10 marzo 2024. Domenica 4a quaresima
ALLEANZA: DISGRAZIA O GRAZIA?

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA  B 

Preghiamo. Dio, buono e fedele, che mai ti stanchi di richiamare chi sbaglia verso una vera conversione e nel tuo Figlio innalzato sulla croce ci guarisci dai morsi del maligno, donaci la ricchezza della tua grazia perché rinnovati nello spirito possiamo corrispondere al tuo eterno e sconfinato amore.
Dal secondo libro delle Cronache 36,14-16.19-23
In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme. Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi. Il re [dei Caldèi] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni». Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».
 Sal 136.  Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia.
Lungo i fiumi di Babilonia, là sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.
Perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori: «Cantateci canti di Sion!».
Come cantare i canti del Signore in terra straniera?
Se mi dimentico di te, Gerusalemme, si dimentichi di me la mia destra.
Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 2,4-10
Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,14-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

ALLEANZA: DISGRAZIA O GRAZIA? DIO E’ CON NOI ANCHE QUANDO E’ CONTRO DI NOI?

I due libri delle Cronache, con il Libro di Esdra e il Libro di Neemia, formano una unità letteraria da leggersi insieme. Furono scritti circa nel 300-250 a.C., e cioè 3 secoli dopo la fine dell’esilio Babilonese. Il loro Genere Letterario può definirsi “meditazione storica” per sostenere le riforme politico-religiose di Esdra e Neemia e per giustificare la nuova teocrazia installata al Sud, a differenza di quella fallita al Nord. Preoccupazione principale fu quella di affermare che l’esilio babilonese non aveva interrotto le promesse di Dio in quanto sia il babilonese Nabucodonosor (che deporta Israele) e sia il persiano Ciro (che lo libera nel 538 a.C.) sono ambedue strumenti nelle mani di Dio per esercitare un amore esigente e tenero.
Il popolo ebraico (residente nella Giudea, al Sud di Israele), dopo 2 secoli dal ritorno in patria, di fatto è ancora ridotto ad una piccola e povera comunità, perseguitata dai samaritani del Centro-Nord a cui l’autore del Libro delle Cronache vuol dimostrare che il popolo del Sud è “il piccolo resto, la piccola assemblea” fondata da Dio. Sono, sotto sotto, richiami alla speranza per tempi difficili e sono parole di consolazione per un popolo che vive in situazione minoritaria e di povertà. Se la riforma religioso-politica di Giosia non ha portato cambiamenti radicali è perché occorre una vera conversione, un cambiamento di rotta. Dio si dimostra «Totalmente diverso», imprevedibile e, umanamente parlando, contrario alle nostre attese.
Osserviamo l’andamento del rapporto conflittuale tra il popolo e il suo Dio e l’andamento alternato dell’amore esigente e tenero di Dio:  [14]Anche tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà…[15]Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo …[16]Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti… al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine[21]attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia…[22]…a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro…
Immaginate un ebreo schiavo seduto sui fiumi di Babilonia a sentir parlare dell’amore di Dio; immaginate i discepoli che scrutano da lontano il cadavere del loro Gesù appeso sulla croce: questi annientamenti non vanno nella direzione del benessere atteso come segno di amore di Dio. Dio opera nella croce di Cristo uno stratagemma di incredibile forza: il crollo delle sicurezze storiche, umane, religiose, istituzionali non trascinano con sé il crollo dei progetti di Dio né lo allontanano da noi perché Dio va in esilio con il suo popolo ed è lì su quella croce.
Noi siamo abituati ad una fedeltà gregaria, quella del portaborse che dice sempre di sì al capo. La fedeltà di Dio a noi non è di questo tipo; è una fedeltà critica. Dio sembra entrare nelle nostre sicurezze con le parole profetiche disturbanti, le critiche acute, i fallimenti del progressismo vincente da primi della classe, la ribellione dei poveri e degli esclusi. E’ difficile credere in un Dio che non viene a tutelare le nostre soddisfazioni spirituali, le elevazioni mistiche, l’ottimismo decadente e che invece mi dà la croce come unico luogo di lettura della storia. Dio, fonte di insicurezza giusta per i sicuri e fonte di sicura speranza per tutti gli smarriti. (Salmo 146, 6-10).
Tu mi dai la caccia come si fa con un leone!” grida Giobbe a Dio, dal suo tormento. E aveva ragione: Dio inizia a ricercarci tra gli alberi dell’Eden fin dal giorno del suo primo grido “Adamo, dove sei?”. Questo  grido non si è più spento nella foresta della nostra storia. Dio ci rimane fedele, ci cerca in tutte le nostre fughe e alibi, come uno sposo che va a cercare la moglie sui viali, come un padre/madre che aspetta il figlio scappato o come un pecoraio che va a prelevare una pecora sbandata.
Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unico; chi crede il Lui ha la vita eterna”. Pare che questa frase (GV 3,16) costituisca il centro di tutto il Vangelo di Giovanni. Ma questo annuncio costituisce un  “Mistero”, nel senso che la cosa non è poi tanto evidente; è una testimonianza che viene proposta alla mia fede e non alla mia rilevazione immediata. Qualunque osservazione che  facciamo ci fa chiedere: ma c’è davvero questo amore che presiede a tutto?
Padre Ernesto Balducci[1] ha scritto, al riguardo, una pagina interessante: «Noi vorremmo poter arrivare alla certezza dell’amore di Dio a partire dall’esperienza. Se noi entriamo in una casa dove tutto è squallido, in disordine, polveroso diciamo: qui non c’è un amore che governa, una maternità che provvede. Ebbene noi siamo in un mondo di questo tipo. Per questo dobbiamo stare attenti a non compromettere la nostra fede con facili slogan della devozione. Questo è detto anche a chiare lettere nel Vangelo di oggi: il luogo e il momento in cui l’amore di Dio si è manifestato al mondo in maniera eccellente è proprio un momento e un luogo dove la nostra osservazione constata il contrario. La crocifissione di un uomo giusto, abbandonato da tutti anche dagli amici, non è un segno dell’amore di Dio, ma dell’assenza di Dio. Siamo nel cuore del paradosso cristiano: da una parte affermiamo che il principio di tutto è l’amore di Dio per il mondo e dall’altra sappiamo che questo amore viene rivelato proprio là dove tutte le categorie dell’intelletto umano sono portate a constatare l’assenza dell’amore. Tenendo uniti questi due estremi ci è possibile entrare in un’intelligenza di fede che è un’intelligenza nell’oscuro e non nella chiarezza. Facciamo un esempio. Immaginiamo un padre di famiglia che, seduto a tavola con moglie e figli, dica: “Davvero il Signore ci ha voluto bene; non ci manca niente, gli affari vanno bene, la salute non manca. Dobbiamo ringraziare Dio che ci ha voluto bene”. Sarebbe un discorso di falsa fede. Considerare come segno dell’amore di Dio le cose che vanno bene è stabilire un rapporto di immediatezza che è spezzato dalla croce di Cristo. Non c’è immediatezza tra la nostra esperienza e questo amore. Basta una coscienza critica perché ci si renda conto che il nostro benessere, familiare o collettivo, è basato sulla più iniqua espropriazione di innumerevoli altre creature. Sarebbe strano questo Dio che manda felicità in una famiglia costruendola sull’iniquità e l’ingiustizia. Ecco perché il nostro tempo ci chiama a ripulire la fede dalle ideologie di comodo. Del resto la lezione ci viene confermata anche dal brano forte della prima lettura biblica. Immaginate un ebreo seduto sui fiumi di Babilonia, schiavo, a parlare dell’amore di Dio! Eppure in quella schiavitù c’era l’amore correttivo e critico di Dio,  un amore che non andava d’accordo con le aspettative del popolo quando, precedentemente, si trovava nel benessere. La descrizione di questo popolo di Giuda che vive nell’infedeltà, accetta le idolatrie di altri popoli, uccide i profeti, costruisce ricchi palazzi e case eleganti, ci fa pensare ad un certo mondo in cui viviamo. Quando le cose vanno così bene probabilmente – dice il testo biblico – c’è un’infedeltà. Quel che conta non è che le cose vadano bene, ma che si viva con fedeltà. Dio opera allora uno stratagemma di incredibile forza, tale cioè da inserire per sempre un sospetto, un  dubbio, in tutta la storia della nostra fede cristiana: cioè Dio, proprio perché amava il suo popolo, lo lascia preda degli avversari. Tutto viene distrutto: Tempio, palazzi, organizzazione politica. L’esilio è amore di Dio per il popolo. E Dio realizza la salvezza attraverso Ciro, un pagano. Questo modo di procedere di Dio è assolutamente contrario alle nostre comode strategie della provvidenza. Dio è con noi anche quando è contro di noi. La correzione, amante, di Dio cade su di noi spesso nel momento in cui siamo nella massima sicurezza. Non dobbiamo disprezzare le parole profetiche, le parole disturbanti, le critiche acute perché in esse si annida la speranza di uscita dalle nostre micidiali e false sicurezze. Torniamo alla domanda iniziale: Dio ama il mondo? Certo che lo ama, ma non per ratificarlo, non perché gli diciamo “Grazie, Dio, perché tutto ci va bene e tu lo confermi”. Noi crediamo nel Dio-amore perché mette in crisi le nostre sicurezze e quando diciamo “Siamo arrivati” lui ci rimette in cammino. Credo nell’amore di Dio: non perché viene a tutelare le mie soddisfazioni spirituali, le mie elevazioni mistiche, il mio ottimismo decadente, ma perché sento che mi mette in crisi, mi obbliga a vivere con respiro universale per farmi solidale con l’ultimo degli uomini all’ombra della Croce, unico luogo di lettura del suo terribile amore che afferra gli ultimi degli uomini per sollevarli al cospetto dei potenti per convincerli a proclamare la fine delle loro false sicurezze. Mentre gli altri grideranno soddisfatti che le cose vanno bene ci renderemo scomodi contestatori che dicono: no! Le cose vanno male. E quando gli altri dicono che le cose vanno malissimo, avremo la strana gioia di gridare che invece vanno bene. Questa stranezza turba anche chi la vive e lo rende valido segno della permanenza dell’amore di Dio, fonte di insicurezza giusta per i sicuri e fonte di sicurezza per gli smarriti, perché non c’è ragione di essere smarriti»[2].


[1] Fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura del mondo cattolico italiano nel periodo che accompagnò e seguì il Concilio Vaticano II. Fu legato a Giorgio La Pira, David Maria Turoldo, Lorenzo Milani e molti altri cattolici democratici. Morì nel 1992 all’età di 69 anni, a seguito di un grave incidente stradale.
[2] E. Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. II° anno B, Ed. Borla




La domenica senza lavoro
F.Riccardi(AVVENIRE)

La domenica senza lavoro, un presidio di libertà per tutti.
Francesco Riccardi
AVVENIRE. Venerdì 1 marzo 2024
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-domenica-senza-il-lavoro-un-presidio-di-liberta-per-tutti

Sì, lo sappiamo, è una battaglia che sembra ormai persa. Basta osservare i grandi centri commerciali brulicanti di consumatori nei giorni festivi. L’idea della domenica come giorno di riposo per la gran parte dei lavoratori – almeno quelli non impiegati nelle attività essenziali – è un’idea che oggi appare utopica. Romantica per i più benevoli, irrealistica e passatista per la maggior parte delle persone. In particolare, quelle che vedono con favore la possibilità di fare acquisti e divertirsi nel tempo libero domenicale. Eppure, arrendersi a questa realtà senza neppure più “combattere” significa accettare come inesorabile una deriva che, pezzo a pezzo, rischia di renderci meno solidali, più soli, di fatto meno umani e sempre più ridotti invece alla sola dimensione di mercato, alla dicotomia produttore/consumatore. A ricordarci del valore della domenica come giorno di festa per tutti è la giornata europea che si celebra il 3 marzo. È la campagna che la European Sunday Alliance (l’Alleanza europea della domenica) lancia in questa occasione per “sensibilizzare i cittadini e i leader politici nazionali e dell’UE sugli effetti positivi di un giorno di riposo settimanale sincronizzato”. L’Alleanza è un’ampia rete di oltre 100 “cartelli” nazionali, sindacati e datori di lavoro, associazioni, Chiese cristiane. Nel direttivo siedono anche i rappresentanti della Comece (Commissione Conferenze Episcopali Comunità Europea), i vescovi cattolici della Comunità europea, ma il cuore del messaggio non sta nella difesa delle esigenze di culto (che pure hanno la loro importanza). Quanto nel valore universale della domenica per l’uomo, al di là dell’aspetto religioso. A spiegarlo bene è l’enfasi posta su quell’aggettivo: “sincronizzato”. Sono infatti i concetti stessi di festa e di comunità ad essere messi in discussione dalla cultura del lavoro a ciclo continuo. Con la frammentazione del tempo della festa in tanti tempi liberi “asincroni”: chi al lunedì, chi al venerdì, al sabato o alla domenica. La logica sottesa mira ad avere sempre in equilibrio chi lavora e chi consuma il prodotto degli altri in tempo reale. Si va affievolendo, invece, la percezione della domenica e della festa come occasione per ritrovarsi tutti insieme in famiglia, per coltivare rapporti sociali autentici, appassionarsi ai bisogni della propria comunità, impegnarsi nel volontariato, con una visione di bene comune da perseguire. La domenica e le diverse festività hanno invece proprio questa natura e fondamentale funzione: permettere alle persone di godere non solo di una generica pausa – che appunto si può svolgere in un qualsiasi giorno della settimana – ma vivere un tempo di libertà, verità e pienezza collettivo, sincrono rispetto alla libertà, verità e pienezza degli altri uomini, in un giorno che è veramente libero proprio perché è libero per tutti. Un tempo di gratuità sottratto alla mera logica dello scambio di mercato. Può essere che la battaglia culturale per circoscrivere all’essenziale il lavoro festivo sia già persa. Certamente lo diventa se noi stessi, per primi, non ci rendiamo conto di che cosa rischiamo di perdere – tutti – abbandonando al declino l’idea della domenica libera e sincrona, di un autentico “fare festa” insieme.




3 marzo 2024. Domenica 3a di Quaresima
 UN’ALLEANZA IN DIECI PAROLE. ANZI IN UNA: GESU’

III DOMENICA DI QUARESIMA B

Preghiamo. Signore, nostro Dio, santo è il tuo nome; piega i nostri cuori ai tuoi comandamenti e donaci la sapienza della croce, perché, liberati dal peccato che ci chiude nel nostro egoismo, ci apriamo al dono dello Spirito per diventare tempio vivo del tuo amore. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 20, 1-3.7-8.12-17  In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole:
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile.
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai.
Non commetterai adulterio.
Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
 Salmo 18.  Signore, tu hai parole di vita eterna.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore;
il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,  rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,22-25
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,13-25
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete[1]. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

 UN’ALLEANZA IN DIECI PAROLE. ANZI IN UNA: GESU’. Don Augusto Fontana

Il Tempio nel corpo.
Il testo di Esodo 20 è collocato tra l’annuncio della Alleanza (Esodo 19) e la sua celebrazione (Esodo 24).  Vengono rivelate (donate) Dieci Parole: «E parlò ‘Eloim tutte queste parole». Parole di libertà appartenenti alla “Legge” (Torah), un termine che, nel linguaggio occidentale contemporaneo, non rende giustizia alla densità significativa, coinvolgente e amante attribuitagli dagli uomini giusti dell’ebraismo; basta rileggersi il lungo e mistico salmo 119 o i versetti del salmo 18 di oggi.
Più che di leggi, precetti e comandi si tratta di istruzioni, insegnamenti e parole convincenti. Ancora oggi mi resta il dubbio che l’esperienza “religiosa” instauri con Dio una sottomissione servile, moralistica, giuridica, mercantile che uccide il sogno del nostro fidanzamento con Lui, come ci dicono i profeti Osea (Cap.2) ed Ezechiele (Cap. 16).  Un Rabbino, a chi gli faceva notare che il Decalogo conteneva troppe proibizioni (7 “non” …), disse: “Nelle Dieci Parole c’è una sola proibizione fondamentale: non tornate indietro, non tornate in Egitto, alla casa di schiavitù”. Infatti si trascura che le Dieci Parole incominciano così: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». Non un liberatore “spirituale”, ma “integrale”; uno a cui sta a cuore oltre che la giustizia sociale, anche la liberazione dalla tentazione di intorbidare lo stile di vita una volta entrati nella Terra Promessa: non avrai altro Dio all’infuori di me e non vi opprimerete a vicenda,  né con le cose né nei rapporti. Le Dieci Parole non interpellano solo il singolo: sono i rapporti comunitari che vengono liberati. Gesù dirà che tutta la Legge si riassume nell’amare[2] e per evitare equivoci si presenta con le Beatitudini.
La “Trasfigurazione” del Tempio.
In tutte le culture il Tempio rappresenta l’ombelico che congiunge divino e umano, ma anche divide il tabernacolo dal cortile, ritma il tempo con le celebrazioni e organizza tramite la legge la convivenza sociale. Senza Tempio, il cosmo è come una ruota senza mozzo. Buono o perverso, liberante o schiavizzante che sia, senza un suo Tempio l’uomo non può esistere. L’animale è condotto dall’i­stinto, l’uomo è mosso dal desiderio di raggiungere un fine che dà senso al suo vivere, al suo desiderio di felicità. Il Tempio offre questo ed è il luogo del senso della vita, della festa e della comunione. Ma tende sempre a diventare anche luogo di mercanteggio con Dio, giustificazione di oppressione dell’uomo in nome di Dio. Al centro delle antiche città c’è sempre il Tem­pio, diventato nella cristianità il «duomo» (domus=casa), la casa di tutti. Oggi al centro troviamo la Borsa, con il culto del libero mercato e della new economy, nel cui nome si con­duce una fanatica guerra santa, senza guardare in faccia a nessuno, distrug­gendo la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti (cf. Sal 24,1). L’operazione è condotta in modo indolore, grazie al narcotico prodotto in altri tem­pli: del consumo, del divertimento, dello sport.
Dio, Tempio e uomo sono tre realtà che si rispecchiano; ma soprattutto l’uomo e il tempio hanno un volto diver­so secondo l’immagine che si ha di Dio. Se Dio è colui che ha in mano tutto e domi­na tutti, il suo fedele tende a scimmiottare il Potente; il Tempio allora diventa lo strumento di giustificazione di ogni oppressione. Se Dio è uno che si consegna e serve, l’uomo vero è colui che serve e il Tempio diventa luogo di comunione e amore.
Il Figlio dell’uomo, vero Tempio, sarà ucciso proprio da chi si è ingannato su Dio e sul Tempio e quindi anche sull’uomo. Questa visita di Gesù al Tempio visita la nostra idea di Dio e di uomo.
«Ma egli parlava del tempio del suo corpo»: il Tempio, chiamato da Gesù «casa del Padre mio» e poi «santuario», è infine identificato con il suo «corpo». La carne della Parola è ormai la «tenda» di Dio in mezzo a noi, dove noi stessi siamo di casa con lui. In Gesù il tempio diventa ciò di cui è segno: è cielo aperto sulla terra, terra aperta su Dio.
Gesù non ce l’ha col Tempio, né col Sabato, né con la Legge. Ma sa che in agguato si annida in noi la strumentalizzazione del Nome di Dio, l’abuso della religione in atti privati, il mercanteggiamento tra favori, sacramenti, benedizioni e opere buone. Ci si è messo in mezzo: prima di entrare nel Tempio, nel Sabato e nella Legge passerete su di Me, sul mio corpo, scandalo per la religione e stupidità per filosofie, economie e politiche. Nella preghiera iniziale abbiamo chiesto il dono di diventare TEMPIO DEL SUO AMORE. Difficile oggi trovare il tempo di “andare in chiesa”, ma più difficile e raro è “essere Chiesa in Lui”.
Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire voi stessi come sacrificio gradito a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2, 4-5).


[1] Nel Tempio potevano entrare solo le monete giudaiche e i pellegrini dovevano cambiare le monete romane con le monete giudaiche. I cambiavalute chiedevano un cambio molto alto. Inoltre pare che i sacerdoti rifiutassero gli animali portati da lontano, in modo che i pellegrini dovevano comprare, e caro prezzo, un animale dai venditori nel Tempio. Pare che cambiavalute e mercanti condividessero il guadagno illecito con i sacerdoti del Tempio.
[2] Matteo 22, 36-39: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose:  «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».




L’inverno demografico una questione scottante.
P. Montesperelli (Rocca)

L’inverno demografico una questione scottante.
Paolo Montesperelli[1] (Rocca 04/02/2024)

Il cosiddetto «inverno demografico», cioè il calo e l’invecchiamento della popolazione italiana, raggela il san­gue … di fronte a un problema che si sta arroventando. È una rivoluzione silenziosa, senza botti, clamori, barricate; eppure è dirom­pente la sua portata attuale e, forse ancor più, quella futura.
Non dare torto ai fatti.
Partiamo da qualche dato. Dagli anni ’90 fino al 2014 la quantità della popolazione in Italia è rimasta sostanzialmente stabi­le: la diminuzione degli italiani veniva compensata dall’ingresso degli stranieri. Dal 2015 il totale della nostra popolazione (italiani e stranieri) diminuisce sensibil­mente. Secondo le previsioni dell’Istat, nel 2070 saremo 10 milioni in meno; è come se ogni anno perdessimo una città come Trieste. Nell’ipotesi peggiore ci ritrovere­mo con 20 milioni di persone in meno. Diminuisce la popolazione complessiva, ma aumenta la proporzione degli anziani. Questo progressivo invecchiamento è mol­to evidente se consideriamo la classe di età più numerosa nel corso degli anni. Nel 1861 prevaleva la categoria da 0 a 4 anni di età; nel 2003 il primato passava alla clas­se 34-39 anni; nel 2023 la maggioranza ri­guarda i 55-59enni; nel 2050 probabilmen­te quella più estesa sarà la classe dei 70-74enni. Ma già prima di quella data po­tremmo scalare la classifica: potremmo non essere uno dei Paesi più vecchi al mondo, ma in assoluto il più vecchio. Perché la popolazione italiana invecchia? Per almeno due ragioni: la vita si è pro­lungata; e nascono meno bambini. Partia­mo dal primo grande processo. Viviamo più a lungo, il che, naturalmente, è un gran bene che ci rende tutti più sicuri e più sod­disfatti. Anche qui può essere utile guar­dare alle nostre spalle. Per chi nasceva nel 1861, vi era un’alta probabilità di morire intorno a 30 anni; ovviamente molti supe­ravano quella soglia, ma la mortalità in­fantile era molto diffusa. Chi nasceva nel 1921 poteva fondatamente sperare di so­pravvivere fino a 50 anni. Nel 2021 siamo passati a 82 anni. Oggi, rispetto a quanto accadeva in passato, è come se ogni anno guadagnassimo 3-4 mesi di vita in più. Las­senza di guerre, i progressi della medici­na e della qualità della vita spiegano que­sto importantissimo miglioramento. Passiamo ora al secondo grande proces­so, il calo delle nascite. Nel 1952 per ogni donna in età fertile nascevano in Italia cir­ca 2,5 bambini; nel nostro Meridione qua­si 3,5 bambini. Oggi il rapporto è dimez­zato, siamo all’1,2; inoltre dal 2004 sono praticamente sparite le differenze fra ter­ritori; sicché anche il Meridione si è alli­neato al ribasso, con tutte le altre aree ita­liane. Se nascessero 2 figli per coppia di genito­ri, il ricambio generazionale garantirebbe la stabilità della popolazione. Invece, come abbiamo visto, siamo ben al di sotto di quella soglia e ciò spiega in gran parte per­ché la nostra popolazione si riduce a gran­di passi. Un paio di altri dati conferma questo andamento: nel 1964 è nato più di un milione di bambini; nel 2021 appena 400mila, meno della metà.
Demografia, lavoro: due trappole.
Ciò sta innescando quella che gli esperti chiamano «la trappola demografica», cioè una specie di spirale in caduta: avere meno figli oggi significa meno genitori domani; il calo dei genitori determinerà la riduzio­ne del totale dei figli; quando questi pochi figli diventeranno genitori, essi genereran­no ancor meno figli e così di seguito. In­somma, se non scardineremo quella trap­pola, se non subentreranno interventi pro­fondi, gli italiani saranno sempre meno e con sempre più anziani. Gli effetti negativi dell’invecchiamento sono molti: aumentano le necessità legate alla sanità, alla previdenza e all’assistenza e ciò fa crescere il debito pubblico. A pari­tà di risorse, se lo Stato spendesse di più per gli anziani, spenderebbe meno per i giovani, che oggi rappresentano una nuo­va emergenza sociale.
Un’altra «trappola» riguarda il mercato del lavoro, che incide sullo scenario che sto richiamando. In estrema sintesi, gli occu­pati regolari versano i contributi che finan­ziano le pensioni degli anziani; ne versa­no relativamente pochi, solo perché sono molto bassi i salari, fra i più bassi di Euro­pa. Ma se non aumenterà di molto l’occupa­zione e se la popolazione continuerà a di­minuire, decresceranno anche i lavorato­ri regolari e quindi si ridurranno ulterior­mente le risorse per le pensioni. Insomma lo scenario è grigio scuro sia per i pensio­nati, nel timore di ulteriori tagli alle pen­sioni; sia nei giovani, per il rischio di esse­re oggi disoccupati e domani pensionati poveri. In alcune regioni già oggi ci sono 3 occu­pati ogni 4 pensionati. E evidente lo squi­librio. Allora bisognerebbe aumentare gli occupati e regolarizzare quelli che già la­vorano: il lavoro nero e precario sono uno spreco per la comunità, oltre a rappresen­tare una forma vergognosa di sfruttamen­to. Il nostro mercato del lavoro è avaro, sì, ma anche «maschilista», perché sfavorisce le donne: rispetto alle opportunità degli uo­mini, poche, mediamente, riescono a tro­vare un’occupazione; se vi riescono, soven­te il lavoro è meno qualificato e le possibi­lità di carriera sono più ridotte.
Qualcosa di analogo capita a tanti giova­ni. Il 23% di loro è «scoraggiato», cioè non studia più, non lavora né cerca lavoro. An­che questa è una risorsa dispersa, dilapidata: il nostro Welfare avrebbe molto bisogno di immettere nel mondo del lavoro tanti lavoratori giovani, per rispondere all’invec­chiamento progressivo e rapido della no­stra popolazione. Purtroppo alcuni dati anche recenti ci dicono che aumenta l’oc­cupazione ma non quella dei giovani.
Per riequilibrare il rapporto fra gli anziani e le altre classi di età, dovrebbero aumen­tare in maniera consistente le nascite, che invece sono in forte calo, come abbiamo visto. Su questo argomento fino a poco tem­po fa era facile incontrare giudizi trancian­ti e moralistici: «le coppie sono egoiste», «le donne non vogliono più rispondere alla loro più importante vocazione che è l’essere madri» e amenità del genere. Ora i dati resi pubblici sono talmente eclatanti da ridurre fortemente le spiegazioni semplicistiche.
Urgenze, prospettive …
In altri Paesi il calo delle nascite è stato ri­dotto solo grazie a interventi sociali ade­guati. Una seria politica per la natalità deve saper guardare molto avanti, giacché i pro­cessi demografici non possono essere inter­rotti dalla sera alla mattina e i loro effetti si riproducono in un ampio lasso di tempo prima di tornare indietro. In altre parole, dobbiamo porre in campo politiche «strut­turali», stabili nel tempo, dotate di una grande capacità programmatoria; non pan­nicelli caldi, o interventi-tampone che cam­biano col passaggio da un governo all’altro, tanto per rastrellare un po’ di consenso in vista delle prossime elezioni.
Sarebbero auspicabili vari interventi corag­giosi: politiche di supporto (non risicato) al reddito delle famiglie; politiche fiscali di sostegno alle coppie giovani; congedi geni­toriali di vario tipo; la diffusione di asili nido pubblici e di altri servizi per bambini (oggi molto scarsi, soprattutto al Sud). E poi do­vremmo smettere di frapporre ostacoli de­rivanti dal tipo di famiglia o dalla cittadi­nanza dei genitori e dei loro figli: fosse solo perché non ce lo possiamo più permettere. Però su questo scenario non si allungano solo ombre. La presenza di tanti anziani compor­ta anche alcuni vantaggi, che però spesso sono sottovalutati. Le loro pensioni, per quanto spesso magre, garantiscono entrate regolari ai pensionati stessi, ai loro figli e ai loro nipoti. Insomma, le pensioni sono un’importante forma di «welfare familiare». Un tempo essere anziani comportava mag­giori rischi di fragilità economica rispetto invece ai giovani. Ora il rapporto è invertito, non perché la situazione degli anziani sia migliorata, ma soprattutto perché quel­la dei giovani è peggiorata. Ad esempio, se consideriamo le famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta, quelle con almeno un anziano sono il 5,6%, mentre le famiglie giovani con almeno un figlio minore sono ben il 13,4%.
Un altro vantaggio derivante dall’invec­chiamento della popolazione è rappresen­tato dall’incremento di prodotti e servizi destinati alla terza età; secondo alcuni eco­nomisti, ciò determina l’aumento del 5% annuo della nostra crescita economica. Alcuni importanti settori e attività produt­tive si giovano proprio del fatto che si estende la «silver economy». Pensiamo ad alcuni servizi oggi molto rilevanti: il turi­smo per anziani; la ristrutturazione delle case per renderle più agevoli; la mobilità assistita; la telemedicina; i centri di riabi­litazione, ginnastica o danza; la ristorazio­ne capace di garantire una migliore salu­brità degli alimenti; e molto altro ancora.
. . . e una nuova «terza età».
Ciò che più colpisce anche un osservatore distratto è il fatto che gli attuali anziani sono molto diversi da quelli di ieri e del­l’altro ieri. Oggi la loro salute è mediamente assai migliore, tanto che un settantenne di oggi è molto più giovanile di un settanten­ne di ieri. Il livello di scolarizzazione è ben più alto. L’attuale «terza età» è più esigen­te nella domanda di cultura e di prodotti (materiali e immateriali) di elevata quali­tà. Ormai non è affatto difficile trovare anziani «smanettoni», abili col computer, naviganti di lungo corso nei mari di inter­net (il 40% degli anziani usa regolarmente internet, una percentuale impensabile fino a pochi lustri fa).
Particolare non da poco: la maggiore du­rata della vita consente agli anziani di avere più tempo da progettare e investire per il futuro, non solo a favore proprio e dei pro­pri familiari e parenti; ma anche per la comunità circostante. Pensiamo al volon­tariato, all’associazionismo, alle parroc­chie, ai comitati di quartiere, ad altre isti­tuzioni basate sulla condivisione: sono tut­te occasioni che vedono una forte parteci­pazione di anziani, animati dal desiderio di contribuire al bene comune e alla de­mocratizzazione della vita civile. Come a dire: esiste un rapporto fra demografia e democrazia e tale rapporto implica anche qualche risvolto positivo.


[1] Professore ordina­rio di sociologia all’Università di Roma «La Sapien­za»




Basta coi cattolici sonnambuli
De Rita (Avvenire)

«Basta coi cattolici sonnambuli. Ma per incidere serve una lunga marcia»
De Rita, sociologo e fondatore del Censis
Angelo Picariello (AVVENIRE 18/02/2024)
https://avvenire-ita.newsmemory.com/?token=09c8d1eb14086cf29f0ec54cb1e4f388_63033edf_5eca5

Ci sono anche i cattolici fra i “sonnambuli” descritti dall’ultimo rapporto Censis, e questo atteggiamento fra l’impaurito e il rinunciatario caratterizza anche il loro atteggiamento politico. Per Giuseppe De Rita «il sonnambulo è un cattolico che compie una serie di peccati di omissione, un cittadino egoista per paura che tralascia di fare tante cose, dal civile al religioso, dall’andare a votare all’andare a messa». Per il fondatore del Censis, si tratta di ripartire dalle fondamenta, «dalla pre-politica, dalla realtà. Non esiste cristianesimo che non si occupa della realtà. A partire dal tema più pressante, la denatalità ». Affermazione che, proferita dal padre di 8 figli (e nonno di 15 nipoti), assume un senso quanto mai concreto.

Pagnoncelli evidenziava però che anche i cattolici praticanti finiscono spesso per chiedere alla politica solo di migliorare la loro condizione.

È una situazione generalizzata, di una politica che si occupa solo degli interessi singoli e non di mediare con gli interessi collettivi, nella prospettiva del bene comune. Imperversa la politica dei “bonus”, lo Stato che regala, a questo o a quello. Senza una “visione”, una vera proposta politica.

A elaborarla dovrebbero essere i cosiddetti corpi intermedi, voluti proprio dai cattolici in Costituzione.

Ma noi assistiamo alla loro desertificazione. La dottrina sociale della Chiesa nasce con Leone XIII, a fine Ottocento, ma allora c’erano dei sindacati forti, c’era la lega delle cooperative “rosse” e c’erano quelle “bianche”, le casse di mutualità: una boscaglia di cespugli intermedi. Ci sono stati poi i coltivatori diretti, che sono andati oltre la logica di classe dei braccianti, per farsi piccoli imprenditori. La grande intuizione della Dc fu quella di dare voce a queste realtà, creando un interclassismo dinamico e un ascensore sociale che permise a tanti poveri e analfabeti di affrancarsi, o di affrancare i propri figli da quella condizione.

Tutte le sigle che cita ci sono e operano ancora.

Ma è sotto gli occhi di tutti che la politica è diventata un’altra cosa, cerca il rapporto diretto con i cittadini, senza mediazioni. Disancorata dalla realtà, che è costituita anche dai tanti luoghi in cui la dignità dell’uomo si realizza, come stabilisce la Costituzione, dalla famiglia ai partiti, dai sindacati alle associazioni. Manca del tutto una dialettica sociale.

Un cattolico che vuol partecipare oggi, da dove può iniziare?

Bisogna intendersi sul significato di partecipare. Se uno vuol partecipare alla vita politica per sua ambizione non è neanche tanto difficile. Le strutture di partito ci sono e sono anche scalabili facilmente, lo ha fatto Renzi nel Pd, e ora Schlein con l’operazione primarie; lo ha fatto Conte con il M5s, Salvini nella Lega. Il problema si pone per chi ha voglia di dare il suo contributo alla collettività, senza l’ambizione di fare politica in prima persona. Dove va, e come fa, in questa situazione?

Lei ha partecipato a molti incontri in ambito cattolico per una nuova progettualità politica. Realtà che però faticano a rendersi visibili, incisive. Che giudizio ne ha tratto?

Li ho trovati molto “caldi”, interessanti e carichi di passione. Ma poi manca la perseveranza, la consapevolezza di dover fare una lunga traversata per cambiare le cose. Bisogna riprendere l’impegno dal basso, dagli enti locali, dalle comunità montane, dalle parrocchie, dal Terzo settore.

Non è che manchi, in Italia, l’impegno del Terzo settore.

Ma manca la capacità di fare il passo ulteriore, decidendo che cosa fare da grandi per elaborare una proposta politica.

Sta parlando di un partito?

Sarà per inclinazione professionale, ma preferisco parlare di pre-politica. Non in modo astratto. Parlo di proposte politiche chiare e puntuali, su temi specifici, in realtà concrete.

L’arcivescovo Paglia parla anche della necessità di una nuova pastorale.

Ho in mente una mia personale esperienza, nel 1974, quando il cardinale vicario Ugo Poletti mi coinvolse con monsignor Di Liegro, monsignor Clemente Riva e Luciano Tavazza per una riflessione sui “mali di Roma”. Il cardinale, scherzando mi disse che era dai tempi di Federico Barbarossa che un laico non parlava nella Cattedrale di San Giovanni. Due anni dopo, nel 1976, ci fu il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, che aprì una stagione di grande impegno nella Chiesa e di grande rinnovamento politico. Bisogna riprendere a fare questo: promozione umana.

La Settimana sociale di Trieste può essere l’occasione?

Certamente, ma bisogna farsi carico maggiormente di quel che il Papa chiede in continuazione, di uscire dal nostro ambito, non basta parlare fra noi 

Elaborare proposte pre-politiche può essere di aiuto anche a chi ha scelto di fare politica ma, in questo quadro asfittico, fa fatica a incidere?

Sicuramente. Bisogna ripartire del livello parrocchiale e diocesano. Scegliere dei temi, fare delle proposte operative. Il cristianesimo nasce nella realtà, e si è sempre sviluppato nella realtà. Poi, per paura dei protestanti e dei comunisti, abbiamo preso un po’ l’abitudine di limitarci a professare la dottrina, la verità, con una certa astrattezza, Senza più appassionarsi alla realtà.

Intanto i cattolici in politica sono divisi, spesso impegnati a inviarsi scomuniche a vicenda.

Non mi pare saggio. Siamo già pochi, dovremmo almeno cercare di andare d’accordo fra noi…

L’idea di una nuova Camaldoli europea lanciata dal cardinale Zuppi la condivide?

Condivido. Si tratta di riprendere in mano, tutti insieme, una grande profezia di pace e sviluppo. Ma servono uomini e cristiani all’altezza di questa grande sfida.

I giovani, dopo decenni di crisi della politica, hanno un’idea molto vaga dell’impegno il bene comune. Non si rischia di offrire loro una risposta a una domanda che non si pongono?

Bisogna allora lavorare con loro perché questa domanda torni a nascere. Non possono loro rassegnarsi a un cristianesimo che rinunci a incidere, e non noi possiamo trasferire loro un’idea così ridotta, miope e falsata, del cristianesimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA «Il Terzo settore deve fare un passo in più, elaborare proposte.

Bene l’idea di una “Camaldoli europea”. I credenti smettano di lanciarsi scomuniche reciproche, siamo già pochi, meglio provare a lavorare insieme»

Giuseppe De Rita, 91 anni,




25 febbraio 2024
RESISTERE IN UN UN‘ALLEANZA RESPONSABILE.

 Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 22,1-2.9.10-13.15-18
In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Salmo 115.  Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Ho creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice».
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava:
tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo, negli atri della casa del Signore, in mezzo a te, Gerusalemme.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,31-34
Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
Dal Vangelo secondo Marco 9,2-10
[Dopo sei giorni] Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

PER RESISTERE IN UN UN‘ALLEANZA RESPONSABILE. Don Augusto Fontana

 Sono decisamente imbarazzato di fronte al racconto del Libro della Genesi. Certo, forse dietro c’è la memoria di un mutamento decisivo nel culto che passa dai sacrifici umani a quelli degli animali. Qualcuno dice che il racconto è simbolico; sarebbe una rappresentazione scenica per dire che Dio aveva dato in “dono” Isacco ad Abramo, ma Abramo si era lentamente dimenticato della origine del suo figlio e ne aveva fatto una proprietà privata, un diritto; allora Dio chiede ad Abramo di mollare la preda e compiere un gesto qualsiasi che indichi la restituzione del figlio alla sua origine di “figlio donato da Dio[1]“. Qualcuno si spinge a interpretare le figure di Abramo e di Isacco come storie profetiche di ciò che accadrà in seguito: Dio Padre metterà sull’altare della croce Suo figlio unigenito Gesù e ve lo lascerà morire! Accostamento facile, tradizionale, osceno; non sia fuori luogo ricordare le parole di Gesù ai cupi teologi di tutti i tempi: “Dio vuole misericordia e non sacrificio” (Matteo 9,13). E Lui di Dio se ne intendeva. Effettivamente è un po’ strana l’immagine di un Dio che chiede morte per far procedere i propri piani o per placarsi offese. In questi giorni abbondano notizie di qualcuno che approfitta della religione in modo fanatico seminando morte. Eppure non voglio trovare scuse per fuggire da questa pagina forte e tenera, da questo Abramo, tipo della fede per tutte le generazioni e anche per me abituato a rapporti e impegni light, brevi, semiseri, frizzanti. Oggi celebriamo la resistenza della fede nella oscurità del tunnel con in mano la lampada della promessa e della Parola (“si udì una voce…ascoltatelo”) che non elimina la notte né tutto il tunnel, ma mi consente di camminare, illuminando un metro dopo l’altro: «Lampada ai miei passi è la tua Parola»  (salmo 119,105). Nel Salmo di oggi preghiamo così: «Ho creduto anche quando dicevo: “Sono troppo infelice”». Resistenza e senso di responsabilità: a me resta l’impressione che l’esperienza di fede e di alleanza non sia mai rassicurante, ma sconvolgente; mai soporifera ma responsabilizzante; mai acquietante, ma liberante; mai mortificante, ma energetica. Come un buon matrimonio riuscito. Anche per Lui, Padre, partner dell’amicizia/alleanza, non c’era un altro figlio di riserva e, in Cristo, Dio si è rovinato per noi. Si è impegnato con noi in modo serio; per questo Paolo ha scritto oggi per noi: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”.
ASCENDERE, RIMANERE, DISCENDERE.
Vediamo anzitutto la forza simbolica del racconto[2].
Dopo sei giorni“: questa annotazione di tempo è stata irragionevolmente “tagliata” dal testo ufficiale della Liturgia e non ne capisco il motivo. E’ un tempo che evoca i “sei giorni” della creazione o i “sei anni” di lavoro prima dell’anno sabbatico. E’ quindi un tempo produttivo di semina, di lavoro, di preparazione. Dopo questi sei giorni avviene la Trasfigurazione. Potremmo dire che la Trasfigurazione appartiene ad un “altro tempo” che irrompe nel “tempo ordinario” al fine di produrre un contrasto, un disequilibrio, un richiamo, una correzione. Per la comunità di Marco e per noi, la Trasfigurazione accade di domenica in domenica, di Eucaristia in Eucaristia, dopo i nostri “sei giorni”.
“Tre discepoli + Tre Persone splendenti”: Pietro, Giacomo e Giovanni in rappresentanza di tutta la comunità dei discepoli; Gesù, Mosé ed Elia in rappresentanza della “comunità dei santi”. Comunità maschile bisognosa della correzione che si avrà attorno alla tomba della Pasqua dove le donne discepole attive, curiose e affettuose prevalgono su discepoli maschietti impauriti, paralizzati, tardivi. Forse per questo, l’incontro delle due comunità fa solo “sei”. La pienezza del “sette” avrà luogo mediante l’inclusione della comunità femminile, quando nel Giorno di Pasqua la comunità femminile assumerà una presenza ed un ruolo rilevante anche per gli apostoli e i discepoli maschi “autorità della chiesa”.
“Tre tende: la “tenda” ci porta all’esperienza dell’Esodo. Il tempo delle tende è anche tempo dell’alleanza tribale, di solidarietà, di uguaglianza. Nella festa delle tende (sukkot) ciascuna famiglia costruisce una tenda/capanna e la abita ricordando l’uscita dall’Egitto.  C’è un enfasi nel simbolismo trinitario: tre Esseri splendenti (Gesù, Mosé, Elia), tre discepoli (Pietro, Giovanni, Giacomo), tre tende (Esodo); tre volte tre, insieme alla gloria di Dio. Tre significa comunità, perfezione, pienezza. E’ la proposta comunitaria di Dio per l’umanità. E’ il progetto da costruire una volta che si torna in pianura.
Vestiti splendenti“: lo splendore ed il bianco esprimono la profondità e l’integrità del cambiamento avvenuto. Le prime comunità cristiane usavano vestiti bianchi appena lavati per simbolizzare la nuova vita che si proponevano di vivere. Più che di abito si tratta di “pelle”, qualcosa di organico e non di appiccicaticcio. Sto rovistando da tempo nel cassetto della mia vita ordinaria per cercare dove ho riposto o smarrito questa dignitosa veste battesimale e domenicale: ho trovato solo un certificato cartaceo. Ma non è propriamente ciò che cercavo.
Nube: qui da noi il cielo coperto può rovinare sogni e progetti di viaggi, ferie, feste, manifestazioni. Quando ero in Brasile, in tempo di secca arida e caliente, l’improvvisa apparizione di nuvoloni significava ombra, pioggia, vegetazione fresca, allegria, benedizione. La nube, nella Bibbia, è sempre messa in relazione con Dio. E’ un segno visibile della presenza e della compagnia gratificante di Dio. Lo fu durante la traversata del deserto quando Dio camminava davanti a loro, sotto forma di nube e di voce, indicando la strada.
Salire sull’alto monte“: evoca l’Horeb o il Sinai, luoghi dove Mosé ed Elia fecero una forte e trascinante esperienza di Dio.
“Discendere dal monte” verso la pianura, verso l’incontro e la trasformazione umana e sociale. La chiesa non comprende un messianismo che passi per la croce. Per “correggere” questa situazione vissuta dalla comunità post-pasquale di Marco, il racconto introduce la Trasfigurazione. La comunità non può “ridurre” la fede all’entusiasmo post-pasquale. E’ la tentazione che si esprime sulla montagna illuminata quando i discepoli vogliono piantare le tende molto lontano dalla pianura. La brillantezza dei vestiti vuole sottolineare il fascino che esercita sugli uomini questo tipo di esperienza religiosa “slegata” dalla sofferenza e dal dolore umano che avvengono quotidianamente in pianura; è una religione adorante che vuole controllare la gloria pasquale senza aprirla al lavoro creativo umanizzante. La “chiesa degli Zebedei” rappresenta un’esperienza di resurrezione “chiusa” alle sfide del mondo e che esalta l’aspetto glorioso e trionfante di Gesù risorto senza assumerne la morte sulla croce. Talvolta anch’io mi sento uno dei figli di Zebedeo.
“Questo è il mio figlio amato, ascoltatelo”: il progetto comunitario sottolineato sulla montagna è certificato dalle parole di Dio. Attorno al figlio amato si costituisce la comunità dei discepoli. La sua parola è il cammino che la comunità dei discepoli deve seguire.
Ascesa e discesa sono reciprocamente necessarie. Ascesa per celebrare e godere dei sussurri della fede. Discesa per vivere la fede in mezzo alla conflittualità e alla contraddizione. Il monte per ascoltare il progetto. La valle per costruirlo nella quotidianità e nella diversità. I “sei giorni” di lavoro e fatica hanno bisogno del “settimo” di riposo e adorazione.
LA TENTAZIONE DELLO STRAORDINARIO.
«Camminerò davanti al Signore, nella terra dei viventi». Così potrebbe aver detto Gesù a Pietro che lo voleva trattenere sul monte di quell’ assaggio di risurrezione che noi chiamiamo trasfigurazione. Così abbiamo pregato e promesso nel ritornello del Salmo. La tentazione dell’esperienza religiosa è spesso quella della fuga dalla quotidianità normale (la terra dei viventi) alla ricerca dell’evento straordinario. Nel momento in cui Dio, in Gesù, migra dalla propria divinità verso la nostra normalità, noi a volte lo andiamo a cercare nello straordinario, nel miracolo, nel magico, nella abbreviazione dei tempi feriali, nel candore di “monti” devozionali che crediamo tocchino il cielo. Diciamoci la verità: se Dio ci avesse consultati, prima di fare ciò che ha fatto, lo avremmo abbondantemente smentito, come Pietro: “Per quanto mi riguarda, farò di tutto perché questa crocifissione non ti accada” (Marco 8,31-32). Pietro anziché “lavorare per il Regno”, vorrebbe “vincere al lotto il Regno ”: una giocata, una scommessa e via!, verso una vincita veloce e abbondante.
Appartenere all’alleanza di Dio in Cristo non significa appartenere ad una religione anagrafica che si liquida con qualche sporadico dovere compiuto; il coinvolgimento della fede è qualcosa che brucia, che lascia segni sulla carne perché cerca di toccare la storia. I discepoli hanno paura perché, consciamente o no, temono di essere coinvolti nella vicenda di Gesù. Scenderemo dall’Eucarestia pasquale che celebriamo con il quesito bruciante che i discepoli avevano dentro: “Si domandavano l’un l’altro che cosa significava resurrezione dai morti”. Veramente: cosa tocca ora a noi?


[1] Servizio della Parola, 495/2018 pag.95-96
[2] Elaboro un commento da http://ospiti.peacelink.it/romero/parola.htm




Nel deserto per ritrovare la strada della vita
E.Ronchi

Nel deserto, per ritrovare la strada della vita
Padre Ermes Ronchi
Avvenire   (09 Marzo 2003)

Lo Spirito che protegge e conforta Gesù, lo spinge nel deserto, nel cuore del conflitto. E questo perché «nel deserto un uomo sa quanto vale: vale quanto valgono i suoi dèi» (Saint-Exupèry), quanto valgono cioè i suoi ideali. Il deserto è scuola di monoteismo, lì è nata l’inguaribile malattia israelitica dell’assoluto. Nel deserto Gesù sceglie quale volto di Dio annunciare (se valga di più quello facile di un Dio padrone, o quello impossibile di servo, o quello folle di crocifisso); sceglie quale volto d’uomo proclamare (rivale o fratello?) e nasce la buona notizia. Marco non riporta il contenuto delle tentazioni, ma ci ricorda l’essenziale: che le tentazioni non si evitano, ma si attraversano, perché «sopprimete le tentazioni e più nessuno si salverà» (sant’Antonio Abate). Senza tentazioni non c’è salvezza, perché non esiste scelta, scompare la libertà, è l’uomo stesso che finisce. Anche la mia vita spirituale inizia sempre con un pellegrinaggio verso il mistero interiore che mi minaccia e che mi genera, con il confronto quotidiano con le zone oscure del mio intimo, con il mio caos interiore, con gli spazi di disarmonia, di dissonanza, di durezza, di rifiuto che si contendono il cuore. Ma anche con le radici divine dell’uomo: «cercami in te», dice Dio al mistico Silesius. Per sapere quanto vale per me il mio Dio. Gesù predicava la buona notizia. E diceva: è finita l’attesa; un mondo nuovo è possibile, il nuovo progetto di Dio è qui, convertitevi. Noi percepiamo questo verbo come un imperativo, mentre reca un invito, porta una preghiera. Cambiate strada: non è la richiesta di obbedienza, ma l’offerta di un’opportunità. Cambia strada, io ti indico la via per le sorgenti, di qua attraversi una terra nuova e splendida; di qua il cielo è più vicino e l’azzurro non è così azzurro da nessun’altra parte, di qua è la casa della pace, e il volto di Dio è luminoso, e l’uomo un amico. Convèrtiti, non suona allora come un’ingiunzione, ma come la migliore delle risorse. Hai davanti a te la vita, ti prego, non perderla. Credete nel vangelo. Fidatevi di una buona notizia. E sento la pressante dolcezza di questa preghiera: riparti da una buona notizia, Dio è qui e guarisce la vita, Dio è con te, con amore. La buona notizia che Gesù annuncia è l’amore. Credi; vale a dire: fidati dell’amore, abbi fiducia nell’amore in tutte le sue forme, come forma della terra, come forma del vivere, come forma di Dio. Non fidarti di altre cose, non della forza, non dell’intelligenza, non del denaro. Riparti dall’amore. E allora per capire chi sono, farò mie le parole bellissime di Giovanni che dice: noi, gli uomini di Cristo, altro non siamo che coloro che hanno creduto all’amore (1 Gv 4,16).




18 febbraio 2024. Domenica 1a Quaresima
ALLEANZA

1 DOMENICA Quaresima

PREGHIAMO.  Dio paziente e misericordioso, che rinnovi nei secoli la tua alleanza con tutte le generazioni, disponi i nostri cuori all’ascolto della tua parola, perché in questo tempo che tu ci offri si compia in noi la vera conversione. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro della Gènesi 9, 8-15
Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».
Salmo 24(25). Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3, 18-22
Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.
Dal Vangelo secondo Marco 1, 12-15
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

ALLEANZA. Don Augusto Fontana

Il racconto del diluvio universale ci ricorda la situazione della nostra vita e della nostra storia: una terra “piena di violenza” (Genesi 6,11-13). Fummo incaricati di “custodire” la terra pur usandola. L’abbiamo violentata.  Sembra che ci sia sempre un legno o un albero che il Signore intromette nei momenti critici della nostra e sua storia. L’albero nell’Eden, l’arca di Noé, il cesto di giunchi che galleggia sul Nilo con il piccolo Mosè, il roveto ardente di Mosè, il bastone con cui Mosè percuote la roccia, il bastone del pastore, l’arca dell’alleanza. Il legno della croce.
E poi c’è questo segno dell’arcobaleno sulle nubi. E’ un arco che parte dalla terra, sale al cielo, ritorna alla terra. Anche il crocifisso è piantato là sulla terra come ponte fra Dio e noi.
Una delle parole-chiave della Bibbia è ALLEANZA, che nella Bibbia risuona 287 volte. Credere è camminare verso l’Alleanza. Ci sono epoche progressive di Alleanza: con Noè, Abramo, Mosè, i profeti, fino alla maturazione della Alleanza realizzata in Gesù. In periodo di patti fragili, di contratti a termine, sentir parlare di Alleanza fedele ci sembra roba dell’altro mondo. Oggi raramente si usa il termine “alleanza“. La traduzione potrebbe essere fatta con sinonimi: amicizia, patto. Alleanza è un mangiare insieme. Alleanza indica “catena”, anello, vincolo: quello che non fai tu lo faccio al posto tuo, purché l’alleanza rimanga in piedi. Alleanza è testamento: sono le disposizioni che IO faccio per te. Tu hai solo la libertà di accettare o rifiutare.
Alleanza in Gesù – Gesù in Alleanza
Il libro della Genesi inizialmente dice che dopo la creazione Dio aveva visto che tutto, uomo compreso, era bello e buono. Al capitolo 6 c’è una meditazione realistica e amara: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni progetto concepito dal loro cuore non era altro che male. E si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo…Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore”. Ma il Signore ordina a Noè di caricare sull’Arca coppie di tutti gli animali (Genesi 7,2). Un’alleanza che sembra una ristrutturazione della creazione del genere umano.
Nell’alleanza unilaterale, simile a un testamento, Dio non detta alcuna clausola per gli uomini. E’ Dio che si impegna senza condizioni. E si impegna a non attuare nessuna forma di violenza. Il segno è l’arcobaleno: l’arco era strumento di guerra. Dio rompe l’arco da guerra e si impegna a non fare più guerra all’umanità.
Marco usa la frase “lo spinse nel deserto”. E’ come se l’Evangelista volesse far ricominciare la storia dal momento del Giardino della creazione affinchè Dio non si penta mai più di averci creato: in Gesù si ricostruisce l’alleanza da capo. In lui, nella sua croce risorta, Dio potrà ancora dire: “Il mio arcobaleno sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.
La Lettera agli Ebrei, scrive:“Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza nostra”.
Proviamo adesso ad applicare alcuni di questi spunti alla nostra vita. Siamo ancora all’epoca del diluvio? Non abbiamo bisogno anche noi di ricordarci che c’è un arco di speranza per noi e per l’umanità? Se gratti al di sotto delle incrostazioni, in ogni uomo c’è nascosta almeno una speranza, c’è un desiderio di bello, c’è la voglia di colorarsi dei colori di Dio e dell’universo. Lasciamoci allora guidare dallo Spirito. Questo Spirito porta anche noi nel deserto: ci porta dentro la profondità del nostro cuore. Può essere il luogo più desolato, più arido che ci sia. Lì puoi trovare te stesso, lì puoi trovare Dio e il senso della tua vita. Così ci spinge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 3) di Papa Francesco: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici». Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada».
Mercoledì scorso, durante la celebrazione eu­caristica del mercoledì delle Ceneri, il ve­scovo di Parma Enrico Solmi nell’o­melia ha sottolineato: «Con­vertire il cuore: è questo il messaggio del mercoledì delle Ceneri, e che accomuna credenti e non credenti, comunità reli­giosa e civile. Il cuore è luogo nel quale risuona la voce dell’umanità più au­tentica, perché lì Dio parla a tutti. Abbiamo feste nazio­nali della repubblica, delle forze arma­te, della liberazione…Perché non fare un giorno del cuore per la città? Guardare al “cuore” della nostra città: l’identità profonda, relazio­nale, includente, e vedere cosa c’è e cosa c’è da rettifi­care, cambiare, crescere. Non chiamiamo esperti, po­litici, ma le mamme e i papà; facciamoci aiutare da chi fa fatica ad andare avanti, dai poveri. Passiamo anche dai carcerati, sentiamo chi cura le malattie del corpo e del­l’anima. Ascoltiamo chi, nella storia. ci ha fatto cre­scere. Diamo parola alla vita di donne e uomini da tutti riconosciuti rifondatori del­la nostra collettività».

Di fronte all’inumana crudele violenza che diluvia oggi sulla terra «L’unica risposta possibile per interrompere il gioco al massacro del terrorismo fondamentalista è provare a non lasciarsi intossicare dal suo veleno. Senza cedere al “non senso” dell’orrore, senza rispondere al ricatto del terrore con altro dolore innocente». (Marco Girardo, Avvenire 10 ottobre 2023).




Sul FINE-VITA in E.R.
D. Menorello (Avvenire)

«Ecco cosa non va nella delibera dell’Emilia-Romagna sul fine vita»

Domenico Menorello   (AVVENIRE martedì 13 febbraio 2024)

https://www.avvenire.it/vita/pagine/l-intervento-ecco-cosa-non-va-nella-delibera-del-emilia-romagna-sul-fine-vita

Incongruenze, errori tecnici, nodi etici: il giurista Domenico Menorello (network “Sui tetti”), del Comitato nazionale per la Bioetica, sull’atto che regola il percorso per il suicidio assistito.

Sul molto complesso tema del cosiddetto “fine vita”, ben venga un dibattito alto e pluralista sulle finalità perseguibili dal Servizio sanitario nazionale, ma allo scopo ogni attore deve interpretare con lealtà la propria parte. Allora, senza entrare in questa sede nel merito delle differenti visioni antropologiche che trascinano differenti concezioni anche del “bene” cui sono preposte le istituzioni (per chi scrive, si rimanda al libello L’eutanasia non è la soluzione, Cantagalli-Tempi, 2023), è necessario attirare l’attenzione su alcune gravi criticità metodologiche contenute nella recente iniziativa meramente amministrativa dell’Emilia-Romagna (dgr 194/24 e determina direttoriale 2596/24), che introducono nel dialogo pubblico anche inaccettabili mistificazioni.
1. Prima premessa: l’art. 97 della Costituzione accoglie il fondamentale principio di legalità, secondo il quale tutti gli atti amministrativi devono essere previsti da una norma legislativa, in quanto nella Repubblica è solo la rappresentanza legislativa l’interprete della sovranità popolare sancita dall’art. 1 della stessa Carta fondamentale. Ciò vale soprattutto per le prestazioni sanitarie erogate dagli ospedali pubblici. Sul punto, la giurisprudenza della Corte costituzionale è granitica nell’affermare che solo «il legislatore nazionale deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle» (cfr. sentenze Corte costituzionale n. 282/2002, n. 353/2003, n. 338/2003, n. 134/2006, n. 115/2012, n, 231/2017, n. 72/2020, n. 91/2020). Per tale ragione, la legislazione nazionale, fra cui l’art. 1, comma 554, della legge 208/2015 e l’art. 1, comma 7, D. Lgs n. 502/1992, ha affidato la fissazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) a un Decreto della Presidenza del Consiglio (cfr. Dpcm 12.1.2017).
Seconda premessa: molti chiedono che il Servizio sanitario pubblico assicuri una nuova prestazione, quale sarebbe l’assistenza medica e farmacologica a una persona che domandi un farmaco e modalità sanitarie idonee per suicidarsi. La domanda allora è semplice: esiste una legge o un Lea che preveda tale prestazione? La risposta è certamente negativa. Esistono ben due leggi sul cosiddetto “fine vita”, la 219/2017 e la 38/2010, ma nessuna prevede una prestazione sanitaria di procurare la morte. Di qui, i sostenitori del suicidio medicalmente assistito (Sma) hanno proposto 15 leggi regionali, benché le Regioni non abbiano alcuna competenza a legiferare in materia, come acclarato dal parere dell’Avvocatura generale dello Stato del 15 novembre 2023. Lo stesso governatore dell’Emilia-Romagna in un’intervista a Repubblica del 13 febbraio 2024, si dichiara «in attesa della legge nazionale», ritenendo che «fare 20 leggi regionali sul fine vita sarebbe ridicolo». Invece, la determina direttoriale 2596/24, al punto 5, impone alle Aziende sanitarie emiliano-romagnole di «assicura[re] l’attuazione» del suicidio assistito con «l’individuazione di personale adeguato» nonché «fornendo» i farmaci indicati dagli organi consultivi, quindi introducendo una prestazione sanitaria obbligatoria priva di copertura di legge, e quindi illegittima per violazione degli artt. 97 e 117 della Costituzione.
2. Se non esiste alcuna legge che consenta una prestazione sanitaria (Lea) per procurare la morte, questa è forse consentita dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, visto che il governatore dell’Emilia-Romagna, nella medesima intervista, giustifica i propri atti amministrativi anche «per dare applicazione alla sentenza della Corte»? Per la verità, se non vogliamo sovvertire le dinamiche costituzionali, mai si potrebbe invocare una sentenza come se fosse una legge-quadro del Parlamento (cfr. Antonio Ruggeri, Itinerari di una ricerca sul sistema delle fonti, Giappichelli, febbraio 2024). In ogni caso, non è assolutamente vero che gli atti emiliano-romagnoli siano consequenziali al dictum della Consulta. Anzi, se ne allontanano sensibilmente.
In primo luogo, la sentenza 242/19 della Corte costituzionale è inequivocabile nel precisare che «la declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici». Quindi, non si può prevedere – come invece accade con una semplice determina in Emilia-Romagna – un obbligo di prestazione sanitaria sulla base di tale pronuncia, che ha un significato del tutto diverso, solamente indicando, cioè, alcuni requisiti in presenza dei quali, e del tutto eccezionalmente, l’aiuto al suicidio non sarebbe penalmente perseguibile.
In secondo luogo, la stessa sentenza della Corte 242/2019 ritiene necessario che la verifica di tali requisiti avvenga a mezzo dell’«intervento di un organo collegiale terzo, munito delle adeguate competenze» e ha deciso che «nelle more dell’intervento del legislatore, tale compito è affidato ai comitati etici territorialmente competenti», individuati addirittura citandone gli estremi legislativi nazionali di riferimento, cioè «l’art. 12, comma 10, lettera c, del d.l. n. 158 del 2012» (poi legge 3/2018) e «l’art. 1 del decreto del Ministro della salute 8 febbraio 2013». Ebbene, si tratta dei cosiddetti Cet, Comitati etici territoriali, con competenze anche per il fondamentale profilo farmacologico, da ultimo costituiti in forza del dm 23A00852 del 26 gennaio 23 e che hanno una composizione omogenea sul territorio nazionale, sulla base dell’ulteriore dm 23A00853 del 30.1.23. Invece, la dgr emiliano-romagnola 194/2024 istituisce due comitati totalmente sganciati dalla normativa nazionale. È come se per suonare la Nona di Beethoven anziché un’orchestra sinfonica si incaricasse una rock band… Ne uscirebbe una musica ben diversa. Così, allo stesso modo, se ogni Regione potesse istruire comitati a proprio piacimento per interpretare i requisiti della Corte si otterrebbe esattamente quella babele in tema di prestazioni sanitarie incidenti sulla vita e sulla morte palesemente incostituzionale e che lo stesso Bonaccini bolla come risultato «ridicolo». Quel che è certo è che affidare le valutazioni di cui alla sentenza 242/2019 a organi diversi da quelli indicati dalla stessa pronuncia significa violare e non certo “applicare” i precetti della Corte.
3. Infine, la dgr 194/2024 assume fra i propri presupposti la decisione del Comitato nazionale per la Bioetica (24 febbraio 2023), ma nella propria motivazione non cita quanto effettivamente deliberato dall’organo consultivo del governo bensì la postilla di sette componenti che hanno dissentito non votando la delibera stessa. In effetti, il parere ufficiale del Cnb è esattamente nel senso opposto a quello che si legge nella delibera emiliana, perché, per le valutazioni sui requisiti per l’esimente dal reato ex art. 580 Codice penale indica «i Comitati etici territoriali di cui al decreto del 26 gennaio 2023» (gli stessi prescelti dalla sentenza della Corte). Non solo: lo stesso Cnb «ritiene anche che debba essere fatto ogni sforzo per evitare che vi siano approcci troppo differenziati o addirittura contrastanti nella valutazione delle condizioni indicate dalla Corte costituzionale», il che significa esplicitamente escludere la possibilità che ogni Regione si costruisca Comitati etici a propria immagine. Dunque, che l’Emilia-Romagna sia andata nella direzione opposta a quella auspicata dal Cnb, addirittura facendo intendere di seguire l’orientamento dello stesso organo di indirizzo bioetico, è decisione non solo certamente illegittima ma che costituisce anche un precedente inaccettabile sul piano delle corrette relazioni fra istituzioni.




Nigeria. Cristiani perseguitati.
P.M. Alfieri (Avvenire)

Nigeria. Cristiani perseguitati.
Paolo M. Alfieri (AVVENIRE 7 febbraio 2024)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nel-mirino-sono-finite-oltre-duemila-scuole-cristi

In 15 anni 52mila fedeli uccisi, tragedia nascosta in Nigeria. Nel mirino sono finite oltre duemila scuole cristiane e 18mila luoghi di culto. Numerosi i sacerdoti rapiti, alcuni poi assassinati. La lotta per le risorse si mescola al fanatismo religioso. Una vera “guerra” che pochi vogliono definire tale. Da una parte il terrorismo di Boko Haram, dall’altra i pastori nomadi Fulani che razziano anche le terre altrui. Debole la risposta del governo. La Chiesa invita al dialogo.

Quand’è che una guerra si può definire guerra? Servono ancora dichiarazioni formali? Due eserciti contrapposti? O è necessario raggiungere un certo numero di morti per far scattare la definizione? Sono anni che la Nigeria, gigante africano da 200 milioni di abitanti, è in guerra con sé stessa. E se a lungo è stato il terrorismo islamista di Boko Haram negli Stati a maggioranza islamica del Nord a richiamare l’attenzione, da qualche tempo è la fascia centrale del Paese, la cosiddetta “Cintura di mezzo”, la zona in cui il sangue scorre più copiosamente. La lotta per le risorse qui si mischia facilmente alle differenze etniche e religiose, in un contesto che vede crescere la competizione tra i mandriani islamici Fulani in arrivo dalle terre di un nord sempre più arido e gli agricoltori cristiani locali, con questi ultimi da tempo nel mirino.
Basta vedere quanto accaduto a Natale, quando per quattro giorni, nello Stato di Plateau, oltre un migliaio di Fulani ha attaccato circa 25 comunità cristiane, tra le zone di Bokkos, Mangu e Barkin Ladu. I morti sono stati quasi 170, tanto che nello Stato ora vige il coprifuoco. «Molti sfollati hanno cercato rifugio nelle chiese, con le organizzazioni religiose che hanno fornito assistenza primaria, data l’assenza di sostegno da parte del governo», sottolinea la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Jalang Mandong, un sopravvissuto che ha perso dieci parenti nel massacro, ha riferito che gli attacchi avevano lo scopo di «prendere di mira i cristiani» e «disturbare la celebrazione del Natale», tentando anche di «impossessarsi delle terre di queste comunità». Lotta per le risorse e fanatismo religioso, in un mix sempre più complicato ma facilmente replicabile. Tanto che le violenze si sono ripetute, ancora, la scorsa settimana, con oltre 50 vittime nella stessa zona: scuole, luoghi di culti e case date alle fiamme e il dito puntato, ancora una volta, contro i pastori musulmani Fulani.
Originari del nord della Nigeria, sempre più soggetta a siccità e inondazioni, i pastori nomadi si spostano verso sud in cerca di terra per il loro bestiame, nelle zone agricole dei Berom e di altri gruppi etnici in maggioranza cristiani. «Questi attacchi sono ricorrenti. Vogliono cacciarci dalla nostra terra ancestrale, ma noi continueremo a resistere a questi assalti», spiega Magit Macham, che era tornato dei recenti assalti dalla capitale dello stato, Jos, per festeggiare il Natale con la sua famiglia. Al momento dell’attacco, Macham sta chiacchierando con suo fratello fuori casa quando il rumore di un generatore di benzina viene interrotto da colpi di pistola: «Siamo stati colti alla sprovvista e quelli che potevano scappare sono fuggiti, gli altri sono stati catturati e uccisi con i machete», racconta oggi. Secondo l’arcivescovo emerito di Abuja, cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, «è impensabile che il governo, con tutti i mezzi che ha a disposizione, non sia in grado di identificare chi sono i mandanti, chi sono quelli che comprano le armi» utilizzate in questi attacchi.
Quanto sta accadendo, ha sottolineato nei giorni scorsi il cardinale a “Vatican News”, «è più di una guerra: stiamo ancora aspettando di vedere che cosa fa il nostro governo adesso». A lungo la Chiesa locale e lo stesso cardinale Onaiyekan, dopo i vari attacchi, hanno esortato le comunità cristiane e musulmane a unirsi contro la violenza e l’endemico sistema di impunità, esaltando l’importanza del dialogo interreligioso per la pacifica convivenza. Non c’è alcuna voglia, insomma, di avvalorare la tesi della persecuzione religiosa anche se, di certo, c’è la necessità di fare luce sulle connessioni e le protezioni di cui possono godere gli autori delle violenze e avere giustizia. Il governatore dello Stato di Plauteau, il cristiano Caleb Manasseh Mutfwang, da parte sua non ha esitato invece a usare il termine “genocidio”, nel suo discorso di inizio anno, riferendosi agli ultimi massacri. «Che Dio liberi la Nigeria da questi orrori», le parole di papa Francesco dopo l’Angelus del 31 dicembre scorso.
Non sono mancate, negli ultimi anni, accuse all’amministrazione dell’ex presidente Muhammadu Buhari, in carica fino a maggio dello scorso anno e lui stesso di origine fulani, non solo per l’inefficacia dell’azione dell’esercito nella regione a difesa delle comunità locali, ma anche per il piano presentato, e poi sospeso, delle cosiddette “zone Ruga”. Questi insediamenti per i pastori islamici nomadi avrebbero dovuto comprendere aree di pascolo e villaggi con alcune infrastrutture di base: una scuola, un centro sanitario e un veterinario. In questo modo, ospitando i gruppi di pastori e il loro bestiame, questo sistema avrebbe reso più facile identificare le vie di pascolo, consentendo teoricamente di ridurre i conflitti con gli agricoltori stanziali. Il piano, però, è stato fortemente criticato, e poi rinviato a tempo indeterminato, dalle autorità locali degli Stati coinvolti, perché gli insediamenti avrebbe sottratto acqua e terre alle comunità locali senza compensazioni, legalizzando di fatto un sistema predatorio. Gli attacchi, in parallelo, sono andati crescendo.
Se si considerano anche i morti provocati dai terroristi di Boko Haram (che oggi sono in numero più ridotto, ma rappresentano comunque una fonte di instabilità soprattutto nel Nord del Paese), circa 52.250 cristiani sono stati uccisi da miliziani islamici in Nigeria dal 2009, secondo un rapporto dell’Ong nigeriana Intersociety. Oltre 30mila di queste vittime sono state colpite durante gli otto anni di presidenza Buhari. Nello stesso arco di tempo, anche 34mila musulmani sono morti in attacchi terroristici condotti dagli islamisti. Nel mirino sono finite complessivamente oltre 2.200 scuole cristiane e circa 18mila luoghi di culto, considerando le chiese e le sale di preghiera; oltre 700 i cristiani che sono stati sequestrati e numerosi i sacerdoti uccisi. Le violenze hanno inoltre provocato sfollamenti di massa.
Numeri tragici, da guerra aperta, ma che in pochi, per mille ragioni, osano definire tale. Secondo il direttore di Intersociety, Emeka Umeagbalasi, l’amministrazione Buhari «ha radicalizzato le forze di sicurezza, ha dato loro l’ordine di marciare per proteggere i pastori Fulani e ha aiutato la loro invasione dei terreni agricoli meridionali, delle foreste e della boscaglia». Altri ritengono che il fattore religioso sia solo uno dei motivi dietro agli assalti, sottolineando come anche i musulmani moderati siano vittime dei raid.
L’attuale presidente nigeriano, Bola Tinubu, non ha ancora spiegato come intende affrontare l’insicurezza diffusa, ha descritto gli ultimi attacchi ai cristiani come «primitivi e crudeli» e ha ordinato alla polizia di rintracciare i responsabili. Nel suo messaggio di inizio anno, però, ha ignorato vittime e famiglie dello Stato di Plateau, sostenendo che dalla sua elezione «la sicurezza è migliorata». Il vescovo Hassan Kukah, della diocesi cattolica di Sokoto, ha sottolineato che «il presidente Tinubu deve sapere che la legittimità del suo governo dipende dalla risoluzione di questo problema. I nigeriani stanno gradualmente perdendo la speranza nella capacità del loro governo di proteggerli e metterli al sicuro. Mentre noi leader religiosi abbiamo continuato a usare la nostra autorità morale per incoraggiare le persone a non farsi giustizia da sole, rischiamo di essere spazzati via dalla rabbia e dalla frustrazione del nostro popolo».
Lo sfondo è quello di una Nigeria che compete per il Sudafrica per essere la prima economia del continente africano, ma che vede crescere le disuguaglianze e diminuire il potere d’acquisto dei cittadini. Nonostante gli introiti dovuti alla vendita di petrolio – ma la produzione è scesa a 1,2 milioni di barili al giorno, quasi la metà rispetto a un decennio fa -, oltre 130 milioni di nigeriani vivono in condizioni di povertà, senza accesso a sanità, cibo, servizi. Secondo un recente studio, la Nigeria è il Paese in cui gli abitanti spendono la quota più alta del loro reddito (addirittura il 59%) solo per l’acquisto del cibo necessario a sfamarsi. Non sembra un caso se la sicurezza, in un contesto simile, sia così precaria: è dove ci sono meno risorse che il vento dell’estremismo e dell’intolleranza può soffiare più forte.