La lezione di preghiera della vedova
P. Ermes Ronchi

La lezione di preghiera della vedova.
Ermes Ronchi (Avvenire 14/10/2010)

XXIX Domenica Tempo Ordinario – Anno C

Per mostrarci che bisogna pregare sempre senza stancarsi Gesù ci invita a scuola di preghiera da una povera vedova. Lungo tutto il vangelo il Maestro rivela come una predilezione particolare per le donne sole e le rende strumento di verità decisive. C’era un giudice corrotto in una città. E una vedova si recava ogni giorno da lui: fammi giustizia! Che bella immagine di donna forte, dignitosa; che non si arrende all’ingiustizia e nessuna sconfitta l’abbatte. In questa donna, fragile e indomita, Gesù mostra due cose: il modo di chiedere (con tenacia e fiducia) e il contenuto della richiesta. La vedova chiede giustizia a chi fa la giustizia, chiede al giudice di essere vero giudice, di essere se stesso. E così accade nel nostro andare da Dio: pregare è in fondo chiedere a Dio di darci se stesso. Ed è tutta la prima parte del Padre Nostro: sia santificato il tuo nome…, sia fatta la tua volontà. Che è come chiedere Dio a Dio: donaci te stesso! Il grande mistico Maister Eckart diceva: Dio non può dare nulla di meno di se stesso. E Caterina da Siena aggiungeva: ma dandoci se stesso ci dà tutto. Ma allora perché pregare sempre? Non perché la risposta tarda, ma perché la risposta è infinita. Perché Dio è un dono che non ha termine, mai finito. E poi per riaprire i sentieri. Se non lo percorri spesso, il sentiero che conduce alla casa dell’amico si coprirà di rovi. Vanno sempre riaperti i sentieri del Dio amico. Ma come si fa a pregare sempre? A lavorare, incontrare persone, studiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Innanzitutto pregare non significa recitare preghiere, ma sentire che la nostra vita è immersa in Dio, che siamo circondati da un mare d’amore e non ce ne rendiamo conto. Pregare è come voler bene. Se ami qualcuno, lo ami sempre. Qualsiasi cosa tu stia facendo non è il sentimento che si interrompe, ma solo l’espressione del sentimento. «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand’è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio» (sant’Agostino). Pregare sempre si può: la preghiera è il nostro desiderio di amore. Ma Dio esaudisce le preghiere? Sì, Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse (Bonhoeffer): il Padre darà lo Spirito Santo (Lc 11,13), io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora in lui (Gv 14,23). Non si prega per ricevere ma per essere trasformati. Non per ricevere dei doni ma per accogliere il Donatore stesso; per ricevere in dono il suo sguardo, per amare con il suo cuore.

(Letture: Esodo 17, 8-13; Salmo 120; 2 Timòteo 3, 14-4,2; Luca 18, 1-8).




16 ottobre 2022. 29a Domenica
RIMANI SALDO!

29° Domenica C – 16 ottobre 2022

 Preghiamo. O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la Chiesa raccolta in preghiera; fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti, che gridano giorno e notte verso di te. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Èsodo. Es 17,8-13.
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
SALMO  120 Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra.
Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele.
Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre.
Dalla seconda Lettera di Paolo a Timoteo 3,14-4,2
Tu rimani fermo, fedele alla verità che hai imparato e della quale sei pienamente convinto. Ricorda da chi l’hai imparata. Tu conosci la sacra Bibbia già da quando eri bambino: essa può darti la saggezza che conduce alla salvezza, per mezzo della fede in Cristo Gesù. Tutto ciò che è scritto nella Bibbia è ispirato da Dio, e quindi è utile per insegnare la verità, per convincere, per correggere gli errori ed educare a vivere in modo giusto. E così ogni uomo di Dio può essere perfettamente pronto, ben preparato a compiere ogni opera buona. Voglio farti una raccomandazione: predica la parola di Dio, insisti in ogni occasione, rimprovera, raccomanda e incoraggia, usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare.
Dal Vangelo secondo Luca 18,1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

RIMANI SALDO! Don Augusto Fontana
Resistenza nella fede e nella vita.
Il cristiano è uno che si arruola nella “resistenza”. Paolo, nella lettura odierna, invita Timoteo a “rimanere saldo“: «insisti in ogni occasione, rimprovera, raccomanda e incoraggia, usando tutta la tua pazienza e la tua capacità d’insegnare».
Mosè sulla cima del colle pianta il bastone di Dio come richiamo a non arrendersi e a fare resistenza. La pietra, che viene messa sotto Mosè, è Cristo; non serve per dormirci sopra, ma per resistere sveglio. La vedova, che appartiene alla categoria dei poveri sconfitti, sa ancora chiedere giustizia. La preghiera è una faccia della resistenza. Per me è difficile resistere in preghiera quando non provo nulla, non sento nulla, quando Dio pare nascondersi. Il cristiano sa resistere, per fede, anche nei momenti di emergenza sociale quando si presentano deviazioni e mostri inquietanti, quando i valori sono minacciati e il senso della vita è in pericolo. Nei periodi di tranquillità spesso le minacce stanno nascoste tra le pieghe di un apparente benessere. Il cristiano fa resistenza contro tutti i fanatismi, le intolleranze, i settarismi, gli integralismi anche nella comunità cristiana. Il cristiano sa compiere azioni significative di disturbo contro le liturgie del conformismo, le prepotenze del padrone di turno. Il cristiano sa gettare lo scompiglio in mezzo ai cortei del consenso organizzato, della piaggeria, della vendita del cervello all’ammasso. Sa resistere nonostante l’implacabile martellamento della pubblicità e della propaganda, i ricatti e i condizionamenti dell’ambiente; è un…partigiano che compie azioni di sabotaggio contro tutte le pratiche idolatriche. [1]
La preghiera che vince. Esodo 17,8-13
Con qualche tonalità di una religione ancora “magica” e molto guerrafondaia, siamo nel contesto della battaglia di Israele contro Amalek[2] e gli Amaleciti. Gli Israeliti erano decisi a occupare le terre di Canaan dopo l’uscita dall’Egitto. Amalek era diventato il simbolo di tutti i nemici di Israele. Quindi la vittoria su Amalek diventa emblematica per il popolo di Dio. Il fatto accade dopo la “tentazione” che il popolo ha subìto a Massa e Meriba dove ha gridato a Dio: «Il Signore è in mezzo a noi, si o no?» (Esodo 17,7). La descrizione delle alterne vicende della battaglia vuol insegnare che l’esito dipende dalla preghiera di Mosè. Il personaggio principale è “il bastone di Dio” che Mosè tiene alto sopra i combattenti, poichè l’esito della battaglia dipende dalla posizione del bastone. Questa interpretazione trova conferma dal nome che Mosè dà all’altare costruito dopo la battaglia: Jahwè-Nissi, cioè Jahwè-mia-bandiera oppure Jahwè-mio-segnale. Il termine ebraico nes indica una pertica innalzata su una collina in segno di mobilitazione e raccolta. E’ lo stesso bastone che ha scatenato le piaghe in Egitto, che ha aperto il Mar Rosso, che ha fatto scaturire l’acqua dalla roccia di Refidim. Mosè tiene dunque visibile il segno della presenza di Dio; lo aiuta una pietra su cui si siede e due braccia di fratelli che lo sostengono nella invocazione; l’interpretazione cristologica dice che la pietra è Cristo che sostiene la preghiera dei credenti. Infatti ogni preghiera al Padre termina sempre con “Per Cristo nostro Signore[3]. E Aronne e Cur rappresentano l’aiuto solidale della comunità che sostiene la fedeltà orante.
La preghiera che trova risposta (Luca 18, 1-8).
La parabola del giudice che tira per le lunghe è legata agli interrogativi nella chiesa di Luca sul ritardo della soluzione escatologica. Il brano di oggi va letto con riferimento alla Parabola dell’amico importuno (Lc. 11,5-8) ma soprattutto a Luca 17, 20-37: «Interrogato dai farisei:  «Quando verrà il regno di Dio?»,  rispose:  «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Il cristiano è come una vedova priva dello sposo o di un amante che attende l’amante: “fammi sentire la tua voce, perchè la tua voce è soave” (Cantico dei cantici 2,14). La preghiera serve a tenere sveglio il desiderio. L’uomo non può produrre il Regno di Dio; può però invocarlo e accoglierlo: “Venga il tuo Regno”.
La preghiera è un “consumare gli occhi dietro la promessa di Dio” come esprime bene il Salmo 119, 81-84 :«Mi consumo nell’attesa della tua salvezza, spero nella tua parola. Si consumano i miei occhi dietro la tua promessa, mentre dico: “Quando mi darai conforto?” …Quando farai giustizia dei miei persecutori?». Scrive il biblista André Wenin: “La preghiera di supplica non esclude la lotta. La presuppone e la prepara. Ma quando la lotta è divenuta inutile e quando il male rischia di dilagare, resta il grido. E gridare, chiamare, supplicare è già dare prova di libertà nella sofferenza stessa, è rifiutarsi di dimettersi, di lasciarsi abbattere, di rassegnarsi” (A.Wenin, Des louanges. Entrer dans le psautier,  Lessius, 2022, pag.57).
Bisogna pregare sempre: Paolo dice: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor. 10,31). La preghiera non si sostituisce alle occupazioni, ma le illumina e le indirizza. L’azione che non nasce dalla preghiera è come una freccia scoccata a caso da un arco allentato, senza la forza, quindi, di raggiungere il bersaglio.
Senza incattivirsi: che significa anche “senza scoraggiarsi”. La preghiera per me è spesso il luogo della noia e dello scoraggiamento. Sembra tempo perso. La preghiera è una lotta (Rom.15,30; Col.4,12; Gn 32,22ss).
Un giudice senza pietà : questa è l’idea che ci siamo fatti di Dio: un Dio senza pietà.
Vedova: è la chiesa di Luca che non può contare che sull’insistenza e sul desiderio.
Fammi giustizia: corrisponde alla preghiera “Liberaci dal male!“.
A lui non dobbiamo chiedere delle cose, ma Lui stesso, lo Spirito Santo. Gli eletti sono coloro che gridano a Lui giorno e notte senza incattivirsi con Dio perchè davanti agli occhi di Dio “un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di convertirsi” (II Pietro 3,8s).[4]
Troverà fede?: il vero problema non è la lentezza di Dio, quanto piuttosto la nostra fede esaurita.
Dalla benedizione, all’invocazione, alla benedizione.[5]
La preghiera per eccellenza della tradizione biblico-ebraica è la preghiera di benedizione, come dicevamo domenica scorsa: «Benedetto sei tu Signore nostro Dio, re dell’universo che crei ogni sorta di beni».
Nella Parabola dell’Evangelo si dichiara che, se anche le condizioni appaiono impenetrabili (il giudice è ateo e disumano), la vittoria del caos non è definitiva. Luca vuole educare alla preghiera perseverante. Quali sono le caratteristiche di una preghiera perseverante?
Il testo greco dice “pàntote”, che può significare: assiduamente, continuamente, in ogni momento e necessità. Ma la seconda precisazione (“senza stancarsi“) sottende una possibile situazione di delusione per un Dio che non mantiene le promesse.
Luca qui sembra riprendere le espressioni Paolo sul “pregare sempre” (2 Tess. 1,11; Filip. 1,4; Rom. 1,10; Col. 1,3) e “senza stancarsi” ( 2 Tess. 3,13; 2 Cor. 4, 1-16; Gal. 6,9; Efes. 3,13). La preghiera assidua non significa moltiplicare le parole (Matt. 6,7): la perseveranza non sta tanto nella ostinazione dell’atto del pregare, quanto nell’ostinazione a fidarsi di Dio e a credere nel suo amore nonostante le apparenti smentite. Se a prima vista pare che la Parabola metta al centro la vedova e la sua preghiera perseverante, a ben vedere il protagonista è il giudice.
A questo proposito cito un sorprendente parallelismo in un brano del Libro del Siracide 35,12-24: «Il Signore è giudice e non v’è presso di lui preferenza di persone. Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità. Il Signore non tarderà e non si mostrerà indulgente sul loro conto, finché non abbia spezzato le reni agli spietati e si sia vendicato delle nazioni; finché non abbia estirpato la moltitudine dei violenti e frantumato lo scettro degli ingiusti; finché non abbia reso a ognuno secondo le sue azioni e vagliato le opere degli uomini secondo le loro intenzioni; finché non abbia fatto giustizia al suo popolo e non lo abbia allietato con la sua misericordia. Bella è la misericordia al tempo dell’afflizione, come le nubi apportatrici di pioggia in tempo di siccità».
Scriveva Padre Ernesto Balducci[6]: «Pregare è anche non credere di essere innocenti nei confronti delle ingiustizie della società. La vera preghiera non è pre-politica, ma post-politica: la si fa dopo aver compiuto tutto quello che si deve fare per frenare gli spietati e difendere la giustizia. Ed è nella preghiera che si coltiva la speranza. Pregare è prendere le distanze da quel mondo che deride gli inermi. Pregare non è allenarsi alla rassegnazione, ma abituarsi anche alle nobili provocazioni nei confronti di Dio che sembra dormire mentre l’ingiustizia domina. La riserva per un futuro di un mondo diverso è quella pazienza dei poveri che l’hanno custodita in sè non con la cultura, ma con l’ostinata preghiera».


[1] da Pronzato PAROLA DI DIO, commento Ciclo C, Ed. Gribaudi, pag.266-269.
[2] Amalek è nipote di Esaù (Gen 36, 4. 10-12;15-16; 1Cr 1,35-36)
[3] da SERVIZIO DELLA PAROLA n.182, ottobre 86,  pag. 69-72, Queriniana
[4] da UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI LUCA pag 258-267, Ed. Dehoniane.
[5] da SERVIZIO DELLA PAROLA n. 182, ottobre 86, pag 73-74, Ed. Queriniana
[6] E. Balducci, IL MANDORLO E IL FUOCO”, Vol. 3 , Ed. Borla, pag. 344




ALBERI IN CITTA’ PER COMBATTERE LO SMOG
Carlo Timio (ROCCA n. 19)

Alberi in città per combattere lo smog

Carlo Timio[1] (ROCCA 1 ottobre 2022)

Complice la pandemia da Covid-19 che ha spinto la gran parte della popolazione mondiale a un forzato e prolungato periodo di lockdown – sperimentando quanto sia fon­damentale avere un’area verde vicino a casa per il proprio benessere fisi­co e mentale -, il tema della presenza de­gli alberi nelle città è tornato prepotente­mente alla ribalta. Ma da dove deriva que­sta rinnovata sfida a rendere i centri ur­bani sempre più verdi? Una nuova moda, inediti interessi, oppure questo confronto cela significati ben più profondi? Faccia­mo un po’ di ordine. Va da sé che la pian­tumazione di alberi genera numerosi ef­fetti positivi tra cui un miglioramento del­lo stile di vita e della salute pubblica gra­zie alla capacità di ridurre l’inquinamen­to sia ambientale che acustico. Il verde pubblico produce una riqualificazione estetica dei paesaggi urbani e mitiga il fe­nomeno delle isole di calore urbano – che in climatologia rappresentano delle aree più calde all’interno della città che coinci­dono con le zone maggiormente antropiz­zate rispetto alle circostanti aree periferi­che – dovuto a una diffusa cementifica­zione, alle superficie asfaltate, alle emis­sioni di Co2 di autoveicoli, impianti di ri­scaldamento e raffreddamento. Ed è così che la forestazione urbana, secondo nu­merosi studi scientifici, viene considerata la soluzione più efficace ed economica per mitigare l’inquinamento atmosferico, in quanto gli alberi sono eccezionali purifi­catori d’aria. Infatti, grazie al processo della fotosintesi clorofilliana, assorbono tramite le foglie, il tronco e le ramifica­zioni, una grande quantità di particolato atmosferico e gas inquinanti, producendo in cambio ossigeno. Tenuto conto che con ogni probabilità è proprio nelle città che si gioca la partita più decisiva per il futu­ro, è nei settori quali la rigenerazione ur­bana, consumo del suolo, mobilità, acces­sibilità, qualità dell’aria e dei servizi che si dovranno concentrare maggiori energie e finanze. Il tutto per garantire più benes­sere per le città e i suoi abitanti. C’è chi pensa perfino che gli alberi dovrebbero essere ritenuti come un’infrastruttura di salute pubblica. Del resto, mentre da un lato sono sotto gli occhi di tutti i benefici che il verde genera nelle città, dall’altro va considerato che ogni anno, tra i tre e i quattro milioni di persone in tutto il mon­do muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico (asma, malattie cardiache, ictus, ecc.). E allora cosa aspettare? Se­condo uno studio dell’organizzazione americana Nature Consevancy si è dimo­strato che con otto dollari a persona all’an­no si potrebbe prevenire la perdita di al­beri, documentando anche che oggi le cit­tà investono di meno nella cura del verde urbano rispetto agli anni passati. È stato anche evidenziato che la carenza o scarsa presenza di alberi è spesso connessa con il reddito medio dei quartieri, creando di­suguaglianze rispetto alla salute delle per­sone. Negli Stati Uniti la differenza nelle aspettative di vita tra quartieri vicini può arrivare a variare addirittura di un decen­nio. Il verde urbano è ormai diventato un’esigenza imprescindibile, un elemento che fa da sfondo alla ricerca di qualità della vita in città: che sia un parco o un singolo albero, l’importante è che si individui, nella fase di progettazione urbana, la giu­sta collocazione per il verde. Una buona soluzione potrebbe essere quella di inco­raggiare politiche che inducono i privati cittadini a piantare alberi, educandoli sui benefici della salute pubblica così come sull’impatto economico delle zone verdi. Lo sostiene anche Ban Ki Moon, ex Segre­tario Generale dell’Onu, quando afferma che «le città sono il luogo in cui la batta­glia per lo sviluppo sostenibile sarà vinta, o persa». Anche nella dichiarazione finale del vertice G20, tenutosi a Roma il 31 ot­tobre 2021, si riconosce «l’urgenza di com­battere il degrado del suolo e creare nuo­ve vasche di assorbimento del carbonio, condividendo l’obiettivo ambizioso di pian­tare collettivamente mille miliardi di al­beri entro il 2030». Un impegno che per l’Ue si è tradotto nella «Strategia europea per la biodiversità al 2030» che mira a piantare almeno tre miliardi di alberi sup­plementari entro la fine del decennio. Anche nel Pnrr si parla della necessità di una riforestazione urbana. Ma ciò non basterà a creare degli ecosistemi sosteni­bili finché gli alberi verranno considerati un arredo urbano – l’ultimo tassello da aggiungere alla fine di una pianificazione urbana – e non piuttosto elementi indispen­sabili in una visione ecosistemica del ver­de urbano attorno a cui sviluppare una progettazione urbanistica. Gli alberi, in­fatti, fanno bene alla città. Questa affer­mazione dovrebbe rappresentare un man­tra cui gli amministratori locali non devo­no sottrarsi. Ma in Italia, cosa si sta fa­cendo su questo fronte? Secondo Asvis, l’Al­leanza italiana per lo sviluppo sostenibile, sono otto su centonove (il sette per cento) i Comuni capoluogo di provincia che di­chiarano di aver elaborato un Piano del verde. Tuttavia, ad oggi sono diverse le città che si stanno dando da fare. A Mila­no, con il progetto Forestami si cerca di creare ecosistemi urbani innovativi e so­stenibili in cui natura vegetale e città agi­scono come un unico organismo, con l’obiettivo di piantare tre milioni di alberi entro il 2030. A Torino il portale aperTo raccoglie open data in cui si riportano le alberate del territorio comunale. A Pado­va è partito il progetto «diecimila nuovi alberi» con una pianificazione di lungo termine. Il Cnr di Bologna ha stilato una lista per identificare le piante migliori da utilizzare, mentre la Regione Toscana ha emanato le linee guida da seguire per la qualità dell’aria in merito ad alberi e alla loro messa a dimora nei centri urbani. E ancora, la piattaforma Forest City per il crowdfunding a Prato, un progetto di fo­restazione urbana che coinvolge anche i cittadini, e i piani di Parma, Rimini e Man­tova aprono sempre di più a una diffusio­ne di nuove giungle urbane. Ad ogni modo, se questa è l’attuale situazione italiana, allora c’è ancora molto da fare. Forse è bene ricordare quali sono i numerosi be­nefici degli alberi. Gli alberi producono ossigeno, nello specifico, in una sola sta­gione, un albero adulto genera la quantità di ossigeno necessaria a dieci persone; puliscono l’aria, fungendo da barriere con­tro l’inquinamento e filtro per l’aria in quanto un albero adulto in ambiente ur­bano può incorporare una quantità di carbonio pari a 10-20kg di Co2 ogni anno; contribuiscono al controllo delle acque grazie alle chiome che intercettano fino al quindici per cento delle precipitazio­ni; riducono il caldo grazie alla loro tra­spirazione che fa diminuire la tempera­tura dell’aria da due a otto gradi; miglio­rano la salute mentale e il benessere per­ché la natura è terapeutica e aiuta a recuperare il senso del tempo biologico; contribuiscono a incrementare l’apparte­nenza alla comunità, riducendo isolamen­to e emarginazione, promuovendo nuovi stili di vita; proteggono il suolo, renden­do più stabili i terreni; difendono dai ru­mori grazie alle fronde che attutiscono una buona parte del caos delle città me­tropolitane; valorizzano gli immobili com­plice la loro bellezza che rende i palazzi di maggiore valore; stimolano lo sviluppo dei bambini, contribuendo alla loro crea­tività e aumentando la loro capacità di resistere alle avversità; rappresentano una memoria storica, divenendo parte integrante del paesaggio circostante. Con questi innumerevoli benefici sia pubblici che privati, e anche in un’ottica di com­battere seriamente il riscaldamento glo­bale, per riprendere le parole del botani­co Stefano Mancuso: «Occorrerebbe pian­tare mille miliardi di alberi». Il quale poi continua: «Negli ultimi due secoli l’uomo ha tagliato due mila miliardi di alberi. Gran parte di ciò che sta accadendo al pianeta è dovuto anche all’alterazione conseguente a questa enorme riduzione della superficie arborea. Gli alberi sono l’unica cosa che assorbe l’anidride carbo­nica. In Italia se ne potrebbero piantare sei miliardi soltanto usando le terre agri­cole abbandonate dagli anni Ottanta ad oggi». E allora, se con ogni probabilità, uno dei modi più semplici ed economici per migliorare la salute delle persone è piantare alberi – che oltre ad essere belli e a rendere più gradevoli i centri abitati, regalano anche una preziosa aria pulita -, perché la piantumazione di al­beri non viene inclusa nei finanziamenti per la salute pubblica?


[1] Laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Perugia, Master in Relazioni Internazionali presso la London Metropolitan University e in Comunicazione Digitale e Web Marketing presso il Sole 24 Ore. Ha lavorato come Addetto Stampa presso il Ministero dell’Interno e come consulente per le relazioni internazionali presso l’Università per Stranieri di Perugia, con la Presidenza del Consiglio dei Ministri, e con l’Unesco. Redattore del “Corriere dell’Umbria”. Collaboratore del quindicinale ROCCA.




Lavoro: il fenomeno del quiet quitting

Lavoro: il fenomeno del quiet quitting, stacanovismo vs benessere

https://www.tgcom24.mediaset.it/donne

 Tanti lavoratori rinunciano alla super-performance e all’attivismo professionale a favore di una vita più rilassata.

Sempre connessi, lavorando oltre l’orario e assumendosi responsabilità superiori a quelle previste dalla propria funzione? No grazie.
Sono sempre di più i lavoratori che optano per il cosiddetto quiet quitting, ovvero si attengono a quanto scritto nel loro contratto, quanto a impegno e a orari, senza spingersi oltre a scapito della propria vita personale.  In questo modo lo stress è molto inferiore e anche la qualità della vita ci guadagna, con più tempo libero, un approccio più rilassato agli impegni professionali e minore rischio di burnout. Il fenomeno è presente da molto tempo, ma è diventato più evidente dopo la pandemia, occasione in cui molte persone hanno ripensato il proprio rapporto con il lavoro, con le proprie aspettative e con i propri simili.
CHE COS’È IL QUIET QUITTING
L’espressione, tradotta alla lettera, potrebbe suonare come “abbandono silenzioso”.  In pratica consiste nell’attenersi strettamente alle proprie mansioni e solo a quelle, come previste nel contratto di lavoro e per le quali si percepisce un certo stipendio.  Niente straordinari, dunque, niente responsabilità in prima persona oltre i limiti della propria funzione, coinvolgimento personale ridotto all’osso. Detto così, assomiglia molto al fare il minimo indispensabile per non essere licenziati, tipico di chi è attaccato al proprio “posto fisso” raccontato anche da Checco Zalone nel film “Quo Vado?”. In realtà, occorre leggere il fenomeno, nato negli Stati Uniti, come contrapposizione a un altro approccio alla vita professionale, tipico della società americana: la “hustle culture”, secondo la quale tutta la vita è dominata da un’attività febbrile, in cui il lavoro dilaga in modo incondizionato e fagocita l’intera giornata: potremmo chiamarla iperlavoro o stacanovismo. Quando il modello dominante è di questo genere, il fatto di rallentare per tornare a ritmi più normali è ben diverso dall’essere lavativi.
COME È NATO
 Il termine “quiet quitting” ha fatto la sua comparsa nel 2009, in occasione di un simposio di economia, ed è stato coniato dall’economista Mark Boldger. Da qualche tempo il fenomeno dilaga sui social network, in cui numeri crescenti di persone si dichiarano intenzionate ad un approccio più rilassato al mondo professionale, rifiutando la cultura che ci vuole sempre connessi e sempre sul pezzo. La filosofia del quiet quitting punta a mettere un confine tra sé e la propria vita lavorativa, per godere anche di altri aspetti dell’esistenza, tra cui la famiglia, la vita e gli interessi personali, la soddisfazione di certe curiosità.  Il fenomeno sembra più diffuso tra i giovani, per i quali l’attività professionale non è più al vertice delle aspettative di autorealizzazione. Insomma, il lavoro comincia a non essere più l’unica realtà in grado di definirci.
BURNOUT VS. PIGRIZIA
Anche per questo fenomeno, come spesso accade, ci possono essere diverse chiavi di lettura. Da un lato, il fatto di attenersi allo stretto indispensabile e di lavorare quel tanto che basta per non essere licenziati è ben diverso dal rifiutarsi di essere travolti dai compiti e dalle responsabilità, con straordinari non pagati e con mansioni molto superiori a quelle previste dal contratto e non adeguatamente retribuite. Il primo caso è naturalmente deprecabile, mentre è difficile non essere d’accordo con chi appartiene al secondo gruppo. Il datore di lavoro, da parte sua, spesso sfrutta proprio il demansionamento o addirittura il mobbing, per invogliare il dipendente a licenziarsi. In questo modo, però, il lavoratore è sempre più portato a disaffezionarsi al proprio lavoro e a dedicarvisi con il minimo impegno la minor fatica possibile.
IL GIUSTO MEZZO
Lavorare con passione rende l’impegno professionale molto più gratificante che trascinare le giornate stancamente, aspettando solo l’orario in cui andarsene a casa. Il fatto però di non lasciarsi trascinare oltre i limiti di quello che la propria posizione prevede è un atteggiamento sano che, tra l’altro, è a salvaguardia della salute. Il burnout, ossia l’esaurimento completo delle risorse psicofisiche, è una condizione di estremo malessere, ma è controproducente anche per il datore di lavoro perché il dipendente in queste condizioni è meno efficiente e più soggetto a commettere errori. Il 2021 è stato, negli Stati Uniti, un anno in cui si sono verificate dimissioni di massa da parte di persone impiegate soprattutto nell’ambito dei servizi: secondo un sondaggio realizzato negli Stati Uniti dal Pew Research Center, i lavoratori dipendenti hanno iniziato a pensare in modo del tutto diverso alle proprie ambizioni professionali, allo stipendio e alle possibilità di carriera, attribuendo sempre maggiore considerazione al modo in cui sono trattati in azienda e alle eventuali opportunità di progresso.
Sono stati proprio questi due aspetti, insieme alla bassa retribuzione e alla sensazione di non essere rispettati, i motivi principali per cui hanno deciso di licenziarsi. Ma soprattutto è stata messa in discussione la filosofia per cui il lavoro viene al primo posto nella vita sempre e comunque, tanto è vero che numeri crescenti di americani hanno scelto di rinunciare al lavoro per inseguire sogni, passioni, stili di vita più sostenibili. Il quiet quitting si propone questi stessi obiettivi, anche se in forma meno estrema rispetto alle dimissioni vere e proprie. Non si tratta più di smettere di lavorare (dati i tempi che corrono, chi può permetterselo?),  ma di lavorare meglio, senza lasciarsi stritolare dal sistema e, soprattutto, con la possibilità di lasciare in ufficio, a orario scaduto, preoccupazioni e ansie legate al lavoro.




9 ottobre 2022. Domenica 28a
RENDIAMO GRAZIE

28 domenica C

 Preghiamo. O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 Dal secondo libro dei Re 5,14-17
In quei giorni, Naamàn [il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]. Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.  Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».
Salmo 97  Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2,8-13
Carissimo, ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna.  Certa è questa parola:  Se moriamo con lui, vivremo anche con lui;  se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo;  se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà;  se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele,  perché non può rinnegare se stesso.
Luca 17, 11-19 Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!». 

RENDIAMO GRAZIE AL SIGNORE NOSTRO DIO. Don Augusto Fontana
            Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto o per garantirci un eventuale successivo intervento da parte di chi ci ha fatto un piacere. E questo sia con gli uomini che con Dio.
Luisa e Maria sono rispettivamente suocera e nuora. La nuora tiene le distanze dalla suocera, ma questa un giorno le fa un regalo per il compleanno; regalo immediatamente ricambiato con un ugual regalo perchè, dice la nuora, “non voglio avere conti aperti con mia suocera“. Anche Luigi, uscendo dall’ambulatorio medico, allunga una mancia allo specialista che lo ha visitato perchè, pensa, “Non si sa mai, posso sempre aver ancora bisogno“. E per molti di noi, Dio è molto simile ad una pompa di benzina da cui attendiamo che escano guarigioni, promozioni, lavoro, vincite, benedizioni e requiem eterna per i morti. E’ così difficile relazionarci con Dio e con gli uomini in un maturo atteggiamento di riconoscenza. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. E’ il modo più vero per riconoscere che siamo esseri in dialogo e in interscambio. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi. Dire e fare riconoscenza è ciò che definisce il nome nuovo della «Messa» che, dopo il Concilio Vaticano II, si chiama «Eu-caristia»; il termine deriva da due parole della lingua greca che significano ” fare una bella azione di grazie”: una grazia che scende da Dio e un grazie che sale a Lui non solo dalle labbra, ma anche da una vita coerente.  In ebraico viene chiamata con il termine “Todah” che significa “lode” dopo che si è avvertita l’irruzione di Dio negli eventi della mia e nostra vita. Questa lode è preceduta dalla memoria (anàmnesis), dal racconto, dalla nostra presa di coscienza delle meraviglie di Dio negli eventi ed è seguita dalla supplica (epìklesis) perchè Dio continui la sua azione e la porti a compimento.
Le letture bibliche di oggi ci annunciano diversi temi a cui farò cenno, fermandomi poi su quello dello stupore e della riconoscenza.
Dio tra pagani, samaritani, impuri e servette.
Il “Raccontino popolare” del Libro dei Re contiene diversi elementi narrativi a cui corrispondono diversi elementi teologici: il Dio di Israele non è un Dio esclusivista e salva tutti anche fuori dai confini religiosi di Israele; Dio si serve di cause umili per operare le sue meraviglie (i versetti 1-13, omessi dalla prima lettura liturgica,narrano di una ragazzina ebrea schiava che invita Naaman a recarsi dal profeta);  Naaman è pagano, ma accetta di andare a cercare la salvezza altrove, anche da altro Dio diverso dal suo.
Anche il Vangelo di oggi stupisce per lo squarcio che apre nel rigido tessuto della mia mentalità catto-europea. Circolano malati infettivi e samaritani (“Dio ce ne scampi e liberi!”). Era prassi per i lebbrosi avvisare le persone di stare lontani. Ed era prassi che i sacerdoti del Tempio accertassero l’eventuale avvenuta guarigione autorizzando gli impuri ad accedere di nuovo all’assemblea di culto. Gesù è il vero Tempio a cui tutti vengono ammessi. Gesù è il vero sacerdote che riammette nel culto. Quello che ritorna è un samaritano. Luca prosegue nella sua catechesi sui pagani. Per dieci di loro ci fu la guarigione. Per uno di loro ci fu anche la salvezza. Il verbo “Alzati!” (anìstemi) significa «risorgi» e «mettiti in piedi e va’». Gesù non dice «Seguimi», ma semplicemente «Va’». E non è la prima volta. Valérie Le Chevalier scrive[1]: «Occorre ritornare sul fatto delicato che questa fe­de che salva non sfocia sempre nella chiamata esplicita alla sequela, propria del discepolo. Gesù rinvia alla vita ordinaria: “Va’! Torna a casa tua!”. Simmetrica­mente, i vangeli non descrivono mai una chiamata a diventare discepoli  in risposta a un atto di fede verso Gesù. Di più: il ritorno al quotidiano è un imperati­vo categorico a cui le persone non possono sottrarsi; soltanto Bartimeo “disobbedisce” a Gesù mettendosi a seguirlo nonostante l’ingiunzione del “Va’!” (Mc 10,52). […] Gesù, in modo inequivocabile, invita queste persone a ritrovare il loro posto, la loro dignità là dove erano escluse, e così dare testimonianza di quell’esperienza di sal­vezza; e ciò senza garanzia né servizio di assistenza da parte sua. Con tali rinvii Gesù sacralizza anche la vita ordinaria e sedentaria, quella del resto da cui egli stesso proviene, lui che ha trascorso circa trent’anni nell’anonimato di Nazaret, propedeutico alla sua vita pubblica. La “fede che salva” non può dunque essere analizzata in termini di pre-fede, di preparazione o di preliminare a quello che sarebbe considerato l’esi­to, la chiamata del discepolo. Non può essere intesa neppure come una semi-fede, in quanto possiede in­tegralmente quel carattere primordiale e necessario del coraggio di vivere nonostante tutto, del desiderio di essere rimessi in piedi, salvati. È una categoria di fede piena e intera, senza aggiunte da parte di Gesù e dei suoi discepoli. Quel “Va’, torna a casa tua” è definitivo e totalmente gratuito. È il segno misterioso della venuta del Regno, rivelato agli umili e ai picco­li. È tutto il paradosso di quei rinvii che sono come altrettanti granelli seminati».
Nulla fare senza benedire.
Nel brano del Vangelo esiste un riferimento all’Eden: i corpi immersi nel caos della malattia ritornano nella bellezza originaria, nella creazione ristabilita. I doni di Dio non sono solo spirituali, ma sono i beni della terra, l’insieme di tutto ciò che forma l’habitat degli uomini (compresa l’amicizia). L’identità dell’uomo consiste nella fruizione di questi beni, accolti e riconosciuti come provenienti dalla benevolenza di Dio, come donati, come grazia.
La tradizione ebraica insegna che qualsiasi rapporto dell’uomo con le cose deve essere accompagnato dalla preghiera di benedizione. Lo stesso dicasi per qualsiasi evento della storia. Prima di nutrirsi di pane l’ebreo credente è tenuto a pregare “Benedetto sei tu Signore nostro Dio, re dell’universo che produci il pane della terra“. E prima di bere un bicchiere di vino ” Benedetto sei tu nostro Signore, re dell’universo, che hai creato il frutto della vite“. Guardando il grano “Benedetto sei tu Signore nostro Dio che crei gli alimenti della terra“. Utilizzando un profumo: “Benedetto sei tu che crei erbe profumate“. Ricevendo una buona notizia :”Benedetto sei tu che sei buono e fai il bene“.
Questo “dire bene”, bene-dire, con cui il credente ebreo ritma la giornata, definisce l’identità di Dio come “Colui che fa il bene”, e l’identità dell’uomo “come colui che ringrazia bene”, e il mondo come “spazio in cui il bene voluto da Dio e destinato all’uomo si concretizza nel quotidiano”. Dove manca questo “dire-bene/bene-dire” va a finire che Dio, l’uomo e il mondo si sfigurano e l’esperienza paradisiaca dell’Eden diventa infernale. Adamo ed Eva cessano il rapporto paradisiaco quando cessano la benedizione e vogliono diventare proprietari e padroni dei beni.  Chi è incapace di dire-bene è incapace di godere del bene e stare bene. Gesù si presenta come colui nel quale Dio vuole continuare ad essere il Dio dei beni donati. Per questo il lebbroso torna per “rendere gloria a Dio“.
La riforma liturgica ha fatto passare da 16 a 81 i Prefazi (quella solenne preghiera a cui facciamo seguire il canto del “Santo”). Ciò è avvenuto per poter motivare più esistenzialmente la lode riconoscente ed esprimere la coscienza di essere inseriti, qui e oggi, nella storia della salvezza. Il cristiano non è colui che “chiede grazie”, ma colui che “rende grazie”. L’uomo eucaristico, l’uomo della riconoscenza, è l’opposto dell’individuo che rivendica, pretende, reclama, conquista. Essere uomini/donne eucaristici significa pensare la vita non come un prendere ma come un ricevere.  Occorre essere capaci di sorpresa, di gioia, di  capacità di scrutare negli avvenimenti la benevolenza di Dio. Diamo tutto troppo per scontato, dalla vita alla amicizia, dalla Parola di Dio al Pane eucaristico, alla pace. E soprattutto siamo troppo ingessati, immusoniti, lugubri.
Oggi celebriamo la fede come benedizione e riconoscenza; come riconoscimento che “grandi cose ha fatto il Signore per noi”. Dire grazie é uno dei gesti fondamentali della vita di relazione. Dire grazie dona senso e bellezza alla vita; é innanzitutto la riconoscenza a qualcuno che ti fa vivere. E’ la consapevolezza di un dono che ti benefica prima ancora che tu possa meritarlo o ricambiare. Come scrive Deuteronomio 8: [1]Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi dò, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri. [2]Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto. Egli ti ha nutrito di manna,  per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie perché sta per farti entrare in un paese ricco di torrenti, frumento, orzo, viti, fichi, melograni, ulivi,  olio e miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla e benedirai il Signore Dio tuo. Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti do. Quando avrai mangiato a sazietà, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in  modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà  la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.
Il Talmud[3] ebraico (Trattato delle benedizioni, 35a) scrive:Non godere dei beni di questo mondo senza dire una benedizione.
Nella nostra educazione cattolica tradizionale, le benedizioni del cibo, della casa o del matrimonio erano intese come rimedi di un male o di una insufficienza: come se le cose umane fossero maledette o impure senza benedizione. Nel Talmud la benedizione è ringraziamento, è stupore: si benedice Dio, non la cosa che viene da lui.


[1] Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon, 2019, pagg.62-63
[3] Talmud significa “istruzione”;  è una raccolta di commenti rabbinici e note sulla Mishnah che è la tradizione orale ebraica.




La potenza di un granellino di fede
P.Ermes Ronchi

La potenza di un granellino di fede

27a Domenica Tempo Ordinario- Anno C

Ermes Ronchi (Avvenire 30/09/10)

Gli apostoli dissero al Signore: accresci in noi la fede. Nel Vangelo tutte le preghiere, di uomini donne malati peccatori discepoli, stanno dentro due sole domande. La prima: Signore, abbi pietà; la seconda: aumenta la nostra fede. Qui è riassunto l’universo del cuore, il nostro mondo di dolore e di mistero. 

Aumenta la fede: perché senza fede non c’è vita umana. Come sarebbe possibile vivere senza fidarsi di qualcuno? Noi ci umanizziamo per relazioni di fiducia, a partire dai genitori, a cominciare dalla madre. Fede che una forza immensa penetra l’universo.  

Se aveste fede quanto un granellino di senape. Un granellino microscopico, basta pochissima fede, quasi niente: è questione di qualità, non di quantità. Non una fede sicura e spavalda, ma quella che nella sua fragilità ha ancora più bisogno di Dio, che nella sua piccolezza ha ancora più fiducia in Lui, e si abbandona, si affida.  

Potrete dire a questo gelso sradicati e vai a piantarti nel mare. Ho visto il mare riempirsi di alberi. Fuori metafora: ho visto missionari vivere in luoghi impossibili; ho visto uomini e donne di fede, nella loro casa, portare problemi senza soluzione, con un coraggio da leoni; ho visto mura invalicabili di odio dissolversi. Ho visto gelsi volare sul mare, e non attraverso miracoli spettacolari, ma con il miracolo quotidiano di un amore che non si arrende. 

Anche voi, quando avete fatto tutto dite: siamo servi inutili. Una parola che sembra contraddire altri passi del Vangelo (beato quel servo… il padrone lo metterà a tavola e passerà a servirlo), che ci sorprende con l’aggettivo «inutili». Inutile in italiano significa che non serve a niente, incapace. Ma non è questo il senso della parola originaria: servi non tanto inutili, ma che non si aspettano un utile, che non ricercano un vantaggio; servi senza pretese, né rivendicazioni, né secondi fini, che di nulla hanno bisogno se non di essere se stessi, che agiscono senza un fine che non sia la sola motivazione d’amore. Scrive Madre Teresa di Calcutta: nel nostro servizio non contano i risultati, ma quanto amore metti in ciò che fai. Il servizio è più vero dei suoi risultati, più importante della ricompensa e dei successi. Fede vera non è piantare alberi nel mare, neanche Gesù l’ha mai fatto. Fede vera è nel miracolo di dire: voglio essere semplicemente servitore di quelle vite che mi sono affidate: mio marito, mia moglie, i miei figli, l’anziano che ha perso la salute, e non avanzo neppure la pretesa della sua guarigione. Servitore come il mio Signore, venuto per servire, non per essere servito. Mi bastano allora grandi campi da arare, un granellino di fede, e occhi nuovi di speranza. (Letture: Abacuc 1,2-3;2,2-4; Salmo 94; 2 Timoteo 1,6-8.13-14; Luca 17,5-10)




Domenica 2 ottobre 22. Domenica 27a
Signore, migliora la nostra fede!

27° domenica C

 Preghiamo. O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi senza utile, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore. Per Gesù Cristo, il nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Abacuc 1,2-3; 2,2-4
Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”.  Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede.
Salmo 94  Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 1,6-8.13-14
Carissimo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi.
Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10
[vv.1-4 omessi dalla liturgia: Disse ancora ai suoi discepoli: «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 4 E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai»].
Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?  Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili (senza utile). Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
SIGNORE, MIGLIORA LA NOSTRA FEDE. Don Augusto Fontana.
Una ragione della debolezza della nostra fede è la smentita da parte dei fatti. Le cose nella nostra vita, pubblica e privata, vanno in modo diverso da come ci si aspettava o da come era stato promesso da Dio. La fede pare non modificare nulla: non solo non muove le montagne o i gelsi, ma non sposta nemmeno un calcolo della cistifellea. E’ la crisi del profeta Abacuc: <Perchè, Signore, mi fai vedere iniquità e resti spettatore di oppressione?>. E’ la domanda tipica della preghiera di lamento:<Fino a quando?>. L’espressione ebraica “gridare aiuto” indica l’uomo in fin di vita, ma di solito corrisponde più ad un vero e proprio reclamo che ad una preghiera di soccorso, come griderà Giobbe (19,7): «Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia». Sono passati 28 secoli dal profeta Abacuc e 22 secoli da Gesù e la “scadenza” promessa tarda ancora a venire. Quando si crede nel Padre, in Gesù e nello Spirito Santo tenendo il giornale in mano, si capisce subito che la fede è coinvolta, viene compromessa nello scandalo.
Una promessa che geme come una partoriente.
Il libro di Abacuc è un libretto di soli 3 capitoli per una delle ultime cerimonie liturgiche del Tempio prima che Gerusalemme venisse distrutta (586 a.C.). La tragedia la si sente nell’aria. I Caldei minacciano la città e il re Joakim sta esercitando sulla regione di Giuda una forte tirannia. Il popolo si riunisce nel tempio e domanda al profeta di esprimere a Jahwè il suo lamento. Il profeta presenta 3 reclami: «Signore sei distratto e non vedi e non senti; Signore, ci hai insegnato la giustizia e così ci hai reso ancora più sensibili alle ingiustizie; Signore, con il tuo assenteismo io potrei perdere la fiducia in te». Il profeta, tuttavia, dopo tanto realismo, si apre ad una dimensione di speranza. Egli è come sentinella che si sforza di vedere in lontananza da un punto di osservazione che non viene ben definito, ma che potrebbe essere il Tempio o il silenzio della coscienza o la Parola. Da questo punto di osservazione egli riceve una Rivelazione: il termine ebraico CHAZON è da tradursi con RIVELAZIONE più che con VISIONE perchè nella fede c’è il sopravvento dell’udire sul vedere. Anche se la rivelazione deve essere scritta su un documento ufficiale e verificabile (“tavoletta”). La rivelazione SI AFFRETTA, INCALZA (2,2-3) cioè, “respira con affanno, sbuffa come una partoriente”; come una nascita può avere qualche ritardo, così si può ritardare l’avverarsi della rivelazione, ma si tratta solo di tempo. Nasce allora la fede come pazienza e fedeltà che si nutre del ricordo delle azioni passate di Dio. Il giusto rimane in vita perchè si ABBARBICA a Dio. Il termine HAMAN (= credere) indica il RIMANERE SALDO. Il giusto prende sul serio Dio in quanto Dio. La fede diventa il coraggio di resistere. Da “fede” deriva “fedele”, cioè colui che non fa resa, ma resistenza. «Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostre fede» ( I Giovanni 5,4). La fede non è più un potere, un punto esclamativo, ma un interrogativo sempre aperto, anche nel cuore di Dio: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).
AAA. Adulti nella fede cercasi.
Gesù aveva messo un’ipoteca sull’uso dei nostri beni e sul nostro rapporto con i poveri (lo abbiamo ascoltato nelle due domeniche scorse). Ora (versetti 1-4, omessi, ahimè, dalla liturgia di oggi) pronuncia parole dure per chi semina scandalo e invita a perdonare anche fino a sette volte al giorno. Omettendo quei 4 versetti non si capisce bene questa improvvisa preghiera/esclamazione dei discepoli “Aggiungici fede!”. Il Signore chiedeva davvero cose impossibili: «non lasciatevi risucchiare dal comportamento conformista, perdonate sette volte al giorno». Ce n’era a sufficienza perchè i discepoli restassero a bocca aperta sentendosi deboli e inadeguati. Per questo intuiscono che la fede va pregata, invocata: “Signore aumenta la nostra fede, dacci ancora la fede, aggiungici fede”. A dire il vero, Pietro una volta aveva tentato di gonfiare i pettorali e alzare le piume come un galletto in amore, quando il Signore gli aveva detto: «Pregherò per te povero amico mio!». E lui: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». E si era beccato sui denti una mazzata umiliante: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» (Lc 22,33-34).   Anche per i primi apostoli e discepoli la fede non è un atteggiamento garantito, inerte, dato una volta per sempre. La fede è sempre “poca” e noi siamo sempre “uomini di piccola/poca fede”. Gesù non ha mai chiamati i suoi: “monsignore, eccellenza, santo padre, reverendo, santità….”. Sembra che Gesù ci voglia chiamare, senza tante scuse, con un unico titolo nobiliare: “Gente di poca/piccola fede”. Matteo e Luca ce lo hanno più volte ricordato: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt 6,30);  «Ed egli disse loro:Perché avete paura, uomini di poca fede?  Quindi alzatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia» (Mt 8,26); «E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14 31); «Gesù chiese:  «Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete pane?»(Mt 16, 8); «…avete poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa[1], potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile» (Mt 17,20); «Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede?» (Lc 12,28).
E’ forse per questo che Gesù, rivolto a Simone e quindi a tutti noi, promette:« Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede» (Lc 22, 31-33).
Il problema oggi è che noi adulti siamo adulti di età, ma infantili nella fede. La fede dovrebbe crescere con l’età, di pari passo con i problemi gravi del vivere quotidiano, per resistere ai venti delle crisi. Non si tratta di aumentare la “quantità” della fede, ma la sua “qualità”; oggi potremmo pregare così: «Signore, migliora la nostra fede, rendila adulta».
«Siamo adulti per quel breve momento che un giorno ci è toccato di vivere, quando abbiamo guardato come per l’ultima volta le cose della terra e abbiamo rinunciato a possederle, le abbiamo restituite alla volontà di Dio»[2]. Essere adulti oggi è un compito difficile. Un tempo l’adulto appariva come colui che era «cresciuto», aveva portato a compimento i progetti della sua giovinezza, aveva fatto delle scelte chiare e irrevocabili. In questa visione l’adulto si sente «completo», è l’uomo che pensa di non aver più nulla da imparare, che si considera ormai arrivato e realizzato. Il nostro tempo invece ha scoperto l’incompiutezza dell’adulto, le sue crisi di mezz’età (midlife crisis), la necessità di una formazione permanente che eviti la fissazione delle persone in un ruolo o la stanca ripetizione di gesti e parole consumate dall’uso. Anche l’adulto conosce la paura e l’incertezza; ha dei desideri non realizzati e deve saper accettare i propri limiti. Se questo è vero dal punto di vista psicologico e umano, è tanto più vero in una prospettiva di fede. I documenti ufficiali della chiesa riconoscono che gli adulti «sono soggetti esposti a cambiamenti e crisi talora assai profonde»[3]  e dichiarano che quella agli adulti deve considerarsi come «la forma principale della catechesi»[4]. Tuttavia, di fronte a questi solenni enunciati, si deve francamente costatare che si è ancora molto lontani dall’aver dato la priorità alla evangelizzazione e alla catechesi degli adulti, i quali peraltro non si lasciano facilmente “catechizzare”. La catechesi italiana appare ancora sostanzialmente infantile e finalizzata ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, che diventano occasione per coinvolgere i genitori in «corsi accelerati» di aggiornamento catechistico. La vita dell’adulto è accompagnata da crisi, anche di fede; anche le crisi possono diventare esperienza spirituale in cui prendere coscienza del «passaggio di Dio» nella vita di ciascuno. L’adulto nella fede è colui che ha radici permeabili, elastiche; è come una pianta che affonda le sue radici nell’humus della Parola e che poi porta frutto: «Ascoltate oggi la sua voce: Non indurite il cuore» (Salmo 94). Ma è anche colui che sa di aver ricevuto tutto, di essere stato perdonato e guarito. Anche il servo della parabola paradossale di oggi è un servo che non può accampare diritti, pretese o crediti nei confronti di Dio. Il testo liturgico di oggi traduce: “siamo servi inutili”. Non è esatto, perché lo schiavo che fa il suo servizio non è “inutile”! Luca, nel suo testo greco, usa il termine achreioi che significa “senza utile”, cioè senza guadagno, gratuitamente. E «se la promessa indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà…il giusto vivrà per la sua fede/fedeltà». Praticamente: una fede adulta.


[1] Un grano piccolissimo di senapa produce, in Palestina, sul lago di Tiberiade, un albero di 4 metri (Matteo 13, 32).
[2] Natalia Ginzburg, Le piccole virtù
[3] Direttorio generale della catechesi, 1997
[4] Catechesi tradendae, n.43




Da Bollate a Torino un carcere utile è possibile
F. Gianfrotta (ROCCA 15/09/22)

Da Bollate a Torino un carcere utile è possibile.

Francesco Gianfrotta[1] (ROCCA 15 settembre 2022)

C ‘è un destino che accompagna il carcere: la scarsa visibilità, salvi i casi di emergenze. Lo ribadisce la neo-direttrice del carcere di Torino, Cosima Buccoliero, nel li­bro Senza sbarre, scritto con la giornalista Serena Uccello: «Dei molti luoghi che determinano la nostra condizione di cit­tadini abbiamo esperienza diretta. Della scuo­la, degli ospedali, degli uffici pubblici. Il car­cere, invece, è un luogo che non ha apparte­nenza. Che non ha riconoscibilità. Esiste ma rimane fuori dalla nostra percezione». Si obietterà che la spiegazione è semplice: si tratta di un luogo destinato ai disonesti o pre­sunti tali, tenuti lontani – per legge – dal re­sto della società. Eppure la letteratura sul carcere, davvero abbondante, ci racconta di una complessità che nessun autore nascon­de o ridimensiona e che, perciò, dovrebbe indurci, in quanto cittadini, a saperne di più, senza rimozioni: operate invece da chi non vuole fare i conti con questioni difficili, che chiamano in causa le idee che ciascuno di noi ha sulla giustizia penale, sulla sicurezza, sugli obiettivi che l’intero sistema penale do­vrebbe realizzare: non in un invisibile futu­ro, di là da venire, ma qui e ora. Per fermarci a Torino, nuova sede operativa della dotto­ressa Buccoliero, ad esempio, si tratta di ri­generare ( come – stando alle cronache re­centi – si è già iniziato a fare per il lavoro dei detenuti) un insieme degradato, a lungo di­stintosi per merito dei suoi operatori, risul­tati capaci, a partire dall’allora direttore Pie­tro Buffa, di costruire realtà (di studio, di lavoro, di formazione) coerenti con l’obietti­vo della funzione rieducativa della pena, e non permeate da quella disperazione che spesso induce il detenuto a gesti autolesivi anche estremi ( questi ultimi non a caso a lun­go non verificatisi a Torino). Una ragione di più per tornare sull’argomento, non limitan­dosi a ragionare sul caso Torino, ma guardan­do a tutti gli istituti di pena.
L’opportunità di ripensarsi.
Leggendo Senza sbarre rinasce la speranza. Nel curriculum di Cosima Buccoliero spicca la direzione del carcere di Bollate, dal 2000 modello di istituto, destinato a dete­nuti non classificati in una delle varie cate­gorie di pericolosità, e organizzato per as­sicurare a chi vi è ristretto occasioni per ripensare alle proprie scelte di vita e modi­ficarle nel futuro. Un Ministro avrebbe voluto utilizzarlo come serbatoio per lo sfol­lamento del carcere milanese di San Vitto­re. Per fortuna prevalsero altre opzioni: quella visione che fa pensare alla direttrice che il cambio di direzione non nuocerà al progetto che aveva ispirato le esperienze realizzate e che «Bollate … ha i tratti del1′ esempio che può essere replicato». È un punto centrale, questo: che non rileva solo per il carcere di Torino, ma potrà incidere sul futuro dell’intero sistema penitenzia­rio. Il carcere di Bollate sorge in un terri­torio (l’area milanese) nel quale è sempre stato radicato lo spirito di solidarietà nei confronti dei soggetti svantaggiati, mani­festato non solo dal volontariato e dalla Chiesa, ma anche dal circuito istituziona­le e dal mondo imprenditoriale. Torino e altre città, però, non sono (mai state) da meno. Campanilismi e graduatorie, in ogni caso, sarebbero fuori luogo. C’entra l’espe­rienza – che parla da sola – di un passato tutt’altro che remoto e neppure breve; ac­compagnata dall’amara constatazione che occorre tanta fatica per realizzare cose che dimostrano che un altro carcere è possibi­le, ma in poco tempo la disattenzione (a dir poco) può far crollare molte parti del­l’edificio.
Il carcere è parte del territorio.
Torino, di nuovo, insegna. Il carcere è una porzione del territorio. Lo si affermava, anche nei documenti ufficiali, all’inizio del millennio: da parte sia di chi ne era convinto e agiva di conseguenza, con ruoli di responsabilità nell’amministrazione penitenziaria; che di quanti si accodavano al refrain senza crederci molto, preferendo pensare al carcere soprattutto come a un insieme di cancelli e sbarre. Lo si ripete, dopo più di venti anni, a riprova del fatto che è necessario ribadirlo e spiegarlo. In car­cere finiscono coloro che – come dice Cosi­ma Buccoliero -ad un certo punto della vita hanno iniziato a deragliare. Non v’è dubbio che anche per causa loro in un certo terri­torio si diffonde l’insicurezza. Ma è proprio in quel territorio che essi torneranno, al ter­mine della detenzione: per questo il rappor­to tra carcere e territorio non può essere nega­to. Prescinderne, quando ci si occupa di fun­zione della pena detentiva, è un errore stra­tegico, all’origine di altri, parimenti gravi e rilevanti su piani diversi: vite detentive che si trascinano nell’ozio; tensioni e conflitti negli istituti e, a volte, prevalenza – nel rap­porto con loro – di modalità di intervento inaccettabili per un paese civile, oltre che pacificamente illegali. E verosimile che vi sia un nesso tra fatti accaduti in luoghi di­versi, nonostante la vigenza di leggi e rego­lamenti di segno opposto, e un carcere chiu­so, nel quale pochi studiano, lavorano o im­parano un mestiere utile per il loro futuro e forti sono le tensioni. Con un ulteriore in­conveniente: che il confronto sui diversi modelli detentivi possibili assume troppo spesso i caratteri di uno scontro ideologico[2]. Da una parte, i cosiddetti buonisti, ac­cusati di scarso realismo, allorché fanno ri­ferimento all’art. 27 della Costituzione, che individua nella rieducazione la finalità del­la pena (anche di quella non detentiva); dal­l’altra, i cosiddetti realisti, accusati di esse­re appiattiti sulla esigenza della punizione dell’illecito, quale risposta dello Stato al re­ato, anche in funzione di prevenzione della diffusione dell’illegalità e della insicurezza. Può servire sparigliare le carte di una di­scussione, che continua ad essere blocca­ta. Trattamentalisti contro securitari: due orribili parole; già solo questo dovrebbe indurre a ragionare in un modo diverso. E, comunque, ad auspicare che si affermi una idea di pena sostenuta dal più largo consenso possibile.
Trasformare il costo in investimento
Un carcere nel quale ci si limiti ad aprire e chiudere porte e cancelli è un puro costo. Per la collettività, che si appaga del risultato minimo (l’esemplarità della punizione), alla prova dei fatti nemmeno scontato, e così ri­nuncia, a priori, ad orientare la spesa dell’ esecuzione penale a finalità diverse ed ul­teriori rispetto a quella della punizione e, al più, della deterrenza. Ma anche per il dete­nuto: il cui pensiero dominante, nell’ozio, come tutti gli addetti ai lavori ben sanno, fa­cilmente diventa quello di non ripetere gli errori che, in passato, gli sono costati la de­tenzione. A chi non è sensibile al tema della finalità rieducativa della pena si potrebbe far presente che si può provare a trasformare un costo in un investimento; se ci si riesce (dopo aver fatto entrare in carcere scuola, univer­sità, imprese e formatori), la collettività avrà avuto, dalla spesa sostenuta per tenere in piedi il sistema dell’esecuzione penale, un’uti­lità di rilievo: la restituzione alla comunità di persone cambiate. L’abbattimento del tasso di recidiva è un obiettivo che il sistema paese (quindi, non solo chi se ne occupa per me­stiere) dovrebbe perseguire con convinzione, operando scelte razionali. Si potrebbe, così, recuperare quella ricchezza generale che nuo­ve braccia e intelligenze, se orientate al ri­spetto dei valori della legalità, possono assi­curare ad un certo territorio. La nostra Co­stituzione, al riguardo, non si limita a fissare la rieducazione quale finalità delle pene (tut­te, non solo quella detentiva). L’art. 4 della Carta dà indicazioni che bisogna saper leg­gere: «Ogni cittadino ha il dovere di svolge­re, ( …), un’attività o una funzione che con­corra al progresso materiale o spirituale del­la società». Verrebbe da aggiungere: sempre, dunque anche se ex-detenuto. Le statistiche ufficiali ci dicono che dove si è investito, con competenza e senza buonismi, nell’offerta di studio, lavoro e formazione e nelle sanzioni alternative al carcere, i risultati sono stati in­coraggianti: la pena è risultata utile. Il futuro della neo-direttrice di Torino, quindi, è scrit­to: il suo impegno in quel carcere – per rilan­ciare situazioni deterioratesi negli ultimi anni – dovrà essere sostenuto da quel territorio, come è già accaduto in passato. Ma altret­tanto varrà per altri istituti di pena. Si do­vranno, di certo, fare i conti con difficoltà strutturali (l’inadeguatezza degli ambienti detentivi alla mission del carcere riguarda molte situazioni). E ci sono altri problemi generali dei quali le autrici di Senza sbarre si mostrano consapevoli, al pari di altri esperti, pronunciatisi sugli stessi temi: il ripensamen­to dei compiti dei diversi operatori, a partire dalla Polizia penitenziaria; la dubbia utilità delle pene detentive brevi. Ancora una vol­ta: non sono le idee giuste a mancare. E però occorre ben altro, come è noto, perché esse diventino realtà effettiva. Ma non è impossi­bile.


[1] Ex magistrato.
[2] Un filosofo dell’800 da molti dimenticato, Car­lo Marx, sosteneva che l’ideologia è riflesso dei rapporti sociali esistenti e perciò «rappresentazio­ne capovolta della realtà» (cfr. Ideologia, sul sito internet Treccani). Da scartare, perciò, ideologie securitarie e buoniste. Buone ragioni per adottare un diverso metodo di discussione e analisi.




25 settembre 2022. Domenica 26a
IL MIO PARADISO DIPENDE DA LAZZARO.

Domenica 26a 

Preghiamo. O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri, mentre non ha nome il ricco epulone; stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati, e fa’ che aderiamo in tempo alla tua Parola, per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti e ci accoglierà nel tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore
 Dal libro del profeta Amos 6,1.4-7
Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.
Salmo 145  Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 6,11-16
Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 16,19-31
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.  E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».
IL MIO PARADISO DIPENDE DA LAZZARO. Don Augusto Fontana
Ho incontrato Marco. Non è cambiato. Nel senso che si fuma ormai da 10 anni i suoi due pacchetti di sigarette al giorno, si scola grappini e bianchetti come giaculatorie e, siccome fa il benzinaio, si idrocarbura quotidianamente con metri cubi di esalazioni petrolchimiche. Che Dio gliela mandi buona; ma mi pare che il suo futuro prossimo sia ipotecato. Senza voler essere fatalisti: il nostro domani (individuale e collettivo, ecologico e politico, spirituale ed economico) ce lo giochiamo nell’oggi. Anche per l’Evangelista Luca il tempo della Chiesa, il tempo storico che ciascuno vive, l’oggi, è abitato dal Risorto e quindi diventa un tempo decisivo, da viversi nella coscienza che il domani è già nell’oggi, che saremo ciò che siamo, che urgono decisioni sagge, quasi scaltre come quelle che i figli delle tenebre sanno usare per approfittare sempre e di tutti o ridurre i danni in caso di crisi incombente.
Luca, tra le sue “ossessioni”, annovera quella dei poveri e del denaro: la posizione del discepolo davanti al povero e al denaro risulta decisiva ai fini del trasferimento della risurrezione nell’oggi. Di Luca conosciamo il brano del RICCO STOLTO (12,13-21), dell’AMMINISTRATORE SCALTRO E SAPIENTE (16,1-13), di ZACCHEO (19,1-10), la serie di GUAI nelle sue Beatitudini (6,24-26), la storia di ANANIA e SAFFIRA (Atti degli Apostoli 5,1-11) e soprattutto la proclamazione messianica di Gesù nella SINAGOGA DI NAZARET (4,14-30). A questa sua “ossessione” appartiene anche il brano di oggi: la sorte del NABABBO STRAVACCATO dipende dal povero Lazzaro (16,19-31).
La Bibbia non è nuova a queste denunce. Il brano di Amos, riportato nella liturgia odierna, non è che un frammento di un vasto repertorio di denunce profetiche di cui abbiamo già avuto un assaggio domenica scorsa. Amos è un contadino pecoraio. Interviene nel Regno del Nord sotto Geroboamo II. La congiuntura politica ed economica di questo VIII secolo a.C. ha causato nel Regno del Nord, come in quello del Sud, una profonda frattura tra la classe dei garantiti, che hanno maggior profitto dagli avvenimenti, e la classe dei poveri, più indifesi che mai. Amos si rivolge ai garantiti che sono indifferenti (non vedono e non sentono) di fronte alle povertà e usa il genere letterario della “Invettiva” che è composta da un vero e proprio giudizio a cui fa seguito una sentenza. Il profeta intuisce, dai segni dei tempi, che Israele sta camminando verso la rovina; il “Giorno di Jahwè” coglierà di sorpresa quelli che fanno baldoria e si appoggiano a false sicurezze. Si rivolge a loro con il termine “Guai” o meglio sarebbe dire “ahimè”  (in ebraico: hoj) che è il tipico urlo di lamento in occasione di riti funebri; quindi sembra voler avvertire che costoro si mettono fuori dal regno della vita. Amos paga con l’espulsione. Di fatto nel 722 il re di Assiria, Sargon II, rade al suolo Samaria, capitale del Nord, e i rammolliti sono costretti ad alzarsi dai loro divani e a scorticarsi i piedi delicati lungo le strade sassose della deportazione in Mesopotamia. La confraternita degli stravaccati aprirà il corteo degli esiliati. I primi nella ricchezza sono i primi nell’esilio. Ormai è troppo tardi per correre ai ripari.
Luca costruisce la Parabola esemplificativa dividendola in due quadretti: uno si costruisce intorno alla tavola ed ha come protagonisti il ricco (anonimo perchè ci rappresenta tutti) e Lazzaro (El-azar in ebraico significa “Elohim[Dio]-aiuta”); l’altro si costruisce attorno ad Abramo ed ha come protagonisti anche i 5 fratelli del ricco. E’ un po’ come la parabola del Padre misericordioso che mette in campo il figlio minore e quello maggiore in due sezioni dello stesso racconto.
Luca non fa il moralista. Non gli interessa puntualizzare se il ricco e Lazzaro sono buoni o cattivi. Li coglie brutalmente nella loro condizione sociale: da una parte c’è chi si veste e mangia bene in casa propria e dall’altra c’è uno senza casa, nudo, affamato, malato, con l’unica compagnia dei cani che, essendo considerati animali impuri, gli trasmettono l’impurità rituale e sociale. Il rovesciamento delle sorti è prefigurato non come effetto di vizi o virtù, ma in base ai rapporti che gli uomini hanno tra loro e quindi con Dio.
La Parabola ha un chiaro riferimento cristologico: chi è questo Lazzaro se non Gesù, le cui piaghe sono leccate dai pagani (considerati dei “cani impuri” dai giudei)? Come si fa a non intravedere Gesù la cui situazione viene ribaltata da Dio con la risurrezione?
Ma la parabola è densa anche di catechesi per la Chiesa:

1- Quando entra il Regno di Dio e le sue logiche, le situazioni si ribaltano. I garantiti si dimostrano fisiologicamente incapaci di optare per le nuove logiche introdotte da Gesù. I poveri sono potenzialmente più aperti ad esse. Ciò non significa che Lazzaro non desiderasse, segretamente, di diventare come il ricco; questa è la beffa maggiore: le società dei consumi hanno drogato le coscienze dei poveri.

2- Si viene salvati non dai miracoli, ma dall’ascolto della Parola di Dio. Nel vangelo di Giovanni si narra che di fronte alla rianimazione di un altro che aveva stranamente lo stesso nome (Lazzaro), non è garantita la conversione, anzi “da quel momento decisero di uccidere Gesù”. Il tempo della chiesa è il tempo nostro, fratelli del ricco anonimo, per accettare le provocazioni urgenti della Parola di Dio.

3-Quale fu il peccato del ricco? Non quello di essere ricco, né di aver rubato. La sua colpa non consiste in ciò che ha fatto, ma in ciò che non ha fatto. Non ha visto Lazzaro e quindi non lo ha amato. L’autosufficienza mette in condizione di peccato strutturale. I poveri dipendono dalla mollica di pane che i ricchi lasciano cadere dopo essersi pulite le dita, visto che non si usavano posate. Ora la posizione si ribalta: la sorte dei ricchi dipende da Lazzaro. Dipendiamo dai poveri, abbiamo bisogno di loro per de-satellizzarci e divenire capaci di accogliere il TUTT’ALTRO. Abbiamo bisogno delle piaghe di Gesù.

4- La parabola non è un invito a rassegnarsi, a non indignarsi contro l’ingiustizia aspettando solo un al di là nel quale Dio regolerà tutti i disordini e gli eccessi umani. Inteso così, il messaggio evangelico favorirebbe un conformismo spregiudicato che aiuterebbe a mantenere il disordine stabilito. Certo: la parabola è una promessa per il futuro, ma guarda alla vita presente e viene rivolta ai cinque fratelli del ricco, a chi, come noi, viene concesso ancora un po’ di tempo, come a quel fico sterile della parabola di Luca (cap 13,6-9): «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai».

5- Il Dio dei profeti e di Gesù non è amico di una religione che separa il culto dalla vita, l’incenso dalla pratica dell’amore al prossimo. Questo Dio, secondo il Salmo 145 di oggi, condivide la sorte del povero, dell’orfano, della vedova e dello straniero; con tutti quelli a cui i potenti hanno ridotto il diritto di una vita vissuta con dignità. Scrisse Georges Bernanos: “Io affermo che i poveri salveranno il mondo e che lo salveranno senza volerlo, lo salveranno nonostante se stessi e che non chiederanno nulla in cambio, semplicemente perché non sapranno il prezzo del servizio che hanno prestato”.  L’Abbé Pierre disse che a distruggere il mondo non sarà né il terrorismo, ma la rabbia dei poveri. Persino James Wolfensohn, Presidente della Banca Mondiale dal 1995 al 2005 ha percepito la gravità di questo infernale meccanismo che lui stesso ha contribuito ad oliare: «Se non agiamo adesso, nei prossimi anni le disuguaglianze saranno gigantesche e si trasformeranno in una bomba ad orologeria che esploderà in faccia ai nostri figli». Che è come dire: se non per convinzione, facciamolo almeno per paura.




18 settembre 2022
AMMINISTRATORE SAGGIO CERCASI

Domenica 25a 

 Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti come unico Signore, abbi pietà della nostra condizione umana; salvaci dalla avidità delle ricchezze, e fa’ che, alzando al cielo mani libere e pure, ti rendiamo gloria con tutta la nostra vita. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Amos 8,4-7
Ascoltate queste parole, voi che schiacciate i poveri e trattate gli umili come prigionieri di guerra.  Proprio voi che dite: «Quant’è lungo il sabato! Ma quando finisce la festa della luna nuova? Noi dobbiamo vendere il nostro grano! Possiamo aumentare i prezzi, falsificare le misure e truccare le bilance. Venderemo anche il grano di scarto! Ci saranno certamente dei poveri che non possono pagare i loro debiti, neppure per un paio di sandali. Allora li compreremo come schiavi». Per l’arroganza dei discendenti di Giacobbe il Signore ha giurato: «Non dimenticherò mai i loro misfatti».
Salmo. 112  Benedetto il Signore che rialza il povero.
Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore.
Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre.
Su tutte le genti eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto
e si china a guardare sui cieli e sulla terra?
Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 2,1-8
Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
Dal Vangelo secondo Luca 16,1-13
Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

AMMINISTRATORE SAGGIO CERCASI. Don Augusto Fontana
Quante volte hai visto dai telegiornali le forze dell’ordine che, dopo aver scoperto bunker segreti scavati dai mafiosi sotto terreni e coltivazioni, mostravano tra gli arredi anche Bibbie consunte contornate da murales di immaginette sacre da far invidia ai migliori santuari. Come dire: Dio in una mano e il sangue di Abele o il pizzo estorto nell’altra. Ma io, che mafioso non sono, non mi sento poi così tranquillo in coscienza, in qualità di amministratore dei beni consegnatimi dal mio Signore.
L’importanza di chiamarsi furbi[1]
Le tre letture della Messa odierna concentrano la loro attenzione in modo curioso su una figura oggi molto attuale e discussa: quella dell’amministratore.
Per la verità, la liturgia ci offre tre differenti profili di questa professione:

  • l’amministratore di beni propri (1a lettura)
  • l’amministratore delegato (Vangelo)
  • il pubblico amministratore (2a lettura).

Sappiamo tutti anche troppo bene che una tentazione abbastanza comune tra chi amministra qualsiasi genere di bene materiale è quella della disonestà. I giornali e la TV ci presentano ogni giorno una rassegna incredibile di furberie e scaltrezze di ogni genere, mirate al raggiungimento di un solo obiettivo: l’esclusivo profitto e interesse personale. S. Paolo esorta a pregare intensamente per tutti i pubblici amministratori, perché non cadano in questa tentazione e ci garantiscano pace e giustizia.
Ma anche la furbizia (quella disonesta!) nell’ambito del privato viene stigmatizzata duramente. Nella prima lettura Amos ci riporta queste gravi parole del Signore: “Mai dimenticherò le opere loro”. E Luca ci riporta il “titolo onorifico” con cui Gesù aveva lodato il protagonista della sua parabola: “amministratore di ingiustizia”. Non ci deve scandalizzare il fatto che Gesù stesso, nel Vangelo (Mt 10,16), ci esorti: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Ovviamente la Parola di Dio condanna tutto ciò che è disonesto e fraudolento, ma ci offre oggi nel Vangelo una chiave di riflessione originale sul tema della saggezza/furbizia.
Fede “low cost”.
Impazzano ancora i viaggi “low cost”, a costo calmierato; ci abbiamo fatto l’abitudine e il giochino ha infettato tutto, anche la mia dimensione di fede, la mia condizione di discepolo: sono un cristiano/prete “low cost” o, come ho detto in altre occasioni, ho una “fede light”, leggera come certi formaggi senza grassi.
L’incombere della persecuzione o della continua venuta di Cristo poneva la comunità di Luca nella necessità di essere pronti a decisioni rapide, efficaci, efficienti e talvolta estreme. Anche noi oggi desidereremmo essere efficaci. Ma quando un cristiano e un non cristiano pronunciano la parola “efficacia” parlano la stessa lingua? Gesù, per esempio, ha detto: «Senza di me non potete far nulla, come il tralcio che non sta attaccato alla vite».
Ci viene richiesto di partecipare al culto, di pregare: quando una preghiera é efficace?
Siamo chiamati non a ritirarci dal mondo, ma ad essere nel mondo senza essere del mondo. Spesso il nostro cuore pulsa nelle vicinanze del portafoglio (Luca 12,34: Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore). Come possiamo nutrire una spiritualità pasquale amministrando la nostra vita quotidiana? Nel XIV secolo lo scrittore mistico domenicano Giovanni Taulero, nella festa di Ognissanti parlava dei laici così:«Viene infine la folla della gente comune che va a Dio nelle cose e con le cose».
La Pasqua che celebriamo ricrea urgenze, disarciona le sicurezze, demitizza i nostri assoluti, rinfranca gli umili sapienti e i poveri di cuore e di mani.
Riascoltiamo le Letture.
Amos é un pastore. Viene riconosciuto profeta al di fuori delle confraternite ufficiali dei profeti. Siamo nel 750 circa a.C. Le guerre dell’VIII secolo e i cambiamenti sociali avevano moltiplicato da un lato fiorenti gruppi di trafficanti al mercato nero e usurai e dall’altro gente che si rovinava e che veniva sfruttata. Ma il problema più grave era che gli approfittatori andavano al tempio oppure approfittavano del riposo festivo per tramare sfruttamenti e inganni. Amos enumera le contraddizioni di questi uomini religiosi ma non pii: truccare le bilance, diminuire le misure, aumentare i prezzi. Ma poi non parla solo di merci; parla anche di uomini trattati da merce. Culto e ingiustizia per i profeti è come un incesto, un tabù. Paolo raccomanda di pregare con mani pure, senza ira e senza conflitti.
Luca 16, 1-13 (meglio se fino al 16:«[14]I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e ridevano di lui. [15]Egli disse:  «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. [16]La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi»). Luca sta illustrando la polemica di Gesù contro i farisei di tutti i tempi, ma anche il comportamento che i discepoli devono assumere nel tempo che precede la manifestazione finale di Gesù. Sarebbe grave che non ci accorgessimo del tempo di emergenza e ci adagiassimo stupidamente accomodandoci nella logica della stoltezza, come dice il Salmo 49, 13: «L’uomo nella prosperità non capisce. E’ come una bestia».
Domenica prossima celebreremo la parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, strettamente congiunta alla lettura biblica di oggi.
Questa prossimità del regno crea la necessità di agire «con forza». Matteo (11,12) scrive: «Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza (in greco: biazetai) e  i violenti (in greco: biastai) se ne impadroniscono».  Anche Luca usa la stessa terminologia al v. 16: «viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi».  Si entra nel Regno “con forza, con violenza”, cioè occorre essere avveduti con lucidità, cercare una soluzione, prendere decisioni, restare fedeli nella decisione.

Mettiamo in chiaro innanzitutto alcuni termini:

  • Se vogliamo dare un titolo a questa parabola, non sarà certo “La parabola dell’amministratore infedele” ma piuttosto “dell’amministratore avveduto/saggio”. Alcuni esegeti dicono che, secondo la legislazione giudaica, l’amministratore poteva applicare sul recupero debiti una provvigione per sé che però doveva essere giusta e non usuraia; questi autori suppongono quindi che la quota cancellata dall’amministratore riguardi la provvigione usuraia che egli aveva imposto ai debitori; il danneggiato, dunque non sarebbe il padrone[2]. E’ giusto dire che questa interpretazione non convince altri esegeti e si armonizza poco con il contesto narrativo. Comunque sia, l’amministratore è stato saggio perché ha agito tempestivamente di fronte all’urgenza che incombeva sulla sua vita.
  • L’amministratore é saggio (e non “scaltro”). Il termine greco “fronimòs” viene dal vocabolario biblico sapienziale ed é applicato dai vangeli a colui che vive con sapienza evangelica dentro le urgenze createsi con la venuta di Gesù.
  • Mammona: in ebraico mamōn e in aramaico māmônā sono termini la cui radice linguistica ‘aman ci porta al significato di “fidarsi, credere”. Mammona di iniquità allora é ciò in cui ti fidi, ma poi ti pianta in asso. E’ tutto l’opposto della parola AMEN che significa fidarsi della roccia su cui appoggio il piede.
  • Contrapposto a disonesto é “fedele”. Amministratore disonesto, é come dire “amministratore che appartiene alla logica di questo mondo”. L’iniquità non é guadagnare con imbroglio ma anche contare sulla ricchezza guadagnata onestamente. Tra l’altro mi chiedo spesso: quale ricchezza é guadagnata onestamente?

Allora:
Approfittare del tempo per mettere ordine nelle cose, scegliendo quelle eternizzabili, per esempio i rapporti umani: «fatevi degli amici!».
Siate saggi amministratori dei beni terreni, se volete che Dio vi consegni i beni del Regno.
Siate avveduti, decisi e fedeli.
Così si attende la beata speranza e che venga il Regno del nostro Signore Gesù Cristo.


[1] di  Alvise Bellinato
[2] Radermakers-Bossuyt, LETTURA PASTORALE DEL VANGELO DI LUCA, EDB, Pag.352