Minimo sindacaRe
Andrea Gaiardoni (ROCCA 01/05/2022)

Minimo sindacare

Andrea Gaiardoni (ROCCA 1 maggio 2022)

Ci sono le parole, ed è un bene che ci siano: «Noi siamo per stabiliz­zare i precari, sia nel pubblico sia nel privato. Siamo per investire in formazione, perché fa la diffe­renza. In vent’anni la contratta­zione aziendale non è cresciuta, sono cre­sciuti i contratti nazionali pirata. È il mo­mento di una legge sulla rappresentanza e di riconoscere ai contratti nazionali il ruolo di autorità salariale che aumenti il potere d’acquisto. La crescita dei salari è la condizione perché riprendano i consu­mi». La voce è di Maurizio Landini, segre­tario della Cgil, il più importante e rap­presentativo sindacato d’Italia. La musica che fa da sfondo, però, è fuori sincrono. E quella la scrive il governo, il Parlamento, troppe volte «distratti» dall’incombere delle minacce quotidiane (dalla guerra alla pandemia). Ma che di certo, negli ultimi anni, non hanno brillato per «visione del lavoro»: senza il disegno di una rinnovata politica industriale, senza un piano d’in­vestimenti che vada oltre l’emergenza, senza un vero modello di sviluppo nazio­nale, ma frammentato in diecimila rivoli locali. Ancora senza una riforma fiscale, invocata da anni come un eco che rimbal­za nel vuoto, in grado di colpire seriamen­te l’evasione, la sistematica elusione, l’eco­nomia offshore, le rendite finanziarie. E con una precarietà arrivata ben oltre il li­vello di guardia.
«È indispensabile una nuova politica dei redditi che tuteli lavoratori e pensionati, competitività e sostenibilità produttiva delle imprese: un patto sociale anti-infla­zione che sostenga i ceti fragili e le impre­se in difficoltà», è l’appello del segretario della Cisl, Luigi Sbarra. Perché oramai vi­viamo nell’epoca dell’erosione: dei posti di lavoro, dei salari, del potere d’acquisto, dei diritti stessi dei lavoratori. E spesso la principale responsabilità risiede nella glo­balità delle crisi economiche e politiche. Emergenze su emergenze che sempre più spesso vengono affrontate con soluzioni di «respiro corto»: sussidi, ristori, sgravi fiscali. Come se le istituzioni non riuscisse­ro a tenere il passo degli eventi: tampona­re sì, prevenire mai, migliorare le condi­zioni dei lavoratori men che meno. E oggi ci troviamo con un’economia di nuovo in affanno, con le stime che peggiorano, il Pil che scende a precipizio, la spesa che sale, un carico fiscale che pesa insoppor­tabilmente sulle spalle dei lavoratori. Con una forbice della disuguaglianza sempre più divaricata. La redistribuzione del ca­rico fiscale, da spostare su profitti e capi­tali, dovrebbe essere una priorità, ma se ne parla in una corsia marginale e i pro­gressi sono lentissimi: ci sono sempre al­tre urgenze, altre emergenze.

La firma sul «Protocollo di partecipazione».

Dunque non mancano gli argomenti, e di conseguenza le parole da mettere sul ta­volo. Ma i fatti? Le soluzioni? Un tempo questo indispensabile ruolo di «cerniera» tra politica e paese reale, e di pungolo, soprattutto sul tema del lavoro, era svolto dal sindacato. Ma oggi? Con un sistema politico «destrutturato e distante dai cit­tadini», come l’ha recentemente definito il segretario della Cgil? Un buon segnale è arrivato alla fine dello scorso anno, il 23 dicembre, quando il governo ha firmato il «Protocollo per la partecipazione delle organizzazioni sociali alla gestione del Pia­no nazionale di ripresa e resilienza»: vuol dire che Cgil, Cisl e Uil parteciperanno in maniera stabile e preventiva ai processi che porteranno a definire progetti e stan­ziamenti per le sei missioni del Pnrr. «Ta­voli» che saranno attivati non soltanto nei ministeri, ma anche a livello locale, nelle Regioni e nei Comuni.
Ma resta una domanda: il sindacato di oggi, com’è oggi, avrà la forza per incide­re? Di divincolarsi dalle logiche imposte dai partiti, compreso il continuo flirtare con gli imprenditori a scapito dei diritti di chi lavora? Riuscirà a ottenere risultati concreti? «Rispetto a quando i sindacati sono nati, durante la seconda rivoluzione industriale, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la situazione è cambiata in modo radicale», spiega Lorenzo Mechi, professore associato di Storia delle rela­zioni internazionali all’Università di Pado­va. «Di fronte ai cambiamenti tecnologi­ci, nella distribuzione nazionale e inter­nazionale del lavoro, con la frammenta­zione del processo produttivo tra più pae­si, con la nascita delle multinazionali, delle filiere globali di produzione, il sindacato si è necessariamente indebolito. Si può dire che in qualche misura sia stato aggi­rato. Perché questi processi hanno avuto sicuramente una «ragione» sul piano stret­tamente economico: conviene produrre altrove, dove i salari costano un decimo, per tornare a vendere qui: la globalizza­zione permette questo. Ma ancor più ha pesato un altro aspetto, forse perfino su­periore a quello economico: gli imprendi­tori che hanno operato quelle scelte si sono così sottratti a un «controllo sindacale» che, nella loro percezione, si era fatto più soffocante. Hanno tolto il terreno sotto ai piedi del sindacato, del lavoro organizza­to, riguadagnando un’autonomia contrat­tuale che avevano perso da decenni. Per­ciò ritengo che il sindacato sia stato in parte aggirato e in parte emarginato: con una forza che oggi è sicuramente ridotta rispetto al passato».

La sfida di Landini: «Unità sindacale».

Quindi cosa fare per risollevare il ruolo dei sindacati, che per decenni hanno consen­tito ai lavoratori di «entrare» nei principali teatri della politica, di poter davvero con­tare qualcosa (non si muoveva foglia, che riguardasse il tema del lavoro, senza l’ac­cordo con i sindacati)? Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, non ha dubbi: la soluzione è l’unità sindacale. «Non esisto­no più le ragioni storiche e politiche che hanno diviso Cgil, Cisl e Uil», aveva già detto nel 2019, poco prima che la pandemia con­gelasse gran parte dei temi non strettamen­te collegati all’emergenza. «Bisogna costru­ire una risposta alla frantumazione dei di­ritti e dei processi produttivi. In questo quadro va rafforzato il ruolo del sindacato e della contrattazione nei luoghi di lavoro. Il sindacato deve allargare gli spazi della sua rappresentanza, dobbiamo sempre più far entrare nelle nostre sedi e nelle nostre piattaforme rivendicative i nuovi lavori, le differenze di genere, l’attenzione per l’am­biente». E oggi non ha cambiato idea: «La scissione dei sindacati negli anni ’50 avvenne sulla base dell’appartenenza politica in un mondo diviso in blocchi. Quella condizio­ne oggi non c’è più. Dobbiamo ragionare sull’unità sindacale con un profilo diverso: le ragioni che portarono a quella rottura non possono più essere considerate come motivo ostativo alla ricostruzione di un sog­getto sindacale unitario, democratico, plu­rale. Che può nascere dal basso e può rea­lizzarsi mettendo in pratica un’idea di sin­dacato fondato sull’autonomia, sulla demo­crazia, sulla partecipazione, sulla rappre­sentanza». Per poi uscire dal vago e punta­re dritto ai suoi interlocutori, come ha fat­to all’ultima assemblea organizzativa della Cgil, a Rimini: «A Cisl e Uil proponiamo di dare vita a una stagione di elezione delle Rsu in tutte le imprese con più di 15 dipen­denti. Proponiamo un’idea di sindacato confederale basato sull’unità e sul pluralismo: per affrontare il problema di come mette­re i lavoratori al centro del cambiamento». La risposta degli altri due principali sin­dacati, Cisl e Uil, è stata, per così dire, prudente. «In Italia non c’è un sindacato unico c’è un sindacato unitario», ha più volte ripetuto il segretario della Uil, Pier­paolo Bombardieri. Mentre Luigi Sbarra, segretario della Cisl, ha commentato: «Fi­gurarsi se Cisl è contraria all’unità sinda­cale, ma dobbiamo fare chiarezza su con­tenuti e metodo da esercitare come rap­presentanza. Come sul modello di sinda­cato che serve a questo Paese. La marcia verso il nuovo va orientata con la bussola della concordia e della corresponsabilità». Un tema, quello del sindacato unico, da diversi anni foriero di aspre divisioni. Nel 2015 lo invocò anche Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio e artefice di quel Jobs Act che segnò la fine dell’articolo 18 (con la trasformazione dei contratti da tempo «indeterminato» a tempo «indeter­minabile» vista la libertà di licenziamen­to che introduceva), ma ricevette un bru­sco stop da tutte le sigle. Con Susanna Camusso, all’epoca segretario generale Cgil, che sentenziò: «È una concezione che esiste solo nei regimi totalitari».
Ora, evidentemente, le esigenze sono cam­biate. E c’è chi ritiene si debba fare di più, con più compattezza, con maggior peso di rappresentanza. I numeri (elaborati dal Centro studi della Confederazione Euro­pea dei Sindacati) dicono che in Italia il 35% dei lavoratori dipendenti è iscritto a un sindacato (in Germania appena il 18%, in Francia soltanto l’8%) e che l’80% è «co­perto» da un tetto di contrattazione col­lettiva (in Germania siamo al 62%, men­tre in Francia la percentuale sale al 98%). Ancora il professor Mechi: «La ‘densità sin­dacale’ rilevata nei paesi Ocse negli ulti­mi vent’anni segna un drastico calo di iscri­zioni, con alcune eccezioni però. E tra que­ste c’è l’Italia, anche se il dato degli iscrit­ti contempla una forte presenza di pen­sionati (nell’ordine del 50%: e c’è un’im­portante riforma in arrivo, ndr). Bisogna anche rilevare come alcune decisioni del­l’Unione Europea abbiano quasi spinto, negli ultimi vent’anni, i governi europei verso una deregolamentazione del merca­to del lavoro. Eclatante il caso della Gre­cia, passata attraverso la drammatica crisi del 2009 (gestita dalla cosiddetta ‘troika’): all’epoca il 100% dei lavoratori greci era tutelato da una contrattazione collettiva: oggi siamo al 14%. Dimostrazione che ora­mai l’Unione Europea contribuisce larga­mente al disegno delle politiche economi­che degli stati membri».

Nasce lo «Statuto della Persona»

Ed è proprio per questo che servirebbe un sindacato forte: proprio per «governare» questi passaggi, per vigilare sul rispetto dei diritti dei lavoratori. Non è un tema del passato. Non è un argomento scaduto. È una sfida che riguarda il futuro di tutti noi. Maurizio Landini, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ha spiegata così: «Vedo una frattura tra il mondo del lavoro e la rappresentanza politica. Un nostro son­daggio mostra che circa il 60% degli italia­ni pensa che la politica sia importante, ma non si sente rappresentato nel quadro at­tuale. È problema molto serio. E riguarda tutti, forze politiche e sociali, imprese e sindacato: c’è bisogno di un nuovo prota­gonismo del mondo del lavoro. Dobbiamo trovare la forza di dire basta alla precarie­tà. È necessario cancellare forme contrat­tuali assurde come il lavoro a chiamata, intermittente, i tirocini extra-curriculari, definendo un unico contratto di inserimen­to al lavoro finalizzato alla stabilità. E van­no aumentati i salari, che sono tra i più bassi in Europa: non è più tollerabile».

E se il futuro ruolo del sindacato (unito o unitario che sia) fosse non più soltanto nel­la difesa del lavoro, ma anche del lavora­tore? In una nuova concezione di welfa­re? Sul punto i tre maggiori sindacati han­no già trovato un pieno accordo, al punto da aver firmato, alla fine di marzo, un’in­tesa (con Enel) di straordinario valore in­novativo che segna una svolta nelle rela­zioni sindacali: lo «Statuto della persona». Come spiega il segretario della Cisl, Sbar­ra: «Puntiamo alla valorizzazione della persona che lavora, alla sua promozione, alla sicurezza e alla tutela integrale della lavoratrice e del lavoratore». Un accordo che potrebbe fare da apripista, da model­lo facilmente replicabile in altre realtà. Come si legge in un comunicato firmato da tutte le sigle sindacali: «Siamo davanti a un protocollo innovativo nel panorama italiano, che rende l’essere umano prota­gonista di un ecosistema in cui azienda e organizzazioni sindacali collaborano alla creazione di un ambiente di lavoro sano, sicuro, stimolante e partecipativo». E que­sto è un bel punto fermo da cui ripartire.




22 maggio 2022. Domenica 6a di Pasqua
 UN DIO SENZA FISSA DIMORA.

6° domenica di Pasqua.
Preghiamo. O Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora in quanti ascoltano la tua parola e la mettono in pratica, manda il tuo Spirito, perché richiami al nostro cuore tutto quello che il Cristo ha fatto e insegnato e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
  Dagli Atti degli Apostoli 15,1-2.22-29
In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».
Salmo 66  Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti. Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 21,10-14.22-23
L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,23-29
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.  Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

 UN DIO SENZA FISSA DIMORA. Don Augusto Fontana

 Dio abita “oltre”.
«Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi”…Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro».
Alla Chiesa è vietata la nostalgia. Non tutti, all’interno della Chiesa, accettano la novità. È sempre in agguato la nostalgia delle «cose di prima», ormai superate. Ne fa prova il dibattito che si era acceso nella chiesa di An­tiochia (prima lettura). Erano arrivati dalla Giudea certi individui che contestavano il metodo missionario di Paolo e Barnaba e pretendevano di im­porre ai neo convertiti dal paganesimo anche le osservanze della Legge ebraica, a cominciare dal rito di «iniziazione»: la circon­cisione. Rendendo così insufficienti il battesimo e la fede in Gesù. Paolo avverte che non è in gioco semplicemente il suo metodo pastorale, ma l’essenza stessa della novità cristiana. La questione viene portata dinanzi alla chiesa madre di Ge­rusalemme. I contrasti e le tensioni furono superate con un dibattito aper­to, dove ognuno ebbe la possibilità di esporre le proprie ragio­ni e con un ascolto umile della voce dello Spirito. Il guaio degli integrismi di tutti i tempi è la pretesa di im­porre pesi opprimenti e inutili, di aggiungere, al giogo «libe­rante» del Cristo, un giogo supplementare e strangolante, fatto di carabattole varie e di anacronistici fagotti che appesantiscono il cammino e soffocano ogni slancio. Alcuni provano un gusto quasi sadico a chiedere sacrifici assurdi, col risultato di produrre spaccature all’interno della comunità. Questi nostalgici malati delle «cose di prima» sono gli spe­cialisti dell’accessorio a scapito del necessario. Il loro peccato d’origine è l’incapacità di tener dietro alle iniziative innovatrici dello Spirito. Sono in ritardo sugli avve­nimenti, e quindi sull’azione di Dio nella storia[1].
Dio abita “la città”.
«L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa…Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio».
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[2] cioè destinato a modificare la realtà, la città. I nomi delle nostre città dovrebbero avere nomi di uomo e di donna. In Genesi 4,17 troviamo un’ispirazione di fondo, da prendere con le pinze di una lettura critica: «Poi Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc. Quindi si mise a costruire una città, a cui diede il nome di Enoc, dal nome di suo figlio». Caino non è certo un modello proponibile, ma di lui la Scrittura ricorda che il suo progetto di città aveva un nome di figlio, di uomo. Nelle nostre città non ci viene più voglia di accendere il fuoco neppure per un eventuale ospite di passaggio. Pensiamo che i giochi ormai siano fatti e niente di nuovo busserà alla nostra porta, che non ci saranno più nè soprassalti di gioia per una buona notizia nè trasalimenti di stupore per un’improvvisata e neppure fremiti di dolore per una tragedia umana. Siamo a corto di speranza, siamo delusi dai surrogati di promesse inesplose che mettono in dubbio anche le promesse di Dio. Ossa inaridite e disperse sulle quali il profeta Ezechiele (37, 1-14) invoca lo Spirito di rianimazione politica e di resurrezione vitale: «…il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa tutte inaridite…Mi disse: Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel vostro paese…L’ho detto e lo farò».
Un certo spiritualismo odierno ha la tendenza a dissolvere le componenti spaziali della santità: per loro il centro della santità non sarebbe più la Città o la Terra, ma la Chiesa. Oggi la teologia della «Chiesa locale», radicata su un territorio, ci aiuta a rielaborare la teologia della città. Per molti secoli la cristianità si è dibattuta nel dilemma della Gerusalemme celeste contrapposta alla Gerusalemme terrestre[3]. La Gerusalemme terrestre non doveva essere altro che un riflesso della Gerusalemme celeste. Un midrash[4] rabbinico invece spiega bene la diversa ottica biblica: «Voi trovate anche che c’è una Gerusalemme in alto, corrispondente alla Gerusalemme in basso. Per puro amore della Gerusalemme terrestre, Dio se ne è fatta una in cielo». La letteratura talmudica ebraica pone sorprendenti parole nella bocca di Dio stesso: «Io non entreró nella Gerusalemme celeste finchè non sarò entrato prima nella Gerusalemme terrestre»[5]. Il valore di queste tradizioni sta nel sottolineare che la pienezza spirituale non può essere raggiunta riducendo al minimo la sfera storica con le sue realtà materiali, sociali e politiche. Il Concilio Vaticano II° (GS n.1 e 40) ha scritto pagine indelebili: «La Chiesa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini membri della Città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore».
L’evangelista Matteo (5,13-16) ci ricorda quale sia il nostro reale compito come credenti in Cristo che vivono in questa città come cittadini: «Voi siete il sale della terra…Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa».
Nel 597 gli ebrei vengono deportati a Babilonia.  Chiedono al profeta Ezechiele deportato con loro a Babilonia (Ez 33,10): «Come possiamo vivere senza Tempio?».  Ci vorrà la sua genialità per permettere di credere che anche a Babilonia essi possono incontrare Dio.  In una celebre visione (Ez. 8-11), questo profeta descriverà la “Shekhinah” (la sua Presenza) che si allontana dal tempio di Gerusalemme per recarsi esule a Babilonia e vivere la solidarietà con i deportati.  Dio stesso parlando di loro può dire: «Certo li ho dispersi sulle terre, ma per loro io sono, un po’, un santuario sulle terre dove sono giunti» (Ez.11,16). Qualcosa della presenza di Dio ora è a Babilonia. Qualcosa, un po’ (“mehat” dice il testo ebraico o “micron” diranno i traduttori greci).  E quando Nabucodonosor distruggerà definitivamente Gerusalemme e il suo tempio, Geremia (29,5-7) scrive una lettera ai deportati: «Lì dove siete, costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto…Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene». E mentre in Babilonia si va consolidando la cultura della resistenza attiva, beffando il male col bene, Geremia, in una Gerusalemme avvolta ancora nel caos, fa il gesto simbolico, anacronistico in tempi senza futuro, di comprare un campo (Ger. 32, 2-15): «Dice il Dio di Israele: Prendi i contratti di acquisto e mettili in un vaso di terra, perché si conservi a lungo. Poiché dice Dio di Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese».
Nel profeta Ezechiele troviamo un altro potente messaggio religioso e sociale: «[Il Signore] mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente… Mi disse: “Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà”».  (47,1ss).
Luigino Bruni, economista e biblista, così commenta[6]: «Il tempio può essere sorgente zampillante di acqua vivificante se quell’acqua non rimane chiusa e gelosamente custodita dentro il tempio. Solo se da lì parte per inondare il mondo…Quell’acqua nasce dentro, ma scorre fuori. È un’acqua laica, civile, secolare. L’Ezechiele sacerdote di Gerusalemme crede che il tempio è il luogo della presenza della gloria di YHWH sulla terra. Ma l’Ezechiele profeta sa e dice che quella presenza non è lì per essere consumata nel culto dai suoi fedeli, perché è generata per essere donata a chi si trova al di fuori del tempio… Ezechiele, che riceve questa visione dopo che il tempio era stato distrutto da Nabucodonosor, intuisce che se ci sarà ancora un nuovo tempio, dopo l’esilio, la fede e il tempio non potevano restare quelli di prima; ogni grande crisi cambia il rapporto tra fede e culto. Il tempio è troppo piccolo per contenere l’Amore e l’acqua della sapienza».
Dio abita “dentro”.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ». Dov’è Dio? Dove abita? Dove andarlo a cercare? Quanta strada bisogna fare? Abbiamo bisogno di localizzare Dio, di metterlo dentro un tempio fatto di mattoni, dove poterlo onorare, ma anche per metterlo, in modo subdolo, sotto il nostro controllo, sotto formalina. E’ successo anche nella storia d’Israele. Il re Davide abitava in un bellissimo palazzo mentre l’arca dell’alleanza era sotto una tenda. Il senso di colpa gli suggerisce di progettargli un tempio degno. E Dio gli manda a dire per mezzo del profeta Natan: “Davide, lascia perdere! L’universo intero non mi può contenere, e tu penseresti di cacciarmi dentro un cubo di cedro o di freddi mattoni?”(2 Sam.7,1-16). Il vangelo di oggi ci indica dove Dio ha scelto di abitare: “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Noi siamo persone “abitate”; già S. Paolo lo aveva detto: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?” (1Cor 3,16). In Esodo 25,15 si parla della costruzione dell’Arca dell’Alleanza. Una nobile cassa dotata di stanghe laterali infilate negli anelli per poterla portare; le stanghe non dovevano mai essere sfilate anche se erano più lunghe dello spazio della tenda chiamata “Santo dei Santi” (1 Re 8,8). Il filosofo ebreo Levinas offre una spiegazione midrashica: “La Legge-Torà, deposta nell’Arca, è sempre pronta al movimento, non è legata a nessun punto dello spazio e del tempo, ma è pronta per essere trasportabile in ogni momento”. Agli ebrei non andava bene questo Dio liquido, troppo pellegrino e quotidiano, troppo bersaglio mobile. La reazione fu idolatra: si costruiscono un vitello d’oro, immagine del vero Dio ma trasformato in idolo monumentale perché fossilizzato da un’icona statica e immobile. Questo fu ed è il nostro peccato originale. Anche l’evangelista Giovanni è ossessionato dal “dove” di Gesù (per 40 volte circa: Dove vado io voi non potete venire…Signore dove abiti?…Di dove sei?…Dimmi dove lo hai posto…ecc). Per Giovanni l’identità non si scopre dal «Chi sei?», ma dal «Dove sei?». In realtà il chi sono io è dato da dove io sto, cioè dalle relazioni che io ho. Ecco perché nel 4° Vangelo il dimorare, essere in, abitare diventa così importante. Abitare significa che ormai dove io sono ho tutta una serie di relazioni, la mia è una situazione ambientale, “ecologica”. E poi io devo restare, dimorare, devo avere continuità. Giovanni ci dice che per capire Gesù la prima domanda che si deve fare il lettore è dove si colloca, dove dimora Gesù? E la risposta che comincia a dare nel Prologo al suo Vangelo è che Gesù sta «presso il Padre», sta in Dio. E da quella situazione è venuto a stare «in mezzo a noi», mettendo la sua tenda in mezzo a noi. Gesù è un’Arca con le stanghe e senza fondamenta, perché possa seguirci là dove andiamo: “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. S.Agostino dirà: “A lungo ti ho cercata, bellezza nascosta, tardi ti ho trovata; io ti cercavo fuori di me, e tu eri in me”.
In conclusione.
Il biblista G. Ravasi, così sintetizza il messaggio delle letture liturgiche di questa domenica: «La dinamicità che impedisce alla Chiesa di essere nostalgica, la fedeltà che impedisce alla Chiesa di es­sere sbandata, la pazienza che impedisce alla Chiesa di essere frenetica, la profezia che fa comprendere alla Chiesa i segni dei tempi, la tolleranza e il dialogo che impediscono alla Chiesa la malattia dell’integralismo, la speranza che fa superare alla Chiesa esitazioni e incertezze. Ma su tutto deve dominare la fede nello Spirito, guida ultima e viva della Chiesa».


[1] A. Pronzato, PAROLA DI DIO. Commenti alle letture della domenica anno C, Gribaudi editore.
[2] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152.
[3] cf. Giordano Frosini Babele o Gerusalemme? Per una teologia della città, Ed. Paoline, 1992.
[4] Midrash Tanhumah, inizio della sezione Pequdey
[5] B. Ta’anith 5 b.
[6] Avvenire 11/05/2019. L’esilio e la promessa/Cantico della laicità




Il carcere tra la privazione di tutto e l’espropriazione di sé stessi
Cosima Buccoliero

Il carcere tra la privazione di tutto e l’espropriazione di sé stessi
di Cosima Buccoliero
(in “Domani” del 11 maggio 2022)

Quando si pensa alla condizione dei detenuti io credo che non si consideri mai abbastanza il sostantivo “privazione”. Il carcere è soprattutto privazione, non è solo perdita della libertà personale: una duratura condizione di privazione totale. Sfugge la percezione reale di come sia vivere senza poter telefonare quando si vuole, senza poter mangiare quello che si vuole, senza poter vedere le persone amate quando si vuole, persino senza potere assumere una compressa per il mal di testa, quando si vuole. In carcere per qualunque situazione, esigenza, bisogno, si deve chiedere il permesso a qualcuno. Allora, si provi a pensare che cosa significa trascorrere anche solo un anno, o anche solo un mese, anche solo un giorno direi, dovendo dipendere da altre persone, che devono valutare, l’esigenza effettiva della richiesta. E quindi valutare se autorizzare in positivo o in negativo. Allo stesso modo si provi a immaginare come può essere quando non si è del tutto padroni della propria esistenza, della propria vita, e si è consegnati all’istituzione carcere, un’istituzione che ha molte regole rigide, molto burocratizzata, molto autoreferenziale, con prassi anche piuttosto paradossali per chi le osserva da fuori.

La supremazia della carta

Durante le mie giornate ordinarie, quelle cioè in cui tutto scorre senza una emergenza, senza un pericolo o un ostacolo dell’ultima ora, una quota del mio lavoro è mettere ordine nel serpentone di carte che si muove tutti i santi giorni, a Bollate, a Opera, al Beccaria, come in tutte le carceri italiane. Il carcere è uno di quei pochi luoghi in cui la supremazia della carta resiste. Anzi è la carta che segna quasi il ritmo della vita interna al carcere. Tutto quello che qui si muove, si inventa, si immagina è regolato dalla pratica della scrittura su svariate tipologie di moduli. A pensarci è un costante esercizio all’incasellamento della vita dentro procedure. O meglio, la vita del detenuto è un costante esercizio all’incasellamento, alla schematizzazione. Svegliarsi, mangiare, vestirsi, pensare, leggere, cucinare, dialogare, persino amare o scegliere chi amare.

Richiedere una sveglia

Svegliarsi, ho bisogno di una sveglia diventa: “Alla cortese attenzione ecc. avrei bisogno di una sveglia ecc”. Stesura, rilettura. Firma. Consegna a un operatore. E qui parte il serpentone. Approdo, quasi finale: la mia scrivania. Chiarisco: quasi finale. Perché dopo l’approdo scattano la mia lettura, la mia approvazione, che però dipende da almeno tre verifiche: che il modello di sveglia richiesta sia compatibile con il modello di sveglia il cui uso è stato autorizzato, che questa sveglia sia disponibile presso lo spaccio del carcere e che sul conto del detenuto ci siano i soldi necessari all’acquisto (sì, i detenuti hanno la possibilità di tenere un conto presso l’amministrazione del carcere con poche migliaia di euro). Ipotesi A: va tutto liscio, c’è la sveglia, ci sono i soldi sul conto. Nel tempo ragionevole di qualche giorno il signor Beta potrà avere la sua sveglia. Ipotesi B: non va tutto liscio. Bisogna chiedere all’esterno la sveglia, oppure mancano i soldi sul conto. In questo caso i giorni diventano settimane, e le settimane in qualche volta anche mesi. E di questo tempo dilatato nessuno ha una responsabilità, perché al modulo X deve per forza seguire il modulo Y e poi quello Z. Un giorno il signor Beta avrà una sveglia in cella e sarà un’occasione, un evento. Perché accade in questo modo che l’ordinario diventi una occasione. Io leggo, verifico e autorizzo. E non mi domando (più) perché l’acquisto di una sveglia necessiti dell’autorizzazione della direttrice.

La cura di sé

Vestirsi: … ho bisogno di una cintura per i miei pantaloni da lavoro. “Gentilissima sono qui a chiederle…” Stesura della domanda anzi della “domandina”, consegna. Solito giro. Autorizzazione. Quesito: se i pantaloni da lavoro prevedono una cintura, perché non consegnare subito una cintura? Oppure: … “ho bisogno di un paio di scarpe e non ho trovato niente della mia misura tra gli indumenti della Sesta Opera. Allego foto del modello scelto”. (La Sesta Opera San Fedele è una delle più antiche associazioni di assistenza carceraria operanti in Italia). Richiesta e foto sono sul mio tavolo. Firmo, autorizzo. Verifica della disponibilità sul conto del detenuto, inoltro richiesta allo spaccio, che provvederà all’acquisto. Tempo necessario? Dipende, da qualche giorno a qualche settimana. Cura di sé: … ho bisogno di forbicine, quelle per bambini, distribuite, non sono sufficienti. “Egregio…”. Tutto come sopra, eccetto il fatto che nel concedere l’autorizzazione devo verificare il modello di forbicine più adatto, sicure come quelle di una nota marca di prodotti per bambini ma, diciamo così, più adeguate a uomini o donne adulti.

 Tempo libero e riposo

Pomeriggio, tempo libero: … vorrei ascoltare un po’ di musica. L’mp3 è fuori uso. “Alla gentile attenzione…”. Ci vorrà tempo; per oggi, per domani, per qualche giorno meglio trovarsi qualcos’altro da fare. Niente musica. Pomeriggio, è giorno di telefonata: “Vorrei cambiare il seguente numero con il seguente numero… Illustrissima dottoressa, la prego di autorizzare le chiamate a questo numero in sostituzione di…”. Così leggo ed entro nella vita di queste persone, e se nel mondo è tutto un parlare di privacy, qui sono io a decidere se autorizzare la telefonata alla signora X invece che alla signora Y. Che poi, anche a voler mantenere il distacco, vengono quasi spontanee domande tipo: ma chi sarà, non è la moglie? O anche: ma perché non vuole più parlare con tizio. Questo quando c’è da sorridere e non sempre è così, spesso è tutto un mettere le mani dentro dolori e fratture. Abissi, insomma. Sera, riposare, dormire: “Gentilissima torno a lei, perché mi trovo nella condizione di dover sollecitare una nuova visita. Le pillole che mi ha dato il dottore non bastano…”. Leggo e a mia volta inoltro: per questa richiesta posso fare poco. Dal 2009 infatti l’area sanitaria dei penitenziari è sotto la gestione del personale medico alle dipendenze delle aziende ospedaliere.

Espropriazione

E a questo punto al sostantivo “privazione” se ne unisce un altro, altrettanto poco considerato, ovvero “espropriazione”. Di tutte le espropriazioni che riguardano i detenuti quella della gestione del proprio corpo è forse la più ingiusta. Se io ho mal di testa apro un cassetto, frugo, prendo una scatola di analgesici ed è fatta. Se un detenuto ha mal di testa, la gestione del suo dolore diventa collettiva. È una faccenda sua, ma anche dell’agente di turno, e poi mia, una catena fino ad arrivare al medico. Se io ho bisogno di un qualunque esame diagnostico in un tempo ragionevole posso essere sicura di essere visitata. Se un detenuto ha bisogno del medesimo esame il tempo ragionevole non esiste, anzi in qualche caso non esiste proprio il tempo. Il tempo si polverizza nelle carte, sminuzzato dalle procedure, dalla burocrazia. L’intimità del dolore è costantemente profanata dalla dipendenza da qualcun altro: dall’essere costantemente sotto l’occhio di tutti, i propri compagni di cella, o dall’essere derubricati a “domanda da autorizzare”. Sia che si viva la malattia cercando l’isolamento, sia che la si viva cercando l’attenzione, nessuna di queste dimensioni che fuori sono naturali dentro il carcere possono appartenere ai detenuti. L’equilibrio dipende da una pluralità di fattori che non sempre concorrono: una struttura adeguata, l’occhio attento di un operatore, l’occhio altrettanto attento di un agente, una buona relazione con gli altri detenuti, un’adeguata gestione di coloro che hanno una responsabilità come la mia. Se poi il dolore sta in quel luogo misterioso che è la mente, se prende la forma del disagio, l’espropriazione è ancora maggiore.




15 maggio 2022. Domenica 5a di Pasqua
NUOVO

Quinta domenica di Pasqua.

Preghiamo. O Dio che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa che accogliamo come fondamento della nostra vita il comandamento dell’amore, per amare te e amare i nostri fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dagli Atti degli Apostoli  (14,21b-27)
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.  Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
 Salmo 144,8-13)(145) Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21,1-5a)
Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:  «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Dal vangelo secondo Giovanni (13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito[dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

LA NOVITA’. Don Augusto Fontana.
Una parola-chiave di questa domenica: la novità.
Due ambiti ove accade la novità: la città, l’amore.
Spesso confondiamo novità con diversità. Noi siamo abituati a dire “Nuova Repubblica, nuovo Governo, nuovo lavoro, nuovo giornale…”. Spesso si tratta di qualcosa diverso dal primo, ma non necessariamente “nuovo”. Non ci vogliono molte argomentazioni per dimostrarlo. Spesso si tratta di robe vecchie riciclate, diligentemente mascherate. Spesso si tratta di trasformismo.
<Ecco faccio nuove tutte le cose…; vidi un cielo nuovo e una terra nuova…; vidi la nuova Gerusalemme scendere dal cielo…> dice Apocalisse.
<Vi dò un comandamento nuovo…> dice Gesù nel Vangelo.
Non voglio disprezzare la diversità, perchè spesso è a forza di diversità che ci si avvicina al nuovo.
Alcune considerazioni:
1- Non abbiamo molta voglia di novità, in quanto la novità chiede di ristrutturarci. Il trasformismo è meno aggressivo nei confronti delle scelte da fare; spesso si cambiano le cose per lasciare tutto come prima. Invece gli apostoli dicevano: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. La novità ha dei costi iniziali, è un investimento a rischio, fatto nella fede e nella fiducia. Nelle famiglie si pensa maggiormente a cambiare posto ai mobili, pur di non affrontare il problema che nascerebbe da una nuova impostazione dei sentimenti e degli orizzonti della famiglia. Nella Chiesa si fanno molti documenti sul ruolo della donna, si fanno i Consigli pastorali, ma di fatto le parrocchie sono ancora tutte incentrate sul ruolo del prete. Si fanno molte cose per i poveri, ma i poveri non costituiscono il tessuto della Chiesa.
2- La novità, a differenza della diversità e del trasformismo, va a toccare il centro della persona e delle organizzazioni. Il trasformismo, invece, tocca gli aspetti periferici della vita. <Chi non rinasce di nuovo non può entrare nel Regno dei cieli> diceva Gesù a Nicodemo il quale ribatteva:<Come può un uomo rientrare nel seno materno?> dimostrando di non aveva colto che Gesù parlava di una vita nuova e non semplicemente di una vita ricominciata da capo con le stesse condizioni di prima, più o meno. Ecco perchè parlare di novità significa parlare di rinascita e non di semplice crescita.
3- La novità nasce da una sorgente, da un principio: “Dio è diverso da come lo sto pensando”. Se la sorgente butta acqua inquinata, l’acqua che bevo non sarà mai nuova, ma solo diversa. Perchè solo il Padre di Gesù e nessun altro è portatore di novità. La novità non è qualcosa che costruisco, ma qualcosa che accetto. Tutto l’mmobilismo e il trasformismo della nostra vita religiosa e cristiana nasce da questo equivoco di fondo: abbiamo capito male Dio, ci stiamo rapportando in modo equivoco con Lui.
4- La novità offerta dal Padre non ci interessa più di tanto. La novità inizia dalla Resurrezione, passa attraverso la storia, si completa nel Regno dei cieli. Gli effetti della novità sono descritti dalla pagina dell’Apocalisse. La novità non consiste nel non piangere più, ma nel fatto che Dio asciugherà ogni lacrima; non viene eliminata la morte, ma la morte non è la fine. Forse per questo, la novità non mi interessa. Perchè le novità che attendo sono diverse da quelle che mi vengono offerte. E mi giro da un’altra parte. Oppure mi rivolgo al Dio di Gesù Cristo per ottenere una vita un po’ più frizzantina, ma non nuova. Impaurito dalle novità di Dio, nella mia preghiera faccio resistenza e pronuncio una preghiera-bestemmia:<Signore liberami dalle tue novità; tientele; dàlle ad altri; preferisco una mediocrità accettabile piuttosto che una inaccettabile novità pasquale. Non permettere che nessuno mi offuschi l’immagine rassicurante che mi sono costruito di Te; mi vai bene così, con qualche benedizione, qualche bel rito di prima comunione, un prete simpatico e che stia sempre in canonica per farmi un certificato di battesimo appena ne ho bisogno, un rametto d’ulivo, una bella predica possibilmente corta: dammi cose diverse che siano un diversivo, ma che non raggiungano la novità. Dopo si vedrà.>

L’amore e la città.
Quando Gesù dona il suo testamento parlando di comandamento nuovo dell’amore, lo fa nella cornice della sua passione e a contatto con il tradimento. Gesù non si trovava in una idilliaca apericena: si trovava dentro la morsa della storia che lo stava sconfiggendo e schiacciando. Il precetto dell’amore non è un precetto ai margini della realtà, ma nel cuore della cronaca.  La volontà di Gesù e la nostra vocazione è di costruire una città santa raggiungendo i confini della terra e della creazione.
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[1] cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra come una sterile nebbia che nasconde le cose o che sconsacra i sacrosanti tentativi dei deboli di impedire che i forti facciano loro del male.
L’amore nuovo architettonico ci viene descritto dalla pagina di oggi dell’apocalisse: Dio dimora con noi, asciuga le lacrime. Non ci viene garantito che non piangeremo, ma solo che ci verrà impedito di essere affogati dalle lacrime. La novità radicale è che Dio ci vuole bene.

  • L’amore nuovo architettonico viene prospettato come un amore “politico”, cioè che ricostruisce il tessuto di una città, di una convivenza.
  • L’amore nuovo architettonico ha una caratteristica: amatevi come io vi ho amato. E’ quel “come” che dichiara la novità. Un amore creativo, che arriva a dare la vita, che sceglie la debolezza, rifiuta ogni forma di violenza, rispetta la libertà, promuove la dignità, respinge ogni discriminazione, mette in conto la tribolazione.
  • L’amore nuovo architettonico è un amore che deve essere visibile:<Da questo riconosceranno che siete miei discepoli>. Non sarà l’abito o i distintivi o il tipo di culto che distinguerà gli appartenenti a questa nuova comunità, ma questo tipo di amore. Ciò che quaggiù viene edificato nell’amore, non andrà perduto, ma sarà trasfigurato.

Per raggiungere questa novità occorre acclimatarsi. Compiere passi di avvicinamento. Se non ci è concesso ancora di gustare la novità, ci sia concesso almeno di lavorare per la diversità della nostra impostazione di vita.
Siamo venuti all’eucarestia domenicale per sperimentare tutto quanto ci è stato annunciato.
Ci attende una settimana per sperimentare ciò che ci è stato donato.


[1] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152




Lettera a un giovane prete
Domenico Marrone

Lettera a un giovane prete

di: Domenico Marrone.

http://www.settimananews.it/ministeri-carismi/lettera-a-un-giovane-prete/

Carissimo presbitero novello,
questo è un momento difficile per essere prete. La figura del prete è divenuta oggi anacronistica. La maggior parte degli uomini del nostro tempo non soltanto è del tutto assente dalla pratica religiosa, ma non è neppure più scalfita dalla domanda su Dio. Vivono, in larga maggioranza, “come se Dio non esistesse”, e non avvertono in questo alcun senso di malessere.
Dio non è contestato è, più semplicemente, ignorato. I successi della scienza e della tecnologia assumono carattere di sacralità e di assolutezza, fino a configurarsi come la “nuova religione”. Noi sacerdoti potremmo sembrare irrilevanti. La domanda che allora affiora è: c’è ancora spazio per la missione del prete? La risposta è, a mio avviso, positiva. È indubbio che è presente anche nella coscienza dell’uomo contemporaneo un bisogno religioso, spesso latente, che occorre far emergere con pazienza, rendendo soprattutto testimonianza, non solo individuale ma comunitaria, all’attualità della proposta evangelica.
Priorità del ministero
In questo nuovo contesto tre sono le priorità che il presbitero deve vivere. La prima è la capacità di immedesimarsi nelle situazioni esistenziali della gente, condividendone le gioie e le fatiche quotidiane. I tuoi abiti, caro fratello, devono profumare di popolo e non di incenso.
La seconda priorità è costituita dalla scelta di uno stile di vita sobrio, dalla rinuncia ad ogni tentazione di potere, così da conquistare quella libertà interiore, che consente di diventare pienamente solidali con il mondo dei poveri e di impegnarsi per la loro liberazione. Fratello presbitero, vivi da povero, ama i poveri, lasciati ammaestrare dai poveri.
La terza priorità è, infine, il ricupero di una spiritualità autentica, non formale o devozionale, ma connotata da una forte tensione mistica, capace di interpretare il bisogno di trascendenza che alberga anche oggi nel cuore di molti e di diventare in tal modo testimoni credibili del mistero di Dio. Caro giovane presbitero, lasciati divorare da una struggente passione per Dio e nessun’altra passione umana ti divorerà.
Sono queste le condizioni che il presbitero di questa epoca deve porre alla base dell’esercizio del proprio ministero, e che, adempiute, danno efficacia all’azione pastorale, alla capacità cioè di rendere trasparente la novità e la bellezza del messaggio evangelico.
Per quanto profonderai energie, intelligenza e tempo per il Vangelo, strada facendo ti accorgerai che il ministero più doloroso di un ministro di Dio è camminare con le persone quando si allontanano dalla Chiesa e rifiutano i suoi insegnamenti. Santa Teresa di Lisieux diceva che la sua vocazione era quella di sedersi a tavola con i miscredenti e di bere dal loro calice amaro.
Il piacere delle parola
Al centro della tua vita di presbitero ci deve essere l’arte della conversazione. Devi essere qualcuno a cui piace parlare con altre persone, soprattutto se non sono d’accordo con te. Hai bisogno di fiducia per parlare e di umiltà per ascoltare. Questo è particolarmente difficile nella nostra società che sta perdendo l’arte di interagire con persone che pensano in modo diverso.
La conversazione è l’unico modo per annunciare Gesù, che è il dialogo della Parola di Dio con l’umanità. Qualsiasi altro modo rischia di cadere nell’ideologia. L’intero Vangelo di Giovanni è una conversazione dopo l’altra.
Gesù era un uomo di conversazione, soprattutto con le persone difficili! La prima domanda che come presbiteri dobbiamo porci è questa: con chi dovremmo parlare mentre camminano per strada? Chi sono le persone che fuggono dalla Chiesa con cui possiamo camminare?
Gli algoritmi di Google e Facebook ci guidano verso persone che la pensano come noi. La società occidentale sta diventando tribalizzata. Viviamo in camere con l’eco di persone che la pensano allo stesso modo. Non cedere alla tentazione di sentirti sostenuto e tenuto in ostaggio dalla solita cricca. Le migliori conversazioni abbracciano e si dilettano invece della differenza.
Inoltre, noi presbiteri siamo, pertanto, chiamati a vivere nella tensione tra le convinzioni della Chiesa e le questioni del mondo. Nessuno di noi riuscirà a trovare l’equilibrio perfettamente corretto. Alcuni di noi saranno più naturalmente persone dell’istituzione della Chiesa e avranno un’adesione istintiva al magistero. Altri trovano il loro ministero nelle periferie, identificandosi con le persone ai margini, gli estranei. Alcuni sono Pietro, la roccia, altri sono Tommaso, il dubbioso. Cosa posso dirti mentre sei sulla soglia di questa vertiginosa avventura che io stesso confesso di non aver ancora compreso a fondo? Quali consigli darti, ammesso che tu voglia consigli da me? Ritengo di riassumerli in due sole parole: autenticità e sincerità. Sii autentico e sincero. Sempre, comunque, con chiunque, dovunque.
La fede del prete
Sii autentico e sincero innanzitutto con Dio: per quel poco che Lo conosco, ho imparato che non gli piacciono i poeti di corte, gli amici di Giobbe, quelli che pregano solo citando qualche grande autore, passato o presente, quasi che non abbiano una mente e un cuore propri. Del resto lo capisco, se tu fossi una donna ti piacerebbe che il tuo amato ti parlasse solo usando parole di altri?  Non dimenticare che la preghiera è un corpo a corpo con Dio, una lotta, un amplesso amoroso. Dio è fuoco divorante, torrente in piena, madre premurosa, medico e maestro che ti condurrà alla croce e al sacrificio. Sii sincero con Lui. Fino alla protesta, che certe proteste a volte son preghiere, fino a gridargli quando ti prenderà (e ti prenderà, fidati) il disgusto per la tua missione, senza nascondere i tuoi dubbi e le tue paure e confessargli senza timore tutti i movimenti del tuo cuore, anche i più impercettibili e segreti.  Solo così scoprirai che sì il fuoco, il deserto, il torrente sono davvero tuoi amici, ma lo sono solo dopo che te ne sei lasciato bruciare, inaridire e travolgere. Solo così scoprirai la folle e impensabile gioia che si trova appesa alla croce, solo così conoscerai la pace immensa che dilaga nel cuore che si è lasciato spezzare. La pace che sgorga dall’aver crocefisso il proprio egoismo e aver messo tutto di sé a servizio dell’Amore.
Sii autentico e sincero con te stesso: i maggiori mali nella vita spirituale vengono dalla negazione della realtà, chiama con il loro nome i tuoi peccati e le tue tentazioni, solo così potrai guarirne e scendere fino in fondo alla tua anima per trovare in essa la luce che ti farà risorgere. Solo a prezzo di una spietata verità potrai aprire la botola che ti separa dall’acqua viva che dentro te mormora. Riconosci la verità di ciò che ti rende felice e non temere la tua umanità. Ama appassionatamente, canta con tutta la voce, piangi forte e ridi ancor più forte, abbi il coraggio di rischiare sempre tutto, perché attingi ad una fonte inesauribile e non verranno mai a mancarti le forze. Non cominciare mai una battaglia, ma finiscile tutte. Molti si illudono che per assomigliare a Dio si debba cercare di essere come angeli. La mia esperienza invece mi dice che chi vuole assomigliare ad un angelo finisce piuttosto con il rendersi simile ad un fantasma, senza spessore, né forma, né colore. Tu non hai un corpo, tu sei un corpo. E il tuo corpo si porta con sé tutto un mondo di odori e sensazioni e passioni che sono poi il colore e la bellezza della vita. Impara a farne la cetra della tua lode. Non negarli mai, anche se ti faranno male. Non fuggire l’onda, ma cavalcala con coraggio se vuoi fartene portare lontano.
Sii autentico e sincero con gli uomini, specialmente con quelli che ti saranno affidati. Il nostro ruolo di presbiteri è principalmente quello di rivelare e scoprire il volto del Signore. Dobbiamo essere quel volto e vedere quel volto in coloro che ci vengono affidati. Ogni essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, ci offre uno scorcio di quel volto che desideriamo. Gli uomini di oggi hanno un estremo bisogno di verità, di essere orientati nelle loro scelte, di essere illuminati nella loro confusione, in una parola di un maestro, ma non ti accetteranno come maestro se non sapranno che possono fidarsi di te e non si fideranno se non raggiungerai la loro mente passando prima attraverso il cuore. E al cuore non si mente. Solo usando il tuo cuore potrai parlare al loro.
Il ministero come servizio
Gesù nel Vangelo ci ammonisce: “Se uno vuole essere il primo, si faccia servitore di tutti”. Non cedere a un indisponente autoritarismo, non sentirti detentore della verità, non lasciarti prendere dalla smania di essere sempre servito e riverito.  Purtroppo queste per noi preti sono tentazioni sempre in agguato. Siamo tentati di cercare la nostra realizzazione conquistando spazi di affermazione e di dominio. Talvolta ci ripieghiamo solo sulle nostre forze e sulle nostre conquiste. Sono tentazioni naturali, quasi ineluttabili, con le quali tutti coloro che hanno autorità devono misurarsi. Tuttavia non mancano i “vaccini” per guarire da queste malattie e storture dell’anima. Nella vita di Gesù non c’è nulla che faccia pensare all’uomo di potere: non le condizioni di vita privilegiate, non le insegne e i connotati di cui si attornia l’autorità dell’epoca.  Anche di fronte a coloro che erano venuti ad arrestarlo, Gesù non reagì in modo sconsiderato e violento ma “si consegnò loro”.
Custodire
Caro fratello presbitero, impara a “consegnarti” a tutti senza maschere, senza assumere toni predicatori, disarmato di ogni autoritarismo, disponibile all’ascolto, senza nascondere le tue fragilità, proprio come fanno i bambini portati come esempio da Cristo Gesù. Non aver paura di mostrarti debole e ferito se lo sei, non è a te stesso che devi condurli, ma all’unico Salvatore che è Gesù, quindi non è a te che devono affidarsi, ma a Lui. Tu sei la guida, non la Terra promessa, e a te quindi si chiede una cosa sola: di conoscere la strada e di condurre senza tentennamenti su quella via. Anzi, se sarai debole e stanco a volte questo sarà un vantaggio, perché ti farà comprendere meglio la stanchezza e la debolezza delle persone che ti sono affidate. Se impariamo a leggere i volti, in tutta la loro complessità umana, vedremo il volto di Dio cento volte al giorno. Se osiamo uscire dal nostro profondo, così da sentirci senza parole, lo Spirito Santo ci darà cosa dire, anche se non lo sappiamo mai. Quanto alla tua vita non illuderti di volerla a tutti i costi sempre dirigere, predisporre, orientare. Consegnati invece alla vita, momento dopo momento, lasciati sorprendere, meravigliare e portare da essa e ti accorgerai con quanta meno ansia e con quale spirito di vero e gioioso servizio potrai vivere nei confronti non solo di te stesso ma anche di tutti quelli che ti staranno attorno e della creazione tutta. Ti ripeto quanto l’apostolo Paolo scrive nella sua prima Lettera a Timoteo: custodisci con cura quanto ti è stato affidato.
E ora ti chiedo di benedirmi, amico e fratello nel ministero. La freschezza della tua grazia sacerdotale inondi me e tutti quelli che amerai e servirai. Buona avventura e abbi a cuore non tanto di essere un prete perfetto ma un prete felice. E renderai felici gli altri. Auguri di vita piena, buona e bella.




8 maggio 2022. Domenica 4 di Pasqua
PECORE MA NON PECORONI.

Quarta domenica di Pasqua – 8 maggio 2022

Preghiamo. O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, e fa’ che nelle vicende del tempo, non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 13,14.43-52
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
SalMO 99.  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Perché buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
 Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,9.14-17
Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

PECORE MA NON PECORONI. Don Augusto Fontana.
Ho fatto il mio dovere di contribuente lavoratore dipendente e pensionato. Modulo 730, redditi, ritenute, detrazioni e diavolerie varie: tutto diligentemente compilato, insieme con la sottoscrizione per la destinazione dell’otto per mille. Ogni anno l’addetto del CAF sgrana gli occhi ed io gli leggo la domanda: come mai un prete cattolico appone la firma per destinazioni diverse dalla chiesa cattolica? Ebbene sì. Sono convinto che l’ecumenismo non passa solo attraverso le asettiche celebrazioni interconfessionali, ma anche attraverso l’otto per mille interscambiato. Una rotazione ecumenica, per anticipare tempi, se verranno, quando ogni porzione del gregge di Dio offrirà all’altro l’accesso al proprio pascolo. Una competizione di cortesie che farebbe disorientare un mondo che conosce solo il “mio” e il “tuo”. Un atto di fede nel Signore che ha pregato il Padre: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. …Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Giovanni 17, 20-21; 10, 14-16). Anche l’otto per mille crea o abbatte recinti, allarga o restringe ovili, unifica o moltiplica pastori: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» scriveva Pietro[1].
Oggi le Letture bibliche ci dicono ancora una volta come è difficile “dire Dio”: Gesù è chiamato pastore ma anche contemporaneamente agnello: “l’Agnello… sarà il loro pastore”. Linguaggi e teologie estranee al nostro conversare e pensare quotidiano. E quanto è difficile parlare di chiesa come gregge di pecore, ma non di pecoroni. Anzi: gregge di pastori.
Un pastore che condivide.
Gesù pastore. Per di più buono (“bello”). L’immagine si apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine del pastore ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; lupi predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: « pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Ebrei 5, 8-9).
Il Salmo biblico 23 canta: «Signore, pastore mio! Non manco (non mancherò) di nulla! Mi fa posare in pascoli di erba, mi conduce verso acque di riposo (tranquille), mi restituisce vita (vitalità), mi guida su sentieri giusti (di giustizia) Dovessi anche passare per la valle più oscura, non temo il male, poichè tu sei con me».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza e signoria ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita?
«Tu sei con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto come in Ucraina, in Sudan, in Yemen, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa” (1 Cor.1,5) .
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Salmo 55,23). «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).<< nessuno le strapperà dalla mia mano>>.
Scriveva il teologo Carlo Molari[2]: «Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: “Che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?”. L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: “Che faccio? Per questa madre ho fatto te!” . Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede».
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza del deserto dell’esodo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo»[3].
Il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore.
Il deserto è una lezione che l’uomo riceve: per la vita non basta il pane, occorre la Parola di Dio. Il deserto è “assenza di…”: nella sabbia non si può nè costruire città nè piantare orti e giardini; anzi il deserto tende ad invadere l’area coltivata. «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bereVagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[4].
Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza.
Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.
Nel deserto si cammina. In questo cammino dell’esodo Dio si presenta come uno che accompagna, che guida, che precede, come un pastore. Dio di fatto sembra dare direzioni generiche del tipo “Andate verso Nord!” e spetta quindi all’uomo precisare il proprio cammino. Il simbolo di questa assistenza è la nube che si ferma, si avvia, sceglie la direzione; successivamente sarà l’Arca della alleanza a dimostrare che il popolo pellegrino desidera camminare dietro il suo Signore. Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, Satana!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li si smarriscano, smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).

In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[5]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo.
Una comunità “pastorale”?
Scrive Papa Francesco[6]Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 120). Bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico Popolo di Dio, laici e pastori insieme. Tutta la Chiesa è comunità evangelizzatrice…La parola “vocazione” non va intesa in senso restrittivo, riferendola solo a coloro che seguono il Signore sulla via di una particolare consacrazione. Tutti siamo chiamati a partecipare della missione di Cristo di riunire l’umanità dispersa e di riconciliarla con Dio… Siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza. Insomma, a diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi… La vocazione, come d’altronde la santità, non è un’esperienza straordinaria riservata a pochi. Come esiste la “santità della porta accanto” (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6-9), così anche la vocazione è per tutti, perché tutti sono guardati e chiamati da Dio…Mettiamoci allora in ascolto della Parola, per aprirci alla vocazione che Dio ci affida! E impariamo ad ascoltare anche i fratelli e le sorelle nella fede, perché nei loro consigli e nel loro esempio può nascondersi l’iniziativa di Dio, che ci indica strade sempre nuove da percorrere…Come cristiani, siamo non solo chiamati, cioè interpellati ognuno personalmente da una vocazione, ma anche con-vocati. Siamo come le tessere di un mosaico, belle già se prese ad una ad una, ma che solo insieme compongono un’immagine. Brilliamo, ciascuno e ciascuna, come una stella nel cuore di Dio e nel firmamento dell’universo, ma siamo chiamati a comporre delle costellazioni che orientino e rischiarino il cammino dell’umanità, a partire dall’ambiente in cui viviamo. Questo è il mistero della Chiesa: nella convivialità delle differenze, essa è segno e strumento di ciò a cui l’intera umanità è chiamata. Per questo la Chiesa deve diventare sempre più sinodale: capace di camminare unita nell’armonia delle diversità, in cui tutti hanno un loro apporto da dare e possono partecipare attivamente».

Papa Francesco il 28 marzo 2013 si era rivolto al clero di Roma così: “Questo vi chiedo: di essere pastori con l’odore delle pecore. L’unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perche’ la conserviamo in un’ampolla, perche’ l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro“.


[1] 1 Lettera di Pietro 2, 25.
[2] Carlo Molari Pregare ancora? in ROCCA 21/96 Pag. 50-51.
[3] Deuteronomio 8
[4] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[5] Ezechiele 34, 2. 4
[6] Messaggio dell’8 maggio 2022 per la 59a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.




1 maggio 2022. Domenica 3a di Pasqua
PASQUA AL LAVORO

Domenica 3° di Pasqua –
Preghiamo. Padre misericordioso, accresci in noi la luce della fede, perché nei segni sacramentali della Chiesa riconosciamo il tuo Figlio, che continua a manifestarsi ai suoi discepoli, e donaci il tuo Spirito, per proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore.
Dagli Atti degli Apostoli (5,27b-32.40b-41)
In quei giorni, il sommo sacerdote interrogò dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.
Salmo 29(30) Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia.
Ascolta, Signore, abbi pietà di me, Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni aposto­lo (5,11-14)
Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.
Dal Vangelo secondo Giovanni (21,1-19)
(forma breve)
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatre grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

PASQUA AL LAVORO. Don Augusto Fontana
Nel cap. 38 del Siracide c’è un elenco di arti e mestieri come erano allora conosciuti. La Bibbia dice, di questi lavoratori, che “confidano nelle loro mani e ciascuno è abile nel suo mestiere. Senza di loro la città non può essere costruita e nessuno potrebbe avere ciò che occorre alla vita“. Poi l’autore sacro aggiunge un’espressione molto bella: “Queste persone assicurano il funzionamento del mondo e il loro lavoro intelligente è una vera preghiera“.
Oggi i piedi del risorto si posano nelle vicinanze di una pescheria, dove la gente si guadagna volgarmente la pagnotta senza sospettare né attendere mistici incontri: «Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva» (Giovanni 21, 1-14). L’evento accade anche al di fuori di quel giorno – l’ottavo giorno – che siamo ormai abituati a riconoscere come il giorno dedicato alla memoria liturgica e comunitaria, grande coordinata temporale della pasqua. L’evangelista non ne fa cenno. C’è una laicità suggerita, in questo incontro pasquale accaduto su un luogo e in un tempo di lavoro. Qualcuno storcerà la bocca ricordandomi che il mestiere di pescatore evoca la più “nobile” attività pastorale e missionaria: «Gesù disse loro: Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini» (Marco 1, 17).  Il capitolo 21 di Giovanni è un’appendice aggiunta molto tardivamente da una comunità di discepoli effettivamente stressati da alti e bassi di fecondità e infecondità pastorali. Comunque sia, l’infecondità e l’aridità che affiora nell’annotazione evangelica descrive bene le ombre crepuscolari di molti, operai del Regno, dell’educazione, dell’ascesi o del lavoro: «…ma in quella notte non presero nulla». Per ricordarci, se ce ne fosse ancora bisogno: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla»[1]. La laicità di quel tempo e spazio è mitigata solo dalla ritualità di un pasto, che ha il sapore della cena pasquale di qualche sera prima. Ritualità solennizzata nei sogni dell’Apocalisse (Apocalisse 5, 11-14).  Ma spero che nessuno neghi che la Risurrezione ha consanguineità e parentela con quel corpo seminudo del pescatore Pietro (che non ha modo di rivestirsi di paramenti liturgici per andare incontro al suo Signore) o con la nostra fede offuscata di discepoli che faticano a riconoscere il loro Signore davanti ad un cespuglio acceso in un freddo ed infruttuoso tempo di lavoro.
Per 26 anni (ora sono in pensione) ho fatto fatica a cercare e trovare coordinate pasquali nel mio lavoro, ma non ho mai smesso di cercarle con il naso all’insù o ficcato dentro gli eventi. Come la moglie del Rabbi di Berditschev che, mentre cuoceva i pani per il Sabato, usava pregare: «Signore del mondo, ti prego, aiutami; quando il mio Rabbi sabato prossimo dirà la benedizione su questi pani, abbia nel suo cuore tutto ciò che io ho nel mio cuore in quest’ora che li impasto e li cuocio»[2].
Quando hai nascosto il Tuo volto…
«Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo (Gemello), Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”.  Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”.  Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla». Sembrerebbe una chiesa meticcia e a ranghi ridotti. Sono in sette: giudei, galilei ed ex pagani. Il capitolo 21 è stato aggiunto all’evangelo di Giovanni forse nel 130-140 d.C. Con molta probabilità la missione ha già disperso gli apostoli. Forse alcuni dei primi grandi testimoni e protagonisti sono morti e sono subentrati i discepoli, quelli noti e quelli anonimi. Pietro guida il lavoro e la missione, ma non ci sono garanzie: «Nella mia prosperità ho detto: «Nulla mi farà vacillare!».  Nella tua bontà, o Signore, mi hai posto su un monte sicuro; ma quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato» (Salmo 30, 7-9). Ci sono tempi in cui preferiremmo il contrasto aperto che ha il vago sapore di martirio o di testimonianza eroica: «Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (Atti 5, 27-41).  Ci toccano invece aride fatiche o assonnate indifferenze circostanti, improvvisamente accostate da rare Sue visite che accogliamo con l’usuale confusa fede: «Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù». Scrive Franco Barbero che questo capitolo dell’evangelo di Giovanni: «…è una pungente parabola del nostro cammino di fede. Anche quando Dio tace e non ci da’ le risposte che noi ci aspetteremmo, non è indifferente alla nostra vita: “senza il silenzio di Dio non possiamo diventare uomini e donne […] Dio rimane silenzioso affinché uomini e donne possano parlare, protestare e lottare. Dio rimane silenzioso affinché possiamo diventare realmente noi stessi. Quando Dio è silenzioso e gli uomini e le donne gridano, Dio grida in solidarietà con loro; ma Dio non interviene, Dio aspetta le grida di protesta. Quindi Dio comincia a parlare di nuovo, ma in dialogo con noi”» (Elsa Tamez, Concilium 1/2001, pag. 33). [3]
Gesù arriva all’alba. «Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia» (Salmo 30). Perché il Signore nasconde il suo volto fino ad un’ora mattutina che pare non giungere mai? Perché questo nostro tempo è così ipercinetico, attivo, produttivo e genera fantasmi e ci restituisce pochi euro e scarsa umanità? Penso al grande alveare umano del lavoro, al correre infinito dietro le ore, agli incastri sempre più fitti di attività e impegni e servizi. E insieme ascolto lamenti e odo l’urlo dell’anima dei colpiti, degli sconfitti, dei frustrati: «Pietà di me, Signore: vengo meno; risanami, Signore: tremano le mie ossa. L’anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando…? Volgiti, Signore, a liberarmi, salvami per la tua misericordia. Sono stremato dai lungi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto. I miei occhi si consumano nel dolore, invecchio fra tanti miei oppressori» (Salmo 6). Lamenti agonici di chi attende che si realizzi la promessa del Salmo 125: « Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni». Il raccolto tarda nell’attesa di un suggerimento: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Forse abbiamo gettato le reti dalla parte sbagliata?  «Se manca il suggerimento dello Spirito, la Chiesa rischia di scegliere sempre la parte sbagliata. Per gli ebrei il lato destro è quello della benedizione di Dio. La grande quantità di pesci è stata tirata su dalla docilità alla Parola»[4]. Gesù non accompagna i suoi nella pesca, come invece ricorda Luca: «Salì in una barca, che era di Simone». Non sta “in mezzo a loro”, in barca, ma li assiste stando sulla spiaggia che è il limite del mare e rappresenta il terminale della storia, come commenta S. Agostino[5]. Giunge un tempo  – e forse è il nostro – che diventa tempo di responsabilità, tempo in cui Lui è vicino ma non “in mezzo”, è a media portata dei nostri ascolti e delle nostre intuizioni. È il tempo delle sensazioni di solitudine e della precarietà delle scelte e delle obbedienze. È il tempo del lavoro in attesa del pasto liturgico dove, accostandoci, possiamo vederlo più da vicino e portare anche il nostro pesce a friggere con il suo, quello che lui ha preso chissà come e chissà dove:  «Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: Portate un po’ del pesce che avete preso ora».
I suoi pesci con i miei. E i suoi pani.
Una delle realtà umane più diffuse è il lavoro.  Chi studia si sta preparando al lavoro, gli adulti lavorano, i disoccupati cercano lavoro, i pensionati sono reduci della produzione, espulsi e quindi fuori dal circuito di chi conta.  Il lavoro costituisce una condizione talmente normale da farci rischiare di non accorgerci che esiste come problema e come chance. È cioè una condizione data per scontata, mentre scontati non sono i problemi connessi con l’evangelizzazione, con la catechesi e con la moralizzazione delle attività professionali, sindacali, corporative. Esemplifico:

  • la generale richiesta di moralizzazione del servizio pubblico non è rivolta solo ai vertici dei pubblici servizi, ma anche ai singoli operatori, impiegati, professionisti da cui dipende in larga misura l’efficienza e l’efficacia dei servizi. Dove spariscono i cristiani che alla domenica hanno celebrato l’Eucarestia pasquale e durante la settimana dovrebbero attenersi a rigorosi e rispettosi comportamenti professionali? La perdurante immoralità e corruzione non richiama la Chiesa ad uno scatto di urgente ri-evangelizzazione di un paganesimo pratico e idolatra che si consuma negli ambienti di lavoro?
  • la tendenza attuale a ragionare in termini corporativi e non di “bene comune” pone seri problemi non solo al sindacato o alla Confindustria, ma anche a chi, come la Chiesa, sta a cuore una equa ridistribuzione del reddito e dei benefici sociali, perché i beni sono di Dio/di tutti e noi ne siamo solo amministratori.
  • la ricerca di una equità fiscale che attenui la divaricazione tra poveri sempre più poveri e garantiti sempre più garantiti non è estranea all’Evangelo dei profeti e di Gesù. L’equità fiscale non sarà solo frutto di nuove leggi o di uno stato poliziesco, ma primariamente di una nuova coscienza. Anche pasquale. Se la logica della croce non incomincia a concretarsi in qualche martirio quotidiano, dove andrà a posarsi?  «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» dicono gli apostoli guadagnandosi così una pesante fustigazione. Per molto meno, a noi, viene chiesto non il martirio, ma ….di pagare l’IVA su beni e servizi.
  • la prassi diffusa del doppio lavoro e del lavoro nero, la condizione dei turnisti, il lavoro precario o interinale, la gestione del bilancio familiare, sono o non sono problemi per i quali la comunità cristiana deve saper offrire un contributo di denuncia, di consolazione, di annuncio?
  • la crisi del sindacato e della militanza sindacale é finalmente una liberazione oppure é il segno di un rigurgito di individualismo e di una abdicazione di responsabilità di cui e per cui la Chiesa soffre?
  • La crescita del mercato e la diminuzione della solidarietà hanno qualcosa da spartire con l’annuncio che Dio é Padre?

Scriveva Teilhard de Chardin[6] nel suo “L’ambiente divino”: «Non penso di esagerare affermando che per i nove decimi dei cristiani praticanti, il lavoro umano resta allo stato di «impaccio spirituale». Nonostante la pratica della retta intenzione e della giornata quotidianamente offerta a Dio, la massa dei fedeli cova oscuramente l’idea che il tempo trascorso in ufficio, nel proprio studio, nei campi o nella fabbrica sia sottratto all’adorazione.  Certo, è impossibile non lavorare.  Ma è anche impossibile proporsi quella profonda vita religiosa riservata a coloro che hanno il tempo di pregare o predicare tutto il giorno.  Nella vita alcuni minuti possono essere recuperati per Dio.  Ma le ore migliori sono sperperate o per lo meno svalorizzate dalle occupazioni materiali.  Oppressi da questo sentimento, moltissimi cattolici conducono in realtà una doppia vita o una vita impacciata: hanno bisogno di abbandonare la veste umana per ritenersi cristiani e, per di più, cristiani di second’ordine. Certo, nelle nostre giornate, esistono minuti particolarmente nobili e preziosi, quelli della preghiera e dei sacramenti, in mancanza dei quali il fluire della presenza divina e la visione che ne abbiamo, si indebolirebbero.  Tuttavia perchè temere che l’occupazione più banale, assorbente o affascinante ci costringa ad uscire da Dio? In virtù della creazione e ancor più dell’Incarnazione, niente è profano quaggiù per chi sa vedere. Invece tutto è sacro per chi sa distinguere in ogni creatura la particella di essere sottoposta all’attrazione di Cristo. Se, con l’aiuto di Dio, riconoscete la relazione che collega il vostro lavoro all’edificazione del Regno di Dio, quando lascerete la chiesa per la città rumorosa avrete la sensazione di continuare ad immergervi in Dio.  Se il lavoro vi sembra insipido od estenuante, cercate rifugio nell’interesse riposante ed inesauribile di progredire nella vita divina.  Se il lavoro vi appassiona, trasferite nel desiderio di Dio quello slancio spirituale che la Materia vi comunica.  Mai, comunque, acconsentite a fare qualcosa senza aver riconosciuto prima e aver ricercato poi, tutto il significato ed il valore positivo in Cristo Gesù.  Questa è, secondo la vocazione di ognuno, la stessa via della santità.  Nella Chiesa vediamo gruppi i cui membri si dedicano alla pratica perfetta del distacco, dei riti, della missione, della contemplazione.  Perchè non vi potrebbero essere anche uomini votati a dare con la loro vita l’esempio della santificazione dello sforzo umano? Dalle mani che l’impastano sino alle mani che la consacrano, la Grande Ostia universale dovrebbe essere preparata e maneggiata solo con adorazione.  Allora veramente ben poco separerà la vita del monastero da quella dei laici. Tanti cristiani, troppo poco coscienti delle responsabilità “divine” della loro vita, vivono come gli altri uomini, in uno sforzo dimezzato, senza conoscere il pungolo o l’ebbrezza del regno di Dio da promuovere in tutti i campi dell’attività umana. Il cristianesimo non è, come a volte lo si rappresenta o lo si pratica, un sovraccarico di pratiche e obblighi che appesantiscono oneri già gravosi o moltiplicano vincoli già così paralizzanti della vita sociale.  Esso è invece un’anima potente che conferisce significato, fascino e nuova scioltezza a quanto già facciamo».

Ci presentiamo a mani vuote. Il pasto è già stato predisposto da Lui. Ma ci chiede di far scivolare quei due pesciolini tirati su da quelle rare obbedienze alla sua parola: «Gettate le reti dal lato destro, quello della benedizione di Dio».


[1] Giovanni 15,5
[2] Fonte: SeFeR  n. 93/2001 pag.3.
[3] http://web.tiscalinet.it/viottoli/
[4] A.Pronzato PAROLA DI DIO. Commenti alle 3 letture della domenica Ciclo C, Gribaudi editore, Torino, 1988, pag. 105
[5] Agostino, Comment. in Ioan., 122, 6 s.
[6] Le Milieu divin. Essai de vie intérieure; scritto nel 1926 dal padre gesuita, scienziato evoluzionista (1881-1955). La traduzione è stata leggermente modificata per facilitarne la comprensione.




24 aprile 2022. Domenica 2a di Pasqua
CREDENTI CREDIBILI

2° domenica di Pasqua – 24 aprile 2022

Preghiamo. O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dagli Atti degli Apostoli 5,12-16
Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.
Sal 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Ti preghiamo, Signore: Dona la salvezza! Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore. Il Signore è Dio, egli ci illumina.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 1,9-13.17-19
Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alla sette Chiese. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato [letteralmente nel testo greco: il primo dei sabati], mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo [gemello], non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

CREDENTI CREDIBILI. Don Augusto Fontana.
Gesù gli disse: “… beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”…
Nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava
Credere ed essere credibili: sono le due fatiche che conosciamo bene. Alla prima fatica dedicano più attenzione i battezzati laici i quali ritengono ancora che la seconda fatica debba invece essere soprattutto la fatica dei preti, del Papa, dei vescovi.
In giro per il mondo e per la Chiesa esistono situazioni di grande sofferenza tra settori della Chiesa che cercano di rendere credibile la novità pasquale attraverso gesti di generosità, di onestà di vita e di parola, di condivisione con le realtà mortificanti. Ma esistono anche altri settori che, per ragioni diplomatiche o legalistiche, contrastano o abbandonano i testimoni scomodi al loro destino di emarginazione. Il problema oggi si è fatto acuto perchè esiste un fenomeno di “identificazione parziale” con la Chiesa sia da parte del mondo laico non credente o scettico e sia anche da parte di molti cristiani che si identificano nella Chiesa con un piede dentro e uno fuori.

Credenti.
«Se non vedo non credo…Beati quelli che crederanno senza aver visto…Questi segni sono stati scritti perchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate la vita» (Giovanni 20 19-31).
La chiesa è il luogo dove avviene la crescita della fede, dove si elabora, fra mille dubbi e difficoltà, questo atteggiamento. Giovanni ha concentrato in Tommaso la <resistenza alla fede>. Tommaso era chiamato “Didimo” cioè “il gemello”. Gemello di chi? Di me, di te.
Scrive padre Ermes Ronchi:  «Tommaso sperimenta la fatica di credere, come noi. Eppure in nessuna parte del Vangelo è detto che la fede senza dubbi sia più sicura e affidabile della fede intrecciata alle domande (anzi la prima parola di Maria non è un «sì», è invece una domanda… come è possibile che io diventi madre?). Non esiste fede esente da domande e da dubbi. Tommaso però, pur dissentendo dagli altri apostoli, non abbandona il gruppo e rimane; e il gruppo, a sua volta, non lo esclude. Modello per le nostre assemblee: quando i dubbi sorgono, quando situazioni difficili o errori della comunità ti scoraggiano, non andartene, non isolarti, non sentirti escluso, resta all’interno della comunità. Non stancarti di porre le tue domande: qualcuno, custode della luce, ti porterà la risposta.
Otto giorni dopo venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo… Mi conforta pensare che se trova chiuso, Gesù non se ne va; se tardo ad aprire, otto giorni dopo è ancora lì. Gesù viene e si dirige verso colui che dubita: Metti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca!. E nella mano di Tommaso, che trema, ci sono tutte le nostre mani. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi: Mio Signore, mio Dio. “Mio” come lo è il respiro e, senza, non vivrei» .
La finale del Vangelo di Marco (16,14) precisa: «Apparve agli undici, mentre erano a tavola, e rimproverò la loro incredulità e durezza di cuore, perchè non avevano creduto». Così Matteo 28,17: «Alcuni però dubitavano». La fede pasquale non è frutto di una facile esaltazione e di visioni di dubbia origine, ma nasce dopo resistenze negative.
Nell’itinerario della fede della Chiesa non esistono percorsi garantiti, schemi pianificati, ma una maturazione personale con tempi e modalità proprie. C’è posto per chi dubita e per chi sta crescendo. Crescita non significa allevamento o addestramento. La Chiesa tiene aperte le porte a coloro che cercano, si interrogano, si dibattono nell’incertezza, incespicano. C’è spazio anche per i ritardatari.
Credibili.
L’onere della prova della risurrezione non è più affidata alla tomba vuota, ma alla prassi dei credenti: «Aumentava il numero di coloro che credevano nel Signore…il popolo esaltava i discepoli…e portavano i loro malati e tutti venivano guariti» (Atti 5,12-16). «Io Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione e nella costanza in Gesù» (Apocalisse 1,9-19).
E’ vero che la credibilità non è questione di adesioni di massa: a volte la massa non corre dietro ai profeti e sembra disertare i luoghi del vero benessere. Tuttavia all’epoca di Papa Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II° la Chiesa sembrava aver riacquistato udienza presso tutti gli uomini di buona volontà. Oggi Papa Francesco pare abbia riaperto i giochi; ma nel lungo periodo dovrà trasformare anche le strutture ecclesiastiche, affrontare i nodi della Sinodalità e dei Ministeri/Servizi che da decenni sono nel cassetto e nel cuore amareggiato di molti di noi. Ma affidare tutto al Papa è una imperdonabile delega. Nel profondo di ciascuno si annida il desiderio di incontrare uomini di speranza, di condivisione, di liberazione. La corsa forsennata verso le madonne parlanti e le devozioni pellegrinanti è una spia di allarme che la dice lunga sul bisogno dell’uomo d’oggi di reincontrare il mistero di un Dio che circola ancora tra noi come portatore di novità di vita, di sollievo, di benessere. Soprattutto la folla ha bisogno di gente che diventa credibile per il fatto che diventa compartecipe, dall’interno, della passione e della tribolazione quotidiana, proprio come si autodefinisce Giovanni all’inizio dell’Apocalisse: fratello e compagno delle vostre tribolazioni e fedeltà. Ed occorre anche pregare per questa Chiesa credibile sparsa nel mondo e che paga duro pur nell’ostilità interna ed esterna ed anche nella indifferenza, forse, mia e tua.
Credenti che abitano una politica credibile.
Che cos’è la politica? È possibile “fare politica” in modo giusto, sensato, mite, umano?
A queste domande il biblista Luciano Manicardi, monaco del Monastero di Bose, risponde con la sua breve ma intensa pubblicazione: “Spiritualità e politica. Dall’interiorità all’azione” (Edizioni Qiqajon) € 9,00; pagg. 80.  Manicardi spiega che “la qualità della politica è legata alla qualità umana di chi si impegna in essa, alla sua capacità di governare se stesso: come i profeti biblici che, spesso in situazioni storiche di tenebra, hanno saputo creare futuro e dare speranza”. E “la speranza ha il suo effetto nell’oggi, aiutando gli esseri umani a vivere, a orientarsi e a camminare insieme”. Per Manicardi “ogni essere umano, chiamato a divenire se stesso, ha anche il compito di costruirsi in relazione con gli altri, di costruire dunque un ‘noi’, e ha la responsabilità di costruire non solo ‘con’, ma anche ‘per’ gli altri la casa comune. La responsabilità per gli altri è direttamente la responsabilità per il futuro e per le generazioni future”. Che legame ci può essere, allora, tra politica e spiritualità? Sempre più in questi ultimi anni esse appaiono come dimensioni estranee se non opposte… Attraverso un affascinante percorso che si basa sulle riflessioni di pensatori come Simone Weil, Max Weber, Hanna Arendt e Blaise Pascal, Manicardi cerca di far comprendere “come ogni azione, ogni impegno sociale e politico trovino il loro fondamento nell’interiorità, nel profondo di noi stessi”. Ecco allora, secondo Manicardi, “l’importanza di una parola trasparente, responsabile e coraggiosa, della creatività e dell’immaginazione, per costruire un futuro luminoso di speranza, non costretto nelle logiche della paura”.




Racconto
Il rito degli indiani del Nord America

Il rito degli indiani del Nord America

(da Bollettino salesiano, aprile 2022)

Gli Indiani Cherokee del Nord America hanno un magnifico “rito” per significare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Quando un ragazzo compie gli anni prescritti per dimostrarsi adulto, il padre lo porta nel folto della foresta e gli benda strettamente gli occhi, poi lo lascia da solo seduto su un tronco.

Il ragazzo deve stare sul tronco tutta la notte e non togliersi la benda fino al mattino.

Non può chiedere aiuto a nessuno. Se resiste, al sorgere del sole sarà proclamato uomo. Di solito, la notte è paurosa: ci sono ru­mori strani, sibili e scricchiolii, animali che strisciano, lupi che ululano, fruscii e grugniti, combat­timenti feroci tra i cespugli.

Il ragazzo è armato solo del suo corag­gio. Stringe i pugni e resiste, seduto sul tronco, con il cuore che batte all’impaz­zata.

Finalmente, dopo quella notte orribile, il sole appare e il ragazzo si toglie la benda.

E allora scopre suo padre poco lontano, seduto su un tronco accanto al suo.

Il padre non se n’è andato, è rimasto tutta la notte in silenzio, per proteggere il figlio da ogni possibi­le pericolo, senza che il ragazzo potesse accorgersene.

 

Quando il buon Mosè chiese a Dio il suo nome, Dio rispose semplicemente: «Il mio nome è “Io sono qui». «Non avere mai paura della notte» dice Dio. «Io sono qui, accanto a te»




17 aprile 2022.
PASQUA. DI CHI? E PER CHI?

PASQUA. Di chi? E per chi? – 17 aprile 2022

 Dagli Atti degli Apostoli. 10, 34. 37-43
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
Salmo 117. RIT: Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo.
Rendete grazie al Signore perché è buono, perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».
La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi. 3, 1-4
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
oppure
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 5, 6-8
Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.
Dal vangelo secondo Giovanni. 20, 1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

MY LORD, WHAT A MORNING! [1] Mio Signore, che mattino!

Giorno di Pasqua: la madre di tutte le domeniche; la data delle date.
<Gesù crocifisso è risorto!>: la notizia madre di tutto il Vangelo, come dichiara Pietro nella prima lettura di oggi (Atti degli Apostoli 10, 37-43): noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
La Pasqua di Risurrezione è il cardine attorno a cui dovrebbe ruotare tutto l’anno liturgico e tutta la vita del cristiano. Si dice “dovrebbe”, al condizionale, perchè di fatto dal punto di vista del culto e delle devozioni cristiane pare che si dia più attenzione al Natale, alle feste della Madonna e dei santi o al culto del defunti, relegando la festa di Pasqua in posizioni arretrate nella hit parade dei gusti tradizionali cattolici. Per non parlare poi della vita quotidiana personale o collettiva del cristiano dove non pare che le scelte siano determinate da quell’evento che coinvolge non solo Gesù ma anche il cristiano, come annuncia Paolo nella Lettera ai Colossesi 3, 1-10: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo regna accanto a Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete già come morti e la vostra vera vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora si vedrà anche la vostra gloria, insieme con la sua. Fate morire dunque quegli atteggiamenti che appartengono a questo mondo: immoralità, passioni, desideri cattivi e quella insaziabile voglia di possedere che è idolatria. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece buttate via tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole volgari. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito l’uomo nuovo. Ormai Dio vi rinnova continuamente per portarvi alla perfetta conoscenza e farvi essere simili a Lui che vi ha creati». Occorre dunque riascoltare il battito di questo cuore della nostra fede perchè <se Cristo non fosse risorto, vana è la nostra fede> (1 Cor. 15,17).
Avremo tempo 50 giorni, fino alla Pentecoste, per masticare, metabolizzare, digerire, assimilare l’evento e l’annuncio. Ripercorriamo oggi, quella mattina, questa mattina, con il Vangelo di Giovanni 20, 1-9.

 <Il primo giorno dopo il sabato>…

Oggi si annuncia l’avvio del computo nuovo del tempo e dei giorni: da quel primo giorno dopo il sabato, Dio ricomincia ad abitare il TEMPO, prima ancora che il TEMPIO. Ovunque scorra il tempo con i suoi giorni, Gesù Vivente abita con noi, è compagno dei nostri giorni. Nasce di qui il termine “DOMENICA” che proviene dalla frase latina “DIES DOMINICA” cioè “GIORNO-DEL-SIGNORE”. E’ il Giorno che, nelle intenzioni originali ebraiche e cristiane, è sottratto alla tristezza, al non-senso, al lavoro, alla solitudine, alla oppressione, per diventare il Giorno-cardine su cui gira la settimana che lo precede e quella che lo segue. L’Evangelista Giovanni ci tiene a questi INIZI. Già nel 1° capitolo del suo Evangelo aveva ricordato, con una frase, che la creazione del mondo ricominciava con la nascita di Gesù: <In principio era la Parola…e la Parola si fece carne>; la frase richiama la prima pagina della Bibbia e della creazione <In principio Dio creò il cielo e la terra>, creò l’uomo ed il tempo con la successione dei suoi giorni.
Domenica. Settimo Giorno che dovrebbe essere servito dagli altri sei giorni, ma che oggi è violentato e stuprato dai giorni che lo precedono e che lo seguono. Domenica giorno di guerra oggi più che mai, giorno di lavoro per molti sottoposti alle ragioni di un’economia che ha sottomesso tutti alle sue logiche produttivistiche. Domenica, giorno di acquisti e lavori domestici a cui ci sentiamo obbligati per alcune ragioni difendibili e per molte ben poco difendibili. Domenica, week end di riposo, ma non giorno di quiete. Domenica, giorno di viaggi/fuga  più che di pellegrinaggi all’eucarestia e alla comunità, ai malati, ai vecchi soli o alla propria recuperata interiorità.
“Così è se vi pare, e se non vi pare è così lo stesso” sembriamo dirci a vicenda, malinconicamente succubi di questa macchina infernale del tempo che tritura il culto ad un piccolo frammento di Messa “mordi e fuggi”, tritura la solidarietà in qualche frammento di visita a malati o vecchi purchè parenti, che tritura la gioia nelle òle degli stadi, che tritura il dialogo familiare nell’inebetito ascolto della grande sorella televisiva, che tritura l’amicizia in 15 scatti telefonici consumati per sapere dall’amico come va la salute.
Abbiamo perso il senso della vita e con esso il Vivente e con Lui, forse, anche la vita eterna, cioè la vita in pienezza.
Credere nell’evento accaduto il primo giorno dopo il sabato significa avere il coraggio di rimettere in discussione il nostro modo di vivere la Domenica, reimpostandola sulle coordinate della grande rivelazione:<Ricordati di santificare il mio Giorno santo>.
Gesù oggi è diventato Signore-Cristo: la Domenica è il giorno in cui fisicamente e visibilmente il cristiano afferma la signoria di Gesù su di sè e rigetta ogni altra signoria.
Dio nel 7° Giorno della creazione < si riposò> o, come dice letteralmente il testo di Esodo 31,17, <riprese fiato> ( in ebraico: wajjinnafash). Gesù, il servo di Dio e degli uomini, oggi <riprende fiato – riprende il fiato> e chiede ai suoi fratelli di partecipare alla espansione polmonare della sua vita: “riprendete fiato, respirate, riposatevi; riprendete l’alito di Dio, la sua energia ossigenante, la sua parola, il suo pane, la sua comunità”.
Gesù vuole che in questo giorno anche i poveri, i deboli, i malati, gli stanchi, gli sfiduciati “riprendano fiato” attraverso la nostra amicizia e il conforto del punto di vista della parola di Dio sulla loro situazione. Vuole che “riprendano fiato” anche i rapporti familiari attraverso l’ascolto reciproco e la reciproca comunicazione.
Vuole che “riprenda fiato”, nella preghiera liturgica e personale, la nostra fede resa asfittica dalle smentite e dall’asprezza della vita quotidiana. Questo è il giorno fatto dal Signore; rallegriamoci ed esultiamo in esso. Allelujah!

Maria, Simone e Giovanni
La risurrezione lascia segni enigmatici, discutibili, deboli, provocatori:

  • la tomba vuota
  • le apparizioni (o rivelazioni) del Signore con i segni della passione e del pane spezzato
  • la testimonianza delle donne e dei discepoli
  • le Sante Scritture e la memoria delle Parole di Gesù.

Nel testo evangelico di Giovanni emerge il “segno” della tomba vuota  che sorprende i visitatori provocando reazioni che sono il simbolo delle tre tappe dell’itinerario della fede pasquale. Maria di Magdala rappresenta la risposta del cuore pieno di umanissimo affetto per il Gesù storico, ma ancora fermo alla sconfitta della croce ed invaso dallo smarrimento e dall’impotenza: Vide che la pietra era stata rotolata via dal sepolcro ma dice: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto» (Gv. 20,1-9). Maria è ancora ferma al Gesù “secondo la carne”. S. Paolo dirà: <Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così.> (2 Corinti 5,16). E di fronte alla tomba vuota, d’istinto, la spiegazione è una sola: <Hanno portato via il Signore dal sepolcro>. E’ l’unica risposta della ragione: la morte resta morte.
Ma ci sono altre due reazioni.
Pietro arriva. L’evangelista dice: <Vide…>, e basta. Luca aggiunge (Lc. 24, 12):< e tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto>. Stupirsi è l’anticamera della fede. Non c’è fede quando non c’è stupore. Non c’è fede perchè siamo diventati incapaci di stupore meditativo e contemplante.
Per l’apostolo Giovanni, invece,  l’evangelo dice che <vide e credette>.
Il vedere, dunque, ha 3 esiti diversi: resta il dubbio, avanza lo stupore, matura la fede. Costituiscono le tappe del mio permanente e tribolato itinerario cristiano.
La lentezza dell’itinerario verso la fede ha, per l’evangelista, una causa: <Non avevano ancora compreso la Santa Scrittura>.
Per concludere.
Fare Pasqua è la carta d’identità del cristiano. Non per niente ha una cadenza settimanale e non annuale (come il Natale) appunto perchè se perdiamo la Pasqua perdiamo l’identità, cadiamo nel tradimento del giovedì, nella crisi del venerdì e nella immobilità putrefatta del sabato. Fare Pasqua significa voltare pagina. La Pasqua settimanale ci aiuta a voltare progressivamente le pagine del libro della vita che scriviamo quotidianamente.
Non lasciamoci defraudare della Pasqua settimanale, non permettiamo che diventi uno qualsiasi dei giorni o un semplice “fine settimana”.E’ il giorno del Signore, il giorno dell’uomo, della famiglia, della comunità, della vita, della Bibbia, della carità solidale e fraterna, della gioia. Buona prima Pasqua!

 

Ascolta se vuoi: https://www.youtube.com/watch?v=51E9b8DwpJw 

Testo

My Lord, what a morning!  My Lord, what a morning! Oh, my Lord, what a morning when the stars begin to fall….

Traduzione del testo
Mio Signore, che mattina! Mio Signore, che mattina! Oh, mio Signore, che mattina quando le stelle cominciano a cadere.
Oh, sentirai il suono della tromba per svegliare le nazioni sotterranee,
Guardando alla mano destra del mio Signore quando le stelle cominciano a cadere.
Oh, vedrai il mio Gesù venire, La sua gloria splende come il sole,
Guardando alla mano destra del mio Signore quando le stelle cominciano a cadere.
Oh, sentirai tutti i cristiani gridare, perché c’è un nuovo giorno,
Guardando alla mano destra del mio Signore quando le stelle cominciano a cadere
Mio Signore, che mattina! Mio Signore, che mattina! Oh, mio Signore, che mattina quando le stelle cominciano a cadere.

[1] da un Canto spiritual dei negri schiavi in America.