4 giugno 2023. Festa SS.Tri-unità
UN DIO MISTERIOSO

Festa della SS. Trinità – Domenica 4 giugno 2023

Preghiamo. Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Èsodo 34,4-6.8-9
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo dalla testa dura, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».
[Salmo di] Daniele 3,52-56  A te la lode e la gloria nei secoli.
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
 Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 13,11-13
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

UN DIO MISTERIOSO: Don Augusto Fontana

Faccio mia, sempre più spesso, la preghiera del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto [misterioso], Dio di Israele, salvatore» (Is 45,15). Mai sentito parlare di Manoach? (Libro dei Giudici cap. 13). Manoach aveva una moglie sterile alla quale appare più volte un “angelo” che le promette fecondità. Finalmente anche suo marito Manoach riesce ad incontrare il misterioso personaggio a cui vorrebbe destinare un sacrificio di lode, ma prima ne vuole conoscere il Nome: «Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?». L’angelo del Signore gli rispose:  “Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso”».  Sono stretto nella morsa tra il dover tacere e il dover nominare questo Nome Misterioso e Nascosto. E chissà quante volte ne ho parlato e scritto a vanvera. Ne dovrò rispondere quando il suo Nome e il Suo Volto mi si riveleranno così come sono e non così come lo ho rappresentato.
Nella Bibbia i Nomi di Dio non si contano più: Elohim=Dio; El-Shaddaï=Dio onnipotente; El-Elyon=Dio Altissimo; El-Roï=Dio che vede; El-Kanna=Dio geloso; El-Haï=Dio vivente; El-Olam=Dio eterno; Adonaï=Signore e Maestro; Abba=Dio Padre -; Ehyeh=Io sono; Ehad=Eterno Uno; Misgav= Dio rifugio; ecc.
Sono occorsi, alla Chiesa antica, più secoli per giungere a definire il dogma trinitario (Concilio di Nicea, 325) come noi lo conosciamo; l’espressione «un’unica natura divina in tre persone uguali e distinte» è chiaramente un tributo alla cultura filosofico-teologica del tempo e difficilmente trova riscontro – come linguaggio – nella Scrittura.
Quando il Capitolo Generale dei Cistercensi nel 1230 elevò la festa della Santissima Trinità al rango di celebrazione liturgica, venne specificato che non doveva esserci alcuna predica, “a motivo della difficoltà del tema“. Dal momento che il “tema” della Trinità era troppo complesso per la cristianità del XIII secolo, ci si può ben chiedere da quale punto si possa partire per affrontare oggi lo stesso tema, e quali applicazioni pratiche abbia la dottrina per il cristiano moderno.
Un anonimo ha trasmesso il seguente dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano.
– Diceva un musulmano: “Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?”.
– Rispose un cristiano: “Dio, per noi, è amore; come potrebbe essere solo?”.
Si tratta di una forma stilizzata di ‘dialogo interreligioso’, che manifesta una verità fondamentale del Dio cristiano, capace di arricchire anche il monoteismo ebraico, musulmano e delle altre religioni.
Le letture di oggi ci rivelano il profilo, il volto o la fisionomia di Dio.
La lettura dell’esodo lo rivela come un Dio “compassionevole e misericordioso, lento all’ira e pieno di clemenza e fedeltà”; e questo immediatamente dopo l’episodio del vitello d’oro. Come per evidenziare il contrasto tra l’infedeltà del popolo e la fedeltà di Dio.
I profili biblici divini non rimandano solo alla paternità e mascolinità, ma anche alla femminilità materna. Il pensiero corre al delizioso Salmo 131,2: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia». Oppure potremmo rimandare all’altra comparazione di Isaia 66,13: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Nel cantico di Mosè, presente in Deuteronomio 32, il Signore entra in scena come padre (v. 6: «Non è lui il padre che ti ha creato, lui che ti ha fatto e costituito?»). Ma poco dopo, designato col titolo classico di “roccia”, “rupe”, acquista un volto materno: « Tu hai trascurato la Roccia che ti ha generato; hai dimenticato il Dio che ti ha partorito» (32,18). Il secondo verbo (hîl) è specificamente materno perché definisce l’atto del “partorire”. Celebre, infine, è il testo di Isaia 49,15: «Si dimentica forse una donna del suo lattante, di amare teneramente il figlio del suo ventre? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!».
Paolo, nella seconda lettura ci rivela il mistero di Dio mediante il saluto trinitario all’assemblea: “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano sempre con voi”.
Da ultimo, il Vangelo di oggi è uno di quei testi, vertice della letteratura biblica, che rivelano una luce speciale: “Dio tanto amò il mondo che offrì il suo figlio”.
Questi saranno i veri fondamenti della nostra festa.

In primo luogo il Dio d’Israele e di Gesù è un Dio inserito nella storia. L’antico e il nuovo popolo di Dio non giungeranno all’esperienza di Dio né attraverso la natura (mediante le religioni naturali), né attraverso la filosofia (mediante le elucubrazioni dei filosofi), ma attraverso la storia. Da qui il Credo, d’Israele e della chiesa, si definisce come Credo storico; è impossibile proclamare questo Dio, tralasciando i grandi avvenimenti salvifici: “nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto“: sono dati storici. Tralasciare la storia, sarebbe disincarnare la fede, privarla della sua sacramentalità storica. Un Dio spogliato della storia non sarebbe il Dio dei cristiani.

In secondo luogo, in questa storia piena di luce e di ombre, ma guidata dalla mano di Jahweh, c’è un progresso; ciò che i teologi hanno chiamato “rivelazione progressiva”. Quando eravamo bambini avevamo un’esperienza di Dio che è venuta maturando poco alla volta diventando adulti. Si tratta di un principio della pedagogia divina. Il mistero di Dio “Tri-unità” è frutto di questa esperienza di rivelazione progressiva nella storia. Rivelazione vertice, espressione di maturità: Dio non è un essere isolato, distaccato dalle realtà umane, solitario. È un Dio comunitario, famigliare, sociale, fraterno. Il vertice di tutta la rivelazione biblica è questo: Dio è amore (1Gv 4,8). E l’amore non è mai solitudine, isolamento, ma comunione, vicinanza, dialogo, alleanza. È Amore personale (spero che mi ami, come se amasse solo me), amore totale (spero che la misura del suo amore sia quella di dare senza misura), amore sacrificato (mi dicono che il suo è stato ed è amore oblativo, paziente), amore universale (attendo che il suo sia amore inclusivo, non escludente), amore preferenziale (spero che si manifesti più chiaramente sbilanciato sui più deboli).

La Trinità? Un abbraccio, non un concetto[1]
Io che sono lento a credere, che mi ci vorranno ancora gli ultimi miei scampoli di vita non per capire, ma solo per assaporare un poco della fede, come potrò cogliere qualcosa della Trinità? Una strada c’è, e non è quella delle formule e dei concetti. Pensare di capire la Trinità attraverso le formule è come tentare di capire una parola analizzando l’inchiostro con cui è scritta. Dio non è una definizione ma un’esperienza. La Trinità non è un concetto da capire, ma una manifestazione da accogliere. In uno dei capolavori di Kieslowski sui Dieci Comandamenti, Decalogo I, il bambino protagonista sta giocando al computer. Improvvisamente si ferma e chiede alla zia: «Com’è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, in questo momento?». Pavel non vuole sciogliersi dall’abbraccio, alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Pavel, Dio è così». Dio come un abbraccio. Se non c’è amore, non vale nessun magistero. Se non c’è amore, nessuna cattedra sa dire Dio. Dio come un abbraccio: è il senso della Trinità. Forse Dio è estasi, cioè un uscire-da-sé in cerca d’oggetti d’amore, in cerca di un popolo anche se di testa dura, del quale farsi compagno di viaggio e ristoro entro l’arsura estrema del deserto. Dio ha tanto amato il mondo, da mandare suo Figlio… Mondo e uomo sono storia della Trinità. Mosè, il grande amico di Dio, prega così: «Che il Signore cammini in mezzo a noi, venga in mezzo alla sua gente. Non resti sul monte, guida alta e lontana, ma scenda e si perda in mezzo al calpestio del popolo». Tutta la sacra Scrittura ci assicura che nel calpestio del popolo, nella polvere dei sentieri, lo Spirito accende profeti ed orizzonti, il Padre rallenta il suo passo sul ritmo del nostro, il Figlio è salvezza che ci cammina a fianco.
Trinità e Chiesa sinodale: una polifonia[2].
«Voi non fatevi chiamare rabbini perché è uno solo e il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). L’odierno contesto socio-culturale è segnato da un marcato iper-individualismo e questo non ci aiuta per una esperienza di Chiesa come fraternità e sororità. Spesso nelle nostre comunità i ministri ordinati si comportano, o vengono considerati per pigrizia e interesse, come capi indiscussi. Perciò non sorprende il vedere il ruolo ancora subalterno dell’altra parte più numerosa del popolo di Dio, cioè dei battezzati laici. E neppure sorprende di constatare ancora oggi nella Chiesa, a 60 anni dal Concilio Vaticano II°, l’assenza di una vera Sinodalità, vale a dire la capacità di camminare insieme (Sinodo deriva da syn-odòs che tradotto significa insieme in strada). Una Chiesa che nasce dalla Trinità dovrebbe essere una Chiesa capace di vivere in sinodo permanente non solo all’interno della Chiesa stessa, ma anche con la società civile. Prevale ancora la smania di schierarsi in campi contrapposti, in nome di “valori non negoziabili” o a difesa di una “cultura cattolica”. È vero: la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Ma neppure è una monarchia teocratica che insegue l’idolatria del capo. Diciamo, allora, che è una fraternità. La categoria di fraternità, letta in chiave teologica, ci permette di superare sia la visione populista che quella gerarchica e piramidale della Chiesa. Il fondamento sta innanzitutto nel Dio/Trinità; ossia la comunione di persone e la comunicazione dialogica tra il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Comunione e comunicazione non chiusa tra i tre, ma aperta e donata gratuitamente alle creature umane.
L’Enciclica “Fratelli tutti” scrive (2,86): «Ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi. La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti».


[1] Elaborazione da P. Ermes Ronchi (26-05-2002)
[2] Elaborazione da  E. Palumbo, Fratelli e sorelle nel Signore, HOREB, N. 1, 2008.




28 maggio 2023. Pentecoste
SOFFIO’

Pentecoste 2023

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».  (12 Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: «Che significa questo?».13 Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto»: versetti omessi dalla Liturgia).
Salmo 103  Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,3b-7.12-13
Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo.Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Un alito.
Don Augusto Fontana

Così mi disse un amico colpito da coronavirus: «Non ho mai avuto la febbre altissima, ma per un paio di sere ho vissuto la cosiddetta fame d’aria. Provi a respirare, ma è come se i polmoni non rispondessero, per circa 20 minuti ho avuto la sensazione che i polmoni fossero una busta bucata. Ho avuto paura. Ora sto meglio, ma quanto ossigeno mi hanno dato!». Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti dopo quel momento maledetto.
Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha deposto, e continua a deporre, le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito» (Gv 19, 30). Questi sono giorni maledetti che rivelano il nostro bisogno di avere un Dio amante che ci stampi sulle labbra diafane il bacio della sua bocca: «Mi baci con i baci della sua bocca» (Cantico, 1,2). Un soffio, un bacio. Pentecoste.
Le bravate e le risse, il bullismo che infetta ragazzini di 12 anni, le violenze sulle donne sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale. Tutti noi vediamo e sentiamo, ma ci sentiamo paralizzati di fronte al fenomeno di intolleranza trasversale che colpisce qualunque persona che passa in quel momento in quella strada o vicolo della città. Il carcere non è la soluzione ideale e denuncia il fallimento della politica e della aggregazione sociale.  Inoltre i sondaggi ci dicono che il regalo maggiormente desiderato dalle ragazze italiane è un intervento dal chirurgo estetico. La priorità quotidiana di apparire, sono un dato allarmante. E se non bastasse: i paesi arabi che si affacciano sul mediterraneo sono scossi da sanguinose ribellioni ai loro governi e torna lo spettro della guerra civile e di religione; arabi e israeliani, russi e ucraini non ce la fanno a trovare una via d’uscita politica al conflitto; l’Africa è sempre più sedotta e abbandonata da noi occidentali “cristiani” che la sverginiamo con i nostri appetiti per poi abbandonarla in attesa del prossimo stupro magari dal colonialismo cinese. E la Chiesa, quella che doveva nascere dall’utero del Concilio Vaticano II°?
Ci manca il fiato, il respiro; e trasmettiamo alle nuove generazioni una vita asfittica, dopata, orfana.
Qualsiasi grande città del nostro mondo ricorda oggi l’ambiente della torre di Babele: pluralità di lingue, di culture, d’idee, di stili di vita e problemi immensi d’intolleranza e incomprensione tra coloro che la abitano. Come possono convivere e comprendersi quelli che hanno tante differenze? La situazione sta diventando particolarmente problematica nei paesi sviluppati, ma anche nelle grandi città di tutto il mondo. Immigranti da altre province o da paesi in cui lasciano tutto per cercare un lavoro, un luogo dove cercare vita e qualità di vita. Per molti di loro arrivare all’altra riva è la loro speranza. E quando arrivano, nel caso li lasciamo entrare, inizia un vero calvario per potersi mettere al nostro livello. Il nostro mondo si è trasformato ora nel paradigma della torre di Babele, parola che significava “porta degli dei”. Così era denominata la città di ieri, simbolo della cultura urbana di oggi. Una città intorno ad una torre, una lingua ed un progetto: scalare il cielo, invadere l’area del divino. L’essere umano ha voluto essere come Dio (già lo aveva tentato prima, nel paradiso, a livello di coppia, ora a livello politico) e si unì (si uniformò) per ottenerlo. Ma il progetto fallì: quel Dio, geloso dagli inizi del progresso umano, confuse (in ebraico “balal“) le lingue e chiuse per sempre la porta degli dei (“Babel“). Forse quel mondo uniformato non ci fu mai sulla terra, forse fu solo un’aspirazione tentatrice del potere umano. Dopo il fallimento, le diverse lingue furono il maggior ostacolo alla convivenza, principio di dispersione e di rottura umana. L’autore della narrazione della torre di Babele non pensò alla ricchezza della pluralità e interpretò il gesto divino come castigo. Ma insinuò che Dio era per il pluralismo, differenziando gli abitanti del luogo in base alla lingua e disperdendoli. Molti secoli dopo che venne scritta questa narrazione del libro della Genesi, ne leggiamo un’altra nel Libro degli Atti degli Apostoli. Ebbe luogo il giorno di Pentecoste, festa della mietitura in cui i giudei ricordavano il patto di Dio con il popolo sul monte Sinai, “50 giorni” (= Pentecoste) dopo l’uscita dall’Egitto. I discepoli erano riuniti, anche 50 giorni dopo la resurrezione (l’esodo di Gesù al Padre) e si preparavano a raccogliere il frutto della semina del maestro: la venuta dello Spirito che è descritta con eventi particolari, espressi come se si trattasse di fenomeni sensibili: rumore come di vento tempestoso, lingue come di fuoco che consuma o purifica; Spirito (= “ruah“: aria, soffio vitale, respiro) Santo (= “hagios“: non-terreno, separato, divino). E’ il modo che sceglie Luca per esprimere l’inenarrabile, l’irruzione di uno Spirito che li libera dalla paura e dal timore e che li farà parlare con libertà per promulgare la Bella Notizia della morte e resurrezione di Gesù. Per questo, ricevuto lo Spirito, iniziano tutti a parlare lingue diverse. Poco importa indagare in cosa consistette quel fenomeno. Ciò che importa è sapere che il movimento di Gesù nasce aperto a tutto il mondo e a tutti, che Dio non vuole l’uniformità, ma la pluralità; che non vuole lo scontro ma il dialogo; che è iniziata una nuova era in cui bisogna proclamare che tutti possono essere fratelli, non solo “nonostante” ma “grazie” alle differenze; che adesso è possibile capirsi, superando ogni tipo di barriere che impediscono la comunicazione. Perché questo Spirito di Dio non è Spirito di monotonia o di uniformità: è poliglotta, polifonico. Il giorno di Pentecoste, da più lingue non ne venne, come a Babele, più confusione. “Ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua delle meraviglie di Dio“. Dio rese possibile il miracolo d’intendersi. Iniziò così la nuova Babele, quella voluta da Dio, lontana da malsane uniformità, un mondo plurale ma concorde. Speriamo di continuare a reinventarla e non ad innalzare muri né barriere tra ricchi e poveri, tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, tra vescovi e battezzati, tra parroci e parrocchiani, tra preti in frontiera e preti in retroguardia.
La venuta dello Spirito significò, per quel pugno di discepoli, la fine della paura e del timore. Le porte della comunità si aprirono. Nacque una comunità libera come il vento, come fuoco ardente[1].
Gesù, dice il Vangelo, alitò su di loro. La parola “alitare” (emphysao) è la stessa parola che usa il Libro della Genesi per rivelare l’atto creativo di Dio. Dio ci dona la forza con la quale egli ha agito; la sua forza è creatrice. Tutto ciò che abbiamo come un seme, in forma germinale, si potrebbe risvegliare grazie allo Spirito che lo feconda. C’è tutta una ricchezza, un mondo, una creazione che si deve sviluppare in me. Che lo Spirito scenda su di me vuol dire che io sono chiamato a prendermi cura delle mie doti e delle risorse altrui. Tutto è in me come un seme. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» scrive Paolo ai Corinti e a noi. Gesù rende consapevoli dell’enorme potere che i discepoli hanno: «Se voi perdonerete (in greco: afìemi=lascerete andare) i peccati saranno perdonati e a chi non li perdonerete (in greco: cratéo=li terrete in pugno) resteranno non perdonati». Giovanni usa due verbi: il primo è afìemi, perdonare, lasciar andare. Il secondo è cratéo: trattenere, tenere in pugno, impossessarsi. Cioè: la comunità cristiana ha due possibilità: o lasciar andare o trattenere.
Ancora e sempre Pentecoste.
Quando mi senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il mio errore, è lui, lo Spirito. Quando sento circolare, nelle vene, forza e fiducia mentre affronto la malattia, la vecchiaia o il fallimento, è ancora lui, lo Spirito. Quando riesco a intravedere in profondità, con occhi capaci di sorprendere le gemme più che i rami improduttivi, è ancora lui, lo Spirito. Se ce la faccio a scorgere una primavera nella sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; quando avessi il coraggio di vegliare sui primi passi dei detenuti o di un giovane o ragazza, guardando lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore.
A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. Nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice della coscienza. In questi tempi il compito della Pentecoste si fa segretamente più intenso: generare al mondo uomini liberi dalle “democrature”[2] del potere e del capitalismo; e alla Chiesa generare donne e uomini responsabili e creativi.


[1] Don Remigio Menegatti, 2006
[2] Qualsiasi regime improntato alle regole formali della democrazia, ma praticando di fatto un autoritarismo sostanziale.




21 maggio 2023. Pasqua 2.0
ASSUNTO A TEMPO INDETERMINATO.

Ascensione 2023

Preghiamo. Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Salmo 46. Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.
Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1,17-23
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.
Dal Vangelo secondo Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

ASSUNTO A TEMPO INDETERMINATO. Don Augusto Fontana

Dire Ascensione è come dire Pasqua. Risurrezione, Ascensione e Pentecoste nei primi secoli si celebravano nello stesso giorno. E’ la stessa festa, lo stesso evento guardato da prospettive diverse.
Quale Dio?
«… mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi». Una “nube” (cioè Dio stesso) ce lo ha “tolto dai nostri occhi”. Dio, diventato visibile nella carne e nella storia umana di Gesù torna libero nel Suo mistero, come ci ha rivelato Isaia (45,15): «Veramente tu sei Dio-nascosto (in ebraico El-mistatter)»: non per farci agguati puerili, ma perché, forse, desidera essere cercato e trovato. Martin Buber[1] narra: «Il nipote di Rabbi Baruch, il ragazzo Jehiel, giocava un giorno a nascondino con un altro ragazzo. Egli si nascose bene e attese che il compagno lo cercasse. Dopo aver atteso a lungo, uscì dal nascondiglio; ma l’altro non si vedeva. Jehiel si accorse allora che quello non l’aveva mai cercato. Questo lo fece piangere. Piangendo, corse dal nonno e si lamentò del cattivo compagno di gioco. Gli occhi di Rabbi Baruch si riempirono allora di lacrime ed egli disse: “Così dice anche Dio: «Io mi nascondo, ma nessuno mi vuole cercare»”.
Data questa premessa, mi posso permettere di chiedermi quale volto di Dio posso ancora intravedere dietro questo evento misterioso che chiamiamo “ascensione”.
Un giorno – una delle rare volte – parlavo di questioni di fede con alcuni compagni di lavoro. Non riuscivo a trovare le parole giuste per “spiegare” il significato della Ascensione. Poi mi venne un’idea: trasferire il linguaggio dal termine “ascensione” a quello di “assunzione”. Dio ha “assunto” Gesù. Loro, come me, sapevano bene cosa significava “essere assunti”; ci venne in mente il giorno in cui ci arrivò a casa la comunicazione della Ditta: «…ci pregiamo comunicare che a fare tempo dalla data…lei è stato assunto presso la scrivente Azienda in qualità di operaio specializzato…». Uno di loro colse subito il doppio senso: «Per voi preti, allora, Gesù è stato assunto da Dio per lavorare», mi disse con un sorriso provocatorio, senza sapere che, così, faceva vera teologia. Mi accorsi che avevo aperto un piccolo pertugio, non per “spiegare”, ma per “alludere” al Mistero. Gesù non va in “licenza”, non parte in vacanza, ma inizia una presenza nuova, ancora più attiva di prima: «Io sono con voi tutti i giorni». Mi fu più difficile cercare di far capire che questa nuova modalità di presenza coinvolge però la Chiesa. Gesù lavora e la Chiesa lavora con lui. Dall’Ascensione in poi essere spirituali vuol dire essere materiali: non rifugiarsi nello spirituale, ma prendersi cura di questo mondo.
Quale chiesa?
L’evangelista Luca, nella prima Lettura, descrive, quasi, un evento storico come se fosse visibile e sperimentabile: «fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi » (Atti 1). All’evangelista Matteo non interessa più di tanto. A lui preme l’effetto a ricaduta sulla Chiesa: «Andate …fate discepoli … battezzandoli, insegnando». Non dice che Gesù ascese al cielo. Dice solo che Gesù appare agli Undici e dice loro alcune cose. E’ una scena di congedo dalla visibilità, ma non dalla storia. Gesù se ne va e lascia le sue ultime parole, un testamento, come quando uno muore e lascia l’eredità di continuare il suo sogno, il suo lavoro, le sue passioni.  Allora la Chiesa dovrebbe sempre chiedersi: “Ma io faccio vedere il Cristo? Io lo annuncio? I miei comportamenti, i miei gesti parlano di Lui?”.
Etty Hillesum, morta in campo di concentramento nazista, scriveva nel suo Diario: “Verrà un giorno, Signore, in cui non saremo noi a chiamare in causa le tue responsabilità, ma sarai tu a chiamare in causa le nostre responsabilità. Non noi ti diremo: “Tu, Dio, dov’eri?”, ma Tu ci dirai: “E tu, uomo, dov’eri? Tu Dio non ci puoi più aiutare, ma tocca a noi aiutare Te e salvare un pezzo di cielo nelle nostre anime e in questo mondo” [2].  Bonhoeffer, pastore evangelico e teologo martire, diceva: “I cristiani che stanno con un piede solo sulla terra, staranno con un piede solo anche in paradiso[3].
Praticamente Matteo affida alle sue ultime righe la sintesi dottrinale del suo Evangelo. Ma anche la sua catechesi alla comunità. Che chiesa è quella che nasce dalla Pasqua? La liturgia del tempo pasquale ce ne ha dato, di domenica in domenica, la sua identità, il suo profilo pastorale.
Matteo annota che alcuni discepoli “si inginocchiano davanti” e “dubitano“. Sono i due volti della chiesa di allora e di ogni tempo. Ci sono persone che sentono Dio vicino, vivo, presente e dentro la loro vita. Ci sono altri che sono scettici, che non si lasciano coinvolgere. Anzi: questa doppia faccia è dentro di me; non si tratta solo di categorie di persone, ma di condizioni cicliche della mia fede. Talvolta credo in modo forte. Talvolta l’adesione e l’esperienza di Dio diventa tiepida e vacillante.
Matteo, poi, cita una frase del profeta Daniele (7, 27 ): «Allora il regno, il potere e la grandezza di  tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi  dell’Altissimo». Gesù è il Signore della storia. Lo ha proclamato Paolo nella seconda Lettura: «[Dio] lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione».   Gesù per quattro volte dice: “ ogni potere… tutte le nazioni… tutto ciò che vi ho comandato…tutti i giorni“. Ogni cosa, tutti gli eventi e ogni uomo. Gesù si presenta come il signore della storia che esclude ogni restrizione di tempo di spazio e di persona. Allora qui si vuol dire che la salvezza è per tutti, nessuno escluso. Dio è di tutti, Dio è per tutti. Nessun movimento, nessuna chiesa, nessun gruppo può sequestrare la salvezza di Dio.
Scriveva il monaco Arturo Paoli[4]: «La Bibbia riporta continuamente episodi di opposizione del Dio unico e vero contro l’idolo che contende con lui il dominio sul mondo. E l’idolo attuale è stato inequivocabilmente smascherato da Gesù: «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro; non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24). Tradurre mammona con “denaro” non è corretto perché il denaro può essere simbolo di giustizia e di libertà o di dominazione e schiavitù. Di idoli, oggi, ne sono colmi i cuori e la società, compreso l’idolo economico o bancario. “E se tu scegli l’idolo diventi come l’idolo che ha volto oscuro, bocca muta, occhio spento, orecchio sordo, naso insensibile, mano chiusa, piede paralizzato, gola serrata e senza suono” (Sal. 115,4-8). Perché la chiesa non si è accorta di essere in terra di esilio dominata dall’idolo? Perché l’ultimo idolo si è presentato disarmato, sotto la pelle dell’agnello, si è messo nel gregge non per disperderlo lontano dai pascoli ma con il progetto di ingrassarlo con alimenti metabolizzanti, perché il pastore non si accorgesse della loro provenienza, del loro enorme costo di vite umane. Ma cercate ancora; voi troverete dei segni di resistenza. Ritengo che si tratta di assumere concretamente la resistenza/costruzione, che passa dallo sviluppo di una miriade di rapporti non utilitaristici con gli altri, con il mondo e con noi stessi. Se i grandi appaiono seri, la serietà in questo caso è quella degli amanti della morte. Contrapponiamo a questa, con mille feste, la vera serietà, quella del pensiero, della solidarietà, della creazione. Oggi non vi è nulla di più serio che costruire le mille vie sovversive di resistenza alla follia utilitaristica del neoliberismo che distrugge la vita e la libertà».
Il filosofo francese Robert Redeker, nel suo recentissimo libro “L’abolition de l’âme” (Ed. Du Cerf, marzo 2023) scrive che la scomparsa dell’anima per la società occidentale è un vuoto, un buco nella nostra cultura. Che parola usare per dire “anima”? Qualcosa che consideriamo parte di noi stessi, la parte più importante, la parte più intima. La nostra identità. Privato dell’anima, l’uomo moderno non è diventato un uomo normale, ma un uomo conformista.
«Padre, nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te».
Scriveva P. Ermes Ronchi: «Cristo non è salito verso l’alto, ma è andato oltre, verso l’intimo delle cose. E le sue mani sono ancora più impigliate nel folto della vita»[6].


[1] M. Buber, I racconti dei Chassidim, Milano 1985, pag.140
[2] Diario. Preghiera della domenica mattina [12 luglio 1942]
[3] E’ un frase di una lettera scritta dal carcere alla fidanzata Maria von Wedemeyer.
[4] Arturo Paoli Chiesa e idolatria del mercato  (ROCCA 01/08/05)
[6] Avvenire, 1 giugno 2003.




il ragazzo e i chiodi
B.Ferrero

I CHIODI
(Bruno Ferrero)

C’era una volta un ragazzo dal carattere molto difficile. Si accendeva facilmente, era rissoso e attaccabrighe. Un giorno, suo padre gli consegnò un sacchetto di chiodi, invitandolo a piantare un chiodo nella palizzata che recintava il loro cortile tutte le volte che si arrabbiava con qualcuno.
Il primo giorno, il ragazzo piantò trentotto chiodi.
Col passare del tempo, comprese che era più facile controllare l’ira che piantare chiodi e, parecchie settimane dopo, una sera disse al padre che quel giorno non si era arrabbiato con nessuno.
Il padre gli rispose: «È molto bello quel che mi dici; ora, togli dalla palizzata un chiodo per ogni giorno in cui non ti arrabbi con qualcuno».
Dopo un po’ di tempo, il ragazzo poté dire al padre che aveva tolto tutti i chiodi.
Allora il padre lo prese per mano, lo condusse alla palizzata e gli disse: «Figlio mio, questo è molto bello; però, guarda: la palizzata è piena di buchi; il legno non sarà mai più come prima. Quando dici qualcosa mentre sei in preda all’ira, provochi nelle persone a cui vuoi bene ferite simili a questi buchi. E per quante volte tu chieda scusa, le ferite rimangono».

Tra perdono e memoria.




L’AMORE CHE HA CAMBIATO LA STORIA
Ermes Ronchi

L’amore che ha cambiato la storia
padre Ermes Ronchi  (05-05-2002)
VI Domenica di Pasqua Anno A

Se mi amate. Con questo verbo, il più importante del nostro vocabolario, che circondiamo di tanto pudore e di tante attese, Gesù entra nei nostri sentimenti più intimi, li rivendica per sé, ed è la prima volta, e per la storia che vuole cambiare. Non si tratta di un ordine, non di un imperativo, ma piuttosto di una constatazione: chi ama osserverà, diverrà per lui naturale, quasi un automatismo del cuore, osservare il suo comandamento, il nuovo, l’unico: amatevi come io vi ho amato (Gc 13,34). L’amore cambia la vita, non è un vago sentimento misto di fascino e di timore che Gesù propone: se ami non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, restare indifferente. Ama e fa quello che vuoi (sant’Agostino). Se ami non potrai che osservare una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. Ma è facile o difficile amare Cristo? Per sette volte oggi, nei sette versetti del brano, Gesù parla di unione: una passione di unirsi corre dentro la storia di Dio e dell’uomo. Passione di unirsi per cui Dio è diventato, in principio, il respiro stesso di Adamo; per cui per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una ragazza di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità, comunione assoluta.
E qui Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi. Fino a che l’altro diventi tua dimora e tua casa. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. In Dio per primo c’è questa passione, lui per primo viene incontro, è lui che cerca casa, a noi compete il lasciarci amare, e questo è finalmente, gioiosamente facile e bello. Amare Cristo è facile come lasciarsi amare. Allora i comandamenti altro non sono che vie per l’unione, passione di fare ciò che Dio fa’, di partecipazione alla stessa energia di vita, di respirare il suo respiro non più un ordine esterno, ma un modo per assomigliare a Dio, espansione di una storia di comunione, il traboccare verso l’esterno di una sintonia interna. Questo è il comandamento: passione di unirsi a Dio e quindi di agire con lui e come lui nella storia, essere le sue mani, un frammento del suo cuore. Nessuna etica vive senza una mistica.
 Non vi lascerò orfani, perché io vivo e voi vivrete. Orfano è parola ed esperienza legata alla morte. Ma chi ama vive, forte come la morte è l’amore, le grandi acque non possono spegnerlo, né i fiumi travolgerlo. Vivrete perché io vivo: la passione di unirsi è diventata passione di far vivere.


Il sogno di Gesù è abitare nell’uomo
Ermes Ronchi (26/05/20)

Se mi amate osserverete i miei comandamenti. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà: Gesù, uomo libero, è una parola liberante.
Se mi amate osserverete i miei comandamenti Non si tratta di una ingiunzione, ma di una constatazione: quando ami accadono cose, lo sappiamo per esperienza: tutte le azioni si caricano di gioiosa forza, di calore nuovo, di intensità inattesa. Lavori con slancio, con pienezza, con facilità, come il fiorire di un fiore spontaneo.
Osserverete i comandamenti miei. La costruzione della frase pone l’accento su miei. E miei non tanto perché dettati da me, ma perché da me vissuti, perché mia vita. Non si tratta di osservare i 10 comandamenti, ma la sua vita! «Se mi ami, metti in pratica la mia vita. Se mi ami, diventi come me!» Amare trasforma, uno diventa ciò che ama, le passioni modificano la vita. Se ami Cristo, lo prendi come misura alta del vivere, per acquisire quel suo sapore di libertà, di mitezza, di pace, di nemici perdonati, di tavole imbandite, di piccoli abbracciati, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere.
Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Per sette volte nei sette versetti di cui è composto il brano, Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in me. Lo fa adoperando parole che dicono unione, compagnia, incontro, in una specie di suadente monotonia: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi. Uno diventa ciò che lo abita! Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di relazione. Cerca amore. E il Vangelo racconta la passione di unirsi di Gesù a me usando una parola di due sole lettere in: io nel Padre, voi in me, io in voi. Dentro, immersi, uniti, intimi. Tralcio unito alla madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla nel grande braciere della vita, respiro nel suo vento. Gesù ribadisce che l’amore suo è passione di unirsi a me. E questo mi conforta: che io sia amato dipende da Lui, non da me; l’uomo può anche dire di no a Dio, ma Dio non può dire di no all’uomo. Tu puoi negarlo, lui non potrà mai rinnegarti.
Infatti: non vi lascerò orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai, mai orfani, mai separati. La presenza di Cristo in me non è da conquistare, non è da raggiungere, non è lontana. È già data, è dentro, è indissolubile, fontana che non verrà mai meno. E infine l’obiettivo di Gesù: Io vivo e voi vivrete: far vivere è la vocazione di Dio, Gesù è venuto come intenzione di bene, come donatore di vita in abbondanza (Gv 10,10). La sua è anche la nostra missione: essere tutti nella vita datori di vita. (Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14, 15-21).


Il giogo leggero dei comandamenti del Signore
Ermes Ronchi (Avvenire 18 maggio 2017 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà. Ma, se mi ami, sarai trasformato in un’altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie.
In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non detta regole, si fa mendicante d’amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera.
Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.
Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.
Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l’elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret.
I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.
«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.
(Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)




14 maggio 2023. Domenica 6a di Pasqua
TRE PASSI DELLA FEDE

6a Domenica di Pasqua 

Preghiamo. O Padre, che per la preghiera del tuo Figlio ci hai donato lo Spirito della verità, ravviva in noi con la sua potenza il ricordo delle parole di Gesù, perché siamo pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli8,5-8.14-17
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Salmo 65.  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere! A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio, stupendo nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia. Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che onorate Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3,15-18
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, custodirete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li custodisce, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

TRE PASSI DELLA FEDE. Don Augusto Fontana[1]

Il brano del Vangelo di Giovanni svela l’interiorità del credente, che non è un orfano che vive in solitudine piegato su di sé; specie nei momenti di disperazione, quando ogni appiglio della storia gli si spezza nelle mani. Il credente ha in sé la presenza del Padre e dello Spirito consolatore (il termine greco para-kletos significa “chiamato vicino”) e del Figlio. Questa presenza che è il punto luminoso di ogni riflessione cristiana sulla realtà intima della fede, si esprime poi con la fedeltà al comandamento dell’amore.
Nel Lettera di Pietro, la manifestazione della fede non appare come propaganda o proselitismo nei confronti dei non credenti, ma come trasparenza di una speranza capace di scuotere lo spirito degli altri.
Gli Atti degli Apostoli rivelano l’impegno: Filippo va ad annunciare il Vangelo nella Samaria. La Samaria era, per l’antico Israele, una regione emarginata; c’era idealmente un filo spinato attorno alla Samaria. Non c’erano contatti tra gli Ebrei e i Samaritani. Ed è proprio lì che va Filippo e non solo annuncia ma libera i malati, gli oppressi, gli indemoniati. E « vi fu grande gioia in quella città ». È la testimonianza della liberazione in cui il credente dà concretezza storica alla sua fede.

Tre momenti dunque: interiorità, trasparenza, impegno. Sono tre tappe di un cammino della vita di fede.

  1. Innanzitutto il Vangelo ha una parola toccante, quando ci dice che non saremo lasciati orfani. L’immagine dell’orfano è l’immagine dell’uomo senza paternità e maternità, senza riferimenti di cuore. Aver fede significa uscire da questa solitudine, è stabilire un rapporto di dialogo interno con una paternità. E perché mai questa certezza della paternità di Dio, a dispetto di tutte le prove tangibili? È importante non dimenticare che il Vangelo non fonda mai la certezza della paternità di Dio sull’evidenza delle cose. Il Vangelo chiama in causa lo Spirito. Noi sappiamo che c’è un luogo in cui si è manifestata la paternità: è Gesù, il Signore. Scrive P. Ermes Ronchi: «Per sette volte oggi, nei sette versetti del brano, Gesù parla di unione: una passione di unirsi corre dentro la storia di Dio e dell’uomo. Passione di unirsi per cui Dio è diventato, in principio, il respiro stesso di Adamo; per cui per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una ragazza di Nazareth per entrare in comunione con l’umanità, comunione assoluta. E qui Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi. Fino a che l’altro diventi tua dimora e tua casa. In Dio per primo c’è questa passione, lui per primo viene incontro, è lui che cerca casa, a noi compete il lasciarci amare, e questo è finalmente, gioiosamente facile e bello. Questo è il comandamento: passione di unirsi a Dio e quindi di agire con lui e come lui nella storia, essere le sue mani, un frammento del suo cuore. Nessuna etica vive senza una mistica».  Nel cap. 21 nel famoso libro “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry si narra la fantastica storia del Piccolo Principe che addomestica una volpe, scatenando però un legame indissolubile di amicizia. La volpe dice al Piccolo Principe: “non si vede bene che con il cuore…L’essenziale è invisibile agli occhi”. Mi è venuto in mente questo passo mentre riflettevo sulle parole che Gesù consegna ai suoi discepoli nell’ultima cena, poco prima di esser crocifisso. Questa è, in poche parole, la dinamica della vita interiore del credente.
  1. Però, se ci presentiamo agli altri (ed ecco il secondo momento), come manifestiamo la nostra speranza? Nella Lettera di Pietro ci sono parole che hanno una delicatezza moderna: «Fate questo con dolcezza e rispetto». Ci sono modi di ostentare le certezze interiori che sono irriguardosi e provocatori. Si può utilizzare la fede come un randello. In un mondo che si dispera, andare a raccontare che tutto è bello, che Dio è Padre, può essere una provocazione irrispettosa. Camminare con una rosa in mano in mezzo alle rovine del mondo non è una dimostrazione di amore, ma una forma di narcisismo detestabile. Dobbiamo riapprendere il rispetto per gli altri. Può anche capitare che una processione non sia più un segno eloquente ma irrispettoso. Le certezze che vengono dal Padre non si gridano per sconfiggere gli altri. Qui è il punto critico. Per poter parlare delle ragioni della speranza non posso semplicemente rifarmi alle mie certezze soggettive; devo connettere queste mie certezze alle ragioni degli altri. Con un non-credente il linguaggio della fede non è un punto di incontro. Il punto di incontro è la speranza. La speranza è il nome laico della fede, è il nome partecipabile. Se la mia fede ha un senso umano, lo dimostrerò dando speranza. E quale speranza? Non possiamo far trionfare le ragioni della speranza cristiana sul fallimento della speranza umana. Questa speranza cristiana va inserita nella cruna delle speranze umane, dalle più piccole alle più grandi. I cristiani spesso hanno diviso le speranze umane in due gruppi: quelle spirituali ed eterne e quelle storiche e quotidiane. Spesso contavano solo le prime. E così abbiamo modificato una fede, che è liberatrice, in una fede oppiacea, che dissuade dagli impegni per la giustizia. Per dare le ragioni della nostra speranza in un linguaggio rispettoso essa deve entrare dentro gli spazi delle speranze dell’uomo. Questo comporta che si aboliscano in noi presunzioni più o meno camuffate, aggressività più o meno truccate di belle maniere, che portano dentro di sé l’irriverenza verso l’uomo. Il Signore ha camminato accanto all’uomo e si è messo a sedere accanto a lui. Non ha imposto le sue speranze, è entrato nella disperazione del paralitico, del padre a cui era morta la figlia, della samaritana dal cuore agitato ed arido. La vita del Signore non è la predicazione di una arida filosofia, ma è un viaggio accanto all’uomo. Siccome viviamo in un tempo in cui camminiamo su un crinale fra la disperazione e la speranza, occorre sapere dai cristiani che cosa hanno da dire. Se hanno da dire soltanto che dopo questa vita staremo meglio, che se saremo buoni saremo premiati, allora essi trascurano qualcosa di essenziale. La vita eterna, di per sè, è molto più importante di questa che viviamo. Ma nell’ordine dell’amore, l’essenziale può essere il bicchier d’acqua dato all’assetato e il pane dato all’affamato. È questo un punto critico della nostra fede. Lo vediamo; in un tempo di crescenti disperazioni, non siamo in grado, come credenti, di essere testimoni della speranza. Le piazze, gli assembramenti umani, dei giovani in specie, non tollerano più nessun riferimento al Vangelo perché la parola evangelica non ha più senso. Essa deve ritrovare la via all’interno delle speranze che agitano il cuore dell’uomo collettivo e individuo.
  2. Il terzo momento è quello della gioia della città. La città di Samaria (scomunicata, emarginata, praticamente un lebbrosario) che all’improvviso fiorisce nella gioia è un emblema degli effetti della presenza cristiana in mezzo agli emarginati, in mezzo alla città. Io sono credente se il mio impegno è un impegno di liberazione, se io caccio i demoni dall’uomo; se, cioè, libero l’uomo dalle sudditanze interiori alle ideologie, se riesco a restituire all’uomo una speranza che va al di là degli stretti orizzonti in cui giochiamo il nostro destino immediato, se riapro nel cuore dell’uomo una ragione di gioia. Una pietà cristiana che non sia molle ma forte, deve entrare nella circolazione della vita collettiva. Questa pietà disarma, come quella del Signore, che morì, giusto per gli ingiusti, e che sulla croce disarmò perfino il centurione. Egli rimane la vittima innocente che disarma l’uomo. Nel Getsemani il capo degli apostoli tirò fuori la spada! Non basta essere cristiani per essere non violenti, anzi le ragioni di certezza che noi abbiamo ci espongono ad una forma di terrorismo dottrinale che ha qualcosa a che fare, anche a livello psicologico, con la violenza di cui siamo spettatori.

[1] Elaborazione da Il mandorlo e il fuoco di P. Ernesto Balducci  Vol. 1 – Ed Borla.




In Gesù il cuore dell’uomo trova casa
P.Ermes Ronchi

In Gesù il cuore dell’uomo trova casa

padre Ermes Ronchi  (19-04-2008)

Nella casa del Padre ci sono molte dimore. La prima immagine che il Vangelo disegna oggi è quella di una casa. C’è un luogo in principio a tutto, un luogo caldo, familiare, che mi appartiene, una casa – non un tempio – il cui segreto basta a confortare il cuore: «Non sia turbato il vostro cuore». Lì abita qualcuno che non sa immaginarsi senza di noi e ci vuole con sé. L’amore conosce molti doveri, ma il primo è quello di essere insieme con l’amato. «L’amore è passione di unirsi con l’amato» ( Tommaso d’Aquino). Una passione in grado di attraversare l’eternità. È Dio stesso che dice ad ogni suo figlio: il mio cuore è a casa solo accanto al tuo.
«Signore, come ci si arriva?» «Io sono la via». La Bibbia è piena di strade, di vie, di sentieri, piena di futuro e di speranza: davanti all’uomo non c’è una non­strada, ma un ventaglio di strade. Gesù specifica: la strada sono io. Non c’è allora un sentiero ma una persona da percorrere: seguire le sue orme, compiere i suoi gesti, preferire le persone che lui preferiva, opporsi a ciò cui lui si opponeva, rinnovare le sue scelte. La sua strada conduce a un modo nuovo di custodire al terra e il cuore.
«Io sono la verità». Il cristianesimo non è una dottrina o un sistema di pensiero, ma una persona, e il suo muoversi libero, regale, amorevole fra le cose. La verità è ciò che arde. Le mani e i gesti di Gesù che ardono in una vita inseparabile dall’amore, che mette l’uomo prima del sabato, la persona prima della verità, che fa la verità con amore: la verità senza amore è una malattia della storia, una malattia della vita che ci fa tutti malati di intolleranza.
«Io sono la vita». Io sono la sorgente, il viaggio e l’approdo della vita. Parole enormi, che nessuna spiegazione può esaurire o recintare. Parole davanti alle quali provo una vertigine: il mistero dell’uomo si spiega solo con il mistero di Dio. La mia vita si capisce solo con la vita di Cristo. Nella mia esistenza c’è una equazione: più Dio equivale a più io; se Dio non è, io non sono. Più Vangelo entra nella mia vita, più io vivo. Fino ad affermare come Paolo: per me vivere è Cristo.
Vita è tutto ciò che possiamo mettere sotto questa nome: futuro, amore, casa, pane, festa, riposo, desiderio, pasqua. Per questo spirituale e reale coincidono, fede e vita, sacro e realtà hanno l’identica sorgente.




7 maggio 2023. Domenica 5a di Pasqua
IO SONO LA STRADA

5 domenica di pasqua.

 Preghiamo. O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 6,1-7
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
Salmo 32  Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Perché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,4-9
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.  Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 «Io sono la strada». Don Augusto Fontana

La liturgia ci porta a chiederci non «dov’é Gesù?», ma «dove sta andando?». Non «dove possiamo trovarlo?», ma «dove ci porta?».
Domenica scorsa abbiamo sentito un brano della Prima Lettera di Pietro (cap.2): «Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme».  La domanda dunque ci insegue: “dove sta andando?”, “dove ci porta?”.  Questa domanda l’abbiamo sentita risuonare nel Cenacolo nell’imminenza della Pasqua: «Quando Giuda  fu uscito, Gesù disse: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete: dove vado io voi non potete venire”. Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”» (Gv. 13). Questa domanda risuona dopo la resurrezione e si fa chiara oggi: « “E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”» (Gv. 14). Il termine più importante è il primo, “la via”, gli altri due servono come spiegazione (cioè: “Io sono la via, in quanto verità e vita”).
«Dice il Signore: Io sono la via, ma noi abbiamo seguito altre strade. Io sono la verità, e noi abbiamo pensato di possederla chiudendola in formule, in aride dottrine. Io sono la vita, ma noi abbiamo cercato altre sorgenti e altro pane che non nutrono»[1].
Domenica scorsa Gesù si è presentato: « Io sono la porta». Oggi ci dice «Io sono la strada».
Anche Gesù è in movimento. Domenica si diceva:« il pastore cammina davanti al gregge». Oggi si dice «Io vado…quando sarò andato tornerò…». Esodo. Una chiesa in esodo, in movimento. Un ovile che…viaggia, più simile ad una transumanza che ad un rifugio protettivo o un muro del pianto.
Mi pare che siamo perseguitati da immagini, parole e verbi di movimento.
E’ chiaro che non si tratta solo di spostamenti da un posto all’altro: anche questo, ovviamente, se si rilegge la storia della Chiesa coma la storia di una missione: «Andate![2]».  Ma si tratta anche di spostamenti interiori, quello schiodarsi dalle proprie abitudini e idee che la Bibbia chiama con il termine di “ritorno” o “conversione”: «Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete messi in pratica. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore. Ma voi dite: “Come dobbiamo tornare?” » (Malachia 3, 7).
Ecco la domanda: «Come dobbiamo tornare? Come possiamo conoscere la via?». Ma la domanda più sapiente l’ha fatta, a nome nostro, Simon Pietro: «Signore, dove vai?». Il nostro specifico posto di discepoli è di essere dove è Lui: «…perché siate anche voi dove sono io». Se risaliamo la corrente della nostra vita di battezzati prima o poi ritroviamo la nostra sorgente che consiste in un invito: «Seguimi![3]».  Dove va il Signore?. Gesù pregava spesso con i salmi: «Camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi (mentre vivo la mia vita quotidiana)» (Salmo 116, 9). «Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore…Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie…Sarò sicuro nel mio cammino, perché ho ricercato la tua volontà….Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino….Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo». (salmo 119, versetti 1.3.45.105.165).
Già così riusciamo a capire verso dove sta andando e verso dove ci conduce il pastore delle nostre vite.
Con le mani giunte e i piedi per terra…
Ma se volessimo tradurre più concretamente alcune indicazioni, la prima lettura di oggi ci offre uno spunto appetitoso: si tratta del racconto meditato di una delle prime comunità pasquali che si misura con la concretezza dei problemi della vita messi a confronto con le opportunità offerte dallo Spirito. Mentre cresceva il numero di quanti rico­noscevano in Gesù il Messia, la comunità di Gerusalemme si ritro­vava spaccata tra ‘ellenisti’ ed ‘ebrei’ (v. 1): i primi erano giudei di lingua e forse anche di cultura greca, provenienti da terre fuori della Palestina; i secondi, invece, erano giudei palestinesi, di lingua aramaica, legati a usanze religiose ebraiche. La diversità di ve­dute tra i due gruppi si rendeva evidente soprattutto a livello di prassi religiosa: mentre i cristiani ‘ebrei’ mantenevano invariate alcune consuetudini liturgiche come la frequenza al tempio per la preghiera (cfr., ad esempio, At 3,1), i cristiani ‘ellenisti’ non mostravano la stessa preoccupazione. Il racconto ricorda una protesta da parte degli ‘ellenisti’ per ra­gioni di equità: ritenevano infatti che, in occasione del­la distribuzione dei sussidi, le loro vedove venissero trascurate.  Si rende così necessario l’intervento autorevole dei Dodici per dirimere la questione. Nella soluzione proposta, gli apostoli cer­cano di evitare di compromettere il bene supremo della comu­nione, dando – ad esempio – ragione agli uni contro gli altri, oppure avocando a sé il controllo economico della comunità; preferisco­no, piuttosto, cogliere l’occasione per offrire un metodo per il discernimento comunitario. Distinguono quindi i livelli di compe­tenza, affermando anzitutto il loro compito principale: la pre­ghiera pubblica e l’annuncio della parola di Dio (vv. 2.4). Le questioni economiche degli ‘ellenisti’ possono invece essere de­legate agli interessati: sarà il gruppo stesso degli ‘ellenisti’, al pro­prio interno, ad individuare alcuni probi viri (uomini accreditati) in grado di assolvere a questo compito (v. 3).
Il bene della comunione ecclesiale, in questo modo, passa at­traverso una varietà di vedute ben organizzata. E’ il diffondersi della parola di Dio a sollecitare una nuova riorganizzazione. E’ questo uno stile esemplare di gestione della Chiesa: con i piedi per terra e le mani giunte …
Due soluzioni emergono chiaramente: quando una parrocchia tratta cose materiali deve essere una grande esperta dello Spirito e quando si occupa di Liturgia e Parola deve possedere una notevole e continua esperienza nel servizio agli impoveriti. Quando “amministra” non deve “sporcarsi le mani”, quando “celebra” non deve aver paura di sporcarsele.
Io sono vita. Voi siete pietre vive, non decorative.
Nella seconda lettura emerge una chiesa che segue il Signore diventando una comunità di corresponsabili costruttori, anzi pietre vive. La pietra richiama spesso una staticità che è però sinonimo di morte, come la pietra tombale rotolata da­vanti al sepolcro di Gesù (Mt 27,66). Nel testo di Pietro, invece, la metafora della pietra diventa paradossale: è viva e non è standard. Nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati ad esercitare il loro sacerdozio specifico (Romani 12,1) e a proclamare al mondo “le opere meravigliose compiute dal Signore”. Ma occorre essere pietre vive “scartate dai costruttori”. Saremo pietre “fuori misura”, scartabili quando non rientreremo nella misura standard del conformismo, quando non ci adatteremo agli ossequi formali, quando non accetteremo di essere utilizzati per facciate appariscenti, quando la nostra vita punzecchierà  i sogni dei furbi, quando la nostra mitezza non ci vedrà arruolati in operazioni di forza, quando cioè saremo pietre vive, parlanti, pensanti, e non pietre morte, inerti, squadrate, maneggevoli, decorative.
Perché Lui oggi in questa celebrazione è pietra viva, strada, porta, pastore, vita, verità e ci conduce per di là.


[1] Padre Ermes Ronchi
[2] Vangelo secondo Matteo: cap. 20 «[7] Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna»;  Cap. 22 «[9]andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze»;  cap. 25 «[6]A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!»; cap. 28 «[7]Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti»; cap. 28 «[19]Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…»
[3] Vangelo secondo Matteo – cap. 9 «[9]Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. »;  cap. 19 «[21]Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».




Gesù, pastore che seduce
P.Ermes Ronchi

IV Domenica di Pasqua – Anno A

Gesù, pastore che seduce col suo esempio
Ermes Ronchi ( Avvenire 08/05/2014)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. (…) ».

Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Io sono un chiamato, con il mio nome unico pronunciato da lui come nessun altro sa fare, con il mio nome al sicuro nella sua bocca, tutta la mia persona al sicuro con lui.

E le conduce fuori. Il nostro non è un Dio dei recinti chiusi ma degli spazi aperti, di liberi pascoli.

E cammina davanti ad esse. Non un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade, è davanti e non alle spalle. Non pastore che rimprovera e ammonisce per farsi seguire, ma uno che precede e seduce con il suo andare, che affascina con il suo esempio: pastore di futuro.

E troveranno pascolo: Gesù promette a chi va con lui un di più di vita, un centuplo di fratelli e case e campi. Promette di far fiorire la vita.

Io sono la porta. Cristo è soglia spalancata che immette nella terra dell’amore leale, più forte della morte (chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di tutte le prigioni (potrà entrare e uscire).

«Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Per me, una delle frasi più solari del Vangelo; è la frase della mia fede, quella che mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono venuto perché abbiate la vita piena, abbondante, gioiosa. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, una sovrabbondanza di vita, che profuma di amore, di libertà e di coraggio.  Così è Dio: manna non per un giorno ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari. In una sola piccola parola è sintetizzato ciò che oppone Gesù a tutti gli altri, ciò che rende incompatibili il pastore e il ladro. La parola immensa e breve è «vita». Parola che pulsa sotto tutte le parole sacre, cuore del Vangelo, parola indimenticabile. Cristo non è venuto a pretendere ma ad offrire, non chiede niente, dona tutto. Vocazione di Gesù, e di ogni uomo, è di essere nella vita datore di vita.
«Gesù non è venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita ed ha creato in noi l’anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).
Allora urge cambiare il riferimento di fondo della nostra fede: non è il peccato dell’uomo il movente della storia di Dio con noi, ma l’offerta di più vita. L’asse attorno al quale ruota, danza il Vangelo è la pienezza di vita, da parte di un Dio che un verso bellissimo di Centore canta così: «Tu sei per me ciò ch’è la primavera per i fiori!».

(Letture: Atti 2, 14. 36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2, 20-25; Giovanni 10, 1-10)




1 maggio 2023. Messaggio dei Vescovi
Giovani e lavoro

Giovani e lavoro per nutrire la speranza.
Messaggio dei Vescovi italiani per la Festa dei lavoratori
(1° maggio 2023)
I dati sull’occupazione in Italia mettono in luce un fatto assai preoccupante: circa un quarto della popolazione giovanile del nostro Paese non trova lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno. Il quadro ci deve interrogare su quanto la nostra società, le nostre istituzioni, le nostre comunità investono per dare prospettive di presente e di futuro ai giovani.
Essi pagano anche il conto di un modello culturale che:
– non promuove a sufficienza la formazione,
– fatica ad accompagnarli nei passi decisivi della vita
– e non riesce a offrire motivi di speranza.
Come sottolinea papa Francesco nell’esortazione apostolica Christus vivit: «Il mondo del lavoro è un ambito in cui i giovani sperimentano forme di esclusione ed emarginazione. La prima e più grave è la disoccupazione giovanile, che in alcuni Paesi raggiunge livelli esorbitanti. Oltre a renderli poveri, la mancanza di lavoro recide nei giovani la capacità di sognare e di sperare e li priva della possibilità di dare un contributo allo sviluppo della società» (n. 270).
Conosciamo molto bene l’impatto sulla vita ordinaria di tale situazione:
– vengono rimandate le scelte di vita
– e si rimuove dall’orizzonte futuro la generazione di figli.
La crisi demografica in corso nel nostro Paese aggrava la situazione.
I giovani diventano sempre più marginali. Le giovani donne conoscono un ulteriore peggioramento delle opportunità lavorative e sociali.
Preoccupa anche il numero elevato di giovani che lasciano il Sud, le Isole e le aree interne per cercare fortuna nelle aree metropolitane del Nord Italia o che addirittura abbandonano per sempre la terra di origine.
Un’attenzione particolare merita la situazione di precarietà lavorativa che vivono molti giovani: dove scarseggia la domanda di lavoro i giovani sono sottopagati, vedono frustrate le loro capacità e competenze e perciò interpellano la coscienza dei credenti in tutti gli ambiti lavorativi e professionali.
Si avverte la fatica di far incontrare la domanda e l’offerta di lavoro, per cui molte professionalità non trovano accoglienza nei giovani.
Desta preoccupazione anche il tasso dei giovani che non studiano né lavorano (NEET), quelli che finiscono nelle reti della criminalità, del gioco d’azzardo, del lavoro nero e sfruttato, del mondo della droga e dell’alcolismo.
Papa Francesco, in relazione al tema dei giovani, ha più volte parlato di un’«unzione», di un dono di grazia, manifestazione dell’intrinseca dignità della persona, fonte e strumento di gratuità.  Senza il lavoro non viene infatti a mancare solamente una fonte di reddito – peraltro importantissima – ma i giovani disoccupati «crescono senza dignità, perché non sono “unti” dal lavoro che è quello che dà la dignità» (Visita pastorale a Genova, Incontro con il mondo del lavoro, 27 maggio 2017).
Per porre rimedio a questa crisi epocale, nello spirito del Cammino sinodale, desideriamo condividere percorsi di vera dignità con tutti.
Vorremmo che le comunità cristiane fossero sempre più luoghi di incontro e di ascolto, soprattutto dei giovani e delle loro aspirazioni, dei loro sogni, come anche delle difficoltà che essi si trovano ad affrontare.
Ci impegniamo a condividere la bellezza e la fatica del lavoro, la gioia di poterci prendere davvero cura gli uni degli altri, la fatica dei momenti in cui gli ostacoli rischiano di far perdere la speranza, i legami profondi di chi collabora al bene in uno sforzo comune.
Sollecitiamo la politica nazionale e territoriale a favorire l’occupazione giovanile e facciamo sì che il rapporto scuola-lavoro, garantito nella sua sicurezza, aiuti a frenare l’esodo e lo spopolamento, soprattutto nei territori con maggiore tasso di disoccupazione.
Su questo cammino ci mettiamo in dialogo e in ascolto di quelle esperienze cariche di novità e di speranza, come Economy of Francesco, il Progetto Policoro, le cooperative sociali, le Fondazioni di Comunità, le buone pratiche in campo economico, lavorativo e di microcredito, che sono state censite anche in occasione dell’ultima Settimana Sociale di Taranto.
Ascoltare questi giovani ci aiuta ad incontrarli, assieme a tanti altri che hanno sicuramente molto da dire, ai quali ci offriamo come compagni di viaggio.
Vogliamo trovare il modo ed il tempo per sognare il loro stesso sogno di:
un’economia di pace e non di guerra;
un’economia che si prende cura del creato, a servizio della persona, della famiglia e della vita;
un’economia che sa prendersi cura di tutti e non lascia indietro nessuno.
Desideriamo un’economia custode delle culture e delle tradizioni dei popoli, di tutte le specie viventi e delle risorse naturali della Terra, «un’economia che combatte la miseria in tutte le sue forme, riduce le diseguaglianze e sa dire, con Gesù e con Francesco, “beati i poveri”» (Patto tra il Papa e i giovani di Economy of Francesco, Assisi 24 settembre 2022).
Oggi siamo chiamati a condividere passi e contributi di tanti, perché questa «economia di Vangelo» non rimanga solamente un sogno.
Prendiamo sul serio le aspirazioni dei giovani, le loro critiche all’esistente ed i loro progetti di futuro.
Portiamo il nostro contributo ovunque si disegnino e si realizzino le politiche del lavoro, le contrattazioni collettive ed aziendali, le molteplici forme dell’imprenditorialità e della finanza.
Una nuova visione dell’economia attenta al grido dei poveri e della Terra, dei giovani che rischiano di essere «impoveriti» del loro futuro, trovi spazio nel mondo culturale ed accademico, e alimenti le prospettive della politica a tutti i livelli.
Valorizziamo anche i beni della Chiesa con lo scopo di favorire opportunità lavorative per i giovani nella logica dell’ecologia integrale di Laudato si’.
Scommettiamo sulla capacità di futuro dei giovani. Abbiamo bisogno dell’alleanza tra l’economia, la finanza, la politica, la cultura per costruire reti di accompagnamento per i giovani.
Questi germogli saranno i segni sicuri di una nuova primavera fatta di relazioni buone tra le persone, di famiglie capaci di aprirsi alla vita con coraggiosa speranza, di una società della solidarietà e della cura reciproca. Siamo certi che l’azione dello Spirito sta suscitando nel mondo germogli di novità grazie anche alle future generazioni. Si sta già realizzando sotto i nostri occhi la profezia di Gioele: «Diventeranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (Gl 3,1).

Roma, 20 marzo 2023

La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace