25 giugno 2023. Domenica 12 tempo ord
DALL’ORECCHIO AI TETTI

12 domenica A – 25 giugno 2023
Preghiamo. Padre, che affidi alla nostra debolezza l’annuncio profetico della Tua Parola, sostienici con la forza del Tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo Nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da Te nel giorno della Tua venuta. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 20,10-13 (traduz. Bibbia Interconfessionale in lingua corrente).
Mi accorgevo che molti parlavano male di me e da ogni parte cercavano di spaventarmi. Dicevano: «Se qualcuno lo denuncia, lo denunceremo anche noi». Perfino i miei amici più cari aspettavano un mio passo falso e dicevano: «Prima o poi, qualcuno riuscirà a ingannarlo! Così, l’avremo vinta noi e potremo vendicarci di lui». Ma tu, Signore, stai al mio fianco, tu sei forte e mi difendi: per questo i miei persecutori cadranno e non avranno la meglio su di me. Dovranno vergognarsi perché i loro progetti andranno in fumo. Saranno disonorati per sempre e nessuno lo dimenticherà. Tu, Signore dell’universo, sai distinguere chi ti è fedele perché vedi i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo. Ho affidato a te la mia causa: sono certo che vedrò come tu punirai i miei nemici. Cantate inni al Signore! Lodate il Signore! Egli ha liberato il povero dal potere dei suoi nemici.
Salmo 68   Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.
Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera, Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza.
Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brùlica in essi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,12-15
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

DALL’ORECCHIO AI TETTI. Don Augusto Fontana

«Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani né appassionati né freddi né santi né peccatori, di loro, anime morte, che cosa ne faremo?» (Peguy).  E’ scritto nel Talmud ebraico (Sanhedrin 97b) che per ogni generazione esistono trentasei giusti nascosti e che grazie ai loro meriti il mondo continua a sussistere. Scrive Paolo all’amico Timoteo (2 Timoteo 1,8), a me e a te: «Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro». Per chi vuol uscire dallo stato di “anima morta”, di timore e di fuga, i rischi esistono. Il discorso missionario di Gesù, riferito da Matteo nel suo cap. 10, resta un azimut di riferimento a cui alzare periodicamente gli occhi, come faremo ancora nella liturgia di questa domenica.
Tutte le istruzioni date da Gesù ai discepoli e contenute nel cap. 10 di Matteo sono riferite ad una testimonianza pubblica: «Chiamati a sé i dodici discepoli li inviònon v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato». Gesù chiede un’adesione pubblica; non gli basta un’adesione devota consumata unicamente nel segreto. L’espressione di Matteo10,38 «chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me»[1] non si riferisce ai fastidi della vita quotidiana, ma alle conseguenze della testimonianza pubblica. L’adesione a Gesù diventerà pubblica e pericolosa[2]. Siate sovversivi, pasquali.
L’annuncio che ci viene dai testi liturgici di questa domenica si pone in continuità con le “istruzioni” date da Gesù alla sua comunità in vista della missione: “Andando, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…Non procuratevi oro, né argento…”.  Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».
Non temete-non scappate.
Oggi l’accento pare messo sulla FIDUCIA: l’invito a “non temere” ricorre 3 volte. Originariamente, nella lingua greca il verbo fobéo (=temere) aveva la sua radice in un verbo che significava fuggire. Quando io ho paura, cerco sempre di fuggire via; e il mio fuggire rivela le mie paure.  La formula «non temete!» ricorre 74 volte nell’Antico Testamento.
Nella prima Lettura, l’esperienza del profeta Geremia sembra essere esemplare per chi accetta di fidarsi e affidarsi. I suoi compaesani del villaggio di Anatot non vedono di buon occhio l’impegno di Geremia a sostenere la riforma religiosa del re Giosia che sopprime i piccoli centri di culto sparsi nel paese e tenta di creare un grande culto centralizzato a Gerusalemme. La soppressione dei santuari locali a favore del culto centralizzato tocca gli interessi di molte persone che lo minacciano di morte. Le prese di posizione del profeta contro la corruzione del suo ambiente gli alienano amici e conoscenti, gli attirano scherni e insulti. Nel profeta Geremia si specchia l’icona di Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno la mia vita» (Lc 23,46).
C’è un invito a vincere il timore. Questo timore non è il “timore psicologico”, che può benissimo convivere con la fede-fiducia (tutti i martiri antichi e contemporanei hanno dichiarato di “avere paura”); siamo invitati invece a vincere quella pigrizia che lascia la Parola ricoverata nell’orecchio anziché annunciata dai tetti, annidata nel cuore e non esternata nella carne delle mani. Vincere la timidezza, ma con quale garanzia? Che Dio ci preserverà e non ci capiterà niente di male? Per noi piccoli passerotti, la traduzione italiana del testo che ascolteremo rasenta la bestemmia: “nemmeno un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”, tradotto nel proverbio popolare “non cade foglia che Dio non voglia”.  Nel testo originale greco c’è invece un Padre che cade insieme con i discepoli deboli: «nessuno di loro cadrà senza il Padre vostro (aneu tu Patròs umon)». Per quanto possiamo cadere, nella nostra vita, non c’è caduta che non veda presente il Padre, non perché si cade per sua volontà, ma perché Lui cade con noi. Nessuno cade senza il Padre. Abbiamo un Dio così.
Ogni Domenica, durante la Messa, il celebrante fa una preghiera di liberazione sui fedeli:  “Liberaci, Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri a ogni turbamento,  nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesú Cristo”. Il “saldo” avverrà alla fine dei tempi: la provvidenza non è una assicurazione contro gli infortuni della vita. “Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Signore, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?».  Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro” (Apocalisse 9,9-11).
Potremmo riflettere sui tre “Non temete!” odierni di Gesú:
1) Non temete gli altri. Se accettiamo di vivere coerentemente con il Vangelo, il rapporto con gli altri può procurare tensione, fraintendimento, frustrazione. Gesú é stato il primo a sperimentare relazioni difficili: é stato chiamato addirittura Beelzebul, sporco diavolaccio. Forse la nostra situazione è un’altra, quella cioé di persone che non subiscono alcun tipo di conflitto, per il semplice fatto che non si espongono a testimoniare, che restano invischiate e omologate alle abitudini comportamentali e di pensiero dell’ambiente in cui vivono. L’assenza di persecuzioni per la Chiesa può essere il segno che essa non é piú come il sale che brucia sulle ferite dell’umanità o offre sapore all’insipida esistenza di massa. In questo caso Gesú é chiaro: «Chi dunque riconoscerà me (il testo greco usa il verbo homologhéō che significa dichiararsi solidale o complice) davanti agli uomini anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; «chi mi rinnegherà (il testo greco usa il verbo arnéomai usato per descrivere la negazione di Pietro nel cortile del tribunale) anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Ma che cosa vuole dire essere solidali con Gesù, dichiararci appartenenti a Lui? Padre Christophe, uno dei 7 monaci sgozzati nel 1996 a Tibhirine, in Algeria, aveva scritto: “Noi abbiamo dato a Dio il nostro cuore ‘all’ingrosso’, e ci costa molto che ce lo prenda al dettaglio”. Il dono totale di sé  (“all’ingrosso”) deve incominciare a consumarsi nella pazienza del quotidiano (“al dettaglio”). Come scrive Madeleine Delbrêl assistente sociale, mistica, poeta (1904-1964): “La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la Tua gloria, di ucciderci senza nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena. Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami che si distruggono col fuoco, così ci sono tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura. Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci sono fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di quelli sgranati da un capo all’altro della vita. È la passione delle pazienze” .
2) Non temete per voi stessi. Anche la nostra sicurezza é messa alla prova: i nostri sembrano tempi nei quali nessuno può sentirsi completamente al sicuro. Ci stupisce quindi Gesú quando ci esorta a non preoccuparci troppo dei pericoli riguardanti il corpo, ma piuttosto di quelli riguardanti l’anima (in greco: psychê, psiche). Qui non si tratta di un dualismo, della serie “l’unica cosa che conta é l’anima, il corpo non vale nulla”, ma di una diversa scala di valori. Ci ritornano alla mente le parole di Mt 6: “Per la vostra vita non affannatevi […] e neanche per il vostro corpo…cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia”. O quelle di Lc 10,41 “Marta, tu ti preoccupi (meglio sarebbe tradurre “ti iper-occupi) e ti agiti per molte cose, ma una sola é la cosa di cui c’é bisogno”.
3)    Non temete Dio.  Gesú utilizza due similitudini, per farci capire quanta sia la cura di Dio verso di noi: quella dei due passeri senza valore commerciale e quella dei nostri capelli. Nel Vangelo ci sono altre immagini che ci descrivono in modo pittoresco la cura che Dio ha per ciascuno di noi, come ad esempio quella degli uccelli del cielo (in Luca é specificato: i corvi) che il Padre nutre, o dei gigli del campo che il Padre veste. Ma anche i tre quadretti della pecora soccorsa con ansia dal pastore, della moneta perduta e cercata dalla donna, del figlio peccatore che viene accolto dal Padre.  Immagini dolci che tentano di affascinarci e ci invitano a non temere.

Dove finiamo tutti noi, nella settimana, dopo aver celebrato la Pasqua settimanale? Siamo un popolo da sagrestia o un popolo che vive nella piazza? Quello che la Parola oggi rivela è un problema da sempre avvertito nella chiesa. Ne fa fede questo testo di Gregorio Magno (540-604): «Non posso tacere e tuttavia, parlando, non posso evitare di colpire me stesso con la spada della Parola di Dio. Parlerò, parlerò. Che la spada della Parola di Dio passi anche attraverso me stesso, per arrivare a trafiggere il cuore del prossimo, a toccarlo in profondità nello Spirito. Parlerò, parlerò. Che la Parola di Dio si faccia sentire attraverso me, sia pure, prima che contro altri, contro di me».  


[1] che troveremo anche in 16,24 «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
[2] Cf. P.Bonnard, L’évangile selon saint Matthieu, Delachaux & Niestlé, pag 156




L’ateo devoto che credeva solo nel suo IO
Vito Mancuso

La parabola dell’ateo devoto che credeva solo nel suo Io.
Vito Mancuso. La Stampa 16 giugno 2023

Insegna l’antico proverbio: “De mortuis nihil nisi bonum“, vale a dire: “Di chi è appena morto, o si tace o si parla bene“. Di Silvio Berlusconi io non avrei scritto nulla, non avendo per parte mia molto di buono da riconoscergli, laddove “buono” lo intendo nel senso radicale del termine che rimanda al Bene in quanto sommo valore che coincide con la Giustizia e la Verità (concetti che scrivo al maiuscolo per indicare la loro superiorità rispetto al mero interesse privato). Se però, ciononostante, ne scrivo, è per cercare di mettere a fuoco la frase del cantautore Gian Piero Alloisio, talora attribuita a Giorgio Gaber (cito a memoria): «Non temo Berlusconi in sé, ma il Berlusconi che è in me». Non parlerò quindi di Berlusconi in sé, bensì del Berlusconi in noi, convinto come sono che quanto dichiarato da Benigni valga per milioni di italiani, forse per tutti noi, che portiamo al nostro interno, qualcuno con gioia, qualcun altro con fastidio o addirittura con vergogna, quella infezione che è, a mio avviso, il “berlusconismo”.
Cosa infetta precisamente il berlusconismo? Risponderò presto, prima però voglio ricordare questa frase di Hegel: «La filosofia è il proprio tempo colto nei pensieri». Io penso che quello che vale per la filosofia, valga, a maggior ragione, per l’economia e la politica: il loro successo dipende strettamente dalla capacità di saper cogliere e soddisfare il desiderio del proprio tempo. Berlusconi è stato molto abile in questo. Con le sue antenne personali (al lavoro ben prima che installasse a Cologno Monzese le antenne delle sue tv) egli seppe cogliere il desiderio profondo del nostro tempo, ne riconobbe l’anima leggera e se ne mise alla caccia esercitando tutte le arti della sua sorridente e persistente seduzione. Si trasformò in questo modo in una specie di sommo sacerdote della nuova religione che ormai da tempo aveva preso il posto dell’antica, essendo la religione del nostro tempo non più liturgia di Dio ma culto ossessivo e ossessionante dell’Io. Il berlusconismo rappresenta nel modo più splendido e seducente lo spodestamento dell’antica religione di Dio e la sua sostituzione con la religione dell’Io. E il nostro tempo se ne sentì interpretato in sommo grado, assegnando al fondatore i più grandi onori e costituendolo tra gli uomini più ricchi e più potenti non solo d’Italia.
Ho parlato del berlusconismo come di un’infezione, ma cosa infetta precisamente? Non è difficile rispondere: la coscienza morale. Il berlusconismo rappresenta la fine plateale del primato dell’etica e il trionfo del primato del successo. Successo attestato mediante la certificazione dell’applauso e del conseguente inarrestabile guadagno.
Vedete, Dio, prima, lo si poteva intendere in vari modi: nel senso classico del cattolicesimo e delle altre religioni, nel senso socialista e comunista della società futura senza classi e finalmente giusta, nel senso liberale e repubblicano di uno stato etico quale per esempio lo stato prussiano celebrato da Hegel, nel senso della retta e incorruttibile coscienza individuale della filosofia morale di Kant, e in altri modi ancora, tutti comunque accomunati dalla convinzione che esistesse qualcosa di più importante dell’Io, di fronte a cui l’Io si dovesse fermare e mettere al servizio. Fin dai primordi dell’umanità il concetto di Dio rappresentò esattamente l’emozione vitale secondo cui esiste qualcosa di più importante del mio Io, del mio potere, del mio piacere (a prescindere se questo “qualcosa” sia il Dio unico, o gli Dei, o l’Urbe, la Polis, lo Stato, la Scienza, l’Arte o altro ancora). Ecco, il trionfo del berlusconismo rappresenta la sconfitta di questa tensione spirituale e morale. In quanto religione dell’Io, esso proclama esattamente il contrario: non c’è nulla di più importante di Me. Non è certo un caso che il partito-azienda del berlusconismo non ha mai avuto un successore, e ora, morto il fondatore, è probabile che non faccia una bella fine. Naturalmente questa religione dell’Io suppone quale condizione imprescindibile ciò che consente all’Io di affermare il suo primato di fronte al mondo, vale a dire il denaro. Il denaro era per il berlusconismo ciò che la Bibbia è per il cristianesimo, il Corano per l’islam, la Torah per l’ebraismo: il vero e proprio libro sacro, l’unico Verbo su cui giurare e in cui credere. Il berlusconismo è stato una religione neopagana secondo cui tutto si compra, perché tutto è in vendita: aziende, ville, politici, magistrati, uomini, donne, calciatori, cardinali, corpi, parole, anime. Tutti hanno un prezzo, e bastano fiuto e denaro per pagare e ottenere i migliori per sé. Chi (secondo la dottrina del berlusconismo) non desidera essere comprato? Il berlusconismo ha rappresentato un tale abbassamento del livello di indignazione etica della nostra nazione da coincidere con la morte stessa dell’etica nelle coscienze degli italiani. La quale infatti ai nostri giorni è in coma, soprattutto nei palazzi del potere politico. Ma cosa significa la morte dell’etica? Significa lo spadroneggiare della volgarità, termine da intendersi non tanto come uso di linguaggio sconveniente, quanto nel senso etimologico che rimanda a volgo, plebe, plebaglia, ovvero al populismo in quanto procedimento che misura tutto in base agli applausi, in quanto applausometro permanente che trasforma i cittadini da esseri pensanti in spettatori che battono le mani. Ovvero: non è giusto ciò che è giusto, ma quanto riceve più applausi. Ecco la morte dell’etica, ecco il trionfo di ciò che politicamente si chiama populismo e che rappresenta la degenerazione della democrazia in oclocrazia (in greco antico “demos” significa popolo, “oclos” significa plebaglia).
Tutto questo ha avuto e continuerà ad avere delle conseguenze devastanti. In primo luogo penso all’immagine dell’Italia all’estero, che neppure dieci Mario Draghi avrebbero potuto ripulire dal fango e dalla sporcizia del cosiddetto Bunga-Bunga. Ma ancora più grave è lo stato della coscienza morale dei nostri concittadini: eravamo già un paese corrotto e di evasori, ora siamo ai vertici europei; eravamo già tra gli ultimi come indice di lettura, ora siamo in fondo alla classifica.
Ricordo che una volta mi trovavo con un imprenditore all’autodromo di Monza per una convention aziendale e, forse per la vicinanza di Arcore, forse chissà per quale altro motivo, egli prese a parlarmi di Berlusconi. Mi disse che molti anni prima gli aveva indicato una massa di gente lì accanto e poi gli si era rivolto così: «Secondo lei, quanti sono gli intelligenti là dentro? Il 10 percento? Ecco, io mi occupo del restante 90 percento». Questa è stata la politica editoriale delle sue tv che hanno portato alla ribalta personaggi fatui ed equivoci e hanno fatto strazio della vera cultura.
Il berlusconismo ha di fatto affossato nella mente della gran parte degli italiani il valore della cultura, riducendo tutto a spettacolo, a divertimento, a simpatia falsa e spudoratamente superficiale, a seduzione. Seduzione da intendere nel senso etimologico di sé-duzione, cioè riconduzione a sé di ogni cosa, secondo quella religione dell’Io che è stato il vero credo di Silvio Berlusconi e da cui non sarà facile liberare e purificare la nostra “povera patria” (come la designava, proprio pensando al berlusconismo, Franco Battiato).




C’è tanto da raccogliere
P. Ermes Ronchi

‘C’è tanto da raccogliere’, un messaggio controcorrente

padre Ermes Ronchi

XI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (16/06/2002)

Vangelo: Mt 9,36-10,8 

La messe è molta. Io invece credevo che i campi della vita fossero aridi e i tempi cattivi. Io avrei detto: c’è tanto da arare e da faticare; per raccogliere, alla fine, basta chiunque. C’è troppo sudore da mescolare alla semente, una rete da gettare per tutta la notte, e forse per non prendere nulla, come Pietro sul lago. Invece Gesù ci sorprende: il raccolto è abbondante. E ci fa capire che la campagna è sua, la semente la mette lui, il mondo lo fa crescere lui. C’è tanto da raccogliere perché il terreno è buono; la storia sale, positiva, verso un’estate profumata di frutti e non verso un deserto sanguinoso. Dall’alto Qualcuno guarda e vede che il mondo è ancora cosa buona, come  all’origine; ha fede ancora nella bontà dell’uomo, perfino nella mia. Ogni cuore è una zolla di terra seminata di germi divini: un mistero passa tra il cuore del singolo e Dio, sul quale io, raccoglitore e pastore, non intervengo, ma ammiro e ringrazio. Raccoglitori cerca il Signore, perché la fatica più grande l’ha già fatta qualcun altro, Colui che ancora esce a seminare su rovi e sassi, su strade e buon terreno, a piene mani, a pieno cuore.
Ma chi ammasserà i raccolti della pace, della giustizia, della fiducia, della gioia? Sono i discepoli che si convertono in apostoli. Anche tu sei chiamato ad aggiungere il tuo nome all’elenco dei dodici, ognuno è il tredicesimo apostolo, ognuno scrive il suo quinto vangelo, riceve la stessa missione dei dodici: annunciate che il regno di Dio è vicino. Dite: Dio è vicino; Dio è con voi, con amore. Sentilo tu quando, non sai perché, ti avvampa il cuore (Rilke). È Lui, il pastore buono che porta le tue insicurezze. Non esiste alcuna scuola che insegni a diventare apostoli, perché non sono le parole, per quanto belle, che contano, ma quanta convinzione, quanta passione e stupore contengono. Come farai a testimoniare che Dio è vicino, se tu per primo non lo senti? Dio non si dimostra, si mostra: con i gesti della pietà e della compassione: guarite, risuscitate, sanate, date… L’inviato è povero: un bastone per appoggiarvi la stanchezza, i sandali per andare e ancora andare. Non ha borsa né danaro, ma ha la pace che illumina gli occhi e la forza che regge le mani; ha delle ali d’aquila, dice la prima lettura; un supplemento d’ali, una strada verso il cielo, e una parola capace di rapire il cuore. Ognuno, come Cristo, è crocevia di finito e d’infinito, di piedi impolverati e di ali d’aquila. La duplice missione del discepolo è: esistere per Dio, per guarire la vita. O almeno per prenderci cura, se di guarire non siamo capaci, di greggi e di messi, di dolori e di ali, di un mondo barbaro e magnifico.




Confcooperative. Assemblea nazionale
Manca personale qualificato

Confcooperative: la cura per il Paese è garantire un lavoro dignitoso a tutti.
Maurizio Carucci (AVVENIRE 16 giugno 2023)

Il presidente Gardini: 3,8 milioni di persone sottopagate, il 12% degli italiani rinuncia alle cure mediche La mancanza di personale qualificato costa 21 miliardi.

Lavoro e inclusione sociale sono il filo conduttore dell’azione delle cooperative che non delocalizzano, creano lavoro e pagano le tasse in Italia. I lavori della 41esima assemblea di Confcooperative dal titolo Abbiamo cura del Paese si aprono con l’intervento di Raffaele Fitto, ministro per gli Affari Europei, le Politiche di coesione e il Pnrr. Il ministro ha un nuovo incontro con i tecnici della Ue e prima di lasciare il Parco della musica riceve un vaso di ceramica proveniente dalle zone alluvionate dell’Emilia Romagna, consegnatogli dal presidente di Confcooperative Maurizio Gardini. Subito dopo l’Inno nazionale seguito da La cura di Franco Battiato e da Bella ciao interpretati da Tosca. « La scelta di una canzone non è mai casuale, è un messaggio che viene affidato a parole e musica e arriva dritto al cuore e all’intelligenza emotiva delle persone e ci aiuta a mettere a fuoco in maniera semplice quelle che sono situazioni complesse », spiega Gardini, parlando in particolare de La cura come scelta meditata per riassumere «il compito che le cooperative ogni giorno si pongono, il tema di costruire e dare vita a un’economia sociale».
Uno dei problemi principali è la mancanza di personale qualificato. « Il mismatch – sottolinea il presidente di Confcooperative – mina la competitività delle imprese, costa 1,2% di Pil e 21 miliardi di euro. Riguarda le imprese grandi, piccole e micro: una nostra cooperativa su due non trova le figure di cui necessita. Le nostre imprese occupano 540mila persone, ne potrebbero assumere altre 30mila, ma non trovano professionalità, dal socio sanitario all’area tecnico scientifica, dall’agroalimentare al trasporto e ai servizi turisti e culturali».
Nonostante il Paese cresca e il Pil anche, aumentano le diseguaglianze. Insieme al disagio economico di lavoratori e famiglie, crescono infatti la povertà sanitaria, educativa e abitativa. «Abbiamo 3,8 milioni di lavoratori poveri che ricevono una retribuzione annuale uguale o inferiore ai 6mila euro e oltre tre milioni di lavoratori irregolari o in nero – continua Gardini –. Investiamo sulle imprese virtuose che generano lavoro dignitoso, riducendo, ulteriormente, il cuneo fiscale che pesa circa il 10% in più della media Ocse. Libererebbe nuove risorse per le imprese e lascerebbe più soldi in tasca ai lavoratori con un effetto positivo sui consumi interni depressi dall’inflazione». Il presidente di Confcooperative ricorda che «le famiglie in povertà assoluta sono 1,9 milioni, erano 800mila nel 2005: parliamo di 5,6 milioni di persone. La povertà relativa riguarda invece 2,9 milioni di famiglie e 8,8 milioni di persone». Preoccupa anche la povertà educativa: «500mila giovani, più di 11 giovani su 100, nella fascia 18-24 anni, abbandonano i percorsi di formazione senza aver conseguito un titolo di studio». Mentre è «drammatica la situazione del 12% di italiani che nel 2022 hanno scelto di non curarsi per mancanza di disponibilità economica pur avendone bisogno per risorse economiche scarse». Inoltre «circa 3 milioni di famiglie vivono nel sovraffollamento e lo indicano come il principale fattore di tensione e di criticità per la propria condizione personale. Il fenomeno riguarda 1,8 milioni di famiglie che vivono in affitto, il 35,6% del totale e 1 milione di famiglie proprietarie, circa il 15,2% del totale».
Insomma, pur nelle difficoltà, le cooperative rispondono ai bisogni delle comunità. Realizzano il 25% dell’agroalimentare, rappresentano il 30% della distribuzione al consumo e al dettaglio, il 19,6% degli sportelli bancari e portano servizi di welfare a sette milioni di italiani.




SINODO ITALIANO: verso la fase sapienziale
Erio Castellucci, Vescovo

Sinodo italiano: verso la fase sapienziale

http://www.settimananews.it/sinodo/sinodo-italiano-verso-la-fase-sapienziale/

di Erio Castellucci

 La 77ª Assemblea Generale della CEI, che si è svolta in Vaticano dal 22 al 25 maggio 2023, si è aperta e chiusa con due interventi di papa Francesco: il primo, riservato, con i vescovi e il secondo aperto anche ai referenti diocesani del Cammino sinodale, ai quali il papa ha affidato quattro consegne. Le varie sessioni, arricchite dal lavoro nei gruppi sinodali, hanno avuto come tema centrale: «In ascolto di ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Passi verso il discernimento». Pubblichiamo di seguito la relazione di mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena e Nonantola e vice presidente della CEI, che ha introdotto il lavoro dei gruppi sinodali del 23 maggio in avvio della fase sapienziale del Cammino sinodale delle Chiese in Italia.

Può essere solo una parola di gratitudine ad avviare questa comunicazione introduttiva ai lavori che inaugurano la seconda tappa del Cammino sinodale (CS) delle Chiese in Italia, la fase sapienziale. Gratitudine al Signore, che ci sta guidando attraverso il suo Spirito; al Santo Padre, che continua ad accompagnarci con i suoi orientamenti; alle nostre Chiese particolari, coinvolte attivamente, pur con diverse velocità, nel percorso sinodale; grati all’intero popolo di Dio – laici, ministri, consacrati – che si è messo in ascolto della voce dello Spirito; grati in particolare a coloro che hanno assunto servizi di responsabilità in questo percorso: vescovi e presbiteri, referenti diocesani e regionali con le relative équipes, membri del Comitato nazionale, presenti a questa Assemblea. Quanto segue è frutto della semina, della cura e di un primo raccolto ad opera di molti «operai del Vangelo».
Riconsegnare al popolo di Dio.
è utile in premessa chiarire che le tre fasi del CS – narrativa, sapienziale e profetica (versione «biblica» del trinomio della JOC vedere-giudicare-agire) – non sono parallele, ma si intrecciano: già nel racconto c’è un primo discernimento e un appello; così come nel discernimento sapienziale c’è la ricchezza delle storie e la spinta alla profezia e nelle decisioni c’è il frutto delle esperienze e delle riflessioni.
Però ciascuna fase mette in primo piano una particolare dimensione: la fase narrativa privilegia l’ascolto, la fase sapienziale esplicita il discernimento e la fase profetica la progettualità. Il passaggio alla fase sapienziale chiede dunque di far tesoro di quanto emerso nei primi due anni e di approfondirlo, in prospettiva spirituale.
All’inizio del CS, accogliendo l’invito di papa Francesco e del Sinodo universale, ci siamo proposti di evitare un rischio: passare da una consultazione aperta a tutti, che ha coinvolto in Italia mezzo milione di persone, a un discernimento riservato agli «esperti» (teologi, pastoralisti, sociologi…), per affidare le decisioni finali ai soli pastori.
Questo rischio si può evitare riconsegnando anche la seconda fase a tutto il popolo di Dio, chiedendo a chi desidera partecipare di continuare ad offrire il suo contributo, in termini non più solo di narrazione, ma di discernimento. Prima però di entrare nel merito, va tentato un breve bilancio di questo primo biennio.
Un bilancio della fase narrativa.
Senza ripetere le informazioni già fornite nel maggio del 2022, durante i lavori della nostra Assemblea che impostarono il secondo anno della fase narrativa (poi diventati «I cantieri di Betania» nel luglio 2022), segnalo telegraficamente alcuni punti che sembrano acquisiti nel biennio che si sta chiudendo:
 I 400 referenti diocesani, con circa 200 équipes, costituiscono una ricchezza pastorale sorprendente: per la dedizione e costanza di questi collaboratori, per la profondità e serenità delle analisi e proposte. È una ricchezza da non disperdere e, che insieme al Comitato qui presente, costituisce una sorta di «consiglio pastorale delle Chiese in Italia», meritevole di tanta riconoscenza.
 L’avvio del CS in un tempo ancora fortemente segnato dalla pandemia e dalle restrizioni sanitarie ha frenato iniziative e celebrazioni; ma ha nel contempo attivato una creatività digitale capace di intercettare anche persone che «in presenza» non avrebbero probabilmente partecipato; questo coinvolgimento, per quanto ridotto, ha permesso di ascoltare anche le grandi domande di senso che la pandemia, come ogni crisi acuta, è stata in grado di sollevare.
 La richiesta di trasformare il metodo della conversazione spirituale in uno «stile permanente» è stata unanime; ridotto e adattato nei tempi, questo metodo potrebbe essere assunto nelle riunioni degli operatori pastorali: organismi di partecipazione, catechisti, animatori della liturgia, ministri, volontari, educatori delle associazioni ecc., avviando ogni incontro con l’ascolto della parola di Dio e una breve risonanza tra i partecipanti.
 L’icona di Marta e Maria è stata recepita, trovando accoglienza ampia e creativa nelle nostre comunità: dalle lettere pastorali dei vescovi ai notiziari e bollettini parrocchiali, dalle rappresentazioni artistiche ai social, dai richiami nei cantieri più svariati alle assemblee diocesane. Le due sorelle di Betania sono riuscite a comparire qua e là perfino in alcuni presepi…
 Nei cantieri secondo anno ha trovato conferma il «sogno di Chiesa» condiviso nei 50.000 gruppi sinodali del primo, e riassunto nel documento nazionale consegnato al Sinodo universale nell’agosto del 2022: una Chiesa, cioè, casa accogliente e aperta, che punta sulle relazioni più che sull’organizzazione, sui volti più che sui progetti; è il «sogno di Chiesa» che corrisponde alla Evangelii gaudium di papa Francesco: e non era scontato.
 L’esperienza dei «cantieri di Betania», ancora in corso – e che già registra più di un migliaio di esperienze diocesane – ha confermato la bellezza di una Chiesa che si apre, dialoga, si confronta, e cerca di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza» (cf. 1Pt 3,15), innestandosi nei diversi percorsi umani, secondo l’incipit di Gaudium et Spes. Anche questo metodo laboratoriale è auspicato, da chi lo ha sperimentato, come «stile permanente» delle nostre comunità. I cantieri, specialmente quelli «del villaggio», saranno ripresi e valorizzati nella prossima Settimana sociale dei cattolici a Trieste, su democrazia e partecipazione, che, in continuità con quella del 2021 a Taranto su ambiente e lavoro, rappresenterà una tappa nazionale del CS.
 Si segnalano alcune difficoltà incontrate in questo biennio: un certo smarrimento iniziale a causa della partenza accelerata del CS, per la necessità di sintonizzarsi con il Sinodo universale; svariate difficoltà organizzative, anche per la novità del metodo della consultazione; molte resistenze, alcuni scetticismi, parecchie critiche, sia dai versanti iper-tradizionalisti, preoccupati per il rischio «democratico» della sinodalità, sia dai versanti iper-progressisti, che ritengono debole la spinta «profetica» del percorso italiano. Entrambi i versanti sembrano avere le idee molto chiare su come dovrebbe essere la Chiesa, e pertanto possono prescindere dalla consultazione del popolo di Dio. Tornerò su questi due versanti, perché comunque vanno ascoltati.
 Una parola merita lo scarso entusiasmo di non pochi presbiteri, spesso segnalato, a fronte del coinvolgimento di molti laici. Vorrei però esprimere, insieme alla gratitudine per i sacerdoti che invece operano nel CS, una parola di comprensione. Durante un’assemblea del clero della sua Diocesi, un parroco ha detto: «per ora preferisco stare a guardare, perché non vorrei illudere la mia comunità e poi lasciarla ancora una volta delusa». Si potrebbe rispondere a questo parroco che «stare a guardare» è una posizione comoda; però forse, nello spirito dell’ascolto, conviene lasciarsi «ferire» dalla sua osservazione e impegnarci per raggiungere quegli obiettivi per «una Chiesa diversa», dei quali poi lui stesso e la sua comunità potranno usufruire.
«Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese».
Il discernimento è un’operazione spirituale: perciò conviene, prima di passare ad alcune ipotesi «pratiche», accennare all’azione dello Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II traccia già, in poche pregnanti parole, un programma utile anche per la fase sapienziale del CS: “È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta” (Gaudium et Spes, n. 44/2).
L’intero CS in corso è un’esperienza di ascolto di «ciò che lo Spirito dice alle Chiese»; l’esortazione con cui Giovanni conclude ciascuna delle lettere indirizzate alle guide («angeli») delle sette Chiese (cf. Ap 2-3), è un invito al discernimento spirituale, personale e comunitario. Le due dimensioni, benché distinte, non sono affatto separate: la voce dello Spirito infatti risuona nel cuore dei singoli battezzati e nella comunità cristiana, nell’umanità e nell’intero creato. è impossibile costringere l’azione dello Spirito dentro le maglie di qualsiasi griglia: lo Spirito del Dio creatore e del Signore risorto permea liberamente tutti e tutto; senza dunque alcuna pretesa di completezza, si può ricondurre questa azione a tre grandi «luoghi»: la persona del battezzato, la comunità cristiana, il mondo umano e cosmico.
Lo Spirito parla nel cuore di ciascun cristiano, che ne ha ricevuto il sigillo nel battesimo (cf. Ef 1,13); e ci investe integralmente: intelligenza, volontà, anima e corpo. Lo Spirito investe l’intelligenza, come evidenzia in particolare il Quarto Vangelo, facendo memoria delle parole di Gesù (cf. Gv 14,26), dando testimonianza di lui (cf. Gv 15,26) e guidandoci alla verità, senza aggiungere parole proprie, ma annunciando ciò che Gesù ha rivelato (cf. Gv 16,13-14); così chiunque dice «Gesù è il Signore» è sotto l’azione dello Spirito Santo (cf. 1Cor 12,3).
Lo Spirito investe poi la volontà, dandole la forza di produrre «il frutto», cioè l’agape, che si irradia in atteggiamenti di gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (cf. Gal 5,22). Lo Spirito investe la nostra anima, intercedendo per noi, che non sappiamo come pregare in modo conveniente (cf. Rom 8,26).
Lo Spirito investe affetti e legami di ciascuno, cioè il corpo che, rivestitosi nel battesimo del mistero pasquale del Signore (cf. Rom 6,3-6), è «tempio dello Spirito Santo», come dice San Paolo ai Corinti (1Cor 6,19) non senza audacia, visto che sta parlando a dei greci. Non c’è nessun ambito della nostra vita ed esperienza personale che non sia investito dallo Spirito.
Comunità coesa ed estroversa.
Il fatto che in ciascun battezzato operi lo Spirito, non con emozioni gratificanti individuali, ma in modo da aprirlo alle relazioni, fonda la coesione della comunità cristiana. I battezzati sono membra dell’unico corpo di Cristo, con doni o «carismi» differenti, opera dell’unico Spirito (cf. 1Cor 12,4-11): «infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1Cor 12,13).
La comunità cristiana è l’insieme dei fratelli e delle sorelle «accorpati» – non semplicemente uniti – in Cristo mediante lo Spirito; in questo modo possono operare, mantenendo la loro diversità, per l’edificazione della Chiesa, che è il criterio essenziale indicato da San Paolo (cf. 1Cor 14) per il discernimento dei carismi.
La comunità stessa è estroversa, inviata dal Risorto alle genti: «riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). L’energia della testimonianza/martyria non proviene dall’intimo dei discepoli, nemmeno di quelli più dotati e coerenti, ma dallo Spirito del Risorto: dalla Pentecoste in poi, è questa l’esperienza della Chiesa. Gli Atti degli Apostoli, definiti da papa Francesco il «manuale di ecclesiologia» per eccellenza (cf. Discorso ai fedeli di Roma, 18 settembre 2021), sono il testo paradigmatico dell’opera dello Spirito nella Chiesa.
Ma proprio gli Atti registrano l’azione dello Spirito anche fuori dei confini visibili della Chiesa: lo Spirito guida Pietro all’incontro con Cornelio (cf. At 10,20), dopo il quale l’Apostolo riscontra che «Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga» (At 10,34-35); e subito dopo «i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo» (At 10,45; cf. anche 11,15), i quali parlavano altre lingue e glorificavano Dio (cf. At 11,46) ma l’Apostolo conclude: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?» (At 10,47).
Lo Spirito si conferma libero: normalmente scende nel battesimo, ma a volte viene conferito dopo il battesimo, con l’imposizione delle mani degli apostoli (cf. At 8,15-17; cf. anche 19,2-7, dove si esplicita che si trattava del «battesimo di Giovanni») e altre volte, come in questo caso, scende prima del battesimo e induce gli apostoli a sancire la sua presenza con il rito. Lo Spirito, in altre parole, soffia davvero dove vuole e sembra quasi che a volte la Chiesa lo debba inseguire. Nella riunione di Gerusalemme, ricordata spesso come il primo Sinodo della Chiesa, è decisiva questa constatazione di Pietro circa i pagani: «Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede» (At 15,8-9). Il discernimento che porterà alla decisione concorde, da parte dello Spirito Santo e degli apostoli (cf. At 15,28), di superare la circoncisione – il che rappresentò un salto di qualità nell’auto-comprensione della prima Chiesa nei riguardi di Israele – non è frutto di un ragionamento a tavolino sull’azione dello Spirito, e nemmeno di deduzioni teologiche, ma è la presa d’atto di un fatto: i pagani manifestano, con il loro comportamento, di avere ricevuto lo Spirito: quindi la proposta di appartenere alla comunità dei discepoli del Messia non può essere ristretta ai soli ebrei.
Libertà e universalità
I segni della discesa dello Spirito sui pagani risultano così di due tipi: da una parte il timore di Dio e la pratica della giustizia e dall’altra la manifestazione di carismi e la glorificazione di Dio. Questi sono i «fatti» di cui la Chiesa prende atto e che cerca poi di comprendere alla luce delle Scritture: «la realtà è più importante dell’idea» (cf. Evangelii gaudium, n. 231-233).
L’azione universale dello Spirito è stata richiamata più volte dal Concilio Vaticano II e dai pontefici successivi. Basteranno due citazioni: Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza. E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale (Gaudium et Spes, 22/1-2). Lo Spirito si manifesta in maniera particolare nella chiesa e nei suoi membri; tuttavia, la sua presenza e azione sono universali, senza limiti né di spazio né di tempo (..).Lo Spirito, dunque. è all’origine stessa della domanda esistenziale e religiosa dell’uomo. la quale nasce non soltanto da situazioni contingenti. ma dalla struttura stessa del suo essere. La presenza e l’attività dello Spirito non toccano solo gli individui. ma la società e la storia, i popoli, le culture. le religioni. Lo Spirito. infatti, sta all’origine dei nobili ideali e delle iniziative di bene dell’umanità in cammino (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris Missio, 28).
L’orizzonte ampio delineato da Giovanni Paolo II, che non si limita a rilevare l’azione dello Spirito nei singoli individui, ma la estende ai popoli, alle culture e alle religioni, suggerisce di collegarla con i «segni dei tempi» di cui ha parlato Giovanni XXIII a partire dalla bolla di indizione del Vaticano II (cf. Humanae Salutis, n. 4) e, sulle sue tracce, la Gaudium et Spes (cf. nn. 4 e 11). Un’azione così ampia nel grandioso affresco cosmico paolino si estende all’intera creazione in Rm 8 – capitolo ad alta concentrazione pneumatica, in cui lo Spirito è citato venti volte – dove si legge che la creazione partecipa della caducità, dei gemiti, ma anche delle speranze di redenzione degli uomini, che hanno ricevuto la primizia dello Spirito (cf. Rm 8,18-23); e sembra quasi che Paolo riecheggi lo spirito aleggiante sulle acque (cf. Gen 1,2) e il soffio vitale su Adamo (cf. Gen 2,7) che segna l’atto creatore di Dio. Umanità e cosmo, lo sappiamo bene, sono intimamente connessi nell’antropologia biblica: ed è l’unico Spirito che li pervade.
Il «senso di fede del popolo di Dio».
In tanti modi dunque lo Spirito parla alle Chiese: non solo da dentro le Chiese, ma anche da fuori. Come attivare le orecchie, qual è l’antenna per decodificare questa voce? L’antenna esiste, e prende il nome di «senso di fede/dei fedeli»; oltretutto è continuamente attiva; si tratta di metterne a punto le frequenze nel modo migliore possibile, per un discernimento adeguato. La dottrina del sensus fidei è stata precisata in questi termini dal Concilio Vaticano II, in quello che si può indicare come il testo più citato da papa Francesco: Il popolo santo di Dio partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità, e con l’offrire a Dio un sacrificio di lode, cioè frutto di labbra acclamanti al nome suo (cf. Eb 13,15). La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, (cf. 1Gv 2,20 e 27), non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando «dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici» mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale. E invero, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, e sotto la guida del sacro magistero, il quale permette, se gli si obbedisce fedelmente, di ricevere non più una parola umana, ma veramente la parola di Dio (cf. 1Ts 2,13), il popolo di Dio aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte (cf. Gdc 3), con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita (Lumen Gentium, n. 12).
Così commenta papa Francesco: In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza (cf. LG 12) Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente, benché non dispongano degli strumenti adeguati per esprimerle con precisione (Evangelii Gaudium, n. 119).
Dal Sensus fidei al Consensus fidelium
La Commissione Teologica Internazionale ha dedicato nel 2014 un documento al «Sensus fidei nella vita della Chiesa», che è utilissimo per il discernimento. Esiste prima di tutto un sensus fidei fidelis, che papa Francesco chiama anche «fiuto» e per descriverne l’azione usa il verbo «annusare»: una facoltà attivata dall’unzione dello Spirito, la cui efficacia non è però automatica, ma è consegnata alla libertà del cristiano ed è quindi proporzionale all’effettiva profondità dell’esperienza credente: alla fede, speranza e carità vissute.
Questo rende relativo un approccio puramente «parlamentare», come direbbe il papa, ossia l’idea che a ciascuno corrisponda «un voto»; ma nello stesso tempo permette – e ci ha permesso – di aprirsi davvero a tutti, perché il «senso di fede» del battezzato non costituisce solamente la premessa perché offra il proprio contributo al CS, ma si educa e si attiva anche attraverso la stessa esperienza sinodale.
Si può dire dunque che questo primo biennio ha espresso ma anche favorito il senso della fede di ogni battezzato. Per analogia, poi, se è vero che lo Spirito agisce anche al di fuori dei confini ecclesiali, attraverso le virtù cardinali e teologali, è stato ed è importante coinvolgere anche coloro non sono battezzati: e non tanto per motivi di correttezza politica, quanto per l’apporto “spirituale” che possono offrire anche coloro che fanno del bene ai fratelli senza sapere che così lo hanno fatto a Cristo (cf. Mt 25,31-46).
Il sensus fidei fidelis, quando si esprime nel contesto delle relazioni comunitarie e si raffina nella conversazione, nella preghiera e nell’azione, diventa sensus fidei fidelium. Sappiamo bene che la Chiesa non è la semplice somma dei singoli battezzati, ma è «il corpo di Cristo», nel quale i singoli, in quanto membra, vengono appunto «incorporati». Nessun singolo può rivendicare il proprio «fiuto» come un sesto senso infallibile – se escludiamo il vicario di Pietro, a certe precise condizioni – ma tutti insieme, nella fatica del «discernimento comunitario», possiamo intercettare e seguire il cammino che lo Spirito suggerisce alle Chiese.
La fase sapienziale mette in primo piano proprio questa dimensione comunitaria del sensus fidei, cercando di creare occasioni – benché non sia elegante l’espressione – per annusarci a vicenda e annusare i «segni dei tempi», cioè l’umanità di oggi, il mondo e la storia, con le loro sfide e opportunità. Il documento finale del Convegno di Palermo (1996) dedica alcuni paragrafi al discernimento comunitario, che varrà la pena di riprendere in mano.
Si deve poi arrivare, passo dopo passo, al consensus fidei fidelium, che sarà più esplicito nella fase profetica, ma che accompagna l’intero CS. La ricerca del consenso di fede si avvale di tutti gli strumenti metodologici ecclesiali per raggiungere delle convergenze, senza però appiattire tutte le opinioni, ma passando attraverso il dibattito.
Non si potrà dunque in futuro trascurare il voto, del resto già praticato in vari contesti ecclesiali consultivi o deliberativi, ma sempre tenendo presente la natura della Chiesa, che non corrisponde ad alcuna forma di governo degli Stati, pur presentando analogie sia con la democrazia che con la monarchia.
Il Sinodo universale potrà darci delle luci anche su queste dinamiche, a partire dalla prima convocazione a Roma nell’ottobre prossimo. Avremo quindi modo di confrontarci a suo tempo e mettere a punto una metodologia per arrivare alla formazione del consenso dei fedeli.
Dove siamo (punti di partenza).
Il biennio narrativo ha registrato alcune convergenze circa la situazione ecclesiale in Italia. Le raccolgo attorno a due poli, la partenza (dove siamo) e l’obiettivo (dove vorremmo arrivare).
La citatissima sentenza pronunciata da papa Francesco al Convegno di Firenze e da lui poi ripresa in seguito – «non ci troviamo solo in un’epoca di cambiamenti ma in un cambiamento d’epoca» – è ormai convinzione comune, sulla quale non è necessario tornare. Esiste ora anche in Italia la consapevolezza che «la cristianità è finita» (cf. Discorso alla Curia romana, 20 dicembre 2019). Non esiste più quella (vera o presunta) saldatura tra valori derivanti dal Vangelo e valori condivisi nella società che caratterizzava la societas christiana. Da questa consapevolezza possono tuttavia scaturire progetti molto differenti tra loro: c’è chi esulta, indicando la diaspora come forma cristiana ideale, senza rivendicare alcuna rilevanza sociale e politica; c’è chi si ripiega nella nostalgia, reagendo in modo rassegnato e remissivo, oppure al contrario in modo polemico e combattivo, condannando in blocco il mondo.
Il biennio narrativo del CS ha fatto emergere in realtà un progetto diverso da questi; un progetto variegato, sì, ma propositivo e creativo. Le persone che hanno preso parte al percorso sinodale non soffrono di eccessive nostalgie per la cristianità e nemmeno di grandi entusiasmi per la post-cristianità, ma tengono i piedi per terra. Anziché scoraggiarsi o esaltarsi, molti cristiani comprendono che occorre capire bene «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» oggi, nella persuasione che lo Spirito non va in pensione, opera in qualsiasi condizione, anche in quelle apparentemente meno favorevoli.
Non manca, nelle relazioni diocesane, chi nota come il sommarsi delle crisi attuali, sia quelle planetarie – come la pandemia, l’inquinamento e la guerra – sia quelle ecclesiali – dovute anche agli scandali legati agli abusi, agli arrivismi e alla cattiva gestione dei beni – insieme a tante sofferenze e disagi, apra anche nuove opportunità per i credenti: un atteggiamento più umile come chiede il papa, più propenso a camminare insieme e ad ascoltare, più orientato a recuperare il nucleo kerygmatico ed essenziale della fede.
Dove vorremmo arrivare (obiettivi).
Si registra il desiderio di elaborare modi nuovi di presenza e di testimonianza, facendo leva sulle innumerevoli esperienze belle e positive – raramente comunicate dai mass media – e sulla «santità della porta accanto» profondamente radicata nelle nostre Chiese. Anche persone talvolta pastoralmente catalogate come «lontane» o «distratte», di fronte allo svelarsi delle domande profonde della vita, suscitate spesso da esperienze forti negative o positive, esprimono quel «frutto dello Spirito» presente dovunque. Non siamo, dunque, in un deserto: il cammino delle Chiese in Italia dopo il Concilio Vaticano II si è già posto con decisione sulle strade della riforma, che non sarà mai compiuta se non nel regno di Dio, ma che deve essere costantemente perseguita in questa Ecclesia semper purificanda (LG 8). Ci sono tanti germogli, moltissime spighe da coltivare; non vediamo più o ancora le messi, ma sappiamo che lo Spirito continua a lavorare in profondità. Per usare una formula emersa in una riunione del Consiglio permanente, che esprime il sentire di molti fedeli: non servono né comunità remissive né comunità aggressive, ma comunità creative e generative.
Ci siamo così già affacciati sul tema degli obiettivi. Dove vogliamo arrivare? Il biennio narrativo, sia nei gruppi sinodali che nei cantieri, ha ravvivato il «sogno di Chiesa» corrispondente, come accennato, alla Evangelii Gaudium. Certo, non sono mancate le voci dissonanti – ed è normale in un organismo vivo come la Chiesa – dai due fronti già ricordati, iper-tradizionalista e iper-progressista, con tutte le sfumature intermedie. Ma in definitiva il primo biennio sinodale scrive quasi una Evangelii Gaudium adattata alle Chiese in Italia, sulle tracce del discorso del papa al Convegno di Firenze del 2015.
Il lavorìo dei «cantieri di Betania» ha confermato, arricchito e rilanciato le mete sognate nel primo anno dai gruppi sinodali: una Chiesa che ascolta, che accoglie, che mette al centro le relazioni come in una casa, che celebra in modo coinvolgente, che sa condividere e dialogare, che è prossima ai passaggi di vita: in una parola, una Chiesa più snella, evangelica, libera.
Un discernimento comunitario «operativo».
Ora si apre la questione decisiva nella fase che inizia: come collegare la partenza e la meta, quali ponti costruire perché il sogno di Chiesa non rimanga un sogno? Qui si gioca l’esito del nostro CS.
Su questo punto va orientato il discernimento comunitario, che immaginiamo come discernimento operativo, teso cioè a individuare le condizioni di possibilità per camminare verso la Chiesa sognata. Sarebbe inutile e frustrante continuare a ripeterci che la realtà non è più quella di prima e che perciò dobbiamo realizzare una Chiesa diversa e più evangelica, se ora non focalizzassimo i passi da compiere, i ponti da costruire con pazienza ma con decisione.
In questa linea, il Consiglio permanente della CEI e il Comitato del CS si sono orientati a proporre a questa Assemblea alcune tracce che, opportunamente elaborate, costituiscono la base per le Linee guida che le nostre Chiese locali riceveranno all’inizio di luglio. Queste tracce, sulle quali lavoreremo a partire dal pomeriggio di oggi, raccolgono attorno a cinque macro-temi o «costellazioni», gli snodi fondamentali emersi nel biennio. I macro-temi, suddivisi poi in sotto-temi per favorire i lavori nei gruppi, sono: 1) la missione secondo lo stile di prossimità; 2) i linguaggi, la cultura, la proposta cristiana; 3) la formazione alla fede e alla vita; 4) la corresponsabilità; 5) le strutture. Qualche parole su ciascuno di questi cinque macro-temi.
Missione nello stile della prossimità.
È importante cominciare non dai problemi interni, ma dall’orizzonte missionario: tenerlo sempre vivo, come ha detto anche ieri il cardinale presidente, significa evitare il ripiegamento e la chiusura. La Chiesa esiste per l’annuncio e non per se stessa: la ricerca di una comunione interna senza l’orizzonte missionario rischia di trasformarsi in un esercizio cosmetico, di semplice suddivisione di spazi, ruoli e competenze. Questa prima costellazione va in diverse direzioni, ciascuna delle quali sarà oggetto di un gruppo sinodale: l’impegno sociale e politico, l’accoglienza delle diversità, l’ospitalità specialmente verso gli ultimi.
Perché missione «nello stile della prossimità»? Perché è uno stile che non tende a contrapporsi ai diversi mondi ma a far lievitare dal loro interno i germogli evangelici che già vi si trovano. Le immagini missionarie consegnate da Gesù ai discepoli non sono quelle dell’esercito schierato o del castello fortificato, ma quelle del sale e della luce, a servizio di un regno che cresce come il seme e come il lievito. Sembrano immagini deboli, ma sono molto forti, perché la vera forza evangelica è la mitezza unita alla perseveranza.
L’esperienza dei «cantieri di Betania», specialmente quelli «del villaggio», ha dimostrato su tanti ambiti come sia possibile trovare dei punti di contatto e come vi siano aperture impensabili all’annuncio della Chiesa. L’impressione generale di questo biennio, per dirla con metafore un po’ alla moda, è che i mondi non siano impermeabili al Vangelo, ma siano «porosi»: c’è un’attesa a cui si può rispondere efficacemente non con lo scontro di idee ma con l’incontro di persone.
I linguaggi, la cultura, la proposta cristiana.
Restando nell’orizzonte della missione, occorre affrontare sapientemente il complesso tema del linguaggio, sia in chiave liturgica e omiletica, sia in chiave culturale e mass-mediatica. Sappiamo di avere in dono un tesoro inestimabile – la rivelazione cristiana – che può fecondare e arricchire il mondo, che può dare significato alle domande più profonde sepolte nei cuori umani, che può rendere più bella la vita… ma spesso non riusciamo a comunicare, a farci capire, a destare interesse.
Non si tratta solo di ritoccare l’annuncio, la celebrazione e la teologia; si tratta di ripensare con un certo coraggio anche il modo e lo stile della comunicazione. Papa Francesco nella Evangelii Gaudium ha dedicato molta attenzione all’omelia e alla catechesi. E sappiamo poi quanto oggi i media, specialmente i social, richiedano linguaggi specifici e siano capaci di influenzare l’opinione pubblica.
Circa la cultura: sapremo rilanciare un progetto culturale con uno stile e un linguaggio nuovi, che facciano «parlare» le tantissime esperienze buone – così è stato lo stile del Convegno di Firenze e della Settimana di Taranto – e che le rendano non semplicemente interventi di «pronto soccorso» o testimonianze edificanti, ma che, opportunamente pensate ed elaborate, le rendano culturalmente significative?
Quando papa Francesco ricorda che «la realtà è più importante dell’idea» (Evangelii Gaudium, nn. 231-233), indica anche una strada adatta per fare cultura oggi: la Chiesa non deve affatto rinunciare alla cultura, ma quella che può interessare e fare breccia oggi sembra richiedere la fatica di «pensare» le esperienze e «renderne ragione» in maniera sistematica, alla luce della rivelazione cristiana.
La formazione alla fede e alla vita.
È convinzione diffusa, rispecchiata in tutte le sintesi sinodali diocesane, che la formazione a tutti i livelli richieda una riformulazione adeguata al cambiamento d’epoca. Si pensa ai cammini di preparazione ai ministeri ordinati – diaconato e presbiterato – e istituiti; ma si pensa anche alla formazione degli adulti e all’iniziazione cristiana, che domanda davvero – come ribadisce Evangelii Gaudium – una impostazione kerygmatica e mistagogica.
Kerygmatica, cioè ricentrata sull’annuncio di Cristo morto e risorto, presentando i contenuti della fede secondo la logica conciliare della «gerarchia delle verità»: in questa direzione vanno le numerose proposte di ripresa della lectio divina, di formazione di gruppi biblici nelle case ecc.
Mistagogica, cioè capace di integrare la preparazione ai sacramenti con la catechesi a partire dal mistero celebrato, in modo che il sacramento diventi davvero tappa e non traguardo.
Non è impossibile: tante esperienze nelle nostre diocesi, compresi non pochi «cantieri», dimostrano che è possibile superare una metodologia troppo dottrinale e scolastica, per iniziare alla fede secondo il metodo catecumenale: si tratta di proporre esperienze integrali di ingresso nella comunità, attraverso l’annuncio e la celebrazione, il servizio e la creatività (ad es. musica, canto, teatro, arte in tutte le sue forme: via pulchritudinis), l’incontro con i testimoni e il gioco come esperienze di gratuità.
Infine l’accompagnamento spirituale, di singoli e coppie – e non solo ad opera dei ministri ordinati o dei consacrati – viene indicata come strada maestra per la personalizzazione della fede, nello stile dell’incontro e della relazione «a tu per tu», veicoli privilegiati per l’annuncio.
La corresponsabilità
Non solo i laici, ma anche molti presbiteri e vescovi segnalano la necessità di una reale corresponsabilità nella pastorale comunitaria; corresponsabilità non solo affettiva, ma anche effettiva. L’immaginario comune è quello di preti e vescovi che stanno aggrappati al loro potere e non vogliono condividerlo. Senza negare che accada anche questo, la realtà è però molto diversa: preti e vescovi sono i primi a chiedere di condividere effettivamente le responsabilità.
Prendiamo un esempio a caso, i vescovi. Una lettura, lo ammetto, un po’ rapida e maliziosa del Codice di Diritto Canonico, può rilevare almeno sei analogie tra i compiti attribuiti al vescovo e altrettanti compiti civili: il vescovo è un po’ sindaco, presiedendo l’amministrazione della diocesi; un po’ prefetto, poiché rappresenta il «governo centrale», la Chiesa universale; è magistrato inquirente (vedi le norme sempre più rigide a riguardo degli abusi) e può essere presidente del tribunale (solo nel caso del vescovo non esiste incompatibilità fra questi due incarichi); è presidente di fondazioni e istituti (Opere Pie, Istituto Diocesano Sostentamento Clero); e poi assume le funzioni di capo del personale, poiché l’assegnazione delle parrocchie è di fatto movimento di personale e la Curia ha una configurazione aziendale; è anche in un certo senso provveditore agli studi, data la rete delle scuole cattoliche e il sistema attuale degli incarichi agli insegnanti di religione in Italia.
E i parroci, su scala minore, si trovano tante volte sommersi da incombenze simili. Qualcosa non funziona; non bastano «collaboratori», occorrono «corresponsabili», uomini e donne. L’esperienza di compartecipazione ai laici del munus regendi, che andrà naturalmente studiata bene, sussidiata e normata anche nel diritto canonico, potrà aprire degli spazi nuovi anche alle donne: pochissimi gruppi sinodali in Italia hanno rivendicato il sacerdozio femminile, tema divisivo ed eccedente rispetto alle competenze della CEI, ma tutti hanno chiesto che la presenza delle donne, preziosissima e maggioritaria nelle nostre Chiese, possa trovare espressione anche nella corresponsabilità pastorale.
Gli organismi di partecipazione poi dovranno essere rilanciati con una migliore articolazione tra ruoli consultivi e ruoli deliberativi: anche su questi aspetti ci aiuterà il Sinodo universale.
Le strutture.
Basteranno qui poche parole, perché tutti abbiamo ben presente quanto le strutture, che di per sé sono strumenti preziosi a servizio dell’annuncio e di tutta la pastorale, troppe volte sono pesanti, costose, sproporzionate. Abbiamo le strutture della cristianità e spesso non abbiamo più la possibilità di valorizzarle e nemmeno di gestirle. I gruppi sinodali che si impegneranno su questo macro-tema rifletteranno sulle strutture materiali, amministrative, pastorali e spirituali, per riflettere su come possano diventare più snelle, sfrondare gli inutili appesantimenti e recuperare il loro compito di strumenti della missione.
Come si deduce da queste parole introduttive ai cinque macro-temi − e sarà più chiaro nei gruppi − non si è scelto di operare un discernimento operativo comunitario sull’uno o l’altro ambito della pastorale, ma – ripeto – sulle condizioni di possibilità per una «Chiesa diversa». Si tratta cioè di snellire o sbloccare alcuni meccanismi, ora ritenuti troppo pesanti e fermi, che possono favorire una Chiesa più sinodale; senza questa operazione di snellimento, diventa difficile affrontare in chiave missionaria qualsiasi azione pastorale: che siano i giovani o le donne, i poveri o la cultura, la catechesi o la liturgia. Sarebbe come chiedere ad una persona di correre la maratona tirandosi dietro una carovana anziché uno zaino. La fase sapienziale ha il compito di individuare che cosa deve essere sbloccato e snellito, preparando così le proposte da sottoporre al consenso dei fedeli.
Tre domande per il lavoro.
Ciò significa – anche se è un po’ scomodo – che il discernimento non è su «che cosa deve cambiare il mondo per avvicinarsi alla Chiesa», ma «che cosa dobbiamo cambiare come Chiesa per incontrare il mondo». Non si tratta di formulare giudizi su ciò che gli altri devono cambiare, ma su ciò che noi cristiani dobbiamo rivedere.
Le tre domande che troverete come spunti in ciascuno dei gruppi servono a questo:
Quali esperienze sinodali, su questo tema, nel corso del biennio narrativo sono risultate praticabili e promettenti nelle nostre diocesi, così da potersi tradurre in pratiche diffuse?
Quali approfondimenti (teologici, pastorali, culturali, sociologici, giuridici e canonici, ecc.) sono necessari per portare questo tema verso la fase decisionale?
Quale contributo concreto può offrire su questo tema il livello nazionale (CEI e Comitato sinodale)?
In base al risultato del lavoro nei gruppi, oggi come Assemblea e Comitato e domani e venerdì come Comitato e referenti, si potranno assegnare le diverse proposte operative a differenti livelli ecclesiali: alcune avranno una dimensione diocesana, altre nazionale e altre ancora universale. Di qui si decideranno anche le Assemblee sinodali della fase profetica, che a partire dall’autunno 2024, potranno anche essere più d’una (si vedrà in base agli argomenti emersi e alle loro priorità), per decidere in maniera ordinata e logica su tutti gli argomenti che saranno posti. In sintesi quindi il cronoprogramma proposto è questo:
– da oggi a venerdì mattina: l’Assemblea CEI, insieme al Comitato del CS e – da domani – ai referenti diocesani, avviano la fase sapienziale riflettendo sui cinque macrotemi, divisi in 38 gruppi sinodali;
– il materiale di queste tre giornate verrà raccolto e studiato dal Comitato del CS, che elaborerà la bozza delle Linee-Guida per la fase sapienziale, in cui confluiranno anche le sintesi diocesane dei “cantieri” che arriveranno entro il 15 giugno;
– la bozza delle Linee-guida sarà esaminata, discussa, integrata e approvata l’8 luglio prossimo, nella riunione online del Consiglio permanente della CEI, che la consegnerà nei giorni successivi alle Chiese locali;
– ciascuna Chiesa locale, in base alla propria lettura della realtà, sceglierà i temi sui quali operare il discernimento comunitario, formulando le proposte operative, che consegnerà al Consiglio permanente della CEI e al Comitato del CS entro la fine di aprile del 2024;
– la prossima Assemblea ordinaria della CEI, a maggio 2024, aprirà l’ultima fase, quella profetica, impostando le successive assemblee sinodali nazionali che si apriranno nell’autunno 2024, con il compito di deliberare sulla base del consensus fidelium.
Eucaristia e Sinodo.
In conclusione, ma poteva essere anche l’introduzione, ricordo l’icona scelta per la fase sapienziale: l’incontro dei due discepoli di Emmaus con il Risorto. Una delle tappe sinodali nazionali, il Congresso eucaristico di Matera dello scorso settembre, ha messo in luce l’intima relazione tra Eucaristia e Cammino sinodale.
Non c’è solo un’analogia a unire le due celebrazioni – sia l’Eucaristia che il Sinodo si «celebrano» – ma è una co-implicazione tale, che si potrebbe definire la Sinassi eucaristica un «Sinodo concentrato» e il Cammino sinodale una «Eucaristia dilatata».
Questa intima relazione, sulla quale i nostri fratelli cristiani d’Oriente ci sono maestri, ci orienta a trovare le parole giuste: non tanto «democrazia» quanto «partecipazione», non tanto «gruppo» quanto «assemblea», non tanto «ruoli» quanto «doni e carismi», non tanto «esercizio di potestà» quanto «servizio di presidenza».
Nella celebrazione eucaristica, come nel cammino sinodale, il popolo di Dio si pone nell’atteggiamento di recezione di un dono, di una grazia, di una parola divina, prima e più che di uno scambio orizzontale di doni e di parole umane.
Per questo viene proposta l’icona di Emmaus (cf. Lc 24,13-35), alla quale auguriamo la stessa accoglienza di quella di Betania. È lì, in quell’incontro della sera di Pasqua, il senso della fase sapienziale; sono lì i criteri fondamentali per il discernimento operativo. Luca, in questa pagina, rilegge l’esperienza pasquale alla luce dell’esperienza eucaristica, ormai cinquantennale quando lui scrive il Vangelo; e viceversa rilegge l’esperienza eucaristica alla luce dell’esperienza pasquale.
L’icona biblica: Emmaus
Emmaus è una sorta di Messa itinerante. Siamo noi quei discepoli – uno dei quali è appositamente anonimo perché ciascuno si metta al suo posto – e siamo in cammino; siamo l’assemblea radunata dalle nostre case; un’assemblea di battezzati che confessano prima di tutto i propri peccati, le proprie delusioni, le proprie fughe da Gerusalemme, le proprie nostalgie per la vita di prima. Il Signore ci lascia sfogare, anzi provoca il nostro sfogo – «che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?» – perché non ha paura dei nostri lamenti. Prendere sul serio le delusioni, i lamenti, le fatiche, le critiche, senza ribattere colpo su colpo, ma cercando di capire «cosa c’è dentro»: è il primo passo per un discernimento autentico. E il Signore si affianca: senza imporre ai due il proprio passo, senza chiedere a loro di tornare sulla retta via, di fare retromarcia e prendere la direzione giusta, Gerusalemme. No, avvia il dialogo, si innesta nelle delusioni e nel lamento dei due discepoli e annuncia tutto ciò che lo riguarda nelle Scritture. La liturgia della Parola, alla cui strutturazione ha contribuito anche questa pagina lucana, offre il paradigma principale per il discernimento, che deve avvenire nell’ascolto comunitario delle Scritture. Il criterio sapienziale più importante è la lettura cristologica delle Scritture, la parola di Dio alla luce della Pasqua. Tutto va interpretato nella chiave del kerygma di morte, sepoltura, risurrezione, vita nuova. L’ardore del cuore, pur senza sfociare nel riconoscimento esplicito, cresceva lungo il cammino. Per quale motivo? Certo, il cuore dei due discepoli ardeva per il fascino del Signore; forse ardeva anche per la sua maestria nell’interpretare le Scritture, che apriva la mente dei discepoli. Ma si può cogliere anche un altro motivo: i due dicono che il cuore ardeva «mentre conversava» con loro «lungo la via». Non è solo il fascino personale del predicatore a scaldare il cuore, e nemmeno solo la bellezza degli argomenti – due aspetti comunque importanti – ma anche e forse soprattutto il fatto che Gesù predica «lungo la via», facendo strada con loro. Hanno avvertito che quella parola non è pronunciata da una cattedra, ma sulla strada, camminando con loro. La parola che scalda, anche quando il predicatore è fermo sul pulpito – come nella celebrazione eucaristica – è una parola itinerante, che nasce dalla condivisione di un cammino. Ecco un altro criterio: la comunità discerne con un atteggiamento itinerante; non restando seduta «alla meta», tentata di giudicare chi è dentro e chi fuori dal sentiero, e nemmeno stando seduta «alla partenza», lasciando che ciascuno vada dove vuole, ma apprezzando i faticosi cammini di tutti, soprattutto di coloro che arrancano, accompagnandoli.
Il discernimento: l’invito e la frazione del pane.
«Resta con noi, perché si fa sera». Giunti a Emmaus, l’invito dei discepoli è una risposta al Maestro, quasi una implorazione a Colui che ha fatto balenare una luce nuova nella loro vita; nella liturgia, sarebbe una «preghiera dei fedeli» come risposta alla parola che scalda il cuore. Ma questo invito esprime anche il desiderio di accogliere «il forestiero», come l’avevano definito all’inizio del dialogo; qui «resta con noi» è quindi anche un gesto di ospitalità, l’offerta della casa e della mensa; è un segno offertoriale, la condivisione delle proprie risorse. Il discernimento comunitario non può avvenire se non nello stile dell’invito «resta con noi, perché si fa sera»: cioè in un clima orante e in un clima accogliente, con un’attenzione speciale a chi è «forestiero», a chi non è dei «nostri». Il pane posto sulla mensa dai discepoli diventa pane eucaristico: così come nei racconti della moltiplicazione, in questa scena l’evangelista usa con cura i termini dell’ultima Cena, il linguaggio eucaristico: «prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro». E nello spezzare il pane scatta il riconoscimento, perché riconosce pienamente il Signore risorto chi lo sperimenta come Signore offerto, come pane spezzato e condiviso. Solo chi avverte l’abbraccio del suo amore può riconoscere e confessare che «Gesù è il Signore». Il discernimento comunitario prende le mosse dalla frazione e condivisione del pane: sia quella rituale, la celebrazione e la comunione eucaristica, sia quella esistenziale, il servizio e la prossimità alla gente. Chi si nutre del corpo eucaristico del Signore, può meglio discernere le esigenze delle membra del corpo ecclesiale e del corpo sociale.
Ora tocca a noi!
La scomparsa improvvisa del Signore è la condizione perché i due discepoli non si attardino a parlare con lui, non lo accerchino, non si chiudano in una bolla emotiva. È la condizione per la missione: ora tocca a loro. Il pane condiviso li mette in moto, li spinge a ripercorrere gli undici chilometri in direzione inversa rispetto all’itinerario precedente.
Paradossalmente, nel cammino sbagliato, quello della delusione e del dolore, Gesù li accompagna passo dopo passo; invece nel cammino giusto, quello del riconoscimento e della missione, Gesù li lascia soli. Il Signore si mette al fianco dei fragili, mentre lascia che i forti camminino con le loro gambe. L’orizzonte missionario, lo sguardo sull’umanità, e non lo sguardo limitato alla soluzione delle «beghe interne» alla comunità, è un’altra condizione per un adeguato discernimento comunitario.
A Gerusalemme i due trovano «riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro», i quali annunciano il kerygma in questa forma: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». E loro stessi raccontano quanto è «accaduto lungo la via». Sembra di sentire l’anticipo – o l’eco – di quanto scrive San Paolo, quando, tre anni dopo la conversione, va a Gerusalemme «a conoscere Cefa», rimanendo con lui quindici giorni (cf. Gal 1,18) e poi, quattordici anni dopo, va di nuovo a Gerusalemme, esponendo il Vangelo alle persone più autorevoli, «per non correre o aver corso invano» (cf. Gal 2,1-2).
È il criterio del confronto con la Tradizione e il Magistero vivo: il discernimento, per essere davvero «comunitario», deve paragonarsi con coloro che sono posti alla guida delle comunità, come garanti della fede apostolica e dell’autenticità dell’annuncio («Tradizione») e della comunione ecclesiale («Cattolicità»).




Riders in Europa. Si cambia?
Avvenire

Più regole sui contratti dei rider: c’è l’intesa tra i governi dell’Ue.

Giovanni Maria Del Re (AVVENIRE 13/06/2023)

 Il punto essenziale dell’accordo è la giusta classificazione dei lavoratori in base a criteri comuni. Al momento 5,5 milioni sono inquadrati come “autonomi”, anche se in molti sono trattati a tutti gli effetti come dipendenti

Accordo fatto tra gli Stati membri per regolare il settore dei cosiddetti “rider”, i lavoratori delle piattaforme digitali, la “Gig Economy”, da Deliveroo a Uber, da MyMenu a Glovo. Un accordo arrivato ieri a Lussemburgo, nel quadro del Consiglio dei ministri Ue per gli Affari sociali, che giunge dopo quello raggiunto a febbraio dal Parlamento Europeo, l’altra istituzione legiferante. Nel dicembre 2022 era fallito un precedente tentativo di accordo tra i Ventisette. Ieri i ministri hanno superato le divergenze – in realtà non del tutto, visto che se si sono astenuti cinque Stati membri (Germania, Spagna, Grecia, Estonia e Lettonia), visti i perduranti dubbi di un impatto troppo pesante sulle società del settore –, ora potrà iniziare il negoziato interistituzionale (trilogo) per l’approvazione definitiva. La base è il testo presentato dalla Commissione Europea il 9 dicembre 2021, con l’idea di porre fine al far west che vige in un settore che genera introiti schizzati dai 3 miliardi di euro del 2016 ai 14 miliardi del 2020, per un totale previsto di addetti di 48 milioni di addetti nel 2025. « La Gig Economy – ha dichiarato, per la presidenza di turno Ue, la ministra svedese per la Parità dei sessi e la vita lavorativa Paulina Brandberg – ha portato molti benefici alle nostre vite, ma questo non deve andare a spese dei diritti dei lavoratori». L’accordo, ha aggiunto, «trova un buon equilibrio tra la protezione dei lavoratori e la certezza giuridica per le piattaforme che danno loro lavoro». Il punto essenziale è anzitutto la giusta classificazione dei lavoratori. Secondo la Commissione, al momento 5,5 milioni di lavoratori del settore sono classificati come “autonomi” con partita Iva. Moltissimi di loro, però, in realtà sono trattati a tutti gli effetti come dipendenti, in quanto, sottolinea una nota del Consiglio dei ministri Ue, «devono rispettare le stesse regole dei lavoratori dipendenti». Questo, si legge ancora, «indica che vi è di fatto una relazione di lavoro dipendente, e dunque devono godere degli stessi diritti e della stessa protezione sociale concessa ai dipendenti nel quadro della normativa nazionale e Ue», ad esempio ferie pagate, contrattazione collettiva, salario minimo o una liquidazione. Per dare certezza giuridica, la Commissione aveva indicato cinque criteri di cui due dovevano esser soddisfatti per affermare che in realtà vi è un rapporto di lavoro dipendente. Gli Stati membri hanno aumentato i criteri a sette, con un minimo di tre per stabilire il rapporto di dipendenza. Tra questi, un tetto massimo agli introiti che può ricevere un rider, restrizioni sulle possibilità di rifiutare un incarico, regole sull’abbigliamento e un codice di condotta. L’accordo degli Stati membri ha confermato una novità che aveva già introdotto il testo del Parlamento Europeo: il ribaltamento dell’onere della prova. E cioè, si legge nel comunicato del Consiglio Ue, «nel caso si applichi la presunzione di rapporto dipendente, starà alla piattaforma digitale dimostrare che invece tale rapporto non sussiste». Una norma che ha suscitato critiche da varie aziende del comparto. Sul testo del Parlamento Europeo, per la cronaca, si erano spaccati i partiti di governo: FdI e Lega a favore, mentre Forza Italia aveva votato contro. Tra gli altri punti, da segnalare la richiesta di maggiore trasparenza nell’uso degli algoritmi utilizzati per la gestione delle risorse umane. Al momento, afferma il Consiglio Ue, «i lavoratori delle piattaforme si trovano confrontati con mancanza di trasparenza su come vengono prese le decisioni e come sono utilizzati i dati personali». L’Ue, invece, si legge nella nota, « vuole assicurare che i lavoratori siano informati sull’utilizzo del monitoraggio automatico e dei sistemi decisionali». Nel testo si richiede che «tali sistemi siano monitorati da personale qualificato, che gode di una protezione speciale da trattamenti ostili. La supervisione umana è richiesta anche per alcune decisioni significative come le sospensioni degli account ».




EQUILIBRIO LAVORO-VITA
Avvenire

Dopo il Covid. Meno smart working, ma orari flessibili: così sta cambiando il lavoro
Luca Mazza (AVVENIRE on line sabato 10 giugno 2023)

A distanza di tre anni dal boom obbligato dalla pandemia il lavoro a distanza non è decollato Nel 2022 sono state coinvolte 3,6 milioni di persone (circa 500mila in meno rispetto al 2021).

Imprescindibile per centinaia di professioni nei mesi più bui del Covid, utile nella lenta fase di uscita dalla pandemia anche con l’obiettivo di raggiungere un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro, fortemente ridimensionato adesso che l’emergenza sanitaria è ufficialmente terminata: lo smart working è in frenata in Italia. A tre anni di distanza dal boom “obbligato”, il lavoro da remoto non è decollato. Anche se il governo ha prorogato al 31 dicembre lo smart working in scadenza a fine giugno per i lavoratori fragili e i genitori con figli under 14 nel privato (mentre per la Pubblica amministrazione il nodo è ancora da sciogliere), molte aziende in realtà già nei mesi scorsi si sono mosse per “ripopolare” sedi e uffici. Contemporaneamente al ridimensionamento dello smart working, inoltre, sta cambiando l’organizzazione del lavoro. L’attenzione del mercato occupazionale, infatti, adesso sembra molto concentrata sulla rimodulazione degli orari, con le prime esperienze di settimana corta (4 giorni di lavoro invece di 5) che state avviate anche in Italia. Partendo dal rallentamento del lavoro agile, la tendenza è confermata dai principali osservatori e centri di ricerca che monitorano il fenomeno. Un trend dovuto soprattutto ai passi indietro che sono stati compiuti (o comunque preannunciati) dalle Pmi e da alcuni enti pubblici. «Già l’anno scorso siamo scesi a un livello molto lontano dai picchi della primavera del 2020, quando con il lookdown duro si era arrivati a 6,5 milioni di lavoratori operativi da remoto – racconta Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano –. Nel 2022 abbiamo contato 3 milioni e 570mila persone che almeno per parte tempo hanno lavorato in smart working, ovvero circa 500mila in meno dell’anno precedente». Entrando nel dettaglio della rilevazione, Crespi spiega che «a fronte di una leggera ma costante crescita del lavoro a distanza nelle grandi aziende, anche se è calata l’intensità (al massimo due o tre giorni a settimana) perché lo smart working “estremo” è quasi sparito, si è registrata invece una marcia indietro per quanto riguarda in particolare le piccole e medie imprese (pmi) e le pubbliche amministrazioni». Le stime calcolate alla fine dello scorso anno dall’Osservatorio del Politecnico indicavano una sostanziale stabilità del numero di “smart workers” per il 2023 (3 milioni e 630mila persone). Ma sono rilevazioni effettuate quando anche a livello politico-istituzionale sembrava esserci un sentiment più favorevole al lavoro a distanza. Per cui, la spinta degli ultimi mesi sul ritorno in presenza probabilmente porterà ad aggiornare al ribasso le previsioni per il 2023.  Tra le ragioni che hanno portato tante realtà di dimensioni ridotte a diminuire le ore lavorare a distanza, ci sono ostacoli culturali, logistici e tecnologici. «Nelle piccole e medie imprese il calo è dovuto sicuramente a una cultura organizzativa che, soprattutto in alcuni comparti, si focalizza sul controllo della presenza, mentre bisognerebbe imparare a valutare di più il lavoro sugli obiettivi, che non devono essere per forza annuali ma anche mensili o settimanali», afferma Crespi. Inoltre, il lento processo di digitalizzazione di tante realtà aziendali di certo non facilita una diffusione del lavoro da remoto per tanti dipendenti. Quanto al settore pubblico, secondo Crespi, l’indirizzo politico è un fattore determinante per la diffusione dello smart working. E il vento sembra essere cambiato rispetto agli anni scorsi. Da uno studio diffuso recentemente dall’Inapp in Italia solo il 14,9% degli occupati opera a distanza, con un potenziale pari a circa il 40%. L’opportunità dello smart working, insomma, non viene “sfruttata” quanto si potrebbe. E il bacino potenziale riguarda soprattutto i laureati, il personale delle grandi imprese, gli occupati nei servizi e i dipendenti pubblici. «In generale nel pubblico si paga una maggior pigrizia nell’innovazione rispetto al privato – sottolinea il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda –. Se non si riprogettano i processi, i servizi e le procedure in modo innovativo non si potrà mai diffondere lo smart working in modo efficace nella Pubblica amministrazione». Secondo Fadda molte prestazioni per il pubblico potrebbero essere svolte prevalentemente in via digitale, invece spesso è necessaria la presenza fisica agli sportelli: «Senza un’innovazione tecnologica avanzata (che non significa solo l’uso del computer e una connessione a Internet, ma deve comprendere l’intelligenza artificiale, il cloud e la realtà aumentata) la Pubblica amministrazione non riuscirà a dotarsi di una nuova organizzazione del lavoro “ibrida”, con una combinazione efficace tra attività svolte in presenza e da remoto». Un altro investimento indispensabile, per Fadda, è quello formativo: «C’è una grave carenza di competenze digitali nel management della pubblica amministrazione che andrebbe colmata mettendo in campo un’ampia offerta formativa». Al di là del ricorso più o meno diffuso allo smart working, in molte realtà aziendali è in atto una revisione dei processi e dell’organizzazione del lavoro. Alcune aziende, per esempio, negli ultimi mesi hanno iniziato a sperimentare la settimana lavorativa di 4 giorni. Intesa Sanpaolo, per esempio, da inizio anno ha avviato un nuovo modello organizzativo del lavoro (a fine maggio è stato firmato anche l’accordo con i sindacati) che permette di integrare tra loro più strumenti: il lavoro agile, la flessibilità di orario e, appunto, la settimana corta. Tra le principali novità ci sono 120 giorni di smart working all’anno, flessibilità di orario all’ingresso tra le 7 e le 10 e la possibilità di usufruire della settimana corta (9 ore di lavoro al giorno per 4 giorni alla settimana). Si tratta di strumenti disponibili su base volontaria e a parità di retribuzione, che permettono di organizzare il tempo nel modo più congeniale senza diminuire la produttività per l’azienda. «L’elemento fondamentale per il successo di questo modello è la diffusione di una cultura orientata agli obiettivi e al senso di responsabilità, e su questo stiamo molto investendo – commenta Paola Angeletti, Chief Operating Officer Intesa Sanpaolo –. Siamo convinti che promuovere il benessere delle persone e valorizzare i talenti di tutti sia indispensabile per costruire la banca del futuro, in grado di affrontare le prossime sfide in mercati in continua trasformazione, grazie a un modello sempre più agile e dinamico». L’esperimento di Intesa Sp per ora sembra funzionare: dal 1° gennaio, quando le nuove misure sono state avviate, hanno aderito al nuovo lavoro flessibile 40.000 persone (circa il 70% di chi poteva essere abilitato) e alla settimana corta circa 17.000 dipendenti, pari al 60% del personale full time delle strutture di governance e di 12 grandi filiali. Sicuramente agire sulla leva oraria, finora poco utilizzata, è un modo per dare più flessibilità alle persone e autonomia nella gestione del lavoro», evidenzia Fiorella Crespi. «Ma concentrare il lavoro in 4 giorni anziché in 5 non è detto che porti automaticamente vantaggi e benefici per i tutti i dipendenti e per tutte le aziende – avverte la direttrice dell’Osservatorio smart working del Politecnico milanese –. Oltre a valutare possibili ripercussioni sui livelli dei servizi per i clienti, infatti, non si può escludere che, in particolare per i dirigenti di un’azienda, dal lunedì al giovedì ci sia un tale aumento delle difficoltà organizzative, dei carichi di lavoro e dello stress che rischia di essere superiore al giovamento di avere un giorno libero in più a settimana».




18 giugno 2023. Domenica 11a tempo ord
IL TREDICESIMO APOSTOLO

11 Domenica 18 giugno 2023

Preghiamo. O Padre, che hai fatto di noi un popolo profetico e sacerdotale, chiamato ad essere segno visibile della nuova realtà del tuo regno, donaci di vivere in piena comunione con te nel sacrificio di lode e nel servizio dei fratelli, per diventare missionari e testimoni del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro dell’Esodo (10, 2-6a)
In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Salmo 99.  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Fratelli, noi eravamo ancora incapaci di avvicinarci a Dio, quando Cristo, nel tempo stabilito, morì per i peccatori. È difficile che qualcuno sia disposto a morire per un uomo onesto; al massimo si potrebbe forse trovare qualcuno disposto a dare la propria vita per un uomo buono. Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama. Ma non basta: ora Dio per mezzo della morte di Cristo ci ha messi nella giusta relazione con sé; a maggior ragione ci salverà dal castigo, per mezzo di lui. Noi eravamo nemici suoi, eppure Dio ci ha riconciliati a sé mediante la morte del Figlio suo; a maggior ragione ci salverà mediante la vita di Cristo, dopo averci riconciliati. E non basta! Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo di fronte a Dio, perché ora Dio ci ha riconciliati con sé, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal vangelo secondo Matteo (9,36 – 10,8)
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

IL TREDICESIMO APOSTOLO. Don Augusto Fontana

Mi affascina l’etimologia delle parole; è come andare a bere alla sorgente evitando gli inquinamenti della corsa del fiume. Non è questione intellettualoide per una soddisfazione cervellotica. Sento che nella genesi del linguaggio c’è scritta tutta l’emozione esistenziale,  il senso delle cose e la storia che i nostri padri hanno raccolto in suoni e lettere. Prendi, per esempio, il termine “Parrocchia” e tutti i derivati (parrocchiano, parrocchiale, parroco…). Prima di procedere nella lettura, fermati e chiediti: «cosa vuol dire per me “parrocchia”?»…..Fatto? Ora ascolta. Il termine potrebbe derivare dal lemma greco para-oikìa, cioè un provvisorio dimorare accanto (e forse anche un pellegrinare). Sorpreso? Forse. Comunque il significato originario non corrisponde all’immaginario collettivo e all’esperienza che normalmente percepiamo pensando alle nostre “parrocchie” e vivendoci dentro: un ufficio o, come si dice oggi, uno “sportello”, con qualche impiegato che fa i turni 24 ore su 24, garantendo, quando serve, il puntuale esaudimento di servizi religiosi richiesti.
Il contesto entro il quale si collocano sia la chiamata dei Dodici, sia le origini storiche del nuovo popolo di Dio è un contesto di mobilità, di “nomadismo”, di esilio. Il contesto spirituale entro cui prende forma la comunità dei discepoli del Signore è la diaspora e l’esilio. Non è un caso che la prima comunità cristiana si sente ‘straniera e pellegrina’ (Ebrei 11,13; 1 Pietro 2,11).
Noi facciamo parte di un popolo che ha, di fronte al mondo, responsabilità messianica: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità….. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».   Non ci distingue, dunque, il momento religioso, ma il momento messianico; non le mani giunte ma le mani aperte.
Il popolo a cui Mosè trasmette la Rivelazione di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquila cioè lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo libero.  È un popolo di sacerdoti, non un popolo con a capo i sacerdoti.  È popolo santo: non un popolo abbarbicato al culto dei santi.
Facciamo attenzione a quanto dice il Vangelo. C’è questa folla stanca e sfinita, come «pecore senza pastore». In realtà, quella folla non era senza pastori; ne aveva anche troppi!  C’era il potere politico di Roma; c’era il severo potere religioso del Tribunale del Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti.  Era un popolo ben irregimentato.  Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?  Appunto perché era un gregge stanco e sfinito dal peso della piramide dei poteri che era sopra di loro. L’uomo è stanco e sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza o nell’inerzia. La stanchezza è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida e diventa docile. È difficile vivere ogni giorno in piena responsabilità. Allora invochiamo qualcuno a dispensarci qualcosa. Questo è il sogno più maligno dell’uomo: il non-esercizio della responsabilità.  E gli ebrei avevano tanti pastori pronti a sostituirsi a loro.  Più che persone sbandate erano persone inibite e represse. Si tratta di uno sdoppiamento di personalità che noi conosciamo bene: da una parte le istituzioni ci assicurano uno svolgimento tranquillo della nostra vita, dall’altra ci proibiscono di sperare: perché se uno spera è inquieto e ci deve mettere del suo.  Le istituzioni ci danno tranquillità e ci rubano la speranza: è un patto diabolico.  Gesù viene, trova questo gregge di gente stanca e fonda il nucleo di un popolo messianico. Sceglie dei discepoli che solo la nostra fantasia devota mette su un piedistallo: di fatto erano povera gente.  Il gruppo dei dodici è molto eterogeneo. Tra loro ce ne sono alcuni – Andrea, Filippo, Bartolomeo, Giacomo Alfeo, Taddeo – di cui sappiamo appena il nome. Ciò che sappiamo degli altri lascia molto a desiderare, anche se l’evangelista Matteo ha tolto asperità all’immagine del gruppo che ne da l’evangelista Marco.
Il primo del gruppo è Shimon (che in ebraico significa “colui che ascolta”) che ha il soprannome di Kefas (= pietra). Appaiono poi Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni, denominati nel Vangelo di Marco “Boanerges” (figli del tuono) allundendo al loro caratteraccio e al loro estremo zelo fondamentalista; nel Vangelo di Luca, costoro desiderano che cada un fulmine e bruci gli abitanti di un villaggio della Samaria, che non vollero ricevere Gesù perché era diretto a Gerusalemme (Lc 9,51-55). I tre uniti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ebbero il privilegio di essere testimoni di tre grandi momenti della vita di Gesù: la rianimazione del cadavere della figlia di Giairo, la trasfigurazione e la preghiera nel Getsemani. In nessuno di questi tre momenti, questi discepoli furono all’altezza della situazione. Alla fine, uno di loro, Pietro, giunge al colmo di negare il suo maestro, per ben tre volte; gli altri lo abbandonano…
Tornando alla nostra lista troviamo Tommaso, detto “Gemello” ; gemello di chi? Di me e di te che con lui vacilliamo nella fede chiedendo al Risorto di voler toccare per poter credere; poi Matteo il pubblicano detto anche Levi,  esattore delle tasse e  quindi collaborazionista con il potere romano; socialmente e religiosamente considerato allo stesso livello dei ladri, dei peccatori e delle prostitute; poi  “Simone il Cananeo” che il Vangelo di Luca chiama zelota, (Lc 6, 15); gli Zeloti erano i contestatori del tempo, forse terroristi che organizzavano la ribellione contro il dominio romano; poi Giuda Iscariota che tradisce Gesù. Una manciata di uomini presi dal basso, anche loro stanchi. C’è posto anche per me e per te. E li manda come popolo messianico: andate e annunciate, liberate, accogliete!  L’intera storia umana è un segno del passaggio continuo, mai compiuto, dal regime di inerzia a quello di responsabilità attiva.  E noi cristiani siamo un popolo messianico non perché ascoltiamo prediche rituali, non perché preghiamo soltanto. Il cristiano ha il distintivo nel liberarsi, costantemente, dagli idoli/faraoni. Questo richiede da noi la capacità di liberarci dentro, di rimettere in questione i vincoli interiori della nostra coscienza che la rendono suddita, etero-diretta, gestita da altri.  Questo rompere le catene attraverso una meditazione critica della Parola di Dio è un momento essenziale della vita cristiana.
Un tempo si misurava il cristiano dalla capacità delle sue devozioni personali e dalla docilità agli ordini ricevuti. Dopo il concilio Vaticano II° la nostra maturazione si misura sulla capacità di responsabilità unita alla capacità di essere popolo e non semplicemente folla.  Ovunque c’é passività ivi c’è l’opposto del Regno di Dio.
Ma perché viene costituito questo popolo santo popolo sacerdotale?  Perché sia a servizio: «Andate, dite che il Regno di Dio è vicino! » E la prova qual è? «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. E siccome tutto vi è stato dato gratuitamente, date tutto gratuitamente». E’ un compito messianico perché riguarda le attese umane fin nelle loro radici carnali.
L’evangelista Marco ha una premessa simile a quella di Matteo ma una conclusione diversa. Marco riferisce: «Sento compassione di questa folla, perché gia da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare» (Mc 8,2) e poi narra che Gesù moltiplica i pani e i pesci. Per Matteo, invece, Gesù ha compassione della folla e chiama i Dodici: «Chiamati a sé…». Il termine greco corrispettivo è Pros-kalesamenos che, tradotto letteralmente, può anche significare «chiamare in rinforzo». Non si tratta, dunque, di un invito alla sequela mistico-religiosa, ma di una chiamata in rinforzo di quanto lui sta facendo e dicendo.
Scriveva Padre Ermes Ronchi (16 giugno 2002): «Anche tu sei chiamato ad aggiungere il tuo nome all’elenco dei dodici, ognuno è il tredicesimo apostolo, ognuno scrive il suo quinto vangelo, riceve la stessa missione dei dodici: annunciate che il regno di Dio è vicino. Dite: Dio è vicino; Dio è con voi, con amore. Come farai a testimoniare che Dio è vicino, se tu per primo non lo senti? Dio non si dimostra; si mostra con i gesti della pietà e della compassione: guarite, risuscitate, sanate, date… L’inviato è povero: un bastone per appoggiarvi la stanchezza, i sandali per andare e ancora andare. Non ha borsa né danaro, ma ha la pace che illumina gli occhi e la forza che regge le mani; ha delle ali d’aquila, dice la prima lettura; un supplemento d’ali e una parola capace di rapire il cuore».
Buon lavoro, tredicesimo apostolo!




11 giugno 2023. Corpo e sangue del Signore
Pane e vino per ricordare, mangiare, vivere.

Corpo e sangue del Signore – 11 giugno 2023

Preghiamo. Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Deuteronòmio 8,2-3.14-16
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
Sal 147  Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,16-17
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 

PANE E VINO PER RICORDARE, MANGIARE, VIVERE. Don Augusto Fontana

Le origini della festa di oggi risalgono al Papa Urbano IV  che la istituisce l’ 11 agosto 1264 sotto la spinta di 3 donne beghine[1]: nel Medioevo le donne comandavano anche i Papi. Era appena accaduto uno strano “miracolo” a Bolsena dove, si dice, un’ostia aveva perso gocce di sangue. È una festa che duplica la solenne celebrazione del Giovedì santo. Quando io sarò Papa con il nome di Pietro II° la eliminerò. Ma per ora, visto che c’è, ne visiterò il significato concentrandomi su tre verbi: ricordare, mangiare, vivere.
Ricordare.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto fareNon dimenticare il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire…ti ha condotto…ha fatto sgorgare…ti ha nutrito». Il verbo greco Mnemonéuo corrisponde al verbo ebraico Zakar e al suo sostantivo Zikkaron che traduciamo con Memoriale (“Questo giorno sarà per voi «le-zikkaron», il memoriale” Es. 12,14). Il Memoriale, nella Bibbia, non significa tornare con la memoria a eventi passati, ma diventarne protagonisti, trapiantando nel tempo presente un evento passato. Il ricordomemoriale fonda le grandi feste d’Israele: Peshach per celebrare l’uscita dall’Egitto; Shavu’ot per celebrare il dono della Torà dopo l’uscita dal deserto, Shabat per celebrare il settimo giorno della creazione. Un tipico esempio di ricordo coinvolgente e sconvolgente ce lo riferiscono i vangeli sinottici in occasione del tradimento di Pietro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: Prima che il gallo canti… E pianse». Si ricordò e pianse. Così occorre ricordare! L’evento passato si incunea nel tuo hic et nunc (qui e adesso) e si attorciglia nelle fibre sensibili e dolenti della tua vita e della tua personalità e inizia a scuoterle in accelerazione e tu ne diventi protagonista. Il ricordo è un processo creativo e di comprensione che nasce dallo Spirito Santo: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi; ma lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,25-26). «L’oblio è la radice di tutti i mali» dice in modo lapidario un antico padre del deserto[2]. La catechesi biblica e liturgica di Israele e della Chiesa ci conduce a diventare ruminanti cioè ricordanti, come dice Antonio, antico padre del deserto: «Al cammello basta poco cibo. Egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Imitiamo il cammello: recitiamo ogni parola delle sante scritture custodendola in noi finché non l’abbiamo compiuta». L’Eucaristia domenicale è il tempo della nostra ruminazione comunitaria. San Gregorio di Nazianzio[3] afferma che “ricordarsi di Dio è più necessario che respirare; e, se così si può dire, non dobbiamo fare altro“. Noi siamo come Gomer la sposa del profeta Osea il quale dice di lei: “seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me” (Osea 2,15). La sostanza profonda dell’infedeltà di lei è proprio il suo dimenticare infrangendo il legame dell’alleanza. Scrive Geremia: “più mutevole di ogni altra cosa è il cuore, difficilmente guaribile” (Geremia 17,9). Per questo Osea dichiara: ” ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Osea 2,16). Il ricorso a un luogo della “memoria che salva” è la scelta estrema di un Dio che rinuncia a ritirare gli alimenti alla sua sposa e la richiama nel luogo del fidanzamento per nutrirla di sussurri, di baci e di pane: «Prendete e mangiatene tutti…Fate questo in memoria di me».
Ma il Ricordare liturgico dell’Eucaristia si riferisce anche ad un altro aspetto messo in evidenza da due secche domande di Paolo nella seconda lettura: «…E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?». Che è come dire: «Ricordatevi che poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo ». L’Eucaristia fonda la chiesa, ha scritto Giovanni Paolo II  in due  Lettere Encicliche[4]: «Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell’umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del corpo di Cristo. L’Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo crea comunità fra gli uomini». L’apostolo Paolo è costretto a inviare alcune righe di fuoco alla sua amata comunità di Corinto (1 Corinti 11): «Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.  Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco…Volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?». La discriminazione e l’indifferenza reciproca durante e dopo l’Eucaristia fu anche un grave dispiacere per l’apostolo Giacomo (Giac. 2): «Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro  al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito  logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite:  “Tu siediti qui comodamente”,  e al povero dite:  “Tu mettiti in piedi lì”,  non fate in voi stessi  preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?». Ricordati, dunque, che facendo comunione con il Corpo e sangue di Cristo, tu apri la bocca per “mandar giù”(accogliere) anche il fratello. In tempi di diffusa intolleranza o indifferenza, ciò non sarebbe poco.
Mangiare.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». In poche righe la parola pane è citata 5 volte, carne e sangue 10 volte; mangiare e bere 11 volte.
Quando fu istituita la festa di oggi circolavano strani teologi, Albigesi o Catari, considerati poi eretici, i quali riprendendo le teorie dei Manichei, consideravano la materia come opera del diavolo; di conseguenza l’Incarnazione e i Sacramenti, Eucaristia compresa, altro non erano che inganni diabolici. Mi sembra di sentire ancora oggi l’odore acre di questa fede evanescente quando mi si dice: «Io sono molto cristiana anche se non vado a Messa». I Vangeli di Matteo, Marco e Luca ci ricordano il realismo della fede: «Prendete questo pane e masticatene tutti e bevete questo calice. Fate questo in memoriale di me» che ha il suo riscontro soprattutto nella storia dei discepoli di Emmaus, riscaldati dal Memoriale delle sue Parole e vivificati dal Memoriale della Cena: «Lo riconobbero allo spezzare del pane». Giovanni sembra ancora più realista: «Lavò loro i piedi e disse “lavatevi i piedi tra di voi come io ho fatto a voi”». Carne, pane, vino, sangue, piedi; masticare, bere, lavare: è la fine di una fede evanescente, intimistica, ideologica, anagrafica, sociologica! La materia in azione (spezzare…distribuire…mangiare) è luogo di rivelazione; la croce abitata da un grumo di sangue che si proclamava Figlio di Dio è il nuovo tempio; il giorno dopo il sabato è il nuovo santuario; una tomba vuota (il battistero?) è il giardino degli appuntamenti amorosi con Dio come lo fu un tempo il deserto pieno di paure e di serpenti velenosi, di tradimenti e di speranze, di rocce umide di acqua, di un arbusto nutriente e sconosciuto: «Man-hu? Cos’è questo?» si chiesero gli Israeliti inventando così un nome nuovo (manna) a quel succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia del Fraxinus ornus e che si rapprende rapidamente a contatto dell’aria.
In questa nostra strana epoca materialista si snobba, chissà perché, un Dio che viene a noi attraverso il realismo della Incarnazione, della Parola e dei segni sacramentali, della carne dei poveri; in questa nostra strana epoca di banchetti ipercalorici si snobba un Dio che viene a noi nell’atto del mangiare masticando (Giovanni usa due verbi: phàgō = mangiare e trògō = masticare); in questa nostra strana epoca dell’oblio del passato e del futuro e che divora bulimicamente il tempo presente (patologia chiamata “cronofagia”, divorare il tempo) si snobba un Dio che ci invita a ricordare-meditando, fare memoria-celebrando, non dimenticare quello che fummo e quello che saremo con Lui.  Pane e vino, non solo frumento e uva: pane e vino frutti sì della terra ma anche del lavoro di uomo/donna. Materia che sa di terra e di sole e di vento e di rugiada, ma anche di sudore di ascelle e piedi, e di gemiti dagli oppressi e di grida dai liberati. Santa materia sacramentale di Dio, carne di Dio, nutrimento e memoria, lavoro e celebrazione, Santa Eucaristia di gratitudine e lode, di canto e condivisione. Corpo e Sangue.
Vivere
Nel Vangelo di oggi, per 9 volte in poche righe risuona la vita. Padre Ermes Ronchi scrive: «Il nucleo essenziale del Vangelo oggi è racchiuso in due sole parole: pane e vita, mangiare e vivere. Vivere, canto supremo dell’essere, grido ultimo d’ogni salmo; vivere per sempre, vertigine della speranza. Ma il vangelo pone una domanda: che cosa ti fa’ vivere? Io vivo di persone. Vivo di progetti e di appelli, di passioni e di talenti. Ma io vivo soprattutto delle mie sorgenti, come accade per ogni fiume, come per ogni albero stretto alle sue radici. L’uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l’uomo muore. Tutti potremmo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto gli scorpioni o i serpenti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando, disperati, credevamo di non farcela e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Improvvisi squarci si sono aperti a ricordarci che non viviamo da soli, chiusi nel cerchio tragico dei nostri problemi, ma che c’è un amore che assedia i confini della storia. Se sono sopravissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio. Allora in ogni Messa, con in mano quel piccolo pane, con nel cuore un episodio santo, dialogare senza fine, come Israele di fronte alla manna: man hu? Che cos’è? È Gesù Cristo, È Lui che vive donandosi a me che vivo di pane e di miracolo»[5].


[1] Beghine e begardi dal 1150 erano associazioni religiose formatesi al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica in una vita laicale monastica. Furono proibite dal Concilio ecumenico lateranense del 1215.
[2] Detti dei padri del deserto, Ed Qiqajon, Bose, 2002
[3]  Nasce a Nazianzio in Cappadocia nel 329 e muore nel 390 circa; è stato vescovo e teologo; fu maestro di san Girolamo.
[4] DIES DOMINI 1993; ECCLESIA DE EUCHARISTIA 2003.
[5] Persi nel deserto, è l’altro il nostro pane. p. Ermes Ronchi (02-06-2002)




Sanità pubblica? Sempre meno
Pandolfi (ROCCA)

DIRITTO ALLA SALUTE. In Italia abbiamo un problema
Luigi Pandolfi (ROCCA 1 maggio 2023)

Lo scorso 1 ° aprile, a Milano, si è svolta una manifestazione in Piaz­za Duomo per «per la salvezza del Sistema Sanitario Nazionale e per il diritto alla salute». L’evento, promosso da 60 organizzazioni, tra associazioni e sindacati, ha visto la parte­cipazione di oltre 5mila persone. Sotto il palco, una scritta molto eloquente: «La sa­lute non è una merce». Esiste un «proble­ma sanità» nel nostro Paese? Evidentemen­te, sì. La pandemia ha fatto letteralmente deflagrare le criticità del sistema, da anni sottoposto a duri picconamenti da parte dei governi, sia centrali che regionali, in nome di una falsa equazione tra efficienza e mer­cato, ovvero tra innalzamento della qualità dei servizi e privatizzazione degli stessi. «Al centro dell’iniziativa – ha dichiarato Vittorio Agnoletto dell’Osservatorio salute – ci sono tutte le rivendicazioni che abbia­mo elaborato in questi anni cruciali, in cui sono esplose in maniera drammatica le gra­vi inefficienze del servizio sanitario pub­blico, depauperato e mortificato da 30 anni di scelte dissennate. Le istituzioni, le re­gioni e i privati ci trattano come clienti, che si aggirano indecisi tra le bancarelle, clienti da ‘pescare’, da sfruttare, non per­sone da curare e riportare in salute. Con questa logica la prevenzione scompare per­ché non produce profitto. Non possiamo consentire che questo accada: la preven­zione, la cura e la riabilitazione sono tutte funzioni alla base del servizio sanitario pubblico e l’accesso universalistico è l’uni­co che garantisce che la salute sia un bene collettivo». Ecco: depotenziamento della sanità pubblica a vantaggio di quella priva­ta, insufficienza se non mancanza assoluta di politiche di prevenzione, inadeguatezza della rete sanitaria di prossimità. Un qua­dro preoccupante, nel quale solo chi ha i soldi ormai può curarsi adeguatamente.
Sempre più privato, malati ridotti a consumatori.
Ne sono prova tangibile le prestazioni ero­gate dai medici ospdalieri al di fuori del normale orario di lavoro. La cosiddetta «at­tività intra-moenia»: strutture ambulatoriali e diagnostiche dell’ospedale utilizzate pri­vatamente, e per prestazioni a pagamento, dai medici che vi operano. Hai bisogno di una visita specialistica? Mesi o addirittura anni di attesa per la prestazione in regime di servizio pubblico, che si riducono a po­chissimi giorni, addirittura al giorno dopo, se si accetta di aprire – potendolo fare – il portafoglio. E sappiamo quanto sia impor­tante il fattore tempo per prevenire malat­tie gravi o scongiurare che le stesse abbia­no un decorso infausto o fatale. Ma non è tutto. Il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), per gli indigenti, offre ancora una certa gamma di servizi gratuiti (per altri è prevista una sorta di compartecipa­zione). Ci sono aree, nondimeno, dove vige una sorta di monopolio del privato. Si pen­si all’assistenza odontoiatrica. Qui i soldi sono tutto. Senza, non c’è di fatto accessi­bilità alle cure. Cosa significa tutto questo in un Paese dove il 25% della popolazione è a rischio di povertà o di esclusione socia­le e dove i poveri assoluti conclamati sono ormai poco meno di 6 milioni? Un tradi­mento della Costituzione. E, manco a dir­lo, uno stravolgimento dei principi che stan­no alla base della legge 833 del 1978, quella che ha istituito il Sistema sanitario nazio­nale. Di che principi parliamo? Universali­tà, uguaglianza ed equità. «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicuri­no l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio», si legge all’art. 1 di detta leg­ge. Tutto ciò che negli ultimi trent’anni, sull’onda della (contro) rivoluzione neoli­berale, è stato ridotto a mero simulacro. Prima il profitto, poi la persona. E il mala­to che viene ricondotto alla categoria ge­nerale e uniformante di consumatore. Co­s’è il consumatore nella teoria economica dominante, detta anche «neoclassica»? Colui che deve massimizzare la soddisfa­zione dei suoi bisogni, tenuto conto del vin­colo rappresentato dal proprio reddito. La risposta al perché tanti italiani, oggi, sono costretti a scegliere tra curarsi e mangiare o pagare le bollette. La salute messa allo stesso livello di altre merci.
Questione di paradigma, nel quale è insita l’idea secondo cui anche nella sanità lo Sta­to deve risparmiare, ridurre il suo inter­vento finanziario. Stando a uno studio re­cente della Fondazione Gimbe, dal 2010 al 2019 il definanziamento della sanità pub­blica italiana è stato di 37 miliardi. Vi han­no concorso governi di centrodestra e cen­trosinistra, oltre a quelli «tecnici». Tra le altre cose, ciò ha significato ancora più ta­gli ai posti letto per pazienti acuti, che, dal 1980 ad oggi, si sono ridotti complessiva­mente di quasi un terzo (da più di 500mila a meno di 200mila). Tagli alle strutture pubbliche, drenaggio di risorse da parte delle cliniche private, che hanno privile­giato, ovviamente, i settori a più alta red­ditività. Diagnostica, alta chirurgia, riabi­litazione, a scapito delle emergenze-urgen­ze, delle terapie intensive, degli interventi di primo soccorso, della medicina territo­riale, della rete del 118. La politica dei ta­gli, unita alla follia del numero chiuso ap­plicato alle facoltà di medicina, ha deter­minato inevitabilmente una scarsità ende­mica di medici e infermieri. Le ultime sti­me parlano di una carenza di 40mila medi­ci e di 100mila infermieri nel nostro Paese. Un dato che si spiega anche con la fuga dei nostri operatori sanitari verso altre nazio­ni europee: 180 mila in vent’anni. Un dato enorme, che ha una semplice spiegazione: ricerca, da parte dei giovani, di maggiore stabilità lavorativa e di remunerazioni mi­gliori di quelle offerte in Italia. Non tutti i medici, nel nostro Paese, godono dei privi­legi del sistema. Ci sono differenze tra un territorio e un altro, ma soprattutto tra vec­chie e nuove generazioni. Ancora oggi, il 70% dei medici e dei ricercatori, italiani e di origine straniera, che operano nelle no­stre strutture pubbliche o nelle cliniche private, è da considerarsi precario.
Il Pnrr e la spada di Damocle dell’autonomia differenziata.
Nemmeno la pandemia ha smosso più di tanto le acque. E il Pnrr, come si evince dalla cronaca di questi giorni, anche su questo versante non sta producendo i ri­sultati sperati. Si faranno la Case e gli Ospe­dali di Comunità? Sarà realizzata la cosid­detta Rete di prossimità, col supporto del­la telemedicina? E l’innovazione, la ricer­ca, la digitalizzazione del Ssn? Staremo a vedere. Per adesso il dibattito politico è concentrato sul rischio che i soldi del Reco­very fund vadano addirittura persi. Non c’è discussione adeguata nei territori su que­sto argomento. Sindaci e presidenti di re­gione sembrano incapaci di comprendere la posta in gioco, mentre anche con la loro complicità, ovvero grazie alla loro inerzia o per via della loro resistenza blanda, sta facendo passi in avanti lo scellerato dise­gno leghista della cosiddetta «autonomia differenziata». Già adesso esistono «diffe­renze» marcate tra i diversi sistemi sanita­ri regionali. La sanità calabrese non è quel­la veneta o emiliana. Per quanto i processi di privatizzazione abbiano colpito trasver­salmente il diritto alla salute da un capo all’altro del Paese, non c’è dubbio che nelle regioni meridionali lo stesso sia spesso del tutto negato. In tutto il Paese, pertanto, servirebbe un ritorno alla sanità pubblica universale, con un ruolo predominante dello Stato, ma nel Mezzogiorno anche maggiori investimenti per recuperare il gap attuale con le regioni più ricche del nord. Si parla invece di «Livelli essenziali di assistenza» (Lea). Che significa? Una base minima per tutti, poi chi ha più risorse fa meglio degli altri. D’altro canto, benché adesso per op­portunità politica non se ne parli, al fondo del disegno leghista c’è sempre l’idea se­condo cui le tasse che si pagano in un dato territorio devono rimanere, in tutto o in parte, nel territorio stesso. Un’idea balor­da, ma che tornerà prepotentemente un minuto dopo che il lombardo-veneto avrà attenuto la competenza esclusiva sulle materie per le quali è stato possibile chie­derla. A cominciare dalla sanità, dove la polpa è decisamente più spessa.