28 novembre 2021. Domenica 1a Avvento
COME STARE DENTRO LA NOSTRA STORIA?

Prima domenica di avvento – 28 novembre 2021

Preghiamo. Padre santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa del Cristo, giudice e salvatore. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dal libro del profeta Geremìa 33,14-16
Ecco, verranno giorni – oràcolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Salmo 24   A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà  per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti.
Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 3,12-4,2
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
Dal Vangelo secondo Luca 21,25-28.34-36
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

COME STARE DENTRO LA NOSTRA STORIA? Don Augusto Fontana

Domenica 28 novembre, prima domenica di Avvento, per noi cristiani inizia un Nuovo Anno in cui ci farà compagnia l’evangelista Luca. «Buon Anno!» dunque, guardando alla nostra storia. E Luca ci ricorda subito alcune parole di Gesù che potrebbero contenere saggezza e sapienza per chiunque coltiva nel cuore la domanda: «Come stare dentro la nostra storia di oggi e di domani?».
«Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra».
Non possiamo sognare di vivere al riparo dagli sconvolgimenti che segnano il tempo; non resiste più nulla alla nostra devastazione del pianeta. Ma il linguaggio è forse prioritariamente simbolico e ci porta alle nostre paure quotidiane per il venir meno di alcune coordinate di vita: l’amore stabile e fedele, il lavoro degnamente remunerato e tutelato, la salute protetta, l’ambiente rispettato, le nuove generazioni protette da mortiferi sbandamenti, la politica dalla faccia pulita, la comunità cristiana testimone di fede evangelica e di vita controcorrente.
Torna la domanda: «Come stare dentro questa nostra storia di oggi e di domani?». Ed eventualmente: «Come starci dentro da cristiani?».
Io sono in preda alle mie ansie, depressioni, inquietudini che mi paralizzano. E questo è già un lento morire perché mi avvito su me stesso in pensieri negativi. E così non vado da nessuna parte. Luca ci mette sull’avviso: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. C’è il pericolo dell’appesantirsi del cuore: farsi una corazza, per non vedere, per non soffrire. Lasciarsi anestetizzare e assuefare. Così si diventa miopi, ci si appiattisce sul presente e sulle proprie cose. E così finisce anche che le cose ci piombino addosso improvvise: “Quel giorno non vi piombi addosso improvviso”.
Siate vigilanti, dice il Vangelo, decifrate il tempo, interpretate ciò che sta affacciandosi all’orizzonte. E state nella vostra storia positivamente con responsabilità, con speranza e non da rassegnati, aggiunge Luca: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.
In piedi e a testa alta, perché la liberazione è vicina, anzi è già iniziata, da quando sul ramo secco della storia è germogliato, se vogliamo stare all’immagine del profeta Geremia, un germoglio di giustizia, Gesù di Nazaret.
È questo l’atteggiamento dei credenti di oggi: non il mugugno, non il lamento, non il disfattismo! Così come faceva Gesù. Lui dimostrava che il Regno di Dio si era fatto vicino raddrizzando una  donna curva (Lc 13,11). La voleva eretta e in cammino. Così Dio vuole le sue creature, fatte a sua immagine e somiglianza.
Il tempo di Avvento ci invita a impegnarci, per quanto ci è possibile, a raddrizzare la nostra storia secondo la giustizia di Dio: “Il Signore – dice la Bibbia – è nostra giustizia“. Non sul modello delle nostre giustizie. Troppo spesso cerchiamo ciò che è giusto per noi e non ciò che è giusto per gli altri, difendiamo i nostri diritti e non i diritti degli altri. L’invito è a operare secondo la giustizia di Dio. Si dice che Lutero,  a chi gli chiedeva: “Che cosa faresti tu se sapessi che domani il mondo andrà in rovina?”, rispose: “Pianterei anche oggi un melo”.
La nostra storia, quella di ciascuno e quella di tutti era incominciata in principio così: “Dio disse «Adamo, Uomo, dove sei?». E noi da allora continuiamo a rispondere: «Mi sono nascosto perché sono nudo». La domanda di Dio non è domanda di un giudice inquisitore, ma di un Padre che ci cerca curioso e affettuoso.  L’avvento che incominciamo oggi è un tempo per riascoltare quella domanda dolce: «Dove sei?» rivolta a me, a noi, gente che si perde nel folto dei sensi di colpa, dei fallimenti, delle infedeltà, delle angosce. L’Avvento è un tempo per riascoltare il fruscio dei passi di un Padre che ci viene incontro tenendo per mano il Suo Figlio, il figlio dell’uomo, il vivente, il risorto.
Il vangelo di oggi è costituito da due frammenti presi dal capitolo 21 di Luca. Al centro di questi due frammenti sembra che Luca metta l’annuncio più importante: Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande .Il vedere (greco: horaô ) qui è lo scrutare nella fede. Praticamente ciò che già stiamo cercando di fare in questa celebrazione.
Mi fermerò però su una parola del secondo frammento del Vangelo: Quando cominceranno ad accadere queste cose, alza­tevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipa­zioni, ubriacature e affanni della vita …. Vegliate pregando in ogni momento, perché abbiate la forza di sfug­gire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio del­l’uomo».
Vegliate pregando. Spesso gli evangelisti (Es Marco 13:35) usano, nella loro lingua greca, il verbo grêgoreô per dire VEGLIATE. Qui Luca usa il verbo agrypnéo, che letteralmente significa avere quel sonno leggero, pronto ad interrompersi al minimo rumore, quando vi è un segnale di peri­colo; è il sonno che è richiesto ai pastori quando custodiscono il gregge. Si potrebbe paragonare al riposo dei genitori quando un bambino è amma­lato: sembrano dormire, ma in realtà sono prontissimi a risve­gliarsi al suo minimo lamento del figlio. Per vegliare così, senza ca­dere nel sonno profondo (quello provocato dalle distrazioni, ubriacature, affanni), bisogna pregare. Vegliate pregando in  ogni momento.
Luca ci indica che questa veglia orante ci darà la forza per at­traversare il tempo della prova nella fedeltà, il tempo del dolore nella resistenza e il tempo della gioia nella gratitudine.
E il Salmo 25 ci conferma ciò di cui abbiamo bisogno: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”. Paolo ci ha offerto indicazioni concrete: “il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti” (1Tess 3,12-13).
Proprio come fa pregare la colletta: “Padre santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa del Cristo”.




21 novembre 2021. Festa Pasquale di Cristo-Re
QUESTO CROCIFISSO E’ IL SIGNORE

FESTA PASQUALE di CRISTO RE.

Preghiamo. O Dio, fonte di ogni paternità,  che hai mandato il tuo Figlio  per farci partecipi del suo sacerdozio regale,  illumina il nostro spirito,  perché comprendiamo che servire è regnare,  e con la vita donata ai fratelli  confessiamo la nostra fedeltà al Cristo,  primogenito dei morti  e dominatore di tutti i potenti della terra. Egli è Dio e vive e regna con te…………
Dal libro del profeta Daniele 7,13-14
Guardando nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo  uno simile a un figlio d’uomo;  giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.  Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai,  e il suo regno non sarà mai distrutto.
Salmo 92. Il Signore regna, si riveste di splendore.
Il Signore regna, si riveste di maestà:  si riveste il Signore, si cinge di forza.
È stabile il mondo, non potrà vacillare.  Stabile è il tuo trono da sempre,  dall’eternità tu sei.
Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!  La santità si addice alla tua casa  per la durata dei giorni, Signore.
Dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 1,5-8
Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.  A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.  Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra  si batteranno il petto.  Sì, Amen!  Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Dal Vangelo secondo Giovanni 18,33-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

QUESTO CROCIFISSO E’ IL SIGNORE. Don Augusto Fontana 

Senza re, regine, cavalli e fanti.
L’ultima Domenica dell’Anno liturgico ha tutte le connotazioni della festa di Pasqua. La festa, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Cristo nel tempo: «Cristo ieri, oggi e sempre; a lui gloria e potenza nei secoli in eterno[1]». La festa fu istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo: se Cristo è Re, vuol dire che la chiesa è Regina! Ciò è avvenuto sia in epoche di clericalismo e sia in epoca laicista quando la Chiesa rivendicò leadership per il traino di legislazioni a favore delle proprie strutture e per la salvaguardia di valori ritenuti irrinunciabili. E’ anche vero che con il franare del regime di cristianità, la società rischia di mettere in causa una giusta concezione della regalità di Cristo relegandola al puro ambito dello spirito e delle sacrestie, ma ciò non giustifica nostalgie bigotte ed integraliste; semmai spinge i cristiani ad inventare nuove forme dolci e convincenti di presenza nella convivenza sociale evitando forme di massoneria o di lobbys cattoliche. Scrive Olivier Clément in “IL POTERE CROCIFISSO”:  «A poco a poco capiremo che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[2].
Gesù: la sua prassi messianica nel contesto del suo tempo.
Gesù non si attribuì mai il ruolo di Re e quando qualcuno volle farlo Re si rese irreperibile. Imponeva anche il “silenzio messianico” a coloro che avevano fretta di annunciare, prima della croce, la sua prassi messianica. Aveva detto di essere il Pastore, la Via, la Verità, la Vita, lo Sposo, il Maestro, il Figlio del Padre, la vite. Come giunge allora ad essere processato con tale esplicita imputazione di reato? Ricostruiamo alcuni tratti della prassi messianica di Gesù all’interno del sistema di organizzazione sociale e religiosa del suo tempo.[4] Tutta la Legge può essere suddivisa in sistemi di proibizioni. Erano considerati impuri: alcuni cibi, il sangue animale e umano, i rapporti sessuali che non garantivano la procreazione e quindi la forza-lavoro del clan, il sangue mestruato e lo sperma, alcune malattie infettive come la lebbra. Gli animali destinati ai sacrifici non dovevano avere difetti ed i sacerdoti ciechi o rachitici non potevano salire sull’altare del sacrificio. La circoncisione definiva l’area di appartenenza al popolo di Jahwè, Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Con il rispetto del Sabato, del Tempio e del culto si doveva, in un certo senso, saldare i debiti con Dio che donava vita, cibo, Legge e perdono. Il Tempio era anche una specie di banca per il finanziamento delle opere pubbliche e religiose. Poichè queste prescrizioni erano spesso disattese, si era formata una “setta” detta dei farisei, osservanti di interminabile serie di casistiche e precetti, in contrapposizione ai sadducei più materialisti e lassisti. Chi trasgrediva palesemente le interdizioni legali era considerato pubblicano (peccatore pubblico) o, se malato di mente, veniva considerato indemoniato. In fondo a tutto a tutto il sistema venivano i pagani incirconcisi che non potevano entrare nelle case degli Israeliti nè sposare le loro figlie. In ogni villaggio o città la sovrastruttura politica era composta dal consiglio degli anziani costituito da membri puri di razza e ricchi; dovevano risolvere i litigi ed emettere le sentenze. Il Consiglio più importante era il Sinedrio di Gerusalemme composto da 72 membri fra cui i Sommi Sacerdoti del Tempio, gli anziani capi delle famiglie più nobili e ricche della Giudea, gli scribi con funzioni di insegnamento morale, giuridico e religioso. Questo apparato veniva controllato da lontano dal Procuratore romano che risiedeva al Nord (Galilea). Sommi sacerdoti, grandi proprietari e commercianti collaboravano con il potere invasore. Il proletariato e la piccola borghesia, angariati dall’apparato giudaico, negli anni ‘66-‘70 si uniranno ai guerriglieri zeloti nella ribellione contro Roma. Gli zeloti erano composti da lavoratori agricoli e schiavi fuggiaschi che si organizzavano in bande armate, rifugiandosi sulle montagne della Galilea, compiendo incursioni e, in caso di cattura, venivano crocifissi. Gesù diventa una minaccia a tutto questo sistema: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato. Il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato” (Mc.2,27). La lacerazione inizia puntualmente: “Appena usciti, i farisei si riunirono immediatamente con i seguaci di Erode per tramare contro di lui e decidere di eliminarlo” (Mc. 3,6). Gesù si sottrae ad ogni populismo ambiguo ed adotta una strategia di semi-clandestinità: si ritira spesso da solo a pregare o si sottrae alle folle in luoghi deserti. Il vero rischio che Gesù teme non è quello della vita, ma quello dell’interpretazione del suo messianismo in termini trionfalistici. Il pericolo di questa ambigua interpretazione non veniva solo dalle folle, ma anche dall’interno del suo gruppo di discepoli tra i quali c’era Simone <il cananeo> e Giuda <il sicario> (chiamato abitualmente Iscariot): forse due zeloti. Quando, come scrive il Cap.11 di Marco, Gesù arriva a Gerusalemme il grido popolare è uno slogan abitualmente usato nelle manifestazionI zelote: «Hosanna! (Salvaci!). Benedetto sia, nel nome del Signore, colui che arriva! Benedetto sia il regno che viene, il regno del nostro padre Davide». Ma Gesù aveva già adottato una strategia che non lasciava dubbi: era entrato seduto su un asinello che serviva per il trasporto quotidiano, mentre le incursioni zelote venivano fatte con i cavalli. Tuttavia, affermare che Gesù non volle essere considerato un Messia secondo le aspettative del tempo, non significa ridurlo ad un Messia delle anime o fuori della storia. Di fatto Gesù adotta una prassi messianica: con la prassi delle mani si dedica alla creazione di rapporti economici nuovi, per la condivisione e il servizio, per la riammissione, nel circuito sociale e religioso, degli esclusi; con la prassi dei piedi e del camminare va incontro e cerca. Gesù fu un rabbi itinerante anche in territori impuri. Egli si fa vicino e prossimo invitando a fare altrettanto; con la prassi del cuore Gesù dissequestra Dio dal culto formalista e dalla preghiera esteriore per farlo diventare un Padre con cui entrare in rapporto filiale da parte di chiunque ed in qualsiasi momento o luogo.
«Fino a quando zoppicherete con due piedi?» (1 Re 18, 21).
La frase non è chiara, ma pare significhi «decidetevi per chi danzare» o «Se il Signore è Dio, seguitelo». Nel culto liturgico domenicale proclamiamo a favore di chi vogliamo muovere i passi o danzare la vita. Nella breve lettura tratta dall’Apocalisse (1, 5-8) si respira un’ atmosfera tipicamente liturgica con una struttura di dialogo liturgico in cui alla proclamazione segue l’acclamazione di tutta l’assemblea. Gesù viene presentato come Testimone fedele, aderente ai disegni del Padre, come Principe dei re della terra, detrattore di ogni potere oppressivo e corrotto, il trafitto attraverso le sofferenze dei deboli e le difficili testimonianze della Chiesa. E l’assemblea confessa l’amore e l’opera di liberazione il cui esito è la formazione di un Regno di sacerdoti, un popolo reso capace di orientare a Dio la storia e il mondo. Gesù resta l’Alfa e l’Omega (prima e ultima lettera dell’alfabeto greco): ciò indica non solo la totalità, ma anche il dinamismo della progressiva realizzazione della storia.
– Riconoscere che Cristo è mio-re significa adattarmi gradualmente a pensare che Lui è Dio vivo, e quindi – come dice il Card. Martini[5] – «significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo».
– Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
– Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua prassi messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi. Ma tutto ciò sia vissuto in Cristo, per Cristo e con Cristo.
– Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa mantenere vivo il sospetto contro le multiformi idolatrie. L’indimenticabile monaco Carlo Carretto dedicò a questo tema un capitolo del suo CIO’ CHE CONTA E’ AMARE[6]: «Mi sono chiesto sovente dove risiede il pericolo dell’idolatria. Io penso che il pericolo è in noi e che il peccato di idolatria sia un peccato di tutti i tempi. L’uomo dell’Antico Testamento aveva la tentazione di farsi un idoletto di legno o di avorio o di argento per metterlo penzoloni alla sella del suo cammello e l’uomo d’oggi ci prende gusto a mettere un santino in tasca al posto di Dio. E’ la stessa cosa, più o meno. L’uomo vuol fuggire allo sforzo di pensare Dio nella sua pura Trascendenza, nel suo Mistero e trova più comodo dargli un volto a buon mercato che rimpiazzi la sua intoccabilità con qualcosa che si possa toccare e che stia vicino e che soprattutto abbia tanti poteri taumaturgici da guarire quando si è malati e da arricchirci quando si è poveri. Qui non sto parlando male del culto dei santi. Tale culto è una cosa seria quando fa parte ed è tutt’uno con l’altro culto che gli è centrale: il culto e l’adorazione di Dio. In origine erano oggetti cristiani degni di culto, ora in mano agli idolatri sono diventati idoli. Quanti idoli fatti di medaglie, immagini, crocette. Non temo di dire che quanto più scade la fede autentica, illuminata, forte in un popolo, più aumentano le botteghe dei santini. Io ne ho trovato ovunque di questi altari dell’idolatria moderna, perfino in chiesa. Immaginiamo fuori!. E’ certo che l’idolatria e la superstizione sono ancora forme religiose anche se deteriori e accompagnano sovente l’uomo non più illuminato dalla fede. Ultimi brandelli e residui di un patrimonio consumato. «Adorerai Dio in spirito e verità» (Giovanni 4, 23).Ecco il modo di purificare l’anima dalla tentazione idolatria, dal pericolo continuo di prestare la nostra adorazione a valori umani, a prestare fede a ciò che è caduco e a dare importanza eccessiva alla potenza o alla ricchezza. Ecco dunque la maniera di sfuggire a quel sottobosco intricato di magia e spiritismo, uscire da quella nebbia indefinibile di credenze misteriose, di fiducia negli amuleti, di poteri attribuiti a pezzi di legno o anche…all’acqua santa.. Sì, non scandalizzatevi, ma ho visto pretendere ancora dal sacerdote la benedizione delle case con acqua, molta acqua, come se in quel rito ci fosse qualcosa di magico, un toccasana per non cadere ammalati, un mezzo per cacciare gli spiriti o le forze avverse».
Scrisse Bonhoeffer, pastore luterano impiccato dai nazisti: «Dio non deve essere riconosciuto solo ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita»[7].


[1] Lettera agli Ebrei 13,8; Apocalisse 1,6. 
[2] Ed,Qiqajon, Bose, 1999, pag. 64.
[3] Ed Einaudi
[4] Mi avvalgo di F.Belo “Una lettura politica del vangelo” Ed. Claudiana
[5] C.M.Martini, Il Dio vivente, PIEMME, 1991, pagg. 59-61.
[6] Ed. Fondazione Apostolicam actuositatem 2004
[7] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Ed. Paoline 1988, pag.383.




GIOVANI E LAVORO
Osservatorio giovani

Collegati con l’Osservatorio Giovani:

https://www.rapportogiovani.it/

Giovani e lavoro (in tempo di crisi)

 


I dati proposti in questa pagina sono stati estratti dal volume
La Condizione Giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2014”.


Meno del 10% delle donne considera di disporre di occasioni di impiego buone e adeguate contro circa il 15% dei maschi. Per la grande maggioranza le opportunità lavorative sono invece scarse (55%) o limitate (33%). E così una grande maggioranza dei giovani si dichiara disponibile a lavori manuali, quelli che forse un tempo non avrebbero preso in considerazione. E non è importante che siano coerenti con la preparazione posseduta purché siano discretamente pagati. Realismo, flessibilità, adattabilità caratterizzano la generazione dei millennials italiani.
Oltre l’80% degli intervistati è dunque pronto a svolgere un lavoro di tipo manuale; 3 su 4 vedrebbero bene una attività in cui potere esprimere la propria creatività. E ciò indipendentemente dai percorsi formativi. Infatti oltre la metà dei maschi e quasi il 60% delle femmine considera scarse le possibilità che l’Italia “offre a un giovane con la tua preparazione”. La classe sociale fa la differenza: il 90% di coloro che appartengono a una fascia bassa pensano che il Paese offra possibilità “scarse” o “limitate” relativamente alla propria preparazione. I giovani di fascia alta hanno un po’ più di fiducia: il 20% le ritiene “adeguate”.
Di chi è la colpa di questa situazione?
La crisi, ma non solo. L’analisi che i giovani compiono offre diversi motivi di riflessione. Per quasi il 30% il problema principale sono i limiti strutturali del mercato che dà poche occasioni, bassa qualità e contratti brevi e precari. In secondo luogo viene la situazione economica complessiva, al terzo posto la “preferenza data ai raccomandati”, al quarto la “minore esperienza” (15,4%). Concorrenza degli immigrati e regole troppo rigide si attestano attorno al 5% delle risposte. Solo un intervistato su cento ritiene che i giovani rifiutino alcuni lavori.
Si riscopre quindi il lavoro manuale (pochissimi lo respingono), ma a certe condizioni: remunerazione adeguata, creatività e flessibilità d’orario sono gli aspetti decisivi.
Nella scala dei lavori all’ultimo posto delle preferenze figurano quelli in cui più comunemente le nuove generazioni trovano facili occasioni di impiego, ma evidentemente di bassa qualità. Pochissimi consiglierebbero ad un amico di fare il telefonista di call center (3.5%), l’operatore di fast food (4.2%), o il distributore di volantini (1.6%). Al limite, a parità di stipendio, meglio l’operatore ecologico che lavori di questo tipo (4.6% contro 4.2% donne).

Piuttosto che occupazioni manuali di basso livello nel settore dei servizi, spesso legati a condizioni di precarietà e sfruttamento, ci sono il lavoro operaio (6.9%) o quello agricolo (7.7%).
Tra i lavori di profilo medio-basso la preferenza per i maschi va comunque all’impiego in fabbrica come tecnico specializzato (27.1%), mentre per le donne prevale l’attività di commessa/cassiera (31.6%).
In ogni caso il tema della soddisfazione nel lavoro interessa molto i giovani. Per questo il titolo di studio resta comunque un elemento di rilievo -meno di uno su tre tra gli intervistati pensa che non conti- ma per la grande maggioranza degli intervistati ci sono 4 fattori ancora più importanti: l’impegno, le competenze, le capacità relazionali e la disponibilità.
Naturalmente uno degli elementi della qualità del lavoro è il reddito: una remunerazione attorno ai 1500 euro mensili è ritenuta un giusto obiettivo da raggiungere alla soglia dei 35 anni in base alla propria formazione. Solo una limitata minoranza indica 2000 euro o più: in particolare il 26.1% dei maschi e il 17.9% delle donne. Anche tra i laureati la differenza di genere nelle aspettative rimane elevata: meno del 30% delle donne contro il 45% dei maschi pensa che una persona con la propria formazione possa arrivare oltre i 2000 euro.
Flessibilità e adattabilità: la grande maggioranza non considera problematico un lavoro che implichi un cambio frequente di committenti: meno del 10% lo considera un problema molto rilevante e oltre due su tre ritiene poco o per nulla rilevante. Valori di problematicità molto bassi presenta anche l’adattamento ai tempi di lavoro. Impegno festivo e cambio frequente di orari sono ampiamente accettati, un po’ meno il lavoro notturno (considerato molto problematico dal 17.4% degli intervistati, e poco o per nulla dal 53.2%). Le frequenti trasferte trovano una forte resistenza solo dal 15.5% degli intervistati (poco o per nulla il 55.6%), e il pendolarismo da quasi il 20% (ma doppia è la quota di chi lo considera poco o per nulla rilevante).
“I risultati ottenuti”, afferma il prof. Alessandro Rosina tra i coordinatori dell’indagine, “contribuiscono a superare una serie di stereotipi sul rapporto tra giovani e mondo del lavoro. Quello che le nuove generazioni disdegnano non è di per sé il lavoro manuale – che può essere stimolante e appagante – ma lo sfruttamento e la mancanza di valorizzazione. Quello che temono sono offerte di impiego che intrappolano in condizione di precarietà, in cui impegno e competenze non vengono riconosciute. Senza un miglioramento qualitativo del contributo dei giovani al sistema produttivo, in qualsiasi settore, difficilmente l’Italia può tornare a crescere e ad essere competitiva”.

GRAFICI E TABELLE:


“A tuo parere, l’Italia quante possibilità di trovare lavoro offre ad un giovane con la tua preparazione?” [Per genere]

  Maschi Femmine
Adeguate 14.8 9.1
Limitate 33.0 32.5
Scarse 52.2 58.4
TOT 100 100

 

 


“A tuo parere, l’Italia quante possibilità di trovare lavoro offre ad un giovane con la tua preparazione?” [Per classe sociale di appartenenza]

  Bassa Media Alta
Adeguate 9.3 14 18.7
Limitate 31.5 32.2 40.5
Scarse 59.2 53.8 40.8
TOT 100 100 100

 

 


Qual è il motivo principale per cui l’Italia NON offre a giovani molte opportunità di trovare lavoro?

  %
Mercato offre solo impieghi precari 29.4
Situazione economica 19.1
Minor esperienza dei giovani 15.4
Vengono preferiti i raccomandati 15.9
Mancanza di investimenti 7.9
Concorrenza degli immigrati 5.2
Regole troppo rigide per assunzione 5
Formazione scarsa 1
Giovani non accettano alcuni lavori 1.1
TOT 100

 

 

  


Quanto saresti disponibile a fare un lavoro manuale se…

  Molto Abbastanza Poco/per nulla TOT
…ben pagato 29.2 55.3 15.5 100
…creativo 33.9 44.4 21.7 100
… con orario flessibile 20.5 46.1 33.4 100

 


Quale lavoro consiglieresti ad un amico se ricevesse un’offerta tra quelli seguenti (a parità di stipendio)?

Tipo di lavoro %
Tecnico specializzato fabbrica 24
Cassiere/commesso 23.1
Ausiliario traffico 13.8
Lavoratore impresa agricola 7.7
Operaio in fabbrica 6.9
Lavoratore edile 5.4
Meccanico di officina 5.2
Operatore ecologico 4.6
Operatore fast food 4.2
Telefonista di call center 3.5
Distributore volantini 1.6
TOT 100

 

 

 


Quanto consideri problematici i seguenti aspetti legati dell’attività lavorativa?

  Molto Abbastanza Poco o per nulla TOT
Trasferimento all’estero 28.1 29.2 42.7 100
Lavoro che richiede pendolarismo 17.6 38.7 43.7 100
Trasferimento in Italia 18 28.6 53.4 100
Lavoro di notte 17.4 29.4 53.2 100
Frequenti trasferte 15.5 28.9 55.6 100
Cambio frequente orari di lavoro 12.1 33 54.9 100
Lavoro festivo 11.6 28 60.4 100
Cambio frequente di committenti 7.4 20.6 72 100
Cambio frequente di colleghi 7 25.5 67.5 100

 


Grado di importanza dei seguenti fattori nel determinare il successo professionale:

  Molto Abbastanza Poco/per niente
L’impegno 70.4 23.1 6.5 100
Le competenze 64.3 29.8 5.9 100
Le capacità relazionali 60.5 34.9 4.6 100
La disponibilità 60.5 33.8 5.7 100
La rete dei contatti 46.7 42.1 11.2 100
La reputazione 40.6 46.2 13.2 100
Il titolo di studio 27.1 42.7 30.2 100

 

 

 


Salario per una persona del proprio livello di formazione al trentacinquesimo anno di età:

Salario che ritengono adeguato Salario che pensano avranno
Uomo Donna Uomo Donna
Fino a 1500 34.2 39.5 45.5 61.0
Tra 1500 e 2000 37.3 38.8 31.3 22.6
2000 e oltre 26.1 17.9 18.8 10.3
Non so 2.4 3.7 4.3 6.0
TOT 100.0 100.0 100.0 100.0

Picture: © Jorge Quinteros on Flickr [CC BY-NC-ND 2.0]




14 novembre 2021. Domenica 33a
CONTEMPORANEI DEL FUTURO.

Domenica 33°
Preghiamo. Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Daniele 12,1-3
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.
Sal 15 Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla lettera agli Ebrei 10,11-14.18
Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici, perché essi non possono mai eliminare i peccati. Cristo al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai soltanto che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ora, dove c’è il perdono dei peccati, non c’è più bisogno di offerta per essi.
Dal Vangelo secondo Marco 13, 24-32
Disse Gesù ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”.
[Testo finale del capitolo, non proclamato nella liturgia odierna: State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».]

(Consiglio di leggere, prima del seguente commento, l’intero il capitolo 13 di Marco).

CONTEMPORANEI DEL FUTURO. Don Augusto Fontana

 

 


Il suolo della storia è vulcanico.

E’ inutile gonfiare i pettorali per far paura al nostro pianeta. Siamo un’inezia nel cosmo, a rischio di apocalisse: «Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa» (Salmo 143, 3-4). I testi biblici di oggi (Daniele 12 1-3; Marco 13, 24-32) abbondano di visioni apocalittiche che solleticano paure e sollecitano sapienze. Il linguaggio biblico apocalittico non ci appartiene più; forse serve solo a scenografi di kolossal catastrofici. Le geremiadi sulla fine del mondo fanno sorridere i terrapiattisti (Flat Earthers), lasciano inebetiti i giovani di Greta Thunberg, non fanno certo lacrimare i potenti di Cina, Russia, India, Brasile. E’ facile scadere in interpretazioni riduttive sulla fine del nostro pianeta o cadere in esortazioni vagamente spiritualistiche. La cultura e la spiritualità della “soluzione finale” e del millenarismo – peculiari di Mormoni, Testimoni di Geova o Avventisti del Settimo giorno – stanno espandendosi dal Nord-America in Europa. Anche tra i cattolici si sta sviluppando un certo interesse per il futuro del mondo a partire dai disastri ecologici frequenti, dai permanenti conflitti armati, dalla diffusione di minacciose epidemie, dall’infettante nichilismo nella vita e nel lavoro. Nei paesi ricchi questi problemi vengono annegati nell’affarismo e nel consumismo; nei paesi poveri prevalgono problemi contingenti di sopravvivenza. Tutti, in ogni caso, ci difendiamo bevendo il calice dolce o amaro di ciò che il convento passa giorno per giorno, senza eccessive preoccupazioni di giudizi finali o di capovolgimenti improbabili. Oggi si tratta di capire se l’annuncio cristiano è un annuncio tenebroso e malaugurante della fine delle cose o un invito a buttarsi in una trasfigurazione in atto.
Scrive Olivier Clément (Il potere crocifisso, Qiqajon, Bose, 1999, passim):  «“Il suolo della storia è vulcanico” diceva Berdjaev. Lo studio dei movimenti del sottosuolo c’insegna che uno spostamento di alcuni millimetri negli strati profondi della scorza terrestre provoca un terremoto in superficie. Il contemplativo immerso nel silenzio e ogni atteggiamento di preghiera, di apertura al mistero, provocano nella storia un’irruzione dell’eternità e permettono quelle creazioni di vita e di bellezza che, a loro volta, terranno desti i cuori. Il cristianesimo del XXI secolo non sarà né un moralismo, né un pietismo, ma l’annuncio della vittoria di Cristo sulla morte e sull’inferno. Il cristianesimo sarà sempre di più un fermento, una luce, un esempio che non impone nulla, che si presenta nell’umiltà; una profezia capace nel contempo di contestare gli idoli e di aprire le vie dell’avvenire».
Si tratta di capire se ciò che io spero, determina la qualità e il senso di ciò che io vivo: «Nel profondo dell’inverno ho imparato che dentro di me riposa un’estate invincibile» (Albert Camus, Invincibile estate).
Linguaggi esotici e messaggi in codice per opportuni risvegli.
La Parola di Gesù è stata codificata, dalle prime generazioni cristiane, come Buona notizia (Euanghelion). Non si può dire, a cuor leggero, che gli annunci apocalittici siano belle notizie, tuttavia contengono una verità da cui è bene non prendere eccessive distanze; è proprio passando attraverso la cruna d’ago della verità inaccettabile della fine delle cose che si può capire la novità del Vangelo che ha dell’incredibile: «Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire…Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13, 26.31).
Chi se la passa bene non invoca certo la fine della goduria: «Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo» (Matteo 24, 37-39). Chi è pressato da persecuzioni, fallimenti e dolori, come le comunità tribolate del profeta Daniele e dell’evangelista Marco, tende l’orecchio e punta gli sguardi verso promesse che tardano e consolazioni che giungono da lontano: «Coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa gridarono a gran voce: “Fino a quando, Signore santo che mantieni le promesse, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue?”» (Apocalisse 6, 9-10).
Agli uni e agli altri, ai buontemponi e agli afflitti, il profeta evangelizzatore rivolge la parola di risveglio, di vigilanza, di coraggio e consolazione. Usa toni, registri, tecniche comunicative, modulazioni di voce diversificate secondo i destinatari e il contesto. Tra questi linguaggi esortativi se ne distinguono due dal sapore un po’ esotico: il linguaggio escatologico e quello apocalittico. Con l’uno si sussurra, con l’altro si grida.
Il linguaggio escatologico ha una visione solenne dell’éscaton, della “soluzione finale”, ma è improntato alla sobrietà narrativa e accompagnato da un giudizio realistico ma positivo verso il tempo presente. Non c’è nessun cedimento alla curiosità del quando. L’uomo resta corresponsabile della storia.
Il linguaggio apocalittico, invece, è meno discreto, esaspera i toni drammatici e gli elementi catastrofici; è più venato di pessimismo sul tempo presente e quasi ossessionato dal futuro, dal come e dal quando: vorrebbe “togliere il velo” ad ogni costo e il più in fretta possibile. L’uomo viene quasi ridotto a comparsa di una storia dove l’azione esclusiva sarebbe di Dio.
Così l’autore del Libro di Daniele scrive al tempo della persecuzione degli anni 165-164 a.C. nel periodo nero del Regno di Antioco IV Epifàne. Per sapere come andrà a finire, l’autore si colloca in modo fittizio in un altro tempo difficile del passato e cioè all’esilio di Babilonia (587-538). Ripercorre rapidamente quel periodo, cerca di scoprire le grandi leggi dell’agire di Dio e della sua fedeltà e, poggiandosi su questa pedana, fa un salto in avanti nel tempo e descrive come si concluderà la persecuzione attuale. Egli, di fatto, ignora la conclusione della vicenda, ma conosce solo una cosa: che Dio è fedele. Nel Capitolo 13 di Marco (capitolo che invito a leggere per intero) sono presenti alcuni tratti “apocalittici” (guerre, terremoti, carestie, catastrofi cosmiche, persecuzioni), ma formano solo la cornice. Si capisce subito che il messaggio centrale non si può confondere con questi elementi: basti pensare all’insistente esortazione alla vigilanza, che è poi un richiamo all’impegno nella storia, purchè tale impegno venga vissuto secondo le prospettive, la traiettoria e la meta indicate da Dio.
AAA. Cercasi bussola.
All’interno di questi messaggi apocalittici siamo alla ricerca di buone notizie. Quattro annunci emergono dall’amalgama apocalittico della Liturgia odierna:
– Di fronte alle nostre collettive sicumere culturali e progressiste ed anche di fronte al nostro personale affannarci per rincorrere gli accessori della vita, oggi prendiamo contatto con una parola semplice e sapienziale dell’Evangelo: cielo e terra passeranno. Il nostro ambiente vitale è provvisorio: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso» (Luca 21,34).
– Ci perviene anche un telegramma: Il regno di Dio (Gesù) è fra di noi. Questa realtà, questa presenza, che sfida tutti i catastrofismi personali e cosmici non dobbiamo cercarla oltre, ma attorno a noi, dentro di noi. In mezzo alle tante incertezze Gesù offre un terreno solido su cui la comunità potrà poggiare i piedi: le mie Parole non passeranno.
– Un’altra parola risuona importante: è inutile interrogarci sul come e sul quando. Una madre incinta sente il bimbo muoversi e ha fatto i suoi conti sul periodo probabile di nascita, ma la data e l’ora precisa non può determinarla. Il problema non è il “quando”, ma il farci trovare pronti. Il credente sa che ogni istante è il tempo favorevole per prendere una decisione e dare una risposta. In ogni momento presente si gioca il futuro.
– Poi c’è l’invito finale per l’atteggiamento da tenere: vigilate! Lo strumento di rotta del cristiano non è il calendario o l’oroscopo, ma la bussola: il Regno di Dio lancia segnali magnetizzati dai punti cardinali delle sue presenze. Per vigilare occorre anche non lasciarsi ingannare, non lasciarsi scoraggiare, non lasciarsi prendere alla sprovvista, non appesantirsi di accessori inutili. La vigilanza responsabile esclude il fanatismo apocalittico, la narcosi spiritualistica o l’iperattivismo. La vigilanza comporta – come dice la parabola del portinaio – vivere svegli, nella fatica e nel servizio. La vigilanza è l’arte di essere puntuali agli avvenimenti decisivi dell’esistenza.
Una bussola e una manciata di semi.
Ogni tanto abbiamo notizia che paesi interi vengono sommersi dall’alluvione. In condizioni di urgenza bisogna salvare una bussola, un paio di scarponi robusti e una manciata di semi. Spesso ci danniamo l’anima a fare tante cose, ad acquistare, a difendere; forse non abbiamo colto che la fine del mondo, di un certo mondo, è già iniziata. Nelle scelte del presente si gioca il nostro futuro. Occorre salvare l’essenziale.
Nell’attesa della tua venuta…
Durante l’eucaristia domenicale si proclama a più riprese: «Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta…». Nell’Eucaristia noi proclamiamo di credere che Cristo è l’A e la Z di tutta la creazione. Teilhard de Chardin, scienziato e teologo, ha riletto in chiave cristiana tutta l’evoluzione della materia e della vita: Cristo consegnerà tutto, anche la materia, al Padre «affinchè Dio sia tutto in tutti» (1 Corinti 15.23-28). Sta avvenendo una “cristificazione” della materia e della storia umana. Per questo, scrisse una PREGHIERA ALLA MATERIA di cui riporto alcuni brani: «Benedetta tu, nuda materia, terra arida, dura roccia; tu che non cedi se non alla violenza e ci sforzi a lavorare se vogliamo procurarci il pane. Benedetta tu, pericolosa materia, madre terribile; tu che ci divori se ti incateniamo. Benedetta tu sia, universale materia, tu che dissolvendo le nostre strette misure ci riveli le dimensioni stesse di Dio. Benedetta tu sia, immortale materia, tu che ci introdurrai per forza nel cuore stesso di ciò che E’. Senza di te, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strappi noi vivremmo inerti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio. Tu che ferisci e guarisci, tu che ristori e pieghi, tu che sconvolgi e ricostruisci, tu che incateni e che liberi, linfa della nostra anima, Mani di Dio, Carne di Cristo, materia ti benedico. Io ti saluto, inesausta capacità di essere e di trasformazione. Ti saluto, universale potenza di accoppiamento e di unione. Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, limpido cristallo dalla quale sarà tratta la nuova Gerusalemme. Ti saluto, “ambiente divino”, carico di potenza creativa, oceano agitato dallo Spirito, argilla impastata e animata dal Verbo Incarnato. Credendo di obbedire al tuo irresistibile appello, gli uomini si precipitano sovente per amor tuo nell’abisso esteriore del piacere egoista. Bisogna, se vogliamo possederti. che noi ti sublimiamo nel dolore, dopo averti gioiosamente stretta tra le nostre braccia. Portami là in alto, materia, per lo sforzo, la separazione e la morte, portami là dove sarà possibile infine abbracciare castamente l’Universo».




7 novembre 2021. Domenica 32a
Vedove tra profeti e sanguisughe.

Domenica 32 B
Preghiamo. O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi, sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Dal primo libro dei Re 17,10-16
In quei giorni, Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere”. Mentre quella andava a prenderla, le gridò: “Prendimi anche un pezzo di pane”. Quella rispose: “Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse: “Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”. Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono Elia, la vedova e il figlio di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

Sal 145. Beati i poveri in spirito: di essi è il regno dei cieli.

Dodici giaculatorie per una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele, il liberatore….Dall’altro lato, un elenco dei poveri di Jahwè (o il loro contrario=empi)

1 -Creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene.
2 -Egli è fedele per sempre.
3 -Rende giustizia agli oppressi.
4 -dona il pane agli affamati.
5 -Il Signore libera i prigionieri,
6 -il Signore ridona la vista ai ciechi,
7 -il Signore rialza chi è caduto,
8 -il Signore ama i giusti,
9 -il Signore protegge lo straniero,
10- egli sostiene l’orfano e la vedova,
11 – ma sconvolge le vie degli empi.
12 -Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. E invece una volta sola ora, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44
In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Distogliete lo sguardo dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri offerenti (in greco: gettanti).. Poiché tutti hanno gettato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” .

VEDOVE TRA PROFETI E SANGUISUGHE. Don Augusto Fontana.

Una testimonianza[1]. Giuliana Martirani, dallo Zaire: «…La domenica ero lì, alla Messa swahili, a palme aperte con le mani sulle ginocchia; aspettavo che finisse la lunga fila di gente che alzatasi dal suo posto andava in processione a mettere il suo obolo nel cestino delle offerte: in una chiesa bianca gestita da preti bianchi. Me ne stavo così coi miei pensieri in testa che mi facevano scoppiare il cuore e improvvisamente vidi cadere nel palmo aperto della mano una monetina piccola di stagno, uno zaire, pochi centesimi che la mano nera della mia vicina nera aveva fatto scivolare con grande delicatezza, senza farlo vedere a nessuno. E mi indicava con un sorriso complice e gentile e un movimento del capo che andassi anch’io a mettere il mio obolo, anzi il suo, nel cestino delle offerte, perché io, unica bianca di una chiesa tutta nera, non perdessi la faccia a non mettere nulla nel cestino dei poveri. In sagrestia, dopo, mi fu presentata Mboye, vedova poverissima di trent’anni con quattro figli, che il suo unico obolo lo diede a me, ricca professoressa d’occidente che era andata in Africa per un viaggio di conversione. Davvero il vero cuore dell’Africa è la non violenza nonostante la fame, l’aids, la malaria, la diarrea e la strage degli innocenti voluta da scribi e farisei d’occidente e africani alleatisi per divorare la casa della mia amica Mboye, donna dei dolori e del sorriso».

Santuari, cattedrali e chiese parrocchiali continuano ad essere, non meno del Tempio di Gerusalemme, spazi di ambigua religiosità e di sconosciute virtù. Sui loro bilanci cadono rumorosi assegni di chi può e silenziose monete di chi non potrebbe. Alle prestazioni religiose corrispondono ancora i compensi in denaro per finalità – dicono – sacrosante, ma ancora passibili di revisione evangelica. Nei luoghi di culto transitano ancora, come nel Tempio di Gerusalemme, antiche e nuove “vedove” confuse tra antichi e nuovi scribi: differente la posizione economica, ma soprattutto diversa la collocazione davanti a Dio. L’Evangelista Marco sta cercando di rispondere al quesito della sua comunità: “chi è Gesù e il Suo Dio? Chi è il discepolo?”, ma soprattutto “dove ci porta se lo seguiamo?”. Tratteggia, così, una quindicina di figure che diventano le icone del vero discepolo (la suocera di Pietro, il lebbroso, ben due ciechi di cui uno diventato discepolo a Gerico, l’esattore Levi, la donna mestruata, il sordomuto, l’uomo semiparalizzato, i bambini, la donna siro-fenicia e sua figlia, Giairo e sua figlia, il cireneo, il soldato pagano sotto la croce, Maria di Magdala, la vedova). Appartengono tutti alla categoria dei “curvati” sotto il peso della vita ed esclusi dalle regole di purità religiosa talvolta sessista. L’Evangelista Marco affonda il bisturi anche nella carne viva dell’organizzazione sociale oltre che in quella ecclesiale. Ogni luogo di culto è inserito in un contesto urbano e di convivenza umana dove le nuove “vedove” passano inosservate nella loro dignitosa povertà e fede, espropriate dalla rapacità dei nuovi scribi: usurai, approfittatori, furbi, politici macchiavellici. L’antitesi ricchi-poveri è un procedimento frequente nei discorsi escatologici di Gesù e gli serve per annunciare l’arrivo del Regno e il capovolgimento delle situazioni abusive. Troppi rampanti amano ancora, a dispetto di chi dichiara morta l’ideologia classista, passeggiare in lunghe vesti, ostentare pubbliche preghiere, ricevere applausi dai gossips dei giornali patinati, avere i primi posti ovunque, ingrassare in tutte le latitudini del loro essere divorando le case delle vedove e anche quelle dei fidanzati o degli sfrattati. Neppure io e te sfuggiamo allo sguardo scrutatore di Gesù che ci vede in fila con altri nella nostra personalissima esperienza cristiana sia quando gettiamo nel cuore di Dio il superfluo delle nostre energie e sia quando sgomitiamo o rapiniamo o non ci accorgiamo dei “curvati” vicini e lontani. S. Ambrogio dice che «Dio non bada tanto a ciò che doniamo a Lui, quanto piuttosto a ciò che  tratteniamo per noi». Si tratta di imparare a gettare senza trattenere, ma anche a gettare nella giusta direzione: il 24 novembre di ogni anno, per esempio, ricorre la Giornata del non-acquisto. Un racconto cinese dice: «Colui che si pone alla ricerca di Dio e vende tutto ciò che possiede salvo l’ultimo soldo è proprio un pazzo. Infatti è proprio con l’ultimo soldo che si arriva a Dio».
Elogio per vedove “in cattedra”.
C’è una galleria di personaggi che entra in scena nella nostra celebrazione: due vedove (1° Libro dei Re 17, 8 –16; Mc.12,38-44) di cui la prima viene ricordata per l’ospitalità e la condivisione ad un profeta,  la seconda offre al Tempio quanto le servirebbe per vivere. Donne, vedove e povere: outsiders della società e della religione; Gesù Sacerdote unico (Ebrei 9,24 – 28), sposo “vedovo” senza comunità, che offre se stesso per rianimare la sposa, morta nelle proprie prostituzioni; Jahwè, un Dio di parte, sbilanciato sui poveri ed intenerito dal loro bisogno e dal loro abbandonarsi alla Sua provvidente paternità (Salmo 146); infine la regina Gezabele, gli scribi, i discepoli, la folla tra rapine, ostentazioni,  indifferenze e sterili ascolti.
Il Primo Libro dei Re, quando narra la vita del profeta Elia, pare compiacersi dei contrasti. Il brano di oggi, per esempio, contrappone la vedova di Sarepta (città pagana) alla regina Gezabele che vive nel lusso e induce il marito re Acab a far uccidere Nabot per rapinargli la  vigna che non gli aveva voluto cedere; la vedova vive, invece, in onesta e accogliente povertà con la benedizione del profeta obbediente alla Parola ricevuta: «Alzati, va a Sarepta di Sidone e stabilisciti là. Ho già dato ordine ad una vedova di là perchè ti fornisca il cibo» (versetti 8-9 malauguratamente omessi dal testo liturgico di oggi). Il profeta si muove in obbedienza alla Parola di Dio e sa che la Parola di Dio, protagonista dell’episodio, lo ha già preceduto nel cuore della donna.
Sulla vedova del Vangelo le interpretazioni si dividono. Alcuni[2] leggono la figura della vedova come icona di Gesù o come un’edificante icona del discepolo:«La vedova, sola, inosservata, povera e umile, getta tutta la sua vita; è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha messo la sua vita al servizio di tutti. Gesù la mette in cattedra al posto suo. Essa dà tutto per il tempio che presto verrà distrutto. Il tempio in realtà è Gesù stesso». Altri, critici su questa interpretazione, si dedicano a sottolineare il lato polemico della pagina. Scrive il biblista Alberto Maggi[3]: «Dio, che si prende cura degli elementi più deboli delle società, stabilisce che con una parte delle offerte al tempio vengano assistite vedove e orfani (Deuteronomio 14, 28-29). Gesù non tollera che quanti pretendono di essere la voce ufficiale di Dio, anziché nutrire le vedove, le affamino. Anziché venire sfamata con i contributi del tempio, la vedova getta tutto quello che aveva, per vivere, nel tesoro, mostro che ingoia con gli spiccioli la vita stessa della povera donna per vomitarli poi nelle ampie tasche dei sacerdoti e degli addetti al culto. Gesù non apprezza il gesto della donna: le sue parole non sono un elogio alla generosa fede della vedova, ma un lamento su questa povera vittima della religione che si svena per mantenere in piedi la struttura che la sfrutta». Stessa angolatura da Simon Légasse[4]: «Nulla suggerisce che la donna sia proposta lì come esempio. Sarebbe sorprendente che Marco desse un giudizio positivo su un dono fatto al Tempio dal momento che in precedenza Gesù ha condannato il mercato nel tempio e ha dato il suo accordo ad una frase che dichiara il culto sacrificale inferiore all’amore di Dio e del prossimo e con la sua morte darà un segno spettacolare e premonitore dell’abolizione di questo stesso culto (15, 38). Questa donna è da compatire; è vittima di un sistema e lo condanna». Forse non si tratta di scegliere questa o quella interpretazione, ma ciò che lo Spirito mi suggerisce per il caso mio.
Il brano del vangelo è drammatizzato in tre scene che si svolgono nel Tempio dove erano disposti tredici recipienti ad imbuto per la raccolta delle offerte. L’offerta veniva consegnata al sacerdote il quale, dopo aver verificato la validità del denaro, a voce alta annunciava la quantità e lo scopo dell’offerta. Gli amministratori religiosi hanno imparato a contare la quantità.
Il soggetto di partenza di ognuna delle tre scene è Gesù che si lascia coinvolgere o coinvolge. Se non ci accontentiamo solo del testo, ma andiamo a leggere il con-testo, scopriamo che il brano di oggi fa seguito ad un capitolo che contiene violente requisitorie e scontri di Gesù con l’apparato religioso, proprio all’interno del Tempio. E dopo il testo liturgico di oggi seguirà la Passione e la morte. Sembra dunque che gli eventi di oggi costituiscano una cerniera importante. Nel brano di oggi la polemica è attenuata e si trasforma da una parte in ironia corrosiva e dall’altra in tenera benevolenza. La folla comunque lo ascoltava volentieri, come si ascolta sempre volentieri una polemica che riguarda altri e non metta in discussione se stessi.  Entrano in scena gli scribi con una sequenza narrativa costituita dai sei peccati di vanità, ipocrisia e rapina (amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano lunghe preghiere): brave persone religiose, assidui frequentatori. In realtà la razza degli scribi e dei farisei non si estinguerà mai, nella Chiesa. Anche noi siamo scribi potenziali, o di fatto, ai quali Gesù rivela oltre che le lacune dottrinali anche le contraddizioni religiose ed etico-sociali. Gli scribi, esperti legali e pertanto ricercati soprattutto dalle vedove che mancavano della protezione maschile, facevano probabilmente pagare in modo esorbitante le prestazioni professionali con parcelle che obbligavano le vedove a cedere le povere case. Resta odioso, per Gesù, che loro si servano del prestigio e della professione religiosa per ricavare utili materiali a spese dei semplici. Sono dei parassiti che pure con comportamenti esteriormente inappuntabili, mascherano un’illegalità interiore che Gesù mette in luce. Gesù  “legge” ciò che accade davanti ai suoi occhi. La Sapienza è anche saper discernere negli eventi ciò che appartiene al Regno e ciò che ne è fuori, saper leggere dentro ed oltre l’esteriorità. Aveva detto: «Voi che dai segni atmosferici sapete prevedere che tempo farà, non sapete poi riconoscere i segni dei tempi». Si disse (ma ora non più, ahimè!) che il cristiano deve tenere in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale: occorre «distogliere lo sguardo da[5]» e «osservare invece…». Gesù educa ancora una volta allo sguardo in profondità: distogliete lo sguardo dalle fumose apparenze religiose e spostatelo su ciò che non è appariscente ma costituisce lo spessore del Regno.
Il verbo fondamentale del brano è il verbo «gettare» ripetuto, non senza intenzionalità teologica, ben sette volte in due soli versetti; descrive due modi  di gettare: uno che vale secondo gli uomini e l’altro secondo Dio. Anche il cieco di Gerico aveva gettato il mantello. Tanti ricchi gettavano molto del loro superfluo, non mettendo in gioco se stessi, ma limitandosi ad investire una parte dei loro capitali in eccesso per la prospettiva di una protezione divina che tornerà a loro vantaggio. Consiglierei di leggere Isaia 44, 9-20: era usanza abbattere un albero per costruire idoli; una parte veniva portata a casa per riscaldarsi e farsi da mangiare e con gli avanzi si costruiva l’idolo e, per di più, per cercarne vantaggio. Non ti dice niente, per l’oggi, questa strana usanza ancestrale?
Tutti sono capaci di dare ciò che si ha. Dare ciò che non si ha, è caratteristica dei “piccoli discepoli”. Questa povera vedova ha gettato più di tutti: «due spiccioli, tutto quanto aveva, tutta intera la sua vita». Lo spicciolo era la più piccola moneta in corso; tre grammi di bronzo. L’offerta equivaleva ad 1/8 della razione giornaliera offerta ai poveri dalla beneficenza pubblica. Aveva due spiccioli: uno lo poteva tenere per sè. Li dona tutti e due. Diventa così l’icona di Gesù che tra poco si consegnerà non trattenendo nulla per sè. Il giovane ricco, invece, pur osservante religioso, resterà per sempre come immagine del nostro mediocre discepolato. La “povertà biblico-evangelica” non è una situazione unicamente economica, ma convive con la condizione dell’ «appoggiarsi su Dio». Il provvidenzialismo è un’esasperazione integralista della fede biblica. Detto questo, potremmo chiederci sotto quale forma possiamo vivere l’abbandono fiducioso al Padre in Cristo. A volte affrontiamo troppo da soli i traumi esistenziali; altre volte esasperiamo un nostro protagonismo titanico e solitario non gettando in Dio la nostra confidenza e la fiduciosa preghiera. In questo, tantissimi umili fratelli e sorelle nella fede mi fanno da maestri! Sarà pur vero che Gesù censura chi dona al Signore e agli altri solo il superfluo, ma io sono nelle condizioni di non aver incominciato neppure a gettare il superfluo. L’elemosina o il gesto “una tantum”  soccorrono il bisogno contingente di un uomo debole, ma non intaccano le strutture ingiuste che creano le emarginazioni. La partecipazione politica o l’impegno sociale organizzato non hanno fatto il loro tempo, anche se non è più di moda. Io appartengo alle fasce aristocratiche della società e della Chiesa: occorrerà incominciare ad accorgermi dei piccoli fratelli/sorelle, come le vedove della liturgia di oggi, che il Signore ha messo in cattedra per me al posto suo, per indicare che, anche in sua assenza, ogni piccolo e semplice credente, con la didattica della sua vita, dovrà essere considerato maestro per la Chiesa, scribi permettendo.


[1] ADISTA n. 75, 28 ottobre 2000, pag. 15. 
[2] Silvano Fausti Ricorda e racconta il Vangelo, Editrice Ancora Milano 1992.
[3] A.Maggi Come leggere il Vangelo e non perdere la fede, Cittadella editrice, 1997, pagg. 136-139.
[4] S. Légasse Marco, Borla, 2000, pag.656-657.
[5] Il verbo greco «blepo» pare che sia stato mal tradotto dalla Vulgata latina con “cavéte” che vorrebbe dire “attenti agli scribi!”. Credo invece che vada rispettato il senso di attività oculare: distogliete lo sguardo da…! Questo crea un efficace contrappunto con il verbo successivo “osservava…”




31 ottobre 2021. Domenica 31a
SI FA PRESTO A DIRE AMORE

31° Domenica
Preghiamo. O Dio, tu se l’unico Signore e non c’è altro Dio all’infuori di te; donaci la grazia dell’ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del Deuteronòmio 6,2-6
Mosè parlò al popolo dicendo: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.  Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».
Salmo 17. Ti amo, Signore, mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.
Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
 Dalla lettera agli Ebrei 7,23-28
Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.  La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.
Dal Vangelo secondo Marco 12,28-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

SI FA PRESTO A DIRE AMORE. Don Augusto Fontana

L’indivisibile amore.
Quando, nell’anno 2000, ero a Goiàs in Brasile mi era giunta notizia di una Messa record a São Paulo. Due milioni e mezzo di fedeli brasiliani avevano partecipato alla messa celebrata nell’autodromo di Interlagos, dal prete carismatico brasiliano Marcelo Rossi, famoso come cantante di canzoni religiose e per le sue Messe aerobiche. Alla Missa pela Vida (Messa per la Vita) hanno partecipato in veste di cantores i maggiori nomi della musica sertaneija (country brasiliano). «Abbiamo trasformato in allegria e salute quello che prima era tristezza – ha detto padre Marcelo – La gente sta ritornando alla religione».
Appena il tempo di tornare dal Brasile e qualcuno mi scrisse: «Soltanto durante quest’anno, 10 appartenenti al Movimento dei Senza-Terra sono stati assassinati, mentre sono stati aperti processi contro 180 dirigenti del movimento. Non contento di questo, il governo federale ha appena condannato alla miseria 250.000 famiglie di lavoratori già insediati, ossia, più di un milione di persone, rifiutandosi di concedere l’indispensabile credito per la produzione del 2000/2001, secondo quanto previsto dalla Legge di Riforma Agraria». Sospetto che i due milioni e mezzo di fedeli magnetizzati all’autodromo fossero, nel frattempo, un po’ distratti. A chi era diretto il tifo da stadio? Al Gesù friabile e martire, ai propri pruriginosi estetismi religiosi o all’angelico padre Marcelo intento a far tornare le masse alla religione? Già: tornare alla religione o all’amore? «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi» (Deuteronomio 6,2-6; Marco 12,28-34).
Scriveva David Maria Turoldo[1]: «L’Amore vero, profondo, il misterioso amore non ha parole. E invece noi parliamo, parliamo. Signore, Ti abbiamo sempre sulle labbra, mentre il Tuo santuario è il cuore dell’uomo. Allora se non amo mi muoia la parola sulla bocca. Chi non ama non predichi da nessun pulpito, da nessuna cattedra. Senza amore non c’è magistero. E Dio rimane senza epifania». Se non amo, queste mie parole moriranno sulla tastiera. C’è chi ha scheletri negli armadi; io temo di trovarne nei miei pulpiti come chi, anche in buona fede, inflaziona il nome di Dio e il suo cognome, l’amore.
La questione del legame tra l’amore a Dio e l’amore agli uomini è vecchia come la religione. La storia delle tre principali religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islam), registra vistosi sbandamenti tra santità mistico-carismatiche e integralismi politico-sociali. I termini del problema sono tanto chiari e accettabili nella loro formulazione teorica, quanto problematici ed instabili nella loro traduzione pratica. Molti di noi sono tratti in inganno dall’ovvia indiscutibilità del teorema giudaico-cristiano «amerai il Signore Dio tuo e il tuo prossimo»; altre proposte evangeliche le sentiamo estranee ai nostri istinti e l’atto di fede-adesione arriva (se arriva) dopo una lotta con Dio, una morte sul duro legno di una decisione contrastata. Detto in altri termini: il giovane ricco “se ne va triste” dopo la proposta del radicalismo della sequela, mentre l’intellettuale del brano evangelico di oggi trova modo di consentire con Gesù “Hai detto bene, Maestro!”. Chi dei due prevale in noi e tra noi? Spesso questi facili consensi teorici sull’unico amore a Dio e al prossimo nascondono il troppo facile trucco esistenziale dell’eliminazione della tensione tra i due termini dell’amore. Non riconoscere il sostanziale sostegno reciproco dei due amori conduce a deformazioni striscianti o palesi che compromettono l’equilibrio della fede e creano lacerazioni all’interno della chiesa ed in ogni nostra storia personale. Ed il problema non si risolve semplicisticamente nel giusto rapporto tra attività di culto ed attività sociale. La liturgia odierna affonda il bisturi fino alle radici e parla di “amore”; dunque si tratta di orientamento esistenziale prima ancora che di equilibrismi organizzativi sul filo delle varie attività giornaliere. Riconosco che nella mia vita religiosa non è ancora risolta una certa schizofrenia e che nella pletora di attività e sentimenti sto ancora cercando la coordinata unificante. Rileggendo Erich Fromm[2] mi sono sentito sul collo il fiato di idoli che impongono il loro imprinting: «Ci domandiamo se la struttura sociale della civiltà occidentale e lo spirito che ne deriva siano propizi allo sviluppo dell’amore. La risposta è negativa. Nessun osservatore obiettivo della nostra vita occidentale può dubitare che l’amore sia un fenomeno relativamente raro e che il suo posto sia stato preso da tante forme di pseudo-amore che in realtà sono altrettante forme della disintegrazione dell’amore».
Ascolta Israele!
Gli ebrei recitano mattina e sera la preghiera dello Shemà Israèl (Ascolta Israele!)[3]. Durante la recita si pone una mano davanti agli occhi: il mistero di fede proclamato è accessibile all’ascolto e non alla visione. In essa si proclamano quattro principi della fede ebraica:
– prima di amare Dio, si è amati da Lui in modo liberante e gratuito;
– amare Dio significa non rendere culto ad altre divinità[4];
– l’amore a Dio non è un sentimentalismo del cuore, ma una prassi delle mani verso coloro che ci sono stati resi consanguinei da Lui;
– questo amore deve essere integrale (con tutto il cuore, la mente e le forze).
Uno dei problemi posti dall’esegesi giudaica dello Shemà è quello della ricerca del significato delle tre facoltà richieste per amare Dio. La risposta a questo problema è stata codificata dai maestri della Mishnà (2°sec. d.C.)[5]: «con tutta l’anima» significa «perfino se Egli ti strappa l’anima chiedendoti il martirio»; e «con tutte le forze» significa «anche con tutti i tuoi beni». Si forma, dunque, un’esperienza religiosa che è sia teologica che antropologica. Si alimenta  un “circolo virtuoso” tra uomo e Dio per cui è proibito costruire immagini di Jahwè in quanto l’unica immagine tollerabile di Dio è uomo-donna[6]. L’uomo diventa il “roveto ardente” entro cui Dio abita per essere adorato e da cui Dio parla per essere ascoltato (Esodo 3).
Un secondo presupposto biblico che ci serve per entrare nello Shemà lsrael è capire il circuito «fare-ascoltare-fare»: come esiste un indissolubile rapporto tra Dio e uomo, così la stessa indissolubilità si estende al rapporto tra ascoltare e fare. Già nel termine ebraico THORA’ si fondono tutti gli elementi dell’ascolto e della prassi in quanto con tale termine si intende tradurre congiuntamente legge, insegnamenti, precetti, parole, comandi, giudizi, promesse. In Deuteronomio 5,27 il popolo dice a Mosè: «Noi ascolteremo e faremo tutte le Parole che Dio ci avrà rivelato per tuo tramite». In Esodo 24,7 il popolo dice: «Tutto ciò che il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo». In ambedue i casi, ascoltare e fare la Parola di Dio vengono associati, ma la dichiarazione del testo di Esodo opera una sorprendente inversione di termini quasi a sottolineare che la prassi precede l’ascolto. Da questo testo dell’Esodo è nato un racconto ebraico edificante secondo cui Dio offrì la sua Legge a tutti i popoli del mondo prima che ad Israele; alla domanda se fossero disposti ad accoglierla, tutti i popoli risposero di voler prima conoscere ciò che vi era scritto per sapere se avrebbero potuto impegnarsi. Senonchè, una volta saputolo, si sentirono come schiacciati dal peso di esigenze troppo radicali e respinsero al mittente la proposta. Soltanto Israele non pose a Dio alcuna condizione preliminare di conoscenza, non volle misurare in anticipo le proprie forze, accettò tutto il rischio di quel dono a caro prezzo e rispose:  <Noi lo faremo> ancor prima di conoscere e di ascoltare. Martin Buber, un famoso autore ebraico, traduce la frase di Esodo così: «Noi lo faremo al fine di saper ascoltare».  Un insegnamento rabbinico dice: «Colui la cui conoscenza supera le sue azioni, si può paragonare ad un albero che ha molti rami e poche radici e quando viene il vento lo sradica e lo abbatte. Ma colui le cui azioni superano la sua conoscenza è paragonabile ad un albero che ha pochi rami ma molte radici e potrebbero venire tutti i venti del mondo senza riuscire a sradicarlo».
L’evangelista Marco oggi ci presenta Gesù che interpreta lo Shemà. Una serie di controversie con i gruppi emergenti fa da contesto di questo dialogo con uno scriba sul grande comandamento. Siamo di fronte ad un insegnamento fondamentale di Gesù che si inserisce coerentemente nel tracciato della tradizione giudaica ma con alcune novità. Il porre quesiti ai rabbini apparteneva all’uso comune. Nella somma di precetti tramandati dalla morale ufficiale del tempo ( 613 precetti di cui 365 negativi e 248 positivi ) era invalsa non solo la distinzione tra precetti grandi e piccoli, facili e difficili, ma anche il tentativo di individuare un precetto unitario. L’amore è costitutivamente legato al culto e alla prassi: «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo scambievolmente Dio dimora in noi e l’amore di Lui giunge a perfezione…Se qualcuno dicesse <Io amo Dio> e odiasse il proprio fratello, è un bugiardo; poichè chi non ama il proprio fratello che continuamente vede, non può amare Dio che non ha veduto[7]» . L’amore del prossimo è costitutivamente legato all’amore di Dio: «Vi dono un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Poichè io ho amato voi, amatevi gli uni gli altri. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri»[8].“Come io ho amato voi” così dice Gesù. Logicamente ci aspetteremmo : “Così voi amate me”. E invece no:”amatevi gli uni gli altri”. Il suo amore non accaparra il discepolo ma al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. E’ amando i fratelli che si ricambia Gesù. In altri termini direbbe l’apostolo Giovanni[9]: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».
Il monaco Enzo Bianchi commenta: «In questo senso l’amore è il carisma fontale: solo da Dio trae origine ma non è tanto un «amore di ritorno» quanto invece di ampliamento e propagazione. Noi diamo troppo per scontato di essere capaci di amare. L’agape è fuori dalla possibilità dell’umano ed è iniziativa di Dio. L’ascolto è l’esperienza di fede che significa fare un’esperienza passiva dell’amore di Dio su di noi. Paolo scrive: «La fede che opera attraverso la carità[10]». L’agape nasce da una sophìa, da una conoscenza che nascono da un ascolto»[11]. Scrisse Madeleine Delbrêl[12], una cristiana controcorrente: «Un amore senza misura, senza le nostre misure. Soltanto la preghiera ci fa perdere le nostre misure e ci dà la misura di Dio»


[1] D.M.Turoldo Amare, Edizioni Paoline, 1989, pag. 25.
[2] E.Fromm L’arte di amare, Mondadori, 2000.
[3] Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21; Numeri 15,37-41.
[4] Deut. 6,14-15; 11,13-17; 13,2-3; 30,16-18.
[5]  La Mishnah costituisce la fonte della tradizione della Torah orale rivelata agli uomini della Grande Congregazione che sono gli antenati dei maestri farisei. Solo i Sadducei ritenevano infatti che la Torah rivelata fosse solo quella scritta. I farisei, invece, ritenevano che la Torah non può limitarsi al testo scritto che, invece, deve essere ascoltato, interpretato, attualizzato attraverso la Tradizione orale.
[6] Genesi 1,26:”Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”
[7] Prima Lettera di Giov. 4,12 e 20
[8] Giovanni 13, 34-35. Il termine greco kathòs può essere tradotto sia con “COME” e sia con “POICHE’; è il fatto di essere amati da Gesù che diventa motivo, norma, conseguenza per l’amore ai fratelli.
[9]  1 Giovanni, 4, 16
[10] ai Galati 5,6
[11] E.Bianchi Il Vangelo della carità. Aspetto spirituale in Caritas Italiana Il Vangelo della carità per le nostre chiese EDB, 1992.
[12] M. Delbrêl Indivisibile amore, Piemme, 1998. Madeleine nasce in Borgogna nel 1904 e muore nel 1964. E’ già stata introdotta Causa di beatificazione per la gioia e la passione con cui ha vissuto -dopo una stagione di ateismo convinto – un’esistenza semplicemente cristiana in una comunità laicale da lei fondata ad Ivry. Coinvolta da Padre Loew – prete scaricatore di porto – spenderà la sua vita per animare la missione operaia e sanare la frattura tra cattolici e comunisti.




Taranto 2021- LE PROPOSTE E IL DECALOGO

Taranto 2021

LE PROPOSTE

1 Tassare i mali non i beni. Riforma della fiscalità ambientale sul modello tedesco, tassando ad esempio le emissioni di CO2

2 Appalti non a prezzo minimo. Il criterio del massimo ribasso incentiva lo sfruttamento del lavoro, l’evasione fiscale e la delocalizzazione

3 Lavoro con bonus sociali e ambientali. La transizione ecologica deve prevedere anche un sistema di premialità che non riguardi solo i profitti ma anche il taglio di emissioni e di incidenti sul lavoro

4 Incentivi per meno CO2. Incentivi ad industrie allevamenti e agricoltura per ridurre la produzione di anidride carbonica

5 Decarbonizzazione dellʼindustria. Incentivi specifici per la transizione energetica per i settori dell’acciaio, della plastica e del cemento

6 Costo ambientale di produzione. Introdurre una tassa per chi esporta prodotti in Europa senza rispettare gli standard europei di produzione

7 Bilancio sociale da estendere. Introdurre la rendicontazione non finanziaria obbligatoria per le imprese con almeno 250 dipendenti (e non solo per quelle con 500)

8 Obiettivo generatività. Gli indicatori di generatività (economica, sociale, demografica, per le generazioni) devono diventare riferimento per la politica

9 Bond sociali per le comunità. Emissione di bond sociali di territorio per finanziare attività, opere e progetti che accrescano il fattore competitivo e valorizzino le comunità

10 Sostenibilità dellʼabitare. Estendere l’approccio positivo del superbonus sull’efficientamento energetico degli immobili (110%) ad altri ambiti come i consumi indiretti, a partire da quello idrico, e il contesto urbanistico in termini di trasporto pubblico

11 Formazione e lavoro. Il lavoro deve tornare al centro dei processi formativi attraverso tre strumenti: apprendistato, alternanza e Its (Istituti tecnici superiori)

IL DECALOGO

Dieci stili di vita personali e comunitari per lo sviluppo sostenibile

Luca Mazza inviato a Taranto (AVVENIRE 24 ottobre 2021)

Sono le singole scelte di consumo sostenibili, le decisioni orientate a un risparmio responsabile e le iniziative di cittadinanza attiva a favorire la diffusione di modelli capaci di coniugare sviluppo e ambiente. Da questa consapevolezza nascono le proposte di stili di vita personali e comunitari lanciate dalla Settimana sociale dei cattolici di Taranto. La sfida di legare lo sviluppo a una sostenibilità socio-ambientale, del resto, è un impegno che riguarda tutti, per cui il contributo di ogni cittadino diventa decisivo. Nello specifico vengono lanciati dieci suggerimenti che vanno dalle iniziative formative ai comportamenti in campo energetico.

Il primo punto consiste nell’educare alla sostenibilità integrale la cittadinanza, attraverso programmi straordinari di aggiornamento delle conoscenze e delle sensibilità per fasce di età 35-45 anni con bassa scolarizzazione.
La seconda richiesta esplicita riguarda la spinta al consumo e la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Come? Per esempio grazie alla creazione di “comunità energetiche” (gruppi di famiglie o reti di imprese che diventano prosumer di energia realizzando i propri impianti di produzione da fonti rinnovabili) che rappresentano un’opportunità nuova ed importante per realizzare contemporaneamente diversi obiettivi positivi.
La terza “raccomandazione” è sintetizzabile nello slogan “No plastic”, sostituendo la plastica monouso con prodotti creati da materiali riciclabili.
Sulla stessa linea c’è anche il quarto punto: valorizzare l’agricoltura km 0 in un’ottica di lotta agli sprechi e agli scarti.
Il quinto invito è racchiuso nel titolo “Città fratelli tutti”: facendo riferimento all’enciclica di papa Francesco si chiede di operare affinché i centri urbani si prendano cura del prossimo.
Nella lista dei eco-comportamenti da adottare rientra anche l’utilizzo di mezzi di trasporto a minore impatto sulle emissioni climalteranti (6), la cura dei territori adoperandosi per la pulizia degli spazi pubblici delle città (7); il contrasto alla speculazione e alla finanza che non genera ecologia integrale, privilegiando investimenti in fondi responsabili (8).
Gli ultimi due “stili di vita” consigliati sono comunitari e rappresentano un appello a fare squadra: lavorare assieme alle tante reti ed associazioni dei territori che s’impegnano a valorizzare i beni comuni ambientali- sociali-culturali locali (9); attivarsi per azioni di advocacy e class action (10) contro speculazione e inquinatori.




Taranto 2021 – Manifesto dell’Alleanza proposto dai giovani

Taranto 2021 – Manifesto dell’Alleanza proposto dai giovani

23 OTTOBRE 2021
Questo manifesto è l’inizio di un cammino, partito alcuni mesi fa da un gruppo di giovani che hanno deciso di sognare e diventare insieme viandanti verso il pianeta sperato: ciascuno con la ricchezza della sua fede e delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, ma all’unisono. Siamo tutti parte di un’unica umanità, ci riscopriamo parte di un’alleanza oltre le barriere, che ci invita ad incontrarci in un “noi” più grande e più forte. Il manifesto dell’Alleanza non è un documento statico, ma un esperimento politico di comunità che si costruisce giorno per giorno. L’alleanza è il frutto concreto della “conversione”. Il nostro punto di riferimento è l’alleanza del creato di Noè, di Abramo e di Gesù; per questo ci sentiamo aperti a camminare con tutte le persone di buona volontà. Alla Settimana Sociale dei cattolici di Taranto abbiamo deciso di proporre un modello di condivisione, di cooperazione discernimento collettivo che ci permetta insieme di rigenerare e condividere i rischi della transizione. Il manifesto è un messaggio di speranza che si basa su impegni concreti di alleanze per la transizione ecologica, economica e sociale integrale, speranza e impegni che ci fanno riscoprire fratelli e sorelle. Questo cammino si costituisce di tappe rigenerative, di Agorà digitali, di un Nuovo Vocabolario e di linee guida per alleanze concrete. Si cammina a ritmi diversi, ognuno al proprio passo. Si può essere aderente, a livello sia elaborativo / fondativo che concreto, sostenitore, accompagnando il processo con supporto tecnico o organizzativo, custode, vigilando sul processo e aiutandolo a rimanere vivo.  Il cammino continua anche dopo Taranto attraverso quattro “voci”, verbi dell’alleanza, che all’unisono mantengono viva la chiamata all’alleanza:

– seminare e dare testimonianza, continuando a lavorare sulle alleanze create

– progetti pilota,

– accompagnare e moltiplicare, promuovendo la nascita di nuove alleanze e svolgendo un ruolo di coordinamento e supporto,

– incontrare, accogliere ed ascoltare, continuando a mantenere viva la rete di giovani,
– annunciare, promuovendo la partecipazione di altri giovani tramite iniziative puntuali nel tempo capaci di coinvolgere ed entusiasmare, dando visibilità al lavoro dell’alleanza.

Come Giovani crediamo sia essenziale partire da sette punti cardine, lievito “impastato” con la realtà e la concretezza di ogni territorio per crescere cento volte tanto.

  1. Far fiorire l’ambiente.  Attraverso l’ambiente possiamo stringere nuove alleanze nei territori tra associazioni, amministrazioni, diocesi, aziende, centri di formazione e parrocchie. Facciamo “squadra” con obiettivi concreti a sostegno di una conversione ecologica integrale per illuminare il futuro.  Riscopriamo la sostenibilità come nuovo orizzonte di fraternità.
  1. Imparare e contribuire insieme. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, giovani e adolescenti, sono cittadine e cittadini attivi, impegnati in prima persona nella costruzione del bene comune. Creiamo insieme comunità educanti, capaci di attivare alleanze con il mondo della scuola e la società civile. I giovani siano protagonisti di processi rigenerativi immaginati da loro e con loro. Costruiamo insieme un vero sistema educante
  1. L’imprenditoria dinamica e sostenibile. Favoriamo la proliferazione di iniziative imprenditoriali. Creiamo alleanze tra imprenditrici e imprenditori, riscoprendoci fratelli e sorelle tramite la condivisione di esperienze e desideri. Il sistema imprenditoriale crei una forte sostenibilità economica, sociale e ambientale con i lavoratori, il territorio e la pubblica amministrazione. Creiamo un nuovo modo di fare impresa
  1. Tradizione e inclusione nelle Comunità locali Incrementiamo la partecipazione ai processi di valorizzazione delle comunità locali per il bene comune. Creiamo alleanze tra cittadine e cittadini per generare processi di corresponsabilità. Riscopriamo la diversità come profonda ricchezza da custodire. I cittadini siano i primi alleati della pubblica amministrazione per rigenerare spazi verdi e donare nuova vita agli immobili in disuso. Puntiamo ad essere Communitas, torniamo ad essere dono
  1. Protagonismo e Coinvolgimento per continuare a viaggiare. Riconosciamo le competenze di ogni singolo giovane, indipendentemente dalle organizzazioni di appartenenza, per rinsaldare l’alleanza e riconoscerci in un “noi” che cammini insieme verso obiettivi comuni con strumenti condivisi. Manteniamo vivi i canali di ascolto ed i processi partecipativi e lasciamo un’impronta ben visibile nel tragitto percorso dalla società. Diventiamo “Noi”, per “Essere Uno”
  1. Corresponsabilità condivisa, per non pesare a nessuno. Creiamo un’alleanza di corresponsabilità tra i giovani e le diocesi, perché queste ultime si riscoprano luoghi di incontro e di accoglienza. Diamo in questo modo concretezza ai progetti e ai processi, con fiducia verso i giovani e il diritto all’errore. Trasformiamo il nostro stile di vita in testimonianza 
  1. Generare per Vivere. Ogni firmataria e ogni firmatario sia portatore sano di questo manifesto, organizzi momenti di restituzione e di confronto. Il cammino iniziato continui insieme, facendoci sentire parte attiva di una stessa comunità, portatori del virus della generatività per contagiare con la nostra quotidianità le future generazioni. Diveniamo simboli di GENERATIVITÀ

Divertiamoci INSIEME nella condivisione e nella riscoperta di alleanze, con la gioia di chi spera, la fiducia attiva di chi si sente parte di un’alleanza, e l’impegno di chi si sente madre, padre, fratello, sorella, figlia e figlio per le nuove generazioni e il proprio pianeta.
Che questo documento sia davvero l’inizio e non la meta…e che sia una strada da percorrere tutti




24 ottobre 2021. Domenica 30a
UNA FEDE DA MARCIAPIEDE

30a domenica B
Preghiamo. O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 31,7-9
Così dice il Signore: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”. Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Salmo 125 . Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Dalla lettera agli Ebrei 5,1-6
Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».
Dal Vangelo secondo Marco 10,46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
UNA FEDE DA MARCIAPIEDE. Don Augusto Fontana
Religione «fai-da-te»?
Il fenomeno religioso italiano ci offre spesso immagini di una folla immensa che si accalca attorno a papi, madonne, veggenti e santi. La religiosità si risveglia dal sonno dell’indifferenza, ma non sempre dal sonno della ragione. Si va alla religione come si va al supermercato: si guarda, si vaglia e si sceglie una merce lasciando l’altra. Nessuno compra l’intero deposito del supermarket. Anch’io ho scelto Gesù, ma non “tutto compreso”; mi sarebbe costato troppo. Più comodo optare: due comandamenti su dieci, una beatitudine su otto, quattro versetti su dodicimila, tre parabole su cinque…Gli americani direbbero «believing, without belonging», credere senza appartenere. Qualcuno ha riscontrato che le migliaia di giovani che passano ad applaudire il Papa nelle Giornate mondiali della gioventù di fatto continuano a fare l’amore col preservativo e sognano i cellulari di ultima generazione, che non è certo la generazione degli affamati e assetati di giustizia. Applaudenti disobbedienti, come molti miei alleluja. Religione usa e getta. Religione prêt-à-porter. Ho un brivido: appartengono a questa religiosità popolare anche gli afflussi ai santuari, il ricorso ai frati guaritori, alle immaginette infilate nel dizionario del figlio o sotto il cuscino di nonna Maria, al “far dire una Messa”?  Cachet religiosi «che – come scrive il sociologo Domenico de Masi – anziché innalzare l’uomo al livello della religione abbassa la religione al livello più basso dell’uomo». Qualcuno sostiene che il popolo si sta ribellando ad un cristianesimo ingessato, ritualistico, senz’anima, dottrinale, eroico, autoritario. La fede è evento povero, ma non semplice né tanto meno naturale. Siamo assetati di sicurezze, tartufai alla ricerca di un Dio troppo annidato, e questo ci fa onore; ma siamo pure ammalati di fede epidermica part-time, di cecità interiore collettiva derivata dalla fretta e dalle ovvietà quotidiane, che ci privano della capacità di contemplare il mistero e l’invisibile, qualsiasi essi siano, umani o trascendenti. Forse siamo anche molto prudenti verso un Dio che, se gli dai un dito, si prende braccia, corpo, anima, soldi, tempo, sonno. Signore, vacci piano!
Ma il mio credere, che è ?
Alla scuola del capitolo 10 di Marco, in queste domeniche, mi sono chiesto se davvero sono discepolo o manichino da esposizione, se siamo credenti o cattolici anagrafici e domenicali, se abbiamo perso per strada l’illuminazione originaria e quel po’ di radicalismo che Gesù ha offerto e chiesto nei rapporti familiari, nell’uso dei beni e nei rapporti sociali. O forse hai nostalgia, come me, di tornare ad essere catecumeno perchè ti stai chiedendo: ma il mio credere, che è ? Gli Evangeli sono ossessivi nel definire il discepolato come sequela e la fede come cammino. Nelle pagine bibliche odierne i termini che descrivono moto e spostamento risuoneranno per almeno quindici volte su assemblee rispettosamente sedute nell’ascolto, ma potenzialmente convocate al cammino. Tutta la fede ebraica poggia su partenze, cammini, ritorni, pellegrinaggi; come l’Incarnazione e la Risurrezione di Cristo. L’evento accaduto al cieco Bartimeo è il prototipo di ogni cammino battesimale e post-battesimale; anche il consolante oracolo del profeta Geremia rimette in moto gambe anchilosate di deportati ormai seduti sui marciapiedi della propria storia, provoca scariche adrenaliniche nel cuore di straccioni e di non-eroi divenuti un imponente corteo che torna a casa cantando a Dio il pianto del loro andare e la gioia del tornare (Salmo 126).
Il cammino di Bartimeo accade a Gerico, un’oasi fertilissima, una città di villeggiatura dove nasce la tentazione di sostare. Gesù invece entra, attraversa e se ne va intercettando questo cieco seduto non a godere gli ozi della sosta ma a mendicare la sostanza della vita. Cieco mendicante seduto: tre poco invidiabili condizioni per un uomo, per ogni uomo, per ogni discepolo. Bartimeo è cieco come il discepolo che non capisce: «Non capite ancora? Avete gli occhi e non vedete[1]». Pietro alla serva che lo aveva identificato, aveva risposto:«Non ho mai visto quest’uomo» (Marco 14,71). L’apocalittico Giovanni in una delle sue misteriose visioni mette in bocca a Gesù una dura parola alle sue chiese:«Voi dite “non abbiamo bisogno di nulla” e non vi accorgete di essere falliti, infelici, poveri, nudi e ciechi. Comprate da me il collirio per curarvi gli occhi e vederci» (Apoc. 3, 14-20). La conversione di Saulo avviene attraverso il simbolismo della cecità guarita a tappe: «Saulo si alzò da terra, aprì gli occhi, ma non ci  vedeva…subito dagli occhi di Saulo caddero come delle scaglie ed egli recuperò la vista, si alzò e fu battezzato, poi mangiò e riprese forza” (Atti 9). A tappe avviene la guarigione del cieco nato[2], quella del cieco di Betsaida[3] e del cieco di Gerico.  Crollano i miti delle conversioni improvvise. Occorre abituarsi al tema della gestazione, della nascita e della crescita della fede dentro conflitti e coccole di una storia viva di incontri, ascolti e perdite.
Bartimeo è mendicante per povertà, ma anche per desiderio. Attende nella ciotola il tintinnare di un’elemosina e gli casca nel piatto un Dio di liberazione. E’ seduto, immobilizzato ai bordi del cammino frequentato da Gesù, come faranno i discepoli fermi ai margini della sua crocifissione.
E Bartimeo grida, grida. Il grido è una forma fondamentale di preghiera: «Dal profondo grido a te, Signore» dice il salmo 130 che d’ora in poi ci giunge accompagnato dal forte grido di Gesù morente che sfida le promesse del Padre, unito a tutti i grandi sofferenti della storia:«Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando tu che sei santo, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”. Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco»(Apoc.6, 9-1). E’ il grido laico delle folle dei maledetti dalle nostre civiltà, è la preghiera incessante dei giusti e dei monaci: «Abbi pietà di me! Abbi compassione viscerale e materna!». La preghiera non turba la quiete pubblica; il grido infastidisce: «Lo sgridavano perchè tacesse». La chiesa delle cifre, guardia del corpo di Gesù, gli fa ressa intorno. Molti potrebbero avvicinarsi, ma glielo si impedisce. L’emorroissa sfonda la barriera; il paralitico viene calato dal terrazzo; i bambini faticano a superare il filtro selettivo dei discepoli: c’è sempre qualcuno che è infastidito dalle esagerazioni di questi cortei di straccioni che infrangono il cerimoniale perchè non risultano tra gli invitati e diventano elementi “fuori programma” a cui vorremmo insegnare l’alfabeto delle buone maniere. Con la scusa di difendere Gesù difendiamo la tranquillità della nostra privacy o delle nostre assemblee liturgiche che sembrano fatte apposta per tenere lontano coloro che si portano dentro un’ansimante lunga rincorsa verso la fede o un dramma umano che si può sfogare solo con una voce non regolamentare e non prevista dalle nostre dottrine o dai cerimoniali.
«Gesù si ferma» – narra il Vangelo – come in casa di Zaccheo e nell’osteria di Emmaus; anche Dio rispetta gli stop dei nostri inquieti incroci. Poi scatta il passaparola della chiamata: «E disse “Chiamatelo” ed essi lo chiamarono». Il discepolo non vede, ma può ascoltare l’invito alla sequela; la chiesa viene obbligata ad aprire un varco e a farsi promotrice di convocazione e di vocazione del petulante straccione dagli occhi cisposi che «balza in piedi gettando il mantello»; quel mantello che, come recita il Libro del Deuteronomio (24,12), è la pelle dei poveri, vestito, materasso, casa e coperta. A differenza del giovane ricco, questo cieco compie il gesto del vero discepolo e si libera del necessario: « Voi infatti vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni ed avete rivestito l’uomo nuovo che si rinnova ad immagine del suo creatore» (Coloss. 3,9).
«E lo seguiva per la strada». Il Vangelo di Marco si era aperto con la suocera di Pietro guarita che si mise a servirli, ora si chiude con un altro indebolito e guarito che si mise a seguirlo: sono i due verbi del discepolo che è stato guarito-salvato da Gesù.
Mendicare Dio con mani aperte per lasciare e ricevere.
Oggi, nella Lettera agli Ebrei , Dio si presenta come uno che entra dentro nelle angosce umane e ne compartecipa le vicende. Occorre innanzitutto raccogliere, nella ciotola della nostra banalità e creaturalità, questo Dio che si fa debole della nostra debolezza, contemplando e adorando questo Suo modo di essere Dio-con-noi, anzi Dio-come-noi. E’ vero: noi siamo eterni mendicanti di sicurezza economica, di salute, di amicizia, di religione (perchè anche la religione e i suoi gesti possono appartenere al bisogno naturale dell’uomo) e ci fa piacere se nella nostra ciotola di mendicanti qualcuno vi versa dentro qualche spicciolo utile di ciò che attendiamo; ma ogni tanto dobbiamo permettere che dentro alla ciotola ci caschi Gesù il Cristo, apparentemente inutile per soddisfare le attese immediate, ma fondamentalmente essenziale per la radicale trasformazione della nostra condizione e del senso della  nostra vita, come è successo a Bartimeo.
Bartimeo si apre un passaggio attraverso il servizio d’ordine. Gesù predilige questi individui che si tirano fuori dalla folla, superando le barriere di protezione. Dire “vocazione” significa accettare di non stare seduti ai margini, nè accucciati nelle abitudini, nè anonimi nella fila degli utenti della religione, nè paralizzati nelle carrozzelle delle nostre delusioni, nè inebetiti dalle troppe cose da fare, nè incartapecoriti dalle pigrizie. La chiamata ci estrae dalla tana di una vita raggomitolata buttandoci nella pubblica testimonianza: gli apostoli vengono messi a disposizione del Regno di Dio; Zaccheo viene sfilato da dietro la patetica foglia di fico di quell’albero e la donna mestruata è squadernata in pubblico.  La chiamata ci estrae anche dal rapporto massificato della folla verso un rapporto personale con Gesù pulsante come un’amicizia che è tutto meno che l’ingresso in uno stato di catalessi vegetativa. Gesù mi chiama ad essere protagonista di un movimento e non membro di un’istituzione, ad essere testimone e non utente o notaio. Gesù non vuole vedere la mia maschera, ma il mio volto. Ogni vocazione-chiamata comporta che ci si liberi di un qualche “mantello”: i deportati a Babilonia, gli apostoli, Zaccheo, la donna mestruata, il cieco, Lazzaro…tutti cedono porzioni di sicurezza, bendaggi mortiferi e ammuffiti, vergogne, cianfrusaglie pur di balzare in strada per avvicinarsi a Lui, salire, scendere, tornare, risorgere, guarire. O diventare veggenti. «Io sono la luce del mondo» dice Gesù e «Chi vede me vede il Padre», però è pur vero che Dio resta mistero sconosciuto ed inconoscibile. Ora lo vediamo come in uno specchio nella speranza di vederlo cosi come Egli è. La fede, come la vita, resta un “problema serio” ed occorre diffidare delle scorciatoie visionarie.        


 [1] Marco 8,18.
[2] Giovanni 9
[3] Marco 8,22-26




MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO per la 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI
«Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso» [Taranto, 21-24 ottobre 2021]

Cari fratelli e sorelle,
saluto cordialmente tutti voi che partecipate alla 49Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, convocata a Taranto. Rivolgo il mio saluto fraterno al Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, all’Arcivescovo Filippo Santoro e ai Vescovi presenti, ai membri del Comitato Scientifico e Organizzatore, ai delegati delle diocesi italiane, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni, a tutti gli invitati e a quanti seguono l’evento a distanza.
Questo appuntamento ha un sapore speciale. Si avverte il bisogno di incontrarsi e di vedersi in volto, di sorridere e di progettare, di pregare e sognare insieme. Ciò è tanto più necessario nel contesto della crisi generata dal Covid, crisi insieme sanitaria e sociale. Per uscirne è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani. Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società. Siamo chiamati a essere lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33).
La pandemia ha scoperchiato l’illusione del nostro tempo di poterci pensare onnipotenti, calpestando i territori che abitiamo e l’ambiente in cui viviamo. Per rialzarci dobbiamo convertirci a Dio e imparare il buon uso dei suoi doni, primo fra tutti il creato. Non manchi il coraggio della conversione ecologica, ma non manchi soprattutto l’ardore della conversione comunitaria. Per questo, auspico che la Settimana Sociale rappresenti un’esperienza sinodale, una condivisione piena di vocazioni e talenti che lo Spirito ha suscitato in Italia. Perché ciò accada, occorre anche ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado.
Abbiamo bisogno di speranza. È significativo il titolo scelto per questa Settimana Sociale a Taranto, città simbolo delle speranze e delle contraddizioni del nostro tempo: «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso». C’è un desiderio di vita, una sete di giustizia, un anelito di pienezza che sgorga dalle comunità colpite dalla pandemia. Ascoltiamolo. È in questo senso che vorrei offrirvi alcune riflessioni che possano aiutarvi a camminare con audacia sulla strada della speranza, che possiamo immaginare contrassegnata da tre “cartelli”.


Il primo è l’attenzione agli attraversamenti. Troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione: giovani costretti a lasciare i loro Paesi di origine per emigrare altrove, disoccupati o sfruttati in un infinito precariato; donne che hanno perso il lavoro in periodo di pandemia o sono costrette a scegliere tra maternità e professione; lavoratori lasciati a casa senza opportunità; poveri e migranti non accolti e non integrati; anziani abbandonati alla loro solitudine; famiglie vittime dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione; imprenditori in difficoltà e soggetti ai soprusi delle mafie; comunità distrutte dai roghi… Ma vi sono anche tante persone ammalate, adulti e bambini, operai costretti a lavori usuranti o immorali, spesso in condizioni di sicurezza precarie. Sono volti e storie che ci interpellano: non possiamo rimanere nell’indifferenza. Questi nostri fratelli e sorelle sono crocifissi che attendono la risurrezione. La fantasia dello Spirito ci aiuti a non lasciare nulla di intentato perché le loro legittime speranze si realizzino.
Un secondo cartello segnala il divieto di sosta. Quando assistiamo a diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali stanchi e sfiduciati, talvolta rassegnati di fronte a situazioni complesse, vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi. Al contrario, l’amore di Dio non è mai statico e rinunciatario, «tutto crede, tutto spera» (1 Cor 13,7): ci sospinge e ci vieta di fermarci. Ci mette in moto come credenti e discepoli di Gesù in cammino per le strade del mondo, sull’esempio di Colui che è la via (cfr Gv 14,6) e ha percorso le nostre strade. Non sostiamo dunque nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano e si chiudono. La speranza è sempre in cammino e passa anche attraverso comunità cristiane figlie della risurrezione che escono, annunciano, condividono, sopportano e lottano per costruire il Regno di Dio. Quanto sarebbe bello che nei territori maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado i cristiani non si limitino a denunciare, ma assumano la responsabilità di creare reti di riscatto. Come scrivevo nell’Enciclica Laudato sì’, «non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso» (n. 194). Talvolta prevalgono la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale. Non abbiamo paura di denunciare e  contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!
Un terzo cartello stradale è l’obbligo di svolta. Lo invocano il grido dei poveri e quello della Terra. «La speranza ci invita a riconoscere che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (n. 61). Il Vescovo Tonino Bello, profeta in terra di Puglia, amava ripetere: «Non possiamo limitarci a sperare. Dobbiamo organizzare la speranza!». Ci attende una profonda conversione che tocchi, prima ancora dell’ecologia ambientale, quella umana, l’ecologia del cuore. La svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni. Tale conversione, volta a un’ecologia sociale, può alimentare questo tempo che è stato definito “di transizione ecologica”, dove le scelte da compiere non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando esige un obbligo di svolta. Guardiamo, in questo senso, a tanti segni di speranza, a molte persone che desidero ringraziare perché, spesso nel nascondimento operoso, si stanno impegnando a promuovere un modello economico diverso, più equo e attento alle persone.
Ecco, dunque, il pianeta che speriamo: quello dove la cultura del dialogo e della pace fecondino un giorno nuovo, dove il lavoro conferisca dignità alla persona e custodisca il creato, dove mondi culturalmente distanti convergano, animati dalla comune preoccupazione per il bene comune. Cari fratelli e sorelle, accompagno i vostri lavori con la preghiera e con l’incoraggiamento. Vi benedico, augurandovi di incarnare con passione e concretezza le proposte di questi giorni. Il Signore vi colmi di speranza. E non dimenticatevi, per favore, di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 4 ottobre 2021
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO