La mano di Dio semina il bene
P. Ermes Ronchi

La mano di Dio semina bontà, generosità e coraggio
padre Ermes Ronchi –  16a Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)  – Vangelo: Mt 13,24-43

C’è un campo nel cuore in cui intrecciano le loro radici, spesso inestricabili, il bene e il male: nessuno è solo zizzania, nessuno puro grano. La parabola racconta due modi di leggere e lavorare il cuore. Il primo è quello dei servi che fissano l’attenzione sulla zizzania: «Da dove viene? Vuoi che andiamo a raccoglierla?» Il secondo è quello del padrone del campo che ha invece gli occhi fissi al buon grano: «Non raccogliete la zizzania, per non sradicare anche il grano: una sola spiga conta più di tutta la zizzania».
Quale dei due sguardi è il nostro? Quello opaco e triste dei servi che vede il mondo e le persone invasi dal male, che giudica con durezza manichea? Quello positivo e solare del Signore che intuisce, dovunque, spighe, pane e mietiture fiduciose, e che ha messo la sua forza nella mitezza?
«Non strappate la zizzania». Noi abbiamo sempre una violenta fretta di moralizzare e mettere a posto. L’uomo infantile che è in noi grida: strappa via da te, e soprattutto intorno a te, ciò che è puerile, fragile, difettoso. Il signore del campo suggerisce: preoccupati del buon seme, ama i tuoi germi di vita, custodisci ogni germoglio. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue maturazioni; l’uomo non coincide con i suoi peccati, ma con le potenzialità di bene.
Vero esame di coscienza è leggere la vita con quello sguardo divino che cerca non l’assenza di difetti, illusione inutile e spesso mortifera, ma la fecondità come etica della vita. Impariamo a vedere ciò che di vitale, di bello, di promettente Dio ha seminato in noi (non è orgoglio, ma responsabilità), facciamo sì che porti frutto, che ogni granellino di senapa cresca con il dono di attrarre e accogliere vite, che ogni pizzico di lievito abbia il tempo per sollevare e rialzare i giorni inerti.
Facciamo nostra l’attività positiva, solare, vitale del Creatore che per vincere le tenebre accende ogni giorno il suo mattino, per muovere la massa immobile vi nasconde il lievito. Preoccupiamoci non della zizzania, dei difetti, delle debolezze, ma di avere un amore grande, ideali forti, desideri positivi, una venerazione profonda per le forze di bontà, generosità e coraggio che la mano viva di Dio semina in noi. Facciamo che esse erompano in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza, e vedremo le tenebre ritirarsi e la zizzania senza più terreno. E tutto il nostro essere maturare nel sole.




23 luglio 2023. Domenica 16a tempo ord.
LE ZIZZANIE E LA PAZIENZA

16 domenica A – 23 luglio 2023

Preghiamo. Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Sapienza 12,13.16-19
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.
Salmo 85  Tu sei buono, Signore, e perdoni.
Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera e sii attento alla voce delle mie suppliche.
Tutte le genti che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome. Grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio.
Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, volgiti a me e abbi pietà.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,26-27
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo 13,24-43
Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò zizzanie[1] in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, apparvero anche le zizzanie. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque le zizzanie?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo le zizzanie, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!». 

LE ZIZZANIE  E LA PAZIENZA. Don Augusto Fontana

 Il vangelo di oggi ci presenta Gesù che parla di uno dei suoi temi preferiti: Il Regno di Dio, che è il centro del suo annuncio. Vuole spiegare ai discepoli e alla gente cosa significa il Regno. Lo fa per mezzo delle parabole, di piccoli racconti: “Il Regno di Dio è simile a…“.
La parabola di oggi è un seguito della parabola di domenica scorsa quando si diceva che il seme aveva incontrato 4 tipi di terreno (che sono 4 tappe catecumenali o itinerari di maturazione adulta). C’era un terreno che dava frutto. Sembrava che la narrazione fosse finita lì. Invece riprende con la nuova parabola di oggi: anche nei terreni che danno frutto c’è un’altra insidia: le zizzanie. I discepoli – e noi con loro – si accorgono che il seme della parola non è solo ostacolato dall’esterno, ma anche in ciascuno di noi e dentro la chiesa stessa.
La zizzania è una specie di gramigna che cresce alta quanto il grano, assomiglia al grano con la differenza che è nera. Nell’ebraico rabbinico si chiama zunim (plurale di zun; le zizzanie) e da qui deriva il termine zizzania[2]. Nella catechesi giudaica la zizzania viene considerato un frumento degenerato, imbastardito, prostituito (la parola ebraica zunim deriva dalla radice zanah che significa prostituirsi). Il problema della chiesa primitiva è dunque chiaro: erano presenti santi e peccatori, giusti ed eretici. Come oggi. Chi ci dà il titolo di togliere speranza di conversione?
Vediamo meglio questa nostra parabola. Nelle parabole esistono sempre 2 parti[3]: una costituita dalla constatazione di cose ed eventi e l’altra formata dai dialoghi. Si direbbe quasi che la parte più importante sia il dialogo. Domenica scorsa il testo evangelico poneva una distinzione chiara tra la folla degli ascoltatori sulla spiaggia e il gruppo dei discepoli che, non accontentandosi della prima audizione, vanno in cerca di un ascolto più profondo e seguono Gesù per fargli domande: «Perché parli in parabole?». Ecco un metodo contemplativo così scomodo per me, e forse anche per te; siamo gente che “non ha tempo” se non per una carezza che sfiori veloce e gradevole la guancia, ma senza artigliare il cuore. Accadeva già ai tempi di Ezechiele (33,32): «Ecco, tu sei per loro come una canzone d’amore: bella è la voce e piacevole l’accompagnamento musicale. Essi ascoltano le tue parole, ma non le mettono in pratica». Ho consultato ancora “La Bibbia, parola d’amore[4], sconvolgente e rivoluzionaria rivisitazione della pedagogia della Parola nelle comunità cristiane dei Padri e per oggi. Viene riproposto il simbolo pedagogico inventato da Origene (2° secolo d.C.): la Parola di Dio è come una noce a tre strati: il mallo, il guscio, il frutto. La scorza del mallo è amara e il guscio è duro. Per accedere al frutto interno occorre pelare il mallo e battere il guscio, interrogare il Signore con il coraggio di una parola critica generata dai nostri dubbi e da un ascolto che non si accontenta. Occorre fare domande. Ecco allora, anche nella nostra parabola i suoi discepoli (i catecumeni, gli iniziati, noi) “si avvicinano” e chiedono: «Da dove viene questa zizzania?». Il padrone risponde laconicamente: «Un nemico ha fatto questo». La risposta è telegrafica quasi a dire che non è poi neanche così importante voler cercare le cause, quanto piuttosto sapere come comportarsi in una situazione data per scontata. Per la Bibbia la domanda più importante non è la domanda sull’origine del male, ma su come vivere nella storia dove il bene e il male crescono insieme. L’ordine del padrone di non separare già ora il grano dalla zizzania non significa indifferenza al male, ma semplicemente la libertà dalla ossessione di creare una comunità di giusti e di puri. Gesù non è ossessionato dalla preoccupazione di creare un “resto santo” e non vuole che i discepoli assumano il ruolo di mietitori.
C’è un comune denominatore nelle parabole che oggi la liturgia offre alla nostra riflessione.

  1. Il Regno assomiglia sempre a qualcosa che è in divenire. Il grano che cresce nel campo impiega mesi per giungere a dare il suo frutto. Il granello di senape necessita ancora più tempo, anni probabilmente, per diventare un albero. Il lievito, impastato con la farina, deve essere lasciato nell’oscurità dell’armadio durante tutta una notte perché faccia il suo effetto. Tutti i paragoni che usa Gesù nel Vangelo di oggi sono processi che necessitano di tempo. L’osservatore deve essere, pertanto, paziente se vuol vedere i risultati.
  2. Questi processi che Gesù ci propone come esempio per parlare del Regno si attuano, inoltre, in modo nascosto. Per mesi non osserviamo praticamente nessuna crescita nella pianta del grano. E’ difficile osservare la crescita del piccolo albero di senape. E’ impossibile vedere come il lievito vada trasformando l’impasto. Ma sta di fatto che durante questo tempo il grano rinforza le sue radici, l’arbusto va crescendo in modo quasi impercettibile e il lievito trasforma realmente l’impasto.
  3. Il Regno di Dio, nella sua fase terrena, è il tempo della pazienza di Dio e la Chiesa non può guastare questa pazienza anticipando separazioni e giudizi. Luca 13, 6-9:« Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai». Ecco dunque il problema: essere pazienti su noi e sugli altri, fino ad avere la stessa pazienza del padrone del campo che non vuole che si perda nemmeno una sola pianta di grano.

Gesù tollera la radicalità del discepolo solo quando il discepolo la rivolge verso se stesso («Se la tua mano ti è di scandalo, tagliala» Mt. 5,30). Ed è questo il problema: non tanto il fatto che accanto al buon grano esista la zizzania, ma che il buon grano si prostituisca, si imbastardisca e diventi esso stesso zizzania. Dunque la pazienza verso gli altri non mi esime dalla vigilanza verso me stesso per frenare quell’imborghesimento e quella mediocrità che è incompatibile con la crescita del radicalismo evangelico. Scrive il teologo B. Secondin[5]: « A dire il vero, la vita cristiana non può mai essere guidata da un certo «equilibrio», da una via di mezzo, che consenta di galleggiare senza affondare. Il vero equilibrio, lo stare nella verità evangelica, implica sempre una totalità, non può essere un «prudente aderire», ma un «vivere paradossale», non conforme alla mentalità di questo mondo, come Paolo ben sapeva ripetere (Rm 12,1-2). Da qui anche l’aspetto sempre esistito di un certo che di paradossale, esagerato, di «pazzia», spesso rimproverato anche a Gesù e ai suoi discepoli. I santi altro non sono se non l’incarnazione dell’ideale proposto da Gesù, ma con vertici estremi, tipici, che appunto li distinguono dalla massa, che invece tende a diluire il tutto, a fare le cose a metà, a lasciar correre, senza rendersi conto che la salvezza è e resta una grazia a caro prezzo».


[1] le zizzanie al plurale perché nel testo greco zizània è il plurale di zizanion
[2] A. Mello Evangelo secondo Matteo, Qiqajon
[3] B. Maggioni, Le Parabole del regno, Vita e pensiero, pag. 91ss.
[4] C. e J. Lagarde, La Bibbia parola d’amore,  LDC, 2007, pag. 69ss.
[5] Bruno Secondin, Radicalismo e radicalità: due parole dai molti significati (da CREDERE OGGI – mag-giu 2008)




Cipputi resiste, produce tanto e sciopera poco
Gloria Riva

Cipputi resiste, produce tanto e sciopera poco
Gloria Riva (L’Espresso 30 aprile 2023)

 Niente più catene di montaggio e tute blu. Oggi l’operaio metalmeccanico in camice bianco lavora al computer. Rappresenta una buona fetta di Pil. Ma la coscienza di classe è scomparsa.

 Giuseppe Scudiero aveva vent’anni quando fu arruolato alla catena di montaggio di Pomi­gliano d’Arco. Era il ’95, all’epoca si assem­blava l’Alfa 147. Ancora se la ricorda la schiena rotta a fine turno, «perché la linea era a 40 centimetri da terra e bisognava chinarsi per vestire la scocca di fili elettrici, sedili, plancia e così via». Lo chiamavano lo sta­bilimento riottoso, visto che nove auto su dieci usciva­no da lì con almeno un difetto. Si diceva che le tute blu lo facessero per sfregio. Le cose migliorarono quando l’al­lora amministratore delegato, Sergio Mar­chionne, fece alzare di un metro la linea per far camminare l’auto ad altezza d’uomo e portò la tecnologia alla catena di montag­gio: «Ora se qualcuno dimentica di instal­lare i freni sulla Panda, il computer blocca tutta la linea. È stata una rivoluzione», l’ulti­ma grande rivoluzione, perché «con Stellan­tis stiamo facendo passi indietro», dice Giu­seppe, che oggi di anni ne ha 38 e fa parte di una nuova generazione di tute blu, legata alla fabbrica che dà lavoro: «Da queste par­ti 1.700 euro al mese sono una rarità». I tem­pi delle grandi lotte sindacali sono lontani, forse perché si è rimasti in pochi: «A Pomi­gliano non si assume più», anzi, nell’ultimo anno se ne sono andati in 200 e i dipenden­ti sono 4.200: «Poi c’è un grosso gruppo en­trato nell’89», che scruta la pensione all’oriz­zonte e battaglia per inserire il lavoro di linea fra i mestieri usuranti per potersene andare prima, quasi uno sconto di pena. Vista da quaggiù, la classe operaia sembra un animale in via d’estinzione, ma allargando lo sguardo alla miriade di piccole e medie imprese italiane è chiaro che il lavoro operaio va tutelato in tutti i modi: la metalmecca­nica dà lavoro a 1,6 milioni di persone – è il settore che occupa più operai in assoluto -, produce 110 miliardi di euro di ricchezza (8 per cento del Pil), esporta beni per 200 mi­liardi (ovvero la metà dell’export italiano) e così facendo controbilancia la strutturale dipendenza estera energetica e agroalimen­tare. Detto altrimenti, senza Cipputi l’Italia potrebbe benissimo alzare bandiera bianca. Ed è quindi giusto ricordarlo ora, a ridosso del Primo Maggio, la festa dei lavoratori, che però in piazza non vanno più.
«È colpa della frammentazione del lavo­ro», spiega il sindacalista della Fiom di Padova, Loris Scarpa, che ci risponde al telefono mentre con la sua auto si sposta da un’assemblea all’altra: «Una volta alle riu­nioni sindacali partecipavano in mille, ades­so per interfacciarmi con cento persone inanello sei, sette assemblee». Loris descri­ve un nuovo homo metalmeccanicus iden­tificabile con l’informatico «che grazie allo smartworking si è liberato dall’intollerabile giogo del capo azienda», con gli addetti alla posa della fibra ottica «che mal digeriscono il sempre più stretto controllo da remoto», con l’operaio specializzato che governa una macchina, un tornio, una fresa, dando ordini a un computer e, a fine turno, esce dall’offici­na senza macchie di grasso, con il fisico in­tegro. Il risultato, però, è una parcellizzazio­ne della classe operaia e una fatica immane per il sindacalista moderno, lasciato solo a menare fendenti al vento, come un Don Chi­sciotte 4.0: «Siamo passati da una moltitu­dine unita, che votava a sinistra e scioperava in massa, a una platea operaia disomogenea, che stenta a riconoscersi in una rivendica­zione comune e non va più neanche a votare, perché ha capito che da destra a sinistra il lavoro non è più all’ordine del giorno». Ma qualcuno ci sarà pur andato alle urne: «E al­lora ha votato Meloni. Ma il punto è un al­tro», continua Scarpa: «Oggi è diventato dif­ficile lottare anche quando a rischio ci sono i posti di lavoro. Non per altro, ma perché manca proprio l’avversario». Scarpa si riferisce alla scomparsa degli imprenditori – altra specie in via d’estinzione – sostituiti dai fondi d’investimento che hanno conquistato l’a­zionariato e se ne fregano della restituzione sociale. Loro, i fondi, a fine anno guardano al risultato finanziario: «E se i conti non tornano chiudono e se ne vanno». Ma anche dove il padrone c’è, non è faci­le battagliare e vincere: «Negli ultimi tre anni la velocità di crescita dei profitti è cinque vol­te superiore a quella del costo del lavoro. Le contrattazioni aziendali sono in salita e otte­niamo aumenti salariali con il contagocce», racconta Simone Vecchi della Fiom di Reg­gio Emilia. Per di più l’inflazione ha causato una perdita del sette per cen­to dei salari.
Le rivendicazioni dei moder­ni metalmeccanici vanno an­che al di là dei quattrini. A Bo­logna, ad esempio, anche le tute blu vogliono la settimana cor­ta di quattro giorni. Lo racconta Simone Selmi, della Fiom, che smonta il mito dell’assenza di giovani nel­le officine: «Laddove il lavoro è qualificato e la paga buona, l’età media è sotto i 40 anni e questa generazione rivendica il diritto ad avere più tempo per sé. Alcune imprese sono sufficientemente tecnologizzate e struttura­te per garantire riduzioni di orario a parità di paga, ma per le altre serve un ragionamen­to complessivo con il governo, con i ministe­ri competenti, con le-imprese per ridisegna­re l’intero sistema produttivo e industriale».
La tecnologia sta dando una mano a ri­durre i carichi di fatica, ma in alcuni casi crea distorsioni: prendiamo il caso di Ima, Coesia e Marchesini, i leader mondiali di produzione di macchine per il packaging. In queste tre fabbriche emiliane gli operai pro­ducono i macchinari per confezionare cibi, farmaci, tabacchi e così via. Se prima della pandemia una grossa fetta del lavoro si svol­geva in trasferta – si prendeva un aereo e si andava dal cliente per montare i macchina­ri e poi ci si imbarcava nuovamente per ag­giornare o aggiustare gli stessi -, con sem­pre maggiore frequenza gli operai riescono a fare una buona parte dello stesso lavoro da remoto, indossando anche dispositivi di re­altà aumentata. Il rovescio della medaglia è che la trasferta fisica frutta stipendi oltre i quattromila euro al mese, mentre quella da remoto quasi nulla: «È un tema di cui discu­tere», risponde Simone Selmi.
La tecnologia, puntualizza Ferdinando Uliano della Fim, è servita ad aumentare l’intensità del lavoro: «L’iniezione di robotica, automazione indu­striale e digitalizzazione dei sistemi ha incre­mentato la produttività dei metalmeccanici di 15 punti negli ultimi dieci anni, un’eccezione nel panorama nazionale di produtti­vità bloccata. Questo scarto positivo deriva anche da un massiccio ricorso al lavoro su turni, praticato con sempre maggiore fre­quenza». Quindi il lavoro si è fatto più avan­zato, tecnologico, ma anche più serrato, tan­to che una delle maggiori criticità lamentate dagli stessi operai è lo stress e il ritmo trop­po intenso. Questo anche perché le tute blu sono troppo poche per stare al passo con la costante espansione del settore manifattu­riero. Secondo l’ultima indagine Excelsior Unioncamere le imprese metalmeccaniche sarebbero pronte ad assumere entro giugno 200mila operai specializzati, per lo più fon­ditori, saldatori, montatori di carpenteria metallica, manutentori di macchine e attrez­zature elettriche ed elettroniche. «Il proble­ma è che il 71 per cento delle nostre aziende non trova quel personale», risponde Ste­fano Franchi, direttore generale di Feder­meccanica, che continua: «Nell’immagina­rio collettivo il lavoro dell’operaio è rimasto quello di cinquant’anni fa, un mestiere fati­coso, sporco, pericoloso, poco entusiasman­te, scarsamente remunerato. In realtà l’ope­raio d’oggi non è più mano-d’opera, bensì “mente-d’opera”, con uno ridotto impe­gno fisico e un maggior compito mentale. Si chiedono competenze informatiche, digitali, tecniche. È necessario un diploma, serve una formazione costante, c’è bisogno di capaci­tà relazionali, problem solving, competenze trasversali. Noi stessi, come federazione, ci siamo attrezzati per creare i corsi di forma­zione (che dovrebbero stare in capo alle poli­tiche attive) per riqualificare persone disoc­cupate e inoccupate. E sempre noi lavoriamo con i giovani, e soprattutto con le giova­ni, per convincerli a diplomarsi nelle scuole professionali e negli istituti tecnici, spiegan­do loro che il lavoro dell’operaio specializza­to è di qualità». E la busta paga? «Negli anni ’80 il 35 per cento dei dipendenti della me­talmeccanica era inquadrato al terzo livello (il meno qualificato), oggi ci sta solo 1’11 per cento. Questo dimostra che l’evoluzione c’è stata e continua a esserci».
Veniamo alle cifre: i metalmeccani­ci meno qualificati hanno una retribuzione lorda annua di 25mila euro, mentre la stra­grande maggioranza guadagna 32mila euro. Nel 96 per cento dei casi ha un contratto a tempo indeterminato, solo il cinque per cen­to è part-time, sette su dieci sono uomini, il 60 per cento ha meno di 50 anni (un quarto è under 34), il 72 per cento ha almeno il diplo­ma, solo il 30 per cento fa un lavoro manua­le, nel 73 per cento dei casi risiede al Nord. E allora perché i giovani sono così sciocchi da non sognare un futuro da tuta blu? Forse perché ancora troppo spesso il qualificato lavoro operaio viene svilito da una classe po­litica che ignora cosa sia il lavoro tout courte da una classe dirigente altrettanto inconsa­pevole. Un esempio? A marzo, Lucia Morselli, amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, ha inserito una sdraio e un sole nel logo della comuni­cazione ufficiale di proroga della cassa inte­grazione straordinaria, come a dire che l’en­nesimo rinnovo dell’ammortizzatore sociale, che decurta il salario del 40 per cento, è da incassare come una bella vacanza. «Non vo­gliamo andare al mare. Vogliamo lavorare», ha risposto l’Rsu della Uilm, Gennaro Oli­va che, con il suo diploma di perito elettro­tecnico, da giovanissimo è stato messo su un piano di colata continua dell’Ilva per riparare l’impianto difetto­so. All’epoca si era domandato si è domandato: «Possibile che esi­stano luoghi così?». Eppure ha sistemato l’impianto e ha continuato a farlo, finché 12 anni fa l’azienda è finita in crisi, ed è sta­ta dimenticata da otto governi e altrettanti ministri dello Sviluppo del Lavo­ro. Basta un caso negativo come Ilva per fare ombra a storie d’eccellenza come la LFoun­dry di Avezzano, dove 1500 metalmeccanici in camice bianco – costantemente formati e altamente qualificati – creano i semicondut­tori per i sensori delle automobili e i sistemi automatizzati montati ovunque. «Si lavora a ciclo continuo, in camera bianca, più simile a una sala operatoria che a un’officina. È fisicamente stancante», dice la metalmeccanica Alessandra Malandra, che continua: «Ma è entusiasmante, perché c’è la percezione di essere dalla parte giusta della storia, di fare un mestiere che ha un futuro ed è utile alla crescita del Paese».




La paura di non portare frutti.
Don A.Fontana

La paura di non portare frutti. Don Augusto Fontana
 Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica: il mercato marcia e il lavoro marcisce; le previdenze sociali vengono risicate; gli accordi di pace sono fragili come anche fragili sono gli accordi affettivi che producono relazioni disastrate; si imbarbariscono i rapporti tra istituzioni e, perchè no?, tra fedi religiose. La vita è un rischio continuo, da qualsiasi parte la si prenda.
Paolo scrive alla comunità di Filippi e la esorta a non lasciarsi prendere dal panico (“non affannatevi, ma in ogni necessità fate presente a Dio le vostre richieste perchè la pace di Dio vi custodirà in Cristo”), ma Matteo e Isaia sembrano non fare sconti (“Renderò la mia vigna un deserto arido…Vi toglierò il Regno di Dio e lo darò ad un popolo che lo farà fruttificare”). I cristiani di Filippi erano alle prese con problemi quotidiani di ostilità esterne e di conflitti e divergenze interne. Allora Paolo raccomanda di non lasciarsi affannare eccessivamente. Viene in mente la raccomandazione di Gesù riportata da Matteo 6, 23: non affannatevi per cibo, bevanda, vestito e futuro, ma occupatevi della vita e dell’oggi dentro la tenerezza di Dio.  Paolo augura una pace di Dio che non assomigli certo ad una polizza assicurativa contro infortuni e contraddizioni pastorali ed esistenziali, ma esclude panico e paralisi, comprendendo una resistenza attiva e fiduciosa. La resistenza attiva la si compie sulle barricate della vita quotidiana attivando in famiglia, sul lavoro, nei condomini e nella parrocchia il circolo virtuoso di tutto ciò che è “vero, nobile, giusto, puro, amabile, apprezzato, virtuoso, lodevole”. La resistenza fiduciosa la si sperimenta sulle barricate della preghiera di intercessione il cui paradigma è il Padre Nostro che resta l’intramontabile barriera contro la banalizzazione di Dio e dei nostri veri bisogni.
La Liturgia sostiene il motivo di questa fiducia riconoscente: siamo una vigna circondata dalle affettuose cure del contadino. Anche Geremia ed Ezechiele, oltre a Isaia, adottano l’allegoria della vigna e della sposa per descrivere come si crea, si strappa e si ricuce il tessuto dei rapporti affettivi tra Dio e comunità. Chi avesse modo di rileggersi Ezechiele dal capitolo 15 al 20 potrebbe essere preso da una santa paura per i rischi che incombono sulla comunità religiosa che si autoassolve, non si lascia provocare dai segni e dai profeti del suo tempo chiudendosi in un’autarchia pigra e supponente.
La prima vera paura che  dovremmo avere è di portare frutti selvatici deludendo le attese del Signore (Isaia 5: “Egli aspettava che la sua vigna producesse uva dolce ed invece ha prodotto uva selvatica e cioè aspettava giustizia e la vigna ha prodotto delitti; aspettava rettitudine ed ha prodotto grida di oppressi”). I due punti “caldi” del brano evangelico (Matteo 21, 33-43) da un lato mettono al centro il problema della Chiesa in relazione alla Sinagoga ebraica e all’affievolirsi della fedeltà nelle opere della fede (“Darà la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo…Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.”) e dall’altro, con la citazione del Salmo 118 (“La pietra che i costruttori hanno scartato diventerà la pietra insostituibile”)  si evidenzia il ruolo di Gesù crocifisso e risorto quale fondamento della Chiesa e rigido criterio per la sua attività. La parabola evangelica è il riepilogo della Storia Sacra fino all’ultimo atto della esclusione di Gesù. Esclusione non attribuibile ai soli giudei, ma possibile anche da parte di chi, come me, continua a declamarsi cristiano estromettendo cortesemente Gesù dai recinti della vita quotidiana. E’ la storia di uomini che, chiamati ad essere servi coltivatori del campo, se ne fanno proprietari rivendicandone i diritti come conseguenza del loro attivismo. Scoprire il dono, invece,  porta a ritenersi semplici custodi e non possessori. E’ la storia di chi ha paura del nuovo che sconvolge i piani: la polemica antigiudaica di Matteo non si rivolge solo all’immobilismo giudaico del suo tempo di fronte alla novità di Gesù, ma anche ai membri della sua comunità che pretendono di fissare l’azione di Dio nelle tradizioni del passato e in base ai criteri del loro vissuto. E’ la storia di chi preferisce palpare i frutti o consumarli nello spazio intra-ecclesiale anziché consegnarli e socializzarli mediante una partecipazione attiva, testimoniante e missionaria.
Il tema del giudizio non vuole perpetuare l’equivoco di un Dio-padre-padrone che dà e toglie, assume e licenzia, ma ha lo scopo di creare una biblica gelosia, un religioso timore, un risveglio della coscienza e della responsabilità senza spazi per il quietismo.  L’allegoria di Isaia e la Parabola di Matteo hanno dunque una doppia valenza. Sono una “buona notizia” : chiunque tu sia, dovunque tu sia, qualunque capacità tu abbia, in qualunque ora della tua vita tu puoi lavorare nella vigna del Regno e farla fruttificare per il Signore e per la comunità. Sono anche un “avvertimento”: chiunque tu sia, prete o laico, puoi rischiare di percuotere i servi di Dio, tagliar fuori suo Figlio e sciupare, nella insignificanza, la responsabilità che ti è data.
Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato. Continua a coltivarla ed arricchirla di scelti germogli perchè innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna.




Ogni giorno su di noi una pioggia di semi di Dio
P. Ermes Ronchi

Ogni giorno su di noi una pioggia di semi di Dio
padre Ermes Ronchi  (13-07-2014)

Egli parlò loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che contiene di più di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo leggi e accende idee, evoca immagini, suscita emozioni, avvia un viaggio. Gesù amava i campi di grano, le distese di spighe, di papaveri, di fiordalisi, osservava la vita e nascevano parabole. Oggi osserva un seminatore e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio.
Il seminatore uscì a seminare: la parabola non perde tempo in preamboli o analisi, racconta un fatto o una esperienza.
Il seminatore, non un; il Seminatore per eccellenza, Colui che con il seminare si identifica, perché non fa altro che questo: dare vita, fecondare. Seminatore: uno dei nomi più belli di Dio. E subito l’immagine d’un tempo antico ci riempie gli occhi della mente: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con un gesto largo della mano, sapiente e solenne. Ma il quadro collima solo fin qui. Il seminatore della parabola è diverso, eccessivo, illogico: lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. È uno che spera anche nei sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro ovunque. Una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi. Semi di Vangelo riempiono l’aria. Si staccano dalle pagine della Scrittura, dalle parole degli uomini, dalle loro azioni, da ogni incontro. Ma per quanto il seme sia buono, se non trova acqua, luce e protezione, la giovane vita che ne nasce morirà presto. Il Seminatore getta il seme, ma è il terreno che permette di crescere. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza. Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore che cammina nel mondo gettando semi. Ogni parola, ogni gesto che si stacca da me, se ne va per il mondo e produrrà qualcosa. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Il cristiano è uno ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha però la sicurezza che non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola nel mondo come una forza di vita.




16 luglio 2023. Domenica 15a tempo ord.
Dal diamante non nasce niente, dal letame può nascere un fiore.

15a domenica A – 16 luglio 2023

Preghiamo. Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito, la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che tu continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,10-11
Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Sal 64  Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.
Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque; tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.
Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di messi: gridano e cantano di gioia!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,18-23
Fratelli, io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli.
Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

 

 

Dal diamante non nasce niente, dal letame può nascere un fiore. Don A.Fontana

 Tanto tempo fa il mondo era in grande agitazione perché Dio aveva deciso di premiare la cosa più bella e più utile che aveva creata. I tre regni, animale, vegetale e minerale cominciarono subito a rivaleggiare tra loro, ma peggio ancora, all’interno di ciascun regno cominciarono le liti. Ognuno voleva dimostrare di essere migliore dell’altro. Il leone ruggiva sempre più forte per dimostrare che era il re, l’elefante andava nervosamente avanti e indietro con il suo enorme corpo per dimostrare la sua potenza; la volpe lavorava d’astuzia. Nel regno vegetale andava anche peggio, con i baobab che si ergevano minacciosi sui fragili fiorellini di campo e le orchidee che si pavoneggiavano di fronte ai semplicissimi fili d’erba. Anche le pietre sembravano diventare matte: i bianchi e levigati sassi di fiume venivano sbeffeggiati da oro, rubini e diamanti. E tutti si trovarono contro tutti. Alla fine della consultazione erano rimasti il diamante e un mucchio di terra. Sembrava fatta. Tutti scommettevano che Dio avrebbe premiato il purissimo e preziosissimo diamante. Ma Dio, meravigliando tutti, disse: “Vince il premio il mucchio di terra! Il diamante è prezioso, raro e bello da vedere, ma non da’ frutto mentre un mucchio di terra può far nascere un fiore e una spiga”. Mi dicono che Gesù conoscesse già questa storia il giorno in cui aveva pregato così: «Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascosti i tuoi segreti ai sapienti e li hai rivelati a me, piccolo Adamo terroso, e a tutti i piccoli come me e a cui racconterò le tue stupende storie e i loro misteriosi sensi. Solo loro hanno orecchi non solo per udire ma anche per ascoltare».
Nella liturgia di oggi tira un’aria molto bucolica e campagnola: pioggia, terra, zolle, solchi, pascoli, colline, prati, dispettosi volatili, soffocanti cespugli; e un Dio contadino che getta semi ad occhi chiusi.
Inizia con questa domenica, e per tutto il mese di luglio, il “discorso in parabole” del cap. 13 del vangelo di Matteo: quattro parabole per le folle (il seminatore, il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito) e quattro per i discepoli (il tesoro, la perla, la pesca e lo scriba). Otto parabole per  “approfondire” il «mistero del Regno di Dio» (13,11) che, per Matteo, è Gesù stesso.
Matteo deve sostenere la paziente resistenza dei discepoli di fronte a questo Regno che non solo non è ancora esploso in una primavera fruttuosa, ma patisce violenza e scacco (notiamo che nella prima parabola i  ¾  del seme sparso vanno perduti). Anche la prima lettura dal profeta Isaia prospetta il tema relativo all’efficacia della parola di Dio, una parola che fa quello che dice. Parola, in ebraico dabàr, non significa semplicemente parola, ma anche avvenimento, evento.
Ognuna delle 8 parabole ha una propria autonomia sulle altre, ma è difficile capirne una senza tenere almeno un occhio su tutte le altre. Matteo svela una costante: il Regno di Dio sta crescendo, certo, fra noi, ma a prezzo di numerosi e impressionanti fallimenti. Era esattamente questo che i farisei e le folle non riuscivano a comprendere e che ancora per me oggi è incomprensibile e devastante fattore di depressione e di demotivazione. Matteo prima di esaltare l’eclatante vittoria finale della semina si sofferma dettagliatamente sul tempo intermedio della crescita inibita da fattori ostacolanti. E, come dice il monaco biblista Moretto, non dobbiamo necessariamente ricorrere al Satana per individuare il soggetto inibitore della crescita: «I Padri del deserto raccontano che un discepolo va dal suo eremita e gli chiede: padre, spiegami i modi con cui satana mi tenta. Costui lo guarda e gli dice: io e te non abbiamo nessun bisogno che satana si disturbi, bastiamo a noi stessi».
«Il Regno dei cieli è simile a…». Le parabole ci narrano storie, azioni e non cose, verbi di movimento, cortometraggi e non immobili fotografie di oggetti. Le parabole ci narrano storie. E le nostre storie potrebbero diventare parabole. Se il seme o il lievito si identificano con Gesù anche il campo o la farina non rappresentano solo la Chiesa ma anche il mondo, i nostri territori, i nostri luoghi di lavoro, i condomini, le botteghe, ospedali e carceri. La coesistenza del male con il Messia era una cosa impensabile; il Messia – si diceva – quando verrà separerà subito i buoni di qua e i cattivi di là. E accanto al Messia non ci saranno altro che i giusti. Matteo dunque deve correggere una pastorale ecclesiale di alcuni membri della comunità che bruciavano dalla voglia di strappare, dividere, vincere, non mescolarsi. Ieri, come oggi?
Queste parabole narrano innanzitutto la vita di Gesù prima ancora che la vita della chiesa, la fatica di capire il fallimento di Gesù prima ancora che la fatica di capire le debolezze e infecondità della catechesi e della predicazione della Chiesa. Scrive il biblista Fausti che Gesù raccoglie in sé tutti i protagonisti di questa parabola: è il seminatore mandato dal Padre, è il seme sepolto nella nostra carne, storia e morte, è il terreno cioè il nuovo Adamo (che, secondo l’etimologia ebraica, significa fatto di terra, terroso) ed è anche il raccolto perché in lui la terra ha dato il suo frutto (salmo 67,7). E Gesù è la Parola seminata: “E la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14a).
Il seminatore uscì a seminare[1].
 I discepoli non si accontentano di udire Gesù ma gli vanno vicino e lo interrogano: «Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”».  Cosa distingue il discepolo dagli altri? Il fatto che interrogando Gesù si riceve un supplemento di parola che ci fa capire in profondità quello che era stato detto a tutti. Le folle ascoltano e se ne vanno dopo un leggero prurito nelle orecchie. Il discepolo resta più tempo con Gesù e ha modo di interrogare, ruminare, digerire. Il problema non è udire e neppure ascoltare ma “comprendere”. E per comprendere occorre stare con lui. Il discepolo è colui che non sopporta la distanza e la separazione da Gesù. La prima parabola si chiude così: chi ha orecchi ascolti. C’è una semina abbondante della parola, i terreni sono diversi ma tutti comunque ricevono la semina. Il seminatore è un po’ sprecone: a lui interessano più i terreni che i semi. Gli interessa offrire una possibilità anche a chi non darà assolutamente frutto, anche a chi si dimostra rovo, strada, pietra. Li tratta tutti alla stessa maniera.
A questo punto intervengono i discepoli, si avvicinano (Gesù è sul mare) e fanno una strana domanda: Perchè non parli in modo più chiaro? Perchè usi le parabole che sono degli insegnamenti che possono essere interpretati in maniera corretta ma anche no. Perchè c’è bisogno di un ulteriore stare con Lui per capire la parola? Perchè romperci l’anima con i libri, la Bibbia? Non poteva parlare in maniera più semplice? E la risposta di Gesù fa una distinzione: c’è un voi e c’è un loro. C’è una situazione in cui è dato e una situazione in cui non è dato. Questa è la prima sottolineatura: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che crede di avere. Avere o presumere di avere: cosa? Una vera relazione con Lui. Forse il riferimento è a quanto Matteo ha appena detto al cap. 12: chi sono mia madre e chi sono i miei fratelli? I suoi familiari sono i discepoli che mantengono una relazione con lui. Il discepolo che è all’interno di questa relazione è colui a cui è dato.
Ma perchè la parabola? Verrà data una spiegazione al v. 15: il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri nell’ascoltare, hanno chiuso gli occhi per non vedere, non sentire con gli orecchi, non comprendere con il cuore, non tornareEcco l’itinerario: ascoltare (gr. akoùsosin), vedere (gr. ìdosin), comprendere con il cuore (gr. sunòsin te kardìa), tornare verso il Signore.
In una situazione di cuore indurito il parlare chiaro potrebbe diventare un giudizio. Con la parabola invece Gesù ammicca, allude, tende una benefica trappola perché, se voglio, possa essere io il giudice di me stesso. La prima cosa che Gesù consegna ai suoi è la possibilità di ascoltare. Chi ha orecchi ascolti: gli orecchi non bastano. Nella prospettiva di Matteo l’unico che ascolta è il discepolo che non dice “ho capito tutto” e se ne va, ma il discepolo inquieto che resta con degli interrogativi da farsi e da porre. Si tratta di ascoltare e comprendere la parola che realizza il Regno ma che viene presentata come una parola debole. Può essere rubata, può essere resa muta da una banale serie di situazioni umane: preoccupazioni del mondo, seduzione delle ricchezze … E’ questa la rivelazione che viene data: è una parola soggetta alla resistenza dell’uomo ma se viene compresa con il cuore (gr. sunòsin[2] te kardìa) è una parola che produce frutto (fare… mettere in pratica).
Matteo 12: « 46 Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. 47 E uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti». 48 Ma egli rispose a colui che gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» 49 E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 50 Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre».
Luca 8: «19 Sua madre e i suoi fratelli vennero a trovarlo; ma non potevano avvicinarlo a motivo della folla. 20 Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori, e vogliono vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».


[1] Elaborazione di una conferenza di D. Moretto, Monastero di Bose.
[2] Il verbo greco suniemi (comprendere) contiene anche il significato di “identificazione tra chi ascolta e il messaggio che si ascolta”.




9 luglio 2023. Domenica 14a T.O.
DIO IN GROPPA A UN ASINELLO

14 domenica A

 Preghiamo. O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Zaccarìa 9,9-10
Così dice il Signore: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
SalMO 144  Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,9.11-13 (Traduzione interconfessionale in lingua corrente)
9 Fratelli, voi vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. 11 Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi. 12 Fratelli, noi siamo dunque impegnati non a seguire la voce del nostro egoismo, ma quella dello Spirito. 13 Se seguite la voce dell’egoismo, morirete; se invece, mediante lo Spirito, la soffocherete, voi vivrete.
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

DIO IN GROPPA A UN ASINELLO. Don Augusto Fontana

I “piccoli”.
Sono cattolico, credente sì e no, prete, pensionato garantito e benestante, maschio, scriba laureato supponente, europeo italiota e non Rom (grazie e Dio!), di razza bianca, celibe senza carichi familiari o mutui bancari che mi incaprettano, incensurato (quasi!) per la legge ma non nella coscienza: insomma, ho tutti gli ingredienti per essere escluso dalla categoria dei “piccoli” a cui il Padre rivela i suoi segreti. Provo a celebrare il Magnificat della piccola Miriam di Galilea: «L’anima mia loda il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: la sua misericordia si stende su quelli che lo onorano con amore. Ha scombinato i progetti dei superbi; ha rovesciato i potenti dalle loro poltrone, ha tolto gli umili dal fango del disprezzo e dell’emarginazione; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1). Sinceramente non mi sento molto bene. Anche perché sento puzza di leggi per ladruncoli schedati e sconti a gogò per potenti  – che impunemente evadono tasse ed esportano capitali nei paradisi fiscali – e per finanzieri che affamano il mondo; sento puzza di incenso ecclesiastico che avvolge i VIP (Very Important Person) e non giunge a sovrastare la puzza di sudore e di cloaca là dove l’unica preghiera è una maledizione gridata al cielo e alla terra. Però sono felice per Lui, Dio Padre-Madre, che si china sui suoi piccoli («Ti benedico, Padre»), e sono felice per loro («Beati voi»), che sentono la sua carezza materna, il suo forte abbraccio paterno, i suoi sussurri rivelanti storie che fanno sgranare occhi stupiti e tranquillizzano animi inquieti e vite agitate. «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti, gli umili invece si rallegreranno nel Signore e i poveri gioiranno nel Santo d’Israele” (Isaia 29,14.19).
Siamo “piccoli” quando non rivendichiamo meriti. Nel vangelo di Matteo, il termine piccoli (elachistoi, mikroi, nepioi) a volte indica i discepoli di Gesù, altre volte indica i bambini o gli esclusi dalla società e dalla religione. Non è facile distinguere. A volte ciò che è detto piccolo in un vangelo, è chiamato bambino in un altro. Inoltre non sempre è facile distinguere fra quello che appartiene alla bocca di Gesù e quello che è invece del tempo delle comunità per le quali sono stati scritti i vangeli. Ma anche così, ciò che risulta chiaro è il contesto di esclusione che vigeva in quell’epoca e l’immagine che le comunità primitive si facevano di Gesù come di una persona che si è fatta “piccola”  e accogliente verso i piccoli. Sono felice per Gesù, il Piccolo Figlio di quel Padre che gli ha rivelato segreti e storie stupende («nessuno conosce il Padre se non il Figlio»). Sono felice perché nell’assemblea domenicale c’è qualcuno verso cui Dio Padre-Madre ha un occhio di riguardo: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Corinti 1,26-29).
Padre Ermes Ronchi commentava: «”Ti benedico o Padre perché hai rivelato queste cose ai piccoli”. Il Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli di Cafarnao e di Betsaida non servono, eppure, nel pieno della crisi, Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi, ai piccoli. I piccoli sono coloro che ce la fanno a vivere solo se qualcuno si prende cura di loro, come i bambini. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è spezzato. Quando gli uomini dicono: “perduto”, egli dice: “trovato”: quando dicono: “condannato”, egli dice: “salvato”; quando dicono: “abbietto”, Dio esclama: “beato!” (Bonhoeffer). Per entrare nel mistero di Dio vale più un’ora passata ad addossarsi la sofferenza e il mondo di uno di questi piccoli, che anni di studi di teologia. Per conoscere il mistero delle persone e la fiamma delle cose, bisogna accostarle come piccoli, con stupore, con mani che non prendono, ma solo accarezzano. Per imparare a benedire di nuovo il mondo e le persone, bisogna imparare a guardare i piccoli, la gente da poco, il loro cuore vero, e lì troveremo innumerevoli motivi per benedire, ragioni grandi perchè il lamento non prevalga più sullo stupore»[1].
Il “riposo”.
Gesù invita tutti coloro che sono stanchi e promette loro riposo. Il popolo di quel tempo viveva stanco, sotto il duplice peso delle imposte e delle osservanze imposte dalle leggi di purità. Gesù chiede che il popolo, per poter capire le cose del Regno, non dia tanta importanza ai “sapienti e dottori”, cioè ai professori ufficiali della religione del tempo, e che confidi di più nei piccoli, per esempio devono cominciare ad imparare da lui, da Gesù, che è “mite e umile di cuore”. Nella Bibbia molte volte la parola umile è sinonimo di umiliato. Gesù non faceva come gli scribi che si vantavano della loro scienza, ma era come il popolo umile e umiliato. In questo invito risuonano le parole di Isaia che consolava il popolo stanco per l’esilio: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete» (Is 55,1-3). Questo invito è in relazione con la Sapienza divina: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele» (Siracide 24, 18-19), affermando che «le sue vie sono vie deliziose e tutti i suoi sentieri conducono al benessere»(Proverbi 3,17). Essa dice ancora: «La Sapienza educa i suoi figli e si prende cura di quanti la cercano. Chi la ama, ama la vita, quanti la cercano solleciti saranno ricolmi di gioia» (Siracide 4,11-12). Questo invito rivela un aspetto molto importante del volto femminile di Dio: la tenerezza e l’accoglienza che consola, rivitalizza le persone e le fa sentire bene. Gesù è il sollievo che Dio offre al popolo affaticato.
«Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Evangelii gaudium, 187).
Dio sopra un asino.
La prima lettura profetizza la scelta di un Messia come di un re “umile, che cavalca un asinello“; ciò che farà proprio Gesù il giorno delle Palme, a Gerusalemme. Un asinello è la sua “auto blu”, il suo carrarmato. I fanatici all’epoca di Gesù cercavano un messia trionfante e nazionalista. Il profeta Zaccaria si sintonizza con le grandi aspirazioni delle comunità che speravano non in un guerriero come Davide né in un diplomatico equilibrista come Salomone. Il popolo voleva qualcosa di diverso. Erano già falliti i modelli militaristi, amministrativi e centralisti di tutti i re d’Israele e di Giuda. Il popolo voleva una persona che fosse capace di guidare la nazione per cammini sconosciuti di giustizia, pace e solidarietà. Per Zaccaria, il nuovo governante doveva distinguersi per umiltà, giustizia e pacificazione. Tre qualità che configurano un nuovo modo di esercitare il potere. Ciò nonostante, Israele esplose con l’ambizione di alcuni gruppi minoritari e potenti che imposero una teocrazia centralista, prepotente e uniformante. Furono soppresse, in maniera sistematica, tutte le dissidenze possibili e si negò così al popolo di Dio la possibilità di tentare un nuovo modo di essere comunità. Si concentrò tutto il potere nelle mani di poche famiglie che controllavano il tempio, il governo e la terra. Così i poveri di Jahweh non ebbero la possibilità di dare vita al suo progetto. Il Vangelo di Matteo ci presenta Gesù con le caratteristiche messianiche della profezia di Zaccaria: una persona pacifica e umile. Un Dio crocifisso, un Dio sconfitto è lo scandalo del Cristianesimo; o più precisamente, la SFIDA del Cristianesimo: perché chi ha il cuore semplice veda il gesto d’amore totale come di “chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13); e chi è abituato a pesare le cose per prestigio e potere, ne rimanga scandalizzato. I piccoli allora sono coloro che non si scandalizzano di Gesù.  Non ci sono sofismi intellettuali da fare per credere in Dio; l’accesso a Dio non è privilegio di scuole filosofiche, o tanto meno di circoli di spiritualità esoterica o gruppi e movimenti carismatici; a Dio si giunge accettando la storia e la vicenda concreta di Gesù di Nazareth. Quella di Gesù non è una religione, ma se la fosse non potrebbe che essere “religione della misericordia”. Ogni religione inventata dall’uomo porta dentro una naturale paura di Dio. Il volto di Dio presentatoci da Gesù invece è quello di un Dio che GRATUITAMENTE ama l’uomo, prima che lui stesso si muova a cercarlo; che FEDELMENTE ama l’uomo, anche quando egli è infedele; che MISERICORDIOSAMENTE ama l’uomo, quando si rifiuta a Lui. Parlando della sua missione, Gesù diceva: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13). L’umiltà di un Dio che ha provato sulla propria pelle il difficile mestiere di essere uomini, fa dire alla Lettera agli Ebrei: “Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi; accostiamoci dunque con fiducia al trono della grazia” (4,15-16). Il suo, alla fine, è “un carico leggero”. Non perché non sia esigente il Vangelo di Gesù.  Manicardi, monaco di Bose, scriveva: «Il “giogo” di Gesù non designa dettami religiosi o comandi da eseguire, ma una relazione, un legame, onorando così l’etimologia della parola che designa l’azione di “riunire”, “mettere insieme”. Il giogo di Gesù leggero e soave è in continuità con il comando biblico di amare e con l’idea che colui che ama, fa con gioia la volontà dell’amato. Al tempo stesso, un giogo resta un giogo e nulla toglie la fatica di portarlo. Amare è un lavoro impegnativo e la sequela Christi comporta sforzo e fatica. Di fronte alla tentazione diffusa di eliminare dal vivere ciò che è faticoso e comporta sofferenza in nome dell’idolatria del “tutto, subito e senza sforzo”, occorre ribadire che non si danno grandi realizzazioni umane e spirituali senza fatica, dedizione, sacrificio[2]».


[1] E’ guardando i piccoli che s’impara l’arte di benedire. P. Ermes Ronchi – Avvenire (07 Luglio 2002)
[2] Luciano Manicardi, monaco del Monastero di Bose. “Anche l’insuccesso si fa preghiera” in Note di Pastorale giovanile.




Lo stile di Gesù nella Chiesa
Giuliano Zanchi

Lo stile di Gesù e il ministero della Chiesa.
Giuliano Zanchi
2 giugno 2023/  settimana news

Giovedì 18 maggio, nella cattedrale di San Pietro a Bologna, don Giuliano Zanchi, teologo, docente all’Università Cattolica e direttore della Rivista del clero italiano, ha tenuto una meditazione per il clero della diocesi felsinea alla presenza dell’arcivescovo, il card. Matteo Maria Zuppi.

Ringrazio di questa occasione che mi viene offerta di condividere, in un contesto così solenne, qualche pensiero in una forma a metà strada fra la conferenza e la meditazione, nella quale voglio introdurmi con il tono della confidenza personale, sperando che non porti con sé apparenze narcisistiche.
Lo stile di Gesù
Quest’anno sono prete da 30 anni. Queste cifre tonde, che noi celebriamo con una solennità che personalmente mi imbarazza sempre, sono in fondo delle convenzioni. Noi umani cerchiamo di prendere sul tempo la vita fissando delle soglie. Una finzione commovente. In effetti queste soglie (e le cifre tonde in cui vengono poste) assumono la consistenza di un punto magnetico della coscienza, in cui viene istintivo fare bilanci, guardarsi indietro, guardarsi intorno, riprendere il filo di quello che si era, cercarsi in quello che si è diventati.
E il mio sentimento di oggi è che sono contento di essere prete (col permesso di non scomodare il termine «gioia» che non mi piace usare, perché mi sembra ormai carico di un felicismo artificiale e sentimentalistico in cui non mi riconosco). Sono contento di aver conferito alla mia vita questa forma. Sono contento di essere prete, soprattutto adesso, dopo tanti anni, e dopo i molti disincanti (alcuni anche profondi) che hanno accompagnato le mie molte ingenuità di partenza.
Devo dire che la convinzione si consolida col disincanto, perché si libera delle immaginazioni magiche di un ideale da realizzare con le proprie idee e secondo le proprie aspettative. Non significa non avere delle tensioni ideali o rinunciare allo slancio di uno stile. Significa trovare unità in qualcosa di meno volatile e più profondo (persino più gratificante) che, per me, consiste in questo: essere prete è stato il mio modo di diventare cristiano (e non il contrario). Sono grato al ministero perché sono sempre più contento di essere cristiano. In questo tempo, nel quale le visioni della vita e i modelli umani si affollano in un caleidoscopio non sempre discernibile, vedere la vita e interpretare l’esistenza nella forma cristiana legata alla straordinaria umanità teologale di Gesù mi sembra una fortuna, una soddisfazione, una grazia (anche culturalmente); che per me non significa indossare una divisa e tenere in mano una bandiera: ma poter contare su un riferimento solido che, prima ancora di rendermi eventualmente testimone, mi fa sentire graziato. Sentirsi graziati consente di essere testimoni in un certo modo: non insistente, non molesto, non arrogante, non militante.
Negli ultimi anni mi sento sempre più attratto da certe parole di Paolo che mi sembrano interpretare bene questo mio senso di gratitudine, e in particolare quella parola che si trova in Filippesi 2,5 che dice: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù». È una frase che – come si sa – introduce uno di quegli inni che fondano da subito i tratti essenziali della fede cristologica, a vent’anni dai fatti e secoli prima dei concili dogmatici. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (si potrebbe aggiungere, gli stessi pensieri, gli stessi atteggiamenti, gli stessi slanci, lo stesso stile, insomma): invito che personalmente associo sempre con maggiore convinzione al senso più genuino che si può attribuire al termine «pastorale», inteso come esercizio sul campo del ministero della Chiesa e, quindi, anche dell’avventura sinodale con cui si cerca di rimettere a fuoco in modo condiviso le attuali condizioni di esercizio di un tale ministero. Avventura sinodale che resta un’operazione ingegneristica se non viene pensata alla luce dello stile di Gesù, ma che si rivela essenziale, doverosa e urgente, se invece la si considera su questo sfondo. Riappropriarsi dello stile di Gesù. Il quale camminava con la gente prima ancora che la grande Chiesa anatolica di stampo greco inventasse la parola «sinodo», che significa, come si continua a ripetere un po’ retoricamente, «camminare insieme». Perché la scena originaria della Rivelazione di Dio in Gesù ha proprio questa forma. Trent’anni di silenziosa abitazione nei fondamentali delle cose umane (la vita di Nazaret), e poi uno stare per strada immerso in una compagnia composita, che non è solo fatta di discepoli ma anche delle folle.
La grazia per gli sfiduciati.
Qui mi limito a raccogliere alcune suggestioni di Pierangelo Sequeri in merito alla questione (Iscrizione e rivelazione, Queriniana, 2022). Gesù, i discepoli, le folle. La rivelazione della grazia e la testimonianza della sua accessibilità si danno solo nella concomitante presenza di queste figure. Non si può fare un cristianesimo basato su un rapporto esclusivo fra Gesù e i discepoli, e quindi neanche la Chiesa, perché questo configura subito un elitarismo che restringe arbitrariamente le condizioni della grazia. Non si può nemmeno fare un cristianesimo in un rapporto esclusivo fra Gesù e le folle senza la giusta mediazione dei discepoli, perché crea subito le condizioni per una socializzazione superstiziosa del sacro (Gesù infatti, quando le folle cercano miracoli e non comprendono i segni, si sottrae dalla loro pressione). Tantomeno, si può fare un cristianesimo basato esclusivamente sul rapporto fra discepoli e folle, perché questo anima subito i principi attivi del «clericalismo» e predispone i caratteri di una religione civile. Il cristianesimo – quindi la Chiesa e il suo ministero – si fanno quando i discepoli comprendono le ragioni e le responsabilità del Regno imparando dal modo con cui Gesù incontra le folle, questa congerie di umanità varia ed eventuale nella quale c’è davvero di tutto, buoni e cattivi, giusti e peccatori, semplici e dotti, donne chiacchierate e amministratori corrotti, gli ingenui e gli scaltri, chi desidera Dio e chi cerca miracoli, un po’ di stranieri, molti marginali, qualche eretico, uomini di potere e uomini di intelletto, padri disperati e madri irriducibili. Questa platea appare così ampia e composita perché, nella scena originaria della rivelazione, la grazia di Dio è per le folle, non per i discepoli. L’annuncio del regno di Dio è per gli sfiduciati, per chi si è convinto di essere lontano da Dio, per quelli che si sentono squalificati dai tabù religiosi, quelli che sono prigionieri del male, per i vinti della storia, per quelli che la specializzazione religiosa dell’istituzione ha convinto di essere inadeguati. Insomma, una folla che gravita su un’orbita molto esterna, in cui si muove il «cittadino medio», insieme al marginale, a quelli dalla reputazione compromessa, dalla vita umiliata, dalla speranza vinta. Non è sempre gente candida. Hanno spesso una nascosta coscienza delle proprie responsabilità. Ma non trovano nella religione il luogo del loro riscatto. Salvo quando arriva Gesù e dice che la grazia di Dio è per loro.
Toccati dal Signore
Tra questi ci sono gli esempi più luminosi di chi riconosce Dio nel tocco di Gesù, senza bisogno di dire come Pietro «Tu sei il Cristo!», ma guadagnandosi la parola di Gesù che dice «la tua fede ti ha salvato!». Non devono dimostrare il pieno possesso di una ortodossia, vengono accolti per l’intensa immediatezza del loro affidamento, per confuso che sia. E la scuola a cui Gesù aggrega i discepoli non serve tanto per abilitarli a dire «Tu sei il Cristo!» (che in realtà nel momento di dirlo sono già nella situazione di equivocare e poi, come si sa, di tradire), quanto piuttosto per riconoscere quelle storie in cui poter dire insieme al Maestro «la tua fede ti ha salvato!».
Mi pare che questo Sinodo, in qualunque metodo lo si voglia condurre, non abbia comunque la finalità di serrare le fila dei discepoli, ma di rimettersi in cammino con le folle (semmai proprio questo cammino può portare a ricompattare la comunione). Passare con Gesù in mezzo alla vita e poter essere segno della grazia di Dio, non dei confini della religione, perché questa differenza le «folle» la capiscono al volo, la colgono per istinto, anche quella parte di folla che ancora abita la chiesa ma non sente più l’emozione di essere toccata dal Signore.
Il Sinodo scommette sull’idea che tutta questa gente, anche se non parla perfettamente la lingua della religione e dell’ortodossia, ha qualcosa di vitale da dire sulla qualità spirituale del nostro essere raccolti nella chiesa e mandati nel mondo. Il ministero della chiesa consiste nell’essere il luogo dove tutti possono sentirsi toccati dal Signore, non monitorati da una istituzione. E questo ministero, per molte ragioni storiche e culturali, ha pesato per secoli (almeno gli ultimi quattro o cinque) direttamente sul ruolo del prete, in modo pressoché esclusivo, con i limiti che conosciamo e che ora si stanno rivelando nei loro importanti effetti collaterali.  Ora nella chiesa torna l’idea che questo ministero appartiene alla chiesa nella sua interezza e nella sua integrità, e si sente il bisogno e il desiderio di declinarlo secondo responsabilità nuove e plurali, che onorino il sacerdozio battesimale di molti laici e di molte donne che già ora svolgono ministeri di fatto che edificano la chiesa. Stando attenti a non limitarsi a una mera estensione di ruolo da una categoria all’altra, perché potrebbe significare semplicemente socializzare dei limiti, più che generare opportunità nel ministero.
Un compito da onorare.
Al di là delle risposte concrete, sulle quali si discute e pure ci si divide, resta il tema di fondo di rendere la chiesa una casa e non una caserma, un luogo dove incontri il Signore e non dei burocrati del sacro. Il Sinodo, mi pare, sta recependo dallo scambio delle chiese e dal senso dei fedeli alcuni nuclei di conversione molto chiari e molto diretti, che possono essere sintetizzati in queste tre espressioni: parole vererelazioni rispettoseeconomie leggere
Parole vere non significa più aderenti all’ortodossia (come se blindare le formule potesse rendere un discorso più persuasivo), ma più autorevoli nella loro pretesa di illuminare la vita con la luce della rivelazione evangelica. Persino da dentro la chiesa si percepisce il tarlo dell’insignificanza che sta cogliendo la parola cristiana (che significa più ampiamente i suoi linguaggi, la sua cultura, il suo pensiero, le sue retoriche, le sue formule) e la trasforma in un gergo religioso che non sostiene più quelli dentro ed è alieno per quelli fuori.
Relazioni rispettose significa prendere sul serio la parola di Gesù che dice, nel suo nuovo comandamento, «amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi, da questo riconosceranno che siete mei discepoli». Il tratto della fraternità è il vero differenziale della verità della testimonianza. Una chiesa in cui non ci si tratta bene mette in circolazione cattivi spiriti, che scorrazzano facendo danni per tutti. Le relazioni nella chiesa devono diventare più mature, inclusive e accoglienti. In modo concreto però, non solo ideale. Spiritualmente, non spiritualisticamente.
Economie leggere, significa una serie di questioni che sono sulla bocca di tutti, in questo tempo di dismissione materiale e di qualche disavventura morale. Nella redazione lucana degli insegnamenti di Gesù circa la missione ci sono già le ingiunzioni più essenziali. L’equipaggiamento del testimone deve essere leggero e l’accudimento che pure si merita, per il lavoro che fa, deve avere i suoi limiti (fatevi ospitare da qualcuno per il pranzo, ma non fate il giro delle case). Questo avvertimento è ora un pesante onere di attualità. Andrà onorato non solo per il sollievo di una organizzazione sostenibile dell’istituzione ma soprattutto per la tutela di una rettitudine che fa da sola tutta la reputazione di una testimonianza. Su questi temi la «conversazione spirituale» attivata nelle chiese sembra essere concorde, convergente, insistente e accorata.
Intercessori
Tutto questo va affrontato non per essere nuovamente dei conquistatori, ma per agire più intensamente come intercessori, come devono sempre essere dei ministri veri, specie in un contesto nel quale il desiderio di Dio è più un brusio di fondo che un linguaggio comune. Mi viene in mente, per sigillare questa meditazione con un’icona biblica, la scena di Esodo 32 nella quale Mosè discute con Dio delle sorti del popolo e dell’alleanza (Es 32,7-14). Si tratta di un dialogo che arriva dopo la proclamazione del decalogo in Esodo 20, che non sono solo i dieci comandamenti sintetizzati in frasi dal nostro catechismo, ma 22 lunghi capitoli in cui dalle parole fondamentali dell’alleanza discende anche tutta una costruzione etica e religiosa che nel testo viene fatta illustrare a Mosè direttamente da Dio, e che comprende anche tutto il sistema del culto, le feste, il santuario, la tenda, l’arca, i vestiti sacerdotali, la dimora, il candelabro, l’altare, l’investitura dei sacerdoti. Insomma, tutto l’armamentario «ecclesiastico» così solenne e che sembra così indispensabile. Ma al culmine di tutto questo il popolo ha voluto, col vitello d’oro, farsi una sua immagine di Dio. Allora Dio perde la pazienza, e parlando con Mosè gli propone di abbandonare a sé stesso questo popolo totalmente insensibile e ricominciare da solo con lui. «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione», dice Dio a Mosè. Non vi sembra descritto benissimo l’umore delle nostre ferite ecclesiastiche e le sue tentazioni più istintive, di abbandonare polemicamente il mondo a sé stesso? Ma Mosè non si lascia lusingare da questa prospettiva, in cui aleggia una forma di salvezza e di elezione indegna di un uomo (mi salvo io perdendo tutti). Allora discute con Dio. Tra le righe sembra dirgli che se abbandonerà questa gente nemmeno lui lo seguirà. Sarà anche gente ottusa, insensibile e malevola, ma una promessa è una promessa, e se Dio la abbandonerà, lui, Mosè, non lo seguirà.
Allora succede che Dio cambia idea, un po’ come quando una donna straniera, parlando di briciole e cagnolini, fa cambiare idea a Gesù. Ed è formidabile che nei nostri testi sacri ci sia il tema di Dio che cambia idea quando incontra delle ragioni umane. Il nostro mondo e la nostra epoca saranno anche «un popolo dalle labbra impure», ma sono pur sempre quell’umanità dalla quale non ci sentiamo di poterci separare e nella quale teniamo viva la brace delle promesse di Dio.
Ecco, il Sinodo deve svolgersi che sotto il segno di questo tratto intercessivo. Dovrà fare anche molte cose concrete. Ma potrà farle sinceramente solo se attraversato da questo sentimento.




CEI. 1° Seminario nazionale pretioperai

Bologna. 19 giugno 2023.

Save the date.

Evento da ricordare; anzi: da tenere vivo. Dopo quasi 40 anni di ostilità o sopportazione o indifferenza, riprendono i contatti ufficiali della presidenza della CEI con i pretioperai. L’hanno chiamato “1° SEMINARIO NAZIONALE DEI PRETI OPERAI IN ITALIA”, convocato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale sociale e del lavoro della CEI e dal Card. Zuppi. È il primo seminario che la CEI convoca da quando esistono i PO in Italia. Qualche dialogo era stato tentato negli anni tra vescovi e Segreteria dei pretioperai, ma furono dialoghi aspri tra sordi. Ho il sospetto che questo incontro sia stato innescato dalla consultazione sinodale in atto che vorrebbe ascoltare anche i reprobi, i lontani, gli allontanati, gli uomini e donne della soglia. Ci ha accarezzato la prima Lettura dell’Eucarestia del giorno concelebrata da tutti e presieduta da Zuppi: « 4in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza: nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce…. 8nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; come impostori, eppure siamo veritieri; 9come sconosciuti, eppure notissimi; come moribondi, e invece viviamo; come puniti, ma non uccisi; 10come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2Cor 6,4-10). Noi siamo stati al gioco volentieri anche perché, essendo il “Primo” Seminario, nutriamo la speranza di una continuità nel futuro, anche quando noi, della prima ora, saremo estinti e forse (forse!) sarà sorta una nuova generazione di vescovi e presbiteri che vivranno una nuova “prossimità” con la gente fino ad essere “Come loro. Nel cuore delle masse”, come scrisse René Voillaume, Piccolo Fratello di Gesù, e come ha scritto don Luisito Bianchi preteoperaio e scrittore, citato ampiamente dalla relazione introduttiva di don Bignami: «Il problema è se possiamo ancora accontentarci di essere “vicini” al popolo e non uno del popolo. Essere “vicini” non fa che accentuare la separazione: è una forma di paternalismo illuminato, più pericoloso di ogni distanza chiara e non camuffata» (L. BIANCHI, I miei amici. Diari).

Circa 150 i pretioperai censiti viventi, 50 quelli presenti, ormai pensionati. Al Seminario era presente anche il Vescovo Bregantini, lavoratore in fabbrica durante il periodo di formazione al presbiterato. Oggi quelli ancora al lavoro non risultano più di 5. Vista nell’ottica dei numeri, e della stasi culturale di ampi settori della Chiesa cattolica, la nostra storia può sembrare un’esperienza senza futuro. Ma la storia può diventare, per scelta dei protagonisti, memoria generativa e profetica. Il card. Matteo Zuppi, presidente della CEI e don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale del lavoro, «hanno ripreso un filo spezzato al Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985, quando – come ha ricordato Don Roberto Fiorini di Mantova –  la Commissione della Cei decise di chiudere il dialogo con noi. Da allora sono trascorsi 38 anni». Il cardinale ha precisato più volte che l’incontro di Bologna non doveva essere interpretato come un raduno di “combattenti e reduci”. In effetti l’eredità che abbiamo lasciato ha fatto affiorare lieviti di futuro: l’assetto di un ministero presbiterale non clericale, la valorizzazione dei preti che sono approdati ad una scelta matrimoniale, la formazione dei preti e il ruolo dei seminari, la testimonianza e la presenza di credenti nel cuore della vita sociale e politica accanto ai poveri e agli ultimi, il senso di una prassi sacramentale non devozionale ma che intrecci la vita degli uomini e delle donne.

E così sono risuonate, come lievito dal fondo di storie di vita, alcune domande: Come essere Chiesa incarnata nella storia, non solo vicina alle persone, ma Chiesa di popolo? Come essere Chiesa che annuncia l’amore di Dio gratuito nella gratuità? I preti operai hanno mostrato questa dimensione della vita cristiana, ben presente in san Paolo che ha lavorato per mantenersi… Come testimoniare una Chiesa libera dalle logiche del potere e che non vive di mezzi esclusivamente umani? L’esperienza dei preti operai è ancora utile? Ha ancora un senso che possiamo condividere e rilanciare? Come può questa esperienza evangelizzare una Chiesa clericale?

Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».

Don Augusto Fontana.




2 luglio 2023. Domenica 13a delo tempo ordi.
VANGELO SENZA GUANTI

XIII domenica del tempo ordinario

 Preghiamo. Padre, infondi in noi la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re (4,8-11.14-16)
Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”. Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.
Salmo 88. RIT: Canterò per sempre la tua misericordia.
Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,
perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli.
Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto:
esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria.
Perché tu sei il vanto della sua forza e con il tuo favore innalzi la nostra potenza.
Perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3-4. 8-11)
Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo 10, 37-42
[si consiglia di leggere anche: 34 Non crediate che io sia venuto a gettare pace sulla terra; non sono venuto a gettare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa].
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. 

VANGELO SENZA GUANTI. Don Augusto Fontana
Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me… La Liturgia di questa domenica potrebbe soddisfare preti celibi, monaci ed eremiti o piccole eroine del Vangelo, chi ha lasciato tutti e tutto. Ma la maggioranza sarà gente che ha moglie e marito e figli e vecchi genitori da curare o vedovi e vedove che non hanno più nessuno da abbandonare, giovani bamboccioni disoccupati che sopravvivono con le provvidenze di genitori o nonni pensionati. Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi?
Il Card. Martini diceva: «Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica?  In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario e, per questo, richiama il carattere di autenticità.  Perciò l’espressione “radicalità evangelica” indica la volontà di rifarsi al Vangelo sine glossa, senza annotazioni, un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, ed indica, soprattutto, una vita fondata sulle Beatitudini evangeliche. Questa è dunque un’espressione che indica, positivamente, una decisione coerente per il Vangelo. Tuttavia, però, la radicalità evangelica non è senza pericoli e senza equivoci. Vedo soprattutto due pericoli: da una parte il rischio di voler imitare atteggiamenti del passato ripetendoli tali e quali in un contesto mutato, dall’altro la tentazione di prendere tutto alla lettera, non accettando la fatica del discernimento e della traduzione che ogni espressione biblica richiede, cioè non domandandosi cosa vuol dire oggi ciò che nel passato è stato detto così. Si pone, dunque, la grande questione: si può vivere oggi il Vangelo prendendolo alla lettera? Ha quindi senso parlare di radicalità evangelica? Dobbiamo prendere coscienza di essere una comunità alternativa; cioè una comunità che esprime, in una società caratterizzata da relazioni fragili, deboli, conflittuali, inautentiche, la possibilità di relazioni gratuite fondate sul Vangelo. Mostrare che la fede in Gesù ci permette di vivere relazioni sincere, fedeli, pazienti, perseveranti, perdonanti. Non è neanche un atteggiamento molto difficile, non implica grandi sforzi. Richiede semplicemente di vivere il Vangelo nei rapporti di tutti i giorni con la parrocchia, con la famiglia, con il piccolo gruppo, con le realtà istituzionali, nelle realtà della vita quotidiana, sapendo che sono relazioni fondate sulla fede e sulla grazia. E questo è già un immenso servizio ad un mondo che fa fatica a trovare relazioni solide. In secondo luogo ad un mondo così debole nei suoi pensieri, nelle sue ideologie, non dobbiamo pretendere di offrire subito un pensiero forte, che faccia paura, ma siamo chiamati ad offrirgli l’amicizia e la debolezza della croce. E’ infatti il modo mite ed umile di avvicinarsi di Gesù ciò di cui ha maggiormente bisogno una società dal pensiero e dalle relazioni deboli». 
1. Una comunità che lascia.
Matteo innanzitutto continua a ricordare che non ci si può illudere di poter perseverare nella condizione di discepoli senza conflittualità e rotture. Così era storicamente nella sua comunità, tartassata dall’ambiente giudaico che aveva deliberato l’espulsione dalle sinagoghe e aveva imposto il divieto di incontro dei familiari con chiunque avesse aderito alla nuova “via” del Rabbi Jeshuàh (Gesù). C’è una stretta “solidarietà” di condizione tra il Maestro Gesù e i discepoli, come Matteo ricorda nei vv. 24-25: «Un discepolo non è da più del maestro…; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro…». Questo versetto è la “chiave di lettura” di tutto il cap. 10 e quindi anche del testo liturgico di oggi. Il Vangelo non è un codice morale di comandi “Devi fare…non devi prendere…”; al discepolo basta l’unico comandamento “seguimi”; da qui deriva una serie di “conseguenze” più che di “precetti”. A me e a te è lasciato il discernimento di inventare una vita evangelica riformulata nel contenitore delle nostre condizioni attuali di vita; monaci delle cose, nelle relazioni e nel lavoro: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, radicati e fondati nella carità…ben radicati e fondati in lui” (Efesini 3,17; Colossesi 2,7). Il richiamo alla missione storica di Gesù, che ha provocato tensioni violente perfino nell’ambito dei rapporti familiari e del suo gruppo, serve a togliere l’illusione di una testimonianza tranquilla. Non sarà una “pace pacifica” ma piena di laceranti contraddizioni.[1]  Il Messia, secondo la tradizione biblica, è il “principe-di-pace”, ma in forma paradossale, in quanto il suo annuncio di pace fa esplodere le contraddizioni storiche che si riversano con violenza contro di lui. Ovviamente Gesù non intende favorire nessun fondamentalismo religioso; ce lo ricorda l’evento nell’orto del Getsemani quando Pietro estrae fisicamente una spada per difendere Gesù (Mt 26, 52): «Allora Gesù gli disse:“Rimetti la spada nel fodero”».  Nella Bibbia l’immagine della spada è conosciuta e ha significato di dividere: “Prendete la spada dello Spirito cioè della parola di Dio” (Ef 6,17). La spada di Gesù è quella della parola di Dio, “che è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12).
34 Non crediate che io sia venuto a portare (gettare) pace sulla terra. Sembra che il verbo usato da Matteo (balein=gettare) indichi che Gesù non porge il suo Vangelo «con i guanti», ma lo «getta» senza tanti convenevoli come un sasso nello stagno o – come scrive Marco (4,26) – come un seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra». Se i discepoli sono coloro che condividono il suo stile di vita, devono mettere in conto la divisione e la conflittualità perfino nei rapporti familiari e sociali. Nell’esigenza di sequela proposta dal Cristo risuona l’assoluto di Dio che crea un nuovo tipo di “consanguineità” (Matteo 12,46-49): «Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli…Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse:  «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».  Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse:  «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli». Matteo ricorderà, più avanti, (19, 29)  la promessa di Gesù: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Gesù presentandosi come “divisore” si mostra “geloso”, in linea con la “gelosia” di Dio in Deuteronomio 32,15-18: «Il popolo ha mangiato e si è saziato, ingrassato, impinguato, rimpinzato e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza. Lo hanno fatto ingelosire con dèi stranieri e provocato all’ira con gli idoli. Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a divinità che non conoscevano, novità, venute da poco, che i vostri padri non avevano temuto. La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha generato». Nel testo odierno sono presenti tre affermazioni che si concludono sempre con “Non é degno di me” (Luca in 14,26 ricorda un’altra versione: “…non può essere mio discepolo”). Gesù non demonizza l’amore ai familiari e al prossimo: «Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). Intanto è importante il verbo “amare” (Matteo, nel testo di oggi, usa “phileo”, voler bene, che è un verbo di amicizia, tappa verso l’agape, l’amore totalizzante e compiuto). Il pilastro, dunque, che regge la struttura cristiana nei vangeli sinottici non è “conoscere”, ma amare o seguire. Un essere accolti e accogliere fino al micro gesto del donare un bicchiere d’acqua “fredda” per una bocca arida e una vita accaldata.
« Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita, per causa mia, la troverà ». Qualcuno ha trovato condensate, in queste parole, tutta la sapienza evangelica che riguarda il significato dell’esistenza dell’uomo e, simmetricamente, della vita di Gesù. Gesù è vissuto per gli altri.  La sua non fu una semplice “esistenza”, bensì una “pro-esistenza”, una esistenza-a-favore-di… C’è una sproporzione tra i 3 anni della vita pubblica che conosciamo e i suoi 30 anni di vita familiare che non conosciamo. Ci ha salvati anche con quei 30 anni di vita “privata”. La vita di Gesù è definibile come una vita esposta, allo sbaraglio, mai ripiegata su di sè. Il simbolo di questa pro-esistenza sarà poi la croce. «Chi non prende la sua croce e non mi segue». Prendere la Sua croce non significa accettare le tribolazioni accidentali della vita, ma prendere su di noi il Suo progetto di vita, calandolo nelle circostanze storiche, pubbliche e private. Significa non mettere mai in bilancio ciò che torna utile a me e al mio gruppo di appartenenza (“padre, madre, figlio”). Esistono delle predilezioni che costituiscono una necessità nella nostra vita. Prendere la croce di Cristo significa collocare le nostre predilezioni fuori dal quadro delle predilezioni codificate: prediligere la compagnia di quelli che contano meno (i “piccoli” cioè gli invisibili), che non hanno capacità di darmi ricompense.
2. Una comunità che trova.
Non é senza significato che l’evangelista chiuda questa sezione dei discepoli perseguitati e provati con il tema dell’accoglienza. L’accoglienza ricompone quei legami della solidarietà umana che lo stato di persecuzione mette in crisi. Alla comunità è chiesto di creare un ambiente accogliente per questi fratelli espulsi o scartati: i profeti (gli incaricati di annunciare la Parola e interpretare i segni dei tempi), i giusti (coloro che nella prassi sono esemplari nella giustizia ed obbedienti all’evangelo), i piccoli (coloro che sono vacillanti e a rischio di fede). Il tema della “comunità-nuova-famiglia” è evidentemente sottolineato dalla scelta della prima Lettura (2Re 4,8-11.14-16a ). La narrazione ha due attori principali che sono il profeta Eliseo e la donna di Sunem caratterizzata dalla sua delicata accoglienza che non si ferma all’invito a tavola, ma si trasforma in uno spazio vitale riservato al profeta. Eliseo è il profeta itinerante che non si stabilisce in nessun luogo in maniera definitiva per rimanere sempre disponibile alla chiamata di Dio. Pur essendo solitario, è in realtà l’amico degli uomini, che partecipa ai loro affanni e che ricompensa coloro che l’onorano. E’ proprio durante uno dei suoi soggiorni presso Sunem che il servo Ghecazi presenta ad Eliseo la condizione della donna, ricca ma senza figli. Particolare finora taciuto che rivela la grandezza d’animo della donna che rinuncia ad importunare il profeta con i suoi problemi personali e conferma così la gratuità della sua accoglienza. A sua volta Eliseo si fa garante presso Dio del dono più prezioso per una donna: la maternità tanto desiderata. L’apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Roma: “accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7), come a dire che accogliere è una declinazione del verbo amare. Noi siamo forse abituati a “dare”, anche un bicchier d’acqua; ma poco ad “accogliere”.


[1] Silvano Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo, EDB 1998, Vol.1, pag. 194.