LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE
I Vescovi per il 1° maggio 2022

Messaggio dei Vescovi per la festa dei lavoratori 1° maggio 2022
«LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE»
Dal dramma delle morti sul lavoro alla cultura della cura

Viviamo una stagione complessa, segnata ancora dagli effetti della pandemia e dalla guerra in Ucraina, in cui il lavoro continua a preoccupare la società civile e le famiglie, e impegna ad un discernimento che si traduca in proposte di solidarietà e di tutela delle situazioni di maggiore precarietà. Le conseguenze della crisi economica gravano sulle spalle dei giovani, delle donne, dei disoccupati, dei precari, in un contesto in cui alle difficoltà strutturali si aggiunge un peggioramento della qualità del lavoro. La Chiesa che è in Italia non può distogliere lo sguardo dai contesti di elevato rischio per la salute e per la stessa vita alle quali sono esposti tanti lavoratori. I tanti, troppi, morti sul lavoro ce lo ricordano ogni giorno. È in discussione il valore dell’umano, l’unico capitale che sia vera ricchezza.
«La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore» ha ricordato Papa Francesco ricevendo in udienza l’Associazione nazionale dei costruttori edili (20 gennaio 2022).
Il nostro primo pensiero va, in particolare, a chi ha perso la vita nel compimento di una professione che costituiva il suo impegno quotidiano, l’espressione della sua dignità e della sua creatività, e anche alle famiglie che non hanno visto far ritorno a casa chi, con il proprio lavoro, le sosteneva amorevolmente. Così come non possono essere dimenticati tutti coloro che sono rimasti all’improvviso disoccupati e, schiacciati da un peso insopportabile, sono arrivati al punto di togliersi la vita. La nostra preghiera, la fiducia nel Signore amante della vita e la nostra solidarietà siano il segno di una comunità che sa «piangere con chi piange» (cf Lettera di Paolo ai Romani 8,15) e di una società che sa prendersi cura di chi, all’improvviso, è stato privato di affetti e di sicurezza economica.

  1. Le contraddizioni del momento presente

Un Paese che cerca di risalire positivamente la china della crisi non può fondare la propria crescita economica sul quotidiano sacrificio di vite umane. Lo scenario che abbiamo davanti è drammatico: nel 2021 sono stati 1.221 i morti (dati Inail), cui si aggiungono quelli “ignoti” perché avvenuti nelle pieghe del lavoro in nero, un ambito sommerso in cui si moltiplicano inaccettabili tragedie. Siamo di fronte a un moderno idolo che continua a pretendere un intollerabile tributo di lacrime. Tra i settori più colpiti ci sono l’industria, i servizi, l’edilizia e l’agricoltura. Ogni evento che si verifica è una sconfitta per la società nel suo complesso, ogni incidente mortale segna una lacerazione profonda sia in chi ne subisce gli effetti diretti, come la famiglia e i colleghi di lavoro, sia nell’opinione pubblica.
Non ci sono solo le morti: gli infortuni di diverse gravità esigono un’attenzione adeguata, così come le malattie professionali domandano tutela della salute e sicurezza. Ci sono interventi urgenti da attuare, agendo su vari fronti.
La nostra coscienza è interpellata anche da quanti sono impegnati in lavori irregolari o svolti in condizioni non dignitose, a causa di sfruttamento, discriminazioni, caporalato, mancati diritti, ineguaglianze. Il grido di questi nuovi poveri sale da un ampio scenario di umanità dove sussiste una violenza di natura economica, psicologica e fisica in cui le vittime sono soprattutto gli immigrati, lavoratori invisibili e privi di tutele, e le donne, ostaggi di un sistema che disincentiva la maternità e “punisce” la gravidanza col licenziamento. È ancora insufficiente e inadeguata la promozione della donna nell’ambito professionale. A questa attenzione ci sollecita anche la figura di Armida Barelli, beatificata il 30 aprile a Milano: promosse numerose iniziative per la valorizzazione della donna. In tutte queste situazioni non solo il lavoro non è libero, né creativo, partecipativo e solidale (cfr Evangelii gaudium 192), ma la persona vive nel costante rischio di vedere minata irrimediabilmente la sua salute e messa in pericolo la sua stessa esistenza.
Anche il mercato del lavoro presenta falle consistenti che sono tra le cause delle cosiddette «morti bianche». La crescente precarizzazione costringe molti lavoratori a cambiare spesso mansione, contesto lavorativo e procedure, esponendoli a maggiori rischi. Spesso, inoltre, le mansioni più pericolose sono affidate a cooperative di servizi, con personale mal retribuito, poco formato, assunto con contratti di breve durata, costretto ad operare con ritmi e carichi di lavoro inadeguati, in una combinazione rovinosa che potenzia il rischio di errori fatali.

  1. Responsabilità condivise per una cura della salute del lavoratore

Quali beni sono in gioco in queste situazioni? Innanzitutto, il valore soggettivo e personale del lavoro, quello che è definito «capitale umano», vale a dire «gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di una organizzazione» (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 276). Ma anche la complementarietà tra lavoro e capitale, che supera una antica antinomia attraverso sistemi economici dal «volto umano», così che la principale risorsa rimanga l’uomo stesso. È in gioco anche il bene della pace, perché quando ci sono le condizioni di un lavoro sicuro e dignitoso, si pongono le basi per evitare ogni forma di conflittualità sociale (cf Papa Francesco, Messaggio per la 55a Giornata mondiale della pace).
Da questi valori imprescindibili scaturisce una cultura della cura, nutrita dalla Parola di Dio, che invita ad aprire il nostro cuore a chi nel lavoro vede messa a rischio la dignità e la propria vita. Come non richiamare alla memoria la sofferenza del popolo d’Israele schiavo in Egitto, costretto a fabbricare mattoni in quantità sempre maggiori e in minore tempo (cf Esodo 1,13-14a)? L’impietosa scelta che subordina le persone alla logica dei numeri è presente anche nella lettera di Giacomo, che ricorda come le proteste dei mietitori giungono agli orecchi del Signore onnipotente (cf Giacomo 5,4).
Papa Francesco indica un preciso compito educativo e di tutela dei più deboli nel mondo del lavoro, che impegna la società civile e la comunità cristiana: «Dobbiamo oggi domandarci che cosa possiamo fare per recuperare il valore del lavoro; e quale contributo, come Chiesa, possiamo dare affinché esso sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità» (Udienza, 12 gennaio 2022).
La complessità delle cause e degli eventi richiede un approccio «integrale» da parte di tutti i soggetti in campo: vanno realizzati interventi di sistema sia a carattere statale, sia a livello aziendale. È fondamentale investire sulla ricerca e sulle nuove tecnologie, sulla formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro, ma anche inserire nei programmi scolastici e di formazione professionale la disciplina relativa alla salute e alla sicurezza nel lavoro. È importante che lo Stato metta in atto controlli più attenti, che diventino uno stimolo alla prevenzione degli infortuni.
Un ruolo decisivo nella tutela della sicurezza del lavoratore e delle sue condizioni di salute è assicurato dalle modalità di organizzazione dell’impresa sia sotto il profilo dell’adozione delle misure protettive sia della vigilanza affinché esse siano rispettate. Rispetto a ciò, l’appello di Papa Francesco agli imprenditori risuona quanto mai appropriato: «Voi avete una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti; siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo «umanesimo del lavoro». Siete chiamati a tutelare la professionalità, e al tempo stesso a prestare attenzione alle condizioni in cui il lavoro si attua, perché non abbiano a verificarsi incidenti e situazioni di disagio» (Discorso agli imprenditori riuniti in Confindustria, 27 febbraio 2016). I sindacati, nella loro continua ricerca della giustizia sociale, vigilano costantemente sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro: incoraggiamo il loro impegno a tutela soprattutto delle professioni che risultano più logoranti per la salute o maggiormente esposte a rischio. Sulla scia di quanto la Chiesa che è in Italia ha fatto in occasione della Settimana Sociale di Taranto (ottobre 2021) è importante incoraggiare la condivisione di «buone pratiche» che in ambito imprenditoriale e amministrativo mostrino come coniugare non solo difesa dell’ambiente e protezione del lavoro, ma anche dignità e sicurezza, evitando dunque condizioni che mettono in pericolo la salute o addirittura causano la morte.
Solo se ogni attore della prevenzione, a diverso titolo – a partire dalle istituzioni e dalle parti sociali – contribuisce al contrasto degli eventi infortunistici, si avrà una vera svolta. Per questo è necessario risvegliare le coscienze. Grazie a un’assunzione di responsabilità collettiva si può attuare quel cambiamento capace di riportare al centro del lavoro la persona, in ogni contesto produttivo.

Roma, 19 marzo 2022 Solennità di san Giuseppe

LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




10 aprile 2022. Domenica di Passione
UNA PASSIONE, UN AMORE. (7 pagine di passione meditata)

UNA PASSIONE, UN AMORE…. secondo Luca[1]

Il racconto della passione/risurrezione di Gesù è il primo e originario nucleo attorno al quale è cresciuto e si è strutturato il resto del Vangelo. Se un qualche dittatore mi obbligasse a distruggere il Vangelo permettendomi di tenere solo alcune pagine, senz’altro salverei questi ultimi capitoli, perchè QUESTI SONO L’EVANGELO. Gli altri capitoli sono un commento a questi. Il resto della Bibbia ci rivela Dio di spalle: ci dice ciò che ha fatto per noi. Qui invece lo vediamo faccia a faccia, in ciò che si è fatto per noi. Dio non ha più veli: <Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora saprete che IO-SONO> (Giov.8,28), cioè conoscerete JaHWeH.
La croce è la distanza che Dio si è preso dalla cattiva immagine che abbiamo di Lui e dalla diffidenza che il serpente ha suggerito all’uomo.
Sulla croce Dio tace, ma il suo silenzio grida la sua essenza che è amore nel quale Dio e uomo diventano <una sola carne>.
Nella Natività di Gesù, Dio si è fatto carne; nella Attività Messianica di Gesù adulto, Dio si è fatto tenerezza e parola; nella Passione di Gesù Dio si è fatto morte, dolore e dono, nella Resurrezione Dio si è fatto vita.
Il racconto della Passione, di per sè non andrebbe commentato perchè tutta la Santa Scrittura è un commento già fatto a questi eventi e a sua volta trova nella croce la chiave interpretativa del suo enigma. Dovrebbe essere solo una Parola da proclamare, pregare, baciare, adorare. Ciò che noi proviamo per Lui passa in secondo piano rispetto a ciò che Lui prova per noi.
Tuttavia, essendo ancora bambini, abbiamo bisogno che certi bocconi siano preventivamente triturati. Il nostro commento apparirà come un goffo tentativo di sbocconcellare il racconto non per un godimento estetico o intellettuale, ma per una auspicabile contemplazione.

Capitolo 22.

[1]Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua,
Il tempo ebraico, il tempo di Gesù e quello della chiesa è scandito non dai cicli astrali, ma da un evento storico: la Pasqua. Anche per la Chiesa la pasqua è l’evento centrale della Liturgia, costituisce l’ottica con cui valutare ogni singolo accadimento della vita personale e collettiva, diventa il ritmo con cui scandire il tempo. La Domenica è la Memoria pasquale settimanale che favorisce il raduno dei discepoli per obbedire ad un invito:<Fate questo in memoria di me>.  Che senso sto dando alla mia Domenica?
 [2]e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo.  [3]Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici. [4]Ed egli , allontanatosi, andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani.
Giuda è l’unico del quale si ripete sempre che “era uno dei Dodici“. Sarebbe stato facile rimuovere questo particolare. Invece, resta “uno dei Dodici” e rappresenta quel peccato dal quale la Chiesa (ciascuno di noi) ha sempre bisogno di essere salvata. Giuda “si allontana da Gesù” cambiando campo, con un movimento contrario a quello della sequela.
[5]Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro. [6]Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla.
<Non si può servire due padroni, Dio e il denaro> dice Luca 16,13. Il denaro è la nostra falsa coscienza, l’economo della morte. E come ogni idolo, promette per poi deludere e uccidere i suoi adoratori, come succederà a Giuda. Il denaro diventa il campo su cui si gioca l’economia del dono o quella della morte.
Nota che si incomincia a usare e ripetere strani verbi:  qui consegnare“.
Signore, morirò con trenta denari in tasca perchè non appartengo alla categoria dei poveri. Ma dimmi: quando mai ti ho consegnato per denaro?
[7]Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. [8]Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: “Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare”. [9]Gli chiesero: “Dove vuoi che la prepariamo?”. [10]Ed egli rispose: “Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà [11]e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [12]Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate”.[13]Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua.
Gli elementi principali che emrgono dal racconto precedente sono 5:

  1. La <Pasqua ebraica> è la cornice in cui si deve leggere tutta la vita di Gesù. Luca nomina per 6 volte la Pasqua ebraica; quella di Gesù sarà la settima e definitiva Pasqua in cui è compiuto ciò che nella Pasqua ebraica era promesso e iniziato. La creazione raggiunge in Dio il suo settimo giorno, il suo riposo.
  2. La Pasqua è <preparata>. E’ troppo insistente questo verbo (5 volte) per non contenere un messaggio rivelante: l’incarico dei discepoli non è quello di preparare l’agnello, come facevano invece tutti gli ebrei. Qui l’agnello è già pronto. I discepoli devono solo “preparare il luogo”.
  3. La Pasqua è <immolata>. Cioè la nostra liberazione avviene “a caro prezzo”, come dice S. Paolo in 1 Cor. 6,20.
  4. La Pasqua è <prevista e voluta>. Non è un incidente, una sorpresa inattesa. Dice il Libro degli Atti 14,22: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. Pietro, nella sua Prima Lettera 2,19 scrive <E’ una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente>. Chi fa determinate scelte conosce già in anticipo il pedaggio da pagare ed i rischi che si corrono.
  5. La Pasqua avviene <nella stanza superiore della casa>. Luca usa la parola <stanza> (gr. Katàlyma) anche in occasione della nascita imminente di Gesù quando dice che i genitori “non trovarono posto nella Katàlyma (stanza d’albergo)”. Ora Gesù trova la sua “stanza d’albergo” (la Chiesa? la coscienza di ciascuno?): <Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me> (Apoc. 3,20). In questa <stanza> si accede solo dopo aver incontrato un uomo che porta una brocca d’acqua. Luca gioca sulla assonanza di due termini in lingua greca: bastàzon=colui che porta e baptìzon=colui che battezza. Il battesimo ci introduce nella stanza superiore dove si mangia la Cena Pasquale. E’ un luogo <superiore>, posto in alto e fuori delle normali occupazioni, dei rumori e degli stordimenti. E un luogo <grande>, capace di contenere il Signore e chiunque voglia entrare. Questo luogo è il centro della mia persona.

[14]Quando fu l’ora, si sdaiò a tavola e gli apostoli con lui, [15]e disse: “Ho desiderato ardentemente (letteralmente: con desiderio) di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione,[16]poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”.[17]E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi, [18]poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio”.  [19]Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me”. [20]Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”.

E’ l’ora; questa pasqua è il vertice del tempo. L’ora di Dio coincide con l’ora del male in modo che tutto sia colmo dell’amore di Dio.
Si sdraia. E’ strano questo atteggiamento di Gesù, visto che la Pasqua doveva essere mangiata in piedi e in fretta (Esodo 12,11). Forse si fa riferimento al ritornello del Cantico dei Cantici (2,6; 8,3) dove l’amato si sdraia accanto all’amata: <La tua sinistra è sotto il mio capo e la tua destra mi abbraccia> o a Geremia 31,22-23.
Si sdraiano con Lui. “Stare con…” : è la definizione dei discepoli.
Ho desiderato con desiderio: è Lui che desidera sostituendosi alla nostra pigra malavoglia e agli alibi che avanziamo. All’ Eucarestia domenicale ci si va per suo desiderio desiderante, prima ancora che per nostra decisione o convinzione.
Fino a che sarà compiuta nel Regno: “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa del tuo ritorno”. L’Eucarestia apre il tempo all’eternità.
Nuova Alleanza.  Come preannuncia Geremia 31,33: <Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo “Riconoscete il Signore”, perchè tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande perchè io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato>.
Prendete e mangiate. Nel Libro degli Atti degli Apostoli (27,34-36) si narra un fatto che potrebbe aiutare a comprendere questo invito. Paolo, naufrago su una nave carica di grano, dice ai 276 naufraghi come lui in un mare tempestoso: <Vi esorto a prendere cibo; è necessario per la vostra salvezza>. Detto questo prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati e anch’essi presero cibo. E’ un’eucarestia cosmica, celebrata in un mare in tempesta e davanti a tutti e per tutti quelli che sono sulla stessa barca.
Fate questo in memoria di me: prendere, distribuire, mangiare, spezzare, dare: sono i verbi eucaristici. Ci vengono lasciati in eredità, non tanto per una reiterazione ritualistica e celebrativa, ma esistenziale. Gesù lascia le consegne non tanto perchè vuole le moltiplicazioni delle Messe, ma  vuole la moltiplicazione di quei verbi nella esistenza.
[21]«Ma ecco, la mano di chi mi tradisce (letteralmente: mi consegna) è con me, sulla tavola. [22]Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai (letteralmente: ahimè!) a quell’uomo dal quale è tradito». [23]Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. [24]Sorse anche una lite, chi di loro poteva esser considerato il più grande. [25]Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. [26]Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. [27]Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. [28]Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; [29]e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me,[30]perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Giuda. E’ indimenticabile l’omelia di Don Primo Mazzolari per il Giovedì santo: “Nostro fratello Giuda” (https://www.youtube.com/watch?v=Innx7Ug8DMk). Ogni discepolo ha il sospetto di avere una quota di partecipazione nella società a delinquere rappresentata da Giuda. Ma il vero peccato di Giuda non fu il tradimento, ma la successiva sfiducia di poter essere perdonato. La nostra libertà non è quella di non fare il male, ma quella di non rifiutare il perdono. Ritorna la simbologia della mano che , che prende e che consegna. Sulla stessa tavola eucaristica della domenica ci sarà sempre il nostro peccato e il suo perdono, in un incrocio di mani che danno, che prendono e che consegnano.
Ahimè! Più che un “guai!” di minaccia è un “ahimè! ahi a mè!” di lamento e di invocazione che il danno non ricada su Giuda, ma su Gesù stesso. La croce è l’ <ahimè> di Dio per il male del mondo. Esso è così grave da distruggere il senso della creazione: sarebbe infatti meglio non essere nati.
La lite. Il termine greco usato da Luca, e solo qui in tutta la Bibbia, è philo-neikìa che significa amor di vittoria: è il desiderio di prevalere sull’altro, di vincere, di farla da protagonista, di autoaffermarsi. Mentre Dio dà, di sè, la più improbabile delle definizioni: <Io sono in mezzo a voi come colui che serve>.
[31]Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; [32]ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.[33]E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”.[34]Gli rispose: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”. [35]Poi disse: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?”. Risposero: “Nulla”. [36]Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. [37]Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine”. [38]Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose “Basta!”.
Ho pregato per te Simone / Pietro. Tutti saranno provati. La preghiera di Gesù non garantisce l’impeccabilità, ma la fermezza della fede. Paolo nella 2° Lettera ai Corinti 12,7-9 scriverà:<Perchè non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perchè io non vada in superbia. Per questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto:”Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perchè dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte>.
Gesù prima ci chiama con il nostro nome umano (Simone) che rappresenta la nostra debolezza ed i pii desideri di fedeltà; poi ci chiama con il nome che Lui ci ha imposto (Kefà=Pietra) e che rappresenta la stabilizzazione ricevuta dalla preghiera di Cristo.
[39]Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.[40]Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”. [41]Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: [42]”Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. [43]Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. [44]In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. [45]Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. [46]E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”.
Notte. La Bibbia ci riferisce di 3 notti altissime. La prima fu quella in cui Dio creò il mondo dal caos. La seconda fu quando Dio lottò con Giacobbe e creò il nuovo popolo. La terza è questa, quando Gesù lotta con Dio e fa risuonare il vero nome di Dio: Abbà.
Nella Tra-sfigurazione, sul Tabor, il Padre chiama Gesù con il nome di Figlio; nella Sfigurazione, nell’orto, il Figlio chiama Dio con il nome di Padre. Là l’umanità lasciò trasparire la bellezza della divinità; qui la divinità viene resa trasparente e rivela la sua essenza fatta di sangue umano, che trasuda. La Trasfigurazione è speculare alla Sfigurazione: i due eventi dovrebbero essere celebrati insieme.
O felice notte, in cui Dio entra in tutte le notti, e sono tante!, dell’uomo. Da questa notte, ogni angolo di perdizione verrà sempre visitato dalla salvezza.
Il monte degli ulivi. E’ il luogo dove Davide pianse la ribellione di suo figlio (2 Sam. 15,30-32); ora Gesù piange la ribellione dei fratelli. E’ il luogo da cui Ezechiele vide che la Gloria di Dio fuggiva dal Tempio (Ezechiele 11,23); ora Gesù contempla il silenzio di Dio. È il luogo da cui si attendeva la venuta del Messia per la lotta definitiva contro il male (Zaccaria 14,4); ora Gesù inizia la sua definitiva agonia/lotta.
È chiamato anche Getsemani che significa in ebraico Luogo del torchio: l’umanità di Gesù, spremuta, lascerà apparire la sua essenza: gocce di tenerezza.
La tentazione. La vera tentazione non si gioca sulla morale, ma sulla fede: Dio ha ragione si o no? Ha ragione Dio o gli uomini? Dio è onnipotente o impotente? Dio vive il dolore per l’amore o l’amore per il dolore? E’ sufficiente arrivare fino alla Cena o bisogna proseguire fino al Luogo del torchio (Getsemani) e al Luogo del cranio (Golgothà)?
La preghiera. Per 5 volte Luca accenna alla preghiera, al termine di un Vangelo dove la preghiera di Gesù è stata reiteratamente ricordata. Nella preghiera si lotta con quel Dio che noi consideriamo nemico e si lotta fino al punto di arrenderci a Lui: questa è la vera nostra vittoria e questa è l’unica preghiera biblica /cristiana. <Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti; la pace di Dio, che supera ogni attesa, custodirà i vostri cuori in Cristo Gesù> (Fil.4,6).  La preghiera del discepolo é accettare di tenere aperti gli occhi su Gesù che prega e che suda. Dopo il peccato, Adamo si guadagna il pane con il sudore della fronte; in questo nuovo Eden, il nuovo Adamo ci dona il vero pane con il sudore di sangue.
[47]Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. [48]Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?”. [49]Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”.[50]E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. [51]Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì. [52]Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [53]Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”.
Il brano è strutturato sulla contrapposizione tra Gesù e tutti gli altri. E’ l’ora delle tenebre. Da una parte c’è lui, solo, circondato da Giuda, dalla folla, dai discepoli. Dall’altra parte c’è un gioco di denari, spade, bastoni e falsi baci: sono le carte con cui il nemico, da sempre, gioca la storia umana.
Lo guarì. Dopo questa guarigione, cessa l’attività di Gesù ed inizia la passione. Si passa da ciò che fa per noi a ciò che Lui si fa per noi e a ciò che noi facciamo di Lui. Ora, fatto oggetto di possesso, non fa più nulla. Spesso la Chiesa fa delle difese improprie e sbagliate di Gesù, tagliando alla gente le “orecchie”, cioè togliendo alla gente la capacità di ascoltare Gesù. Che il Signore ci lasci sempre un lobo d’orecchio per saperlo ascoltare! (Amos 3,12). Se la fede viene dall’ascolto(Rom.10,17) la spada di Pietro è la figura di tutti i nostri strumenti pastorali “potenti” che impediscono l’ascolto e la fede perchè sono della stessa natura degli strumenti dei nemici di Gesù.
Gesù dice “Adesso smettete!”. In Siracide 20,4 c’è una frase che colpisce:<Chi vuole imporre la giustizia con la violenza è come un eunuco impotente che vuole violentare una ragazza>.
[54]Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. [55]Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. [56]Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: “Anche questi era con lui”. [57]Ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!” [58]Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. [59]Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo”. [60]Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”.  E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. [61]Allora il Signore, voltatosi, guardò dentro Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. [62]E, uscito, pianse amaramente.
Lo condussero. Dio diventa puro oggetto nelle mani dell’uomo: è preso, consegnato, introdotto, condotto via, crocefisso. Faranno di Lui ciò che vorranno.
Pietro lo seguiva da lontano. Segue Gesù perchè gli vuol bene e si ricorda delle parole dette poco prima:<Con te sono pronto ad andare in galera e alla morte>. Tiene conto del proprio amore, ma non ancora della propria fragile condizione. E’ notte e fa freddo e quel fuoco sembra un calore tenue, in quanto la vera luce e il vero fuoco è altrove, lontano. Pietro subisce tre tentazioni, come Gesù nel deserto. Verrà vagliato, come si vaglia il grano dalla paglia; perderà le scorie della propria presunzione e rimarrà il grano pulito della fedeltà del suo Signore. La testimonianza cristiana si gioca nel cortile della vita quotidiana, in mezzo agli altri colleghi servi. Mentre nelle alte stanze del processo, Gesù rivela la sua identità, qui nel cortile della vita quotidiana il discepolo mette a nudo la propria identità di uomo facile ai compromessi, agli alibi, alle paure, alle incoerenze, al peccato.
Con lui. La serva dà una definizione giusta del discepolo: <Costui era con lui>. Luca continua imperterrito a ripetere qual è l’identità del discepolo: colui che sta con Gesù. Tra poco, sulla croce, Gesù dirà al malfattore pentito: <Oggi, sarai con me>.
Non lo conosco. Ha ragione, Pietro, a dire di non conoscere  questo Gesù; il Gesù che lui conosce è un altro, quello che fa miracoli e che è potente. La prima tentazione del discepolo è quella di dimenticare che Gesù è un crocifisso e che bisogna stare con lui non solo alla cena, ma anche nella via Crucis. Paolo scriverà in 1° Cor. 2,2: <Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso>.
O uomo, io non sono….Gesù tra poco dirà: Io-sono. Il Nome di Dio è “Io-sono”. Qui Pietro definisce invece se stesso come uno che non-è-dei-Suoi. La seconda tentazione del credente è quella di far consistere la propria identità nell’appartenenza formale alla comunità, senza stare con Lui.
Non so cosa dici: anche se il mio linguaggio e la mia cultura sono cristiani, io non sto con Lui perchè non intendo e non capisco nulla. La terza tentazione del cristiano è di confondere la fede con il cristianesimo. S.Giacomo nella sua Lettera 2,19 avverte i cristiani: <Tu credi che c’è un Dio solo?Fai bene: anche i demoni lo credono e tremano>. Sapere senza sperimentare è l’inferno del discepolo.
All’improvviso. L’avverbio è normalmente usato in occasione dei miracoli. Qui sta per avvenire il più grande miracolo: la fede nel Vangelo. Il gallo che annuncia la fine della notte, si mette a cantare:<La notte sta per finire e il giorno si avvicina>(Romani 13,12).  E’ Gesù che si volta verso Pietro e non viceversa. L’uomo è incapace di voltarsi verso Dio. Dio sa <che il nostro amore è come una  nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce>(Osea 6,4). Il racconto è tutto un gioco di occhi puntati su Pietro, prima quelli della serva, poi quelli del servo, poi quelli di Gesù. Nello sguardo di Gesù Pietro riconosce le due verità complementari del Vangelo: il proprio peccato e il Suo perdono. Il pianto di Pietro è il suo vero battesimo dopo che lo sguardo penetrante di Gesù ha fatto cadere le foglie di fico delle varie presunzioni religiose ed ha messo Pietro nudo, nella sua responsabilità di accettare l’amore perdonante. Pietro si ricorda delle parole dette precedentemente da Gesù: ricordarsi della Parola del Signore è il principio della conversione.
il Signore, voltatosi, guardò dentro Pietro…
Salmo 139: [1] Signore, tu mi scruti e mi conosci, [2]tu sai quando seggo e quando mi alzo.

[63]Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, [64]gli velavano il volto e gli dicevano: “Indovina: chi ti ha colpito?”. [65]E molti altri insulti dicevano contro di lui. [66]Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: [67]”Se tu sei il Cristo, diccelo”. Gesù rispose: “Anche se ve lo dico, non mi crederete; [68]se vi interrogo, non mi risponderete. [69]Ma da questo momento  il Figlio dell’uomo starà seduto alla destra della potenza di Dio”. [70]Allora tutti esclamarono: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”. Ed egli disse loro: “Lo dite voi stessi: io – sono”. [71]Risposero: “Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca”.
Gli velavano il volto. La Sapienza è derisa, la potenza è percossa e la Gloria di Dio è velata. Ma questa velazione è la rivelazione totale. Il velo del tempio nasconde la maestà di Dio; il velo del male del mondo lo rivela come amore. Dio ha perso la sua faccia e i suoi connotati, per noi. Mosè chiese a Dio <Mostrami la tua Gloria>(Esodo 33, 20), il credente implora: <Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi> (Salmo 88). Gesù dice: <Chi vede me vede il Padre> (Giov. 14,9; 1,18). Sembra incredibile. Dopo secoli attraverso i quali l’uomo ha rincorso Dio per cercare di vederGli la faccia oltre che le spalle, ora si trova di fronte al volto di Dio e gli mette uno straccio sopra. La bestemmia è non riconoscere Dio dietro quegli sputi.
Chi ti ha colpito? Ed egli taceva. Colui che passò beneficando e risanando tutti, ora è colpito dal male di tutti coloro che Lui aveva risanato. Ha reso la propria faccia dura come pietra (Isaia 50,6). Tace e non dice chi è il colpevole: Dio preferisce essere percosso piuttosto che accusare.
Io-sono. Il Nome di Dio rivelato nel cespuglio ardente di Mosè, ora è rivelato nella carne bruciata di Gesù. Ora si rivela non per quello che fa, ma per quello che è e che ne facciamo. Questa rivelazione ci guarisce da ogni falsa immagine di Dio.  Gesù verrà ucciso per queste due parole: IO-SONO.

Capitolo 23

[1]Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato [2]e cominciarono ad accusarlo: “Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re”. [3]Pilato lo interrogò: “Sei tu il re dei Giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”.[4]Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo”. [5]Ma essi insistevano: “Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui”. [6]Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo [7]e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. [8]Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. [9]Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. [10]C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. [11]Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato.[12]In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro. [13]Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, [14]disse: “Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; [15]e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. [16]Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò”. [18]Ma essi si misero a gridare tutti insieme: “A morte costui! Dacci libero Barabba!”. [19]Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. [20]Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. [21]Ma essi urlavano: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. [22]Ed egli, per la terza volta, disse loro: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò”. [23]Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. [24]Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. [25]Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.
Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente barattata con la morte del Giusto. L’uccisione di Dio è la salvezza dell’uomo. Per 6 volte esce la parola <liberare>. La nostra libertà costa la consegna di Gesù.
La sua innocenza è sottolineata 3 volte da Pilato. Gesù fu crocifisso unicamente perchè per i politici era re giusto e  per i religiosi era Dio santo.
Questo brano ha una funzione importante per capire chi e perchè ha condannato Gesù.
Chi lo ha condannato? Tutti, nessuno escluso. Il male ha preso la mano a tutti.
Perchè? Perchè non ha fatto nulla di male.
Quali conseguenze? Le prime conseguenze le godono due assassini, Barabba e uno dei due crocifissi con Gesù. Vengono graziati e salvati inaugurando l’infinita catena di balordi giustificati, tra cui io e te.
Bar-abbà in ebraico significa “figlio-del-padre” ed era un modo  per indicare i trovatelli, i figli di nessuno, i figli di padre ignoto. Bar-abbà è il gemello di ogni uomo. Dopo la sua liberazione diventa veramente fratello di Gesù e quindi “figlio-del-Padre”.
[26]Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. [27]Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. [28]Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. [29]Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. [30]Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! [31]Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?”. [32]Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.
Il brano ci presenta 3 istantanee: il cireneo, le donne di Gerusalemme, i due malfattori. Sono i tre modi d’incontro dell’uomo con Gesù.
Nel Cireneo vediamo chi è il vero discepolo che pur non avendo fatto professione di fede e non avendo partecipato alla Cena Eucaristia, tuttavia porta la croce dietro Gesù. Per ironia del caso, si chiama Simone come Pietro. Il Cireneo è discepolo di Gesù non per sua scelta di volontariato: Questo ci dice che essere discepoli non dipende da un atto di volontariato, ma da un dono gratuito, quasi fortuito e certo non coincidente con le nostre buone disposizioni interiori. Il cireneo stava tornando stanco dai campi e gli è toccata la disavventura di portare la croce di uno sconosciuto Dio, partecipando così, anche lui, alla salvezza del mondo. Grazie Simone di Cirene!
O Gesù, non riesco a capire se sono io il tuo cireneo che porta la tua croce o se sei tu il mio cireneo che porta la mia croce! Portando la tua croce di fatto portiamo quella che è destinata a noi e portando la nostra, di fatto portiamo la tua croce gloriosa.
Nelle donne di Gerusalemme vediamo chi è il vero popolo di Dio e cioè non fatto dai capi, ma da quelle persone che hanno per Gesù lo stesso sentimento che Lui ha per loro: la compassione. Gesù non piange su di sè, ma sulla città che non riconosce di essere stata visitata dal Signore. E’ preoccupato di quelli che lo rifiutano.
Nei due malfattori vediamo l’umanità intera davanti alla propria morte. Tutti siamo mal-fattori e siamo legno secco da bruciare.
[33]Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. [34]Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. [35]Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. [36]Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: [37]”Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. [38]C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. [39]Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. [40]Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? [41]Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. [42]E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. [43]Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”.
Salva te stesso. Ripetuto 3 volte, come 3 tentazioni provenienti da 3 tipi di soggetti.
La salvezza è passare dalla lettura che ne fa il primo malfattore alla lettura che ne fa il secondo.
La bestemmia, peccato contro Dio, è non riconoscere Dio sulla croce dove si rivela senza veli. Staccare Dio dalla croce è togliergli la sua gloria e confonderlo con l’idolo.. Questa bestemmia è comune anche a noi cristiani. che ci comportiamo da nemici della croce.
Qualunque prodigio Dio avesse potuto fare in mio favore, non mi avrebbe persuaso del suo amore.
Di per se Gesù non mi salva dal male, ma dalla sua radice che è il non sentirmi amato e accolto. Questa è la liberazione fondamentale.
Gesù, ricordati di me. L’uomo teme di essere dimenticato. Ma Dio non abbandona: <Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai> (Isaia 49, 15).
Oggi sarai con me. Gesù lo rende discepolo: “essere con Lui“. Quello che a Gesù non riuscì di fare con i suoi discepoli, ora gli riesce con questo balordo che “sarà con Lui ora e per sempre“. Qui è il centro del nuovo Giardino/Paradiso. Da questi alberi pendono frutti dolci. Sotto quegli alberi Adamo/Gesù ed Eva/malfattore diventano <una sola carne>.
[44]Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. [45]Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. [46]Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò. [47]Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. [48]Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. [49]Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.[50]C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. [51]Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. [52]Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. [53]Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. [54]Era il giorno della parascève e gia splendevano le luci del sabato. [55]Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, [56]poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.
E la tenebra fu. In principio Dio disse: <sia la luce!> e la luce fu. Gesù catturato dice: <Questa è l’ora delle tenebre> e la tenebra fu su tutta la terra. Il peccato è principio della regressione della creazione al caos primordiale. La tenebra richiama anche la grande piaga, la notte che coprì l’Egitto quando furono uccisi i primogeniti. Segna la fine della schiavitù e l’inizio del nuovo esodo. La tenebra allude anche alla profezia  di Amos 8,9:<In quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno per fare come un lutto per la morte del figlio primogenito>. Tutta la creazione partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio. Gesù disse:<Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perchè la vostra liberazione è vicina>. E’ la notte della ri-creazione. Il sole vecchio scompare e la città sarà illuminata dall’Agnello (Apocalisse 22,5).
Il velo squarciato.  Nel Tempio c’era un tendone che separava, dagli altri locali, il luogo dove si teneva l’Arca. Solo una volta all’anno, per il rito dell’espiazione e della riconciliazione, il Sommo sacerdote varcava quella soglia. Ora la Gloria di Dio, con il peso del suo amore traboccante, squarcia tutto ed invade l’area umana come un’alluvione. I tendoni separatori, messi dagli uomini religiosi, non tengono più. Non esiste più un luogo profano. Ora siamo tutti santificati e santi, suoi parenti e suo tempio santo (Efesini 2,14-22).
Esclamando a gran voce. L’ora nona, le tre del pomeriggio, era l’ora in cui si suonavano le trombe per l’inizio della preghiera pomeridiana. Gesù unisce la sua voce a quella del popolo in preghiera. Si unisce a tutti quelli che sono arrivati alla loro sera.
Nelle tue mani affido il mio spirito.  Luca, a differenza di Marco e Matteo, non cita il famoso Salmo 22 (Dio, perchè mi hai abbandonato?), ma il Salmo 31 (O Signore, poiché ho confidato in te, fa’ che io non sia mai confuso) che ti invito a pregare con Cristo e con tutti i profeti odierni minacciati, con i malati, gli anziani, i profughi, i traditi ingiustamente, gli indios in estinzione, i crocifissi dalle economie da rapina, gli operai senza tutele e senza garanzie, gli strangolati dagli usurai, i depressi, gli emarginati dalle Chiese, i perdenti, gli agonizzanti, i figli di nessuno, le bambine prostitute, i barboni, i torturati, quelli che attendono l’esecuzione della pena di morte, gli abortiti di ogni genere e specie.
E il sabato cominciava a risplendere.

 


[1]Trascrivo, rielaborandolo, l’ottimo commento “UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI LUCA”. Ed. Dehoniane – Bologna.




3 Aprile 2022. Domenica 5 Quaresima
COLPEVOLE GRAZIATA

Quinta domenica Quaresima

Preghiamo. «Dio di bontà, che rinnovi in Cristo tutte le cose, davanti a te sta la nostra miseria: tu che hai mandato il tuo Figlio non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e la gioia del saper perdonare».
Isaia 43, 16-21.
Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti che fece uscire gli Egiziani con carri e cavalli, esercito ed eroi; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti. Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.
Salmo 126. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb[1].
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Lettera di Paolo ai Filippesi 3.
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.  Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Giovanni 8, 1-11.
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, la posero mezzo, e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia poichè insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo e la donna era là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più».

COLPEVOLE GRAZIATA. Don Augusto Fontana

 La giustizia e la giustificazione.
Era uno di quei poveri diavoli che anche tu hai incontrato almeno una volta nella vita. Era un povero, per la sua sprovveduta arte di arrangiarsi e per quell’innocente colpevolezza che gli derivava da un’infanzia vissuta tra le muffe dei muri e degli affetti. Era un diavolo dalla mano lesta, un artista a sfilare cellulari, portafogli e borsellini. Effeminato, con un incedere che non dava adito a dubbi anche per quel timbro di voce che pareva che gli venisse dalle tonsille. Ora è qui nell’aula del tribunale. Gli occhi sono un po’ spauriti e imbarazzati, in contrasto con gli occhi curiosi della piccola folla di pensionati guardoni che, come ogni mattina per perdere un po’ di tempo, fanno crocchio dietro le transenne in attesa di qualche interrogatorio pruriginoso. Io sapevo che l’aveva fatta grossa.  Anche lui era certo che non se la sarebbe cavata; mi aveva detto tutto. Per questo, stava lì, remissivo, in attesa del rientro della Corte. Attorno al suo caso l’opinione pubblica si era spaccata: innocentisti e colpevolisti.  Nell’aula i colpevolisti avevano rischiato di essere buttati fuori dal giudice, quando, in attesa dell’inizio del dibattimento, avevano tirato fuori degli striscioni: Difendiamo i nostri bambini da questi porci ! – Colpirne uno per educarne cento! Il giudice, con le giugulari gonfiate, aveva tuonato: «Qui non siamo in piazza. Qui si amministra la giustizia! Rimuovete quegli striscioni o faccio sgomberare!». Le sentenze popolari, scritte su quegli straccetti, furono pigramente arrotolate con un inchino riverente all’unica scritta ammessa in quel santuario: La legge è uguale per tutti.  L’amico che mi sta a fianco disquisisce: «Cosa c’entra la giustizia con la legge?». Ottima occasione per piazzargli tutta la mia cultura biblica: « S.Paolo parla spesso di giustizia e di giustificazione. Mi ha sempre colpito il fatto che la parola giustificazione è composta da due termini latini e cioè “iustum-fàcere” e che tradotta bene significa “rendere giusti”. Ora, l’amministrazione della giustizia umana può raggiungere il massimo quando dichiara che un uomo ha veramente compiuto o non compiuto il delitto di cui è accusato. La Bibbia, invece, dice che Dio giustifica, cioè rende giusti. Ci può essere una giustizia umana che dichiara la conformità o meno dei comportamenti ad una legge di riferimento, ma non potrà mai compiere il miracolo di ristrutturare la persona, il suo passato e il suo futuro. Dio invece crea dal nulla, rende giusti gli imputati e i giudici, i guardoni e i preti, gli innocentisti e i colpevolisti. E qui, in quest’aula, si amministra la giustizia, ma non la giustificazione». L’amico ha lo sguardo appannato. Capisco che non capisce. E questo mi manda in ansia perchè non so come farò a spiegare, domenica prossima, alle vecchiette della mia parrocchia, il fatto di Gesù che “giustifica” l’adultera. Entra la Corte. Tutti in piedi, come quando in chiesa si ascolta il Vangelo. «Visti gli articoli tal dei tali, comma secondo e l’articolo tale, comma primo…in nome del popolo italiano….dichiaro l’imputato non colpevole perchè i fatti non sussistono». «Come “non sussistono”?», penso io. E perchè “non colpevole”?  Il povero diavolo femminiello continua le sue scorribande tra borsellini e cellulari, ma i bambini non li ha più molestati. Non so se per paura, per convinzione, per giustizia o per …giustificazione.
Faccio nuove tutte le cose (Isaia 43).
 Quasi tutti siamo reduci da sogni. Il sogno che le guerre in Ucraina, Yemen, Tigrai siano finite; che in Afghanistan sia cessato il potere dei barbuti; che i poveri contino come o più dei ricchi. Il risveglio ci ha resi superstiti e stanchi realisti. Fu così al tempo del discepolo di Isaia. I suoi concittadini deportati erano caduti in una fede rattrappita e erano sul punto di lasciarsi andare. Molti erano rimasti ancoràti al passato; nel loro esasperato attaccamento alle tradizioni, non erano più in grado di attendersi cose nuove da parte di Dio. A loro dice: «Il Signore nel passato costruì una strada nel mare…in futuro aprirà una strada nel deserto». Mare e deserto sono due circostanze geografiche improbabili per tracciarvi strade e sentieri. La strada nel mare è un ricordo vivo dell’esodo dall’Egitto, centro della fede e della liturgia ebraica. Evento ora smentito e cancellato dalla condizione di deportazione. Resta un evento bello da ricordare e da celebrare, ma ormai troppo lontano e quindi ridotto a reperto archeologico o nostalgico; ridotto ad una fortuna capitata ad altri, non ripetibile.  Passano gli anni e si tende ad ammucchiare delusioni, rese ancora più amare da qualche smagliante ricordo. Il profeta, dissipando ogni illusione nostalgica, ricava, dal dato originario della fede, una risposta adeguata alla storia: il Dio dell’Esodo è capace di rinnovare altri esodi e il Dio della creazione è capace di plasmare un popolo nuovo (v.21). A Babilonia le situazioni sono mutate: non c’è più il mare e c’è invece il deserto, ma le situazioni si equivalgono perchè ambedue sono situazioni improbabili per sognarvi dentro un sentiero tracciato. Ciro, pagano, prende il posto del leader maximo Mosè: un evento davvero improbabile, come fu imprevedibile la novità di vita del fariseo Saulo e dell’adultera del vangelo di oggi.
Neanch’io ti condanno(Giovanni 8,1-11)[2]
Individuare i personaggi della narrazione evangelica è facile, ma deve essere fatto in funzione di una mia (tua) identificazione. A chi sono assimilabile io: ai falsi giusti moralisti che giudicano e condannano chi sbaglia e mettono Dio in tentazione? Oppure sono sovrapponibile a chi ha sbagliato senza alibi e si trova faccia a faccia con la gente e con Gesù? Oppure posso identificarmi con quel Gesù che ricrea un futuro per chi ha sbagliato? Oppure dentro di me convivono tutte e tre i personaggi?
Cosa fanno i moralisti?
– «Gli conducono un’adultera…la pongono nel mezzo»: altre volte i deboli vengono presentati a Gesù dalla comunità (il paralitico sulla barella, il cieco Bartimeo…) ma per finalità ben diverse da questa. Qui si inscena un processo. La …santa Inquisizione sarà sempre una tentazione per la Chiesa, per le Istituzioni politiche, per i gruppi ed anche per i singoli.
– «Se ne andarono…cominciando dai più anziani»: dopo essere entrati in scena come testimoni e giudici di un processo, se ne escono; non si sa se sconfitti o pentiti. Come i vecchi sporcaccioni che hanno insidiato Susanna per poi portarla in tribunale (Libro di Daniele Cap. 13).
Cosa fa Gesù?
– «Si china, per due volte, a scrivere nella polvere»: sono stati versati fiumi di inchiostro per interpretare questo gesto. Si fa l’ipotesi che il gesto trovi la sua ispirazione in una frase di Geremia 17,13: «Quanti si allontanano da Te saranno scritti nella polvere, perchè hanno abbandonato Te, fonte di acqua viva, Signore». Con quel gesto profetico Gesù vuole richiamare che tutti quelli che stanno davanti a lui sono adulteri infedeli e che la conversione riguarda personalmente tutti.
– «E la donna stava nel mezzo»: cioè nella stessa posizione in cui era stata messa dai testimoni-giudici, ma ora è messa al centro di una salvezza anzichè di un giudizio: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perchè il mondo si salvi per mezzo di Lui» (Giovanni 3,17).
Cosa fa la Donna?
Semplicemente «sta in mezzo». Questa frase, questa “posizione”, viene posta dall’evangelista all’inizio e alla fine del testo quasi ad incorniciare l’evento. A differenza della donna prostituta che in casa di Simone piange, profuma e bacia Gesù, questa donna adultera è passiva, statuaria, congelata nei fatti incontestabili, senza quegli slanci che conosciamo in altri personaggi (la donna mestruata, Zaccheo, il cieco, il lebbroso). Qui lei non si confessa, non implora, non chiede. Semplicemente si lascia trasportare dallo scontro tra giudizio e misericordia, tra giustizia e giustificazione.
Cosa dicono i moralisti?
 A Gesù dicono tre cose: gli raccontano un fatto («questa donna è stata colta sul fatto»),gli fanno ripassare il Catechismo («la nostra santa Legge ordina di lapidare»[3]), gli pongono un quesito insidioso e compromettente («tu che ne dici?»). Stanno cercando una copertura legale per potere in seguito condannare anche Gesù: se avesse contestato la Toràh avrebbero avuto una prova in più, se avesse confermato la Toràh si sarebbe screditato presso la gente per la sua incoerenza. Non bisogna sottovalutare questo tono processuale dell’intero episodio. Esso tocca una delle costanti della rivelazione biblica. Tutta la storia sacra non è altro che un immenso processo in cui si tratta di sapere chi ha ragione: Dio o gli uomini?
Cosa dice Gesù?
– «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra»[4]: i moralisti gli hanno appena fatto ripassare il Catechismo citando strumentalmente un versetto della Santa Scrittura e Gesù li mette nell’impossibilità di eseguire la sentenza rifacendosi ad un altro articolo di quella Toràh che loro avevano usato per intrappolarlo.  Quell’articolo della Legge di Mosè prescrive che il testimone accusante fosse il primo a lapidare il colpevole, per dimostrare di essere immune da colpa. Il “peccato” a cui Gesù fa riferimento, non è, tuttavia, solo il peccato di adulterio, ma “qualsiasi forma di peccato”[5].  Non entra, dunque, nel merito delle procedure giudiziarie e, comunque, vuol far sapere che non ci si può servire del suo nome per condannare qualcuno: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37).
– «Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno. Va’ e non peccare più»: siamo alla sentenza finale di colui che non è venuto per i sani e i giusti, ma per i malati e i peccatori.  S. Agostino commenta: «Vengono lasciati soli in due: la misera e la misericordia». Dopo l’agitarsi degli scribi e farisei e dopo la tensione drammatica, tutto si risolve in una parola di speranza: la vita continua ed un futuro diverso si prospetta in forza di questa parola.
Cosa dice la Donna.
 «Nessuno, Signore»: è l’unica frase della donna che si rivolge a Gesù chiamandolo con il Nome pasquale di «Signore». Questo è il segno che la Donna rappresenta la Chiesa post-pasquale, credente e peccatrice, capace di debolezze e tradimenti, ma anche di stare davanti a Lui in attesa paziente della sentenza di giustificazione. Non è obbligata nè a fare l’elenco delle colpe, nè a circostanziarle, nè a sottostare al tariffario delle pene e delle penitenze. Lei è lì per dichiarare una grazia e non una colpa. Magari fossero così tutte le confessioni! Magari tutti i confessionali si trasformassero in quei pochi metri quadrati di polvere su cui è incisa la sentenza di giustificazione, su cui rimangono inerti le pietre destinate alla nostra o altrui lapidazione, su cui tutti hanno saputo sostenere il dialogo serrato con il Santo riconoscendosi racchiusi, tutti, sotto la disobbedienza (Romani 11,32).

Il processo contro il crimine è fatto, ieri come oggi, di cronaca quotidiana ed obbliga tutti a riflettere su una responsabilità che va ben oltre l’incriminato. Chi può dirsi veramente innocente? Nessuna condanna risolve veramente il problema del male nella società. Anzi, può essere fonte di pericolose illusioni in quanto ci potrebbe far credere di aver riparato il male, mentre in realtà lo lascia esistere nella radice che esso ha in ciascuno di noi e nella società. Anche un processo è, per Gesù, una occasione di evangelizzazione e di invito alla conversione per mettersi in sintonia con la strategia della misericordia o del “perdono attivo”. Anche il peccato è occasione di grazia.


[1] Il Negheb è un deserto a sud di Israele. I suoi torrenti sono secchi d’estate ma a primavera si gonfiano d’acqua; la semina è un’attesa, la mietitura è una festa. Tutto questo rispecchia la storia d’Israele che ai momenti d’aridità, d’attesa e di pianto, Dio fa seguire abbondanza, gioia e libertà.
[2] Il brano dell’adultera pare sia stato inserito impropriamente nel Vangelo di Giovanni. Di fatto la terminologia, il linguaggio e l’impostazione teologica appartengono al Vangelo di Luca.
[3] Deut. 22,22
[4] Deut. 13,9-10; 17,7
[5] «Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perchè mentre giudichi gli altri condanni te stesso…Ti prendi gioco della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione» (Romani 2,1).




Guerra in Ucraina e chiese ortodosse
Thomas Bremer (Il Regno)

UCRAINA – Ortodossia russa

Storia di una deriva. I due fuochi: Putin e le comunità in Ucraina
Thomas Bremer[1] (IL REGNO -ATTUALITA’ , n° 6, 15 MARZO 2022)

La decisione del presidente russo Vladimir Putin d’attac­care l’Ucraina il 24 febbraio scorso e l’inizio della guerra hanno collocato la Chiesa ortodossa russa in una situazione estremamente difficile. Mentre un’alta percentuale delle sue comunità si trova in Ucraina e lì la maggior parte dei fedeli è leale verso lo stato ucraino, la posizione della Chiesa ortodossa russa è sempre molto vici­na allo stato russo: questo genera un conflitto interno, il cui esito al momento non è prevedibile.
Sullo sfondo di questa problematica c’è la situazione estremamente compli­cata delle Chiese ortodosse in Ucraina. Il paese, diventato indipendente con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, ha alle spalle una lunga storia e gioca un ruolo centrale nella storia delle Chiese dell’Europa orientale.
Nel X secolo il granduca Vladimiro di Kiev abbracciò il cristianesimo e fece battezzare la popolazione del suo regno, la «Rus». I primi missionari, sacerdoti e vescovi giunsero da Costantinopoli, per cui la Rus adottò la forma greca, detta in seguito «ortodossa», del cristianesi­mo. Quando gli assalti dei tartari inde­bolirono sempre più la Rus di Kiev, il centro delle tribù slave orientali si spostò dal territorio dell’Ucraina attuale verso Nord. Lì si sviluppò la città di Mosca, menzionata per la prima volta a metà del XII secolo, che alla fine divenne il centro più importante: cellula germina­le del Regno russo, acquistò con il passare del tempo un’estensione e importan­za sempre maggiore.
All’epoca non esistevano ancora na­zioni nel senso moderno del termine; solo in seguito gli slavi orientali si distin­sero in russi, ucraini e bielorussi. Nel XVII secolo, Mosca aveva il controllo della maggior parte dell’Ucraina attua­le. Di conseguenza, il discorso naziona­le russo determinò anche il modo in cui vennero considerati gli altri due gruppi nazionali: nazioni non a pieno titolo, ma appartenenti «propriamente» alla nazione russa.
Dal punto di vista ecclesiastico, le due città – Kiev e Mosca – dipesero per molto tempo da Costantinopoli. Nel 1589 si riconobbe l’autonomia (autoce­falia) della Chiesa russa dagli altri pa­triarcati della Chiesa ortodossa. Kiev continuò a restare sotto Costantinopoli; i dettagli del passaggio della Chiesa di Kiev sotto la sovranità del Patriarcato di Mosca nel 1686 sono tuttora controver­si. La Chiesa ortodossa di Mosca prete­se e ottenne la giurisdizione ecclesiale su tutti i fedeli ortodossi nell’Impero russo, diventando così l’unica Chiesa ortodos­sa ammessa.
Anche quando le rivoluzioni del 1917 posero fine all’Impero russo e por­tarono al potere il Governo sovietico, questa situazione cambiò solo per poco tempo. Nel XIX secolo intanto in Ucraina era sorta e cresciuta una co­scienza nazionale, che includeva anche il desiderio di una propria Chiesa orto­dossa che non dovesse dipendere da quella russa. Dopo il 1917 si riuscì a fon­dare una tale Chiesa, contro la resisten­za dell’ortodossia russa. In un primo tempo i nuovi governanti la sostennero, ma dopo alcuni anni la vietarono e la distrussero. Dopo la Seconda guerra mondiale, venne nuovamente concessa alla Chiesa ortodossa russa una vita ec­clesiale limitata e le vennero assegnate anche le comunità esistenti in Ucraina. Solo nella fase finale dell’URSS lo stato mise fine al suo controllo sulle comunità religiose, per cui esse poterono svilup­parsi liberamente.
Il periodo delle tre Chiese
In Ucraina s’innescarono processi di divisione, che sfociarono dopo il 1992 nell’esistenza di tre Chiese ortodosse:

  • la Chiesa ortodossa ucraina, che rimase e rimane in comunione con la Chiesa or­todossa russa, ma gode di un alto livello di autonomia;
  • la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, che si era separata dalla Chiesa ortodossa ucraina e pretendeva di essere una Chiesa na­zionale ucraina;
  • la Chiesa ortodossa ucraina autocefala, che si considerava quella succeduta alla Chiesa di breve durata dell’inizio del XX secolo.

Di queste tre Chiese, solo una, ossia la Chiesa ortodossa ucraina, era ricono­sciuta da tutta l’ortodossia; le altre due erano considerate Chiese non canoni­che, ossia gruppi scismatici. La Chiesa ortodossa ucraina era anche la Chiesa più grande; per molti anni il numero delle sue comunità (che viene pubblicato annualmente da un organo statale e che è un indicatore affidabile, perché non dà il numero dei membri) era di gran lunga maggiore di quello delle al­tre due Chiese prese insieme.
Questa situazione è durata fino al 2018. Dal 2014, a causa delle proteste a Kiev, dell’annessione della Crimea e della creazione delle «Repubbliche po­polari» nella parte orientale del paese, la posizione della Chiesa ortodossa ucraina si era fatta più difficile, perché veniva accusata d’essere una Chiesa «russa». Viceversa essa aveva comin­ciato a sottolineare continuamente la sua identità ucraina. Tuttavia il sempli­ce fatto di essere parte della Chiesa or­todossa russa la rendeva bersaglio di attacchi.
Nella campagna per l’elezione pre­sidenziale, che ha avuto luogo nella pri­mavera del 2019, l’allora presidente Petro Poroshenko con il suo motto «Esercito, lingua, fede» ha strumentalizzato anche la questione della Chiesa: lo slogan implicava che si dovesse soste­nere l’esercito per la riconquista dei ter­ritori occupati, che si dovesse rafforzare la lingua ucraina rispetto a quella russa e che nel paese dovesse esservi una sola Chiesa ortodossa che non doveva avere nulla a che vedere con la Chiesa orto­dossa russa.
Il presidente è riuscito a convincere il patriarca ecumenico di Costantinopo­li a creare una Chiesa ucraina unita. Es­sa è nata dalla fusione della Chiesa orto­dossa ucraina-Patriarcato di Kiev e del­la Chiesa ortodossa ucraina autocefala, è stata chiamata «Chiesa ortodossa di Ucraina» e nel gennaio del 2019 ha ot­tenuto da Costantinopoli l’indipenden­za ecclesiastica (autocefalia).
Tutto questo è avvenuto contro la volontà della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa ortodossa ucraina. Dei cir­ca 90 vescovi di quest’ultima solo due sono entrati nella nuova Chiesa. La Chiesa ortodossa russa ha rotto le rela­zioni ecumeniche con Costantinopoli e con altre tre Chiese ortodosse che ave­vano riconosciuto la Chiesa ortodossa di Ucraina: la Chiesa di Grecia, il Pa­triarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro. Da allora, l’ortodossia mondiale è divisa, anche se alcune Chiese conti­nuano a restare come in passato in co­munione sia con Costantinopoli sia con la Chiesa ortodossa russa.
A seguito di questi avvenimenti in Ucraina esistono due Chiese ortodosse (accanto ad alcune altre più piccole, ma trascurabili). In base ai sondaggi più re­centi il numero dei membri della Chiesa ortodossa di Ucraina sembra un po’ su­periore, anche se i fedeli della Chiesa ortodossa ucraina sono più attivi sul pia­no religioso, frequentano più spesso il culto e s’impegnano maggiormente nel­le attività della Chiesa.
Degno di nota è il fatto che oltre un terzo degli ucraini ortodossi si qualifichino come «semplicemente ortodossi», per cui non vogliono lasciarsi etichetta­re in nessuna Chiesa. Molte persone fre­quentano chiaramente anche comunità di entrambe le Chiese. Il numero delle comunità della Chiesa ortodossa ucrai­na (circa 12.400) continua a essere so­stanzialmente maggiore di quello della Chiesa ortodossa di Ucraina (circa 7.200). Circa il 3% delle comunità della Chiesa ucraina è passato nella Chiesa ortodossa di Ucraina; ma questi passag­gi, dal maggio 2019 quando il presiden­te Poroshenko ha perso le elezioni, sono ridotti al minimo. La situazione si è quindi stabilizzata.
Questa era la situazione quando è iniziata l’aggressione russa contro l’U­craina. Già il giorno prima, il capo della Chiesa ortodossa ucraina, il metropolita Onofrio, ha sottolineato l’integrità terri­toriale dell’Ucraina, prendendo così po­sizione contro le idee di riconoscimento e di separazione. Il giorno dell’invasione russa, in un video-messaggio ha parlato di un’aggressione proveniente dalla Russia e ha chiesto al presidente Putin di ritirare le truppe. Ha sottolineato l’in­tegrità territoriale dell’Ucraina e lancia­to un appello alla preghiera per i soldati ucraini (cf. Regno-doc. 5,2022,130).
Alcuni giorni dopo, il Sinodo della Chiesa ortodossa ucraina ha pubblicato un appello nel quale chiedeva al patriar­ca russo Cirillo di rivolgersi al presiden­te russo e chiedere la fine della guerra.
Ma finora il Patriarcato di Mosca ha taciuto su queste richieste. La sera del primo giorno di guerra il patriarca ha fatto pubblicare una dichiarazione ge­nerica, nella quale non ha parlato di guerra o invasione, ma genericamente di avvenimenti che hanno luogo in Ucraina (cf. Regno-doc. 5,2022, 130). Ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto d’evitare vittime civili. Le ri­chieste della Chiesa ortodossa ucraina, che solitamente vengono pubblicate an­che dalla Chiesa ortodossa russa, non si trovano sul suo sito Internet. Lì si parla dell’aiuto che i centri ecclesiastici russi forniscono ai rifugiati provenienti dall’Ucraina e di casi di vandalismo contro le chiese della Chiesa ortodossa ucraina, ma sul sito della Chiesa orto­dossa russa non compaiono i suddetti appelli dei suoi capi. A volte si dice che la Chiesa ortodossa d’Ucraina è sotto pressione, sottintendendo che il gover­no ucraino stia forzando i vescovi a fare tali dichiarazioni. Questo silenzio ha provocato ulteriori reazioni in Ucraina. Molti preti si sono rifiutati di continuare a commemorare il patriarca russo du­rante la liturgia. Nella città di Sumy nel Nord-est dell’Ucraina, una città parti­colarmente contesa, dista solo circa 30 km dal confine russo, il metropolita, considerato amico dei russi, ha dato di­sposizione ai chierici di non commemo­rare più il patriarca nella liturgia.
Altre diocesi importanti (Leopoli, Ivano-Frankivs’k) hanno seguito l’esem­pio. Anche tutti i monaci del celebre monastero di Počajivska, che è stato sempre un bastione della vita ecclesiale russa e delle posizioni antioccidentali, con a capo il metropolita, hanno prega­to il patriarca di far valere la sua influen­za sui dirigenti russi e chiedere loro di cessare le azioni belliche. L’unica rea­zione di Mosca a questi sviluppi è stata la pubblicazione di una lettera al metro­polita di Sumy, nella quale viene accusa­to di scisma a causa della sua mancata menzione del patriarca.
Un terzo dei fedeli di Mosca sta in Ucraina
Significativamente da nessuna parte si dice o anche solo s’accenna al motivo per cui il metropolita si è comportato in questo modo. Chi dispone come unica fonte informativa del sito Internet della Chiesa ortodossa russa deve partire dal fatto che il metropolita di Sumy e solo lui ha improvvisamente e senza moti­vo rotto la comunione con Mosca.
Nel frattempo il patriarca Cirillo ha preso una posizione sostanziale sulla guerra. In due omelie, il 6 e il 9 marzo, ha accusato l’Occidente di cercare d’imporre i suoi valori all’Ucraina con­tro la sua volontà. Ha parlato di una guerra «metafisica». Le sue dichiarazio­ni mostrano come egli fondamental­mente condivida la narrativa della lea­dership russa. Circa 280 sacerdoti della Chiesa ortodossa russa (su un totale di 38.000) si sono espressi contro la guerra in una dichiarazione pubblica. È un gruppo relativamente piccolo, ma le au­torità statali stanno reprimendo dura­mente i dissidenti. Questi sviluppi illustrano i problemi di fronte ai quali a og­gi si trova la Chiesa ortodossa russa e di fronte ai quali si troverà soprattutto do­po la fine della guerra. Se la Russia do­vesse conquistare il controllo dell’Ucrai­na, vi instaurerebbe un regime fantoc­cio che analogamente all’attuale go­verno della Bielorussia si collochereb­be strettamente a fianco della Russia.
Allora probabilmente la Chiesa or­todossa russa tenterebbe di spingere i membri più importanti dell’episcopato della Chiesa ortodossa ucraina a dichia­razioni di pentimento oppure dovrebbe sostituirli, dato che si sono opposti aper­tamente al patriarca. Può anche darsi che lo status di autoamministrazione della Chiesa ortodossa ucraina venga nuovamente revocato. Se l’Ucraina do­vesse vincere la guerra e cacciare gli in­vasori russi, è difficile immaginare che la Chiesa ortodossa ucraina rimanga subordinata alla Chiesa ortodossa rus­sa. Ed è anche difficile che essa si unisca senz’altro con la Chiesa ortodossa di Ucraina; questo comunque cambierà anche le relazioni fra le Chiese.
Il dilemma della Chiesa ortodossa russa sarà ulteriormente aggravato dal fatto che circa un terzo delle sue comu­nità si trova in Ucraina e che lì la vita ecclesiale è molto più vivace che in Rus­sia. Se essa perde la Chiesa ortodossa ucraina (o molte delle sue comunità), con questo distacco perderà la fetta principale della Chiesa ortodossa russa. Se riuscirà invece a sottomettere nuovamente la Chiesa ortodossa ucrai­na, questa opzione sarebbe come una vittoria di Pirro. Le comunità restereb­bero formalmente con la Chiesa orto­dossa russa, ma la maggior parte dei preti e dei fedeli resterebbe, anche se parla russo, leale all’Ucraina e vedrebbe nella Russia l’aggressore. Probabilmen­te entrerebbe nella Chiesa ortodossa di Ucraina, almeno fino a quando questo rimanesse ancora permesso.
In ogni caso l’ortodossia russa ha da­vanti a sé importanti problematiche del­le quali essa stessa è responsabile a moti­vo della deriva che oggi ha intrapreso.


[1] docente di Studi ecu­menici, Studi ecclesiastici orientali e Studi sulla pace all’Università di Munster.




Allora il padre uscì a pregarlo (Lc 15,11-32)
Virginia Isingrini, missionaria saveriana.

Allora il padre uscì a pregarlo (Lc 15,11-32)
Virginia Isingrini, missionaria saveriana.
Ritiro presbiteri Parma 2022.

La volta scorsa siamo entrati nella casa di Marta e Maria. Marta, la donna coraggiosa che accoglie tra le mura domestiche il profeta di Nazaret e si dà da fare in mille servizi per offrirgli la migliore ospitalità; Maria, la donna altrettanto coraggiosa che scavalca una barriera allora insormontabile: si siede ai piedi del Maestro e ascolta la sua parola, si fa cioè sua discepola senza essere stata chiamata da Gesù. C’è un servizio diverso e più alto da cui Marta la vorrebbe a tutti i costi distogliere invocando il consenso di Gesù. Il dissenso nasce anzitutto in casa e si insinua nei rapporti più stretti e sacri. Ebbene, dice Gesù, la parte scelta da Maria non le verrà mai tolta, anzi, non le dovrà essere mai tolta.
La casa nella quale cercheremo – il verbo è dovuto – di entrare oggi è una casa fittizia perché fa parte della parabola del padre compassionevole del cap. 15 di Luca. Conosciamo la storia e il contesto in cui è inserita: è la terza di una serie di parabole, dopo quella della pecora perduta e della moneta smarrita, raccontate a motivo delle mormorazioni degli scribi e dei farisei circa il suo mangiare coi peccatori e i pubblicani. C’è una comunione di vita che dà fastidio e che si vorrebbe far saltare. La parabola è dunque raccontata in un contesto di polemica religiosa. Qui si fronteggiano due modi di rapportarsi con coloro che hanno intaccato gravemente la loro relazione con Dio e la sua Legge.
Alcune osservazioni. Le prime due parabole ripetono lo stesso schema: c’è qualcosa che si perde (una pecora, una moneta), c’è qualcuno che se ne accorge (il pastore, la donna) e fa di tutto per ritrovarlo. Una volta che si è ritrovato, si organizza una grande festa. Uscendo dal racconto parabolico in entrambi i casi Gesù conclude che allo stesso modo si fa più festa in cielo per un peccatore convertito che per gli altri che non si sono persi. Per non cadere nell’allegoria ideologica, dobbiamo conservare il contrasto tra l’uno e i molti, tra il perdere e il trovare. Le 99 pecore rimaste nell’ovile – come le 9 monete ancora nel portafoglio della donna – non sono «cattive», come non lo sono i giusti che non hanno bisogno di conversione, né debbono essere identificate con i farisei e gli scribi, pure loro «cattivi» perché hanno cercato di osservare la Legge. Tale interpretazione, oltre che faziosa, sarebbe scorretta.
Ci pensa la terza parabola a sparigliare lo schema delle prime due. Infatti il parallelismo si inceppa più di una volta. Ed è su questa somiglianza/contrasto che possiamo trovare una luce di interpretazione più inerente al racconto.
La parabola si divide in quattro scene. Nella prima vengono presentati i personaggi e ciò che dà avvio alla trama. Il personaggio principale è un padre che ha due figli. Il più piccolo gli chiede la sua parte di eredità. In ciò non v’era nulla di sconveniente o peccaminoso, né significava dichiarare il padre come morto. Il figlio minore esercita un diritto previsto dalla Legge. Vuole fare la sua vita. Quanti figli non hanno fatto, seppure con le dovute differenze, la stessa cosa? Il padre accetta senza opporre resistenza, tuttavia la parabola si scosta ben presto dalla realtà. Egli infatti non dà al figlio minore la terza parte dei suoi beni, come era prescritto, ma la metà della sua «vita» (tÕn b…on), divisa in parti uguali tra i due figli. Come mai?
Le pecore e le monete si perdono quando ti accorgi che non ci sono più. Esse infatti non hanno coscienza delle loro azioni. Soltanto nel momento in cui il pastore e la donna si rendono conto che manca qualcuno o qualcosa, il «perduto» diventa tale. Senza questa coscienza, non ci sarebbe stata nessuna preoccupazione e quindi nessuna ricerca. Nella terza parabola le cose cambiano radicalmente. Nella seconda scena il figlio minore se ne va portandosi via tutto quello che poteva. Certo, era un bello screanzato, senza riguardi verso il padre e il fratello, ma così voleva la sua smania di libertà e autonomia. Conosciamo com’è finita la sua fuga: senza un soldo, senza amici, senza lavoro. In più in un periodo di grande carestia. Si ritrova a pascolare porci in un paese lontano (rispetto a cosa e da chi?), senza nessuno: avrebbe voluto mangiare le carrube dei porci «ma nessuno gliele dava». È in preda alla fame e alla solitudine. Ha toccato il fondo. Non vuole morire e l’unica salvezza che gli si apre in quel drammatico soliloquio – non gli è rimasto che sé stesso con cui parlare! -, è il ricordo del padre. A che altro si pensa quando si sta per morire di fame se non al pane? Del padre ricorda la generosità con cui trattava i suoi lavoratori: «hanno pane in abbondanza». Del resto non aveva lui ricevuto in eredità più di quanto gli spettava? Decide così di tornare. La svolta cruciale della parabola sta qui. Senza questa decisione sarebbe morto. Tutto il bel discorso che ha tessuto nella sua mente non ha altro fine che di farsi riammettere dal padre alla tavola, seppure alla tavola dei servi. I motivi non sono così sublimi, ma il barlume di una relazione ancora possibile non si è spento.
Eccoci alla terza scena. Il padre lo vede arrivare quand’è ancora lontano. Non è andato a cercarlo, come invece avevano fatto il pastore e la donna delle parabole precedenti. Gli corre incontro, ma il primo passo l’ha dovuto fare il figlio. Ricordiamo bene la sinfonia di gesti messa in moto dalla compassione, gesti affastellati l’uno sull’altro e riversati sul collo di quel figlio tornato finalmente a casa. Il vestito nuovo, segno della figliolanza ritrovata; l’anello al dito, segno di un legame che non vorrebbe spezzarsi mai; i calzari ai piedi, segno della vera libertà riconquistata. E scoppia la festa: tutti a banchettare, suonare e danzare, «perché questo figlio mio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Non importa perché sia tornato, importa solo che abbia capito che nella casa del padre si sta meglio. Al padre è bastato questo per ridargli ciò che simbolicamente gli aveva già consegnato quando era partito: la vita. La parabola, se avesse seguito l’orma delle precedenti, avrebbe potuto fermarsi qui. Invece no. Manca qualcuno. Forse non ce n’eravano accorti. È il figlio primogenito, di cui finora sappiamo soltanto che aveva ricevuto la metà dei beni fin da quanto il fratello se n’era andato. Siamo così all’ultima scena. E qui le cose si complicano perché il maggiore non poteva sapere del ritorno del fratello: «si trovava nei campi» a lavorare. Mentre a casa si fa baldoria lui fatica alacremente. Il contrasto è stridente e fa intravvedere il profondo conflitto che vi si nasconde dietro. Infatti, appena sente la musica e le danze, si ferma fuori. Perché non entra e manda invece un servo ad informarsi di quanto sta succedendo? Da lui viene a sapere il motivo della festa, ripetuto così una seconda volta: il fratello è tornato, per questo il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso «perché lo ha riavuto sano e salvo». Il padre ha appena riconquistato un figlio che credeva morto ma sta per perderne un altro, anzi, l’aveva già perduto senza accorgersene. La famiglia è divisa più di prima.
«Allora il padre uscì a pregarlo». Chi si converte è ancora una volta lui, il padre. È lui che esce di casa e percorre il pezzo di strada che lo separa dal figlio maggiore. Adesso il divario da colmare non è più soltanto tra un padre e un figlio, ma anche tra due figli che non vivono da fratelli ( dice «tuo figlio», non «mio fratello»), a riprova del fatto che fratelli non si nasce – non è un dato ontologico! -, ma si diventa. Padre e figlio sono ora uno di fronte all’altro. Il figlio maggiore gli butta in faccia tutta la rabbia e il dissenso che covava da tempo nel cuore. No, lui in quella casa in festa per un disgraziato che ha sperperato tutti i suoi averi vivendo da dissoluto, non ci vuole entrare. L’osservante, l’ossequiente a tutti gli ordini del padre non puòcondividere il banchetto con chi è andato a prostitute. E poi c’è quel reclamo acido che nasce da un confronto impari: «a me non hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici». Sebbene non fosse mai andato via fisicamente e fosse stato ligio al dovere, era interiormente lontanissimo dalla casa paterna e dal cuore grande del padre. Viveva più da mercenario che da figlio, agli ordini di un padre-padrone tenuto a «pagargli» il prezzo della sua fedeltà. Alla fin fine i due figli si assomigliano più di quanto possa sembrare. li minore voleva i beni paterni per vivere senza regole, il maggiore per essere ricompensato della sua ossequienza.
La supplica che il padre rivolge al maggiore per convincerlo a entrare fa cogliere il punto nodale della parabola: se i due fratelli non stanno insieme, se non gioiscono della stessa festa che desidera per i due, che rimane della sua paternità? che rimane della figliolanza e della fraternità? «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo», assicura il padre al figlio ostinato. Non gli aveva già concesso la sua parte di eredità dopo la richiesta avanzata dal minore? S’era dimenticato di avere ricevuto tutto gratuitamente, prima ancora della sua pedissequa obbedienza? Si può pagare l’amore e la vita che sono dati sempre prima e gratuitamente di ogni nostra risposta? Il silenzio del figlio minore, dopo che si è visto accogliere con una festa inimmaginabile, è più eloquente di quanto sembri. Che si può dire o fare di fronte allo sperpero della compassione? In fondo, non rimane che la gioia di essere salvati per via impensabili e imprevedibili. Ma di tale gioia il maggiore ora non ne vuole sapere. E neppure il padre è nelle condizioni di instaurare la fratellanza se tra i suoi due figli continua ad esserci ostilità. Perché si dispieghi la riconciliazione, forse non è sufficiente la festa, occorrono anche le lacrime. A indicarcelo non è però la parabola evangelica. Il finale della parabola rimane infatti sospeso sull’affermazione del padre: «tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Tocca ora al lettore concludere il racconto e scrivere la quinta scena, tocca a lui decidere se entrare o no nella casa in festa per il ritorno del figlio perduto, se accettare vie di salvezza al di fuori dei suoi schemi. Ma, riprendendo quanto ci hanno lasciato le prime due parabole finite entrambe in gloria, c’è da chiedersi anzitutto se ci siamo accorti di avere perduto qualcuno. La nostalgia, il senso di perdita, viene solo da chi è capace di provare amore, di sentire che senza l’altro, sia come esso sia, non si può vivere. Anche il ritorno è possibile a patto che si colga ciò che manca e che soltanto un altro può offrire: il pane, la festa, un capretto, una tunica, dei calzari. Il figlio minore ha saputo colmare, spinto dal suo bisogno, la distanza tra lui e il padre. Non importa il punto da cui si parte, fosse anche il più miserabile, disperato, lontano anni luce da dove ci troviamo noi, conta il punto d’arrivo: nella casa del padre si sta meglio. Questo è il miracolo inaspettato che ha fatto scoppiare la gioia. Ma in quella casa il padre ci vuole a fare festa insieme. Come fare sì che sotto lo stesso tetto, sotto il medesimo cielo, mangino allo stesso tavolo giusti e peccatori, amici e nemici, credenti e non credenti, conservatori e dissidenti? Si può tornare da un paese lontano dove si era in mezzo ai porci. Si deve poter fare anche un altro viaggio altrettanto importante: varcare la soglia di casa ed accogliere in festa chi tra i porci c’è stato ma ha preferito tornare. La seconda distanza può essere infinita, soprattutto quando si crede di non doverla percorrere. La fratellanza è una parola tremante nella notte, involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità, direbbe Ungaretti.

Il Padre accoglie il figlio a bandiere spiegate. Non gli domanda nulla: donde è venuto, con chi sia venuto, perché sia venuto. Ciò che veramente importa è che sia venuto, che egli abbia ora nel cuore la certezza della grazia che nella casa c’è quanto invano e tormentosamente ha cercato altrove, che ceda finalmente all’amore, che sia nuova creatura. Che triste spettacolo la nostra frequente incomprensione della larghezza infinita di Dio e come essa infastidisca, inceppi, se non stronchi addirittura, il passo delle anime che cercano Dio! La conseguenza più nefasta del peccato e di farci disperare dell’amore di Dio, incutendoci la paura, che uccide il figliolo e fa lo schiavo. Un tale sentimento è naturale nell’uomo, ove i torti diminuiscono e spengono addirittura l’affetto. Schiavo del peccato vuol dire essere sotto il dominio di questa paura che toglie ogni possibilità di risurrezione. Se la porta è chiusa, se le braccia del padre non sono spalancate per me, a che ritornare? Come strappare dall’animo del prodigo un tale scoramento, che per di più legato alla certezza d’avere meritato tutto ciò e più ancora? Come può l’uomo peccatore credere e abbandonarsi all’amore? La redenzione s’innesta sul tronco umano spezzato dal peccato, proprio a questo punto… L’incarnazione e la passione sono la follia dell’amore di Dio per farsi accettare dall’uomo peccatore. Dopo tale follia si capisce come il più grande peccato sia il non credere all’amore di Dio per noi. Noi possiamo dimenticarci di Dio, egli non ci dimentica; noi possiamo allontanarci da Lui, Dio non si allontana. Egli ci attende su ogni strada d’esilio, a qualunque muricciolo di non so qual pozzo di quaggiù, ai piedi di qualunque albero di sicomoro… Ci attende non per rimproverarci, neppure per dirci: “Te l’avevo detto”, ma per coprirci della sua carità, per salvarci perfino dal guardare indietro con troppo rammarico. Dostoevskij fa dire alla donna colpevole: “Dio ti ama a causa dei tuoi peccati”. Non è esatto: Dio ci ama come siamo, per farci diventare come vuole. (Don Primo Mazzolari, La più bella avventura)

Davide Maria Turoldo:

Ho l’anima rossa di ricordi
ultimo sangue che ancora mi resta:
poi tutto ho perso
cuore sostanze
lungo le strade.
Ricordo la tua mano protesa verso la mia casa
e mi dicesti: «Sali
a metterti la veste».
Ora la Tua calma riappare
sopra la grande città.




27 marzo 2022. Domenica 4 Quaresima
LASCIATEVI RICONCILIARE

4 Domenica quaresima C
Preghiamo: O Dio Padre buono e grande nel perdono, accogli nell’abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perchè possano gustare la tua gioia nella Cena pasquale dell’Agnello. Per Cristo nostro Signore. AMEN
 Dal libro di Giosuè 5,9-12
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».  Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.  Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.
Salmo 33  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5,17-21
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.  In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.  Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (il testo greco scrive: ton biòn = la vita). Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
LASCIATEVI RICONCILIARE. Don Augusto Fontana
Come il termine CONVERSIONE, anche il termine RICONCILIAZIONE si è deteriorato a forza di “tenerselo in bocca” anzichè “inghiottirlo” in alcune scelte precise di vita.
Giosuè 5,9-12: Dio dona all’uomo una patria e una Pasqua.
Ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto.  <La liturgia di oggi parte subito col piede sbagliato>, mi disse alcuni anni fa un confratello che predicava la conversione della mente e del cuore ad un gruppo di pie signore dell’aristocratico Rotary e che non voleva sentir parlare del Dio troppo politicizzato dell’Esodo. «Il cuore, caro don Augusto, il cuore e la mente bisogna convertire!», mi diceva il confratello davanti all’Agenzia di viaggi dove aveva prenotato una vacanza cultural-religiosa alle Maldive. Ed io, gli ripetevo che potrò dire di essere ritornato a Dio solo quando il mio cuore e la mente si porteranno dietro – per essere restituiti – petrolio, caffè, cacao, platino, oro, diamanti rubati ai miei schiavetti che lavorano, per me e per i miei amici, in Costa d’Avorio, in Brasile, in Somalia. Saremo riconciliati quando Dio ci defrauderà del potere di indebitare i popoli e di pagare sottocosto il lavoro delle loro mani e il prodotto del loro suolo. E i poveri si riconosceranno pienamente riconciliati nel momento in cui sarà riscattata la vita infame di chi non ha autosufficienza economica ed autodeterminazione politica.  L’infamia d’Egitto era l’infamia della mancanza di un luogo dove riconoscersi popolo riunito. Nel deserto erano state superate mormorazioni e tentazioni nostalgiche, idolatrie e lotte fra tribù. Ora Dio ha raccolto questo popolo come si raccoglie una ragazza denudata, violentata e picchiata a sangue ai margini di una strada e le ha dato una casa accogliente, nuova dignità, abiti puliti, gioielli; con la speranza che con questi doni non vada poi a prostituirsi (leggi, per cortesia, i capitoli 2 e 11 di Osea).
Celebrarono la Pasqua a Galgala. La celebrazione liturgica a Galgala nasce dopo un evento constatato: Dio ci ha liberati dall’infamia dell’Egitto. Ogni liturgia che non nasce da eventi storici precedenti è simile ad un abito appeso al porta-abiti nell’armadio.  Inizialmente la constatazione della paternità liberante di Dio si celebrava in famiglia (Esodo 12), successivamente si celebrerà in località occasionali (Galgala significa, in ebraico “circolo di pietre“) in cui verranno costruiti poi dei “santuari” (Deuter.16). L’usanza di celebrare la Pasqua era anteriore alla liberazione dall’Egitto ed era una festa di pastori che celebravano le primizie dei greggi nella prima notte di luna piena del mese primaverile di Nisan. Successivamente la Pasqua divenne una festa degli agricoltori che celebravano le primizie della terra mangiando le schiacciatine azzime di farina non lievitata dette, in ebraico, massòt. Nel testo della liturgia odierna si fondono i motivi tradizionali con la nuova constatazione della liberazione dall’infamia. Ormai Israele pare diventato adulto: Dio fa smettere la manna ed il popolo dovrà coltivarsi il proprio pane togliendolo dalla fecondità della terra che gli è stata donata.
La Chiesa continua a celebrare, alla domenica, la constatazione della liberazione dalla sua infamia (quale?), mangiando il pane azzimo eucaristico che ci fa compagnia in questa terra (il Regno di Dio) ormai raggiunta, ma mai conquistata definitivamente.
Luca 15, 1-3. 11-32: Dio dona all’uomo una relazione.
Nel Cap. 15 di Luca ci sono tre Parabole…con un cappello (Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»). La simpatia di Gesù per gli esclusi dal circuito sociale e religioso, costituisce uno dei temi centrali di Luca. I giudei osservanti di ieri e di oggi vogliono che Dio sia severo con i peccatori e che, di conseguenza, i peccatori paghino un prezzo di penitenza per ritornare nella comunità. Non accettano quindi questo Gesù permissivo e lassista. Contro questa incriminazione risponde Luca con il suo Capitolo 15 detto anche “il Capitolo dei perduti”: la pecora smarrita, il denaro perduto, il figlio scappato. Tutte e tre le Parabole hanno alcuni punti in comune: innanzitutto sono tutte una risposta alle critiche di “chi si credeva nel giusto” (Lc.18,9), tutte sono percorse dall’invito alla gioia, in tutte si gioca sul contrasto “perdere-trovare”. Ma la terza parabola ha qualche novità nei confronti delle prime due.
Questo capitolo 15 è un vangelo nel vangelo; e la Parabola del Padre misericordioso viene considerata il culmine del messaggio di Luca. Il vero centro della parabola è l’invito del Padre: <Facciamo festa!>.
E’ la parabola del Padre più che del figliol prodigo o del fratello maggiore. Radice del peccato comune dei due figli è la cattiva o distorta opinione sul Padre: l’uno, per liberarsene, instaura la “strategia del piacere” che lo porta ad esprimere la ribellione e la dimenticanza verso il Padre e la degradazione verso se stesso; l’altro, per imbonirselo, instaura la “strategia del dovere” con una religiosità servile che sacrifica la gioia di vivere restando un burocrate della virtù senza un guizzo di vita.
L’intento primario della Parabola, visti anche i versetti introduttivi al Cap.15, è di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia.
Emergono anche altre due intenzioni: quella di indurre i fratelli, maggiori o minori, a passare dall’attenzione verso l’io all’attenzione verso Dio e quella di indurre i fratelli a convincersi che devono comunque convertirsi sia dalla delusione per le proprie debolezze che dalla presunzione della propria giustizia. Dio ci ama non perchè siamo buoni, ma perchè Lui è Padre.
E c’è un equivoco di fondo: nessuno dei due ha capito suo padre. Il figlio minore, ritornando, gli chiede di essere trattato come “uno dei servi”; il figlio maggiore gli ricorda “io ti servo da tanti anni”.
Un padre ha generato figli che si sentono servi.
La Parabola inizia col fratello minore, termina col fratello maggiore ed ha, al centro, il Padre che adottando la strategia della misericordia invita ad assumere la stessa strategia, come Luca aveva già ricordato nel cap. 6,36: “Siate misericordiosi perché (in greco=cathòs) è misericordioso il Padre vostro”.
La Parabola è movimentata da entrate e uscite di scena: partenza e ritorno del minore, uscita del Padre verso il minore che rientra, rifiuto del maggiore di entrare, uscita del Padre verso il maggiore.
Dal punto di vista psicologico emerge che il minore pare non abbia, inizialmente, dei sentimenti, ma solo dei bisogni; di fatto usa spesso la parola “Padre” prima, durante e dopo la fuga; il maggiore, invece non usa mai la parola “Padre”. Il Padre manifesta invece sentimenti di commozione e di gioia che vuole condividere ed espandere.
La nostra eredità. Al figlio minore spettava, vivente il padre, il possesso, ma non l’uso, di un terzo del patrimonio liquido. Il figlio della parabola rivendica oltre ai soldi anche l’indipendenza, in quanto vede nel padre un antagonista. In questa rivendicazione si vede chiaramente, in filigrana, la vicenda di Adamo: il peccato sta nel voler rubare ciò che è lì a disposizione come dono. L’eredità donataci, poi, da Dio sarà ben superiore alle nostre attese: oltre alle sue cose, dona se stesso. Le cose che i due figli chiedono (soldi e capretti) sono meschine e inferiori a quanto di fatto viene loro dato.  Il minore scappa portandosi via tutto e lasciando in casa l’amore del padre, ritenuto un bene inservibile e non spendibile. Il capitale si consumerà presto e vi sarà carestia di beni essenziali; tutte le sue sostanze verranno meno, anche la sua “sostanza” di figlio e di uomo. Allora incomincia il bisogno. Domenica scorsa abbiamo visto Mosè che si avvicina a Dio “per curiosità”; oggi vediamo un uomo che ritorna a Dio per “bisogno”. Sembrerebbero due sentieri poco ortodossi per camminare verso Dio eppure così sappiamo che l’importante non è starsene seduti, ma incominciare ad avvicinarsi a Lui.
Dal Padre al Padrone al Padre. Nel versetto 15,  il testo greco di Luca usa un termine strano ed interessante. La traduzione italiana dice “si mise a servizio” ; il testo greco usa il termine “ecollethe” che potrebbe essere efficacemente tradotto con “andò ad incollarsi a…”. Chi emigra da Dio, sua vera casa, va ad “incollarsi” ad un estraneo al quale cede la propria libertà. Chi aveva sofferto della vicinanza del Padre, va a servire padroni stranieri. Respinto Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si va a servire necessariamente l’idolo. L’uomo non è ateo: è idolatra. E l’idolo lo prende a proprio servizio assimilando l’uomo a sè e mandandolo a servire le proprie porcherie. L’idolo sazia per un momento, ma poi la fame profonda ritorna a far sentire i propri stimoli. Allora l’uomo può avere l’occasione se non di pentirsi, almeno di rinsavire. Prima era fuori di sè; ora “rientra in se stesso e pensa“. Oggi diciamo che stiamo tutti male perchè abbiamo costruito la nostra vita su valori fasulli o falsi valori, sulla disumanità.
Per 5 volte il figlio pronuncia la parola “Padre” con una nostalgia che gli serve per mettersi in moto “scollandosi” dall’idolo.
Il Padre dal figlio minore al figlio maggiore. In rapida successione vengono elencati i verbi della…conversione del Padre: vide, si commosse, scese. Erano i verbi del Dio di Mosè di domenica scorsa. Sono i verbi del Buon Samaritano.
Nel Libro del profeta Giona (cap.3, vers.9) c’è un’espressione sorprendente: Dio, vedendo il pentimento degli abitanti di Ninive, “si convertì“. E’ probabile che l’unico convertito, in questa Quaresima, sarà Dio il quale “tornerà a voltare il suo volto verso di noi, commuovendosi, abbracciandoci e baciandoci “.
“Mi baci con i baci della tua bocca” dice il Cantico dei cantici (1,2): tutti i doni di Dio sono contenuti ed espressi da questo bacio che trasmette il soffio dello Spirito Santo e la saliva della creazione di Adamo o della guarigione del cieco nato. Con questo bacio viene ricreato un uomo e gli vengono aperti gli occhi e riscaldato il cuore.
La vestizione liturgica con abiti nuovi diventerà il segno che è nato un nuovo Adamo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Galati 3,27).
E tutti i doni confluiscono nella festa del Banchetto eucaristico dove si proclama il motivo del brindisi: “perchè questo mio figlio era morto ed ora rivive, era perduto ed ora è ritrovato”.
In rapida successione vengono anche elencati i verbi del figlio maggiore: udì, si informò, si arrabbiò, non voleva entrare. Come è facile constatare, sono i verbi contrari a quelli del Padre. Il figlio maggiore riconosce il Padre, ma non il fratello: “questo tuo figlio”. E il Padre non accetta la sua furbizia grossolana e gli riconsegna un fratello: “Questo tuo fratello”.
E il Padre introduce un motivo per partecipare all’Eucarestia: “Fallo per me, con-gioisci con me. Dimenticati. E vieni anche tu, perchè finchè manca uno non riuscirò a godere pienamente della festa”.
Dopo 2000 anni non sappiamo ancora se il figlio maggiore andò a sedersi a tavolo nè se si lasciò abbracciare e abbracciò.
La Parabola resta aperta a chi le vuol dare seguito e conclusione.




La sfida delle comunità energetiche
Diocesi e Parrocchie in cammino

La sfida delle Comunità energetiche.
Suggerimenti sul percorso per l’avvio
A cura del Comitato Scientifico e Organizzatore della 49ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

I fondamenti e le motivazioni dell’iniziativa

Le “Comunità Energetiche” non si riducono a una scelta tecnica, ma sono il frutto di un cammino spirituale e antropologico fatto insieme in questi anni come Chiesa in ascolto del territorio. Sono il sogno comune di una comunità che coopera e cammina insieme.
Sono un modo concreto di riaffermare “l’ecologia integrale” proposta dalla Chiesa come nuovo modello di sviluppo umano e sostenibile che ha anticipato le agende dei Governi del mondo sull’urgenza di guarire il pianeta dalle minacce del riscaldamento globale, dall’inquinamento e delle tante dimensioni dell’insostenibilità ambientale.
Scegliere di investire sulle “Comunità Energetiche” è un segno della conversione personale e sociale che Francesco ha proposto nell’Enciclica Laudato si’ nel 2015, quando ha tracciato una direzione per ridare senso e alternativa in un quadro di economia integrale a una idea di ambiente che poneva in conflitto sviluppo e sostenibilità, crisi ambientale e crisi sociale, globale e locale.
Per superare questi dualismi occorre analizzare la realtà, scommettere sulle comunità, investire in un’alternativa concreta al carbone attraverso uno sguardo “contemplativo” capace di ritrovare un equilibrio con la natura. Anzi, lo sguardo di San Francesco d’Assisi, a partire dalla lode al Creatore, ci insegna a entrare in rapporto col Creato in cui “la natura è come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà” (LS 12).
Nell’Instrumentum Laboris in preparazione della 49ma Settimana Sociale lo avevamo sottolineato: nella concezione biblica dire “creazione” è più che dire natura, ha a che vedere con un dono di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. In questa prospettiva, la Bibbia apre una via di salvezza: “La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la Creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale” (LS 76). La sensibilità cristiana sul rapporto con l’ambiente si basa sulla teologia della Creazione e dell’Incarnazione che assume e onora “il corpo” del mondo fatto di carne.
Nella scelta delle “Comunità energetiche” si fonda lo spirito di coesione di una comunità che da cum-munus comporta la condivisione di un dono nella co-assunzione delle responsabilità. È per questo che i filosofi parlano di «politica del riconoscimento», che si basa sul diritto dell’identità e dell’inclusione e che la Chiesa chiama nelle sue encicliche sociali “sviluppo dei popoli”. E’ questo un modo concreto di scegliere a livello morale uno sviluppo non solamente verde, ma anche umano e riconciliato con la Creazione.
Per il credente l’ambiente tiene insieme “la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore”, scrive Francesco (LS n. 10). Inoltre, rimanda a quattro livelli su cui si costruisce l’equilibrio ecologico per la Chiesa:

  • quello interiore con se stessi per sanare l’inquinamento del cuore,
  • quello solidale con gli altri,
  • quello naturale con tutti gli esseri viventi,
  • quello spirituale con Dio” (LS n. 210).

Non c’è più tempo, spiegano gli studi più accreditati. Per i greci il tempo era il chronos ma anche il kairòs. Il primo scorre, il secondo è la dimensione in cui accade “qualcosa”. Chronos è quantitativo, kairòs ha invece una natura qualitativa, è il tempo delle scelte, quando la luce entra nelle tenebre e permette di distinguere il bene dal male. Per noi le “Comunità energetiche” sono un kairòs, un momento favorevole per incarnare nella nostra storia la nostra testimonianza.
Occorre allora fare diventare cultura questa scelta.
Abitare il (proprio) tempo per scoprire il kairòs delle “Comunità Energetiche” è l’inizio di ogni libertà e fondamento di ogni responsabilità politica e sociale. Non c’è nulla che nasce per caso: ogni ricostruzione nella storia prende forma nella sua relazione con il vissuto personale e comunitario.

Perché le comunità energetiche
La transizione ecologica è una sfida che ci chiede di incarnare i valori della dottrina sociale nella concretezza delle res novae e dei problemi dell’oggi rifacendo in questo lo stesso percorso già realizzato dalle comunità credenti che ci hanno preceduto nei confronti delle sfide dei loro tempi. E’ così che per vincere le sfide delle nuove povertà ed emarginazioni ai tempi della nascita della rivoluzione industriale sono nate, spesso nelle sacrestie delle parrocchie, le casse rurali, le banche di credito cooperativo, le cooperative di consumo e produzione che hanno dato allo sviluppo economico nel nostro paese – grazie allo sforzo di credenti e non credenti di buona volontà – un volto umano, solidale e sostenibile. Da quell’operosità e da quelle reti e istituzioni civili è nata un’economia dal volto umano che ha diffuso i benefici dello sviluppo economico ed evitato disgregazioni e conflitti devastanti sviluppatisi purtroppo in molti altri paesi dove la stessa opera di mediazione non è stata sviluppata.
È per questo che oggi, nel solco della stessa fonte di ispirazione e degli stessi principi, proponiamo la nascita di un rinnovato percorso di partecipazione e di cittadinanza attiva che si sviluppa, oltre ai temi del consumo e del risparmio responsabili, attraverso la nascita delle comunità energetiche.
La sfida della transizione ecologica pone nell’immediato di fronte a tre problemi collegati tra di loro.
Il primo è quello dell’inflazione trainata dal prezzo del gas, fortemente aumentato a causa di eventi congiunturali (la forte ripresa della domanda in una fase di rilancio dell’economia dopo la fine di gran parte delle chiusure e restrizioni accompagnata da persistenti problemi nella logistica della produzione ereditati dalla pandemia e dalla consueta volatilità dei prezzi sui mercati) ma anche strutturali (la nostra dipendenza dal gas e il rischio di restare in mezzo al guado della transizione ecologica se non si accelera nella riduzione della nostra dipendenza da fonti fossili).
Il secondo, conseguenza dell’aumento del prezzo dell’energia, è l’impatto sulla povertà energetica (le famiglie che hanno problemi nel pagare la bolletta) e sui costi delle imprese.
Il terzo è appunto l’emergenza climatica che ci impone di ridurre le emissioni climalteranti fino ad azzerare quelle nette entro il 2050 per evitare conseguenze irreparabili derivanti dal riscaldamento globale.
Una risposta importante ed efficace su tutti e tre i fronti è quella che può derivare dalla nascita delle “Comunità energetiche”, incentivata nel PNRR da un fondo di 2,2 miliardi che ha l’obiettivo di contribuire ad abbattere la spesa da interessi nell’investimento. Con le “Comunità energetiche”, gruppi di cittadini e d’imprese possono creare vaste alleanze di pratica e diventare prosumer installando capacità produttiva da fonti rinnovabili e realizzando tre benefici:

  • la riduzione del costo totale della bolletta (esclusi gli oneri di sistema) fino al 30%;
  • i premi per l’autoconsumo fissati dal governo
  • la vendita al gestore dell’energia per l’immissione in rete dell’eccedenza di energia prodotta e non autoconsumata.

Le “Comunità energetiche” hanno nel nostro paese una tradizione che risale addirittura al periodo a cavallo del ‘900 quando nacquero le prime esperienze nelle zone alpine ricche di energia idroelettrica. La prima esperienza fu quella di Morbegno attiva dal 1897. Quelle esperienze sono progressivamente cresciute ed oggi la società elettrica cooperativa dell’Alto Bùt (Secab) ha 2.653 soci che hanno ottenuto l’energia ad un prezzo scontato del 35% nel 2000 e gestisce cinque impianti idroelettrici. Le esperienze più recenti di sviluppo sono quelle della fondazione di comunità di Melpignano, di S. Giovanni a Teduccio e delle “Comunità energetiche” create con la nascita di nuovi condomini da diverse società del nord del paese. L’Unione Europea stima al momento l’esistenza di circa 4.000 comunità energetiche ma il numero è in rapida crescita.
La 49ma Settimana Sociale dei Cattolici di Taranto si è conclusa con un appello a creare “Comunità energetiche” in ogni parrocchia. Se ciò avvenisse, considerando 200 kw di potenza istallata in ciascuna delle 25.600, parrocchie arriveremmo ad una potenza addizionale di 5,2 gigawatt.
Le “Comunità energetiche” sono destinate ad un forte sviluppo nei prossimi anni, anche per il mutamento dell’orizzonte legislativo. Fino a poco tempo fa era proibito mettere pannelli fotovoltaici sui tetti dei condomini. Oggi la loro nascita è incentivata da fondi pubblici oltre a quelli del PNRR poiché l’investimento iniziale può essere soggetto ad iper-ammortamento se realizzato da imprese, alle misure del 110% se accompagnato da altre iniziative di efficientamento energetico degli edifici o comunque a detrazioni fiscali su una quota rilevante dell’investimento. È inoltre possibile per le “Comunità energetiche” in base al DL 199/2021- in attuazione della direttiva 2018/2001/ UE (che estende la potenza massima installabile da 200kw a 1Mw) – utilizzare cabine primarie di condivisione dell’energia, il che si traduce nella possibilità di costruire comunità più grandi.
Lo sviluppo delle “Comunità energetiche” è un vero strumento di ecologia integrale in quanto farmaco che tiene conto del fatto che “tutto è connesso” ed è capace di agire su tutti e tre i principali problemi contemporaneamente: cioè non ne risolve solo uno e per di più determina effetti collaterali negativi sugli altri due.
Le “Comunità energetiche” contribuiscono a contrastare il problema della povertà energetica e dei costi di produzione elevati per le imprese con i relativi e rilevanti impatti sociali. Ma, allo stesso tempo, esse offrono un contributo importante all’obiettivo numero uno della transizione ecologica nel nostro paese che è l’eliminazione del “collo di bottiglia” della scarsa capacità produttiva da fonti rinnovabili. Allargare questa capacità produttiva significa procedere verso l’obiettivo di giungere nel 2050 a emissioni nette zero, ridurre la nostra dipendenza da gas e petrolio e mitigare anche l’effetto delle impennate dei prezzi del gas sul costo totale dell’energia consumata.
Un altro aspetto significativo di questa “ricetta” è la sua capacità di risposta dal basso al problema, creando alleanze dal basso tra diversi attori (diocesi, parrocchie, associazioni di terzo settore, amministrazioni comunali) per il bene comune. Il paradigma dell’Economia civile ricorda che la risoluzione dei problemi in un mondo complesso come quello di oggi richiede quattro mani (meccanismi di mercato, cittadinanza attiva, imprese responsabili e istituzioni capaci di diventare levatrici delle energie di cittadini e istituzioni). Le “Comunità energetiche” rispondono esattamente a questi criteri perché implicano il protagonismo di tutte le parti in causa.
La storia delle buone pratiche già esistenti sul nostro territorio testimonia che attorno alla comunità energetica si sviluppa una rete di relazioni e legami rafforzati da una progettualità comune che tiene assieme diversi attori e protagonisti (famiglie, imprese, amministrazioni locali, associazioni) delle nostre città e dei nostri borghi.

Il pool di esperti  (organizzazioni e referenti di contatto)

Quando una comunità ecclesiale locale ha svolto il proprio discernimento e stabilito che la via della “Comunità energetica” è un’incarnazione concreta di ecologia integrale adatta ad affrontare i problemi e le emergenze sociali ed ambientali di oggi c’è bisogno di rivolgersi ad addetti ai lavori in grado di accompagnare il cammino delle comunità sul fronte operativo. Per questo presentiamo in questa sezione una lista, non esaustiva, di operatori del settore vicini al nostro percorso che si sono messi a disposizione con convinzione ed entusiasmo. 

Coop Ènostra

È nostra è una cooperativa che produce e fornisce elettricità rinnovabile, sostenibile ed etica a famiglie, imprese e organizzazioni del Terzo settore. Si fonda sulla partecipazione attiva e sul coinvolgimento delle comunità per cambiare dal basso il modo di produrre e consumare energia. Ad oggi la cooperativa conta circa 9 .000 soci, tra cooperatori e sovventori, accomunati dalla volontà di mitigare la propria impronta ecologica mediante scelte consapevoli, ridurre i propri consumi, utilizzare energia rinnovabile condivisa, contribuire alla transizione energetica.
è nostra ha costituito un team di lavoro specializzato nello sviluppo di Comunità energetiche rinnovabili e configurazioni di autoconsumo collettivo e ha già in corso progetti in diverse regioni (Sardegna, Puglia, Liguria, Lombardia ecc.).
Contact person: Chiara Brogi, partecipa@enostra.it
https:// www.enostra.it/

Acea Pinerolese

Acea Pinerolese, che è stata presentata come buona pratica nella Settimana Sociale di Taranto, opera nel campo delle Comunità energetiche dopo l’inaugurazione del primo sito di autoconsumo condominiale a livello nazionale avvenuto a Pinerolo nel maggio 2021 attraverso il Progetto Energheia. La soluzione tecnologica alla base del progetto è l’efficientamento del fabbricato, la produzione di energia elettrica attraverso impianti fotovoltaici, l’accumulo di questa energia e l’impiego di quanto prodotto per il fabbisogno termico ed elettrico di consumo dei singoli condòmini. Tale configurazione – grazie anche agli incentivi previsti- consente da un lato significativi risparmi di consumo di energia e dall’altro notevoli risparmi nella spesa per riscaldamento ed energia elettrica per le famiglie che abitano questi condomini, mostrandosi come un mezzo molto efficace nella lotta alla cosiddetta povertà energetica. Allo stato attuale (13 gennaio 2022) sono completati i lavori per 17 condomìni ed entro il mese di maggio ne verranno ultimati altri 8 per un totale di 25 edifici con il coinvolgimento complessivo di oltre 700 famiglie. Sono stati acquisiti ordini per ulteriori 80 condomini che potranno essere realizzati nel prossimo biennio 2022-2023.
Informazioni di maggior dettaglio sono sul sito https://www.progettoenergheia.it/,
https://www.aceapinerolese.it/
Chiaramello Ezio 335 311875

Confcooperative Area Parma

Confcooperative ha la volontà e le competenze per partecipare attivamente ai processi di promozione che possono portare alla costituzione delle comunità energetiche nelle Parrocchie e nelle Diocesi, mettendo a disposizione i propri esperti per lo studio e l’analisi della disciplina di riferimento e per l’organizzazione di specifici momenti di formazione ed informativi, nonché le proprie società di sistema, il sistema della finanza cooperativa e le proprie strutture territoriali per fornire l’assistenza tecnica, finanziaria ed amministrativa che possa essere necessaria, in particolare per la costituzione di comunità in forma cooperativa. Il tema energetico, infatti, è un’emergenza con possibili ricadute multidimensionali. Per questo occorre, in particolare, primariamente dare risposta ai bisogni di chi si trova in condizione di povertà (energetica e non solo), con una risposta che deve essere solidale e mutualistica e garantire esternalità positive attraverso il rafforzamento dei legami comunitari e relazionali.

Per area Parma:
Liscidini Carlo (Direttore Omnia Service Soc. Coop): 370-3539540
Stignani Anna (ResponsabileArea Compliance Omnia Service) 379-2393630
Power Energia – https://www.powerenergia.eu/ 

Il riferimento alla piattaforma Laudato Si’ per il tracciamento digitale del percorso in collegamento con il cammino della Chiesa mondiale

È confortante osservare che il percorso italiano si inserisce in un quadro internazionale che cammina nella stessa direzione. Alla fine del 2021 è stato creato da Fondazioni internazionali e dai governi un fondo globale dell’energia per far nascere Comunità energetiche come strumento di emancipazione e di progresso sociale nelle aree rurali più povere del pianeta dove manca l’accesso alle fonti di energia (https://www.themapreport.com/2021/11/03/alla-cop26-nasce-la-global¬energy-alliance-for-people-and-planet/).

Le parrocchie e le comunità ecclesiali che avvieranno il percorso verso la comunità energetica avranno la possibilità di essere registrate e seguite digitalmente sulla piattaforma Laudato Si’ con la quale il Dicastero per il servizio dello Sviluppo Umano Integrale seguirà in tutto il mondo i percorsi di comunità di fedeli verso il bene comune in applicazione dei Sustainable Development Goals. Il percorso coordinato dal Segretario del Dicastero, Suor Alessandra Smerilli, sarà seguito dal gruppo promotore dell’iniziativa.
Il link della piattaforma è https://laudatosiactionplatform.org/




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20-03-2022. Domenica 3 Quaresima
IL LEGNO E I FRUTTI

3° domenica quaresima C

Preghiamo. Padre Santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo Nome, infrangi la durezza della mente e del cuore perchè sappiamo accogliere con semplicità i tuoi insegnamenti e portiamo frutti di vera e continua conversione. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro dell’Èsodo 3,1-8.13-15
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».  Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Salmo 102  Il Signore ha pietà del suo popolo.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste, difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d’Israele.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 10,1-6.10-12
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
Dal Vangelo secondo Luca 13,1-9
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».  Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

IL LEGNO E I FRUTTI. Don Augusto Fontana
Trascrivo, a consolazione e vergogna, alcune parti del Documento Conciliare “GIOIA E SPERANZA”(GAUDIUM ET SPES): «E’ dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonchè le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche sulla vita religiosa.E come accade in ogni crisi di crescita, questa trasformazione reca con sè non lievi difficoltà. Così mentre l’uomo estende la sua potenza, non sempre riesce però a porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo animo, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre più chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenze economiche e tuttavia una gran parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria e intere moltitudini sono ancora analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà e intanto si affermano nuove forme di di schiavitù sociale e psichica. E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, viene poi violentemente spinto in direzioni opposte a causa di forze tra loro contrastanti; infatti permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, nè è venuto meno il pericolo di una guerra totale capace di annientare ogni cosa. Aumenta lo scambio di idee, ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti umani, assumono, nelle diverse ideologie, significati assai diversi. Con ogni sforzo si vuol costruire un ordine terreno più perfetto, senza che cammini, di pari passo, il progresso spirituale. Immersi in così contrastanti condizioni, molti nostri contemporanei non sono in grado di  identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli con quelli che man mano scoprono. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Il quale sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta (n.4). Il popolo di Dio, mosso dalla fede, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni a cui prende parte insieme agli altri, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo e perciò guida verso soluzioni pienamente umane (n.11)».
Al termine potremmo solo aggiungere l’invito che oggi Gesù ci rivolge, dopo aver meditato con i discepoli alcuni fatti tragici accaduti in quei giorni: <Se non vi convertirete,  perirete tutti>.
L’uomo davanti al cespuglio di Dio (Esodo 3,1-15).
Martin Buber nel suo libro I racconti dei chassidim riferisce un aneddoto: «Ad un rabbi si presentò un discepolo e gli chiese: “Prima esistevano uomini che hanno visto Dio faccia a faccia. Perchè oggi non ne esistono più?”. E il rabbi rispose: “Perchè oggi nessuno sa chinarsi così profondamente”».
Dov’è andato Dio? Si può ancora incontrare Dio? Crediamo in <un> Dio oppure in <quel> Dio che la Storia del popolo ebraico e Gesù ci hanno fatto conoscere? Dal momento in cui pronuncio la frase <io credo> faccio una scelta che fa appello a tutta la realtà del mio essere non solo interiore, ma anche economico e sociale. Qualcuno pensa che si possa perdere la fede come si perde un portafoglio, ma può capitare qualcosa di più grave ed è quando la fede non scuote più le mie scelte. Lo scrittore Giorges Bernanos diceva :”La fede non c’è più non solo quando la si perde, ma anche quando essa non dà più forma alla vita, ecco tutto“.
Stava pascolando. Mosè è un latitante fuggiasco a causa di un omicidio compiuto. Non c’è nulla che faccia prevedere il suo ruolo di leader religioso. Vaga nel deserto non per incontrare Dio, ma per trovare pascolo per i suoi animali. Anche gli apostoli stavano aggiustando le reti e pare che il loro mestiere non rendesse facile la frequenza in Sinagoga.
Il Monte Oreb diventa il luogo classico dell’incontro tra Dio e Israele. La storia di Israele è caratterizzata da determinati luoghi in cui Jahwè si è manifestato; non si tratta mai di luoghi in cui Jahwè dimora, ma di località di apparizioni ed incontri. Sembra che Dio preferisca non essere imprigionato in religiose galere, ma voglia essere dove è la gente, incontrandola più sul fango e sulla sabbia che sui lucidi lastricati dei santuari. Poi verrà la istituzionalizzazione delle religioni e Lui si adatterà ai Tabernacoli che sono più un bisogno nostro che Suo.
<Mosè!>….<Eccomi>. Davanti alla situazione di oppressione del popolo, Dio inizialmente sembra dire “Ci penso io!”.  Più avanti sembra ripensarci e dice a Mosè: “Voglio mandarti da Faraone. Avanti! Tocca a te!”.  Dio ha bisogno di noi? La conversione di Mosè ha significato il passare dalla condizione di fuggiasco e di ribelle a quella di servo della liberazione della sua gente. Prima ha vissuto comodamente nel palazzo del faraone, come suo portaborse e lacchè; poi si ritira a farsi i fatti propri lontano dalle sofferenze del popolo. La sua conversione segna il ritorno alla solidarietà col popolo che soffre. E mentre compirà un’opera politica di leader, compirà anche un’evangelizzazione, annunciando per sempre il NOME di JAHWE’. Colui che un giorno è stato toccato dal fuoco di Dio non può far altro che “andare”. Mosè si accosta per curiosità, ma il contatto di Dio lo brucia. Ogni esperienza autentica di Dio non si risolve in godimento estatico. Lo abbiamo visto anche domenica scorsa sul Tabor. Dio si rivela non per soddisfare la nostra curiosità o per fornirci informazioni gratuite, bensì per informarci di ciò che attende da noi. Mosè va per vedere e si ritrova qualcosa da fare; si mette in ginocchio per ritrovarsi in piedi[1].  Si toglie i sandali per adorare, ma poi se li rimetterà per camminare col suo popolo.
Ho osservato, ho udito, conosco, sono sceso per liberare. Sono i verbi di Dio, messi in successione, per sottolineare  l’iniziativa di Dio che parte da un interessamento partecipato e termina con una “incarnazione” (“sono sceso”). Gesù costituirà l’atto terminale di questa successione di verbi di Dio (“si fece carne e pose la sua tenda fra noi”). A questo forte protagonismo di Dio, si intreccia la missione collaboratrice di Mosè che, come tutti i profeti, sente lo scarto tra il compito affidatogli e il limite personale (“Chi sono io?”). A questo dubbio, Dio pone il sigillo del suo nuovo nome (“Io sarò con te”).
Dio davanti al cespuglio dell’uomo (Luca 13,1-9).
Nella prima Lettura ci è stato presentato l’uomo Mosè davanti al “cespuglio” di Dio, stupito e pazientemente in attesa per raccogliere i frutti del fuoco della Rivelazione e della missione. Ora, nel Vangelo, le parti si invertono; é Dio che si pone davanti ai cespugli un po’ secchi degli uomini per cercarne i frutti: « Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò».  I fichi e l’uva avevano, per gli ebrei, un forte significato simbolico evocativo perchè erano i primi frutti che avevano incontrato quando si installarono nella Terra Promessa. Il fico, nell’insegnamento rabbinico, simboleggia, per la sua dolcezza, la Parola di Dio, la Torah. E’ una pianta che si usava piantare nei vigneti e diventava il simbolo della legge di Dio piantata nella vigna-Israele. La vigna, infatti, fu presa dai profeti come il simbolo del popolo piantato dal Signore non come pianta ornamentale da appartamento, ma come albero da frutta. Dio viene incontro all’uomo e cerca il frutto dell’amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, Egli ama passeggiare con l’uomo (Genesi 3,8) e lo cerca <Adamo dove sei?> .  Ma Dio pare sfortunato. La sterilità del nostro legno secco sarà vinta dal legno della croce da cui pende il frutto dolce che è Gesù.
Noi restiamo questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti; non solo non produciamo frutti, ma impoveriamo e rendiamo improduttiva la terra.  Ora veniamo “lasciati (perdonati)” per <un anno>, che è il periodo della nostra vita, per permetterci di innestarci come tralci sulla vite che è Cristo (Giov.15).
Dio e uomo si cercano nel fogliame quotidiano.
Per rielaborare la meditazione biblica non posso non pescare a piene mani nel cuore e nella parola di Mons. Tonino Bello[2]:
«Qualcuno ha scritto che la meraviglia è la base dell’adorazione.  Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi di estasi. E’ in calo il fattore sorpresa.  Non ci si esalta per nulla.  C’è in giro un insopportabile ristagno di cose già viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati dagli schemi, prigionieri della ripetizione modulare.  La fantasia agonizza.  Occorrerebbe riutilizzare il Salmo, nel quale si densifica il rapimento estatico di chi contempla la gloria di Dio: «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8, 1). Se avessimo gli occhi dei bambini, dovremmo essere capaci di leggere questa scritta su tutta la curva del cielo, da oriente a occidente.  Incoraggiare l’attitudine allo stupore.  Non disdegnare, come cedimento alla serietà organica del pensiero, il tentativo di indicare nella bellezza la strada privilegiata attraverso cui Dio si rivela. Il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano sui crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna, non hanno smesso di proclamare su tutta la grandezza della terra il nome di Dio. Senza stupore è difficile l’incontro con Dio.  Senza rapimenti estatici è impossibile parlargli.  Al massimo, con Dio ci potrà essere rapporto mercantile, basato sulle contrattazioni della domanda e dell’offerta: soprattutto nei momenti della paura o dello smacco. Ma non incontro personale, né abbandono di fiducia, e tanto meno, ebbrezza d’amore.
«Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano» (Is 49,15-16).  Sapere che, questa frase di Isaia, Dio la ripete a te, a me, a tutti, fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del rapporto personale con lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, «chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono “eccomi” brillando di gioia!» (Baruc 3,34-35).  Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni, illuminandoli con la luce dei suoi occhi.  Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca a uno a uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni.
E ho provato a pensare se  ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del Nome di Dio. Ma non mi è riuscito di trovarlo. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastardiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera, ma anche giù nei sotterranei delle metropoli dove si sfrenano ogni giorno le orge della dissolutezza. La verità è che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. A Dio non  appartengono solo le aree del sacro. Egli riempie d’olio tutte le lampade della vita, fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. E Dio non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba trafugargli i brevetti delle sue invenzioni. Non considera l’uomo come suo rivale, ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione, Come socio, cioè, di pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro».


[1] Da A.Pronzato PAROLA DI DIO anno C, Ed.Gribaudi pag. 76.
[2] T.Bello,  Non c’è fedeltà senza rischio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2000.




13 marzo 2022. Domenica 2a quaresima
LA CROCE TRASPARENTE

2° Domenica Quaresima C

Preghiamo. Dio grande e fedele, che riveli il tuo volto a chi ti cerca con cuore sincero, rinsalda la nostra fede nel mistero della croce e donaci un cuore docile perchè nell’adesione amorosa alla tua volontà seguiamo, come discepoli, il Cristo tuo Figlio.
Dal libro della Gènesi 15,5-12.17-18
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».  Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
SALMO 26  Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  3, 20 – 4, 1
Fratelli, la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
+ Dal Vangelo secondo Luca 9,28-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 LA CROCE TRASPARENTE. IO CERCO IL TUO VOLTO SIGNORE. Don Augusto Fontana

La croce trasparente. Il parroco, quella domenica, era nervoso più del solito. Il Consiglio pastorale della sera precedente non era andato molto bene. I parrocchiani avevano inoltrato una petizione, con centinaia di firme, perchè venisse messo finalmente un crocifisso nell’abside della chiesa nuova. Lui non ne voleva sapere; aveva dato tutte le spiegazioni del caso, ricorrendo anche al divieto della Bibbia di farsi immagini di Dio, spiegando che i “poveri cristi” li dobbiamo andare a riverire, crocifissi, sul loro letto di malattia, tuonando contro la tranquilla coscienza del circuito economico nord occidentale che crocifigge migliaia di altri cristi, contestando l’abuso del crocifisso come monile ornamentale o suppellettile di arredo anzichè come scandalo e speranza, predicando che il crocifisso va inchiodato nel cuore e non appeso ad un muro. Come unico risultato ottenne una lettera anonima al vescovo da parte di un parrocchiano che si lamentava che il suo parroco non portava il crocifisso sul bavero della giacca. Quella mattina gli era venuta un’ispirazione. Non si trattava di un’idea qualunque, ma di una vera ispirazione divina maturata leggendo il capitolo 9 di Luca.  Dal pulpito promise solennemente: <Fratelli, mi avete convinto; questa chiesa manca di una croce; vi prometto che domenica prossima avrete quello che chiedete. E così sia>. Durante la settimana, nel piazzale della chiesa ci fu un andirivieni di camion, muratori, e geometri: la gente osservava da dietro le tendine delle finestre.  E venne domenica, la seconda domenica di quaresima. I parrocchiani, assiepati sulla porta, vennero fatti entrare. E la croce? Dov’era la croce promessa? L’abside presentava una vasta ferita a forma di croce, una vetrata enorme da cui entrava, gioioso e fastidioso, il sole dell’alba. Delusione e brontolii nell’aula. Chi si faceva schermo con le mani per non essere accecato, chi scuoteva il capo perplesso, chi girava gli occhi per vedere dove il parroco avesse nascosto il crocifisso. Quella croce non ebbe mai l’onore di un cero, un piccolo misero cero che si riserva a un qualunque santantonio o padrepio. Calò la sera, più misteriosa di altre, perchè il sole aveva cessato di dardeggiare  e, dietro la ferita delle pietre, si intravedevano le luci del vicino ospedale: qualche camice bianco, due vecchietti  nel viale delle chirurgie, due volontari che spingevano frettolosi una barella, un bimbo che si sporgeva dalla finestra, calvo, come bruciato.
Non si capì mai se il crocifisso morto in quella chiesa andasse a risorgere su quell’ospedale o se i crocifissi di quel Golgota/ospedale di dolore andassero a morire nella chiesa passando attraverso quella ferita di cristallo simile ad una resurrezione.

Trasfigurazione, metamorfosi, teofania: sogno, visione o fede?
Occorre innanzitutto intenderci su alcuni termini. Pensiamo al termine “ascensione al cielo”(che ha prodotto l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante) oppure ai termini “miracolo, comandamento, fare memoria” ecc. Anche il termine “trasfigurazione” necessita di una rivisitazione. Se ne hai voglia prova a confrontare le versioni dei 3 evangelisti che ne parlano: Luca 9, Matteo 17, Marco 9. Trascuriamo, per ora, la questione della diversa connotazione temporale degli eventi (otto giorni dopo o sei giorni dopo?) e andiamo a meditare gli elementi dell’evento: Matteo e Marco usano il termine trasfigurazione (in greco: metamorfosis) che Luca non usa. Solo Luca annota che l’evento accade mentre Gesù pregava. Luca e Matteo riferiscono del volto, non accennato da Marco. Unico dato comune a tutti e 3 sono le (la) vesti.  Tutto ciò ha un senso o è pura esercitazione letteraria?
E se fosse tutta questione di sguardo?
Per Luca prevale l’evento della preghiera. La preghiera di Gesù, cioè la sua familiarità con il Padre, costituisce l’evento scatenante di una Rivelazione, di una Epifania, di una Teofania[1].
Gesù, la sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio bruciante da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore  gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). Il legno della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
Abbiamo un altro precedente biblico dell’evento della “trasfigurazione”, nella figura di Mosè che sul monte Sinai familiarizza con Dio e scende con il volto trasfigurato a fare da mediatore tra Dio e il popolo (Esodo 33 e 34):  ” Mosè disse al Signore:<Mostrami la tua Gloria>. Il Signore rispose:<Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio Nome. Ma tu non potrai vedere il mio volto perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finchè sarò passato. poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere….>.Quando Mosè scese da monte Sinai non si era accorto che la pelle del suo viso era diventata raggiante perchè aveva conversato con Lui. Ma Aronne e tutti gli israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui…Mosè allora si pose un velo sul viso. Quando Mosè andava davanti al Signore a parlare con Lui, si toglieva il velo, fin quando fosse uscito”.
Nell’evento della “trasfigurazione” ci troviamo, dunque, di fronte ad un modo di trasmettere un’esperienza fatta dai discepoli. Sono gli stessi discepoli che avevano raccolto la tradizione orale che riferiva quello che era successo sotto la croce: “ Gesù dando un forte grido spirò. Il velo del tempio si squarciò in due. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio> (Marco 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione”, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana e trasparente, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: « Questo ucciso, è Dio! ».
Nel volto e nella veste lacerata.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La “Gloria di Dio” si rivela nella veste e nel volto di Gesù, cioè nella sua personalità interiore e palese. La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile e occupante di Dio, sia nello spazio che nella coscienza: la presenza ingombrante di Dio si rivela dunque sul volto e sulla tunica dell’uomo di Nazaret con cui i dicepoli hanno vissuto da ormai qualche anno, forse annoiandosi un pò (“erano oppressi dal sonno” come succederà tra qualche tempo nel bosco del Getsemani). Continua il nostro legittimo imbarazzo di fronte ad un evidente uso di materiale simbolico che potrebbe indurci a relegare il nostro testo tra i miti o le leggende.
Abbiamo precedentemente notato che il simbolo della veste è l’unico elemento comune ai tre evangelisti nella sezione che stiamo meditando. Anche per noi, oggi, certe circostanze vengono sottolineate con il simbolo del vestito: pensiamo alla cura ed alla carica evocativa che diamo alla scelta del vestito con cui rivestiamo per l’ultima volta un nostro caro defunto; oppure pensiamo alla veste nuziale, alla divisa, al look di circostanza, ai paramenti sacerdotali in ogni culto religioso. Ed ora torniamo sotto la croce dove Gesù viene denudato dei suoi abiti umani e spogliato della sua veste regale e sacerdotale, : “I quattro soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti e presero la tunica. Quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo> (Giov.19, 23-24). E’ lo stesso Giovanni che, nel racconto del processo, aveva annotato: “Gli misero addosso un mantello di color rosso…e gli davano schiaffi sulla faccia“. Anche Luca non aveva mancato, durante il racconto del processo, di far rimarcare: “Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste(Lc.23,11). Facciamo un’escursione veloce nell’Apocalisse (1,13-15): “Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù, è la risposta provvisoria al desiderio dei cercatori di Dio, come si esprime il Salmo 27 (26) di oggi: “Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!». Signore io cerco. Non nascondermi il tuo volto”.
E’ in ballo dunque la domanda: secondo te dove si incontra Dio?
Oggi pare balenare una rivelazione. Dio si manifesta nell’interiorizzazione e nella debolezza palese.
Nell’interiorizzazione. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti. L’hanno visto pregare e diventare trasparente al Padre, nella sua relazione filiale  col Padre e ne sono rimasti trasfigurati anch’essi. Fu una Risurrezione anticipata. Oppure, meglio, una rilettura post-pasquale di quell’esperienza passata di ritiro sul Tabor. La trasfigurazione non è uno spettacolo (come non fu documentata la Risurrezione), ma un’esigenza di ciascuno di noi: capire il senso della normalità di Dio nella vita spesa di Gesù e diventare finalmente quel che vogliamo essere e che abitualmente non siamo capaci di essere.
Nella debolezza palese. La trasfigurazione non è un prodigio; è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Per manifestarsi, Dio non ha bisogno di lampi e tuoni; gli basta un poveraccio, un decaduto dalla nostra stima e che ha perso la sua veste regale, un umiliato privato della veste sacerdotale della sua dignità, uno sfigurato dagli schiaffi della vita, della malattia, della vecchiaia e dei prepotenti. Anzi, a Dio basta una vita ordinaria, come gli è bastato un Gesù ordinario, denudato di tutte le insegne di riconoscimento per essere più trasparente. La croce è trasparente di divinità, perchè chi vi è sopra è nudo e gli resta solo la debolezza di dover essere amato. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, che verrà proclamata oggi, dice: < La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso>.

L’esodo: la nube e la tenda.
L’ottavo giorno è un modo di indicare “il giorno di domenica, giorno del Signore” che vedeva riunita la Chiesa per celebrare l’Eucarestia pasquale. Ancora una volta Luca richiama la comunità al dovere del ritorno alla vita quotidiana dopo essere stati rifocillati nella liturgia pasquale: bisogna scendere a valle per riprendere il cammino verso gli appuntamenti conflittuali. Durante questo esodo/cammino ci vengono concessi dei segni della presenza di Dio, ma non possiamo usarli per fermare il cammino o anticiparne la soluzione. Tra questi segni, come durante l’esodo nel deserto, ci sono la nube e la tenda: “Allora la nube coprì la tenda dell’assemblea e la Gloria del Signore riempì quel luogo. Mosè non potè entrare perchè la nube copriva la tenda e la Gloria del Signore la riempiva”. (Esodo 40, 34-35). La Bibbia e l’Eucarestia sono la nostra “Nube parlante”, segni che svelano e, insieme, velano la presenza del Signore. La tenda è la comunità costruita da mani d’uomo e che deve avere i picchetti sempre pronti ad essere tolti quando si tratta di riprendere il cammino della vita quotidiana e della testimonianza fra gli uomini.


[1] Il termine non deve fare paura. Deriva da 2 parole cucite insieme: Theos + fanìa dove THEOS significa DIO e FANIA significa MANIFESTAZIONE. TEOFANIA = MANIFESTAZIONE / RIVELAZIONE DI DIO. Chiunque farebbe fatica a descrivere, ad altri, l’esperienza di aver sentito Dio vicino. Viene spontaneo usare termini “eccessivi”: terremoto, fuoco, nube, luce, voce, emozioni.