27 novembre 2022. Domenica 1a di Avvento
VEGLIATE, DUNQUE.

1 domenica avvento A

ISAIA 2, 1- 5
 Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme. [2]Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sui colli; ad esso affluiranno tutte le genti. [3]Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. [4]Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. [5]Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.
Salmo 122. Andiamo con gioia incontro al Signore.
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele, per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.
Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.
Lettera ai Romani 13, 11-14
E’ ormai suonata  l’ora (kairòs)di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò:  gettiamo via le opere delle tenebre, indossiamo le armi della luce, comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.
MATTEO 24,37-44
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.  Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

VEGLIATE, DUNQUE. Don Augusto Fontana.
Invidio chi aspetta qualcuno. O qualcosa. Invidio la gente di buona volontà in Israele e Palestina; invidio i monaci che vegliano nell’ansia paziente; invidio la ragazza che attende la licenza del fidanzato militare in Libano; invidio Francesca e Marco che tra pochi giorni partoriranno. Li invidio tutti, e altri ancora, perchè io, al massimo, divento uomo dell’attesa impaziente solo alla fermata dell’autobus o allo sportello di banca.
ISAIA. «Venite, camminiamo alla luce del tempio del Signore».
L’Oracolo di Isaia è pronunciato in un momento di crisi politico-religiosa: il popolo cerca delle alleanze politiche e non Dio. Il contesto storico lo si può capire da Isaia 2,7 nel quale possiamo riconoscere anche il nostro tempo: «Il paese è pieno di argento, oro e tesori; molti sono i cavalli e i carri da guerra; è pieno di idoli e la gente adora l’opera delle proprie mani».
Per facilitare la lettura di oggi evidenzierò alcuni termini attorno a cui è organizzato il messaggio:

  • Il monte del tempio del Signore. Sarà eretto più alto di tutti i monti. Non ti fa venire in mente lo sforzo umano della torre di Babele in Genesi 11,1-9? Nella logica dell’Avvento, questo Tempio del Signore è la carne di Gesù di Nazaret, Tempio del Dio vivente. Sopra alle vette delle montagne e delle torri che ho costruito nella mia coscienza e nella mia organizzazione sociale e familiare, c’è da attendere che Lui svetti più in alto. Nella mappa della nostra coscienza e del nostro vivere collettivo possiamo rilevare tanti tempietti e boschetti religiosi; sono le nostre architetture babeliche. La persona di Gesù è più in alto o più in basso? La grande attesa è incominciare a desiderare, con impazienza e con pazienza, che svetti questa guglia.
  • Tutti i popoli. L’universalismo di Isaia farà fatica a farsi strada nel sovranismo di Israele. Le epifanie di Gesù hanno sedotto molti, soprattutto quelli che non erano ritenuti degni di appartenenza ai circoli esclusivi dei puri e dei praticanti: «Questo è il mio sangue sparso per voi e per tutti». L’ansia esclusivistica prevale, oggi, sull’ansia inclusiva ed estensiva. Le strategie diffusive le lasciamo, purtroppo, gestire solo ai centri di marketing delle aziende per collocare i prodotti su mercati sempre più vasti. L’Avvento è partecipare all’ansia estensiva di Gesù. «camminare, salire, affluire, andare»: sono i verbi dell’uomo davanti alle epifanie di Dio. Il Tempio che sogna Isaia non è più il Tempio in cui si offrono sacrifici cruenti e culti esteriori, ma è il Tempio dove il Signore indicherà le sue vie e ci darà la forza di camminare sui suoi sentieri (vers.3). L’Avvento è tempo di strategie di accostamento, è tempo per lasciarci sedurre e abbordare da Lui.
  • L’arte della pace. E’ l’arte del trasformare la lingua da punta che ferisce in vomere che ara la durezza dell’interlocutore; è l’arte del trasformare le fabbriche di armi in fabbriche per lo sviluppo. Secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x per l’anno 2022 la spesa militare da parte del Ministero della Difesa sfiorerà i 26 miliardi di euro con una crescita di 1.352 milioni di euro rispetto al 2021. L’avvento è la beatitudine di accogliere il Gesù della pace integrale: quella con Dio anche nel momento in cui si rivela come Mistero, quella col coniuge e col collega, quella di una politica ragionata e non rissosa, quella dei deboli e non dei forti, quella basata sulla coscienza prima ancora che sulle leggi. E chi più ne ha più ne metta.

PAOLO. Tempo di svegliarsi e rivestirsi.
Il brano appartiene al Cap. 13 della Lettera di Paolo ai Romani scritta dopo solo 24 anni dalla risurrezione di Gesù. Paolo, dopo aver svolto profondissime riflessioni sul mistero di un Dio che salva gratuitamente, tira alcune conseguenze etiche per il comportamento del cristiano. Nel Cap. 12 dice: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto umano e spirituale». Per Paolo, dunque, il vero culto si celebra con gli strumenti della vita quotidiana e ne offre alcuni esempi nei capitoli 12 e 13. Al termine del capitolo 13 egli offre la ragione fondamentale di questi atteggiamenti cristiani: ogni ora della nostra vita deve diventare la dimostrazione che stiamo vivendo non più nella notte dello smarrimento, dell’incoscienza e della pigrizia, ma nel giorno pieno del passaggio del Signore. Nel linguaggio biblico esistono due termini per indicare il tempo:

  1. Kronos = i secondi, i minuti, le ore dell’orologio. Quel tempo che scivola via senza arte né parte, routinario, annoiato, senza sbocchi. Quel tempo ansiogeno che accatasta un’attività dopo l’altra, come quintali di rifiuti non smaltiti sui marciapiedi della nostra vita.
  2. Kairòs = gli appuntamenti gioiosi; le scadenze severe e cariche di responsabilità; l’ora delle firme che impegnano e dei patti che coinvolgono; gli eventi che ti cambiano la vita.

Possiamo evidenziare alcuni temi attorno a cui si sviluppa il messaggio del brano: svegliarsi, spogliarsi del pigiama (l’abito della notte, le opere delle tenebre), rivestirsi del Signore Gesù (gli abiti da lavoro onesto e quelli per la festa fraterna).
Il tempo dell’Avvento è Kairòs, ma io ho ancora addosso il pigiama da notte e ho dato una manata decisa a quella maledetta sveglia che ha suonato. Mi sono girato e sto riaddormentandomi. Hanno anche suonato alla porta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3).

MATTEO. Travolti da cose buone, dimentichiamo Dio.
Come riconoscere i segni premonitori di una scadenza carica di responsabilità? Come accorgersi della venuta del Signore? Per rispondere a queste domande della Chiesa, l’Evangelista Matteo, nel Cap. 24 mette in campo 3 parabole: quella del fico, quella del diluvio e quella del proprietario e del ladro. Nel brano odierno vengono citate le ultime due.
Attendere (AD-TENDERE) non significa “aspettare”, ma “TENDERE-A”. E l’Avvento non è preparazione alla festa del Natale.  Il compito della liturgia di Avvento è farmi uscire dall’asfissia del presente: un presente che mi anestetizza o mi droga o mi culla o mi sovreccita. Sì, perchè oggi abbiamo ridotto il nostro tempo (Kronos) a dormire o correre. La liturgia introduce una alternativa: svegliati, fermati e inginocchiati!. Nel brano del Vangelo è ben descritto chi vive con affanno il presente, drogato dall’attivismo: la vera malattia del sonno della fede è non accorgersi della relazione con Gesù. Osserviamo bene le attività umane elencate da Gesù: mangiare, lavorare, sposarsi. Non sono scelte disumane o peccaminose. Noi dimentichiamo Dio, travolti da cose buone.
La frase “uno sarà tolto e l’altro verrà lasciato” vogliono indicare che la vita è una partita che si gioca senza tempi supplementari. C’è chi viene preso e travolto e chi viene liberato. Il rischio di distrarsi è forte. Il rischio di dormire altrettanto. Il sonno, per i vangeli, rappresenta il rifiuto di stare con Gesù. Nel racconto della Trasfigurazione e nell’agonia del Getsemani, i 3 discepoli testimoni “erano oppressi dal sonno”; il termine greco upnò richiama l’ipnosi, l’ubriacatura, la vertigine. Siamo quindi invitati a evitare di lasciarci andare, di galleggiare. Spesso si galleggia e si sopravvive anche in una fede non morta, ma che vive di rendita. Il cristiano dell’Avvento è un appassionato inquieto del Regno di Dio: Venga il tuo Regno!
Viviamo tempi senza progettualità, quasi alla giornata, dove ci si riduce a rimanere a galla, a sopravvivere, a tirare a campare, a tirarsi fuori dai fastidi.
Occorre ritrovare in Gesù stesso il progetto unitario della vita, il Kairòs che rimette in moto un ripensamento sui modelli di vita, di consumo, di lavoro, di relazioni. L’Avvento è un buon tempo per rimettersi seduti con Dio, ma senza pantofole. La vigilanza è un dinamismo costruttivo.




Poveri: superare l’assistenzialismo

Poveri: superare l’assistenzialismo
settimananews.it/societa/poveri-superare-assistenzialismo/
di: Antonio Cecconi[1]

La giornata mondiale dei poveri, (13 novembre 2022), dovrebbe indurre a una riflessione collettiva su un problema che non è di un giorno ma di tutti i giorni. Ne stanno parlando a più voci il mondo civile ed ecclesiale, evidenziando la cronica difficoltà di affrontare e arginare il crescente fenomeno della povertà.

Non siamo usciti dall’assistenzialismo.
Apprezzando decisamente la necessità di dare adeguata informazione dei problematici andamenti in atto nella società italiana, mi permetto di aggiungere alcune personalissime osservazioni e considerazioni, precisando che il movente iniziale di questi pensieri è stato il resoconto dell’ottimo Paolo Lambruschi (su Avvenire del 18 ottobre u.s.) della presentazione del rapporto sulla povertà della Caritas L’anello debole e, nello specifico, una mia personale reazione all’uso dei termini “assistiti” e “beneficiari”, usati per i destinatari dei servizi di cui molte Caritas sono attive protagoniste.
Non voglio fare del nominalismo, ma in termini come questi ravviso il sapore pietistico di una filantropia e beneficienza ottocentesche, che l’azione pedagogica di oltre cinquant’anni di Caritas dovrebbe ormai aver espulso dal vocabolario ecclesiale. E anche da quello sociale.
Forse sta succedendo che il ritorno delle vecchie povertà, accanto alle nuove, e le prospettive di crescente impoverimento della società italiana siano fenomeni complessivi che suscitano in molti il desiderio di fare qualcosa, e che le più immediate risposte appaiano l’assistenza e la beneficienza.
Il rischio è fermarsi lì o ritornare lì, a gesti che soccorrono nell’immediato ma mantengono la distanza o addirittura potrebbero essere funzionali ad andamenti socioeconomici che lasciano immutati e insuperabili i privilegi, gli arricchimenti e le differenze. Giudico della stessa natura e di analogo effetto – al di là della buona fede di chi vi aderisce – i numerosi appelli di sottoscrivere contributi di pochi euro per varie iniziative contro la fame e le malattie che ricorrono nelle reti tv.

Il ruolo della Caritas.
Mentre ciò avviene sul versante sociale, sul versante ecclesiale potremmo correre il rischio di dimenticare quello che un documento della CEI scriveva all’inizio degli anni ’90:«La carità è molto più impegnativa di una beneficenza occasionale: la prima coinvolge e crea un legame, la seconda si accontenta di un gesto» (Evangelizzazione e testimonianza della carità, n. 39). Vado ancora più indietro, al discorso con cui Paolo VI tenne a battesimo le nascenti Caritas (italiana e diocesane) il 27 settembre 1972: «… la vostra azione non può esaurirei suoi compiti nella pura distribuzione di aiuto ai fratelli bisognosi… Al di sopra di questo aspetto puramente materiale della vostra attività emerge la sua prevalente funzione pedagogica, il suo aspetto spirituale che non si misura con cifre e bilanci, ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi».
Agire su due livelli.
Tra le risposte ai bisogni di questi tempi possono esserci certamente e assolutamente, nell’immediato, il pacco spesa e l’aiuto per pagare le bollette della luce o del gas. Ma non possiamo fermarci lì! Oltre a organizzare queste e ad altre forme necessarie di soccorso concreto, ritengo si possa e si debba agire su due livelli:

1) far crescere la coscienza ecclesiale verso il dovere di una carità fattiva che si traduca in impegni creativi e costanti di accoglienza, ospitalità, accompagnamento, prossimità e condivisione, da proporre a parrocchie, famiglie, associazioni; non ci si può accontentare di gestire nelle parrocchie – o livelli più ampi: vicariali o diocesani – l’erogazione di alcuni servizi a cui rinviare “i poveri”! Una Caritas parrocchiale che soltanto distribuisce ma anche non educa, anima e provoca l’intera comunità, compromette la sua stessa natura;

2) agire sulla politica e sull’economia per intaccare i perversi andamenti di concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e di scivolamento verso la povertà di fasce sempre più ampie di popolazione.

Purtroppo – è esperienza recentissima – la lotta alla povertà ha avuto ben poco spazio nei programmi elettorali dei partiti e nelle propagande dei candidati; sta di fatto che moltissimi esponenti politici e pubblici amministratori elogiano il volontariato perché interviene a tappare le falle di uno stato sempre meno sociale, ma si dimostrano incapaci di progettare – col concorso del volontariato e delle stesse Caritas – adeguate contro misure nei confronti del crescente disagio sociale. Siamo ben lontani dai tempi in cui si auspicava che quello che oggi viene donato per carità cristiana o solidarietà umana, domani sarà dato per giustizia. Allora si teorizzava un passaggio dalla beneficienza ai diritti rispetto al quale si sta tornando indietro, e il vocabolario assistenzialista ne è la spia!
E in ambito ecclesiale?
In ambito ecclesiale, urge un serio esame di coscienza – il cammino sinodale può fornirne l’occasione – per diventare prima di tutto una Chiesa “dalla carità” e di conseguenza Chiesa “della carità”. Questo vuol dire attingere alla profondità della carità trinitaria e cristologica, magari scomodando i teologi come è sempre stato costume della Caritas, per crescere nell’autocoscienza ecclesiale oblativa di tutto il popolo di Dio, e partendo da qui sostenere le dimensioni operative, sempre curando la “pedagogia dei fatti”: educare al dono facendo, facendo fare, accompagnando il fare con il riflettere. E magari anche con il pregare. Chiediamoci se non stiamo correndo il rischio di diventare una Chiesa e una Caritas tutte assorbite dal fare per i poveri senza trovare tempo e modo per riflettere sulle cause delle povertà e senza compiere verso l’intera comunità – ecclesiale e civile – un’opera di educazione, stimolo e direi conversione nella prospettiva della condivisione, rivolgendoci con parresia a tutti coloro che vivono in condizioni agiate o quanto meno dignitose; e senza coscientizzare i poveri (delle varie forme di povertà, disagio, emarginazione…) sui loro diritti, senza avviare per/con loro cammini di inclusione, dignità, autonomia, responsabilità… senza almeno provarci!  A mo’ di esempio: affiancare la distribuzione di aiuti alimentari (consegna pacchi spesa, gestione di empori della solidarietà ecc.) con spazi educativi in cui i percettori di aiuti ricevono anche indicazioni e proposte di corretta alimentazione, risparmio energetico, sobrietà…Inoltre, nella prospettiva dell’uscita dalla povertà attraverso l’esercizio dei diritti/doveri, va percorsa – con consapevolezza e continuità più forti di quanto attualmente non avvenga– la strada del diritto al lavoro, a partire dal coinvolgimento in attività di pubblica utilità delle persone destinatarie di aiuti; per poi estenderla, con le collaborazioni e gli agganci giusti, a percorsi formativi orientati all’inserimento lavorativo.
Sedersi ai tavoli della programmazione.
Un ulteriore aspetto importante e forse decisivo, per un diverso modo di contrastare la povertà e l’emarginazione, è la disponibilità delle Caritas – ma anche del volontariato e dell’intera galassia del terzo settore – a sedere ai tavoli in cui si programmano e si attuano le politiche sociali, a partire dal concreto dei territori e fino all’interlocuzione col Governo e il Parlamento. In alcuni casi si tratterà di chiedere di essere ammessi dimostrando di averne titolo e competenza, in altre realtà addirittura di promuovere, evitando lo spezzettamento di risposte e favorendo invece l’approccio partecipato e la convergenza di tutte le forze della solidarietà. Per svolgere queste azioni, ci sarà bisogno, oltre che di presentare le situazioni di povertà come già avviene attraverso i rapporti che la Caritas produce sia a livello nazionale che territoriale, di promuovere studi e ricerche al fine di acquisire competenze e proporre sperimentazioni in materia di politiche sociali (la dimensione dello studio e della ricerca è esplicitamente presente nei compiti statutari di Caritas italiana fin dalle sue origini). Complementare all’aspetto ecclesiale c’è la dimensione civile, e quindi le motivazioni, la consapevolezza e la qualità di chi, nella pubblica amministrazione, è chiamato a responsabilità di governo ai vari livelli, dal piccolo comune fino ai vertici della repubblica. La comunità ecclesiale dovrebbe fare un serio esame di coscienza sul proprio contributo all’educazione civica di base, per verificare quanto il cristiano medio abbia consapevolezza circa quei «doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale» enunciati nell’art. 2 della Costituzione (non a caso per la formulazione di quel testo fu determinate l’apporto di un cattolico del calibro di Giorgio La Pira!). Chiediamoci se e quanto la disaffezione verso la “cosa pubblica” – dall’assenteismo elettorale all’evasione fiscale – non si sia diffusa anche trai buoni cristiani, nel popolo delle parrocchie e nel vasto mondo delle aggregazioni cattoliche… Per poi riflettere sul rarefarsi di presenze cattoliche significative e credibili tra gli eletti nelle diverse sedi di partecipazione democratica, e constatare la palese assenza di coraggiose traduzioni dell’insegnamento sociale della Chiesa. C’è qualcuno, da qualche parte, che si stia chiedendo se qualcosa della Laudato si’ e della Fratelli tutti sia applicabile alla vita di un Comune, di una Regione, dello Stato?
Un’ultima cosa: molte case canoniche e conventi si stanno svuotando per mancanza di personale ecclesiastico che le abiti, in conseguenza dell’evidente crisi delle vocazioni alla vita consacrata. Nel frattempo, una delle forme di povertà registrate da molti centri di ascolto delle Caritas (come pure dagli assessorati alle politiche sociali) è l’emergenza abitativa: famiglie non in grado di sostenere il costo degli affitti, accoglienza di profughi emigranti… La Chiesa potrebbe decisamente fare qualcosa di più di quanto non stia facendo adesso, soprattutto promuovendo coraggiose e lungimiranti sinergie con gli enti locali e il terzo settore.


[1] Direttore Caritas Pisa




Regalità di Cristo, storia d’amore
P.Ermes Ronchi

Regalità di Cristo, storia d’amore.
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (20 Novembre 2004)

Luca ci guida a rintracciare il tesoro della regalità nel luogo più inadatto, nel piccolo spazio della croce. Il crocifisso è signore appena di quel poco di legno e di terra che basta per morire. Ma quella croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante: «Non c’è amore più grande che dare la propria vita…». I capi, i soldati, un malfattore chiedono a Gesù una dimostrazione di forza: «Salva te stesso!». Se accetta e scende dalla croce, Gesù si mostrerà “forte”, un vero “re” davanti agli uomini. Invece un uomo gli chiede una dimostrazione di bontà: «Ricordati di me!». Gesù risponde e si mostra “buono”, vero “re” secondo il cuore di Dio. Ma che cosa ha visto quell’uomo? Lo dice in una frase sola, di semplicità sublime: «Lui non ha fatto nulla di male». In queste parole è racchiuso il segreto dell’autentica regalità: niente di male in quell’uomo, innocenza mai vista ancora, nessun seme di odio o di violenza. Aver percepito questo è bastato ad aprirgli il cuore: il malfattore intuisce in quel cuore pulito e buono il primo passo di una storia diversa, intravede un altro modo possibile di essere uomini, l’annuncio di un mondo di fraternità e di perdono, di giustizia e di pace. Ed è in questo regno che domanda di entrare: «Ricordati di me», prega il morente. «Sarai con me», risponde l’amante. «Ricordati di me», prega la paura. «Sarai con me in un abbraccio», risponde il forte. «Solo ricordati, e mi basta», prega l’ultima vita. «Con me, oggi, in un paradiso di luce», risponde il datore di vita.
Venga il tuo regno – noi preghiamo – e sia più intenso delle lacrime, e sia più bello dei sogni di chi visse e morì nella notte per costruirlo. Un regno che è di Dio, che è per l’uomo. Ed è come ripetere le parole del ladro pentito.
Pregare ogni giorno: «Venga il tuo regno», significa credere che il mondo cambierà; e non per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso e dolente della cronaca, ma perché Dio si è impegnato con la croce.
Dire: «Venga il tuo Regno», è affermare che la speranza è più forte dell’evidenza, l’innocenza più forte del male, che il mondo appartiene non a chi lo possiede ma a chi lo rende migliore.
Dire: «Venga il tuo regno», è invocare per noi un amore di una qualità simile a quello del Crocifisso che muore ostinatamente amando, preoccupandosi di chi gli muore accanto, dimenticandosi di sè. Il regno di Dio verrà quando nascerà, nel cuore nuovo delle creature, l’ostinazione dell’amore, e quando questa ostinazione avanzerà dalle periferie della storia fino ad occupare il centro della città degli uomini. Solo questo capovolgerà la nostra cronaca amara in storia finalmente sacra.




20 novembre 2022. Cristo re
UN RE COL GREMBIULE

CRISTO RE  – 20 novembre 2022

Preghiamo. O Dio Padre,  che ci hai chiamati a regnare con te  nella giustizia e nell’amore, liberaci dal potere delle tenebre;  fa’ che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso.  Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dal secondo libro di Samuèle 5,1-3
 In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero (dall’ebraico mašīaḥ=messia)  Davide re d’Israele.
SalMO 121 Andremo con gioia alla casa del Signore.
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».
Già sono fermi i nostri piedi  alle tue porte, Gerusalemme!
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési 1,12-20
Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.  È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,  per mezzo del quale abbiamo la redenzione,  il perdono dei peccati.  Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione,  perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili:  Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.  Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.  Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.  Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.  Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.  È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza  e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose,  avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Dal Vangelo secondo Luca 23,35-43
 In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto».  Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male (niente fuori luogo; dal greco: udèn àtopon)». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «Amen io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

UN RE COL GREMBIULE. D. Augusto Fontana
L’ultima Domenica dell’Anno liturgico accentua le connotazioni della festa di Pasqua-Ascensione. La festa di oggi, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Gesù di Nazareth: «Cristo è morto ed è ritornato alla vita per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,9). Paolo, nelle sue Lettere, per 243 volte chiama Gesù con l’attributo di Signore e 358 volte lo chiama Cristo; ma è cosciente che questi titoli, di origine pasquale, portano scompiglio: «noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). Crocifisso…scandalo…stupidità (in greco: morìan). Parole blasfeme per orecchie pie e devote.
Oggi il 2° Libro di Samuele e l’Inno liturgico riportato dalla Lettera ai Colossesi privilegiano titoli solenni: Re, Capo, Pastore, Messia, Signore, Christòs, Primogenito. Parole strane, d’altri tempi. Parole che hanno tuttavia travolto e trasfigurato mistici, martiri, discepoli. Ma che a me oggi -forse per mia colpa – non mi svelano granché, non mi scardinano, non mi buttano in ginocchio, non mi fanno trattenere il fiato, non mi accelerano i battiti. Eppure sono ancora curioso. Cosa avrà voluto dire l’apostolo Tommaso con quel suo «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28)? E Marta e Maria: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11, 21.32)? E Maria di Màgdala quando annuncia ai discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18)?
“Cristo Re”, è l’opposto di ciò che Gesù di Nazareth è stato: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc. 22,27). “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”(Mt. 20,28).
I suoi discepoli, di ieri e di oggi, spesso sono tentati di sognare poltrone, visibilità, invidiabili share, coreografie da stadio: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate”» (Mc 10,35-38).  Lui, il maestro laverà i loro piedi dicendo: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».(Gv 13,13-14). E sul Golgota, alla sua destra e sinistra ci saranno due banditi con-crocifissi. Nel Vangelo di Giovanni, dopo la narrazione del segno della condivisione dei pani e dei pesci, viene detto che “Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (6,15). E quando Giuda sta per consegnare Gesù si sente chiamare così:« Amico…». (Matteo 26,50).
Dunque Gesù servo e amico più che re. Allora decidiamoci una buona volta di fare una petizione al Papa per cambiare la festa di CRISTO RE in festa di CRISTO SERVO. Toglierebbe molti equivoci, a partire dalle motivazioni originarie della festa istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo e per rivendicare il ruolo di una chiesa regina[1].
Già il Concilio Vaticano II° aveva dato una sterzata: “Lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della solidarietà umana. Prese parte alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i pubblicani e i peccatori. Ha rivelato l’amore del Padre e la magnifica vocazione degli uomini ricordando gli aspetti più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e immagini della vita d’ogni giorno. Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae origine la vita sociale. Si sottomise volontariamente alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita di un artigiano del suo tempo e della sua regione. Nella sua predicazione ha chiaramente affermato che i figli di Dio hanno l’obbligo di trattarsi vicendevolmente come fratelli. Anzi egli stesso si offrì per tutti fino alla morte, lui il redentore di tutti. «Nessuno ha maggior amore di chi sacrifica la propria vita per i suoi amici» (Gv15,13)[2].
Un re da burla.
Il trono di Gesù, di volta in volta, fu una mangiatoia per animali, un palo sospeso, un catino, una mensa, un asinello. E per ambasciatori si scelse affamati, assetati, nudi di di vestiti e di casa, ammalati, carcerati, stranieri impuri. Un re da burla: «intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, si burlavano di lui dicendo: “Salve, re dei Giudei” e gli sputavano addosso» (Matteo 27,29-30). Macabra liturgia di investitura regale.
Luca ha sviluppato il racconto della crocifissione con sapiente abilità compositiva indirizzandolo al suo particolare interesse di annuncio. Gesù appare come il prototipo del martire che affidandosi a Dio sopporta ogni derisione. Nella richiesta di perdono per i carnefici e nella parola a uno dei delinquenti egli si mostra come il salvatore dei peccatori. La scena della crocifissione è un dramma sacro, una liturgia[3]: «Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui… Il popolo stava a guardare… Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando queste cose» (Luca 23,27.35.48-49). Ai piedi della croce si va formando la sua e nostra comunità. I conoscenti di Gesù e le donne rappresentano il nucleo della Chiesa.
Visto che tutti “assistevano da lontano”, chi avrà raccontato a Luca questo dialogo di tre morenti che avevano ancora la forza di emettere fiato in agonia?  Luca è l’unico tra gli evangelisti che riporta questo dialogo. Forse si ricordava di aver scritto il capitolo 15 con le tre parabole della misericordia verso i perduti. Durante la passione Gesù incrocia 4 criminali: Barabba liberato durante il processo, il centurione che glorifica Dio dicendo “veramente quest’uomo era giusto” e i due crocifissi con lui di cui uno “santificato”.  Per ora è un raccolto che sta nel palmo di una mano per questo Rabbi-agricoltore che ha seminato e sprecato a piene mani. Gesù non è un re politico arruffapopolo che agglutina le masse; si rivolge spesso, e anche qui, all’uno, a me o a te come se non esistesse nessun’altro.
La catechesi di Luca si concentra sulla triangolazione di un dialogo:

  • «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».
  • «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di straordinariamente fuori luogo
  • «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
  • «Amen io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Dio aveva posto l’uomo in un giardino di delizie (in ebraico: gan ‘eden); giardino che verrà poi chiamato in greco paràdeisos che designa un giardino recintato, un parco. Vale la pena citare il libro del Cantico dei cantici (4,13): «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, i tuoi germogli sono un paradiso di melograni, con i frutti più squisiti». Il giardino chiuso o paradiso non è un luogo ma è una persona amata: “sarai con me” come ora “sei con me”.
Qual è il senso e la portata di questa festa per la mia e tua esistenza?

  1. Riconoscere che Cristo è mio-re significa adattarmi gradualmente a pensare che Lui è Dio vivo, e quindi – come diceva il Card. Martini[4] – «significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo».
  2. Riconoscere che, per Cristo, regnare significa servire ci porterà a capire «che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[5].
  3. Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benché piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
  4. Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato potrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua pratica messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi. Domenica scorsa anche tu, forse, hai vissuto la 6a Giornata mondiale dei poveri. Papa Francesco, tra l’altro, ha scritto: « Davanti ai poveri non si fa retorica, ma ci si rimbocca le maniche e si mette in pratica la fede attraverso il coinvolgimento diretto, che non può essere delegato a nessuno».

[1] Dall’Enciclica Quas primas di Pio XI: «La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile ».
[2] Gaudium et spes n. 32
[3] Josef Ernst, Il vangelo secondo Luca. Vol. 2°, Morcelliana, 1990, pag. 891
[4] C.M.Martini, Il giardino interiore. Una via per credenti e non credenti, PIEMME.
[5] O. Clèment in “Il potere crocifisso”, Qiqajon




L’uomo è al sicuro nelle mani del Signore
P.Ermes Ronchi

L’uomo è al sicuro nelle mani del Signore.
ERMES RONCHI (Avvenire 10 /11/2022)

XXXIII Domenica Tempo ordinario – Anno C
Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». (…) Diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. (…) Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Il Vangelo adotta linguaggio, immagini e simboli da fine del mondo; evoca un turbinare di astri e di pianeti in fiamme, l’immensità del cosmo che si consuma: eppure non è di questo che si appassiona il discorso di Gesù. Come in una ripresa cinematografica, la macchina da presa di Luca inizia con il campo largo e poi con una zoomata restringe progressivamente la visione: cerca un uomo, un piccolo uomo, al sicuro nelle mani di Dio. E continua ancora, fino a mettere a fuoco un solo dettaglio: neanche un capello del vostro capo andrà perduto. Allora non è la fine del mondo quella che Gesù fa intravvedere, ma il fine del mondo, del mio mondo. C’è una radice di distruttività nelle cose, nella storia, in me, la conosco fin troppo bene, ma non vincerà: nel mondo intero è all’opera anche una radice di tenerezza, che è più forte. Il mondo e l’uomo non finiranno nel fuoco di una conflagrazione nucleare, ma nella bellezza e nella tenerezza. Un giorno non resterà pietra su pietra delle nostre magnifiche costruzioni, delle piramidi millenarie, della magnificenza di San Pietro, ma l’uomo resterà per sempre, frammento su frammento, nemmeno il più piccolo capello andrà perduto. È meglio che crolli tutto, comprese le chiese, anche le più artistiche, piuttosto che crolli un solo uomo, questo dice il vangelo. L’uomo resterà, nella sua interezza, dettaglio su dettaglio. Perché il nostro è un Dio innamorato. Ad ogni descrizione di dolore, segue un punto di rottura, dove tutto cambia; ad ogni tornante di distruttività appare una parola che apre la feritoia della speranza: non vi spaventate, non è la fine; neanche un capello andrà perduto…; risollevatevi….

Che bella la conclusione del vangelo di oggi, quell’ultima riga lucente: risollevatevi, alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. In piedi, a testa alta, occhi alti, liberi, profondi: così vede i discepoli il vangelo. Sollevate il capo, e guardate lontano e oltre, perché la realtà non è solo questo che appare: viene continuamente qualcuno il cui nome è Liberatore, esperto in nascite. Mentre il creato ascende in Cristo al Padre/ nell’arcana sorte / tutto è doglia di parto: /quanto morir perché la vita nasca! (Clemente Rebora). Il mondo è un immenso pianto, ma è anche un immenso parto. Questo mondo porta un altro mondo nel grembo. Ma quando il Signore verrà, troverà ancora fede sulla terra? Sì, certamente. Troverà molta fede, molti che hanno perseverato nel credere che l’amore è più forte della cattiveria, che la bellezza è più umana della violenza, che la giustizia è più sana del potere. E che questa storia non finirà nel caos, ma dentro un abbraccio. Che ha nome Dio.

(Letture: Malachia 3,19-20a; Salmo 97; Seconda Lettera ai Tessalonicesi 3,7-2; Luca 21,5-19)

 




13 novembre 2022. Domenica 33a
CRISIS

33a Domenica C

Preghiamo. O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che, attraverso le vicende, liete e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Malachìa 3,19-20
Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore dell’universo – fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia.
Salmo 97   Il Signore giudicherà il mondo con giustizia.
Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno acclamate davanti al re, il Signore.
Risuoni il mare e quanto racchiude, il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne davanti al Signore che viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 3,7-12 Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi.  Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.
Dal Vangelo secondo Luca 21,5-19 In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

CRISIS. Don Augusto Fontana

 Nel salmo 98 abbiamo proclamato: «il Signore giudicherà i popoli con giustizia».  Nel “Credo” diciamo: “ di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti”. Chiamare Dio con il nome di giudice potrebbe ingannarci perché gli attribuiamo le caratteristiche dei giudici della nostra società.  Di fatto la nostra parola italiana «giudizio» deriva dalla parola greca «crisis» che significa «valutazione, scelta». Dio allora é una persona, un evento che ci mette in crisis cioè non ci lascia nell’indifferenza, ma ci conduce a prendere posizione, a esprimere il nostro parere, a schierarci, a prendere parte. Di solito diamo valore negativo alla crisi, e quando vogliamo comunicare il nostro malessere diciamo: «Sono in crisi!»; ma esistono crisi e destabilizzazioni molto positive e desiderabili, come per esempio le fasi di crescita e di progresso. Dire che Dio é giudice, che è la nostra crisi, potrebbe allora significare che noi dobbiamo sentirci responsabili davanti a lui. La vita é un’amministrazione di ciò che ci é stato affidato e quindi é responsabilità.
L’immagine di “Dio giudice” non ci garba. Il biblista André Wénin, in un suo Corso su Genesi 1-11 affronta il problema: «Davvero un giudice è una figura così negativa? Di per sé un giudice è una figura positiva, naturalmente se fa bene il suo mestiere. Ma di per sé un giudice non è una persona cattiva. E’ una persona temibile da parte di chi si sente colpevole. Ma per la vittima…meno male che ci sono i giudici… Un giudice, di per sé, è una figura positiva anche per il colpevole. Penso che un giudice abbia un doppio ruolo. Primo. Stabilire la verità dei fatti, chi è colpevole e chi innocente, chi ha fatto una cosa e chi l’ha subita; e se chi lo ha fatto ha delle circostanze attenuanti. E se chi si crede innocente ha provocato. Secondo. Deve rendere o fare giustizia agli innocenti e rimediare il torto subìto con una compensazione. Ma anche rendere giustizia al colpevole dandogli una pena adeguata per fargli prendere coscienza del danno che ha causato alla vittima e alla società. Rende quindi un servizio anche al colpevole».

Nelle ultime 3 domeniche del ciclo liturgico, prima dell’avvento, la liturgia ha accentuato l’attenzione verso la direzione del nostro cammino, il “giorno del Signore”.
Nella religiosità popolare degli ebrei “il giorno del Signore” significava

  • giorno di liberazione da ogni minaccia incombente
  • giorno di realizzazione delle sue promesse e quindi un giorno dolce e invocato per l’oggi.
  • giorno del rendiconto anche per la comunità di Dio, come dicono i profeti dall’8° secolo a.C., e quindi un giorno severo di scadenze e di responsabilità tanto da desiderarne il rinvio o di volerne conoscere la data per difenderci o non farci trovare impreparati.

Noi usiamo il termine “giorno del Signore” per indicare la Pasqua, la domenica. La prima domanda che mi viene spontanea é chiedermi se quando mi alzo alla mattina della domenica ho la percezione di trovarmi di fronte a un giorno di liberazione da ogni minaccia incombente, giorno di realizzazione delle promesse del Signore e di responsabilità davanti a Lui. Giorno, quindi dolce e attraente, ma anche giorno severo e preoccupante.

Proviamo rileggere le letture sante di oggi per ritrovare questi spunti, facendoci accompagnare dalla preghiera che inaugura l’assemblea liturgica: «O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo figlio, fa’ che attraverso le vicende liete e tristi di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita».
Il profeta Malachia scrive il suo libretto dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia, in un tempo in cui le speranze e la gioia iniziale si erano spente di fronte al risorgere di tutte le miserie, le truffe, le ingiustizie di prima. Gli uomini giusti e onesti, i fedeli di Dio, si chiedono se valga la pena continuare e se il Signore interverrà mai un giorno a rendere giustizia. Non posso cavarmela puntando il dito solo su determinate persone. La superbia e l’autosufficienza hanno radice e germoglio anche dentro di me. In me c’é un mondo decrepito e inaccettabile agli occhi di Dio sul quale anch’io desidero la fine. E non posso essere sicuro di essere catalogato tra coloro che onorano il suo Nome. Stando a certe affermazioni del Vangelo («Non chi dice Signore, Signore…») non posso escludere di essere anch’io tra coloro che hanno continuamente il Nome di Dio in bocca. Il Nome di Dio infatti é più affidato alle mani che alla bocca («…ma chi fa la volontà del Padre mio…»)
La differenza tra gli idoli e Dio é questa: Dio abita il nostro tempo e non assiste impassibile, come gli idoli, alle vicende del mondo. Jahweh porta a termine la storia. Il profeta assicura: «Tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia che brucia…per voi invece che rendete culto a Dio verrà come un calore benefico». Si tratta, come dice Gesù nel Vangelo, di paziente perseveranza. Di resilienza[1]. Una vigilanza attiva, direbbe Paolo nel testo liturgico di oggi, ai suoi cristiani di Tessalonica che avevano tirato i remi in barca in una spiritualità disinteressata del mondo e a cui ribatte: «Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace». E si vanta di essere prete-operaio per darne l’esempio: «Noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi». La storia, la politica, l’amore, il lavoro non perdono consistenza davanti alla «attesa del Suo Ritorno». L’illusione e la delusione, lo sbadiglio e l’abbaglio sono atteggiamenti non consoni alla vigilanza di fronte al giorno del Signore. Scrive Daniele Garota[2]: “Léon Bloy ri­porta una riflessione di Ernest Hello, nella quale un uomo divorato dalla consapevolezza di essere «sulla strada dell’inferno», con sentimenti di noia e con l’età che avanza verso la morte, dice: «Tuttavia se Dio mi proponesse di lasciare per un istante queste cose noiose, monotone, bugiarde, mo­ribonde e mortali, che mi portano alla disperazione presente e a quella eterna, per cambiarle con la vita, con la gioia, con la beatitudine, mi rifiuterei, non lo ascolterei neppure! Me n’andrei a un divertimento noioso, dicendogli: “Vattene! Vattene, padrone del­l’estasi e proprietario della gioia; vattene, sole che ti levi nella tua raggiera di porpora e d’oro! Vattene, maestà. Vattene, splendore! Vattene, tu che hai suda­to sangue nel Giardino degli Olivi! Vattene, tu che sei trasfigurato sul Tabor! Vattene, io vado al caffè dove mi annoio”.
“E perché ci andate?”.
“Perché ho preso l’abitudine”».
Il caffè, la distrazione, la noia: ma c’è forse alla fi­ne un morbo più devastante di questo nelle nostre so­cietà sazie e goderecce? «Il caffè è la casa aperta, al livello della strada », dice Lévinas[3], «luogo della so­cialità facile, senza responsabilità reciproca. Si entra senza necessità. Ci si siede senza stanchezza, si beve senza sete … perché si può andare al caffè a rilas­sarsi e così si sopportano gli orrori e le ingiustizie di un mondo senz’anima … Luogo di dimenticanza, dell’o­blio dell’altro: ecco il caffè ».

Non sarà subito la fine…Prima:

  • Non seguiteli…Non lasciatevi turbare
  • Guardate di non lasciarvi ingannare.
  • Questo vi darà occasione di testimonianza
  • Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite.

Chiudo citando un testo del rabbino hassidico di Berditschev (XVIII secolo) divenuto preghiera di alcuni ebrei ad Auschwitz:
Dovunque io vada, Tu!
Dovunque io sosti, Tu!
Solo Tu,
ancora Tu,
sempre Tu,
Dio Tu!
Cielo, Tu.
Tu, Terra, Tu!
Dovunque mi giri e dovunque miri, Tu!
Solo Tu!
sempre Tu!
Se mi va bene, Tu!
Se sono in pena, Tu!
Solo Tu,
ancora Tu!
Sempre Tu!
Dio Tu!


[1] dal latino: resilire rimbalzare, saltare indietro. Si paragona spesso al comportamento dell’acqua che si adatta ad ogni forma o recipiente, può ricordare la duttilità, la malleabilità.
[2] Daniele Garota, Il coltello di Abramo (ed. Paoline)
[3] E. Lévinas, Dal sacro al santo, Città Nuova, Roma 1985, p. 49




6 novembre 2022. Domenica 32a
SPERARE E ATTENDERE

32 domenica anno C – 

 Preghiamo. O Dio, Padre della vita e autore della risurrezione, davanti a te anche i morti vivono; fa’ che la parola del tuo Figlio, seminata nei nostri cuori, germogli e fruttifichi in ogni opera buona, perché in vita e in morte siamo confermati nella speranza della gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Maccabèi 7,1-2.9-14
In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri». [E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».
Salmo 16. Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.
Ascolta, Signore, la mia giusta causa, sii attento al mio grido.
Porgi l’orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio; tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi, all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 2,16-3,5.
Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca 20,27-38
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».  Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

SPERARE E ATTENDERE. Don Augusto Fontana.
«Non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza di un uomo consisterà in queste due parole: sperare e attendere» (Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo).
In questi ultimi scorci del tempo liturgico 2022 si respira aria delle “cose ultime” o, detto meglio, delle “cose nuove[1]: « quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti…non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poichè sono figli della risurrezione, sono figli di Dio» (Lc 20).
Ignazio Silone, a chi gli chiedeva perché avesse abbandonato la Chiesa, rispondeva che «si era stancato di stare con cristiani che dicevano di attendere Gesù Cristo e la risurrezione, ma poi l’aspettavano con la stessa indifferenza con cui si aspetta un tram»[2]
Il tema della resurrezione é ancora oggi soggetto a discussioni per il cambiamento di linguaggio affermatosi e per una recente apertura dell’occidente alla esperienze religiose orientali tra le quali si crede nella reincarnazione. L’antropologia giudaica che considera una forte unità tra corpo e spirito é diversa dall’antropologia e filosofia greco-ellenistica che ha maggiormente impregnato il cristianesimo occidentale e che separa corpo da anima.
Paolo parla di sôma psychikón “corpo psichico”, e di sôma pneumatikón, “corpo spirituale”, espressioni paradossali e assurde per un greco. Il “corpo psichico” è la persona chiusa nella sua creaturalità limitata e colpevole. Invece il “corpo spirituale” è la persona aperta all’irruzione dello Spirito di Dio, che trasfigura la povertà della nostra condizione umana e ci introduce nella gloria e nell’eternità. Per questo, il corpo del Cristo risorto è per eccellenza “spirituale”, non certo perché etereo o incorporeo ma perché immerso nell’infinito e nell’eterno. In pratica, è la piena manifestazione del nostro essere “immagine di Dio”, come aveva insegnato Genesi 1,27, che l’apostolo così sviluppa e parafrasa: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1Cor 15,49).
Il Credo apostolico, che è una professione di fede cristiana degli inizi del III secolo, preferisce la formula «credo la risurrezione della carne», mentre il Credo niceno-costantinopolitano del 381, che si recita ogni domenica nella liturgia eucaristica, parla di «aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».

Insomma: a questo punto mi sta venendo il mal di testa e il capogiro. E a te?

I sadducei di ieri e di oggi. E Gesù.(Luca 20,27-38)
I sadducei, risalenti al sommo sacerdote Sadoq del periodo di Salomone, erano liberali conservatori dell’alta borghesia e tra loro c’erano molti dell’aristocrazia sacerdotale. Dal 6 al 70 d.C. fornirono quasi tutti i Sommi sacerdoti. La loro abilità politica con gli invasori romani permise loro di occupare posti chiave sotto Erode e i governanti romani. Erano in polemica contro i farisei su due punti:

  • solo la Torah scritta nei 5 libri di Mosè (pentateuco) aveva autorità in materia di fede;
  • non c’é resurrezione dai morti.

Tuttavia anche tra i farisei c’erano differenti interpretazioni sulla risurrezione: «Non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba. Ma noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre» (Salmo 114,17-18). Alcuni concepivano la risurrezione in modo molto materialistico, quasi che fosse una riedizione corretta di questa vita.
Tutto avveniva su riferimenti scritturistici e a colpi di citazioni bibliche.
Si dice spesso che l’idea della risurrezione fosse una novità piuttosto recente nata, nella riflessione religiosa ebraica, durante la persecuzione di Antioco IV Epifane (167-164 a.C.). Ne abbiamo numerosi cenni nel secondo libro dei Maccabei e nel capitolo 12 del libro di Daniele in risposta a una grave questione di giustizia: non è giusto che i buoni periscano e i criminali vivano a lungo. Il concetto di risurrezione sarebbe nato dall’idea di una retribuzione dopo la morte per ciò che gli esseri umani avrebbero vissuto sulla terra. In realtà quella fede affonda le sue radici più profondamente nel pensiero sia dei profeti che nei Libri sapienziali, non tanto per il desiderio di risolvere il problema della morte dei giusti, quanto per la riflessione sulle relazioni tra il Dio eterno e l’uomo effimero che pure è immagine di Dio. Si pensi ai testi come Isaia 26,19: «di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno. Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere» (vedi anche Osea 6,2; 13,14; Isaia 25,8); il testo di Ezechiele 37,1-14 invece (le ossa aride che si rivestono di carne e di soffio vitale), più che riferirsi alla resurrezione dai morti sarebbe una parabola del ritorno del popolo dall’esilio. Si pensi anche alla nota proclamazione di Giobbe (19,25-27): « Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno e non un altro.». Però per i sadducei questi testi non appartengono al Pentateuco e quindi per loro non sono normativi[3]. E quindi tendono una trappola a Gesù appellandosi al Pentateuco e precisamente a Deuteronomio 25,5-10 dove vengono regolamentati, per la donna vedova, i doveri per assicurare la discendenza: «Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere del cognato». Le dettagliate prescrizioni vanno sotto il nome di “legge del levir” ossia “del cognato”. I sadducei, in modo palesemente ridicolo raccontano la storiella di una donna rimasta vedova sette volte e risposatasi con 7 cognati. Poi la domanda, per ridicolizzare: «La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie?».
Il nome di Dio si intreccia con il nome di uomini.
Gesù non si perde in virtuosismi esegetici e non va a riferirsi a testi che parlino esplicitamente della risurrezione per non ridurla ad una questione esegetica o a una disputa di scuola rabbinica. Egli cita sorprendentemente Esodo 3 che é un testo su Dio e non sulla resurrezione: «Il Signore è Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe». Gesù si rifà al centro delle Scritture cioè alla rivelazione del Dio vivente, all’amore di Dio e alla sua fedeltà. Se Dio ama l’uomo non può abbandonarlo in potere della morte. Dio non può più essere senza Abramo. Non lo si può più chiamare semplicemente “Dio”, ma lo si deve chiamare “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, Dio non è dei morti, ma dei viventi”.  Scrive P.Ermes Ronchi: «Dio “di”: in questo “di”, ripetuto cinque volte, è contenuto il motivo ultimo della risurrezione, il segreto dell’eternità. Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un legame, indissolubile e reciproco, e che significa: Dio appartiene a loro, loro appartengono a Dio. Così totale è il legame, che il Signore giunge a qualificarsi non con un nome proprio, ma con il nome di quanti ha amato. L’amore si mostra e si qualifica con il nome degli amati. Il nome di Dio si intreccia con il nome di uomini, è tutt’uno con il mio nome, anch’io amato per sempre, anch’io appartenente a un Dio vivo. Dio di Abramo, di Isacco, di Gesù, Dio di mio padre, di mia madre… Se quei nomi, quelle persone non esistono più è Dio stesso che non esiste. Se quel legame si dissolve è il nome stesso di Dio che si spezza»[4].
C’é un testo molto significativo che é bene riascoltare dal Libro della Sapienza 11,22-12,1: «Tutto il mondo davanti a te é come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Ma tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se disprezzassi qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe resistere in vita una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose».
Gesù dunque parla di Dio e ne annuncia le caratteristiche di vita e vitalità fedele e amorosa. Risponde così, sia ai sadducei che negavano la risurrezione e sia ai farisei che la banalizzavano nelle dispute di fantareligione. La vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo, é una vita diversa: «uguali agli angeli … figli della risurrezione … figli di Dio».  Indirettamente risponde anche alla filosofia greco-ellenistica che non accetta la risurrezione del corpo ma solo l’immortalità dell’anima in quanto, afferma, solo lo spirito interiore ha diritto alla incorruttibilità. Per Luca la risurrezione non significa una semplice rianimazione di cadavere, ma un salto qualitativo; nella liturgia dei defunti esprimiamo questo dicendo “la vita non é tolta ma trasformata”. Oggi sarebbe bene parlare di resurrezione della persona.
Nel nuovo Testamento dopo la resurrezione di Gesù la chiesa primitiva lentamente riformula la sua fede. Esiste in noi una forza vitale (energia) espressa dalla vita cosciente e capace di amore: tutto questo ci é dato in germe. Vita non solo dono da trasmettere, ma anche da ricevere.
L’unica parola forte di speranza é la parola di Gesù al ladrone in croce: «Oggi sarai con me!». Il ladrone moribondo non ha chiesto il dove e il come. Forse non era nelle condizioni ottimali per fare una discussione teologica o un dibattito cultural filosofico! S. Ambrogio scrisse: “la vita è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo là c’è il Regno” (In Lucam X, 121).
Scriveva il teologo Carlo Molari[5]: «Sappiamo che non esiste un luogo chiamato cielo dove risiede Dio e dove andranno i corpi dei risorti alla fine della loro vita o della storia umana. Sappia­mo che gli elementi che compongono il no­stro corpo nel momento della morte riman­gono sulla terra fino alla fine dei tempi. In un modo o in un altro verranno assunti da molte altre creature e finiranno nella grande fornace in cui la terra terminerà la sua esi­stenza per altre modalità di esistenza. Per noi quindi la risurrezione consiste nell’entrare in un’altra dimensione di vita, che non pos­siamo immaginare. Come il feto nell’utero materno non è in grado di pensare la sua esistenza futura all’aria aperta, così noi non possiamo pensare in che cosa consista la mo­dalità del risorto».


[1] Nel linguaggio greco del Nuovo Testamento la parola è ta eskata.  Da cui deriva “escatologia”, un ramo della teologia.
[2] E.Bianchi, Da forestiero. In compagnia degli uomini. PIEMME, Casale Monferrato, 1995, pag. 62.
[3] Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pagg.557-559
[4] Padre Ermes Ronchi – Se Dio intreccia il suo nome col nostroAvvenire (07 Novembre 2004)
[5] Rivista Rocca, 1 novembre 2015. Pro Civitate Christiana, Assisi.




30 ottobre 2022. Domenica 31a
UN SICOMORO PER AMICO

Domenica 31 C

Preghiamo. O Dio, che nel tuo Figlio sei venuto a cercare e a salvare chi era perduto, rendici degni della tua chiamata: porta a compimento ogni nostra volontà di bene, perché sappiamo accoglierti con gioia nella nostra casa per condividere i beni della terra e del cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 11,22-12,2
Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,  Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.
Salmo 144   Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.
 Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,11-2,2
Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo. Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.
Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».  Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».  Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

UN SICOMORO PER AMICO.Don Augusto Fontana
«Venga il mio amato nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti» (Cantico 4,16). Gesù allunga la mano fra il fogliame del sicomoro e raccoglie un frutto squisito: Zaccheo.
Tu ami tutte le cose, Signore amante della vita. Tutte le cose recano il segno sacramentale della sua tenerezza. Queste cose, compreso gli uomini, sono come polvere e come goccia di rugiada. Eppure, “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, scrive S. Ireneo di Lione[1]. Pare che la nostra istintiva natura sia invece quella di saccheggiare non solo le cose, la creazione, ma anche la stima degli uomini, con  disprezzi o sospetti. Sotto, sopra e attorno a quel sicomoro accade una Rivelazione di chi è Gesù, di chi siamo noi, di come debba essere ogni chiesa e ogni assemblea liturgica.
Sogno che in ogni parrocchia (in ogni famiglia o cuore umano) esista una stanza, un angolo, un appartamento, un luogo che diventi come l’albero di Zaccheo. Scrive Vincenzo Andraous, un detenuto[2]: « Non c’è traccia del sicomoro né di Zaccheo quando si parla di carcere, di pena, di lacerazioni inferte agli altri e a se stessi. Ho pensato al sicomoro di Zaccheo, forse perché c’è bisogno di miracoli, di speranza, di parole di bene, chiare e non buoniste. Ho pensato al sicomoro, perché ha consentito al pubblicano corrotto di elevarsi a persona, di alzarsi dalla sua bassa statura morale. Il carcere avrebbe bisogno di una speranza per ogni persona detenuta, speranza che nel dolore e nella sofferenza di una perduta libertà possa coesistere la possibilità di una dignità da riacquistare e una rinascita da intraprendere. Ma non c’è traccia del sicomoro nei pressi di questa sorta di terra di nessuno, quale è il carcere. Il sicomoro è albero di terra che ricorda l’albero della croce. Ho ricordato Zaccheo, perché ha saputo “trasgredire” nella rinuncia ai beni della conformità e del potere, e pensare a lui significa consentire al cuore di rimuovere il filo spinato della diversità, delle regole della strada, dei disvalori che imperversano al di là dell’alto muro di cinta».
Da questo albero fa capolino un frutto: Zaccheo. Gerico è luogo di dogana per le merci provenienti dall’oriente. Era l’ideale per un collaborazionista romano che raccoglieva le tasse per conto dei militari che occupavano il paese. Odiati, quindi, sia per il collaborazionismo con l’invasore, sia per l’idolatria del denaro, sia per l’uso di estorcere più del dovuto a propri fini economici. Gli esattori non erano ammessi a testimoniare in tribunale perchè inaffidabili e indegni.
Ma ecco il protocollo di avvicinamento: quell’uomo coltiva una qualche curiosità (come Erode per vedere i miracoli o le folle per vedere i segni o quel figlio scapestrato della Parabola il quale ritorna al Padre per fame). E Gesù passa sotto e dentro questa curiosità che si presenta ancora come un feto senza forma ben definita. Non sempre gli va bene. Nè per Erode nè per le folle. Ma Lui scommette sempre sulla parte migliore di noi. E per Zaccheo è andata bene. Accade il mistero pasquale, oggi.
Cercare. Il testo inizia e termina con il verbo zētéō: nel v. 3, Zaccheo «cercava di vedere chi era Gesù»; nel v. 10, «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era per­duto». Il verbo ‘cercare’ è importante nella teologia di Luca, do­ve è associato a realtà diverse come la verità, la salute, il senso della vita o della salvezza. In Luca 11,9 Gesù dichiara: «Cercate e troverete»; in Luca 9,9 anche il re Erode cercava, come Zaccheo, di vedere Gesù, un desiderio che si avvererà durante la passione (23,8), senza tuttavia portare salvezza. Il cap. 15 di Luca è il capitolo del­la ricerca: della pecora perduta, della moneta perduta, di due figli perduti.  Il verbo “cercare” (vv. 3.10) fa da cornice del racconto e indirizza il lettore a leggere il brano come una ricerca: prima che Zaccheo decidesse di porsi alla ri­cerca di Gesù, Gesù si era messo in cammino per cercarlo. Nello stesso momento in cui Gesù rivela l’identità nascosta/perduta di Zaccheo, «figlio di Abramo», Zaccheo confessa l’identità di Ge­sù: è «il Signore» (v. 8).
Il cambiamento è causato dall’essere ‘visto’ e incontrato dal Cristo: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (v. 5). Notiamo il verbo dēi (devo), lo stesso utilizzato nel contesto della passione, ed il verbo ‘fermarmi’ che cambia la dinamica interna al racconto. Se, infatti, fino a questo punto l’evangelista aveva proposto una serie di verbi di movimento (entrare, passare, salire), ora utilizza il linguaggio del fermarsi per rimanere nella casa di Zaccheo. Il viaggio di Zaccheo termina dunque faccia a faccia con Gesù, riconosciuto come il suo Signore.
Vedere. Il cammino di Zaccheo è scandito dal verbo ‘vedere’ (vv. 3. 4. 5. 7): non solo dal suo sguardo, ma anche dallo sguardo di Gesù, quello che ci ricorda l’incrocio di sguardi tra Gesù e Pietro nel cortile del tribunale «Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto…e uscito, pianse amaramente». (Luca 22,61-62).
Oggi . Altre volte gli uomini si alzano in piedi, sorgono. Zaccheo invece scende. Presto e con gioia. Nella prima fase Gesù non gli chiede qualcosa, ma si offre ospite e compagno. E’ nella compagnia, nel dialogo che matura una decisione. Il Vangelo non riporta alcuna professione di fede. Altre volte gli uomini dicono: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Oggi si passa subito alle conseguenze della professione di fede: “La metà dei miei beni la do ai poveri e se ho rubato restituisco 4 volte tanto“. Zaccheo scopre ciò che gli impediva di vivere e ciò che corrompeva l’intenzione originaria del Creatore. Si riconcilia con la vita liberandola dal peso soffocante dell’avere. Sul sicomoro e in casa, in famiglia, matura un frutto nuovo. Occorre cogliere cosa c’è di insolito in questo evento.
Dal basso verso l’alto![3] Zaccheo, un uomo forse di una certa età, incuriosito dalla figura di Gesù desidera vederlo, ma a motivo della sua bassa statura è costretto ad arrampicarsi su di un albero. E quando Gesù giunge in quel luogo è lui ad alzare lo sguardo e a chiamarlo per nome, potremo dire lo incontra là dove si trova, nell’esperienza del limite e del peccato. Talvolta siamo convinti che il Padre guardi la nostra vita “dall’alto in basso”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo “dal basso verso l’alto!”, uno sguardo che si posa con delicatezza sulla vita di ciascuno di noi. È attraverso questo sguardo misericordioso, che Zaccheo recupera una giusta coscienza di sé ed è pronto a sanare con la carità il male che ha commesso.
Un albero… per andare oltre la folla!
Ciò che cambia la vita di Zaccheo è… un albero! È quell’albero che permette a Zaccheo di superare la folla che gli impedisce di vedere Gesù.  E tutti noi abbiamo una “folla” che in qualche modo ci oscura lo sguardo e sembra ostacolarci nell’incontro con il Signore. Siamo tutti di bassa statura. Dobbiamo avere il coraggio, qualche volta, di andare al di sopra della folla, del rumore, delle tante voci che ascoltiamo e delle cose che facciamo, per giocarci nell’incontro con Gesù.
A tutti noi quest’oggi è offerta la possibilità di salire su di un albero e di guardare il mondo, la vita, con occhi diversi, con gli occhi con cui siamo guardati da Gesù, occhi pieni di misericordia e di perdono… ad una condizione però: capire qual è l’albero su cui possiamo arrampicarci!

Domenica prossima Gesù sarà il sicomoro che il Padre ci fa trovare sul cammino, quell’albero della croce su cui arrampicarci e da cui scendere per sedersi alla “tavola eucaristica” dove Lui sta bene con noi e ascolta volentieri i nostri buoni propositi sociali e pasquali.


[1] Contro le eresie. Libro IV, 20,7.
[2] Vincenzo Andraous, classe 1954, detenuto ergastolano, da qualche tempo usufruisce di permessi premio e di lavoro esterno. E’ impegnato in attività sociali e culturali con scuole, parrocchie, e movimenti. E’ titolare di alcune rubriche mensili su riviste e giornali, ha conseguito premi letterari.
[3] Pino Pulcinelli




Infelice chi guarda solo a se stesso
P.Ermes Ronchi

Infelice chi guarda solo a se stesso

P. Ermes Ronchi (21/10/2010)

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e disprezza gli altri, denuncia anche a noi i rischi della preghiera: non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare i suoi figli. Ci si allontana dagli altri e da Dio; si torna a casa, come il fariseo, con un peccato in più.
Il fariseo inizia con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come tutti gli altri, ladri, ingiusti, adulteri. Non si confronta con Dio, ma con gli altri, e gli altri sono tutti disonesti e immorali. In fondo è un infelice, sta male al mondo: l’immoralità dilaga, la disonestà trionfa… L’unico che si salva è lui stesso. Onesto e infelice: chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
Io digiuno, io pago le decime, io… Il fariseo è affascinato da due lettere magiche, stregate, che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, Dio è come se non esistesse, non serve a niente, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la propria auto sufficienza. Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male, e il male sono gli altri. Che è un modo terribilmente sbagliato di pregare, che può renderci «atei». Invece, nel Padre Nostro, modello di ogni preghiera, mai si dice «io» o «mio», ma sempre «tuo» o «nostro». Il tuo regno, il nostro pane. Il fariseo ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Vita e preghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere.

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi, si batteva il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera e la fanno vera.
La prima parola è “tu”: Tu abbi pietà. Mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che lui fa, il pubblicano la edifica attorno a quello che Dio fa.
La seconda parola è: “peccatore”, io peccatore. In essa è riassunto un intero discorso: «sono un ladro, è vero, ma così non sto bene; non sono onesto, lo so, ma così non sono contento; vorrei tanto essere diverso, non ci riesco; e allora tu perdona e aiuta».
Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a un Dio più grande del suo peccato, vento che fa ripartire. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.
(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 34 (33) ; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)




23 ottobre 2022. Domenica 30a
LA CHIESA DELLA SOGLIA

domenica 30° C – 23 ottobre 2022

Preghiamo. Padre, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi;  guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 35,12-14.16-18
Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.
Salmo 34(33) Il povero grida e il Signore lo ascolta.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo.
[I Giusti] gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.16-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.  Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal vangelo secondo Luca 18,9-14
Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano (nientificavano) gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé (davanti a sé): “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza (lontano), non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato (reso giusto), perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

LA CHIESA DELLA SOGLIA. Don Augusto Fontana
Il brano del Vangelo di domenica terminava con la domanda di Gesù: <Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?>. La fede è l’architrave della porta di ingresso al Regno, ma la preghiera senza fede e umiltà diventa presunzione. La parabola di oggi parla della preghiera, ma in realtà è in gioco tutto il modo di concepire l’esistenza religiosa, cioè il rapporto con Dio e con gli uomini.
Siracide 34,18-35.
Il Libro del Siracide fu scritto nel 2° secolo a.C. da Yehoshua Ben Sirah. Intenzioni dell’autore: difendere il giudaismo tradizionale e ortodosso dagli influssi greco/ellenistici tra cui l’idea che Dio esiste, ma é lontano da noi. Il Libro[1] fu tenuto in grande considerazione dalla Chiesa primitiva e lo si offriva ai Catecumeni come una specie di Sillabario cristiano: forse per questo fu anche chiamato con il nome di ECCLESIASTICO. Il brano della liturgia di oggi è breve e risulta sacrificato rispetto al tema generale rappresentato da tutto il contesto dei capitoli 34-35. Il tema affrontato è quello del sacrificio offerto al Tempio. L’autore immagina una scena del Tempio dove il ricco offre numerosi sacrifici perchè Dio chiuda un occhio sulle sue ingiustizie, mentre il povero offre al Tempio solo il proprio lamento.  Secondo Ben Sirah la pratica della Tora’  è un vero e proprio culto. Anzi, il culto costituio dall’offerta al Tempio delle primizie del raccolto e di un decimo dei guadagni dovevano anche sfamare il forestiero, l’orfano e la vedova. Deuteronomio 26: «1Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, 2 prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. ….  Le deporrai davanti al Signore tuo Dio e ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio; 11 gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore tuo Dio avrà dato a te e alla tua famiglia. 12 Quando avrai finito di prelevare tutte le decime delle tue entrate, il terzo anno, l’anno delle decime, e le avrai date al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova perché ne mangino nelle tue città e ne siano sazi, 13 dirai dinanzi al Signore tuo Dio: Ho tolto dalla mia casa ciò che era consacrato e l’ho dato al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova secondo quanto mi hai ordinato; non ho trasgredito, né dimenticato alcuno dei tuoi comandi». Vedi anche Deut. 10,17 ss e Esodo 22,22-24.
Il sacrificio vero non è quello in cui si offre a Dio quello che si è sottratto agli altri ed il valore del dono non dipende dalla sua abbondanza, ma dalle disposizioni del cuore. Il vero adoratore in spirito e verità è il “povero”, “il giusto”. Il Siracide censura gli atti liturgici di quegli uomini che sfruttano il loro prossimo e credono di trovare il gradimento di Dio nel conformismo religioso. Si tratta di una “gara” tra due tipi di sacrificio, proprio come la “gara” tra il sacrificio di Caino e quello di Abele (Genesi 4,1-10), quello di Elia a confronto con quello dei profeti di Balaam (I Re 18, 20-40). Spesse volte il Primo Testamento affronta il problema della “crisi” di quel culto considerato impropriamente come “dare qualcosa a Dio”. (Isaia 1,10-17; 58,3-9; 29,13-14; Geremia 7,1-15; Amos 5,21-27). Anche Gesù, nella più pura tradizione profetica caccia i venditori dal Tempio (Matteo ,12-17) e dice che i veri adoratori adoreranno Dio in “spirito e verità” (Giovanni 4,23).
E’ d’obbligo un’altra puntualizzazione e riguarda il termine GIUSTIZIA. La nostra parola traduce in modo inadeguato il termine ebraico TZEDAQAH. Quando Israele loda la giustizia di Dio non pensa a quel tipo di giustizia da tribunali che consiste nel pronunciare una sentenza giusta; il popolo, invece, lo ringrazia perche’ Dio parteggia per il suo popolo. La giustizia di Dio è la sua fedeltà alla alleanza il cui frutto è la liberazione/salvezza. Quando il Salmo 48,11 dice “Della tua giustizia è piena la tua destra” è come se dicesse:”tu continui a intervenire nella liberazione”. Anche per l’uomo il suo “essere giusto” significa “essere fedele alla comunità” come fa Dio. Secondo Matteo 6,33 la giustizia è un dono che Dio dà a coloro che lo desiderano. Paolo dirà che non è l’operare dell’uomo che fonda la comunione con Dio, ma l’azione di Dio attraverso Gesù: <Ora invece, indipendentemente dalla Legge (Torah) sì è manifestata la giustizia di Dio… per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono> (Romani 3,21ss).
Luca 18,9-14.
Nella preghiera si rivela chi si sente giusto e chi si sente reso giusto. I protagonisti sono 3: Dio, il fariseo, il pubblicano[2].
Esistono due introduzioni del brano. Una é esplicita: «Disse questa parabola per alcuni che confidavano su se stessi di essere giusti e disprezzavano (il testo originale greco “exuthenéo” significa: nientificavano) i rimanenti (il termine greco “loipùs” usato da Luca indica “gli avanzi”; gli altri sono considerati come gli avanzi lasciati in un piatto) ». L’altra introduzione é l’ouverture della parabola: «Due uomini salirono al tempio per pregare».

Due uomini. Il fariseo e il peccatore più che due persone sono due atteggiamenti che possono convivere in noi. Proprio come diceva Gesù: dentro di noi può esserci il lievito dei farisei (Lc. 12, 1ss) o il lievito del regno (Lc.13,18-21).
Salirono al tempio. La stessa azione “buona” può essere fatta con uno spirito e un risultato opposti.
Per pregare. Come noi oggi. Il fariseo dice: «Io non sono come quel peccatore là!». Il pericolo nostro é di dire: «Io non sono come quel fariseo!»
Il fariseo. Un uomo maledettamente praticante e separato da coloro che non praticano gli insegnamenti della Toràh.
In piedi. E’ la posizione corretta della preghiera; significa “davanti a Dio”.
Pregava davanti a sé. In realtà sta davanti al proprio io. Il suo non é un dialogo, ma un monologo.
Ti ringrazio“. Fa “eu-carestia”, ma invece di elencare le opere di Dio (come fa il “Magnificat”), elenca le proprie opere e si differenzia dagli altri.
Dio ha detto “Io-sono”; il fariseo dice “Io-non-sono”: mentre cerca di dichiarare la sua diversità, di fatto dichiara il suo nulla. Mentre si confronta con “questo pubblicano” non s’accorge di essere davanti ad uno specchio.
Io-non-sono come i rimanenti uomini. Sta cercando di differenziarsi, ma, come vedremo, lui é ciò che rimprovera agli altri.
…che sono rapaci: i rapaci si appropriano delle cose altrui; anche il fariseo di fatto si appropria dei beni di Dio.
…ingiusti. Gli ingiusti sono coloro che non fanno la volontà di Dio. Il fariseo trasgredisce il comandamento dell’amore.
…adulteri. Sono coloro che tradiscono il partner. Anche il fariseo si prostituisce all’idolo del proprio io.
Digiuno…pago la decima. Non solo osserva le prescrizioni della Torah, ma le supera. Il digiuno era prescritto una volta all’anno nel Giorno della Espiazione (Levitico 16,29 ss) e questo super-digiuno del fariseo mirava a riparare le molte violazioni della Legge da parte del popolo non osservante. La decima doveva essere pagata dal produttore e non dal consumatore: ma lui, per scrupolo, in caso il produttore non lo avesse fatto, versa la decima al suo posto.
Anche il pubblicano parla di sè, ma in maniera diversa. Il fariseo <pregava>, il pubblicano <diceva>; la differenza sta nel fatto che la preghiera del pubblicano non pretende di essere tale ed è solo un <dire> (egli forse pensava: <Non so se le mie preghiere valgano qualcosa o addirittura se sono vere preghiere>). La vera diversità tra i due non è il modo di valutare se stessi, ma nel diverso modo di valutare Dio.
Per Gesù non esistono uomini giusti, ma uomini giustificati (resi giusti).
La Chiesa del fariseo è la Chiesa maledettamente devota, presuntuosa della propria identità e della verità che presume di possedere, è la Chiesa che non sente il bisogno di confrontarsi con l’uomo (“peccatore”). La Chiesa del pubblicano è la Chiesa della soglia, che non vanta prerogative o meriti né davanti a Dio né davanti agli uomini. Scriveva Enzo Bianchi in “La differenza cristiana”(Einaudi): “Sovente gli interlocutori dei cristiani sem­brano attendere una chiesa che ascolti pri­ma di parlare, che accolga prima di giudica­re, che ami questo mondo prima di difen­dersene, che si nutra di creatività piuttosto che di paura, che sappia annunciare profe­ticamente piuttosto che accusare”.


[1] E’ considerato ispirato solo nella tradizione cattolica e ortodossa, mentre è escluso dal canone ebraico e protestante perché considerato apocrifo.
[2] La loro cattiva fama di collaboratori del governo d’occupazione romano ed esattori delle tasse era spesso peggiorata dal fatto che alcuni usavano le grandi somme che guadagnavano per praticare l’usura.