INIZIO DEL PROCESSO SINODALE
Papa Francesco

di: Papa Francesco

Discorso di papa Francesco nel corso del momento di riflessione per l’avvio del processo sinodale che impegnerà la Chiesa cattolica fino alla celebrazione del Sinodo nel 2023.

Cari fratelli e sorelle,

grazie per essere qui, all’apertura del Sinodo. Siete venuti da tante strade e Chiese, ciascuno portando nel cuore domande e speranze, e sono certo che lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità. Ribadisco che il Sinodo non è un parlamento, che il Sinodo non è un’indagine sulle opinioni; il Sinodo è un momento ecclesiale, e il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo. Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo.

Viviamo questo Sinodo nello spirito della preghiera che Gesù ha rivolto accoratamente al Padre per i suoi: «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). A questo siamo chiamati: all’unità, alla comunione, alla fraternità che nasce dal sentirci abbracciati dall’unico amore di Dio. Tutti, senza distinzioni, e noi Pastori in particolare, come scriveva San Cipriano: «Dobbiamo mantenere e rivendicare con fermezza quest’unità, soprattutto noi Vescovi che presidiamo nella Chiesa, per dar prova che anche lo stesso episcopato è uno solo e indiviso» (De Ecclesiae Catholicae Unitate, 5). Nell’unico Popolo di Dio, perciò, camminiamo insieme, per fare l’esperienza di una Chiesa che riceve e vive il dono dell’unità e si apre alla voce dello Spirito.

Le parole-chiave del Sinodo sono tre: comunionepartecipazionemissione. Comunione e missione sono espressioni teologiche che designano il mistero della Chiesa e di cui è bene fare memoria. Il Concilio Vaticano II ha chiarito che la comunione esprime la natura stessa della Chiesa e, allo stesso tempo, ha affermato che la Chiesa ha ricevuto «la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio» (Lumen gentium, 5).

Due parole attraverso cui la Chiesa contempla e imita la vita della Santissima Trinità, mistero di comunione ad intra e sorgente di missione ad extra. Dopo un tempo di riflessioni dottrinali, teologiche e pastorali che caratterizzarono la ricezione del Vaticano II, San Paolo VI volle condensare proprio in queste due parole – comunione e missione – «le linee maestre, enunciate dal Concilio».

Commemorandone l’apertura, affermò infatti che le linee generali erano state «la comunione, cioè la coesione e la pienezza interiore, nella grazia, nella verità, nella collaborazione […] e la missione, cioè l’impegno apostolico verso il mondo contemporaneo» (Angelus, 11 ottobre 1970), che non è proselitismo.

Chiudendo il Sinodo del 1985, a vent’anni dalla conclusione dell’assise conciliare, anche San Giovanni Paolo II volle ribadire che la natura della Chiesa è la koinonia: da essa scaturisce la missione di essere segno di intima unione della famiglia umana con Dio. E aggiungeva: «Conviene sommamente che nella Chiesa si celebrino Sinodi ordinari e, all’occorrenza, anche straordinari» i quali, per portare frutto, devono essere ben preparati: «occorre cioè che nelle Chiese locali si lavori alla loro preparazione con partecipazione di tutti» (Discorso a conclusione della II Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 7 dicembre 1985).

Ecco dunque la terza parola, partecipazione. Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera.

E questo non per esigenze di stile, ma di fede. La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale. Come afferma l’Apostolo Paolo, «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor 12,13). Il punto di partenza, nel corpo ecclesiale, è questo e nessun altro: il Battesimo. Da esso, nostra sorgente di vita, deriva l’uguale dignità dei figli di Dio, pur nella differenza di ministeri e carismi.

Per questo, tutti sono chiamati a partecipare alla vita della Chiesa e alla sua missione. Se manca una reale partecipazione di tutto il Popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Su questo aspetto abbiamo fatto dei passi in avanti, ma si fa ancora una certa fatica e siamo costretti a registrare il disagio e la sofferenza di tanti operatori pastorali, degli organismi di partecipazione delle diocesi e delle parrocchie, delle donne che spesso sono ancora ai margini. Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile! Tutti battezzati, questa è la carta d’identità: il Battesimo.

Il Sinodo, proprio mentre ci offre una grande opportunità per una conversione pastorale in chiave missionaria e anche ecumenica, non è esente da alcuni rischi. Ne cito tre. Il primo è quello del formalismo. Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata, proprio come se si restasse a guardare una bella facciata di una chiesa senza mai mettervi piede dentro. Invece il Sinodo è un percorso di effettivo discernimento spirituale, che non intraprendiamo per dare una bella immagine di noi stessi, ma per meglio collaborare all’opera di Dio nella storia.

Dunque, se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici. Perché sottolineo questo? Perché a volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il “padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti. Ciò richiede di trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via.

Un secondo rischio è quello dell’intellettualismo – l’astrazione, la realtà va lì e noi con le nostre riflessioni andiamo da un’altra parte –: far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche e staccandosi dalla realtà del Popolo santo di Dio, dalla vita concreta delle comunità sparse per il mondo.

Infine, ci può essere la tentazione dell’immobilismo: siccome «si è sempre fatto così» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 33) – questa parola è un veleno nella vita della Chiesa, “si è sempre fatto così” –, è meglio non cambiare. Chi si muove in questo orizzonte, anche senza accorgersene, cade nell’errore di non prendere sul serio il tempo che abitiamo. Il rischio è che alla fine si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi: un rattoppo di stoffa grezza, che alla fine crea uno strappo peggiore (cfr Mt 9,16). Per questo è importante che il Sinodo sia veramente tale, un processo in divenire; coinvolga, in fasi diverse e a partire dal basso, le Chiese locali, in un lavoro appassionato e incarnato, che imprima uno stile di comunione e partecipazione improntato alla missione.

Viviamo dunque questa occasione di incontro, ascolto e riflessione come un tempo di grazia, fratelli e sorelle, un tempo di grazia che, nella gioia del Vangelo, ci permetta di cogliere almeno tre opportunità. La prima è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Il Sinodo ci offre poi l’opportunità di diventare Chiesa dell’ascolto: di prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare.

Ascoltare lo Spirito nell’adorazione e nella preghiera. Quanto ci manca oggi la preghiera di adorazione! Tanti hanno perso non solo l’abitudine, anche la nozione di che cosa significa adorare. Ascoltare i fratelli e le sorelle sulle speranze e le crisi della fede nelle diverse zone del mondo, sulle urgenze di rinnovamento della vita pastorale, sui segnali che provengono dalle realtà locali. Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza.

Dio sempre ha operato così. Se noi non arriveremo a questa Chiesa della vicinanza con atteggiamenti di compassione e tenerezza, non saremo la Chiesa del Signore. E questo non solo a parole, ma con la presenza, così che si stabiliscano maggiori legami di amicizia con la società e il mondo: una Chiesa che non si separa dalla vita, ma si fa carico delle fragilità e delle povertà del nostro tempo, curando le ferite e risanando i cuori affranti con il balsamo di Dio. Non dimentichiamo lo stile di Dio che ci deve aiutare: vicinanza, compassione e tenerezza.

Cari fratelli e sorelle, sia questo Sinodo un tempo abitato dallo Spirito! Perché dello Spirito abbiamo bisogno, del respiro sempre nuovo di Dio, che libera da ogni chiusura, rianima ciò che è morto, scioglie le catene, diffonde la gioia. Lo Spirito Santo è Colui che ci guida dove Dio vuole e non dove ci porterebbero le nostre idee e i nostri gusti personali.

Il padre Congar, di santa memoria, ricordava: «Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa» (Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 193). E questa è la sfida. Per una “Chiesa diversa”, aperta alla novità che Dio le vuole suggerire, invochiamo con più forza e frequenza lo Spirito e mettiamoci con umiltà in suo ascolto, camminando insieme, come Lui, creatore della comunione e della missione, desidera, cioè con docilità e coraggio.

Vieni, Spirito Santo. Tu che susciti lingue nuove e metti sulle labbra parole di vita, preservaci dal diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire. Vieni tra noi, perché nell’esperienza sinodale non ci lasciamo sopraffare dal disincanto, non annacquiamo la profezia, non finiamo per ridurre tutto a discussioni sterili. Vieni, Spirito Santo d’amore, apri i nostri cuori all’ascolto. Vieni, Spirito di santità, rinnova il santo Popolo fedele di Dio. Vieni, Spirito creatore, fai nuova la faccia della terra. Amen.




17 ottobre 2021. Domenica 29a
DIO SUL DORSO DI UN ASINO

29 domenica B

Preghiamo. Padre, concedi alla tua Chiesa di servire l’umanità intera  a immagine di Cristo, servo e Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen
Dal Libro del profeta Isaia (53,2-5;10-11)
Davanti al Signore il suo servo è cresciuto come una pianticella, come una radice in terra arida. Non aveva né dignità né bellezza, per attirare gli sguardi e per richiamare l’attenzione. Noi l’abbiamo rifiutato e disprezzato come uno che non vale niente, e non lo abbiamo tenuto in considerazione.  Eppure egli ha preso su di sé le nostre malattie, si è caricato delle nostre sofferenze, e noi pensavamo che Dio lo avesse castigato, percosso e umiliato. Invece egli è stato ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati e noi siamo stati salvati. Egli è stato percosso, e noi siamo guariti. Lui, servo del Signore, ha dato la vita come un dono per gli altri. Il Signore dichiara: «Dopo tante sofferenze, egli, il mio servo, vedrà la luce e sarà soddisfatto di quel che ha compiuto. Infatti renderà giusti davanti a me molti uomini, perché si è addossato i loro peccati».
Salmo 32 . Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore  e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;  dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,  su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei 4,14-16
Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.  Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.  Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Dal Vangelo secondo Marco 10,35-45
Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Maestro, noi vorremmo che tu facessi per noi quel che stiamo per chiederti». E Gesù domandò: «Che cosa dovrei fare per voi?». Essi risposero: «Quando sarai un re glorioso, facci stare accanto a te, seduti uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Ma Gesù disse: «Voi non sapete quel che chiedete! Siete pronti a bere quel calice di dolore che io berrò, a ricevere quell’immersione (battesimo) di sofferenza nella quale sarò immerso (battezzato)?». Essi risposero: «Siamo pronti». Gesù aggiunse: «Sì, anche voi berrete il mio calice e riceverete la mia immersione (battesimo); ma non posso decidere chi sarà seduto alla mia destra e alla mia sinistra. Quei posti sono per coloro ai quali Dio li ha preparati». Gli altri dieci discepoli avevano sentito tutto e si arrabbiarono contro Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò attorno a sé e disse: «Come sapete, quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni. Le persone potenti fanno sentire con la forza il peso della loro autorità. Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuol essere il primo, si faccia servitore di tutti.  Infatti anche il Figlio dell’uomo è venuto non per farsi servire, ma è venuto per servire e per dare la propria vita come riscatto per la liberazione degli uomini».
DIO SUL DORSO DI UN ASINO. Don Augusto Fontana
L’omeopatia di Dio.
Sul mio diario segreto, ermeticamente vigilato da un’impronunciabile password, campeggia il titolo «Quando sarò Papa». A pagina due annoto: «Fare ingresso solenne sul dorso di un asino». E’ un sogno un po’ kitsch per ricordarmi che non sarei mai un evangelico Papa se non ricomincio da capo ogni giorno a entrare nei rapporti in punta di zoccoli d’asino. L’asino fu cavalcatura da servo, per sentieri umili, a differenza del cavallo che portò gli aristocratici lombi del potere e della guerra. Alle porte di Gerusalemme la strategia messianica di Gesù trova nell’asino un fantasioso e profetico segno sacramentale, visibile ed efficace[1]: «Andate nel villaggio; troverete un asinello legato. Scioglietelo e conducetelo» (Marco 11, 2). E così entra in Gerusalemme lui, re da burla, Signore di quei discepoli che poche ore prima avevano animatamente censurato due condiscepoli per le loro pretese da boss[2]: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»[3]. La chiesa ha un nervo scoperto sul sesto comandamento, ma concede sconti da liquidazione su altri comandamenti di Gesù che non riguarderebbero propriamente moine da galateo salottiero: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Marco 10, 35-45).
Nella vita quotidiana il potere ha una sua parte quasi ineliminabile a tutti i livelli anche se in formato ridotto: famiglia, scuola, ambienti di lavoro, parrocchia. Anche i rapporti di amore e di amicizia o religiosi possono essere avviluppati dalla tela dell’autoritarismo conscio e inconscio. L’esigenza di stabilità e di operatività di ogni gruppo favorisce paradossalmente la degenerazione dell’esercizio dei rapporti autorevoli in esercizio di potere. Anche il conformismo è un segno che c’è qualche potere “indiscusso” in atto che livella libertà e omologa coscienze.
Chi, nella convivenza o nell’evangelizzazione, ha scelto la via del “non-potere” ha potuto creare rapporti umani autentici e liberi dove i sentimenti di accoglienza e di amore hanno trovato il primo posto. Alcuni ci rimettono faccia e carriera. Altri la vita. Leggo il testamento di Christian de Chergé, abate cistercense, ucciso con altri 6 monaci il 21 maggio 1996 ad Algeri. Lo leggo con i sentimenti di stupore e sbigottimento affiorati nei discepoli nel fiutare le arie che tiravano[4]. Il monaco martire scrive parole scandalose per le orecchie di molti cattolici che “frequenteranno la Messa” di domenica, abitati da un rancoroso anti-islamismo da far invidia al migliore Jiad[5] cattolico ma neutralizzato da queste parole scritte col sangue: «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che pregassero per me. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.  La mia vita non ha un prezzo più alto di un’altra.  Non vale di meno né di più.  In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che mi può colpire alla cieca. Non posso auspicare una morte così; mi sembra importante dichiararlo.  Infatti non vedo come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo, che amo, sia indistintamente accusato dei mio assassinio.  Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che forse chiameranno la «grazia del martirio», doverla a un algerino qualsiasi, soprattutto se questi dice di agire nella fedeltà a ciò che crede essere l’islam. Conosco le caricature dell’islam che un certo Islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi la coscienza in pace, identificando questa religione con gli integrismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima. Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un naïf o un idealista.  Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta.  Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando sulle differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rende grazie a Dio. E anche a te, amico dell’ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi.  Si, anche per te voglio prevedere questo «Grazie» e questo «Ad-dio».  E che sia dato a tutti di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune.  Amen! Insciallah[6]».
Dolorosamente il testamento si sovrappone all’inno di Isaia (Isaia 53, 2-11) dedicato ad una misteriosa figura di Servo del Signore «cresciuto come un virgulto e come una radice in terra arida. Disprezzato dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce, giustificherà molti, si addosserà la loro iniquità». Dio indossa l’iniquità: è la legge dell’omeopatia divina (similia similibus curantur[7]). Stenterei a crederlo senza Gesù; ed una strana rassicurazione mi invade. I testi di Isaia e della Lettera agli Ebrei sottolineano questo aspetto del servizio: prendere su di sè. Don Milani diceva che contro la cultura del «me ne frego!» occorreva contrapporre la cultura del «mi sta a cuore!». «Agnus Dei qui tollis peccata mundi – recitavano i nostri vecchi – Agnello di Dio che togli i peccati del mondo». Ma il verbo latino tollere ha tre significati di alto valore cristologico ed ecclesiale e non solo linguistico: portare, sopportare, portare via ( in greco= airô). Scrive la Lettera agli Ebrei (4,14-16): «Abbiamo un sommo sacerdote che compatisce le nostre debolezze, essendo lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso solo il peccato…». Molti di noi possono raccontare di essere rimasti a volte in faccia al dolore o all’errore, incapaci a togliere, ma fraterni almeno nel portare insieme. Io nelle carceri ne faccio esperienza: a quasi nessuno sono riuscito a “togliere l’iniquità”; ma mi viene chiesto comunque di “portarla” sulle mie spalle, sulla mia coscienza, sulla mia preghiera, sul mio dolore. Nella celebrazione di oggi non cercherò nei primi posti un Dio estatico e apatico (che non soffre), sperando invece di trovarLo, vivo e patetico (empatetico), a raccogliere mie malizie e gracilità con manciate del suo pathos. Come dice Bonhoeffer, «un Dio che non soffre non ci può liberare».
Attraversando equivoci e paure.
Il testo liturgico dell’evangelo odierno è stato privato di alcuni versetti che lo precedono e che si ritiene importante citare. Ci si riferisce ai versetti 32-34 che contengono il terzo annuncio della passione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù li precedeva ed essi erano sbigottiti; coloro che venivano dietro avevano paura. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno,  gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; e dopo tre giorni risusciterà».
Sei verbi di morte e un settimo di vita per uno sbigottimento realistico allora, più liturgico oggi. L’incertezza, il dubbio e la paura si impadroniscono di tutti: seguaci, simpatizzanti, discepoli e Dodici. Marco agisce come ottimo regista preparando la scena in movimento con molti personaggi. In questo gruppo c’è posto anche per noi lettori. Se potessi, chiederei al regista Marco di risparmiarmi il viaggio con Gesù e di farmi trovare, invece, nei primi posti a godermi la scena della risurrezione.
A questo terzo annuncio della passione segue la reazione dei discepoli, peggiore delle precedenti. Dopo il primo annuncio Gesù va in collisione con Pietro che «pensava secondo gli uomini e non secondo Dio» (8,32). Dopo il secondo annuncio segue un eloquente mutismo da parte di tutti, intenti a litigare su chi fosse il più grande (9,32). Ora i discepoli vogliono che lui faccia la loro volontà assecondando deliri messianico-politici: «Vogliamo che tu ci dia quello che ti chiediamo». Gesù sta al gioco: «Cosa volete che faccia per voi?». Altre volte nei Vangeli Gesù chiede: «Cosa vuoi?».  Normalmente la domanda di Gesù è preceduta dalla debolezza di lebbrosi e ciechi[8] che grida guarigione. E Gesù risponde concedendo quanto richiesto. La richiesta dei discepoli invece non esprime bisogni, ma presume privilegi. Resta così scritta in eterno una risposta che, più che un rimprovero, sembra un lamento: «Non sapete che cosa chiedete…!». I discepoli avevano semplicemente frainteso. Per loro, andare a Gerusalemme significava ancora andare direttamente alla gloria ed è per questo che fanno questione di posti e di potere.  Nella letteratura apocalittica giudaica si attende che in un futuro non lontano Dio giudichi il mondo dando così prova della sua potenza; nelle circostanze storiche concrete del tempo ciò significava ribaltare la situazione di Israele nei confronti degli invasori o colonizzatori. Nei testi apocalittici infatti la lingua ebraica usa preferibilmente il termine gheburah per indicare la forza di Dio che agirà alla fine dei tempi. Negli scritti della comunità apocalittica di Qumran, soprattutto nel rotolo chiamato “rotolo della guerra”, si dice che la forza di Dio si manifesterà anche per mezzo dei combattenti (ghiborrim). E’ possibile che i discepoli, come si evince da una numerosa serie di testi in tutti i sinottici, coltivassero questa cultura apocalittica tipica anche degli zeloti e continuassero a persistere nella comprensione di Gesù come quel Messia sfasciacarrozze  che avrebbe ribaltato le sorti tramite la guerra santa.
A vantaggio di…
Raccogliamo dalle tre Letture liturgiche il tema del Dio servo, che ama l’uomo caricandosi dei suoi pesi. La Chiesa non deve fare affidamento sulle gambe dei cavalli di razza o sugli strumenti di pressione tipici delle società organizzate di oggi che abbisognano di messaggi suadenti più per vincere che per convincere. L’atteggiamento dei due discepoli, che dimostrano di non capire che Dio procede a dorso d’asino, è l’atteggiamento di ognuno di noi che ha fretta di vincere e di soddisfare i narcisismi o di accorciare i cammini di crescita o di abbandonarsi alle piccole vendette “escatologiche” della propria storia quotidiana.  «Dare la vita in riscatto» significa sciogliere, liberare.  Il riscatto era ed è il prezzo che un familiare (detto in ebraico: goèl) paga per liberare un parente caduto prigioniero o rapito. Il servizio diventa “assumere su di sè responsabilmente il destino e la situazione degli altri”. Molti hanno detto che la croce è “pagare al posto di…“; meglio sarebbe dire che l’amore diventa crocifisso quando “paga a vantaggio di…“.


[1] Zaccaria 9, 9 «Esulta molto figlia di Sion, gioisci figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina».[2] Pare che per l’evangelista Matteo la richiesta fosse così insopportabilmente scandalosa in bocca ai due futuri vescovi di Gerusalemme (Giacomo e Giovanni) da indurlo a trasferirla sulla bocca della loro madre (Matteo 20, 20).
[3] Marco 10, 37
[4] «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù li precedeva ed essi erano sbigottiti; coloro che venivano dietro avevano paura.» (Marco 10, 32-34).
[5] Uso il termine secondo l’interpretazione popolar-cattolica di questi tempi; ma so che lo Jiad significa sforzo, impegno sulla strada di Dio. Guerra santa è una interpretazione deviata mentre per gli islamici non fondamentalisti lo Jiad è uno “sforzo collettivo verso Dio”.
[6] Passim dal  testo integrale su https://ora-et-labora.net/ecumenismotibhirine1994.html
[7] La medicina Omeopatica si basa sul concetto del simile, secondo il quale una malattia si può curare con la stessa sostanza che assunta dall’uomo sano ne induce la malattia.
[8] Mc 1,41: il lebbroso; Marco 10,47.51: il cieco




10 ottobre 2021. Domenica 28a
Una sola cosa nella complessità.

28 domenica B

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro della Sapienza 7,7-11
Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
Salmo 89.  Saziaci, Signore, con il tuo amore: gioiremo per sempre.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti, per gli anni in cui abbiamo visto il male.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e il tuo splendore ai loro figli.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.
Dalla lettera agli Ebrei 4,12-13
La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.
Dal Vangelo secondo Marco 10,17-30
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».  Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Una sola cosa nella complessità. Don Augusto Fontana

Gesù, guardandolo dentro, lo amò.

Capitalizzo in banca perchè non mi fido del Welfare State né di chi mi raccoglierà rincoglionito da solitudine e vecchiaia malata. «Uomo di poca fede, pagano!» mi direbbe Gesù se conoscesse i miei dubbi metodici su un misterioso Padre che promette un occhio di riguardo a passeri, gigli e uomini nudi[1]: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani non c’è più, non farà assai più per voi, gente di poca fede?[2]». Stando al vangelo di oggi (Marco 10, 17-30), mi trovo ad essere un perfetto esemplare di involuzione della specie, ammesso che abbia ragione il salmo 49 «l’uomo nel benessere non comprende, è come un animale». Ho smarrito dunque lo Spirito di sapienza (Libro della Sapienza 7, 7-11), la papilla gustativa che, per Paolo, rende insipido e maleodorante ogni indice Mibtel: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Lettera ai Filippesi 3, 8). Temo che i processi di involuzione a cui sono sottoposto mi potrebbero condurre, a lungo andare, ad una qualche modifica genetica dell’anatomia del mio corpo: «Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Matteo 6, 21). Quel giorno proverei uno strano malessere nel sentirmi pulsare il cuore nella chip della mia carta di credito.
A complicare le cose ci si mette il buon senso, quello nazional-popolare dei tavolini dei coffee-bar e quello più togato dei tomi di economia, cattolica e non,  generati da innominati conflitti di interesse: «Non scherziamo! Non è più tempo per un vangelo sine glossa che ci proietta fuori dalla storia e ci rende insopportabili fondamentalisti e infecondi pauperisti. Est modus in rebus, c’è una misura in tutta le cose. L’utopismo, veicolato soprattutto da sogni religiosi e da speranze politiche messianiche, fu il cancro di ieri ed è minaccia che cova sotto la cenere dell’oggi. La Sapienza non serve a nulla; oggi servono gli equilibri delle forze. Abbasso il radicalismo, evviva il realismo, la compatibilità, l’incoerenza controllata. In medio stat virtus, la verità sta nel mezzo». Acconsento per legittima difesa: non sopporterei una Parola di Dio «tagliente come spada che penetra nelle giunture e nelle midolla» (Ebrei 4, 12-13). La mia Pasqua è rinviata a data da destinarsi. Riprenderò il mio mediocre cammino, solleticato dal Suo sguardo di amore (il testo greco usa il termine “enblèpō”  che sarebbe bene tradurre “guardare dentro” più che “fissare”). E’ uno scrutare dentro che sbigottisce la mia triste inquietudine: «E chi mai si può salvare?».
Sapienza è…
Nel Capitolo 10 Marco pone il problema della sequela di Gesù in 3 condizioni precise di vita: nel matrimonio, nell’uso dei beni, nei rapporti interpersonali corti e lunghi. Oggi viene affrontato il problema dell’uso dei beni, ma lo si affronta sotto l’ottica della “SAPIENZA” su suggerimento della prima Lettura. Si racconta nel 1° Libro dei Re (3,6-13) che il Signore disse a Salomone: «Chiedimi qualunque cosa» e il giovane re non chiede nè ricchezza, nè salute, nè vittoria sui  nemici,  ma “un cuore ascoltante per poter rendere giustizia al popolo e distinguere il bene dal male“. Il Signore gli risponde: “Ti concedo anche quanto non hai domandato e cioè ricchezza e gloria“. Il brano del Libro della Sapienza, ascoltato oggi, sembra essere una rilettura e meditazione di quel passo. “Pregai e mi fu regalata la Sapienza“. La Sapienza è un dono da chiedere nella preghiera prima ancora che qualcosa da acquisire con l’istruzione. Luca dirà che il primo dono da chiedere è lo Spirito Santo[3].  La Sapienza è capacità di discernere, di gustare, di percepire il senso della vita, di scegliere quindi l’ingrediente che dà sapore alla vita. Praticamente Gesù.
Seguire è…
La sezione del materiale narrativo organizzato da Marco intorno al secondo annuncio della passione culmina con questo lungo insegnamento su come essere discepoli. Gesù sente odore di linciaggio: quanto dice in questi ultimi giorni di vita ha il peso di una rivelazione testamentaria che non intende teorizzare sui massimi sistemi o abbandonarsi a speculazioni teologiche su Dio e sulla vita eterna, ma influire concretamente su dimensioni importanti della vita del discepolo nel mondo. Oggi mi viene richiesto un distacco che si rivela un guadagno. Si tratta di fare due conti; è un calcolo economico difficile: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Matteo 13, 44). Solo agli innamorati e non ai commercianti è dato di capire la sapienza di questo linguaggio parabolico.
La pagina evangelica di Marco si compone di tre scene costruite attorno a tre personaggi che entrano in campo: il fedele ricco, i discepoli, Pietro. Ce n’è per tutti.
Era usanza rivolgere quesiti ai rabbini. Gesù, come i rabbini, rimanda alla Torah, alla Legge di Dio, come ha già fatto nel brano precedente sul divorzio; anche qui Gesù sembrerebbe dire: voi avete fatto della libertà dai beni un semplice consiglio e non un comando, ma “all’origine non era così”. Per essere suo discepolo non basta una generica religiosità a dimensione etica («Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»), né pare bastare una già impegnativa scelta a dimensione sociopolitica («Vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri»); occorre patire lo scandalo della croce («Vieni e seguimi»).
Angeli ascetici o uomini solidali?
«Gesù non sembra invitare il giovane a rapporti affettuosi, sia pure altamente intimistici, con lui: lo invita ad entrare in una schiera di esclusi, di pedinati dal potere, di scomunicati, chiamati a proclamare per tutti i secoli la signoria degli oppressi. La croce è il punto di arrivo di questo itinerario, ma la croce non è l’esaltazione del solitario soffrire, bensì il punto di rottura tra le potenze del mondo e la potenza dell’amore. Decidere di seguirlo senza rimettere in questione il proprio rapporto col mondo della ricchezza è una mistificazione. Oggi il rapporto coi poveri non si risolve con l’elemosina: la complessità delle relazioni intersoggettive determinate dalle nuove forme di produzione  e di mercato ci fa obbligo di tradurre il precetto di Gesù in un nuovo contenuto. Si deve capire tuttavia che la sequela non si identifica semplicemente con scelte radicali o con esigenze etiche impegnative, ma si caratterizza proprio dal riferimento a Gesù Cristo»[4].
Oggi il discernimento si è fatto difficile di fronte alla eterna domanda: «Che devo fare per ereditare la vita eterna?».
«Può un cristiano professare tranquillamente il suo credo e al contempo vivere nella società dei consumi, senza sentirsi in colpa?  Certamente Dio non si basa sulla dichiarazione dei redditi per elargire la sua grazia! Dovendo restare in questo mondo e dovendo in qualche modo contribuire alla sua crescita, è normale sviluppare e accrescere i nostri beni. Tutti aspirano a vivere in maniera più dignitosa e in condizioni migliori; molti di noi cercano di realizzare un risparmio che possa avviare – più che garantire – un futuro per i figli. Soddisfare questi desideri in modo equilibrato non significa necessariamente sfruttare il prossimo e soggiacere pertanto in uno «stato di peccaminosità»[5].
«Quella che sembra mancare oggi e di cui si avverte il bisogno è una spiritualità del consumo che aiuti a vivere anche questa dimensione della vita in modo pieno. Il consumo, prima ancora di essere qualcosa da contenere, da delimitare, da relativizzare, come pure appare giusto fare, rappresenta qualcosa da arricchire di senso… Il Dio dei cristiani non gioisce vedendo soffrire gli uomini; egli vuole per essi una vita piena di tutto ciò che ha creato per loro»[6].
Scrive la teologa Lilia Sebastiani: «Siamo eredi di un pessimismo dualista che trasmetteva l’idea che i beni terreni fosse di per sé cosa anti-spirituale. In questo modo però si consegnavano i beni della terra alla più dichiarata, irredimibile profanità.  E poiché di fatto solo una ristrettissima minoranza giungeva al rifiuto totale dei beni, nel concreto del vivere cristiano si finiva con l’elaborare un’etica rassegnata, perbenista, accomodante, acriticamente partecipe e complice dei criteri mondani e dell’ingiustizia; una vera etica della mediocrità e dello spirito piccolo-borghese, in base alla quale ancor oggi il buon cristiano in sostanza si rapporta con i beni della terra al modo di tutti, cercando di evitare le azioni disoneste esplicite e quantificabili, come il furto o l’usura dividendo l’esistenza in due categorie assai poco comunicanti, cose-per-il-cielo e cose-per-la-terra, solo salvando un po’ la faccia, è il caso di dirlo, per mezzo di qualche elemosina. Restava aperto il problema del rapporto giusto con le cose del mondo. «Fuggirle» era il primo suggerimento degli asceti di professione. Ma era ovvio che non tutti potevano farlo. Così a quelli che dovevano restare nel mondo venivano proposte due vie. L’una era quella della mortificazione privata e segreta. La seconda era quella del cosiddetto «distacco spirituale» dai beni: che risulta ancor meno simpatica, per il sottile sapore di ipocrisia e perché elaborata allo scopo di rendere la proposta cristiana digeribile per le classi alte. Anche il rifiuto radicale dei beni, l’autospoliazione, oggi non sembra proponibile nelle forme esteriori del passato. Insomma oggi è realmente una scelta spirituale la fuga dell’«anima bella» fuori della civiltà compromessa con il fattore-denaro? E può esserci una scelta autenticamente spirituale senza solidarietà? Forse oggi l’anima bella è soprattutto quella che accetta il confronto con le cose del mondo. A questo punto è inevitabile che affiori un interrogativo: ciò può conciliarsi in un modo non «conciliante», insomma senza compromessi, con lo spirito delle beatitudini? Senza svuotarle di senso, senza renderle innocue, e anche senza demonizzare le cose? Noi riteniamo che essere poveri significhi essere liberi rispetto alle cose: cioè, non dipendere da esse e non temerle. Solo quando si sia liberi rispetto alle cose si è in grado di umanizzarle, cioè di inserirle all’interno di un progetto di vita globalmente umano, e di «trans-significarle» rendendole un mezzo di crescita comune e di comunione con gli altri e con Dio»[7].


[1] S.Gerolamo: «Nudos amat ecclesia». La Chiesa ama quelli che si sono spogliati.
[2] Matteo 6, 30.
[3] Luca 11:13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».
[4] SERVIZIO DELLA PAROLA 51/73 pag.30.
[5] Editoriale di CREDERE OGGI  n. 4/1999
[6] A. Castegnaro, Il prezzo del consumo, Bologna 1994, p. 64.
[7] Lilia Sebastiani Per una spiritualità del consumo e della soddisfazione, CREDERE OGGI 4/1999.




Corso biblico: DIO, ABRAMO E GLI ALTRI. Leggo il mio travagliato credere
D. Augusto Fontana

DIO, ABRAMO E GLI ALTRI.
Leggo il mio travagliato credere.
Don Augusto Fontana

DOVE?

A Parma. Centro Pastorale Viale Solferino 25
Dalle 21 alle 22
Si richiede green pass

Causa Covid i posti sono limitati. Occorre iscrizione entro 15 ottobre: fontau40@gmail.com (oppure 338-2277220)

Vedi date e temi cliccando su:

locandina biblico ABRAMO 2021-2022




3 ottobre 2021. Domenica 27a
GESU’ E LA CHIESA. SEPARATI IN CASA?

DOMENICA 27° tempo ordinario 

Dal libro della Genesi  2,18-24
Il Signore Dio disse: 18«Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». 19Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. 21Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse un lato e richiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio formò con il lato, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». 24Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.
Salmo 128/127, 1-2; 3; 4-5a; 5b-6.  Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele!
Dalla lettera agli Ebrei 2,9-11.
Fratelli e Sorelle, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza.  Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.
Dal Vangelo secondo Marco 10,2-16
In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».  Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. 

Gesù e la Chiesa. Separati in casa? Don Augusto Fontana
Chi ascolterà questa Liturgia della Parola nelle assemblee di domenica? E quali orecchie riceveranno le omelie dei presbiteri (celibi!) e le loro lamentazioni sui matrimoni che si sfaldano in divorzi, separazioni, coppie di fatto? Come celebrare la Pasqua settimanale di Gesù con vecchiette e vedovi, con i bambini, con i pochi nuclei familiari presenti e i rari divorziati/separati? Sarà la fiera di parole aspre o sarà una Liturgia di gioia, benedizione e misericordia? Queste domande imbarazzano anche me.
Innanzitutto mi ha fatto bene rileggere l’ Esortazione post-Sinodo, AMORIS LAETITIA, di Papa Francesco (19 marzo 2016). Lì ho trovato un approccio ampio e ragionato, sereno ed evangelico sul problema della famiglia e del matrimonio che, indubbiamente, stanno subendo conflittualità e fallimento. Ma la domanda che mi intriga maggiormente è: domenica celebreremo la festa del matrimonio cattolico uno e indissolubile oppure il Signore ci sta portando a più ampi orizzonti?
“In Principio” Dio creò l’Agape.
Giovanni, nella sua prima Lettera, scrive: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo (agapomen) i fratelli…Da questo abbiamo conosciuto l’amore (ten agapen): Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore (agape) di Dio? Figlioli, non amiamo ( agapomen) a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità (1 Giovanni 3, 14-18). L’Agape è “in Principio”, è la sorgente. E il testo di Giovanni evita le nostre ambiguità terminologiche: «amo i cani…amo i fiori…amo la mia ragazza…I love Juve ….amo Dio…» . «Da questo abbiamo conosciuto l’amore (ten agapen): Egli ha dato la sua vita (ten autou psuchen) per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». “Dare la vita” come la consegna il martire per la fede o la giustizia; oppure sbriciolarla, sgocciolarla, come i genitori per i figli, come i nonni per i nipoti, come lo sposo di 80 anni per la moglie rincoglionita dalla vecchiaia, come la sorella per il fratello disabile. Sgocciolare i giorni, i soldi, le ore, la salute, la psiche (ten psuchen). Praticamente Agape, che è il Nome santo di Dio.
Scrive Don Antonio Di Lalla [1] (Adista Notizie n° 30 del 08/09/2018): «Non è il matrimonio che rende felici le persone, sono le persone che possono rendere felice il matrimonio se scommettono sull’amore…. Oggi vorrei sentirmi parlare anzitutto dell’amore appassionato di Dio per l’umanità. Dio stesso nel Primo Testamento è lo sposo fedele che, nonostante l’infedeltà della sposa, mantiene il suo impegno irrevocabile. Il Nuovo Testamento presenta Gesù come lo sposo che mette in gioco la sua vita unicamente per amore. Il Cantico dei Cantici, cuore della bibbia ebraica, è un inno all’amore, alla gioia dell’incontro, al piacere di appartenersi l’un l’altra. L’amore è lo scopo della vita, è il dono che dà sapore all’esistenza, è il vertice a cui tendere: «Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne otterrebbe che dispregio» (Cantico 8,7). L’omileta dovrebbe raccontare la sua storia d’amore con Dio e con la comunità, con le sue gioie, fatiche ed eventualmente i tradimenti, in modo che gli uditori possano gioire del loro cammino cristiano, ma anche prendere atto dei ritardi, delle stanchezze, dei fallimenti. Il sentirsi inadeguati nella risposta all’amore appassionato di Dio, anziché gettare nello sconforto, diventa stimolo a superare il “peccato” per lasciarsi amare. Alla luce della relazione Dio-persona, si comprende meglio la relazione uomo-donna».
Così don Antonio mi aiuta a capire la risposta di Gesù: « Ma nell’ IN PRINCIPIO non era così». Mai perdere contatto con la sorgente, la Torah, la Bibbia, quella parola di uomo dentro cui si annida la Parola di Dio se ascoltata, studiata, pregata, vissuta.
Gesù (lo sposo) e la chiesa (sposa): separati in casa?
Il Cantico dei Cantici lo stiamo scoprendo nella sua duplice contemplazione: una ragazza e un giovane si amano con erotismo di cuore e di corpo; Dio e l’umanità si amano con erotismo di cuore e di corpo. Non c’è contraddizione. Così almeno ci suggerisce Matteo 22,35-40: « un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:  “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”.  Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.  Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”». Quando un matrimonio frana mi sento un po’ sconfitto anch’io. Ma quello che temo di più è il divorzio tra me e Gesù di Nazaret, tra la mia comunità e il suo sposo. E questo, domenica, potrebbe interessare sposati e non coniugati, ragazzi, anziani, celibi, vergini: chiunque abbia accettato il patto di Alleanza battesimale. Ezechiele 16,1-63 dà voce al Signore-Sposo e alla sua liturgia di amore erotico verso di me: «Sono passato vicino a te e ti ho visto; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io ho steso il lembo del mio mantello su di te e ho coperto la tua nudità; ho giurato alleanza con te, dice il Signore Dio, e sei diventata mia. Ti ho lavato con acqua, ti ho ripulito del sangue e ti ho unto con olio; ti ho vestito di ricami; ti ho messo braccialetti ai polsi, una collana al collo, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio. Tu però, infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita concedendo i tuoi favori ad ogni passante. Con i tuoi splendidi gioielli d’oro e d’argento, che io ti avevo dati, te ne sei servita per peccare. Fra tutte le tue infedeltà non ti sei ricordata del tempo della tua giovinezza, quando eri nuda e ti dibattevi nel sangue! Ma io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna. Allora ti ricorderai della tua condotta e ne sarai confusa; io ratificherò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto. Parola del Signore Dio».
Gente dal cuore duro (sklerocardia), abbracciati con misericordia.
L’ISTAT ci dice che in Italia nel 2019 i matrimoni con rito civile sono stati il 52,6%, i divorzi sono stati 85.349, le separazioni sono state 97.474. Non sono solo numeri. Il tema che affrontano i farisei è la facoltà dell’uomo di ripudiare la moglie. Lo scioglimento del matrimonio non presentava in Israele grandi difficoltà: “Una donna è una piaga per suo marito? La ripudi e così sarà guarito!” sentenzia il Talmud ebraico[2]. Il testo che permette il ripudio è Deuteronomio 24,1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”.
Le due principali interpretazioni si rifanno ai due rabbi antagonisti: Shammai e Hillel. Il primo più rigorista e l’altro più possibilista.
I discepoli di Shammai insegnavano che “non si ripudia la propria moglie se non perché si trova in lei qualcosa di vergognoso”, un comportamento indecente, un adulterio.
I seguaci di Hillel insegnavano che l’uomo può rimandare la propria moglie “anche se ha lasciato bruciare il pranzo…”. Anche Rabbi Aqiba insegnava che l’uomo può ripudiare la moglie “anche  quando trova un’altra donna più bella di lei” .
Come la legge mosaica detta del taglione (che consiste nell’infliggere al colpevole lo stesso danno da lui inflitto alla vittima: Esodo 21, 23-25) tendeva a limitare gli eccessi della vendetta (cfr Gen 4, 23-24), così le disposizioni di Mosè sul divorzio limitavano gli eccessi di barbaro arbitrio del maschio-padrone, ponendo un argine.
L’esortazione Amoris Laetitia ci aiuta a essere realisti, a non presentare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (n. 36). L’idealismo allontana dal considerare il matrimonio quel che è, cioè un «cammino dinamico di crescita e realizzazione». Per questo non bisogna neanche credere di difendere l’istituto familiare «solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia» (n. 37). Invitando a una certa “autocritica” di una presentazione non adeguata della realtà matrimoniale e familiare, il Papa insiste che è necessario dare spazio alla formazione della coscienza dei fedeli: “Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (n. 37). Gesù proponeva un ideale esigente ma «non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la samaritana o la donna adultera» (n. 38).
Il capitolo ottavo costituisce un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore propone. Il Papa qui usa tre verbi molto importanti: “accompagnare, discernere e integrare” che sono fondamentali nell’affrontare situazioni di fragilità, complesse o irregolari. Poi presenta la necessaria gradualità nella pastorale, l’importanza del discernimento, le norme e circostanze attenuanti nel discernimento pastorale, e infine quella che egli definisce la «logica della misericordia pastorale».
Per quanto riguarda il “discernimento” circa le situazioni “irregolari” il Papa osserva: “sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione” (n. 296). E continua: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’”(n. 297). Ancora: “I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale” (n. 298).
In questa linea, accogliendo le osservazioni di molti Padri sinodali, il Papa afferma che “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. …La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa” (n. 299). Più in generale il Papa fa una affermazione estremamente importante per comprendere l’orientamento e il senso dell’Esortazione: “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete (…) è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il ‘grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (n. 300).
Questo è il “sogno di Dio”, come lo chiama Padre Ermes Ronchi[3]: « Gesù passa oltre il lecito e l’illecito, oltre le strettoie di una vita immaginata come esecuzione di ordini. A lui non interessa regolamentare la vita, ma ispirarla, accenderla, rinnovarla. Ci prende per mano e ci accompagna a respirare l’aria degli inizi, a condividere il sogno iniziale di Dio: in principio, prima della durezza del cuore, non fu così…. Il vero peccato non è trasgredire una norma, ma trasgredire un sogno, il sogno di Dio».


[1] Presbitero della Diocesi di Termoli-Larino, noto anche per la difesa dei più deboli soprattutto nel periodo di ricostruzione del post-terremoto e per le sue posizioni su altri temi caldi del territorio. 
[2] Accanto alla Torah scritta, il Talmud (che significa “insegnamento”) è il grande libro sacro dell’Ebraismo che lo considera come la “Torah orale”, rivelata sul Sinai a Mosè e trasmessa a voce, di generazione in generazione, fino alla conquista romana. Il Talmud fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei temettero che le basi religiose di Israele sparissero. Il Talmud consiste in una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti e i rabbini circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah.
[3] Avvenire 14-10-2012




PARROCCHIA SOLIDA, LIQUIDA…PROCESSUALE
Enzo Biemmi

La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /1
10 settembre 2021 /La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /1 – SettimanaNews

di: Enzo Biemmi
Dal 26 al 28 agosto ad Asiago si è svolto il primo incontro relativo al progetto “La Parrocchia del Triveneto: una sfida da accogliere”, organizzato dall’équipe coordinata da fratel Enzo Biemmi e sostenuta dall’ISSR di Verona e dalla Facoltà teologica del Triveneto. È l’inizio di un percorso che si snoderà in tre anni ed è sostenuto dalla CEI: un progetto di teologia pratica che approfondirà il grande tema della parrocchia in chiave missionaria. Pubblicheremo in tre puntate la relazione di fratel Biemmi.
Questo intervento non intende fare la sintesi dei lavori di gruppo (già presentata), ma di collocare quanto è emerso dai racconti in una riflessione pastorale più larga, in modo da renderci consapevoli della direzione da prendere. Di fatto, è il solo intervento propositivo di questa nostra tre giorni e per questo abbiamo voluto prepararlo con una certa cura. È una riflessione che vi propongo come referente di questo progetto, ma è stata condivisa all’interno di un piccolo gruppo di noi in due tappe successive. È quindi anche il risultato di un lavoro comune. La proposta è divisa in tre parti.
La problematica
In questo primo punto proviamo a ridire in sintesi qual è la situazione rispetto alla parrocchia, i problemi che si pongono, le domande che ci facciamo. Cosa appare chiaro?
In Europa ci troviamo da tempo di fronte all’“arretramento o fine della civiltà parrocchiale” secondo l’espressione di Christoph Theobald.[1] L’affermazione piuttosto cruda non dice di per sé che sia finita la parrocchia (anche se più di uno lo crede) ma la forma della sua iscrizione sociale e territoriale tipica di una società di cristianità (coincidenza tra appartenenza civile e religiosa in un territorio preciso).
Se per alcune aree europee questo arretramento è già una fine, in altre, tra cui l’Italia, questo dato convive con un altro: continuità di una parziale identificazione, attese e domande proprie di una società di cristianità, la parrocchia come luogo di servizi religiosi. Questo costituisce una delle fatiche e delle frustrazioni più grandi per i parroci e gli operatori pastorali. Come si fa a parlare di “missione” quando quelli che vengono continuano a chiederci di essere una stazione di servizio?
In questo quadro si è inserita brutalmente la pandemia. «La pandemia è stata come una grande burrasca (o tempesta), che dall’albero parrocchia ha fatto cadere tante foglie e qualche ramo: l’albero ora è più spoglio e lascia vedere con chiarezza nodi problematici». «Ha funzionato anche come lente di ingrandimento, evidenziando problemi che c’erano anche prima e su cui anche prima riflettevamo in forme diverse (con l’impressione di essere in ritardo…): ad es. nel campo dell’IC, della corresponsabilità/ministerialità, del rapporto con il territorio… In questo senso la pandemia sembra aver agito da “acceleratore”».[2] Nello stesso tempo, la pandemia ha obbligato a smettere alcune cose e fatto nascere, come la tempesta Vaia, una nuova generatività anche se fragile. Capiamo bene la frase di papa Francesco: «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla».
A partire soprattutto dagli anni ’80 la reazione delle diverse Chiese europee è stata di dedicare tutte le proprie energie alla ricomposizione del territorio ecclesiale: come reimpiantare la Chiesa in una cultura che l’ha emarginata o espulsa. Questo è stato fatto secondo una duplice strategia:

  • quella della resistenza, che consiste nell’accettare l’esculturazione del cristianesimo in Europa, puntare sulla sua crescita e vitalità in altri continenti e qui costituirsi come “piccolo resto” più evangelico, con un ruolo contro-culturale di testimonianza. Il problema, secondo questa strategia, non è il cristianesimo e la forma di Chiesa, perché la fede è sempre uguale a se stessa, il problema è questa cultura. Non si parla quindi di riforma, ma di resistenza e radicalità di una minoranza;
  • quella del ripensamento dell’identità del cristianesimo, della forma di Chiesa, della sua iscrizione territoriale, non contro ma dentro l’attuale cultura, di una rivisitazione del cristianesimo discendendo «verso quei “luoghi” elementari dell’esistenza umana e sociale dove nascono le nostre convinzioni».[3]

Per quanto riguarda il ripensamento della parrocchia nella sua modalità organizzativa, questo ha preso forme diverse riassumibili in due: le unità pastorali o aggregazioni simili; il rimodellamento interno alle parrocchie secondo modalità diverse in base ai contesti culturali e sociali. Il contesto urbano, per esempio, vede già volti di parrocchie molto diverse tra di loro.
La strategia di riorganizzazione, quando si è basata essenzialmente sul criterio del numero dei preti e quello di coprire un territorio sempre più vasto conservando tutto, ha mostrato in questi anni molti limiti, di natura diversa. Le “unità pastorali” come tentativo di soluzione possono essere nient’altro che un modello tridentino, portandolo al sovraccarico e qualche volta al collasso, aumentando i problemi organizzativi e il peso sulle spalle dei preti che restano e dei pochi laici che collaborano.
Arnaud Join-Lambert, di area belga, afferma: «La nostra ipotesi è che si sia fatto ricadere sulla parrocchia più di quanto essa non potesse accogliere (“tutto, per tutti, in un luogo”) in scala sempre più grande» (l’unità pastorale come la “parrocchiona”). Aumentare l’impegno organizzativo diminuisce sempre di più la possibilità per la comunità ecclesiale di rispondere alla necessità di vivere il vangelo e di annunciarlo. Anche i laici associati sperimentano questa fatica.
François Moog dice che le unità pastorali e i gruppi pastorali che sono nati per sostenerle sono spesso una variante ecclesiologica del modello precedente, in quanto sono sempre “alcuni” ad avere l’incarico del tutto e per tutti.[4]
Queste osservazioni suonano come un giudizio pesante su quanto fatto finora, ma non mettono di per sé in discussione la scelta (per tanti versi inevitabile se non l’unica possibile), ma invitano a verificare i criteri con la quale è stata fatta e viene condotta.
In alcuni gruppi questa questione è stata affrontata e i due racconti sono, da questo punto di vista, confortanti: si può rimodulare la presenza della Chiesa su un territorio non per semplice ampiamento di scala, ma facendo di questo un modo di mettere in atto un nuovo stile e un nuovo modo di essere comunità. C’è ampio consenso sull’appello a una conversione missionaria della parrocchia e di tutte le forme pastorali. Due i numeri di EG che fanno da riferimento: il n. 27[5] e il n. 28.[6] Il codice “conversione missionaria” è ormai un dato condiviso, sia dai pronunciamenti del magistero,[7] sia dalla riflessione teologico-pastorale, sia da chi lavora alla base. Così condiviso e così ripetuto da divenire uno slogan.
Ma proprio su questo punto emerge un problema: come transitare dal modello attuale di parrocchia a una Chiesa missionaria? Il problema è pratico. Il problema sono i processi di transizione, il “tuilage[8] tra una forma presente e una da creare: come transitare il cambiamento.[9]
Infine – e non è poco – resta da chiarire se la parrocchia è in grado di cambiare, visto che si tratta di una istituzione di per sé nata per il mantenimento e la conservazione e che non ha nel suo DNA una logica missionaria. O, al di là delle dichiarazioni e della difesa a spada tratta del “cattolicesimo popolare italiano”, questa parrocchia non è in grado di cambiare ed è meglio che gradualmente scompaia, a favore di altre forme di vita ecclesiale sorte in questi ultimi tempi? Continuiamo o no a puntare sulla parrocchia?
È su questa questione di fondo che tornerò alla fine di questa riflessione, perché è su questo che siamo chiamati a fare una scelta di campo.
Alcune convinzioni condivise
Dentro questo quadro, ricco di sfide e di interrogativi, si sono già delineate alcune convinzioni e anche alcuni indicatori di direzione, che proviamo semplicemente a nominare. Sono dei punti di riferimento abbastanza condivisi.
1) Una prima convinzione, rafforzata dal Covid ma già presente prima, è la necessità di tornare all’essenziale. Questo richiede un atto di discernimento che consiste nel riconoscere quello che finisce e quello che emerge nei cambiamenti attuali di società e di Chiesa. «Che cosa è essenziale nella vita della comunità cristiana, nella vita di fede, nel variare delle condizioni? In quali forme l’essenziale si può ridisegnare in modo che la perdita di una modalità non significhi perdita della vita nella fede? A livello di celebrazione-preghiera, di catechesi-formazione, di carità?».[10] È la domanda che ci siamo fatti nei gruppi.
2) La condizione per questo discernimento sull’essenziale è che la Chiesa non rimanga attaccata alle proprie strutture. La Chiesa non deve difendere le sue strutture, perché è cosciente di una missione che la supera e la anticipa: corre sempre dietro alla sua forma. Di conseguenza non è attaccata alla struttura parrocchiale come tale. Ciò che le importa è di dare al popolo di Dio la possibilità e i mezzi concreti di riunirsi, di praticare la fede e di avere il loro posto nella società.[11]
3) Nel ripensamento della parrocchia, quello che è in gioco non è solamente e tanto un rimodellamento istituzionale, ma una vera riforma interiore della Chiesa, di cui non conosciamo ancora tutte le conseguenze. Nella relazione costitutiva tra strutture e figura di Chiesa, la conversione delle strutture è condizione per una riforma di Chiesa.
4) Due sono le coordinate che devono orientare l’evoluzione missionaria della parrocchia: l’assunzione comune della missione di annuncio del vangelo, rendendolo disponibile a tutti; il posto e lo statuto della comunità cristiana nella società, come prossimità e segno della carità di Cristo. Queste sono le condizioni perché abbia senso accettare volentieri di essere una minoranza evangelica, e non una setta o un’espressione di controcultura.
5) Nel compito di rendere a tutti disponibile il vangelo (che è la prima coordinata) è prioritario che la parrocchia si configuri come lungo che si prende cura della fede di chiunque o fede elementare (Theobald), cioè della fiducia nella vita che mantiene la sua promessa di riuscita (di salvezza) contenuta già in ogni nascita. In questo senso per missione va inteso prima di tutto il servizio al Regno e non alla Chiesa e al suo accrescimento. Il riferimento diventano gli incontri di Gesù con la gente, non finalizzati prima di tutto a fare discepoli, ma a restituire vita. L’iscrizione della fede nelle esperienze fondamentali della vita è, dunque, la prima forma di “Chiesa in uscita”, dal mondo sacro alla vita delle persone. La vita della gente è alfabeto di Dio. Se una parrocchia fa questo, essa è missionaria.
6) Nello stesso tempo, la parrocchia va riconfigurata in modo che sia in grado di proporre nella libertà la fede discepolare o cristica, attraverso il kerigma come è inteso da EG 164,[12] e di nutrire la vita di fede dei credenti attraverso l’ascolto della Parola, momenti di interiorità, spazi di condivisione e di solidarietà, come indicato dalla prima comunità cristiana nel libro degli Atti.
7) La prossimità è la seconda coordinata di una parrocchia missionaria. Essa si esprime come solidarietà verso ogni forma di emarginazione, esclusione, violenza e ingiustizia e si traduce in un contributo per una umanità più fraterna e solidale, rendendo prossima la signoria di Dio.
8) L’assunzione della missionarietà come criterio di riforma chiede anche una rivisitazione dei funzionamenti interni della comunità, uno stile sinodale e di corresponsabilità, un’estensione della ministerialità, una ridefinizione del ministero del presbitero non nella linea del “pivot” (che sa circondarsi dei fedeli) ma del traghettatore, che sa realmente “esistere” per mettersi da parte, che esercita l’autorità per autorizzare i fedeli a divenire liberi e autonomi.[13] Un’altra immagine significativa per ridire nella prospettiva di una comunità missionaria la funzione del presbitero è quella del servizio «delle midolla e delle giunture» (Eb 4,12), del servizio di comunione che veglia alla crescita della comunità.
Quello della sinodalità dal basso e del ripensamento delle ministerialità ecclesiali sarà il nostro secondo punto di osservazione il prossimo anno.
Dalla condizione della secolarizzazione e dal dramma della pandemia esce una Chiesa ferita come la società in cui essa vive, dimagrita e interrogata (Laiti). Proprio questa condizione di fragilità appare favorevole per lo scongelamento delle sue strutture attuali e la loro rimodulazione in chiave missionaria.


[1] Christoph Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, EDB, Bologna 2019, 81.
[2] Giuseppe Laiti, Verso una chiesa tra le case della gente. Prima lettura delle “schede di ritorno”. Si tratta della sintesi presentata da don Giuseppe Laiti sul lavoro di discernimento del clero di Verona nell’anno pastorale 2020-2021.
[3] Theobald parla di “accommodement” e di “dépassement”.
[4] Fançois Moog, La Participation des laïcs à la charge pastorale. Une évaluation théologique du c. 517 § 2 (Théologie à l’Université 14), DDB, Parigi 2010.
[5] «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione…».
[6] «La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità».
[7] Va segnalato in particolare per la Chiesa italiana il documento sulla conversione missionaria delle parrocchie, che ha anticipato molti temi presenti in Evangelii gaudium: CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004.
[8] Si veda : Le “tuilage” en pastorale. Comment faire du neuf sans désavouer le passé? «Lumen Vitae» 2020 n. 4.

[9] Si tratta di tenere in tensione due versetti del vangelo: «vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22) e «Ogni scriba divenuto discepolo è simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
[10] Giuseppe Laiti, ibidem.
[11] Mgr Claude Dagens, Le réaménagement des paroisses en France. Une réforme intérieure, in Les regroupement paroissiaux. Bilan et perspectives, «Lumen» Vitae 2012, n° 1, 104.
[12] «Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti».
[13] Christoph Theobald, Urgenze pastorali, o.c., 248.


La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /2
di: Enzo Biemmi. 17 settembre 2021/La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /2 – SettimanaNews

Dopo aver descritto la situazione attuale delle parrocchie sul nostro territorio e aver tracciato alcuni punti di condivisione, l’autore mette a confronto due ipotesi contrapposte di parrocchia: una parrocchia “liquida”, totalmente destrutturata, oppure una parrocchia ancora presente sul territorio sia pure in modalità diverse? Dai racconti sintetizzati nei lavori di gruppo e dalle convinzioni circa i passi possibili, nasce la domanda evocata alla fine del primo punto, domanda a cui dobbiamo dare una risposta: la parrocchia è in grado di assumere una postura missionaria o è meglio fare affidamento ad altre forme di vita ecclesiale? Qualcuno pensa che la parrocchia non abbia possibilità di evoluzione e che si tratti di pensare forme visibili di Chiesa totalmente diverse. Possiamo far credito alla capacità delle parrocchie di divenire missionarie o dobbiamo chiedere loro di lasciare il testimone a queste forme nuove di vita ecclesiale? Presento a questo proposito due posizioni diverse, poi dirò come si configura la nostra scelta in questo lavoro triennale appena avviato.
L’ipotesi di una parrocchia “liquida”.
Prende forma, prima di tutto, l’ipotesi di una parrocchia liquida. Possiamo fare riferimento, tra gli altri, ad un articolo di Arnaud Joint-Lambert, pubblicato anche in italiano sulla Rivista del Clero.[1]
Trovandoci in una cultura liquida, l’autore propone una presenza pastorale liquida, attribuendo all’attuale parrocchia definita “solida” (utilizziamo il linguaggio proposto dall’autore) una sola delle funzioni della presenza ecclesiale, quella per i già appartenenti (lo zoccolo duro, diremmo noi) o comunque per quelli che ci passano di tanto in tanto in cerca di servizi religiosi.
A partire dalla constatazione che «il tempo della Chiesa al centro del villaggio è finito», l’autore prende in esame il moltiplicarsi di modalità di presenze di Chiesa non parrocchiali, in particolare in aree ormai radicalmente secolarizzate. Prende come esempio le Citykirchen (chiese della City), nate nei centri urbani germanofoni, la cui caratteristica è di andare verso le periferie esistenziali. «La City è una zona attrattiva, densa, dinamica, dove si mescolano impiegati e passanti, turisti e clienti. In tale contesto sono sorti luoghi aperti a tutti, descritti come “oasi di silenzio”, “luoghi di maturazione della fede”, “luoghi di pausa”. Le Citykirchen sono sia una Chiesa deparrocchializzata, riadattata alla finalità del progetto, sia una costruzione nuova adattata al progetto. Le Chiese storiche e turistiche sono talvolta l’occasione di progetti del genere». Ora, «quando gli operatori pastorali non sono più impegnati “per tutto” e “per tutti” come è nelle parrocchie (pensiamo soprattutto ai funerali, ai sacramenti e alla catechesi), si liberano tempo ed energie per altre cose, più creative, singolari e di tipo evenemenziale»[2] e quindi missionarie.
«Facendo eco alle Idee di Platone, questi luoghi d’incontro sono contrassegnati dal Bello (esposizioni, concerti, creazioni artistiche e culturali ecc.), dal Bene (sostegno ai migranti, alle persone precarizzate ecc.) e dal Vero (formazioni, conferenze, scambi ecc.)». «Il contatto diretto e fisico con tutti coloro, uomini e donne, che sono lontani dalle parrocchie è l’obiettivo comune di tali iniziative».
Il punto di vista dell’autore è il seguente: «le Chiese sono oggi poste di fronte alla sfida della missione “per tutti”, che le parrocchie non svolgono più. Si tratta di moltiplicare luoghi simili, che non pretenderebbero di rappresentare il “tutto”, ma offrirebbero l’incontro attorno a una dimensione dell’esistenza, un’ospitalità, una convivialità o un sostegno». «Per la Chiesa si tratta di proiettarsi in un modo diverso di svolgere la propria missione, che chiameremo la “parrocchia liquida”».
In questa direzione, le parrocchie-solide (quelle nostre attuali, per capirci) sarebbero ormai solo una delle componenti delle parrocchie-liquide, una forma tra tante e quella che, di fatto, ha meno potenziale missionario di tutte.
Come si articola la proposta di una parrocchia liquida? Fondamentalmente attorno a tre dimensioni:

  • L’accompagnamento delle fasi della vita della gente, per periodi stabili ma provvisori (battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni, funerali). Questo aspetto potrebbe essere quello gestito dalla parrocchia solida. In questo compito c’è anche l’eucaristia domenicale.
  • C’è poi tutta la pastorale degli eventi, di proposte legate ai diversi carismi, caratterizzate dalla creatività e libere da ogni struttura.
  • E poi c’è la cura della dimensione mistica, attraverso proposte di preghiera e di salutare solitudine.

Quel che conta è capire che l’obiettivo di questa liquidità tridimensionale è di salvare il per tutti.

  • Dentro tutta questa liquidità pastorale, una posta in gioco oltre il “per tutti” sono le relazioni: creare luoghi di relazioni umane, che sono appunto carenti nella cultura liquida. La sfida è mantenere la comunione dentro questa varietà di comunità.
  • Questa posizione va ben oltre l’autore citato e ben oltre l’area germanofona. Ad esempio, troviamo una posizione simile e ancora più accentuata nel mondo protestante anglosassone, dove si parla di una forma di Chiesa caratterizzata dalla “misted economy[3](economia mista), per indicare l’insieme di forme di chiesa non strutturate, diversificate, creative, e per questo missionarie.

Queste forme, nate in America del nord in modo contrapposto alle parrocchie tradizionali, nel Regno Unito si sono sviluppate in una modalità più pacifica e dialogale. Un rapporto del 2004 in Inghilterra recensisce dodici tipologie di queste nuove forme di Chiesa, alcune delle quali conosciamo perché sono entrate anche da noi.
È anche la posizione in Italia ad es. di Andrea Riccardi rispetto alla presenza della comunità cristiana nelle grandi città.[4]
Se mi sono soffermato su questa prima ipotesi, è perché non è una teoria. In parte è già in atto anche da noi ed è una tendenza che affascina, soprattutto – come sappiamo – le ultime generazioni di preti, molti dei quali non provengono più dalle parrocchie, ma, per esempio, da momenti forti come le giornate mondiali della gioventù, o da esperienze spirituali dei movimenti, o da un viaggio a Medjugorje, o dalla partecipazione alla proposta dei 10 comandamenti… quindi da eventi puntuali, da una di queste forme definite “Chiese emergenti”. È una proposta che attira, perché libera dalla gestione delle strutture parrocchiali, implica fortemente, permette al prete di avere la sensazione di vivere veramente il proprio ministero spirituale, di esercitare una leadership spirituale, ha un effetto missionario visibile e gratificante.
Questa dunque è una prima ipotesi in cui collocare i criteri indicati sopra e quelli emersi dai gruppi: andare verso una parrocchia missionaria significa derubricare quella attuale (lasciandole un compito di gestione di momenti precisi) e dando spazio a variegate forme di Chiesa.
L’ipotesi di una parrocchia dei servizi religiosi che si mantiene in movimento
C’è però un altro modo di pensare il ruolo della parrocchia attuale e di intendere la sua missionarietà. Il sociologo Jean-Marie Donegani, in una conferenza tenuta alla Facoltà del Triveneto nel 2008,[5] prende le distanze da questa scelta di una parrocchia liquida, sia per motivi sociologici che teologici. Egli utilizza due modelli per interpretare la parrocchia nel contesto culturale mutato: il modello comunità (o “setta” secondo la dicitura sociologica) e il modello Chiesa come “servizio pubblico religioso” (anche qui utilizziamo il linguaggio sociologico, con tutti i suoi limiti). Rovesciando le nostre rappresentazioni egli ritiene più missionario questo secondo, nel senso in cui lo è stato Gesù nei suoi incontri con i personaggi del vangelo.[6].
Scrive: «Nei fatti le parrocchie non sono comunità nel senso sociologico del termine in ragione della grande diversità delle condizioni sociali delle persone che esse radunano, della pluralità delle culture che le abitano e della grande varietà del livello di implicazione delle persone che raggruppano (cioè dei loro livelli di fede). Se restringiamo, a partire dalla logica comunitaria, la destinazione della parrocchia al solo livello dei cristiani più impegnati, è la cattolicità della Chiesa che non è più onorata».
La socializzazione propria di una Chiesa “servizio pubblico religioso” «consente la partecipazione di tutti alla vita religiosa e rispetta le differenti soglie di implicazione personale grazie a un sistema di aggregazione molto largo e stabile. Mentre la “setta” funziona secondo un principio intensivo, la Chiesa funziona secondo un principio estensivo: raduna il più grande numero di persone e propone senso anche a coloro che non fanno esplicitamente parte del suo corpo. Mentre nel primo modello comunitario i credenti fanno la Chiesa, in questo secondo modello è la Chiesa che fa i credenti».
Donegani sa bene come reagiamo di pancia a una proposta di questo tipo, frustrati dal fatto di sentirsi ridotti a fornitori di servizi. Ma ci invita a superare la nostra fatica e i sospetti verso una parrocchia di questo tipo, dicendoci che «la sua prossimità e la sua visibilità sono dei segni della sua destinazione a ogni passante; segni della sua vocazione a interessarsi a ogni uomo senza emettere giudizi anticipati sulla qualità del suo desiderio di Dio».
Inoltre, afferma che «non è certo per il fatto che la parrocchia è stata storicamente concepita all’interno del quadro di una logica di appartenenza (quella propria del modello tridentino), che essa è incapace di onorare un’altra logica». Egli sostiene dunque quanto dice EG, la sua plasticità che la rende capace di divenire missionaria ma non elitaria.
Se accogliamo questa provocazione, ci dobbiamo allora chiedere come pensare una parrocchia non liquida (il che – come abbiamo visto – equivarrebbe a dissolverla a favore di altre forme di Chiesa) ma che sa “onorare un’altra logica” rispetto a quella dell’appartenenza o dell’inquadramento, una logica generativa che è un altro modo di dire “missionaria”. Come accompagnare la parrocchia attuale ad essere una comunità generativa?
Parrocchia connotata da “una stabilità processionale”
Vincenzo Rosito, docente di filosofia teoretica presso la Facoltà teologica San Bonaventura-Seraphicum di Roma, ci suggerisce la direzione[7] partendo dall’osservazione di una processione della statua della Madonna in un quartiere popoloso di Roma ormai largamente multietnico.
Guardando questa processione, Rosito supera la tentazione di relegarla semplicemente nella “sottoclasse” delle forme di pietà popolare, espressione residua della parrocchia tridentina. Questo camminare tra i quartieri, tra i palazzi nei cui piani bassi sono collocate delle moschee, in questo arcipelago etnico, viene da lui percepito come «un’azione collettiva che plasma e conferma la postura di una comunità in cammino, che rende visibile ed esperibile la gestualità della sequela, che attraversa lo spazio urbano rappresentando per tutti la prossimità itinerante del Dio di Gesù».
In altre parole, l’autore suggerisce, a partire dal contesto urbano, che la parrocchia può essere questo: una comunità in cammino, di sequela di Gesù, di prossimità con la gente. Questo si traduce «in una pastorale che assuma la fecondità della dimensione processionale e che faccia della processualità l’orientamento, lo stile e il metodo delle pratiche credenti». Una parrocchia “processuale” o “processionale”.
Per l’autore «la parrocchia non può limitarsi a diventare più “liquida” per incontrare le richieste di chi scorre nei flussi del pendolarismo urbano. Essa conserva una qualità da riscoprire e da valorizzare: l’ambivalenza».
«Il verbo greco paroikein è portatore di due significati apparentemente contraddittori, ma fecondamente complementari. Nel senso più comune paroikein significa vivere insieme ad altri, risiedere vicino o in prossimità di altre persone (la chiesa come casa tra le case della gente). Lo stesso verbo però viene quasi sempre impiegato nei testi biblici per indicare l’atto del peregrinare e quindi l’essere forestiero;[8] paroikein significa anche essere viandante e straniero. Comunità di residenza e di cammino, espressione della stabilitas ed esercizio di estraneità, luogo solido e accogliente che tuttavia conserva la mobilità di una tenda: sono queste le polarità che non possono mancare nella riconfigurazione pastorale della parrocchia davanti ai mutamenti attuali».
In altri termini, Rosito invita la parrocchia a vivere volentieri la sua ambivalenza, a non cadere nella tentazione della liquidità, a rimanere un luogo stabile, in cammino, seguendo Cristo, in prossimità con la gente di qualunque livello di fede.
Questo è un secondo modo di intendere la conversione missionaria della Chiesa e il passaggio verso una parrocchia missionaria.
È importante per il nostro cammino sulla parrocchia del Triveneto che portiamo il discorso fino a questo punto, altrimenti rimaniamo costantemente nell’ambiguità. Che posizione prendiamo di fronte a queste due proposte? In quale direzione intendiamo orientare la conversione missionaria delle nostre Chiese?


[1] Aranaud Joint-Lambert, Verso parrocchie ‘liquide’ ? Nuovi sentieri di un cristianesimo ‘per tutti’, «La Rivista del Clero Italiano»3 (2015).
[2] Parola sofisticata, dal francese “événement”, evento puntuale.
[3] Andy Buckler, L’Église émergente en contexte anglophone, in Evangéliser. Approches œcuméniques et européens, Jérôme Cottin et Elisabeth Parmentier (a cura), LIT Verlag, Zurigo 2015, 81-102.L’autore analizza e sostiene questo proliferare di forme di Chiesa, chiamate “Chiesa emergente”, rivolte a chi non fa parte delle nostre parrocchie. Si veda anche Eglises aux marges, Eglise en marche. Vers de nouvelles modalités d’Eglise, sous la direction d’Isabelle Grellier et Alain Roy, Travaux de la Faculté de Théologie Protestante de Strasbourg 15, Association des Publications de la Faculté de Théologie protestante, Strasbourg 2011.
[4] «La Chiesa non può irrigidirsi nelle sue istituzioni parrocchiali, non deve tracciare confini tra dentro e fuori, che spesso vuol dire chiudersi nelle strutture, ma popolare l’orizzonte della città globale di presenze ecclesiali molteplici, capaci di incontro, carismatiche, diversificate, prossime e dialoganti con la gente. La parrocchia urbana non è un fortilizio del cristianesimo… ma una realtà viva accanto ad altre realtà… La moltiplicazione nella città dei soggetti ecclesiali con caratteri diversi parte da una non assolutizzazione del territorio, ma anche nell’accettazione di cammini imperfetti, specie all’inizio, eppure capaci di crescita. Non si può controllare tutto… bisogna favorire questa libertà creativa. Non ci dev’essere timore di concorrenzialità nella pluralità, ma va fatto crescere un modo pluridimensionale di affrontare la realtà umana anche di un territorio» (Andrea Riccardi, La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Editori Laterza 2021, 207-208).
[5] Jean-Marie Donegani, C’è un futuro per la parrocchia? Soggettivismo, ricerca di senso e servizio della Chiesa, «La Rivista del Clero Italiano»6 (2008).
[6] Si veda tra gli altri apporti in questa linea: Valérie Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon 2019, 47-72.
[7]Vincenzo Rosito, La parrocchia nella città che cambia, «Rivista del Clero» 6/2018.
[8] È il termine usato dai due discepoli di Emmaus nei riguardi di Gesù: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”.


La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /3
24 settembre 2021
di: Enzo Biemmi

Dopo i due articoli precedenti, l’autore presenta un’ipotesi di lavoro per il Triveneto, ma in realtà il discorso riguarda tutte le aree della Chiesa italiana che sentono l’urgenza di dare una risposta adeguata alla propria situazione, al proprio territorio e alla sua gente.La scelta di una posizione o di un’altra, che porta a orientare diversamente la pastorale, tanto più quanto si è responsabili di una parrocchia o di una diocesi, dipende da diversi fattori: dalla formazione che si è avuta, dalle convinzioni teologiche, dall’esperienza da cui si viene (come dicevo prima per i preti giovani), ma soprattutto dal contesto sociale e culturale che ci è proprio.

Un’indagine che continua
Il nostro contesto del Triveneto non è quello dell’area europea totalmente secolarizzata, neppure del mondo anglosassone protestante, tantomeno del nord America. Questo non significa non mettersi in reale ascolto di quanto ci viene da queste aree culturali, ma richiede un discernimento per una risposta adeguata alla propria situazione, al proprio territorio e alla sua gente.
È per questo motivo che il percorso che abbiamo iniziato e che procederà per i prossimi due anni percorre la seconda prospettiva di cambiamento missionario. Scommette sul fatto che il binomio parrocchia-missione non sia un ossimoro. Scommette sulla possibilità che la parrocchia possa essere questo spazio stabile e in cammino dietro al Signore che renda possibile sperimentare la prossimità di Dio per tutti i livelli di fede, tutte le culture, tutte le storie di vita delle persone, a servizio della fede elementare e, quando possibile, della fede discepolare.
Certo, questo richiede alla parrocchia di non essere gelosa di altre forme di accesso alla fede, di lasciarsi da esse interrogare, di ospitarle, sapendo che, alla fine, tutte le forme di accesso alla fede hanno necessità di strutturarsi, devono trovare un approdo sufficientemente stabile e ordinario, hanno bisogno di un riferimento non esclusivo, di un luogo che dica la cattolicità della Chiesa e dove l’eucaristia celebri e educhi a questa cattolicità.
Non è una scelta ideologica. È un’ipotesi di lavoro aperta. Non si tratta tanto di prendere posizione tra due visioni diverse, ma di metterci in ascolto di quello che accade nelle nostre comunità, di imparare dai racconti delle parrocchie che camminano, due dei quali abbiamo analizzato in questi giorni. Altri sette sono stati raccontati e accuratamente analizzati dal Progetto Parrocchia della Toscana e dell’Emilia-Romagna.
In questi racconti si vedono parrocchie che stanno diventando missionarie senza liquefarsi e senza sparire. Si vede soprattutto che non c’è più “la parrocchia” (monomodello) ma ci sono “le parrocchie”, non solo perché molte sono diventate unità pastorali, ma perché si stanno configurando in modalità molto diverse a seconda del territorio e della situazione culturale.[1] Queste parrocchie stanno integrando una pluralità di forme di accesso alla fede, rimanendo però un riferimento allo stesso tempo stabile e in cammino.
Senza, quindi, farne una scelta ideologica, riteniamo che sia questa la via da seguire verso una conversione missionaria per il nostro contesto del Triveneto. Proviamo dunque a lavorare per una parrocchia che faccia della “processualità” la sua modalità di conversione missionaria. Questa parrocchia può ospitare e favorire altre forme di accesso alla fede anche imperfette, senza che diventino esclusive. Di questo infatti si tratta: non sono tanto forme alternative di Chiesa (o “Chiese emergenti”) ma esperienze diversificate di accesso alla fede.
Dentro questa scelta possiamo allora valorizzare fino in fondo i criteri emersi dai racconti e dai gruppi e quelli che emergeranno nei prossimi due anni, dedicati all’ascolto di pratiche secondo l’angolatura della ministerialità/sinodalità e della presenza di prossimità al territorio.
Come sarà la situazione fra vent’anni?
Questa scelta rimane però aperta. Non è un modo rassicurante per dire: tranquilli, la parrocchia tiene, continuiamo così senza ascoltare altre sirene. È la scelta che oggettivamente ci sembra la più adeguata per il nostro contesto e la sua storia, ma è basata sulla consapevolezza che la riforma non la faremo noi, ma ci arriverà dalle sorprese di Dio.
Come saranno le cose fra vent’anni? Pur assumendo questa posizione, che ci sembra la più corretta, dobbiamo mettere in conto che ci siano delle conversioni e delle sorprese che non possiamo immaginare. I cambiamenti sono così veloci che non possiamo dominarli.
Ma quello che possiamo fare e che ci consola – e non è poco – è il fatto che l’agire pastorale da mettere in atto per questo cambiamento della parrocchia in prospettiva missionaria è il risultato di uno «sguardo non solo analitico, né esclusivamente missionario, ma essenzialmente contemplativo» (la famosa domanda di don Dario su dove è in tutto questo la spiritualità).
Alla luce della Evangelii gaudium
Terremo bene insieme le affermazioni di due numeri di EG.
«Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (EG 28).
«Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. … Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata» (EG 71).
Scriveva Martini: «lo Spirito c’è, anche oggi, come ai tempi di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro» (C.M. Martini, Tre racconti dello Spirito, Centro Ambrosiano, Milano 1997, p. 11).
Questa è la postura giusta dentro l’impegno di ripensamento delle nostre parrocchie: andare dietro ai percorsi che il Signore sta già facendo nel cuore delle persone.
«Solo Dio può generare qualcuno che possa partecipare alla sua vita. Allora la domanda che dobbiamo farci non è: come farà la Chiesa a suscitare nuovi cristiani? Quali strategie pastorali dovrà essa adottare per diventare più efficace? […] Dobbiamo invece porci su un altro piano: cosa accade fra Dio egli uomini e le donne che vivono all’alba di questo secolo? Quali percorsi prende Dio per incontrarsi con essi e farli nascere alla sua vita? E quindi cosa chiede alla Chiesa di cambiare, trasformare nella sua maniera tradizionale di credere e vivere, per assecondare quell’incontro?».[2]
Assecondare l’incontro tra Dio e gli uomini di oggi, incontro già in atto prima che noi arriviamo, è un bel modo di pensare con responsabilità ma anche senza ansie la conversione missionaria delle nostre parrocchie.


[1] Molto significativa a questo proposito è l’analisi fatta da Augusto Bonora, prete di Milano, che dialogando con l’articolo di Arnaud Joint-Lambert citato sopra, ritiene che la proposta di una parrocchia liquida non sia adeguata e propone invece di rafforzare quanto è già in atto: la presenza di parrocchie con tipologie diverse a seconda della situazione territoriale e culturale. Augusto Bonora, Sul futuro della parrocchia nella città. Attualità dei modelli della Chiesa apostolica, «Rivista del Clero Italiano», ottobre 2015.
[2] Henri Derroitte, Iniziazione e rinnovamento catechetico. Criteri per una rifondazione della catechesi parrocchiale, in ID. (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, Elledici, Torino 2006, p. 53.




La persona prima della vita
P. Ermes Ronchi

La persona prima della vita
padre Ermes Ronchi  (28-09-2003)

«Non era dei nostri». Quell’uomo che pure cacciava demoni, uno straniero capace di miracoli, di vera lotta contro il male, viene bloccato e diffidato. Ed è Giovanni che parla, il prediletto, l’aquila, detto il «Figlio del tuono», ma qui ancora figlio di un piccolo cuore. Ai dodici non importa che un uomo sia liberato dalla morsa del demonio. Prima viene la difesa del gruppo, del movimento, del partito, l’istituzione viene prima della persona. E così impoveriscono il mondo: l’indemoniato può attendere. «Non ti è lecito guarire di sabato!» avevano intimato gli scribi a Gesù. «Niente miracoli di sabato! La legge vale più della salvezza. La felicità può attendere». Non importa se un malato ritrova il sorriso, il sole, il vigore, il canto. Per loro conta di più la regola astratta. La vita può attendere. E così impoverivano Dio. Gesù risponde con una delle sue rivelazioni capaci di cambiare il corso della storia: la persona viene prima della legge, prima anche della verità. Chiunque fa del bene, chiunque dà un sorso d’acqua, un sorso di miracolo, è dei nostri. Si può camminare sulla strada di Cristo, anche senza essere dei Dodici. Si può essere uomini di Dio anche senza essere uomini della Chiesa, perché il Regno è più grande della Chiesa. E mentre tutti, partiti, chiese, famiglie, classi sociali, etnie, nazioni, ripetono: non sono dei nostri, il progetto di Gesù Cristo, l’uomo senza frontiere, si riassume in una parola sola: comunione con tutto ciò che vive. Gli uomini sono tutti dei nostri, e noi siamo di tutti. Quanti sono di Cristo e forse neppure lo sanno. Lottano contro i demoni di oggi, ingiustizia violenza volgarità; sono capaci dei miracoli dell’amore, dare vita e libertà e futuro a uno solo, alla propria famiglia, a cento fratelli. Fuori dall’accampamento, eppure profeti. «Fossero tutti profeti», esclama Mosé. E profezia è lasciarsi colpire dal grido dei mietitori defraudati (Giudici 5,4); imparare a sentire la sinfonia del pianto di un bambino; ascoltare il mondo e ridargli parola, perché tutto ciò che riguarda l’avventura umana riguarda me. Perché tutti sono dei nostri e noi siamo di tutti.
«Se il tuo occhio, la tua mano, il tuo piede ti sono di scandalo, tagliali...». Linguaggio estremo che ci ricorda la serietà della posta in gioco: è davvero possibile fallire la vita. Richiama ciascuno alla propria responsabilità: il «tuo occhio, la tua mano», «tu sei il tuo proprio rischio»; la colpa non è sempre degli altri, della società o della famiglia. Solo per le anime deboli la colpa è sempre altrove. La soluzione del male non è la mano tagliata, ma la mano convertita, mano di profeta dove Gesù pone un bicchiere d’acqua fresca anche per chi non era neppure dei nostri.




26 settembre 2021. GIORNATA DEL MIGRANTE E RIFUGIATO
Papa Francesco. Messaggio

“Verso un noi sempre più grande”.
Messaggio di Papa Francesco per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 26 settembre 2021

Cari fratelli e sorelle!
Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35). Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del “noi”.
Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità. E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali. In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica.
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia. I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso. Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11). È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande. A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).
Preghiera
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato che nei Cieli si sprigiona una gioia grande quando qualcuno che era perduto viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato viene riaccolto nel nostro noi, che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesùe a tutte le persone di buona volontà la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza che ricolloca chiunque sia in esilio nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare, così come Tu l’hai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.




26 settembre 2021.Domenica 26a
GLI ABUSIVI

XXVI DOMENICA  B 

Preghiamo. O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dei Numeri 11,25-29
In quei giorni, il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».
SalMO 18  I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
Il timore del Signore è puro, rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Anche il tuo servo ne è illuminato, per chi li osserva è grande il profitto.
Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti.
Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,1-6 Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.
Dal Vangelo secondo Marco 9,38-43.45.47-48
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue». 

 GLI ABUSIVI. Don Augusto Fontana.
L’apostolo Giovanni, nella sua fase ancora acerba di discepolo, mormorava:  «C’era uno che stava per fare un esorcismo, ma noi glielo abbiamo impedito perché non ci seguiva (non era dei nostri)» (Marco 9, 38-48).
Anna Portoghese scriveva: «La diversità è una ricchezza incalcolabile. Accettare l’alterità, uscire dal recinto delle proprie culture e religioni, scoprire connessioni e interscambi tra codici e saperi differenti e disgiunti, elaborare nuovi legami umani di conoscenza e affettività, di teoria e prassi, di norma e di libertà, costituisce l’unica strategia in grado di garantirci dall’intolleranza»[1]. L’atteggiamento settario ed esclusivista è presente non solo nelle esperienze religiose, ma anche nel sindacato, nei partiti, nel volontariato: meschinità, faziosità, intolleranza, supponenza, aggressività risparmiano pochi di noi. Anche l’atteggiamento missionario-colonialistico nasce dalla supponenza di essere noi i buoni e gli altri i bisognosi di conversione. Oggi sono tempi di fondamentalismo, non solo da parte musulmana.
Gesù sta attraversando la Galilea quando i discepoli gliene combinano un’altra proprio mentre si sta dedicando all’insegnamento sulla “Pasqua del Figlio dell’uomo” e sulle relative conseguenze anche per il discepolo. Il Vangelo di domenica scorsa  ha presentato la prima parte dell’insegnamento. Oggi viene presentata la seconda parte: brevi affermazioni e ammonizioni certamente pronunciate in occasioni e luoghi diversi, ma incollate qui l’una accanto all’altra, senza un riconoscibile intento unitario. Forse Marco ha costruito la sua pagina attorno a due parole: il Nome di Gesù e lo scandalo. La scollatura tuttavia è evidente e i messaggi suonano diversificati: l’uso settario  del nome di Dio e lo scandalo.
«Chi scandalizza uno di questi piccoli (servi) che credono…». Notizie quotidiane potrebbero invitare a riflettere sullo scandalo dei pedofili e dello stupro che infettano e brutalizzano vite e dignità dei nostri germogli umani. Alcuni preti sicuramente staranno tuonando dal pulpito contro questa vergogna, forse davanti a vecchiette innocue. Non basta non essere pedofili per sentirci adulti tranquilli di fronte alla nostra responsabilità educante e testimoniante nei confronti dei piccoli. L’evangelista Marco non aveva, in verità, un imminente problema di pedofilia da risolvere. Chi sono questi “piccoli che credono” e che non devono trovare una comunità-macigno sul loro cammino? Probabilmente anche Paolo si è imbattuto in questo problema; nella sua comunità di Corinto i fratelli “forti nella fede” mangiavano le carni provenienti dai macelli sacri dei templi pagani, scandalizzando i fratelli “deboli” più tradizionalisti e scrupolosi. Paolo approva la libertà di coscienza dei fratelli più maturi, ma si propone a loro come portatore di un’esemplare e inequivocabile “libertà condizionata”: «Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8, 13). Anche la virtù può essere settaria, macigno sui piedi dei piccoli e sul cammino di chi “non è lontano dal Regno di Dio”. Qui a S. Evasio ho il problema delle…campane; un certo gruppo di fedeli si lamenta (per ora si limita a lamentarsi) perché ho smesso di suonare le campane. E non ci sono ragioni che tengano quando dico, pazientemente, che ciò che deve suonare nella nostra parrocchia è “la vita pasquale dei credenti che escono dall’eucaristia domenicale,  testimonianza sonora e gioiosa di un evento che è capace di cambiare la vita e infettare il quartiere”. E’ la voce profetica della comunità che deve rimbombare e spalmarsi sui tetti, nelle case, nelle botteghe; far suonare le campane è più facile ma più deresponsabilizzante. Ma questo è un problema…locale; torniamo agli orizzonti più larghi offertici dalla liturgia.
 Il settarismo degli inquilini.
Dio ogni tanto crea degli “abusivi. Quando confiniamo la fede tra le abitudini della vita, ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio “come al solito”. Ma Dio pare che non sia mai “come al solito”. Dio non si trova riducendosi a fare quello che si è sempre fatto. Come il cieco Bartimeo (Marco 10) che “lascia il mantello”, siamo chiamati ad abbandonare un certo numero di vecchie abitudini incollate sulla pelle. Credere significa accettare che Dio abbia da offrire qualcosa di diverso dalla nostra porzione di cibi quotidiani e di orizzonti familiari. Qualcuno ha detto: «Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi e lui ci offre praterie eterne». Inquilini di queste praterie, noi subiamo la tentazione di farcene proprietari. Come i vecchi barbogi latifondisti brasiliani gridiamo «Fuori gli abusivi!» a chiunque varca confini su cui vantiamo diritti inconsistenti. Pare invece che Dio ogni tanto mandi degli “abusivi”: «Allora il Signore prese lo spirito di Mosè e lo infuse sui settanta anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono. Due uomini, Eldad e  Medad, erano rimasti nell’accampamento e lo spirito si posò su di essi; erano fra gli iscritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse:  “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”.  Allora Giosuè disse:  “Mosè, signor mio, impediscili!”» (Numeri 11, 25-29). Eldad e Medad, deferiti alla legittima autorità da due giovani spioni, sono due fra i tanti “non autorizzati”  sulle cui spalle grava l’incarico di scongelare e dissequestrare quei doni di Dio che sono destinati alla partecipazione anziché all’appropriazione. Carismi utili che, come scrive il Concilio Vaticano II°, «si devono accogliere con gratitudine e consolazione» perché «Cristo, il grande profeta, compie il suo servizio profetico non solo per mezzo della gerarchia ma anche per mezzo dei laici» [2]. Anche nel Vangelo di oggi pare che emerga dall’ombra un anonimo carismatico che non proviene dal gruppo originario dei dodici. Nella comunità dell’evangelista Marco il fatto non doveva essere infrequente. A tale riguardo è illuminante un evento narrato dal Libro degli Atti degli apostoli: «Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto delle sante Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo»[3]. Apollo è un catechista abusivo. Molto simile all’anonimo carismatico del Vangelo di oggi, ma più fortunato di lui. I fratelli della chiesa lo incoraggiano ed è dolcemente affiancato da Aquila e Priscilla, due semplici sposi artigiani amici di Paolo. Se Apollo fosse stato contemporaneo dell’acerbo discepolo Giovanni avrebbe potuto sentire da lontano la sua gelosa lamentela: «C’era uno che stava per fare un esorcismo, ma noi glielo abbiamo impedito perché non seguiva noi»: qualche volta succede che siamo noi a presumere di essere seguiti perché ci proponiamo come pesi e misure standard dell’invocazione del Nome del Signore.
A quei tempi era normale che il nome di Dio o di un sant’uomo venisse pronunciato, evocato e invocato per una guarigione. E’ così che Pietro guarisce il paralitico alla porta del Tempio «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3,6). E il paralitico cammina.
In periodi e ambienti un po’ più sospetti e bui, l’invocazione del Nome santo serviva anche a dimostrare che la propria divinità era più brava, più vera e più potente di quella altrui. C’è un fatto, nella Bibbia, che costituisce per me un reale problema di fede e di credibilità; Elia, il profeta che fa compagnia a Gesù sul Tabor, viene narrato come uno dei tanti surreali inquisitori della storia. Ogni religione ha i suoi talebani di intolleranze religiose mai sopite. Al termine della lettura di queste pagine dure e fondamentaliste, smarrisco il volto di un Dio fattosi “buona notizia” nelle parole di Gesù: «Chi non è contro di noi, è per noi». Forse Elia, in quel momento, era ancora nella fase acerba, come il Giovanni del Vangelo; più tardi capirà che la religione non è un concorso a premi. Sul monte Carmelo, invece, sfida quattrocentocinquanta profeti di Baal: «Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Per una mattina intera i profeti invocano Baal, ma non si sente un alito, né una risposta. A mezzogiorno Elia può permettersi di ironizzare:  «Gridate con voce più alta! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Poi la sua preghiera si fa presuntuosa:  «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando». Chissà come, cade una folgore che brucia tutto. A tal vista, tutti si prostrano a terra ed esclamano:  «Il Signore di Israele è Dio! Il Signore di Israele è Dio!». L’obiettivo parrebbe raggiunto. Ma per lo zelante profeta Elia la conversione dei fedeli di Baal non è sincera. Elia fa catturare i profeti di Baal, li fa scendere nel torrente Kison dove li sgozza (1 Re 18). Requiescant in pace questi 450 invasati martiri che ebbero la sfortuna di stare dalla parte sbagliata sfidando un sant’uomo un po’ omicida, ma solo un po’, a causa della sua piccola virtù settaria.
Fossero capitati sul tragitto galilaico di Gesù avrebbero trovato in lui un convinto difensore della loro causa persa: «Non impediteli!». Gesù non si limita al comando; fa seguire tre motivazioni scandite da tre “infatti”, presenti nel testo greco, ma malauguratamente cancellati dalla traduzione liturgica:
1- Infatti chiunque fa del bene nel mio Nome ha già compreso l’essenziale del mio messaggio;
2- Infatti chiunque non è contro di noi è a nostro favore[4] ;
3- Infatti chiunque vi darà un bicchier d’acqua non perderà la sua ricompensa: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo…perché io ho avuto sete e mi avete dato da bere». (Matteo 25,34-40). Fate attenzione, invece, ai tranelli tesi da coloro che defraudano, gozzovigliano, condannano i giusti, ingrassano di beni fino a vomitare: «Ora voi, ricchi, piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano» (Lettera di Giacomo 5, 1-6).  C’è dunque uno scandalo che proviene dal fanatismo di chi usa il vangelo in modo demagogico, disumano, settario ed esclusivista;  ma c’è pure lo scandalo, forse più frequente, che proviene da chi addolcisce arbitrariamente il Vangelo per addomesticarne i ruvidi paradossi, scegliendo la diplomazia anziché la profezia. E’ scandalo grave anche la Parola di Dio resa inoffensiva.
La passione del confronto.
Domenica scorsa Gesù invitava ogni singolo discepolo ad adottare, dentro la propria comunità, l’ultimo posto, quello dell’inserviente che porta vivande a tavola e raccoglie il vomito dei commensali. Oggi pare che il problema diventi più epifanico: non solo ogni discepolo, dunque, ma anche la comunità, in quanto gruppo, è invitata a non attribuirsi troppa importanza quando si rapporta col proprio contesto umano, sociale e religioso. Le comunità grette di Mosè e di Gesù partoriscono mugugno invece che lode, invidia invece che stupore, delegittimazione invece che accoglienza. Lo Spirito di Dio viene tenuto in ostaggio. La chiesa subisce tutte le tensioni e le dinamiche di ogni gruppo umano, non avendo garanzie assicurative né automatismi assistenziali divini.
Ogni gruppo è vivo quando elabora i suoi contenuti e le sue finalità; quando le mette in atto, traducendole in azione. Potrebbe accadere che, proprio perché ha fatto tanta fatica a raggiungere l’accordo tra i membri, il gruppo senta la necessità di porre dei limiti ad ogni ulteriore elaborazione. Così “codifica” la fede, la dogmatizza, la burocratizza. Da questo momento, chi non si attiene alle direttive viene considerato eretico, deviante, sospetto. E non perché la sua opera potrebbe scardinare il sistema, ma perché essa risulta “scomoda”, obbligando tutti i membri a rivedere le proprie posizioni, a faticare per la ricerca di un nuovo equilibrio, a vivere in crisi ancora per un certo periodo. Viene più facile serrare le file ed emarginare, tacitare, isolare chi propone una nuova esperienza. Oggi i fenomeni devianti non sono così eclatanti come alcuni decenni fa; il dissenso si presenta sotto forma di silenzioso abbandono o di indifferenza.
Il monaco E. Bianchi scriveva: «I cristiani continuano ad essere molto impegnati, ma ci si può interrogare su questa stagione per alcuni tranquilla, per altri stagnante. Nella vita ecclesiale si sono moltiplicati gli incontri, a volte con dimensioni oceaniche, ma si sono rarefatti i dibattiti. Va riconosciuto che il clima surriscaldato segnato dalla conflittualità tra gerarchia e fedeli non esiste più, ma ad esso è subentrata non una comunionalità più profonda e praticata nel vissuto quotidiano, bensì un appiattimento, una  stanchezza che forse lascia spazio alla tentazione della non responsabilità da parte di tutti i battezzati. Sembra quasi che, essendosi logorata per abuso la passione per il confronto, oggi nella chiesa i canali di comunicazione siano intasati. Nella piena consapevolezza che sul cristiano non può regnare la paura nè la passività perchè l’unica sudditanza è quella al suo Signore, andrebbe recuperata quella franchezza a audacia di parola che animava i rapporti tra i primi discepoli del Signore. La chiesa non ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare, se riesce a mostrare che la presa della parola nella sua vita, prima di essere un rischio è anzitutto una responsabilità. Non abbiamo dunque bisogno di voci uniformi, nè di cristiani passivi e muti nè di adulatori dell’ambiente ecclesiastico»[5].


[1] ROCCA, Cittadella,   n. 18/2000 pag. 31. 
[2] Lumen Gentium , n.12 e 35. Cf. Gioele 3, 1-2: «Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito.».
[3] Atti 18, 24 ss
[4] il testo  pare in contraddizione con il parallelo di Matteo 12,30: «Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con me, disperde», ma altro è il contesto: chiunque compie iniquità, non può dirsi discepolo anche se dice “Signore!”.
[5] E.Bianchi Da forestiero, PIEMME, pagg. 125-128.




LA CHIESA NON PUO’ CHE ACCOGLIERE
P.Ermes Ronchi

La Chiesa non può che accogliere
padre Ermes Ronchi (19-09-2009)

Il Vangelo riferisce uno dei momenti di crisi tra Gesù e i discepoli.
Per paura non lo interrogano, per vergogna non gli rispondono, si isolano da lui: meglio il buio che la luce. Nei Dodici si esprime la mentalità che si dirama ovunque in tutte le vene del mondo: competere, primeggiare, imporsi, «chi è il più grande?».
A questa voglia di potere, che è principio di distruzione della convivenza umana, Gesù contrappone il suo mondo nuovo: «Se uno vuol essere il primo sia il servitore di tutti». Servo non per rinuncia, ma per prodigio di coraggio.
Servire: verbo dolce e pauroso insieme, perché il nostro piacere è prendere, accumulare, comandare, non certo essere servi. Invece servizio è il nome nuovo della storia, il nome segreto della civiltà.
Ma questo non basta, c’è un secondo passaggio: «Servitore di tutti» dice Gesù, senza limiti di gruppo, di famiglia, di etnìa, di chi lo meriti o non lo meriti, senza porre condizioni.
Ma non basta ancora, c’è un terzo gradino: «prese un bambino e lo mise in mezzo» il più inerme e disarmato, il più indifeso e senza diritti, il più debole tra gli ultimi!
«Se non sarete così…». Parole mai dette prima, mai pensate prima, scandalo per i giudei, follia per i greci, ma parole finalmente liberate come uccelli, come angeli, a raggiungere i confini del cuore. Diventate come bambini che vivono solo perché sono amati.
Gesù abbraccia il più piccolo perché nessuno sia perduto, non una briciola di pane, non un agnello del gregge, non due spiccioli di un tesoro. «Neppure un capello del vostro capo andrà perduto, neppure un passero cade a terra» e come potrebbe andare perduto un bambino? Da lì parte il Signore Gesù, dall’infinitamente piccolo inizia la sua cura perché nessuno si senta escluso. Dio e l’uomo hanno oggi nomi inusuali: servitore, bambino, ultimo! Il servitore di tutti, il bambino per cui il solo fatto di esistere è estasi, l’ultimo. Sono quelle parole abissali: o ti conquistano o le cancelli per paura che siano loro ad abbattere il tuo sistema di vita.
Il mondo nuovo, il mondo «altro» nasce da un verbo ripetuto quattro volte nell’ultima riga del Vangelo: «Chi accoglie uno solo di questi bambini, accoglie me; chi accoglie me non accoglie me ma Colui che mi ha mandato».
«La vulnerabilità della vita nella sua fragilità è il luogo da cui prende le mosse l’etica condivisa» (Ricoeur).
La Chiesa o è accogliente o non è. Accogliere un bambino è accogliere Dio. Il volto di Dio inizia dal volto dell’altro (Levinas).