25 dicembre 21025. Festa dell’Incarnazione
 DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE

Dal libro del profeta Isaia 9, 1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità. Signore, tu hai dato loro una grande gioia, li hai fatti felici. Gioiscono davanti a te come quando si miete il grano. Tu hai spezzato il giogo che gravava sulle loro spalle e li opprimeva. I calzari dei soldati invasori e tutte le loro vesti insanguinate saranno distrutte dal fuoco. È nato un bambino per noi! Ci è stato dato un figlio! Gli è stato messo sulle spalle il segno del potere regale. Sarà chiamato: ‘Consigliere sapiente, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace’. Diventerà sempre più potente, e assicurerà una pace continua. Governerà come successore di Davide. Il suo potere si fonderà sul diritto e sulla giustizia per sempre. Così ha deciso il Signore dell’universo nel suo ardente amore, e così sarà.
Salmo 95. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo,  cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,  a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta.
Davanti al Signore che viene:  sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo Apostolo a Tito 2,11-14
 Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.  Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.   Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.   Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.  C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli  e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

 DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana.

Parola di Dio sulla pietra.
Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli» (Esodo 24,12)….
Era una Parola pietrificata, ma garantita e fedele come una roccia. Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco.
La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di Mosè: «Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna» (Esodo 32,19).… La pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità. Ed ecco l’intelligenza profetica. «Questa sarà l’alleanza che conclu­derò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,31-33).
Oggi abbiamo carta e computer in tempi di fragilità, tempi liquidi e fluidi; la carta si accartoccia e si butta, e sul computer basta un clic e tutto è cancellato. Le parole diventano vapore che si disperde.
Parola di Dio nella carne.
Il profeta Isaia indica la svolta: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio».
L’evangelista Luca ci dice che il segno della presenza di Dio non sarà più un tempio di pietra, ma la carne fragile di un figlio d’uomo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, coricato in una mangiatoia». Sarà questo figlio, divenuto grande, che davanti al tempio confermerà il nuovo regime di fede: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»” (Matteo 24,1-2). L’evangelista Giovanni, commentando un riferimento al Tempio da parte di Gesù, annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Giovanni 2,21). La storia della Rivelazione stava subendo un’accelerazione. «Il Verbo si è fatto carne» canta Giovanni nell’ouverture del suo Vangelo (Giovanni 1,14).
San Francesco diceva che Gesù era la Parola abbreviata di Dio. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme.
Farsi carne” vuol dire assumere pienamente la fragilità umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell’ambito della sua storia terrestre: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2, 6-7). Anzi: diventa un pane frammentato e mangiato; «questo è il mio corpo» dirà Gesù nella Cena Pasquale.
Ma c’è di più. Ed è l’evangelista Matteo che ci porta ai confini impensabili del “luogo di Dio”: noi incontriamo la Parola del Dio vivente in sei sacramenti della Sua presenza: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 37-40). Perfino quando si presenta Risorto, Gesù mostra di essersi portato dietro la sua e nostra carne: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39).
Allora?
Il profeta Amos aveva minacciato: «Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Amos 8,12).
In questo tempo liturgico siamo portati invece pazientemente al luogo dell’incontro. I pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono» (Luca 2,16). La maledizione è infranta per chi lo vuole. Non più un Dio lassù nei cieli o raccolto in una religione pietrificata dal rito, dall’organizzazione, ma nella carne quotidiana di Gesù, del Pane eucaristico, della gente con cui coabito. «Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato»[1].
Dio ricomincia da Betlemme, da un bambino. «Il Verbo carne si è fatto » (Gv 1,14), è scrit­to nel testo in greco di Giovanni. Nella suggestione del testo greco i due termini sono vicini, non separa­ti da altre espressioni: ho Logos sarx egheneto, la Parola carne divenne. Da allora la vicinanza è assoluta, c’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, ci sono un po’ di santità e molta luce in ogni vita.
Padre Ermes Rochi ha scritto: «L’incarnazione non è finita, Dio «accade» an­cora nella carne della vita, accade nella concre­tezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sap­piano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pa­ce, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; e se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte. La strada più breve e più diritta tra l’uomo e Dio è la carne di Gesù, ora in braccio alla madre, un giorno in braccio alla croce»[2].
Agostino aveva scritto: “Cammina attraverso l’uomo e arriverai a Dio[3] .


[1] Enzo Bianchi, La stampa 24 dicembre 2011
[2] Ermes Ronchi, Le case di Maria, Paoline.
[3] Ambula per hominem et pervenies ad Deum




Il mio Natale in Brasile 1999
Don Augusto

Mano nella mano di un Dio bambino .

 Inseguo storie, con la Bibbia in mano. Imprimo fotogrammi sulla pellicola della coscienza. Incido graffiti sulle mani. Annoto come uno scriba sulle mie carte questi frammenti di vita come ereditá da condividere. Inseguo storie sparse come briciole in attesa che qualcuno raccolga o disseminate come uno di questi incredibili fantasiosi fiori in attesa che qualcuno se ne innamori e li narri. Anche Dio, nella sua Incarnazione, pur silenziosa, ha voluto lasciar traccia di inchiostro negli archivi: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento.  Anche Giuseppe andò a Betlemme per farsi registrare insieme con Maria sua sposa che era incinta» (Luca 2,1-5). La sua prima Incarnazione appartiene così alla storia di tutti e attende di essere da tutti adottata, come la storia sbriciolata delle molteplici sue Incarnazioni in questi poveri. Inseguo storie.
Per nove sere la voglia di Natale ci ha portato nelle case del bairro più povero di Goiás a celebrare la Novena fra turme di bimbi che qui sono una classe sociale, “as crianças[1]“. Ci arrampichiamo anche lassù nella baracca di Dona Domingas a mescolarci in quella mistura di parentele e crianças che qui vivono abbarbicate alle donne, spesso nonne, in una società così contemporaneamente e contraddittoriamente matriarcale e maschilista. Mi è difficile tenere i conti delle appartenenze, inseguire gli alberi genealogici, capire se il neonato frignante nelle braccia delle splendide succinte ragazzine è un undicesimo fratellino o il figlio della prima stagione dell’amore o del primo abbandono.  Precoci maternità per affermare affetti caldi, per cercare identità, per invocare sicurezza, per illudersi di sfuggire a radici familiari avviluppanti.  Anche la camisinha[2] qui  fa i conti col  salario minimo (quando c’é), con la vergogna o con amori consumati quando e dove si può, spesso nelle misere metrature quadrate dove la promiscuità dorme, sogna, gioca, mangia, muore.
«Lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Luca 2,7). Per nove sere un piccolo presepio in materiali poveri è accompagnato in processione di casa in casa e vi resta ospite. È una capanna e niente più; copia perfetta in scala ridotta della baracca di Dona Domingas. Davide e l’orante ebreo del Salmo 132 avevano giurato per noi e con noi: «Non mi concederò riposo finché non avrò trovato un’abitazione per il Signore». Allora si trattava di trasferire l’Arca della Alleanza dalla precaria tenda ad un’abitazione in legno di cedro. E oggi?  È l’insonnia del “mal del mattone” che da secoli tormenta i costruttori di templi e santuari e che oggi mi sfiora appena, davanti a questa baracca di Dona Domingas in legno compensato e teli di plastica, tempio sgangherato della Gloria del Signore. Nel piccolo orto di Dona Domingas giacciono, accanto a piantine di mais, alcune tegole; germogli di speranza? Il monastero, in accordo con famiglie del bairro, ha deciso di raccogliere e acquistare materiale edile per dare pareti, tetto e porte a questa “abitazione del Signore”. Passo l’antivigilia di Natale a trasportare mattoni con un’auto/carretta della parrocchia. Affronto il serpentone di sentieri sterrati feriti dai temporali e che non mi risparmiano l’affondo in una buca, tanto per non riservare trattamenti speciali a supponenti novizi come me costretti così a ricorrere – come fanno tutti qui e per tutta la vita – alla paziente inventiva dell’arrangiarsi, se Dio o la fortuna assistono.  Giungo alla baracca “griffato” da fango e terriccio. Ma acqua non c’è. Hanno interrotto ieri l’erogazione per morosità di un bimestre: 40 reais (40.000 lire). Qui è stagione di piogge “graças a Deus!” mi ripete Dona Domingas che passerà il Natale a raccogliere acqua piovana o dei vicini. «Non mi concederó riposo finché non avró trovato un’abitazione per il Signore». Il costo totale della ricostruzione è pari a 400.000 lire. “Un gesto assistenzialistico” mugugna qualcuno; sarei curioso di conoscere il parere della “teologa” Dona Domingas, vedova, negra figlia di schiavi, matriarca di crianças, della tribú di quei pastori che hanno fatto posto al Dio menino.
«L’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Ma Erode si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai 2 anni in giú» (Matteo 2, 13-16). Mons. Tomas Balduino, vescovo dimissionato di Goiás ed ora Presidente nazionale della Commissione Pastorale della terra, è ospite nel Monastero nel giorno di Natale. Dice: «Ho visto da vicino cosa è il “Natal do sofrimento e da esperança”! Pochi giorni fa centinaia di poliziotti, al mattino presto, agli ordini del Governatore, hanno invaso le baracche del Centro civico di Cutiriba dove crianças dormivano tranquilli con i loro genitori. I soldati armati, tra grida di terrore, hanno evacuato in pochi minuti quei poveri presepi reali separando mogli da mariti, figli da padri a distanza di chilometri gli uni dagli altri. Nello stesso tempo, a fianco del Palazzo del Governatore veniva allestita una esposizione di ricchi e variopinti presepi. Il Natale è memoria dell’esilio del popolo di Dio in Babilonia come segnale profetico di tutti gli esili, quelli degli indios, dei negri, dei contadini. Ma l’esilio ci ha lasciato una grande lezione di resistenza. Ai poveri resta solo la testarda resistenza, giubileo di speranza di una vita piena». Accanto a me c’é Giuliano “operatore di strada” di Goiania. Ha visto uccidere un menino de rua[3] con un colpo alla nuca. Decido di andare in pellegrinaggio a São Paulo tra i meninos de rua, a metá gennaio, per abbracciare anche alcuni dei tanti volontari che si esiliano tra gli esiliati – come il giusto Tobi della Bibbia –  per dare liberazione, speranza o, almeno, la compassione di una sepoltura a questo Dio menino esposto, espulso, vagante in strade violente: «Io, Tobi, facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente, donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e se vedevo qualcuno morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo» (Libro di Tobia capp. 1 e 2).
Qui a Goiás, di fronte al Monastero, dove prima esisteva una discarica, ora fiorisce un elegante spazio attivo di speranza per crianças. I quattro testardi resistenti l’hanno appunto chiamata Vila Esperança e uno di loro, Pio, ne hanno affidato la storia alle pagine del libro “La strada chiede vita”.
«Alcuni Magi giunsero dall’oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’é il re dei giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 1-3). La nascita di Gesù è accompagnata anche da ricchezze e profumi d’oriente, da rivelazioni cosmiche o sognanti, da adorazioni provenienti da chissà quali profondità del cuore e, comunque, un po’ pungenti per scribi e sacerdoti pur così contigui alle pagine dei profeti. Una ormai consolidata amicizia mi ha gratificato, qui, di un riservato invito a partecipare ad un culto Umbanda, la religione afro-brasiliana che, con il Candomblé, ha rappresentato la ribellione degli schiavi al battesimo imposto dai cattolicissimi schiavisti europei. Mi preparo cosí, tra pretos-velhos, caboclos e crianças evocati nel trance dei mediums, a celebrare l’ultima suggestiva veglia per la pace nella mezzanotte del Monastero. Inseguo storie.


[1] Pronuncia “criansas“; nome popolare per indicare la figliolanza, i bambini.
[2] Pronuncia “camisigna“; nome popolare del preservativo.
[3] Bambino di strada




21 dicembre 2025. Domenica 4a Avvento
DAL SOGNO AL SEGNO

Domenica IV di avvento

Preghiamo. O Dio, Padre buono, che hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore nel silenzioso farsi carne del Verbo nel grembo di Maria, donaci di accoglierlo con fede nell’ascolto obbediente della tua parola. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 7,10-14.
In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Salmo 24 (23) Ecco, viene il Signore, re della gloria.
Del Signore è la terra e quanto contiene:il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani 1,1-7 (testo da traduzione Interconfessionale)
Vi scrive Paolo, servo di Gesù Cristo. Dio mi ha scelto e mi ha fatto apostolo perché io porti il suo messaggio di salvezza. Dio, per mezzo dei suoi profeti, aveva già promesso questo messaggio di salvezza. Esso riguarda il Figlio di Dio Gesù Cristo, nostro Signore. Sul piano umano egli è discendente da Davide, ma sul piano dello Spirito che santifica, Dio lo ha costituito Figlio suo, con potenza, quando lo ha risuscitato dai morti. Da Gesù Cristo io ho ricevuto il dono di essere apostolo: perché lui abbia gloria, devo portare tutti i popoli a credere in Dio e a ubbidirgli nella fede. Tra questi siete anche voi tutti che vivete a Roma. Dio vi ha amati e chiamati per appartenere a Gesù Cristo ed essere il suo popolo. Dio nostro Padre e Gesù Cristo nostro Signore diano a voi tutti grazia e pace.
Dal Vangelo secondo Matteo 1,18-24
Ora la genesi di Gesù Cristo così era: sua madre Maria, essendo fidanzata di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era giusto e non voleva esporla pubblicamente, decise di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

DAL SOGNO AL SEGNO. Don Augusto Fontana

Mentre Giuseppe stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…Giuseppe ci prende per mano e ci porta sulla soglia della Festa dell’Incarnazione. Giuseppe uomo giusto, silente, ascoltante, coinvolto in un dramma di coscienza e di una vocazione. Giuseppe uomo dei “sogni”. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” canta Luciano Ligabue. Nel cantico dei Cantici troviamo la ragazza (la chiesa?) che dice: «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Un sonno leggero, un dormiveglia che le permette di ascoltare un leggero bussare alla porta: «Un rumore! È il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, amica mia”».  Dio completa la creazione di Adam facendolo passare attraverso un intenso e simbolico “sonno” : Allora il Signore Dio fece scendere un torpore (nel greco dei LXX: extasi) sull’uomo, che si addormentò (nel greco dei LXX: ipnosi); gli tolse un lato e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con il lato che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. (Gen. 2,21-22). Giacobbe, mentre fugge dal fratello Esaù, decide di passare la notte all’aperto, si addormenta e sogna: “Ed ecco una scala rizzata in terra, la cui cima giungeva al cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa. Ed ecco il Signore si presentava a lui e diceva: Io sono con te, e ti guarderò dovunque tu andrai” Giacobbe al suo risveglio dice: “Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” ( Genesi 28,10-22).
Nel Nuovo Testamento si parla poco di “sogni”, ma nel Vangelo di Matteo troviamo un’eccezione. Matteo narra sei sogni di cui cinque si trovano nel vangelo dell’infanzia, cioè nei primi due capitoli. La persona che più sogna è Giuseppe. Infatti su cinque sogni menzionati nei primi due capitoli di Matteo, quattro hanno per soggetto Giuseppe e uno i maghi che vengono dall’oriente.
Tra i sogni di Giuseppe quello che riveste una maggiore importanza è certamente il primo (1,20-21), il cosiddetto “annuncio a Giuseppe”. Giuseppe si trova in una situazione apparentemente senza via di uscita (1,18-19): «18Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva esporla a infamia, decise di lasciarla segretamente». In una simile situazione per Maria non c’era solo il problema del “ripudio” da parte di Giuseppe suo sposo, ma c’era per lei il rischio della vita. Per una donna considerata adultera era prevista la lapidazione.
I “sogni” nella Bibbia sono un linguaggio, un modo di dire, un “genere letterario”. I racconti della nascita di Gesù, in particolare i “sogni” che la accompagnano, ci rivelano che nella nostra storia ci sono dei reali segni di rivelazione che dobbiamo saper riconoscere. I racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo sono un intreccio di progetti, speranze, paure… Ci sono i progetti di Giuseppe riguardo alla sua vita e alla sua famiglia. Ci sono le paure e i timori dei grandi che sono aggrappati al loro potere e vedono minacce dietro ogni angolo. Ma poi ci sono anche i progetti di Maria, il desiderio dei maghi. Spesso tutto sembra essere nelle mani dell’uomo più forte e i piccoli e i poveri sembrano solo soccombere. Ma “i sogni” rivelano che non è tutto lì[1].
Annunciazione a Giuseppe il giusto, uomo del silenzio, dei sogni e dei segni.
…gli apparve in sogno un angelo del Signore… Il sogno è per la Bibbia un luogo privilegiato dell’incontro con Dio, perché indica lo spazio dell’interiorità lo spazio dove le nostre difese sono più abbassate. Il sogno è paradossalmente il luogo in cui riusciamo ad essere più veri, perché non ci perdiamo nella superficialità dell’apparenza del quotidiano. Il sogno di Giuseppe rappresenta un passaggio dalle sue giustificate preoccupazioni al coraggio della decisione, si tratta di un passaggio dalle tenebre del dubbio alla luce del discernimento. Secondo il Vangelo di Luca l’Annunciazione è fatta a Maria, secondo il Vangelo di Matteo Dio parla a Giuseppe. Giuseppe, l’uomo dei sogni, nei Vangeli non parla mai, ma sa ascoltare la Parola che lo abita, il sogno. Le due annunciazioni hanno luogo nelle case. Dio, ancora, sembra preferire la casa al tempio. Forse vorrà dirci che in ogni giorno di vita ci può essere offerta un’annunciazione quotidiana? L’annunciazione a Giuseppe è meno conosciuta dell’annunciazione a Maria. Anche la tradizione iconografica è assai scarna. Non c’è dialogo, non ci sono domande esplicite come quella di Maria né come quella di Acaz, ma la scena non manca di drammaticità.
Giuseppe, figlio di Davide Lo scopo è quello di garantire a Gesù la discendenza davidica secondo le profezie antiche. Quasi a dire che Gesù non “scende dalle stelle” (come recita un canto tradizionale), ma è figlio di una storia imperfetta. Normalmente nella Bibbia le genealogie venivano segnate attraverso la successione dei padri, eppure Matteo (1,1-16) non esita a interrompere questa successione tutta al maschile, inserendo quattro nomi di donne straniere (Tamar, Racab, Ruth e la moglie di Uria), donne dalla vita complessa, protagoniste e vittime di prevaricazioni e abusi. Gesù è dunque colui che compie le attese di questa umanità imperfetta[2].
E lo chiameranno Jeshuah…Ma in questa lunga storia di patriarchi e matriarche c’è una frattura, una sincope: di solito era il padre a dare il nome al figlio; qui invece Giuseppe viene espropriato dal suo potere e gli viene consegnato un Nome già confezionato: “a lui sarà dato il nome di Emmanuele”.
poiché era giusto… L’uomo “giusto” cammina a zig zag tra i sogni e i segni di Dio. Anche Gesù viene chiamato “uomo giusto” dalle labbra di un suo carnefice: «Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”» ( Lc 23,47).
fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…. A volte vorremmo continuare a sognare per sempre: un po’ per il semplice gusto di sognare, un po’ perché così possiamo allontanare il momento della decisione. Una vita senza sogni sarebbe arida, è vero, ma spesso rischiamo di rimanere intrappolati nei nostri sogni, rischiamo di non decidere mai. Questo testo di Matteo descrive invece la dinamica della vita dell’uomo giusto, che si lascia incontrare da Dio nel profondo, si mette in ascolto, ma poi decide e passa all’azione[3]. Questo suo obbedire senza far domande è un ritornello nel racconto di Matteo: quando si tratta di fuggire in Egitto, di tornare in Palestina, di stabilirsi a Nazaret di Galilea invece che in Giudea, di inseguire con Maria quel figlio dodicenne che avevano smarrito nel tempio.
Il Segno.
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio…
 Nelle due annunciazioni c’è, forse, anche un annuncio per i dubbiosi, per gli angosciati della giusta scelta. Un’alba che, aprendosi sul “non temere” dei messaggeri, ci libera dall’angoscia del fare o non fare la cosa giusta, e ci autorizza a rischiare, a sbagliare forse, a generare.
Il termine “segno”, nella tradizione veterotestamentaria, è una azione con cui Dio attesta la sua presenza nella storia. Chiedere un segno ad un inviato è chiedergli le credenziali della sua missione, una dimostrazione spettacolare o una certificazione. Oggi diremmo “un miracolo”, una “evidenza” inconfutabile che accorci la fatica dell’andarci in fondo ed elimini la quota percentuale di “fede/fiducia”. Sono circondato da segni che non corrispondono all’idea di Dio che ho dentro. Mi viene utile un collegamento con altri segni “deboli”. Segni che esistono, ma non hanno la carica dirompente del segno inequivocabile, come nel sepolcro: «Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende» (Luca 24, 12). A Betlemme: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc. 2, 12). I due discepoli di Emmaus scoprono segni dentro di loro: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Luca 24, 32).
Anch’io sono alla ricerca di segni dopo il mio risveglio dai sogni, ma resto ancora così cieco e perplesso. Posso pensare che non c’è fine alla malizia umana e nulla serve per chi non vuol vedere.  Nella parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, il ricco invoca l’apparizione di Abramo ai suoi cinque fratelli per la loro conversione. L’insegnamento finale della parabola fa per noi: «Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi». (Luca 16, 31).
Io chiedo segni “dal cielo” e la Parola mi mostra segni “dalla terra”. Guardo in alto e la Parola mi spinge a guardare in basso. Provo a pensare a tutte le rivelazioni che Gesù ha dato: «Il Regno di Dio è simile a…». Seme nella terra, lievito nella pasta, tesoro nascosto nel campo, mercante che cerca una perla preziosa, rete gettata nel mare (“nel male”), un cammello che passa nella cruna di un ago, pubblicani e prostitute che passano avanti, un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio, dieci ragazze che escono incontro allo sposo, una donna mette al mondo un figlio, un bambino nasce in condizioni poco invidiabili…Dio nell’apparente banalità del quotidiano.
Gesù, insomma, non rispetta i tratti essenziali delle mie teologie, delle mie aspettative, delle mie catalogazioni.


[1] Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
[2] Gaetano Piccolo, Leggersi dentro con il Vangelo di Matteo, Paoline, 2018, pag 18.
[3] Gaetano Piccolo, idem, pag 18-19




Avvento e…democrazia
Democrazia che respira. F.Vaccari (Avvenire)

DEMOCRAZIA CHE RESPIRA. Franco Vaccari (Avvenire 14/12/2025)

Il tempo dell’Avvento è, per sua natura, un tempo controcorrente. Non celebra la velocità, ma l’attesa; non l’immediatezza, ma la profondità; non la prestazione, ma la presenza. Lo abbiamo affermato domenica scorsa: è il tempo dello “zero virgola”, quello scarto minuscolo che separa il “già” dal “non ancora”. Ed è proprio questo tempo, fragile e fecondo, che oggi rischiamo di perdere. Anche le implicazioni sociali sono fortissime e rischiose se il tempo è vissuto come perdita, come inefficienza, come costo. Perché allora il tempo che non produce è tempo sprecato.
Il tempo che non decide è tempo morto. Il tempo che non accelera è tempo inutile. Questa logica, che appartiene al digitale e al mercato, sta però entrando, oltreché in ciascuno di noi, anche nel tessuto sociale, nei sistemi politici, corrodendoli dall’interno. È la stessa febbre che, in nome della rapidità, spinge a snellire, ridurre, “semplificare”. Ma accelerare eccessivamente i processi democratici, semplificare oltremodo la democrazia significa amputarla: togliere pesi e contrappesi, aggirare procedure che garantiscono partecipazione. Significa limitare gli spazi del conflitto politico che sono l’anima della vita civile. Non è la prima volta che accade. Pur non essendo uno storico, mi pare che già il connubio Rattazzi–Cavour, nato per dare maggioranze stabili e decisioni veloci, introdusse un principio pericoloso: l’idea che il dibattito fosse un ostacolo, una formalità da superare. Invece di rafforzare il Parlamento, lo rese un luogo più docile, modulabile, meno capace di opporsi. Si normalizzò così una rappresentanza senza vera dialettica, addomesticata dagli accordi di vertice. Successivamente il trasformismo di depretisiana memoria affermò una prassi che, certo, non generò da sola il fascismo, ma ne preparò il terreno. Abituò il Paese a un potere che decideva dall’alto, a un Parlamento che ratificava più che discutere, a un’opinione pubblica spettatrice. Così, quando la crisi del Primo dopoguerra esplose, l’idea che la democrazia fosse inefficiente era già stata interiorizzata. Il fascismo non fece che portare alle estreme conseguenze una deriva che aveva radici lontane. Oggi il rischio si ripropone in forme nuove. Il culto della decisione rapida, dell’“adesso o mai più”, della governabilità a tutti i costi, dell’”uomo solo al comando”, può diventare l’alibi per svuotare gli spazi della partecipazione democratica. Come se tempo, confronto, dissenso, verifiche, procedure fossero orpelli inutili, residui di un passato lento. E invece sono proprio anche questi “tempi morti” a far vivere la democrazia: sono essi a impedire che il potere si concentri troppo in fretta, che l’opposizione diventi un fastidio, che il pluralismo venga archiviato come inefficienza. L’Avvento esprime la sua profezia anche qui: ricorda che la trasformazione non avviene nella velocità, ma nella qualità del tempo che custodiamo. La democrazia, squisito fenomeno umano, ha bisogno di pause, di controlli, di passaggi che sembrano rallentare ma in realtà proteggono. Permette che l’esercizio di cittadinanza sia espresso da tutti, ha bisogno di conflitti non cancellati, ma trasformati. In altre parole, ha bisogno di quello zero virgola: lo spazio minimo ma decisivo che impedisce alla fretta di diventare dominio. Se lo eliminiamo, la democrazia diventa un algoritmo che decide al posto nostro. Se lo difendiamo, resta una casa abitabile, capace di ascoltare le differenze, di accogliere il pluralismo, di proteggere le fragilità. Per questo, oggi più che mai, occorre dire che il tempo non è un nemico della democrazia, ma ne è il respiro.
Ed è proprio in quel respiro, minuscolo e potente, che la civiltà democratica continua a nascere, debitrice anche al messaggio dell’Avvento.




Un presepio giusto?
M. Vergottini (Avvenire 13/12/25)

PRESEPIO. FAR POSTO AGLI ULTIMI DI OGGI UN ATTO DI FEDELTÀ EVANGELICA.
MARCO VERGOTTINI (AVVENIRE 13 dicembre 2025)

Ogni anno, all’inizio dell’Avvento, nelle case e nelle parrocchie ritorna l’interrogativo di sempre: come si realizza un presepe “giusto”? Con l’iconografia tradizionale – la grotta, la mangiatoia, i pastori, il bue e l’asinello –, oppure affidandosi a rivisitazioni moderne che alcuni giudicano “creative” e altri “irriverenti”? Non è affatto semplice dare una risposta definitiva a tale questione, complessa e di non facile soluzione. Perché il presepe non è un soprammobile devozionale da tirare fuori un mese all’anno: è una teologia domestica, una piccola narrazione della fede cristiana affidata allo sguardo di grandi e piccini. E ogni narrazione, per restare viva, ha bisogno di una tradizione che custodisca il bene ricevuto in eredità e di un’immaginazione che sappia dischiude nuovi orizzonti. Se guardiamo alla storia, scopriamo che il presepe nacque come atto di creatività pastorale. Francesco d’Assisi nel 1223 volle “vedere con gli occhi del corpo” la povertà del Dio fattosi uomo. Il bambinello, la Madonna e i pastori non erano fatti di gesso, ma persone vive con un cuore pulsante e uno sguardo improntato a meraviglia. Il presepe francescano era un atto performativo, non museale. Non “rappresentava” la Natività: la rendeva presente e tutti vi prendevano parte.
La storia successiva – dai presepi napoletani ai diorami settecenteschi, fino alle natività latinoamericane scolpite nel legno – mostra che mai il presepe è stato uniforme o intoccabile. È un linguaggio sempre rivisitato e che cresce, non una formula immobile e stereotipata. Chi teme ogni variazione dimentica che la tradizione cristiana è stata sempre un intreccio sapiente di custodia e invenzione. Il Vangelo non cambia; le forme per annunciarlo sì. E proprio questa capacità di rigenerarsi ha reso il presepe uno dei segni più popolari della nostra fede. Viviamo in un tempo in cui il Natale rischia di trasformarsi in un’esperienza anestetizzata, una “zona franca” dello spirito fatta di emozioni tiepide e zuccherose. Il presepe, allora, rischia di diventare una cartolina sentimentale se non ritrova la sua forza originaria: deve saper raccontare la vicenda di un Dio che entra nella storia reale, con le sue ferite e le sue speranze. Ecco perché molte comunità – in Italia e nel mondo – hanno cominciato a inserire nel presepe luoghi e persone dell’oggi: migranti stremati su una barca di legno, senzatetto accovacciati sotto un portico, famiglie in attesa di un permesso di soggiorno, infermieri che vegliano nella notte, e – perché no – quel branco di “ultimi” che nelle nostre città è sempre più affollato. Non è una concessione all’ideologia, ma un atto di fedeltà evangelica: se il Figlio di Dio nasce ai margini, allora i margini non sono un’aggiunta posticcia, ma la grammatica del suo venire. Betlemme, per i cristiani, non è un luogo “neutrale”. È un luogo “teologico”: dice dove Dio sceglie di farsi trovare. La gente talora teme che queste attualizzazioni finiscano per “forzare” l’autenticità storica. Ma il presepe non corrisponde a un reportage storico o a un esercizio di archeologia religiosa. Neppure i Vangeli forniscono una descrizione dettagliata della nascita di Gesù. Ci consegnano invece un simbolo potente: Dio entra nella storia del mondo nel punto più fragile. Tradurre questo simbolo non significa sfigurare la storia, ma renderle giustizia. Mettere nel presepe i volti feriti del nostro tempo non altera Betlemme; la riapre, come si aprono le Scritture quando non vengono trattate non come un reperto, ma come parola viva. Certo, non tutto ciò che è nuovo è da giudicare positivamente. Alcuni presepi “creativi” sembrano più provocazioni estetiche che interpretazioni spirituali, si tramutano in operazioni kitsch, dozzinali e pacchiane. La questione non è l’originalità, ma la verità teologica come lingua dello spirituale: l’attualizzazione non deve mai oscurare il cuore della scena – vale a dire, la natività di Gesù, il Dio-con-noi. Forse la domanda vera non è “presepe tradizionale o presepe contemporaneo?”, ma: preferiamo un Dio addomesticato, adatto alle nostre nostalgie, oppure ci affidiamo a un Dio che continua a sorprenderci, nascendo là dove non ce lo aspetteremmo?
Betlemme non è mai stata un luogo “fermo” e rassicurante: è il punto in cui Dio si lascia trovare nel volto dell’altro. Solamente un presepe che osa dire questo – con mezzi semplici e forme nuove – rende un servizio al Vangelo. E forse, alla fine, è questa la domanda che dovrebbe guidare ogni scelta: il nostro presepe consente ai nostri occhi di riconoscere che Dio viene ancora, oggi, nella nostra storia? Per concludere si può dar spazio a un “test teologico”: quale tipo di presepe avrebbero potuto realizzare gli ultimi pontefici? A quali maestri dell’arte si sarebbero potuti ispirare? Giovanni XXIII aveva l’anima semplice di un parroco contadino (con la testa di un fine diplomatico!). Per lui il presepe doveva profumare di stalla vera. Lorenzo Lotto e Giotto sarebbero stati i suoi artisti ispiratori. Paolo VI, affascinato dell’arte contemporanea, aveva un gusto raffinatissimo e una passione per la bellezza come via al mistero; si sarebbe lasciato attrarre da artisti quali Henry Matisse e Georges Rouault, con musiche in sottofondo di Olivier Messiaen. Giovanni Paolo II aveva una visione cosmica dell’incarnazione: per lui il presepe era una sorta di “teatro del mondo”. Pittori a cui riferirsi? Michelangelo e Marc Chagall. Benedetto XVI, influenzato dalla cifra della “Gloria” di H.U. von Balthasar, avrebbe potuto far installare un Crocifisso alle spalle della mangiatoia. Il Beato Angelico e Andrej Rublev sarebbero stati i suoi fari artistici. Per papa Francesco, infine, Betlemme non era un “altrove” romantico, ma una periferia segnata dalle ferite della storia. Avrebbe optato per un “presepe vivente” come quello del Poverello di Assisi, ma stavolta con il bambinello posato su una coperta termica gialla (utilizzata per proteggere le vittime dei naufragi).




14 dicembre 2025. Domenica 3a Avvento
SPERANZE IN AGONIA?

3 Domenica di  Avvento

Preghiamo. Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa’  che, perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro del profeta Isaìa 35,1-6.8.10
Si rallegrino il deserto e la terra arida,  esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta,  la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.
Salmo 146 (145). Vieni, Signore, a salvarci.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,7-10
Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
Dal Vangelo secondo Matteo 11,2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».  Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Speranze in agonia? D. Augusto Fontana

Esperti in delusioni.
Lo scrittore teologo Sergio Quinzio, nel saggio Mysterium iniquitatis [1], immagina che nell’anno 2000 l’ultimo Papa scriva la sua ultima Enciclica intitolata “Mysterium iniquitatis” definendo come dogma infallibile il “fallimento del cristianesimo nella storia del mondo”. Dopo la firma dell’Enciclica, il Papa Pietro II sale all’interno della cupola della basilica di S. Pietro e si suicida lasciandosi cadere “sul luogo dei falsi trionfi”. Anche Giovanni il Battezzatore nutre dubbi sul messianismo di Gesù. I discepoli di Gesù patiscono scandalo dall’evidente fallimento. Noi non siamo in condizioni migliori di loro perchè “vediamo che la terra di Dio non fiorisce di bellezza e non si vede nessun sentiero santo su cui camminano i riscattati dal Signore. Allora ci dobbiamo domandare: qual è la ragione di questo scandalo? In che senso la promessa del Signore non è scaduta e può essere ancora annunciata senza che la smentita dei fatti renda mute le nostre labbra? Molte volte le speranze che incontriamo ci sembrano un prodotto dell’illusione e della volontà di autoconsolazione. Forse, per essere cristiani dobbiamo barare sulla realtà e far finta che le cose non vadano come stanno andando? Molte volte è così. Io penso che il primo nostro dovere sia quello di non mentire di fronte ai fatti. È una condizione di maturazione della nostra fede. Dobbiamo affrontare lo scandalo di una promessa di Dio continuamente narrata nelle nostre assemblee e di fatto smentita tutti i giorni. La nostra speranza non si deve basare sulle conferme o meno dei fatti, perchè si basa sulla fede in Dio. È solo questa speranza che è legittimamente immune dalla smentita dei fatti. La speranza è più forte dei fatti. Non li salta, non li aggira; li attraversa e li contesta. Se io spero e credo che il Regno di Dio viene, non lo credo per un esame della storia. Nell’altra faccia della realtà, la fede contempla il Dio che si è impegnato. Se io credo che il mondo sarà cambiato non è per i segni che riesco a discernere dentro il groviglio dei fatti, ma perchè c’è la promessa di Dio che è la ragione ultima del mio sperare. Per questo, la speranza che si appoggia sulla fede si manifesta come invincibile pazienza. Pazienza non in senso passivo, ma come perseverante volontà di affrontare i fatti, di vederli nella trasparenza della promessa, di far germogliare ciò che in essi c’è di positivo e di combattere ciò che c’è di negativo. La pazienza si paga. Innanzitutto mettendosi dalla parte dei deboli, coloro che hanno diritto di sperare.”[2] 
Coraggio, ecco il vostro Dio (Isaia 35)
Il brano appartiene alla “piccola Apocalisse” del Libro di Isaia e non è opera di Isaia perchè il contesto storico da cui ha origine è il periodo dei primi anni dopo l’esilio a Babilonia. In quegli anni lo Stato di Israele, già diviso in due regni, era aggredito dagli Idumei (abitanti al sud della Giudea, discendenti di Esaù e quindi nemici dei discendenti di Giacobbe). In questo periodo di difficoltà e oppressione, i capitoli 34-35 annunciano la fine delle aggressioni degli Idumei (o Edomiti) e un periodo di tranquillità religiosa e sociale.
Vv.1-2: terra e deserto tra gioia, canti e fiori. E Dio che vi passeggia dentro. Qualcuno sorride davanti a questa illusa promessa paradisiaca da “paese della cuccagna”. Altri spiritualizzano il deserto identificandolo con l’anima. Innanzitutto occorre accettare questo “materialismo biblico della speranza” che non trascura le esigenze della convivenza terrena. Il cap. 8 del Deuteronomio può servire per capire questa pagina: “Il Signore nel deserto ti ha fatto provare fame per farti capire che l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio. Il tuo vestito non si è logorato e il tuo piede non si è gonfiato durante i quarant’anni nel deserto. Ora il Signore sta per farti entrare in un paese pieno di sorgenti e di raccolti dove non ti mancherà nulla. Ma tu quando avrai mangiato e avrai costruito belle case e abbonderai di denaro e di cose, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio”.
Vv.3-4: incoraggiamento ai poveri rimasti delusi di Dio.
In Isaia 40,27-31 si dice: «Perché dite: ” Il nostro diritto è trascurato dal nostro Dio”? Nessuno può capire la sapienza di Dio. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani si stancano e gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi».
Salmo 146 (145).
Oppressi, affamati, prigionieri, ciechi, forestieri, orfani, vedove: pozzanghere dove si riflette Dio.
Questo Salmo è il primo del gruppo denominato dagli ebrei Hallel (lode). Si cuce bene addosso alla proclamazione di Isaia e alle parole di Gesù nel Vangelo di oggi. Più che una preghiera di invocazione, il Salmo è una proclamazione di fede o, meglio, una descrizione di ciò che è in atto. Anche Gesù nel Vangelo dirà: «Andate a riferire ciò che udite e vedete».
Forse l’orante non è solo uno spettatore/notaio che registra eventi accaduti ad altri, ma è lui stesso un cliente di Dio che ha sperimentato la Sua capacità trasformante, dopo aver fatto il lacchè e il galoppino di qualche politico che conta.
Il salmo è composto da undici giaculatorie, undici articoli di un Credo, eventi visti e sperimentati. Una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele…..; e un elenco di soggetti in fila davanti alla soglia del tempio dove Dio distribuisce le sue speranze a chi le attende. Un elenco della attività di Dio, da disturbare i sonni di ogni benpensante religioso o della nostra fede borghese e assenteista .
Dopo aver seminato, siate pazienti. (Lettera di Giacomo apostolo)
Venuta del Signore. Una buona vita evangelica quotidiana costituisce una strategia dell’attesa del Signore in atteggiamento di pazienza attiva. Noi, che viviamo con gli occhi fissi ai sassi del sentiero, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e riproporci un test: io Chi aspetto?
La Pazienza. La pazienza evangelica non è una virtù primariamente psicologica, ma teologica, cioè motivata dalle tradizionali rassicurazioni della fede:
Spera nel Signore e segui la sua via; possederai la terra” (Salmo 37,34);
Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore” (Salmo 27);
Siate forti, riprendete coraggio o voi tutti che sperate nel Signore” (Salmo 31).
Visto che in questo mese ricorre il 60° anniversario (7/12/1965) della chiusura del Concilio Vaticano II, possiamo rileggere alcune righe del Lumen gentium: «I fedeli devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda in una vita più santa anche con le opere terrene così che il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere questo dovere, i laici hanno il posto di primo piano. Così Cristo, per mezzo dei membri della sua Chiesa, illuminerà sempre di più con la sua luce salvifica l’intera società umana».
Beato chi non si scandalizza di me (Vangelo secondo Matteo)
Con i cap. 11-12 assistiamo ad una svolta nel Vangelo di Matteo. Nei primi 10 capitoli, l’avvicinarsi del Regno in Gesù sembrava non incontrare ostacoli. L’opposizione non è assente, ma Gesù ne viene fuori sempre vincente. Dopo questi due capitoli, il Vangelo sarà presentato come la storia di un rifiuto. Solo i piccoli e i semplici non verranno scandalizzati dal mistero. Il brano di oggi è composto di 2 parti: il racconto dell’ambasciata dei discepoli di Giovanni e l’elogio di Giovanni (e di chiunque è come lui) da parte di Gesù.
Colui che deve venire. E’ un titolo messianico molto conosciuto tra i profeti e il popolo. È uno dei nomi di Dio: il Veniente. Chi è il cristiano se non colui che con le lampade accese aspetta lo sposo veniente? E se tarda, lo aspetta perchè Egli deve venire.
Ciò che udite e vedete. E’ strano come Gesù usi anche il verbo “udire” riferendosi ai SEGNI. Di solito i segni devono solo essere visti. Invece occorre anche udire i segni (liberazione, cura, nuovi organi di relazione…).
Beato chi non si scandalizza. Il termine greco skandalon si usava per indicare la trappola per catturare gli animali, oppure una trave o sasso contro cui si inciampa. Questa ulteriore Beatitudine di Matteo definisce chi rispetta Dio come Dio senza addomesticarlo e chi accetta che la sua trascendenza si riveli non nella potenza del ventilabro e del fuoco, ma nella debolezza della misericordia verso i deboli. Ma c’è una sottile precisazione da fare: qualche volta Dio si rivela Dio proprio quando ci scandalizza. Il Natale banalizzato, mieloso, ripetitivo come una cantilena, colmo di ovvietà religiose superficiali e di saturazione sociologica non ci scandalizza più. E la ragione sta nel fatto che noi stiamo nei palazzi dei re. Chi invece prepara le vie del Signore, abita e vive in ben altre condizioni.

Ho chiesto al Signore: «Aumenta la mia fede!». E Lui mi ha risposto: «Non posso, figliolo! Non posso proprio, visto chi frequenti, dove vivi e come spendi». Da quel giorno mi sono scandalizzato di Lui. E sono rimasto senza beatitudine. Ma mi sono tenuto il mio Natale; un giocattolo banale da non barattare con nessun Dio serio.


[1] S. Quinzio Mysterium iniquitatis, Adelphi edizioni 1995, pag. 86.
[2] E. Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla 1984, pag.30-34




7 dicembre 2025. Avvento 2a domenica
UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA

2 domenica avvento A

Preghiamo. Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra.  Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 11,1-10
In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme . Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante giocherà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.
Salmo 72  Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo  giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto. R.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra. R.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri. R.
Il suo nome duri in eterno, davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra. R.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  15,4-9
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: “Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”.
Dal vangelo secondo Matteo 3,1-12
In quei giorni, arriva Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea, dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”.
E lui, Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: perciò ogni albero che dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano il ventilabro e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.

UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. D. Augusto Fontana

Scenografia di un presepio.
Se dovessi costruire un presepio, le letture bibliche di questa domenica mi potrebbero ispirare gli scenari simbolici: Un tronco secco da cui spunta un germoglio fresco; un alito di vento che insemina polline; un ciclone che sradica; prati e città abitati da viventi in pace (ISAIA). Un leader che agglutina popoli e individui distribuendo pace e giustizia ai più deboli, fino ai confini della terra (SALMO). Un deserto attraversato da un sentierino che lo collega con la città; un fiume da attraversare; un eremita forte e debole come una voce che parla a una congrega di vipere; un agricoltore che raccoglie frutti buoni da alcuni alberi e taglia alla radice gli alberi infruttuosi; un’aia con sacchi di grano buono e un fuoco che brucia paglia (MATTEO).
Scenografia di una vita.
Ora si tratta di dare spessore esistenziale ai simboli. Ricostruisci tutta la scenografia dei testi biblici di oggi sostituendo ai simboli una situazione concreta personale e collettiva: qual è il mio tronco arido su cui invoco l’innesto del Germoglio? Quale situazione di vita familiare o lavorativa attende l’alito dello Spirito con i suoi doni? E dove temo o desidero il ciclone, la scure o il fuoco? Quale mutamento genetico mi ha trasferito dalla razza dei discepoli di Gesù alla razza delle vipere? Quali i degni frutti di conversione da fare? A quali ambienti e città nuove sto partecipando per celebrare l’Incarnazione edizione 2025? Io sono tra gli sbandati senza leader o sono tra i sedotti dal carisma di Gesù?
Insomma: cosa attendo, chi aspetto, cosa spero appassionatamente?
Un germoglio, un respiro, una pace (Isaìa 11,1-10).
Il capitolo 11 di Isaia si riferisce allo scontro tra il profeta e il re Acaz che, come il suo predecessore Ezechia, era un re che aveva deluso le attese dei fedeli di Dio. Il popolo sperava che la sua fedeltà alla Alleanza con Dio avrebbe portato un periodo di pace e benessere. Invece i due re avevano tradito queste attese. Isaia è convinto che Dio interromperà la monarchia, come un boscaiolo che taglia a pelo di terra il tronco di un albero che non dà frutto; tuttavia, il boscaiolo (Dio) non sradica l’albero ma innesterà un germoglio, cioè una realtà umile e debole che farà crescere un Movimento di uomini capaci di creare ciò che la monarchia non aveva creato.
All’epoca di Isaia le Campagne militari degli Assiri contro Israele si succedevano senza tregua, seminando morte, distruzione e deportazioni. Oltre alla guerra, si aggiungeva la decadenza morale e l’ingiustizia sociale anche fra la gente: latifondisti privi di scrupolo, usurai, giudici corrotti, benestanti privi di solidarietà. Isaia, dopo aver denunciato queste categorie popolari annuncia la venuta di Un Consacrato, che, insieme con un piccolo Resto di discepoli, cambierà lo stato delle cose.
Su di lui si poserà lo Spirito del Signore. Lo Spirito (in eb. Ruàh; in gr. Pnèuma) è “forza creatrice e riformatrice”; attraverso i suoi doni permettono al Germoglio/Messia di svolgere bene 3 servizi: capacità di vedere le cose dentro; aiuto ai poveri; denuncia di violenti e idolatri.  Estrema conseguenza di questi servizi sarà una società fraterna percorsa dalla Pace di Dio (Shalòm come benessere completo: psicofisico, individuale-collettivo). La Pace tra uomo e animali, tra Dio e uomo, fra gli uomini.
Un Dio paziente, ma un tantino deciso.(Matteo 3,1-12)
In quei giorni arriva Giovanni il Battezzatore. L’espressione “in quei giorni” è cronologicamente generica in Matteo, ma ribadisce ugualmente che l’annuncio di Gesù non è una questione astratta o ideologica, ma un racconto concernente dei fatti circostanziati in un’epoca.
Convertitevi. Non si tratta di un generico invito morale. Ci potrebbe essere un “cambiamento di mentalità” anche nel non-credente. Invece, il termine ebraico (sub) significa un ritorno ai patti di fidanzamento fatti con Dio; non è un rimorso o un ritorno a se stessi, ma un guardare negli occhi il proprio sposo (Dio) e lasciarsi convincere che è meglio e urgente tornare ad amarsi col cuore e con i fatti.  Matteo parla di frutto di conversione, al singolare, mentre Luca riferisce al plurale (frutti=buone opere). La differenza sta nel fatto che per Matteo la conversione è una modifica del motore e non delle gomme, della direzione e non dei percorsi alternativi. Tuttavia anche Matteo usa i verbi fare, produrre, fruttificare per indicare che comunque la conversione non è solo un sentimento interiore che non ha riscontri nelle scelte quotidiane.
Razza di vipere. La vipera rappresenta tutto ciò che avvelena e diffonde morte. La nostra esperienza ci dice che certe persone hanno la caratteristica di essere mortifere con il loro pessimismo o avvelenanti con la loro pigrizia soporifera o velenose con la loro intolleranza, come pure certe forme di religiosità sono mortifere perchè inumane. Ai  tempi di Gesù esistevano Sètte o Correnti religiose e politiche alla ricerca di una via d’uscita dal potere romano e dal paganesimo dilagante:

  • farisei (“i separati, i santi”): la salvezza sta nella circoncisione e nella tradizione.
  • sadducei, pragmatici e benestanti: la salvezza sta nel collaborare col potere.
  • zeloti, estremisti, fanatici: la salvezza è nella guerra santa e nello Stato teocratico.
  • esseni, monaci comunitari nel deserto: la salvezza è nel non sporcarsi col quotidiano della città.

Quali scelte di vita ci hanno portato un mutamento genetico tale da trasferirci dalla razza di discepoli di Gesù a quella mortifera, soporifera o avvelenante dei gruppi in circolazione oggi? E quale condizione ci classifica tra la paglia secca anziché tra il grano da mangiare e da seminare? E quale immobilismo ci trasforma in tronchi inariditi che sfidano la pazienza del Boscaiolo?
Il Regno dei cieli (di Dio) incombe, è qui vicino a te. Il Regno di Dio indica l’utopia che è nel cuore umano: la totale liberazione da tutti gli elementi che alienano e inquinano. In Gesù questa U-topia (che significa “un luogo che non c’è”) diventa Topìa (cioè “luogo che è qui”). Occorre cessare di essere atei pratici di Dio per diventare atei degli idoli e del sistema.
Leggete le Sante scritture e accoglietevi a vicenda.(Rom. 15,4-9)
Il brano di Lettera di Paolo, propostoci oggi, può diventare un programma da Avvento. Se non eroi, almeno diversi. Dio continua ad innestare i suoi germogli, lo Spirito di sapienza e fortezza continua a impollinare le coscienze, il grano buono si ammucchia, le conversioni accadono oggi, il Regno di pace e giustizia ha già iniziato la sua avventura nelle città, i precursori di Gesù abitano le sterminate aridità di oggi.
Siano rese grazie a te, Signore! E se proprio non riusciremo ad essere eroi, almeno aiutaci a venirti incontro, diversi.




Racconto per Natale
LA SPINA NELLA PRESA

LA SPINA NELLA PRESA

La maestra, con sussiego, chiese: «Bambini! In questo mese di dicembre, cosa aspettiamo?».
Tutti i bambini in coro: «Il Nataaaale!».
Con un impercettibile movimento del labbro e un corruccio della fronte, la maestra, cattolica ben piantata, comunicò il proprio disappunto: «Non il Natale, bambini, ma Gesù! Noi aspettiamo Gesù!».
Silenzio in aula. Poi qualche fruscio, un rumore di sedia e finalmente il più sfacciato parlò: «Ma come facciamo ad aspettare Gesù? Il parroco ci ha detto che è già venuto e non è più andato via. Quindi io aspetto il Natale!».
Si racconta che la maestra fu sull’orlo di una crisi di nervi. Il clima, fuori, era bigio. Sembrava che l’alba non fosse ancora sorta. Tutte le luci erano accese. Un proiettore di diapositive puntava dritto il suo cono di luce sulla parete. D’improvviso tutto si spense. Blackout nel quartiere. La spina del proiettore fu sfilata dalla presa. Non si sa mai; potrebbe saltare la resistenza. Pochi attimi di confusione e poi fu ancora luce. Ma il proiettore restò spento. Tutti i bambini puntarono gli occhi sul quel mostriciattolo dall’occhio spento.
«Maestra! Perchè è tornata la luce e il proiettore non si è acceso?» disse Fabio.
La maestra ebbe un sussulto interiore. «Ecco l’esempio giusto» pensò. «Vedete, bambini, – disse- , la corrente elettrica è arrivata per tutti, anche per noi. Ma noi non abbiamo inserito la spina nella presa. Non basta che ci sia corrente nei fili; bisogna inserire la spina. Fabio! Inserisci la spina, per favore».
L’occhio del mostriciattolo di plastica grigia aprì la sua palpebra e puntò il suo sguardo luminoso sulla parete a ridisegnare il cono rotondo e perfetto di luce.
La maestra, soddisfatta dell’ottima occasione a portata di mano catechizzò: «Gesù è la corrente elettrica venuta tra di noi. Lui aspetta che noi inseriamo la spina della nostra vita nelle sue idee e nei suoi esempi per catturare la sua energia e per proiettare sugli altri il nostro fascio di luce».
Scattò una ridda di domande e osservazioni: «Maestra, ma non ci si scotta vicino a Gesù?…. Maestra, ma se io tocco Gesù prendo la scooossa?».
Fabio, quello della spina, alzò la mano: «Allora in dicembre è Gesù che aspetta noi, perchè Lui è già venuto, ma noi non siamo ancora andati ad incontrarlo!».
E questo intervento fu, per la maestra, come 20 gocce di Lexotan. La crisi incombente di nervi le era passata.




30 novembre 2025. AVVENTO 1a Domenica
VEGLIATE DUNQUE

1 domenica avvento A

ISAIA 2, 1- 5

Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.
[2]Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sui colli; ad esso affluiranno tutte le genti.
[3]Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri».
Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.
[4]Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. [5]Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.

Salmo 122. Andiamo con gioia incontro al Signore.
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele, per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.
Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.
Lettera ai Romani 13, 11-14
E’ ormai suonata  l’ora (kairòs)di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino.
Perciò:  gettiamo via le opere delle tenebre, indossiamo le armi della luce, comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.
MATTEO 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.  Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.  Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

VEGLIATE, DUNQUE. Don Augusto Fontana

Invidio chi aspetta qualcuno. O qualcosa. Invidio la gente di buona volontà in Israele e Palestina; invidio i monaci che vegliano nell’ansia paziente; invidio la ragazza che attende la licenza del fidanzato militare in Libano; invidio Francesca e Marco che tra pochi giorni partoriranno. Li invidio tutti, e altri ancora, perchè io, al massimo, divento uomo dell’attesa impaziente solo alla fermata dell’autobus o allo sportello del Cup.
ISAIA. «Venite, camminiamo alla luce del tempio del Signore».
L’Oracolo di Isaia è pronunciato in un momento di crisi politico-religiosa: il popolo cerca delle alleanze politiche e non Dio. Il contesto storico lo si può capire da Isaia 2,7 (poche righe dopo il testo liturgico di oggi) nel quale possiamo riconoscere anche il nostro tempo: «Il paese è pieno di argento, oro e tesori; molti sono i cavalli e i carri da guerra; è pieno di idoli e la gente adora l’opera delle proprie mani».
Per facilitare la lettura di oggi evidenzierò alcuni termini attorno a cui è organizzato il messaggio:
– Il monte del tempio del Signore più alto dei miei tempietti;
– convocazione universale di “tutti i popoli”;
– pace messianica.

Rivisitiamo i temi del messaggio di Isaia.

  • Il monte del tempio del Signore. Sarà eretto più alto di tutti i monti. Non ti fa venire in mente lo sforzo umano della torre di Babele in Genesi 11,1-9? Nella logica dell’Avvento, questo Tempio del Signore è la carne di Gesù di Nazaret, Tempio del Dio vivente. Sopra alle vette delle montagne e delle torri che ho costruito nella mia coscienza e nella mia organizzazione sociale e familiare, c’è da attendere che Lui svetti più in alto. Nella mappa della nostra coscienza e del nostro vivere collettivo possiamo rilevare tanti tempietti e boschetti religiosi; sono le nostre architetture babeliche. La persona di Gesù è più in alto o più in basso? La grande attesa è incominciare a desiderare, con impazienza e con pazienza, che svetti questa guglia.
  • Tutti i popoli. L’universalismo di Isaia farà fatica a farsi strada nel sovranismo di Israele. Le epifanie di Gesù hanno sedotto molti, soprattutto quelli che non erano ritenuti degni di appartenenza ai circoli esclusivi dei puri e dei praticanti: «Questo è il mio sangue sparso per voi e per tutti». L’ansia esclusivistica prevale, oggi, sull’ansia inclusiva ed estensiva. Le strategie diffusive le lasciamo, purtroppo, gestire solo ai centri di marketing delle aziende per collocare i prodotti su mercati sempre più vasti. L’Avvento è partecipare all’ansia estensiva di Gesù: «camminare, salire, affluire, andare» sono i verbi dell’uomo davanti alle epifanie di Dio. Il Tempio che sogna Isaia non è più il Tempio in cui si offrono sacrifici cruenti e culti esteriori, ma è il Tempio dove il Signore indicherà le sue vie e ci darà la forza di camminare sui suoi sentieri (vers.3). L’Avvento è tempo di strategie di accostamento, è tempo per lasciarci sedurre e abbordare da Lui.
  • L’arte della pace. E’ l’arte del trasformare la lingua da punta che ferisce in vomere che ara la durezza dell’interlocutore; è l’arte del trasformare le fabbriche di armi in fabbriche per lo sviluppo. Come confermato dagli ultimi dati NATO, nel 2025 la spesa per la difesa in Italia è prevista raggiungere il 2% del Pil, con un aumento del 38,5% rispetto al 2024 quando era all’1,5%. L’Avvento è la beatitudine di accogliere il Gesù della pace integrale: quella con Dio anche nel momento in cui si rivela come Mistero, quella col coniuge e col collega, quella di una politica ragionata e non rissosa, quella dei deboli e non dei forti, quella basata sulla coscienza prima ancora che sulle leggi. Nel Messaggio per la 10° Giornata mondiale per la cura del creato Papa Leone esorta a “far seguire alle parole i fatti. (…) Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza”. 

PAOLO. Tempo di svegliarsi e rivestirsi.
Il brano appartiene al Cap. 13 della Lettera di Paolo ai Romani scritta dopo solo 24 anni dalla risurrezione di Gesù. Paolo, dopo aver svolto profondissime riflessioni sul mistero di un Dio che salva gratuitamente, tira alcune conseguenze etiche per il comportamento del cristiano. Nel Cap. 12 dice: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto umano e spirituale». Per Paolo, dunque, il vero culto si celebra con gli strumenti della vita quotidiana e ne offre alcuni esempi nei capitoli 12 e 13. Al termine del capitolo 13 egli offre la ragione fondamentale di questi atteggiamenti cristiani: ogni ora della nostra vita deve diventare la dimostrazione che stiamo vivendo non più nella notte dello smarrimento, dell’incoscienza e della pigrizia, ma nel giorno pieno del passaggio del Signore. Nel linguaggio biblico esistono due termini per indicare il tempo:

  1. Kronos = i secondi, i minuti, le ore dell’orologio. Quel tempo che scivola via senza arte né parte, routinario, annoiato, senza sbocchi. Quel tempo ansiogeno che accatasta un’attività dopo l’altra, come quintali di rifiuti non smaltiti sui marciapiedi della nostra vita.
  2. Kairoi = gli appuntamenti gioiosi; le scadenze severe e cariche di responsabilità; l’ora delle firme che impegnano e dei patti che coinvolgono; gli eventi che ti cambiano la vita.

Possiamo evidenziare alcuni temi attorno a cui si sviluppa il messaggio del brano:

  • svegliarsi
  • spogliarsi del pigiama (l’abito della notte, le opere delle tenebre)
  • rivestirsi del Signore Gesù (gli abiti da lavoro onesto e quelli per la festa fraterna).

Il tempo dell’Avvento è Kairòs, ma io ho ancora addosso il pigiama da notte e ho dato una manata decisa a quella maledetta sveglia che ha suonato. Mi sono girato e sto riaddormentandomi. Hanno anche suonato alla porta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3).

MATTEO. Travolti da cose buone, dimentichiamo Dio.
Come riconoscere i segni premonitori di una scadenza carica di responsabilità? Come accorgersi della venuta del Signore? Per rispondere a queste domande, l’Evangelista Matteo, nel Cap. 24 mette in campo 3 parabole: quella del fico, quella del diluvio e quella del ladro. Nel brano odierno vengono citate le ultime due.
Attendere (AD-TENDERE) non significa “aspettare”, ma “TENDERE-A”. E l’Avvento non è preparazione alla festa del Natale.  Il compito della liturgia di Avvento è farmi uscire dall’asfissia del presente: un presente che mi anestetizza o mi droga o mi culla o mi sovreccita. Sì, perchè oggi ho ridotto il mio tempo (Kronos) a dormire o correre. La liturgia introduce una alternativa: svegliati, fermati e inginocchiati! Nel brano del Vangelo è ben descritto chi vive con affanno il presente, drogato dall’attivismo: la vera malattia del sonno della fede è non accorgersi della relazione con Gesù. Osserviamo bene le attività umane elencate da Gesù: mangiare, lavorare, sposarsi. Non sono scelte disumane o peccaminose. Noi dimentichiamo Dio, travolti da cose buone.
La frase “uno sarà tolto e l’altro verrà lasciato” vogliono indicare che la vita è una partita che si gioca senza tempi supplementari. C’è chi viene preso e travolto e chi viene liberato. Il rischio di distrarsi è forte. Il rischio di dormire altrettanto. Il sonno, per i vangeli, rappresenta il rifiuto di stare con Gesù. Nel racconto della Trasfigurazione e nell’agonia del Getsemani, i 3 discepoli testimoni “erano oppressi dal sonno”; il termine greco upnò richiama l’ipnosi, l’ubriacatura, la vertigine. Siamo quindi invitati a evitare di lasciarci andare, di galleggiare. Spesso si galleggia e si sopravvive anche in una fede non morta, ma che vive di rendita. Il cristiano dell’Avvento è un appassionato inquieto del Regno di Dio: Venga il tuo Regno!
Viviamo tempi senza progettualità, quasi alla giornata, dove ci si riduce a rimanere a galla, a sopravvivere, a tirare a campare, a tirarsi fuori dai fastidi. Occorre ritrovare in Gesù stesso il progetto unitario della vita, il Kairòs che rimette in moto un ripensamento sui modelli di vita, di consumo, di lavoro, di relazioni. L’Avvento è un buon tempo per rimettersi seduti con Dio, ma senza pantofole. La vigilanza è un dinamismo costruttivo.




23 novembre 2025. Festa di Gesù-Signore
UN RE COL GREMBIULE

Preghiamo. O Dio Padre,  che ci hai chiamati a regnare con te  nella giustizia e nell’amore, liberaci dal potere delle tenebre;  fa’ che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso.  Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dal secondo libro di Samuèle 5,1-3
 In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero (dall’ebraico mašīaḥ=messia)  Davide re d’Israele.
Salmo 121. Andremo con gioia alla casa del Signore.
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi  alle tue porte, Gerusalemme!
È là che salgono le tribù,  le tribù del Signore, secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési 1,12-20
 Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre
e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione,  il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza
e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Dal Vangelo secondo Luca 23,35-43
 In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».  Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male (niente fuori luogo; dal greco: udèn àtopon)». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «Amen io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

UN RE COL GREMBIULE. D. Augusto Fontana

L’ultima domenica dell’Anno liturgico accentua le connotazioni della festa di Pasqua-Ascensione. La festa di oggi, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Gesù di Nazareth: «Cristo è morto ed è ritornato alla vita per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,9). Paolo, nelle sue Lettere, per 243 volte chiama Gesù con l’attributo di Signore e 358 volte lo chiama Cristo; ma è cosciente che questi titoli, di origine pasquale, portano scompiglio: «noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stupidità per i pagani» (1 Cor 1, 23). Crocifisso…scandalo…stupidità (in greco: morìan). Parole blasfeme per orecchie pie e devote.
“Cristo Re”, è l’opposto di ciò che Gesù di Nazareth è stato: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc. 22,27). “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”(Mt. 20,28).
Oggi il 2° Libro di Samuele e l’Inno liturgico riportato dalla Lettera ai Colossesi privilegiano titoli solenni: Re, Capo, Pastore, Messia, Signore, Christòs, Primogenito. Parole strane, d’altri tempi. Parole che hanno tuttavia travolto e trasfigurato mistici, martiri, discepoli. Ma che a me oggi – forse per mia colpa – non mi svelano granché, non mi scardinano, non mi buttano in ginocchio, non mi fanno trattenere il fiato, non mi accelerano i battiti. Eppure sono ancora curioso. Cosa avrà voluto dire l’apostolo Tommaso con quel suo «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28)? E Marta e Maria: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11, 21.32)? E Maria di Màgdala quando annuncia ai discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18)?
E poi: che senso avrà oggi il “Cristo Re” per i cristiani della Nigeria dove tra il 2019 e il 2025 quasi 20.000 battezzati sono stati uccisi in attacchi mirati a causa della loro fede?
I discepoli di Gesù, di ieri e di oggi, spesso sono tentati di sognare poltrone, visibilità, invidiabili share, ola da stadio: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate”» (Mc 10,35-38).  Lui, il maestro laverà i loro piedi dicendo: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri» (Gv 13,13-14). E sul Golgota, alla sua destra e sinistra ci saranno due banditi con-crocifissi. Nel Vangelo di Giovanni, dopo la narrazione del segno della condivisione dei pani e dei pesci, viene detto che “Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (6,15). E quando Giuda sta per consegnare Gesù si sente chiamare così: « Amico…» (Matteo 26,50).
Dunque Gesù servo e amico più che re. Allora decidiamoci una buona volta di fare una petizione al Papa per cambiare la festa di CRISTO RE in festa di CRISTO SERVO. Toglierebbe molti equivoci, a partire dalle motivazioni originarie della festa istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo e per rivendicare il ruolo di una chiesa regina[1].
Già il Concilio Vaticano II aveva dato una sterzata: “Lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della solidarietà umana. Prese parte alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i pubblicani e i peccatori. Ha rivelato l’amore del Padre e la magnifica vocazione degli uomini ricordando gli aspetti più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e immagini della vita d’ogni giorno. Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae origine la vita sociale. Si sottomise volontariamente alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita di un artigiano del suo tempo e della sua regione. Nella sua predicazione ha chiaramente affermato che i figli di Dio hanno l’obbligo di trattarsi vicendevolmente come fratelli. Anzi egli stesso si offrì per tutti fino alla morte, lui il redentore di tutti. «Nessuno ha maggior amore di chi sacrifica la propria vita per i suoi amici» (Gv15,13)[2].
Un re da burla.
Il trono di Gesù, di volta in volta, fu una mangiatoia per animali, un palo sospeso, un catino, una mensa, un asinello. E per ambasciatori si scelse affamati, assetati, nudi di casa e di vestiti, ammalati, carcerati, stranieri impuri. Un re da burla: «intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, si burlavano di lui dicendo: “Salve, re dei Giudei” e gli sputavano addosso» (Matteo 27,29-30). Macabra liturgia di investitura regale.
Luca ha sviluppato il racconto della crocifissione con sapiente abilità compositiva indirizzandolo al suo particolare interesse di annuncio. Gesù appare come il prototipo del martire che affidandosi a Dio sopporta ogni derisione. Nella richiesta di perdono per i carnefici e nella parola a uno dei delinquenti egli si mostra come il salvatore dei peccatori. La scena della crocifissione è un dramma sacro, una liturgia[3]: «Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui… Il popolo stava a guardare… Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando queste cose» (Luca 23,27.35.48-49). Ai piedi della croce si va formando la sua e nostra comunità. I conoscenti di Gesù e le donne rappresentano il nucleo della Chiesa.
Visto che tutti “assistevano da lontano”, chi avrà raccontato a Luca questo dialogo di tre morenti che avevano ancora la forza di emettere fiato in agonia?  Luca è l’unico tra gli evangelisti che riporta questo dialogo. Forse si ricordava di aver scritto il capitolo 15 con le tre parabole della misericordia verso i perduti. Durante la passione Gesù incrocia 4 criminali: Barabba liberato durante il processo, il centurione che glorifica Dio dicendo “veramente quest’uomo era giusto” e i due crocifissi con lui di cui uno “santificato”.  Per ora è un raccolto che sta nel palmo di una mano per questo Rabbi-agricoltore che ha seminato e sprecato a piene mani. Gesù non è un re politico arruffapopolo che agglutina le masse; si rivolge spesso, e anche qui, all’uno, a me o a te come se non esistesse nessun altro.
La catechesi di Luca si concentra sulla triangolazione di un dialogo:

  • «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».
  • «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di straordinariamente fuori luogo
  • «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
  • «Amen io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Dio aveva posto l’uomo in un giardino di delizie (in ebraico: gan ‘eden); giardino che verrà poi chiamato in greco paràdeisos che designa un giardino recintato, un parco. Vale la pena citare il libro del Cantico dei cantici (4,13): «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, i tuoi germogli sono un paradiso di melograni, con i frutti più squisiti». Il giardino chiuso o paradiso non è un luogo ma è una persona amata: “sarai con me” come ora “sei con me”.
 Qual è il senso e la portata di questa festa per la mia e tua esistenza?

  1. Riconoscere che Cristo è mio-re significa adattarmi gradualmente a pensare che Lui è Dio vivo, e quindi – come diceva il Card. Martini[4] – «significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo».
  2. Riconoscere che, per Gesù, regnare significa servire ci porterà a capire «che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[5].
  3. Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benché piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
  4. Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato potrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua pratica messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi. Domenica scorsa anche tu, forse, hai vissuto la 9a Giornata mondiale dei poveri. Papa Leone, tra l’altro, ha scritto: «I poveri non sono un diversivo per la Chiesa, bensì i fratelli e le sorelle più amati, perché ognuno di loro, con la sua esistenza e anche con le parole e la sapienza di cui è portatore, provoca a toccare con mano la verità del Vangelo…I poveri sono al centro dell’intera opera pastorale. Non solo del suo aspetto caritativo, ma ugualmente di ciò che la Chiesa celebra e annuncia. Dio ha assunto la loro povertà per renderci ricchi attraverso le loro voci, le loro storie, i loro volti. Promuovendo il bene comune, la nostra responsabilità sociale trae fondamento dal gesto creatore di Dio, che dà a tutti i beni della terra: come questi, così anche i frutti del lavoro dell’uomo devono essere equamente accessibili. Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità».

[1] Dall’Enciclica Quas primas di Pio XI: «La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio… La celebrazione di questa festa sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi ».
[2] Gaudium et spes n. 32
[3] Josef Ernst, Il vangelo secondo Luca. Vol. 2°, Morcelliana, 1990, pag. 891
[4] C.M.Martini, Il giardino interiore. Una via per credenti e non credenti, PIEMME.
[5] O. Clèment in “Il potere crocifisso”, Qiqajon