LA FESTA DI UN PADRE CHE ACCOGLIE
P.Ermes Ronchi

La festa di un Padre che accoglie

Padre Ermes Ronchi (Avvenire -12 Settembre 2004)

Un uomo aveva due figli. Questo inizio, semplicissimo e favoloso, apre la parabola più bella, e nessuna pagina al mondo raggiunge come questa la struttura stessa del nostro vivere, nessuna lascia intravedere come questa il cuore stesso di Dio. Si è persa una pecora, si perde una moneta, si perde un figlio. Si direbbero quasi delle sconfitte di Dio. E invece l’amore vince proprio perdendosi dietro a chi si era perduto. Il Dio di queste parabole «é un Dio che si perde dietro anche a uno solo. Uno, uno solo di noi, e per di più sbandato, è sufficiente…» (A. Casati). Io voglio bene al figlio ribelle. E’ storia di tutti, questa crisi del ribelle l’abbiamo tutti vissuta, e spesso il gesto di rivolta non era che il preludio a una dichiarazione d’amore. Ma il figlio ribelle si trova a pascolare i porci. Il libero ribelle è diventato servo, ha fame, «può rubare le ghiande ai porci, ma non può accontentarsi, come loro, delle sole ghiande. Crudeltà questa? No, Provvidenza» (Mazzolari). L’uomo nasce con il cuore malato di cose lontane. Si ricorda del pane di casa e si mette in cammino verso suo padre.
A Dio non importa il motivo per cui ritorni, se per il pane o per il padre, a Lui basta che tu ti metta in viaggio e ti «vede quando sei ancora lontano», ti corre incontro, ti si getta al collo, non ti lascia parlare, per salvarti dal tuo cuore quando il cuore ti accusa, per salvarti anche dalla tentazione di appesantirti del tuo passato. Il Padre non guarda indietro, non chiede pentimenti, a lui non interessa né giudicare né assolvere, ma aprire un futuro nuovo. Vuole salvare il figlio fallito che si accontenta di essere un garzone, vuole salvarlo da se stesso, dal suo cuore di servo, restituendogli un cuore di figlio. Non saranno mai né penitenza, né paura, né rimorso a liberare l’uomo dal suo male profondo, ma un “di più” di vita, l’abbraccio e la festa di un Padre più grande del nostro cuore. Il fratello maggiore torna dal suo lavoro ed entra in crisi; virtuoso e infelice, perché misura tutto sulle prestazioni, sulla contabilità del dare e dell’avere: «Io ti ho sempre ubbidito, e tu non mi hai dato neanche un capretto». Sono le parole di chi ha osservato le regole, ma come un salariato; è la confessione di un fallito, che ha fatto il bene ma sognando in cuor suo tutt’altra vita. Onesto ma infelice, perché il suo cuore è assente: «Il segreto di una vita riuscita è agire per ciò che ami ed amare ciò per cui agisci» (Dostoevskij). Ma il padre vuole salvare anche lui dal suo cuore di servo: «Tu sei sempre con me, tutto ciò che è mio è tuo». Avrà capito? Padre, non sono degno, ma mi prendo lo stesso il tuo abbraccio, la tua veste nuova, la tua festa. Sono l’eterno mendicante, l’eterno ingannatore. Sono la tua agonia, sono la tua gioia. Sono il tuo figlio. Grazie di essere Padre a questo modo, un modo davvero divino.




11 settembre 2022. Domenica 24a
GESU’ TRA PERDUTI E RITROVATI

24 domenica tempo ordinario –

Preghiamo. O Dio, che per la preghiera del tuo servo Mosè non hai abbandonato il popolo ostinato nel rifiuto del tuo amore, concedi alla tua Chiesa per i meriti del tuo Figlio, che intercede sempre per noi, di far festa insieme agli angeli anche per un solo peccatore che si converte. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen

 Dal libro dell’Èsodo 32,7-11.13-14

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».  Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla testa dura[1]. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.
Salmo 50. Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,12-17
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 15,1-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
GESU’ TRA PERDUTI E RITROVATI.  Don Augusto Fontana

E il popolo disse: “Dio ci hai deluso! Addio”
E Dio rispose: “Anche voi. Sono arrabbiatissimo. Arrivederci.”
E Mosè disse a Dio: “Ricordati che sei un Dio di misericordia…sennò distruggi anche me insieme al tuo popolo.
E Dio rispose: “Va beh! Ho un po’ esagerato. Mi pento. Ricominciamo, ma questa volta seriamente, testoni!”

Il Signore sta per concludere un patto con il suo popolo attraverso un documento che consegna nelle mani di Mosé: ” le due tavole della testimonianza ” (Es 31,18). Mentre Mosè è sul Sinai per molti giorni, il popolo sperimenta il silenzio di Dio e si impaurisce poiché, come me, non ha ancora imparato a fidarsi di Dio. Il Dio di cui fidarsi, è un Dio silenzioso, nascosto, non rappresentabile in nessuna forma. Il popolo convince Aronne responsabile del culto: “Fa per noi un Dio che cammini alla nostra testa perché a Mosé, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto” (32,1). E, alla fine, il popolo scolpisce un toro e dice: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto“. Da tempi remoti il toro era, in Egitto, l’immagine del grande Dio Ptah dal quale dipendeva la fecondità dei campi e degli animali. Per il popolo d’Israele, un’immagine poteva essere il tentativo di possedere quel Dio che li ha liberati (v.8). Di qui la delusione di Dio che disconosce il popolo come “suo”.  Mosè conosce il cuore di Dio e “cominciò a supplicare“, ma il verbo significa piuttosto “incominciò ad accarezzare il volto del Signore“. Mosé accetta di essere il figlio amato che gioca con il padre e usa tutte le sue risorse per poter riportare il padre ad un sorriso e dice: “Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il tuo proposito“. Il testo conclude: ” Il Signore si pentì del male che aveva minacciato “(32, 14).
Eppure nella vicenda del perdono di Dio c’è un episodio umano tragico, una torsione che mi lascia interdetto: Mosè gridò [ai leviti]: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: ognuno uccida il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo» (Esodo 32,27-28). Lo zelo religioso è peggiore dell’intransigenza di Dio? La Bibbia mi provoca domande e non sempre mi dona risposte.
Il testo di Es 34,7-8 ci rivelerà i tredici attributi divini, un condensato di ciò che la Bibbia di Israele pensa di Dio: «Il Signore (YHWH) – Dio – misericordioso – compassionevole – lento all’ira – grande nell’amore – e nella fedeltà – che conserva la sua grazia per mille generazioni – toglie l’iniquità – (toglie) la colpa – (toglie) il peccato – ma non lascia senza punizione – punisce la colpa dei padri nei figli…».
Due soli attributi sono dedicati al Dio che punisce e fa giustizia, mentre ben undici attributi descrivono il Dio della misericordia e del perdono.

Il testo del Vangelo di Luca ci porta un po’ di calma al cuore che si interroga e teme. Non il vitello d’oro né lo zelo della religione, ma Gesù è l’immagine del Dio vivente, amico dei pubblicani e dei peccatori. Osserviamone alcuni squarci.
Insoddisfazione.
Ti riporto un efficace annotazione del mio amico don Nando, a commento del cap. 15 di Luca: «Viene rimarcato un avvicinarsi a Gesù da tutte le parti: ma con scopi e con esiti molto diversi. C’è un avvicinarsi per “ascoltare” e c’è un avvicinarsi per “brontolare”. Questo viene rimarcato molto bene dal testo greco: enghizò (avvicinarsi) e gonghizò (brontolare). Come dire: apparentemente tutti si avvicinano a Cristo, ma quando lui si rivela allora si manifesta chiaramente il “perché” lo si va cercando. Come non sottolineare la perenne attualità – nella storia della Chiesa, ma non solo – di questa annotazione di Luca? Dunque, quello che crea separazione tra l’ “avvicinarsi” e il “brontolare” è proprio questo dato di fatto: «accoglie i peccatori e mangia con loro». Quello che crea problema non è tanto quello che Gesù dice, ma quello che Gesù fa. E’ il suo operato che rivela il Padre! La Prima Parola-di-Dio è lui. Prima, dunque, di chiedermi se sono tra le 99 pecore o sono quella smarrita, se assomiglio al figlio maggiore o al figlio minore, debbo chiedermi: “Sto cercando Dio? Per quale motivo mi avvicino a Cristo? Perché lo cerco? Cerco delle parole che eventualmente confermino quello che già penso di Dio oppure cerco una persona per accogliere la sua esistenza, un uomo appeso ad una croce?“.
La Chiesa di Luca ha corso un grosso rischio: dimenticare che la Chiesa è una comunità di peccatori e non una Setta di giusti. Il capitolo 15 è rivolto a colui che si considera “giusto”. E l’invito è rivolto a lui perché non rimanga vuoto il suo posto alla mensa del Padre».
Allontanamento
Il popolo si allontana presto dall’adorazione dell’Unico Signore («non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che avevo loro indicata»). Saulo si è allontanato diventando «bestemmiatore …lontano dalla fede…persecutore…violento» a servizio della causa di Dio (come molti di noi oggi?). La pecora si è allontanata dall’ovile e si perde (1 su 100). E poi c’è la donna che perde una delle sue dieci monete (1 su 10). Infine ecco il figlio scapestrato che si è allontanato dalla casa paterna (1 su 2). Ma non basta: c’è pure il figlio maggiore che è «lontano» anche se non ha mai lasciato la casa e il lavoro. La sua fedeltà, infatti, è puramente formale, priva di gioia e di amore; e il suo cuore si dimostra gretto, scarica suo fratello sulla coscienza del padre («questo tuo figlio… ». E il padre glielo rimanda, non come proprio figlio, ma come suo fratello da amare: «questo tuo fratello… »). Forse i lontani più irrecuperabili sono quelli che bazzicano, irreprensibili, in casa, ma faticano ad abbandonare i rigidi schemi di un codice di comportamento formale, per «entrare» nella logica folle della misericordia («si indignò e non voleva entrare… »). Noterai il contrasto stridente tra la superba rivendicazione del figlio maggiore («Non ho mai trasgredito un tuo comando») e l’umile confessione di Paolo che si riconosce «il primo» tra i peccatori. Chi non ammette di avere bisogno di perdono, oltre a non sperimentare «la gioia del perdono», non sarà mai capace di dare perdono.
Ricerca
Tra l’allontanamento e il ritorno-conversione, c’è di mezzo un’appassionata ricerca. Mosè fa dei passi in favore di quella razza dal «collo rigido». Il Signore si muove per primo in direzione di Paolo che nella Lettera ai Filippesi (3,12) scriveva «anch’io sono stato afferrato da Gesù Cristo». Il pastore va a cercare la pecora sbandata; la donna «accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente…». Soltanto il padre dell’ultima parabola sembra limitarsi ad aspettare. Ma non è così. Pure lui si è mosso: «gli corse incontro». La conversione è questione di passi. Non soltanto i passi di chi ritorna, ma anche quelli, instancabili, di chi cerca pazientemente, frequenta i luoghi della perdizione, batte tutte le strade, non si rassegna alla lontananza di nessuno. Noi cristiani non possiamo dedicarci a conservare ciò che abbiamo;  bisogna uscire dalla stalla, setacciare la casa. Assomigliamo al figlio maggiore della parabola che preferiva l’assenza di suo fratello. Finché nelle famiglie manca un fratello la festa è monca. Con questa strategia pastorale di conservare e custodire ciò che abbiamo, prima o poi perderemo tutto. La promessa di Dio ad Abramo, ricordata nella prima lettura di questa domenica, continua ad essere vera: “moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo…”. Dio parla di moltiplicare e non di dividere o diminuire. La nostra comunità deve essere estroversa per natura.
Festa
La festa è la conclusione di tutte e tre le avventure. La conversione e il perdono sfociano, non in una penitenza punitiva, in una tetra sala dove sono schierati volti cupi e ammonitori, ma in un clima festoso. È importante, però, che tutti si sentano coinvolti in questa festa: «Rallegratevi con me». La gioia del ritrovamento va condivisa senza riserve da tutti.


[1] È un popolo di dura cervice: Questo versetto manca nella traduzione greca dei LXX. Potrebbe provenire da Dt 9,13. Si tratta della famosa metafora della caparbietà, con riferimento a colui che ha il collo troppo rigido per voltarsi e che, quindi, una volta intrapresa una via (anche sbagliata) non si volterà mai indietro.




4 settembre 2022. Domenica 23a
MA QUANTO CI COSTA?

23a Domenica C

Preghiamo. O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen
 Dal libro della Sapienza 9,13-18
Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza».
Salmo 89.  Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia; al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda.
 Dalla lettera a Filèmone 1,9-10.12-17
Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario.  Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
 Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.  Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

 MA QUANTO CI COSTA? Don Augusto Fontana.
Il Vangelo produce miele, ma ha anche un pungiglione.
«Chi mi segue senza portare la sua croce non può essere mio discepolo»; da noi basta un raffreddore e la nostra sequela si affloscia. Eppure, sotto altre forme meno drammatiche ma altrettanto severe, anche da noi l’essere discepoli comporta dei costi e, grazie a Dio, qualcuno sta conducendo la sua buona testimonianza (in greco si dice martyrìa che ha il sapore del martirio). La vita di un cristiano che ci crede è spesso soggetta a un martirio che non è necessariamente solo quello cruento. Il filosofo Kierkegaard diceva: “se Cristo venisse oggi fra noi, forse sceglierebbe il martirio del ridicolo”, cioè quella particolare coerenza tra il Vangelo e la vita, che rende un cristiano così inattuale nel mondo. Come Simone di Cirene: «Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù» (Luca 23,26); non sappiamo se si sia mai convertito, se abbia accettato di buon animo l’ordine datogli, se abbia compatito il Cristo o se lo abbia maledetto. I discepoli, passivi, accettano che sia un esterno a portare la croce.
«…molta gente accompagnava Gesù durante il suo viaggio». L’evangelista usa, in greco, il verbo sun-eporeuonto che si traduce con “accompagnare, viaggiare insieme; verbo molto diverso da quello che Gesù mi chiede di vivere: “seguimi!”. Anche allora c’era una chiesa di massa fatta di curiosi a corrente alternata (“oggi vado, ma domenica prossima si vedrà…dipenderà…”) o di cercatori di miracoli, presto delusi come fungaioli incostanti e debosciati se i cesti restano vuoti dopo pochi passi nel bosco. Per essere cristiano, la chiesa italiana esige in realtà molto poco. Si battezzano i neonati e non si esige quasi nulla dai genitori; al massimo, un incontro preparatorio al rito del battesimo e un vago impegno di agire cristianamente educando il bambino secondo la legge di Dio e i comandamenti della chiesa. Ma al principio non era così. A chi provava ad essere discepolo, Gesù lo invitava a pensarci seriamente: «Se uno di voi decide di costruire una casa…si mette a calcolare la spesa per vedere se ha soldi abbastanza per portare a termine i lavori…». Saremmo pochi (e, credimi, penso anche a me), se dovessimo davvero compiere le tre condizioni che Gesù esige dai suoi discepoli.
Per la prima condizione (“se uno vuol venire con me e non mi preferisce a suo padre e a sua madre, a sua moglie e ai suoi figli, ai suoi fratelli e sorelle, e persino a se stesso, non può essere mio discepolo“) il discepolo deve essere disposto a subordinare, ridimensionare, relativizzare tutto all’adesione al Signore e alle esigenze del Vangelo. Gesù e il suo piano di creare una società alternativa al sistema mondano stanno al di sopra dei legami famigliari. Ma attenzione: non chiede di scegliere tra famiglia e parrocchia, ma di scegliere Lui nei legami familiari. Diceva Padre E.Balducci[1]: «La caratteristica dell’annuncio evangelico non è la squalificazione dei rapporti di sangue ma l’apertura costante di un orizzonte che va al di là del gruppo a cui si appartiene e che apre possibilità non contenute nei vincoli di parentela o del gruppo etnico. Gesù additando se stesso come degno di amore molto più che il padre, la madre, la moglie e i figli, non getta indifferenza su questi rapporti, ma chiama all’universalità dell’amore e della dedizione. Seguire lui nell’ombra della croce significa seguirlo nella dedizione per tutti gli esseri. La novità del Cristo è la rottura di tutti questi vincoli, la loro relativizzazione. Perché Gesù è stato messo in croce e gli apostoli furono perseguitati? Per la loro opposizione diretta alla presunzione di un gruppo (della famiglia o della nazione) di essere l’intero orizzonte di Dio».
Per la seconda condizione (“chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo“) non si tratta di fare sacrifici o di mortificarsi, ma di accettare concretamente che l’adesione a Gesù comporti dei costi di fronte alle pressioni conformistiche della società. Perciò non è necessario essere precipitosi onde evitare di promettere più di ciò che possiamo effettivamente sostenere. Come per la costruzione di una torre che esige di fare una buona pianificazione per calcolare i materiali di cui disponiamo; o come un re che pianifica una battaglia precipitosamente, senza sedersi a studiare le sue possibilità di fronte al nemico.
La terza condizione (“chiunque non rinuncia a tutto ciò che ha non può essere mio discepolo“) ci sembra eccessiva. Come se fosse poco dare la preferenza assoluta al progetto di Gesù ed essere disposti a soffrire per questo la persecuzione, Gesù esige qualche cosa che sembra al di sopra delle nostre forze: rinunciare a tutto ciò che si ha. Si tratta, senza dubbio, di una formulazione estrema che va interpretata. Il discepolo deve essere disposto persino a rinunciare a ciò che ha, se questo è d’ostacolo a porre fine ad una società ingiusta nella quale pochi accaparrano i beni della terra di cui altri necessitano per sopravvivere. L’altro ha sempre la preferenza. Ciò che si considera proprio, cessa di essere una proprietà quando un altro ne ha bisogno. Solo dalla distribuzione si può parlare di giustizia, solo dalla povertà si può lottare contro di essa. Solo da ciò si può costruire la nuova società, il Regno di Dio: sradicando l’ingiustizia sulla terra.

Per quanti di noi tolgono con frequenza il pungiglione al Vangelo e preferirebbero che le parole e i gesti di Gesù fossero meno radicali, leggere questo testo risulta duro e tremendamente esigente. Non invano il libro della Sapienza formula oggi, sotto forma di domanda, la difficoltà che comporta il conoscere il disegno di Dio: « Chi tra gli uomini potrà mai conoscere la volontà di Dio? Chi potrà sapere quel che il Signore vuole?… Ma le cose del cielo, chi mai ha potuto esplorarle?».  Per questo preghiamo: « Nessuno ha conosciuto la tua volontà se non eri tu a dargli la sapienza, se dal cielo non gli mandavi il tuo Spirito Santo».
Il salmo 89 ci rivela il nostro vero profilo: siamo polvere, un soffio di tempo, un filo d’erba che dura un giorno, una goccia di rugiada al sole. Donaci, o Dio, la sapienza del cuore per andare contro corrente ed avere la capacità di quell’impegno progressivo e a caro prezzo che chiede il Vangelo.   Ma ciò che nel vangelo ci viene proposto come esigenze radicali di Gesù, non è tanto l’inizio del cammino, ma la meta alla quale dovremmo tendere, se vogliamo seguire Gesù. Forse non giungeremo mai a vivere con questa radicalità le esigenze di Gesù, ma non dobbiamo rinunciarci, per quanto ci possiamo trovare ad anni luce da questa utopia.


[1] Padre Ernesto Balducci (muore nel 1992 a 69 anni, a seguito di un grave incidente stradale), presbitero-teologo-scrittore. Profeta dimenticato dalle generazioni che non l’hanno conosciuto e non hanno avuto la fortuna di essere lambite dall’irruenza urticante evangelica delle sue letture bibliche in simbiosi con le lucide analisi sociali, ecclesiali e politiche. L’ostilità della Curia diocesana di Firenze e di papa Pio XII gli valse l’allontanamento da Firenze. Fu un sostenitore dell’obiezione di coscienza al servizio militare e nel 1964 fu condannato dal tribunale per apologia di reato con parallela denuncia al Sant’Uffizio. Nel 1965 Balducci riuscì a riavvicinarsi a Firenze grazie anche all’intervento di papa Paolo VI. Fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura del mondo cattolico italiano nel periodo che accompagnò e seguì il Concilio Vaticano II.




Racconto
DIO NEL POZZO

Dio nel pozzo
(Bollettino salesiano, settembre 2022)

Una comitiva di zingari si fermò al pozzo di un cascinale.
Un bambino di circa cinque anni uscì nel cortile, incuriosito.
Uno zingaro in particolare lo affascinava, un pezzo d’uomo che aveva attinto un secchio d’acqua dal pozzo e stava lì, a gambe larghe, bevendo. Un filo d’acqua gli scorreva giù per la barba corta e folta, e con le mani forti si reggeva il grosso secchio di legno alle labbra come se fosse stata una tazza.
Finito di bere, si tolse la fascia di lana multi­colore annodata alla vita e con quella si asciugò la faccia. Poi si chinò e scrutò in fondo al pozzo.
Incu­riosito, il bambino si alzò in punta di piedi per cercare di vedere oltre l’orlo del pozzo che cosa stesse guardando lo zingaro. Il gigante si accorse del bambino e sorri­dendo lo sollevò da terra tra le braccia. «Sai chi ci sta laggiù?», chiese. Il bambino scosse il capo.
«Ci sta Dio – disse lo zingaro – Guarda!», e tenne il bambino sull’orlo del pozzo.
Là, nell’acqua ferma come uno specchio, il bambino vide riflessa la propria imma­gine: «Ma quello sono io!».
«Ah!», esclamò lo zingaro, rimettendolo con dolcezza a terra. «Ora sai dove sta Dio».




28 AGOSTO 2022. Domenica 22A
VINCE CHI PERDE

22 domenica C

Preghiamo.
O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della nuova alleanza, fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 3,19-21.30-31
Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso.  Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi,  ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male. Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio.
Salmo 67 Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
I giusti si rallegrano,  esultano davanti a Dio  e cantano di gioia.
Cantate a Dio, inneggiate al suo nome:  Signore è il suo nome.
Padre degli orfani e difensore delle vedove  è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa,  fa uscire con gioia i prigionieri.
Pioggia abbondante hai riversato, o Dio,  la tua esausta eredità tu hai consolidato
e in essa ha abitato il tuo popolo,  in quella che, nella tua bontà,  hai reso sicura per il povero, o Dio.
 Dalla lettera agli Ebrei 12,18-19.22-24
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola.  Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.
Dal Vangelo secondo Luca 14,1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

VINCE CHI PERDE. Don Augusto Fontana
«Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire » (Mc 10,44).
In questi giorni si continua a parlare del ritorno dal grande esodo. Anche l’evangelista Luca ha impostato il suo Vangelo descrivendo un lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme e descrivendo incontri, scontri e riflessioni come se fossero tappe intermedie e nuove partenze. Durante una di queste tappe è invitato a cena di sabato e guarisce un uomo idropico, gonfiato da un grave edema[1]. Ed è polemica perché di sabato, secondo alcuni, non si poteva neppure guarire qualcuno.  Di seguito a Gesù non sfuggono alcune piccole strategie degli invitati per assicurarsi i posti più vicini all’onorevole e noto padrone di casa. Quello che avviene in quella sala avviene su più grande scala anche nella vita: aspirazioni a primeggiare, scavalcamenti reciproci, indifferenze agli altri, emarginazione dei meno dotati. Quello che Gesù dice agli invitati vale dunque anche per noi. Ed é un problema che non riguarda solo gli ambienti mondani e aristocratici dove si consumano le fiere delle vanità né soltanto gli ambienti di lavoro dove ciascuno tenta di accaparrarsi posti migliori; riguarda anche la vita interna alle comunità cristiane. Sarà capitato anche a noi di vedere o intuire manovre simili. Io, da parroco, ho sentito raccontare storie di piccole liti per inginocchiatoi o banchi privilegiati in chiesa; da operaio e da amministratore pubblico ho visto sgomitare, intrallazzare e tramare per incarichi, livelli di carriera, cerchi magici.
Era accaduto anche ai discepoli: «Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”.  Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”[…]Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.  Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.  Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (Marco 10, 32-44).
Scrive P. Ermes Ronchi:[2]« Nella vita siamo sedotti da tre verbi malefici, che fanno il male dell’uomo e della donna, e per questo li possiamo definire “maledetti”, e sono: prendere, salire, dominare. Ad essi Gesù oppone tre verbi “benedetti”, che contengono e generano il bene della persona, e sono: dare, scendere, servire».
Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
L’apostolo Giacomo fu costretto a scrivere in sua lettera: «Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito bene, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito bene e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi lì», oppure: «Siediti qui sullo sgabello dei miei piedi», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri  nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha  promesso a quelli che lo amano?» (Giac. 2,1-4). Non é quindi una questione di galateo o di carità cristiana. Certi gesti rivelano o oscurano la logica di Dio.
Gesù fa riflettere un po’ alla volta, forse riferendosi ad un testo biblico già conosciuto: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: “Sali quassù” piuttosto che essere umiliato davanti a uno superiore» (Proverbi 25, 6). Una regola di prudenza che Gesù interpreta con una profondità e ampiezza ben superiore. E’ uno stile di vita e di scelta che non riguarda solo il momento di una cena ma Gesù lo estende a ogni momento della vita ecclesiale e sociale.
Parte da alcune considerazioni più elementari e, si direbbe, poco spirituali e terra terra. Comincia col far osservare l’eventualità che chi si affretta a occupare i primi posti può rischiare di essere invitato a spostarsi in fondo coperto dal ridicolo. E’ una vignetta, una caricatura con cui il Vangelo sembra farci ridere di quelle gaffe che rivelano quanto sia controproducente, anche solo a livello umano, la superbia tronfia. Gesù é nella linea della tradizione biblica sapienziale che dedica pagine e pagine a queste piccole/grandi virtù della convivenza mite e sapiente.
Ma non si tratta, abbiamo detto, solo di galateo o di calcolo. Nella prima lettura abbiamo sentito annunciare: «Quanto più sei grande tanto più fatti piccolo, così troverai grazia davanti al Signore».
Il popolo di Dio ha spesso sperimentato che Dio abbatte i superbi ed esalta gli umili. Il salmo di oggi é uno dei tanti che cantano questa esperienza che sentiamo poi sussurrare dalla bocca di Maria. Al discorso negativo si aggiunge una raccomandazione più positiva: «Invita quelli che non possono ricambiarti». Adottare la logica di Dio: fare il bene senza attendere il tornaconto. Chi di noi ha sperimentato la beatitudine della gioia più grande nel dare che nel ricevere? (Atti 20,35). Quasi a dire che l’evangelo ci invita a restare sempre in debito e non tentare di andare a credito con nessuno, né con Dio né con gli altri.
Eccentrici, fuori dal centro.
Per suggerire una qualche forma di interpretazione cito una pagina di Enzo Bianchi che parla di MINORITÀ[3]: «Se c’è un testo teologicamente fondativo dell’esser minori questo mi pare rintracciabile nella Prima Lette­ra ai Corinzi. Dice Paolo rivolto ai troppi par­titi della Chiesa di Corinto: «La parola della croce è stol­tezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ra­gionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sa­pienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di sal­vare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo po­tenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltez­za di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,17-25).
La minorità è un modo di essere e non un modo di parlare o di scrivere. E’ uno stile di vita diffuso, capillare. E’ un metodo relazionale da non confondersi con la falsa modestia, con l’occultamento del proprio ruolo o capacità. La minorità non è una virtù: è un punto di vista sul mondo e su di sè. E’ una “lateralizzazione” di sé rispetto al mondo, un abbandono della posizione di frontalità (o centralità), un mettersi fuori o, piuttosto, ai margini, è un “diventare eccentrici”. Il “farsi piccoli” implica uno stare nel mondo in un certo modo più che un giudizio sul mondo. Il minore è povero non perché è “meno” degli altri, ma perché è portatore di una diversità che non può dar conto compiutamente, persuasivamente, efficacemente, delle sue ragioni; la sua è una povertà argomentativa. Per comprendere il senso di questa scelta abbiamo solo il rovesciamento della logica mondana, il paradosso delle Beatitudini. Essendo un paradosso non si può credibilmente argomentare, persuasivamente formulare, efficacemente comunicare. La ragione non può nulla contro i paradossi e i paradossi sono impotenti e retrocedono di fronte alle argomentazioni. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto san Francesco. La “mimica” di san Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento “sine glossa” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti».


[1] «Il lievito dei farisei porta all’avere di più (12,15); riempie l’uomo di possesso e di rapina e lo riduce a un idropico, che trasforma in acqua morta tutto ciò che mangia e cresce tanto da non passare poi per la porta stretta. Qui Gesù illustra lo spirito nuovo di chi è guarito dall’idropisia: è l’umiltà, il contrario di quel protagonismo di cui fanno mostra i tanti piccoli idropici che vede scegliere i primi posti» (AA.vv., Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB 1991, pag. 179)
[2] AVVENIRE, 25 agosto 2022
[3] da HOREB, n. 3/1997




21 agosto 2022. Domenica 21a
CORRI! STANNO CHIUDENDO LA PORTA

21a DOMENICA anno C –

Preghiamo. O Padre, che chiami tutti gli uomini per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova, concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché, unendoci al sacrificio del tuo Figlio, gustiamo il frutto della vera libertà e la gioia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Isaia 66,18-21
Così dice il Signore:  «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».
Salmo 116  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, nazioni, dategli gloria.
Forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno.
Dalla lettera agli Ebrei 12,5-7.11-13
Fratelli, avete dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio”.   È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? In verità, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e fate passi diritti con i vostri piedi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.
Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30
In quel tempo, tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà  (egherze=risorgerà) e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece sarete cacciati fuori. Verranno da est e da ovest, da nord e da sud e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

CORRI! STANNO CHIUDENDO LA PORTA. Don Augusto Fontana.
Il biblista Josef Ernst si sofferma sulla questione della “porta stretta” e ne offre una diversa e intrigante interpretazione[1]: “per Luca il punto di vista decisivo è l’esortazione a un agire risoluto nell’ultimo momento ancora possibile. E’ un urgente appello ad agire finché si è in tempoPrima o poi viene il momento in cui il padrone di casa si alza e chiude la porta“. Non sarebbe dunque la porta che è stretta, ma è il tempo che è corto.
Luca ha ripreso da Matteo, modificandola, l’immagine della porta stretta. Matteo pensava al portone grande (púle) di una città, che viene chiuso a una certa ora della notte, ma nel quale o accanto al quale si trova una porticina per i ritardatari. Luca invece pensa alla porta (thúra) di una casa che il padrone, dopo averla chiusa riapre eventualmente solo a conoscenti o parenti; collega poi il suo testo con la parabola delle 10 vergini in cui la porta (thúra) viene chiusa dopo l’arrivo dello sposo. Gesù allora indirizzandosi a “voi”, si rivolge anche a noi lettori del Vangelo e ci assegna il posto dei ritardatari che non riescono a farsi riconoscere dal padrone di casa: “non so da dove siete; via da me, voi tutti, operatori di ingiustizia” (v. 27). Ci si può chiedere a che tipo di lotta Gesù faccia allusione. L’immagine della porta stretta potrebbe indicare la ressa della folla davanti a una porta che si può oltrepassare solo a forza di gomitate. Ma non è a questo che Gesù pensa. Il combattimento di cui si parla è il compiere la giustizia, cioè la volontà di Dio. Il Signore non riconoscerà quelli che fanno la volontà propria e inutilmente diranno “abbiamo mangiato e bevuto davanti a te”. Infatti non è questo che fa di loro dei parenti del Signore: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (8,21). Allora chi si siederà al banchetto messianico? L’opposizione non è tra pagani e ebrei, ma tra obbedienti e disobbedienti, qualunque sia la loro origine etnica[2].
 Come si può entrare dalla porta?
Gesù sta continuando il suo viaggio a Gerusalemme, verso la croce, passando per villaggi nei quali insegnava. In questo contesto, un tale domanda al Signore: «Signore sono pochi quelli che si salveranno?» Come si vede, la domanda punta al numero: quanti ci salveremo, pochi o molti? La risposta di Gesù sposta l’attenzione dal “quanti” al “come” essere salvati. Il Vangelo di Luca è stato redatto quando si era all’incirca alla terza generazione del movimento di Gesù. In molti fratelli e sorelle della comunità l’amore, il fervore e l’impegno delle origini si erano affievoliti. Non è un caso che il capitolo dal quale è tratto questo brano inizi con la parabola del fico sterile: «Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai» (Luca 13, 7-9).
Anche la comunità corre il rischio, secondo Luca, di cadere nella routine, nel compromesso, nella mediocrità. La risposta di Gesù vuole educare i discepoli a passare dal piano della curiosità a quello della sapienza. Naturalmente la cosa potrebbe interessare anche noi discepoli di oggi.
Quindi, cosa dice Gesù rispetto al modo di salvarci? Due cose: primo, ciò che non serve e non basta per essere salvati, poi ciò che serve per essere salvati.
Non serve, o non basta per essere salvati, il fatto di appartenere a una determinata religione o tradizione: “abbiamo mangiato e bevuto con te e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Gesù risponde “non so di dove siete [non vi conosco]“. Nel racconto di Luca è evidente che coloro che parlano e rivendicano privilegi sono giudei circoncisi; nel racconto di Matteo, il panorama si amplia in un contesto di chiesa; sentiamo i discepoli che presentano lo stesso tipo di pretesa: “abbiamo profetizzato nel tuo nome, abbiamo fatto miracoli”;  ma la risposta del Signore è la stessa: “non vi conosco, allontanatevi da me” (Cfr. Mt 7,22-23). Quindi per essere salvati non basta nemmeno il semplice fatto di aver conosciuto Gesù e appartenere alla chiesa; serve altro.
Siamo alla risposta positiva: ciò che mette in cammino la salvezza non è un titolo di merito, ma un coinvolgimento personale nella persona e vita di Gesù: “io sono la porta” dice Gesù (Giovanni 10,7).
Al brano del vangelo fanno eco le parole di Isaia che annunciano la salvezza per il popolo d’Israele e, insieme, per tutte le genti (Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan). La salvezza è immaginata come un immenso pellegrinaggio al termine del quale tutti i popoli verranno e riconosceranno in Gesù la via di Dio: «Io sono la via» (Giov. 14,6). All’inizio di questo pellegrinaggio sta la testimonianza di un “piccolo resto” degli israeliti; a questo “piccolo resto” il Signore affida l’annuncio del suo regno. Questi, rimasti in pochi, accettano la missione del Signore che li manda alle genti per diventare testimoni di lui e del suo amore. Il risultato sarà che le nazioni pagane, venendo in pellegrinaggio a Gerusalemme, porteranno con loro tutti gli israeliti dispersi nel mondo e (udite! udite!) “Anche tra i non-circoncisi mi sceglierò sacerdoti leviti, dice il Signore”.
Gesù rompe lo schema e porta il tema sul piano personale e qualitativo: non sono le pratiche religiose che ci danno la garanzia della salvezza. Gesù ha ripetuto molte volte questo concetto “non tutti quelli che mi dicono «Signore, Signore», entreranno nel Regno dei cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre mio che sta nei cieli” (Mt. 7,21). Mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore, ascoltare la sua Parola, moltiplicare le preghiere è importante ma non è sufficiente per raggiungere la salvezza:non posso sopportare falsità e solennità” (Isaia 1,13). Al rito deve unirsi la vita, la preghiera deve orientarsi alla pratica della carità, la liturgia deve aprirsi alla giustizia e al bene della salvezza.
Lui è la porta stretta:
«Io sono la porta dell’ovile» dice Gesù al Cap. 10 del Vangelo secondo Giovanni.
Anche il Cristo è passato attraverso la porta della sua umanità, attraverso la porta dell’incarnazione, una porta che lui ha sfondato e ha aperto.  Il verbo greco usato da Luca “agonizesthe” andrebbe tradotto con “continuate a lottare” indicando così una specie di “agonia” che coinvolge tutta la persona nel cammino di fedeltà a Dio.
I devoti fanno ressa davanti alla porta e impediscono a tanti di entrare.
Accanto alla porta succedono tante cose. Marco narra uno di questi eventi: «Si seppe che [Gesù] era in casa  e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta (thúra), ed egli annunciava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico» (Marco 2,1-4).
I devoti curiosi (di ieri e di oggi) si accalcano davanti alla porta. Si direbbe che sono troppo concentrati per accorgersi che qualcuno chiede il permesso di entrare. La porta è aperta per accogliere storpi, zoppi, paralitici. Ma una porzione di chiesa sta ingombrando il passaggio all’altra porzione di chiesa (i 4 anonimi portantini e il paralitico) che dovrebbe avere la precedenza. E’ una porzione di chiesa «dove ogni cosa è sistemata per bene. C’è tutto là dentro. Non c’è posto per altro. Non passa più nulla. Non entra l’avvenimento, l’imprevisto. Viene negato l’accesso all’inatteso»[3].
Scrive il monaco fratel MichaelDavide[4]: «La Chiesa dei nostri giorni si trova purtroppo a pagare le amare conseguenze di una ripresa del funzionamento religioso e sacrale che ha creato una casta – quella clericale, che non va identi­ficata solo con i chierici, ma pure con i laici clericali – la quale, come i farisei e i sadducei ai tempi di Gesù, invece di servire il vangelo, è tentata di servirsi del vangelo. Il vangelo con le sue esigenze di libertà, uguaglianza e universale fraternità è il banco di prova della Chiesa. Una Chiesa che riparte dal vangelo è una Chiesa che si spoglia di privilegi desunti da altre forme religiose, ri­nunciando alla pretesa di creare delle caste esclusive che si arrogano il diritto di escludere gli altri in nome di una vocazione e di un’inve­stitura dall’alto che, in realtà, non può che venire dal basso. Tutto ciò non può avvenire se prima non si accetta la relatività di tutta una serie di isti­tuzioni e di funzionamenti, che, se sono stati utili – almeno in par­te – fino a oggi, non è detto che siano ancora adeguati e augurabili. La rottura evangelica con la mentalità socio-religiosa del suo tempo da parte di Gesù di Nazaret, come è attestata nei vangeli, non può non invitare ad affrontare coraggiosamente e con decisione la lotta a ogni forma di esclusività e a ogni forma di esclusione. Come dimenticare il posto che le donne hanno nella comunità dei discepoli (Lc 8,1-3) e il loro ruolo eminente nei racconti pasquali? Davanti alla tentazione dei discepoli di organizzarsi attorno al loro Maestro, analogamente a quanto avveniva per i discepoli di Giovanni e dei farisei, la reazione del Signore Gesù è chiara fino al punto di essere destabilizzante. A ben guardare, la posizione di Gesù è per i Dodici forse persino mortificante: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43). I bambini, le donne, gli stranieri, i disabili, i diversamente affettivi, i peccatori, gli esclusi e quanti sono avvertiti come un pericolo, per il loro diverso atteggiamento nella vita e di fronte alla vita, diventano il centro dell’attenzione di Gesù e fanno parte della comunità di vita e di annuncio che si crea attorno alla sua persona e al suo messaggio. Per questo la comunità dei discepoli non può e non deve organizzarsi a partire da uno schema di purità, ma in un respiro di universalità, non solo geografica, ma prima di tutto antropologica, che sia capace di evolvere dalla benevola tolleranza all’inclusione radicale».

Si tratta di partire da un principio minimo: «Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo stati salvati e nello stesso modo anche loro» (At 15,11).


[1] Josef Ernst, Il Vangelo secondo Luca (Ed. Morcelliana)
[2] Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon 2015, pag. 393
[3] A.Pronzato, Un cristiano comincia a leggere il vangelo di Marco, Vol.1, Gribaudi, 1979, pag.128
[4] In La semina del profeta, EDB, 2019, pagg. 68-70




14 agosto 2022. Domenica 20a
SEGNO DI CONTRADDIZIONE

20° domenica C

Preghiamo. O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Geremìa 38,4-6.8-10.
In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».  Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango. Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».
Salmo 39  Signore, vieni presto in mio aiuto.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,  ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude;
ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore.
Ma io sono povero e bisognoso: di me ha cura il Signore.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare.
 Dalla lettera agli Ebrei 12,1-4
Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.  Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.
Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53 (+ 54-57)
Gesù dice ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Aggiungo i seguenti versetti che non ascolterai nella proclamazione liturgica ma che ritengo utili per la comprensione del testo.
[54 Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. 55 E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. 56 Ipocriti! Sapete giudicare il volto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? 57 E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?].

SEGNO DI CONTRADDIZIONEDon Augusto Fontana
Su Internet si possono consultare le previsioni del tempo fino a 5 giorni. Spesso su queste previsioni si elaborano programmazioni e si fissano i trend di andamento di affari, viaggi, attacchi armati, interventi sulle coltivazioni. Con strumentazioni più moderne si fa quello che fin dall’antichità costituiva una sapiente preveggenza in vista di una attività decisionale. Anche i palestinesi del tempo di Gesù sapevano che se tirava vento dal Mar Mediterraneo sarebbe piovuto mentre sarebbe stato sereno se il vento proveniva dal deserto siro-arabico. L’esperienza della decisione é fondamentale nella vita di ciascuno. Di fatto ogni persona si misura dalle sue decisioni, perché decidere é sempre prendere posizione, determinare se stessi e le proprie mete. Ogni decisione é presa di fronte a delle alternative, quindi l’esito non é assicurato e molto spesso non sai se quella decisione é la migliore. Comunque la decisione connota l’ingresso nell’età adulta. Chi non sa mai prendere una decisione, chi vuole l’una e l’altra cosa o, come si usa dire, “la botte piena e la moglie ubriaca”, non é mai uscito dalla fase infantile. Questo comporta delle rinunce, soprattutto la rinuncia al compromesso.
Gesù usa una parola dura: «Ipocriti! Sapete riconoscere i segni atmosferici per comportarvi di conseguenza e non sapete riconoscere i tempi provvidenziali (kairòi) di Dio».
Ipocrita, doppiogiochista o cerchiobottista, come si usa dire ai nostri giorni.
Fuoco che scalda, ustiona e plasma.
Con il brano evangelico di oggi si conclude praticamente l’insegnamento del Cap. 12 di Luca che ci ha accompagnato per 3 domeniche dicendoci, in sintesi: non dormite; la situazione che vivete é di massima allerta; é questione di qualità di vita oggi e di vita eterna; schiodatevi dalle poltrone, prendete i vostri bagagli essenziali, prima di tutto la vita e il Regno di Dio; non affannatevi per capitalizzare; condividete a vicenda pane e bagagli; parlatevi insieme per sostenere le speranze e per discernere quali sono i sentieri del Signore, i tempi provvidenziali (kairòi) e le decisioni conseguenti.
Proprio come devono fare in questi giorni molte famiglie circondate dagli incendi dei boschi o dalle alluvioni in vari territori nazionali e non.
Il discernimento comporta, secondo il Nuovo Testamento, una capacità di confronto tra la Parola di Dio e gli avvenimenti (“questo tempo”) per capire i sintomi della presenza del Signore, per leggere la storia non solo alla luce del presente e del suo passato, ma anche alla luce della tensione verso il futuro di Dio. Il Signore ci lascia nella nostra responsabilità: «Perché non giudicate da voi stessi ciò che é giusto?» (Lc. 12,57).
A me, tiepido comatoso, è rivolta questa Parola: «All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse 3, 14-20).
A me, sonnolente abitudinario, è rivolta questa Parola che Gesù conosceva bene e a cui si è probabilmente ispirato: «Povero me! In questa regione non c’è più una persona fedele a Dio, nessuno è onesto. I capi hanno pretese, i giudici esigono compensi illeciti, gli uomini influenti dicono senza vergogna quel che desiderano e tutti tramano per ottenerlo. Ma è arrivato il giorno in cui Dio vi punirà, come avevano annunziato i profeti, le vostre sentinelle. Ora vivrete nell’angoscia. Non credete al compagno, non fidatevi dell’amico, state attenti a quel che dite anche a vostra moglie. I figli insultano i padri, le figlie si ribellano alle madri, le nuore alle suocere: ognuno ha i suoi nemici nella propria famiglia. Ma io mi rivolgo al Signore, ripongo la mia speranza in Dio che mi salva» (Michea 7, 1-7).
Gesù ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per non illuderci; non ha sbandierato una proposta facile e slavata. Non ci ha fatto credere che seguirlo avrebbe comportato qualche garanzia assicurativa in più nella vita; anzi, ci ha chiaramente illustrato le esigenti richieste della sequela contro ogni astensionismo, incertezza o posizione neutrale del “piede in due scarpe”. Gesù diventa così segno di contraddizione, come aveva preannunciato Simeone tenendo sulle sue braccia questo bambino nel Tempio (Lc,2,34): «Egli é qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione».
Luca in questo Capitolo 12 ricorda una frase di Gesù: «Credete che sia venuto a portare la pace sulla terra? No. Anzi sono venuto a portare la divisione (Matteo 10, 34 parla di spada)». L’immersione (il battesimo) nella Sua morte diventerà (e diventa anche per me oggi) un caso serio, segno di contraddizione. L’esperienza cristiana della nostra Chiesa nordica e occidentale è diventata una religione pacioccona, buona per tutte le stagioni, saldi compresi. Il crocifisso è diventato simbolo slavato, appeso qua e là ovunque, su scollature audaci o toraci villosi, sui muri di pubblica utilità e tra mani impure di politici atei e devoti. Se lo guardo, il crocifisso non mi schianta più né più mi intenerisce. Ai piedi di quel Crocifisso è sorto un cimitero di morti viventi, una spianata di fedeli smunti e comatosi; e raramente produce sussulti di scelte selettive di vita.
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso». Gesù ha mandato il fuoco della Pentecoste[1] (Atti 2,3-4) e ha fatto bruciare il cuore di due discepoli delusi che avevano avuto il coraggio di voltargli le spalle fuggendo verso Emmaus (Lc 24)[2]. Lui è Fuoco, non melassa; è bruciore incompatibile con le pomate emollienti che io ho spalmato sulle mie scelte-non-scelte per troppi anni nella mia vita.
Signore, resta per me segno di contraddizione, bruciatura e fuoco. Tormento e innamoramento. Resta il profeta del mio discernimento!
Già fu così la storia dei profeti.  Geremia 6,10-21: «A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino? Ecco, il loro orecchio non è circonciso, sono incapaci di prestare attenzione. Ecco, la parola del Signore è per loro oggetto di scherno; non la gustano. Io perciò sono pieno dell’ira del Signore, non posso più contenerla. Perché dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna. Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “Va bene, va tutto bene!” ma bene non va. Così il Signore dice: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le anime vostre”. Ma essi risposero: “Non la prenderemo!”. Io ho posto sentinelle presso di voi: “Fate attenzione allo squillo di tromba”. Essi hanno risposto: “Non ci baderemo!”. Ascolta, o terra! Ecco, io mando contro questo popolo la sventura, il frutto dei loro pensieri, perchè non hanno prestato attenzione alle mie parole e hanno rigettato la mia legge. I vostri olocausti non mi sono graditi e non mi piacciono i vostri sacrifici. Perciò, dice il Signore: “Ecco, io porrò per questo popolo pietre di inciampo, in esse inciamperanno insieme padri e figli; vicini e amici periranno».
Gesù prima di scatenare un dramma nella vita degli altri, ha vissuto sulla sua pelle questa urgenza: «Fuoco sono venuto a portare sulla terra e io stesso ci cadrò dentro come in un battesimo».
Il Profeta nella contraddizione della storia.
La figura di Geremia (Geremia 38,4-10), profeta insanguinato, anticipa la figura di Gesù. I suoi connazionali non hanno saputo interpretare il senso delle sue parole e l’importanza dei suoi gesti profetici e sono rimasti ciechi e sordi.
Narro un po’ di storia, per chi è curioso di conoscere il contesto confuso in cui si muove la profezia di Geremia. Il Regno babilonese conosce il suo apice con Nabucodonosor (625-605). Nel 612 Ninive, capitale degli assiri, cade sotto l’assedio di Nabucodonosor. In questo periodo Manasse, re della regione di Giuda, era un alleato degli assiri. E’ ritenuto il re più incredulo, idolatra e sincretista di tutti i re di Giuda. Geremia é di stirpe sacerdotale e inizia la sua azione profetica in questo confuso periodo politico e religioso.  Il re Giosia succede a Manasse nel momento in cui la potenza assira é decadente. Giosia tenta una ardita riforma religiosa e cultuale e si allea però con Babilonia ma perde la vita nella battaglia di Meghiddo (609). Gli succede il figlio Joachim che tenta l’indipendenza da Babilonia, ma questo provoca l’invasione babilonese con l’occupazione di Gerusalemme e la deportazione di tutta la corte reale e l’aristocrazia a Babilonia.
Nabucodonosor pone sul trono di Giuda il re Sedecia che però, con mosse sbagliate, provoca una seconda invasione che distrugge Gerusalemme e il tempio (586). Geremia esce dalla sua vita tranquilla, contesta i burocrati, il popolo, i colleghi sacerdoti; contesta al re Sedecia di sfidare la potenza babilonese. Viene incarcerato durante l’assedio di Gerusalemme perché é accusato di scoraggiare i soldati e i cittadini. I capi lo gettano in una cisterna accusandolo di disfattismo, poi per ordine del re viene liberato.
La sua profezia si mescola con la politica. La Parola trascendente di Dio è ad un bivio: o sta lassù nel cielo incontaminato, nel silenzio eterno profumato di incensi o si mescola con gli avvenimenti contingenti della storia, dentro al frastuono di risa e lamenti o nel profumo delle pinete o nell’odore del sangue. È difficile e rischioso restare coscienza critica negli eventi contingenti quotidiani.
Crisis è discernimento[3].
La parola “Crisi” deriva dal verbo greco krinein che significa “separare”, passare al setaccio. Proprio ciò che fa una crisi: ci vaglia mettendoci alla prova. Il disagio è proprio l’essere messo a nudo. Leggere la Parola di Dio da credente vuol dire accettare che mi metta in crisi.
Zaccaria 13,9: «Farò passare un terzo del mio popolo attraverso il fuoco e lo purificherò come si purifica l’argento, lo proverò come si prova l’oro».
Prima Lettera di Pietro 1,6-7: «Perciò siate contenti, anche se ora, per un po’ di tempo, dovete sopportare prove di ogni genere. Anche l’oro, benché sia una cosa che non dura in eterno, deve passare attraverso il fuoco, perché si veda se è genuino. Lo stesso avviene per la vostra fede, che è ben più preziosa dell’oro: è messa alla prova dalle difficoltà, perché si veda se è genuina. Solo così voi riceverete lode, gloria e onore, quando Gesù Cristo si manifesterà a tutti gli uomini».
Il rischio della crisi è che ci costringa a guardare dove noi non vogliamo, che ci faccia vedere cose che non vogliamo vedere. Temo di aver passato la vita senza vedere nel profondo di me.
La Santa Scrittura, e Gesù, hanno una forza critica che, se ascoltata, può veramente favorire un processo di conversione. La sua capacità discernente, cioè di giudicare, valutare e vagliare sono presenti in molti testi biblici, ad esempio Ebrei 4,12-13: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta (in greco: kriticòs, mette in crisi) i sentimenti e i pensieri del cuore».  La Parola ha la forza efficace di mettere in crisi, di distinguere e fare chiarezza tra pensieri e sentimenti del cuore. Avviene più volte che di fronte a una pagina della Scrittura (anche attraverso un’omelia, una spiegazione, una lettura personale…) ci si sente radiografati, come se essa leggesse cosa si muove in noi, come se l’episodio riguardasse nessun’altro al di fuori di noi stessi e la Scrittura desse le parole per descrivere ciò che sta avvenendo in noi.
E’ l’esperienza del profeta Geremia 20,8-9: «Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
Christiane Singer[4] ha scritto:  “Parliamo del buon uso delle catastrofi, dei drammi, dei diversi naufragi in cui possiamo incorrere. Nel corso del cammino della mia vita io ho raggiunto la certezza che le crisi e le catastrofi avvengono per evitarci il peggio. Il peggio cos’è? Il peggio è di aver attraversato la vita senza naufragi, cioè di essere sempre restato alla superficie delle cose, di aver danzato al ballo delle ombre, persi nella evanescenza, nell’inconsistenza, di avere sguazzato nelle paludi dei “si dice”, delle apparenze, dei luoghi comuni, di non essere mai precipitato, andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sè e delle relazioni. In mancanza di maestri, nella società in cui viviamo sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci ad entrare nell’altra dimensione, della profondità che dà senso alla vita. Nella nostra società tutto concorre nel senso di distoglierci da ciò che è importante e centrale, come se ci fosse un sistema di fili spinati e di interdizioni per non accedere alla propria profondità, è un’immensa cospirazione, la più immensa, di una civiltà contro l’anima, contro lo spirito”.

Gesù è il fuoco che avanza per dividere il mio passato dal mio futuro (“il padre dal figlio”), l’oro della mia fede dalle scorie della mia religione (“la nuora dalla suocera”). Siamo pregati di non chiamare i pompieri!


[1] «Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo».
[2] Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
[3] Elaboro da: Luciano Manicardi, Nelle tenebre una luce. Itinerari di vita nella sofferenza, Ed. Centro Volontari della Sofferenza, 2004.
[4]  saggista e scrittrice francese (1943-2007)




7 agosto 2022. Domenica 19a
UN TESORO SICURO

Domenica 19 C

Preghiamo. Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro della Sapienza 18,6-9 [traduzione della Bibbia interconfessionale in lingua corrente]
I nostri antenati furono preavvisati di questa notte memorabile della liberazione. Sapevano dunque a quali promesse avevano creduto e in piena sicurezza potevano rallegrarsi. Perciò il tuo popolo aveva aspettato questa notte come salvezza per i tuoi fedeli e rovina dei loro nemici. Sì, perché le stesse cose ti servono  per castigare i nostri nemici  e per glorificare noi, il popolo che hai chiamato e voluto per te. In segreto i discendenti di una stirpe santa ti offrivano sacrifici nella loro fedeltà e si accordavano per rispettare questa legge divina: quelli che appartengono solo a te devono essere solidali tra loro nei momenti belli e in quelli difficili. Essi cantavano i canti del loro popolo.
Salmo 32  Beato il popolo scelto dal Signore.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio, il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei  11,1-2.8-12
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Dal Vangelo secondo Luca 12,32-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».  Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.  A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

PADRE SEI UN TESORO. Don Augusto Fontana
Molti di noi forse possono raccontare di persone che hanno vissuto esperienza di vita terribili restando credenti e fedeli, oranti, resistenti, pieni di speranza avendo trovato in Gesù il piolo dove attaccare la propria vita stracciata. Oltre a singole persone esistono anche piccoli gruppi che sanno restare nella speranza attiva, vigilante e resistente. Il vescovo di Recife, Hélder Câmara[1] in un discorso tenuto a Wurzburg (Germania) parlava, nell’ormai lontano 1971, di «minoranze abramitiche» con chiaro riferimento ad Abramo, diventato il simbolo del credente non solo per gli ebrei ma anche per il cristiano (come apertamente dichiara la seconda lettura biblica di oggi): «La Provvidenza si é incaricata di seminare ovunque – in tutti i paesi,  razze, lingue, religioni, gruppi umani – delle minoranze caratterizzate dal desiderio di servire, dall’irriducibile fame e sete di un mondo più giusto e più umano. Io le chiamo minoranze abramitiche perché, come Abramo, sperano contro ogni speranza…Parla con i tuoi amici, con quelli di casa tua, del tuo vicinato, della scuola, del tuo posto di lavoro, coi tuoi compagni di svago e avrai la sorpresa di scoprire che la tua “minoranza abramitica” esiste già e tu non lo sapevi. Se gli uomini di buona volontà facessero lo sforzo di collegare tra loro queste minoranze abramitiche, la pressione morale liberatrice scatenata acquisterebbe la potenza inimmaginabile dell’energia nucleare che ha sonnecchiato per milioni di anni in seno all’atomo, ma poi é esplosa[2]».
Gesù dice nel Vangelo: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno». (Lc.12,32). Le minoranze abramitiche è fatta da gente che ha cercato il regno di Dio come un tesoro e vi ha depositato lì il proprio cuore: «Il regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi, pieno di gioia corre a vendere tutto quello che ha e compra quel campo. Il regno di Dio è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose. Quando ha trovato una perla di grande valore, egli va, vende tutto quel che ha e compra quella perla» (Matteo 13. 44-46).
Non é facile per me perché la mia fede é messa costantemente in crisi dalla vita o é rimasta un evento intellettuale o rituale. Domenica scorsa ci siamo sentiti dire: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». E’ in gioco la vita. La domanda é seria: da chi dipende la mia vita? Su cosa è appesa o verso dove pende? Il testo evangelico di domenica scorsa prosegue con un brano non utilizzato dalla liturgia, ma che occorre citare perché potrebbe offrire spunti per una risposta: «[22]Poi disse ai discepoli: «Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. [23]La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. [24]Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! [25]Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [26]Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? [28]Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? [29]Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: [30]di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo (i pagani); ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. [31]Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta».
A questo brano fa seguito il brano proclamato nella liturgia di oggi (Lc. 12,33-34) a cui segue una serie di piccole unità letterarie che arrivano fino al cap. 13,21 incentrate sulla vigilanza nell’attesa del Signore.
Nella rivelazione biblica é frequente l’affermazione della protezione di Dio. Si ricorre ad immagini (Dio padre, sposo, madre, pastore, guida, custode) e a simboli (ombra, ali, tenda, fortezza, roccia, rifugio). Tutto per rappresentare il rapporto di alleanza, patto, amicizia. Parlare di fiducia, attesa vigilante e operativa, resistenza, speranza significa rivisitare la nostra relazione con il Signore.
Dal complesso della rivelazione biblica si possono raccogliere i brani dedicati alla protezione di Dio sotto 3 tipologie: come confessione, come esperienza e come invocazione.

  • Come confessione (Il Signore é…): Siracide 34: «[14]Chi obbedisce al Signore non ha paura di nulla, e non teme perché egli è la sua speranza. [15]Beata l’anima di chi teme il Signore. A chi si appoggia? Chi è il suo sostegno? [16]Gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano, protezione potente e sostegno di forza, riparo dal vento infuocato e dal sole, difesa contro gli ostacoli, soccorso nella caduta; [17]solleva l’anima e illumina gli occhi, concede sanità, vita e benedizione».
  • Come esperienza (Il Signore ha fatto…): Giosuè 24: «[17] ll Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d’Egitto, dalla condizione servile, ha compiuto quei grandi miracoli dinanzi agli occhi nostri e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati». Salmo 125: «[1] Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. [2]Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. Allora si diceva tra i popoli: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. [3]Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia».
  • Come invocazione (Signore fai…): Salmo 17: «[8]Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali».

Si tratta di confessioni, esperienze e invocazioni che non possono essere capite al di fuori del regime di fede e di relazione con il Signore, sentita come vitale. Chi sono infatti quelli che possono confessare, raccontare e invocare la protezione di Dio?

  • I giusti : «Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine» (Proverbi 2,7) «Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie». (Salmo dell’onesto 34,8-9)
  • Coloro che amano Dio: «Gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano, protezione potente e sostegno di forza, riparo dal vento infuocato e riparo dal sole del mezzogiorno, difesa contro gli ostacoli, soccorso nella caduta; solleva l’anima e illumina gli occhi, concede sanità, vita e benedizione»(Sir. 34,13-17).
  • Quanti cercano Lui prima che i suoi beni: «Non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario, perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?», oppure, ridotto all’indigenza, non rubi e profani il nome del mio Dio».( Proverbi 30,5-9). «Il Signore è scudo per quanti si rifugiano in lui. C’è forse un dio come il Signore; una rupe fuori del nostro Dio?» (2 Samuele 22,31-32).

Le immagini usate nei salmi sono la trasposizione della fede in storie quotidiane di salvezza: la fortezza che ha salvato dall’assalto del nemico, la roccia sporgente che é stata riparo durante un temporale, diventano eventi in cui la fede del credente arriva a leggere e confessare la mano provvidente di Dio: Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. (Salmo 17,3). Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. (72,26).
Il cristiano non può prescindere da come tale protezione é stata vissuta da Gesù. E’ significativa l’esperienza di Gesù che nel Getsemani confessa Dio come “Abbà” e gli chiede che passi quell’ora, ma sottomette tutto a «non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc.14,36) e «non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt. 26,39). Ci sono dunque un contenuto (ciò che tu…) e una modalità (come tu…) della fede. Anche se persiste una dimensione di enigma: «Possiamo stare di buon animo sapendo a quali promesse abbiamo creduto…pur non avendo ottenuto i beni promessi, ma avendoli solo visti e salutati da lontano…». Gesù continua a proclamare anche sulla croce che Dio é il Suo Dio: «Mio Dio…». La protezione che Dio offre non coincide con le forme di rassicurazione che l’uomo si dà; anzi le critica. Io spesso attendo la protezione di un Dio tappabuchi, rimedio alla mia impotenza. E’ l’idolo che deve obbedire alla mia preghiera intesa come ingiunzione a un Dio sempre disponibile e immediatamente accessibile. La sete del miracolistico e del taumaturgico sembra andare in questo senso. Ma una preghiera in cui l’uomo impone a Dio le sue volontà non é una preghiera cristiana. La protezione di Dio invece diventa uno svelamento di una sua Presenza sempre, anche nel dolore e nel male. La fede nella benevolenza di Dio non é un rifugiarsi nella calda sicurezza del grembo materno, ma un gettarsi fiduciosi nella mischia della storia. In questa prospettiva vanno colti gli inviti alla vigilanza.  Nel capitolo 4 del Libro di Tobia leggiamo: «5Ogni giorno, o figlio, ricordati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandi. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell’ingiustizia. 6Se agirai con rettitudine, riusciranno le tue azioni, come quelle di chiunque pratichi la giustizia. 7Dei tuoi beni fa’ elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio. 8La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, da’ molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. 9Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, 10poiché l’elemosina libera dalla morte e salva dall’andare tra le tenebre».  Stazione ferroviaria. E’ notte. Un orologio. Attendo insieme con altri per la stessa destinazione. Ci si mette a parlare. Anche alla domenica la comunità si riunisce. Siamo gente che intavola un discorso con Cristo che é il responsabile di viaggio e ricevono informazioni circa la meta, si aiutano a portare i pesi gli uni agli altri, viaggiano insieme cantando. La nostra liturgia non é un convegno di stanchi della vita, ma di coloro che vanno incontro alle prossime stazioni del Regno.


[1] Vescovo brasiliano profeta. Divenne per molti, anche nella Chiesa, come fumo negli occhi. Dalla metà degli anni ’70 in poi, subì un crescente ostracismo e una progressiva emarginazione sia da parte dei politici brasiliani sia da parte della Chiesa. Lo ferì il fatto che non fosse stato chiamato da Papa Paolo VI al Sinodo del 1971 sulla Giustizia nel mondo, lui che era il vescovo che maggiormente si era impegnato a livello mondiale su questo tema. Nel 1977, andato a Roma due volte per parlare con Paolo VI, ne fu impedito dalla stessa Segreteria di Stato. Giovanni Paolo II, quando visitò la sua diocesi di Recife (1980) lo chiamò: “Fratello dei poveri, mio fratello”. Morto novantenne il 27 agosto 1999.
[2] H.Camara Violenza dei pacifici,Massimo, Milano, 1973.




31 luglio 2022. Domenica 18a tempo ord
“L’uomo nel benessere non capisce, è come una bestia” (Sal. 48)

18 domenica C 31 luglio 2022

Preghiamo. O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamati a possedere il regno, fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te. Per Gesù Cristo nostro Signore.
 Dal libro del Qoèlet 1,2;2,21-23
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!
Sal 89  Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 3,1-5.9-11
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
Dal Vangelo secondo Luca 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 “L’UOMO NEL BENESSERE NON CAPISCE. E’ COME UNA BESTIA” (Sal. 48). Don Augusto Fontana
 «Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni… Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». A volte penso che la vita e la parola di Gesù abbiano tale profonda verità e bellezza da dover appartenere a tutti e non solo a credenti o discepoli. Non voglio, certo, fare di Gesù un guru del Dharma per tutte le latitudini dello spirito, ma mi affascina comunque la sua arte di parlare al cuore umano, la sua profonda conoscenza dell’animo e dei rapporti umani. D’altra parte dicono che fu talmente Figlio di Dio da diventare figlio dell’uomo o, se vuoi, fu talmente figlio dell’uomo da diventare Figlio di Dio.
«la sua vita non dipende dai suoi beni». C’è un segnale paradossale: quando il reddito cresce oltre la soglia di 15 mila dollari annui, la correlazione positiva tra Pil e felicità, tende a svanire. Questa constatazione empirica è stata evidenziata, intorno alla metà degli anni ’70 del secolo scorso, dall’economista Richard Easterlin e diventerà famosa con il nome di “paradosso di Easterlin”. La spiegazione è nell’inadeguatezza del modello sinora considerato alla base della felicità. Il capitalismo trasforma i lussi in ne­cessità, e trascina le masse a desiderare, per essere felici, ciò che è nelle mani di una pic­cola élite. I paesi in via di sviluppo, che non hanno mai giudicato essenziali certi beni, una volta che li hanno ottenuti non sono per questo più felici.
«Maestro, di’ a mio fratello di dividere con me l’eredità»[1]
Nel vangelo di oggi l’appello di questo anonimo non è fuori luogo. Il diritto ebraico considerava l’eredità, lasciata dal padre, come indivisibile, almeno in linea di principio e come ideale; i beni avrebbero dovuto idealmente essere goduti in comune dagli eredi attraverso la vita comune dei fratelli e delle loro famiglie. Ne risentiamo un’eco nel salmo 133,1: «Com’è bello e come è dolce che i fratelli abitino insieme». Oggi diremmo che è un ideale da monaci che vivono insieme in un unico monastero. L’anonimo del vangelo probabilmente era un fratello minore che non aveva né la voglia né la possibilità di convivere con la famiglia del fratello maggiore e voleva la sua parte, come il figlio della famosa parabola dei due figli e del Padre misericordioso (Lc 15, 11-32): “Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Qui Gesù non dà ragione all’uno o all’altro, ma porta, come sempre, la questione alla radice del problema. E approfitta per fare una catechesi che vale non solo per i due fratelli in conflitto di eredità ma per tutta la gente che gli sta intorno: è questione di bramosia, avidità, perdita del senso della vita, come scriverà l’apostolo Giacomo: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!”(Giac. 4,1-2).
Quale profitto in tutto l’affanno dell’uomo?
Il nucleo del brano evangelico è nelle frasi che fanno da cornice alla parabola del ricco stolto: “…anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” e “…così è di chi accumula tesori ma non arricchisce davanti a Dio“. Molti salmi e proverbi invitano a riflettere sul rischio dell’accumulo di beni materiali[2]. Luca è l’evangelista che sembrerebbe più insistente sul problema dell’uso dei beni: 11,41; 12,33 (“Vendete quello che possedete e datelo in elemosina”); 14,33 (“Chiunque tra voi non rinuncia a tutti i propri beni non può essere mio discepolo”); tutto il capitolo 16. Anche nel libro degli Atti degli apostoli, Luca presenta la prima comunità alle prese con la comunione dei beni: “Nessuno riteneva cosa propria ciò che possedeva, ma tutto era fra loro comune” (Atti 2,42ss; 4,32ss; 5,1ss).
Il fatto che Luca ponga così spesso l’accento sul tema delle ricchezze materiali e dei beni significa che già allora questo poteva costituire un problema. Ben più oggi di ieri. Il problema coinvolge due grandi direttrici: una orizzontale, nel senso che l’accumulo della ricchezza genera l’ingiustizia sociale; una verticale, poiché l’accumulo della ricchezza allontana da Dio, sorgente unica di ogni bene. In questo secondo aspetto l’accumulo della ricchezza è connesso con l’idolatria: i molti beni rischiano di innescare un delirio di autosufficienza, cioè la convinzione di bastare a se stessi visto che si possiede molto.
Guardate attentamente, tenetevi lontano da ogni cupidigia…” avverte Gesù con un linguaggio che richiama l’invito a vigilare. Non solo stare in guardia ma “tenersi lontano” quasi che la semplice vicinanza a situazioni in cui siano coinvolte ricchezze possa catturarci nella rete.
La prima constatazione della parabola che “la vita non dipende dai beni” è completata dalla seconda sull’importanza di “arricchirsi di fronte a Dio”. Senza questa conclusione il brano potrebbe essere letto in chiave di privazione e lascerebbe un legittimo interrogativo: se la vita non dipende dalle ricchezze da cosa dipende? Se il senso della vita non sta nell’accumulare beni su beni, dove va ricercato?
Il Libro del Qoèlet non ci consente illusioni: “tutto è vanità (hevel), un soffio di vento...”. Non solo le ricchezze materiali ma anche le esperienze più esaltanti, perfino la bulimia religiosa. Hevel è il nome di Abele. L’economista e biblista Luigino Bruni scrive[3]: «Tutto è Abele, canta Qoèlet. Sotto il sole, la terra è popolata da infiniti Abele. Il mondo è pieno di vittime, di sangue innocente versato, di fraternità che mutano in fratricidi. La condizione umana è effimera come lo fu la vita di Abele….Il libro di Qoèlet fu scritto in Israele durante la conquista greca, quando un grande impero stava imponendo la sua lingua e la sua cultura. Alcuni intellettuali ebrei erano affascinati da quel nuovo mondo e dai suoi valori di ricerca della felicità, del profitto, dei bei corpi, del piacere e della giovinezza. C’era però, tra i suoi contemporanei, chi vedeva in questa “globalizzazione” la crisi profonda della cultura di Israele».
L’illusione di autosufficienza del ricco, nel vangelo di oggi, lo porta a considerarsi un arrivato: “Riposa, mangia, bevi e divertiti“. Ma quale è il vero riposo, quale è la gioia completa per l’animo umano? Come potremmo fare simili affermazioni oggi quando siamo parte di quel 20% dell’umanità che mangia tre volte al giorno, che ha acqua e luce in casa e che può andare a scuola? L’occidente si sta ammalando di autosufficienza. Possiamo urlare nelle piazze che auspichiamo un mondo senza poveri e senza ricchi; ma questo mondo va costruito. Papa Francesco, nella sua Esortazione Evangelii Gaudium scrive che l’annuncio del Vangelo deve penetrare anche nelle strutture economiche e finanziarie oltre che nelle coscienze: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (n.53).
Dacci di giorno in giorno il nostro pane necessario. (Lc 11,3)
Molti di noi, me compreso, hanno un piccolo o medio capitale, un’assicurazione, un gruzzoletto per il domani. Non si sa mai: una disgrazia, una vecchiaia rincitrullita, una malattia devastante con badante al seguito. Non vorremmo essere di peso ad alcuno. Non siamo capitalisti che vivono di rendite provenienti dallo sfruttamento altrui o da rendite parassitarie. La nostra serenità l’abbiamo trovata nella quotidianità del nostro lavoro godendone i frutti. Padre, dacci il nostro lavoro quotidiano e ci basta. Eppure anche noi siamo stupiti dal mistero della Manna nell’esodo degli israeliti: «Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer (circa 4 litri) a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tendaColui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne… Mosè disse loro: “Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino”Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì» (Esodo 16,16-20).
Luigino Bruni scriveva: “Tutti hanno diritto alla stessa quantità di manna, che viene distribuita in base al numero di membri delle famiglie, quindi sulla base dei bisogni. Per il pane, per i beni primari dell’esistere, siamo e dobbiamo essere tutti uguali. Ed è la comunione che non fa imputridire la manna e il pane di ogni giorno. Ci deve essere qualcosa che ci fa uguali prima delle tante differenze. Ci devono essere beni di cui possiamo godere anche se non possiamo comprarli, ieri nel deserto verso il Sinai, oggi nei deserti del capitalismo finanziario. La manna è simbolo di questo tipo di bene primario, che sfama ciascuno solo se sfama tutti. Tutte le volte che qualcuno muore perché non ha potere d’acquisto per procurarsi il pane e gli altri beni primari dell’esistenza, stiamo rinnegando la legge fondamentale della manna. Molti hanno sognato una società dove ogni essere umano potesse godere di beni non in quanto consumatore e cliente ma perché essere umano: quando la realizzeremo? Non ci manca il pane, ci manca solo, e sempre di più, il rispetto della legge della manna. La manna, poi, non può essere accumulata, e quindi non può diventare oggetto di commercio[4].


[1] Cf. Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 363.
[2] Proverbi 30,8 “non darmi né povertà né ricchezze, nutrimi del pane che mi è necessario”. Salmo 48 “L’uomo nel benessere non capisce; è come una bestia
[3] Luigino Bruni, Una casa senza idoli, Qoèlet, il libro delle nude domande, EDB, 2018.
[4] L. Bruni, La giusta legge del pane, Avvenire, 13 ottobre 2014




Dio esaudisce sempre le sue promesse
P.Ermes Ronchi

Dio esaudisce sempre le sue promesse
Ermes Ronchi ( Avvenire 22/07/2010)

XVII Domenica Tempo Ordinario – Anno C

«Signore insegnaci a pregare!» Tutte le preghiere di Gesù riportate dai Vangeli (oltre cento) iniziano con la stessa tipica parola: «Padre», il modo migliore per rivolgersi a Dio. Ma specifico di Gesù, esclusivamente suo, è il termine originario «Abbà» che i Vangeli riportano nella lingua di Gesù, l’aramaico, e il cui senso è «papà, babbo». È la parola del bambino, il dialetto del cuore, il balbettio del figlio piccolo. È parola di casa, non di sinagoga; sapore di pane, non di tempio. «Nella moltitudine delle preghiere giudaiche non si trova un solo esempio di questa parola “Abbà” riferita a Dio» (Jeremias). Solo in Gesù: Abbà-papà. Nel linguaggio corrente la parola «pregare» indica l’insistere, il convincere qualcuno, il portarlo a cambiare atteggiamento. Pregare per noi equivale a chiedere. Per Gesù no: pregare equivale a evocare dei volti: quello del Padre e quello di un amico. Nella preghiera di Gesù l’uomo si interessa della causa di Dio (il nome, il regno, la volontà) e Dio si interessa della causa dell’uomo (il pane, il perdono, il male), ognuno è per l’altro. E imparo a pregare senza mai dire io, senza mai dire mio, ma sempre Tu e nostro: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona. Il Padre nostro mi vieta di chiedere solo per me: il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale (Berdiaev). Pregare cambia la storia.
«Amico prestami tre pani perché è arrivato un amico». Una storia di amicizia svela il segreto della preghiera. La parabola mette in scena tre amici: l’amico povero, l’amico del pane e il viaggiatore inatteso, carico di fame e di stanchezze, che rimane sullo sfondo ma è in realtà una figura di primo piano: rappresenta tutti coloro che bussano alla mia porta, che senza essere attesi sono venuti, che mi hanno chiesto pane e conforto. A Gesù sta a cuore la causa dell’uomo oltre a quella di Dio: non vuole che la preghiera diventi un dialogo chiuso, ma che faccia circolare l’amore (i tre pani) nel corpo del mondo. Da duemila anni ripetiamo il Padre Nostro, ma non siamo diventati fratelli e il pane continua a mancare. Una domanda enorme corrode le nostre preghiere: Dio esaudisce? «Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse» (Bonhoeffer): Io sarò con te, fino alla fine del tempo. Dio si coinvolge, intreccia il suo respiro con il mio, mescola le sue lacrime con le mie. Se pregando non ottengo la cosa che chiedo, ottengo però sempre un volto di Padre e il sogno di un abbraccio. (Letture: Genesi 18,20-32; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13).