In Francia sempre più persone scelgono la Chiesa cattolica

In Francia sempre più persone scelgono la Chiesa cattolica
di Andrea Galli
26 marzo 2026 (AVVENIRE) 

Superate anche le più rosee previsioni: c’è un aumento di quasi il 20% nei battesimi rispetto allo scorso anno. Crescono anche gli adulti che chiedono la Cresima

Le previsioni formulate su Avvenire all’inizio della Quaresima indicavano il superamento della soglia simbolica dei 20mila catecumeni in Francia. I dati ufficiali diffusi ieri (25 marzo) dalla Conferenza episcopale d’Oltralpe, riunita in assemblea plenaria a Lourdes, hanno confermato di gran lunga le previsioni. Dal dossier preparato dei vescovi emerge che nella prossima notte di Pasqua saranno battezzati 21.386 catecumeni, tra cui 13.234 adulti e 8.152 adolescenti. L’incremento rispetto al 2025 è oltremodo significativo: quasi +20%, con una crescita più marcata tra gli adulti (+28%) rispetto agli adolescenti (+10%). Per questi ultimi, il dossier precisa che il dato riguarda 89 diocesi, pari al 90% del totale, e che non è esaustivo perché non tutte le diocesi dispongono di un servizio dedicato al catecumenato adolescenziale.
Dal punto di vista anagrafico, il fenomeno è sempre più giovane. Tra gli adulti, la fascia 18-25 anni rappresenta il 42% dei battezzati, seguita dai 26-40 anni con il 40%; i 41-65 anni sono il 17%, mentre gli over 65 si fermano all’1%. Le donne restano maggioritarie, pari a circa il 62% del totale, mentre tra gli adolescenti la quota femminile sale al 65%, contro il 35% dei ragazzi.
Dal punto di vista professionale, i catecumeni adulti provengono prevalentemente dal lavoro dipendente: il 34% è composto da operai, tecnici e impiegati. Una quota rilevante è rappresentata anche dagli studenti (25%), mentre l’11% comprende insegnanti e figure con responsabilità di coordinamento. Seguono i lavoratori autonomi e le libere professioni (8%). Più contenute le altre categorie: il 4% è disoccupato, il 2% è costituito da genitori a casa e l’1% da pensionati. Nel complesso, i dati rispecchiano quelli dell’anno precedente.
La distribuzione territoriale resta prevalentemente urbana (71%), ma il fenomeno è ormai ben presente anche nelle aree rurali (29%).
Dalla rilevazione condotta su 1.450 catecumeni emerge che il percorso verso il battesimo nasce soprattutto da esperienze personali profonde. Il 40% indica come decisiva una prova della vita, come una malattia o un lutto, mentre il 34% parla di un interrogativo sul cristianesimo e il 32% una forte esperienza spirituale. Il 23% è stato colpito dalla bellezza di un luogo religioso, il 22% dalla lettura della Bibbia e il 19% dalla testimonianza di cristiani, in famiglia o tra gli amici. Più contenuto il peso delle relazioni dirette, come il fatto che un parente abbia chiesto il battesimo (16%), e ancora più marginale l’influenza dei social media e degli influencer cristiani, indicata solo dall’11% degli intervistati.
Accanto ai battesimi, cresce anche il numero degli adulti che ricevono il sacramento della Cresima: nel 2025 sono stati 11.218, contro 9.427 nel 2024 e 6.889 nel 2023, segno che l’aumento riguarda più in generale i percorsi di iniziazione cristiana nella Chiesa cattolica francese.




29 marzo 2026. Domenica di passione
Gesù io e i poveri cristi

Domenica di passione

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce![1] Matteo da 26,14 a 27,66

 «Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare». Così ci disse Papa Francesco nella sua meditazione nella preghiera di venerdì 27 marzo 2020. E noi domenica abbracceremo il Vangelo della Passione secondo Matteo. I racconti evangelici della passione/resurrezione sono un Vangelo nel Vangelo, un finale sinfonico che ci fa capire tutta la melodia precedente, una lente interpretativa con cui capire parole e fatti accaduti prima.
PREMESSA AL RACCONTO: tradire…consegnare…
Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso».
Matteo registra che Gesù affida più che mai il Vangelo alla testimonianza della propria vita. È come un’omelia afona affidata alla vita: ora è il tempo della consegna. Per 14 volte Matteo ripete che Gesù viene consegnato, sta per essere consegnato, c’è uno che lo consegna… Ricordiamo che traditore vuol dire consegnatore. Tradire è esatta traduzione del latino tradere = consegnare. Gesù è un consegnato e non parla più o dice molto poco: il Gesù della passione è il Gesù che sta zitto e accetta di essere ridotto a un pacco che passa di mano in mano. E’ l’accettazione dell’impotenza. Ma per Matteo è Gesù che “mena lo spago”, non sono gli altri; non sono vicende che gli piovono addosso.
1 – La Cena pasquale (26,14-29).
Terminati tutti questi discorsi Gesù disse ai suoi discepoli: Sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo è consegnato per essere crocifisso (Mt 26,1). Gesù dice: Fra due giorni è Pasqua. È nella circostanza della Pasqua che Gesù viene consegnato per essere crocifisso.  Matteo precisa che i discepoli chiedono: «Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua?»; i discepoli vanno a preparare, ma è lui che deve compiere la Sua Pasqua. Noi quest’anno non celebreremo in assemblea la “nostra” Pasqua, ma parteciperemo alla “Pasqua di Gesù”.
 Uno di voi mi consegnerà (tradirà) … In ciascun discepolo c’è il dubbio che ciascuno possa essere un potenziale traditore, uno che “lo consegna”, che lo molla in mano ad altri. Ciascuno senta le parole di Gesù come rivolte a se stesso.
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»… Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». I discepoli si rivolgono a Gesù con il titolo di “Signore”; Giuda invece lo chiama “maestro”. E’ una sottolineatura intenzionale e unica di Matteo. Gesù non è solo Maestro, ma Signore. Se Gesù è solo un maestro è più facile per me andarmene a cercare un altro. Se Gesù è il Signore, non è rimpiazzabile.
…Mangiate… In Genesi 2,17 Dio aveva intimato «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare».  Ora pare che quel divieto sia tolto. Gesù è il frutto che possiamo cogliere e mangiare. Uno vive di ciò che mangia: mangiando di Lui viviamo di Lui.

2- Al Getsemani (26,30-56)
…«Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia (inciamperete su di me) in questa notte. Sta scritto infatti…». Giovanni Battista, gli abitanti di Nazareth, i farisei si erano scandalizzati di Gesù. Ora sono i discepoli che patiscono lo scandalo.
…E Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai…Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli. Pietro ha il coraggio di dire: io non mi scandalizzerò mai, io non ti rinnegherò. E non ce la farà, povero Pietro. Matteo ha il coraggio di dire che anche Giuda si pente[2] e più di Pietro. Si pentì, dice Matteo. E va a buttare le monete, e subito dopo però va anche ad impiccarsi. In 2 Cor 7,10 Paolo parla di una tristezza secondo Dio e di una tristezza secondo il mondo. La tristezza secondo Dio opera il pentimento, la tristezza secondo il mondo genera, al massimo, un senso di colpa senza speranza.
…Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Dimorate qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Episodio di grande importanza per capire la passione che segue. E’ una scena di rivelazione. Mentre la Trasfigurazione (Mt 17,1-9) rivelava in anticipo la gloria del Figlio dell’uomo pur incamminato verso la croce, qui viene rivelata la profonda umanità del Cristo, la sua “debolezza”. Quest’uomo che prova “tristezza e angoscia” è il portatore di una Rivelazione che il discepolo non comprende: anziché vegliare e condividere, si abbandona al sonno. Occorre notare un duplice movimento del racconto: da una parte Gesù che si allontana da solo (quasi a dire che la sua preghiera è un mistero inaccessibile); dall’altra Gesù che si avvicina ai discepoli intontiti. I racconti che seguono (processo, condanna, insulti, crocifissione) sono la faccia esposta della passione, i fatti, la cronaca; qui ci viene svelata la reazione intima di Gesù. E come reagisce la sua chiesa.
Getsemani (eb. Gat shemanim) significa torchio degli oli. Qui sarà torchiato colui nel quale la terra darà il suo frutto (salmo 67,7). Dalla sua umanità spremuta uscirà l’essenza del figlio.
Dimorate qui e vegliate…. rimanete (in greco: meinate da menô= continuare ad attendere qualcuno). Discepolo è colui che fa della passione di Dio per il mondo la propria dimora.
…cominciò a rattristarsi e angosciarsi… Questa notte comprende tutte le nostre notti. Il Figlio ci si immerge e le riempie della sua presenza. Gesù dice di vegliare con lui. In questa notte non siamo soli: lui è con noi e noi con lui.
…«Abbà». Da ora in avanti in ogni abisso, da una sponda all’altra del caos, risuona la voce del Figlio verso il Padre: «Abbà».
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?». Gesù si rivolge di continuo alternativamente al Padre e ai discepoli, sperimentando il silenzio di tutti. Lui sta tra noi e il Padre, è l’inter-cessore (in latino: inter-cedere=camminare in mezzo), colui che si mette in mezzo e cuce la lacerazione. Pietro Giacomo e Giovanni furono i testimoni della trasfigurazione (17,1); ora sono i testimoni della sfigurazione. Allora brillava la divinità nell’umanità di Gesù, ora la divinità fa trasparire la sua umanità.
... dormite ancora e riposate? Sarebbe meglio tradurre la frase come una domanda anziché, come le solite traduzioni, con una constatazione, poiché subito aggiunge “Svegliatevi, andiamo”.
… Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni… Le folle che erano andate dietro a Gesù sono le stesse che adesso cercano di impadronirsi di Gesù. Dove non basta il denaro si ricorre a spade e bastoni. Appropriarsi di Dio e dell’uomo: è questo il peccato. Una delle parole-chiave del brano potrebbe essere “impadronirsi” (gr. krateô) usato ai vv. 48, 50, 55, 57.
Anche i tre interventi verbali di Gesù possono costituire parole-chiave: 50, E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!»….52: Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero…55: Allora Gesù gli disse: «Come contro un brigante siete venuti per prendermi….
Giuda gli si avvicina, lo bacia gli dice: Rallegrati, Rabbi. Il verbo rallegrati (in greco chaire=rallegrati) è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28), che ripete l’annuncio del profeta Sofonia (3,14) a Israele: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme»). E’ un normale saluto, ma costituisce anche un’ironica “annunciazione”. E Gesù gli dice: Amico, usando un’espressione che Matteo usa in altri 3 casi[3]. Giuda è l’unica persona che Gesù chiama “amico”[4]. Sembra che Gesù abbia come sfondo il salmo 56(55), 13-15: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa».
… uno di quelli che erano con Gesù colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Il nostro zelo non colpisce il nemico alla testa. Gli taglia solo l’orecchio: gli toglie la possibilità di ascoltare la Parola.
…Rimetti la spada nel foderoSpesso, nella Chiesa, dalla “crociate” in giù, si è ragionato così: Dobbiamo essere forti e non lasciarci calpestare da musulmani o da uno Stato laico e materialista. E’ una corruzione dell’evangelo.
…Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono…Ciò che mi fa scappare è un Dio impotente.
3- Il processo giudaico (26,57 – 27,10).
Gesù e condotto nel palazzo di Caifa, sommo sacerdote. Il racconto ha due scene congiunte: nella prima il protagonista è Caifa e nella seconda è Pietro. L’istruttoria non è sincera dicendoci che cercavano una ” falsa testimonianza“. L’unico atto di accusa che riescono a trovare è una parola di Gesù sulla distruzione del tempio. L’accusa verrà ripresa dai passanti sotto la croce (27,40): ” tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso“. Anche ai discepoli Gesù avevano detto (24,3): “Amen vi dico, non resterà pietra su pietra“.
…Ma Gesù taceva…Gesù tace per compiere la profezia di Isaia 53,7 “maltrattato egli accettò la umiliazione e non aprì la sua bocca, come un agnello condotto al sacrificio“. Quando il sommo sacerdote gli chiede di identificarsi, Gesù parla di se stesso come del figlio di Dio.. il Cristo. Ora lo si può riconoscere come Dio: non c’è più rischio di ambiguità. Dio è questo “consegnato” e di cui tutti si sono “impadroniti”. Una bestemmia, come dice il sommo sacerdote.
…Che ve ne pare?...La domanda è rivolta al Sinedrio, ma ovviamente a noi: tu che ne dici?
…Sputarono…Per un attimo il volto umano di Gesù si scopre per rivelare il suo volto divino e gli uomini gli rimettono il velo coprendolo di sputi. Per meglio comprendere la scena degli oltraggi occorre confrontarla con la profezia di Isaia 50,6 da cui la descrizione evangelica sembra dipendere: “ho presentato il mio dorso alle percosse, le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto il mio volto gli schiaffi e agli sputi“.
…Pietro lo seguiva da lontano…Gesù gli aveva chiesto “Seguimi”. Pietro per ora lo fa a modo suo: “da lontano”. Anche Pietro subisce un piccolo processo. Un Pietro che si allontana sempre più, anche scenicamente: all’inizio è seduto nel cortile; dopo la prima accusa va verso l’atrio; dopo la seconda esce in strada. E’ un Pietro che si allontana sempre più da Gesù. La riflessione che fa Matteo è che questo tentativo di Pietro di restare fedele diventa l’occasione esplicita del suo rinnegamento. Pietro sta con Gesù più degli altri e rischia più degli altri. E notiamo la progressione del suo (e nostro?) rinnegamento:Pietro negò davanti a tutti … non conosco che cosa tu dici … negò di nuovo, giurando: non conosco l’uomo….cominciò ad imprecare e a giurare: Non conosco l’uomo. Pietro non mente quando dice di non conoscerlo. Per la prima volta si accorge di non conoscerlo. In Mt l0, Gesù aveva detto: Chi mi confesserà davanti agli uomini, io lo confesserò davanti al Padre. Chi non mi riconoscerà davanti agli uomini, io non lo riconoscerò davanti al Padre mio. Pietro ha una chiara coscienza del punto in cui è arrivato; piange quando si ricorda della Parola che gli aveva detto Gesù! Attendo anch’io una Parola che mi svegli come il chicchiricchio di un gallo mattutino. La vita del discepolo è un continuo prostrarsi dubitando.
4- Il processo romano (27,1-31).
Matteo inserisce, prima del processo romano, un’ampia parentesi: il suicidio di Giuda; quasi una scena cuscinetto. La scena serve a illuminare non tanto la morte di Giuda (per la quale Matteo spende pochissime parole), ma i “30 denari” (espressione che ricorre 4 volte) e il “sangue” (espressione che ritorna 3 volte). Pare che i ” 30 denari” facciano riferimento al testo di Zaccaria 11,12-13 dove si legge che un profeta-pastore, inviato da Dio, fu valutato da Israele per 30 sicli d’argento; nel libro dell’Esodo (21, 32), invece, trenta pezzi d’argento era il risarcimento dovuto al padrone nel caso che il suo schiavo venisse anche incidentalmente ucciso. Ora è il Messia in persona che è barattato per soldi.
Gesù e Barabba. Matteo dà a Barabba lo stesso nome di Gesù; infatti lo chiama “ Bar àbba” (figlio del padre) o Bar rabban (figlio del maestro)”. Dunque, per Matteo, l’alternativa che ci pone Pilato è molto netta: “Chi volete che vi rilasci: Barabba detto anche Gesù o Gesù chiamato Messia?”. Matteo non colora Barabba a tinte fosche, come fa invece Marco 15,7 (un rivoltoso, un omicida): dice solo che era “carcerato famoso”, senza giudizi negativi.
... liberò loro Barabba…. Barabba è il primo liberato da Gesù. Diventa davvero Bar-abbà=figlio del Padre.
Mentre Marco e Luca fanno ricadere la responsabilità della morte di Gesù sulle autorità giudaiche che sobillano la folla, Matteo accentua la responsabilità delle folle che vengono persuase dalle autorità giudaiche.
Il sogno della moglie di Pilato, caratteristica di Matteo, serve a proclamare l’innocenza di Gesù da parte dei pagani i quali si dimostrano più favorevoli dei giudei ad apprezzare la “giustizia” di Gesù.
5- Il calvario ( 27,32-61).
Simone di Cirene (ossia di origine africana) è lì con Gesù. Discepolo è colui che porta la propria croce. Qui addirittura porta la croce del Signore. Rappresenta la numerosa schiera di tutti poveri e i dannati della terra; tutti i piccoli del mondo sono cirenei.
... lo spogliarono. E’ la nudità dell’antico Adamo e ora del nuovo Adamo che non si nasconde più davanti agli occhi di Dio.
…gli diedero vino mescolato con fiele… si spartirono le sue vesti tirandole a sorte…lo insultavano scuotendo il capo… Ai condannati si dava una bevanda anestetica di vino e mirra (o incenso), come ricorda Marco 15,23 secondo le usanze: “quando un uomo dev’essere ucciso, gli si fa bere un grano d’incenso in una coppa di vino perché perda coscienza” (cf. Proverbi 31,6). Per Matteo invece gli viene dato fiele (salmo 68,22). Il salmo 68 è il salmo del giusto innocente perseguitato. Tra poco Matteo aggiungerà nel racconto che Gesù in croce prega il salmo 21, altro salmo del giusto e innocente perseguitato, di cui non solo cita la prima frase “Dio mio perché mi hai abbandonato“, ma anche il versetto 19 “si dividono le mie vesti, e sulla mia tunica gettano la sorte. Matteo continua la citazione del salmo 21 ricorrendo al versetto 9: “ha confidato in Dio, lo liberi (adesso) se gli vuole bene” e al versetto 7 «Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» come bene descrivono i versetti di Matteo dal 39 al 44.
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Due banditi o guerriglieri sono messi uno alla destra e uno alla sinistra, ironica allusione alla domanda della madre dei due figli di Zebedeo (20,21)[5]. Accanto a lui non ci sono i suoi discepoli bensì dei delinquenti (“è stato conteggiato tra gli empi” così profetizzava Isaia 53,12).
L’ora sesta è mezzogiorno; e l’ora nona sono le tre del pomeriggio. Sono le ore del buio in pieno giorno come era stato profetizzato da Amos (8,9): “in quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurare la terra in pieno giorno”. Il giorno del Signore tanto atteso dai profeti e da Israele si rivela essere tenebra e non luce; siamo come alla fine del mondo. Matteo in 24,29 riportava una parola di Gesù: “subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà e la luna non darà il suo chiarore… e allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo“.
La morte è descritta con una frase significativa: emise – rilasciò (apheken) – lo spirito“, modo di dire unico negli evangeli sinottici che quasi anticipa Giovanni 19,30 “diede lo spirito (paredoken to pneuma). Per tutti gli esegeti, queste frasi descrivono non solo l’inizio della risurrezione ma anche l’inizio della Pentecoste.
…Costui era veramente il Figlio di Dio…. Il libro del Deuteronomio (21,23) scrive: “il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno“. Questo testo insegna che colui che è appeso è una maledizione di Dio proprio perché in lui l’immagine di Dio che è nell’uomo viene deturpata, e la legge ebraica vuole porre un limite a questo scempio della immagine di Dio nell’umanità. Tutto il Vangelo dei tre sinottici corre verso questa dichiarazione, questo Credo dichiarato non dai discepoli o dalle discepole ma da un pagano che riconosce il figlio di Dio nel figlio dell’uomo, l’immagine di Dio nel volto tumefatto e sconfitto dalla morte.
…Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.  La scenografia che accompagna la morte (terremoto, apertura dei sepolcri, risurrezione, ingresso nella città santa) chiarisce la realizzazione della profezia di Ezechiele 37, la famosa profezia delle ossa aride che si ricompongono in un popolo di viventi.
….C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano…. Le donne, di cui Matteo fino ad ora non aveva parlato (a differenza di Luca) diventano le sole testimoni oculari della crocifissione e della sepoltura e in seguito protagoniste dell’annuncio pasquale. I discepoli sono fuggiti e dispersi. Vi sono però molte donne che, seppur da lontano, osservano. Il verbo usato è theoreo che indica non un’osservazione curiosa o neutrale ma contemplativa e partecipativa.
… in un sepolcro nuovo…. Profezia di Isaia 53,9: Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca. Il ricco Nicodemo porta una mistura di mirra e di aloe di cento libbre (45 kilogrammi! Un’esagerazione) destinata a emanare un prezioso profumo. Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betània, una esagerazione che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio “diffonde per mezzo nostro il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero. Noi siamo infatti… il profumo di Cristo” (2 Cor 2, 14s). Nella putrefazione delle ideologie, la nostra fede dovrebbe essere di nuovo il profumo che riporta sulle tracce della vita. Nel momento della deposizione comincia a realizzarsi la parola di Gesù: “In verità, in verità, vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Egli è il pane di vita capace di sfamare in misura sovrabbondante l’umanità. Sopra la sepoltura di Gesù risplende il mistero dell’Eucaristia.


[1] Appunti di A.Mello. Inoltre: Maggioni “il racconto di Matteo”. Editrice cittadella
[2] Mt. 27 [3]Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani [4]dicendo:  «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente».
[3] Mt 11,19 «Ecco un mangione e un ubriacone, amico dei pubblicani e dei peccatori».  Mt 20,13 «Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?».  Mt  22,12 «Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?».
[4] Nel greco classico il termine hetaîros (usato da Matteo) significa primariamente “compagno di mensa”.
[5] Mt 20 [20]Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo:  «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».  [22]Rispose Gesù:  «… non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio». 




22 marzo 2026. Domenica 5a Quaresima
ASPETTO

5° domenica Quaresima

Preghiamo.  Dio dei viventi, la tua gloria è l’uomo vivente; tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, ascolta il gemito della tua Chiesa e chiama a vita nuova coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Ezechièle 37,12-14
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò».
SalMO 129.  Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica.
Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore.
Io spero, Signore. Spera l’anima mia, attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora. Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia  e grande è con lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-11
Fratelli, quelli che seguono le inclinazioni dell’egoismo non possono piacere a Dio, perché vivono secondo il proprio egoismo. Voi, però, non vivete così: vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. Se invece Cristo agisce in voi, voi morite, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e il suo Spirito vi dà vita. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 11,1-45 (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 ASPETTO. Don Augusto Fontana

Il nostro Credo (Symbolum niceno costantinopolitano) non dice “credo” nella risurrezione dei morti, ma “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. La aspetto, la spero. Io sono tra quelli che la sperano. La spero come chi è stato ferito a morte dalla scomparsa di un familiare che era carne della sua carne, la aspetto come chi è sfinito dalle velenose porzioni di morti sul lavoro e stragi di guerra, la spera con chi vede i giorni rosicchiati dalla malattia o dalla vecchiaia. Molti la sperano con occhi accecati dalle lacrime, molti con occhi chiusi sul baratro della preghiera, molti mormorando un dolce o amaro rimprovero al Padre del Crocifisso: «Dio, se tu fossi stato qui mio fratello Gesù non sarebbe morto». Sì, perché la storia di Lazzaro racconta tutti noi e anticipa l’altro sepolcro, quello di Gesù, con bende, pianti, dubbi, dialoghi e stupori e incredulità e prostrazioni. Tutto ciò che accade a Betania accade nel giardino del sepolcro di Cristo. E la Chiesa di oggi si rispecchia in quella comunità credente, seppur ancora catecumena, di Marta, Maria e discepoli e in quella comunità spettatrice, curiosa e scettica dell’entourage giudaica. E al centro sempre Lui, Gesù, un Dio in ritardo sulle nostre attese, un Dio capace di amicizia e di pianto, un Dio che non teme la puzza di vite putrefatte, un Dio che chiama il mio nome «Lazzaro!» e mi interpella con una domanda: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà…. Credi tu questo?».  Signore, per ora non credo, ma lo attendo. Anche perché non so cosa intendi per “risurrezione”. Quando diciamo Dio, vita, morte, risurrezione, occorre il rispetto che ci ha chiesto la Bibbia: Non nominare invano, a sproposito…Anche quando diciamo RISURREZIONE occorre il silenzio rispettoso che si conviene al Nome di Dio. Tra l’altro quella di Lazzaro non fu vera risurrezione ma solo rianimazione di cadavere. Ma è un segno, un evento che ci fa sospettare di essere dirimpettai di un mistero davanti al quale non potremo mai dire “Adesso ho capito!”.
«”Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Gli dissero allora i discepoli:  “Signore, se s’è addormentato, guarirà”».   C’è un fraintendimento. Pare che Gesù e i suoi interlocutori parlino due linguaggi diversi. Anzi pare che Gesù attenda che ciò avvenga per poter procedere nel proprio annuncio. Gesù parla in una lingua diversa dalla nostra; il nostro ascolto è fatto a partire dalle idee che abbiamo già dentro di noi. È difficile imparare la lingua di Dio. Quando Gesù parlava della resurrezione o compiva opere stupende, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno perché gli eventi che sono al livello alto possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “risurrezione”, come “vita”; ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo farlo con cautela. Da una parte l’annuncio va gridato, dall’altra va taciuto.
Scoperchiare i sepolcri.
La parola “vita”, in questi tempi, rimbalza in ogni ambiente con sensi diversi. Chi non è per la vita? Tutti sono per la vita e però molti sono per la vita in modo mortale e la difendono accanitamente spargendo sangue. Noi dobbiamo essere dalla parte della vita, scoperchiando i sepolcri. Allora possiamo dire: “resusciterò” ma dopo che avremo in concreto lottato contro ogni opera di morte. A noi non compete far risuscitare, ma togliere la pietra, slegare, rimettere in pista. Dare una mano al nostro Dio. Marta reagisce: “Signore, già puzza… è di quattro giorni!”. Gesù incalza la fede debole delle sorelle e coinvolge anche gli spettatori con tre verbi imperativi: «Togliete la pietra… liberatelo…lasciatelo andare». Tutti possono fare qualcosa per la risurrezione di un morto, di una persona spenta, depressa, schiavizzata. Siamo invitati ad essere figli ed operatori di risurrezione, a partire dalle concrete piccole situazioni della vita quotidiana. Così pare ci riveli anche la straordinaria pagina della prima Lettura presa dal profeta Ezechiele: «Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe… Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete…L’ho detto e lo farò». (Ez. 37, 12-14). Il profeta scrive dall’esilio di Babilonia per svegliare il popolo alla fiducia e far riemergere l’orizzonte della fine della deportazione. Ma anche per noi il pericolo di vivere congelati nelle abitudini, rassegnati a subire ciò che gli altri decidono per noi, costituisce un vivere nei sepolcri. Il vento di Dio, il Suo soffio vitale ci spinge ad uscire, a “risorgere” dai nostri sepolcri: «Lazzaro, vieni fuori!». Ci chiama tutti per nome ad “uscire” dai nostri sepolcri. Forse ci crediamo vivi mentre siamo morti. Lazzaro è un nome promettente. Il suo significato ebraico è EL-AZAR (אֶלְעָזָר) che significa “Dio aiuta”.  Dunque la risurrezione è per noi una speranza fondata sulla Parola di Dio, ma la risurrezione è prima di tutto una strada da percorrere. Le nostre risurrezioni, i segni di risurrezione che poniamo, i piccoli passi di risurrezione che compiamo – in attesa di quelli definitivi – sono sempre fragili, precari, provvisori, incompleti. Ognuno di noi è tentato di rientrare in qualche “sepolcro” e deve ricollocarsi ogni giorno sui sentieri della risurrezione, non darla mai come una realtà scontata ed acquisita per sempre. Per questo leggiamo le Sante Scritture, preghiamo e cerchiamo di discernere i segni che Dio ci fa giungere dalla vita di ogni giorno.
Dio è mio amico, che piangerà per me quando morirò.
«Gesù si commosse profondamente, si turbò…. Gesù scoppiò in pianto…Intanto Gesù, ancora profondamente commosso…».
Nella scena di Betania, la nostra attenzione è richiamata dalla efficace frequenza con cui l’evangelista mostra la commozione di Gesù. «Ecce homo», ecco qui l’uomo perfetto nella sua umanità, che piange la morte dell’amico; ma anche Ecce Deus, ecco qui il Signore della vita e della storia. Maria piange, tutti piangono. Gesù si commuove. Dinanzi al pianto di Gesù, gli altri concludono: “Vedi come l’amava!” . Scrive Padre Ermes Ronchi: «Gesù si reca a Betania chiamato dall’amicizia. Di Lazzaro non sappiamo nulla se non che era amico di Gesù. Questa la sua identità: colui che Gesù amava molto. Di Lazzaro sappiamo anche tutte le lacrime versate per la sua morte: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù stesso. Le lacrime sono l’annuncio che l’amore è sempre minacciato, che la felicità è fragile, perché troppe cose sfuggono al mio controllo. Io invidio Lazzaro non per la vita che Dio gli ha ridato, ma per il fatto di essere circondato da amici, segno di una vita riuscita. La sua santità è l’amicizia, sacramento che conforta la vita. Eppure a me che cosa importa di Lazzaro, cosa me ne faccio della sua resurrezione? Lazzaro non è mio amico, non è mio padre o mia madre, non è uno dei miei morti. A me non importa Lazzaro, a me importa Gesù e il suo amore per l’amico, amore fino alle lacrime. È questa la salvezza: il pianto di Dio. Io non morirò per sempre a causa del Suo amore che non accetta di finire. Ognuno di noi è Lazzaro malato e amato. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte. Perché il Signore prova dolore per il dolore del mondo, perché il suo amore per l’amico non accetta di finire».
«Se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto»….
«Marta e Maria non si adeguano alla morte del fratello, ma interrogano Dio e lo pungolano affinché si sbrighi a trasformare la realtà secondo le sue promesse di giustizia. Noi comprendiamo che Gesù è uomo di speranza quando piange e grida di non voler morire, quando risuscita da morte e promette che risusciterà anche noi nell’ultimo giorno. Dio è morto per dirci che sta dalla nostra parte e che mai dobbiamo rassegnarci a morire. Croce e risurrezione sono inscindibili ormai, in Dio e nella storia dell’umanità: la speranza sorge dal grido di un crocifisso e dalle buie cavità di una tomba rimasta vuota»[1].


[1] Daniele Garota, Fame di redenzione, Paoline.




Nota della CEI«EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE»
10 Proposte concrete

Dalla NOTA CEI « EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE»
 EDUCARE AL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE.
n.113. Per fondare l’opposizione a esse occorre anche una seria formazione al rispetto del diritto internazionale, al multilateralismo e al funzionamento degli Organismi sovranazionali; anche papa Leone XIV nella visita al Presidente Mattarella del 14 ottobre 2025 ha richiamato «il comune impegno che lo Stato italiano e la Santa Sede hanno sempre profuso e continuano a porre in favore del multilateralismo ». (cf. anche 116. Fondamentale è quindi il ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite).
DICHIARARE IMMORALE NON SOLO L’USO MA ANCHE IL POSSESSO DELLE ARMI NUCLEARI.
n. 115. La cooperazione a livello internazionale non può ignorare che la via della non- proliferazione delle armi nucleari esige un rinnovato impegno, che persegua la strada tracciata dal Trattato sia fedele ai trattati. Risuonano perciò quanto mai attuali queste parole di papa Francesco: «….Desidero riaffermare qui che l’uso di armi nucleari, come pure il loro mero possesso, è immorale. Cercare di difendere e di assicurare la stabilità e la pace attraverso un falso senso di sicurezza e un “equilibrio del terrore”, sostenuti da una mentalità di paura e di sfiducia, conduce inevitabilmente a rapporti avvelenati tra popoli e ostacola ogni possibile forma di vero dialogo».
EDUCARE A USO NON VIOLENTO DEI SOCIAL MEDIA
n.121. Anche il Web e i diversi media diventano pertanto luoghi in cui la pace va coltivata quotidianamente. Portare nei social media una visione nonviolenta significa contrastare la polarizzazione, promuovere linguaggi rispettosi, educare al discernimento critico e aprire spazi di dialogo autentico.
SOSTENERE OGNI INIZIATIVA PER FARE PACE CON LA CREAZIONE
n.122. Accanto all’ordine internazionale e alla Rete, una terza dimensione nella quale edificare pace è il rapporto con la terra.
DISINNESCARE CONTRAPPOSIZIONE TRA LE RELIGIONI
n.125.Se già abbiamo segnalato il volto purtroppo ambivalente delle religioni in ordine alla pace, una quarta dimensione di costruzione della pace dovrà disinnescare i germi di violenza ancora presenti in esse (n.d.r. nelle religioni), per coltivare invece i potenti semi riconciliazione che esse portano nel cuore.
EDUCARE ALLA OBIEZIONE DI COSCIENZA E AL SERVIZIO CIVILE
n. 131
…. la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile.
SMILITARIZZARE L’ASSISTENZA SPIRITUALE DELLE FORZE ARMATE
n.135.La memoria di tali figure chiede di proporre forme nuove di assistenza spirituale per le Forze armate.
RAFFORZARE IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI
n. 138….rafforzare la normativa in materia, irrobustendo i vincoli al possesso personale di armi e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici — anche indirettamente, tramite triangolazioni — verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani. Occorre un rinnovato impegno internazionale per il controllo degli armamenti…
NON INVESTIRE IN BANCHE CHE SOSTENGONO INDUSTRIE MILITARI
n 139
….presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Occorre evitare la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi. Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2025 papa Francesco segnalava «i cospicui finanziamenti dell’industria militare» tra i «fattori che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’ umanità». Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento — da parte di singoli ed istituzioni — da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali.
EDUCARE ALLA OBIEZIONE PROFESSIONALE.
n.140…..interpella, invece, in primo luogo la responsabilità personale l’obiezione professionale: è il gesto di chi rifiuta di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi.




Chiamati alla luce
P.Ermes Ronchi

Chiamati alla luce della gioia di Dio
Ermes Ronchi (Avvenire 31/03/2011)

Una carezza di luce sul cieco. Gesù tocca e illumina gli occhi di un mendicante che ci rappresenta tutti. Una carezza di luce che diventa carezza di libertà. Chi non vede deve appoggiarsi ad altri, a muri, a un bastone, ai genitori, a farisei. Chi vede cammina sicuro, senza dipendere da altri, libero. Come il cieco del Vangelo che guarito diventa forte, non ha più paura, tiene testa ai sapienti, bada ai fatti concreti e non alle parole. Si nutre di luce e osa. Libero. Una carezza di libertà che diventa carezza di gioia. Perché vedere è godere i volti, la bellezza, i colori. La luce è un tocco di allegria che si posa sulle cose. Così la fede, che è visione nuova delle cose, crea uno sguardo lucente che porta luce là dove si posa: «Voi siete luce nel Signore» (Efesini 5,8).
I farisei, quelli che sanno tutte le regole, non provano gioia per gli occhi nuovi del cieco perché a loro interessa la Legge e non la felicità dell’ uomo: mai miracoli di sabato! Non capiscono che Dio preferisce la felicità dei suoi figli alla fedeltà alla legge, che parla il linguaggio della gioia e per questo seduce ancora. Funzionari delle regole e analfabeti del cuore. Mettono Dio contro l’uomo ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. Dicono: «I poveri restino pure poveri, i mendicanti continuino a mendicare, i ciechi si accontentino, purché si osservi il sabato! Gloria di Dio è il precetto osservato!». E invece no, gloria di Dio è un uomo che torna a vedere. E il suo lucente sguardo dà lode a Dio più di tutti i sabati! Ed è una dura lezione: i farisei mostrano che si può essere credenti senza essere buoni; che si può essere uomini di Chiesa e non avere pietà; è possibile “operare” in nome di Dio e andare contro Dio. Amministratori del sacro e analfabeti del cuore. Nelle parole dei farisei il termine che ricorre più spesso è «peccato»: «Sappiamo che sei peccatore; sei nato tutto nei peccati; se uno è peccatore non può fare queste cose»; anche i discepoli avevano chiesto: «Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?». Il peccato è innalzato a teoria che spiega il mondo, che interpreta l’uomo e Dio. Gesù non ci sta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Si allontana subito, immediatamente, con la prima parola, da questa visione per dichiarare come essa renda ciechi su Dio e sugli uomini. Parlerà del peccato solo per dire che è perdonato, cancellato. Il peccato non spiega Dio. Dio è compassione, futuro, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, amore che fa nascere e ripartire la vita, che porta luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.
(Letture: 1 Samuele 16,1b.4a.6-7.10-13a; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41)




15 marzo 2026. Domenica 4a Quaresima
Guardare, vedere, credere

 4° Domenica di Quaresima

Preghiamo. O Dio, Padre della luce, tu vedi le profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre, ma apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Amen.
Dal primo libro di Samuèle 1 Sam 16,1b.4.6-7.10-13
In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
Salmo 22 (23) R. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. R/.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. R/.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. R/.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. R/.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni Ef 5,8-14
Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».
Dal vangelo secondo Giovanni Gv 9,1-41
Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

GUARDARE, VEDERE, CREDERE. Don Augusto Fontana
Cieco dalla nascita. Nervo ottico inesistente, compromesso irreparabilmente. Si può giocare a “mosca cieca” bendandosi gli occhi come facevamo da ragazzi, urtando gli ostacoli tra le risate divertite dei compagni, ma era solo per gioco e per un momento. Poi via la benda e si tornava a vedere. Ma il cieco nato ha poco da divertirsi. Ha un’impotenza visiva radicale, insanabile. Mi sono chiesto come possa un cieco totale immaginare cose che non ha mai visto, il volto della sua ragazza, un panorama assolato, un pugno di cime dolomitiche. Forse vede toccando, odorando e, così, crea il mondo nei suoi occhi spenti. Mi dicono che i ciechi affinano un invidiabile senso dello spazio e del movimento ma soprattutto ascoltano, odono fruscii delle cose e sussurri dell’anima. Così doveva essere quel cieco davanti a Gesù. Così sono io, vedente e non-vedente nello stesso tempo: «Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”» (Gv 9,40-41).  Anche le Chiese, come quella di Laodicea al tempo del veggente Giovanni, hanno occhi cisposi. Ce lo rivela l’Apocalisse (3, 14-17) «Così parla il Testimone fedele: Tu dici  “Sono ricco, non ho bisogno di nulla”,  ma non sai di essere un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista».
Preti, laici, comunità: «ciechi che guidano altri ciechi, cadendo tutti nella stessa fossa»? (Mt 15,14).
Il “vedere” è una vera ossessione biblica, un ginepraio contorto di divieti a guardare e di inviti a vedere, di sguardi e di cecità, di illuminazioni improvvise e altrettanto improvvise oscurità: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».  E’ una Parola di Dio attraversata dal grido: «Quando vedrò il volto di Dio?» (Salmo 41,3); paradossale invocazione di visioni, proprio in quella Bibbia che proibisce di andare a cercare Dio con gli occhi:« Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo» (Esodo 20,4). E per chi nutrisse ancora dubbi, ecco un mistico racconto di Esodo (33, 18-23): «Mosè disse al Signore:  “Mostrami la tua Gloria!”. Rispose il Signore:“Farò passare davanti a te tutto il mio splendore…ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo…Quando passerà la mia Gloria, io ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”».  Amo gli iconoclasti[1], coloro che spezzano l’immagine. E, se mi affidassi al mio istinto, vorrei esserlo anch’io, almeno un po’. In giro, oggi, c’è troppa bulimia di immagini sacre. E’ vero tuttavia che, con l’Incarnazione, Dio si è come fatto “vedere”: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Gesù donandoci il Pane pasquale non ci ha chiesto «Prendete e guardate!», ma «Prendete e mangiate!». Pane da ruminare nell’ascolto. Anche nella Trasfigurazione agli apostoli, istupiditi da un’apparizione straordinaria, il Padre sussurra: «Lui è mio Figlio: ascoltatelo!». Premessa di quell’inquietante domanda del Signore alla chiesa di ogni tempo, un po’ inchiodata al cielo dell’Ascensione: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (Atti 1,11).
Eppure sembra che il vedere diventi la parabola che ci racconta il nostro ascoltare e credere. Forse per questo Gesù ha guarito tanti ciechi e ne ha dato facoltà anche alla chiesa. I Battezzati, originariamente, venivano chiamati “gli illuminati”.
L’evangelista Giovanni, soprattutto nel racconto della Risurrezione, usa tre verbi greci diversi (blepô, theôreô e horaô) per indicare quello che noi traduciamo con l’unico appiattito verbo “vedere”.
Blepô è usato per designare uno sguardo affrettato che accarezza la vernice dei fatti e dei volti: è riferito a Maria che si ferma a vedere solo la pietra del sepolcro. L’esito? Maria lascia il sepolcro pensando che Gesù sia stato portato via; rappresenta la fase di ricerca nel dubbio. Avrà bisogno di un …supplemento.
Theôreô è usato per designare una visione sempre materiale però più attenta e scrutante: è applicato a Pietro che osserva attentamente le bende e il sudario piegato. L’esito? «E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto» (Lc 24,12); rappresenta la fase di silenziosa rielaborazione interiore.
Horaô è usato per designare una visione in profondità, oltre la cortina dell’appariscente materia ed esprime l’atteggiamento di chi è lì sulla soglia, alla vigilia del credere: è il verbo usato per il giovane discepolo che corre con Pietro al sepolcro. L’esito? «Vide e credette»; rappresenta la fase della fede che si sta incamminando verso il “credere senza aver visto” o il “credere per poter vedere”: «Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto  crederanno!”» (Gv 20, 29).
C’è dunque un cammino catecumenale per diventare “illuminati”. C’è un credere germinale o seminale, un credere acerbo, un credere maturo. Un esegeta francese, Jacques Briend, ha scritto: «Il credente deve accettare, se gli viene richiesto, di entrare in questa zona di turbolenza in cui egli oscilla tra la fiducia e il dubbio».
L’itinerario catecumenale.
La guarigione del cieco nato é narrato come una liturgia e come atto ecclesiale. E’ facile riconoscervi un modello di itinerario catecumenale così com’era praticato delle primitive comunità cristiane. Il tutto avviene in 3 contesti:

  • é un evento comunitario che coinvolge altri soggetti oltre il diretto interessato;
  • é un evento dialogico/catechetico dove lo scambio di battute rivela le perplessità e i conflitti che l’annuncio cristiano suscita, ed anche una necessaria progressione dell’adesione di fede del soggetto.
  • é un evento simbolico/sacramentale dove il segno visibile gioca un ruolo efficace ed espressivo: lo sputo era la solidificazione dell’alito di vita (quasi un’acqua battesimale e creativa abitata dallo Spirito); la terra richiamava la creta del Dio vasaio e la terra da cui fu tratto Adamo; lo spalmare era l’unzione di consacrazione; la piscina era l’acqua del Mar Rosso e la tomba pasquale.

Tutto accade dunque in un contesto ad alta densità liturgica. Una vera proclamazione di ciò che accade quando celebriamo di domenica in domenica.

Gesù vede[2].
«Passando vide un uomo cieco dalla nascita».  Gesù è un veden­te attento, si accorge del mondo che lo circonda. Il suo non è un passare distratto, come di chi non si av-vede o come di chi non si interessa.
Gesù dona la vista con segni e parole.
Il gesto è evidentemente estremo, come a dire che nessuna forma di cecità gli può resistere. Ma è un gesto anche so­speso, che troverà il suo esito felice solo dopo essersi lavato nella piscina, cioè solo dopo essersi fidato della Pa­rola che lo inviava alle acque battesimali. E’ la Parola che guarisce.
Il combattimento per credere
Non faremmo piena giustizia al testo di Gio­vanni se non accennassimo all’ampia parte centrale, riguardante i diversi e incrocianti dialoghi con l’ex cieco e con i personaggi che lo circondano. Questi dialoghi ci fanno intendere che, contraria­mente a una specie di luogo comune, il miracolo resta tutt’altro che e-vi­dente. L’incertezza sul riconosci­mento del cieco («Alcuni dicevano: “È lui”; altri dicevano: “No, ma gli assomiglia”»), introduce un elemento quasi comico per la sua tragicità. Che aumenta quando si tratta di riconoscere chi può aver compiuto un miracolo del ­genere, mai visto «da che mondo è mondo». La gamma di quanto si dice di Gesù si presenta davvero ampia e diversificata: «Uomo che si chiama Gesù» (v.11); «Uomo che non viene da Dio» (v. 15); «Profeta» (v. 17); «Peccatore» (v. 24); «Uno di cui non si sa di dove sia» (v. 29); «Timo­rato di Dio e che fa la sua volontà» (v. 31); «da Dio» (v. 33); «Figlio dell ‘uomo» (v.­35); «Signore» (v. 36). Il cammino per arrivare a chiamare col suo titolo più appropriato («Signore») quell’uo­mo «che si chiama Gesù» è tutt’altro che li­neare e scontato e appare anzi come un vero e proprio dibattimento, come un vero e pro­prio conflitto. Arrivare a credere e dunque a vederci chiaro, a vedere dentro, fino a «prostrarsi in­nanzi» (v. 38), è insieme dono, ma an­che frutto di limpidezza del cuore. «Si vede bene solo col cuore», scrive Saint-Exupéry ne Il pic­colo principe.


[1] Movimento sorto nel 730 e durato fino al 787 quando il Papa Adriano I° convince la reggente imperatrice Irene a convocare un concilio a Nicea in cui si deciderà che le icone possono essere venerate ma non adorate e scomunicherà gli iconoclasti.
[2] Elaboro un articolo di Natanaele Fantini




le armi italiane (+157%) finiscono ovunque.

Il riarmo spinge il commercio di armi: l’Europa compra dagli USA e le armi italiane (+157%) finiscono ovunque

https://retepacedisarmo.org/export-armi/

9 Marzo 2026

I dati SIPRI 2021–2025 smontano il mito strumentale dell’autonomia strategica militare europea e rivelano la crescita record dell’export militare italiano, che non ha maggiori controlli dei partner US. Occorre continuare il rilancio della campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”


 
Il riarmo globale accelera e l’Europa ne è il motore.

I nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) offrono uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il complesso militare-industriale-finanziario e non costruisce né sicurezza reale né autonomia.
Il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il quinquennio 2016–2020 e il 2021–2025: il balzo più significativo dal 2011–2015. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni Sessanta a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale.
Il fattore scatenante è stato il sostegno militare all’Ucraina (9,7% di tutti i trasferimenti mondiali), ma i dati mostrano con chiarezza che la stragrande maggioranza degli Stati europei ha aumentato in modo massiccio e autonomo le proprie importazioni di armamenti. I 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%.
Falsa autonomia: l’Europa si riarma comprando dagli USA
Il racconto dominante proveniente da politica e media ci dice strumentalmente che l’Europa stia percorrendo la strada dell’autonomia strategica, emancipandosi dalla dipendenza americana. Ma i dati SIPRI lo smentiscono in modo netto. Il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti. Tra i soli Paesi NATO europei la quota statunitense sale al 58% — sulla stessa percentuale del quinquennio precedente, ma su volumi più che raddoppiati (+142%).
Gli USA hanno consolidato il proprio dominio globale portando la propria quota dal 36% al 42% del totale mondiale. Per la prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è il Medio Oriente ma l’Europa (38% delle esportazioni USA), con un incremento del +217%. Ben 12 Paesi europei hanno in ordine o preselezionato 466 caccia F-35 di fabbricazione americana.
Lo stesso SIPRI è esplicito: nonostante l’UE abbia avviato meccanismi di sostegno all’industria della difesa europea, gli Stati membri hanno continuato ad acquistare armi americane, soprattutto aerei da combattimento e sistemi missilistici a lungo raggio. I principali esportatori europei, nel frattempo, continuano a destinare la maggior parte della propria produzione militare fuori dall’Europa.
Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi. Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati Uniti.
Lo chiarisce persino la nuova “America First Arms Transfer Strategy” dell’amministrazione Trump, citata dal SIPRI: gli USA vedono le esportazioni di armi come strumento di politica estera e di rafforzamento della propria industria militare. L’Europa, riarmarsi acquistandone i prodotti, non fa che assecondare questa strategia.

L’Italia: sesta esportatrice mondiale di armi, smentite le giustificazioni per la modifica della Legge 185/90
Tra gli elementi più rilevanti per il contesto italiano nei dati diffusi dal SIPRI spicca quello sull’export di armi del nostro Paese: le esportazioni italiane di armamenti sono aumentate del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armamenti, davanti a Israele, al Regno Unito, alla Corea del Sud e alla Spagna. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle scelte compiute: il 59% va al Medio Oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre  il 16% verso Asia e Oceania (spicca l’Indonesia con il 12%). Solo il 13% rimane in Europa. Questo dato smonta definitivamente la narrazione che il Governo e gli ambienti legati all’industria delle armi continuano a ripetere per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90: quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi. I dati SIPRI mostrano il contrario: l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo. Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90. La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello. Eppure questa scusa continua a essere usata per motivare modifiche normative che ridurrebbero ulteriormente trasparenza e controlli sulle esportazioni verso Paesi in conflitto o con gravi violazioni dei diritti umani. Con la legge già ampiamente elusa, indebolirla ulteriormente significa solo dare maggiore libertà ai mercanti di armi.
La nostra risposta: rilancio della campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”.
Di fronte a questo scenario (riarmo accelerato, dipendenza strutturale dagli USA, industria militare italiana in crescita record e tentativi di indebolire i già insufficienti meccanismi di controllo) la Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia con forza la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”La campagna chiede che la Legge 185/90, che regola il controllo delle esportazioni di armamenti italiani, venga preservata nella sua struttura base di controllo e trasparenza e non ulteriormente svuotata. In un momento in cui il mercato globale degli armamenti è in piena espansione, smantellare le garanzie di trasparenza e i vincoli al commercio di armi verso Paesi in guerra o con violazioni dei diritti umani sarebbe un atto di irresponsabilità politica e morale.

Le nostre richieste:

  • Nessuna modifica peggiorativa alla Legge 185/90. I dati SIPRI dimostrano che l’industria militare italiana non ha bisogno di ulteriori facilitazioni: cresce a ritmi record. Ciò che serve è più controllo, non meno.
  • Trasparenza sui contratti e sulle destinazioni. Il 59% dell’export militare italiano va al Medio Oriente: il Parlamento e la società civile hanno il diritto di sapere a chi vendiamo armi e in quale contesto vengono impiegate.
  • Stop al riarmo come soluzione. Triplicare le importazioni di armi non produce sicurezza: alimenta tensioni, prosciuga risorse pubbliche che potrebbero andare a sanità, istruzione e welfare, e consolida la dipendenza da industrie e logiche militari straniere.
  • Un’Europa che investa in diplomazia, non in armi. La vera autonomia strategica non si costruisce comprando cacciabombardieri americani, ma sviluppando strumenti diplomatici, prevenzione dei conflitti e politiche di sicurezza comune non militarizzate.

I dati del SIPRI sono inequivocabili. Sta a noi, a chi si batte per la pace e il disarmo, tradurli in pressione politica concreta. Il riarmo non è inevitabile: è una scelta. E le scelte si possono, e si devono, cambiare.




Lettera ai mercanti di morte
Don Mimmo Battaglia, cardinale a Napoli

Lettera ai “mercanti di morte”

don Mimmo Card. Battaglia, Arcivescovo metropolita di Napoli

Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.
Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.
Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?
Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.
E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.
Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.
Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.
Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”
Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.




8 marzo 2026. Domenica 3a Quaresima
ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO

Preghiamo. O Dio, sorgente della vita, che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia, concedi al tuo popolo di confessare che Gesù è il salvatore del mondo e di adorarti in spirito e verità.  Per Cristo nostro Signore. Amen
 Dal libro dell’Èsodo 17,3-7.
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
 Sal 94   Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-2.5-8
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 4,5-42
Gesù partì di nuovo per la Galilea. Doveva (ἔδει=edei) però passare attraverso la Samaria. Viene dunque nella città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. … Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO[1].Don Augusto Fontana

Acqua.
Dopo l’incontro nella notte con Nicodemo (l’uomo della Legge di Mosè) e quello con il profeta Giovanni Battista, c’è l’incontro con la donna di Samaria. Due maschi e una donna. Due itinerari di “cattolici praticanti” e un cammino di una donna che rappresenta “gli eretici” e gli “erranti” . Storie di sete, di desideri più profondi. Protagonista di fondo è l’acqua, origine della vita. Ma c’è acqua e acqua. Come c’è vita e vita. L’evangelista Giovanni ama giocare sugli equivoci che Gesù crea quando pronuncia alcune parole (acqua, pane, vita, nascere…) che hanno bisogno di molto dialogo e ascolto per essere raggiunte nella loro profondità. C’è infatti un’acqua stagnante, morta, inquinata come c’è una vita vegetativa, stanca, rutinaria.
Giovanni sembra aprire il suo Vangelo con l’ossessione dell’acqua, sempre abbinata allo Spirito. Nel capitolo 1 c’è l’acqua del battesimo di Gesù nello Spirito; nel capitolo 2, alle nozze di Cana, si parla di anfore (brocche) vuote e di acqua diventata vino sponsale di gioia; nel capitolo 3, con Nicodemo, c’è la proposta di nascita dall’acqua e dallo Spirito; ora, al capitolo 4, vediamo Gesù e la donna che parlano di sete e, per 9 volte, di acqua; nel capitolo 5, alla piscina di Bethzaethà, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di paralitici «essiccati», in attesa dell’acqua prodigiosa che tornerà in scena al capitolo 7: «“Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.  Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Perfino il cieco del capitolo 9 ha bisogno, per guarire, di fango impastato con il fiato umido e sacramentale di Gesù. Nel capitolo 13 Gesù prende dell’acqua e lava/guarisce i piedi dei discepoli. Nel capitolo 19 dal costato di Gesù esce, insieme a sangue, anche acqua.
Cos’è l’uomo se non ter­ra, impastata di acqua e vivificata dal soffio di Dio?: «allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo  divenne un essere vivente» (Genesi 2, 7).
E’ venuto il momento di chiedermi se ho sete o quali desideri profondi mi fanno muovere alla ricerca di qualche sorso fresco per la mia arsura di senso e di amore. Sono alla ricerca di qualche linfa che torni ad animare la mia vita «disseccata» come quel paralitico della piscina di Bethzathà? Mi chiedo pure se ho mai ascoltato davvero, una volta nella vita, la Sua domanda: «Ho sete. Mi doni da bere?», così come l’ha ascoltata la donna al pozzo o i presenti sotto la croce: «Gesù… disse per adempiere la Scrittura:  “Ho sete”» (Gv.19,28).
La mia Samaria.
La Samaria fa parte dell’antico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era se­parato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.c., ed era stato colonizzato dagli Assiri nel 722 a.c., evento che segnò l’inizio di una religione sincretistica; gli abitanti di quella terra avevano sposato donne assire e ne erano nati figli “meticci”, non di pura razza e religione ebrea.
«Bisognava» (edei, dice il testo in greco. Bisognava) che lo Sposo passasse per la Samaria, per incontrare la sposa perduta; «bisogna» che il Figlio vada incontro ai suoi fratelli lontani: «Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Geremia 2, 13).
Lo sposo e la sposa.
Gesù stanco per il viaggio si siede vicino a quel pozzo, proprio nell’«ora sesta», quella stessa ora in cui dal fianco aperto del crocifisso sgorgherà sangue ed acqua (Marco 15,33; Giovanni 19,31-37).
L’incontro tra Gesù e la donna avviene nella solitudine. Chi avrà riferito a Giovanni questo dialogo tra la donna e Gesù, visto che non c’erano testimoni e non esistevano le “intercettazioni ambientali”? Che Gesù le parli, susci­ta meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (cf. vv. 9.27). Un rabbino non parlava con una donna per strada; anche a sua moglie si rivolgeva solo nell’intimità della casa.
La domanda che Gesù rivolge alla Samaritana suona come l’avance di uno che vuole abbordarla. E lei ha capito bene. È proprio l’inizio di un corteggiamento. Ai bordi del pozzo il padre Giacobbe ave­va corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mosè aveva abbordato Zippora che poi sposerà (Es 2,10-22). Ma Gesù, a differenza loro, non esibisce forza e seduzione. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere.
Anche qui, come e più che altrove, ogni parola, quando non è allusione nasco­sta, è equivoco palese. I fraintendimenti sono fondamentali. Se si è disposti alla novità, i fra-in-tendimenti sono il principio dell’in-tendimento-fra le persone. Non bisogna quindi averne paura: anche se possono provocare chiusura, in difesa o in attacco, sono in realtà luogo fecondo di curiosità, di domande.
Oltre il pozzo con l’acqua materiale c’è anche quel pozzo profondo che è la donna. Così, oltre l’acqua che soddi­sfa la sete fisica, c’è un’altra acqua che la donna, pur avendo avuto sei uomini, anco­ra non ha trovato. È l’acqua della quale pure Gesù ha sete: l’amore tra Sposo e spo­sa. Gli equivoci, dopo l’acqua, riguardano appunto i mariti e il marito (vv.16ss). Acqua e pane, amore e Dio sono i biso­gni fondamentali che ognuno conosce e sui quali ci si fraintende. Ognuno infatti ne ha un’esperienza limitata e propria, diversa da quella dell’altro. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende; ma  un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia né la classifica né la coltiva né la vende: ne gioisce come segno di ciò che dà luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni può ispirare la stessa rosa, la stessa acqua!
Il racconto si trasforma in un dialogo d’amore nel quale Gesù vuol portare la don­na a conoscere il suo dono. Il racconto è un dialogo tra Gesù-Parola e l’ascoltatore raffigurato dalla donna. Questa ha cambiato vari mariti (5+1), ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. Numerose sono le allusioni all’AT. In primo piano sta il profeta Osea, il quale dice che il Signore attirerà e condurrà nel deserto la sua sposa infedele, parlerà al suo cuore e le restituirà il canto della sua giovinezza. Allora essa lo chiamerà: «Mio Sposo» e dimenticherà il nome degli idoli ai quali si è prostituita. La non-amata sarà fi­nalmente amata; il «non-mio-popolo» sarà chiamato dal Signore: «popolo mio» e gli risponderà: «mio Dio». Così profetava Osea in Samaria (cf. Os 2,16-25).
Il racconto è un cammino graduale che culmina nel riconoscimento di Gesù come Cristo. La donna viene al poz­zo e Gesù inizia il dialogo con lei. Quando essa si apre al dono, inizia il di­scorso sui vari mariti che la donna ha avuto e non l’hanno dissetata; anche quello che ha ora, non è suo sposo. Le parole di Gesù sono un garbato ac­cenno alle sue delusioni amorose. «Gesù non aggredisce la donna dai cinque mariti, la incontra senza farla arrossire. Non dice, come i predicatori che hanno fretta di disamorarci del mondo e della vita: quest’acqua non è buona, gli amori umani sono cattivi. Non dice neppure: quest’acqua non ti da nessun sollievo. Dice solo: se bevi di quest’acqua avrai ancora sete, svelando che fra la nostra sete profonda e l’acqua dei pozzi umani la distanza è incolmabile. Gesù, e il cristianesimo vero, non disprezzano e non negano le brevi gioie della strada. Il futuro nuovo non verrà con il rafforzare divieti e condanne ma camminando insieme da una piccola sete verso la grande sete, da una piccola brocca abbandonata verso la sorgente stessa. Solo l’incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l’incontro con chi ti parla come nessuno, incontro con chi «ti dice tutto» (venite, mi ha detto tutto…), incontro con il Dio che ha sete che noi abbiamo sete di lui, ha desiderio del nostro desiderio»[2].
Abbiamo bisogno di aver bisogno[3].
Nel deserto si impara ad aver sete. Nella tradizione ebraica, l’acqua la si può chiedere solo a Dio. L’atteggiamento più naturale è quello descritto dal Salmo: «Sono davanti a te come terra riarsa» (142,6). Gli Ebrei l’hanno chiesta a Dio, ma nel modo sbagliato: mormorando, rimpiangendo la schiavitù in Egitto, pentendosi di essersi im­barcati in quel cammino di liberazione. Hanno tentato, messo alla prova Dio: « Il Signore è in mezzo a noi, si o no? ».  La loro è stata una sfida più che una richiesta. Gli Ebrei, nel deserto, avevano bisogno dell’acqua. Ma avevano bisogno, soprattutto, di fidarsi.  Pure la donna di Samaria aveva bisogno di qualcos’altro. E trova lì un uomo che ha sete. Ma anche Gesù ha bisogno di qualcos’altro. Lui ha sete di dissetare. In quest’incontro Gesù esplica la sua tattica preferita. Portare la creatura a prendere coscienza del suo bisogno reale. Far sca­turire un desiderio, approfondire un’esigenza.
…Se tu conoscessi il dono di Dio … Gesù non si limita a soddisfare le domande e le attese dell’uomo. Prima, le suscita. Il dubbio viene fatto scivolare sull’orlo del nostro pozzo: …Se tu sapessi di che cosa hai veramente bisogno … Ti aggrappi al superfluo, per negarti il necessario. Insomma, hai bisogno di aver bisogno.
…Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete … Era quello che Gesù aspettava con ansia. Portarla a chiedere, a riconoscersi bisognosa, insoddisfatta. Anche se lei chiede ancora quest’ acqua, Gesù le dona un’altra acqua. Il dono di Gesù attenua l’aridità, ma sveglia, stimola, accre­sce il desiderio. Una volta che avrai gustato di quest’acqua, non ti rivolgerai più ad altri pozzi deludenti per estinguere la tua sete.
Gesù ha costretto la donna a manifestarsi, a esprimersi, a formulare le sue richieste. Ma poi le ha dilatate. Ha preso la donna, prigioniera delle proprie esigenze limitate, per condurla al di là delle sue attese. Gesù scava una sorgente all’interno di un individuo: «L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua … » Importante notare il particolare «in lui». La fonte è aperta dentro a ciascuno. Il pozzo è scavato dentro di me. Resta da domandarmi se a Dio non riesca più facile spaccare la roccia e farvi zampillare l’acqua («tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua»)  o aprirsi un varco nel mio cuore.


[1] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, I°, EDB
[2] Ermes Ronchi, Sorgente di fecondità, 03/03/02
[3] A. Pronzato, Parola di Dio, anno A, Gribaudi




1 marzo 2026. Domenica 2a Quaresima
Grazia nella dis-grazia

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Gènesi 12,1-4. In quei giorni, il Signore disse ad Abram:«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
 Sal 33  (32)  Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,8b-10. Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
Dal Vangelo secondo Matteo 17,1-9. In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA. Don Augusto Fontana 

Paolo scrive nella sua lettera di oggi: «Dio ci ha salvati non in base alle nostre opere, ma secondo la sua grazia che ci é stata data in Cristo». Nel linguaggio comune il termine ‘grazia’ rimanda a una persona («é davvero una persona graziosa»), oppure a ciò che dà forza e sostegno («senza la grazia di Dio non ce l’avrei fatta»), oppure a ciò che é invocato per cambiare un evento naturale («Signore fammi la grazia di guarire»), oppure a ciò che sospende una condanna a morte o l’ergastolo («ha ottenuto la grazia dal capo dello Stato»).  Questi significati ci possono introdurre al significato biblico della grazia: la persona si coglie alla presenza di un Tu dal quale si scopre amato e accolto incondizionatamente e gratuitamente.
Nel Vangelo di oggi questi termini – grazia e benedizione – diventano icona nell’evento della Trasfigurazione. E anche noi oggi, siamo chiamati ad entrare come protagonisti dell’evento.
Prima di tutto è una questione di sguardo.
Gesù, nella sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). L’albero della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
I discepoli della Trasfigurazione sono gli stessi che avevano raccolto la tradizione orale di quanto era successo sotto la croce: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio>” (Marco 15,38-39). Pare che i Vangeli dicano che anche sulla croce accade una “trasfigurazione“; ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: «Questo ucciso è Dio!». Questa trasfigurazione dello sguardo era appena successo nell’orto del Getsemani: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico (kabod), è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio, sia nella storia che nella coscienza. La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù come si esprime il Salmo 27: «Il tuo volto, Signore io cerco. Nella debolezza del mio peccato non nascondermi il tuo volto».
L’Eucaristia domenicale è il tentativo di stare sul Tabor per sperimentare e celebrare la grazia del volto e della tunica di Gesù (e nostre) che non perdono la loro struttura pur sotto gli schiaffi e le lacerazioni del nostro male. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti: nella sua relazione filiale col Padre. La trasfigurazione non è un prodigio spettacolare: è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, dice: «Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso».
Grazia nella dis-grazia.
Quando diciamo grazia diciamo sempre un eccesso. Gesù eccede non con i sani, ma con i malati e lo fa nel contesto di una organizzazione religiosa che escludeva impuri e sciancati, infecondi e miscredenti. La grazia crea opportunità provvidenziali (“situazioni kairologiche“) anche negli spazi e nei tempi più maledetti. Cristo – diciamo nella formula del Credo apostolico – é disceso agli inferi; Paolo dirà di più: «è diventato per noi maledizione» (Galati 3,13) affinché non ci sia situazione in cui possiamo crearci l’alibi di una sua assenza o lontananza (prova a pregare il Salmo 139: “Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti”). Dio non si sente a proprio agio in questa nostra storia dove la sua volontà é sconfitta e la sua signorìa é sconosciuta. La Shekinà (la presenza) di Dio é in esilio. Celebrare l’Eucaristia domenicale vuol dire far tornare Dio dal suo esilio, riportare a casa sua la sua Gloria. «Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv. 14,23). Il dramma dell’uomo è il dramma di Sara, moglie di Abramo : «Sono già avanzata negli anni e non ho ancora concepito». La nostra sterilità è il nostro dramma descritto in Isaia 26,18 : “Abbiamo sentito le doglie del parto ed invece era solo mal di pancia”. Dice S. Paolo:” Il creato è stato condannato a non avere senso, ad essere sotto il potere della corruzione”. Siamo una generazione che ha abortito. Come dice il profeta Osea e il Cantico dei Cantici, Dio è come uno sposo che va a prelevare la sua sposa che si sta prostituendo agli idoli, per portarla nel deserto e parlarle al cuore come ai tempi del fidanzamento. Come oggi fa con i discepoli sul Tabor. Come fa di domenica in domenica con noi. Paolo, nelle sue Lettere, medita su questo mistero: i giudei avevano tentato di diventare “figli di Dio” imponendosi la circoncisione. Paolo nella sua Lettera ai Galati 6,14-16 dice: “Non conta nulla essere circoncisi o non esserlo. Ciò che importa è essere una nuova creatura “. Gesù aveva detto a Nicodemo “ Chi non rinasce non entrerà nel Regno dei Cieli”. Per i giudei chi si convertiva al giudaismo (i “proseliti“) veniva designato come “nuova creatura” a motivo del suo ingresso nella Comunità di Israele: per lui non esisteva più il proprio passato; perfino i legami contrattuali o matrimoniali, precedentemente assunti, decadevano. Questo cambiamento di condizione era più giuridico che morale; era una ” nuova sistemazione legale”. Per Paolo, invece, è molto di più: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me ” (Galati 2,19-20), ” Se uno è in Cristo è una nuova creatura” (2 Corinti 5,17).
La grazia è sempre accompagnata da una minaccia che è la dis-grazia.  Può darsi lo scontro, la chiusura, il rifiuto del dialogo, l’assolutizzazione in se stesso. Per questo l’uomo è sempre un essere minacciato. Egli può essere contemporaneamente dis-graziato e graziato; omnis homo Adam, omnis homo Christus (ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo), scrive S. Agostino (En. in Psal. 70,21).  La nostra esperienza concreta è sempre paradossale. L’amore di Dio che agisce nell’uomo peccatore, provoca una specie di “crisi di crescita” provocando una conversione, un mettersi in viaggio come Abramo. La grazia come crisi mi costringe a decidermi, a tirarmi fuori dal mio torpore. La crisi non é una situazione patologica della vita, ma la sua normalità.
Rendere grazie alla grazia.
«Com’é bello stare qui…!. Alla grazia corrisponde il “rendere grazie“, fare Eucaristia.  Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto. E questo sia con gli uomini che con Dio. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi.
Salire e scendere.
Nell’Evangelo di oggi c’è un doppio movimento: si sale verso l’alto monte e poi si scende. Salire, per Gesù, non è, come vorrebbe Pietro, andare alla ricerca di uno spazio comodo al riparo dai problemi, una fuga dall’impegno nel mondo. Per Gesù salire significa cercare il volto di Dio, il dialogo con Lui, sottrarsi alla cattura delle immediatezze, rivedere l’intreccio tra preghiera e azione. Oggi è tanto difficile quanto necessario ritagliarsi momenti per “salire sul monte in disparte”. Soprattutto è controcorrente.
Dio, Dio mio, io Ti cerco fin dall’aurora; di Te ha sete l’anima mia; verso di Te anela la mia carne, come una terra deserta, arida, senz’acqua” (Salmo 63,2).
Il secondo movimento è la “discesa dal monte”. Gesù scende verso la città, verso la vita quotidiana, verso l’ora difficile che si avvicina, ma portando, nelle pieghe del cuore, la rivelazione del Tabor.