8 agosto 2021. Domenica 19a
CAMMINO A RISCHIO

XIX domenica B

Preghiamo. Guida, o Padre, la tua Chiesa pellegrina nel mondo, sostienila con la forza del cibo che non perisce, perché perseverando nella fede di Cristo giunga a contemplare la luce del tuo volto. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal primo libro dei Re 19,4-8
In quel tempo, Elia si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: “Alzati e mangia!”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: “Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Sal 33 .  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini Ef 4,30- 5,2
Fratelli, non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,41-51
In quel tempo, i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”. Gesù rispose: “Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: ‘‘E tutti saranno ammaestrati da Dio’’. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

CAMMINO A RISCHIO. Don Augusto Fontana[1]. 
Da due settimane e per un’altra domenica la nostra pasqua settimanale è condotta dal capitolo 6 del Vangelo di Giovanni dove Gesù si propone come pane.
A volte per descrivere una persona diciamo che “è buono come il pane”. Cioè: è una persona che sa diventare significativa per quelli che incontra. Anche oggi i nostri occhi sono puntati su Gesù: una persona necessaria e buona come il pane, soprattutto per chi sta cercando di camminare nella carità e sperimenta fallimenti e stanchezze.

“Con la forza datagli da quel cibo, camminò …”
La vicenda e la figura di Elia sono centrali nella fede degli ebrei, ma anche per la prima comunità cristiana che vede in Gesù il vero profeta Elia, colui che tornando sulla terra avrebbe inaugurato il definitivo Regno di Dio.  La vicenda meditata oggi, riguarda una precipitosa fuga del profeta dalla persecuzione della regina Gezabele desiderosa di introdurre anche in Israele il culto al Dio Baal. Di fatto la fuga avviene verso un monte carico di significato per la fede: il monte Horeb. Lì Elia subisce la crisi della sua vocazione, ma da lì il Signore lo fa ripartire nutrendolo con pane e acqua.
Ora basta Signore”: anche un profeta può arrivare ad un punto tale di stanchezza da coltivare la voglia di dimettersi o di chiedere al Signore di lasciarlo dormire in pace (Si coricò e si addormentò). Le nostre strade sono luoghi di crisi, di stanchezza, di scoraggiamenti. Luoghi in cui diamo le dimissioni dalla nostra profezia. Luoghi dei 6 peccati di cui parla Paolo nella seconda lettura. Vien voglia di lasciarsi andare sotto il ginepro della rassegnazione e della mediocrità. A questa stanchezza provocata non dal super lavoro ma dalla abdicazione, dal non aver più coraggio di sognare, il Signore si propone come pane. La vita, la vita familiare, l’attività pastorale o sociale o educativa sono tutte esperienze ad alto rischio di essere intorpidite, svuotate, prosciugate. Spero che nessuno abbia provato come me questa insopprimibile voglia di rintracciare un posticino tranquillo, un ginepro qualsiasi, dove adagiare la propria stanchezza. E comunque spero che egli abbia trovato a fianco una tiepida focaccia eucaristica e un orcio d’acqua biblica o un angelo di amico che lo abbiano rinfrancato per la strada da percorrere e per il coraggio dei propri sogni: «Io sono il pane vivoSu, mangia perché è troppo lungo per te il cammino».

“mormoravano di lui…Non è il figlio di Giuseppe?”. Un Dio post-clericale.
L’incredulità attorno a Gesù si manifesta, ieri e oggi, come mormorazione per il fatto che Dio non si presenta come vorremmo noi. E l’incredulità aumenta quando Gesù si propone come nostra ragione di vita: pane di vita.  Paolo dirà: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Galati 2,20). Beato lui! Mangiare Gesù significa allora accettare di assimilarne idee, abitudini, prospettive, scelte, passioni. Non basta dire il Credo, occorre arrivare fino al punto di mangiare.
Il mormorare è un verbo biblico ad alta densità di significato. Me lo trovo anche disseminato qua e là nelle pagine della mia vita di ieri e soprattutto di oggi. Quindi non me la prendo contro i giudei che dicono a Gesù: “Ma questo qui, chi è? Chi crede di essere? È uno di noi! È il figlio di Giuseppe” o contro i farisei che mormoravano contro Gesù perché frequentava gente moralmente inaffidabile (Lc 15,2; 19,7) o contro i suoi compaesani che si scandalizzavano di lui perché ne conoscevano le umili origini paesane (Mt 13. 53-57). Né me la prendo con i discepoli che lo piantano lì, come vedremo domenica 22 agosto (Gv 6,60-69): «Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”. Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza?”… Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui».
«Ciò che mai digeriranno è che Dio rifiuti le scenografie giganti per mostrare chi Lui è. Mai sopporteranno che Dio parli sottovoce, in punta di piedi, a bassa voce. Loro vogliono vedere fuochi d’artificio» (Don Marco Pozza).
Il quindicinale cattolico statunitense National Catholic Reporter nel 2018 pubblicava una Lettera Aperta ai vescovi americani, in vista dell’Assemblea della Conferenza episcopale, nella quale, tra l’altro, scriveva: “Presentatevi in abiti civili e lasciate a casa tutti i finimenti, i collarini, le talari, le croci di seta e pizzo e le croci pettorali. Dio vi riconoscerà. Fate questo piccolo passo in umiltà e incontratevi come fratelli[2].
Disse Enzo Bianchi: «gli uomini, soprattutto gli uomini «religiosi», sono sempre pronti a plasmarsi un vitello d’oro (cf. Es 32,1-6), un Dio manufatto secondo i loro bisogni e desideri… No, noi cristiani andiamo a Dio attraverso Gesù, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita, Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli uomini si fabbricano con le proprie mani: ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù».[3]


[1] Suggestioni da A. Pronzato, Parola di Dio ciclo B, Gribaudi, 1990
[2] Loic De Kerimel, En finir avec le cléricalisme, Ed Seuil, 2020, pag. 249
[3] Enzo Bianchi, Dire il Dio di Gesù Cristo, Milano, 8 aprile 2011 Basilica di S. Ambrogio




La grande leva del terzo settore, Enti non profit
Leonardo Becchetti (Avvenire)

La grande leva del terzo settore. Enti non profit, co-progettazione e NgEu
di Leonardo Becchetti
in “Avvenire” del 29 luglio 2021

Nel corso degli ultimi mesi un ruolo decisivo per curare e attenuare le ferite della pandemia è stato giocato nel nostro Paese dal Terzo settore – ovvero da quell’insieme di enti e organizzazioni che si pone uno scopo socialmente meritorio e opera in settori come quelli di salute, assistenza, mense dei poveri, riduzione dello spreco, formazione permanente, parità di genere, cultura, sport, cooperazione internazionale attraverso modalità organizzative sempre nuove che oggi includono tra le molteplici forme organizzative le fondazioni comunità, le cooperative di comunità e le cooperative sociali. L’importanza dell’operato del Terzo settore non è forse ancora compresa appieno dall’opinione pubblica. Nel corso degli ultimi decenni è invece progressivamente cresciuto e si è consolidato il consenso tra gli economisti sul ruolo fondamentale del ‘capitale sociale’ come collante e precondizione per lo sviluppo e la coesione sociale. Studi e ricerche hanno ‘identificato’ la capacità di dare e ricevere fiducia, la reciprocità, il senso
civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici come le sue componenti chiave e si sono domandati se e in che modo fosse possibile ‘produrre’ o accrescere questa risorsa fondamentale. Questo dibattito ci aiuta a comprendere da una prospettiva nuova il ruolo e il valore di tali organizzazioni. Gli enti di Terzo settore infatti non sono soltanto la risposta più prossima e celere ai bisogni emergenti della società, ma – nel loro operare attraverso il tempo e le energie donate da dipendenti e volontari – alimentano e costruiscono quel capitale sociale che è prerequisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. La complementarietà tra lavoro del Terzo settore e dinamiche sociali
e produttive italiane può essere verificata da molteplici esempi. Per farne solo uno, la ricca e variegata schiera di organizzazioni volontarie che si propongono di valorizzare attrattori culturali e paesaggistici dei diversi territori producono un beneficio indiretto per tutto il settore produttivo (turistico, agroalimentare, della ristorazione, alberghiero, dei trasporti) i cui profitti dipendono dall’attrattività del territorio stesso. Le parole chiave per lo sviluppo futuro del settore e per la creazione di una partnership creativa con le istituzioni e con le imprese profit sono generatività, impatto, ibridazione e co-progettazione. L’innovazione del Terzo settore punta infatti a una crescita di capacità di creare impatto sociale e ambientale combinandola con la creazione di valore economico e mettendo al centro della propria azione la promozione della dignità della persona. Anche una recente sentenza della Corte Costituzionale sostiene la rivoluzione della coprogettazione. Gli enti di Terzo settore non sono solo potenziali vincitori di bandi costruiti dalla pubblica amministrazione ma per le loro competenze, conoscenza dei problemi del territorio e sensibilità sociale possono concorrere con l’amministrazione alla definizione delle politiche sociali. Nella motivazione della sentenza, la Corte Costituzionale giustifica questa scelta affermando che «gli enti di Terzo settore, in quanto rappresentativi della ‘società solidale’, del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità
dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della ‘società del bisogno’». Next Generation Eu riconosce questo valore e destina 11,17 miliardi a infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore. Le parole chiave del piano sono deistituzionalizzazione, domiciliarità, progetti personalizzati. Si sarebbe potuto investire meglio e di più sostenendo con incentivi l’innovazione sociale e la costruzione di reti e partenariati che moltiplicano capacità e qualità d’intervento del Terzo settore. Si deve puntare con lucidità ed efficacia su una realtà che è una grande risorsa per l’Italia. Anche e soprattutto nello scenario attuale non può essere persa l’occasione di puntare in modo sempre più efficace al grande traguardo di promuovere dignità e sviluppo della persona mettendo al centro la relazione di cura che è il vero motore dell’energia necessaria a ogni vera ripresa e della ricchezza di senso del vivere.




1 agosto 2021. Domenica 18a
DAL DONO AL DONATORE (Gv 6)

18 domenica B –

Preghiamo. O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo le immense risorse del creato, fa’ che non manchi mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 16,2-4.12-15
In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”». La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
Salmo 77  Donaci, Signore, il pane del cielo.
Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli,
raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto.
Diede ordine alle nubi dall’alto e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo e diede loro pane del cielo.
L’uomo mangiò il pane dei forti; diede loro cibo in abbondanza.
Li fece entrare nei confini del suo santuario, questo monte che la sua destra si è acquistato.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 4,17.20-24
Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri.  Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,24-35
 In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «Amen, Amen io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».  Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «Amen, Amen io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».  Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

DAL DONO AL DONATORE. Don Augusto Fontana
Può capitare nei matrimoni aristocratici: lei trentenne si “innamora” di un ottantenne e si sposano; con un occhio a villa principesca e yacht lussuosissimo più che per afflato amoroso. Ma capita anche a noi, comuni mortali di essere grati di un dono ma sfuggenti nell’abbraccio al donatore. Anche con Dio. Il proliferare, in certi settori ecclesiali, di pratiche affini alla magia per conseguire guarigioni e assicurarsi il favore del Signore, prova che l’equivoco sul pane che Gesù offre è sempre attuale[1].
Così a Cafarnao… Gesù disse loro: « voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati…. Io sono il pane della vita… il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Scriveva il biblista Fausti[2]: «Non desiderano tanto lui, quanto ciò che da lui viene. Sono come i polli che vanno dietro alla massaia per amore del becchime.
Israele, il primo giorno che entrò nella terra promessa, disse: «Che buono Dio!»; e danzò e tacque di stupore.
Il secondo giorno disse: «Che buono Dio, che ci ha dato la terra!»; e cantò e guardò con gioia il cielo e la terra.
Il terzo giorno disse: «Che buona la terra che Dio ci ha dato!»; e guardò con piacere la terra e il cielo.
Il quarto giorno disse: «Che buona la terra!»; e guardò con avidità la terra.
Il quinto giorno tacque, dimenticò il Padre e guardò con invidia il vicino.
Nel sesto giorno ognuno cominciò a litigare con il fratello, per ampliare i propri confini. Così ebbe ini­zio, e continuò, tutto ciò che leggiamo nei libri di storia e sui giornali: furti e omicidi, imbrogli e menzogne, violenze e ingiustizie, oppressioni e mali di ogni tipo. Il giardi­no divenne deserto e tutti finirono in esilio, senza terra, senza Padre e senza fratelli».
Dunque pare che la gente cerchi di mangiare a sbafo, di aggirare la condizione umana del “Con dolore trarrai dal suolo il cibo per tutti i giorni della tua vita. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (Genesi 3, 17-19).
Dicono “Signore, dacci sempre questo pane”, intendendo il pane gratis senza oneri; l’equivoco si ripeterà al pozzo di Giacobbe con la samaritana (Gv 4,15): «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
Pane, acqua. Ma quale pane e quale acqua?
“Io-sono il pane della vita…Io-sono acqua viva”. Pane della vita potremmo tradurlo come “pane vitale”, “pane che dà la vita[3]. Quella dopo la morte, ma anche quella prima della morte, come scrive Giovanni nella sua prima Lettera (3,14): «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte».

Gesù si era presentato come colui che dà il pane, ora si identifica con il pane. Anche noi, oggi, diciamo di qualcuno/a: “E’ buono/a come il pane”. «Man­giarlo» significa assimilarlo, o meglio, esserne assimilati, per vivere di lui e come lui. Già Ezechiele (3,1) “mangia il Rotolo della Torah”; Geremia confessava al Signore: “Quando trovai le tue parole, le divorai con avidità; la tua parola fu per me una gioia e una letizia per il mio cuore” (Ger 15,16) come anche per l’autore di Apocalisse (10,9).
L’omelia di Cafarnao punta sul verbo “credere in…” (nel testo greco “Pisteuein eis”) che indica l’orientamento della vita verso la persona di Gesù, come l’ago della bussola è sempre puntata verso il polo magnetico.  Credere è l’opera per eccellenza di Dio, che supera ogni nostro agitarci religioso.  Anche se questa opera assoluta, altrove è meglio specificata; in Luca la predicazione di Giovanni Battista suscita una domanda che è molto simile a quella che esce dalla bocca della folla qui a Cafarnao, e cioè “Che cosa dobbiamo fare?”. Giovanni Battista rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Si direbbe che la domanda attraversa varie volte i Vangeli: Mt 19,16 Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Mc 10:17 Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Lc 10:25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Lc 18:18 Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?».
E le risposte di Gesù, secondo i Sinottici, sono unificabili in: «Vai, vendi, dai ai poveri poi seguimi!…Fatti prossimo ».
Pare che Giovanni voglia intensificare un’opera di interiorizzazione che tuttavia non va messa in contrapposizione con l’opera dell’amore.
Pane parlante.
Scriveva Enzo Bianchi: «Gesù si presenta come cibo in quanto Parola, Parola del Padre, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), Parola discesa dal cielo. La Parola di Dio è sempre stata letta nell’Antico Testamento come cibo, pane che dà la vita all’umanità (cf. Is 55,1-3; Pr 9,3-6, ecc.); ma ora questa Parola, detta molte volte e in diversi modi nei tempi antichi agli esseri umani tramite Mosè e i profeti (cf. Eb 1,1), è un uomo: è Parola di Dio umanizzata in Gesù di Nazaret. In questo senso Gesù si consegna agli umani quale “pane della vita”, pane che porta la vita. Questo linguaggio è talmente vertiginoso che non è possibile commentare tali parole di Gesù: vanno solo accolte in adorazione. Gesù, sì, proprio Gesù, un uomo, un ebreo marginale di Galilea, il figlio di Maria e di Giuseppe, proveniente da Nazaret, è in verità la Parola di Dio e, in quanto tale, è cibo, pane per la nostra vita di credenti in lui. Chi può dire di essere in grado di capire e sostenere queste parole? Chi può dire di essere credente in questo modo? Certo, possiamo dire e cantare che Gesù è il pane della vita, possiamo pregare dandogli del tu e confessandolo quale nutrimento per la nostra esistenza, ma poi dobbiamo sentire che queste parole trascendono la nostra mente e il nostro cuore: noi aderiamo a lui, ma a tratti e mai pienamente… In ogni caso, forse il Signore ci chiede solo che tentiamo di dire e ridire queste parole; e di farlo sapendo che solo il suo dono, la sua grazia ci permette di renderle parole dette per ciascuno di noi in modo personalissimo, cioè come soltanto il Signore ci conosce. Possiamo però almeno intuire che, se davvero si crede a queste parole di Gesù, allora nel quotidiano, assimilando quel pane di vita che egli è, ci si fa pane per gli altri, in una semplice e feriale pratica di umanità».


[1] Fernando Armellini, Settimana news, http://www.settimananews.it/ascolto-annuncio/xviii-annum-un-pane-dona-la-vita-eterna/
[2] S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, I, EDB, 2003
[3] Michele Mazzeo, Vangelo e lettere di Giovanni, Paoline, 2007, pag 195.




25 luglio 2021. Domenica 17a
DAL SEGNO DEI PANI AL PANE COME SEGNO

XVII domenica B 

Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re 4, 42-44
In quei giorni, da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”».Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.
Dal Salmo 144 (145).  Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.

Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. 
Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.
Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente. 
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni  4, 1-6
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

Dal Vangelo secondo Giovanni  6, 1-15
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

DAL SEGNO DEI PANI AL PANE COME SEGNO[1].. Don Augusto Fontana
La liturgia domenicale oggi interrompe ancora una volta la Lettura continua del Vangelo di Marco e ci squaderna il capitolo 6 di Giovanni che verrà proclamato quasi per intero fino a domenica 22 agosto. E’ la volta buona per leggere fin da oggi tutto il capitolo 6 per intero.
Pane per chi ha fame e fame per chi ha pane. Quale fame abita la nostra esistenza? Di quale nutrimento abbiamo davvero bisogno?
Il segno dei pani, unico segno narrato 6 volte da tutti gli evangelisti (due volte in Mc e Mt e una volta in Lc e Gv) è riletto da Giovanni con originalità. Al di là delle differenti accentuazioni tutti gli evangelisti interpretano il fatto in senso eu­caristico/pasquale.
Il capitolo 6 costituisce un punto nodale del quarto Vangelo. Eppure pare che abbia avuto una genesi un po’ faticosa; pare che sia un testo inserito tardivamente nel quarto Vangelo, l’unico che non conteneva il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia.
L’evento è situato nel tempo di Pasqua e ….al di là del mare di Galilea, di Tiberiade, in quell’ansa del lago che sta tra Cafarnao e Tiberiade, che può essere attraversata in barca o percorsa a piedi sulla riva. Sono chiare allusioni all’esodo.
Tutto il c. 6 è un gioco di equivoci sul pane, come nel cap. 3 con Nicodemo sul «na­scere» e nel cap. 4 con la Samaritana sull’«acqua». L’equivoco nasce da un doppio senso: una parola ha un significato comune, ma anche un altro significato più importante e più profondo da scoprire. La lettura “simbolica” della realtà fa la differenza tra l’uomo e l’ani­male. Ogni cosa non rappresenta solo se stessa, ma anche rimanda ad altro. Chi non lo coglie, è un «uomo animale» (come dice S. Paolo), che non capisce le cose di Dio, ma neppure quel­le dell’uomo. Il fine del lavoro dell’uomo è mangiare per vivere. Ma come si mangia? L’animale consuma il suo pasto da solo alla greppia, o contende la preda con il rivale. L’uomo invece è fatto per mangiare abitualmente in modo conviviale. Il fast food, consumato in solitudine, soddisfa la fame dell’animale, ma non quella dell’uomo. C’è dunque pane e pane. C’è quello che si compra e si vende, per il quale si litiga e si uccide. Non è certo questo che fa vivere; ad esso, anzi, si sacrifica la vita. C’è però anche quello che si riceve e si condivide con i fratelli, in reciproco amore, che fa dei nostri bisogni il luogo di relazione e di comunione. Non sarà mai a sufficienza meditato il senso della domanda del Padre Nostro: «Dacci oggi (Luca 11,8: “ogni giorno”) il nostro pane “epiousion”» (Matteo 6,11) che banalmente viene tradotto con “pane quotidiano”, ma che letteralmente significa “pane sostanziale, essenziale”.
La composizione del testo.
Inizia con due racconti, uno sul monte (vv.1-15) e l’altro nel mare (vv.16-21); segue il discorso/dibattito sul vero pane (vv. 26-59), che porta all’accettazione o al rifiuto di Gesù, alla confessione di Pietro o al tradimento di Giuda (vv. 60-71). Al centro del capitolo c’è «il pane», nominato 21 volte (su 25 in tutto il Vangelo di Giovanni). Come l’acqua e l’aria, anche il pane è sim­bolo primordiale di vita: lo si mangia per vivere. Ma, a differenza dell’acqua e dell’a­ria, non è solo dono della terra e del cielo; è anche frutto di lavoro, condito di gioia e fatica, di speranza e sudore.
Il segno di Gesù non può essere com­preso che alla luce della contrastante reazione che la sua parola suscita negli ascoltatori. Nel con­trasto fra i due tipi di lettura del segno si rivela chi è Gesù[2]. L’apertura e la conclusione del racconto, rivelano dove sta il contrasto tra le due “letture del segno”: all’inizio una grande folla segue Gesù «vedendo i se­gni che faceva sugli infermi» (v. 2); alla fine solo i Dodici rimangono, profes­sando la loro fede nella Parola: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (vv. 68­-69). Dalla fede fondata sui segni, alla fede fondata sulla Parola; dalla fame di pane alla comunione personale con Gesù: questo è il percorso che il segno sollecita a compiere.
Al centro, Gesù.
Giovanni, ritoccando il racconto si­nottico, concentra la sua narrazione su Gesù che assume l’iniziativa di tutto ciò che avviene. Ha cura dei presenti senza attendere la sollecitazione dei discepoli (v.5); è lui che distribuisce personalmente il pane (vv. 10-11); infine ordina che siano «radunati» i pezzi avanzati (v. 12). Questo modo di narrare cela un’intenzione teologica. Giovanni intende così mostrare che Gesù, oltre a farsene dispensatore, è lui stesso quel pane donato. Il percorso da compiere non è semplicemente dal dono al donatore; occorre comprendere che il donatore si rende presente in ciò che dona, perché non offre altro che se stesso. Dal segno dei pani bi­sogna giungere al pane come segno di Gesù.
In comunione con il Padre.
La scena è ambientata sul «monte», ricordato all’inizio e alla fine dell’episodio (vv. 3 e 15). Se il monte può evocare numerose pagi­ne bibliche, indubbiamente appare come il luogo della stabilità di Dio, con­trapposto al mare agitato in balìa del quale si troveranno i discepoli dopo es­sersi separati da Gesù. Sul monte Gesù si ritira per cercare la comunione con il Padre ed è da questo luogo che, «alzati gli occhi, vide una grande folla ve­nire a lui» (v. 5). Nei sinottici Gesù “alza gli occhi al cielo” subito prima di rendere grazie sul pane e distribuirlo; in Giovanni invece “alza gli occhi sulla folla”. Sarebbe utile cercare da Genesi 1 fino ad Apocalisse 21 tutte le volte che nella Bibbia c’è l’espressione alzare gli occhi  o volgere lo sguardo… In tutta la Bibbia e anche nel vangelo di Giovanni tutte le volte che “si alzano gli occhi” succede qualcosa. La domanda è: forse non succedono più alcune cose perché non alziamo gli occhi?
La prova per i discepoli.
Nella sua iniziativa Gesù coinvolge i discepoli, attraverso il dialogo che in­tesse con due di loro. Dapprima si rivolge a Filippo, «per metterlo alla pro­va» (v. 6). La prova di Dio, nella Bibbia, assume di so­lito un duplice significato: discerne ciò che c’è nel cuore dell’uomo e sag­giandolo lo purifica, per condurlo ad assumere il pensiero di Dio.  Gesù «sapeva bene quello che stava per fare» (v. 6).  Filippo, messo alla prova, mostra subito la sua incredulità: pani per duecento denari… Il denaro è la paga per una giornata di lavoro per un operaio, quindi 200 denari sono lo stipendio di sei mesi; forse è il denaro che avevano nella cassa? Arriva in scena Andrea, fratello di Pietro, il quale dice : C’è qui un ragazzino che ha cinque pani d’orzo e due pesci, ma che è questo per tante persone? Il ragazzino non c’è nei Sinottici. L’evangelista insiste dicendo che c’erano solo adulti (5.000 adulti). In quella situazione di mancanza di pane, l’unico che ha qualcosa è un ragazzino, un povero, un debole, uno che conta nulla. Ci sono 12 apostoli e 5000 adulti che hanno niente; solo quel ragazzo ha pani e pesci. Probabilmente questo può essere stato suggerito da una analoga vicenda capitata al profeta Eliseo.
Da dove?
«Dove [letteralmente “da dove”] possiamo comperare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». In greco risuona l’avverbio pothen, che nel Vangelo di Giovanni ricorre frequentemente con un accentuato significato cristologi­co[3], per designare Gesù nel suo venire dal mistero di Dio. A Cana si narra che il maestro di tavola non sapeva «da dove venisse il vino» (2,9). La donna di Samaria domanda a sua volta a Gesù: «Signore, tu non hai un mezzo per at­tingere e il pozzo è profondo; da dove dunque hai quest’acqua viva?» (4,11). Come già nel deserto di fronte alla manna il popolo mormorava domandan­dosi: «Che cos’è», così ora chiede «chi è» Gesù, «da dove» viene. Gesù ave­va affermato solennemente la sua origine dal Padre, origine contestata dai giudei che si fermano alla «carne» dicendo di conoscere la famiglia: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo? » (6,42).  Il pane vero che sazia l’uomo, come il vino di Cana e l’acqua di Sa­maria, proviene da quel «dove» che è il Padre. Dice Gesù: «Io so da dove vengo e dove vado» (8,14). Durante il processo ro­mano Pilato indagherà l’identità di Gesù con il medesimo avverbio: «Da do­ve sei?» (19,9).
Niente, poco, tutto.
L’origine di questo dono non sostituisce l’agire del­l’uomo. Anche in questo consiste la prova alla quale i discepoli vengono sottoposti. La domanda di Gesù evidenzia la loro impossibilità: due­cento denari non basterebbero per comperare pane sufficiente per tutti, e cin­que pani di orzo e due pesci, che cosa sono per tanta gente? Per Filippo e Andrea se non si ha abbastanza, nulla è possibile. Il poco equivale a niente; tanto vale quindi non impegnarsi. Gesù con il suo ge­sto capovolge la prospettiva: il poco che si possiede può essere comunque do­nato. Che siano duecento denari o cinque pani, il calcolo da fare non è se sia­no sufficienti, ma se si è capaci di investirli totalmente.
Il gruppo di Gesù […] dà tutto quello che può, il ragazzino offre tutto quello che ha, la folla riceve tutto quello che chiede. […] In definitiva: se io do tutto quello che ho, il mio prossimo riceverà tutto quello che desidera. Il «se avessi di più» viene spazzato via da questa operazione[4].
Quando si dà tutto, è come se si donasse la propria vita. Al pari della vedova di cui parla­no Marco e Luca, la quale, gettando nel tesoro del tempio tutto quello che aveva, donava di fatto la propria vita (Mc 12,41-44; Lc 21,1-4), Gesù fa di questo gesto il segno dell’offerta totale di sé.
Un pane gratuito.
Gesù distribuisce il pane dopo aver fatto sdraiare  (ripetuto tre volte vv. 10-11) i presenti.  Non è facile comprenderne il significato. Molte ipotesi sono state avanzate; tra i vari rimandi possibili forse non va tra­scurato il ricordo della Genesi, quando il Signore rivela le conseguenze del peccato: «Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,17-19). Ora, nella salvezza operata da Gesù il pane può essere mangiato senza sudo­re, seduti non su suolo arido, ma rigoglioso di erba verde. In quel luogo c’era molta erba. E questo non è verosimile perché sulla riva al di là del lago imperversa il deserto. Gesù chiede che si adagino. A quel punto noi capiamo che Gesù sta per fare un banchetto pasquale: c’è la posizione di essere adagiati, così si doveva mangiare la Pasqua: era la posizione kyriale, signorile, di chi è padrone, signore.
Dodici ceste
Di fronte a tanta gratuità, del tutto stridente appare il tentativo con cui la fol­la (ancora una ricerca sbagliata) tenta di afferrare Gesù per farlo re. La tentazione della folla è piegare Dio al loro bisogno spogliandosi di una responsabilità personale. Le dodici ceste di pane avanzato sono lì per ricordare anche questo: il pane donato da Gesù rimane per sempre, senza creare legami innaturali di dipendenza. Gli uomini non do­vranno tornare ancora da Gesù per ricevere del pane, perché ormai lo hanno con loro, e comunque possono imparare come donarlo e condividerlo. Gesù dice ai discepoli: Radunate i frammenti avanzati : Radunate (il verbo greco è sunagô da cui deriva sinagoga) i frammenti (klàsmata). Nel testo della Didachè, anteriore a Giovanni, al cap. 9,4 si dice che, fatta l’eucarestia, si devono raccogliere i frammenti (sunagèin klàsmata). La comunità è sempre da costruire, anche dopo il rito.
C’è Pane e pane.
Papa Francesco ha citato spesso la teoria economica, dello «sgocciolamento» («trickle-down»), secondo la quale i benefici concessi alle classi più abbienti – ad esempio dal punto di vista fiscale – favoriscono l’intera società e «sgocciolano» anche sui poveri.  In sostanza, secondo questa tesi, quando il liquido (la ricchezza) all’interno del bicchiere cresce, ad un certo punto tracima e sgocciola in basso, provocando ricadute favorevoli sia sulla classe media come sui più poveri. Francesco ne aveva parlato al numero 54 dell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium (novembre 2013): «Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare».  Seppure indiretto, un riferimento a queste teorie lo si ritrova anche nella enciclica «Laudato si’»: «Ancora una volta, conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui». A queste citazioni si è poi aggiunto un capoverso del discorso ai movimenti popolari, che Francesco ha tenuto a Santa Cruz de la Sierra il 9 luglio 2015, durante il viaggio in Bolivia. Un testo che può essere considerato una «mini-enciclica» sociale. Il Papa ha dapprima osservato: «L’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è semplice filantropia. È un dovere morale. Per i cristiani, l’impegno è ancora più forte: è un comandamento. Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli ciò che appartiene a loro. La destinazione universale dei beni non è un ornamento discorsivo della dottrina sociale della Chiesa. È una realtà antecedente alla proprietà privata. La proprietà, in modo particolare quando tocca le risorse naturali, dev’essere sempre in funzione dei bisogni dei popoli. E questi bisogni non si limitano al consumo». Quindi ha aggiunto, con evidente riferimento alla teoria del «trickle-down»: «Non basta lasciare cadere alcune gocce quando i poveri agitano questo bicchiere che mai si versa da solo. I piani di assistenza che servono a certe emergenze dovrebbero essere pensati solo come risposte transitorie. Non potranno mai sostituire la vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».


[1] Fonti utilizzate: articoli di L. Fallica, B. Rossi, B. Maggioni in  PAROLE DI VITA  n. 2/2004.
[2] B. MAGGIONI, «La moltiplicazione dei pani», in M. MASINI (ed.), La parola per l’assemblea festiva. Diciassettesima domenica «per annum», Queriniana, Brescia 1972, 82.
[3] Sono 13 ricorrenze: 1,48; 2,9; 3,8; 4,ll; 6,5; 7,27 (2 volte); 7,28; 8,14 (2 volte); 9,29; 9,30; 19,9.
[4] P. BEAUCHAMP, «Le signe des pains», in Lumiere et vie 209 (1992) 57.




Reddito di cittadinanza. SI, NO, NI
Roberto Rossini

IL REFERENDUM Anti-Reddito di cittadinanza NON AVREBBE ALCUN SENSO

L’obiettivo da centrare, lo strumento da incentivare, le riforme da fare.

ROBERTO ROSSINI, Portavoce Alleanza contro la povertà

da Avvenire 17 luglio 2021

Continuano, senza sosta, prese di posizioni e articoli che si scagliano contro il Reddito di cittadinanza (Rdc), accusato di aver tradito quanto promesso, ossia ‘abolire la povertà’. Ora si intende abolire il Rdc: così si tradiscono i poveri. Intendiamoci, la promessa di ‘abolire la povertà’ non era credibile – e infatti il Rdc non l’ha fatto – e il Rdc stesso – come ‘Avvenire’ ha segnalato in diverse occasioni – ha dei lati deboli sui quali è necessario intervenire. Infatti l’Alleanza contro la povertà non ha mai risparmiato di sottolineare gli aspetti critici del provvedimento e di suggerire le proposte per modificarli, con franchezza e con competenza. Ma da qui ad abolire tutto un sistema, ne passa. Perché in Italia dobbiamo buttare via tutto, ripartire sempre da zero, senza far tesoro del positivo e scartando il negativo? Perché avere un approccio rivoluzionario quando invece un sano riformismo ci farebbe procedere per via incrementale?
L’errore era già stato fatto prima. Fu infatti traumatico veder sostituire il Reddito di inclusione (Rei) col Rdc. Il Rei aveva un’elaborazione teorica ed esperienziale molto ricca, raccolta dall’Alleanza contro la povertà e resa norma giuridica dal precedente Parlamento e dal governo Gentiloni, nel 2017. Ma ecco lo choc: nel 2019 il governo giallo-verde sostituiva il Rei col Rdc, promuovendo un approccio sensibilmente diverso e introducendo per la terza volta in tre anni una misura contro la povertà. In realtà in quattro anni abbiamo avuto quattro misure contro la povertà: si è passati dal Sia (2016) – il Sostegno per l’inclusione attiva (creato dal ministro Giovannini, a quel tempo responsabile del Ministero del lavoro e delle politiche sociali) – al Rei (2017) e al RdC (2019), ora affiancato dal Rem, il Reddito di emergenza (2020). Forse, più che di referendum, occorrerebbe procedere – in modo più pratico, più smart – fermandosi, raccogliendo gli esiti delle quattro politiche e mettendo a posto quanto non va bene. Tanto ciò che serve lo sappiamo: basta solo la volontà politica di procedere.
Il 2020, oltre ai morti, ci ha portato quasi un milione di poveri in più: ora in totale siamo a 5,5 milioni, in Italia. Le pandemie hanno spesso avuto un effetto livellante sul piano socio-economico, ma non è stato così per il Covid-19, che ha invece ampliando le diseguaglianze esistenti. Dunque se non fossero state varate alcune misure – dal blocco dei licenziamenti alla cassa integrazione in deroga, dall’estensione della durata dei sussidi di disoccupazione al bonus per gli autonomi, dal Rdc al Rem – non avremmo ‘solo’ un milione di poveri in più, ma – secondo i nostri calcoli – quasi tre milioni.
Che fare, allora? “Avvenire” ha indicato a più riprese i punti cardine di una necessaria riforma. E l’Alleanza di cui io sono portavoce ha chiaro che serve una revisione su tre livelli del Rdc.
Il primo livello riguarda l’accesso al provvedimento per alcune categorie ingiustamente penalizzate, come le famiglie con minori (tenendo presente anche l’introduzione del nuovo Assegno unico universale), gli stranieri e le situazioni sociali indebolite proprio dalla pandemia.
Il secondo livello è del welfare locale, da rafforzare nella presa in carico dei soggetti in povertà, a partire da qualche idea da mettere in campo per un’analisi preliminare dei casi per garantire un’assistenza puntuale, duratura ed efficace.
Il terzo e ultimo livello è quello delle politiche attive, di upskilling e reskilling[1], e di incentivazione al lavoro, ossia i cosiddetti in-work benefit. Attualmente chi accetta un lavoro non perde il Rdc, gli viene solo sospeso. Ma, come il 14 luglio scorso ha argomentato Leonardo Becchetti, occorre introdurre anche altre forme di incentivo, per rassicurare chi può lavorare, per esempio consentendo un parziale cumulo tra reddito ricevuto/guadagnato e sussidio, sia per coloro che entrano nel mercato del lavoro sia per coloro che già svolgono qualche attività disponendo però di un reddito troppo basso.
Invece vale la pena di ricordare che, oggi, se un beneficiario del Rdc rifiuta delle «offerte di lavoro congrue» perde il sostegno, e quindi il timore vero – per cui dovrebbe essere cumulabile – è di trovarsi espulsi dal mercato del lavoro e senza più Rdc: una linea troppo punitiva. Infine, vale la pena di sottolineare un fatto che continua a non apparire nella cronaca politica che discute di povertà: esistono persone che non possono lavorare. Vi sono poveri che sono tali proprio perché non sono in grado di poter lavorare in quanto colpiti da una malattia mentale, da una malattia del corpo, da una dipendenza, da una condizione familiare molto difficile. È per questo che, quando ci si avvicina alla povertà, occorre farlo con l’attenzione che serve e il provvedimento che vale. Abbiamo ora l’occasione di ritornare sul tema della povertà, perché l’agenda politica lo ha rimesso in luce. È un problema vero, duro, impegnativo: forse è anche ingiusto parlare di povertà, perchè in realtà dovremmo parlare di poveri, di cittadini impoveriti o impietriti da situazioni più grandi di loro. L’Alleanza contro la povertà ha elaborato dati e strategie e le mette a disposizione di chi intende seriamente considerare come contrastare la povertà.


[1] Secondo il report Future of Jobs, il 50% dei lavoratori è chiamato a fare reskilling e upskilling, riqualificando e aggiornando le proprie competenze per far fronte alle nuove richieste. L’espressione inglese “upskilling” indica proprio il processo di adeguamento e arricchimento delle proprie skill, delle proprie competenze – soprattutto digitali – fatto per venire incontro alle trasformazioni che i diversi ruoli professionali stanno avendo con l’avvento della tecnologia. Fare upskilling significa letteralmente fare un upgrade delle proprie competenze. Reskilling, invece, significa riqualificare le proprie competenze, puntando proprio a quei “lavori del futuro” in grado di assicurare buone opportunità di crescita personale, economica e professionale. Per riuscire a rimanere competitivi in un mondo che cambia a ritmi sempre più veloci, investire nelle strategie di upskilling e reskilling è fondamentale.(ndr)




18 luglio 2021. Domenica 16a
CELEBRARE TEMPI DI RESPIRO. INSIEME.

XVI domenica B

Preghiamo. Dona ancora, o Padre, alla tua Chiesa, convocata per la Pasqua settimanale, di gustare nella parola e nel pane di vita la presenza del tuo Figlio, perché riconosciamo in lui il vero profeta e pastore, che ci guida alle sorgenti della gioia eterna. Per Gesù Cristo il nostro Signore. AMEN
Dal libro del profeta Geremia 23,1-6
“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio di Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: “Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io mi occuperò di voi e della malvagità delle vostre azioni. Oracolo del Signore. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una”. Oracolo del Signore. “Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimora; questo sarà il nome con cui lo chiameranno: Signore-nostra-giustizia“.
Salmo 22. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia. Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 2,13-18
Fratelli, ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.   Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

CELEBRARE TEMPI DI RESPIRO. INSIEME. Don Augusto Fontana
«Anche gli animali avevano preteso da Domineddio il diritto alla domenica. “Cosa volete?” chiese il Signore. “Per me la domenica – disse il leone – è un gran bel mangiare la preda che afferro”. Il ghiro: “Per me è un gran bel dormire”. La scimmia: “Un gran bel ballare di ramo in ramo”. Il pavone: “Un grande sfoggio della mia ruota passeggiando in su e in giù”. E il maiale: “ Rigirarmi nella pozzanghera e poi asciugarmi al sole”. Furono accontentati. Ma poche domeniche dopo si presentarono tutti col muso lungo davanti al Creatore: “Queste domeniche non ci accontentano…”. “Sapete perché? – disse il Signore – Perché non avete capito che per fare domenica occorre qualcuno con cui stare insieme e parlare cuore a cuore”»[1].  Le favole sono il sorriso della sapienza innocente. O sogni di terre senza luogo? L’ho narrata a un giovane, di quelli che a fine settimana lavora con un “contratto week-end”, part-time verticale: 20 ore settimanali concentrate al sabato e alla domenica per uno stipendio di 600 euro al mese. Ultima ed estrema formula di lavoro flessibile. La favola franò in un silenzio senza sorriso, eloquente di perplessità. Forse – pensai – non si era sentito troppo onorato nel trovarsi classificato tra scimmie e maiali. O forse sognava un’improbabile domenica, una distesa sconfinata di tempo per un riposo sabbatico tra gente riunita a danzare la vita, a celebrare silenzi e memoriali di Dio, futuri cieli e terre nuove. Entrai in quegli occhi. Gli stessi dell’amico medico in turno di guardia dal sabato sera al lunedì mattina; stessi occhi delle lavoratrici con famiglia, casalinghe della domenica per condanna o per amore; stessi occhi dell’assonnato doppio-lavorista che incontro al bar mentre vado all’assemblea del Giorno del Signore.
In quegli occhi la domenica fa problema; per necessità indotte, fittizie, reali, invincibili. Problema di chiesa, ma non meno che di vissuto collettivo: siamo rassegnati in attesa che giunga da chissà quale Messia la saggezza di salvare, anche per noi preti, dei tempi di riposo per “essere” e per “stare insieme”. Attesa di celebrare il nostro fiato all’unisono con il solido respiro Pasquale del Signore: «In sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo giorno ha cessato e ha ripreso fiato» (Esodo 31,17). Riposarsi, prendere fiato (Spirito), respirare profondo: non è un’anacronistica e oziosa eccezione per divinità borghesi, ma vocazione universale per creature interpellate dal Qoelet: «Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?»[2]. Il profeta Amos (8,11)  gridava: «Verranno giorni, dice il Signore, in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane nè sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore».
Il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda:«Le necessità familiari o una grande utilità sociale costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale[3]. I fedeli vigileranno affinchè legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute».
Si riunirono attorno a Gesù.
«Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro:  «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’».  Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare» (Marco 6, 30-31). Il testo di Marco appartiene ai sommari; brevi passaggi di testi che servono a concentrare i temi precedenti e lanciare le pagine successive. Il testo della liturgia odierna nasce dall’invio in missione e si concluderà con la sezione dedicata al deserto, al pane donato in abbondanza, al gregge disperso che morirebbe sfinito senza l’efficace compassione di Gesù pastore. Una missione, dunque, si è compiuta; da Marco non si sa come sia andata. Per Luca, invece[4], pare che sia andata bene, visto che ha voluto annotare la gioia dei discepoli, che contagia anche Gesù. Marco, più sobrio, mette in bocca a Gesù l’invito a seguirlo nel riposo. E’ una vocazione: “Venite!”. Ha bisogno di ripetere alla sua comunità di non illudersi delle masse che si accalcano: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore» (Salmo 127,1). Già nel suo primo capitolo l’evangelista Marco aveva annotato che Gesù, di fronte alla pressante ricerca delle folle, adotta due scelte: non lasciarsi  “catturare” (Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava) e non lasciarsi “addomesticare” in un cortile (Andiamocene altrove per i villaggi vicini). Inoltre Gesù spesso sente il bisogno di formare la sua comunità, di permetterle di sondare meglio la sua vita e le sue parole. In queste annotazioni di Marco c’è spazio per i mistici, ma anche per chi, come me, molto più prosaicamente ha bisogno di essere allertato sul rischio di diventare vedette o robot. E forse c’è posto anche per noi condannati dal rumore e dal lavoro. Pecore senza pastore, degne più di una compassione profetica («Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»[5]) che di una staffilata moralistica. Mosè aveva chiesto al Signore di mettere a capo della comunità di Israele «un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore» (Numeri 27,17). Eccolo questo pastore. Non come i pastori demagoghi che Geremia individua nel suo capitolo 23: succubi di alleanze scriteriate e di interessi privati in pubblica pastorale. Non mi sottraggo al fastidio di essere stato smascherato dal veggente profeta.  Eccolo dunque questo pastore carismatico capace di empatia e di sorprendente operosità.
Danza seppur con la schiena piegata!
Diastole e sistole, espansione e concentrazione, vita e celebrazione: sono sfide che hanno albe lontane. «Mosè disse a faraone: «Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio!». Il re di Egitto disse : «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori! Fannulloni siete; fannulloni! Per questo dite: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni»(Esodo 5,3-18)….Il Signore disse: «Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo sarà per voi un giorno santo, un giorno di riposo assoluto, sacro al Signore»(Esodo 35).
Triplice è l’alienazione del lavoro che altera i lineamenti dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio: la schiavitù, l’idolatria (del lavoro e dei suoi prodotti), il parassitismo.
Gli uomini della Bibbia, a cui non si può certo rimproverare un eccessivo spiritualismo o ideologismo, hanno spesso collegato il lavoro alla festa e alla gioia. Accostamento per noi, oggi, troppo ardito e incomprensibile. Il lavoro aveva le sue soddisfazioni e comunque era innervato di feste religiose: festa degli azzimi, festa delle settimane, festa delle capanne. L’uomo che lavora con la schiena piegata è anche un uomo che danza e celebra eretto davanti al suo Dio. Dopo l’Esodo, le feste assumeranno un valore celebrativo di eventi meno naturali e più storici. La festa è speranza che apre uno squarcio su terre e cieli nuovi che, dopo aver valorizzato la laboriosità dell’uomo, mostreranno la gratuità di Dio allo stato puro: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti». (Isaia 55, 1-2[6]).
La richiesta del popolo, avanzata tramite Mosè, è limitata nel tempo e nello spazio: chiedono solo un breve tempo per celebrare, per riposare. Una liberazione totale non riescono neppure a sognarla e tanto meno ad esigerla. Ma in quella richiesta aleggia una religiosità «pericolosa», una turbolenza nello scorrere indiscusso di un’organizzazione economico-politica. Il faraone adduce motivi religiosi per mascherare la sua insicurezza politica: «Chi è JaHWeH perchè io debba obbedirgli?» (Es.5,2). Mosè ed Aronne vengono denunciati come agitatori che incitano allo sciopero. Il faraone interpreta il culto degli ebrei come ozio, mancanza di produttività, frode. Il riposo connesso con il culto viene dichiarato un’intollerabile scardinamento dell’organizzazione produttiva. Inizia così una fase più dura di sfruttamento. Il capitolo 26 del libro del Deuteronomio potrebbe aiutarci a cogliere il rapporto tra liturgia e lavoro, tra i sei giorni e il settimo. Mosè si rivolge ad Israele nella sua situazione di benessere, nella sua vita normale quotidiana, nella sua vita di comunità pasquale e di liturgia vissuta intorno al Tempio.  Il capitolo 26 regolamenta il dono delle primizie e delle decime dei frutti del lavoro. E’ una catechesi che fa risaltare lo spirito profondo che il Signore vuole da Israele: spirito religioso, ma anche sociale, spiritualità ma anche giustizia distributiva, spirito imprenditoriale ma anche di amore espansivo. La fede celebrata nella liturgia nasce dalla fede sperimentata nella storia. Le primizie devono essere consegnate al levita e allo straniero attraverso un rito liturgico e non come semplice atto amministrativo, fiscale, burocratico. Si dichiara così che la vita è possibile solo perché Dio ha donato la sua terra: «Ho portato le primizie dei frutti del terreno che Tu, Signore, mi hai donato». L’adorazione a Dio è strettamente legata ad un godimento dei beni, ma non egoistico: «Di ogni bene che il Signore ti ha dato ne godrai tu, la tua famiglia, il Levita e lo straniero che abita fra voi».  Anche la decima parte dei beni o dei guadagni veniva portata ogni anno al tempio e ogni 3 anni veniva deposta fuori dalla porta di casa e messa a disposizione di leviti, immigrati, orfani e vedove; viene considerata «cosa sacra» per cui se fosse trattenuta in casa per egoismo produrrebbe un sacrilegio[7]. Il Signore ha posto una tensione inarrestabile e progressiva in questa dinamica di dono, terra, suolo, lavoro, frutti, liturgia, giustizia-carità, comunione, gioia festosa: è vera storia e storia della salvezza il cui centro e fonte è la Liturgia che rimane veramente il luogo privilegiato del farsi continuo della giustizia-carità attraverso il dono divino ed il lavoro umano in sinergia ed ininterrotta cooperazione.
E’ la logica del sabato. Un ebreo ha scritto: Non è tanto Israele che ha custodito il sabato, ma è il sabato che ha custodito Israele. La nostra contraddizione è che ci lamentiamo di non avere più tempo, che i nostri rapporti si sono imbarbariti, che non troviamo più il senso di ciò che facciamo e che abbiamo perso la qualità della vita. Di fatto ci è stato donato un giorno per tutto questo. Giorno per stare con il Signore, giorno della assemblea, giorno del riposo, giorno del senso. Più che un luogo (la chiesa) ci è stato donato un tempo (un giorno). Donare tempo è donare vita. Gli ebrei vivevano il sabato come dono di una “decima del tempo” a colui che viene celebrato come Signore della vita e Pastore della Chiesa. Tempo di rivelazione che “Dio è in mezzo a noi”,  tempo di recupero della coscienza di appartenere ad un popolo.  “Come è bello e gioioso che i fratelli stiano insieme”(Salmo 133). In giorno di sabato viene chiamato “esodo settimanale”. Viene chiamato Menuchah cioè armonia, quiete, felicità, shalom, delizia, gloria. Come cura contro le nostre nevrosi. Giorno in cui si scopre che Dio abita la sua creazione. E’ giorno di santificazione. Giorno di “anima supplementare”. Giorno di scoperta che l’uomo ha un limite: sta qui il senso della proibizione di non andare oltre una distanza di 1 Km appunto per recuperare un nuovo rapporto con gli oggetti e le persone che lo circondano. Giorno per eccellenza dell’ascolto della Parola del Signore. Giorno della convivialità: tutti, il giorno prima, dovevano aiutare la donna a pulire e cucinare perchè anche la donna fosse libera di godere il piacere del riposo e della convivialità. Stare in riposo e celebrare insieme è un arte da imparare. Non c’è domenica senza assemblea: non gli uni senza gli altri, non qualcuno al di sopra degli altri, non gli uni contro gli altri, ma gli uni per gli altri.  Nel 1998 veniva pubblicata la Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II,  “Il Giorno del Signore”: «Il legame tra il giorno del Signore e il giorno del riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana.  L’alternanza infatti tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso: il riposo è cosa «sacra», essendo per l’uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio. … Resta anche nel nostro contesto storico l’obbligo di adoperarsi perché tutti possano conoscere la libertà, il riposo e la distensione che sono necessari alla loro dignità di uomini, con le connesse esigenze religiose, familiari, culturali, interpersonali, che difficilmente possono essere soddisfatte, se non viene salvaguardato almeno un giorno settimanale in cui godere insieme della possibilità di riposare e di far festa.  Ovviamente, questo diritto del lavoratore al riposo presuppone il suo diritto al lavoro. Attraverso il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione: le cose materiali per le quali ci agitiamo lasciano posto ai valori dello spirito; le persone con le quali viviamo riprendono, nell’incontro e nel dialogo più pacato, il loro vero volto.  Le stesse bellezze della natura – troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l’uomo – possono essere riscoperte e profondamente gustate. Dato poi che il riposo stesso, per non risolversi in vacuità o divenire fonte di noia, deve portare arricchimento spirituale, più grande libertà, possibilità di contemplazione e di comunione fraterna…  In breve, il giorno del Signore diventa così, nel modo più autentico, anche il giorno dell’uomo. La domenica deve anche dare ai fedeli l’occasione di dedicarsi alle attività di misericordia, di carità e di apostolato.  L’Eucaristia domenicale, dunque, non solo non distoglie dai doveri di carità, ma al contrario impegna maggiormente i fedeli a tutte le opere di carità, di pietà, di apostolato, attraverso le quali divenga manifesto che i fedeli di Cristo non sono di questo mondo e tuttavia sono luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini».
San Bernardo ai monaci che volevano darsi a pieno ritmo nella dire­zione spirituale, affermava: «La differenza tra un serbatoio e un canale è la seguente: mentre il canale scarica tutte le sue acque appena le riceve, il serbatoio attende fino a quando è colmo, e dà ciò che può dar via senza impoverirsi. Ora nel­la Chiesa ci sono molti canali, ma pochissimi serbatoi. Sono tanti coloro che vogliono dare prima di aver ricevuto. A loro piace più parlare che ascoltare. Prendono l’iniziativa d’insegnare ciò che non hanno imparato. Benché incapaci di governare se stessi, vo­lentieri si accingono a guidare gli altri».

Se Israele osservasse perfettamente un solo sabato, il Messia verrebbe subito” (Midrash Esodo Rabbah).


[1] Don Gianni Capra introduce gli appunti pastorali sulla Domenica di Giuseppe Piozzi Il giorno del Signore, Edizioni S.Paolo, Cinisello Balsamo 1997,  pag. 8-9.
[2] Qoelet 1, 3.
[3] Il riposo domenicale nasce da un processo di sabbatizzazione del Primo Giorno dopo il Sabato (la Pasqua di Gesù) che, inizialmente,  rimase giorno di lavoro. La legge del riposo fu introdotta ufficialmente da Costantino nel 321. Ma i Padri della Chiesa non furono molto entusiasti: «E’ lo spirito che deve riposare astenendosi dal peccato».
[4] Luca 10, 17-20.
[5] Matteo 11, 28
[6] cf. Isaia 65, 17-23
[7] Cfr. anche Malachia 3,7-9




MENO LAVORO, PIU’ POSTI
Domenico Masi

Meno lavoro, più posti: conta la motivazione
di Domenico De Masi
in “il Fatto Quotidiano” del 13 luglio 2021

Sorprende la sorpresa con cui i giornali hanno riportato come sorprendenti i risultati di un esperimento condotto in Islanda su 2.500 tra medici, infermieri e poliziotti, secondo cui queste cavie umane, lavorando un’ora in meno al giorno e guadagnando uguale, hanno prodotto di più. Stessa sorpresa colse i ricercatori di Harvard già nel 1927, dopo un esperimento condotto con un gruppo di lavoratici della Western Electric di Chicago. Da allora in poi decine di ricerche simili hanno confermato che qualsiasi gruppo di lavoro, se sa di essere coinvolto in un esperimento organizzativo, per ciò stesso aumenta la sua produttività.
In base ai risultati dell’esperimento, imprenditori e sindacati islandesi hanno concordato la riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 35 ore settimanali per l’86% di tutti i lavoratori di quel Paese. Ma non c’è nulla di nuovo. Come ho già ricordato più volte, secondo i dati Ocse, un francese lavora in media 1.514 ore l’anno (cioè 35 ore settimanali) e un tedesco lavora 1.356 ore l’anno (cioè 32 ore settimanali). Invece un italiano lavora 1.723 ore (cioè 40 ore settimanali). Anche per questo l’occupazione in Francia è al 70% e in Germania è al 79% mentre da noi è al 58%. Praticamente, l’italiano lavora ogni anno ben 354 ore più del tedesco, ma produce il 20% in meno. In complesso, lavoriamo 40 miliardi di ore l’anno. Se ognuno di noi lavorasse le stesse 1.371 ore di un tedesco, potremmo disporre di 5,9 milioni di posti di lavoro in più e gli occupati potrebbero
essere 28,9 milioni invece degli attuali 23 milioni. In altri termini, la disoccupazione sarebbe azzerata.
Tutto questo era chiaro già mezzo secolo fa, soprattutto a sociologi francesi come André Gorz e Guy Aznar. Nel 1977, sempre in Francia, il gruppo di studio Adret, in un rapporto significativamente intitolato Travailler deux heures par jour, aveva scritto: “La vera difficoltà per la nostra società non è quella di ridurre il tempo dedicato al lavoro ma di non ridurlo: per raggiungere questo risultato occorre pagare (il meno possibile) un esercito di disoccupati; mantenere nelle aziende una rilevante manodopera eccedente; creare posti di lavoro quale che sia la loro reale utilità; compiere importanti ricerche per rendere più fragili i beni di consumo che invece non chiedono di meglio che durare a lungo; lanciare costose campagne pubblicitarie per convincere la gente ad acquistare cose di cui non ha alcun bisogno; fare in modo di tenere il più possibile fuori della vita professionale i giovani, le donne, i vecchi e così via”.
La questione dell’orario di lavoro è nata con la società industriale e con il lavoro operaio. È nella fabbrica che in tot minuti si fabbricano tot bulloni; è con la catena di montaggio che il lavoro può iniziare simultaneamente solo quando tutti i lavoratori sono al loro posto, e deve finire simultaneamente quando il nastro trasportatore si blocca per tutti. Nella metà dell’Ottocento, a Manchester, la città più industrializzata del mondo, il 94% di tutti i lavoratori erano garzoni e operai che lavoravano fino a 15 ore al giorno per sei giorni la settimana. Poi, con i ritmi scanditi dal cronometro di Taylor, il tempo e la velocità diventati condizioni dell’efficienza, l’efficienza è funzionale al profitto e perciò gli imprenditori resistono a qualsiasi riduzione di orario. Ciononostante, nel corso degli anni, l’orario di lavoro è diminuito incessantemente per effetto congiunto del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione e delle lotte sindacali. Nell’anno 1891 gli italiani erano circa 30 milioni e lavorarono per 40 miliardi di ore. Cento anni dopo erano diventati quasi il doppio, 57 milioni, ma lavorarono solo 40 miliardi di ore. Eppure, lavorando 30 miliardi di ore in meno, produssero 13 volte di più. Gli economisti chiamano jobless growth questo fenomeno: sviluppo senza lavoro.
Ma il progresso non si è fermato: informatica, stampanti 3D, nuovi materiali, intelligenza artificiale, ecc. hanno modificato profondamente l’organizzazione del lavoro: ormai gli operai non superano il 30% di tutta la popolazione attiva, impiegati e creativi rappresentano il 70% e si riesce a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Se non si riduce l’orario, i disoccupati aumentano a dismisura.
L’attività cognitiva non risponde a nessuna delle regole con cui Taylor e Ford imbrigliarono la fatica fisica nella fabbrica industriale. Oggi, ai fini della produzione, non è tanto l’orario che conta, né il luogo in cui si lavora, ma è la motivazione. Se lo hanno capito gli imprenditori islandesi si può sperare che, prima o poi, lo capisca anche la Confindustria.




11 luglio 2021. Domenica 15a
EQUIPAGGIAMENTO LIEVE

15 domenica B

Preghiamo. Donaci, o Padre,  di non avere nulla di più caro del tuo Figlio,  che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità dell’uomo; colmaci del tuo Spirito, perché lo annunziamo ai fratelli con la fede e con le opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Amos 7,12-15
In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge.Il Signore mi disse:Va’, profetizza al mio popolo Israele».
Salmo 84  Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:  egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni1,3-10
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.
Dal Vangelo secondo Marco 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

EQUIPAGGIAMENTO LIEVE. Don Augusto Fontana
«I cristiani devono essere poveri – pare che abbia detto un noto presule polemista – ma la chiesa deve essere ricca». Che è come dire: frate povero in ricco convento. Legittimo richiamo a chi è costretto come me alla protesi del portafoglio; ma non convincente sdoganamento per la chiesa. Paradossi. Sarebbe come dire, invertendo i fattori: chiesa povera per cristiani ricchi. Qualche volta accade. Contraddizione: esiste mai una chiesa sovrapposta ai cristiani?
«Cammina davanti a me».
«Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E comandò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (Marco 6, 7-9). E’ il nostro breviario di viaggio, come lo definisce Silvano Fausti[1]. Sembra un ordine più che un consiglio. L’apostolo Pietro, memore di questo comando, non s’era organizzato l’8 per mille e ha detto ad un paralitico: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3,6). C’era abituato fin dalle campagne di evangelizzazione che Gesù faceva sperimentare ai suoi come un’aquila che insegna ai piccoli a volare. I Dodici non sono depositari unici di una specializzazione riservata; sono solo prototipi. Il Vangelo è affidato alle mani di tutti e non solo di pochi preti o catechisti: «Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Luca 10,1).
Camminare davanti a lui. Gesù li aveva chiamati perché “stessero con lui” e “camminassero dietro di lui”. Ogni passo in meno o in più avrebbe portato i discepoli alla deriva. Ora li manda avanti come battistrada, come amici dello sposo che sta arrivando. C’è una pedagogia del Signore, in tutto questo? La tradizione rabbinica direbbe di sì, come mi pare sostenga Alberto Mello[2]. I genitori camminano “con i figli” più piccoli assumendone gli stessi passi senza anticipi o ritardi, ma poi viene il tempo di invitare i figli a “camminare davanti a loro” come segno di raggiunta maturità. Così nell’interpretazione rabbinica si mette in evidenza la diversa posizione di Noè e di Abramo; del primo si dice che «camminava con Dio» (Genesi 6, 9), del secondo si ricorda l’invito di Dio: «Cammina davanti a me e sii integro» (Genesi 17,1). «Abramo cammina non solo “con” Dio, ma perfino “davanti” a lui: lo precede, gli apre la strada…Al più piccolo (cioè a Noè) il padre dà la mano e gli cammina insieme. Ma al più grande (cioè ad Abramo) il padre dà tutta la libertà di corrergli davanti, di trovare da sé la sua strada»[3].  Il Concilio Vaticano II° stimola i battezzati a vivere la fede non solo come obbediente intimità, ma anche come partecipata missione: «L’apostolato dei laici, che nasce dalla stessa vocazione cristiana, non può mai mancare nella chiesa…Si abituino i laici a lavorare nella parrocchia intimamente uniti ai loro sacerdoti, ad esporre alla comunità della chiesa i propri problemi e quelli del mondo e le questioni che riguardano la salvezza degli uomini perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti; diano, secondo le proprie possibilità, il loro contributo ad ogni iniziativa apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiale… Questa evangelizzazione o annuncio di Cristo, fatta con la testimonianza di vita e con la parola, acquista una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni di vita quotidiana»[4].
I Dodici, dunque, insieme ai discepoli. Il pubblico si sta assottigliando, ma Gesù non demorde; chiama  alcuni senza smettere di invitare i molti, anche le folle. Il Regno di Dio non è una partita di Champions of Champions, pochi campioni che giocano incitati dal tifo di molti. Chi lo vuol seguire non può stare in panchina: «Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di  me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”» (Marco 8, 34). Tutti ad evangelizzare. E senza attrezzi o, meglio, con quei soli attrezzi compatibili con il suo, una croce. La croce che chiede di portare non è, a dispetto di certa predicazione doloristica, l’accettazione stoica di un mal di pancia o di un collega fetente o di una moglie petulante. E’ invece l’accettazione di una “fede a caro prezzo”, quella che ci trasferisce da una condizione di semplici consumatori del supermarket della religione a testimoni coscienti. E’ la croce di una compromessa passione per il Regno di Dio, di una fede pasquale che sia attiva e responsabile, narrabile e seducente. La missione conosce i rifiuti spesso dovuti alle nostre colpevoli presunzioni e deficienze. Qualche volta il fallimento o l’indifferenza nascono dall’innocente fedeltà al messaggio: il profeta Amos, narra la prima lettura (Amos 7,10-17), va in rotta di collisione con Amasia, sacerdote del santuario di Betel, un santuario nato sano e imbastarditosi lungo la sua storia. Lì, in origine, Abramo aveva costruito un altare al Signore, compagno del suo viaggio di fede (Genesi 12, 8). Su quell’altare, più tardi, il re Geroboamo costruirà una copia del vitello d’oro asservendo altare, sacerdoti e culto alla propria politica espansionistica (1 Libro dei Re, 12, 28-33). La miscela di religione e potere è sempre micidiale; il profeta Amos resta vittima del loro patto mafioso: «Vattene, veggente, va a mangiare il pane altrove, ma non profetizzare più a Betel perché questo è il santuario del re e il tempio del regno». Amos scuote la polvere dai sui sandali dichiarando così che il santuario è terra pagana e impura. Anche il santuario può essere territorio da evangelizzare e luogo di sofferenza per la profezia.
Comunque non si va per piazzare una merce, non per scimmiottare managerialità aziendalistiche, ma per liberare, per penetrare fin là dove si annida il male profondo: «E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano» (Marco 6, 12-13).
Gesù non vuole operare da solo e non intende creare una comunità stanziale, statica e isolata. Chiede una comunità che viva tra la gente, entri nei villaggi, stia tra i peccatori, frequenti gli incroci delle città. Oggi i crocicchi e gli incroci tagliano trasversalmente non solo le planimetrie urbane. Nuove sfide e nuovi confini  si aprono per una chiesa di cristiani invitati a non fare della propria fede un party esclusivo dove, tra l’altro, l’importante sia arrivare ad allungare le mani per primo e poi chi s’è visto s’è visto, come si usa dire.
Bastone, sandali e un vestito.
Un parrocchiano mi suggerì, un giorno, di installare, con la collaborazione di una banca locale, un terminale per il bancomat presso la porta della chiesa. Tutti avrebbero potuto collaborare economicamente nel più severo anonimato e con tanto di ricevuta. Non è vero che una scelta vale l’altra. C’è uno stile nella missione e nella testimonianza; un equipaggiamento che parrebbe la versione in prosa delle Beatitudini: «E comandò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche». Esistono versioni diverse da parte dei vari evangelisti. E’ segno dell’incontro dialettico tra le parole del Signore e le diverse situazioni di organizzazione delle prime comunità. Marco ammette i sandali, che invece sono esclusi dalla versione di Luca, e vi aggiunge un bastone forse simbolo del Signore a cui appoggiarsi o, forse, come strumento di cammino e memoria di Esodo. Luca ci tiene a ricordare che Gesù ha ammesso la legittimità, per i suoi missionari, di godere senza scrupoli della riconoscenza dei fratelli: «Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede» (Luca 10, 7).  E’ una dignità di cui Paolo non intende avvalersi, lavorando con le sue mani per non essere di peso ad alcuno[5]. «L’operaio è degno del suo salario; ma il salario non è l’oggetto della sua fatica[6]».  Padre Alex Zanotelli, missionario nella bidonville di Korogocho in Kenya, alcuni anni fa, rifiutava  500 milioni di lire del premio Feltrinelli assegnati dall’Accademia dei Lincei «per imprese di eccezionale valore morale e umanitario». Una radicalità non condivisa da molti di noi. Forse era convinto che il denaro non si decontamina automaticamente per il fatto che passa nelle mani di un prete o è destinato “a fare del bene”. Di qui sorgono le domande: il Vangelo ci chiede nuda imitazione o fondamentale obbedienza? Come restare fedeli alla immagine di chiesa degli Atti degli apostoli, immagine fantasiosa, utopica, anacronistica e impraticabile? I profeti hanno sempre avuto una propria “mimica”, una eloquente gestualità della vita, come Francesco d’Assisi che si denuda davanti al Vescovo in pubblico e Giovanni Battista «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? – chiede Gesù – Una canna agitata dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re. Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta» (Luca 7, 24-26).
Il testo evangelico di oggi non esplicita, a dire il vero, il perché dell’austero equipaggiamento raccomandato. Possiamo supporre che una delle ragioni principali sia il desiderio di manifestare la prioritaria importanza del messaggio; il predicatore attrezzato con l’essenziale affida la sua autorevolezza al valore di quello che dice. Forse significa che la condizione propria degli uomini è quella di non avere né perfezione né autosufficienza, di essere in una condizione creaturale, di aver bisogno gli uni degli altri e di essere dipendenti gli uni dagli altri[7]. Forse c’è qualcosa di più: «di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta» (Luca 12, 30-31).
«Quale è il prezzo del gratuito?» si chiese la Rivista Liturgica nell’ormai lontano 1997. «Il denaro – scrive Italo de Sandre[8] – non è solo una cosa economica che qualcuno ha in tasca, un  dato staccabile da un contesto, ma il segno di un’interazione, di un rapporto sociale prodotto da diversi tipi di strutture e di azioni, causa o frutto di rapporti economici spesso disuguali e di conflitti…Il denaro costituisce anche un codice simbolico di comunicazione». Tra una condanna manichea dei mezzi e uno spudorato e acritico uso, ci sta la misericordia del perdono e la forza ermeneutica di questo vangelo per il nostro agire personale ed ecclesiale. «Gesù si mostra preoccupato di ciò che bisogna essere, più che di ciò che bisogna dire. E’ vero che la parola di Dio è efficace di per sé: non è la mia testimonianza a renderla credibile. Tuttavia la mia controtestimonianza ha il potere di renderla incredibile. Nel male ho sempre un potere maggiore che nel bene: non so creare un fiore; so però distruggerlo[9]».


[1] Silvano Fausti Ricorda e racconta il Vangelo, Editrice Ancora, Milano, pag. 188.
[2] A.Mello La passione dei profeti, Ed Qiqajon, Bose, 2000.
[3] A.Mello op. cit, pag. 96.
[4] Apostolicam actuositatem n.1, 6 e 10.
[5] «Voi ricordate fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio:  lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo  annunziato il vangelo di Dio (1 Tessalonicesi 2, 9).
[6] T.W. Manson I detti di Gesù nei vangeli di Matteo e Luca, Paideia, Brescia 1980.
[7] Raniero la Valle Per una politica dalla parte dei poveri, in HOREB 1/1996, pag. 75
[8] Riti e denaro, in Rivista Liturgica, Ed. Messaggero n. 2/1997, pag 36 e 41.
[9] S.Fausti, op. cit. pag. 188




Il costo del discepolato
Vita e morte di Padre Stan Swamy

In morte in India di Padre Stan Swamy, testimone di fede e giustizia tra i poveri
di Lucia Capuzzi in “Avvenire” del 6 luglio 2021
«Il costo del discepolato». Così, padre Stan Swamy concludeva la riflessione sull’azione sociale dei gesuiti fra i popoli indigeni dell’India centrale, pubblicata nel 2019 dalla rivista Promotio Iustitiae.
Era consapevole di parlare in prima persona. Nei quattro decenni di cammino al fianco degli  Adivasi del Jharkhand aveva dovuto sopportare calunnie, incomprensioni, minacce. Il cerchio si era stretto di più dopo il 2006, quando il gesuita aveva fondato Bagaicha, centro per la difesa dei diritti  dei nativi, espropriati in massa dalle loro terre dalle multinazionali minerarie. Con l’arrivo al governo dell’ultranazionalista Narendra Modi, nel 2014, era diventato un vero e proprio cappio. In base al draconiano Unlawful activities prevention act, migliaia di Adivasi e attivisti per i diritti umani erano stati arrestati senza prove con l’accusa di ‘terrorismo’. L’8 ottobre 2014 sarebbe toccato anche allo scomodo padre Stan.
«Il costo del discepolato». In queste parole è racchiuso il senso della sua vita. E della sua morte, avvenuta alle 13.30 di domenica 4 luglio 2021 nell’ospedale Holy Family di Mumbai, dove era arrivato già allo stremo il 29 maggio. A 84 anni, il religioso era prostrato dal Covid, di cui aveva mostrato chiari sintomi nelle settimane precedenti. Ma soprattutto era sfinito dalla reclusione nel carcere di Taloja dove era rimasto per 233 giorni e notti, nonostante l’età avanzata e il Parkinson. Lo aveva dichiarato, con un filo di voce, lo stesso padre Stan nell’ultima udienza in tribunale, il 21 maggio. In video collegamento, il suo viso era apparso scavato e pallido. Gli occhi, però, emanavano la stessa
forza carismatica di sempre mentre sussurrava: «Non posso più scrivere, passeggiare o mangiare da solo. (…) L’unica cosa che vi domando è di concedermi la libertà su cauzione». La risposta del giudice era stata implacabile: «Non ci sono gli estremi». Non era la prima volta che una Corte indiana rifiutava di concedere la condizionale o almeno gli arresti domiciliari al gesuita. Sarebbe, però, stata l’ultima. La nuova udienza prevista per oggi non ci sarà. Alla stessa ora, nella chiesa di Bandra, vicino all’ospedale, verrà celebrata una Messa funebre. Poi, il corpo di Stan tornerà a Ranchi, nel Jharkhand. Finalmente. Il desiderio di rientrare a ‘casa’, a prendersi cura degli «amici Adivasi», come li chiamava, era il grande desiderio del gesuita. Sapeva che senza la sua voce profetica, la sua battaglia non violenta per la giustizia, il suo coraggio evangelico, gli indigeni sarebbero stati ancora più fragili di fronte all’avidità dei potenti. Sapeva anche, però, che un chicco di grano non muore invano. I germogli sono già spuntati in questi mesi, con il lavoro di PM Tony, che ha preso il posto di Stan al centro Bagaicha. E con l’impegno, ribadito ieri dalla Compagnia di Gesù, a portare avanti l’impegno del proprio confratello per la riconciliazione e la giustizia. Ma l’ispirazione di padre Stan ha ‘debordato’ – per dirla con papa Francesco – dai confini della Chiesa. Tantissimi donne e uomini di ogni credo e orientamento e parte del mondo hanno fatto arrivare un ricordo, virtuale o reale, tramite le reti dei gesuiti. Stan, testimone fedele fino alla morte di Cristo e paladino dell’ecologia integrale, è vivo. Né il sistema giudiziario, né le false accuse, né la malattia hanno potuto uccidere un uccello che riusciva a cantare pure dietro le sbarre, per parafrasare una sua poesia che regalava speranza agli altri detenuti. Fino all’ultimo momento ha pensato a loro, mettendosi in secondo piano.
Lo testimonia l’amico e confratello Xavier Jeyaraj, segretario per la giustizia sociale e l’ecologia della Compagnia. I due si sono potuti incontrare in videochiamata il 20 giugno. «Stan era steso sul letto, non poteva alzarsi – racconta padre Xavier –, era debolissimo. Eppure mi ha riconosciuto subito, ha sorriso e ha balbettato: ‘Sono tornato un bambino prima della fine’. Quando gli ho detto che ci battevamo e pregavamo per la sua liberazione, è, però, riuscito a rispondermi: ‘Non solo per me. Per tutti. Per tutti coloro che sono incarcerati ingiustamente. Io sono solo uno dei tanti’»




4 luglio 2021. Domenica 14a
PROFETA, RABBI E FALEGNAME. PRATICAMENTE DIO.

14° Domenica ord. B

Preghiamo. O Padre, togli il velo dai nostri occhi e donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione. Per Cristo Gesù il nostro Signore.
Dal libro del profeta Ezechiele2,2-5
In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri hanno peccato contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: Dice il Signore Dio. Ascoltino o non ascoltino – perché sono una discendenza di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.
Salmo 122. I nostri occhi sono rivolti al Signore.
A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi  alla mano dei loro padroni.
Come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,7-10
Fratelli, perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.
Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6
In quel tempo, Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi, insegnando. 

PROFETA, RABBI E FALEGNAME. PRATICAMENTE DIO. Don Augusto Fontana

«Nemo propheta in patria» ripeteva spesso in perfetto latino mio padre ciabattino; si riferiva ai suoi beniamini cantanti lirici, adorati in oltralpe e fischiati in patria. Il proverbio è popolare; mite vendetta per farsi e fare coraggio nei fallimenti di routine, con quel pizzico di rischio che si corre appellandosi alla Sacra Scrittura senza tanti distinguo o mediazioni. Nessuno è profeta in patria: magra consolazione per il dipendente frustrato in azienda, per il prete incompreso in parrocchia, per la donna in carriera trattata come serva in casa. Aforisma sussurrato, forse, da molti compagni di strada, in tempi di ripudio, a don Milani, don Zeno, don Giovanni Rossi, don Mazzolari, P. Balducci, P. Turoldo, d. Dossetti, Fr. Carretto, Mons. Romero, memorie simboliche, non solo clericali, della fatica quotidiana di noi conformisti a discernere, ascoltare e difendere la profezia vestita di stracci. Ancora oggi, come ieri per la santa città, Gesù si commuove: «Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te…» (Luca 13,34). Tocqueville chiudendo il suo saggio “Della democrazia in America” ci definisce «folla innumerevole d’uomini tutti uguali, terribilmente somiglianti l’uno all’altro, che girano su se stessi, senza sosta, per procurarsi piccoli e volgari piaceri dei quali rimpinzarsi l’anima». Ammesso e non concesso che tali siamo noi, è plausibile il fastidio per quegli uomini del Regno di Dio che Gesù chiama beati. Sono gli «uomini impossibili» che la ragione istituzionale e conformista dichiara falliti o non fruibili. A loro si concede, al massimo, un compenso nell’al di là, mal interpretando la promessa di Gesù: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti» (Luca 6,22-23).
Il mistero di Gesù appartiene a queste storie ed è il caso più clamoroso di ripudio di un uomo autentico,  profeta, rabbi e falegname, praticamente Dio, fatto simile a noi in tutto eccetto che nel peccato.
Per quanto mi riguarda non posso invocare l’alibi che io non c’ero alla fiera del ripudio. Devo riconoscere che nei miei anni di cammino verso la fede è accaduto un fatto strano e, forse, comune;  anch’io, come fanno gli artificieri, ho accostato questo Gesù con prudenza e circospezione, l’ho studiato nella sua conformazione, ho conosciuto i lati dirompenti, l’ho maneggiato con cura ed ora me lo trovo “disinnescato” tra le mani. Ho neutralizzato la sua carica esplosiva. No, non sono più così sicuro. Se fossi stato là a Nazaret sarei anch’io inciampato nello scandalo, dopo una breve stagione di stupore curioso, di quesiti pour parler, di delusione cocente per il suo look indistinguibile in uno stile di vita inavvicinabile:«Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Luca 9, 58). Come tutti i segugi di Dio anch’io annuso la sua scia e quando mi pare di percepirne la vicinanza ne sono deluso per il suo forte odore di fango e di quotidianità. Il Libro del Tao narra: «Un discepolo vide che il maestro si era alzato per uscire di casa. Era l’ora in cui normalmente il Maestro si dedicava alla contemplazione. Gli disse: “Maestro, state preparandovi a compiere qualcosa di sublime!”. “Sì – disse il Maestro – vado a spalare la neve davanti al cancello”. Allora il discepolo incalzò: “Maestro, vi prego insegnatemi la dottrina dell’illuminazione!”. “Hai mangiato la tua parte di riso? – disse il Maestro – Bene, ora vai a lavare la ciotola!”. Il discepolo andò. E, lavando la ciotola, fu illuminato[1]». Il mistero di Gesù, profeta e rabbi e falegname, praticamente Dio, appartiene a queste storie.
Tutti rimarrete scandalizzati.
La seconda sezione del Vangelo di Marco si chiudeva con la decisione da parte del potere religioso e civile di sopprimere Gesù: «tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (Marco 3,6).
Questa terza sezione (3,7-6,6a) si chiude con un fallimento ancora più drammatico e in progressione: prendono le distanze da lui i parenti e i concittadini. Quelli che il vangelo chiama “i suoi” manifestano i primi dubbi sul suo equilibrio mentale quando vanno a prelevarlo «poiché, dicevano,“E’ fuori di sé”» (3, 21). Poi sono i concittadini a mostrare incredulità (6,3).
Ma non basta. In seguito saranno gli stessi discepoli ad essere coinvolti in questa incomprensione tanto da suscitare una domanda dolce e forte di Gesù: «Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito?»  (8, 17).
C’è una cecità che non risparmia proprio nessuno verso questo Gesù Cristo che è scandalo per i giudei che dicono «Costui bestemmia» ed è stupidità per tutte le persone di buon senso (1 Cor. 1,22ss) che dicono «E’ fuori di sé». Fuori di sé. Impraticabile, esaltato, esagerato, imprudente, sbilanciato, decentrato. E avevano ragioni teologiche da vendere, senza saperlo: il suo baricentro era il Padre. Sento sibilare dietro l’orecchio la sua domanda: «La gente cosa dice sul mio conto?…E voi chi dite che io sia?».
L’evangelista Marco, da bravo narratore e catechista, sviluppa i suoi temi attorno a parole che sono come ritornelli: fede, incredulità, meraviglia…
Nei capitoli precedenti Marco registra spesso la reazione della gente: «tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo:  Non abbiamo mai visto nulla di simile!» (2,12). Anche quelli di Nazareth si meravigliano, ma si tratta di due tipi opposti di meraviglia. Quella dei primi nasce dalla gioia, quella dei secondi dalla delusione che la potenza di Dio si riveli in questo falegname. E’ uno stupore che si ferma alla soglia della fede che, invece,  è anche adesione. Questo è il punto discriminante di tutto il Vangelo: accettare o no che Dio si riveli nell’uomo Gesù. Si può toccare l’uomo Gesù, opprimerlo intorno (“Tutti ti comprimono da ogni parte” 5,31) senza cogliere il suo mistero e senza fare la scelta di seguirlo. Marco aveva già ricordato un detto di Gesù: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre»(3,35). Sembra che non ci sia scampo per chi presume di appartenergli nel sangue e nel clan, per chi sa tutto di lui e lo può maneggiare a piacere: «Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!» (Luca 13,26).
Temo il momento in cui potrebbe dirci di scostarci da lui. E non meno temo l’attimo in cui rischiamo di dirgli, in qualche modo, di fare le valigie. Un giorno – narra il vangelo – nella regione dei Geraseni una legione di oscuri demoni teneva vincolato un uomo tra sepolcri putridi dove i cosiddetti sani lo avevano relegato per incomprensibili convenzioni sociali. Per quei sani un porco valeva più di un uomo colpito dal male oscuro. Gesù libera l’uomo, ma un branco di porci si perde nei dirupi. Abbasso l’uomo e viva il prosciutto, gli mandano a dire senza complimenti: «Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio» (Matteo 8,34). E Dio fa le valige. Ma lì, a Gerasa, questo piccolo trasgressivo Dio, non era di casa. A Nazaret, invece, non lo si poteva proprio dire “extracomunitario”: lì c’era vissuto e, come dice Marco nel vangelo di oggi (Marco 6,1-6), tutti si ricordavano, seppur malamente, di lui e dei suoi parenti. Eppure tra stupori e incredulità «tutti si scandalizzavano di lui». Gesù non ha trattamento migliore di tutti gli out-sider, i fuori-posto di quella cultura che Paulo Freire chiama «cultura depositaria» costituita cioè da valori codificati e trasmessi come intangibili, di generazione in generazione. Una cultura dominante infettiva che si insinua tra i molti, senza risparmio né sconti per piccoli, poveri, schiavi. Praticamente un’epidemia: la paura che questo Gesù venga a rimescolare le carte e ricominciare i giochi magari svelando il baro.
E’ il rischio dell’ovvietà religiosa che provoca la sclerocardia, la durezza di cuore: «e si scandalizzavano di lui». Siamo al naufragio della fede. I discepoli nell’ora della prova si scandalizzeranno: «Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati…Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò» (Marco 14,27). Forse si ricordava di una delle Sue micidiali beatitudini: «E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!» (Luca 7,23). L’ovvietà è ostacolo alla fede. C’è un modo di percepire e vivere le situazioni della vita e le relazioni con le persone che si chiama «ovvio». Consiste nel vivere come ordinario, scontato e previsto quello che si incontra. In base ad uno schema precostituito si incasellano gli eventi in un orizzonte che già conosciamo. Il diverso, il nuovo, che spesso si presenta in modo non eclatante e sintomatico, sfugge alla percezione, non acquista rilievo, non viene preso in considerazione, non mette in discussione. L’ovvietà favorisce la conservazione, il già noto, il garantito. Si tende a interpretare la realtà anziché “riceverla” per non dover cambiare le proprie idee, per non convertirsi davanti al profeta. Gesù si pone nella linea dei profeti rifiutati: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria». Anche i parenti del profeta Geremia tramano contro di lui (Ger.11, 18-29). «Quelli a cui ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito» dice il Signore al profeta Ezechiele (2, 2-5). Il popolo a cui si rivolge il profeta si sente protetto dal suo culto e dal suo tempio ed è lo stesso popolo «dalla testa dura» (Esodo 32,9) che si era costruito il vitello d’oro perchè voleva sicurezze religiose in alternativa alla presenza evanescente della Parola di Dio. Ora si fa proteggere dalla potenza politico-militare dell’Egitto. Il profeta denuncia il compromesso e l’abbandono della fede. La sua vita stessa oltre che le sue parole diventano un ammonimento e un fastidioso richiamo. Ma nonostante l’opposizione, Ezechiele deve rimanere al suo posto: «Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta è in mezzo a loro » (Ez. 2,5).
Non mi resta che contare su questa fedeltà: «Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Timoteo 2, 13).
Kaj Munk, pastore protestante, ucciso dai nazisti nel 1944, scriveva: “Cosa dovrà dunque annunciare il predicatore oggi? Dovrei rispondere: la fede, la speranza e la carità? Sembra una bella risposta. Ma vorrei piuttosto dire: il coraggio. Ma neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l’intera verità. Il nostro compito oggi è la temerarietà, perchè ciò di cui noi, come Chiesa, manchiamo non è certamente nè di psicologia nè di letteratura; quello che a noi manca è una santa collera. I simboli della Chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l’agnello, la colomba, il pesce, ma mai il camaleonte.
Ripassa da noi, Signore Gesù di Nazareth….
Trovo nella Storia di Cristo di Giovanni Papini una sua invocazione da neofita neo convertito. Lucida, ansimante, lunga preghiera  di cui non posso che riportare pochi sospiri: «Sei ancora, ogni giorno in mezzo a noi. E sarai con noi per sempre. Ma è giunto il tempo che devi riapparire a tutti noi e dare un segno perentorio e irrecusabile a questa generazione. Tu vedi, Gesù, il nostro bisogno. Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa subito seguita da un’improvvisa scomparsa; un’apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una parola sola nel giungere, un segno solo, un avviso unico, un’ora sola della tua eternità, una parola sola per tutto il tuo silenzio Abbiamo bisogno di te, di te solo e di nessun altro. Non chiediamo, noi, la grande discesa nella gloria dei cieli. C’è tanta umiltà, tu lo sai, nella nostra irrompente tracotanza. Noi vogliamo soltanto te, la tua persona, il tuo povero corpo trivellato e ferito, colla sua povera camicia d’operaio povero; vogliamo vedere quegli occhi che passano la parete del petto e la carne del cuore e guariscono quando feriscono con lo sdegno e fanno sanguinare quando guardano con tenerezza. E vogliamo udire la tua voce che sbigottisce i demoni per quanto è dolce e incanta i bambini per quanto è forte. Noi ti preghiamo dunque, Cristo, noi, i rinnegatori, i colpevoli, i nati fuori tempo, noi che ci rammentiamo ancora di te e ci sforziamo di vivere con te, ma sempre troppo lontani da te. Ti aspetteremo ogni giorno a dispetto della nostra indegnità e d’ogni impossibile. E tutto l’amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore»[2].


[1] F. Pasqualino Gli orecchini di Dio ,SEI, Torino, pag 46.
[2] Domenico Porzio (a cura di), Incontri e scontri con Cristo, Ferro edizioni, Milano, 1971, pagg. 342-351.