni non smaltiti. La fretta non permette alle ferite di guarire, ane­stetizza solo la parte dolente, nega il vissuto, ci priva del diritto alla convalescenza. Chi si rialza troppo in fretta da una malattia sa che è destina­to a ricadute. Quello che ci serve è altro: accogliere le domande che ci salgono dal cuore e dal mistero della vita degli uomini, delle guerre a pezzi, delle migrazioni, della delinquenza. Tutti i discepoli della Pasqua e tutti i loro racconti sono pieni zeppi di soste, di Sabati, di stop.

Guarda dentro (Ascolta).
Il nostro punto di partenza è il luogo da cui vor­remmo fuggire, come i discepoli di Emmaus in fuga dalla comunità e da Gerusalemme. Il luogo del nostro quotidiano, dei sogni falliti e delle speranze deluse. È nel groviglio d’ogni giorno, nel piccolo fram­mento di pane spezzato, nella umile striscia di tela deposta nei nostri sepolcri, che si nasconde il senso della nostra esistenza. Dare valore al quo­tidiano o agli umili segni sacramentali, o alla Parola piccola come un seme, o al fratello che ci sfiora e a volte ci ferisce con gli artigli della sua impertinente debolezza: tutto questo ci permette di toccare la vita, di starci dentro senza scappare. Occorre uno sguardo profondo o almeno progressivo che faccia legge­re la realtà (“Vide e si fidò”; “lo riconobbero”) e porti alla luce ciò che sta dentro. Occorre un cuore attento e duttile che riesca a ve­dere fra i crepacci del presente il fiore che nasce o trasformare le ferite in feritoie.

Riprendi il cammino.
Nella vita noi avanziamo per scoperta di tesori: “Dov’è il tuo teso­ro, là sarà anche il tuo cuore“. Occorre quindi che io mi rimetta in cam­mino, consapevole che la vita ha dinamiche di resistenza, ma che queste non mi devono bloc­care. In tutti noi c’è la capacità di ribellarsi e affrontare questa realtà. E allora dobbiamo avere il coraggio di percor­rere strade che nessuno ha ancora percorso, di pensare idee che nessuno ha ancora pensato. La crisi del mondo non deve trascinarsi dietro la crisi della nostra speranza.

Angelo Silesio (mistico del XV° sec.) scrisse: «Cammina dove non puoi. Guarda dove non vedi. Ascolta dove nulla risuona: così sarai dove Dio parla»[2].

Pare che il Vescovo brasiliano Hélder Câmara abbia detto o scritto: « É grazia divina cominciare bene; è grazia più grande resistere nel cammino, ma è grazie delle grazie non smettere mai». (É graça divina começar bem. Graça maior persistir na caminhada. Mas graça das graças é não desistir nunca).


[1] Rielaborazione da Luigi Verdi NON FUGGIRE, E’ SOLO CRISI  (Fraternità di Romena, Marzo 2012)
[2] Fonte: J.T. Mendonça, Padre nostro che sei in terra, Qiqajon, 2013, pag. 64




Da sempre ti ho amato
Testo e canto

https://www.bing.com/videos/riverview/relatedvideo?&q=da+sempre+ti+ho+amato+youtube&&mid=5C32CCA755F5FD6731CE5C32CCA755F5FD6731CE&&FORM=VRDGAR

DA SEMPRE TI HO AMATO

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio,

io, la tua guida, il tuo Pastore.

Contempla il mio volto, il cuore trafitto,

e credi all’amore del tuo Signore.

Per te ho preparato la mensa della vita

e tu mi versi ancora un calice di morte.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho moltiplicato il pane del mio cielo

e tu mi sazi ancora col pane del dolore.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio………

Per te ho rinnovato il vino delle nozze

e tu ricambi ancora rompendo l’alleanza.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho pronunciato parole di perdono

e tu mi insulti ancora colpendo il mio cuore.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio…

Per te ho liberato oppressi e prigionieri

e tu mi inchiodi ancora al legno della croce.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho risanato i figli tuoi lebbrosi

e tu ricopri ancora di piaghe il mio corpo.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio…

Per te ho ridonato la vista a molti ciechi

e tu rispondi ancora spegnendo i miei occhi.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho ridonato parola ai sordomuti

e tu ricambi ancora togliendomi la voce.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio…

Per te ho risvegliato i morti dal sepolcro

e tu decreti ancora di togliermi dal mondo.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te, per liberarti, ho dato la mia vita

e tu nei miei fratelli rinnovi la mia morte.




24 marzo 2024. Domenica della Passione
Perchè tutto questo spreco?

Passione di nostro Signore Gesù Cristo dal Vangelo secondo Marco (14-5)

 Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano infatti:  «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».

Lettore 1: La donna discepola dell’amore e della risurrezione

Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro:  «Perché tutto questo spreco di olio profumato?»

Lettore 2: «Perché tutto questo spreco di olio profumato?»

Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!».  Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse:  «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Lei ha compiuto verso di me un’opera buona;

Lettore 2: Lei ha compiuto verso di me un’opera buona

i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto».

Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici,

Lettore 2: uno dei Dodici

si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all’udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per consegnarlo. Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero:  «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».  Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro:  «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo [14]e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi».  I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.

Lettore 1: “Mangiare la Pasqua” in un clima di amore e tradimento

Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. [18]Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse:  «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».  Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro:  «Sono forse io?».

Lettore 2: «Sono forse io?».

Ed egli disse loro:  «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».  Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo:  «Prendete, questo è il mio corpo».  Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse:  «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti.  In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».

Lettore 1:Getsemani: preghiera, solitudine, tradimento, consegna

E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro:  «Tutti rimarrete scandalizzati,

Lettore 2: «Tutti rimarrete scandalizzati,

poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».  Allora Pietro gli disse:  «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò».  Gesù gli disse:  «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».  Ma egli, con grande insistenza, diceva:  «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò».  Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

Lettore 1: Pietro e noi discepoli del sonno.

Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli:  «Sedetevi qui, mentre io prego».  Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro:  «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate».  Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva:  «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».  Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro:  «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?

Lettore 2: Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?

Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».  Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne la terza volta e disse loro:  «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».  E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno:  «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».  Allora gli si accostò dicendo:  «Rabbì»  e lo baciò.

Lettore 2:  e lo baciò.

Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l’orecchio. Allora Gesù disse loro:  «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!».  Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

Lettore 1: Pietro rinnega, si ricorda della Parola, piange.

Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo:  «Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo».  Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde. Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo:  «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».  Ma egli taceva e non rispondeva nulla.

Lettore 2: Ma egli taceva e non rispondeva nulla.

Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli:  «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?».  Gesù rispose:  «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».   Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse:  «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?».  Tutti sentenziarono che era reo di morte. Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli:  «Indovina».  I servi intanto lo percuotevano.  Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse:  «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».  Ma egli negò:  «Non so e non capisco quello che vuoi dire».  Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti:  «Costui è di quelli».  Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro:  «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo».  Ma egli cominciò a imprecare e a giurare:  «Non conosco quell’uomo che voi dite».

Lettore 2: «Non conosco quell’uomo ».

Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto:  «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte».  E scoppiò in pianto.

Lettore 1: Processo e condanna di Gesù innocente. E noi, solidali con Barabba.

Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato. Allora Pilato prese a interrogarlo:  «Sei tu il re dei Giudei?».  Ed egli rispose:  «Tu lo dici».  I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. Pilato lo interrogò di nuovo:  «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».  Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato. Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta. Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio. La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. Allora Pilato rispose loro:  «Volete che vi rilasci il re dei Giudei?».  Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò:  «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».  Ed essi di nuovo gridarono:  «Crocifiggilo!». Ma Pilato diceva loro:  «Che male ha fatto?».  Allora essi gridarono più forte:  «Crocifiggilo!».  E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba

Lettore 2:  volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba

e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo:  «Salve, re dei Giudei!».  E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Lettore 2: lo condussero fuori per crocifiggerlo

Lettore 1: Il Cireneo, discepolo della croce. Il centurione pagano, discepolo della fede. Gesù ama, prega e muore da Figlio di Dio

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano:  «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, [30]salva te stesso scendendo dalla croce!».  Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano:  «Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo».  E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Lettore 2: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano:  «Ecco, chiama Elia!».  Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo:  «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce».  Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:  «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

Lettore 2: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

Lettore 1: Le discepole e i discepoli della “vigilia”e dell’attesa

C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto.