26 giugno 2022. Domenica 13a ord.
CAMMINARE CON COLUI CHE CAMMINA

13° domenica

Preghiamo. O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, sostieni la nostra libertà con la forza e la dolcezza del tuo amore, perché non venga meno la nostra fedeltà a Cristo nel generoso servizio dei fratelli. Per Gesù Cristo nostro Signore.
 Dal primo libro dei Re 19,16.19-21
In quei giorni, disse il Signore ad Elia: “Ungerai Eliseo figlio di Safat, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto”. Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per  te”.  Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.
Dal Salmo 15  Sei tu, Signore, l’unico mio bene.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,1.13-18
Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.
Dal Vangelo secondo Luca 9,51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».  A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».  Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».
CAMMINARE CON COLUI CHE CAMMINA. Don Augusto Fontana
Succede spesso, nel bel mezzo di una situazione più o meno confusa o problematica, di sentire qualcuno esclamare “qui bisogna decidersi”…E può succedere anche di avvertire la sottile sofferenza del tentennamento, della incertezza rispetto alla scelta da fare, al voto politico da assegnare, alla alleanza da abbracciare, alla decisione da prendere, allo schieramento da scegliere, del “prendere o lasciare”. Soprattutto se si tratta di scegliere una persona per la vita.
Mi pare che oggi, in fatto di sequela, siamo un po’ in confusione.
Da un lato siamo martellati da “consigli per gli acquisti” che lasciano un imprinting anche nelle più rocciose coscienze; al “Va dove ti porta il cuore” si è sostituito il “Va dove ti porta la pubblicità”. E scegliamo senza scegliere, come un branco di umanoidi capaci di transumanza per kilometri dietro il primo capobranco o capostormo che apra una pista o una direzione. Senza parlare poi dei grandi spostamenti di massa dei cervelli e delle emozioni, di quel fenomeno, cioè, che va sotto il nome di “religiosità da hooligans”, Fanclub del mito («Vasco! Sei-un-mitoooo!») o di starlette e furbetti, capaci di clonare intere generazioni di abitudini, di slang, di compulsioni di gruppo.
Dall’altro lato viviamo in una società dove è sempre più difficile trovare gente che faccia scelte totalizzanti e per sempre; tutto è precarizzato, a partire dal lavoro fino al rapporto di coppia; il fenomeno lo abbiamo chiamato “flessibilità”. Siamo inventori e, insieme, schiavi di una “società liquida” come bene ha analizzato Zygmunt Bauman[1]: «Inseguono qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non possono raggiungere, perché non ha radici nella propria identità: un nuovo taglio o un nuovo colore di capelli, una nuova macchina, un nuovo lavoro, un nuovo corpo, una casa nuova. Una volta conquistati, sono già vecchi. E la corsa non finisce mai. È un movimento circolare, un falso progresso che non produce nulla, perché non poggia su nulla. La fisionomia effimera che ha assunto il mondo ha spiazzato tutti quanti. La velocità di cambiamento che informa di sé ogni aspetto della realtà ha creato nella gente una condizione di continua incertezza, il terrore di essere sempre colti alla sprovvista e di rimanere indietro. È il trionfo della società liquida. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo».
Le letture bibliche di questa domenica calano dentro questa concreta situazione storica e comportamentale da cui tutti, chi più chi meno, siamo infettati. Anch’io sono uno chiamato a seguirlo ma mi viene il sospetto che, per ora, io stia ancora solo pedinandolo, incuriosito come Zaccheo o titubante come i discepoli («Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano» (Lc 22,54); «Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti» (Lc 23,49).
SEGUIMI. Check-up del discepolo.
Oggi Gesù mi propone un check-up, un test, per verificare il modo con cui lo sto seguendo. Come quando si programma un lungo viaggio in auto occorre un controllo di freni, olio, gomme, acqua del radiatore, luci… così Gesù mi invita a fermarmi e fare un check-up completo al mio cuore.
Al centro del vangelo odierno sono 3 scene di vocazioni ad anche la prima lettura è stata scelta per illustrare, con l’esempio di Eliseo che segue Elia, la rottura radicale necessaria per rispondere alla chiamata.
Il vangelo di questa domenica presenta due parti. Nella prima si racconta di una mancata accoglienza di Gesù e dei discepoli da parte di un gruppo di samaritani; nella seconda dei rischi e dell’atteggiamento interiore per essere discepoli.
Fin dall’esordio l’evangelista crea un clima drammatico: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo…“. Conosce bene l’epilogo di quei giorni e sicuramente Gesù stesso aveva capito che le cose per lui stavano mettendosi male: conosceva l’arroganza della casta sacerdotale, gli intrighi dei sadducei con gli occupanti romani, la spregiudicatezza di Erode che aveva tolto di mezzo il Battista, il suo maestro. Gesù ha iniziato “il viaggio verso Gerusalemme”. Questa “salita” interminabile (che occupa dieci capitoli nel Vangelo di Luca) non si inquadra in una dimensione strettamente geografica, ma teologica: Gesù si incammina decisamente verso il compimento della sua missione. Il viaggio di Gesù a Gerusalemme non è un viaggio turistico. Per questo il Maestro esige dai discepoli la coscienza del rischio che comporta questa avventura: “l’offerta della propria vita”. Si direbbe che Gesù fa tutto il possibile per scoraggiare i tre che vogliono seguirlo lungo il cammino. Sembra che la sua intenzione sia più di rifiutare che di attrarre, di disilludere più che di sedurre. In realtà, egli non spegne l’entusiasmo, ma le false illusioni e i trionfalismi messianici. I discepoli devono essere coscienti della difficoltà dell’impresa, dei sacrifici che comporta e della gravità degli impegni che si assumono con quella decisione.
La seconda parte del v.51 nella traduzione letterale suona così: “indurì il volto per incamminarsi verso Gerusalemme“. Quando affrontiamo situazioni difficili anche i lineamenti del volto si induriscono, quasi per una forma di protezione contro qualcosa che ci possa nuocere, quasi che il volto diventasse uno scudo. La “durezza” del volto di Gesù era la consapevolezza del suo ruolo di annunciatore del regno dei cieli dentro la fragilità di ogni uomo e ogni donna; l’autorevolezza che gli veniva dalla fiducia in Dio contro l’idolatria, il tradimento dell’alleanza da parte del potere politico-religioso del tempo.
Quando Dio aveva chiamato il profeta Ezechiele ad annunciare la distruzione di Gerusalemme, ed aveva annunciato ad Ezechiele l’opposizione da parte di tutto il popolo, lo aveva garantito così: “Non temere, io ti darò una faccia dura come la loro e una fronte dura come la loro, in modo che tu possa resistere, che l’opposizione della gente non ti impaurisca, non ti schiacci, non ti condizioni” (Ez 3, 8-9).
In Isaia 50, 4-8 si legge: «Il Signore Dio mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò svergognato».
Con questo spirito dunque, Gesù andava verso Gerusalemme. Nel cammino passano vicino ad un villaggio di samaritani e Gesù manda alcuni discepoli ad avvertire che sarebbe arrivato. Ma tra i samaritani e i giudei non correva buon sangue. I samaritani non riconoscevano il tempio di Gerusalemme e i giudei li rimproveravano di essersi compromessi con altri popoli ed altri dèi. E quando seppero che Gesù era diretto verso Gerusalemme “non vollero riceverlo“. I discepoli si arrabbiano e, ricordando come Elia aveva trattato i soldati di Acazia (2 Re 1,10), chiedono a Gesù se non sia il caso “di far scendere un fuoco dal cielo che li consumi“. Gesù conosceva le difficili relazioni tra samaritani e giudei. Sapeva che ciò derivava da vecchie tradizioni dure a morire e che Dio amava gli uni e gli altri allo stesso modo. Per questo Gesù non mostrò mai ostilità nei loro confronti anzi entrò più volte in dialogo con loro: era samaritano l’unico lebbroso, fra 10 risanati, che tornò a ringraziarlo (Lc 17,16); un samaritano, addirittura, diventò il protagonista di una tra le più note e provocanti sue parabole. Alcuni manoscritti fanno seguire al rimprovero di Gesù ai discepoli per l’infelice uscita del fuoco dal cielo la lezione: “Voi non sapete di quale spirito siete, perché il figlio dell’uomo non è venuto per perdere le vite ma per salvarle“.
Nella seconda parte del vangelo di questa domenica sono stati raccolti tre incontri con Gesù.
Nel primo incontro “un tale”, mostrando un entusiasmo un po’ eccessivo, dichiara che seguirà Gesù ovunque. Egli lo ridimensiona: la strada per Gerusalemme è irta di difficoltà (e lo si vedrà bene fra gli apostoli durante la sua passione), non è una passeggiata. Così la costruzione del regno: ci sono momenti belli, entusiasmanti, emozioni forti; ma c’è anche il giorno del deserto, dello sconforto, la fatica di tenere nel tempo, i conflitti, le delusioni, il cielo che sembra chiudersi. La TANA e il NIDO indicano le comodità, il rifugiarsi, il cercare una vita tranquilla senza problemi, l’amore al divano… Nessun animale fa entrare “ospiti” o estranei nel proprio nido o nella propria tana. Gesù ci invita a fare della nostra vita, della nostra casa, non un rifugio ma uno spazio accogliente per gli altri. Di tutto ciò occorre essere ben consapevoli se si vuol prendere sul serio la chiamata di Gesù. Siamo creature fragili, anche se ogni tanto ci crediamo forti: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor  4,7).
Nel secondo incontro è Gesù che invita a mettersi al suo seguito. La risposta è positiva ma ad una condizione: dare la sepoltura al proprio padre. Gesù ribatte: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti, va e annunzia il regno di Dio“. Quante cose morte portiamo dentro di noi. Quanti sogni infranti, assassinati, fatti morire dallo scontro con una realtà diversa; quanti problemi irrisolti, quanti limiti. Se dovessimo prima congedarci da tutto ciò per annunciare il regno credo che taceremmo sempre.
Nel terzo incontroun altro disse: ti seguirò, ma prima lascia che mi congedi da quelli di casa“; Gesù risponde sollecitando l’imminenza della scelta: “chiunque mette mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno dei cieli“. Qui vi è il ricordo della chiamata di Eliseo da parte di Elia. L’immagine dell’aratro è ripresa dal mondo agricolo e dice la difficoltà di tracciare dei solchi diritti nell’impervio e sassoso terreno della Palestina, senza una grande attenzione e applicazione. Guai a voltarsi indietro, anche solo per misurare il lavoro già fatto o per riprendere semplicemente fiato! C’è il rischio di fare un solco sbagliato proprio sul più bello e perdere il merito di tanto lavoro.
E’ difficile ricordarsi di aver fatto certe scelte. Abbiamo la memoria corta, la tendenza ad adagiarci, a trovare scuse e compromessi. Per questo Gesù invita a non voltarsi indietro. Guardare indietro può essere paralizzante: la moglie di Lot mentre fuggiva dalla distruzione di Sodomia “si voltò indietro” e, narra il testo biblico, “diventò una statua di sale” (Gen. 19,26). Il regno dei cieli è dinamismo, creatività.


[1] Zygmunt Bauman, La vita liquida, Laterza, 2006.




19 giugno 2022
DIO IN FRAMMENTI DI PANE

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.

Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.
Salmo 109 Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore
Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: «Domina in mezzo ai tuoi nemici.
A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».
Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
 Dal vangelo secondo Luca 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Una necessaria premessa.
La liturgia ci porta dal Dio Estremo, Dio OMNIA = Tutto (onni-potente, onni-sciente, onni-veggente…) contemplato domenica scorsa nella Trinità, al Dio FRAMMENTO contemplato nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, che è un duplicato della celebrazione del Giovedì Santo pasquale.
È noto che il Corpus Domini – così si chiamava – è una festa di origine medioe­vale nata come risposta ad una “rivelazione” della monaca Giuliana di Mont­ Cornillon, avvenuta nel 1246, in un’epoca ca­ratterizzata da una grande devozione verso l’eucaristia. La prima celebrazione della festa del Corpus Domini avvenne a Liegi nel 1247; papa Urbano IV estese tale festa a tutta la chiesa nel 1264  per motivi devozionali[1] e apologeti­ci: affermare la fede cattolica nella presenza reale contro gli errori di Berengario di Tours, il quale riteneva che il pane eucaristico poteva contenere solo una presenza simbolica e non effettiva del cor­po di Cristo. Ebbene, «il motivo apologetico che de­terminò il sorgere della festa ne ha costitui­to anche il limite del contenuto e cioè l’eccessiva attenzione alla presenza reale considerata in modo trop­po indipendente dal mistero eucaristico tota­le» (A. Bergamini, Cristo festa della Chiesa).
Questo limite è stato, almeno nell’inten­zione, superato dalla riforma liturgica pro­mossa dal Concilio Vaticano II° mediante il cambiamento della denominazione (Solennità del Corpo e Sangue del Signore) e l’arric­chimento, nel Messale, delle preghiere e dei testi biblici della Messa propria. Il risultato è che oggi la festa del corpo e san­gue di Cristo non è più la festa della presen­za reale, ma del mistero eucaristico nei suoi vari aspetti.
Un Pane per i deboli.
Padre Ermes Ronchi scrive che il preludio alla narrazione della “moltiplicazione dei pani” in Luca ci ricorda che noi, come i 5000 uditori di Gesù (praticamente una “parrocchia”!), non abbiamo una “robusta e sana costituzione fisica”: «Io mi riconosco nelle parole con cui Luca li rievoca: “Gesù prese a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. C’è tutto l’uomo in queste parole; il suo nome è: creatura-che-ha-bisogno di Dio e di cure, di pane e di assoluto. Vi è riassunta tutta la missione di Gesù: lui è Parola di Dio e guarigione della vita. La prima riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono uno di quegli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me, si prenda cura, guarisca la mia vita. Ho un desiderio inappagato e non so neppure di che cosa, ma so che niente fra le cose create lo potrà saziare».
La nostra storia assomiglia molto a quella ricordata da Deuteronomio 8,2-3.14-16: «Mosé parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ho fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”».
Il contesto topografico della narrazione evangelica di oggi è esattamente lo stesso: il deserto. Ce lo ricordano gli apostoli che dicono: «… qui siamo in una zona deserta». Camminiamo in una terra assetata e senz’acqua, piena di serpenti velenosi e di scorpioni. Alcuni valori essenziali per la sopravvivenza umanizzata sono messi in questione: non parlo solo dei beni essenziali per la vita fisica di cui mancano milioni di persone, ma anche la diminuzione della tenerezza, della comunicazione, della ospitalità, del silenzio, della serena semplicità di vita. Le guerre per procura stanno uccidendo e affamando milioni di persone; ora il grano bloccato dai Russi in Ucraina crea un effetto domino drammatico soprattutto su popolazioni affamate da secoli di sfruttamento nord occidentale. Il pane eucaristico urla più forte dei nostri devoti canti e delle nostre annoiate marce per la pace.
La tradizione ebrea vuole ricordare non solo l’evento dell’esodo, ma anche ricordare le sorprese giunte improvvisamente dentro tale situazione: un’acqua scaturita da un’improbabile sorgente rocciosa e la manna, un frutto sconosciuto ed energetico trovato in qualche cespuglio di oasi. E’ come proclamare che un amore irrompe dentro, creando sorprese. Poi, si sa, la manna non durava che per un giorno. La precarietà restava. Il vecchio sistema durava per forza d’inerzia, il nuovo è come un fiore che appena sboccia subito avvizzisce. La novità non è mai acquisita una volta per tutte. E se non scaturisce nulla è perché battiamo la pietra con diffidenza. L’evidenza è il vecchiume e non la novità; l’evidenza è il mercato e non la tenerezza; l’evidenza è la divisione e non la comunione. Noi dovremmo essere gli esegeti della novità.
Un sacerdozio “universale”.
La prima lettura di oggi potrebbe cadere sulle assemblee domenicali come un asteroide caduto chissà da dove; richiede un’ambientazione.  Abramo è reduce da una spedizione che ha liberato suo nipote Lot sequestrato dagli uomini di una coalizione di quattro re. Al ritorno dalla vittoriosa impresa un re alleato di nome Melchisedek “offre”, oppure “tira fuori” pane e vino. Sacrificio a Dio o semplice pasto di ospitalità? L’interpretazione tradizionale ha attribuito al gesto un significato sacerdotale. La Lettera agli ebrei (7,1-5) vi ha costruito sopra una riflessione teologica intorno a Cristo, unico sacerdote della chiesa e del mondo: è un misterioso personaggio di cui non si conoscono i genitori e quindi ha un sacerdozio esercitato non per discendenza ereditaria dalla tribù di Levi. Aveva detto Gesù: «Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Matteo 3, 9).  Oggi mi viene anche il sospetto che Dio renda partecipe al sacerdozio di Cristo uomini e donne cavati fuori da ruvide pietraie confinanti con seminari e conventi.
Eucaristia domenicale: dove si intrecciano miracoli.
1) «Date voi stessi da mangiare…li diede ai discepoli perché li distribuissero». Gesù usa i pani e i pesci, piccolo patrimonio della terra e del lavoro dell’uomo. San Beda, monaco benedettino del sec. VI° , ne dava interpretazione simbolica: «I cinque pani sono i cinque libri di Mosè…I due pesci significano gli scritti poetici e profetici, i quali, gli uni col canto, gli altri con le parole, narravano ai loro ascoltatori i futuri misteri di Cristo e della Chiesa»[2].
L’Evangelista Giovanni scrive che è Gesù stesso a distribuire il tutto. Per l’evangelista Luca invece lo dà ai discepoli perché siano loro a distribuirlo. Inutile complicazione? Oppure è la consegna di una corresponsabilità eucaristica solidale?
Il dialogo tra Gesù e i dodici mette in evidenza gli apostoli che propongono una soluzione “realista” mandando la gente ad arrangiarsi. La predicazione è gratis ma il pane no: un toscanaccio, mio compagno di lavoro, tra i fumi della saldatura mi ripeteva spesso: “Voi cristiani siete fratelli in orazione, ma non a colazione!”. E ogni volta gli dovevo dare ragione.  La prospettiva di Gesù, al contrario, riguarda anche la soluzione ai bisogni materiali della gente. Scriveva Mons. Tonino Bello: «Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Cinque pani e due pesci bastano. È l’accaparramento invece che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane dalle mani di uno passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti. Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto. E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più. È la divisione, la divisione!»[3].  «Paradossal­mente, proprio la povertà che i discepoli vedono come ostaco­lo, è per Gesù lo spazio necessario del dono e l’elemento indi­spensabile affinché quel «dar da mangiare» non sia solo dispie­gamento di efficienza umana, ma segno della potenza, delle be­nedizione e della misericordia di Dio e luogo di instaurazione di fraternità e di comunione»[4].
2) «levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede…». Il gesto di “alzare gli occhi al cielo” mette in evidenza l’atteggiamento orante di Gesù che vive in permanente comunione con il Dio del Regno; la “benedizione” (la berakà ebraica) è una preghiera che esprime gratitudine e lode per dono che si è ricevuto o si sta per ricevere. Gesù non benedice gli alimenti, perché per lui “tutti gli alimenti sono puri” (Mc 7,19), ma benedice Dio, riconoscendolo come la fonte di tutti i doni e di tutti i beni. Il gesto di “spezzare il pane e di distribuirlo” ricorda indiscutibilmente l’ultima cena di Gesù, dove il Signore riempie di nuovo senso il pane e il vino del pasto pasquale, rendendoli segno sacramentale della sua vita e della sua morte, come dinamismo d’amore.


[1] Vedi la tradizione del cosiddetto “miracolo di Bolsena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_di_Bolsena).
[2] Omelie sui Vangeli 2.2
[3] T. Bello, Laudate et benedicete, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1998
[4] Eucaristia e Parola. A cura di E.Bianchi, G.Boselli, Lisa Cremaschi e L. Manicardi della Comunità di Bose. Ed. V&P




12 giugno 2022
Festa del «PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa»

 Festa del «PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa»

Preghiamo. Ti glorifichi, o Dio, la tua Chiesa, contemplando il mistero della tua sapienza con la quale hai creato e ordinato il mondo; tu che nel Figlio ci hai riconciliati e nello Spirito ci hai santificati, fa’ che, nella pazienza e nella speranza, possiamo giungere alla piena conoscenza di te che sei amore, verità e vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro dei Proverbi 8,22-31
Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».
Salmo 8. O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-5 Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà”.

«Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25).
Don Augusto Fontana

Noi cristiani non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che anche se siamo trinitari, affermiamo che vi è solo “un Dio”. Di fatto, i cristiani ortodossi arabi del Medio Oriente dicono sempre: “Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, DIO UNO!” (in arabo: “Bismilabi wal-ibni wal-ruhi-l-quddus, ALLAH WAHID!“). Questo per mostrare che nell’affermare la Trinità, noi non neghiamo in alcun modo che Dio sia uno: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo (‘ehad)» (Deut. 6,4).
I novantanove Nomi di Dio…
Ogni anno ti ricordo che nella festa della Trinità, traggo dalla mia piccola Bibbia tascabile un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh”. Incredibilmente ogni tanto ne vengo attratto e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AL-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca la soglia del centesimo attributo che rappresenta quell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà. «Ad Allah appartengono i nomi più belli: invocateLo con quelli e allontanatevi da coloro che profanano i nomi Suoi: presto saranno compensati per quello che hanno fatto» (Corano, Sura VII,180. Cf. Esodo 20,7: Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 nella versione massoretica, dice “Per il Signore anche il silenzio è lode“. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile e adorabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore (lo stupore) del Signore è sapienza» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. I credenti di ogni fede sono attirati dal fascino tremendo di questa bifronte tentazione: parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo né in gramaglie né inducendo mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. Anche noi cristiani «non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» come disse il teologo protestante Karl Barth. Il poeta indiano Tagore aveva detto: «Il mistero dell’infinito è scritto sulla mia piccola fronte»; ed io, parafrasandolo, posso dire che il mistero di Dio è scritto nelle tue piccole parole, è affidato alla teologia del tuo piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio nascosto/misterioso» Isaia 45,15), ma sempre prossimo, incartato nella nostra storia[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
Il Mistero e i luoghi comuni di una fede pigra.
Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del II° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con un arcobaleno di Nomi e di storie di questo Unico e di cui abbiamo un piccolo saggio in una frase di Paolo, molto simile al testo della seconda lettura di oggi: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre![4]». La serietà di questo problema è stato avvertito dalla chiesa dei primi secoli che tuttavia era alle prese con una novità ben più sconvolgente: l’evento della croce e risurrezione di Cristo, scandalo per i giudei, stupidità per i greci, ma sapienza e amore di Dio. Come mai l’attenzione si spostò lentamente dallo scandalo della croce all’indigesto dogma della Trinità? I quesiti che nascono, soprattutto oggi, sono anche altri e li enumero così come sono posti dal Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è forse vero che neppure i credenti riescono a convincere se stessi che la Trinità è qualcosa di poco diverso da un astruso gioco intellettuale? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita? Come può allora il cristianesimo pretendere di essere ancora oggi portatore di un lieto annuncio per l’uomo?». Forse ci conviene accettare la sfida di Karl Bart: «La Trinità di Dio è il mistero della sua bellezza. Negarla è avere un Dio senza splendore, senza gioia, un Dio senza bellezza». Alla ricerca di questa bellezza seducente sono andato a ripassarmi le speculazioni di chi ha voluto rendere la ragione amica della fede e che tra hypòstasis, pròsopon, pericoresi, omoousìa, Filioque hanno precisato che in Dio c’è una sola essenza, due processioni, tre ipostasi, quattro relazioni e cinque nozioni. E tra un Sinodo di Toledo del 589 e un Concilio di Firenze del 1439 ho rischiato di volta in volta di diventare ariano, sabelliano, patripassiano, subordinaziano, triteista. Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore[6]».
Mi consola l’ebreo Heschel[7]Una delle mete a cui tende il vivere ebraico è sentire gli atti più banali come avventure spirituali e percepire l’amore e la saggezza che si celano in tutte le cose. Rabbi Eleazar dice “La redenzione si potrebbe paragonare all’atto di guadagnarsi il pane”. E Rabbi Joshua Ben Levi dice: “Quello di guadagnarsi il pane è un miracolo ancora più grande della divisione del Mar Rosso”. La percezione dei miracoli che sono quotidianamente con noi e la sensazione delle continue meraviglie è la sorgente prima della preghiera: “Meravigliose sono le tue opere, Signore, e la mia anima lo sa molto bene” (Salmo 139,14)». Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto che da fonte di scetticismo potrebbe divenire dolcemente fonte di meraviglia e di stupore: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Cominceremo ad essere felici soltanto quando avremo capito che una vita senza meraviglia non merita di essere vissuta. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[8]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce pasquale e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione di Mons. Bruno Forte[9] che riferisce una frase del teologo luterano Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle memorie narranti e celebranti delle nostre origine ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi, cosa fa in noi, chi vuol essere con noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13).
Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca[10]». E io saprei narrare queste “consegne” andando a ritroso nella mia vita? Quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa, che lui dimora nel Padre come noi rimaniamo in lui, che il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre ha mandato nel suo nome, ci ha insegnato e ri-cordato (riportato nel cuore) ogni cosa di tutto ciò che ci ha detto? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? O che io sono mandato da Cristo come lui è mandato dal Padre? Quando potrò dire l’Amen vitae, un Amen detto con la vita affinchè il paradosso trinitario non appaia come un rompicapo matematico, ma come un’opera dinamica di bontà verso il singolo e la comunità umana?
Per una preghiera aperta ai 99 Nomi…
Dio santo, Dio vivente da sempre e per sempre senza tempo né luogo se non quelli di Gesù di Nazareth e dei suoi piccoli fra noi; Dio sovrabbondante esistenza comunitaria nella diversità; Dio Amore che ti doni senza disperderti, unico comandamento dei tanti nostri amori; Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi – uomo/donna – creature della Tua Parola e icona autorizzata del tuo cuore nel luminoso buco nero dell’universo; Dio che riveli lo spessore della tua potenza cingendoti il grembiule del servizio; Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle mani laboriose ed espanse di uomo/donna come già avevi affidato la divisione liberante del mar Rosso all’astuzia del servo Mosè e alla stanchezza ribelle del tuo popolo schiavo; Dio che non ami farti chiamare Padre-Padrone, ma Padre-misericordioso e sei Madre e Sposo per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza o nelle bettole idolatre delle sue prostituzioni; Dio Unico, ma non solitario; Dio estremo, Tutt’Altro da ciò che pensiamo, celebriamo, diciamo di te; Dio senza narici per incensi privi di giustizia ma risvegliato dai profumi dell’agape commovente di vedove e samaritani; Dio sentinella senza palpebre, eternamente vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento; Dio di promesse che tardano perché un giorno per te è come mille anni; Dio insidioso del nostro benessere, ma non geloso della nostra gioia e felicità; Dio a bocca aperta per suggerire e alitare e convocare; Dio pane friabile e vino di gioia per memorie senza tempo………
(Ciascuno ora prosegua la propria litania fino alla soglia in cui dovrà tacere, non perché non sa più cosa dire, ma perché l’ultima parola spetta a Lui e alla tua vita concreta).


[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138).
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[4] Lettera di Paolo ai Galati 4, 6.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808.
[6] 1 Lettera di Giovanni 4,8.
[7] Abraham J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma, pag.69
[8] A.J.Heschel, op. cit. pag. 65.
[9] B.Forte, La Trintà: storia di Dio nella storia dell’uomo, in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[10] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.




Carcere: senza alternative?
Elisabetta Laganà

Carcere: senza alternative?

Elisabetta Laganà (psicologa e psicoterapeuta, ex presidente del coordinamento dei gruppi di volontariato penitenziario (SEAC) e della Conferenza nazionale volontariato giustizia).

http://www.settimananews.it/lettere-interventi/carcere-senza-alternative/

Il monito del presidente Sergio Mattarella sul tema del carcere espresso nel suo discorso di insediamento – «Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza» – richiama con vigore la politica, la società, gli Enti Locali e il volontariato a operare sinergie atte a realizzare la costituzionalità della pena nella sua interezza e articolazione, quindi anche nella parte che prevede il reinserimento sociale della persona carcerata.
Pena non significa (solo) carcere
Anche il Garante nazionale Mauro Palma, ospite autorevole dell’ultimo Convegno dei cappellani delle carceri (Assisi, 2-4 maggio), ha chiesto che chi ne ha la competenza e responsabilità istituzionale si attivi per fare in modo che per coloro che dovrebbero stare in carcere per poco tempo si possano trovare nuove forme di detenzione.
Il nuovo aumento dei ristretti, ha dichiarato, è un segnale che dovrebbe far riflettere magistrati, politici e amministrazione penitenziaria «affinché vi siano volontà, rapidità nelle procedure e risorse che permettano di affrontare con modalità alternative – e certamente socialmente più utili – pene di così lieve entità».
Del resto, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia lo ripete spesso: pena non significa necessariamente carcere. In merito, i dati riportati dalla relazione al Parlamento del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale indicano che, nel 2021, erano in carcere persone:

  • 212 per pene di 1 anno
  • 149 per pene di 2 anni
  • 757 per pene entro i 3 anni
  • 177 per pene dai 3 ai 5 anni

Sappiamo che vi sono dei casi, indicati dall’art. 656 co. 5 c.p.p., in cui il pubblico ministero può disporre la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena, notificando al condannato e al suo difensore sia l’ordine di esecuzione sia il decreto di sospensione dell’ordine. Con questa notifica, il pubblico ministero avvisa che entro trenta giorni il condannato può presentare un’istanza volta ad ottenere la concessione di una delle misure alternative alla detenzione, in particolare l’affidamento in prova al servizio sociale (art. 47 l. ord. pen.), la detenzione domiciliare (art. 47-ter l. ord. pen.), la semilibertà (art. 50 co. 1 l. ord. pen.).
Recidiva e sovraffollamento
Da quanto detto consegue che, se vi fossero le condizioni strutturali di accoglienza, alcune migliaia di persone potrebbero beneficiare di pene alternative.Le cifre ormai note dell’abbattimento della recidiva nel reato per chi sconta la pena in misura alternativa (il 16% contro il 70% circa di chi sconta la pena interamente in carcere) dovrebbero spingere la realizzazione di opportunità di accoglienza atte a favorire la concessione di misure alternative, soprattutto per coloro che non hanno la possibilità di poterne fruire per mancanza di risorse, pur essendo nei termini. Questo numero potrebbe deflettere le cifre preoccupanti del sovraffollamento carcerario, tornato progressivamente ad aumentare, garantendo quindi maggiore sicurezza, dato che solo nello 0,63% dei casi sono stati revocati perché, una volta all’esterno della cella, i detenuti hanno commesso reati. A questi possiamo aggiungere lo 0,45% (quindi 247 casi) di persone non rientrate in prigione quando dovevano rientrarvi. Risultato finale: nell′1,08% dei casi qualcosa è andato male, nel 98,92% è andato tutto bene.
Il cambio di rotta dell’Italia a seguito della condanna della CEDU ha potenziato le norme per incrementare le misure alternative; ma a fronte di questi cambiamenti, nulla di progettualmente organico è stato fatto, a livello nazionale e regionale, per il potenziamento sul territorio di un sistema dei servizi in grado di accogliere persone con pene brevi.
Certamente il lavoro è un passaggio importante per l’integrazione sociale dei detenuti, ma non può essere disgiunto dall’alloggio, specialmente per i detenuti che non ne dispongono.
A fine marzo 2022 i detenuti nelle nostre carceri erano 54.609. È evidente quindi come un piano di potenziamento di strutture di accoglienza provocherebbe una deflazione dei numeri del carcere, tornato ad essere sovraffollato di alcune migliaia di unità con conseguente peggioramento della qualità della vita delle persone ristrette.
Contro la centralità del carcere
Pertanto, proprio nell’ottica costituzionale della pena, riteniamo sia giunto il momento di progettare interventi nell’ottica di un modello di governance che neghi la centralità del carcere e affermi l’importanza dello sviluppo delle misure alternative al fine di realizzare un modello stabile e organico sul piano nazionale.
A questo proposito la Conferenza Stato-Regioni, su impulso ed indicazioni delle articolazioni del Ministero della Giustizia (PRAP), potrebbe svolgere un ruolo determinante nella progettazione di luoghi destinati all’accoglienza e inserimento lavorativo, comprese anche attività di giustizia riparativa, di persone che non hanno la possibilità di domicili alternativi, attraverso rilevazioni dei bisogni dei territori; progetti che andrebbero finanziati con fondi ministeriali, perché possano garantire stabilità nel tempo; la buona volontà dei privati, risposta straordinaria offerta in questi anni dal volontariato e dai religiosi, non può costituire l’unica soluzione, tanto meno esaustiva, per un piano organico e stabile  nel tempo per le misure alternative.
Le riforme, per essere realmente democratiche e fruibili da chiunque – e non divenire privilegi – non possono essere realizzate a costo zero. Evidentemente un progetto nazionale come quello descritto richiede un investimento economico. Tale investimento andrebbe a beneficio di quelle fasce di popolazione più esposte ai rischi di recidiva in mancanza di un opportuno reinserimento; quindi, in realtà, costituirebbe non solo un risparmio, stante il costo elevatissimo (non solo economico) della recidiva, ma anche la ratifica della riduzione discriminatoria tra chi, per status, ha la possibilità di poter disporre delle condizioni di accesso alla pena territoriale e chi invece non le ha.

 




GRATI A CHI LAVORA
Lettera del Card. Zuppi (Avvenire)

Grati a chi lavora nelle istituzioni. Un servizio per il bene di tutti.
Card. Matteo Zuppi (Avvenire 2 giugno 2022 pag.3)
https://avvenire-ita.newsmemory.com/?token=86a1fde5f22b3d21f833603031dedd9b_62987787_5eca5
La lettera dell’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei in occasione della Festa della Repubblica.

Carissima, carissimo, la vedo operare negli uffici, nelle aule di università o delle scuole, in quelle di un tribunale o nelle stanze dove si difende la sicurezza delle persone, nelle corsie dove si cura o nel front office di uno sportello, nei laboratori o lungo le strade per renderle belle e proprie, nei ministeri o in qualche ufficio isolato dove non la nota nessuno, nei cortili delle caserme o nei bracci delle carceri. In realtà tanta parte del suo lavoro non si vede, ma questa lettera è per lei. Non ci conosciamo, ma il suo servizio è vicino alla mia vita e a quella dei miei amici, delle persone che mi sono care, di tanti, di tutti, miei e nostri compagni di viaggio e per questo ho pensato di scriverle. Istintivamente le darei del tu, ma preferisco cominciare dal Lei per il grande rispetto che nutro. Una mistica francese di nome Madeleine Delbrêl, una donna molto religiosa e molto impegnata nel sociale, una donna pienamente evangelica, a proposito delle persone come lei diceva che sono il filo che tiene insieme il vestito: la capacità del sarto è proprio quella di non farlo vedere, ma il filo è necessario perché i pezzi di stoffa si reggano insieme. Così è il suo lavoro, prezioso per le istituzioni della nostra casa comune, e ogni pezzo è importante. Davvero. La qualità della mia vita dipende anche da lei: per questo per prima cosa la ringrazio, perché il suo lavoro, tante volte ignorato, contiene e richiede generosità e competenza. Non si capisce mai abbastanza, infatti, quanto impegno richiedono “le cose di tutti”. Purtroppo i problemi, i ritardi, le disfunzioni e anche alcune persone che non compiono il proprio dovere, finiscono per non fare apprezzare la generosità, la competenza, lo zelo che lei e tanti mettono nel loro lavoro. D’ora in avanti mi piacerebbe chiamare il suo impegno non “lavoro” ma “servizio”. E che anche lei lo pensasse così. Sì, lo so che è lavoro e a volte anche duro, sottovalutato. Eppure proprio grazie alla passione e alle lotte di tante persone, anche di chi ci ha preceduto, oggi godiamo di molte protezioni e garanzie che costituiscono quello che chiamiamo welfare, che poi è il modo in cui la vita quotidiana diventa bella e non antipatica, troppo dura da vivere. Non possiamo più accettare, eppure succede ancora spesso, che il luogo di lavoro, che è per la vita, diventi invece un luogo di morte. Penso a chi non è più tornato a casa e alle mogli e ai figli che hanno aspettato invano i propri cari: questo mi addolora, mi commuove e non smetto di chiedere condizioni di lavoro sicure per tutti. Vorrei un lavoro sempre meno a tempo determinato e più stabile, perché deve contenere il futuro: per sé, per la propria famiglia, per i figli, sì, per i figli. Senza figli per chi si lavora? Vorrei, poi, che il lavoro fosse lavoro buono e non solo lavoro: che i lavoratori fossero sempre messi in regola e che nessuno sia più sfruttato. Possibile che oggi c’è ancora chi non mette le persone in regola? Il suo lavoro è un servizio per il bene della comunità, composta da tante persone. Così tante che non possiamo sapere chi siano, eppure sono la mia e la nostra comunità. Sì, perché siamo una comunità, dobbiamo tornare a esserlo. So che la sua vita personale è da un’altra parte e che saggiamente distingue l’ambito privato da quello pubblico, ma è anche vero che quello che fa per tutti, con il suo lavoro, è una parte importante della sua vita, le dà soddisfazioni e preoccupazioni, la coinvolge umanamente. Questo non è sbagliato. Anzi. È più faticoso e difficile tenere distinti questi ambiti, come tanti sollecitano a fare, perché la vita è una ed è bene che sia unita. È bello aiutare la nostra casa comune specie quando, come in questi mesi, capiamo quanto è importante, decisiva ma anche fragile, colpita da pandemie, da rischi terribili nei quali come sempre i più penalizzati sono i più deboli. Ogni lavoro è un servizio alla casa comune ed è importante. Spesso sono proprio quelli meno considerati e giudicati “umili” che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli altri e non alla nostra affermazione personale. Gli umili non si stancano, non diventano presuntuosi e intrattabili, non agiscono per interesse ma perché quello che svolgono è un servizio e lo fanno anche quando non conviene, ma conviene a chi lo ha chiesto. Si adoperano pure quando nessuno si ricorderà della scelta, solo perché è giusto farlo. E questo resta, aiuta, risponde, protegge. Quando il lavoro (che resta lavoro) lo viviamo anche come impegno di servizio – nello spirito dell’art. 4 della nostra Costituzione repubblicana, che chiede a tutti di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società – ne sappiamo comprendere l’importanza non per quello che rende o per il successo che porta, ma per il valore che ha in se stesso. Più fa bene agli altri, il lavoro, più fa bene a noi. Anche quando non si vede. Il contrario crea un clima faticoso, competizioni inutili, sensi di rivalsa. Se facciamo bene o male qualcosa, nel tempo richiesto o no, questo ha sempre delle conseguenze. I diritti sono cose importanti. I nostri e quelli degli altri. Se è un diritto deve essere garantito sempre e non come concessione o un piacere. Non vanno create scorciatoie. Troppi pensano che per ottenere quello che è di diritto bisogna avere un “santo in paradiso” a cui raccomandarsi, magari irridendo il merito di ciascuno, i tempi, le precedenze, l’onestà insomma. Si può vincere una volta e si è sconfitti tutte le altre. Crescono così la disillusione, il malcontento, la convinzione che nessuno si occupa di me e che ognuno si deve arrangiare da solo. Se è un diritto, è fondamentale garantirlo e questo fa sentire sicuri tutti. Ma dipende da ognuno. È davvero importante sapere di poter contare sulle istituzioni, e quindi su di lei, sulla sua competenza, sulla sua onestà, sulla sicurezza che ci sarà una risposta e che sarà la migliore. Lei sa bene quante persone sono sole e come da soli ci si sente perduti, incompresi, arrabbiati e a volte si finisce per prendersela con il primo davanti, magari il povero malcapitato che fa una domanda allo sportello.
Il nostro è il tempo in cui realizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto PNRR, e mi sembra possa essere un’occasione davvero decisiva dopo tanta sofferenza. Durante la pandemia abbiamo capito quanto le fragilità, le contraddizioni, le ingiustizie siano anche conseguenze dei rimandi, dei ritardi, delle furbizie, delle cose che bisognava fare e che non sono state fatte, degli interessi privati che hanno condizionato le scelte politiche. Le cause di tante sofferenze sono a volte così lontane che non le sappiamo più riconoscere. Quello che vorrei dirle è che abbiamo un grande motivo per dare oggi tutti il massimo, ed è per questo che ho pensato di scriverle! Vorrei che anche nessuno di noi perdesse questa opportunità. Sappiamo che c’è bisogno di istituzioni che funzionino bene, anzi meglio, ed è per questo che dobbiamo cercare la qualità. A questo proposito Dietrich Bonhoeffer, un credente che si poneva domande profonde sul valore di ogni persona e dello stare insieme, morto martire per mano dei nazisti, uno di quelli che ci hanno lasciato in eredità l’Europa, ha scritto che bisogna passare «dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura». Potremmo aggiungere: dal dilettantismo alla competenza, da una felicità individualistica al sacrificio per stare bene tutti, dall’apparenza alla sostanza, dal successo rapido e a tutti i costi alla costruzione paziente di quello che dura, dal fare le cose per il consenso, per il potere, per la considerazione e il ruolo sociale, a farle solo perché sono giuste, insieme e non da soli, anche se lì per lì sembra convenire meno. Ho visto grandi energie che si sono perse cercando a tutti i costi il proprio tornaconto, e il grande spreco di ogni giorno per burocrazie senza volto, perché non è mai responsabilità di qualcuno. Gli uomini e le donne che hanno scritto la Costituzione avevano davvero sofferto molto, toccato con mano quanto l’umanità può restare sfigurata dalla violenza, ma avevano visto anche come uomini e donne sanno resistere e persino agire da eroi quando è necessario per aiutare qualcuno che soffre. Hanno perciò voluto lasciarci, nella Costituzione, un progetto per costruire e mantenere una società più umana e umanizzante, per riuscire a evitare le sofferenze da loro vissute. E tutto comincia dal sapere fare unità. Mi sento chiamato a questo come cristiano, credo si possa realizzare prima di tutto con l’aiuto di Cristo, e ritengo che tutti, senza distinzioni, possiamo impegnarci a fare unità seguendo il progetto indicato dalla Costituzione.
Ogni generazione è chiamata a riappropriarsi dei valori e delle virtù costituzionali. Per questo dobbiamo tutti ritrovare il senso dei limiti. È un concetto che nella Costituzione, proprio perché preoccupata di rendere concreti i diritti, ricorre ben diciassette volte, a cominciare ad esempio dall’art. 1, dove lo si ricorda a ciascun cittadino, come membro del popolo sovrano, ma anche nell’art. 42 quando, nel riconoscere e garantire la nostra proprietà privata, si preoccupa di aggiungere che possono servire limiti per assicurarne la funzione sociale. E poi in molte altre occasioni in cui si affermano diritti indicando, però, dei limiti per il rispetto dei doveri verso gli altri e la società. Perché solo così i diritti di ciascuno possono divenire reali e concreti.
Al centro della Costituzione c’è la persona, cioè, sempre, un “noi”. Non c’è l’individuo. E’ una concezione evangelica che è stata fatta propria da tutti i padri costituenti, di ogni credo e sensibilità politica. Non dimentichiamo che siamo chiamati a portare insieme i pesi della vita, tanto che l’art. 2 ci ricorda che la solidarietà è addirittura un dovere inderogabile. Dobbiamo riuscire a valorizzare l’impegno, che non è reale senza la necessaria continuità e serietà (nello spirito dell’art. 4). La Costituzione si preoccupa non solo di garantire le nostre “libertà da” possibili abusi degli altri e dei potenti e la “libertà di” agire per fare tutto ciò che ci sembra giusto, ma si sforza di indicare il senso di tutto ciò, sottolineando la bellezza di usare delle “libertà per” uno scopo sociale. Si tratta di costruire un mondo di relazioni personali. Per questo la Costituzione evidenzia – già nell’art. 2, ma poi in molti altri – che è nei gruppi sociali (la famiglia, le associazioni di tutti i generi e tipi, le comunità religiose, i sindacati, le organizzazioni politiche democraticamente organizzate, il lavoro, i corpi intermedi) che si sviluppa la nostra personalità, e non invece con una vita sterilmente individualistica ed egocentrica.
Il bene comune deve essere il nostro orizzonte. Lo ricorda anche la Dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo rendere migliore il mondo con il progresso materiale e spirituale della società (art. 4, ma anche, per esempio, art. 41 dove si parla di indirizzare la libertà di impresa a fini sociali). Penso che tutti dobbiamo fare il meglio che possiamo con responsabilità. È proprio vero: non ci si può salvare da soli! Gli uomini e le donne hanno aspetti di incredibile grandezza perché, tra l’altro, riescono a organizzarsi tutti insieme e affrontare le difficoltà della vita più efficacemente. Ecco, è per tutto questo che vorrei che le nostre istituzioni funzionassero bene e fossero sempre di più connesse all’Europa, pensandosi per il mondo intero. Siamo tutti legati. Non serve pensare qualcosa a breve termine, dobbiamo guardare il futuro per uscire davvero dalle pandemie imparando la lezione, scegliendo di essere migliori, non uguali, perché significherebbe essere peggiori. Non ci serve solo un bonus, ma ci occorre il bonum, il bene per tutti! Abbiamo sempre pensato che le risorse non ci sarebbero mancate e così abbiamo sciupato tanto, pensiamo a come facciamo con l’acqua… Purtroppo, ci accorgiamo dell’importanza delle cose e delle conseguenze dei nostri atteggiamenti solo quando queste vengono a mancare. Oggi più che mai urge essere davvero seri perché dobbiamo lasciare qualcosa a chi verrà dopo, soprattutto l’esempio, la speranza, il gusto di fare bene il proprio lavoro e di farlo per il bene di tutti. Le nostre istituzioni ora si trovano ad affrontare, in poco tempo, tanti progetti. Ma quella che chiamiamo istituzione è fatta di persone ed è proprio lei, e quanti si impegnano in mille modi per rendere umana e bella la nostra casa comune. Concludo col dirle che scrivo a lei ma scrivo in fondo a me stesso e a tutti noi cittadini, piccoli e grandi, e soprattutto a chi ha responsabilità perché abbiamo bisogno di tutti. La guerra attuale ci ha ricordato che la pace non è mai scontata e che bisogna lavorare tanto perché la nostra casa accolga tutti, insegni a stare insieme tra diversi, lotti contro ogni ingiustizia, difenda i diritti di ciascuno e non metta mai in discussione la persona. Anche per questo non dobbiamo avere paura di accogliere, di dare fiducia, la possibilità di mettersi alla prova, di ascoltare con l’orecchio del cuore. Aggiustiamo quello che non funziona. Ogni persona è preziosa se è amata e difesa, come ogni persona è insignificante quando questo sguardo manca. È necessario che tutti coloro che lavorano nelle e per le istituzioni ritrovino un vero spirito di servizio e nel contempo che tutti i cittadini sappiano ritrovare e ricostruire la loro fiducia verso le istituzioni. Mi piace pensare che in un momento così importante tutti ce la mettiamo davvero tutta, senza distinzione. Don Primo Mazzolari, che amava Dio e le persone, la Chiesa e la città concreta degli uomini e delle donne, scrisse: «Ci impegniamo noi e non gli altri … né chi sta in alto, né chi sta in basso, senza pretendere che gli altri si impegnino … senza giudicare chi non si impegna … il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura … la primavera comincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d’acqua, l’amore col primo impegno …». Rinnoviamo allora il patto sancito dalla nostra Costituzione, compartecipiamo a questo impegno accanto a tutti gli altri, e per me che sono cristiano aggiungo un motivo in più: chi cerca il cielo incontra la terra, chi fa le cose per Dio le fa per tutti e senza interessi. Il mio auspicio è che siamo tutti compagni di viaggio in questa bellissima strada che è la vita, e che le pandemie, le vicende tristi della nostra storia contemporanea, possano diventare motivo per realizzare quello che ognuno in realtà cerca: un mondo unito dove siamo Fratelli tutti. Grazie di tutto.




5 giugno 2022. Pentecoste
ALITO

Pentecoste 2022

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
SalMO 103  Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia!  Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!  Le hai fatte tutte con saggezza;  la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono,  e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,  e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore;  gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,  io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-17
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.  Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio.  E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

UN ALITO. Don Augusto Fontana

Più volte, nel mio lungo servizio sulle ambulanze della Croce Rossa, ho tentato di rianimare persone con il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. La respirazione bocca a bocca, su labbra sbiancate dalla morte imminente o sporche di fango e sangue. In quei momenti non pensi. Vuoi solo regalare il tuo spirito vitale. Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti per quell’alito che gli ho infuso in un momento maledetto della sua vita. Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha deposto, e continua a deporre, le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito» (Gv 19, 30). Questi sono giorni maledetti che rivelano il nostro bisogno di avere un Dio amante che ci stampi sulle labbra diafane il bacio della sua bocca: «Mi baci con i baci della sua bocca» (Cantico, 1,2). Un soffio, un bacio. Pentecoste.
L’invasione di Putin in Ucraina ha creato morti e distruzione. Non se ne vede la fine. Anzi tutte le popolazioni sono strozzate dall’inflazione o dalla carestia. E la Chiesa, quella che doveva nascere dall’utero del Concilio Vaticano II°?
Ci manca il fiato, il respiro; e trasmettiamo alle nuove generazioni una vita asfittica, dopata, orfana.
Qualsiasi grande città del nostro mondo ricorda oggi l’ambiente della torre di Babele: pluralità di lingue, di culture, d’idee, di stili di vita e problemi immensi d’intolleranza e incomprensione tra coloro che la abitano. Immigranti da altre province o da paesi in cui lasciano tutto per cercare un lavoro, un luogo dove cercare vita e qualità di vita. Per molti di loro arrivare all’altra riva è la loro speranza. Il nostro mondo si è trasformato ora nel paradigma della torre di Babele.
L’autore della narrazione della torre di Babele pensò che avere tutti una stessa lingua omologata fosse una potente benedizione e che la moltiplicazione dei linguaggi fosse una punizione divina. Ma Dio era per il pluralismo, differenziando gli abitanti del luogo in base alla lingua e disperdendoli. Molti secoli dopo che venne scritta questa narrazione del libro della Genesi, ne leggiamo un’altra nel Libro degli Atti degli Apostoli. Ebbe luogo il giorno di Pentecoste, festa della mietitura in cui i giudei ricordavano il patto di Dio con il popolo sul monte Sinai, “50 giorni” (= Pentecoste) dopo l’uscita dall’Egitto. I discepoli erano riuniti, anche 50 giorni dopo la resurrezione (l’esodo di Gesù al Padre) e si preparavano a raccogliere il frutto della semina del maestro: la venuta dello Spirito che è descritta con eventi particolari, espressi come se si trattasse di fenomeni sensibili: rumore come di vento tempestoso, lingue come di fuoco che consuma o purifica; Spirito (= “ruah“: aria, soffio vitale, respiro) Santo (= “hagios“: non-terreno,  divino). E’ il modo che sceglie Luca per esprimere l’inenarrabile, l’irruzione di uno Spirito che li libera dalla paura e dal timore e che li farà parlare con libertà per promulgare la Buona Notizia della morte e resurrezione di Gesù. Per questo, ricevuto lo Spirito, iniziano tutti a parlare lingue diverse. Poco importa indagare in cosa consistette quel fenomeno. Ciò che importa è sapere che il movimento di Gesù nasce aperto a tutti, che Dio non vuole l’uniformità, ma la pluralità; che non vuole lo scontro ma il dialogo; che è iniziata una nuova epoca in cui bisogna proclamare che tutti possono essere fratelli, non solo “nonostante” ma “grazie” alle differenze; che adesso è possibile capirsi, superando ogni tipo di barriere che impediscono la comunicazione. Perché questo Spirito di Dio non è Spirito di monotonia o di uniformità: è poliglotta, polifonico. Il giorno di Pentecoste, da più lingue non venne, come a Babele, più confusione. “Ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua delle meraviglie di Dio“. Dio rese possibile il miracolo d’intendersi. Iniziò così la nuova Babele, quella voluta da Dio, lontana da malsane uniformità, un mondo plurale ma concorde. Speriamo di continuare a reinventarla e non ad innalzare muri né barriere. La venuta dello Spirito significò per quel pugno di discepoli la fine della paura e del timore. Le porte della comunità si aprirono. Nacque una comunità libera come il vento e come il fuoco.
In Giovanni 20,19-29 leggiamo: «La sera di quello stesso giorno, che era il primo della settimana, mentre le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne e si presentò in mezzo a loro, e disse: “Pace a voi!” E detto questo mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono… Detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo.  A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”».
Gesù, dice il Vangelo, alitò su di loro. La parola “alitare” (emphysao) è la stessa parola che usa il Libro della Genesi per rivelare l’atto creativo di Dio su Adam. Forza creatrice. Tutto ciò che abbiamo come un seme, in forma germinale, si risveglia grazie allo Spirito che lo feconda. C’è tutta una ricchezza, un mondo, una creazione che si deve sviluppare in me. Che lo Spirito scenda su di me vuol dire che io sono chiamato a prendermi cura delle mie doti e delle risorse altrui. Tutto è in me come un seme. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» scrive Paolo ai Corinti. Gesù rende consapevoli dell’enorme potere che i discepoli hanno: «Se voi perdonerete (afiêmi =lasciar andare) i peccati saranno perdonati e a chi non li perdonerete (krateô=tenere in pugno) resteranno non perdonati». Giovanni usa due verbi: il primo è afiêmi, perdonare, mandare via, scacciare, rimettere. Il secondo è krateô, che significa trattenere, tenere in pugno, impossessarsi, dominare, spadroneggiare. Cioè: la comunità cristiana ha due possibilità: o lasciar andare o trattenere.
Pentecoste secondo Mons. Tonino Bello[1].
«Oggi, voglio parlarvi delle Pentecoste come “festa difficile”. Non perché lo Spirito Santo, anche per molti battezzati e cresimati, è un illustre sconosciuto. È difficile, perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così:

  1. Complesso dell’ostrica. Siamo troppo attaccati allo scoglio, alle nostre sicurezze, alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana, ci attira l’intimità del nido, ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto. Di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia. Lo Spirito Santo, invece, ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.
  2. Complesso dell’una tantum. È difficile per noi sottoporci alla conversione permanente, amiamo pagare una volta per tutte. Ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi. Il cammino come costume ci fa paura; e affrontare il rischio di una itineranza faticosa e imprevedibile ci rattrista. Lo Spirito Santo ci chiama a lasciare il sedentarismo dei nostri parcheggi, ci obbliga a pagare, senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro ma innovatore.
  3. Complesso della serialità. Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie, i gesti promossi in serie. Viviamo l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta, C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce, l’estro provoca scetticismo, i colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza, chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui la protesta nei giovani e l’estinguersi della ribellione. Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto della molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere chi compone le ricchezze della diversità. Pentecoste vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro».

[1] “Alla finestra la speranza” ( Ed. SanPaolo).




La Pentecoste dei volti. Un mondo riempito dallo Spirito di Dio
P. Ermes Ronchi. 

La Pentecoste dei volti

padre Ermes Ronchi. 19 maggio 2002

Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti nascere in te l’umile rete di forza e di pace mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere, il guardare con speranza, con occhi « altri» capaci di sorprendere le gemme più che le cose evidenti e finite, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data però una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità del sangue della croce si accompagna la diversità del fuoco: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. Il suo compito, in questi tempi in cui la Pentecoste si fa segretamente più intensa, è generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi. Tutte le icone della Pentecoste sono colme di volti: il regno dei volti individuali è il regno dello Spirito santo, bellezza che si posa su uomini e cose come un richiamo perenne, strada verso il fondo inesauribile dell’anima. Tutti sentono parlare la loro lingua nativa. Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore (A. Casati). Lo Spirito altro non fa che, come in Maria, incarnare anche in te la Parola. Perché il divino e l’umano trovano compimento solo così: l’uno nell’altro. Dio parla con le tue parole, piange le tue lacrime, ti sorride come nessuno. E le tue mani sono le sue mani, la tua parola gli dà parola, la tua vita disseta la sua sete di vita.

UN MONDO RIEMPITO DALLO SPIRITO DI DIO

padre Ermes Ronchi  (08-06-2003)

Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo.
Effusione d’amore. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita. Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui. Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi.
Meraviglia del primo giorno: “com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” Lo Spirito di Dio da sempre parla ad ogni uomo, si rivolge a quella parte profonda, nativa, originaria che è in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione, ricchezza, cultura, età, religione. Non è solo il capovolgimento della frattura di Babele: ora lo Spirito parla la mia lingua di festa e di dolore, di stanchezza e di forza. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia passione, mia vita, mio fuoco. Diventa la parte migliore di me, respiro segreto di ogni parola.
E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“. La terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin), la terra è piena. E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. E la gioia e la ricchezza di tutto questo. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte.




29 maggio 2022. Festa della glorificazione di Gesù
E’ ANDATO OLTRE. NEL PROFONDO.

Festa della Glorificazione di Gesù 2022

Preghiamo. Esulti di santa gioia la tua Chiesa,  o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Salmo 46  Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.
Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.
Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza. Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

E’ ANDATO OLTRE. NEL PROFONDO. Don Augusto Fontana
Scrive P. Ermes Ronchi: «Ascensione: Cristo non è salito verso l’alto, ma è andato oltre, verso l’intimo delle cose. E le sue mani sono ancora più impigliate nel folto della vita».
Scrive Papa Francesco: “La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza” (Laudato si’ ,100), e che «Cristo risorto dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si’ ,221)”.
 Io e te non abbiamo mai messo in discussione che “stare in alto” sia la posizione topografica e l’espressione linguistica che meglio descrive una posizione sociale ottimale e quindi è là che vogliamo collocare Dio quando lo pensiamo o immaginiamo. Quando muore un’amatissima nonna, noi diciamo al nipotino: «La nonna è andata in cielo». Se il cielo sta in alto, l’inferno dovrebbe stare in basso e Gesù sta alla “destra” del Padre (perché la mano destra del soldato era la mano forte che colpiva con la spada mentre quella sinistra era la mano debole che teneva lo scudo di difesa; oggi gli armamenti sono diversi da allora e non saprei in quale lato di Dio collocare Gesù!). Isaia riferisce parole di Dio (Is 66, 1-2): “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi….”. Dio sta nel cielo dei cieli o nell’alto dei cieli, egli è l’Altissimo (in ebraico: El-Elyon). L’espressione «l’Altissimo» la troviamo per la prima volta in Genesi 14,19: “Egli (Melchisedek)  benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio Altissimo, padrone dei cieli e della terra!“. Anche Zaccaria dice che suo figlio Giovanni sarà il profeta dell’Altissimo (Luca 1,76). Durante l’annuncio a Maria, il figlio che dovrà portare in grembo è presentato come il Figlio dell’Altissimo (Luca 1, 32). E il Salmo 91,1 canta: “Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente“.  Paghiamo il debito alla nostra necessità di immaginarci l’inimmaginabile, di collocare in uno spazio anche chi non ha luogo, di dividere lo spazio in terra, abisso, cielo e cielo dei cieli. Ma esistono altri “luoghi” che utilizziamo oggi meno frequentemente, ma forse teologicamente più efficaci: la pelle e il cuore esprimono rispettivamente l’epidermide di superficie e la profondità insondabile. Dunque attenti ai linguaggi: ci aiutano a tentare di esprimere l’inesprimibile, ma possono diventare una trappola, come  i termini “miracolo, comandamento, fare memoria, trasfigurazione”. Non sfugge a questa delicata attenzione anche l’espressione “ascensione al cielo” che ha prodotto in noi, con il favore dell’iconografia tradizionale, l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante. Sono linguaggi e immagini che vanno decodificate. E’ importante sottolineare che il racconto dell’Ascensione nella finale del Vangelo di Luca e quello all’inizio del Libro degli Atti degli apostoli, originariamente erano un unico racconto quando i due Libri costituivano un’unica opera di Luca, successivamente suddivisa. Luca è l’unico autore del Nuovo Testamento che parla dell’Esaltazione di Gesù nella forma di una Ascensione e che separa l’Ascensione di Gesù dalla sua Resurrezione. La tradizione originaria comune presenta la Resurrezione di Gesù direttamente come Esaltazione (Cfr. Rm 1,4: “Costituito Figlio di Dio con potere, secondo lo Spirito di Santità, per la sua resurrezione dai morti”). Luca invece separa in due eventi (resurrezione e ascensione) per sottolineare il carattere storico che ha ciascuno di essi. Gesù risorto prima della sua ascensione-esaltazione-glorificazione, convive con i suoi discepoli: mangia con loro e li istruisce. In Atti 1,3 aggiunge persino che stette con loro per quaranta giorni, per sottolineare questa convivenza storica del Risorto con i suoi discepoli. Luca insiste più degli altri sulla corporeità del Risorto: non è un fantasma, ha carne e ossa, può mangiare e lo possono toccare (Lc 24,39-43). C’è continuità tra il Gesù prima della sua morte e il Gesù Risorto. Gesù conserva la sua identità e la sua corporeità. Ma c’è anche un cambiamento, una dis-continuità nel Gesù risorto. Questo cambiamento Luca lo esprime con l’Ascensione. Il racconto dell’Ascensione ha chiaramente un linguaggio cosmico o simbolico: Gesù è sollevato dalla terra al cielo, lo nasconde una nube e appaiono due uomini vestiti di bianco. Si esprime, con un linguaggio simbolico, una realtà storica: l’esaltazione o glorificazione di Gesù. Questo lo accentua anche Luca quando dice che Gesù fu sollevato mentre conversava con i suoi discepoli, e che Gesù verrà nella stessa maniera con cui è stato sollevato. Perciò ai discepoli viene chiesto che non restino a guardare il cielo. Devono guardare la terra. L’Ascensione è sempre stata erroneamente interpretata come un’uscita da questo mondo, come un’assenza di Gesù, come un Gesù che se ne va per tornare alla fine dei tempi. In questa interpretazione l’Ascensione perde tutto il carattere storico che ha voluto dargli Luca. Nell’ascensione Gesù non se ne va, ma viene esaltato, glorificato. La parusia, cioè il ritorno, non sarà il ritorno di un Gesù che è stato assente per qualche secolo, ma la manifestazione gloriosa di un Gesù che è sempre stato presente nella comunità. Ciò appare chiaramente nelle ultime parole di Gesù in Mt 28,19: “io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo“. La chiesa non nasce perché Gesù se ne va o perché non ritorna, ma nasce proprio perché il Risorto non se ne va. E’ la presenza e non l’assenza di Gesù risorto ciò che rende possibile la chiesa. La chiesa negli Atti degli apostoli è una chiesa escatologica, cioè crede nel ritorno di Gesù, in una seconda venuta sebbene non immediata, ma vive già storicamente l’esperienza di Cristo Risorto e glorificato nel mondo e nella comunità. Questa dimensione escatologica della chiesa si esprime negli Atti con le apparizioni di Gesù risorto nei momenti difficili della chiesa (Stefano, Pietro, Paolo), ma soprattutto la vive nell’esperienza permanente dello Spirito Santo.
Una risurrezione dalle tante facce e un tempo lungo per entrarci dentro.
Dopo la morte di Gesù c’è solo un fatto centrale: la Resurrezione. Però questo avvenimento è tanto profondo, che necessita di essere assimilato per tappe. L’esperienza che ebbe la chiesa primitiva della resurrezione di Gesù fu tanto ricca che lasciò molte impronte dei tentativi che fece per spiegare a se stessa la profondità dell’avvenimento.
Possiamo ricordare alcuni di questi “segnali”: il fatto della resurrezione, con il simbolo del sepolcro vuoto; il fatto del dominio sulla morte, con il simbolo della discesa agli inferi; il fatto della trasformazione della persona di Gesù, con il simbolo che misteriosamente si rende presente in ogni luogo; il fatto della vita che continua ad essere presente, con il simbolo di colui che mangia e condivide con i suoi amici; il fatto della trasformazione o conversione che provoca nelle persone con il simbolo della venuta dello Spirito Santo; il fatto della divinità che Gesù condivide con il Padre, con il simbolo dell’ascensione ai cieli…
Vale a dire: la resurrezione ha talmente tante facce che i misteri si moltiplicheranno e non termineremo mai di comprenderla nella sua totalità. La resurrezione trascende la nostra capacità umana. E’ questo il contesto in cui dobbiamo vedere l’ascensione. Spiegarla in se stessa, senza relazione con la resurrezione, le farebbe perdere il suo significato sacramentale: la presenza del risorto, capace di comunicarci trasformazione attraverso i simboli nei quali ci si manifesta. La resurrezione, letta dall’ascensione, comportava una grande lezione: insegnava ai discepoli che la presenza fisica del maestro doveva scomparire, per far posto a una presenza spirituale ed interiore. Quando i discepoli compresero questo – perché lo sperimentarono – la loro debolezza si trasformò in forza, la loro tristezza in gioia e il loro timore in testimonianza. Questo è ciò che ci dice il vangelo di Luca.
Infine, se la resurrezione la leggiamo dalla lettera agli Ebrei, troviamo una parola di incoraggiamento e la straordinaria promessa che rafforza la nostra speranza: Gesù è nell’eterna compagnia di suo Padre e dello Spirito, però ci sta come fratello maggiore di una grande famiglia che si riunirà, o come capo di un grande corpo che già inizia a sentirsi risorto, poiché già inizia a sentirsi trasformato con il desiderio immenso di assomigliare al suo maestro, che offrì la sua vita per tutti i fratelli del mondo.
Con l’ascensione si chiude il ciclo delle apparizioni del risorto. Se raggruppiamo tutte le apparizioni e leggiamo il loro contenuto simbolico, ci rendiamo conto che ci narrano le diverse esperienze della chiesa circa il risorto. Ma l’ascensione ha una particolarità: da’ alla piccola chiesa la certezza che dalla sua piccolezza può aprirsi al mondo, come Gesù sulla croce.




Lavoro welfare pace contro precarietà riarmo guerra
Luigi Pandolfi (Rocca 1 maggio 2022)

Lavoro welfare pace contro precarietà riarmo guerra
Luigi Pandolfi[1] (Rocca 1 maggio 2022)

Qual è la «situazione del lavoro» oggi in Italia? Rispondere a que­sta domanda significa innanzi­tutto fare i conti con i grandi cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro negli ultimi trent’anni. Molto in sintesi, si può dire che innovazione tecnologica e instabilità/fram­mentazione del lavoro sono cresciuti di pari passo in questo periodo. Situazione cui ha fatto da corollario una sostanziale contrazione dei diritti dei lavoratori.
Lo spacchettamento del mondo del lavoro.
La fine del ciclo fordista/taylorista, il cui cuore era la grande fabbrica omogenea e la dimensione nazionale della produzione e del mercato, ha portato con sé uno spac­chettamento del mondo del lavoro. Oggi si può lavorare per la stessa azienda, svolge­re mansioni identiche, e avere contratti diversi e diverse remunerazioni. Sotto lo stesso tetto di un’impresa, e per le stesse tipologie di lavoro, possono ritrovarsi lavo­ratori a tempo indeterminato e detentori di partita Iva, co.co.co e lavoratori «som­ministrati». Non solo. Per la stessa azienda possono fornire la propria opera lavoratori e professionisti contrattualizzati da soggetti diversi, come accade nel caso dell’esterna­lizzazione di alcuni servizi o segmenti di produzione. È un discorso, ormai, che ri­guarda tutto il mondo del lavoro, compre­so quello che afferisce al comparto della pubblica amministrazione o degli enti di ricerca. Lavoratori, ricercatori e professio­nisti, che svolgono le medesime attività, spesso nel medesimo posto, ma con diritti diversi. Si pensi ai precari di lungo corso del settore della ricerca che lavorano negli stessi ambienti, negli stessi laboratori, dei colleghi a tempo indeterminato, ovvero ai lavoratori di «pubblica utilità» o «socialmente utili» che nei comuni condividono la stanza, e a volte anche la scrivania, con i dipendenti in pianta organica, strutturati e full time.
La fine dell’universalità dei diritti nel mondo del lavoro. Un fenomeno che ha spostato la conflittualità ad un livel­lo, per così dire, orizzontale, tra gli stessi lavoratori: precari contro «garantiti»; gio­vani contro anziani; le donne in competi­zione con gli uomini; gli stranieri in con­correnza con gli autoctoni. Non è stato, in ogni caso, un fenomeno spontaneo, ma il risultato di precise scelte politiche. A par­tire dai primi anni Novanta, parallelamen­te al rilancio del progetto di costruzione dell’unità politica e monetaria europea (più monetaria che politica, in verità), si è in­tervenuti massicciamente sulla legislazio­ne riguardante il lavoro e il suo «mercato».
Le «riforme» che hanno precarizzato.
L’arco temporale è quello che va dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso alla fine degli anni dieci del nuovo secolo.
Vent’anni di «riforme» che hanno radicalmente tra­sformato il mondo del lavoro, nella direzio­ne di una sua crescente precarizzazione.

  1. Un primo intervento organico si è avuto con il cosiddetto «pacchetto Treu» (dal nome del ministro Tiziano Treu) nel 1997. Nel vocabo­lario della politica entra prepotentemente un termine con cui ancora ai giorni nostri facciamo i conti: «flessibilità». Con l’obietti­vo di favorire un più facile accesso al mer­cato del lavoro, per i giovani ma non solo, si sdoganano l’intermediazione privata tra do­manda e offerta di lavoro (lavoro interinale) e molteplici forme di contratti a termine; parimenti, si indebolisce il collocamento pubblico e si rafforza la linea di continuità tra scuola e lavoro attraverso l’apprendista­to e i tirocini. Nello stesso «pacchetto» si dà il via alla stagione del precariato nella pub­blica amministrazione: un esercito di lavo­ratori di pubblica utilità (Lpu), soprattutto nel Mezzogiorno, finisce per strutturare un bacino endemico di precariato nei comuni, nelle province e nelle regioni, che ancora al giorno d’oggi non è stato del tutto svuotato.
  2. Cinque anni dopo arriva la «riforma Biagi» (dal nome del giuslavorista assassinato dal­le «nuove Brigate Rosse» nel 2002). Nell’in­tento – quello dichiarato – di mettere ordi­ne nella giungla dei «nuovi lavori» (viene abrogato il lavoro interinale), si procede al­l’introduzione di altre tipologie di lavoro a termine, spezzettato, purtroppo instabile e precario. Nascono i co.co.pro, i «contratti di somministrazione di lavoro» e di «lavoro ripartito», il «lavoro intermittente» e quello «occasionale». A ben vedere è un allargamen­to del ventaglio dei contratti «atipici». Il quadro normativo con cui il Paese entra nella Grande recessione seguita al crack americano dei subprime. È la stagione dell’auste­rità, del risanamento dei conti pubblici, delle «riforme strutturali».
  3. Il governo Monti (2011- 2013) ritorna di nuovo sulla materia. Ed an­che in questo caso l’obiettivo dichiarato è quello di proteggere i lavoratori dall’insicu­rezza lavorativa. Invero, accanto ad alcuni interventi tendenti a disincentivare il ricor­so a contratti atipici, la «riforma Fornero» (dal nome del Ministro Elsa Fornero) punta a rendere più «flessibile» l’uscita dal lavo­ro. Espressione edulcorata per indicare «licenzia­menti più facili». Un bilanciamento nell’in­teresse delle imprese, riassunto nella se­guente formula: « Un mercato del lavoro più inclusivo e più dinamico».
  4. La stessa visione, grossomodo, che sovrintenderà due anni più tardi al JobsAct varato dal governo di Mat­teo Renzi (2014). Su questo provvedimento vale la pena soffermarsi un po’ di più, pren­dendo in esame la fattispecie delle cosid­dette «tutele crescenti». Dalla disposizione contenuta nel testo di riforma si ricava che è l’anzianità di servizio a determinare il gra­do di godimento dei diritti costituzionali da parte dei lavoratori, dunque, nella generali­tà dei casi, l’età dello stesso lavoratore. Ep­pure, nel nostro ordinamento, solo la mag­giore età costituisce uno spartiacque nella storia personale di un individuo, delinean­do una separazione tra un prima e un dopo nella scala di godimento dei diritti sanciti dalla Costituzione. Beninteso, un minore non ha diritto di voto, non ha facoltà piena di porre in essere atti negoziali, ma non per questo è passibile di soprusi e di discrimi­nazioni. Anzi, c’è una tutela rafforzata che li riguarda, in quanto «soggetti deboli». Nel­lo schema proposto dal governo in materia di rapporti di lavoro, c’è invece un rovescia­mento del principio: più sei giovane (in Ita­lia si può lavorare già a 13 anni) meno tutele e diritti avrai. Uno stravolgimento del prin­cipio cardine della nostra Legge fondamen­tale: «Tutti i cittadini hanno pari dignità so­ciale e sono eguali davanti alla legge, ( …)».
  5. Così si arriva al «decreto dignità» voluto dal Movimento 5 Stelle nel 2018, al tempo del governo gialloverde. Un intervento con un evidente scarto tra finalità dichiarate e ri­sultati conseguibili. Non risolve il problema della polverizzazione dei contratti «atipici» e si concentra quasi esclusivamente sulla durata ed il prolungamento dei contratti a tempo determinato. Si prevede la diminu­zione della durata massima dei contratti a termine da 36 a 24 mesi; l’obbligo di dichia­rare i motivi del ricorso al contratto a ter­mine; la possibilità di prorogare solo quat­tro volte un contratto a tempo determinato mentre prima le possibilità erano cinque. Intenti giusti, ma configurati in un provve­dimento frettoloso, al di fuori di una revi­sione organica delle norme vigenti in mate­ria di lavoro, che non hanno sortito effetti particolarmente significativi dal lato della lotta alla precarietà.

Dopo più di un secolo e mezzo, mutatis mutandis, siamo ancora a ciò che il giovane Marx, umanista prima di abbracciare la «critica dell’economia politi­ca», scriveva nel Manoscritti economi­co-filosofici del 1844: «Il risultato è che l’uo­mo (il lavoratore) si sente libero ormai sol­tanto nelle sue funzioni bestiali, nel man­giare, nel bere e nel generare, tutt’al più nell’avere una casa, nella sua cura corpora­le ecc., e che nelle funzioni umane si sente niente più che una bestia». D’altra parte, come si accennava all’inizio, i progressi del­la scienza e della tecnica, la rivoluzione in­formatica, anziché «liberare» il lavoro e ri­partirlo, sono stati funzionali ad un suo più duro asservimento, oltre che al suo rispar­mio (disoccupazione tecnologica).
Un’economia che produce disuguaglianza.
Parliamo di un lungo processo di destrut­turazione dei rapporti di lavoro e delle re­lazioni industriali, funzionale ad un’econo­mia sempre più orientata alle esportazioni (nel 2020, nonostante la pandemia, il saldo della bilancia commerciale italiana è stato di 63,6 miliardi di euro) ed alla compres­sione della domanda interna, che ha pro­dotto e produce diseguaglianze, che è alla base di salari e stipendi, a parità di potere d’acquisto, tra i più bassi d’Europa. Una recente analisi dell’Ocse ha dimostrato addirittura che l’Italia è l’unico paese in ambito Ue in cui i salari, al netto dell’infla­zione, sono diminuiti rispetto a trent’anni fa. Mentre in Germania e in Francia sono aumentati di circa il 30%, da noi sono di­minuiti del 2,9%. Intanto, se si fa un con­fronto con la situazione degli altri paesi europei, ciò che balza agli occhi è anche l’estensione dell’area del non-lavoro. Insie­me alla Grecia condividiamo gli ultimi po­sti della classifica europea per quanto ri­guarda il tasso di disoccupazione generale e quello giovanile. Dati che hanno subìto un forte peggioramento a causa della pan­demia. Con il rimbalzo dell’economia dopo il tonfo del 2020 (8,9% sull’anno preceden­te), stiamo però assistendo anche ad un recupero dei posti di lavoro persi. Gli ulti­mi dati forniti dall’Istat ci dicono che il tasso di disoccupazione è sceso all’8,5% (se nel calcolo vengono inseriti anche quelli che non cercano più un lavoro la percentuale lievita fino al 22%) e c’è stato anche un balzo in avanti del tasso di occupazione (59,6%). Del milione di posti di lavoro persi a causa del Covid se ne sono recuperati all’incirca 700 mila. Ma di che lavoro par­liamo? Secondo le stime del Ministero del lavoro il 99% dei contratti è a tempo deter­minato e uno su dieci ha avuto una durata non superiore alle 24 ore. Il 13,3% di questi «contratti» ha avuto addirittura la durata di un solo giorno. Non ne stiamo uscendo migliori. Non sta andando tutto bene. Dal­la pandemia che, invero, non è mai finita siamo transitati direttamente, senza solu­zione di continuità, in un cupo scenario di guerra. Delle difficoltà delle famiglie si fa beffe l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, dei carburanti, delle uten­ze, ma la politica non disdegna un aumen­to della spesa per armamenti.
Verso un keynesismo di guerra.
Il conflitto in Ucraina, insomma, ci sta por­tando direttamente verso un keynesismo di guerra. La minaccia è rappresentata solo dalla Russia o ci stiamo preparando per un nuovo conflitto mondiale?
I trenta paesi del­la Nato spendono 1.100 miliardi di dollari per la difesa, mentre Cina, India e Russia insie­me (tre miliardi di persone) arrivano a mala­pena a 390 miliardi. Biden ha portato la spe­sa del Pentagono a 813 miliardi di dollari per il 2023. La Russia, nel 2021, ha stanziato per le sue forze armate 46 miliardi di dollari. Non c’è proporzione. Che poi, un confronto con il nuovo «asse del male» non si risolverebbe che con il ricorso all’atomica. Perché, allora? Sono certamente valide le parole di France­sco: «La spesa per le armi è una pazzia di cui vergognarsi». Ma per chi le produce e le ven­de non è pazzia. È guadagno, profitto, ric­chezza. Ed anche il loro impiego fa parte del gioco. Per questo, come un secolo fa, i lavo­ratori «di tutti i paesi» dovrebbero scendere in piazza e gridare forte il loro no alla guer­ra. Alla guerra in quanto tale, che vede in campo attori diretti e chi agisce per procura. È inaccettabile che i «lavoratori di tutti i pa­esi» ieri abbiano dovuto pagare il costo del risanamento delle scorribande finanziarie delle banche, poi il prezzo sociale della pan­demia, adesso il prezzo ancora più salato della guerra. I soldi e gli sforzi dei governi devono essere indirizzati al recupero della dignità del lavoro, per combattere la precarietà, per salari e stipendi commisurati al costo reale della vita, non per preparare nuove guerre. In Italia, per un nuovo patto sociale in nome dei principi fondamentali della nostra Costi­tuzione. L’ammonimento di Francesco: «Die­tro ogni attività c’è una persona umana». Sarebbe ora di tenerne conto.


[1] Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui Micromega, Il Manifesto, Linkiesta, Economia e Politica. 




POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO
Fiorella Farinelli (Rocca 1 maggio 2022)

POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO
Proviamoci davvero.
Fiorella Farinelli (ROCCA 1 maggio 2022)

Politiche attive del lavoro, che cosa sono e perché sono così importan­ti? I primi passi si stanno finalmen­te facendo anche in Italia. Con il decreto di dicembre sul piano Gol – Garanzia di Occupabilità dei La­voratori – finanziato con la bella cifra di 4,4 mld e, poco dopo, con la ripartizione tra le Regioni di una prima tranche di 880 ml per il decollo di specifici piani opera­tivi. Con due obiettivi principali, ogni gior­no più impellenti. Il primo è inserire o reinserire nel lavoro, entro il 2025, 3 mi­lioni di senza lavoro tra disoccupati e inat­tivi, di cui 800mila da coinvolgere anche in formazione (per il digitale, ma non solo). Il 75% tra disoccupati di lunga du­rata, giovani fuori dallo studio, dal lavo­ro e dalla ricerca del lavoro, donne, over 55, e partendo da chi è titolare di inden­nità di disoccupazione, cassa integrazio­ne, reddito di cittadinanza. Il secondo, strettamente funzionale al primo ma con tempi così lunghi che si dovrà ricorrere anche alle agenzie private di incrocio do­manda-offerta, è rendere finalmente ef­ficienti i nostri Centri per l’impiego, da cui non passa oggi più del 7% degli inse­rimenti lavorativi (succede perché i Cen­tri sono inefficienti o perché il familismo italiano preferisce il fai-da-te del passa­parola? Ecco un bel caso di discussione se sia nato prima l’uovo o la gallina). Il tutto sullo sfondo di due megatransizioni non dilazionabili, la digitale e l’ambien­tale, e dei due spaventosi «cigni neri» della pandemia e del ritorno di una guer­ra devastante in Europa. Quanti e chi sa­ranno quelli che perderanno il lavoro e che, per ritrovarlo, dovranno nei prossi­mi mesi e anni riconvertirsi, e in che di­rezione? E come si fa con i tanti senza qualificazione e con livelli di istruzione così bassi da rendere problematico il rien­tro in formazione? Pagheremo, è certo, l’insistente assenza di un sistema per l’ap­prendimento permanente, e anche le criticità della formazione continua per gli occupati.
Oltre le politiche «passive».
In mezzo a tante incertezze, conforta che per la prima volta un robusto piano di po­litiche attive ci sia e le risorse per avviar­lo pure. E però, sebbene il pessimismo sia un lusso da riservare a tempi migliori, è ragionevole chiedersi se si riuscirà a ri­baltare, o almeno a sgretolare progressi­vamente il macigno sedimentato in Italia da decenni di politiche unicamente passi­ve. Fatte di dispositivi di compensazione della povertà derivante dal non lavoro (che in molti da sempre e ancora oggi conti­nuano a chiedere solo di estendere e pro­rogare il più possibile) e non anche di ser­vizi e azioni capaci di riavvicinare il pri­ma possibile al lavoro, a un buon e digni­toso lavoro, chi l’ha perduto e chi non l’ha mai avuto. Politiche «passive», appunto, nel senso che rendono passivi molti dei de­stinatari. Quindi disinteressati o incapaci di attivarsi per una via d’uscita. Quindi esposti al rischio di accontentarsi della triste convenienza a campare così, tra ri­medi compensativi a termine, che in Ita­lia cambiano da un governo all’altro e da un’area territoriale all’altra, e il ricorso a lavori e lavoretti in nero. Dietro, si sa, c’è un interrogativo grande come una casa, che riguarda il significato e le finalità stes­se del welfare del lavoro. Perché da politi­che ispirate alla sola tutela deriva, soprat­tutto per i più fragili, la rinuncia e la di­pendenza dalle politiche nazionali e loca­li, mentre le altre, quelle attive, ne pro­muovono la fiducia in sé, la crescita pro­fessionale, l’autonomia, la dignità. Ma il nostro Paese, i politici, i sindacati, le im­prese, l’opinione pubblica, tutto il siste­ma che gira attorno alle politiche passive, quale delle due strade preferisce, e quan­to è disposto a cambiare perché la secon­da prevalga sulla prima? E inoltre in cosa consistono davvero le politiche attive? Di che cosa sono fatte in tutti i paesi dell’Eu­ropa settentrionale e continentale in cui la disoccupazione di lunga durata viene grazie ad esse contrastata assai meglio che da noi, i tempi di passaggio da un lavoro all’altro vengono accorciati, la qualifica­zione e la riconversione professionale ven­gono assicurate da un sistema formativo per adulti dentro e fuori dal lavoro? I Neet ci sono ovunque in Europa, ma noi ne ab­biamo l’inquietante primato, mentre sia­mo in fondo alle graduatorie non solo per numero di non diplomati e di non qualifi­cati, ma anche per tassi di partecipazione degli adulti alla formazione continua e al­l’apprendimento permanente. Col para­dosso che in tanti campi del lavoro priva­to e pubblico mancano i profili professio­nali giusti e che certi concorsi non trova­no candidati o ne trovano di così impre­parati che non tutti i posti in palio vengo­no coperti. Cosa si può «copiare» dai pae­si più virtuosi? Storie esemplari, ma non eccezionali, di ciò che accade da decenni non lontano da noi, chiariscono cosa dovremmo fare, da subito, nell’attuazione del piano Gol, nel­le misure connesse e previste dal Pnrr (il piano Nazionale delle Competenze degli adulti e lo sviluppo del «modello duale» nella formazione professionale) e nelle politiche nazionali (la cassa integrazione, l’indennità di disoccupazione, le pensioni di invalidità, il reddito di cittadinanza, i mille «bonus» che vanno e vengono secon­do le stagioni politiche). Una di queste sto­rie l’ha recentemente raccontata, proprio a questo fine, Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro, in passato dirigente dei metalmeccanici della Cgil e degli uffici legali di importanti strutture sindacali, poi sempre più in dissenso da quel mondo pro­prio a proposito di politiche del mercato del lavoro. Vale la pena di riportarla, que­sta storia che parla da sè (Una storia vera di politiche attive del lavoro – Lavoce.info).
La storia di Gavino Nieddu e il modello tedesco
Di che si tratta? All’inizio degli anni Settan­ta, racconta il professore, Gavino Nieddu, barbiere, emigra dalla Sardegna in Germa­nia, incoraggiato dalle notizie sulle occasio­ni di lavoro e sui livelli delle retribuzioni che gli arrivavano dai compaesani partiti prima di lui. Tutto va liscio fino al 1977 quan­do un incidente stradale gli provoca una grave lesione permanente che gli impedirà per sempre di lavorare in piedi. In attesa che trovi un altro lavoro compatibile con la sua disabilità, gli viene assegnato un tratta­mento di disoccupazione che vale due terzi il suo reddito da lavoro precedente. Tempe­stivamente Gavino viene convocato da un’ ap­posita agenzia pubblica che gli fa una lunga intervista su quel (poco) che ha studiato da ragazzo, quello che sa fare, quello che gli piacerebbe fare tenendo conto della soprav­venuta disabilità. Gli indica i settori in cui le imprese hanno più difficoltà a trovare la­voro qualificato e specializzato, spiegando­gli che è in quella direzione che gli conviene indirizzarsi. Se vuole continuare a godere del trattamento di disoccupazione, infatti, deve scegliere una riqualificazione che ab­bia una ragionevole probabilità di successo. Se lo farà, l’agenzia finanzierà tutte le spe­se della sua formazione aggiungendo all’in­dennità di disoccupazione un assegno di for­mazione fino a copertura totale della sua ultima retribuzione. Tra le opportunità se­gnalate, Gavino sceglie quella di diventare ottico. Poiché la scelta viene approvata dal­l’agenzia, gli viene fatto un formale contrat­to che lo vincola a seguire un programma formativo di tre anni, prima corsi di tede­sco, matematica, fisica, poi di specializza­zione. Gavino si dedica con impegno e dopo tre anni consegue la qualificazione. Dato che non riesce immediatamente a trovare un lavoro (anche in Germania, evidentemente, le imprese hanno bisogno di essere «inco­raggiate» ad assumere persone con disabili­tà), l’agenzia offre per assumerlo un contri­buto del 75% del costo del lavoro e dei con­tributi previdenziali per i primi 4 mesi di lavoro che va a calare fino ad azzerarsi en­tro il sedicesimo mese. In questo modo Ga­vino ottiene il lavoro, in dieci anni si specia­lizza ed affina la sua professionalità fino ad ottenere un’offerta di lavoro molto vantag­giosa in Lussemburgo dove si trasferisce. Qualche anno dopo utilizza le sue compe­tenze – e il gruzzolo che ha risparmiato – per tornare in Sardegna e aprire lì un suo negozio di ottica.
La ricerca attiva
Un happy end a cui si potrebbe obiettare che un trattamento del genere costa mol­to, forse troppo per un Paese indebitato come l’Italia. Tutto vero, risponde Ichino, ma quanto costerebbe allo Stato italiano una pensione di invalidità a vita? E quanto gli sgravi fiscali, un bonus di sostegno al­l’affitto, le riduzioni o esenzioni tariffarie per la scuola e l’università dei figli, l’asse­gno di accompagnamento, e le altre agevo­lazioni in questi casi erogate dalle politi­che nazionali e degli Enti Locali? Senza contare – ma parlando di welfare si dovreb­be – il costo umano di una condizione di dipendenza e di marginalità sociale e lavo­rativa di una persona che ha ancora risor­se personali da sviluppare per una vita di­gnitosa e per un lavoro gratificante. Una storia perfetta per illustrare di che cosa si parla quando si parla di politiche attive. Tanto più in quanto, nel caso raccontato, le difficoltà soggettive sono massime, non solo perché Gavino è per la sua disabilità ogget­tivamente escluso da una gran parte delle opportunità lavorative ma anche perché ha avuto poca istruzione iniziale e, in quanto emigrato da un altro Paese, non padroneg­gia ancora la lingua del Paese di accoglien­za. Dalla storia di Gavino risulta infatti evi­dente che il successo del suo percorso de­riva in primo luogo dalla capacità del Cen­tro di prendere in carico il lavoratore fra­gile, di costruire non «per» ma «con» lui un progetto convincente, di attivare una formazione integrata di competenze di base (tedesco, matematica, fisica) e di compe­tenze professionali – un’opportunità che manca quasi del tutto nei nostri sistemi di formazione per gli adulti -, di negoziare con l’impresa le condizioni dell’assunzio­ne. Di coordinare, insomma, ritagliandole sui bisogni formativi di chi viene preso in carico, l’insieme dei dispositivi previsti, finalizzandoli alle politiche attive. Una di­stanza incolmabile, nella Germania di cin­quant’anni fa e ancor più da quella di oggi, da ciò di cui disponiamo nel nostro Paese, dove tra il servizio che tratta il lavoratore, l’ente che eroga l’indennità, il gestore della formazione professionale, le scuole di istru­zioni degli adulti regnano distanza e inco­municabilità (anche informatica). E dove i Centri per l’impiego non sono dotati di ope­ratori in grado di prendere in carico, ac­compagnare, sostenere e, cosa tutt’altro che secondaria, le imprese non si fidano delle selezioni e valutazioni dei Centri. Col risul­tato che, una volta erogato un dispositivo di sostegno, è alla persona che viene affi­data la responsabilità della «ricerca atti­va». Qualcuno ci riesce, ma la maggioran­za non ce la fa.
C’è un’altra storia, questa volta una fiction, che descrive magnificamente il tragico percorso di solitudine e di impotenza di un lavoratore lasciato da solo a fronteg­giare le difficoltà opposte da un Centro per l’impiego burocratico e disumano. L’ha raccontata Ken Loach, un regista militan­te molto vicino ai drammi del lavoro nel­l’Inghilterra del dopo Thatcher, nel film «Io Daniel Blake» del 2016, Palma d’oro al Fe­stival di Cannes. Il protagonista è un abi­lissimo carpentiere di mezza età, anche lui impossibilitato a continuare il suo la­voro dopo un infarto, costretto a una «ri­cerca attiva» di un’altra opportunità lavo­rativa che deve essere svolta obbligatoria­mente per via unicamente digitale, seb­bene nessuno gli insegni l’uso del compu­ter e nonostante lui sia in grado di trovar­la contattando direttamente le aziende. Finirà stroncato dallo stress nel bagno del Centro per l’impiego l’artigiano dalle mani (e dal cuore) d’oro, simbolo della crudeltà sociale del sistema, anche quello delle po­litiche attive. Bisognerebbe, nell’attuazio­ne di Gol, prendere sul serio le indicazio­ni che vengono dalle due storie, quella vera e quella verosimile. Cosa vuol dire pren­dere in carico, cosa significa personaliz­zare i percorsi, qual è il ruolo dell’orienta­mento e della formazione, qual è il man­dato dei Centri per l’impiego, di quali fi­gure professionali deve essere dotato? Non bastano le risorse, ancorché ingenti, a co­struire politiche sociali intelligenti ed ef­ficaci, a mettere in campo un welfare de­gno di questo nome. Ce la faremo?