12 marzo 2023. Domenica 3 Quaresima
ABBIAM BISOGNO DI AVER BISOGNO

3 domenica quaresima 2023

Preghiamo. O Dio, sorgente della vita, tu offri Cristo salvatore all’umanità riarsa dalla sete d’acqua viva della grazia che scaturisce dalla roccia; concedi al tuo popolo il dono dello Spirito, perché sappia professare con forza la sua fede, e annunzi con gioia le meraviglie del tuo amore.  Per Cristo nostro Signore. Amen
 Dal libro dell’Èsodo 17,3-7
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Sal 94   Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-2.5-8
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 4,5-42
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. [Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica»]. Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO. don Augusto Fontana[1]

Dopo l’incontro nella notte con Nicodemo (l’uomo della Legge di Mosè) e quello con il profeta Giovanni Battista, c’è l’incontro con la donna di Samaria. Due maschi e una donna. Due itinerari di “cattolici praticanti” e un cammino di una donna che rappresenta “gli eretici” e gli “erranti”. Storie di sete, di desideri più profondi.
Protagonista di fondo è l’acqua, origine della vita. Ma c’è acqua e acqua. Come c’è vita e vita. L’evangelista Giovanni ama giocare sugli equivoci che Gesù crea quando pronuncia alcune parole (acqua, vita, nascere…) che hanno bisogno di molto dialogo e ascolto per essere raggiunte nella loro profondità. C’è infatti un’acqua stagnante, morta, inquinata come c’è una vita vegetativa, stanca, rutinaria.
Giovanni sembra aprire il suo Vangelo con l’ossessione dell’acqua, sempre abbinata allo Spirito. Nel capitolo 1 c’è l’acqua del battesimo di Gesù nello Spirito; nel capitolo 2, alle nozze di Cana, si parla di anfore (brocche) vuote e di acqua diventata vino sponsale di gioia; nel capitolo 3, con Nicodemo, c’è la proposta di nascita dall’acqua e dallo Spirito; ora, al capitolo 4, vediamo Gesù e la donna che parlano di sete e, per 9 volte, di acqua; nel capitolo 5, alla piscina di Betzaetà, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di paralitici «essiccati», in attesa dell’acqua prodigiosa che tornerà in scena al capitolo 7: «“Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.  Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Perfino il cieco del capitolo 9 ha bisogno, per guarire, di fango impastato con il fiato umido e sacramentale di Gesù. Nel capitolo 13 Gesù prende dell’acqua e lava/guarisce i piedi dei discepoli. Nel capitolo 19 dal costato di Gesù esce, insieme a sangue, anche acqua.
Cos’è l’uomo se non ter­ra, impastata di acqua e vivificata dal soffio di Dio?: «allora il Signore Dio plasmò  l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo  divenne un essere vivente» (Genesi 2, 7).
E’ venuto il momento di chiedermi se ho sete o quali desideri profondi mi fanno muovere alla ricerca di qualche sorso fresco per la mia arsura di senso e di amore. Sono alla ricerca di qualche linfa che torni ad animare la mia vita «disseccata» come quel paralitico della piscina di Betzaetà? Mi chiedo pure se ho mai ascoltato davvero, una volta nella vita, la Sua domanda: «Ho sete. Mi doni da bere?», così come l’ha ascoltata la donna al pozzo o i presenti sotto la croce: «Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura:  “Ho sete”» (Gv.19,28).
Il pozzo di Giacobbe.
La Samaria fa parte dell’antico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era se­parato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.c., ed era stato colonizzato dagli Assiri nel 722 a.C., evento che segnò l’inizio di una religione sincretistica; gli abitanti di quella terra avevano sposato donne assire e ne erano nati figli “meticci”, non di pura razza e religione ebrea. «Bisogna» (dice il testo evangelico) che lo Sposo passi per la Samaria, per incontrare la sposa perduta; «bisogna» che il Figlio vada incontro ai suoi fratelli lontani, per riportarli all’unica famiglia del Padre. Il suo è un viaggio missionario.  In Samaria ai piedi del monte Garizim, esiste ancora il pozzo che la tradizione attribuisce a Giacobbe; nella tradizione ebraica è un Pozzo-Roccia. Per la mistica ebraica, l’apertura del Pozzo fu una delle sei cose create da Dio al crepuscolo prima del grande riposo del Creatore. E’ un pozzo-roccia mobile, mi segue, è contemporaneo a me. A quali pozzi mi abbevero? «Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Geremia 2, 13).
Lo sposo e la sposa. 
Gesù stanco per il viaggio si siede vicino a quel pozzo, proprio nell’«ora sesta», quella stessa ora in cui dal fianco aperto del crocifisso sgorgherà sangue ed acqua. L’incontro tra Gesù e la donna avviene senza telecamere nè microfoni. Chi avrà riferito a Giovanni questo dialogo tra la donna e Gesù, visto che non c’erano testimoni e non esistevano le “intercettazioni ambientali”? Che Gesù le parli, susci­ta meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (cf. vv. 9.27). Un rabbino non parlava con una donna per strada; anche alla propria moglie si rivolgeva solo nell’intimità della casa. La richiesta di Gesù «Dammi da bere» pare strana alla Samaritana. Suona come l’avance di uno che vuole abbordarla. Ha capito bene. È proprio l’inizio di un corteggiamento. Ai bordi di quel pozzo, Giacobbe ave­va corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mosè aveva abbordato Zippora (Es 2,10-22). Ma Gesù, a differenza da loro, non esibisce forza e seduzione. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere.
Anche qui, come e più che altrove, ogni parola, quando non è allusione nasco­sta, è equivoco palese. I fraintendimenti sono fondamentali per intendersi. Aprono infatti l’orizzonte al diverso: se si è disposti alla novità, i fra-in-tendimenti sono il principio dell’in-tendimento-fra le persone. Non bisogna quindi averne paura: anche se possono provocare chiusura, in difesa o in attacco, sono in realtà luogo fecondo di in­telligenza, di amore, di vita.
Oltre il pozzo con l’acqua materiale c’è anche quel pozzo profondo che è la donna e il suo cuore, mi­stero abissale. Così, oltre l’acqua che soddi­sfa la sete fisica, c’è un’altra acqua che la donna, pur avendo avuto sei uomini, anco­ra non ha trovato. È l’acqua della quale pure Gesù ha sete: l’amore tra Sposo e spo­sa. Gli equivoci, dopo l’acqua, riguardano appunto i mariti e il marito (vv.16ss); si tra­sferiscono in seguito sui vari luoghi e modi di adorare Dio (vv. 20ss), per raggiungere infine il cibo, la mietitura e il raccolto (vv. 27ss). Acqua e pane, amore e Dio sono i biso­gni fondamentali che ognuno conosce e sui quali ci si fraintende. Ognuno infatti ne ha un’esperienza limitata e propria, diversa da quella dell’altro. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende … e un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia né la classifica né la coltiva né la vende: ne gioisce come segno di ciò che dà luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni può ispirare la stessa rosa!
Il racconto è una storia d’amore, un dialogo nel quale Gesù vuol portare la don­na a conoscere il suo dono. Lo Sposo è in viaggio: viene da lontano, in cerca della spo­sa. Il racconto è un dialogo tra la Gesù-Parola e noi ascoltatori, raffigurati dalla donna. Questa ha cambiato vari mariti (5+1), ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. Numerose sono le allusioni all’ AT. In primo piano sta il profeta Osea, il quale dice che il Signore attirerà e condurrà nel deserto la sua sposa infedele, parlerà al suo cuore e le restituirà il canto della sua giovinezza. Allora essa lo chiamerà: «Mio Sposo» e dimenticherà il nome degli idoli ai quali si è prostituita. La non-amata sarà fi­nalmente amata; il «non-mio-popolo» sarà chiamato dal Signore: «popolo mio» e gli risponderà: «mio Dio». Così profetava Osea, in Samaria (cf. Os 2,16-25).
Il racconto è un cammino graduale che culmina nel riconoscimento di Gesù come Cristo. La donna viene al poz­zo e Gesù inizia il dialogo con lei. Quando essa si apre al dono, inizia il di­scorso sui vari mariti che la donna ha avuto e non l’hanno dissetata: «Gesù non aggredisce la donna dai cinque mariti, la incontra senza farla arrossire. Non dice, come i predicatori che hanno fretta di disamorarci del mondo e della vita: quest’acqua non è buona, gli amori umani sono cattivi. Non dice neppure: quest’acqua non ti dà nessun sollievo. Dice solo: se bevi di quest’acqua avrai ancora sete, svelando che fra la nostra sete profonda e l’acqua dei pozzi umani la distanza è incolmabile. Gesù, e il cristianesimo vero, non disprezzano e non negano le brevi gioie della strada. Non è diminuendo l’uomo che s’innalza Dio. Il futuro nuovo non verrà con il rafforzare divieti e condanne. ma camminando da una piccola sete verso la grande sete, da una piccola brocca abbandonata verso la sorgente stessa. Solo l’incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l’incontro: incontro con chi ti parla come nessuno ha mai saputo fare (mi ha detto tutto…), con il Dio che ha sete che noi abbiamo sete di lui, ha desiderio del nostro desiderio»[2].
Abbiamo bisogno di aver bisogno[3].
Nel deserto si impara ad aver sete. L’acqua la si può chiedere solo a Dio. L’atteggiamento più naturale è quello descritto dal Salmo: «Sono davanti a te come terra riarsa» (142,6). Un proverbio dei nomadi suggerisce: «Domanda il latte alla tua cammella, un figlio alla tua donna. Ma chiedi l’acqua solo a Dio». Gli Ebrei, apparentemente, l’hanno chiesta a Dio. Ma l’hanno chiesta nel modo, nel tono sbagliati. Protestando, mormorando, rimpiangendo la schiavitù in Egitto, pentendosi di essersi im­barcati in quel cammino di liberazione. Hanno tentato, messo alla prova Dio: « Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? ».  La loro è stata una sfida più che una richiesta. Gli Ebrei, nel deserto, avevano bisogno dell’acqua. Ma avevano bisogno, soprattutto, di fidarsi. Pure la donna di Samaria aveva bisogno di qualcos’altro. An­che se fingeva di non accorgersene, e si rifiutava di confessarlo. Viene al pozzo, nell’ora più calda, con la sua brocca. E trova lì un uomo, che ha sete pure lui, è stremato dalla stanchezza del viaggio, ha fame, e non dispone neppure di un secchio per attingere acqua. Ma anche Gesù ha bisogno di qualcos’altro. Lui ha sete di dissetare. In quest’incontro Gesù esplica la sua tattica preferita. Portare la creatura a prendere coscienza del suo bisogno reale. Far sca­turire un desiderio, approfondire un’esigenza, rendere consape­vole di ciò che non ha, mettere a nudo la sua povertà, far esplodere una richiesta.
…Se tu conoscessi il dono di Dio … Gesù non si limita a soddisfare le domande e le attese dell’uomo. Se tu sapessi di che cosa hai veramente bisogno…. Ti aggrappi al superfluo, per negarti il necessario. Insomma, hai bisogno di aver bisogno.
…Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete … Era quello che Gesù aspettava con ansia. Portarla a chiedere, a riconoscersi bisognosa, insoddisfatta.
Anche se lei chiede ancora quest’ acqua, Gesù le dona un’altra acqua. Il dono di Gesù attenua l’aridità, ma sveglia, stimola, accre­sce il desiderio. Una volta che avrai gustato di quest’acqua, non ti rivolgerai più ad altri pozzi per estinguere la tua sete. Capirai che sono inadeguati, deludenti, inadempienti.
Gesù ha condotto la donna a formulare le sue richieste. Ma poi le ha dilatate. Ha preso la donna, prigioniera delle proprie esigenze limitate, per condurla altrove, al di là delle sue attese. Anche lui assicura l’acqua, come ha fatto Dio nel deserto. Ma non si tratta di percuotere la roccia con il bastone e far zampillare l’acqua. Gesù scava una sorgente all’interno di un individuo. «L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua … » Importante notare il particolare «in lui». Non qualcosa di esteriore all’uomo. La fonte che assicura vita e fecondità è aperta dentro a ciascuno. Il credente non è uno a cui Dio dona – come a Mosè – una bacchetta magica. Non ha bisogno di andare a cercare o elemosinare all’esterno.
Il pozzo è scavato dentro di me. Resta da domandarmi se a Dio non riesca più facile spaccare la roccia e farvi zampillare l’acqua o aprirsi un varco nel mio cuore.


[1] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, I°, EDB
[2] Ermes Ronchi, Sorgente di fecondità, 03/03/02 Tratto da Qumran2.net | www.qumran2.net
[3] A. Pronzato, Parola di Dio, anno A, Gribaudi




5 marzo 2023. Domenica 2a Quaresima
GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA.

2° Domenica Quaresima A – 5 marzo 2023

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 12,1-4
In quei giorni, il Signore disse ad Abram:«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
Salmo 33  (32)  Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,8b-10
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
Dal Vangelo secondo Matteo 17,1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». 

GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA. Don Augusto Fontana

Un monaco diceva: «Dio è più vicino ai peccatori che ai santi. In paradiso, tiene ogni persona per un filo. Quando pecchi tagli il filo. Allora Dio lo riannoda…e così facendo ti avvicina un po’ di più a lui. E ancora i tuoi peccati tagliano il filo…e con ogni nodo Dio continua a tirarti sempre più vicino a sé».[1]
Paolo scrive nella sua lettera di oggi: «Dio ci ha salvati non in base alle nostre opere, ma secondo la sua grazia che ci é stata data in Cristo». Nel linguaggio comune il termine ‘grazia’ rimanda:

  1. a una persona («é davvero una persona graziosa»),
  2. a ciò che dà forza e sostegno («senza la grazia di Dio non ce l’avrei fatta»),
  3. a ciò che é invocato per cambiare un evento naturale («Signore fammi la grazia di guarire»),
  4. a ciò che sospende una condanna a morte o l’ergastolo («ha ottenuto la grazia dal capo dello stato»).

Questi significati ci possono introdurre al significato biblico della grazia: la persona si coglie alla presenza di un Tu dal quale si scopre amato e accolto incondizionatamente.
Nel Vangelo di oggi questi termini – grazia e benedizione – diventano icona nell’evento della Trasfigurazione. E anche noi oggi, siamo chiamati ad entrare come protagonisti dell’evento. 

Prima di tutto é una questione di sguardo.

Gesù, nella sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). L’albero della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
I discepoli della trasfigurazione sono gli stessi che avevano raccolto la tradizione orale di quanto era successo sotto la croce: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio>” (Marco 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione”, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana ed epifanica, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: «Questo ucciso è Dio!». Questa trasfigurazione dello sguardo era appena successo nell’orto del Getsemani: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio, sia nella storia che nella coscienza. La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù come si esprime il Salmo 27: «Il tuo volto, Signore io cerco. Nella debolezza del mio peccato non nascondermi il tuo volto».
L’Eucaristia domenicale è il tentativo di stare sul Tabor per sperimentare e celebrare la grazia del volto e della tunica di Gesù (e nostre) che non perdono la loro struttura pur sotto gli schiaffi e le lacerazioni del nostro male. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti: nella sua relazione filiale col Padre. La trasfigurazione non è un prodigio spettacolare: è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, dice: « Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso». 

Grazia nella dis-grazia.
Grazia è sempre il «di più» che succede nella gratuità insperata. Quando diciamo grazia diciamo sempre un eccesso. Gesù eccede non con i sani, ma con i malati e lo fa nel contesto di una organizzazione religiosa che escludeva impuri e sciancati, infecondi e miscredenti. La grazia crea situazioni kairologiche (“opportunità provvidenziali”) anche negli spazi e nei tempi più maledetti. Cristo – diciamo nella formula del Credo apostolico – é disceso agli inferi; Paolo dirà di più: «si é fatto maledizione» (Galati 3,13) affinché non ci sia situazione in cui possiamo crearci l’alibi di una sua assenza o lontananza .
Penso che Dio non si senta a proprio agio in questa nostra storia dove la sua volontà é sconfitta o sconosciuta. La Shekinà (la presenza) di Dio é in esilio. Celebrare l’Eucaristia domenicale vuol dire far tornare Dio dal suo esilio, riportare a casa sua la sua Gloria. «Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv. 14,23).
Il dramma nostro è il dramma di Sara, moglie di Abramo : «Sono già avanzata negli anni e non ho ancora concepito». La nostra sterilità è il nostro dramma descritto in Isaia 26,18 : “Abbiamo sentito le doglie del parto ed invece era solo mal di pancia”. Dice S. Paolo:” Il creato è stato condannato a non avere senso, ad essere sotto il potere della corruzione”. Siamo una generazione che ha abortito. Come dice il profeta Osea e il Cantico dei cantici, Dio è come uno sposo che va a prelevare la sua sposa che si sta prostituendo agli idoli, per portarla nel deserto e parlarle al cuore come ai tempi del fidanzamento. Come oggi fa con i discepoli sul Tabor. Come fa di domenica in domenica con noi.
Paolo, nelle sue Lettere, medita su questo mistero: i giudei avevano tentato di diventare ” figli di Dio” imponendosi la circoncisione. Paolo nella sua Lettera ai Galati 6,14-16 dice : ” Perciò non conta nulla essere circoncisi o non esserlo. Ciò che importa è essere una nuova creatura “. Gesù aveva detto a Nicodemo “ Chi non rinasce non entrerà nel Regno dei Cieli”. Per i giudei chi si convertiva al giudaismo (i “proseliti“) veniva designato come “nuova creatura” a motivo del suo ingresso nella Comunità di Israele: per lui non esisteva più il proprio passato; perfino i legami contrattuali o matrimoniali precedentemente assunti decadevano. Questo cambiamento di condizione era più giuridico che morale; era una ” nuova sistemazione legale”. Per Paolo, invece, è molto di più: Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me ” (Galati 2,19-20), ” Se uno è in Cristo è una nuova creatura” (2 Corinti 5,17).
La grazia è sempre accompagnata da una minaccia che è la dis-grazia.  Può darsi lo scontro, la chiusura, il rifiuto del dialogo, l’assolutizzazione in se stesso. Per questo l’uomo è sempre un essere minacciato. Egli può essere contemporaneamente dis-graziato e graziato; omnis homo Adam, omnis homo Christus (ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo), scrive S. Agostino (En. in Psal. 70,21); può essere Cristo e contemporaneamente Anticristo.  La nostra esperienza concreta è sempre paradossale. L’amore di Dio che agisce nell’uomo peccatore, provoca una specie di crisi di crescita provocando una conversione, una presa di posizione, un mettersi in viaggio come Abramo. La grazia come crisi mi “giudica”, mi costringe a decidermi, a tirarmi fuori dal mio torpore. La crisi non é una situazione patologica della vita, ma la sua normalità.

 Rendere grazie alla grazia.
«Com’é bello stare qui…!. Alla grazia corrisponde il “rendere grazie“, cioè fare Eucaristia.  Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto o per garantirci un eventuale successivo intervento da parte di chi ci ha fatto un piacere. E questo sia con gli uomini che con Dio. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. E’ il modo più vero per riconoscere che siamo esseri in dialogo e in interscambio. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi.
Salire e scendere
Nell’Evangelo di oggi c’è un doppio movimento: si sale verso l’alto monte e poi si scende. Salire, per Gesù, non è, come vorrebbe Pietro, andare alla ricerca di uno spazio comodo al riparo dai problemi, una fuga dall’impegno nel mondo. Per Gesù salire significa cercare il volto di Dio, il dialogo con Lui, concentrarsi sull’essenziale, sottrarsi alla cattura delle immediatezze, rivedere l’intreccio tra preghiera e azione. Dio cerca noi, ma noi siamo sollecitati a cercare il Suo volto, la Sua parola, la Sua presenza. Oggi è tanto difficile quanto necessario ritagliarsi momenti per “salire sul monte in disparte”. Soprattutto è controcorrente.  “Beati quelli che cercano il Signore con tutto il cuore” (Salmo 119,2),  “Dio, Dio mio, io Ti cerco fin dall’aurora; di Te ha sete l’anima mia; verso di Te anela la mia carne, come una terra deserta, arida, senz’acqua” (Salmo 63,2).
Il secondo movimento è la “discesa dal monte”. Gesù scende verso la città, verso la vita quotidiana, verso l’ora difficile che si avvicina, ma portando, nelle pieghe del cuore, la rivelazione del Tabor.


[1] A. de Mello UN MINUTO DI SAGGEZZA, Paoline 1987, pag. 141




Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
P.Ermes Ronchi

Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
di Ermes Ronchi  (Avvenire 10/03/2011)

I Domenica di Quaresima Anno A

Il racconto delle tentazioni ci chiama al lavoro mai finito di mettere ordine nelle nostre scelte, a scegliere come vivere Le tentazioni di Gesù sono anche le nostre: investono l’intero mondo delle relazioni quotidiane.
La prima tentazione concerne il rapporto con noi stessi e con le cose (l’illusione che i beni riempiano la vita).
La seconda è una sfida aperta alla nostra relazione con Dio (un Dio magico a nostro servizio).
La terza infine riguarda la relazione con gli altri (la fame di potere, l’amore per la forza).

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Parola di Dio è il Vangelo, ma anche l’intero creato. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo della luce, del cosmo, ma anche di te: fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.

«Buttati e credi in un miracolo». La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. Quello che sembrerebbe il più alto atto di fede – gettati con fiducia! – ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. Gesù ci mette in guardia dal volere un Dio magico a nostra disposizione, dal cercare non Dio ma i suoi benefici, non il Donatore ma i suoi doni. «Non tentare il Signore»: io so che sarà con me, ma come lui vorrà, non come io vorrei. Forse non mi darà tutto ciò che chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve, tutto ciò di cui ho bisogno.

«adorami e ti darò tutto il potere del mondo».  Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta:. Il diavolo fa un mercato, esattamente il contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. È come se dicesse: Gesù, vuoi cambiare il corso della storia con la croce? non funzionerà. Il mondo è già tutto una selva di croci. Cosa se ne fa di un crocifisso in più? Il mondo ha dei problemi, tu devi risolverli. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi: con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore.

«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima ognuno di noi volesse avvicinarsi e prendersi cura di una persona che ha bisogno, perché malata o sola o povera, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, allora per lei sarebbe come se si avvicinasse un angelo, come se fiorissero angeli nel nostro deserto.




IL LAVORO SFRUTTATO. COME CONTRASTARLO?
Video della Consulta pastorale sociale e del lavoro

Per vedere il VIDEO youtube collegarsi a Diocesi di Parma youtube

oppure cliccare su

https://www.youtube.com/watch?v=9dtCZADxkps&t=41s

 

 

Il servizio diocesano per la «pastorale sociale e del lavoro, pace, giustizia e custodia del creato» cerca di ispirarsi ai significativi indirizzi del Magistero della Chiesa, non ultimo la Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco (2013) in riferimento, per esempio, al capitolo secondo: «No a un’economia dell’esclusione, alla nuova idolatria del denaro, all’inequità che genera violenza…», accogliendo e diffondendo ciò che Papa Francesco chiama le “Sfide dell’inculturazione della fede”. Ovviamente il nostro servizio è complementare agli altri organismi pastorali diocesani e alle iniziative culturali e sociali del territorio.

Per quest’anno abbiamo scelto le problematiche lavorative preparando tre Webinar di 1 ora ciascuno: il lavoro sfruttato, il lavoro problematico, il lavoro virtuoso.

Anche nella VEGLIA DEL LAVORO – che celebreremo nella parrocchia delle Ss.Stimmate il 27 aprile –  mediteremo: LAVORO. BENEDIZIONE O MALEDIZIONE?

  1. Ogni webinar dedica mezz’ora a far affiorare problemi di alcuni aspetti del lavoro che possono incidere negativamente sulla vita delle persone o della società
  2. e dedicando la seconda mezz’ora a evidenziare aspetti migliorativi o buone pratiche già in atto.

Il vescovo avrà sempre una parte importante di riflessione e indirizzo, qualificando così le nostre presentazioni come servizio esplicitamente pastorale che diventa un valore aggiunto a tutta la primaria fatica catechistica e liturgica dei parroci e operatori pastorali.

 Il primo webinar nasce con il contributo di G. Cristini, A. Micheli, M. Rampini, F. Marconi. M. Deriu e le testimonianze di lavoratori rider e di Evelyn Pereira fondatrice della Piattaforma TAKEVE.COM

Il nostro webinar verrà trasmesso  Giovedi 2 marzo ore 20,50 in diretta streaming sul canale YOUTUBE  del sito della Diocesi e sul canale di Giovanni Paolo TV. Sarà sempre consultabile sulla sezione VIDEO del sito della Diocesi e sul profilo FACEBOOK della Diocesi di Parma 2.0.

La novità di quest’anno.

Dopo il lancio pubblico e ufficiale dei video youtube, prepareremo una copia in formato ridotto (video pillola) chiedendo alle parrocchie che lo vorranno di incontrarci per ascoltare commenti e proposte in una forma di ascolto sinodale.

 




26 febbraio 2023. Domenica 1 Quaresima
LA MIA VITA RIVELA IN QUALE DIO CREDO

1a dom.quaresima A

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 2,7-9; 3,1-7
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Salmo 50  Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12.17-19
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Dal Vangelo secondo Matteo 4,1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

LA MIA VITA RIVELA IN QUALE DIO CREDO. Don Augusto Fontana
«L’uomo contemporaneo sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato la marcia; egli sembra molto riluttante a dire “me ne pento” o “mi dispiace”»[1]; così scrisse Giovanni Paolo II° nel 1984. Il problema vero sembra essere costituito dal fatto che oggi molti di noi, me compreso, non si sentono né santi né peccatori. Dall’ossessione del peccato si è passati alla presunzione di innocenza. «Se diciamo che non c’é in noi il peccato, inganniamo noi stessi e non siamo nella verità» (1 Gv. 1,8). Certo. Anche se all’origine della mia storia non c’è un “peccato originale”, ma una “Grazia originale”.

  1. La discussione, la vertenza, l’obiezione.

Isaia 1,18:«Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“». I 3 testi liturgici di oggi sembrano evidenziare un confronto serrato sostenuto da 3 “Ma“:
Ma il serpente disse alla donna…Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..Ma Gesù rispose al diavolo….
Dio tenta di sedurre gli uomini verso di sè, ma sotto l’albero l’uomo e la donna accettano l’altra seduzione. L’albero divenuto croce rappresenta la fedeltà di Dio: «tutti ci eravamo allontanati da te, ma tu ti sei fatto vicino a tutti perchè quelli che ti cercano ti possano trovare» (Pregh euc. IV).
L’Eucarestia di oggi e la Quaresima celebrano il ma di Dio sulla nostra vita; sono tempi profetici per visitare le nostre obiezioni a Dio e gioire di quella obiezione che Dio ci ha mandato in Cristo. Veniamo stanati dalla neutralità impossibile. Sono l’occasione per restare nella vertenza, come Giacobbe, Giobbe, i discepoli di Emmaus. L’obbedienza della fede non é obbedienza muta ma dialogica.

  1. Dimmi cosa pensi del peccato e ti dirò il Dio in cui credi. E viceversa.

“Ogni medaglia ha il suo rovescio”; ” Non c’é rosa senza spine”: alcuni saggi proverbi popolari insegnano che ogni vicenda umana é talmente complessa da non riuscire a parlare in profondità di una cosa senza guardare, almeno con la coda dell’occhio, il suo rovescio, la sua altra metà o il suo profondo. Non si può parlare evangelicamente del peccato stando lontani dall’Ultima Cena, dalla croce, dal mattino di quel primo giorno dopo il sabato o della Pentecoste.
Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito Santo e dopo il battesimo. C’é un modo cristiano e rivelato di parlare del peccato. E c’é un modo ateo: un modo che si basa su valutazioni della maggioranza o da moralismi che sono più tradizioni di uomini che volontà di Dio. È facile l’equivoco: ci possono essere azioni da noi considerate sacrosante e che sono peccato secondo Dio, come per esempio ci ha detto Gesù: il culto lontano dalla solidarietà (Mt.5,23). E’ stato detto che il nostro stile di vita rivela in quale Dio crediamo e che l’immagine che abbiamo di Dio influenza le nostre scelte quotidiane.
Mentre parliamo del peccato stiamo parlando di Dio….un Dio che si manifesta diverso da come lo immaginiamo. Quali sono le raffigurazioni negative ricorrenti e che anche oggi potremmo rischiare di equivocare nelle letture bibliche di oggi?

  • Il Dio che giudica e punisce, che conduce a sè gli uomini con la paura e che é irremovibile nel punire ogni mancanza, incurante della fragilità dell’uomo. E’ il Dio-poliziotto.
  • Il Dio nemico della vita, che vuole il sacrificio per essere placato o che esige castrazione del lato positivo e piacevole della vita.
  • Il Dio contabile, che tiene conto di ogni sbaglio e li registra per il rendiconto finale. E’ il controllore ossessivo e pedante, il ficcanaso fastidioso, una piovra soffocante.
  • Il Dio efficiente, cottimista del bene. E’ il Dio che dice “quanto più produci in opere buone, tanto farai carriera nell’eternità”.

Ed ecco il “Ma” della Santa Scrittura:
«Ma tu, Signore, Dio-di-pietà (misericordioso:El-rahom), compassionevole (hannon) lento all’ira e pieno di amore (hesed) e di  fedeltà (hemet), volgiti a me e mostrami la tua compassione (hanneni): dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua serva». (Salmo 86,15-17;cfr. anche v. 5; Es. 34,6).  Quando Paolo, nella sua lettera a Tito, scrive che in Gesù «è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini», coglie e rivela il cuore del mistero cristiano. Gesù  è “l’incarnarsi” di questa misericordia che mette in discussione la logica mondana dello scambio, della simmetria, della reciprocità, del ‘dare per ricevere’, dell’amare i propri simili e dell’evitare i dissimili. Paolo, in modo scandaloso, dirà che ogni debolezza é grazia e mi mette in grado di lodare Dio. Per questo la nuova liturgia della Riconciliazione chiede di confessare la fede e la lode, prima ancora che confessare il peccato. Affinché sia chiaro che miseria e misericordia non fanno mai monologo, ma duetto: «Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..».

  1. Quale peccato allora?

Solo ora sono in grado di parlare di peccato. “Peccato” è un termine che la lingua ebraica dell’ Antico Testamento chiama con sfumature terminologiche diverse per indicarne la complessità di ciò che siamo, ma anche di ciò che non vorremmo essere: (hata’ = mancare l’obiettivo o un bersaglio; pasa’ = ribellarsi contro qualcuno, attentare alla sua dignità, violare un patto; ‘awon = essere storto, camminare su un sentiero sbagliato; rasa’ = essere senza una legge, essere ingiusto). Tutto questo esce dalla filigrana delle letture bibliche di oggi da cui evidenzio 3 coordinate:

  1. Dio e l’altro. L’albero della vita. Il peccato prima di essere una serie di trasgressioni è la rottura o l’inquinamento di una relazione. Desolidarizzare con il creatore sfalda la relazione di mutuo aiuto tra l’uomo e la donna, tra fratello e fratello, tra uomo e creazione. Gesù dirà: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo essere vivente e il prossimo tuo. Qui sta tutta la Torà e ogni profezia». Nell’Eden Dio soffia nell’uomo l’alito della vita e l’uomo diventa essere vivente. Poi consegna 2 alberi di cui uno è l’albero della vita. Matteo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma della parola di Dio». Noi crediamo in un Dio che ama la vita in tutta la gamma dei suoi significati e vuole che la vita sia vitale e significativa tanto da prometterci che é eternizzabile. Peccato é inquinare, turbare, dominare, impigrire, spegnere, far soffrire l’alito di vita, l’albero della vita, e tutto ciò che nutre la vita dell’uomo ben oltre la semplice sopravvivenza. E Lui é sempre lì ad obiettare sulle nostre scelte, a mandarci profeti per servirci la Parola di vita, lo Spirito della vita, i suoi comandi che danno vita, la beatitudine della pacifica convivenza, il pane di vita eterna. «Io sono la vita…Io sono la vite…» dice Gesù.
  2. L’albero del bene e del male. Sia nel racconto della Genesi che nella tentazione di Gesù emerge chiaro il ruolo della Parola di Dio, ma si evidenzia anche come é difficile porsi nel versante giusto di ascolto. La Parola di Dio può essere utilizzata dal serpente e dal tentatore, cioè é strumentalizzabile. Anche i demoni, dicono gli evangelisti, riconoscevano che Gesù era il Cristo. C’é un uso utilitaristico della Parola del Signore. E’ possibile l’equivoco. «Ma sta scritto anche…» dice Gesù.
  3. Il diavolo o il serpente: per dire che ciascuno di noi non é l’inventore del male e delle maledizioni. L’uomo é preceduto dal limite e dalla malizia, si trova in una rete di relazioni attraversate dal male, dalla malizia. Noi nasciamo peccatori. Il salmo 51 dice: «Ecco, colpevole io sono nato, peccatore mi ha concepito mia madre».  Enzo Bianchi commenta: «Noi diciamo che i bambini sono innocenti. No. I bambini sono un fascio di peccato e solo diventando grandi noi abbiamo meno peccati. Un bambino è un fascio di sentimenti opachi, caotici, violenti, aggressivi, fusionali. E man mano che avanziamo nella vita noi razionalizziamo le forze caotiche che ci abitano e sempre più cerchiamo di diventare puri. Ma l’impuro per eccellenza è il bambino. Non è vero che dietro le spalle abbiamo l’innocenza e la bella virtù. Noi possiamo arrivarci forse in vecchiaia. Noi nasciamo con questa attitudine al peccato, con questa inclinazione al male, all’egoismo, alla aggressività». Primo Levi nel cap. 2° de “I sommersi e i salvati” propone il concetto di “zona grigia” é cioè quello spazio occupato da una grande massa che svolge, volente o nolente, mansioni necessarie al delitto, compreso l’omissione. La zona grigia rappresenta la NORMALITA’. Non è sinonimo di colpa, ma neppure di innocenza. E’ il luogo della “banalità del male”, come dice Hanna Arendt. Spesso il crimine é l’organizzazione di una catena di innocenze individuali, che si nutre della normalità, dei riflessi condizionati dell’individualismo e della paura di denunciare e intervenire, di piccole decisioni e calcoli che possono oliare il sistema repressivo pur rendendo la partecipazione alla violenza un qualcosa di asettico ed ignaro del sangue e della morte. Morendo lasceremo in eredità un po’ di bene, ma anche un po’ di male. Ciascuno di noi fa esperienza del male che lo porta là dove non vorrebbe andare (Paolo). I documenti ecclesiali parlano di strutture di peccato. Adamo ed Eva rappresentano una complicità che era stata creata per il mutuo aiuto e che si corrompe nella complicità per farsi del male. Anche questo é peccato. Eppure interviene il “Ma” di Dio: Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..

[1] Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia  n. 26, Giovanni Paolo II, 1984




19 febbraio 2023
STRAORDINARIO

7° domenica A

Preghiamo. O Dio, che nel tuo Figlio spogliato e umiliato sulla croce, hai rivelato la forza dell’amore, apri il nostro cuore al dono del tuo Spirito e spezza le catene della violenza e dell’odio, perché nella vittoria del bene sul male testimoniamo il tuo Vangelo di pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 Dal libro del Levìtico 19,1-2.17-18
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».
Salmo 103 (102)  Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia,  quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe,  guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 3,16-23
Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo 5,38-48
Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Il fattore «S». Don Augusto Fontana

«S» come Straordinario: «E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?». La vocazione del cristiano è una vocazione, a ciò che è insolito, niente affatto normale, allo straordinario. Siamo chiamati a non seguire l’andazzo comune, a superare abbondantemente le misure del buon senso e del calcolo giudizioso. Una vertiginosa chiamata ad andare oltre il possibile: essere immagine e somiglianza di Dio (perfetti [adulti] come il Padre dei cieli).
“Straordinario”: il Vangelo di Matteo usa il termine greco “perissòn” = di più. Che non significa “più degli altri” ma “più del dovuto”. Ciò comporta il superamento di una logica di pura reciprocità e invita ad una logica di sovrabbondanza[1]. Non, dunque, la meritocrazia, ma la gratuità.
L’Evangelista Matteo, dopo averci regalato l’inno delle Beatitudini, illustra – (“Vi è stato detto…ma io vi dico”) con relativo commento e esemplificazione – il «nuovo» modo di praticare la giustizia (la volontà) di Dio: “Se la vostra giustizia non sarà di più (ancora una volta usa “perissòn”) di quella degli scribi e dei farisei…”. Si tratta non di antitesi ma di “intensificazione”, come abbiamo meditato domenica scorsa.
La Liturgia di domenica ci riserva le ultime due intensificazioni: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico…. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico…».
Le Beatitudini sono bellissime, poetiche, commestibili. Ma quando incominciamo a masticarle succede quello che è successo al veggente Giovanni: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Apocalisse 10, 10).
Scrive don Pronzato[2] che siamo peggio degli struzzi che digeriscono i sassi: «Noi trangugiamo senza fiatare anche i macigni. E non avvertiamo neppure un leggero fastidio, un lieve mal di stomaco. Prendiamo la liturgia di oggi. Di macigni ce ne rifila diversi. Paolo ci avverte che siamo delle chiese viventi (“non sapete che siete tempio di Dio?”). Siamo santuari itineranti. E ci avverte che bisogna dare le dimissioni dal club dei sapienti di questo mondo e chiedere l’ammissione a quello degli stolti perché Dio impiglia i sapienti nella loro astuzia e li ingarbuglia nelle loro sottigliezze. Un altro macigno di grosse proporzioni ci raggiunge dalle remote lontananze del Levitico: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”. E un macigno ancora più imponente ci rotola addosso dalle pendici di quella Montagna: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro dei cieli”. Certi discepoli, una volta, dalle parti di Cafarnao, hanno avuto la lealtà di protestare: “Questo linguaggio e duro. Chi può sopportarlo?” (Giovanni 6,60). E hanno abbandonato Gesù perché quel “pane disceso dal cielo” risultava loro indigesto. Noi, invece, abbiamo imparato le buone maniere, non protestiamo, non diciamo niente, non ci stupiamo di nulla, accettiamo tutto. Riusciamo a sopravvivere dopo tutto quello che la Parola di Dio ci scaraventa addosso».
Io mi sento in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla mia condizione di vita. Forse sono solo capace di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, di umili assaggi, di “mordi e fuggi”. Eppure anche a questi sono chiamato.
Beatitudini praticabili. Da chi?
Matteo e Luca intendono primariamente fare un affresco del volto e della vita di Gesù. Ma ovviamente poi ci hanno consegnato anche il profilo di ogni comunità cristiana e di ogni singolo cristiano. Ma forse il discorso della montagna ha, nella sua utopia, anche una destinazione universale.
Abbiamo come due cerchi concentrici di uditori: i più vicini a Lui sono i discepoli, più in là stanno le folle. Quelli che sentono bene le Beatitudini sono i discepoli. Noi.
Il cardinal Martini nel suo libro “Il discorso della montagna” (Mondadori) privilegia l’indirizzo dell’esegeta Umberto Neri: «Gesù, dopo aver portato il grande annuncio del regno, intende rivolgersi direttamente a coloro che hanno accolto le sue parole nel modo più serio abbandonando tutto e seguendolo. Il discorso dunque non è genericamente rivolto all’umanità. È un discorso rivolto alla Chiesa. È anche rivolto a quelli – e sono tutti gli uomini – che vogliono entrare nella chiesa. Solo coloro che hanno già fatto la scelta del Regno possono capire pienamente il discorso».
Il Discorso della Montagna è molto serio e non si può snobbare. Di fronte alla radicalità delle proposte di Gesù siamo tentati di cercare degli accomodamenti: “porgi l’altra guancia“, ma bisogna un po’ anche difendersi. Le beatitudini come anche la risurrezione di Gesù sono un problema-limite per noi. Di fronte a tali problemi-limite non posso discutere tranquillamente senza sentirmi obbligato a prendere posizione: o lo prendo sul serio o lo snobbo. Naturalmente vanno interpretate. Sta a noi di applicarle alla nostra realtà. Martini dice di non condannare lo sforzo interpretativo e porta l’esempio dei versetti 29 e 30 del capitolo 5: “se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via“. Parole che vanno evidentemente interpretate perché sono espresse in un linguaggio orientale paradossale. Questo non toglie che il testo vada preso anzitutto sul serio. Sono pagine che ci scuotono.
Il  “prossimo” e il “nemico”.
Vi è stato detto occhio per occhio, dente per dente…“. Gesù fa riferimento alla famosa legge del Taglione (Es. 21,23-25) che è una delle leggi più antiche del mondo. Fu trovata già nel Codice di Hammurabi, un re di Babilonia, vissuto at­torno all’anno 1700 a.C. Cinquecento anni dopo, anche Mosè diede al popolo d’Israele una serie di prescrizioni e norme. Tra queste vi incluse quella che chiamiamo “Legge del Taglione”: se uno aveva fatto “una tal cosa” (talis, in latino), gli si infliggeva uguale castigo.
In Oriente era molto estesa la vendetta personale e le rappresaglie erano sempre molto maggiori delle offese ricevute. In una lite, ad esempio, se una persona aveva ucciso una pecora al suo vicino, questi poteva abbattere tutto il gregge dell’altro. Questo spiega il senso della Legge del Taglione, data da Mosè per porre freno a tali abusi e per stabilire il principio che la vendetta non deve mai eccedere l’offesa.
Meno diffusa è la conoscenza di altre prescrizioni che attenuano questa Legge con indirizzi di comportamenti più umani anche verso il nemico: «Se incontrerai un bue del tuo nemico o un suo asino disperso, glielo riporterai. Se vedrai un asino di chi ti odia giacere sotto il suo peso, astieniti dall’abbandonarlo: lo slegherai con lui» (Es 23,4-5). «Quando il tuo nemico cade, non gioire, quando vacilla, il tuo cuore non esulti!… Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare e se ha sete, dagli da bere» (Proverbi 24,17; 25:21). Ovvero è il loro “stato di necessità” che li porta ad essere prossimi.  Perché di fatto era previsto un trattamento speciale per i compatrioti e correligionari, ma l’astio, il disprezzo e l’intolleranza era d’obbligo per pagani e impuri.
Matteo offre quattro esempi di risposta adatta al male con il bene; non sono comandi da attuare alla lettera perché sarebbero quantomeno grotteschi o paradossali: offri l’altra guancia allo schiaffo, se uno ti ruba la giacca tu dagli anche le braghe, se uno ti sequestra per 1 km tu esagera e fanne due, offri sempre un prestito a chiunque te lo chiede.
Ma non è finita. Gesù continua a portare le sue novità nel microcosmo della vita quotidiana: prega per quelli che ti fanno del male, non limitarti ad amare quelli che ti amano, non salutare soltanto i tuoi consanguinei di fede, di razza o di galateo.
Gesù cancella così dal vocabolario dei suoi discepoli la parola nemico per far restare solo la nuova parola: prossimo. Sull’esempio di Dio che fa sorgere il sole sopra malvagi e buoni, giusti e ingiusti e “non fa distinzione di persona” (Romani 2,11). Come Gesù schiaffeggiato dalla marmaglia dei soldati (Mt 26,67; Gv 18,22): «Ho presentato il dorso ai flagellatori,  la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso» (Isaia 50,6).
Questo straordinario Gesù da buon samaritano si fa prossimo a me e mi cura, benchè straniero e nemico (Lc 10,34) e poi, quando gli abbiamo inchiodato quelle sue mani terapeutiche, non gli è rimasto che l’ultimo fiato e l’unica cosa possibile: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». (Luca 23,24).


[1] A. Mello EVANGELO SECONDO MATTEO,  Ed. Qiqajon, Bose.
[2] Pronzato PAROLA DI DIO, Commenti  alle 3 Letture, Ciclo A, Gribaudi Editore.




Racconto
IL FALCO PIGRO

IL FALCO PIGRO


(Bollettino salesiano, febbraio 2023)

Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a conse­gnarli al Maestro di Falconeria perché li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
«E l’altro?» chiese il re.
«Mi dispiace, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli il cibo».
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull’albero, giorno e notte.
Un giorno fece proclamare un editto in cui chie­deva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino. «Portatemi l’autore di questo miracolo» ordinò. Poco dopo gli  presentarono un giovane contadino.
«Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?» gli chiese il re.
Intimidito e felice, il giovane spiegò: «Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare». 

Talvolta, Dio permette a qualcuno di tagliare il ramo a cui siamo tenacemente attaccati, affinché ci rendiamo conto di avere le ali.




Il tempo complicato del lavoro
Cinzia Arena
da AVVENIRE

Orari pazzi, straordinari gratis. Il tempo complicato del lavoro.
Cinzia Arena (Avvenire 11 febbraio 2023)

Da uno studio che ha coinvolto 45mila dipendenti emergono una serie di contraddizioni. Il 16% non viene pagato per gli extra e sta al computer anche la sera e nel weekend.

Lavoro straordinario obbligatorio e gratuito, con impegni che sconfinano nel week-end e nelle ore notturne. Una sorta di “tassa” a carico del dipendente, paradossalmente più vessato anche tempi di smartworking. Sono preoccupanti i dati che emergono da uno studio dell’Inapp, l’istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche diffuso ieri. Il 60% dei lavoratori dipendenti fa gli straordinari ma in un caso su quattro, a conti fatti nel 15,9% dei casi, non riceve una retribuzione aggiuntiva. Uno su due è costretto a lavorare in orari definiti “antisociali”, ovvero la notte, il sabato e nei giorni festivi.
Secondo l’indagine Inapp Plus ( Participation, Labour, Unemployment Survey), che ha coinvolto 45mila individui dai 18 ai 74 anni ci sono ampie differenze di genere: fanno gli straordinari il 64,7% dei dipendenti uomini contro il 54,1% delle donne con motivazioni legate nella maggior parte dei casi (51,2%) a carichi di lavoro eccessivi e carenza di personale. Soltanto il 18,4% degli intervistati dichiara di farli per guadagnare di più. C’è poi un 8,1% che afferma di non potersi rifiutare. L’indagine sottolinea che il 18,6% dei dipendenti lavora sia di notte che nei festivi (circa 3,2 milioni di persone), il 9,1% anche il sabato e i festivi (ma non la notte), mentre il 19,3% anche la notte (ma non di sabato o festivi). Gli uomini sperimentano di sia il solo lavoro notturno, sia quello nei festivi, le donne invece sono impegnate più il sabato o nei festivi.
«Spesso la domanda di lavoro richiede disponibilità che confliggono con le esigenze di vita – sottolinea il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda –. È vero che per alcuni settori economici, come il commercio o la sanità, e per alcune professioni, come quelle dei servizi, il lavoro notturno o nei festivi è connaturato alla natura della prestazione, ma è anche vero che questa modalità sembra diffondersi anche dove non è strettamente necessaria. È urgente avviare una seria riflessione sull’organizzazione e articolazione del tempo di lavoro, ma anche sulla sua quantità e distribuzione».
Dall’indagine emerge infatti come il part-time involontario, che riguarda circa 900mila persone in Italia, coincida spesso con orari di lavoro scomodi, quasi esclusivamente nel weekend e di sera, senza considerare i tanti lavoratori autonomi i cui tempi sono dettati dalle esigenze dei clienti.
La sottoccupazione è un fenomeno che colpisce soprattutto le donne, i lavoratori senza diploma e quelli impiegati in aziende di piccole piccolissime dimensioni.
Sempre secondo il Rapporto, “una certa rigidità si registra anche sul fronte dei permessi”: il 21,3% degli occupati (circa 4,7 milioni) dichiara di non poter o non volere prendere permessi per motivi personali, il 54,8% può prenderli e il restante 23,9% può modulare l’impegno lavorativo. Gli uomini hanno una maggiore autonomia, mentre le donne subiscono maggiori pressioni.
« Mentre altrove si discute e si avviano sperimentazioni di orario ridotto o settimana corta – puntualizza Fadda in Italia restano da superare vecchi modelli che incidono pesantemente sui tempi di vita. Il mondo del lavoro è sempre più digitale, veloce, in costante evoluzione ma per gran parte dei lavoratori tradizionali restano ancora tanti problemi irrisolti sul piano della distribuzione degli orari di lavoro ». L’indagine Inapp evidenzia la necessità di soluzioni organizzative equilibrate in termini di turnazioni e di alleggerimento dei vincoli di orario che consentano un bilanciamento sostenibile tra lavoro e vita privata.




I giovani e il lavoro di qualità
Antonio Polito

I giovani e il lavoro di qualità.
Antonio Polito (Corriere della Sera, 7 febbraio 2023).

A Brescia tra gli imprenditori gira una storiella. Dice che mentre un tempo i colloqui per le assunzioni si concludevano con un “grazie, le faremo sapere” dell’azienda al candidato, ora finiscono con un “grazie, vi farò sapere” del candidato all’azienda e il presidente della Camera di Commercio, Roberto Saccone, mi assicura che non è una battuta: sempre più spesso le cose vanno proprio così. Un po’ in tutt’Italia le imprese lamentano una crescente carenza di manodopera. L’aneddotica è ricca e non risparmia neanche le aree più industriose e le comunità più permeate da un’antica cultura del lavoro, come appunto Brescia e la sua provincia (non a caso la prossima Futura Expo delle imprese bresciane metterà questo tema tra gli obiettivi di sostenibilità, al pari di energia e ambiente).
Nelle rilevazioni statistiche la carestia di lavoro viene indicata sempre più in alto tra i fattori di rischio per la ripresa e la crescita. Per quanto paradossale, il fenomeno ormai convive con livelli ancora elevati di disoccupazione, soprattutto giovanile. E seppure siamo ben distanti dalle dimensioni che ha assunto negli USA, durante e dopo il Covid, la cosiddetta “Great Resignation” (o “Big Quit”) anche in Italia abbiamo toccato una cifra record nell’anno appena finito: più di un milione e seicentomila persone hanno lasciato volontariamente il lavoro nei primi nove mesi del 2022, e il trend è in continua crescita. Ci sono ovviamente numerosi e importanti fattori sociali dietro questa specie di sciopero del lavoro, e il Corriere li ha più volte analizzati. Tra gli altri, un sistema scolastico che, carente sotto molti aspetti formativi, lo è ancora di più per quanto riguarda l’orientamento, la capacità cioè di indirizzare i giovani verso gli studi a loro più consoni e i lavori più richiesti. Questo crea spesso un mismatch[1] tra le esigenze delle imprese e le abilità professionali acquisite dai futuri lavoratori. Maggiore fortuna dovrebbero per esempio avere, in un paese manifatturiero come il nostro, gli Its (istituti tecnici superiori), scuole di eccellenza tecnologica post-diploma. Ma poiché il fenomeno riguarda ogni tipo di lavoro, non solo quelli qualificati ma anche i “generici”, bisogna prendere atto che ha radici più profonde. È probabilmente in corso una vera e propria rivoluzione culturale intorno al “valore-lavoro”. Molti l’attribuiscono all’importanza che oggi i giovani danno alla qualità della vita: sono sempre meno disposti a sacrificarla sull’altare del lavoro. È una tesi che implicitamente accusa i nostri figli di non aver abbastanza voglia di lavorare. Ma il rilievo che ha assunto l’aspirazione individuale a realizzarsi, la voglia dei ragazzi di perseguire un progetto di vita soddisfacente e piena, funziona anche nell’altro senso: li spinge cioè a dare invece una grande importanza al lavoro che faranno, alla sua dignità e remunerazione, a non arrendersi a ricatti e precarietà, bassi salari e orari lunghi, dequalificazione professionale o addirittura abusi. E questo è un bene: la qualità del lavoro è oggi considerata parte integrante della qualità della vita.
I più anziani sono soliti dire: “ai miei tempi si cercava un lavoro”; oggi, una o due generazioni dopo, è comprensibile che giovani scolarizzati ed esigenti cerchino qualcosa di più di un lavoro purchessia, o che chiedano di più al lavoro. Sono cambiamenti che stanno producendo effetti perfino sulla politica: la crisi delle sinistre laburiste e riformiste si spiega anche così e va a vantaggio di movimenti populisti che chiedono allo Stato di sostituire il salario come principale fonte di reddito o addirittura di movimenti antagonisti che rifiutano tout court il lavoro dipendente come forma di sfruttamento. D’altra parte il lungo apprendistato alla flessibilità è stato alla fine interiorizzato dalle giovani generazioni; avendo ormai capito che un lavoro non è per sempre, sanno anche che si può cambiarlo frequentemente per scelta, oltre che per costrizione. E infatti insieme alle dimissioni volontarie crescono le nuove attivazioni di contratti, il che significa un flusso dinamico da un’occupazione all’altra, un forte turn-over. A questo si aggiunge poi la rivoluzione tecnologica: l’esperienza dello smart working durante il Covid ha convinto molti che scegliere il lavoro a sé più adatto, aggiustarne gli orari alle esigenze di vita e familiare, ridurne lo stress e il costo del pendolarismo, è oggi possibile.
Queste sono tendenze da cui non torneremo indietro. Non c’è un “prima” che possa essere restaurato sulla base di un appello ai giovani a tornare all’etica del lavoro dei genitori. È dunque giunto il momento di provare a rendere il lavoro più attraente. Innanzitutto dal punto di vista del salario: lo Stato dovrebbe fare piazza pulita di questi anni di “bonus” trasversali, che vanno a chi ne ha bisogno ma anche a chi no, e concentrare il massimo della sua potenza di fuoco nel ridurre la tassazione a carico del lavoro, per mettere più soldi nelle buste paga. Ma serve un cambiamento anche da parte delle imprese: per accrescere la parte creativa, le opportunità di partecipazione, la flessibilità oraria e il livello di autonomia nei lavori che esse offrono ai giovani. La tecnologia spesso lo consente. Le vecchie abitudini spesso le impediscono.
Tutte queste osservazioni non possono però oscurare il punto cruciale: la scarsità della materia prima. Prima ancora dei lavoratori mancano infatti i giovani. Nel 1964, al culmine di quel baby boom le cui coorti stanno ora andando in pensione, nacquero in Italia più di un milione di bambini. I neonati del 2000, che hanno oggi vent’anni e si affacciano al mercato del lavoro, furono poco più della metà. L’anno scorso sono nati in meno di 400.000 bambini. Di questo passo è inevitabile una carestia di forza lavoro, che può cambiare il destino di un grande paese ricco ed esportatore come l’Italia. Forse per la prima volta cominciamo a toccare con mano le conseguenze antropologiche dell’inverno demografico.


[1] Disallineamento (ndr)




COME DONARE PER AIUTI A TURCHIA E SIRIA
Caritas Italiana

COME DONARE PER AIUTI A TURCHIA E SIRIA.

È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana per l’ emergenza, utilizzando il conto corrente postale n. 347013

o donazione on-line (https://donazioni.caritas.it/),

o bonifico bancario intestato a CARITAS ITALIANA  specificando nella causale “Terremoto Turchia-Siria 2023” tramite:

  • Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma. Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111
  • Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma . Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474
  • Banco Posta, viale Europa 175, Roma. Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013
  • UniCredit, via Taranto 49, Roma. Iban: IT 88 U020 0805 2060 0001 1063 119