6 gennaio 2022. Epifania del Signore alle genti
FINE DI UN DIO TRIBALE

Epifania del Signore alle genti- 06 gennaio 2022

Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.
Salmo 71  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia; egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna. E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis[1] e delle isole portino tributi, i re di Sceba e Saba[2] offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto. Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
 Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente[3] a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA.
 Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.  Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.  Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 17 aprile.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:  Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 2 marzo. L’Ascensione del Signore, il 29 maggio.  La Pentecoste, il 5 giugno.  La prima domenica di Avvento, il 27 novembre.  Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO.   Don Augusto Fontana
«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia la Bibbia. E’ alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri e non circoncisi. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[4]. E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata.
L’ex priore di Bose, Enzo Bianchi, commentava: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[5].
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi (astrologi o osservatori del cielo stellato?) provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. La loro origine extra-comunitaria è chiara. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione e dei loro rituali; doni che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali[6]. Ho il sospetto che non sempre gli sia gradito l’onore adorante che proviene dalla smagliante e siliconata società occidental-cattolica; anzi, presumo che Lui preferisca che l’offertorio liturgico rovesci sulle bianche tovaglie arrugginiti spezzoni di lavoro, lacrimate piaghe purulente, dolci baci di amori fedeli o ricostruiti, bambole resuscitate dalle discariche delle favelas, cantilene di salmi al ritmo di luridi banjos.
Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi, degni eredi dei mesopotamici che accoglievano il solstizio d’inverno e, forse, stelle comete, con 12 giorni di festeggiamenti. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe, uno scettro(Messia) sorge da Israele»[7]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. E’ come se parlasse di un angelo»[8]. E’ come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali, e che i primi baci erano scesi a livello di bambino con l’arabo calore adorante di un inchino. Gesti e figure quotidiane capaci di essere elevate a simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, scandalosi per occhi e orecchi troppo verginali. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni rivendicazione e requisizione da parte di “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, così illuminato da annunci e luci sconfinanti, possiede anche una parete ammuffita. Si vedono profilarsi ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, compagno di merende, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione, le profezie senza tempo, le chiavi di lettura dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze e delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. «Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose.  La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non salgono direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[9]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo. Cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’aveva trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) –  non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[10].
Tu, o Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è raffreddato, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un macro-ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imprevedibili ricchezze di Cristo»[11].  Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista.


[1] Una località adesso sconosciuta. La Spagna sembra il paese più probabile.
[2] Le ipotesi più probabili sulla loro ubicazione indicano l’attuale Yemen oppure l’attuale Somalia.
[3] Un testo apocrifo, il Vangelo armeno dell’Infanzia, dice: “Il primo era Melkon re dei Persiani; il secondo Gaspar, re degli Indi; il terzo Balthasar re degli Arabi”; i tre
personaggi diventarono i rappresentanti dei discendenti di Cam, Sem e Jafet, figli di Noè, cioè di tutte le razze di Europa, Asia e Africa.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] Il biblista Alberto Maggi così interpreta: «Doni che indicano che il privilegio esclusivo che Israele deteneva, ora è patrimonio di tutta l’umanità. Questi doni sono l’oro, incenso e la mirra. L’oro era simbolo di regalità. Ebbene, anche i pagani entreranno a far parte … del regno di Dio. L’incenso era l’esclusiva dell’offerta dei sacerdoti nel tempio. … Tutta l’umanità diventa popolo sacerdotale, cioè un popolo che può entrare in relazione immediata, senza mediatori, con Dio. E infine la mirra. La mirra è il profumo della sposa verso il suo sposo, troviamo questo nel Cantico dei Cantici. Uno dei privilegi di Israele era di considerarsi comunità sposa di Dio. Ebbene, anche questo privilegio non è più esclusivo di Israele, ma passa a tutta l’umanità».
[7] Libro dei Numeri 24,17. L’antica versione aramaica, riflettendo la tradizione giudaica, sostituisce il termine “scettro” con “messia”.
[8] A. Mello op. cit. pag. 67.
[9] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[10] E.Balducci  Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 3 pag. 72.
[11] passim Lettera agli Efesini cap. 3




1 e 2 gennaio 2022.
IN PRINCIPIO BENEDETTO

1 Gennaio 2022
Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…
Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
Sal 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO. Don Augusto Fontana

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale.
Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa dotare di forza vitale e il sostantivo berākā  significa forza salutare, vitale. I due termini hanno anche il significato di inginocchiarsi e ginocchio che in oriente sono un eufemismo, cioè un modo attenuato e indiretto, per indicare gli organi sessuali maschili. In sintesi: benedire significa trasmettere la propria capacità generativa ad un altro rendendolo fecondo. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza come le mozzarelle! Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».  Dio mantiene le sue benedizioni promesse.
Benedetti noi.
 Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo. “Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice). C’è una pagina della Bibbia che ci spiega il senso della benedizione di Dio. All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontata una strana scena, che si svolge in cielo: si tratta di un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene. E in questo momento, Dio cosa sta dicendo di me? Non sarebbe bello che, proprio ora, Lui stesse dicendo a satana: “Hai visto la mia serva Anna, Maria, il mio servo Giovanni…”….Ciascuno provi a mettere ora, sulle labbra di Dio, il proprio nome. E si immagini questa scena: Dio che si compiace di te, davanti al suo e tuo avversario. Che Dio dica-bene-di noi dipende anche da  noi. Questo è uno dei motivi per cui la prima lettura, parlando della benedizione agli israeliti, ha tutti i verbi al congiuntivo, non all’indicativo: ti benedica, ti protegga, faccia brillare, ti sia propizio, rivolga, ti conceda…Perché questi verbi passino all’indicativo è necessario il “sì” dell’uomo a Dio. Perché questi desideri di Dio su di me divengano realtà c’è bisogno di me. Solo io posso rendere possibile questa benedizione. Anche nella liturgia si dice sempre “Vi benedica Dio onnipotente…”, oppure “il Signore sia con voi”, oppure “Dio onnipotente abbia misericordia, perdoni, vi conduca”…Benedire non è qualcosa di automatico, e neppure un gesto magico. É il sigillo e l’approvazione che Dio pone sulle nostre scelte, sulla nostra vita, vissuta rettamente, secondo la sua Parola. É Dio che ti dice: “Così va bene”. Anche se gli altri ti mettono i bastoni tra le ruote, o ti maledicono, o ti allontanano. Oggi ci dovremmo porre la domanda più importante di quest’anno: “Signore, cosa dici di me?”.  Noi spesso ci teniamo tanto che gli altri parlino bene di noi! Siamo più preoccupati della benedizione degli uomini, che di quella di Dio. Oggi la Parola di Dio ci mette una pulce nell’orecchio: l’unica cosa che conta è il punto di vista di Dio. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26).
Benedetto Dio!
Ma c’è, brevemente, un altro aspetto che emerge dalla liturgia odierna. La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio. Quando l’ebreo benedice Dio usa sempre il participio passato passivo bārûk-benedetto perché in Dio la benedizione è uno «stato» permanente della sua persona, mai un augurio. Non dice «Sia benedetto!» (che indica un compiersi nel tempo) ma «Dio è Benedetto». Sempre. Lui è  la benedizione. Ma tale benedizione, che esce dalle nostre labbra, è possibile solo se Dio ci dona il suo Spirito, ci dice la seconda lettura. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. I nostri occhi si fermano alla superficie, non riescono a vedere a un palmo dal naso. La carne fa resistenza. Molte persone non riescono più a dire- bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire. Finalmente lo Spirito Santo ci fa vedere Dio com’è, ci fa riconoscere il suo volto. Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, come anche di diventare testimoni delle meraviglie di Dio e di benedirlo, lodarlo e glorificarlo per ogni cosa.
Un anno per desiderare, vegliare, volere.
 Scrive Bonhoeffer sei mesi prima di venire impiccato dai nazisti: «La cosa principale è che si tenga il passo di Dio, che non si continui a precederlo di qualche passo, ma nemmeno che si resti indietro di qualche passo» (Resistenza e Resa, 1969, pag. 163).  Nel Vangelo di oggi si dice che, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, i pastori “andarono in fretta” a Betlemme. Come aveva fatto prima Maria, dirigendosi “in fretta” verso la casa di Elisabetta. Tanto Maria come i pastori colgono l’urgenza dell’ “oggi” e di fronte al quale non è ammissibile nessun ritardo o disattenzione. E’ l’atteggiamento del credente che cerca di stare al ritmo dei passi di Dio. Destinatari della buona notizia si trasformano in annunciatori della medesima e iniziano “ad annunciare ciò che l’angelo aveva detto di questo bambino”. Si sottolinea, anche, l’atteggiamento di Maria: “Maria da parte sua custodiva questi eventi e li meditava nel suo cuore“. Il verbo greco tradotto come “conservare/custodire” è syntereo, che significa letteralmente “custodire con accuratezza qualcosa di prezioso e di valore“. L’altro verbo tradotto come “meditare” è il verbo greco symballo, che significa letteralmente: “mettere insieme due realtà che sono separate”, “confrontare“. Suppone un atteggiamento dello spirito che crea sintesi, che riesce a trovare una logica in mezzo a cose o situazioni apparentemente senza senso. Il verbo greco è coniugato al tempo perfetto, il che indica un’azione ripetuta, continua. Luca, quindi, descrive Maria come una discepola che legge continuamente gli avvenimenti per scoprire il loro significato più profondo, modello per ogni credente, chiamato a scoprire il mistero e la presenza del Dio della vita nella quotidianità e nell’ordinario di ciascun giorno. Il testo termina con la glorificazione e la lode dei pastori che hanno potuto sperimentare ciò che Dio ha annunciato loro.
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2a domenica di Natale – 2 gennaio 2022

Preghiamo. Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 24,1-4.12-16
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho celebrato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

Sal 147  Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion, 

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1,3-6.15-18
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Dal Vangelo secondo Giovanni  1,1-5.9-14
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo carne si fece e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

IN PRINCIPIO. Don Augusto Fontana
«Chi ben comincia è a metà dell’opera» – dice l’antico proverbio. E la stessa esperienza comune ci conferma l’importanza dell’inizio, di ogni inizio: perché i primi passi sono sempre decisivi, e segnano – in un modo o nell’altro – il cammino che segue. Pensiamo semplicemente alla costruzione di una casa: un buon inizio, delle buone fondamenta, garantiscono un edificio stabile. L’inizio, il principio sta alla base di tutto e sostiene quello che viene dopo. Anche Gesù ricorre a questa similitudine: « Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande» (Luca 6, 47-49). Se questo è vero, appare di conseguenza decisivo sapere che cosa sta all’inizio della nostra vita e della vita di ogni uomo. Qual è stato il nostro principio? Dove è fondata la nostra quotidiana storia? Qual è l’origine del nostro cammino di uomini e di donne? Queste domande oggi suscitano in noi risposte poco positive: la nostra vita ci appare spesso così segnata dal male e dalla sofferenza tanto che ci risulta difficile immaginare un inizio buono, un principio bello. Non a caso la stessa Scrittura, nel racconto della Genesi, mette all’inizio della storia umana il gesto cattivo e disobbediente di Adamo ed Eva, gesto che fin dal principio compromette la loro vita. E certamente questo antico racconto la dice lunga sulla serietà del male che segna e rovina il cammino di ogni uomo e di ogni donna. Ma l’Incarnazione di Gesù che abbiamo appena celebrato ci dice che l’inizio, il principio, è un altro: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste». All’inizio, al principio, non sta il male, il peccato, la sofferenza. All’inizio, al principio, sta il Verbo, la Parola che si è fatta carne, quella Parola che è Gesù di Nazareth. Quella Sapienza che, nella Prima lettura, si è confidata così: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”… Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso».




Papa Francesco
Messaggio per la 55.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2022)

Messaggio di Papa Francesco per la 55.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2022)

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura

  1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.  Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale,[1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra[2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace. In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona.[3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati. Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale»,[4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente. 

  1. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni».[5] Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà. Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa. Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani. Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci»,[6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro,[7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili. Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri».[8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti? Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva».[9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta,[10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale[11]. D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

  1. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso. Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante.[12] È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via. Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura.[13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media».[14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature».[15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.[16] Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro.[17]

  1. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello. La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche. In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso. Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale».[18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società. È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida. In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa. Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie. 

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

 FRANCESCO
___________________

[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49.
[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.

[4] Ibid., 218.
[5] Ibid., 199.
[6] Ibid., 179.
[7] Cfr ibid., 180.
[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.
[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.
[10] Cfr ibid., 163; 202.
[11] Cfr ibid., 139.
[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.
[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).
[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.
[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).
[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).
[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.
[18] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 128.




25 dicembre 2021. Festa dell’Incarnazione
NON TEMETE!

FESTA DELL’INCARNAZIONE 2021

 Dal libro del profeta Isaìa  9,1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse, Hai moltipli­cato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Per­ché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbom­bando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giusti­zia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Si­gnore dell’universo.
Salmo  95,1-3.11-13. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvez­za.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il ma­re e quanto racchiude;
sia in festa la campa­gna e quanto contiene, acclamino tutti gli al­beri della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14.
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vi­vere in questo mondo con sobrietà, con giusti­zia e con pietà, nell’attesa della beata speran­za e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha da­to se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniqui­tà e formare per sé un popolo puro che gli appar­tenga, pieno di zelo per le opere buone.
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la ter­ra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. An­che Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si tro­vavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte fa­cendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Si­gnore si presentò a loro e la gloria del Signore li av­volse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi an­nuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popo­lo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, ada­giato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

NON TEMETE! Don Augusto Fontana
Un Dio bambino per una fede adulta.

L’indimenticabile David M.Turoldo ricercò e trovò, forse, invisibili carezze di Dio:
M’illudo, non so: a volte
oh, raramente! sento
invisibili mani passare
sulla fronte
e liberarmi dolcemente
da tristi pensieri:
allora non sono solo
a sopportare la lunga notte?[1]
Angeli o non angeli, comunque loquaci presenze movimentano la nascita e la resurrezione del Signore. Sulla loro bocca (o sullo stilo dell’evangelista narratore) sfugge un invito: «Non temete». Non temere. Un invito dolce e perentorio per oltre 100 volte nella Bibbia di cui 20 volte nell’evangelo. Nei vangeli l’invito nasce accanto alla tomba vuota e da lì straripa nei racconti della vita di Gesù fino alla sua nascita.  Il timore è paura, fobia, panico, insicurezza. Non sono, devo confessarlo, tra quelli che esorcizzano la le mie paure invocando l’intervento dell’Angelo custode. Né credo che femminicidi, morti sul lavoro, crisi dell’ecosistema e pandemie si vincano con un provvidenzialismo svuotato dell’intelligenza solidale fornitaci dal Padreterno. Neppure Gesù cadde nel tranello della sfida di satana sulla torre del tempio: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù»[2]. Eppure Gesù in fatto di abbandono a Dio se ne intendeva: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode»[3].
Certe paure sono stolte: «Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?» (Luca 12, 25). Altre inquietudini ci giungono cariche di avvertimenti profetici per una vita vigilante: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele» (Ezechiele 3, 16). Tutti noi critichiamo la politica dello struzzo, ma quante volte prevale ugualmente il sonno della pigra ragione, il soffice abbraccio del rassicurante divano di casa o di una Bibbia ridotta a cuscino.
Quale angelo ad Auschwitz avrebbe avuto il coraggio di far sibilare il suo: «Non temete!»? O quale senso avrebbe dovuto allegare al messaggio?
Perdura la mattanza in Africa e la miseria dei favelados sudamericani. Anche lì, angeli dal pulpito grideranno «Non temete! Oggi vi è nato un salvatore». Angeli credibili – quanti ne ho conosciuti graças a Deus! – solo se mangiano il natale eucaristico condito di serena resistenza in aspri cammini di liberazione: «Io vi ho condotti per quarant’anni nel deserto; i vostri mantelli non vi si sono logorati addosso e i vostri sandali non vi si sono logorati ai piedi» (Deuteronomio 29, 4). Nell’ubriacatura molliccia di questo «natale», rubatoci di mano da furbi infiltrati e restituitoci come feticcio, non possiamo farci complici del contrabbando di privilegiate rassicurazioni religiose. Come se Dio chiudesse un occhio sulle nostre stolte paure e rinunciasse all’urlo della sua profezia che risveglia sagge inquietudini.
Primo Levi appartiene alla lista dei più drammatici critici del provvidenzialismo. Pensando ad Auschwitz scrisse “Se questo è un uomo”, vite in baracche da lager. Un giorno gli occupanti di una baracca odono un cantilenante mormorio: Khun sta ringraziando la Provvidenza di non essere stato scelto tra i destinati alle camere a gas, senza badare a Beppo il greco che, dopodomani, andrà al gas. Il temerario commento di Levi provoca conati a stomaci devoti: «Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Khun»[4]. Il dondolio orante del pidocchioso Khun è diventato oggi un lindo coro di voci natalizie (anche se attutite dalle mascherine); la sua baracca si è fatta magica e profumata liturgia. Noi, scampati alla selezione della fame e della violenza politica ed economica, normodotati di fede cattolica, supplicheremo Dio di non sputare a terra il nostro privilegiato prefazio natalizio.
Il Dio che l’evangelista Luca presenta sulla scena non è più il Signore degli eserciti che vince sugli egiziani, ma un Dio debole e lacero: «Oggi vi è nato un salvatore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia»[5]. Un bambino che non fa paura, nè suscita timori reverenziali. Icona di un Dio debole e sconfitto, che non è onnipotenza, ma fragilità, sofferenza e compassione; nato nell’insignificante borgata della “piccolissima” Betlemme diventata “Efrata” (“feconda”, secondo l’etimologia). Un Dio giuntoci, per contorti canali genealogici, dalla monarchia di Davide, ultimo figlio scartato dal padre Iesse e rilanciato in extremis dal profeta Samuele. Un Dio da villaggio, lontano dagli occhi scrutanti della “big sister” Gerusalemme. Un Dio dimesso, abbassato, germoglio, che visita pastori estromessi dal tempio perché resi impuri dal contatto animale, assenteisti dalla sinagoga per perenne lavoro e in altrettanto perenne esodo. Un Dio  che prende la sua Shekinà (la sua Gloriosa Presenza nel creato) e la porta in esilio con gli ebrei, con ogni vagabondo, cercatore, pellegrino. Ora anche la sua Gloria si è fatta schiava e “sta intorno a noi in questo esilio dentro l’esilio, in questa casa del fango e del dolore[6].
Scrive Pareyson:«Forse il silenzio di Dio, che è così terribile per l’uomo gettato nel baratro della sua angoscia, non è il silenzio di chi tace perché non c’è o di chi tace perché abbandona, ma di chi tace perché piange e tace appunto per piangere»(L. PAREYSON, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Einaudi, Torino 1992) . Dio-con-noi. Vorrei sentire invisibili mani passare sulla mia fronte e liberarmi dolcemente da tristi pensieri: allora non sarei solo a sopportare la lunga notte.

«Il poco con il timore di Dio è meglio di un gran tesoro con l’inquietudine»[7].
Il timor di Dio non è paura di Dio, ma stupore ammirato davanti ai suoi segni e fibrillante sospetto di trovarci alla sua presenza. Anche questo timore/stupore avvolge Incarnazione e Risurrezione: «Questo per voi il segno: troverete un bambino…Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto…Le donne, abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l’annunzio».
 «Il timore di Dio è una scuola di sapienza e conduce alla vita» recita il Libro dei Proverbi[8]. Dire «timor di Dio» è modalità comunicativa per dire che un uomo ha la percezione netta – quasi fisica – di essere immersi in Dio o di fronte a Lui. «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo. Ebbe timore e disse: Quanto è adorabile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo»[9]. Nel momento in cui Giosuè celebra la Pasqua sul territorio di Gerico, gli appare il Signore che apre il passaggio e pronuncia le stesse parole che aveva pronunciato davanti a Mosè sul Sinai: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo»[10]. E’ un linguaggio in codice per indicare che ciò che sta accadendo sfugge alla capacità e volontà dell’uomo di mettere le mani su tutto, di girare e rigirare un oggetto fino a smontarlo nelle sue parti. Noi siamo scimmie con gli arti prensili. Di Dio, della Pasqua, del bambino Gesù, della terra, dell’uomo non ha stupore e rispetto chi li ha banalizzati, ridotti a oggettini di consumo e di manipolazione, a strumenti di utilità quotidiana, alla portata delle nostre devozioni prensili e catturanti.
Invece gli uomini delle profondità, quelli con il «terzo occhio» sapienziale in mezzo alla fronte[11] e con le orecchie nella sede del cuore, quelli che hanno riformulato, cioè, la loro anatomia sensoriale, per questi uomini del mistero, lo stupore dell’essere partecipi e testimoni di un evento superiore alla loro portata li rende affetti da timore e adorazione. Prima di sentirsi rivolgere l’invito a «non temere» occorre passare attraverso l’atto di suprema stima, attraverso la paura di sciupare, che é un atto proprio di chi ama. Pietro alla trasfigurazione dice a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Ecco la volontà, forse comprensibile e simpatica, di banalizzare. Ma stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». E’ un evento da ascoltare. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete»[12]. Occorre passare attraverso la tentazione di banalizzare, lasciarsi condurre al momento dell’ascolto profondo. E solo dopo potremo capire bene cosa intende il Signore quando ci dice o ci fa sapere di “Non avere timore”. Dopo la banalità non c’é gioia, non c’é la movimentazione dell’annuncio. Si mangia e si digerisce. Non si annuncia. Invece: «con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio… I pastori dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro».


[1] D.M.Turoldo O sensi miei – 1948-88
[2] Luca 4,9

[3] Salmo 121
[4] Demi Paolin Se questo è Dio in STUDI, FATTI, RICERCHE N.91/2000 pag. 3-6.
[5] Luca 2, 11-12.
[6] Primo Levi, Lilit.
[7] Libro dei Proverbi 15, 16.
[8] Libro dei Proverbi 15, 33; 19, 23.
[9] Genesi 28
[10] Esodo 3,5; Giosuè 5,13-15.
[11]  Raimon Panikkar La pienezza dell’uomo. Una cristofania, Jaca Book,1999  pag. 51: «Paolo non ha mai visto Gesù con il primo occhio (dei sensi). La sua visione del secondo occhio ( la mente) è quella di un Gesù traditore della Legge che merita la morte. A Damasco gli si apre improvviso il terzo occhio (quello dello spirito) e vede Gesù. E’ dunque naturale che, abbagliato, rimanga cieco del primo occhio finchè più lentamente non ci sarà luce anche nel secondo occhio e vedrà con il terzo occhio la trasformazione che quel Gesù è venuto a recare»
[12] Matteo – cap. 17




19 dicembre 2021. Domenica 4 Avvento
QUANDO DARSI DEL “TU” È IMPEGNATIVO

4° domenica di Avvento 2018

Preghiamo. O Dio, che hai scelto l’umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l’obbedienza del Verbo, venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Michea 5,1-4.
Così dice il Signore: E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità; dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace.
Salmo 79 Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Dalla lettera agli Ebrei 10,5-10
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”».  Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Dal Vangelo secondo Luca 1,39-48
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.  Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

QUANDO DARSI DEL “TU” È IMPEGNATIVO. Don Augusto Fontana [1].

Le tre letture della Messa odierna, iniziano tutte in modo molto diretto:
Tu (in ebraico: ‘attah) Betlemme Efrata, non sei il più piccolo dei capoluoghi di Giuda!”
“(Tu) Padre, mi hai preparato un corpo!”
“Benedetta Tu (in greco: euloghemène su) tra le donne, Maria!”

Pare addirittura che il tono con cui questi tre “tu” sono pronunciati, sia abbastanza forte.

  • Elisabetta corre incontro a Maria, gridando.
  • Il Figlio invoca il Padre appassionatamente, in una preghiera molto intensa e forte.
  • Il profeta si rivolge a Betlemme, apostrofandola con un “Tu” con il punto esclamativo.

Nel linguaggio biblico, l’uso della seconda persona singolare non è tanto un segno di confidenza, come per noi oggi. Al contrario. Dare del tu è spesso una cosa abbastanza seria.  “Tu sei Pietro”…“Tu sei sacerdote per sempre”…“Tu sei il mio figlio prediletto”.
Come nella lingua inglese, dove si da del tu (you) sia alla Regina che a un bambino di prima elementare, così nella Bibbia il “tu” non è accorciamento della distanza. Anzi. È franchezza. È verità. È incarico dato. Responsabilità da assumere.
La Bibbia non ha bisogno di convenevoli. Va dritta dritta. Ci interroga in seconda persona e ci chiede in modo molto diretto e franco una risposta. La Parola di Dio ci dà sempre del “tu”, perché parla personalmente.

 TU BETLEMME –  TU PADRE –  TU MARIA.
 Ora, i tre “tu” della quarta domenica di Avvento ci portano, io credo, un messaggio serio: Dio verrà a visitarci ancora una volta. Come si può avverare un mistero simile?
I teologi usano oggi un linguaggio strano, per descrivere il piano di Dio nella storia: dicono che esso è “economia della salvezza”. Non so cosa capiamo, udendo la frase “economia della salvezza”: inconsciamente forse pensiamo alla legge finanziaria più che alle cose di Dio. Ma nell’economia della salvezza, cioè nel “tempo umano visitato dalla tenerezza di Dio” sono sempre necessari tre “tu”, affinché le cose vadano per il verso giusto.
– Occorre il “Tu, Betlemme”, cioè uno spazio.
– Occorre il “Tu, Padre” cioè un progetto di Dio.
– Occorre il “Tu Maria” cioè la disponibilità umana.
Se togli uno dei tre “tu”, mandi all’aria tutto. Mandi in malora l’economia della salvezza.  Un progetto umano al di fuori dello spazio, come potremmo riceverlo? Un progetto divino senza disponibilità umana, come potremmo vederlo? Una disponibilità umana a una vocazione inesistente, che senso ha?
Proviamo allora ad analizzare un istante queste tre coordinate del mistero di Natale:
1)      Spazio
2)      Dio
3)      Risposta umana
Lo spazio che Dio sceglie per il compimento dell’economia di salvezza è quello di un borgo con quattro case, che si chiama “Beth-lehem”, cioè “casa del pane”, cittadina detta anche “Efrata” cioè “feconda”, e possiamo immaginarne bene il motivo. La casa del pane diventa feconda: posto povero e piccolo, periferico, non importante. Ma fecondo agli occhi di Dio.  “Tu, Betlemme Efrata, la più piccola tra le città di Giuda, da te mi uscirà Colui che regnerà su Israele”. Pare che Dio non ami gli spazi grandi, le cornici plateali: preferisce partire dalla periferia dello spazio. Qual è il mio SPAZIO, il mio ambiente vitale, entro cui intendo accogliere il Signore in questa eterna Incarnazione che si materializza nella liturgia di quest’anno?
Il progetto divino, come la scelta dello spazio, è contro la logica umana: “Tu non hai gradito sacrificio (al tempio) o oblazione (sull’altare): un corpo mi hai preparato”. È un progetto sconcertante. Finora gli uomini avevano offerto sacrifici cruenti o incruenti a Dio, per accattivarsi il suo favore. Pensavano che Dio amasse i sacrifici e le offerte. Ma il progetto di Dio richiede obbedienza e l’obbedienza è meglio dei sacrifici. “Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra”, messo in pratica davvero, vale più di tutte le candele che possiamo accendere in Chiesa o le ritualità senz’anima. La Preghiera Eucaristia 3a celebra così: «Egli faccia di noi un’offerta perenne a te gradita». Sono cosciente che non solo il prete o la suora rispondono ad una vocazione progettuale di Dio, ma anche il laico, lo sposato, il lavoratore, è chiamato a rendere visibile almeno un frammento di Vangelo e di vita di Gesù?
La risposta umana è quella di una ragazza povera, sconosciuta, umile. “Tu sei benedetta tra le donne!”. Benedetta perché sei stata portatrice della benedizione e della fecondità di Dio.  Dio si è compiaciuto di guardare alla “piccolezza della sua serva”. Anche questa scelta umana ci sorprende. Ma “L’uomo guarda l’esterno, mentre Dio guarda il cuore” (1 Samuele, 16,7).

Sulla soglia della Festa dell’Incarnazione io e te ascoltiamo un TU!, rivolto proprio a me e te. Non ci sono alibi, sembra dirci la liturgia di domenica.
«Proprio io? Proprio a me?».
E Dio disse: «Tu!».


[1] elaborazione da commento di Alvise Bellinato




12/12/ 2021. Domenica 3 Avvento
GIOIA COME RESISTENZA.

Dal libro del profeta Sofonìa (3,14-18)
Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallégrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”.
Salmo (Is 12,2-6) Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Ecco, Dio è la mia salvezza;  io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;  egli è stato la mia salvezza.
Attingerete acqua con gioia  alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,  proclamate fra i popoli le sue opere,  fate ricordare che il suo nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,  le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,  perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  4,4-7
Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
Dal vangelo secondo Luca 3,10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Con molte altre esortazioni evangelizzava il popolo.

GIOIA COME RESISTENZA. Don Augusto Fontana
La logica mondana del pessimismo, della rassegnazione e del malcontento spesso mi fa accodare alle varie cassandre di turno per cui non so di fatto trovare e mostrare vie d’uscita, alternative al tono grigio e tragico della mia rassegna-stampa quotidiana, alle ombre cupe che mi si allungano sul cuore per la vecchiaia e la malattia. I tempi del profeta Sofonia non erano migliori dei miei: si erano diffusi culti stranieri e sincretismo religioso, i monarchi erano collusi con culture idolatre, si diffondeva nel popolo uno stile di vita pagano e il paese era devastato da violenze e ingiustizie. Certo la gioia, come il coraggio, uno non se la può dare, mi direbbe don Abbondio. E allora mi trovo oggi imbarazzato e inappetente davanti al piatto che mi ha preparato la Parola di Dio: «Gioisci, esulta e rallégrati… Non temere, non lasciarti cadere le braccia… Rallegratevi nel Signore, in ogni situazione… Non angustiatevi per nulla». Preso da una poco invidiabile anoressia dell’animo, fisso la portata e non mi decido a ficcarci dentro la bocca. E mi riappaiono, come folletti, i contadini poveri del Brasile o gli indios Shuaras della foresta amazzonica ecuadoregna che ho visto accesi da un’insolita musicale allegria che faceva da controcanto alla loro endemica, dignitosa e resistente povertà. Ma allora di quale gioia si tratta? Dovrò assumere anfetamine spirituali per dopare la mia cristiana performance giornaliera? Per Paolo, data la sua situazione di prigioniero quando scrive alla comunità di Filippi, non è possibile pensare alla gioia come ad un sentimento umorale. Essa consiste piuttosto IN UNA SERENA RESISTENZA: «Gioite nel Signore IN OGNI SITUAZIONE». “L’accento del duplice imperativo chairete (gioite!) è posto sulla continuità della gioia, che non può essere sporadica, l’emo­zione di un momento, ma deve essere esperienza duratura, che attraversa tutte le situazioni, anche quelle di prova. Infatti, dal punto di vista linguistico, la continuità della gioia è espressa sia nell’imperativo presente, che indica la durata dell’attitudine gioiosa, sia nell’avverbio greco “pàntote”, che non va tradotto con un sempli­ce ‘sempre’, ma con un ‘in ogni situazione’. L’esortazione è per­ciò ad una gioia capace di fiorire e permanere anche nell’espe­rienza della sofferenza, delle contrarietà. Poiché tale imperativo sembra davvero ai limiti del possibile, ci si chiede allora dove possa darsi la ragione di questa permanenza e continuità della gioia; ebbene, per Paolo non sta in una capacità della psiche, ma nella sua fonte vera, che è l’essere «nel Signore». Questa gioia non può restare nascosta nell’interiorità della per­sona, ma deve trasparire anche nelle relazioni: «La vostra amabi­lità sia nota a tutti gli uomini». Il termine «amabilità» usato da Paolo (tà epiei­kés) contiene in sé molte sfumature, quali quella della modera­zione, della benevolenza, della dolcezza, del rispetto e della cor­tesia. In definitiva, è la capacità di cercare ciò che è adatto all’altro. Ci sembra per­tanto che la traduzione ‘amabilità’ riesca a riassumere bene la ric­chezza del lemma greco e indichi uno stile moderato, non violento, realmente affabile, che caratterizza la relazione con le altre persone. Non basta amare: bisogna essere amabili. La motivazione di questo atteggiamento è indicata dall’Apo­stolo con un’espressione che ricorre più volte nel suo epistolario: «Il Signore è vicino». Qui Paolo pensa che il ritorno di Cristo sia immi­nente. Il fatto che il Signore debba tornare fa assumere alle cose un valore diverso, le relati­vizza e insieme le apre alla speranza, alla dimensione dell’attesa. La vicinanza del Signore riguarda non solo l’attesa del suo ritorno glorioso, ma la sua presenza misteriosa nella comunità, presenza che so­stiene nelle prove e che dona una gioia capace di superare le tri­bolazioni. Perciò anche le relazioni interpersonali, pur in un con­testo di tribolazione e di ostilità, possono essere ‘diverse’, cioè improntate ad un’amabile benevolenza. La vicinanza del Signore motiva anche l’esortazione alla fidu­cia, che si manifesta in particolare nel momento della preghiera e nel non lasciarsi schiacciare dagli affanni. Si tratta di affidarsi totalmente a Dio per superare l’ansietà generata dalle preoccu­pazioni. La fiducia non è semplice rassegnazione, ma è un espor­re a Dio i propri bisogni e la propria via («Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera» Salmo 37,5). L’in­vito di Paolo riecheggia gli insegnamenti di Gesù nella tradizio­ne evangelica, quando invita i suoi discepoli a non preoccuparsi eccessivamente per i problemi e le necessità del vivere quotidiano (cfr. Mt 6,25.31.34; Lc 10,41; 12,22)[1]”.
Il Paolo che scrive ai Filippesi è lo stesso che scrive ai Romani «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?» (Romani 8,31-35). Conosco un testo di Isaia (41, 14.19) dove il Signore mi definisce con termini apparentemente fastidiosi, ma che lentamente sono diventati musica dolce: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il Santo di Israele». Io, questo piccolo verme nudo, questo bruco peloso che striscia a cercare sul terreno arido una qualche foglia che si renda appetibile, sono invitato a guardarmi intorno e scoprire sette tipi di alberi che Lui ha fatto crescere attorno a me: «Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi; porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti». Ma ancora il mio animo non si è lasciato smuovere dalla sua atonica inappetenza. Allora il testo liturgico di Sofonia pare narrare ciò che accade in ogni famiglia quando un bambino imbronciato non ne vuol sapere di mangiare: papà o mamma si mettono a fare i pagliacci, a danzargli intorno e cantare e sorridere, nel tentativo di strappargli uno stupore che gli sblocchi l’umor nero del momento: « Il Signore danzerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa». In Luca 15, 5-7 il pastore si mette la pecora sulle spalle «contento» e invita tutti a «rallegrarsi» perché c’è più «gioia» per un peccatore che si pente che per 99 giusti. Lui gioisce quando trova la moneta perduta (Lc. 15, 9), quando fa festa per il figlio tornato (Lc. 15,23-24). Dio Padre-Madre, mettiti a danzare attorno a me, porta il mio sguardo, perso nel vuoto, a guardarti saltellare e cantare attorno a me e trascinami in quella gioia di cui abbiamo perso l’indirizzo: «Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza» (Salmo 117, 14). Tu, Dio, vieni a danzare attorno a me e fammi sorridere.
CHE DOBBIAMO FARE?
«Il Signore è in mezzo a te» significa «Il Signore è fra la tua gente», ma anche « Il Signore è nel tuo grembo». Quindi due sono gli orizzonti della gioia: uno derivante dalla liberazione sociale e l’altro dalla guarigione interiore. La gioia non deve distrarre dalla necessaria risposta pratica. Giovanni Battezzatore dice che non c’è bisogno che tutti vengano nel deserto: basta che ognuno viva nella giustizia e nella solidarietà lì dove si trova; quello che conta è il cambiamento della vita quotidiana. La gioia messianica non può essere scambiata per superficialità infantile o per irresponsabile fuga dal presente: «Che cosa dobbiamo fare?». Ci viene suggerita una carità audace, accorta, intelligente ed efficace, attenta a capire i fenomeni complessi della società attuale e a sperimentare gli strumenti più idonei. Questo si misura in modo particolare nell’etica professionale: dalla prospettiva del guadagno illimitato alla coscienza di una retribu­zione equa, da un clima pesante di lamentele e di rassegnazione, di protesta e di rabbia, all’impegno di compiere bene il proprio mestiere, recuperando il rapporto tra attitudini, preparazione ed utilità sociale. In una lettera pastorale (Sto alla porta. Anno pastorale 1992­-1993) il card. Martini si domandava: «Perché un imprenditore de­ve ribellarsi alla richiesta di pagare una tangente? Perché un gior­nalista deve affrancarsi dal conformismo? Perché un infermiere deve trattare bene i pazienti scomodi e noiosi? Perché questi e al­tri atteggiamenti devono essere la regola, non ‘eroismo’ di un sin­golo?». Come cristiani e cittadini abbiamo il compito di dare forza ed amabilità ad un’esistenza onesta e giusta, con una vita rispettosa delle leggi e delle regole, estranea al­le prepotenze. E siamo chiamati a fare la nostra parte per il bene del Paese in cui viviamo, disposti a pagare le tasse per contribui­re al funzionamento di servizi essenziali. Infatti, come ci ha ri­cordato una nota pastorale dei vescovi italiani, «la legalità, ossia il rispetto e la pratica delle leggi costituisce una condizione fon­damentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini» (Educare alla legalità, 1991, n. 2).


[1] Da SERVIZIO DELLA PAROLA, n 383/2006




​PREGHIERA PER IL MYANMAR

​PREGHIERA PER IL MYANMAR

Signore, soffia il tuo Spinto sulla terra birmana.
Dona pace a tutti i popoli del Myanmar,
consola gli animi di chi vuole riconquistare la propria libertà,
ascolta il grido di coloro che chiedono giustizia.

Signore, infondi coraggio
alla Chiesa birmana e ai leader di tutte religioni,
dona loro la forza di adempiere alla vocazione di guide e pastori dei fedeli.

Spirito di Sapienza, soffia forte su tutti i fedeli birmani,
porta loro il dono del discernimento, perché sappiano vincere il male con il bene.

Signore, soffia il tuo Spirito
sulle coscienze di chi abusa del proprio potere,
apri gli occhi di chi non riconosce nel prossimo il proprio fratello e la propria sorella,
illumina le menti di chi usa la propria forza non per difendere l’altro, ma per schiacciarlo.

Signore, soffia il tuo spirito d’Amore su tutti noi tuoi figli,
rendici capaci di scoprire la tua volontà e di farla nostra,
per poter partecipare, in unità fraterna,
alla costruzione del tuo Regno di Pace.
Amen




Possiamo celebrare cento natali, senza che mai Dio nasca nei nostri cuori
Paolo Curtaz

II DOMENICA DI AVVENTO anno C

Paolo Curtaz

Possiamo celebrare cento natali, senza che mai Dio nasca nei nostri cuori.
Perciò abbiamo bisogno di un tempo di interiorità, perché possiamo, infine accogliere la luce del Signore. Affinché il giorno della venuta del Signore non ci piombi addosso all’improvviso e ci trovi impreparati. Sarebbe tragicomico passare la vita ad invocare la venuta del Signore, e non esserci nel momento della sua venuta interiore!
Certo, non è facile e tutto ci rema contro: la crisi economica, il clima dolciastro, lo scippo natalizio perpetrato dal mercato che fa leva sui buoni sentimenti, le difficoltà della vita di tutti i giorni. Non è facile, ma è possibile: Cristo ci chiede di alzare lo sguardo, invece di lamentarci, di guardare oltre, altrove, al di là. L’importante è arrivare al Natale, a quello vero, con il cuore, leggero, senza lasciarlo appesantire dalla dissipazione, dallo stordimento, dalle preoccupazioni della vita.
Dio viene, lui prende l’iniziativa, è suo il primo passo.
La Scrittura ci rivela il volto di un Dio che intesse relazioni, che cerca l’uomo, che lo corteggia. La storia, splendida e drammatica, fra Israele e il suo Dio non è sempre stata fortunata e feconda. Ora Dio viene per spiegarsi, per raccontarsi, per dirsi. Dio viene a rivelarsi.

Incipit
L’aulico e solenne incipit della predicazione del Battista conferma l’intento di Luca di raccontare eventi storici, non edificanti racconti da pie devote. Luca, discepolo di Paolo, non ha mai visto Gesù in vita sua. Come noi è stato affascinato e sedotto dalla predicazione di Paolo e dal fuoco della sua parola. Luca, antiocheno, greco, colto e raffinato, ha scritto il suo vangelo dopo Marco, in contemporanea con Matteo. Ci tiene, Luca, a dimostrare (già allora!) che non è corso dietro a delle favole ma che l’annuncio si fonda su solide basi.  La descrizione della situazione geo-politica del tempo della predicazione del Battista ci lascia stupiti, noi figli di Dan Brown, e ci dice ancora e ancora che non corriamo dietro a delle favole (anche se certi cristiani si comportano come personaggi da operetta!) ma che la nostra fede appoggia su solide basi. C’è la storia dietro queste parole, non il mito. Volesse Dio che Luca ci facesse almeno un poco vergognare della nostra impressionante ignoranza evangelica!
Storie altre
Luca, però, vuole dire anche altre cose. Tutti i personaggi elencati, chi più, chi meno, detengono in mano il potere assoluto, sanno di potere decidere i destini dei popoli, si sentono e sono grandi. La Parola di Dio dribbla elegantemente tutti i signori dell’epoca e si posa su un macerato trentenne consumato dal vento del deserto e dal digiuno, un folle di Dio scontroso e rabbioso che si consuma sulle rive del Giordano, Giovanni il battezzatore.  Già Baruc, segretario di Geremia, nella prima lettura si rivolge al popolo disperso in Babilonia e vede un ritorno in grande stile nella Gerusalemme dei padri. Parla a degli straccioni senza speranza, a dei deportati che si trascinano come schiavi in attesa di morire. E sogna.
Così è, amici, la Storia di Dio si sovrappone alla piccola e violenta storia degli uomini e la trasfigura.  Nessuno di noi conoscerebbe Erode se non avesse ucciso il Battista. Il procuratore Pilato viene nominato ogni domenica nella professione di fede non per la sua audacia politica e militare, ma per aver ucciso un falegname esaltato che si prese per Dio. E che lo era. E noi, a che storia vogliamo appartenere? Le energie, i sogni, l’audacia che mettiamo per chi o cosa la mettiamo? Per la fragile storia degli uomini? O per quella di Dio?
Lavori in corso 
Entrare nella storia altra significa, anzitutto, aprirsi allo stupore di Dio, attenderlo ed accoglierlo per ciò che egli è, non per ciò che vorremmo che fosse. L’avvento non aggiunge degli impegni alla nostra scarsa fede e alla nostra poca disponibilità alla preghiera, ma un tempo in cui ci è chiesto di accorgerci, di preparare la strada, di spalancare il cuore.
Citando Isaia, Giovanni è molto preciso sulle cose da fare: raddrizzare i sentieri, riempire i burroni, spianare le montagne.
Raddrizzare i sentieri, cioè avere un pensiero semplice, lineare, senza troppi giri di testa. La fede è esperienza personale che nasce nella fiducia, che diventa abbandono. La fede va interrogata, nutrita, è intellegibile, ragionevole. Ma ad un certo punto diventa salto, ragionevole salto tra le braccia di questo Dio. Abbiamo bisogno di pensieri veri nella nostra vita, di pensieri positivi e buoni per poter accogliere la luce.
Riempire i burroni delle nostre fragilità. Tutti noi portiamo nel cuore dei crateri più o meno grandi, più o meno insidiosi, delle fatiche più o meno superate. Ebbene: occorre stare attenti a non lasciarci travolgere dalle nostre fragilità o, peggio, mascherarle. Ognuno di noi porta delle tenebre nel cuore: l’importante è che non ci parlino, l’importante è non dar loro retta.
Spianare le montagne. In un mondo basato sull’immagine conta più l’apparenza della sostanza. Bene il fitness, ottimo il body-building per stare in forma. È bene curare il proprio modo di vestire. Ma occorre aprire qualche palestra di spirit-building, qualche estetista del cuore e dell’anima!
Attendere con gioia
Essenzialità, verità, desiderio: questi gli strumenti per trovare un sentiero verso Dio. E questo già ci procura gioia, l’attesa già ci scuote dentro, ci apre lo stupore… gioia come quella che san Paolo prova per la sua comunità greca di Filippi, come quella che il salmista descrive per il ritorno dei prigionieri da Babilonia a Gerusalemme.
Allora, amici resistenti, carbonari dello spirito, discepoli del Rabbì, su di voi piccoli e fragili e dispersi Dio fa scendere la sua Parola. Alzate lo sguardo, ve ne prego. Animo, mano ai badili spirituali e ai picconi interiori: c’è da fare in settimana…




LA SPERANZA È UN FIORE NEL DESERTO
don Angelo Casati

LA SPERANZA È UN FIORE NEL DESERTO
di Angelo Casati

La speranza, sembrano dire i testi biblici che oggi abbiamo ascoltato, nasce nel deserto, è un fiore del deserto. Fiore del deserto in tanti sensi.  Oggi l’evangelo di Luca aveva un versetto di una potenza sintetica struggente. Luca scrive: “La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto“. E Luca parla evidentemente di un deserto geografico, luogo di tirocinio per il profeta. Ma Luca ha appena finito di evocare un tempo, una stagione, un’ora della storia cui potremmo dare la figura del deserto. L’ha evocata con un inizio solenne: “Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare…“. E poi ecco uno srotolarsi di nomi eccellenti del mondo politico del tempo: Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, fino ai nomi eccellenti del mondo religioso, i sommi sacerdoti Anna e Caifa. I nomi parlano da se stessi, evocano il degrado, quello politico a causa dell’occupazione del paese da parte dei Romani, ma anche quello religioso, il degrado del sacerdozio. Anna infatti con una serie di intrighi era riuscito nell’intento di tenere sotto controllo quel centro di potere che era il tempio, sistemandovi prima i figli e poi il genero Caifa. Squallore della situazione civile e squallore della politica ecclesiastica. Un quadro deprimente! Squallore e deserto! Ed ecco la risposta di Dio. “La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto“.

Anche nella prima lettura, voce del profeta Baruc, il grido della speranza serpeggiava dentro una situazione di sofferenza e di dispersione, il grido si propagava in una terra d’esilio, scuoteva le case di un popolo in esilio: “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre“. Ci sono i deserti, anche oggi, i deserti dell’anima, i deserti delle deportazioni, deportazioni di umanità. I deserti che ti fanno dire: ma è questo il Paese che avevamo sognato, è questa la Chiesa che avevamo sognato? I deserti che rendono tristi i nostri occhi. Ma oggi la voce tocca le nostre case, le case dell’anima, scuote il grigiore dell’indifferenza, scuote il nostro pessimismo spirituale, quel pessimismo che ci fa dire: “Quante volte abbiamo ascoltato questa parola e non è cambiato niente, non solo nel mondo, ma nemmeno dentro di noi e ci è sembrato di assistere a un naufragio, il naufragio della speranza?”. Non sempre però, dobbiamo riconoscerlo, abbiamo intuito con lucidità, e non sempre forse ci siamo detti con limpidezza da dove iniziasse un cambiamento e quale fosse il luogo, se così vogliamo chiamarlo, il luogo generatore, il grembo della nascita, il grembo della speranza. A proposito del luogo, assistiamo, nel Vangelo, a una sorta di dirottamento, uno dei tanti dirottamenti di Dio. E Luca con quell’introduzione solenne, con quei nomi che indicano come  importanti i palazzi della storia, palazzi civili ed ecclesiastici, sembra ingigantire la sorpresa, oserei dire l’incredulità, per il dirottamento di Dio: “La Parola di Dio scese su Giovanni… nel deserto“. Come a dire che il terreno fertile generatore della speranza non è in alto e non è nel frastuono, non è nella vita‑spettacolo, non è nella babele delle parole e delle cose. È in una vita che rispecchi l’essenzialità e il silenzio del deserto. La domanda che la pagina di Luca mi lascia è questa: quali spazi di silenzio, nel paese dell’anima?  Ma non basta neppure il silenzio, perché il deserto della vita fiorisca. Il deserto rimarrebbe deserto se ad incrociarlo non fosse la parola. E non una delle tante nostre pallide parole, ma la parola accesa di Dio: “La parola di Dio scese… su Giovanni nel deserto“. Chissà se sempre avvertiamo, o almeno qualche volta avvertiamo, la potenza di cambiamento custodita nella parola di Dio. Se il silenzio dell’anima incrocia la parola di Dio, fiorisce la speranza anche in tempi di deserto. Mi colpiva oggi un’immagine nel brano del profeta Baruc. Anche nel brano che addita il ritorno dall’esilio, si parla di parola di Dio, se ne parla con un’immagine che, in qualche misura, potrebbe richiamare, sarebbe bello, le nostre assemblee liturgiche. Dice il profeta: “Sorgi, Gerusalemme, sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti da Occidente a Oriente, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio“. Una chiesa dovrebbe esultare di questo. Non dei suoi successi mondani, ma dei figli riuniti alla parola del Santo. Ci sarebbe al contrario da sentirsi sconvolti, sconcertati e rattristati dalle indagini che nella considerazione dei credenti oggi mettono al primo posto, che so io, Padre Pio e qualche santo e lontano, molto lontano, il Santo, il figlio di Dio, Gesù di Nazaret. Riuniti intorno a chi? Alla parola del Santo, che nella Bibbia è Dio? Perché la salvezza giunga fino a noi, nei due brani, quello di Baruc e quello di Luca, si usano le identiche immagini. “Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli, perché Israele proceda sicuro” così il profeta Baruc. “Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle abbassato“. Messaggio contro ogni ubriacatura dell’io e contro ogni devastazione della depressione. Ma mi chiedevo: spianare perché? Perché ritorni il popolo, sembra dire Baruc. Perché ritorni Dio, sembra dire il Battista. Ma forse la domanda è sbagliata. Perché se ritorna Dio ritorniamo noi dall’esilio e se ritorniamo noi dall’esilio allora ritorna Dio sulla terra.




5 dicembre 2021. Domenica 2a Avvento
GUARDARE CONVERTIRSI TRASFORMARE.

2 Domenica avvento C

 Preghiamo. O Dio grande nell’amore, che chiami gli umili alla luce gloriosa del tuo regno, raddrizza nei nostri cuori i tuoi sentieri, spiana le alture della superbia, e preparaci a celebrare con fede ardente  la venuta del nostro salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. AMEN
Baruc 5, 1-9
<Gerusalemme, deponi la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: Pace della giustizia e gloria della pietà. Sorgi, o Gerusalemme, e sta  in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti da occidente ad oriente, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale.  Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso faranno ombra ad Israele per comando di Dio.  Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui».
Salmo 126
Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia.
Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.
Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,4-6.8-11
Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 3,1-6
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

GUARDARE CONVERTIRSI TRASFORMARE. Don Augusto Fontana

Oggi siamo invitati a vedere, a guardare in maniera diversa; se non “battezziamo” i nostri occhi, la speranza risulta impossibile e l’attesa sfocia nella delusione. Esiste un altro motivo unificante della liturgia di oggi, individuabile nel tema della strada e del cammino; tutta l’esperienza biblica è un costante appello ad una conversione interiore per una liberazione sociale.
I profeti possono sembrare dei pazzi visionari perchè invitano a guardare nelle piaghe spalancate della storia umana per vedere segni incoraggianti di guarigione, per vedere ciò che non c’è ancora, o per vedere un Dio criptato.
Siamo invitati, oggi, a recarci sulle alture delle nostre rassegnazioni, stanchezze, delusioni, diagnosi realistiche da cui non vediamo nulla di nuovo nè prospettive ragionevoli di miglioramento. L’uomo della speranza, guardando in direzione di Dio, non si limita a fare l’inventario delle cose che vede, ma  riesce a chiamare le cose che ancora non esistono come se già esistessero.
La conversione cristiana è un processo interiore che avviene all’interno della concretezza storica; le letture bibliche di oggi sottolineano il carattere pubblico e storico della Parola di Dio che ha una via preferenziale nei fatti e negli avvenimenti. La storia è portatrice di trasparenze, di transizioni che vanno lette o avviate o corrette. Gesù non vive appartato, ma in mezzo ai tumulti e ai conflitti innescando un movimento che interferisce con l’inerzia ed ostacola il mantenimento dello stato esistente sia interiore che sociale.  Qual fu il peccato degli ebrei deportati a Babilonia? Fu quello di essersi adattati. Quale fu l’opera di Mosè? Preparare un popolo capace di partire. Capire che il non muoversi è peccato, non è facile.[1]

Città, rivèstiti di santità e giustizia!
Baruc, segretario del profeta Geremia, scrive nel periodo del post-esilio babilonese. Gli ebrei rimasti a Babilonia si sono lasciati affascinare dalle abitudini e religioni del posto ed hanno fatto della schiavitù una dimora. Chi è già rientrato è già deluso per la situazione ritrovata. Il popolo è descritto dal profeta come una donna che, perduta nel proprio dolore, deve rialzarsi, salire su un’altura, guardarsi intorno e vedere i propri figli che ritornano dall’esilio nella gioia. Nel testo del profeta, la conversione è descritta come un solenne atto di vestizione sacerdotale e regale. L’abito, nella cultura ebraica, aveva un ruolo simbolico oltre che funzionale.
Rimetti le vesti sacerdotali!
Gerusalemme, cioè un popolo intero, è investita di un compito di santità e mediazione sacerdotale per tutti gli uomini. I sacerdoti dovevano indossare l’efod (“manto della giustizia”) e la tiara (“diadema”) sulla quale c’era l’iscrizione <sacro al Signore>; il copricapo sacerdotale conferiva il potere di intercessione per il popolo; Aronne lo doveva portare sempre sul capo per portare i peccati del popolo e attirare su di esso la grazia del Signore( Esodo 28, 4.36-43). Svestire gli abiti di sacco e rivestire gli abiti sacerdotali è segno di un cambiamento radicale di situazione, di cuore e segno di liberazione sociale.
Dio protagonista.
Per almeno 12 volte risuona il riferimento a Dio come protagonista di questo squarcio di speranza, di ritorno e di ricostruzione:  lo splendore della città  viene da Dio (v.1 e 3);  l’efod e la tiara sono di Dio;  il nuovo nome, e quindi la vocazione, vengono da Dio; la riunificazione dei dispersi avverrà mediante la Parola del Santo; il ritorno avverrà nel ricordo delle fedeltà di Dio e sarà Lui a costruire la strada e a guidare il popolo (v.5-9). Spontaneamente viene in mente il Salmo 127: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno».
 Salmo 126: Ci sembrava di sognare
“Troppo bello per essere vero…!” .Il Salmo celebra la “risurrezione di Israele” sia sotto forma di ritorno dall’esilio (come vuole una interpretazione) e sia sotto forma di riforma sociale e religiosa (come vuole un’altra interpretazione).  <Usciti da campi di concentramento, scampati dai forni crematoi nazisti, affidati ad imbarcazioni di fortuna, in vista della Palestina noi cantavamo il Salmo 126 che diventava all’improvviso una realtà viva e palpitante nelle nostre vive ferite. I prigionieri che il Signore riportava eravamo noi, il riso che riempiva la bocca del salmista, 2500 anni fà, era il nostro riso!> (A.Chouraqui).
Il Signore.
La composizione si costruisce attorno alla parola “il Signore“:
I pagani dicono <Il Signore ha fatto per loro grandi cose>,  Israele conferma < Il Signore ha fatto per noi grandi cose>.  Una proclamazione : Il Signore ha ricondotto…Una preghiera : Signore riconduci ancora!
Hai ricondotto…riconduci ancora! Strade sempre aperte.
 Il ritorno dall’esilio babilonese era stato un sogno ad occhi aperti. Allo stupore viene abbinata la gioia. Ritornati nella terra, non avevano sperimentato il compimento delle profezie che avevano preannunciato un’era di pace; gravi difficoltà continuano ad ostacolare la loro esistenza e per questo si rivolgono a Dio perchè capovolga ancora una volta la loro situazione(riconduci ancora i nostri prigionieri).
Una serie di immagini completano il canto: come i torrenti del Sud (Negheb), aridi per tutto l’anno, improvvisamente si riempiono di acqua nella stagione delle piogge, così Dio porti a termine la liberazione. Davanti al Signore dell’esodo nessuna strada può diventare un vicolo cieco e la comunità dei credenti è continuamente rimessa in cammino.
Ogni conversione/trasformazione è dono, ma anche fatica.
L’ultima parte del salmo è dedicata al rapporto semina-mietitura, pianto-gioia. S.Agostino cosi commenta: <La vostra terra è la Chiesa: seminate quanto potete. Che cosa devi seminare? La misericordia. Che cosa mieterai? La pace. Così dovete amare; e dato che le cose buone si compiono attraverso dolori e pene, non stancatevi: seminate tra le lacrime, mieterete nella gioia>.
Luca: preparate le vie.
Luca circostanzia con precisione storica geografica l’incontro tra l’ultimo profeta,  Giovanni, e il realizzatore delle promesse, Gesù. In elenco vi sono 7 personalità di cui 5 politiche e 2 religiose che coprono sotto la loro giurisdizione non solo i territori giudaici, ma anche extra giudaici.
Pare che Luca abbia voluto indicare un crocevia sul quale due soggetti, Dio e uomo, compiono il loro ritorno, la loro “conversione”, per un incontro reciproco. Su queste  coordinate storico-geografiche che includono anche le nazioni pagane, Dio ritorna all’uomo e l’uomo è invitato a ritornare al suo Dio. L’incontro avviene all’interno di poteri politici in contrasto tra loro e all’interno di poteri religiosi mafiosi. Il terreno storico sembra poco propizio e non fa ben sperare. Eppure in tale contesto la Parola di Dio cade su Giovanni (il cui nome in ebraico significa “Dio fa grazia e consola”).
Come nel testo del profeta Baruc, anche qui tutto è posto sotto il segno della Parola di Dio che pur essendo protagonista degli eventi ha bisogno  della sinergia e della collaborazione di un uomo che acconsente radicalmente ad essa. Giovanni Paolo II ha scritto[2]: “ L’uomo… è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della chiesa, via tracciata da Cristo stesso “.
Quando il profeta scriveva il testo citato da Giovanni Battista, faceva riferimento al fatto che gli ebrei in esilio erano addetti alla costruzione di strade per i percorsi commerciali e militari. A loro Isaia dice: datevi da fare perchè questa strada che state costruendo per ora in schiavitù e per finalità che non vi riguardano, diventerà la pista su cui camminerete per ritornare in patria.
Giovanni utilizza la metafora dei lavori in corso sulle strade, per chiarire il senso della conversione che sta chiedendo a chi lo ha raggiunto nel deserto: in lingua ebraica il termine “conversione” è espresso con la parola <SUB> che significa CAMBIARE ROTTA/MENTALITA’.[3] A commento di ciò riporto un interessante passo di Isaia 48,17-18:” Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare. Se avessi prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare”.
Convertirsi.
Raccolgo in unità gli spezzoni di elementi proposti dalle letture bibliche:
1.Convertire lo sguardo:
Sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente!”. Oriente è il punto cardinale da dove sorge il sole e da dove si manifesta Dio. Gesù è l’oriente di Dio ed il punto cardinale del Suo orizzonte: “Chi vede me vede il Padre”.
La prima conversione dello sguardo consiste nell’essere capaci di tenere sgranati gli occhi su Gesù che è l’esegeta ed il rivelatore di Dio.
La seconda conversione dello sguardo consiste, come dice Paolo, nel “saper discernere il meglio” cioè l’ essenziale e non la fatuità. La guarigione dello sguardo ci purifica dal nostro veder corto e veder male. Il Salmo 36,10 dice “Nella tua luce vediamo la luce“: occorre guardare eventi e persone all’angolatura da cui le vede Dio e con la sua prospettiva ottica.  Un saggio  orientale afferma:<Se l’inverno dicesse “ho nel cuore la primavera”, chi gli crederebbe?>.
Gli eventi sono gravidi di Parola e di interventi di Dio. Certo: nessun evento contiene in distillato allo stato puro la voce di Dio, perchè ognuno vi mescola echi di voci estranee in un amalgama ambiguo. Ogni evento va decifrato nella fatica, nella precarietà, nell’aiuto reciproco e senza semplificazioni. Fra noi qualcuno tenta ancora di decifrare, nell’amalgama di culture vincenti e conformiste, alcune novità che hanno un sapore biblico.
2.Convertire il cuore e le strutture di convivenza:
Quando scoppia una gemma si alza una speranza. Una gemma sola turba l’equilibrio di una foresta. Se c’è una novità che entra, tutta la foresta deve allargarsi per farle posto. Ogni attaccamento alla routinarietà ed alla ovvietà nasconde il nostro <no!> al viaggio che Dio ci chiede di compiere. Occorre spogliarsi delle vesti dimesse del lutto quotidiano e rivestire gli abiti sacerdotali di nuovi modelli di vita. I colli da abbassare e i burroni da riempire non sono immagini poetiche. Nella nostra vita familiare professionale ed ecclesiale, nelle strutture organizzate del paese, ci sono montagne di autosufficienza e di corporativismi che vanno spianate per ritrovarci uomini e umili ( Notate come i termini homo-uomo, humilis-umile e humus-terra hanno una interessante unica radice linguistica). Ci sono abissi di vuoto, insignificanza, stordimento attivistico, non-senso che occorre riempire con qualcosa di autentico. Stiamo ammassando montagne di rifiuti di cose inutili mentre ci facciamo mancare le cose essenziali. Bisogna avere il coraggio di eliminare il <troppo> che abbiamo per cercare il <tutto> che ci manca.
Preparare le vie al Signore significa accettare che non tutti i tempi sono tempi di esodo; come una donna non genera se non è incinta così il Signore non produce salvezza e la storia non genera liberazione se le condizioni non sono mature. La pazienza della conversione ci mette nelle condizioni di accettare che se quella che viviamo non è stagione di mietitura, sia almeno stagione di semina.
Il teologo protestante Ruben Alves scrive: “Si deve smettere di piantare zucche che maturano alla svelta e decidersi a piantare datteri, anche se non si arriverà a gustarne i frutti. Dobbiamo vivere amando ciò che non vedremo mai.”


[1] da Pronzato “Parola di Dio”, Gribaudi e da Balducci “Il mandorlo e il fuoco”, Borla 
[2] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 1979
[3] Domenica prossima la liturgia ci presenterà la continuazione del brano evangelico di oggi e si avrà l’occasione di cogliere nei particolari il senso spirituale e sociale che Giovanni dava al suo invito a convertirsi.