I poveri: principi del Regno di Dio
Padre Ermes Ronchi

I poveri: principi del Regno di Dio
Ermes Ronchi (Avvenire 21/01/10)

Luca ci racconta la scena delle origini, scena da stampare nel cuore. Lo fa quasi al rallentatore, per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
«Gesù arrotola il volume, lo consegna, si siede. Tutti gli occhi sono fissi su di lui». Risuonano le prime parole ufficiali di Gesù, «oggi la parola di Isaia diventa carne»: si chiudono i libri e si apre la vita. Dalla carta scritta al respiro vivo. Dall’antico profeta a un rabbi che non impone pesi, ma li toglie, non porta precetti, ma libertà.
L’umanità è tutta in quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Sono i quattro nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
Con quattro obiettivi: portare gioia, libertà, occhi nuovi, liberazione . E poi con un quinto perché spalanca il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto di Dio: «proclamare l’anno di grazia del Signore», un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, perché Dio non solo è buono, ma esclusivamente buono, incondizionatamente buono. I primi destinatari sono i poveri. Sono loro i principi del Regno, e Dio sta alla loro ombra. È importante: nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. La Buona Notizia non è una morale più esigente o più elastica, ma Dio che si china come madre sul figlio che soffre, come ricchezza per il povero, come occhi per il cieco, come libertà da tutte le prigioni, come incremento d’umano.
Dio non mette come scopo della storia se stesso, ma l’uomo; il Regno che Gesù annuncia non è un Dio che riprende il potere su una umanità ribelle e la riconduce all’ubbidienza, per essere servito, ma il Regno è un uomo gioioso, libero da maschere e da paure, dall’occhio luminoso e penetrante, incamminato nel sole.
Un sublime capovolgimento. Dio dimentica se stesso, non di sé si ricorda, ma di noi: non offre libertà in cambio di ossequio, ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio.
La parola chiave del programma di Gesù è libertà, ripetuta due volte.
Come mi libera Cristo? «Cristo è dentro di me come una energia implacabile, fintanto che tutto il nostro essere non diventa luminoso; dentro di me come germe in via di raggiungere la maturazione; come un sogno di pienezza di vita, indomabile e attivo, un desiderio di libertà» (G. Vannucci); come un lievito mite e possente che trasforma il mio pianto in danza, il mio sacco in veste di gioia.




23 gennaio 2022. Domenica 3a tempo ordinario
OGGI

3° domenica tempo ord. C
Preghiamo. O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro di Neemìa 8,2-4.5-6.8-10
In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».
Salmo 18  Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

La legge del Signore                è perfetta,          rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore    è stabile,            rende saggio il semplice.
I precetti del Signore                sono retti,          fanno gioire il cuore;
il comando del Signore            è limpido,          illumina gli occhi.
Il timore del Signore                 è puro,              rimane per sempre;
i giudizi del Signore                 sono fedeli,        sono tutti giusti.
Ti siano gradite le parole della mia bocca;  davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia roccia e mio redentore.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 12, 12-14.27 (forma breve)
Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.
Dal Vangelo secondo Luca 1,1-4; 4,14-21
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

OGGI. Don Augusto Fontana
Parole portate da storie sgangherate[1].
La prima lettura, quella del Libro di Neemia, risuonerà nel silenzio orante delle nostre assemblee liturgiche disinfettata dal suo contesto storico: eventi foschi. Fuori da questa cornice diventerà occasione ghiotta per elegie ed elogi sulla Liturgia o lo studio orante della Parola di Dio. Nulla da ridire al riguardo. Magari fossimo tutti scrutanti e scrutati da questa forte e dolce Parola. Purchè resti ferma la memoria che la Parola di Dio viaggia su carri sgangherati. Anche chi ascolta meravigliato la spiegazione biblica di Gesù nella sinagoga di nazaret finirà nella rete di questa incredibile logica di Dio: «..e dicevano:“Non è il figlio di Giuseppe?”»[2].  Origini troppo banali per uno che dichiarava di essere l’oggi delle promesse di Jahweh. Origini, d’altra parte, interessanti per uno da sfruttare, come si farebbe con una star famosa, influente e milionaria che torna al comune paesello.
La Parola viene da Dio, ma viaggia nella carne e si annida nella storia perché ad esse è destinata. Parola di Dio consegnata, fragile, al sapere di esegeti e scribi, alle intuizioni naïve del popolo, alla faticosa ruminazione di credenti, alle maldestre mie liturgie, al prostituto ancheggio dei potenti, alla infinita speranza dei falliti: «Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Dunque torniamo alla cornice e agli antefatti della liturgia della Parola in quella piazza di Gerusalemme.
Erano già passati molti decenni dal decreto con cui il re Ciro aveva permesso il ritorno degli ebrei dalla deportazione di Babilonia, ma ancora molti giudei si trovano a Babilonia. Venivano chiamati “giudei della diaspora”. E pare che si fosse ben integrati nel sistema imperiale. Si viene a sapere che  a Gerusalemme e in Giudea le cose non andavano bene tra i rientrati, soprattutto nei rapporti tra la classe sacerdotale e il popolo. Neemia, uno della diaspora e amico del re, fu il primo a sentire la necessità di intervenire. Egli va a Gerusalemme mandato dal re Artaserse che è interessato a riprendere un maggior controllo politico dell’area. Il re gli mette a disposizione oro e soldati (Neemia 2,5-9). La sua missione consiste nel ricostruire la città, ricondurre al potere il gruppo sacerdotale più gradito al re, riprendere il controllo persiano dei mercati della Giudea troppo strettamente collegati con i mercati arabi. (Neemia 2, 17-20). Con grande sforzo Neemia riesce a ricostruire le mura di Gerusalemme e ad obbligare una parte della popolazione ad abbandonare le campagne per lavorare nella città al servizio del gruppo sacerdotale (Neemia 6, 15; 11, 1-2). Separa la Giudea dalla Samaria facendone una provincia autonoma, costituisce un’assemblea urbana e organizza un sistema di imposte e tributi sui contadini, soprattutto la DECIMA, per garantire il pieno funzionamento della città (Neemia 5, 14-18; 10, 1-40; 10, 38b). Torna a Babilonia con in mano i risultati raggiunti senza prevedere che, in sua assenza, i contadini non avrebbero più pagato le decime né avrebbero sostenuto economicamente il tempio e i sacerdoti. Allora parte Esdra per ridurre alla ragione i contadini delle campagne. Egli sa che non ci sarà soluzione ai conflitti finché la campagna non passerà sotto il controllo dei sacerdoti. Arriva, dunque, con la forza della Legge/Torà e l’appoggio dal re, per garantire la proprietà della terra per i giudei di razza e di sangue. I meticci (come lo era la maggioranza dei contadini che avevano sposato donne straniere) non avranno diritto alla proprietà terriera e potranno solo lavorare come servi (Esdra 9, 12; 10, 8). Esdra organizza un sistema giudiziario nelle campagne per far applicare questa nuova Legge con pene severissime a chi non le avesse rispettate. (Esdra 7, 25-26). I contadini saranno chiamati con disprezzo “popoli della terra” ed equiparati agli stranieri che non potevano possedere terre in Israele (Esdra 9, 1-2). Con questa politica i contadini perdono le proprie terre che passano sotto il controllo del gruppo sacerdotale. La missione di Neemia ed Esdra è appoggiata economicamente e militarmente dall’impero. Il capitolo settimo del libro di Esdra è molto importante per capire il realismo entro cui ci fu trasmessa la Parola di Dio. Vi ritroviamo la lettera che il re Artaserse aveva consegnato ad Esdra per il suo ritorno a Gerusalemme. La commistione tra evangelizzazione e politica diventa un abbraccio mortale. Esdra, uomo espertissimo nella Bibbia e macchiavellico, torna dunque con una lettera del re che suona così: «Verso chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere» (Esdra 7, 26). La legge di Dio si mescola con la legge del re. Sono bastati alcuni denari del re consegnatigli per il tempio e già Esdra si vende agli interessi del re. Collateralismo. Muore la figura del profeta e nascono rabbini, maestri, teologi, esperti di interpretazione e comprensione del testo. Il libro di Neemia, nel capitolo 8, ci parla di questo cambiamento significativo. Abbiamo Esdra sopra al palco con il libro aperto e circondato da 12 scribi. Ma attenzione. Sta emergendo un gruppo, i discendenti di Levi: «Giosuè, Bani, Serebia, Jamin, Acub, Sabatai, Hodias, Maasia, Celita, Azaria, Josabad, Hana e Falaia, che erano leviti, spiegavano la Legge al popolo che restava in piedi» (Neemia 8, 7). Non è più il profeta che parla! «Lessero il libro della legge di Dio spiegando e interpretando il senso perché tutti comprendessero ciò che stavano leggendo» (Neemia 8,8). Leggere, chiarire, interpretare, spiegare, comprendere sono i nuovi verbi legati al Libro. E se qualcuno vuol fare la carità, c’è posto anche per quella: «mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato».
Avremo un popolo che non capisce la parola di Dio a meno che qualcuno gliela spieghi e chiarisca ciò che vi è scritto. Non era così che parlavano i profeti. Il libro tornò ad essere al centro, sacralizzandosi. La parola di Dio non è più la vita, ma un libro. E coloro che lo conoscono o che lo interpretano sono i nuovi maestri. Il tempio controlla così definitivamente la Parola. Il profeta scomparve. Dovremo attendere Giovanni il Battista e Gesù.
Parole destinate a vite sgangherate.
Gesù, a differenza di Giovanni il Battezzatore, non resta nel deserto, ma spinto dallo Spirito Santo, torna nei luoghi della convivenza civile e tra i suoi; il suo insegnamento predilige 3 luoghi: la sinagoga (Israele), la strada (tutti), la casa (i discepoli). L’attività di Gesù è itinerante e instancabile per raggiungere l’uomo in tutte le situazioni.
Gesù, un bravo ebreo che legge  la  Toràh in sinagoga e in comunità. Dice S. Gregorio Magno: “So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli ho compreso molte cose della Parola di Dio che da solo non ero riuscito a comprendere“. Gesù, Logos-Parola di Dio, come si è messo in fila con i peccatori sul fiume Giordano partecipando al movimento di riforma di Giovanni Battezzatore, così si mette in fila per entrare ogni sabato in sinagoga per partecipare alla assemblea liturgica della Toràh; e pare che fosse davvero bravo nei commenti, considerati i complimenti che gli rivolgevano. Sono i paradossi di Gesù che rivelano la paradossale indifferenza dei cristiani alla assiduità della Celebrazione della Parola. Alle origini della Chiesa non era così perché, come scrive il Libro degli Atti 2,42: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli apostoli“. Il suo insegnamento è di sabato perchè la  Parola di Dio apre all’uomo il Sabato di Dio, giorno nel quale si entra nell’ascolto e nella obbedienza, giorno del Sabato definitivo della Risurrezione. Gesù apre il Rotolo, come dirà l’Apocalisse  5,9: “Tu sei degno di prendere il Rotolo e aprirne i sigilli“. Gesù chiude il Rotolo dichiarando così concluso il tempo della promessa e inaugurato il tempo del compimento: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» .
Tuttavia l’evangelo si appoggia sull’Antico Testamento e ogni cristiano dovrebbe essere, come Gesù, un po’ ebreo. Prima di essere cristiani siamo ebrei.
Gesù e la sua novità si colgono solo a partire da quella bibliotechina di 73 libricini della Bibbia formatasi progressivamente dentro la storia di grazia e di peccato di un popolo nell’arco di quasi duemila anni. Ma Gesù è anche l’esegeta e lo scriba della Bibbia; sarà infatti Luca stesso che rammenterà la vicenda dei discepoli di Emmaus a cui Gesù “spiega” ed attualizza le Sante Scritture.
Con la Bibbia Dio rompe il silenzio e si pronuncia non parlando solo di se stesso, ma anche dell’uomo. E questo discorso viene rivolto essenzialmente ad un popolo. Interlocutore di Dio non è tanto, o soltanto, il singolo individuo, quanto un popolo[3]. Non è un libro di responsi dove ciascuno può scovare le proprie idee e tutto ciò che gli fa comodo. E’ un libro di comunità e non può essere capito se non nell’ambito ecclesiale. E’ un dialogo con Dio da parte di una assemblea. Gesù prende spunto dal brano profetico per esternare il suo programma pastorale: Kerigma (primo annuncio), catechesi (spiegazione e approfondimento), prassi liberatrice di amore. Gesù rivoluziona il modo di leggere la Toràh perchè sposta l’attenzione da ciò che si dice a ciò che accade, dal testo all’avvenimento, dal passato all’oggi, dagli impegni degli altri al proprio coinvolgimento personale diretto. Luca è ossessionato dall’oggi lungo tutto il suo evangelo. Il cap. 61 di Isaia era un testo che veniva letto con una forte valenza messianica: quando si sarebbe realizzato ciò che vi è contenuto, sarà il segno che l’èra messianica si è inaugurata.
Ignorare la Santa Scrittura è ignorare Cristo (S. Girolamo).
Poche domeniche si prestano come questa per un discorso di fondo sull’importanza della Bibbia per la nostra vita, sul modo di ascoltarla e di leggerla con frutto sia personalmente che nel gruppo biblico o nell’assemblea liturgica. Però va ribadito anche come dovremmo leggerla:
1- in atteggiamento orante, convinti di essere alla presenza del Signore che ci parla (cfr. nella 1° Lettura: “si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore“). Oggi si sta diffondendo l’uso della “Lectio divina” che è un metodo di ascolto orante, di lettura continua delle Sante Scritture cercando di capire la Bibbia attraverso la Bibbia e con la vita. Dopo le Letture liturgiche il lettore proclama <Parola di Dio!> e tutti rispondiamo < Rendiamo grazie a Dio, lode a Te o Cristo!>; dopo ogni Lettura siamo invitati a pregare con un salmo o con un versetto di Alleluja. L’automatismo di queste acclamazioni, l’ovvietà abitudinaria hanno forse bruciato, nel tempo, la carica di fede di queste proclamazioni.
2- in spirito di conversione, non per cercare idee o conferme dei nostri punti di vista, ma per riscoprire la nostra identità, per piangere la nostra infedeltà e per aprirci gioiosamente alla speranza.
3- in spirito…ebraico cioè attraverso i 3 approcci più tradizionalmente ebraici: esegesi (la lettura del testo fatta nel/col suo contesto letterale), attualizzazione culturale (non limitandosi a ripetere ciò che l’autore ha detto, ma facendo sprigionare dal testo la sua ricchezza celata, capace di dare significato al nuovo e diverso momento storico dell’oggi; ciò comporta un lavoro sinfonico e comunitario che richiede collaborazioni e competenze), attualizzazione esistenziale (vivere la Santa Scrittura per meglio capirla). La tradizione ebraica amava dire che “la Bibbia ha settanta volti” per sottolineare l’inesauribile significato della Scrittura, contemporanea ad ogni uomo, in ogni tempo e circostanza.
4- nell’oggi dell’impegno quotidiano attraverso gesti concreti di salvezza. Davanti alle realtà che ci circondano, che cosa fare? Rassegnarci?  Rivoltarci? E contro chi, contro che cosa? A chi mi domanda: “Credi ancora che l’umanità diventi migliore?” mi piacerebbe saper rispondere: “Ci voglio credere, perchè credo in Gesù di Nazaret il Cristo”, anche se so che tutto questo non si realizzerà senza sforzo. Gesù ha posto la prima pietra. La seconda Lettura biblica di oggi (1° Corinti 12, 12-31) che non ho commentato per motivi di spazio, sottolinea che Dio si serve di noi come Sue membra: mani, cuore, parola, intelligenza. Se ci addormentiamo, noi sabotiamo il suo “Oggi” e paralizziamo la sua attività messianica riducendo la Buona Notizia (Evangelo) a lettera morta.


[1] Ho elaborato questa sezione servendomi del testo del biblista italo-brasiliano Sandro Gallazzi Por uma terra sem mar, sem templo, sem làgrimas, Ed. Vozes, Petròpolis, 1999.
[2] Luca 4,22
[3] Nell’Antico Testamento vengono ricordate soprattutto quattro grandi Assemblee attorno alla Torah: l’assemblea del Sinai dove si forma la prima “chiesa del deserto” (Esodo 19,3-8); l’assemblea di Sichem svoltasi appena dopo l’ingresso nella terra promessa sotto la guida di Giosuè (Giosuè 24); l’assemblea del re Giosia a seguito della scoperta del Libro della Legge che era stato nascosto al tempo del crudele regno di Manasse (2 Libro dei Re Cap. 22-23); l’assemblea di Esdra, dopo il ritorno dall’esilio babilonese (398 a.C.), riportata dalla lettura biblica della liturgia odierna.




I «ladri di terre» si mangiano pezzi di Amazzonia brasiliana
Lucia Capuzzi (Avvenire 16/01/22)

I «ladri di terre» si mangiano pezzi di Amazzonia brasiliana

Lucia Capuzzi, Inviata a Imperatriz ( Brasile)- AVVENIRE 16 gennaio 2022

Boom delle occupazioni di aree protette e riservate alle comunità rurali negli ultimi anni. E mentre le fazendas si ampliano, crescono la violenza e la deforestazione.

«L’ultima volta è stata nel marzo 2020: si sono presentati qui sventolando la loro “licenza ambientale”. Peccato che non mostrino mai i titoli di proprietà. Perché non ce li hanno. Tutti i permessi sono falsi». Ci avevano già provato tre anni prima, quando erano arrivati direttamente con le ruspe per abbattere alberi centenari, costruzioni e campi. E far posto al raddoppio della Br-135, l’autostrada che attraversa il Nord-Est brasiliano per oltre 2.500 chilometri, congiungendo gli Stati di Maranhão e Minas Gerais. Anacleta Pires da Silva li aveva visti da lontano. Si era piazzata di fronte alle scavatrici, sbarrando loro il passo con il suo corpo minuto. Altri abitanti del quilombo di Santa Rosa dos Pretos l’avevano seguita. E le autorità, promotrici del progetto di ampliamento, avevano dovuto cedere. Almeno temporaneamente. Sono ormai 38 anni che Anacleta combatte per difendere la propria casa dalla lingua d’asfalto che la lambisce a meno di trenta metri di distanza. Una dimora modesta ma molto curata. Lampade e monili appesi alle pareti rosa acceso rivelano l’abilità artigianale di Anacleta. Anche così questa donna di 54 anni, dalla pelle nerissima e il sorriso facile tramanda la memoria degli antenati strappati all’Africa e incatenati alle piantagioni del Brasile coloniale. Schiavi nel corpo ma non nello spirito, capaci di emanciparsi e creare oasi di libertà ai margini dell’Amazzonia. A differenza degli altri quilombos– comunità di africani fuggitivi nascoste della foresta tuttora esistenti e tutelate dalla Costituzione – quello di Santa Rosa nasce in modo “legale”. Fu lo stesso proprietario a donare, nel testamento, la fazenda (piantagione) agli ex schiavi alla fine dell’Ottocento.
Nemmeno il regolare lascito ha messo al riparo gli attuali 4mila abitanti dal rischio ciclico di sfratto per far posto a nuove piantagioni o grandi opere. Santa Rosa, nel cuore dello Stato del Maranhão, fa da cerniera tra le due frontiere dell’agrobusiness brasiliano: il Cerrado – savana tropicale fondamentale per la sopravvivenza della foresta limitrofa – e l’Amazzonia. Terre fertili e “disponibili” grazie alla rete di complicità che lega élite politica e latifondo. E che ha nel grilagem – falsificazione dei certificati di proprietà da parte dei fazendeiros con la complicità diretta o indiretta delle autorità – la sua espressione più drammatica. Un nodo storico in uno dei Paesi con maggiore concentrazione fondiaria del pianeta. Dal 2018, però, il “furto di terre” amazzoniche e preamazzoniche ha avuto un incremento esponenziale: + 56 % secondo il recente studio dell’Instituto socioambiental (Isa).
Con la pandemia e l’attenzione concentrata sull’emergenza sanitaria, c’è stata un’escalation di occupazioni e violenze. La Commissione pastorale della terra (Cpt), legata alla Chiesa, ha registrato quasi due invasioni al giorno tra gennaio e agosto 2021, per un totale di 418. Il grilagem è cresciuto del 118 %. Una vera e propria corsa all’accaparramento di terra per allevamenti o coltivazioni intensive di prodotti da esportare, innescata dalla progressiva riduzione dei controlli. Questo spiega la crescita della deforestazione del 63 % tra 2018 e 2020. «La situazione potrebbe peggiorare nel prossimo futuro se fosse approvata la proposta di Luiz Antônio Nabhan García, responsabile delle Questioni fondiarie e uomo di fiducia del presidente Jair Bolsonaro, che dà ai grandi proprietari la facoltà di registrare la terra con una semplice autocertificazione», afferma Iriomar Lima, avvocato della rete Forum e cidadania, collegata alla Commissione pastorale della terra(Cpt). Il Maranhão, con una legge statale ancora più permissiva di quella nazionale, è – insieme a Pará e Rondônia – al centro del saccheggio come dimostra l’esplosione di violenza record nell’ultimo anno. Nonché l’estendersi di coltivazioni di eucalipto, soja, miglio e riso. «Tra gennaio e novembre scorso, oltre un terzo dei 26 omicidi legati a conflitti agricoli è avvenuto in questo Stato», spiega Lenora Motta, responsabile della Cpt regionale. E proprio del Maranhão è la prima vittima del 2022: José Francisco Lopes Rodrigues, colpito il 3 gennaio dal proiettile di un anonimo killer che ha ferito anche la nipotina di dieci anni. «È morto cinque giorni dopo in ospedale. È un momento molto triste per tutti», prosegue Lenora. Francisco era uno dei leader della resistenza al grilagemdi Ararí, costata la vita ad altri quattro contadini negli ultimi due anni. Il municipio di 40mila abitanti è all’interno della Baixada Maranhense, una pianura amazzonica solcata dai fiumi Mearim, Pindaré e Grajaú che, nella stagione delle piogge, esondano e la allagano, creando una distesa di isolotti multiformi. Un ecosistema fragile su cui, in vari periodo dell’anno, si possono ammirare uccelli di specie rarissime. Per questo, l’area è protetta a livello internazionale dalla Convenzione di Ramsa: solo l’agricoltura familiare è consentita. Ciò non ha impedito che, nel 2017, fosse occupata da 4 fazendeiros che l’hanno recintata impedendo l’accesso ai contadini. I pascoli si sono riempiti di bufali, senza che le autorità muovessero un dito nonostante le segnalazioni delle 40 famiglie di Cedro, alla periferia di Ararí. Esasperate dopo due anni di inerzia, queste ultime hanno iniziato a rimuovere le recinzioni, finendo denunciate a loro volta per «atti vandalici» e portate di fronte ai giudici. Insolitamente sollecite, le forze dell’ordine hanno subito dato il via a una sfilza di arresti. «Dal 2020 sono iniziati gli assassinii mirati. Prima è toccato a Celino e Wanderson Fernandes, padre e figlio, poi a Antônio Diniz e João de Deus Moreira», sottolinea Iriomar. Vittime senza colpevole. Come il 92 per cento delle quasi 2mila persone massacrate nel corso di conflitti per la terra dal 1985.




VACCINI PER TUTTI

O ci si salva insieme o non si salva nessuno
Maurizio Salvi (ROCCA 1 gennaio 2022)

H a molto esitato il segretario ge­nerale dell’Onu, Antonio Guter­res, quando giorni fa gli hanno comunicato che era pronta per lui nel Palazzo di Vetro la terza dose, il ‘booster’ (rinforzo), del­la sua vaccinazione contro il Covid-19. Un improvviso sussulto? Un ripensamento sul­la necessità, o l’opportunità del gesto? «Nien­te affatto – si è affrettato a spiegare ai gior­nalisti il suo portavoce, Stéphane Dujarric – solo una manifestazione di ‘grande soffe­renza’ nel compiere la ‘difficile’ scelta di fronte a quella che ha definito l”orrenda’ si­tuazione globale dei vaccini, e anche come gesto simbolico di solidarietà con l’Africa».
L’esitazione di Guterres
Pochi giorni prima, infatti, Guterres aveva partecipato insieme al presidente della Com­missione dell’Unione africana (Ua), Mussa Faki Mahamat, ad una conferenza stampa in cui aveva avuto l’opportunità di constatare ancora una volta il forte ritardo del processo di vaccinazione nei Paesi in via di sviluppo, ed in particolare in Africa. In questo conti­nente, diciamolo subito, solo meno del 6% delle persone ha potuto finora vaccinarsi con due dosi, quando tale percentuale è dieci volte maggiore nelle Nazioni più sviluppate, fra cui quelle che fanno parte del G20.
Se piove sul bagnato
Ci sono diversi elementi che possono aiuta­re ad analizzare questa emergenza. Primo fra tutti il contesto generale in cui essa si è manifestata: una grande depressione eco­nomica mondiale, ulteriormente acuitasi negli ultimi due anni, con gravi riflessi sulle risorse che gli Stati dedicano alla salute e al sostegno delle fasce più deboli della popola­zione. Poi un altro più specifico, che riguar­da le decisioni adottate dai governi dei Pae­si sviluppati. Essi hanno scelto, senza trop­po riflettere sull’opportunità di misure di ampio respiro internazionali, di stringere un patto di ferro con un gruppo di potenti com­pagnie farmaceutiche occidentali, specializ­zate nella produzione dei farmaci immu­nizzanti: le statunitensi Pfizer/BioNTech, Mo­derna e Johnson & Johnson, e l’europea Astra­Zeneca. Risultato di tale accordo è stato un accaparramento di grandi quantità di vacci­ni pagati in valuta pregiata e a prezzi di mer­cato, impedendo di fatto alle Nazioni di red­dito medio e basso di accedere alla riparti­zione dei farmaci necessari ad assistere effi­cacemente i propri cittadini. Certo, per tute­lare queste ultime Nazioni, nell’aprile 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), la Commissione europea e la Francia, hanno dato vita al sistema Covax con il proclamato obiettivo di «coordinare le risorse internazio­nali per consentire l’accesso equo a diagnosi, trattamenti e vaccini anti Covid-19». Sono do­vuti passare dieci mesi prima che qualcosa accadesse, perché il primo Paese che ha be­neficiato di questo programma è stato il Ghana che solo il 25 febbraio 2021 ha rice­vuto un contingente di 600 000 vaccini. Sulla carta Covax è una Alleanza di 190 Paesi, im­prese farmaceutiche, fondazioni e organiz­zazioni del sistema delle Nazioni Unite, im­pegnati a garantire una distribuzione equa­nime di due miliardi di dosi di vaccino entro la fine del 2022. Ma le statistiche ci dicono purtroppo che quest’anno la sua azione si è chiusa con una consegna a 144 Paesi di appe­na 560 milioni di quelle dosi.
Cosa ci ricorda la variante Omicron
Ovviamente negli ultimi mesi del 2021 il tema Africa è divenuto, con la comparsa della variante Omicron della Sars-CoV-2, la chia­ve di volta delle analisi politiche, economi­che e scientifiche sulla pandemia. In sintesi la localizzazione di questa nuova mutazio­ne del virus ha mostrato più di ogni altro argomento la grande distanza esistente fra i propositi di contrastare in modo corretto il coronavirus a livello planetario, e quello che realmente si è fatto nell’ultimo biennio. Le molte parole pronunciate nei consessi inter­nazionali-e non tradotte in azioni concre­te- sulla necessità di assistere i Paesi in via di sviluppo hanno finito per ritardare quel­la che è ancora oggi una inevitabile presa di coscienza: dai gravi danni che sta causando il Covid-19, o si salva tutta insieme la popo­lazione del pianeta, o non si salva nessu­no». In questo senso si è espresso lo stesso direttore generale dell’Oms, Tedros Ghe­breysus, per il quale l’insufficienza della copertura vaccinale e del livello di control­lo sanitario, in particolare in Africa, «è una ricetta perfetta per la creazione e lo svilup­po di varianti». E così per il momento la comunità internazionale appare molto lon­tana dal reperimento di una intesa per af­frontare globalmente un efficace pro­gramma di contrasto del virus e delle sue mutazioni. Allontanando per un momento lo sguardo dal Continente Nero, possiamo constatare che la percentuale delle vacci­nazioni è progredita velocemente nelle Americhe, in Europa, e anche in Asia. In quest’ultimo continente lo scenario si pre­senta però più articolato. Per esempio Cina, Giappone e Corea del Sud hanno vaccinato la maggioranza della loro popolazione, fino a livelli del 60%. Ma questo non è avvenuto in Nazioni asiatiche fortemente popolate, come Myanmar (Birmania), Pakistan e Ban­gladesh, che non hanno neppure raggiunto il 40% dei loro abitanti con la prima dose di vaccino. Estendendo questa valutazione a tutto il Terzo Mondo, l’anno si chiude con appena un 25% della popolazione che ha ri­cevuto solo la prima parte di una necessa­ria immunizzazione.
Perché non si liberalizzano i brevetti
Neppure il consolidamento nel mondo della variante Omicron in Africa è servita, a quan­to pare, a prendere coscienza dell’urgenza di rafforzare l’intervento sanitario nei Paesi più poveri, e a spingere quindi i governi del Primo Mondo a cambiare rotta, adottando decisioni drastiche di invio non solo di vacci­ni, ma anche di materiale utile a rafforzare infrastrutture grazie a cui le equipe medi­che possono raggiungere i luoghi più remoti della terra. L’assenza di una volontà positiva è stata denunciata da numerose organizza­zioni umanitarie di tutto il mondo e anche dall’associazione People’s Vaccine Alliance, creata allo scoppio della pandemia. La man­canza di progressi è dovuta, secondo questa alleanza, a due fondamentali ragioni. La pri­ma riguarda la necessità dei governi dei Paesi sviluppati di mostrare alle loro opinioni pubbliche sforzi efficaci, rapidi e concreti di tute­la della salute collettiva, a fini di reddito elet­torale. La secon­da è invece lega­ta alla «voraci­tà» delle case farmaceutiche, soprattutto sta­tunitensi, che nell’ultimo anno hanno moltipli­cato a ritmi esponenziali i loro profitti trattando con interlocutori che non esitano a sborsare qualsiasi cifra pur di ottenere la massima quantità possibile di dosi di vaccino. Società, inoltre, che appaiono sor­de alle sollecitazioni provenienti da molte parti, in primo luogo da Sudafrica e India, di facilitare la fabbricazione dei farmaci immu­nizzanti in Paesi del Terzo Mondo, rimuoven­done i brevetti. Una ipotesi a cui, non tanto a sorpresa, purtroppo, si oppone anche l’Ue. La partita è finanziariamente di tale impor­tanza che le compagnie farmaceutiche l’han­no volentieri trasformata anche in un capito­lo del confronto/scontro politico esistente oggi fra Occidente e potenze asiatiche, visto i for­ti ritardi accumulati nell’autorizzazione in Europa e negli Stati Uniti di efficaci vaccini di produzione russa (Sputnik V) o cinese (Si­nopharm), per non parlare di quelli cubani (Soberana 2 e Abdala). Così negli ultimi mesi questa corsa all’accumulazione di immuniz­zanti ha messo a nudo paradossali situazio­ni: l’esistenza di forti eccedenze di dosi che non vengono utilizzate e rischiano di finire al macero per scadenza, e l’invio in fretta e furia di esse, come ‘doni’, a Paesi in via di sviluppo che non riescono però ad utilizzar­le al meglio nei tempi brevi disponibili per l’inoculazione. E allora, ci ha ricordato la Peo­ple’s Vaccine Alliance, che «mentre Paesi come il Regno Unito e il Canada hanno rice­vuto dosi sufficienti per raggiungere la loro intera popolazione, l’Africa subsahariana è stata in grado di vaccinare solo una persona residente su otto». E perfino che il numero di coloro che «sul territorio britannico han­no ricevuto la terza dose di richiamo, è quasi uguale al totale delle persone completamen­te vaccinate in tutti i Paesi più poveri del mon­do».


Vedi anche : https://www.intersos.org/o-i-brevetti-o-la-vita-vaccini-per-tutte-e-tutti/




Prendersi cura del nuovo anno
Mariano Borgognoni (ROCCA- Assisi)

Prendersi cura del nuovo anno

Mariano Borgognoni (ROCCA 1 gennaio 2022)

E’ una brutta consuetudine quella di dividere la vita e la storia in anni, de­cenni o secoli, come se si tagliasse a fette un melone. E fa venire l’ortica­ria sentir ripetere ad ogni piè sospin­to: non siamo più nel Novecento, or­mai siamo nel nuovo millennio. Come se que­sto fosse necessariamente un vantaggio. Ep­pure nessuno di noi si sottrae a bilanci e pro­positi, dentro questa segnaletica convenzio­nale del tempo. E il tempo, pur essendo in­definibile se non per via di approssimazioni come sanno i filosofi e gli scienziati, è dav­vero più importante dello spazio. Innescare processi è più fecondo che occupare spazi. Eppure non si può vivere d’inneschi: né nel­la vita ecclesiale, né in quella sociale, né nel­la vita tout court. È necessario giungere ad alcuni approdi, meglio se saranno punti di una nuova partenza per il futuro piuttosto che paludi stagnanti dove vivere da arrivati. Che cosa augurarsi dunque per l’anno nuovo? Per cosa fare quello che si deve scontando che poi avverrà solo quello che può? Mi appello alla numerologia limitandomi (si fa per dire) a sette obiettivi e auspicandone settanta volte sette, come disse Gesù che amava esagerare al pari di tutta la sua stirpe.
Primo: una se­ria lotta alla pandemia che sul piano plane­tario liberalizzi i brevetti e aiuti i paesi po­veri. Un atto di lungimiranza e di generosità capace di restituire sicurezza al mondo e con­sapevolezza che non serve a molto trince­rarsi nel bunker dei privilegiati.
Secondo: una nuova attenzione alle condizioni di salute della nostra casa comune, straordinariamen­te logorata dal paradigma unico della cre­scita a qualsiasi costo sociale e ambientale. Così l’Agenda 2030 dell’Onu finisce per esse­re una mera cornice di buone intenzioni, come Glasgow ha continuato a dimostrare.
Terzo: rimettere al centro il lavoro. La piena e buona occupazione come traguardo di ci­viltà e democrazia. Lo dico con le parole di Piero Calamandrei: «finché non c’è la possi­bilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la no­stra Repubblica non si potrà chiamare fon­data sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica». Si badi, come aveva ben intuito Pier Pao­lo Pasolini, di cui ricorre il centenario della nascita proprio quest’anno, che sviluppo e progresso possono benissimo non coesiste­re. Non basta agitare la bandiera del Pil se aumenta la povertà, il lavoro impoverito, la desertificazione dei diritti, l’indebolimento della progressività fiscale. Nessuno svilup­po è durevole senza la riduzione della disu­guaglianza. La politica democratica torni sul­la terra se vuole evitare brutte sorprese.
Quarto: tutto quanto detto vale tanto più per le donne, prime ad essere licenziate nella crisi, ultime ad essere assunte, prime ad es­sere sotto-retribuite, ultime ad accedere ai livelli apicali delle carriere. Prime nella pra­tica religiosa, ultime a svolgere ministeri e ruoli significativi nelle sacre istituzioni.
Quin­to: è necessaria più che mai la volontà di fare giustizia e di combattere i poteri criminali che rischiano di prosperare e infettare tutto il Paese sfruttando crisi e malessere. Tutto questo sembra essere scomparso dai radar.
Sesto: siamo dentro la stagione del Sinodo universale e della Chiesa che è in Italia. Ma un cammino sinodale serve solo se è corag­gioso altrimenti si tradurrà in una frustra­zione grande e pericolosa. Il nodo mi pare essere quello di riconoscersi come comunità di battezzati: poi, poi, poi vengono i ministe­ri, da ripensare, ridefinire, inventare e ren­dere inclusivi. Qui si dovrebbe decidere qual­cosa di serio su donne e laici nel governo reale della Chiesa e nella liturgia. Un model­lo patriarcale, maschilista e clericale non sta più in piedi. È meglio che la Chiesa non aspet­ti che le crolli addosso.
Settimo: in questi mesi tante donne e uomini si sono misurati sulle nostre pagine a partire dalla domanda di Gesù ai suoi: «Ma voi chi dite che io sia?». Torna ad essere la domanda cruciale per chi si confessa cristiano. La vera, necessaria ri­forma ecclesiale non può che partire da qui: quale Dio? Solo quello di cui Gesù ci ha fatto la narrazione può catturare ancora il cuore del mondo nell’epoca del disincanto e di nuo­vi perniciosi incantamenti. Correre il rischio della radicalità evangelica, esporsi al falli­mento e (come ci ha insegnato anche da que­ste colonne un vero maestro di fede e di pen­siero, nato cento anni fa ma uomo del futu­ro) «seguire Gesù, entrare come lui nella de­dizione agli ultimi, destando turbamento nel­la città che ci vorrebbe al suo servizio e at­tuare la manifestazione del Dio della pace ai poveri per i quali la città non ha posto» (Er­nesto Balducci, Rocca 3, 1 Febbraio 1991). Avrete notato che sono rimasto fedele all’av­versione verso ogni nuovismo; le sette que­stioni che ho posto sono infatti quelle su cui Rocca ha battuto il chiodo nel 2021. E conti­nuerà a farlo nell’anno nuovo. Auguri a tutte e tutti!




IL SOGNO ECUMENICO
Lidia Maggi

Due simboli per scommettere ancora una volta sul sogno ecumenico
di Lidia Maggi
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 14 gennaio 2022

Inutile girarci attorno: il clima depressivo che attanaglia questa società impaurita si estende anche al cammino ecumenico che le chiese cristiane stanno faticosamente compiendo. La passione per l’unità visibile dei cristiani è tenuta in vita dagli “ultimi moicani” del sogno ecumenico. Fuori dalla riserva, indifferenza o al più una blanda curiosità – quella delle gite scolastiche, che dura giusto il tempo della settimana in cui si sospende il programma abituale. Quest’ultimo lo decide autonomamente ogni istituto, felice di differenziarsi dagli altri, non così all’avanguardia da risultare interessanti. In quella settimana è diverso: si moltiplicano gli incontri, si mostra interesse per l’altro. Poi, una volta sul pullman di ritorno, i commenti sottolineano l’impossibilità di vivere alla maniera dell’altro, l’esoticità dei suoi gesti, la ristrettezza dei suoi orizzonti. Insieme a una nota di simpatia: non ci hanno trattati, poi, così male. Forse, nel resto dell’anno, ci saranno altre – poche – occasioni in cui l’altra chiesa farà di nuovo capolino, suscitando per un attimo una medesima curiosità e lo stesso diniego, senza intaccare il bon ton ecumenico delle dichiarazioni ufficiali. Certo, qualcuno griderà che non dobbiamo svendere il nostro patrimonio, che dialogo non significa ignoranza delle ragioni della differenza, che la melassa ecumenica è segno di decadenza. La maggior parte, però, non coglierà nemmeno il problema: beghe di altri tempi, di cui sfugge praticamente tutto, da lasciare ai don Ferrante della teologia. E chi non demorde nel perseguire la riconciliazione delle differenze proverà a inserire la sua voce – di silenzio un po’ troppo sottile! – e a ricordare gli enormi passi in avanti fatti negli ultimi decenni, indicando i guadagni di quel faticoso ma ricco confronto. Che, però, effettivamente, non riesce ad andare al di là di gesti simbolici, di documenti e dichiarazioni senza grosse conseguenze. A eccezione di alcuni acuti, la melodia ecumenica risuona piatta, flebile. E non perché manchino le ragioni reali per perseguire il dialogo, così da giustificare il fatto che le chiese mollino il colpo. Anzi, le ragioni per scommettere sull’ecumenismo si fanno sempre più forti, in un contesto sociale frantumato, ridotto a tifoserie opposte, con le chiese che sono tentate, a loro volta, di sposare questa logica autoreferenziale, pronte a gridare la propria verità e a denigrare quelle altrui. L’ecumenismo si presta a essere un interessante laboratorio per mettere a punto modelli di convivenza tra diversi e per liberare le chiese dalla deriva apologetico-polemica così da ritrovare la strada della conversione evangelica, impossibilitata dall’atteggiamento difensivo, troppo contiguo ai farisei delle narrazioni evangeliche. Dunque, che fare? Come affrontare questo nostro tempo in cui l’urgenza dell’ecumenismo si scontra con un generalizzato disinteresse dei credenti, ridotto alla stanca ripetizione di eventi occasionali? Non è domanda da risposta individuale. È interrogativo che chiama in causa le chiese, a partire dalle nostre. E per tenere vive l’attenzione e la tensione ecumenica, possono aiutarci due scene evangeliche. Quella del fico senza frutti (Luca 13, 6-9): soprattutto oggi, in un mondo che vuole risultati, utili immediati, una realtà incapace di produrli va tagliata, così da lasciar spazio ad altre iniziative più produttive. Senonché la parabola evangelica, coerentemente a tutte le Scritture, evoca la possibilità di una seconda volta: «Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai». Il progetto ecumenico può avere una seconda volta, ma questa dipende dalla tenacia con cui ci si mette in gioco, spendendosi per quel progetto indipendentemente dal risultato. Nella storia, lo sappiamo bene, il “forse” del risultato rimane ineliminabile. La seconda scena ci è suggerita dai cristiani del Medi Oriente, che per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno hanno scelto la parola dei Magi: «In Oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo» (Matteo 2, 2). Quello sguardo che non si appropria della luce ma mette in ricerca, sollecita il cammino – un cammino comunitario, non individuale – è la condizione per incontrare il Cristo, per lasciarsi orientare dalla sua stella. La posta in gioco dell’ecumenismo è niente di meno che la riscoperta della fede, di quella parola evangelica che non ci rende padroni della verità ma sue discepole e discepoli. Il fico e la stella: due simboli che ci fanno pensare e che ci sollecitano a scommettere di nuovo, con ostinazione, sul sogno ecumenico.




Dio viene come festa e come gioia
Padre Ermes Ronchi

Dio viene come festa e come gioia

padre Ermes Ronchi  (17-01-2010)

 

Con tutte le situazioni tragiche, le morti e le croci d’Israele, Gesù dà inizio alla sua missione quasi giocando con dell’acqua e con del vino. Schiavi e lebbrosi gridavano la loro disperazione e Gesù comincia non da loro ma da una festa di nozze. Deve esserci sotto qualcosa di molto importante: è il volto nuovo di Dio, un Dio che viene come festa.  A lungo abbiamo pensato che Dio non amasse troppo le feste degli uomini. Il cristianesimo ha subìto come un battesimo di tristezza. Dice un filosofo: «I cristiani hanno dato il nome di Dio a cose che li costringono a soffrire!». Nel dolore Dio ci accompagna, ma non porta dolore. Lui benedice la vita, gode della gioia degli uomini, la approva, la apprezza, se ne prende cura. Scrive Bonhoeffer: dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà. Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicità terrena. Una festa di nozze: le nozze sono il luogo dove l’amore celebra la sua festa. Ed è lì che Gesù pone il primo dei segni: il primo segnale da seguire nelle strade della vita è l’amore, forza capace di riempire di miracoli la terra.

«E viene a mancare il vino». Il vino, in tutta la Bibbia, è simbolo di gioia e di amore, ma minacciati; la vita si trascina stancamente, occorre qualcosa di nuovo: Gesù stesso, volto d’amore di Dio. Il vino che viene a mancare è esperienza quotidiana: viene a mancare quel “non-­so-che” che dà qualità alla vita, un “non-so-che” di energia, di passione, di entusiasmo, di salute che dia sapore e calore alle cose.

Come uscirne? A due condizioni:

«Qualunque cosa vi dica, fatela». Fate il suo Vangelo; rendetelo gesto e corpo; tutto il Vangelo, il consiglio amabile, il comando esigente, la consolazione, il rischio. E si riempiranno le anfore vuote della vita.

«Riempite d’acqua le anfore». Solo acqua posso portare davanti al Signore, nient’altro che acqua. Eppure la vuole tutta, fino all’orlo. E quando le sei anfore della mia umanità, dura come la pietra e povera come l’acqua, saranno offerte a Lui, colme di ciò che è umano e mio, sarà Lui a trasformare questa povera acqua nel migliore dei vini, immeritato e senza misura. A Cana, gli sposi non hanno meriti o diritti da vantare. La loro povertà non è un ostacolo, ma una opportunità per il Signore, un titolo per il suo intervento. Dio viene anche per me che non ho meriti; viene come festa e come gioia, come vino buono, e conta non i miei meriti ma il mio bisogno.




16 gennaio 2022.EPIFANIA DI GESU’ AI DISCEPOLI NELLE NOZZE DI CANA

Epifania di Gesù alle nozze di Cana 

Preghiamo. O Dio, che nell’ora della croce hai chiamato l’umanità a unirsi in Cristo, sposo e Signore, fa’ che in questo convito domenicale la santa Chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore, e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Isaia 62,1-5
Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata” né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra, “Sposata”, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa, una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.
SalMO 95 – Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome.
Tremi davanti a lui tutta la terra. Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,4-11
Fratelli, vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12
[Tre giorni dopo][1] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?[2] Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio [il principio] dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Rincorsi da un amoreDon Augusto Fontana

 Fintanto che non arriva la società felice,
che ci siano almeno frammenti di futuro
in cui la gioia è servita come sacramento,
perché i bambini imparino che il mondo può essere diverso. (Rubem Alves)[3]

A Cana di Galilea, confinante con i nostri villaggi e siepi, l’orologio di Maria invitata a nozze era in anticipo di alcuni anni sull’Ora pasquale di Gesù: «Donna, non è ancora giunta la mia Ora» (Giovanni 2, 9-11). Gesù decide comunque di dissotterrare frammenti del suo futuro e di servire un antipasto di gioia sponsale come sacramento di quell’Ora. Affinché noi, discepoli novizi, impariamo che le nostre Galilee non sono abbandonate e maledette: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata”, né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra “Sposata”. Sì, come un giovane sposa una ragazza, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Isaia 62, 1-5).
Da quel momento i discepoli credettero in lui. Il che vuol dire che prima erano discepoli, ma non credenti. Falsi griffati, patacche come me e, forse, come te. L’evangelista Giovanni ci dice che quel primo segno non basterà a garantire la longevità della loro fede. Avranno bisogno di altri sei segni di Gesù[4]. Che non basteranno ancora. La fatica del nostro credere è tutta fatica Sua, di questo povero Dio Cireneo che porta e solleva periodicamente tradimenti, affievolimenti, cadute di tensione, smarrimenti, eclissi fino al Giorno in cui “sarà innalzato e attirerà definitivamente tutti a sé” (Giovanni 12,32).
Con la liturgia di oggi sfumano le Epifanie del Signore, quelle accadute tutte fuori dal Tempio: in una grotta di campagna tra i poveri del suo popolo; in una casa di villaggio tra pellegrini pagani; sulle rive di un fiume tra peccatori vogliosi di disintossicarsi; ora in un pranzo di nozze tra sposi, servi e discepoli attoniti. Queste Epifanie noi le celebriamo nel Tempio, ma non ci rassegniamo a doverle trovare solo lì. Curiosiamo nello spazio non-liturgico e non-clericale per trovare i suoi segni da leggere, i markers di una sua presenza da seguire, la melodia per cantare con occhi sbarrati: «Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose».
Oggi c’è un gesto di Gesù in vista di un’umanissima festa di matrimonio, un’espansione del suo “prendersi cura” affinché vi sia festa tra indigenti o scialacquatori. Questo primo “prendersi cura” è una sigla di apertura, la prima “orma liturgica” di quell’Ora di Gesù che incombe in tutto il Vangelo di Giovanni fino al capitolo 13 :«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».  Poi lava i loro piedi trasformando l’acqua del catino delle purificazioni nel buon vino dell’amore servizievole e liturgico. E’ l’ora di quella Gloria che Giovanni gli vede sulla faccia tumefatta dagli schiaffi dei soldati. Dice Enzo Bianchi[5]: «Per noi, avere “gloria” significa ottenere riconoscimento, finire sui giornali o diventare un personaggio. Per Giovanni la gloria di Gesù è mostrare che lui ama gli altri fino alla morte. Il suo letto nuziale è la croce; la camera nuziale è la tomba della resurrezione: “Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici”. Giovanni vuole dirci che Gesù è morto per testimoniarci la gloria di Dio, cioè l’amore di Dio per noi». Un amore sponsale.
«Mi baci con la tua bocca! Le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cantico dei Cantici 1,2).
Dicono che subire un deficit affettivo procura infezioni che si annidano nel sistema di autostima e di relazioni umane; l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo trovano nel deficit affettivo il loro principale peccato originale. Senza scomodare analisi freudiane, qualcosa del genere lo riscontriamo nel contesto storico della prima lettura liturgica di oggi e risalente a 540 anni circa prima delle nozze di Cana. Il pagano imperialista Ciro aveva concesso agli Israeliti di rientrare in patria. Fu la fine dell’esilio iniziato circa cinquant’anni prima con la deportazione in massa a Babilonia e la distruzione del Tempio. Cinquant’anni durante i quali la fede di migliaia di piccoli Giobbe fu sottoposta a prove durissime: crollo della monarchia davidica e delle strutture culturali e religiose, invidia per lo splendore rituale e politico dei vincitori, tracollo dei sistemi di trasmissione delle tradizioni popolari e religiose, defezione di molti. I profeti avevano per anni tenuta sveglia la capacità di leggere i segni dei tempi, di effettuare un esame di coscienza per comprendere il senso e le responsabilità della catastrofe, per sostenere fedeltà e identità di popolo, per combattere la disperazione disgregante. Fu un tenace annuncio di speranza che aveva come fondamento la fedeltà di Dio. La liberazione effettivamente avvenuta aveva confermato le parole dei profeti: la fedeltà di Dio si era manifestata con lo straordinario segno tangibile del ritorno da Babilonia. Poi l’entusiasmo si affievolì, il Tempio ricostruito fu modesto, le tensioni sociali riaffiorarono non meno che l’abitudinario grigiore dell’ordinaria follia quotidiana. E ripresero ali l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo. A questo popolo parla il discepolo del profeta Isaia che mette in campo una delle carte considerate vincenti: Dio è tuo sposo.
Mi chiedo se oggi gli sposati reggono alla responsabilità di narrare Dio e di esserne il suo simbolo. Realtà matrimoniale evidentemente in crisi come gestione dei sentimenti, come istituzione e – perché no? – come sacramento. Quote crescenti di fallimenti matrimoniali sono sociologicamente registrabili mentre altre percentuali si consumano in striscianti divorzi fatti in casa.  Siamo povere creature bisognose di dire “Dio” con parole povere prese in prestito dal circuito delle nostre esperienze: padre, pastore, sposo…. «Le parole sono cose pericolose. Esse hanno un potere infinito di ingannare, di ammaliare. Dio è un mistero senza fine, mistero così grande che non ha nome che gli si possa applicare. I nomi sono gabbie. Quando diamo un nome a qualcosa o a qualche persona, essa rimane ingabbiata»[6].  Eppure, come scrive il biblista Alonso Schökel, «per rivelare il suo amore Dio chiede in prestito all’amore umano i suoi simboli e la capacità dell’uomo di rispondere a questo amore. La storia dell’umanità comincia con una coppia. Il dinamismo del Libro dell’Apocalisse è orientato verso il culmine, cioè le nozze dell’Agnello»[7]. Dio “sposo”, dunque, non solo di suore, frati o chiese verginelle, bensì di tutta l’umanità. Quell’umanità, dentro e attorno a noi, che è come una ragazza nubile afflitta dall’ansia di un amore che la innalzi e la nobiliti, la distolga da sé, colmi il senso della sua esistenza sentendosi dire dal suo Dio: «Mi hai rubato il cuore, mia sposa, con uno dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana»[8]. Umanità curata e accudita come una vigna/sposa da cui si attendono acini dolci e vino buono non solo per sé, ma anche per i passanti: «La vigna del Signore, il suo vivaio preferito sono gli uomini di Giuda; da loro aspettò diritto ed ottenne omicidi, si aspettò giustizia ed ecco invece lamenti»[9].  Un’umanità che ha ormai esaurito tutta la sua produttività e scialacquato ogni residuo di dolcezza e di gioia, come nel banchetto di Cana: «…venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino». Nell’umanità di Gesù tornano spremute di fedeltà, di vino buono: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto»[10]. Ora Dio può cantare il ritornello sponsale rimasto sospeso sulla bocca di Adamo: «Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne». D’ora in avanti Dio si darà da fare, tra alterne vicende di prevedibile infedeltà, per la gloria e la fama della sposa:  «Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo e una splendida corona sul tuo capo.  Diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina»[11]. Vino e vestito sono due temi favoriti da contesti nuziali e restano parabole molto utilizzate dagli evangelisti. Oggi la parabola protagonista è costituita dal vino, tema centrale dell’episodio dove è richiamato per cinque volte con tutto il suo sapore di vitalità e di gioia. Paolo, nella seconda lettura liturgica (1 Corinti 12, 4-11) elenca i carismi che pendono come grappoli e gioielli in mezzo al fogliame delle nostre poco encomiabili vite: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».
Nella promessa di un Dio com-promesso.
Un discepolo di Isaia (62,1-5) scrive nel periodo in cui i deportati a Babilonia erano tornati, pieni di sogni trasformati presto in delusioni. L’entusiasmo per la ricostruzione si era via via indebolito ed erano affiorati mille dubbi sulla credibilità del loro Dio. Anche noi abbiamo il nostro “Ritorno da Babilonia” fatto di sogni frantumati. Basta leggere i quotidiani di due giorni. Anche noi abbiamo dato fondo al vino frizzante e siamo a bocca secca. Abbiamo da offrire, al massimo, barilotti d’acqua, fondi di bicchiere.
Siamo un popolo nubile, una vecchia chiesa zitella, in attesa che qualcuno ci baci con la rassicurazione di una fedeltà e di una promessa sponsale: «Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» scrive Bonhoeffer dal carcere[12].
La fedeltà alla promessa implica la forza di scegliere sempre di nuovo ed è offerta come un’energia capace di produrre novità;  «una forza – scrive Romano Guardini – che vince il tempo, ma non con la durezza della pietra in rigida fissità, bensì come forza vitale che cresce e crea»[13]. Il bisogno di sentirci inseriti in un regime di fedeltà e di promessa, nasce dall’esigenza di essere riconosciuti come soggetti da non buttare, di poter contare su qualcuno che mantiene le promesse perché si com-promette.
«Nel pro-mettere è all’opera il significato del com-promettere, che si traduce come responsabilità con e per l’altro nel mandare avanti la relazione in quanto tale. La fedeltà del “io-sarò-come-sono”, offerta all’altro da chi promette, poggia sul riconoscimento dell’incommensurabile valore dell’altro.  La promessa è la risposta essenziale grazie alla quale è possibile imparare a sperare. In chi o in che cosa speriamo? Verso dove andiamo? Con la promessa sperimentiamo un compimento che trasfigura la nostra finitezza, facendone una grazia anziché una maledizione»[14].

Noi abbiamo la potenza del disdire le nostre promesse. I nostri AMEN spesso non sono che rantoli d’agonia su speranze, relazioni, preghiere e futuro.
Potrà dissuaderci la promessa di salvezza nuziale in Gesù? Fintanto che non arriva la società felice, oseremo chiedere a questo sfuggente Dio di scodellarci sulla mensa e nelle nostre anfore almeno frammenti, assaggi, acconti della sua Ora, brandelli di speranza servita come sacramento.
Saremo:
– bambini stupiti per un mondo che può essere diverso;
– discepoli credenti benché in manutenzione;
– servi che fanno ciò che Lui ci dirà;
– spazi di carismi che Dio si crea per esprimere storicamente la ricchezza della sua offerta.

«Vorrei che i miei fratelli di fede possedessero il carisma del segno. Un gesto appena abbozzato, una parola sussurrata, un accenno. Un segno piccolo, contenuto, dimesso, rispettoso. Che faccia sospettare un Dio che mi ama e che vuole intervenire nella trama ordinaria della mia vita per invitarmi (o invitarsi) alla festa»[15].


[1] Il testo ufficiale che ascolteremo nelle liturgie di domenica omette (perché?) l’indicazione “tre giorni dopo” che per l’evangelista è invece un linguaggio in codice per indicare che in quell’evento inizia già il tempo pasquale di Gesù e della chiesa. Anche noi, domenica, saremo in quel “terzo giorno” seduti a quella mensa anche se un po’ defilati, davanti al vino della gioia e dell’amore sponsale. 
[2] Letteralmente: “cosa a me e a te, donna?” [ti emoi kai soi gunai]. Frase di difficile traduzione e interpretazione. Anche la traduzione proposta dalla Conf. Episc. Ital. ha ondeggiato: nel 1974 traduceva “Che ho da fare con te, o donna?”; nel 2008 “Donna che vuoi da me?”. San Giovanni Crisostomo vede nella risposta di Gesù un voler mettere le distanze: sua madre è invitata a superare la sua maternità carnale per nascere come discepola. Enzo Bianchi avvalora questa interpretazione: la risposta di Gesù avviene tramite parole che creano una distanza, che le chiedono di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla. In altri termini, Gesù le sta dicendo che, se c’è qualcosa di suo proprio, non è certo il suo essere madre, ma qualcos’altro. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Tutto quello che vi dirà, fatelo”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. E’ la prima discepola di Gesù. Il biblista A. Maggi invece scrive: La madre di Gesù crede che il messia vada ad annunciare nuova vita alle antiche istituzioni. Ma Gesù non è venuto a mettere nuova vita nelle antiche istituzioni, ma a formularne una nuova. Quindi Gesù dice: “Non ci interessa questo”.
[3] Da CEM mondialità, 1/1999, pag. 47. Rubem Alves, brasiliano (1933-2014).  Pastore e teologo prebiteriano.
[4] Guarigione del figlio di un funzionario a Cafarnao ((4,54); guarigione di un handicappato alla piscina di Betzaetà (5,2); moltiplicazione dei pani (6,4); guarigione di un cieco (9, 16); rianimazione di Lazzaro (11,4); morte e risurrezione di Gesù.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] R. Alves Dire Dio, CEM mondialità, 1/1999.

[7] Luis Alonso Schökel, I nomi dell’amore.Simboli matrimoniali nella Bibbia, Piemme, 1997. Il biblista seleziona e analizza tutti i testi biblici in cui Dio si autorivela partendo dalla pista di decollo dell’universale esperienza della vita matrimoniale.
[8] Cantico dei cantici, 4,9
[9] Isaia 5, 7.
[10] Giovanni 15, 5
[11] Ezechiele 16.
[12] D. Bonhoeffer Resistenza e resa, Bompiani, 1969, pag. 282.
[13] R. Guardini, Le virtù, Morcelliana, Brescia, 1980, pp. 80-81.
[14] passim da Roberto Mancini Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione,Cittadella editrice, Assisi, 1996.
[15] Alessandro Pronzato «Parola di Dio!». Commenti alle 3 letture della domenica. Ciclo C,Gribaudi, 1988, pag. 146




Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore
Padre Ermes Ronchi

Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore
Battesimo del Signore – Anno C
Ermes Ronchi (Avvenire 10-01-2013)
(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14;3,4-7; Luca 3,15-16.21-22)

Viene dopo di me colui che è più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco, vi immergerà nel vento e nel fuoco di Dio.
Bella definizione del cristiano: tu sei “uno immerso” nel vento e nel fuoco, ricco di vento e di fuoco, di libertà e calore, di energia e luce, ricco di Dio.
Il fuoco è il simbolo che riassume tutti gli altri simboli di Dio. Nel vangelo apocrifo di Tommaso Gesù afferma: stare vicino a me è stare vicino al fuoco. Il fuoco è energia che trasforma le cose, è la risurrezione del legno secco del nostro cuore e la sua trasfigurazione in luce e calore.
Il vento: alito di Dio soffiato sull’argilla di Adamo, vento leggero in cui passa Dio sull’Oreb, vento possente di Pentecoste che scuote la casa. La Bibbia è un libro pieno di un vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite.
Battesimo significa immersione. Uno dei più antichi simboli cristiani, quello del pesce, ricorda anche questa esperienza: come il piccolo pesce nell’acqua, così il piccolo credente è immerso in Dio, come nel suo ambiente vitale, che lo avvolge, lo sostiene, lo nutre.
Gesù stava in preghiera ed ecco, venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Quella voce dal cielo annuncia tre cose, proclamate a Gesù sul Giordano e ripetute ad ogni nostro battesimo.
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue.
Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice. Si realizza quello che Isaia aveva intuito, l’esultanza di Dio per me, per te: come gode lo sposo l’amata così di te avrà gioia il tuo Dio (Is 62,5)
Se ogni mattina potessi ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di me come un abbraccio; sentire il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; sentirmi come un bambino che anche se è sollevato da terra, anche se si trova in una posizione instabile, si abbandona felice e senza timore fra le braccia dei genitori, questa sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.




9 gennaio 2022. EPIFANIA DI GESU’ NEL GIORDANO

Preghiamo. O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale,  concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,  di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Isaìa 40,1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
SalMO 103  Benedici il Signore, anima mia.
Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda.
Costruisci sulle acque le tue alte dimore, fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento, fai dei venti i tuoi messaggeri e dei fulmini i tuoi ministri.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto: là rettili e pesci senza numero, animali piccoli e grandi.
Tutti da te aspettano che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni.
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.  
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14;3,4-7
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.
Dal Vangelo secondo Luca 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

DAL CIELO UNA VOCE.  Don Augusto Fontana
Quando sarò Papa farò chiamare la festa di oggi non “Battesimo di Gesù” ma “Epifania di Gesù nel Giordano”. Intendiamoci. Se “baptizô” significa “immergere, sommergere”, allora il vero Battesimo Gesù lo ha compiuto nei tre giorni della sua Pasqua: morte sepoltura e risurrezione. Lì ha compiuto la sua discesa-immersione-uscita. Più che di un rito si è trattato di una trasfigurazione della vita, di una immersione nel Padre e nel suo amore sponsale, nella morte e nella vita. Un Battesimo di Fuoco e di Spirito. Così pare che ci dica Gesù «C’è una immersione in cui devo essere immerso (baptisma de ego baptiszenai); e come mi sento trattenuto (sunekomai), finché non sia compiuta» (Luca 12,50). E Giovanni Battezzatore ne era cosciente: «Io vi immergo in acqua; ma …. Egli vi immergerà in Spirito Santo e fuoco » (Luca 3).
Anche noi, nel nostro Battesimo, non andiamo sulle rive del Giordano ma sulla soglia della tomba vuota di Gesù: «Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6,4).
Gesù si immerge nella fila dei peccatori, si mescola con chi vuole ritornare alle fonti originarie dell’Esodo dove ci fu un patto tradito; vuole tornare nelle acque amniotiche del ventre materno del Mar Rosso, tornare nel deserto là dove Dio-Sposo aveva condotto il popolo-Sposa per il loro fidanzamento di amore.
Dietro il quadro pittorico del cielo aperto, della voce e della colomba c’è uno scarno dato di cronaca arricchito da simbolismi biblici: «Colomba mia, nascosta nelle fessure delle rocce, in nascondigli segreti, fammi vedere il tuo viso, fammi ascoltare la tua voce; perché la tua voce è soave, il tuo viso è grazioso» (Cantico dei Cantici 2,14).
Gesù fece tante ricerche per capire chi era lui e cosa voleva il Padre da lui: vorrei avere non solo la fede in Gesù, ma anche la fede di Gesù! In qualche misura ebbe contatto con gli esseni, con i qumraniti[1], con il mondo della sinagoga, ma fu determinante – ci dice la liturgia di oggi – la proposta di un noto profeta itinerante: Giovanni il battezzatore. Da lui ricevette l’immersione nel Giordano, come segno di immersione nel cammino di conversione e come adesione alla strada del giovane piccolo profeta. Molto lascia intendere che Gesù divenne suo discepolo e che, proprio anche alla scuola del giovane profeta, scoprì progressivamente la missione che Dio gli affidava, mettendosi poi in proprio. Quindi siamo di fronte ad un piccolo nucleo storico che, inserito in un quadro teologico biblico, assume un profondo significato.
Gesù  scopre la propria vocazione.
Posto all’inizio del “ministero pubblico” itinerante di Gesù, questo racconto di grande intensità teologica, ci offre l’orizzonte entro il quale “pensare “ e “capire” Gesù. Quello che lui ha fatto e detto, ciò che Gesù è stato, la missione che ha svolto… tutto questo è spiegabile solo alla luce dell’azione di Dio nella sua vita. Il “Cielo” lo ha investito di questa missione; e Gesù ha accolto nel suo cuore, dentro la sua esistenza quotidiana, la luce e la voce che provenivano da questo “Cielo” aperto. Gesù è vissuto ed ha operato sempre in dialogo con Dio, in pace con Lui, sospinto dal Suo spirito. Gli scrittori dei vangeli, attingendo a piene mani dalle Scritture di Israele, ci enunciano questo messaggio con un linguaggio poetico incantevole: il cielo che si apre, la colomba che scende, la voce dal cielo. Si direbbe che spesso gli scrittori biblici sono anche dei pittori, degli scultori, tanto sanno usare i toni e i colori degli artisti.
Il cielo aperto
 Una pagina di Isaia (63, 7-19) ci fa capire meglio tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio.  I cieli che si aprono sopra Gesù che prega costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno di noi: « Guarda, Signore, dall’alto del cielo, osserva dalla tua dimora splendida e santa. Dove sono il tuo ardore, il tuo valore, il tuo amore premuroso, la tua compassione? Perché non li manifesti più verso di noi? Tu sei nostro Padre. Abramo e Giacobbe, nostri antenati, non ci riconoscono più. Ma tu Signore sei nostro padre, “Nostro Liberatore” è da sempre il tuo nome. Perché Signore ci lasci vagare lontano dal tuo cammino, sempre più ostinati nel rifiutare la tua autorità? Per amore nostro torna da noi tuoi servitori, noi, il popolo che ti appartiene. Noi, tuo popolo santo, abbiamo avuto in possesso la terra per poco tempo. Ma poi i nostri nemici hanno profanato il tuo tempio santo. Da troppo tempo non siamo più il popolo sul quale regni, il popolo che porta il tuo nome! Perché non squarci il cielo e non scendi?».
Perché non squarci il cielo e non scendi? E finalmente sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo.  Il “cielo” sorride non sui santi o sui perfetti (che poi non esistono), ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto esperimentare, se così posso dire, a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Egli incontrò molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè la pace con Dio, il Suo perdono, il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa… quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli. Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualche fratello e qualche sorella.
Chi chiude il cielo?
Talune chiese cristiane, quando ribadiscono certe presunte regole, corrono il rischio di chiudere il cielo su tanti fratelli e sorelle. E’ sempre molto pericoloso, anzi funesto, predicare come “voce di Dio”, come “voce dal cielo” ciò che è farina del nostro sacco, ciò che è una legge ecclesiastica, una tradizione umana, una convenzione societaria che può essere frutto di una determinata cultura o incultura, di interessi di parte o di pregiudizi. Mi viene in mente un’altra severa immagine biblica del Vangelo di Matteo, in una pagina di polemica rovente: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare” (Mt. 23,13).
E io?
Questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere da parte la presenza di Dio, metterlo alla porta della nostra vita. Questo mi sembra, oggi, uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano.  Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.
Tirare giù dal cielo gli idoli
  Ma la nostra direzione di vita è spesso “deviata” dal fatto che noi, dalla politica alla religione allo sport, abbiamo popolato il nostro orizzonte di false stelle. Anzichè guardare a Dio attraverso la testimonianza delle Scritture e di Gesù ci lasciamo imbambolare dai “personaggi” sacri e profani che popolano le vie dell’etere e del video. Li collochiamo in cielo e facciamo girare la nostra vita attorno a loro. Essi danno spettacolo con le loro parole, con le loro liturgie, con le lotterie, con i varietà, con i tweet … Spesso si parla (il linguaggio la dice lunga) di “idoli” e di “divi – dive” (creature divine). Tanto nella religione quanto nello sport o nella politica se colloco qualcuno in cielo, spodesto Dio e costruisco idoli, “persone sacre”, voci onnipotenti, “salvatori della patria”. Certi personaggi che “nel cielo dei video e dei media” sembrano aureolati, visti da vicino sono esseri costruiti sulla prepotenza dell’arroganza, sulla manipolazione delle emozioni. La fede ci aiuta a “tirare giù dal cielo” questi palloni gonfiati, questi “miti”, questi “signori”.

Padre, voglio seguire Gesù anche in questo. Egli ha camminato molto concretamente su questa terra, ma ha sempre guardato il Cielo. Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te, ha costruito la sua vita su di Te come si costruisce una casa sulle fondamenta. Sei Tu, o Padre, il Cielo della mia vita: il Cielo che illumina i miei passi e riscalda il mio cuore. Se io chiudo, Ti prego, riapri come sai fare Tu. Se Ti metto alla porta, bussa, o Dio della mia vita.


[1] Hartmut Stegemann, Gli esseni, Qumran, Giovanni Battista e Gesù, 2009, EDB; Simone Paganini Gesù, Qumran e gli esseni, 2013,Paoline.