19 settembre 2021. Domenica 25a
UN CUORE GIUSTO AL POSTO GIUSTO

Preghiamo. Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un bambino la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 2,12.17-20
Dissero gli empi:«Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».
Salmo 53 Il Signore sostiene la mia vita
Dio, per il tuo nome salvami, per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Poiché stranieri contro di me sono insorti e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi.
Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo, loderò il tuo nome, Signore, perché è buono.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 3,16-4,3
Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37
quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.  Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
UN CUORE GIUSTO AL POSTO GIUSTO. Don Augusto Fontana
«L’autorità è servizio, diakonìa!»: sacrosanto principio che si è corrotto in banalità per giustificarsi, illudersi, approfittare, tagliar corto, mozzare lingue, normalizzare, gestire dissensi, sfidare volontà di Dio e di uomini. «Lo faccio per il tuo bene!»: altrettanto lagnosa autodifesa di padri-padroni, madri-utero, preti-salvamondo, insegnanti-strizzacervelli, dittatori-messia, padroni-padrini. Praticamente empi sotto mentite spoglie : «Tendiamo insidie al giusto perché ci  è di imbarazzo, ci rimprovera le trasgressioni, ci rinfaccia i tradimenti» (Libro della Sapienza, 2, 12-20).  Escluso dalla lista resta quel bimbo chiamato al centro da Gesù: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Matteo 18, 4). Bambino modello, dunque, in quanto bambino, buono o cattivo che sia, fosse pure uno dei trecentomila bambini-soldato a cui viene rubata l’infanzia. Bambino arrogante pure lui, competitivo per gioco o per guerra, ma sempre comunque piccola struttura umana di cartilagine, friabile sotto il peso dei grandi. Servo e ultimo, non per volontà ascetica, ma per condizione: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Non dice: «se uno vuol presiedere lo faccia con bontà!». L’umiltà di Dio  è nella sua modalità dell’essere-con; tra “essere-con qualcuno” e “chinarsi su qualcuno” c’è un abisso. Dio non si china sui peccatori ma si mette in fondo alla fila con loro[1]. Ruoli, sessi, incarichi, professioni, rapporti affettivi: anche sul caso aperto dal Vangelo di domenica (Marco 9, 30-37) è raccomandabile ricordarci della sfida di Gesù ai rigidi moralisti dell’adultera: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Se ne rammenta la chiesa dove abitano coloro che «non comprendevano queste parole e non osavano chiedergli spiegazioni» discutendo ancora di primati e gerarchie e responsabilità.
Ho conosciuto il tormento e l’ambiguità della responsabilità amministrativa presso gli Istituti IRAIA di Parma[2]: 250 dipendenti per 500 anziani, un carrozzone pubblico da servire con onestà etica e intellettuale, un piano inclinato e scivoloso tra determinazioni irremovibili, diplomazie politiche, concertazione, accondiscendenze, rigore. Ho fatto soffrire dipendenti e sindacati, ma (come si dice di solito) “lo facevo per il loro bene!”. Ho anche conosciuto l’ultimo posto in fabbrica dove, entrato pieno di sicumera clericale, di teologia universitaria e di affabulazione forbita, ho dovuto iniziare la gavetta da una scopa finendo scolaretto di un giovane apprendista esperto che mi ha insegnato i segreti della saldatura di lamiere zincate. La mia cattedra da scriba della chiesa, nei miei 26 anni di lavoro, ha perso spesso il profumo di incenso, catapultata nei mestieri più diversi tra pungenti fetori di verdure, fumi di saldatura, esalazioni di detersivi e pettegolezzi d’ufficio.  Ultimi e servi, dicevamo. Se c’è un’umiltà possibile giungerà nel cuore, come dono, da Dio (Lettera di Giacomo 3, 16 – 4,3). Ma passerà attraverso i capolinea, i fine-corsa, le barbare periferie, là dove i linguaggi delle cose sono troppo triviali per chi è abituato a parlare in punta di lingua e a pensare col lobo nobile del cervello, là dove non ti riuscirebbe di servire l’uomo se non stando in ginocchio, là dove non ti resta più nulla che fissare volti, come mi capitava spesso nei 20 anni di volontariato in carcere: «La porta dell’umano è il volto.  Vedere faccia a faccia, da solo a solo, uno a uno.  Nei campi di concentramento i nazisti proibivano ai deportati di guardarli negli occhi, sotto pena di morte immediata[3]».  Ecco la logica che i discepoli non comprendono, mentre discutono chi sia il più grande: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Luca, nel passo parallelo al testo di Marco, specifica meglio che queste “mani degli uomini” sono “mani di peccatori”. Nelle mani di uomini e per di più impuri e peccatori: lì Gesù finisce la sua carriera. Anche Lui, piccola struttura divina di cartilagine friabile, è consegnato alla forza stritolante di queste mie mani, che sono l’ultimo impensabile posto dove mai Dio avrebbe dovuto andarsi a cacciare. Non sia inutile rimeditare le parole di Enzo Bianchi: «La minorità è un metodo relazionale da non confondersi con la falsa modestia, con l’occultamento del proprio ruolo o capacità. La minorità non è una virtù: è un punto di vista sul mondo e su di sè. E’ una “lateralizzazione” di sè rispetto al mondo, un abbandono della posizione di frontalità o centralità, un mettersi fuori o, piuttosto, ai margini, è un “diventare eccentrici”». Cioè: fuori dal centro.
Miti in graduatoria.
Il libro della Sapienza fu scritto in lingua greca ad Alessandria d’Egitto pochi anni prima della nascita di Gesù. E’ una rilettura attualizzante del Libro dell’Esodo, fatta da ebrei in diaspora tra i pagani. E’ un’esortazione alla fedeltà per credenti che vivono fuori dai circuiti religiosi centrali e proteggenti, sfidati alla resistenza non più da scorpioni del deserto e incursioni armate, ma da una tempesta di laicismo più penetrante e insidiosa della sabbia ventilata nei polmoni dei loro antichi padri. Fedeli, deboli, giusti, minoranze divenuti commestibili per la task-force degli empi. Deboli come gli ingenui che vanno a gare e concorsi senza reti protettive o conducono battaglie perdenti tra il fastidio e l’ironia di chi può, sa ed ha. Anche nel breve assaggio della liturgia di domenica vengono registrate due logiche in collisione, due collocazioni sociali e morali; eterni tormenti e sapienze di credenti che si affidano più alla mitezza della fedeltà resistente che alle sbrigative condiscendenze di palazzo, impossibilitati a imporre fondamentalismi  se non sulla propria carne. Una sommaria analisi[4] dei verbi del testo odierno qualifica le azioni degli empi e la logica che anima le loro decisioni. Otto i verbi imperativi, di ieri e di oggi: spadroneggiamo, non risparmiamo, non rispettiamo, tendiamo insidie, vediamo, proviamo, mettiamo alla prova, condanniamo. E al centro sta il giusto, quel bambino chiamato in mezzo da Gesù per farne la propria parabola e l’icona del discepolo. La sfida aperta si ripeterà sotto la croce: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora se gli vuol bene» (Matteo 27,43). La pensano così «ma si sbagliano» (Sap. 2,21). In attesa della controprova, non resta che resistere e pregare: «Dio, per il tuo Nome, salvami, per la tua potenza rendimi giustizia» (Salmo 54). Anche una sommaria analisi del cuore della Lettera di Giacomo individua questo scontro mai sedato perché giocato tra i sei personaggi in cerca d’autore annidati nella nostra intima personalità: «Da dove vengono le vostre liti? Bramate e non riuscite a possedere, invidiate e non riuscite a ottenere e perciò fate guerra e uccidete». Otto attributi descrivono la sapienza che viene da Dio: trasparente, pacifica, mite, arrendevole, misericordiosa, imparziale, senza ipocrisia, feconda di giustizia. C’è una virulenza infettiva anche da parte dell’autorevolezza dei giusti: l’autorità qualche rara volta cede il passo all’autorevolezza; una cortesia rara in questi tempi. Raccomandabile la lettura del Cap. 5 del Libro della Sapienza: «Allora il giusto starà con grande fiducia di fronte a quanti lo hanno oppresso e a quanti hanno disprezzato le sue sofferenze. Costoro vedendolo saranno presi da stupore per la sua salvezza inattesa. Pentiti, diranno fra di loro, gemendo nello spirito tormentato: “Ecco colui che noi una volta abbiamo deriso; giudicammo la sua vita una pazzia e la sua morte disonorevole. Perché ora è considerato tra i figli di Dio e condivide la sorte dei santi? Che cosa ci ha giovato la nostra superbia, passata come ombra e come notizia fugace?”».
«Beati i miti perché erediteranno la terra» riferisce l’evangelista Matteo. La figura del mite è intercambiabile con quella del povero fin nello spirito.  Il termine greco che lo esprime è «praus», cioè uomo non violento, non aggressivo.  La mansuetudine/mitezza può essere causata da due fattori: o dalla qualità morale interiore della persona non violenta, umile, giusta e credente o da uno stato sociologico oggettivo della persona umiliata, oppressa, esautorata, diseredata. Il Salmo 37 è una preziosa fonte interpretativa di questa beatitudine. Si scoprono le identità di due soggetti:  i poveri (in ebaico ‘anawim) e i malvagi (in ebraico reshaim). Nel Salmo chi sono i poveri? Quelli che sperano nel Signore e seguono la sua via; gli spossessati, irrisi, imbrogliati, i benedetti dal Signore, gli innocenti. E chi sono i malvagi? I nemici del Signore, i perversi, gli intriganti, gli empi, i mafiosi, i furbetti. I reshaim per una sola volta sono chiamati “nemici del Signore” (v. 20b), mentre la loro azione contro il prossimo riempie il salmo; è proprio la loro ingiustizia e i loro intrighi che li rende “nemici del Signore”. Non c’è dunque nessun  intento intimista, spiritualista o psicologico: si è di fronte ad un problema sociale che è pure religioso e viceversa. Leggendo il salmo, l’attenzione viene polarizzata sul malvagio che trionfa usando l’intrigo. Otteniamo un quadro di ingiustizia aggressiva premeditata. Il Salmo inoltre si chiede: di fronte a questa ostilità aggressiva e al successo degli intrighi, cosa deve fare il giusto innocente? Deve evitare ogni violenza di sentimento  e di azione, non ripagare il male con il male, non seguire il metodo dei malvagi, non invidiarli, mantenersi sulla buona strada con generosità.  I miti, allora, sono coloro che restano umani e dolci e, non avendo alcun mezzo per far valere i propri diritti, non adottano i preparativi della guerra santa che, per esempio, gli Esseni avevano predisposto nel loro Regolamento per la guerra di sterminio dei figli delle tenebre[5]. Il salmo, allora, predica la rassegnazione? Non esattamente: il povero deve desiderare, chiedere, sperare di uscire dalla sua situazione e di recuperare il suo diritto senza ricorrere alla violenza, deve, insomma, dare una mano al Signore affinchè le trame dei malvagi si rivoltino contro loro stessi. “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10,16).
Secondo i discepoli del Vangelo un ordine e una gerarchia erano necessari. Essere servo, nella organizzazione sociale dell’uditorio giudaico di Gesù era considerato un obbrobrio, una nefandezza.  Essere servi, nel vangelo, non è una questione solo di ordine morale o ascetico o spirituale ma di ordine teologico perché descrive il rapporto del credente con Dio e di Dio col suo popolo. Un Dio che dice «Ascolta Israele!» e un popolo che risponde: «Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi» (Salmo 123, 2).  I discepoli volevano sapere chi tra loro fosse il primo: primus inter pares (primo fra uguali) o servus servorum Dei (servo dei servi di Dio) . Chi di noi non vorrebbe migliorare la propria posizione senza danneggiare gli altri e per fare, anzi, del bene a sé e agli altri? A chi non verrebbe il sospetto che forse certi ruoli sono vere vocazioni del Signore, tremende responsabilità da assumere in “profonda umiltà”? La discussione dei discepoli rivelava una ambizione di grandezza oppure (come pare suggerisca Matteo 18,1-10) una legittima curiosità di sapere chi era più caro a Dio nel Regno dei cieli? Si trattava dunque di concorrenza o di una legittima preoccupazione di entrare nelle graduatorie di gradimento di Dio o di chi sarebbe salito più in alto nella gerarchia delle sette classi conosciute da fonte farisaiche relative al mondo avvenire?
Tra voi non sia così.
«E giunsero a Cafarnao e, davanti alla casa, domandava loro…e sedutosi chiamò i dodici…». Le folle lo lasceranno in pace fino al cap. 10; ora Gesù è ritirato con la propria comunità e l’insegnamento non è rivolto a politici rampanti, cattedratici carrieristi o dirigenti autoritari; è rivolto particolarmente alla chiesa perché almeno lì, e lì prima di tutto, i discepoli sperimentino un laboratorio e una simulazione di ciò che si vedrà quando il Regno mostrerà la sua consistente visibilità. «Questa presa di coscienza non risparmia l’ambito ecclesiastico dove anzi l’esercizio del potere appare ancora più disumano per il carattere sacrale delle sue motivazioni. Nella chiesa l’esercizio del potere è ancora predemocratico, ma non sarà certo la democratizzazione a rendere la chiesa più conforme al vangelo: sarà la rinuncia al potere come tale, in quanto dominazione coattiva sulla coscienza dell’uomo[6]». Anche nella mente di Gesù esistono dei ranghi: «Sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato» (Marco 10, 40). Per Dio esistono dei ranghi primi spettanti agli ultimi, ai minori, ai piccoli, ai servi: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli… Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Luca 12, 37; Marco 10, 45). I servi sono serviti. Così accadrà alla mensa eucaristica di domenica davanti all’umile Dio. «L’innocente, nel senso latino del termine, è colui che non nuoce. Né a se stesso, né agli altri. Quando l’egoismo regna, per evitare di nuocere a se stessi, ci si adopera a nuocere agli altri. Ma Gesù di Nazaret insegna al contrario che nella misura in cui si nuoce agli altri si nuoce a se stessi. Pertanto manda a monte tutto il gioco. E’ un guastatore, lo si uccide. Quel che è accaduto a Gesù accade nel corso della storia a coloro che portano un riflesso dell’innocenza eterna: li si sopprime. Sappiamo che ciò può essere fatto in molti modi: violenza, astuzia … Se l’incarnazione è atto di umiltà lo è perché Dio è essere di umiltà[7]».
Maurice Zundel[8] scrive: “Quando dimenticate voi stessi perché vi trovate in un paesaggio che vi rapisce, o davanti ad un’opera d’arte che vi toglie il respiro, o davanti ad un pensiero che vi folgora, o davanti al sorriso di un bambino che vi commuove, sentite davvero di esistere; ma lo sentite tanto più forte, quanto più l’avvenimento vi distrae appunto da voi stessi. E’ questo il miracolo della conoscenza autentica: arriviamo a noi stessi guardando un altro e perdendoci in lui…. Il vero Dio, il Dio cristiano, il Dio che si rivela in Gesù Cristo, è un Dio che ha perso tutto eternamente… Dio è Dio perché non ha nulla. Dio è il grande Povero, la cui sola beatitudine è quella di donarsi…”. Solo con un Dio così “inoffensivo” si può entrare veramente in comunione. Nessuno può sentirsi offeso da un Dio inginocchiato e se Gesù è in ginocchio, nel mondo viene introdotta una nuova scala di valori che è appunto lo stile che Gesù propone ai suoi amici “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”.


[1] François Varillon L’umiltà di Dio, Qiqajòn, 2000 pag. 146. 
[2] Oggi denominati “Azienda dei Servizi alla persona”
[3] Christian Bobin, L’uomo che cammina, Ed Qiqajon – Bose.
[4] Servizio della Parola 289/97 pag. 124.
[5] P. Bonnard L’Evangile selon saint Mattieu Delachaux & Niestlé pag. 57
[6] Servizio della parola, 80/76.
[7] François Varillon L’umiltà di Dio, Qiqajòn, 2000, pag. 55 e 95.
[8] Prete svizzero, teologo contestato, poeta, scrittore. Amico del Card. Montini che, da Papa, lo inviterà a predicare il ritiro quaresimale in Vaticano nel 1972.




12 SETTEMBRE 2021. 24a Domenica
LA CROCE ATTACCAPANNI

XXIV DOMENICA B

Preghiamo. O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaia 50,5-9
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. È vicino chi mi rende giustizia; chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Sal 115.  Camminerò alla presenza del Signore, nella terra dei viventi
Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo.
Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi.
Ero preso da tristezza e angoscia. Allora ho invocato il nome del Signore: “Ti prego, liberami, Signore”.
Buono e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso.
Il Signore protegge i piccoli: ero misero ed egli mi ha salvato.
Hai liberato la mia vita dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi dalla caduta.
Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 2,14-18
Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.
Dal Vangelo secondo Marco 8,27-35
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Va’ dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.
LA CROCE ATTACCAPANNI. Don Augusto Fontana
Ricordo che un giorno avevo convocato un gruppo di giovani e adulti per una giornata di riflessione. L’appuntamento era in una casa parrocchiale abbandonata in uno spopolato paese di montagna. Quando girai la chiave nella toppa, seguito da vocianti e spensierati amici, fui investito da uno squallido abbandono. Faceva freddo, fuori e dentro. Capii subito che l’accoglienza ce la saremmo dovuta guadagnare con un efficiente lavoro casalingo di squadra. Ma ciò che mi colpì fu una croce astile, piantata in un piedistallo ligneo lì nell’ingresso. La compagnia dei buontemponi entrò con tutta la dotazione di cappotti e cappelli che finirono appesi su quella croce. Una croce ridotta ad appendiabiti. Anche Pietro, a mio nome, ha voluto fare di Gesù l’attaccapanni delle sue/mie buone opinioni borghesi guadagnandosi un esorcismo «Torna dietro a me, Satana!».  «Mi chiamate maestro e non mi ascoltate/ mi chiamate luce e non mi vedete/ mi chiamate via e non mi seguite/ mi chiamate vita e non mi desiderate/ mi chiamate verità e non mi accogliete/ mi chiamate eterno e non mi cercate/ mi chiamate clemente e non mi invocate/ mi chiamate giusto e non mi temete. Se io vi condannerò, non mi incolpate[1]». Già! Quale paradossale attributo confiderò domenica al Signore, senza mettere a repentaglio la mia ortodossia e senza compromettere troppo le mie ovvietà religiose ed esistenziali?
La fede proclamata in strada.
«Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla». Con questa preghiera la liturgia inaugurerà una nuova settimana lasciandosi dietro, o portandosi dentro, giorni da cardiopalmo. Storie di umana ovvietà, accanto a tutte le altre silenziose ovvietà di tenerezza e onestà che si consumano nelle case, nei luoghi di lavoro e del disagio; storie contigue alla Salvezza che a sua volta si fa storia benchè paradossale. Non potrò prescindere da questi ciottoli di strada quando domenica sarò anch’io chiamato, per l’ennesima volta, a sostenere la misteriosa curiosità del Signore: «Mentre camminavano per la strada interrogava i suoi discepoli: “Cosa dicono di me?”» (Marco 8,27-35). Ancora più imbarazzante sarà la sua sfrontata richiesta: «Ma io chi sono per voi? Cosa dite di me?» che in filigrana rivela il suo inespresso risvolto: «Voi, chi dite di essere?». Dare un giudizio di merito su Gesù servo sofferente e solidale di Dio e dell’uomo (Isaia 50, 5-9), comporta definire la misura della nostra esistenza. Ce n’è abbastanza per andarci cauti o aspettarsi uno degli esorcismi più duri pronunciati da Gesù: «Vade retro satana!», torna dietro di me e non essermi di inciampo perché «la fede se non ha le opere è morta» (Lettera di Giacomo 2,14-18).
«Sei venuto a rovinarci!»
Ripetiamolo. L’Evangelo secondo Marco scorre polarizzato da due domande: Chi è Gesù? Chi è il discepolo? Ma soprattutto: Dove ci porta? Domande interfacciate e speculari: levitano o precipitano insieme. Tre sono gli eventi fondamentali di rivelazione della personalità di Gesù nell’evangelo di Marco:  all’inizio quando Gesù si mette in file con i peccatori e partecipa al movimento di riforma di Giovanni  detto “il Battezzatore” e riceve l’investitura dal Padre: «Questo è il mio Figlio prediletto di cui mi vanto!»; al centro, quando Pietro celebra il suo sincero, ma problematico Credo: «Tu sei il Cristo» sullo sfondo di una Trasfigurazione che non si sa se abbia il sapore del giorno di pasqua o del venerdì santo; alla fine, sotto la croce, quando l’impuro comandante del plotone di esecuzione vede spirare “in quel modo” il suo condannato a morte e presta la sua bocca al Padre celebrando il suo Salmo: «Costui è veramente il Figlio di Dio».
Ma durante tutto l’Evangelo inciampiamo in un susseguirsi di domande e di opinioni su Gesù: «Come possiamo credergli se i nostri scribi non stanno dalla sua parte?… Dove ha imparato a dire e fare queste cose?… Chi è questo che prima sembra Dio e poi frequenta ubriachi e pubblici peccatori?… Chi crede di essere, perdonando i peccati?… Che ha fatto di male?…». Sono domande sospese nel vuoto, senza risposta, affidate ad un silenzio che chiama una mia risposta. Altre domande suscitano vespai di opinioni tra il blasfemo e il perplesso: «è fuori di sé… un bestemmiatore… un eretico… un demonio… un fantasma…». Qualcuno ci azzecca, compresi gli indemoniati: «Io so chi tu sei: il santo di Dio». Ineccepibili intuizioni, teologie ortodosse, proclamazioni sacrosante che hanno solo il difetto di tenercelo a debita distanza esentandoci dalla sequela: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!…Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro non tormentarmi!» (Marco 1,24; 5,7). Nessuno di noi è stato risparmiato dalla coscienza del rischio e del tormento che si corre quando ci si avvicina troppo a Lui e ci si lascia sedurre. Molti di noi sono uomini/donne dell’anticamera, gradevolmente sorpresi dall’incoraggiamento del Signore: «Non sei lontano dal regno di Dio» (Marco 12,34), ma perennemente uomini della vigilia. Abbiamo intuito che la vita delle nostre carabattole va in fumo: «Nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo» (Esodo 33,20). Per questo mi sento un po’ afflitto dal morbo di Parkinson, quella sindrome che ti inchioda le gambe al pavimento nella spasmodica frenesia di muovere passi concepiti nella testa ma mai generati dal circuito sensoriale: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Marco 7,6).
La pagina dell’Evangelo di oggi esprime dunque tutto il problema della comunità di Marco, ma anche della chiesa di oggi: chi è Gesù secondo Dio, secondo la folla, secondo te? L’attività di Gesù provoca gli uomini; i quali lo giudicano secondo le loro piccole speranze e le loro idee personali, pensano il loro avvenire a immagine del passato e non si aprono alla novità della rivelazione. L’inchiesta raccoglie risultati di tutto rispetto: «Dicono che sei Giovanni il Battista, Elia o uno dei profeti». Pietro fa un passo avanti nei confronti della gente. Per lui Gesù non è solo il precursore o l’usciere che annuncia l’imminente ingresso del Messia liberatore: «Tu sei il Cristo, il consacrato, il Messia stesso». La sua è una proclamazione che troverebbe consenziente anche la Congregazione per la dottrina della fede, ma è inquinata dall’ideologia del successo. Scrive il martire Dietrich Bonhoeffer[2]«Per un mondo in cui il successo è misura e giustificazione di tutte le cose, la figura dell’uomo condannato è assolutamente incomprensibile e, nel migliore dei casi, oggetto di compassione. Il mondo vuole essere e deve essere dominato con il successo. Quel che conta non sono le idee, i sentimenti, ma i fatti. Soltanto il successo giustifica le ingiustizie compiute; la colpa si cicatrizza nel successo. Quando la personalità dell’uomo di successo è particolarmente in evidenza, la maggioranza cede all’idolatria del successo. La capacità critica, etica e intellettuale, si ottunde dinanzi allo splendore del successo e al desiderio di parteciparvi. La persona del crocifisso liquida ogni forma di pensiero che abbia come criterio il successo».
Gesù capisce che la precedente catechesi è risultata insufficiente e fa due gesti: sgrida e incomincia da capo a spiegare. Il nostro credere è un cammino con tappe progressive. Siamo cocci resistenti o ribelli alla mano del vasaio che non smette di ricominciare, correggere, rettificare. Prima di questo problematico incontro tra Gesù e i discepoli, Marco riferisce la guarigione del cieco di Betsaida. Guarigione che offre non pochi spunti interpretativi per l’inchiesta di Cafarnao oggetto della nostra meditazione. Si tratta di una guarigione strana, inizialmente malriuscita. Dopo il primo tentativo, il cieco quasi si lamenta: «Vedo gli uomini come se fossero alberi che camminano». Occorre una guarigione ancora più radicale e decisiva: la cecità aveva resistito al primo impatto liberante di Gesù. Così è per Pietro, nostra controfigura. La sua è una professione che non lo coinvolge pienamente; prova ne sia l’imminente tradimento. Pietro «ragiona secondo gli uomini», vuol salvare le proprie carabattole, si vergogna davanti ad una generazione dal pensiero unico che chiede miracoli, risonanze clamorose, chiese piene e piazze acclamanti, management vincente e produttivo di vaticano e parrocchie, share di ascolto in concorrenza con telenovele e laidi concorsi televisivi. «La minorità – scrive Enzo Bianchi[3]dovrebbe diventare una scelta, un obiettivo da perseguire. Per comprendere il senso di questa scelta abbiamo solo il rovesciamento della logica mondana, il paradosso delle Beatitudini. Essendo un paradosso non si può credibilmente argomentare, persuasivamente formulare, efficacemente comunicare. La ragione non può nulla contro i paradossi e i paradossi sono impotenti e retrocedono di fronte alle argomentazioni. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto Francesco. La “mimica” di Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento “sine glossa” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti. La minorità è un modo di essere e non un modo di parlare o di scrivere. E’ uno stile di vita diffuso, capillare. E’ un metodo relazionale da non confondersi con la falsa modestia, con l’occultamento del proprio ruolo o capacità. La minorità non è una virtù: è un punto di vista sul mondo e su di sè. E’ una “lateralizzazione” di sè rispetto al mondo, un abbandono della posizione di frontalità o centralità, un mettersi fuori o, piuttosto, ai margini, è un “diventare eccentrici”. Il “farsi piccoli” implica uno stare nel mondo in un certo modo più che un giudizio sul mondo. Bisogna rinunciare alla verosimiglianza e al buon senso e ricorrere alla fantasia e all’immaginazione. Il minore è povero non perchè è “meno” degli altri, ma perchè  è portatore di una diversità che non può dar conto compiutamente, persuasivamente, efficacemente, delle sue ragioni».  Paolo, più tardi, dirà: «Di nient’altro mi vanto se non della croce di Cristo scandalo per gli uni e idiozia per gli altri… Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Gesù Cristo mio Signore, per il quale considero tutte queste cose come spazzatura, per guadagnare Cristo» (1 Corinti 1, 18-13; Filippesi 3, 7-8).  Ecco perché la domanda di Gesù: «Io chi sono per voi?» diventa: «Voi, chi dite di essere?». La mia professione di fede: «Tu sei mio Cristo» assomiglia alla formula solenne di riconoscimento in occasione di pronunciamenti che hanno ricadute esistenziali di non poco conto come per l’adozione: «Tu sei mio figlio» o per il matrimonio: «Tu sei mia moglie». Mistica (e intraducibile) la confessione di Paolo: «Per me infatti il vivere è Cristo» (ai Filippesi 1,2).
Santi sì, ma non a piedi asciutti.
Riconoscere il Messia può voler dire trovare la chiave interpretativa e direzionale dell’esistenza. Mi perseguitano domande: «Come sarei oggi, se non l’avessi incontrato? E come potrei essere se lo avessi seguito per davvero? In quale misura ho imposto a lui i miei percorsi messianici, i miei parametri?». Riconoscerlo come Messia vuol dire accettare di scendere dalla barca e camminare sul fluido, così come ha tentato di fare Pietro in altra occasione «Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù» (Matteo 14,29). Santi sì – direbbe il monaco Arturo Paoli – ma non a piedi asciutti: «Diventeremo santi mettendoci nell’acqua come Pietro, accettando anche il rischio che mancanze intermittenti di fede ci facciano affondare[4]». Riconoscere il Messia significa accettare di partecipare al suo lavoro messianico di liberazione: «Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza» (Salmo 85). Significa frequentare un luogo assai comune, percorso freneticamente da milioni di persone: la strada. Una prospettiva questa che Gesù di Nazaret ha fatto propria. Lui attraversa, vive, abita le strade. Sa che qui incontrerà persone bisognose di liberazione. La strada è un crocevia di incontri tra uomini, di passione e sofferenza, un cammino che Pietro tenta di fermare. «Dunque i luoghi non sono tutti uguali: chi è seduto sulle proprie sicurezze vede e giudica il mondo e la storia secondo un’ottica diversa da quella di chi vive nella precarietà. Se la chiesa vuole incontrare i poveri, gli esclusi o gli emarginati, è necessario che entri in familiarità con la strada e con la vita che in essa trabocca, come il Maestro insegna con il suo atteggiamento. Ripercorrere la strada, abitarla, significa abitare ogni frazione della vita comune, il tempo, la politica, il territorio, le nostre chiese, affinché nessuno possa sentirsi solo o abbandonato[5]».


[1] Ritrovata nella Cattedrale di Lubecca  e riferita  da G. Ravasi in Famiglia Cristiana 46/98 pag.5 .
[2] D. Bonhoeffer Etica, Bompiani, pp. 65-68
[3] Horeb 18/97 pp.67-74
[4] A.Paoli Ricerca di una spiritualità per l’uomo d’oggi pag 93
[5] Editoriale di CREDERE OGGI 1998 n. 5/1998




5 settembre 2021. 23a Domenica
SALVEZZA DI UNA STORIA

Domenica 23 ciclo B
Preghiamo. O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 35,4-7a
Dite agli smarriti di cuore:  «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua.
Salmo 145. Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre / rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati. / Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi, / il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, / il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova, / ma sconvolge le vie dei malvagi. Il Signore regna per sempre, / il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
 Dalla lettera di san Giacomo apostolo 2,1-5
Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali.  Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?Dal Vangelo secondo Marco 7,31-37
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.  E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

SALVEZZA DI UNA STORIA. Don Augusto Fontana
“Jesucristo liberador”.
Titoli come questo si sovrappongono, si modulano, si duplicano, si mascherano nell’editoria cristiana sud americana. E sempre per ragionare sull’inevitabile funzione pasquale di Gesù, quella di salvare e liberare. Fu “Teologia della liberazione”, fatta di martiri oltre che di teologi. Ora dichiarata fuori uso senza meriti distinti, sfiancata e silenziata da decenni di procedimenti disciplinari. Nella cloaca massima delle nostre società-chiese i poveri restano ancora più poveri e gli oppressi non giungono a nutrirsi neppure delle briciole che cadono dalla mia aristocratica scrivania. I teologi della liberazione oggi scrivono poco, si incontrano raramente, sono sempre meno e quando si riuniscono non rilasciano dichiarazioni: si percepisce lo spessore eloquente del loro silenzio. Forse non é più tempo di denunce profetiche, per lasciar spazio al silenzio “sapienziale” che parli più con i fatti e la testimonianza che con le parole? “Siamo indisponibili – scrive il teologo J.M Vigil – ad ogni “teologia della inevitabilità”, ad ogni “cultura del fatalismo”. La realtà è concepita come storia di salvezza e, simultaneamente, come salvezza di una storia che procede tra alti e bassi. Dio ha un sogno e lo ha proposto agli uomini come utopia, assumendola come suo impegno nella storia. La missione cristiana non ci separa dalla storia; al contrario ci rimanda ad essa”[1]. Anche il profeta Isaia ha scritto la sua “piccola apocalisse” ed il capitolo 35, che viene proclamato nella liturgia domenicale, ne costituisce un assaggio. E’ percorso da un ritmo di opposizione e di capovolgimento. Ciò che ora è sterile diventerà fecondo, la debolezza si capovolgerà in forza. Si tratta di una nuova creazione: il linguaggio e la scenografia ci autorizzano a questo collegamento. L’azione di Dio è vista come un intervento che capovolge una situazione. E non solo nei reconditi recessi dell’anima. Anche per il brano odierno di Marco (7,31-37) la “salvezza di Dio” significa il capovolgimento della situazione: tu, catecumeno, tu eletto, senti sì o no il bisogno di un capovolgimento della situazione? I ciechi, gli storpi, gli zoppi, i muti, i sordi, gli stranieri, le vedove, gli orfani e tutti coloro che non godono delle provvidenze sociali sono i primi clienti della salvezza portata da Cristo, i primi invitati al banchetto regale, quelli che dovevano essere onorati nelle agapi fraterne dalla Chiesa (come scrive Giacomo nella seconda Lettura di oggi: 2, 1-5).
Abbiamo, domenica scorsa, meditato su un altro brano del Vangelo di Marco, nel quale Gesù attacca direttamente i farisei perché mettono al posto del comandamento di Dio l’osservanza della tradizione degli uomini. Ed è questo il primo tratto – il meno sottolineato per lo più nelle nostre assemblee cristiane – della figura di Gesù come liberatore. Gesù si sottrae anche alle turbe che, sfamate, volevano farlo re. Gesù si libera dalla cattura dei poveri che, contaminati anch’essi dalla cultura di cui sono schiavi, mirano a ribaltare la situazione, ma per raggiungere lo stesso risultato. Oggi il vangelo ci parla dell’abbattimento di una barriera che ci è difficile immaginare quanto fosse per gli Ebrei alta e invalicabile: quella nei confronti dei non ebrei e pagani. Ed ecco che Gesù compie miracoli in terra pagana e profetizza che l’eredità del regno passerà nelle mani di coloro che ne erano esclusi[2]”.
L’agire autorevole.
La guarigione del sordomuto (o come meglio si dovrebbe tradurre: sordo-balbuziente) è posta da Marco come conclusione dell’istruzione che segue il primo racconto del miracolo dei pani. Marco struttura questa guarigione nella stessa forma della guarigione del cieco (8,22-26) e intende darvi un particolare significato teologico: il sordo-balbuziente e il cieco rappresentano i discepoli della comunità di Marco, e quindi anche noi, che abbiamo occhi ma non vediamo, abbiamo orecchi ma non ascoltiamo. “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite “noi vediamo!” il vostro peccato rimane” (Giovanni 9, 41). Gesù, durante la disputa di domenica scorsa sul legalismo, aveva detto: “Ascoltatemi tutti e cercate di capire”. Mi è difficile accettare di non essere ancora capace di capirlo.  La gente che assiste per ora è ancora in una fase di innamoramento: “Sei un dio! Sei un mito!”, potremmo tradurre con linguaggio contemporaneo la frase riportata da Marco: “Ha fatto bene ogni cosa!”. Proprio come se si trovassero ad assistere ad una nuova creazione del mondo: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Genesi 1,31). Applausi: “Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità”. (Marco 1,22). Gesù viene spesso presentato come colui che insegna con autorità e che guarisce, liberando, attraverso la sua parola. Il suo è un agire autorevole. Dio visita il suo popolo non per condannare, ma per salvare, per aprire gli orecchi ai sordi e sciogliere la lingua ai muti: azioni messianiche, segni di un agire autorevole, in controtendenza con il mio agire. “L’agire autorevole è quello di colui che si mette a disposizione degli altri per aiutarli ad utilizzare in modo creativo il patrimonio di potenzialità di cui sono dotati. E’ l’agire di colui che si affianca per dare coraggio e far acquistare fiducia. E’ quello che fa Dio con il suo popolo nella prima lettura: “Coraggio! Non temete, ecco il vostro Dio. Ecco viene a salvarvi”. La presenza di Dio non è per schiacciare l’uomo e imprigionarlo nella sua povertà, ma perché abbia fiducia e possa camminare, vedere, parlare. Che succede se nella nostra vita non incontriamo un aiuto autorevole? Il rischio è quello di costruire un’identità a prestito, sempre alla ricerca di ripari protettivi che ci diano quella sicurezza che non troviamo in noi stessi, sempre pronti a divenire succubi passivi di forze esteriori, sudditi rassegnati di altri poteri….Anche le esortazioni di Giacomo nella seconda lettura ricordano che l’autorità vera non è mai autoritarismo. Soprattutto nelle comunità cristiane non possono albergare atteggiamenti autoritari. Eppure proprio le chiese cristiane devono fare un serio esame di coscienza: per secoli hanno resistito alle esigenze di libertà perché anziché farsi educatrici di uomini liberi, hanno sempre nutrito il sospetto che la libertà significasse perdita di potere sui fedeli, hanno sempre temuto che la crescita nella libertà equivalesse a ribellione contro Dio[3]”. Le tradizioni degli uomini possono diventare non già sostegno allo sviluppo e alla tutela della coscienza, ma cappio e ostacolo.
A tappe verso il profondo.
Nelle guarigioni e liberazioni narrate da Marco scorgiamo gli indizi di una catechesi battesimale. Sono miracoli che avvengono in modo elaborato e quasi faticoso, sotto forma anche di esorcismo. Vediamo alcuni particolari del testo di oggi. Siamo in piena zona pagana (Tiro/Sidone/Decapoli). Il transito, dal punto di vista della razionalità del viaggio di Gesù, non si giustifica; sarebbe come andare da Bologna a Firenze passando per le Marche. C’è dunque un’intenzionalità teologica: le zone indicate sono frequentate da pagani considerati impuri da Israele. Il Signore ci avvicina nelle nostre zone di infedeltà e di lì passa e ripassa per fare, dello spazio della nostra incredulità, una occasione e una zona di fede. Lì alcuni anonimi gli portano un sordo-balbuziente. Qui il soggetto è un sordo. Il termine usato nel testo greco significa anche “tonto”: l’’uomo che non intende la Parola di Dio rimane inebetito e intontito: “l’uomo nel benessere non comprende ed è come una bestia” (Salmo 49,13); “se tu non mi parli, Signore, sono come già morto” (Salmo 28,1). L’uomo presentato a Gesù è anche farfugliante, uno che parla poco e male, avendo la lingua inceppata e impedita non solo per le relazioni umane ma anche per la lode nel culto. Emette solo suoni, ma non pronuncia parole sensate: “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode” (Salmo 51, 17). E lo pregano: la preghiera esprime la nostra responsabilità nei confronti di tutti gli uomini. Lo pregano di imporgli la mano. Ma il Gesù di Marco fa ben di più che un gesto della mano. Nel racconto odierno si possono contare sei gesti, che corrispondono quasi a sei tappe di un cammino del Signore insieme con te: ti porta in disparte, “buca” l’orecchio con le dita, tocca la lingua con saliva, guarda al cielo, geme, parla. La guarigione è l’incontro tra i tempi del Signore e i miei. Questo è l’itinerario cristiano: una paziente successione graduale. Dio porta il popolo in disparte, lontano dalla terra della propria schiavitù. Nel Salmo 115, 5 si dice che “gli idoli hanno bocca ma non parlano, hanno orecchi ma non odono”. Gesù cerca di separarci dagli idoli che ci rendono simili a loro: marionette. Lì, in disparte gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua. E’ un’operazione di ri-creazione. Gesù ricostruisce l’icona di Dio tramite lo Spirito che qui viene indicato con la saliva, solidificazione umida del soffio vitale secondo la cultura del tempo. Poi Gesù, con lo sguardo, rinvia tutto al Padre attraverso la preghiera. E geme. E’ il gemito di Dio di fronte al dolore ed è il gemito che emette tutta la creazione, come dice Paolo[4]. E’ il gemito che Cristo lancia dalla croce, è il gemito che lo Spirito lancia verso il Padre intercedendo per gli uomini. Anche noi nella liturgia ci uniamo al gemito di Gesù: “Padre che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire una parola di coraggio a tutti gli smarriti nel cuore, perchè si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie”. La Chiesa si fa Parola attraverso la testimonianza e non solo emettendo giornalini, comunicati, chiacchiere, concerti di campane o di cori.
Orecchio salvato, lingua guarita.
Due sono i livelli emergenti dalle letture: uno più marcatamente liturgico-spirituale ed uno più chiaramente sociale-ecclesiale.

  1. Livello liturgico-spirituale. Essendo, il testo di Marco, una chiara catechesi battesimale è necessario riprenderne le sollecitazioni per la conversione della Chiesa. Il discepolo non può presumere di essere capace da solo di ascoltare la Parola di Dio nè di saper annunciare e lodare “correttamente”. La fede nasce dall’ascolto quando permettiamo al dito di Gesù di forare le membrane interiori dell’ascolto; la lode e l’annuncio nascono da un ascolto guarito. La preghiera diventa un farfugliare vano per chi non basa la propria preghiera su un profondo ascolto guarito. Noi siamo come i catecumeni della comunità dell’evangelista Marco, ciechi che non vedono i segni della misericordia di Dio e delle sue chiamate, sordi che non sanno ascoltare la sapienza delle sue parole, farfuglianti che non sanno proclamare e lodare, storpiati dalle nostre abitudini e paure: “Un musicista suonava uno strumento bellissimo e la musica rapiva il  popolo a tal punto che tutti si erano messi a ballare ciascuno a modo suo. In quel momento passò un uomo sordo fin dalla nascita e vedendo tutta quella gente che faceva movimenti strani giudicò che fossero diventati tutti matti. Era scusato perchè non udiva la musica. Ma se fosse stato più saggio avrebbe intuito la loro gioia e si sarebbe comunque unito a loro nella danza”. “Gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano”: stiamo andando verso Lui, il Signore, condotti dalla Chiesa, sottobraccio gli uni con gli altri per condurci reciprocamente a Lui, proprio come in quel tempo.
  2. Livello sociale-ecclesiale. Il secondo livello riguarda la posizione che tiene la Chiesa nei confronti del ribaltamento delle situazioni: in Isaia e nel Salmo 146 appare chiaro che Dio è “partigiano” nel senso che prende parte, prende una parte. Gesù non dà una generica “benedizione”, ma tocca i centri sensoriali e di percezione più cronicamente impermeabili ad ogni stimolo. Quindi l’attività di Gesù non è genericamente taumaturgica, ma profetico-liberatrice. Gesù più che tendere a fare del sordomuto un affiliato, pensa alla sua effettiva liberazione, a restituirgli le naturali capacità e renderlo pienamente uomo e uomo in relazione. Una delle esigenze contemporanee più urgenti è quella di abbattere le barriere che impediscono la comunicazione, soprattutto abbandonando linguaggi consolidati che ci rendono accettabile la compagnia degli omogenei, ma ci rendono incapaci di ascoltare parole che ci mettono in crisi e dire parole che abbiano un senso per sordi e muti. Anche nella Chiesa “il dialogo è un cammino incompiuto” scrive Egidio Palumbo[5] rileggendo le istanze dell’Enciclica Ecclesiam suam di Paolo VI. Interessante soprattutto il n. 13 della Costituzione Conciliare Lumen gentium dove la categoria di “comunione” viene tradotta in quella più concreta di “comunicazione” reciproca di doni e di tradizioni spirituali tra soggetti ecclesiali diversi e chiese sorelle. Un cammino incompiuto. “Il Signore dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Isaia 40, 29-3).

[1]www.peacelink.it/users/romero/vida.htm 
[2] E.Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 2° pagg. 338ss.
[3] Vittorino Gatti in SERVIZIO DELLA PAROLA, 289/97 pag. 104.
[4] Romani 8,22-27
[5] cf. HOREB, La difficile arte del dialogo, 2/96 pagg. 45ss.




CHE COSA E’ IMPURO?
Enzo Bianchi

Che cosa è impuro?di ENZO BIANCHI 

XXII domenica del tempo Ordinario
https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/12535-impuro
settembre 2018

Mc 7,1-8.14-15.21-23
1 In quel tempo si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3– i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». 6Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. 8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [ 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».


Dopo la lettura del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, lungo cinque domeniche, lettura che è stata una vera catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla proclamazione cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo riprendiamo al capitolo settimo, dove Gesù entra in controversia con alcuni scribi e farisei.
Costoro sono “venuti da Gerusalemme” in Galilea, come già era avvenuto quando, durante una discussione con Gesù sul suo potere di scacciare i demoni, lo avevano giudicato posseduto dal principe dei demoni e ne avevano condannato l’operare (cf. Mc 3,22-30). Ora invece contestano la condotta concreta dei discepoli di Gesù e ne chiedono conto alla loro rabbi. Il problema riguarda l’halakah, la pratica di precetti e prescrizioni ricevuti dalla tradizione e, nello specifico, il fatto che i discepoli prendono il loro pasto (lett.: “mangiano dei pani”) senza essersi lavati le mani, dunque con mani impure (aggettivo koinós). In verità la Torah, la Legge, rivolgeva il comando dell’abluzione rituale delle mani solo ai sacerdoti che al tempio facevano l’offerta, il sacrificio (cf. Es 30,17-21). Ma al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Torah e moltiplicavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità. Tra questi vi erano gli chaverim (compagni, amici) e i perushim (separati, farisei), i quali consideravano molto importante la prassi del lavarsi le mani e di altre abluzioni in vista della purità, che poteva essere infranta a causa di contatti con persone o realtà impure.
Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma imposte dagli interpreti delle sante Scritture, i quali le dichiaravano “la tradizione”, attribuendole la stessa autorità riservata alla parola di Dio. Gesù faceva un’attenta operazione di discernimento, distinguendo bene ciò che era espressione della volontà di Dio e ciò che invece era consuetudine umana, norma forgiata dagli uomini religiosi che, assolutizzata, diventa un ostacolo alla stessa parola di Dio e una perversione della sua immagine. La Legge deve ispirare il comportamento ma, con il passare del tempo, le consuetudini e le osservanze rischiano di contraddire il primato della Parola, la sua centralità nella vita del credente. E sovente quanti invocano le tradizioni, rendendole “la tradizione”, lo fanno perché sono proprio loro ad averle pensate e create. In questo caso, però, anziché essere a servizio dell’uomo e della sua relazione di comunione con Dio, queste norme finiscono per essere alienanti, soffocano la libertà dei credenti, erigono barriere e tracciano confini tra gli esseri umani.
Di fronte a queste contestazioni di scribi e farisei, Gesù risponde attaccandoli: “Ipocriti, Isaia ha detto bene di voi, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono solo precetti umani’ (Is 29,13). Sì, voi trascurate il comandamento di Dio per aderire alla tradizione degli uomini”. Gesù conferma l’ammonizione rivolta dal profeta al popolo di Gerusalemme e denuncia l’ipocrisia della distanza tra labbra che aderiscono a Dio e cuore che invece ne resta lontano. In quegli scribi e farisei vi era certamente la frequenza al culto, l’assiduità alla liturgia, la confessione verbale del Dio vivente, ma mancava un’autentica adesione del cuore, quella che chiede di realizzare ciò che si dice con le parole. È questione di unità della persona, di un cuore unito, non diviso, non doppio (cf. Sal 12,3)!
La critica di Gesù si fa aspra e radicale: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7,13). La volontà di Dio è misconosciuta, messa da parte, contraddetta, mentre il primato viene riservato alla pretesa tradizione. Proprio per questo il discernimento si fa urgente anche da parte del cristiano, e tale operazione si compie innanzitutto passando ogni osservanza e ogni prescrizione al vaglio del Vangelo, della parola e dell’azione di Gesù, e, di conseguenza, non dimenticando mai che è la carità il criterio ultimo capace di determinare la bontà o la perversione di ciò che viene richiesto. Scriveva Isacco della Stella, il grande abate cistercense del XII secolo: “Il criterio ultimo di ciò che deve essere conservato o cambiato nella vita della chiesa è sempre l’agápe, la carità”.
Gesù non ha mai contraddetto la Legge e le sue esigenze sulla volontà di Dio, anzi è sempre risalito all’intenzione del Legislatore, di Dio stesso, come già i profeti, affinché la Legge fosse accolta con il cuore e osservata nella libertà, con convinzione e amore. Ma di fronte alla tradizione e al moltiplicarsi dei suoi precetti, Gesù chiede ciò che egli stesso ha operato: il discernimento. La moltiplicazione dei precetti, infatti, accresce la possibilità di non osservarli, aumentando le occasioni di ipocrisia. “La parola del Signore rimane in eterno” (1Pt 1,22; Is 40,8), mentre le tradizioni evolvono in base ai mutamenti culturali e alle generazioni; e, seppur venerabili a causa dell’antichità, restano umane, involucro e rivestimento della parola di Dio.
Dopo aver indicato alcuni casi di contraddizione alla legge di Dio compiuti in nome dell’osservanza di precetti umani (cf. Mc 7,10-13), Gesù torna a rivolgersi alla folla chiamata attorno a sé e dice: “Ascoltatemi tutti e comprendete in profondità!”. Apertura autorevole e solenne che, in parallelo all’avvertimento conclusivo (“Se qualcuno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”: Mc 7,16), mette in rilievo le parole rivelative di Gesù: “Non c’è nulla di esterno all’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Sono invece le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Parole brevi e apodittiche. Non c’è niente che possa rendere impuro il discepolo tra le realtà che sono fuori del suo corpo: né il cibo, né il contatto, né le relazioni. Ciò che invece rende impuro l’uomo viene dal suo interno e si manifesta nel suo comportamento. Si faccia attenzione e non si finisca per opporre, sulla base di queste parole di Gesù, interiorità ed esteriorità, che in ogni essere umano sono dimensioni inseparabili. Per Gesù, come per tutte le Scritture, “il male, il peccato è accovacciato alla porta” (cf. Gen 4,7) del cuore di ogni uomo e dal cuore è generato fino a manifestarsi nei sentimenti, nelle parole e nelle azioni.
Questo insegnamento di Gesù appare però in contrasto con le preoccupazioni di molti scribi, che insistevano soprattutto sul comportamento esteriore. Le sue parole non sono facilmente comprensibili, dunque egli è costretto, una volta ritornato in casa, lontano dalla folla, a rimproverare i discepoli perplessi e a esplicitare i nomi delle pulsioni, dei pensieri e dei propositi che rendono impuri: una lista impressionante di peccati, una delle più dettagliate di tutto il Nuovo Testamento. Significativamente, però, essa riguarda i peccati consumati contro l’amore, contro il prossimo, perché il peccato si innesta sempre nei rapporti tra ciascuno di noi e gli altri (cf. Mt 25,31-46), nelle relazioni: è nei rapporti umani che la legge di Dio chiede carità, misericordia, sincerità e fedeltà. Il male, l’impurità non sta nelle realtà terrene ma sta in noi, là dove noi affermiamo solo noi stessi e non riconosciamo gli altri.
Infine, tenendo conto del fatto che l’intera controversia nasce da una questione relativa alla tavola, si può trarre dall’intero ragionamento di Gesù un importante monito: non possiamo escludere nessuno dalla tavola e, se lo faremo, saremo esclusi noi dalla tavola del Regno! Quanto poi alla tavola eucaristica, non ne è escluso chi è peccatore, si ritiene tale e porge umilmente la mano come un mendicante verso il corpo del Signore, mentre dovrebbe sentirsi escluso chi non sa discernere il corpo di Cristo (cf. 1Cor 11,29) nel fratello e nella sorella, nel povero, nel peccatore, nell’ultimo, nel senza dignità.




29 agosto 2021. 22a Domenica
SE L’ALBERO INTERROGA LE RADICI

22a domenica 2021
Preghiamo. Guarda, o Padre, il popolo cristiano radunato nel giorno memoriale della Pasqua, e fa’ che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore: la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen.
Dal libro del Deuteronòmio 4,1-2.6-8
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?».
Salmo 14 . Chi teme il Signore abiterà nella sua tenda.
Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore,  non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 1,17-18.21-22.27
Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.
Dal Vangelo secondo Marco 7,1-8.14-15.21-23
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».  Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

SE L’ALBERO INTERROGA LE RADICI. Don Augusto Fontana

Trascurando il comandamento di Dio, voi seguite le tradizioni di uomini.
«Non sempre nelle vie religiose, anche nell’Antico Testamento, appare il volto di Dio: anche tra noi cristiani, quante volte abbiamo presentato il volto di un Dio perverso che spinge gli uomini ad allontanarsi! Spesso c’è chi fa un’esperienza dell’immagine dell’uomo, migliore dell’immagine di Dio. Gesù ha “evangelizzato” Dio, ha reso Dio “buona notizia”». Chi parla è il monaco Enzo Bianchi, disincantato, spigoloso ma ascoltato contemplativo della Parola di Dio. Cristo irrompe come diversità amica tra altre diversità: pubblici peccatori, prostitute, omosessuali, preti sposati, coppie di fatto, ROM, musulmani, buddisti, induisti, ebrei, miscredenti. E chi più ne ha più ne metta; c’è ancora posto nel nucleo e nelle periferie di un cattolicesimo nato, esso stesso, come diversità fastidiosa, eretica, illegale e trasgressiva, ma sempre tentato di diventare una melassa di dogmatismi e legalismi. Anche la storia della nostra fede personale (almeno di chi ha il fascino dei capelli brizzolati o, come me, incanutiti), è una storia di ordinario pendolarismo tra la fedeltà alle dinamiche azioni dello Spirito o il bisogno gratificante di essere imbrigliati in verità, riti e precetti garantisti. Non siamo forse nell’epoca del precariato, del pensiero debole, delle fragili perseveranze? Non sentiamo forse, accanto al bisogno di tutele forti, anche il fastidio per la proliferazione di leggi invischianti, di tecnologie spione e di un insopportabile fardello di divieti?
Quale Dio andremo a celebrare domenica? E’ forse un Dio notaio, leguleio, dal volto perverso e corrucciato quello che dona la Legge di vita e di cammino al suo popolo (Deuteronomio 4, 1-8)? Chi sarà nostro compagno di festa pasquale?  Una comunità rassegnata ad un’osservante ma stolta verginità (Marco 7, 1-23)? E io chi sarò per i condiscepoli che mi prenderanno sottobraccio verso la mensa di Emmaus? Sarò un illuso ascoltatore della sua parola, un irriducibile trasgressore di tradizioni umane, fragili come albe nell’eternità di Dio, o un docile lichene abbarbicato alla roccia della religione della compassione, quella di Dio (Giacomo 1, 17-27)?
La Toràh sul cuore.
«Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella Toràh del Signore» (Salmo 119, 1). Torah: il nome ebraico ha un sapore esotico; noi la chiamiamo Legge, quella di Mosè, ma equivochiamo deragliando verso interpretazioni giuridiche e sottofondi moralistici. In ebraico fu ed è la Toràh e non solo per sterili questioni terminologiche; il salmo 119 (118), lunga e tenera lode della Legge ebraico-cristiana, ne offre una modulazione armonica sorprendente chiamandola, di volta in volta, insegnamento, precetto, decreto, comando, sentenza, parola, volontà, giudizio, via, saggezza, conforto, meraviglia, promessa, alleanza. Nella frase di Gesù «Non sono venuto per abolire la Toràh, ma per portarla a compimento» (Matteo 5,17) affiora la continuità della Rivelazione biblica mai smentita; ed emerge anche – perché no? – l’animo del Gesù ebreo figlio di ebrei, quello che migliaia di volte ha recitato il Salmo 119:« Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene…Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge… nella terra del mio pellegrinaggio i tuoi precetti sono per me come un canto …La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento…Ho più saggezza degli anziani, perché osservo i tuoi precetti… Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca». Gesù dirà anche: «Avete udito che ai vostri padri fu detto…ma io vi dico» (Matteo 5, 22) offrendoci la tentazione di mettere in conflitto Toràh e Vangelo. D’altra parte l’esperienza ci dice che ogni amore si può imbastardire e ogni profezia si può inquinare quando si allontanano dalla loro sorgente. I maestri giudaici avevano costruito, sul primitivo nucleo della Toràh, 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (come i giorni dell’anno) e 248 prescrizioni (come le parti del corpo umano secondo il computo rabbinico). L’intenzione era buona: si voleva che la Toràh abbracciasse tutta la vita e l’impegno dell’uomo. La pianta, si sa, nel suo iter di vita può giungere a sublimare la propria infecondità inorgogliendosi dell’eccessivo fogliame o si può schiantare sotto il peso dei propri frutti: per questo dovrà sempre tornare ad interrogare le proprie radici non per addomesticare doveri e compromettere diritti, ma per obbedire a  “radicalità” sorgive.
E’ in atto una promessa del Signore: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande…Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (Geremia 31, 33-34; Ezechiele 36, 27). Rabbi Mendel di Kozk diceva che nel testo sacro c’è scritto “scriverò la mia Parola sul loro cuore” e non “nel loro cuore” perché il cuore talora è chiuso, ma la Parola di Dio sta su di esso e quando in santi momenti si apre, è già pronta per cadervi dentro, sul fondo[1]. Chi ci crede ancora a questo profetico sogno di Dio divenuto promessa? Viviamo in tempi di furbizie illegali, di esasperati individualismi libertari e di occulte manipolazioni delle coscienze. Chi ci crede ancora a quella promessa di Dio, soprattutto tra coloro che diffidano della coscienza come luogo della grande menzogna anziché come santuario di Dio? Chi è disposto a rischiare di appellarsi alla coscienza in cui «è stata seminata la Parola» e alla forza obbedienziale che il Signore continua ad espandere in noi, sempre ferita ma non per sempre uccisa?
Una legge per vivere e camminare, non per soccombere.
«Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore sta per darvi» (Deut. 4,1).
Nel Deuteronomio, scriveva P.Ernesto Balducci[2], si riconosce che la moltitudine dei profughi dall’Egitto divenne popolo in ragione della Legge. «Era una Legge non in ragione di se stessa, ma solo in funzione di un popolo proteso in avanti. Era garanzia di compattezza, di tensione verso la promessa di Dio; legge aperta verso il futuro e quindi relativa e disponibile al cambiamento. Assoluto è soltanto il viaggio, non la legge. Come dirà s. Paolo tanto tempo dopo: la legge è pedagogia verso l’adempimento. Quando la legge diventa un assoluto, in quel momento si arresta il viaggio, muore la speranza ed entriamo nell’idolatria del sabato contro cui Gesù dovette combattere. Questo lo dico perché la contrapposizione fra coscienza e legge viene mal posta e si fa fare alla legge la figura del male, come se la legge non dovesse esserci. Ogni disprezzo pregiudiziale alla legge rivela in apparenza uno spirito profetico, ma in realtà rivela immaturità, soggettivismo impenitente, incapacità di assumere il peso della solidarietà verso comuni obiettivi. La Legge è buona, ripeterà Paolo di Tarso, uno dei suoi più alti critici, perché essa custodisce la speranza del futuro».
Scriveva il profeta Geremia: «Quando verranno meno queste leggi dinanzi a me – dice il Signore – allora anche la gente di Israele cesserà di essere un popolo davanti a me per sempre» (Ger. 31, 36). Non ci sono dunque intenzioni dispotiche, ma legami di amore a tutela da delusioni cocenti: «Hanno abbandonato me sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono acqua» (Ger. 2,13). Nel dramma di Israele si rispecchia la tragedia di ogni assetato Adamo, a partire dall’Eden fino a me: «E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Romani 1, 28-31).
C’è tuttavia un altro versante, quello più oscuro, costituito dalla legge come strumento di potere degli uomini: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» dirà Gesù (Matteo 23,4). Questa astuzia serpeggia nelle casistiche dei confessionali come in certi spinosi dinieghi dell’autorità teologica e magisteriale. Da qualche tempo la Parola di Dio, la vita di Gesù e la sua Pasqua sono riemerse dal torpore che le aveva colpite sotto pesanti coltri che il Concilio Vaticano II° ha contribuito a scoperchiare. Ma restano aperte ferite o “nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese” come li chiamò il Card. Martini al Sinodo Europeo del 7 ottobre 99: «Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati.  Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale».
Il dramma delle coscienze cristiane sta in questa difficile transizione dall’insegnamento degli uomini al comandamento/Parola di Dio; e ciò non si può pensare che avvenga senza sofferenze, strappi e lacerazioni. Anche la chiesa delle origini fu costretta a non rinviare di molto la difficile gestazione, come ci fa sospettare la pagina odierna di vangelo. Sulla scia dei profeti, Gesù ha riportato al centro il “comandamento di Dio”, aiutandoci a capire che, con il pretesto delle nostre tradizioni, noi possiamo “mettere da parte” (v.8 afèntes), “respingere o trascurare” (v. 9 athetéite) e addirittura “annullare o invalidare la parola di Dio” (v. 13 akurùntes ton logon). I tre verbi che il testo greco (quello integrale non mutilato dalla liturgia) del Vangelo di Marco usa, sono molto forti ed efficaci. Essi sostanzialmente ci dicono che spesso la nostra fede fa naufragio in uno stagno di pie abitudini.
Verginità stolta.
Le culture (e le religioni) non riescono a liberarsi mai totalmente dal bisogno dei gruppi di identificare situazioni, persone, spazi, atteggiamenti ritenuti puri o impuri, sacri o profani. Normalmente la purità è gemella del sacro e l’impurità sposa il profano. Si creano così confini invalicabili. Con l’impurità si classifica tutto ciò che non si capisce e che fa paura, che disturba e mette in pericolo equilibri sociali, ciò che conduce alla morte. Le leggi dell’impurità sono i confini posti per tenere a bada la paura. Ed è la paura quindi che dà origine alla legge dell’impurità. Ma anche la delimitazione del sacro ci difende dalla paura del troppo grande, del troppo puro dove non si vuole entrare per timore di essere trovati sporchi di umanità imperfetta. Per questo Dio fu e resta recintato. Alla radice delle nostre leggi di impurità e purità ci siamo noi e non Dio. «Noi gente comune senza infamia e senza lode, ritagliamo per la nostra sopravvivenza una zona neutra, protetta grazie alla legge, lontano dalla morte e lontano da Dio»[3].

Ma c’è sempre qualche birbone disposto a spostare picchetti o scombinare tutto. Come Gesù che ridefinisce confini e geografie. Anzi, pianta la sua tenda nel regno dell’impurità e rimette in discussione osservanze, spazi, tempi, classificazioni, atteggiamenti. Nella parabola delle dieci ragazze da marito (dette tradizionalmente “vergini”) Gesù parla di possibile stoltezza anche nella verginità. L’osservanza ossessiva e fedele non include, tutto compreso, la fedeltà del cuore. Ne sanno qualcosa il figlio maggiore della Parabola detta del Figliol prodigo, il fariseo che prega accanto all’altare come controfigura del peccatore balbettante sulla soglia del santuario, il fariseo Simone mormoratore contro la prostituta che compie su Gesù gesti apparentemente immondi, ma di chiara allusione pasquale. Ne parla anche Paolo: «Infatti in virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia». (Romani 3, 20-24).
Dunque i discepoli erano stati beccati da alcuni farisei in flagrante trasgressione. La Galilea fa da cornice dell’incontro tra una delegazione di farisei e scribi con Gesù e i suoi discepoli. L’obiezione che circola nasce dal comportamento disinvolto dei discepoli che non osservano alcune usanze/norme di purità al ritorno dal mercato mettendo a repentaglio la legittimità e la purità dell’eventuale banchetto cultuale: era infatti stata estesa al popolo una norma inizialmente applicata solo ai sacerdoti (Numeri 18,8-13). Gesù risponde smascherando tre tipiche storture di logiche religiose che allignano ancora tra di noi dopo 2000 anni di evangelizzazione[4]:

  • Primo travisamento: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini». E’ il rischio di attribuire a Dio nostri vaneggiamenti, di attaccare all’autoritativo chiodo di Dio gli abiti della nostra vita da pagliacci, di dare più onore al commento della Parola che alla Parola stessa, di ingombrare la porta di accesso a chi vuole accostarsi al Signore: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi» (Matteo 23,15).
  • Secondo travisamento: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me». E’ l’antico lamento dei profeti che mettevano il dito sulla piaga della religiosità disumana e non compassionevole, della schizofrenia tra pubblica virtù e privati vizi. E’ la piaga del rigorismo ritualistico che nasce da dottrine che sono precetti di uomini e che rende così un culto “invano”.
  • Terzo travisamento: «Dal di dentro, cioè dal cuore, escono le intenzioni cattive». Marco fa una caricatura polemica di coloro che seppelliscono la Toràh del Signore sotto una catena di pignolerie e superstizioni assurde e un po’ ridicole o che la frantumano in una casistica tanto elaborata da far smarrire “i piccoli” oltre che il nocciolo della questione.

Nella tradizione ebraica è scritto:«Quelli che frequentano la scuola della Torah sono di quattro tipi: chi va e non mette in pratica ha il merito di essere andato; chi non va e mette in pratica ha il merito di avere comunque eseguito; chi va e mette in pratica è pio; chi non va e non mette in pratica è empio»( Mishnà Abôt 5,14).


[1] M.Buber I Racconti dei chassidim, Grazanti, pag. 606.
[2] E.Balducci Il mandorlo e il fuoco, Vol.2 Borla, pag 331.
[3] Valeria Boldini Dalla paura alla libertà: una pedagogia del cuore. In Servizio della parola  n.289/97.
[4] AA.VV Omelie nelle comunità, Marietti.




SENZA DIO E SENZA CHIESA
Don Armando Matteo

Senza Dio e senza Chiesa.
23 febbraio 2017 (Settimana news).
di: Armando Matteo[1]

A dirci che le relazioni tra i giovani e l’universo della Chiesa cattolica le cose non procedano proprio tanto bene, non servono più neppure le indagini sociologiche. Si tratta di un dato di fatto ormai sotto gli occhi di tutti: c’è un pezzo di Chiesa che manca. Manca la domenica, manca negli itinerari post-cresima, manca nei seminari, nei noviziati, nei luoghi del discernimento pastorale; manca quasi ovunque si abbia a che fare con l’annuncio, la celebrazione e la pratica della fede nel Vangelo. Ed è proprio questa Chiesa che ci manca che sarà al centro delle attenzioni della prossima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata appunto al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Da qualche settimana è stato pubblicato il documento preparatorio a tale evento, il quale proprio sulla questione prima citata del sempre più difficile rapporto dei giovani con la fede e con la Chiesa, non ha peli sulla lingua ed esprime chiara la sua: «… l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa…».
I giovani stanno imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa. Di questo si deve prendere atto con molta pazienza ma anche senza risentimento e senza scoramento. La Chiesa in uscita, a cui papa Francesco continuamente ci rinvia, deve trovare proprio qui uno dei suoi principali e fondamentali motivi di lavoro.
Le nude e crude parole del documento preparatorio suggeriscono ora un’attenta riflessione, in una triplice direzione: per prima cosa, provare a verificare la loro pertinenza nel contesto italiano, a partire dalle tantissime indagini sinora svolte al riguardo dell’esperienza religiosa delle nuove generazioni; in un secondo momento, provare a “dare ragione” del mutamento principale di questi giovani rispetto alla fede che va appunto nella linea di una sempre più crescente disaffezione; infine, iniziare a delineare i tratti di una Chiesa che sappia sul serio uscire dai propri schemi tradizionali, ormai non più all’altezza dell’attuale situazione, e che riesca a primerear – a iniziare qualcosa di nuovo – nel delicato e prezioso terreno di impegno pastorale rivolto al mondo giovanile.

Prima generazione incredula?
Le indagini sul rapporto tra giovani italiani e fede cristiana sono davvero tante e così conosciute tra gli operatori pastorali che non è necessario neppure enumerarle. Vale la pena, al contrario, fare lo sforzo di fissarne gli elementi più decisivi, le risultanze più nette.

1) La prima risultanza più chiara è il cosiddetto “salto generazionale”: il fatto cioè che coloro che sono nati dopo il 1981 rappresentano la fascia di popolazione più “lontana” dall’universo ecclesiale: c’è chi parla di popolazione “più estranea” all’universo cristiano, chi giunge a definirla semplicemente come “generazione post-cristiana”, sino a chi si interroga se non sia proprio una generazione senza Dio. Il dato riguarda la questione dell’autodichiarazione di cattolicità, di professione del credere, di assiduità alla preghiera personale e soprattutto alla frequenza ai riti religiosi. La cosa che colpisce in uno sguardo diacronico alle indagini è proprio lo stacco che cresce negli ultimi anni in modo progressivo, quasi geometrico più che matematico, tra la generazione dei Millennials e quelle precedenti.

2) Il secondo elemento è che nelle nuove generazioni non c’è più una sostanziale differenza di genere in merito alla realtà religiosa; anzi i mutamenti più evidenti sono esattamente sulla linea femminile. Per dirla con una battuta, il fatto è che piccole atee crescono! Questo è un grande inedito per il nostro cattolicesimo. Non c’è solo, dunque, un effetto del ciclo di vita, ma la manifestazione di un cambiamento più profondo in queste nuove generazioni.

3) Provando ad andare più in profondità, troviamo che nei nostri ragazzi e nei nostri giovani la religione rimane quasi sempre e quasi solo come una sorta di “rumore di fondo”, pur avendo per lunghi anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento di religione a scuola. Insomma dopo 1.000 minuti di prediche, 5.000 minuti di catechismo e 500 ore di religione a scuola, nella maggior parte di loro la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità adulta.

4) In molti resta una sete di spiritualità, ma molto spesso ha un carattere anarchico e molto centrato su di sé; va nella direzione di una sorta di benessere e sostegno psicologico che non in quella dell’apertura all’alterità. In ogni caso, tale ricerca di spiritualità resta, nella stragrande maggioranza dei casi, più un desiderio che non un impegno effettivo e concreto.

5) Emerge con particolare forza la centralità della testimonianza e dell’interesse religioso da parte degli adulti significativi e da parte dei pari, nel caso di gruppi giovanili religiosi, lì dove si può registrare l’interiorizzazione di un’identità religiosa integrata. Si tratta di una percentuale che si assesta intorno al 10% della popolazione giovanile.

6) Molti giovani sostengono che oggi sia diventato più difficile credere che nel passato e che pertanto le molteplici opzioni al riguardo – dalla non credenza all’impegno convinto e assiduo nella vita della Chiesa – abbiano ciascuna una propria validità.

7) Ovviamente sono confermate alcune cose ampiamente conosciute:

  • un deciso analfabetismo biblico;
  • una forma di semicredenza verso molti contenuti del dogma cristiano e anche verso la stessa persona di Gesù;
  • la fatica di riconoscere un valore specifico al testo del Vangelo rispetto ad altri testi del passato;
  • l’allergia verso una morale che si basi esclusivamente sul precetto e sull’interdizione;
  • lo scandalo verso forme di ricchezza e di potere che ostentano o che ricercano alcuni rappresentanti della Chiesa;
  • un giudizio negativo sulla Chiesa in generale, dal quale sono risparmiati solo papa Francesco e alcuni operatori pastorali, sebbene quasi mai, tra i giovani intervistati, si abbia uno specifico ricordo negativo delle esperienze religiose della fanciullezza e dell’adolescenza, nei termini di una religiosità repressiva, punitiva o colpevolizzante.

8) I ragazzi, infine, sottolineano che la novità di cui sono portatori in termini di aumento della disaffezione alla religione ha radici lontane: sicuramente nei genitori ma – non è da escludere – anche negli stessi nonni. Per usare un termine diventato di moda, dicono di essere non “la prima“, bensì “la seconda” quando addirittura non “la terza generazione incredula”.

Una lunga crisi di fede.
I dati sopra riportati confermano che siamo sostanzialmente di fronte a una radicalizzazione delle difficoltà del rapporto tra la religione cattolica e il mondo giovanile. Confermano appunto che cresce, anche in Italia, quell’ateismo giovanile di cui parla il documento preparatorio al prossimo Sinodo: l’ateismo di chi impara a vivere senza Dio e senza la Chiesa; ma restituiscono pure la percezione che i giovani non stanno fermi: si muovono, cercano qualcosa, hanno domande. Sono in ricerca di senso.
A mio avviso, questa situazione di oggettiva crisi di fede del e nel mondo giovanile non è da addebitare alla generazione dei Millennials, ma alla generazione degli adulti che li hanno generati. Siamo al termine di una lunga crisi di fede. Si tratta in verità di riconoscere che i dinamismi fondamentali della cinghia di trasmissione della fede, tra le generazioni, si sono inceppati. Ed è questa una verità che la comunità dei credenti fa fatica a cogliere, a causa dell’eccessiva enfasi data all’organizzazione parrocchiale dei percorsi di iniziazione cristiana che, alla fine, hanno messo in secondo piano la verità (e la sua concreta attualizzazione e il suo costante monitoraggio) dell’essenziale contributo dei genitori all’opera della trasmissione della fede.
Si impone pertanto una più ampia riflessione sull’effettiva consistenza dell’esperienza religiosa della generazione dei Baby boomers, genitori appunto dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. La scarsa testimonianza che sono stati capaci di offrire ai loro figli, in merito alla qualità veramente umanizzante della fede cristiana, ci invita a cogliere, dietro un’appartenenza ecclesiale mai negata e anzi pure sostenuta e supportata, un profondo cambiamento del loro sentimento di vita, che ha di fatto marginalizzato nella loro stessa esistenza il riferimento al parola del Vangelo.
Non è, infatti, questa la generazione che ha inventato e che continua abbondantemente a coltivare il mito della giovinezza, del rinnovamento continuo, del cambiamento, dell’efficienza a tutti i costi, della grande salute, della prestanza sessuale ad ogni stadio della vita, del godimento, della libertà come disponibilità ad una continua rinegoziazione di ogni scelta esistenziale? Non è questa la generazione che, grazie al dono di un allungamento senza pari nella storia dell’umanità della propria speranza di vita, ha efficacemente esorcizzato e censurato dal discorso domestico e pubblico ogni riferimento alla durezza della vita, impastata di mancanza, di limiti, di malattia, di fragilità e infine di morte? E non sono proprio questi ultimi quegli snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell’umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo?
Ci sembra di poter dunque dire che gli adulti di riferimento dei Millennials hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma senza alcuna fede nei sacramenti, li hanno portato in chiesa, ma non hanno loro portato la Chiesa, hanno insistito che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato insieme e letto insieme il Vangelo, hanno pure favorito l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma hanno alla fine ridotto la religione ad una questione della scuola, oltre che della parrocchia. È mancata una testimonianza sul vivo di cosa significa “essere adulto che crede” ed è proprio questa mancanza che rende ragione del fatto per il quale i giovani del nostro tempo stiano imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa, stiano cioè sempre di più faticando a comprendere come e dove collocare l’esperienza della fede nel loro sempre più imminente ingresso nell’età adulta. Del resto, se non in questa risposta, in che cosa altro consisterebbe la testimonianza di fede degli adulti nei confronti delle nuove generazioni?

I compiti per l’azione pastorale
Andando incontro al prossimo Sinodo, la domanda vera, per gli operatori pastorali, è dunque la seguente: come aiutare i ragazzi ad incontrare il Dio e la Chiesa di Gesù, senza poter fare più troppo affidamento alle dinamiche familiari e a quelle della socialità diffusa?
Enuncio alcuni principi generali:

1) Partire dalla verità che oggi credere non è più facile per nessuno.
2) Spendere più energie per convertire gli adulti al loro compito educativo.
3) La priorità dell’iniziazione alla preghiera.
4) La Bibbia prima e dentro il catechismo.
5) Uscire dagli schemi troppo schematici dell’iniziazione cristiana.
6) Unire sacramenti e carità.
7) Creare una comunità di festa.
8) Scommettere sulla creatività digitale delle nuove generazioni.
9) Immaginare molto concretamente cosa significhi “essere adulto credente oggi in Italia”.

Se la meta è chiara, il cammino si aprirà da solo.


[1] don Armando Matteo, sotto-segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, professore di teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e direttore della rivista Urbaniana University Journal. Nato a Catanzaro nel 1970. l suo recente libro Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni (Ancora; 118 pagine; 13 euro), uscito nel 2020, è stato inviato dal presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, a tutti i vescovi italiani. Uno strumento utile per una «rivoluzione evangelizzatrice delle comunità parrocchiali – si evidenzia nel volume – alimentando il coraggio necessario per andare oltre l’attuale “follia pastorale” di chi crede di riuscire ad ottenere risultati diversi, facendo sempre le stesse cose».




22 agosto 2021. Domenica 21a
VOLETE ANDARVENE?…SIGNORE, DA CHI ANDREMO?

21°  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Preghiamo. O Dio nostra salvezza, che in Cristo tua parola eterna ci dai la rivelazione piena del tuo amore, guida con la luce dello Spirito questa santa assemblea del tuo popolo, perché nessuna parola umana ci allontani da te unica fonte di verità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro di Giosuè 24,1-2.15-17.18
In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».
Salmo 33 .  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto.  Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.
Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore. Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato.
Il male fa morire il malvagio e chi odia il giusto sarà condannato. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 5,21-32
Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

SIGNORE, DA CHI ANDREMO? Don Augusto Fontana
In queste domeniche, se siamo riusciti a seguire le indicazioni della liturgia leggendo il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, abbiamo forse capito un po’ di più che cosa sia l’Eucaristia. Gesù conosce la nostra “fame”, i nostri bisogni e desideri e allora si fa pane per noi. Ma molti non lo hanno capito. I Giudei si sono fermati alla discussione dialettica e se ne sono andati sempre più convinti che Gesù sia un bestemmiatore che si fa Dio, uno che crede di essere più grande di Mosè, un matto che parla invitando a contaminarsi con il suo sangue e che sembra invitare al cannibalismo. Ma anche molti dei suoi discepoli sono perplessi: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?“. E’ difficile aver fede in uno che ti scombina tutto nella vita, che ti invita a lasciare tutte le cose che con fatica, giorno per giorno, hai accumulato, che ti propone la semplicità e l’umiltà, che non ti promette felicità terrene, che ti chiede di prendere la croce per seguirlo, che ti scombina il tuo credo religioso presentandosi come il Dio del cuore e non della Legge, che ti invita a superare la legge della vendetta (seppur proporzionata) per farti arrivare a perdonare sempre, che ti dice di amare il nemico, che si rivolge soprattutto ai peccatori e non alle persone perbene… Qualcuno avrà detto: “Belle le sue parole, ma andargli dietro è troppo compromettente”. “Volete andarvene anche voi?” Gesù non pratica sconti, non indora la pillola, non scende a compromessi, chiede di scegliere. La stessa cosa ci è stata presentata nel racconto della prima lettura. Giosuè, dopo la conquista del Canaan: Israele si trova in mezzo a popoli idolatri e Giosuè chiede di prendere solennemente una decisione: o con Dio o con gli idoli. Dopo le parole bisogna arrivare a una decisione. Dopo l’Eucaristia non si può più dire: “Adesso la Messa è finita, e tutto ricomincia come prima”. Eppure io, spesso, sono maestro di compromesso. Tante volte il nostro “buon senso”, “l’equilibrio” ci fanno da sponda per non scegliere, o meglio, per scegliere di star fermi, di non cambiare niente, di vivere in schemi ben sperimentati, in religiosità ben costruite da noi e dalla pubblica opinione. Siamo capaci di mettere insieme alla religiosità il potere terreno, i soldi e la fede, mangiamo il Pane spezzato, ma non spezziamo il pane (il mio pane!) con chi ha fame, diciamo di essere in comunione con il Signore e continuiamo a vivere con i nostri progetti di non perdono… Mi piace allora la risposta di Pietro a Gesù. Anche lui avrà avuto tutti i suoi bravi dubbi, anche lui, forse ha capito quanto sia difficile seguire Gesù. Forse, questa volta, anche Pietro è un po’ consapevole della propria debolezza, e allora non dice: “Ti prometto”, dice invece il suo bisogno: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”.

a) Sottolineo i verbi che Giovanni riferisce ai discepoli: “dopo aver ascoltato“, “mormoravano“, “non credevano“, “si tirarono indietro e non andavano più con lui“. Li medito uno ad uno, li rumino, li ripeto, li confronto con la mia vita… Io che discepolo sono? Chi è il mio Maestro? Sono anch’io nel numero dei discepoli che continuano a chiedere a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11, 1)? Sono fra quelli che gli camminano dietro, lungo le rive della vita e insistono nel domandargli: “Maestro, dove abiti?” (Gv 1, 39) Sono anch’io come Maria Maddalena, che continua a ripetere quel nome, anche nella più terribile esperienza di “assenza”: “Rabbuni, maestro mio!” (Gv 20, 10)?

b) “Questa parola è dura: chi può ascoltarla?”. Perché la Parola del Signore non è dolce, per me, più del miele alla mia bocca (Sal 119, 103)? Perché non amo conservarla nel cuore (Sal 119, 9. 11. 57), ricordarla di giorno e di notte? Perché non è la mia lucerna, ancora accesa quando viene la sera, non è la luce che rischiara le mie notti e la lampada per tutti i miei passi (Sal 119, 105)?

c) “Gesù, conoscendo dentro di sé…“. Il Signore mi conosce fino in fondo, Lui sa, Lui scruta; Lui mi ha intessuto (Sal 139), mi ha costituito fin dal principio, dall’eternità (Pr 8, 23). Lui conosce il mio cuore e sa quello che c’è in ogni uomo (Gv 1, 48; 2, 25; 4, 29; 10, 15). Ma davanti al suo sguardo, davanti alla sua voce che pronuncia il mio nome, davanti alla sua venuta nella mia vita, al suo continuo bussare (Ap 3, 20), io come reagisco? Che scelte faccio? Quali risposte gli offro? Forse comincio anch’io a mormorare, a tradirlo, ad allontanarmi, a dimenticarlo?

d) Giovanni ci parla anche dei verbi “andare” o “venire”, riferiti a Gesù. Comprendo che la mia vita di discepolo è condizionata da questi spostamenti davanti ai quali o seguo o abbandono: “Venire a me” (v. 65), “non andavano più con lui” (v. 66), “volete andarvene?” (v. 67), “da chi andremo?” (v. 68).

Nel decidersi sta la chiave dei diversi testi liturgici.
UN DECIDERE RESPONSABILE. Essere uomo con uso di ragione significa essere obbligato a decidere nelle piccole e nelle grandi cose della vita. In altri termini, vivere è dover decidere. Questo è già qualcosa di molto importante, poiché ci differenzia da tutte le altre creature dell’universo. Ciononostante, è incompleto, perché si può decidere bene, ma si può anche decidere male. Più importante del solo decidere, è il decidere bene. Che cosa implica una buona decisione?

Ecco alcuni aspetti significativi:

1) Decidere bene implica lasciare. Lasciare innanzitutto ciò che impedisce o almeno rende difficile la buona decisione. Le tribù di Israele debbono lasciare, rinunciare agli dèi dei loro padri e agli dèi degli amorrei (prima lettura). I discepoli debbono prescindere dai propri pregiudizi culturali e religiosi davanti allo scandalo dell’Eucarestia (vangelo).

2) Decidere bene è preferire. Certamente, preferire il bene al male, ma in molte occasioni sarà preferire il meglio al buono. Si preferisce il bene o il meglio, in conformità con la vocazione e missione che ciascuno ha scoperto nella vita.

LA DECISIONE RESTA LIBERA.
«Forse anche voi volete andarvene?»: c’è un momento in cui questa frase deve risuonare per ciascuno di noi. E se in una chiesa, in una comunità, non risuona questo invito, si può rischiare una appartenenza senza anima, senza convinzione. Volete andarvene anche voi?  Paradossalmente si potrebbe ogni tanto proclamare l’anno sabbatico nella vita religiosa, nella vita di coppia, negli impegni presi : chi vuole andare se ne va… Sarà uno smacco, ma apparirà la verità che sta nel profondo del nostro cuore!




APPELLO per HAITI
Aiuti tramite CARITAS ITALIANA

Sabato 14 Agosto 2021

La Caritas italiana si attiva dopo il violento sisma che ha colpito Haiti   

Non c’è pace per Haiti. Dopo l’uccisione il mese scorso del presidente Moise, oggi alle 8.30 ora locale un forte terremoto di magnitudo 7.2 della scala Richter ha scosso il Sud-Ovest del Paese, seguito pochi minuti dopo da un altro sisma di magnitudo 6.6. I dipartimenti più colpiti sono Les Cayes e Jeremie, ma il  sisma è stato avvertito su tutto il territorio nazionale. Si registrano molti crolli tra cui la cattedrale di Jeremie, dove era in corso una funzione religiosa.

“Uno shock terribile – afferma il direttore della Caritas di Les Cayes raggiunto telefonicamente – l’ufficio diocesano è rimasto miracolosamente intatto, il vescovo e i religiosi presenti nella sede vescovile distrutta sono in salvo, ma nelle macerie potrebbero essere rimaste delle persone”.  La città è stata severamente colpita, molti edifici rasi al suolo, le strade inondate d’acqua.  L’allerta tsunami lungo le coste più colpite rimane alta.
Non si hanno ancora notizie dalle Caritas parrocchiali dal momento che la comunicazione, soprattutto con le zone rurali, è difficile. Anche la diocesi di Jeremie rimane isolata al momento e risulta colpita anche Nippes, nella diocesi di Anse-à-Veau-Miragoane.  Dai nostri partner storici i “Petits Frères Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus”, con i quali la Caritas italiana ha una collaborazione più che decennale, arrivano aggiornamenti che confermano la gravità della situazione.
Molte famiglie hanno perso la loro casa e si registrano molte vittime con un bilancio che purtroppo è destinato a crescere.
Caritas Italiana si trova ad Haiti dal 2010 (vedi scheda Paese), dopo che un altro grave sisma di magnituto 7.0 colpì la capitale Port au Prince, causando più di 200.000 vittime. Da allora garantisce la sua presenza costante nel paese con propri operatori, sostenendo la Caritas nazionale e le Caritas diocesane e parrocchiali con interventi di emergenza e ricostruzione, ma soprattutto garantendo un accompagnamento volto allo sviluppo di capacità locali.
Anche in questa occasione Caritas Italiana ha espresso immediatamente vicinanza nella preghiera e solidarietà ai suoi partner locali, alla Chiesa Haitiana e alla popolazione colpita. Sta seguendo da vicino la crisi e coordinando insieme alle altre Caritas nazionali, interventi efficaci per rispondere alle numerose emergenze in corso.
È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana (Via Aurelia 796 – 00165 Roma), utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line tramite il sito  www.caritas.it, o bonifico bancario (causale “Terremoto Haiti”) tramite:

  • Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111
  • Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474
  • Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013
  • UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119

Le offerte sono detraibili presentando le ricevute di versamento in conto corrente postale, le quietanze liberatorie o le ricevute in caso di bonifico bancario. La Caritas italiana provvederà a tempo debito ad inviare al contribuente un documento di avvenuto ricevimento della donazione.

Attenzione a indicare sempre la causale del versamento, in questo caso: TERREMOTO HAITI




MARIA NELLA PASQUA DI CRISTO, NEL MISTERO DELLA CHIESA, NEL MISTERO DELL’UOMO

Assunzione di Maria –
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 11,19; 12,1-6.10
Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”.
Sal 44  Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra la regina in ori di Ofir.
Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.
Al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore: prostrati a lui.
Con lei le vergini compagne a te sono condotte; guidate in gioia ed esultanza entrano insieme nel palazzo del re.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi  15,20-26
Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.
Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56
In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.  Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

MARIA NELLA PASQUA DI CRISTO, NEL MISTERO DELLA CHIESA, NEL MISTERO DELL’UOMO. Don Augusto Fontana
L’assunzione di Maria è verità dogmatica relativamente recente, proclamata da Pio XII con la Bolla Muneficentissimus Deus il 1° Novembre 1950, solennità di tutti i Santi. E già la circostanza della proclamazione forse non fu scelta a caso: ciò che si celebra oggi non è un privilegio destinato ad una persona, ma l’eredità lasciata agli uomini da Cristo risorto. “ Nella Casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv.14,2-3). « Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1 Cor. 2,9).
La dichiarazione dogmatica costituisce un approdo, la conclusione di un lunghissimo cammino di fede che sorprende per la precocità dell’avvio e la tranquillità della professione mai seriamente contestata o negata, come invece avvenne per altre verità cristologiche o mariologiche. Nei Vangeli non c’è traccia diretta di questo mistero di fede, ma le prime tracce di proclamazione iniziano in Oriente verso il sec. VI e a Roma verso il sec. VII. Modesto di Gerusalemme (+634) in un’omelia proclama: “Cristo eresse per te, Maria, in paradiso un tabernacolo ove tu vivi con il tuo corpo glorificato, mediante te anche a noi è aperta la porta”. Teotekno di Livia (+650) invita a rallegrarsi con la Madre di Dio, a celebrare questa “festa delle feste”, l’assunzione di Maria.  Germano di Costantinopoli (+733) attesta “ oggi la vergine in maniera del tutto ammirabile viene elevata al di sopra della gloria dei cherubini e collocata nel santo dei santi in santissimo e glorioso modo”. Andrea di Creta (+740) in un’omelia afferma: “ Dio oggi trasferisce dalla sede terrena la madre come regina del genere umano; l’autrice della vita passa migrando a nuova vita, al luogo della vita immortale”. Memoria antica, dunque, che giunge a noi con una ricchezza accumulatasi anno dopo anno nel corso dei secoli soprattutto nelle liturgie, eppure memoria nuova, per il nostro “oggi”.
Questa festa va dunque celebrata con 3 riferimenti essenziali:  1. Nella Pasqua di Cristo. 2. Nel mistero della Chiesa. 3. Nel mistero dell’uomo.
1- Nella Pasqua di Cristo.
La vita di Maria è inscindibile dal mistero di Cristo. E’ l’eccessivo devozionalismo cattolico che ha privato Maria, e la Chiesa, di questo riferimento Cristocentrico (1 Tim. 2,5-6: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti»), ma il Concilio Vaticano II ha tenuto a ricollocare Maria nella sua posizione subalterna e dipendente a Cristo (Lumen gentium 60):   “Maria santissima Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera della salvezza del Figlio suo…” (Sacrosantum Concilium 103).
“La vergine, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore fu esaltata quale Regina dell’universo perché fosse più pienamente conformata col Figlio Suo” (Lumen Gentium 69).
 2- Nel mistero della Chiesa
Inscindibile da Cristo, Maria è pure inscindibile dalla Chiesa. La lettura biblica dell’Apocalisse non si riferisce primariamente alla donna Maria, ma alla Comunità-Chiesa. Il Prefazio di oggi esalta questo legame: “Maria primizia e immagine della Chiesa e compimento del mistero di salvezza”. Maria è icona della Chiesa. Il Sacrosantum Concilium n. 103 dice “ In Maria, la Chiesa ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione ed in lei contempla con gioia, come in un’immagine purissima, ciò che essa desidera e spera di essere”. E ciò ci ricorda che la Chiesa, come Maria, prima di ottenere questa fine positiva della storia, deve passare attraverso il cammino della fede, come ci ricorda il testo evangelico di Pietro che cammina sulle acque… affonda…grida…si sente dire da Gesù: “Uomo di poca fede perché hai dubitato?”. Obbedienza alla Parola di Dio, allo spirito delle beatitudini, al valore dell’umiltà, all’impegno preminente del servizio.
3-Nel mistero dell’uomo.
Oggi è la festa del destino dell’uomo. Oggi si va da una sfida sfacciata alla vita (lavori senza garanzie di sicurezza, omicidi stradali, faide mafiose, risoluzione cruenta di abbandoni amorosi, pandemie, roghi irrefrenabili, stravolgimenti climatici) al rassegnato pessimismo o ad una rassegnata indifferenza, nausea o angoscia fino ad un illusorio ottimismo espresso attraverso il consumismo e individualismo. Stragi assurde, spirale di violenza, morti collettive, ecatombe per fame, carestie a fianco di sprechi immani. Viene proposto oggi il possibile restauro in atto. E’ importante che l’uomo rientri in se stesso si ponga in ascolto delle sue aspirazioni più genuine e profonde. Che senta impellente la sua ansia di vita e di giustizia. La celebrazione dell’Assunta rivela la logica di Dio e ci offre l’occasione di coltivare il sospetto che l’eccezionale è possibile e che la trasformazione è possibile. Ciò significa dire no alla morte, alla rassegnazione e all’immobilità.
L’Assunta testimonia anche la sacralità del corpo. La trasformazione di Dio coinvolge anche il corporeo. L’uomo saprà goderne senza strumentalizzazioni, sfruttamenti, idolatrie e tabù impegnandosi a favorirne il rispetto e a contrastarne le prevaricazioni. L’uomo zavorrato e ancorato deve incominciare a mirare in alto non alienandosi in fughe spiritualistiche o rimuovendo le problematiche della quotidiana e attuale esistenza. E’ possibile vivere innalzando prospettive e interessi. Tutto ciò che migliora l’uomo e la sua esistenza è in sintonia con il mistero dell’Assunzione.
E comunque ci vuole un bel coraggio a cantare il Salmo di Maria: “il Signore ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi“. Tutti verbi al passato, come se lei (io e te) narrasse eventi visti con i propri occhi. Personalmente avrei preferito verbi al futuro, promesse da attendere, speranze da scrutare. Beata Lei che ha già visto e ha già sentito sulla sua carne ciò che a noi tocca sperare con i sogni e gli impegni.




19A DOMENICA anno B
P. Ermes Ronchi

XIX DOMENICA anno B
Ermes Ronchi  (Ha fatto risplendere la vita, Servitium, 2011, pagg. 211-215)

Io sono il pane vivo disceso dal cielo. (Gv 6, 41-51)

Ci lasciamo guidare, oggi, dalla grande figura del pro­feta Elia (1Re 19, 4-8). «Ora basta, Signore!». Elia il più grande dei profeti, Elia che è come una lama di fuoco in Israele, Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire dalla reggia, è cercato a morte e si addentra nel deserto. Lui così grande che Gesù stesso gli è parago­nato [«Egli è quell’Elia che deve tornare» (Mc 9, 11­13)], oggi è così stanco, così scoraggiato che dice: «Ora basta, Signore! Prenditi questa vita. Non ce la faccio più!». E invece il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l’angelo è sempre segno dell’intervento di Dio, è quella realtà misteriosa che ti dà la certezza di non essere mai abbandonato, di non essere mai solo. Qualcuno è con te, capace di toccarti, capace di svegliarti dal sonno, di dirti: «Alzati!», di dir­ti: «Mangia!». Quante volte anche noi, come Elia, ve­diamo attorno solo deserto. Quante volte il senso dell’i­nutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto dire: «È tutto inutile! Non cambia nulla. Non vale la pena esser profeti, non serve a niente fare i testimoni del Vangelo. C’è solo deserto …». Ma la parabola di Elia ci dice cose bel­lissime: il nostro scopo è raggiungere il monte di Dio, l’Oreb.

La nostra vita è profezia, è cammino mai abbando­nato. E anche noi, però, sentiamo vere le parole del­l’angelo quando viene di nuovo e dice a Elia: «Troppo lungo per te è il cammino». Troppo lungo il cammino, troppo deserto, troppo dolore. Quante volte queste pa­role sono salite alle labbra! Quante volte in questa chiesa, da persone (profeti, angeli, fuggiaschi della vi­ta? non so) ho sentito dirmi: «Padre, non ce la faccio più; troppo deserto, troppo dolore. La vita non la amo più». E ti senti impotente, non sai che parole cercare, non sai come aiutare. Ma è la parabola del profeta Elia che si ripete. E la sua vicenda può davvero esserci di aiuto. Ecco un angelo, c’è una mano, non sei mai stato abbandonato; Dio viene. «Elia guardò e vide una fo­caccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua.»

Dio interviene. Ma per la stanchezza di Elia non fa trovare un cavallo legato al ginepro, bardato e pronto al galoppo per attraversare la desolazione del deserto o la desolazione del cuore. Solo un po’ di pane. Solo un po’ d’acqua. Il quasi niente, che per noi, per la nostra vita sazia sembrano un castigo. E invece sono gli ali­menti primi, i più semplici, i più necessari. Eppure Dio interviene così perché il pane risveglia la mia forza, perché l’acqua risveglia il mio corpo. Non c’è nessun mezzo di trasporto a sostituire la mia fatica. C’è invece pane come forza della mia forza, energia della mia e­nergia, sostegno della fatica che rimane. Sarà il diavolo a trasportarti sul monte, come ha fatto con Gesù. Dio, invece, è forza perché tu attraversi il deserto, perché tu lo conquisti passo dopo passo, perché tu abbia così tut­ta la libertà, tutta la forza e raggiunga, dolore su dolore, il monte Oreb, il monte della vita.

Così Dio interviene. Sempre. È lui la forza, per cui anche dentro le più terribili tempeste della vita tu conti­nui a remare. È lui per cui nella notte continui a vegliare fissando con gli occhi la linea dell’oriente, è lui per cui continui ad amare la vita anche nella malattia più grave. Dio interviene. Dio è qui. Non con l’alternativa del mi­racolo clamoroso, che capovolge la situazione, che ti to­glie dinanzi il deserto o ti trasporta sui monti, bensì con la forza delle cose semplici, non clamorose, con quel­l’apparenza di inutile che hanno il pane e l’acqua, e tut­te le cose essenziali. E risveglia così l’energia dell’uomo e la libertà creatrice dell’amore. Quante volte possiamo dire che Dio non viene con miracoli, ma è il respiro del mio respiro, è forza della mia forza, è amore in ogni a­more, vita della mia vita, coraggio del mio coraggio. E resta il dolore. E tutta la fatica, perché l’angelo non por­ta al profeta l’anestesia dalla fatica e dal sole.

Il miracolo è allora camminare senza miracoli, se non la vicinanza di un angelo e la forza prodigiosa dell’amo­re e del pane e del giorno di vita che oggi mi è dato e che è l’annunciazione di Dio, il mio angelo. E questo perché il merito non sia delle cose o dei mezzi, ma del cuore del profeta. Ecco l’atto di fede: Dio sarà presente, ti vedrà addormentato sotto il ginepro della stanchezza. E verrà con le cose elementari e più necessarie: pane, acqua, sonno, che rispondono alle pulsioni più umili e necessarie della vita. Sono così poche le cose assoluta­mente necessarie!

Ma ce n’è una ancor più necessaria: avere un angelo accanto, la divina dolcezza di un angelo, uno che ti tocchi, uno che ti parli, uno che ti sia vicino e vegli accan­to all’orcio dell’acqua e popoli questo deserto. Quante volte nei giorni dello sconforto e dell’abbandono è ba­stato un segno di Dio: forse una liturgia, una preghiera, un incontro, un amico, una telefonata, una lettera, qualcuno che ha riacceso in noi il motore luminoso del desiderio e della speranza. Ed era l’angelo di Dio! For­tunati coloro che possono dare nome e volto familiari a questo angelo!

Ciascuno di noi può anche diventarlo per gli altri: essere questo angelo, che non giudica, non rimprovera il profeta, non fa prediche, non condanna. Solo sta vici­no, e tocca, e parla, e veglia, e infrange il deserto, e ti fa scoprire un cammino, un monte oltre il deserto, uno scopo alla vita. Ti indica l’Oreb, luogo dell’incontro con la vita, con Dio. Ciò ci aiuta a capire il Vangelo di oggi, dove Dio stesso si fa cibo e nutrimento, perché tu non venga meno lungo la strada.

«Io sono il pane disceso dal cielo.» «Io sono il pane della vita.» «La mia carne per la vita del mondo.» Dio stesso si fa nostro viatico lungo la strada perché nessu­no si senta solo o abbandonato. E noi ogni domenica veniamo qui a celebrare il sacramento del pane e della parola, a nutrire la vita. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno.» Gesù afferma oggi una verità fondamentale e semplicissima: io faccio vivere. Io alimento la vita, quella che non ne può più, come quella di Elia, quella che ritiene il cammino troppo lungo, quella che dorme nel deserto. Io faccio vivere, dice Gesù. Il segreto della nostra vita è oltre noi. Discende dal cielo, come il pane.

È la comunione con Dio il segreto della vita. Qual­cuno è disceso dal cielo a ricordarci che non viviamo la storia da soli, che c’è un amore che come onda impe­tuosa viene a battere sui nostri promontori, che attra­versa deserti e crea sorprese di pane, di acqua e di an­geli. È disceso dal cielo perché la terra non basta, per­ché a nessun figlio prodigo bastano le ghiande contese ai porci. Ha invece nostalgia del pane di casa. La nostra casa è il cielo. Dice oggi Paolo: «Siate imitatori di Dio» E5, 2). A noi basterebbe avere nostalgia di Dio. E del pane di casa. «Siate imitatori di Dio»: non solo date il pane e l’acqua, ma diventate pane. E siamo alla ricerca di quel coraggio, di qualcuno che ci faccia diventare dono, come lui, che ci faccia diventare pane, come lui, che ci faccia diventare tutti, gli uni per gli altri, pane e angelo, compagni nel deserto, compagnia oltre il deser­to, fino al monte di Dio, l’Oreb, nel cui nome è rac­chiuso l’oggi di ogni desiderio e il domani dell’eternità.