Il lavoro può fare la pace
Don Augusto Fontana

Il lavoro può fare la pace. Oh sì! Può fare la pace

Il lavoro può fare la pace nel rapporto tra colleghi

Il lavoro può fare la pace abbattendo drasticamente incidenti e morti

Il lavoro può fare la pace favorendo dignità, partecipazione e trasparenza

Il lavoro può fare la pace rinnovando i contratti alla scadenza

Il lavoro può fare la pace in una concorrenza di mercato mite e non corrotta

Il lavoro può fare la pace nella uguaglianza di genere

Il lavoro può fare la pace abbattendo il caporalato e le scandalose disuguaglianze salariali

Il lavoro può fare la pace abbattendo inquinamento, sversamento di veleni, investendo sul rispetto della creazione

Il lavoro può fare la pace se non percepisce in nero e non evade il fisco

Il lavoro può fare la pace riconvertendo fabbriche e filiere di armi

Il lavoro può fare la pace se non ruba tempo di vita a lavoratrici e lavoratori oltre le ore e i giorni contrattuali

Il lavoro può fare la pace nella celebrazione del silenzio, della solidarietà gratuita, della fede

Il lavoro può fare la pace. Oh sì! Può fare la pace.




BANCHE ARMATE
SI SALVI CHI PUO’

Cresce l’export di armi italiane: banche e aziende lucrano, la Cei “obietta”.
Luca Kocci  Tratto da: Adista Notizie n° 17 del 02/05/2026

Aumentano le esportazioni di armi made in Italy (v. Adista Notizie n. 16/26). Con esse cresce la quantità di denaro movimentata dagli istituti di credito per conto delle aziende armiere e, di conseguenza, le “banche armate” incrementano i propri profitti: infatti se nel 2024 gli importi del commercio di armi passati per una banca erano poco più di 4,5 miliardi di euro, nel 2025 la cifra ha superato la quota di 6 miliardi di euro, con una crescita di quasi il 35%.
Dalla relazione del governo al Parlamento – in particolare le tabelle elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – è possibile stilare anche la classifica delle banche armate, ovvero degli istituti di credito che più hanno guadagnato grazie al commercio delle armi.
Al primo posto c’è Unicredit, “regina” delle banche armate con importi segnalati movimentati pari a 1 miliardo e 658 milioni (a cui andrebbero aggiunti altri 13 milioni di Unicredit Factoring).
A seguire, staccata di poco, Banca nazionale del lavoro, con 1 miliardo e 420 milioni.
Il terzo istituto di credito con importi segnalati superiori al miliardo di euro è Deutsche Bank, con 1 miliardo e 13 milioni.
Se queste tre banche gestiscono i due terzi del volume totale (oltre 4 miliardi su 6), tutte le altre si spartiscono il terzo restante: Barclays (560 milioni), Intesa San Paolo (518 milioni), Banca popolare di Sondrio (356 milioni), Credit agricole (163 milioni) e Banca popolare di Milano (103 milioni). A seguire una ventina di altri istituti, con importi inferiori ai 40 milioni di euro.
La questione delle banche armate tocca anche la Chiesa italiana.
La Cei, per mezzo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc), infatti incassa erogazioni liberali e offerte deducibili per i sacerdoti tramite sette diversi conti bancari – uno di questi, va detto, è Banca popolare etica –, cinque dei quali aperti presso altrettante “banche armate”: Unicredit, Banca nazionale del lavoro, Intesa San Paolo, Banca popolare di Milano e Monte dei paschi di Siena (quest’ultima coinvolta marginalmente, con poco più di 4 milioni).
E così la Caritas italiana: un conto è in Banca popolare etica, ma gli altri tre sono presso altrettante “banche armate”, ovvero Unicredit, Intesa San Paolo e Banca popolare di Milano.
L’indagine potrebbe proseguire verificando a quali banche sono affidati i conti delle diocesi, degli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, delle parrocchie ecc., ma ci limitiamo agli enti principali, appunto Cei, Icsc e Caritas.
L’elemento nuovo rispetto al passato è che la stessa Cei, nell’Assemblea generale di novembre 2025, ha approvato a larghissima maggioranza la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” (v. Adista Notizie n. 45/25), nella quale c’è un paragrafo specifico dedicato a “Produzione e commercio di armi”, nel quale si invita a una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione e il commercio di armi». E in particolare: «Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento, da parte di singoli e istituzioni, da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali».
La relazione del governo sul commercio delle armi è relativa al 2025, quindi la Nota dei vescovi è arrivata troppo tardi.
Ora però è lecito aspettarsi, dal momento che la lista delle banche armate è pubblica, che gli organismi della Chiesa italiana, a partire dalla stessa Cei, siano coerenti con le affermazioni scritte nella Nota e non collaborino più con «quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi». Come appunto le banche armate.




3 maggio 2026. Domenica 5a di Pasqua
MA DOVE CI PORTA?

5 domenica di pasqua.

 Preghiamo. O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 6,1-7
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
Salmo 33 (32).  Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Perché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,4-9
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.  Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 «Io sono la strada». Don Augusto Fontana

La liturgia porta a chiederci non «dov’é Gesù?», ma «dove sta andando?». Non «dove possiamo trovarlo?», ma «dove ci porta?».
Domenica scorsa abbiamo sentito un brano della Prima Lettera di Pietro (cap.2): «Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme».  La domanda dunque ci insegue: “dove sta andando?”, “dove ci porta?”.  Questa domanda l’abbiamo sentita risuonare nel Cenacolo nell’imminenza della Pasqua: «Quando Giuda  fu uscito, Gesù disse: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete: dove vado io voi non potete venire”. Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”» (Gv. 13). Questa domanda risuona dopo la resurrezione e si fa chiara oggi: « “E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”» (Gv. 14). Il termine più importante è il primo, “la via”, gli altri due servono come spiegazione (cioè: “Io sono la via, in quanto verità e vita”).
«Dice il Signore: Io sono la via, ma noi abbiamo seguito altre strade. Io sono la verità, e noi abbiamo pensato di possederla chiudendola in formule, in aride dottrine. Io sono la vita, ma noi abbiamo cercato altre sorgenti e altro pane che non nutrono»[1].
Domenica scorsa Gesù si è presentato: « Io sono la porta». Oggi ci dice «Io sono la strada».
Anche Gesù è in movimento. Domenica si diceva:« il pastore cammina davanti al gregge». Oggi si dice «Io vado…quando sarò andato tornerò…». Esodo. Una chiesa in esodo, in movimento. Un ovile che…viaggia, più simile ad una transumanza che ad un rifugio protettivo o un muro del pianto.
Mi pare che siamo perseguitati da immagini, parole e verbi di movimento.
E’ chiaro che non si tratta solo di spostamenti da un posto all’altro: anche questo, ovviamente, se si rilegge la storia della Chiesa coma la storia di una missione: «Andate![2]».  Ma si tratta anche di spostamenti interiori, quello schiodarsi dalle proprie abitudini e idee che la Bibbia chiama con il termine di “ritorno” o “conversione”: «Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete messi in pratica. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore. Ma voi dite: “Come dobbiamo tornare?” » (Malachia 3, 7).
Ecco la domanda: «Come dobbiamo tornare? Come possiamo conoscere la via?». Ma la domanda più sapiente l’ha fatta, a nome nostro, Simon Pietro: «Signore, dove vai?» (Gv. 13,36). Il nostro specifico posto di discepoli è di essere dove è Lui: «…perché siate anche voi dove sono io». Se risaliamo la corrente della nostra vita di battezzati prima o poi ritroviamo la nostra sorgente che consiste in un invito: «Seguimi![3]».  Dove va il Signore?. Gesù pregava spesso con i salmi: «Camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi (mentre vivo la mia vita quotidiana)» (Salmo 116, 9). «Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore…Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie…Sarò sicuro nel mio cammino, perché ho ricercato la tua volontà….Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino….Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo». (salmo 119, versetti 1.3.45.105.165).
Già così riusciamo a capire verso dove sta andando e verso dove ci conduce il pastore delle nostre vite.
Con le mani giunte e i piedi per terra…
Ma se volessimo tradurre più concretamente alcune indicazioni, la prima lettura di oggi ci offre uno spunto appetitoso: si tratta del racconto meditato di una delle prime comunità pasquali che si misura con la concretezza dei problemi della vita messi a confronto con le opportunità offerte dallo Spirito. Mentre cresceva il numero di quanti rico­noscevano in Gesù il Messia, la comunità di Gerusalemme si ritro­vava spaccata tra ‘ellenisti’ ed ‘ebrei’ (v. 1): i primi erano giudei ma parlavano in greco, provenienti da terre fuori della Palestina; i secondi, invece, erano giudei palestinesi, di lingua aramaica, legati a usanze religiose ebraiche. La diversità di ve­dute tra i due gruppi si rendeva evidente soprattutto a livello di prassi religiosa: mentre i cristiani ‘ebrei’ mantenevano invariate alcune consuetudini liturgiche come la frequenza al tempio per la preghiera (cfr., ad esempio, At 3,1), i cristiani ‘ellenisti’ non mostravano la stessa preoccupazione. Il racconto ricorda una protesta da parte degli ‘ellenisti’ per ra­gioni di equità: ritenevano infatti che, in occasione del­la distribuzione dei sussidi, le loro vedove venissero trascurate.  Si rende così necessario l’intervento autorevole dei Dodici per dirimere la questione. Nella soluzione proposta, gli apostoli cer­cano di evitare di compromettere il bene supremo della comu­nione, dando – ad esempio – ragione agli uni contro gli altri, oppure avocando a sé il controllo economico della comunità; preferisco­no, piuttosto, cogliere l’occasione per offrire un metodo per il discernimento comunitario. Distinguono quindi i livelli di compe­tenza, affermando anzitutto il loro compito principale: la pre­ghiera pubblica e l’annuncio della parola di Dio (vv. 2.4). Le questioni economiche degli ‘ellenisti’ possono invece essere de­legate agli interessati: sarà il gruppo stesso degli ‘ellenisti’, al pro­prio interno, ad individuare alcuni probi viri (uomini accreditati) in grado di assolvere a questo compito (v. 3).
Il bene della comunione ecclesiale, in questo modo, passa at­traverso una varietà di vedute ben organizzata. E’ il diffondersi della Parola di Dio a sollecitare una nuova riorganizzazione. E’ questo uno stile esemplare di gestione della Chiesa: con i piedi per terra e le mani giunte …

Due soluzioni emergono chiaramente: quando una parrocchia tratta cose materiali deve essere una grande esperta dello Spirito e quando si occupa di Liturgia e Parola deve possedere una notevole e continua esperienza nel servizio agli impoveriti. Quando “amministra” non deve “sporcarsi le mani”, quando “celebra” non deve aver paura di sporcarsele.
Voi siete pietre vive, non decorative.
Nella seconda lettura emerge una chiesa che segue il Signore diventando una comunità di corresponsabili costruttori, anzi pietre vive. La pietra richiama spesso una staticità che è però sinonimo di morte, come la pietra tombale rotolata da­vanti al sepolcro di Gesù (Mt 27,66). Nel testo di Pietro, invece, la metafora della pietra diventa paradossale: è viva e non è standard. Nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati ad esercitare il loro sacerdozio specifico (Romani 12,1) e a proclamare al mondo “le opere meravigliose compiute dal Signore”. Ma occorre essere pietre vive “scartate dai costruttori”. Saremo pietre “fuori misura”, scartabili quando non rientreremo nella misura standard del conformismo, quando non ci adatteremo agli ossequi formali, quando non accetteremo di essere utilizzati per facciate appariscenti, quando la nostra vita punzecchierà  i sogni dei furbi, quando la nostra mitezza non ci vedrà arruolati in operazioni di forza, quando cioè saremo pietre vive, parlanti, pensanti, e non pietre morte, inerti, squadrate, maneggevoli, decorative.
Perché Lui oggi in questa celebrazione è pietra viva, strada, porta, pastore, vita, verità e ci conduce per di là.


[1] Padre Ermes Ronchi
[2] Vangelo secondo Matteo: cap. 20 «[7] Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna»;  Cap. 22 «[9]andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze»;  cap. 25 «[6]A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!»; cap. 28 «[7]Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti»; cap. 28 «[19]Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…»
[3] Vangelo secondo Matteo – cap. 9 «[9]Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. »;  cap. 19 «[21]Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».




11 milioni gli italiani non pagano l’Irpef

I dati del Mef

Da pensionati e dipendenti quasi l’85% del reddito

 Aumentano i redditi 2024 dichiarati nel 2025 anche in linea con la crescita dei posti di lavoro. Si conferma che il grosso delle dichiarazioni è in capo a dipendenti e pensionati mentre sono circa 11 milioni gli italiani che non pagano l’Irpef. E solo uno su tre risulta avere un reddito di oltre 75mila euro.
In testa alla classifica stilata dal dipartimento delle Finanze del Mef restano, con uno stacco notevole, i redditi degli autonomi. Mentre a livello territoriale si conferma la dicotomia Nord-Sud: primi i lombardi, ultimi i calabresi.
Il reddito complessivo totale dichiarato nel 2025 ammonta a oltre 1.076,3 miliardi di euro (48,6 miliardi in più rispetto all’anno precedente, +4,7%) per un valore medio di 25.820 euro, in aumento del 4%. L’analisi territoriale conferma che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (30.200 euro), seguita dal Trentino Alto Adige (28.553 euro, con la provincia di Bolzano che raggiunge 29.850 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (19.020 euro).
I redditi da lavoro dipendente e da pensione costituiscono circa l’84,6% del reddito complessivo dichiarato, con il reddito da lavoro dipendente che ne rappresenta il 54,4%. Il reddito medio più elevato è quello da lavoro autonomo, pari a 67.510 euro. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è di 24.250 euro, e quello dei pensionati di 22.390 euro.




26 aprile 2026. Domenica 4a di Pasqua
Un pastore con l’odore delle pecore.

4 domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dagli Atti degli Apostoli 2,14.36-41
[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.
 Sal 23.  Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,20b-25
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Un pastore con l’odore delle pecore. Don Augusto Fontana

Gesù pastore. L’immagine apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca. Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perché il suo bastone nodoso libera sentieri intricati e difende da attacchi di animali selvatici; e l’unità del gregge è contenuta dal leggero tocco del rametto di salice (vincastro) sui fianchi della pecora disorientata. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: « pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì» (Ebrei 5, 8-9).
Papa Francesco durante la Messa Crismale del Giovedi Santo 2013 aveva chiesto ai preti: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini… Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede…La gente ci ringrazia perchè sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore».
«Eravate come pecore disperse».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita ecclesiali? Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, diavolaccio!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li smarriamo smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
«Tu con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). Quanti angeli senza ali e a nome Suo, mi hanno protetto e sorretto nella mia avventurosa vita!
«Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza della fuga dall’Egitto attraverso il deserto: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni»[1].
Mi dicono che il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Dicono che un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore: «Vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[2].
Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza, un “cessate il fuoco” concordato per 3 settimane.
Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.
Una comunità “pastorale”?
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 aveva ricordato la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presentava anche la rigidità mentale dei farisei che non riuscivano a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccarono una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[3]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio servizio pastorale nel mondo.
Nel linguaggio clericale quando si parla di pastori ci si riferisce istintivamente a preti, vescovi o Papi. E i battezzati non sono pastori?  Inoltre anche l’immagine del “gregge” potrebbe essere ambigua: troppi vogliono contornarsi di pecore obbedienti e sognano un cerchio magico di “pecoroni” allineati e acritici da governare a loro piacere. Parlare di “docili pecore”, di “sacri pastori” e di “figli devoti della chiesa” è un linguaggio caro a chi sogna una comunità ecclesiale agli ordini della gerarchia.
La corresponsabilità ecclesiale sembra divenuta spesso un rituale con scarso contenuto: basti pensare ai consigli pastorali o ai Sinodi che hanno certo contribuito a far maturare in tanti laici una sensibilità nuova, disponibile alla responsabilità, a modalità adulte di stare nella Chiesa: spesso però sono divenuti luoghi formali di discussioni che partoriscono documenti, spengono sogni, rinviano soluzioni.
«Da quando è iniziata la stagione sinodale nella Chiesa cattolica, il mantra dell’ascolto è ripetuto ossessivamente. Occorrono persone capaci di ascolto ma ancor più persone che osino dire di più. Va bene ascoltare, ma anche prendere posizione: valutare, controbattere, proporre, criticare, argomentare. Il timore è che possano emergere conflitti e contrapposizioni all’interno di comunità che, di fatto, non sono abituate al libero confronto. Sul conflitto l’Evangelii gaudium (nn. 226-228) osserva che “non può essere ignorato o dissimulato” e che occorre “risolverlo e trasformarlo” in un processo di maturazione che rende possibile “sviluppare una comunione nelle differenze” come ci hanno insegnato i quattro vangeli dalle teologie distinte e gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo che mettono in scena incessanti controversie interne»[4].
«Chiesa in uscita significa essere vicini al dolore del mondo intero; non abbiamo da dire parole che vincono ma quelle che salvanoNoi non viviamo in due spazi separati: uno, quello dove c’è odore di incenso, l’altro dove c’è polvere e sangue. La nostra unica casa è la città dell’uomo che però è una città reale, non astratta, dove rinnovamento e aggiornamento sono necessari per rendere la vita veramente a misura di ogni uomo. Gli spazi di questa città, non devono essere troppo ordinati, perché molte sono le vittime dei nostri equilibri. Dobbiamo sempre più e meglio entrare nelle contraddizioni di questo tempo senza paura di venire contagiati da chissà quale malattia»[5].


[1] Deuteronomio 8
[2] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[3] Ezechiele 34, 2. 4
[4] Domenico Marone, presbitero e teologo, Non di solo ascolto: l’opinione pubblica nella Chiesa, in Settimana news, 17 marzo 2023
[5] Don Francesco Pesce, Incaricato del Servizio pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Roma, da Vatican news, 13 marzo 2023




Veglia “Laudato sii”
PACE COL CREATO

 

Dalla LAUDATO SI’

“La natura è piena di parole d’amore, ma come potremo ascoltarle in mezzo al rumore costante, alla distrazione permanente e ansiosa? Un’ecologia integrale richiede di dedicare un po’ di tempo per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, per contemplare il Creatore, che vive tra di noi e in ciò che ci circonda” (LS 225).

Questa contemplazione del creato ci permette di scoprire attraverso ogni cosa qualche insegnamento che Dio ci vuole comunicare, perché per il credente contemplare il creato è anche ascoltare un messaggio, udire una voce paradossale e silenziosa. (LS 85)




19 aprile 2026. Domenica 3a di Pasqua
EMMAUS. SENTIERI DI PASQUA

3 Domenica di Pasqua.
Preghiamo.
O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane. Per Cristo nostro Signore.
Dagli Atti degli Apostoli  2, 14. 22-33.
Nel giorno di Pentecoste, Pietro, alzatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così:
«Uomini d’Israele, ascoltate ciò che sto per dire. Gesù di Nàzaret era un uomo mandato da Dio per voi. Dio gli ha dato autorità con miracoli, con prodigi e con segni. È stato Dio stesso a compierli per mezzo di lui fra voi. E voi lo sapete bene! Quest’uomo, secondo le decisioni e il piano prestabilito da Dio, è stato messo nelle vostre mani e voi, con la complicità di uomini malvagi, lo avete ucciso inchiodandolo a una croce. Ma Dio l’ha fatto risorgere, liberandolo dal potere della morte. Era impossibile infatti che Gesù rimanesse schiavo della morte. Questo Gesù, Dio lo ha fatto risorgere, e noi tutti ne siamo testimoni. Egli è stato innalzato accanto a Dio e ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che era stato promesso. Ora egli ci dona quello stesso Spirito come anche voi potete vedere e udire».
Salmo 15 Rit.  Mostraci, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1, 17-21
Carissimi, quando pregate Dio, voi lo chiamate Padre. Egli giudica tutti con lo stesso metro, ciascuno secondo le sue opere. Perciò nel tempo che dovete passare in questo mondo, comportatevi con grande rispetto verso di lui. Voi sapete come siete stati liberati da quella vita senza senso che avevate ereditato dai vostri padri: il prezzo del vostro riscatto non fu pagato in oro o argento, cose che passano; siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo. Egli si è sacrificato per voi come un agnello puro e senza macchia. Dio lo aveva destinato a questo già prima della creazione del mondo; ora, in questi tempi che sono gli ultimi, egli si è manifestato per voi. E voi, per mezzo di lui, credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato la gloria. Così la vostra fede e la vostra speranza sono rivolte verso Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro (lett. dal greco: E avvenne, mentre era sdraiato (kataklinô) lui con loro), prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista (afantos egheneto= invisibile divenne). Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio (Si alzarono subito) e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

SENTIERI DI PASQUA. Don Augusto Fontana

Capiti in piazza e ti senti rinfacciare da Pietro che sei corresponsabile di un omicidio (1a Lettura). Ti allontani e lungo la strada un’ombra di morte incombe nell’anima come la puzza dei cadaveri appesta l’aria e ti senti dire: «stolti e lenti di cuore a credere» (Vangelo). Arrivi a casa e trovi una lettera che sembra consegnata dalle poste italiane tanto è il tempo che è stata spedita da Pietro (2a Lettura) e ti senti dire che è ora di smummiarti perché sei stato liberato da una condotta vuota. A questo punto ti viene spontaneo chiederti se la Pasqua è un messaggio di pace o una dichiarazione di guerra. Forse perché abbiamo un concetto di pace che è troppo simile alla tranquillità.
Due sono i rischi che corro come discepolo: uno quello di lasciarmi stroncare la speranza dalle smentite della storia; l’altro quello di lasciarmi cullare dolcemente da una fede protettiva e insonorizzata. Oggi i due rischi li corriamo tutti. Assistiamo a smottamenti sanitari, economici e politici sullo scenario mondiale; riceviamo devastanti grandinate di quotidiane delinquenze attorno a noi e di glaciazioni del nostro cuore interiore; veniamo paralizzati dal dubbio che il mondo non cambi mai e che la risurrezione sia una bella favola. Oppure ci viene comodo spegnere finalmente gli occhi sulle miserie inquietanti della carne torturata per aprirli finalmente su pascoli tranquillizzanti mandando in ferie la nostra responsabilità.
La scenografia di Luca presenta tre scene in successione: un viaggio di fuga dalla chiesa, una sosta nella locanda di Emmaus, un eccitato viaggio di ritorno alla chiesa. Praticamente è la mappa del mio cammino: fuga, incontro, riconoscimento, annuncio. Praticamente è un Cantico sulla Domenica, un Poema sull’Eucaristia, una catechesi sui miei percorsi di fede borderline, sulle tormentate fedeltà all’ascolto delle Scritture, sulle mie soste liturgiche, sullo stato di una chiesa che cammina talvolta per stanchezza e talvolta con la leggerezza dell’amante («Ora parla il mio diletto e mi dice:  Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!» Cantico 2,10).
«E avvenne mentre conversavano e discutevano, allora Gesù stesso avvicinatosi andava con loro…E avvenne mentre era seduto a tavola con loro…»(vv.15 e 30). E’ importante per l’evangelista ciò che Gesù vive con quei due discepoli, uno chiamato Cleopa e l’altro senza nome perché ha il mio e il tuo nome.
Conversavano di ciò che era accaduto e di Lui. Ecco come si sta nella comunità: senza dimenticare ciò che accade intorno a noi e senza tacere di Lui e dei fatti che riguardano Lui. Parlarsi magari anche scaricandosi reciprocamente il proprio malumore. Gesù li lascia raccontare. Tace. Gesù non salta i fatti, anzi ne è curiosamente interessato: «Quali fatti?». E loro fanno l’annuncio che però è solo un annuncio di morte: «Gesù uomo potente in opere e parole è stato ucciso….».  La mia ricerca di lui si ferma al sepolcro. La Sua ricerca di noi ci porta oltre il sepolcro. Quella locanda di Emmaus, se non ci fosse stato lui (Gesù camminava con loro), rischiava di diventare il muro del pianto, un lacrimatoio della camera mortuaria. I loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Gesù entra anche nelle nostre cieche visioni («siete senza testa») e nelle nostre tardive speranze («siete bradicardici: lenti di cuore»). E fa la spiegazione delle Scritture. Rivela i limiti della loro fede. Poi, a sera, incappano in un’osteriaccia, ma che si rivelerà la loro stupenda cattedrale. Gli dicono: «Dimora con noi». Infatti: «Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap. 3,20). E si sdraia a mensa con noi, di domenica in domenica: «E avvenne, mentre era sdraiato lui con loro (verbo greco kataklinô si traduce con sdraiarsi)», proprio come poeticamente descritto nel Cantico dei Cantici: «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Cantico 2,6). Gesù si sdraia a tavola con noi discepoli miscredenti.
«Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero».  Stupenda differenza tra “vedere” e “riconoscere”. Gli occhi si aprono non per vedere una persona, ma per riconoscere una presenza.
Scriveva don Casati in una lettera al Vescovo Tettamanzi: «Non si può equivocare: il gesto del pane era umile, era silenzioso, era semplice. Ma parlava. Loro guardavano e capivano. Capivano l’amore di Dio. In un pezzo di pane. Oggi per farlo vedere l’abbiamo circondato, oserei dire “assediato”, di mille cose e la foresta non per­mette più di intravedere il pane, di intravedere la cena, di intravedere il cuore».
Nella Bibbia quante strade, luogo di conversione.
In quella stessa ora ritornano indietro: è notte, ma per loro è come un’alba. Sono stati bruciati dal roveto ardente (Esodo 33,25): «Non era forse, il nostro cuore, ardente?». Non scompare, Gesù, ma entra come una cicatrice di un’ustione profonda, la cui forza urticante sembra placarsi un po’ solo quando si torna sulla strada per ricongiungersi, annunciare, confermare, essere confermati.
Leggendo e rileggendo la Bibbia, è tutto un camminare, un fare strada, un andare, un ripartire…
I profeti amano uscire e fanno della strada il luogo principale dei loro incontri e della loro predicazione. Gesù ha fatto della strada il luogo dell’incontro. Le mappe dei suoi spostamenti sono una ragnatela di viaggi dal nord estremo dei territori pagani alle viuzze di Gerusalemme, al deserto della Transgiordania. La strada è talmente esperienza centrale nel movimento originario di Gesù che i discepoli del nazareno vengono chiamati “seguaci della via” (Atti 9,2; 19,9 e 23; 24,14; le traduzioni usano il termine “dottrina”, ma il testo greco usa “odòs” = via). Seguire Gesù è una via, non una dottrina. Anzi Gesù stesso è “la via” (Giovanni 14,6) che conduce al Padre; ci fu, e c’è ancora, chi tenta di inchiodare quei suoi piedi su un legno per tenerlo lì, immobilizzato e innocuo.
Amo Giuseppe d’Arimatea, il discepolo che, con Nicodemo, va a schiodare Gesù dalla croce (Mt 27,59); amo pensare al loro gesto come ad un vero rito liturgico per rimettere Gesù sui sentieri e ridargli l’opportunità storica di camminare come risorto, benchè un po’ straniero, in mezzo a noi. Meglio la chiesa che gli schioda i piedi, di quella che tenta di incollarglieli. Maria di Magdala e l’altra Maria lo avevano incontrato nei pressi del sepolcro e «gli presero i piedi e lo adorarono» (Mt. 28,9-10), in un’adorazione amante che Lo avrebbe però incaprettato. Ma Gesù dice: «Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno». L’evangelista Giovanni parla solo di Maria di Magdala che vuole «abbracciare i piedi»;  Gesù le dice: «Non mi trattenere» (Gv 20,17).
La strada, esperienza di immersione diretta nella realtà, è anche l’immagine della necessità di non fermarci al già acquisito, di non tuffarci nelle nostre cose, di non fasciarci di sicurezze come per difenderci dai problemi del mondo. La strada è il luogo in cui Dio ci raggiunge con segni, voci, presenze che ci invitano a conversione. Nella mia vita è successo così: 26 lunghi anni di lavoro laico, esposto alle contingenti intemperie della quotidianità senza scudi protettivi, in strada con i lavoratori in sciopero, sui sentieri quotidiani nella intricata foresta amazzonica degli indigeni Shuaras e sui polverosi sentieri rossi con i sem-terra e i poveri dei bairros brasiliani, nei corridoi trasudanti incubi nel carcere e in quelli non meno dolenti degli ospedali e delle Case per anziani. La strada, cioè il cammino quotidiano dentro i fatti e in compagnia delle persone, per molti anni mi hanno cambiato la vita. Ora sono diventato, per età, uno spelacchiato e azzoppato gatto domestico, ma l’Emmaus domenicale resta il mio sogno ancora integro.
«Se la polvere della strada, con i suoi intoppi e le sue incertezze, con le sue fermate e le sue “persone ferite”, non ci tocca, noi rischiamo di “farci la nostra vita”, di ritagliarci i nostri spazi, ma perdiamo la sintonia con la realtà della carovana umana, specialmente con i passeggeri delle ultime carrozze. Un viaggio tra i “buoni, belli e sani” è la maniera più sicura per naufragare nella noia, per seppellirci nel narcisismo, per non capire nulla della storia.  La strada è il luogo in cui, come Gesù, possiamo incontrare le “cattive compagnie” che ancora sanno gridare, sognare, esprimere il desiderio di un mondo altro, resistere, piangere ed abbracciare. Penso con grande gratitudine a Dio a quella parte della chiesa che accetta i rischi, le incertezze, gli incidenti, gli errori, le fragilità, le gioie e i sogni che nascono nella carovana dei viandanti e non ha la pretesa di dirigere il cammino, ma vuole vivere la compagnia e seminare lungo il percorso le parole e i segni dell’evangelo»[1].


[1] https://donfrancobarbero.blogspot.com/2008/04/una-chiesa-apprendista.html. Franco Barbero è un ex presbitero italiano di Pinerolo, noto per le sue critiche alla dottrina, liturgia e magistero della Chiesa cattolica, a causa delle quali fu dimesso dallo stato clericale da papa Giovanni Paolo II° nel 2003.




12 aprile 2026. Domenica 2a di Pasqua
 Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…

2 Domenica di Pasqua 

Preghiamo. Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli2,42-47
Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Salmo 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto prodezze.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1,3-9
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…Don Augusto Fontana

Le Letture liturgiche di oggi ci offrono uno sguardo panoramico sulla vita della chiesa nascente dopo la resurrezione. Chiesa formata da uomini e donne di tutte le età, che esercitano in essa diversi ministeri, conducono diverse forme di vita e hanno molte cose in comune come ci segnala oggi 1a lettura dal Libro degli Atti degli Apostoli (insieme a 4,32-35; 5,12-16).
In primo luogo la fede comune, “gli insegnamenti degli apostoli“, il Vangelo insomma. In secondo luogo la comunione, una caratteristica molto vistosa della prima comunità. Viene poi “la frazione del pane”, cioè la celebrazione eucaristica nel corso del pranzo comunitario, un’agape fraterna nella quale si fa memoria di Gesù, della sua morte e resurrezione. Infine le “orazioni”, momenti speciali di preghiere comunitarie, forse nelle stesse ore in cui erano soliti farle i giudei: alba, mezzogiorno e pomeriggio. Era veramente così la chiesa ritratta in questa lettura?  Evidentemente no: la lettura ci presenta piuttosto un progetto da raggiungere. Lo stesso Libro degli Atti ci informa delle sue imperfezioni e problemi. Ma Luca ha voluto lasciarci questo ritratto ideale forse per evitare che ci accontentiamo della mediocrità.
La seconda lettura è presa dalla Prima lettera di Pietro diretta ai pagani convertiti al cristianesimo, che vivono la loro fede in mezzo a gravi difficoltà in un ambiente ostile. E’ una chiesa pasquale che non fugge dalla società né la aggredisce: la paura genera fuga, piagnisteo, fondamentalismi, contrapposizioni e uno sguardo negativo e manicheo su tutti quelli che ti circondano.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta due apparizioni (parola da prendere con le pinze!) del Signore Risorto ai suoi discepoli, una nello stesso giorno della resurrezione, l’altra otto giorni dopo.
Gesù e i discepoli.
I discepoli pur avendo visto la tomba vuota e avendo sentito la notizia della risurrezione da parte di Maria di Magdala, non avevano ancora incontrato Gesù risorto. Occorre arrivare a incontrarlo personalmente. I segni e i testimoni sono necessari, come tappe di avvicinamento, ma mi viene chiesto di arrivare ad incontrare Lui. La scena che si apre è speculare all’ingresso nel sepolcro da parte dei discepoli: qui è Gesù che entra nel sepolcro della comunità (mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli, venne Gesù), sepolcro ancora chiuso dalla pietra della paura e dell’incredulità, non ancora ribaltata. Maria di Magdala l’aveva cercato e Lui si era fatto trovare; qui i discepoli non lo cercano e Lui si offre (venne) prendendo l’iniziativa.
Bisognerebbe leggere questa scena dopo aver letto i discorsi d’addio nel cap. 16. Là Gesù diceva: “vi darò il mio Spirito“, ed ecco che qui dà lo Spirito; diceva “vi darò la mia pace” ed ecco qui dice “pace a voi”; diceva “ritornerò a voi” ed ecco che è ritornato; diceva “avrete la gioia” ecco qui “i discepoli gioirono al vedere il Signore”.
Il racconto narra una manifestazione liturgica nel Giorno del Signore, mentre la chiesa è riunita sebbene per paura.  La si potrebbe chiamare “Pentecoste“. Per Giovanni avviene tutto all’interno di poche ore: morte, glorificazione, costituzione della Chiesa, dono dello Spirito. Non c’è bisogno di 50 giorni.
Gesù fa un’azione simbolica: alitò su di loro e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Il verbo “alitare, soffiare” che usa Giovanni (emfusaô) ricorre quando Dio crea l’uomo e gli soffia nelle narici l’alito di vita (Gen. 2,7) e l’altra in Ezechiele 37,9 dove lo Spirito plana su una valle di cadaveri a cui dare vita.
Gesù è risorto ma con le stigmate da crocifisso: «mostrò loro le mani e il fianco». Le mani che mostra sono quelle stesse che hanno lavato i piedi ai discepoli, quelle inchiodate per sempre ad un amore crocifisso, quelle dalle quali nessuno può rapirci (Gv 10, 28). Il fianco (pleura= la stessa parola che usa Genesi per il costato di Adamo da cui fu tratta Eva) è la roccia percossa da Mosè e da cui scaturisce acqua per i nostri aridi deserti (Esodo 17,3-5), è il lato destro del tempio da cui scaturisce un fiume di acqua viva che svelena e feconda: «…vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua sotto il lato destro…Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: ….quelle acque dove giungono, risanano e tutto rivivrà» (Ezechiele 47, 1-12). Queste stigmate aperte sono l’Eucaristia domenicale e i poveri che vivono tra noi.
Gesù dice «Accogliete (prendete) Spirito Santo». E’ una supplica più che un ordine: si riceve se si accoglie. Già sulla croce lo Spirito era stato donato (“emise il fiato, donò lo spirito”); ora si tratta di accogliere quel dono. E siccome Spirito Santo è amore, eccone le conseguenze: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi».  Il perdono è “iper-dono”, super-amore: «Noi sappiamo di essere passati da morte a vita se amiamo i fratelli» (1 Giov. 3, 14). La comunità da una parte deve presentare una parola che inquieta l’uomo e dall’altra deve far prevalere più la pazienza di Dio che l’impazienza efficientista ed escludente.
Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi“. Oggi si direbbe: “Una chiesa in uscita”. Occorre superare timori e paura. Il tema della paura è presente altre tre volte nell’Evangelo Giovanni:  Gv.7,13, dove si dice che la folla aveva paura delle autorità a prendere posizione in pubblico in favore di Gesù.  Gv.9,22: i genitori del cieco nato avevano paura di essere scomunicati dalla sinagoga.  Gv.12,22: alcuni altolocati erano dalla parte di Gesù, ma avevano paura a dichiararsi perché non volevano rimetterci la loro posizione.
C’è una parola creata proprio dal quarto evangelista che testimonia la grande paura: apo-synagogòs (cioè “scacciato/scomunicato dalla sinagoga”): Gv 9,34: il cieco nato riconosce pubblicamente Gesù e viene cacciato fuori dalla sinagoga; Gv 12,42: i farisei decidono di scacciare chi confessa Gesù come “Cristo”; Gv 16,2: Gesù predice: «Vi cacceranno dalle sinagoghe».
Il vangelo mi chiede una fede adulta, a caro prezzo.
Gesù e Tommaso.
L’ultimo episodio riguarda l’incontro tra Gesù e il discepolo Tommaso che elabora il proprio cammino di fede dentro una comunità in giorno di domenica. Il nome Tommaso deriva dall’aramaico (Ta’oma’) che significa “gemello” (in greco “Didimo”). Tommaso Didimo (Gemello) potrebbe essere il gemello mio e della mia incredulità.
«Non era con loro»: Giovanni intende valorizzare la comunità come laboratorio e utero per la germinazione della fede. Infatti tra poco finalmente «c’era con loro anche Tommaso».
Tommaso mette le dita nel sigillo (impronta = typos) dei chiodi: sono il sigillo dell’identità di Gesù. Tommaso non vuole che le ferite siano rimarginate, ma restino aperte anche dopo la risurrezione.  C’è un tocco di Tommaso che lo porta alla soglia della fede. Però “beati quelli che crederanno senza aver visto” non significa andare verso una fede spiritualizzata. Gesù risorto resta con le stimmate della crocifissione, nell’Eucaristia e nei poveri.

Lo stesso Giovanni nella sua prima lettera al cap. 4, 14: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi». L’incontro con Gesù è pasquale, ma è anche materialissimo, perchè abita nelle nostre relazioni, nell’incontro con gli altri, dentro la comunità.




Pasqua di Risurrezione 2026
Lievito

Pasqua di risurrezione Anno A

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Il Lievito. Don Augusto Fontana

Capisco perché Gesù, spesso, quando parlava della resurrezione o compiva opere mirabili, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno: perché le cose, gli eventi che sono al livello alto, che toccano perciò le fibre più profonde delle nostre attese, possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “resurrezione”, come “vita” ed io sento che ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo obbedire a questa consegna del silenzio ed impegnarci a capire il perché di questa indecifrabilità, di questa impronunciabilità.
Ho cercato un’immagine che raccogliesse in sé e potesse esprimere il significato della Pasqua ebraica, di Cristo e della Chiesa. L’ho trovato nel segno del lievito.
Non è invenzione mia perché del lievito se ne parla nella Bibbia una ventina di volte nell’Antico e nel Nuovo testamento.
«Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Lettera di Paolo ai Corinti, 5, 6-8).
«Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova». Parlerò dunque del “Fattore L” cioè del lievito come chiave interpretativa della Pasqua di Gesù e della Chiesa.
Risaliamo a 2000 anni prima di Cristo, quando agli ebrei, in occasione della loro Pasqua, veniva intimato, pena l’eliminazione dalla comunità, di buttare via il lievito vecchio per una settimana affinchè nella farina del nuovo raccolto non andasse a finire del lievito vecchio, ma venisse fermentata da lievito nuovo. Mettere il lievito vecchio nella pasta del pane ricavata dal nuovo raccolto del grano significa profanarne la santità. Ciò che viene dalla terra è considerato santo perché è dono di Dio. Ecco allora le prescrizioni di Esodo 12 per i preparativi della notte del passaggio dalla schiavitù alla libertà e delle successive celebrazioni: «Il 14 del primo mese di Nisan sarà per voi un memoriale e lo festeggerete come festa del Signore di generazione in generazione come rito perenne. Nel primo giorno, e per 7 giorni, farete sparire il lievito dalle vostre case. Non mangerete niente di lievitato e mangerete pani azzimi».
Il lievito ha dunque una funzione di fermentazione: se è vecchio corrompe, se è nuovo dà volume, bontà e consistenza.
Gesù ha usato questo linguaggio del lievito sia per parlare della sua funzione di corruzione e sia per parlare della sua funzione positiva. Come riferisce Matteo (13,33) ha usato questo segno per parlare di sè e del Regno di Dio: «Il Regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
Matteo riferisce anche un’altra frase di Gesù: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei»(16,6) e si riferiva alla loro dottrina legalistica ed esibizionistica (Luca parla proprio dell’ipocrisia in 12,1). Iniziamo dunque a vedere cosa celebriamo oggi.

  1. Nel giorno della Pasqua di Gesù viene confermato un sospetto: che fin dal giorno della Incarnazione Dio avesse nascosto nella piccola e povera carne e storia di Gesù, il lievito dell’uomo nuovo. Ci sono voluti 33 anni di lievitazione, ora finalmente Dio approva la vita di Gesù e ne fa l’icona di ogni uomo che viva o voglia vivere rigonfiato dal soffio dello Spirito. L’evento pasquale è la lente con cui possiamo leggere da vicino la vita di Gesù come nostra icona.
  2. Nel giorno dell’epifania abbiamo proclamato che la festa di Pasqua è il lievito di tutte le feste. Occorre togliere il vecchio lievito di generiche religiosità per far passare le domeniche, le feste dei santi, di Maria, dei defunti, del Natale, alla loro vera funzione pasquale. Non celebrazioni light, inconsistenti, consolatorie; ma provocanti le nostre uscite, il nostro coraggio, la dimensione comunitaria della fede.
  3. Voi siete azzimi, cioè privati della malizia e del camminare fuori pista. Il fattore L permette di reinterpretare le vicende della vita in chiave pasquale. Mi basti citare un breve passo dell’Enciclica Evangelii nuntiandi di Paolo VI :«Il campo proprio dei laici è il vasto e complicato mondo della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze, delle arti, della vita internazionale, degli strumenti di comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza» (E.N. 70). Per tornare al segno del lievito: occorre far atterrare le beatitudini che sono la resurrezione anticipata. La santità cristiana non è assenza di difetti o perfezione morale, ma la trasparenza della presenza e della azione di Dio. Occorre dare spazio all’emergere della sua azione nella storia. Ci fu un tempo in cui occorrevano santi re, papi e regine; ci fu un tempo in cui occorrevano santi preti e monaci; oggi è tempo di santi laici negli ambiti della famiglia, del lavoro, della politica, dell’economia, della ecologia, del disarmo. Come il lievito diffonde la sua forza in tutta la pasta, così anche voi – vuol dire Gesú – dovete trasformare il mondo intero. Come è impossibile che i fatti naturali non si realizzino, così quanto io ho preannunciato avverrà infallibilmente. Non venite a dirmi che non potrete far nulla essendo solo dodici tra un’immensa moltitudine di uomini. Proprio in questo la vostra forza risplenderà, quando cioè, essendo in mezzo al mondo, non fuggirete. Come il lievito fermenta la massa quando lo si mescola, lo si nasconde dentro alla farina, e non semplicemente lo si accosta, così anche voi, quando sarete spinti dentro e vi troverete in mezzo alle folle che da ogni parte vi faranno guerra, allora le vincerete. E come il lievito si diffonde in tutta la pasta senza perdersi, ma anzi pian piano trasforma tutta la pasta nella sua sostanza, così lo stesso fatto accadrà della predicazione del Vangelo. Non abbiate quindi timore delle sciagure di cui vi ho parlato. Questi ostacoli saranno la vostra gloria, e li supererete tutti.

In questa parabola del lievito si parla di tre misure di farina per indicarne molta: sappiamo infatti che tale numero si usa per una notevole quantità. «Se dodici uomini hanno fermentato tutta la terra, pensate quale deve essere la nostra cattiveria e la nostra inerzia, se oggi, pur essendo noi cristiani moltissimi, non siamo capaci di convertire il resto dell’umanità, mentre dovremmo bastare e diventare lievito per mille mondi!» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 46, 2).

Davanti alla tomba vuota e al Vivente che mi sussurra “sarete miei testimoni“, Padre D.M. Turoldo sussurra un suo brano poetico  (tratto da Non hanno più vino, Queriniana, 1979):

Anima mia canta e cammina,
anche tu o fedele di chissà quale fede,
o pure tu uomo di nessuna fede,
camminiamo insieme
e l’arida valle si metterà a fiorire.
Qualcuno,
colui che tutti cerchiamo,
ci camminerà accanto.




Una fiumana di resistenti esce dalle viscere della terra
P.E. Ronchi

Una fiumana di resistenti esce dalle viscere della terra.
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (10 Aprile 2004)

Lunghe pellicole di oscurità, rari fotogrammi di luce. Il paradiso così vicino, la pace così vicina e poi subito perduti. I nostri giorni sembrano contestare la vittoria di Pasqua: ‘la morte ingoiata dalla vita‘, secondo la liturgia pasquale, continua invece imperterrita ad ingoiare figli. E non conforta ripetere con Qohelet: “non c’è nulla di nuovo sotto il sole“. Questa idea è biblica, eppure è sbagliata. C’è una cosa nuova sotto il sole, una cosa non prevista mai da nessuno, l’atto più rivoluzionario della storia: la risurrezione di Cristo. L’uomo ha trascinato Dio nella morte, ma la Vittima risuscita e trascina noi con lui, solleva il nostro pianeta di tombe verso un mondo diverso, “dove l’uomo non accetta più l’idea che il carnefice abbia ragione sulla sua vittima in eterno” (Max Horkheimer), dove gli imperi fondati sulla violenza e sulla menzogna crollano; dove le piaghe che la vita ha inferto a tutti i figli d’Adamo generano luce, costellazioni di gemme, dischiuse dalla primavera di Colui che ha nome Amante-della-vita.
Un articolo, quasi dimenticato, del Credo dice: “è disceso agli inferi”. Che cosa significa? Gli inferi sono il luogo dove Cristo inizia a risorgere, sono la profondità della materia, i sotterranei della storia, i luoghi del dolore, la dimensione oscura dell’uomo. Cristo è disceso nei miei inferi, negli oceani interiori che mi minacciano e mi generano per portarvi direzione, orientamento, luce. È disceso nelle vittime ed anche nei carnefici, perfino nel cuore di chi ama la morte, e lì opera come mite e possente energia, come seme di un mondo altro, come lievito di comunione, inizio di eternità.  Cristo è disceso ed è presente nel principio e nel fondo di ogni realtà, operante e vivo. Questa è la nostra speranza: non la mia forza, ma la sua presenza, non la mia energia, ma il suo sangue. Il sangue che ricopre il Crocifisso è sangue infuocato (O. Clement), che ancora scioglie, consuma, trasforma, sospinge.  E’ disceso agli inferi: “se cacceranno Cristo dalla terra noi lo incontreremo sotto terra! E allora noi, gli uomini del sottosuolo, intoneremo nelle viscere della terra un inno tragico, al Dio della gioia…“(Dimitrij Karamazov). Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo, egli è nella stanza più intima del mondo. E coloro che non accettano che il mondo avanzi così, si perpetui così, coloro che vogliono cieli nuovi e una nuova terra, sanno che la Pasqua matura come un seme di luce nella terra, come un seme di fuoco nella storia.