UN RICOVERY PLAN DA DISARMARE
Danilo Amadei

UN RICOVERY PLAN DA DISARMARE.
di DANILO AMADEI (VITA NUOVA -Diocesi di Parma- 23 maggio 2021)

Alcune scelte ed omissioni delle ultime settimane stanno mettendo in allarme tutte le associazioni per la pace e nonviolente. Il Recovery plan italiano (o Pnrr o Next generation Eu) approvato dal Parlamento prevede «di incrementare, considerata la centralità dell’Italia nel quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in coerenza degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica» . Viene inoltre ipotizzata la realizzazione dei cosiddetti «distretti militari intelligenti per attrarre interessi e investimenti che corrispondano alla visione organica del Pnrr».
È immaginabile dunque un futuro con nuovi armamenti “green”? L’importante diventa la produzione ecocompatibile, anche se quanto produce può distruggere vite umane e ambienti naturali? L’Osservatorio sulle spese militari in Italia ha di recente denunciato che, in piena pandemia, la spesa militare nel bilancio dello Stato italiano è prevista nel 2021 per quasi 25 miliardi di euro, con un incremento dell’8,1% rispetto al 2020 (15,7% rispetto al 2019). Per la prima volta in Italia la spesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’armamenti supera i 7 miliardi di euro in un solo anno. In Parlamento non riesce a concludersi il percorso legislativo per rendere più stringente l’attuazione dell’export delle armi italiane, evitando triangolazioni commerciali che consentono di fare arrivare le armi prodotte in Italia anche in zona di guerra, come mostrato e denunciato da tante organizzazioni internazionali.
Non è ancora stato preso in considerazione l’appello di tante associazioni, anche ecclesiali, enti locali e moltissimi cittadini perché l’Italia ratifichi il “Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari”, che peraltro il nostro Paese non ha approvato nemmeno in occasione della sua adozione da parte di 122 Paesi delle Nazioni unite nel luglio 2017. Non solo, nella base di Ghedi si stanno ampliando le infrastrutture per i nuovi caccia bombardieri F35 (ognuno con costi superiori a 135 milioni di euro) in grado di trasportare nuovi ordigni nucleari ancora più potenti (i B61-12). La scorsa settimana è stata premiata come azienda attenta alla finanza etica e alla sostenibilità ambientale il gruppo italiano Leonardo, leader europeo nell’aerospazio, nella difesa e nella sicurezza, che lo scorso anno ha raggiunti i 13,4 miliardi di ricavi, perché «ha redatto e approvato il primo bilancio integrato con risultati correlati all’Agenda Onu 2030”. Siamo ben lontani dalla visione di un mondo che fondi il suo futuro su una attenzione al nostro pianeta fondato su rispetto ambientale, pace, libertà, giustizia e fraternità.
Cadono davvero nel vuoto le denunce e gli appelli di tante persone di buona volontà, con la forte voce di papa Francesco tra loro, perché non si sprechi questa crisi tornando ad un mondo diviso, inquinato, armato, ingiusto e violento. Facciamo nostra la denuncia del Papa perché «nel pieno corso della pandemia non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. Questo è lo scandalo di oggi».
Ed ancora la denuncia dell’immoralità non solo dell’uso ma anche solo del possesso della armi atomiche, a Hiroshima il 24 novembre 2019. Ribadita sulla scia della dottrina della Chiesa a partire da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris, che denunciava che le armi uccidono già nella loro produzione sottraendo risorse ai poveri.
Occorre un impegno straordinario di tutte le persone di buona volontà in qualsiasi ambito operino, di qualsiasi fede e ideali siano, perché si sottragga il futuro a chi, cinicamente, utilizzando anche nuove formule come “transizione ecologica”, persegue finalità contrarie ad una vera ecologia integrale e aumenta la già insostenibile e immorale presenza di armi, anche di distruzione di massa, nel nostro pianeta.
Occorre una nuova alleanza tra chi ama davvero la nostra terra comune e i diritti umani universali perché le nuove generazioni possano vivere non solo in un ambiente più sano, ma anche più fraterno e nonviolento.  Non si può aspettare, il tempo per agire è ora. La politica persegua una vera ecologia integrale per vivere in un ambiente più sano e più fraterno.

Nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia) sono presenti ordigni nucleari (B61), una quarantina circa Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare 90 caccia F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro

Armi nucleari: «Il nostro Paese ratifichi il trattato Onu». APPELLO
(VITA NUOVA . Diocesi di Parma. 23 maggio 2021)

Un appello rivolto al Governo e al Parlamento affinché l’Italia ratifichi il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore lo scorso 22 gennaio 2021 con il raggiungimento della cinquantesima ratifica necessaria, è stato firmato e diffuso dai presidenti nazionali delle Acli, dell’Azione cattolica italiana, dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, dai responsabili italiani del Movimento dei Focolari e dal coordinatore nazionale di Pax Christi.
«Questo Trattato, che era stato votato dall’Onu nel luglio 2017 da 122 Paesi, rende ora illegale, negli Stati che l’hanno sottoscritto, l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari – si legge nell’appello –. Il nostro Paese non ha né firmato il Trattato in occasione della sua adozione da parte delle Nazioni Unite, né l’ha successivamente ratificato. Tra i primi firmatari di questo Trattato vi è invece la Santa Sede». In Italia, ricordano i promotori, «nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia), sono presenti ordigni nucleari (B61), una quarantina circa. E nella base di Ghedi si stanno ampliando le strutture per poter ospitare i nuovi cacciabombardieri F35, ognuno dal costo di almeno 155 milioni di euro, in grado di trasportare nuovi ordigni atomici ancora più potenti (B61-12). Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare novanta cacciabombardieri F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i costi di manutenzione e quelli relativi alla loro operatività».
«Le armi nucleari sono armi di distruzione di massa, dunque, in quanto tali, eticamente inaccettabili », come ha ricordato anche papa Francesco durante il suo viaggio in Giappone, il 24 novembre 2019 a Hiroshima. Anche altri movimenti e associazioni del mondo cattolico italiano saranno invitati a sottoscrivere l’appello. Le adesioni saranno raccolte fino a fine maggio, poi il documento verrà di nuovo reso pubblico con tutte le firme pervenute.
Patrizia Caiffa
Appello al Governo e al Parlamento firmato da Acli, Azione cattolica, Comunità Papa Giovanni XXIII, Focolari, Pax Christi e altre 40 associazioni.




Vaccini per tutti o si ricomincerà sempre da capo.

Non ci si protegge in un solo Paese
di Danilo Taino
in “Corriere della Sera” del 19 maggio 2021
Ora è ufficiale: una parte non piccola del futuro della Gran Bretagna si decide in India.
La variante del virus che si è sviluppata nel subcontinente dell’Asia ha preso piede con forza in
alcune località del Regno Unito e ha costretto Boris Johnson a un possibile, parziale futuro
ripensamento del programma di riaperture e soprattutto ad accelerare la campagna di vaccinazione.
Lo si sapeva: l’Impero britannico si prese l’India e da allora da quella terra non si può separare. La
variante indiana dimostra però soprattutto qualcos’altro: solo una vaccinazione di massa, globale ci
metterà al riparo dal Covid-19. Non ci sono angoli del mondo che sfuggono a questa realtà: in
Occidente, nei Paesi poveri e persino nelle Nazioni asiatiche che avevano gestito bene la pandemia
nella prima fase.
La variante B.1.617.2, o «indiana», è aggressiva, come si è visto in queste settimane a Delhi, a
Mumbai, a Kolkata. Pare essere il 50% più trasmissibile della cosiddetta variante «inglese» (o del
Kent) che già lo era del 40-60% più del virus originario. In Gran Bretagna è destinata a diventare
dominante. Johnson ha fatto capire che potrebbero esserci ritardi nel ritorno alla piena normalità
nell’Isola, previsto per giugno, ma allo stesso tempo ha confermato le riaperture di lunedì scorso
(cinema, musei, ristoranti e pub anche al chiuso). E ha ridotto i tempi di somministrazione della
seconda dose di vaccino agli ultracinquantenni. Se il primo ministro può affrontare senza panico la
variazione del virus è perché la campagna di immunizzazione nel Regno Unito è stata finora un
successo. Ben diversa sarebbe stata la situazione se sulle sponde del Tamigi si fossero manifestati i
drammi vissuti sulle rive del Gange. Grazie vaccini, insomma. È però evidente che proteggersi in un
solo Paese è, alla lunga, una battaglia che non può essere vinta. Oggi la variante è indiana, nei mesi
scorsi è stata inglese, brasiliana, sudafricana. Altre ne arriveranno.
Ora che le campagne di vaccinazione in Europa e negli Stati Uniti sono avviate, diventa urgente
dare una spinta decisiva all’immunizzazione del resto del mondo, anche per evitare che le varianti si
moltiplichino: nei Paesi poveri e in quelli ricchi che hanno creduto di potere fare a meno della
vaccinazione di massa. La discussione all’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla
sospensione dei brevetti sui vaccini andrà avanti a lungo. Nel frattempo, quello che davvero serve è
creare il maggior numero possibile di centri di produzione, su licenza e sotto il controllo delle
aziende che i brevetti possiedono, come già succede in 15 Paesi per il vaccino Oxford-AstraZeneca.
E distribuirli a tutti, anche a chi non li può pagare.
Ma non basterà. Ci sono ostacoli anche di strategia. Succede che la quota di vaccini somministrati
in Paesi che avevano gestito bene la prima fase della pandemia è troppo bassa: il 7,3% in Corea del
Sud, lo 0,14% a Taiwan, il 6% in Nuova Zelanda, il 6% in Australia, il 16% a Hong Kong, l’1% in
Vietnam, il 3,5% in Giappone. Il risultato è che, a causa del ritorno dei contagi, nelle scorse
settimane quasi tutti questi Paesi hanno dovuto reintrodurre misure di contenimento, dai nuovi
lockdown (Taiwan, Giappone) alla chiusura delle frontiere (quasi tutti) fino al blocco dei «corridoi»
fra Paesi che si consideravano Covid-free (Singapore-Hong Kong e per qualche giorno tra Australia
e Nuova Zelanda). È che, in seguito ai successi dell’anno scorso dovuti al tracciamento e ai
confinamenti, in Asia si è radicata l’illusione che si potesse raggiungere lo Zero Covid, cioè
l’eliminazione di ogni rischio senza bisogno di grandi vaccinazioni. Un’idea ora difficile da
superare di fronte alla realtà che la presenza del virus sarà endemica (probabilmente a bassa
mortalità) e globale, che non si supera chiudendo le frontiere e isolandosi. Tanto che, mentre i Paesi
occidentali iniziano a riaprire, parecchie nazioni asiatiche devono chiudere di nuovo, con il pericolo
di tagliarsi fuori dalla ripresa e rimanere vulnerabili. In modo diverso, l’India e il Sud-Est asiatico chiariscono a tutti che l’obiettivo può solo essere
l’immunità di massa e globale. E la si raggiunge con vaccini, vaccini, vaccini




UN MONDO RIEMPITO DALLO SPIRITO DI DIO
Padre Ermes Ronchi

Un mondo riempito dal respiro di Dio.
padre Ermes Ronchi  (08-06-2003)

Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo.

Effusione d’amore. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita. Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui. Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi.

Meraviglia del primo giorno: “com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” Lo Spirito di Dio da sempre parla ad ogni uomo, si rivolge a quella parte profonda, nativa, originaria che è in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione, ricchezza, cultura, età, religione. Non è solo il capovolgimento della frattura di Babele: ora lo Spirito parla la mia lingua di festa e di dolore, di stanchezza e di forza. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia passione, mia vita, mio fuoco. Diventa la parte migliore di me, respiro segreto di ogni parola.

E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“. La terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin), la terra è piena. E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. E la gioia e la ricchezza di tutto questo. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte.




23 maggio 2021.Pentecoste
IN CRISTO, TUTTO E’ CONNESSO

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Sal 103  Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra.
Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,16-25
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27; 16,12-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

PENTECOSTE. IN CRISTO TUTTO E’ CONNESSO. Don Augusto Fontana

Quella a fianco è una bozza per un Convegno che avremmo proposto alla Diocesi come Servizio di Pastorale sociale e del lavoro, pace, giustizia, custodia del creato. Partirò da qui per rileggere una Pentecoste degustata dai pochi di ieri e promessa ai molti di oggi, ma che tarda sui tempi delle mie attese e dei miei desideri: attese di una fede pasquale sulla mia vita e sulla nostra morte; desideri di una chiesa meno legnosa e più umana e profetica, di una convivenza che abbia almeno un giorno senza conflitti e un pomeriggio dove tutti, proprio tutti, possano mangiare, di un parlarsi che sia comunicazione, di un popolo di discepoli del Signore che smettano di essere consumatori del supermarket della religione.
Nel mio oggi, Signore, dov’è la tua Promessa? L’oggi è già invaso da una Pentecoste senza tuoni e fragori,  vite di persone semplici percorse dal brivido del perdono, del servizio senza sconti, della fedeltà rocciosa, del martirio di una santità di vita ordinaria vissuta straordinariamente. Ma il mio oggi è anche disegnato coi tratti di Babele, la città confusa. Il mio oggi ha ancora come sfondo la valle delle ossa secche sognate dal profeta Ezechiele quando ancora lo Spirito non aveva gridato con le sue labbra di vita. Ripercorro un saggio di Erich Fromm[1] che individua tre profondi malesseri contemporanei: il narcisismo, l’alienazione, la necrofilia. «Il narcisista non è veramente interessato al mondo esterno, ma pretenderebbe tutto per sé. Molte relazioni danno l’impressione di essere rapporti d’amore, per esempio quelle con i bambini o tra i cosiddetti innamorati, ma in realtà si tratta spesso di rapporti narcisistici. E il narcisismo di gruppo – fondamentalismo religioso, nazionalismo – non si distingue troppo da quello individuale. L’alienazione significa che io non mi pongo come soggetto del mio agire, come individuo che pensa e prova sentimenti e affetti, ma alieno me stesso e le mie forze nell’oggetto che produco. Nell’antico testamento questo si chiamava “idolatria”. L’uomo alienato ha paura e dipende dagli oggetti che crea: cose, utensili, merci, burocrazia, leader.  La necrofilia è un atteggiamento nel quale la morte, la distruzione, la putredine esercitano un’azione perversa; è la perversione di essere attratti dalla morte quando si è vivi».

In questo contesto desidero meditare alcuni testi biblici pentecostali.

La Toràh: Parole e amore.
La Pentecoste è la festa di Shavu’ôt, la festa delle Settimane che si celebrava, e ancora si celebra tra gli ebrei, 50 giorni dopo Pasqua, festa della mietitura, ma che già all’epoca di Gesù era diventata la festa del dono della Toràh, della Rivelazione sul Sinai. Esodo 19, 3-20 narra una manifestazione/Rivelazione in grande stile, con una scenografia sul monte Oreb che sembra contraddire la discrezione di altre rivelazioni (il cespuglio che bruciava senza consumarsi (Esodo 3,2), l’esperienza mistica di Elia che sente Dio come un soffio di vento leggero (1 Re 19,12) ed anche le nostre visioni di fede così tenui, sfumate, confuse, immateriali).
«Voi stessi avete visto…Ora se vorrete ascoltare…sarete per me un popolo di sacerdoti e una nazione santa». Il popolo di Israele (o la Chiesa nata dalla pentecoste post-pasquale) non è un popolo privilegiato, ma un popolo “eletto”, cioè “messo a disposizione di tutti”, come un cippo segnaletico messo sulla strada che è di tutti: Dio cammina sulla strada, non siede sul cippo. «Voi siete per me la segullah[2] (proprietà) tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra». Su quella targa segnaletica Dio ha scritto le sue rivelazioni perché tutti i passanti possano usufruirne, ha inciso i suoi simboli di amore perché i passanti ricordino di essere degli “amati”, ha indicato le giuste direzioni per tutti coloro che vorranno voltarsi da quel lato di strada: Pentecoste diventa la festa di un popolo che festeggia il dono dei raccolti tra cui il frutto nutriente e dolce della Toràh: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca» (Salmo 119,103).

 Unità plurale.
Il testo di Atti 2 costituisce l’antitesi dello scenario di Babele in Genesi 11, 1-9 che riporta la biodiversità delle lingue a Babel: gli uomini intraprendono un’azione con lo scopo di raggiungere Dio per non disperdersi; ma Dio confonde il loro linguaggio che fino a quel momento era stato unitario. Generalmente si interpreta questo brano in senso negativo: la costruzione della torre sarebbe segno dell’orgoglio umano che tenta di sfidare il Signore e la confusione delle lingue diventerebbe la conseguenza della sua disapprovazione. Ma si può riflettere legittimamente anche in termini più positivi. La narrazione precisa [Gen.11,1]: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole». Questo significa che gli uomini potevano dialogare senza difficoltà (stessa lingua) e riuscivano ad essere uniti negli intenti e nell’azione (stessa parola/azione). In effetti nel racconto di Babele non si parla di punizione, ma solo di confusione e dispersione che da alcuni maestri della tradizione giudaica furono interpretati come una necessità per  realizzare il comando del Signore: Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra (Gen. 1,28). Ed é possibile anche cogliere il lato positivo della confusione delle lingue: l’unità di intenti, sorretta dall’unicità dei linguaggi, rischia di degenerare in un potere monolitico (religioso o politico). Meglio dunque la multiformità dei linguaggi (anche se ciò potrebbe rendere un po’ più difficile la comunicazione), piuttosto che l’uniformità che può generare totalitarismi o conformismo. Questa narrazione ci porta dunque a cogliere il dialogo possibile non tanto nell’orizzonte dell’omogeneità e dell’uniformità dei linguaggi, ma nella comune volontà di bene che lo deve sorreggere o – come diceva il monaco Enzo Bianchi  – dell’ unità plurale.  Scrive il Midrash della tradizione ebraica[3]: «Il Santo parlava e la sua voce si diffondeva in tutto il mondo: Israele udiva la voce che proveniva dal sud e correva al sud per accogliere la voce di là; allora la voce si spostava a Nord e Israele correva a nord, ma allora la voce si spostava ad oriente e poi ad occidente e gli israeliti si spostavano di conseguenza; poi giungeva dal cielo  e i figli di Israele alzavano gli occhi al cielo, ma allora la voce saliva dalle terra e allora gli Israeliti si chiedevano: “Da dove viene la Sapienza e qual é la sede dell’Intelligenza? Tutto il popolo “vedeva le voci” (Esodo 20,18). Perché dice “le voci”? Perché la voce del Signore si trasforma in sette suoni e da questi si trasforma nelle settanta lingue, affinché tutti i popoli possano comprendere». Dio si manifesta al plurale. L’autore neotestamentario che narra la Pentecoste post-pasquale narra la pentecoste cristiana in rigoroso parallelismo con quella del Sinai. La rivelazione di Dio é capace di dividersi e di parlare in molte lingue e la lode a Dio deve essere possibile nel rispetto delle diverse espressività dei popoli. Questo orientamento parrebbe in contrasto con una teologia e una liturgia ancora troppo occidentali, europee e romane, nonostante le sollecitazioni pressanti delle Conferenze episcopali di Asia e Africa – per esempio – per accelerare una coraggiosa inculturazione nella gestualità e nella cultura locale di ogni popolo.

Da carcasse a viventi.
Una valle di ossa pietrificate e che improvvisamente riprendono vita. La visione comunicataci da Ezechiele 37, 1-14 costituisce un altro testo indimenticabile di questa festa. Il profeta si rivolge al popolo in esilio che ritiene di aver perduto ormai ogni speranza, considerandosi morto e abbandonato da Dio. A questi esiliati Ezechiele promette il dono dello Spirito che li restituirà a vita nuova. Il simbolismo è potente ed evoca ogni spezzone di umanità corrosa dalla delusione e dalla mancanza di prospettive. Occorre lo Spirito per rimetterci “in piedi”. Al momento della creazione o, come dice la Bibbia, “In principio” c’era il caos, il vuoto, la desolazione (Genesi 1,2); su questo caos, che è immaginato come un buco nero e un gorgo che risucchia, aleggia la Ruah, l’alito di Dio, il suo coraggio. Aleggiare su tale vuoto è come covare un nido vuoto, un nido di assenza ricoperto di malinconia lasciata da ciò che non c’è più o non ci fu mai[4]. Dio ha il coraggio di affacciarsi sul caos, come una chioccia che cova i suoi piccoli, sul vuoto senza fine di questo abisso senza senso e cova questo vuoto come una madre cova i suoi piccoli: nasce la Luce (”Sia la luce!. E la luce fu”).

Profeti senza documenti.
Anche il testo di Gioele 3, 1-5 si adatta bene alla celebrazione della pentecoste soprattutto a causa di una rilettura fattane da Atti 2, 17-21, all’interno del discorso di Pietro: “questi uomini non sono ubriachi”. Anche oggi l’esercizio di alcune professioni è proibito senza il relativo documento di riconoscimento. Ma a chi spetta il potere di riconoscere la profezia? La risposta non è semplice: nella storia ebraica conosciamo che esistevano gruppi di profeti che si autoproclamavano tali, vivevano presso le corti dei re, ma di fatto erano profeti da strapazzo mentre altri, non riconosciuti tali al loro tempo, furono poi inseriti nella grande rivelazione profetica della Bibbia. E poi è così difficile riconoscere i profeti mentre sono ancora in vita. La promessa di Gioele, e cioè la diffusione dello Spirito di profezia su ogni uomo/donna, è come una risposta al desiderio di Mosè ricordato nel racconto di Numeri 11,29 quando Giosuè si era lamentato con lui perché due strani tipi, Eldad e Medad, stavano profetando nell’accampamento senza averne autorizzazione: «Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo Spirito». Questo Spirito, durante la Pentecoste, si “effonde” su tutti, rendendo capaci di “visione e sogni” e cioè capaci di guardare dentro se stessi e negli avvenimenti per scorgervi ciò che chiede il Signore. Come essere profeti pentecostali in un mondo oppresso dal narcisismo, dall’alienazione e dalla necrofilia? Mi ha sempre colpito una poesia orientale che racconta: «Dissi al mandorlo: “Fratello parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì». Il testimone profeta, come il mistico, parla poco ma diventa eloquente con la vita come ricorderà Paolo (Galati 5, 22) quando enumera i frutti dello Spirito: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Scrive il teologo sudamericano Segundo Galilea[5]: «La spiritualità cristiana assomiglia all’umidità e all’acqua che mantengono irrorata l’erba, perché sia sempre verde e cresca. L’acqua e l’umidità non si vedono; ciò che si vede è il pascolo. Però sappiamo che dobbiamo irrigarlo e mantenerlo umido». I tre simboli dello Spirito, acqua, respiro e fuoco, possono davvero costituire una descrizione di come i laici possono inserirsi come profeti negli ambienti di vita e nelle scelte che sono loro proprie.

Il DNA.
Un giorno a s. Paolo, arrivato ad Efeso, capitò un episodio curioso: quando incontrò dei cristiani, chiese loro se avevano ricevuto lo Spirito Santo, e si sentì rispondere: “Non abbiamo neanche sentito dire che esista uno Spirito Santo” (At 19,1-2). È una risposta che potrebbe essere sottoscritta da molti cristiani. Resta la domanda: chi è lo Spirito Santo? Un grande padre della Chiesa – s. Gregorio di Nissa – affermava con linguaggio spericolato: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere”. Verrebbe da dire che, a maggior ragione, se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma un cimitero sterminato di cadaveri, così come si legge nel profeta Ezechiele. Una pagina di Paolo ai Romani 8, 22-27 presenta lo Spirito come attività promozionale, creatrice, risanante e innovativa di Dio all’interno della debolezza strutturale di ciascuno. Recita così una preghiera di Atenagora, ortodosso: «Santo Spirito, senza di te Dio é lontano, Cristo resta nel passato,  l’evangelo é lettera morta, la chiesa una semplice organizzazione, l’autorità é potere, la missione é propaganda, il culto é un arcaismo e l’agire morale un agire da schiavi. Ma in te il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, Cristo Risorto si fa presente, l’evangelo é potenza di vita, la Chiesa diventa comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la liturgia é memoriale e anticipazione, l’agire umano é partecipazione alla vita di Dio».

Il brano del vangelo è costituito dalla cucitura di due testi: Giovanni 15, 26-27 con 16, 12-15. In un contesto di persecuzione lo Spirito viene descritto nella sua attività di “Consolatore/Avvocato” e “Testimone”, cioè colui che confermerà dentro di noi le Parole dette da Gesù e gli eventi fondamentali della sua vita (“Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta intera”). La terminologia, dunque, è propria di un contesto giudiziale dove i discepoli sono messi sul banco degli accusati per rendere ragione della loro scelta ed hanno bisogno di chi incoraggia, difende, testimonia a favore, conferma. Noi oggi non siamo trascinati fisicamente davanti ad alcun tribunale, ma la nostra vita evangelica è sottoposta all’insignificanza, al dubbio, alla pressione di conformità, all’omologazione. Scrive il Vangelo secondo Marco (13,11): «E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo». Indimenticabile  la pagina della Lettera a Diogneto[6]: «I cristiani né per regione, né per lingua, né per abitudini sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare e adeguandosi ai costumi del luogo, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani».


[1] E. Fromm “I cosiddetti sani. La patologia della normalità”. Mondadori, 1996
[2] Il termine segullah (proprietà) si riferisce al marchio che veniva fatto su una pecora per indicare a chi apparteneva.
[3] Midrash (Ricerca): raccolta ebraica di commenti biblici interpretati in chiave poetica e immaginaria per rendere la Bibbia accessibile alla gente comune.
[4] Gabriella del Signore, Speranza creatrice, in HOREB 1/2000 Pag. 42-48.
[5] S. Galilea, El camino de la espiritualidad, Bogotà, 1985 pag. 8
[6] Questo scritto di un anonimo risale al II° secolo d.C.

 




16 MAGGIO 2021- ASCENSIONE
PASQUA BIS

Ascensione/Risurrezione

Sulla terra il cuore non si corrompe, se lo si innalza verso Dio. Se tu avessi del grano in cantina, lo porteresti nel granaio, per evitare che marcisca. A maggior ragione devi preoccuparti del tuo cuore, elevandolo verso il cielo. In che modo? Attraverso atti d’amore. Il corpo sale cambiando di posto; il cuore si eleva cambiando di volontà“. S.Agostino

Preghiamo: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Atti 1,1-11
Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.  Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”. Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Salmo 46. Ascende il Signore tra canti di gioia.

Applaudite, popoli tutti, acclamate Dio con voci di gioia; perché terribile è il Signore, Altissimo, re grande su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni; cantate inni al nostro re, cantate inni.
Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo.

Efesini 4,1-13
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”. Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.  È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.
Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20
Gesù apparve agli Undici e disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

PASQUA BIS. Don Augusto Fontana.
Asceso al cielo, comodamente seduto alla destra di Dio? Quale cielo mi interessa oggi? Che me ne faccio di un Dio Maggiore, andato in pensione anticipatamente, mentre io, e forse tu con me, siamo travolti e risucchiati da piccoli Dei minori, da tempi iniqui, mercati corrotti, referendum complessi, pastorale affannosa, orfanezza di rapporti? Viviamo giorni di recessione, imbarbarimento, regressione, stasi. La Chiesa cammina, come la società, a piccoli passi e si ferma, si imbarbarisce, arretra, sbuffa in affanno, come me.

E Lui,

  • il nostro amico Gesù,
  • la nostra vite e linfa dei nostri tralci,
  • l’acqua che promette di dissetare le nostre aride speranze,
  • il pane necessario che nutrirebbe una fame che tentiamo di calmare con fitness e supermarket,
  • il liberatore che invochiamo nella complessità delle soluzioni sociali,
  • il pastore bello e buono di cui abbiamo nostalgia nelle nostre comunità

viene innalzato, fa’ carriera, si siede alla destra di Dio e chiude i conti con la storia.

«Ma dove vai?», mi verrebbe da chiedergli. «Resta con noi, Signore, perché qui è notte!».

Fortunatamente non se n’è mai andato. Si è trattato solo di equivoci verbali, di linguaggi vecchi nati dalle necessità narrative e catechistiche degli evangelisti (nube, angeli…). Per l’evangelista Giovanni, Gesù viene “innalzato” sulla croce e simultaneamente viene innalzato presso il Padre. Per gli evangelisti sinottici tra la morte, la risurrezione e l’innalzamento al Padre passano giorni, ma non sono i suoi bensì i nostri giorni, quelli necessari per entrare nel mistero e contemplarlo, capirlo un po’, lasciarci stupire e convincere. Sono i giorni necessari alle nostre zucche di maturare. Il Mistero si distende nel tempo, per noi uomini, che, solo lentamente e attraverso immagini o simboli, riusciamo a intuirne spezzoni.
Venendo tra noi ci aveva portato schegge di Dio e ce le ha lasciate in eredità sotto forma di Parola ascoltata e obbedita, di Pane spezzato e mangiato cantando, di Poveri che emanano sudori e storie. Ed ora si è portato con sé, accanto a Dio, frammenti di umanità; nella sua carne di Galileo si è seduto alla destra del Padre, portandosi il suo e nostro sorriso, le sue e nostre lacrime, le sue e nostre preghiere, le sue e nostre impurità, i sapori delle sue e nostre tavole, le stigmate della sua e nostra croce, i baci dei suoi e nostri Giuda. Oggi preghiamo: «…nel tuo Figlio innalzato al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria». Tutto ha portato con sé per non dimenticarsene, soprattutto per non dimenticarci, per tenerci dentro i pori e le stigmate della sua carne umana. Paolo ci scrive: “ci ha fatto sedere nei cieli” in Lui (Ef.2,6).
La sacra Scrittura, nel Primo Testamento, parla di altri personaggi, assunti in cielo, ad un certo momento della loro vita; è il caso del patriarca Enoc, che “…camminava con Dio e non fu più tra noi perché fu assunto in cielo..” ( Gn.5,24 ) e del profeta Elia, il quale “mentre camminava, conversando col suo discepolo Eliseo,…fu assunto nel turbine in cielo...”, su di un carro di fuoco, apparso, all’improvviso, tra loro. (2Re 2,11). Due racconti che stanno ad indicare la vocazione che attende il credente, l’uomo fedele e giusto, il quale vive sempre la comunione e la familiarità con Dio. E’ quel che canta anche il salmo 16: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione…“.
Nel lungo discorso di congedo, quel discorso che ci ha accompagnato in queste ultime domeniche, Gesù, parlando ai suoi, ormai senza più immagini o metafore, afferma: “Il Padre vi ama, perché voi mi avete amato, e avete creduto che sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo. Ora lascio il mondo e torno al Padre…” (Gv.16,28). Lui che, come Paolo scrive “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, facendosi simile agli uomini ” (Fil 2,6 ) ora, “siede alla destra di Dio“. Gesù ha compiuto la sua missione che ora è affidata agli Undici, a noi:  «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura».
Sempre nel lungo discorso di addio, Gesù, promette di non lasciare “orfani” i suoi; essi avranno il conforto, e il sostegno dello Spirito: “..io vi dico la verità, è meglio, per voi, che io parta, perché, se non parto, il Paraclito non verrà a voi. Se, invece, me ne vado, ve lo manderò…quando Lui verrà vi guiderà alla verità tutta intera..” (Gv.16,7-13).
La missione, come Marco scrive, è accompagnata da “segni”, che valgono a rendere credibile la parola: “…questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno In mano i serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Sono, ovviamente immagini, che stanno ad indicare che, il male è, ormai, indebolito nelle radici. “Allora essi partirono, conclude il testo, e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.” E’ la missione, il cammino, che la Chiesa, ancor oggi, compie; una missione nei gesti concreti di carità, come nella predicazione e nella preghiera.  Gesù aveva promesso: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.” ( Mt 8,30).

GRIGLIE DI ASCOLTO

PRIMA GRIGLIA DI ASCOLTO:
Chi è Gesù? Quali verbi lo “descrivono”? Cosa fa? Cosa dice? Queste domande, e le relative scoperte, ci aiutano a risalire alla catechesi della prima comunità, alla loro fede iniziale che diventa “norma” per noi. Diventa anche un modo per “fare contemplazione”; per esempio, si potrebbe costruire una LITANIA A GESU’, o UN ROSARIO A GESU’, fatto dei suoi BEI NOMI. Possiamo provare, nei tre testi liturgici di oggi:

    1. Tu sei colui che ha fatto e insegnato
    2. Tu sei colui che siedi a tavola…..
    3. Tu sei colui che manda
    4. ……………………

SECONDA GRIGLIA DI ASCOLTO:
Chi è Gesù per me? Quale attributo sento più forte, più mio?  Possiamo provare:

    1. Tu per me sei scomparso agli occhi….
    2. Tu per me sei il Veniente …(o Colui che verrà)…
    3. Tu per me sei colui che ha portato in cielo prigionieri….
    4. …..

TERZA GRIGLIA DI ASCOLTO:
Quale Chiesa nasce dalla PASQUA/ASCENSIONE? Queste domande, e le relative scoperte, ci aiutano a risalire alla catechesi della prima comunità che tenta di delineare quale chiesa nasce dopo la Pasqua/ascensione. Per esempio:

    1. stavano fissando il cielo ….. perché state a guardare il cielo?
    2. Un solo corpoun solospiritouna sola fede e speranza
    3. alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come…….
    4. ……………..

QUARTA  GRIGLIA DI ASCOLTO:
Quale chiesa oggi, qui, nel mio quartiere, nella mia parrocchia? Di quali caratteristiche siamo più deficitari? Come interpretare nel mondo contemporaneo le caratteristiche “miracolose” che accompagnano la chiesa nascente? E’ un modo per “fare revisione del nostro stile ecclesiale e vocazionale”. Proviamo a…costruire un programma pastorale:

    1. partirono e predicarono dappertutto…
    2. …..nel mio nome scacceranno i demoni…
    3. ………………..



9 maggio 2021. Domenica 6 di Pasqua
Amore? Niente di più facile, impossibile, divino.

6 domenica di Pasqua B

Preghiamo. O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa’ che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
At 10,25-27.34-35.44-48
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”. Poi, continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte persone disse loro: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: “Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Salmo 97  Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
1 Lettera di Giovanni 4,7-10
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Dal Vangelo secondo Giovanni 15,9-17
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nell’ amore, quello mio ™n tÍ ¢g£pV tÍ ™mÍ). Se custodirete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho custodito i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”. 

Amore? Niente di più facile, banale, impossibile, divino. Don Augusto Fontana

«La felicità non consiste nell’accumulare ricchezze, ma nel regalarle e condividerle: un gesto, un sorriso, un aiuto agli altri». Sembrerebbe una frase da Baci Perugina. Se non fosse che Nadia De Munari, la volontaria vicentina, di Schio, uccisa a Chimbote nei giorni scorsi, quelle parole – dette a una radio peruviana tempo fa – le ha rese carne. Vita vissuta. Dei suoi 50 anni, più di metà li ha passati a servizio dei poveri in Ecuador e sulle Ande peruviane. Anche chi muore sul lavoro depone la vita per amore, ammesso che il lavoro sia uno stato di amoroso consenso alla solidarietà reciproca dello scambio di beni e servizi.
La liturgia insiste: agape! Niente di più facile, impossibile, divino!

Il Capitolo 15 di Giovanni è una sinfonia dell’amore (agape), un amore dalle radici solide e dal tronco sano (Io sono la vite). Un amore in tutte le sfumature armoniche di cui siamo capaci, come singoli e come comunità, in tempi di violenze narrate e di amori normali o eroici taciuti.

Anche la Lettera di Giovanni si sofferma più volte sul comando dell’amore, con un’insistenza che può lasciare sconcertati. Si tratta in effetti di una realtà che può apparire scontata, ai limiti della banalità, e invece è sempre da riaffermare e fa scoprire sempre cose nuove.

L’amore è da Dio…Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio“: che può significare che ogni persona che ama è di fatto “battezzato” in Dio; oppure anche che non possiamo amare “veramente” senza di Lui. A ciascun lettore compete di scegliere l’interpretazione che lo rivoluziona dentro.

 

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore“: affermazione molto critica nei confronti di molti devoti, preti, teologi delle comunità cristiane. «L’esperienza della pandemia ha fatto vivere a noi cattolici alcune settimane di digiuno eucaristico e di “chiese vuote”. Tempo di “chiese vuote” che forse ha mostrato un “vuoto” molto più profondo dentro le nostre comunità. La situazione pandemica – lo dico con grande rispetto – ha messo in luce quello che già si intuiva e si andava dicendo: in Italia l’epoca della “cristianità”, di un cattolicesimo di massa riconosciuto e condiviso, è tramontata da tempo; mi sembra che quella “clausura forzata”, quel “vuoto” sia stato visto dai più di noi come insopportabile. La reazione istintiva è stata quella di riempire ogni fessura sostituendo alle normali attività in presenza quelle in streaming sui social: celebrazioni, incontri, persino compiti di catechismo per casa. Siamo caduti nella tentazione di riempire gli spazi vuoti con dei pieni virtuali, non cogliendo che quel vuoto poteva essere “tempo di grazia”, occasione preziosa e unica per stare davanti a noi stessi, a fare verità su chi siamo, su quale chiesa vogliamo essere, saltando l’appuntamento con un appello ad essere Chiesa diversamente. In realtà la Messa -pur essendo certamente fondamentale – fons et culmen – è in pratica diventata quasi l’unica attività della nostra azione pastorale. Tanto che, quando la celebrazione pubblica è stata vietata durante il lockdown, è come se fosse cascato giù l’intero impianto ed è sembrato che non rimanesse in piedi più nulla. Non è più sufficiente una pastorale di conservazione, oggi è necessario un cammino che conduca a una pastorale “generativa”, ossia una chiesa consapevole di essere sempre in via di costruzione. Percorrere questo cammino verso una pastorale generativa significa lasciare un modello ecclesiocentrico per andare verso una comunità ecclesiale che si riconosca decentrata nella storia. La Chiesa non è anzitutto un’organizzazione, ma è un insieme di relazioni. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: “qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci”. E che ciò traspaia all’esterno, a quelli che non frequentano o compaiono per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte umili, cariche di speranza»[1].

Che vi amiate gli uni gli altri…Un possibile esito del comando dell’amore a vicenda potrebbe essere la chiusura mistica o psicologica in una comunità di eletti: ci vogliamo bene tra di noi e questo ci basta. Nel Vangelo di Giovanni e nelle sue lettere emerge questa preoccupazione: che possa esistere una Chiesa impegnata nella preghiera, nel culto, nella Lettura biblica, nelle attività pastorali, ma che dimentica l’amore.

Ogni frase in questo Vangelo ha un proprio senso compiuto ma nello stesso tempo si collega alla frase successiva: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”“Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato”. Ogni singola frase si riferisce allo stesso mistero, che si presenta come un diamante con infinite sfaccettature, ed ognuna emette un raggio di luce diverso, per cui non ci si stanca mai di rigirarlo e di osservare tutti i frammenti di arcobaleno che si diramano dall’unica gemma. Siamo come i visitatori di un edificio, che lo percorrono dentro e fuori, ma non possono mai abbracciarlo con un unico sguardo.

 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Affermazione problematica. La novità dell’evangelo non è forse l’amore per i nemici? L’espressione di Giovanni resterebbe al di qua di questa soglia; a meno che la leggiamo alla luce di una formula di Lutero: “Dio non ama qualcuno perché amabile, ma qualcuno diventa amabile perché amato da Dio”. Gesù non dà la vita per coloro che sono suoi amici, ma diventano suoi amici coloro per i quali egli dà la vita. L’amore radicale (fino alla morte) di Gesù ricrea lo spazio dell’amicizia.

Sorprendente è l’accoppiata amicizia/comandamento. È un amore unilaterale che tuttavia crea responsabilità nella corrispondenza: Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando (v. 14) oppure “Se farete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho fatto i comandamenti del Padre e rimango nel suo amore” (v. 10). La nostra esperienza di fede si dibatte in un equivoco: pensare di essere amici senza dover avere responsabilità (comandamenti) o pensare di eseguire ordini (essere servi) senza amicizia.  Giovanni aveva prevenuto questo malinteso scrivendo: “Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (v. 15).

Ci aspetteremmo a questo punto che la formulazione del comandamento fosse: amate me come io ho amato voi. Gesù dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (v. 12). Il cerchio di quest’amicizia non si chiude nella reciprocità diretta. È questo che Gesù ha “udito dal Padre” e ci ha “fatto conoscere”: la presenza di Dio abita le nostre piccole solidarietà.


[1] Vittorio Rocca, La Chiesa celebra la vita stando accanto all’umanità ferita. In HOREB 1/2021.




L’INNESTO VITALE
Don Angelo Casati

L’INNESTO VITALE
di Don Angelo Casati (ADISTA n° 46/2009)

E l’immagine è bellissima, è viva, custodisce il senso della nascita. Per noi uomini e donne di città la suggestione è impoverita: quando mai vediamo una vigna? Se passi in questi giorni di primavera vicino ai tralci di una vite non puoi non incantarti al miracolo dei teneri, turgidi germogli.
Ecco, vorrei subito dirvi la gioia che provo al pensare che la fede ci fa dimorare in una vigna, cioè in questo miracolo delle cose che nascono. E il pensiero mi attrae, mi seduce, mi porta anche a ricordare una parola, parola bellissima, di Papa Giovanni. Sentitela: “Non siamo sulla terra a custodire un museo, ma a coltivare un giardino fiorente, destinato ad un avvenire glorioso”.
Dunque lo spazio cui ci chiama l’immagine della vigna non è quello dell’aria chiusa e ammuffita, bensì quello dell’aria aperta, della vigilia di nascita, delle vigne assolate ma rigogliose di Israele, nate, quasi d’incanto, per miracolo, in una terra arida.
Ebbene Gesù con l’immagine della vigna si ricollega a un simbolo più volte evocato nell’Antico Testamento, dove il simbolismo della vigna viene con insistenza ripreso per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto, sul versante di Dio, fatto di cure, di premure, di tenerezza per la sua vigna, un rapporto, sul nostro versante, fatto a volte, purtroppo, di indifferenza, di impermeabilità, di rifiuto.
Ma c’è di più. Nel Vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della vite. “Io sono la vite, voi i tralci.”
Forse potremmo anche dire che con il Battesimo è avvenuto un innesto: noi, rami per qualche misura selvatici, innestati alla vite che ha la pienezza del rigoglio. E dunque custodisci l’innesto, abbine cura, perché senza questa comunicazione con Gesù e il suo Vangelo, si interrompe il flusso della linfa, rinsecchiamo. Rami secchi! E questa del rinsecchirsi è, o dovrebbe essere, la cosa che ci preoccupa di più – più dell’invecchiare negli anni –  l’invecchiare, l’inaridirsi, il rinsecchirsi, l’ammuffire nello Spirito.
Qual è la condizione perché questo non avvenga? La condizione è ricordata senz’ombra di equivoci da Gesù: “Rimanete in me”. Custodite l’innesto. Se non vado errato, per sette volte in questi otto versetti di Vangelo ritorna il verbo “rimanere”: “Se rimanete”, “se non rimanete”, “chi rimane”, “chi non rimane”… e così via, sette volte.
Il verbo “rimanere” è un verbo caro a Giovanni. Perché? Perché è un verbo che dice intimità. Che cosa significhi che tu rimanga nell’altro e che l’altro rimanga in te, forse ce lo possono raccontare solo coloro che fanno un’esperienza di amore: “Ora te ne vai, ma tu rimani in me”. Che cosa significa allora rimanere in Gesù, rimanere nella vite? Significa che il suo mondo, il mondo di Gesù, è diventato il mio mondo, è l’aria che mi fa respirare, è la linfa che pulsa e genera sussulti di nascita, anche in questo ramo apparentemente secco, rinsecchito, che sono io. Il verbo rimanere usato da Giovanni in queste ultime pagine di Vangelo è lo stesso che Giovanni usa in una delle sue prime pagine, quando i due discepoli del Battista si mettono sulle tracce di Gesù. Gesù li sente camminare alle spalle. “Che cercate?” chiese loro. Ed essi: “Maestro, dove dimori?”. Lo stesso verbo. “Videro dove dimorava. E dimorarono presso di lui quel giorno.” Gli stessi verbi. Dimorare è più che abitare. Si può abitare una casa, una chiesa come spazio esteriore. O li si può abitare come spazio di relazioni, di un intimo comunicare, un abitare pensieri, emozioni, sogni. Questo vuol dire rimanere in Gesù, rimanere nella vite.
Custodire questo innesto dovrebbe essere la nostra cura: il nostro innesto e quello degli altri. Questo è il compito che ci attende nella vigna.
A volte invece sembra che la massima cura, la preoccupazione più forte nella Chiesa sia quella di tagliare i rami secchi e di bruciarli. Posso sbagliarmi ma penso che non ci voglia una grande arte né una grande intelligenza per tagliare e per bruciare i rami secchi. L’arte invece, l’arte, l’intelligenza dello Spirito stanno nel creare un innesto o nel custodirlo, nel fasciare, come diceva Gesù, il punto debole della vite.
Anche la Chiesa delle origini stentava a credere negli innesti nuovi, stentava a credere che Dio avesse fatto giungere la linfa luminosa a Paolo di Tarso. Sembra di sentirli: “Ma scherzi! Proprio lui? Ma guarda al suo passato e non essere ingenuo”. E non si accorgono che a rinsecchirsi sono loro. E ci volle Barnaba, ci volle tutta la forza del suo animo a convincerli che Dio ha strade infinite e che anche la strada di Damasco può essere strada di cambiamento. E che la finissero di guardare indietro, che aprissero gli occhi a contemplare ciò che ora stava germogliando. Barnaba, uomo della vigna, uomo degli innesti. E noi, nella comunità, non a custodire un museo, ma a coltivare un giardino!




2 maggio 2021. Domenica 5a di Pasqua
CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO.

V domenica di Pasqua –
Preghiamo O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 9,26-31
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
Sal 21  A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva per sempre!
Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli.
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere.
Ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».
 Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,18-24
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO. Don Augusto Fontana
La liturgia della 5a domenica di Pasqua sfiora la festa civile del 1°maggio oggi ancora segnata dalla crisi sanitaria e sociale della pandemia. Ogni parola suona strana in queste condizioni, anche le solenni autodichiarazioni di Gesù, tanto quanto gli slogan per il 1° maggio:  “L’Italia si cura con il lavoro”.  I Vescovi italiani hanno qualificato la ricorrenza con un riferimento biblico alla ricostruzione di Gerusalemme narrata nel Libro di Neemia: «E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38), un lavoro di ricostruzione delle vite e dei rapporti più che delle mura e del tempio.
Eppure, come scrisse don Angelo Casati, il Vangelo ci fa sognare giardini più che rovine o musei impolverati.

«Io sono la vera vite…». Così Giovanni ricorda una delle tante autorivelazioni di Gesù. Aveva già ricordato: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35.41.48.51.58); «Io sono la luce del mondo» (Gv.9,5); «Io sono il buon Pastore» (Gv. 10, 11); «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv. 11,25).

«Rimanete in me». Rimanere” è parola chiave nel vocabolario di san Giovanni. Nell’originale greco (menô), lo troviamo 68 volte negli scritti di san Giovanni e 118 nel Nuovo Testamento. Nel senso più forte esprime l’unione tra il Padre e il Figlio. In senso più ampio, esprime l’unione tra Dio e colui che ha fede e custodisce e mette in pratica i suoi comandamenti. Ad ognuna delle autorivelazioni di Gesù corrisponde una risposta che Dio attende dal discepolo: «Il sono il pane della vita: mangiate!», « Io sono la luce del mondo: credete!», «Io sono il buon pastore: ascoltate, seguite!». Qui la risposta del discepolo è “rimanere”: «Io sono la vite: rimanete e portate frutto!». Quando Dio passa nella mia vita non mi consegna solo un dogma da credere, ma una piega da dare alla mia vita. Passa, parla e se ne va, lasciandomi un impegno, una scelta. Questa formula del “rimanere in” ha una sua storia nel Vangelo di Giovanni e descrive l’itinerario della fede del discepolo. Credente è il discepolo che dopo aver saputo “dove” abita Gesù, lo “segue” per “rimanere presso di lui” (Giovanni 1, 35-39). Discepolo è colui che “rimane nella parola” di Gesù (Giovanni 8,31 “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli»”). Mediante la fede il discepolo viene decentrato da sé e concentrato sulla persona di Gesù. Curioso il martellante “in me” che non sopporta una vicinanza approssimativa, un legame superficiale ed episodico, ma una convivenza, una connivenza, una complicità, una connessione.

«Ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto». La potatura[1]. Non vengono garantiti coloro che “rimangono in lui”; d’ora in avanti sanno che li aspetta la potatura. Sono le persecuzioni, le difficili fedeltà controcorrente, le stesse difficoltà interne alla chiesa, come descrive Paolo che si sente un intruso, un out-sider, un disturbatore di quiete sicurezze e abitudini.

«I frutti». In epoca di attivismo e di ricerca di efficacia occorre chiarire quali sono questi frutti. La vigna del Signore produce amore. Dice la lettera di Giovanni: «un amore nei fatti veri» e «nella verità» che per Giovanni significa “sul modello di Cristo” che non è rimasto chiuso nel proprio mondo, ma è uscito per incontrare e mescolarsi con gli uomini. «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo tra noi Dio abita in noi» (1 Lettera di Giovanni 4,12). Riportato ai nostri giorni potremmo riflettere con i Vescovi Italiani[2]: «Come Chiesa italiana abbiamo due bussole da seguire nel cammino pastorale e nel servizio al mondo del lavoro. La prima è costituita dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti: la fraternità illumina anche i luoghi di lavoro, che sono esperienze di comunità e di condivisione. In tempo di crisi la fraternità è tanto più necessaria perché si trasforma in solidarietà con chi rischia di rimanere fuori dalla società. «Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (FT 162). Per questo, il mondo del lavoro dopo la pandemia ha bisogno di trovare strade di conversione e riconversione, anche per superare la questione della produzione di armi. Conversione alla transizione ecologica e riconversione alla centralità dell’uomo, che spesso rischia di essere considerato come numero e non come volto nella sua unicità. Ci inseriamo nella seconda bussola che è il cammino verso la Settimana Sociale di Taranto (21-24 ottobre 2021) sul tema del rapporto tra l’ambiente e il lavoro. Lo ricorda molto bene l’Instrumentum laboris (n. 25) che afferma: «La conversione che ci è chiesta è quella di passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – a quella della generazione – dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni».


[1] Giovanni usa lo stesso verbo sia per indicare il “tagliare” il tralcio secco (che in me non porta frutto), sia per indicare il “potare” il tralcio vivo (che porta frutto). In effetti, uno che osserva il lavoro del vignaiolo, si rende conto che lo steso identico gesto “taglia” il ramo morto perché incapace di portare frutto e “pota” il tralcio capace di portare frutto. C’è però un particolare. Quando Giovanni vuole sottolineare il “tagliare” usa il semplice verbo “airo”: alzare, prendere, raccogliere, eliminare, distruggere, (è il verbo gridato dalla folla contro Gesù. Gv 19, 15). Quando invece  vuol parlare di “potare” davanti al verbo “airo” mette una preposizione – katà – che significa “per”. In altre parole: quel “tagliare” ha uno scopo positivo, è finalizzato al frutto, non è fine a se stesso! Quel “tagliare” non si esaurisce in quel gesto, ma va oltre: ti fa pensare al frutto che verrà non al fuoco che distrugge.
[2] Messaggio dei Vescovi per la Festa del 1° maggio 2021




I Vescovi per la Festa del 1° maggio 2021
«E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38)

Messaggio dei Vescovi per la Festa del 1° maggio 2021

«E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38)

Abitare una nuova stagione economico sociale

Il libro di Neemia, nella Bibbia, racconta l’impegno del popolo d’Israele intento a ricostruire le mura di Gerusalemme. Al lavoro generativo della gente, però, si oppongono le derisioni e le critiche dei popoli nemici: «Che vogliono fare questi miserabili Giudei?» […] «Edifichino pure! Se una volpe vi salta sopra, farà crollare il loro muro di pietra!» (Neemia 3,34-35). Neemia, invece, ricorda l’unità e la caparbietà del popolo nel portare a termine l’opera intrapresa, commentando che «al popolo stava a cuore il lavoro» (Neemia 3,38). Il brano biblico presenta la forte opposizione tra chi sta a guardare criticando e chi invece mette tutto l’impegno possibile perché nasca qualcosa di nuovo. È la contrapposizione tra il lavoro parlato e il lavoro realizzato concretamente, tra modelli vecchi di lavoro e nuove opportunità che si affacciano. In un contesto molto diverso oggi scopriamo l’importanza della generatività, che si fonda sull’«amore pieno di verità» (CV 79). Il generare richiede la responsabilità e la capacità di uscire da se stessi per aprirsi all’altro nel segno di una vita segnata dall’amore, unica realtà in grado di rendere la vita piena e feconda. Ciò comporta un conflitto tra il vecchio che resiste e il nuovo che s’impone con la sua forza di cambiamento. A chi affronta questa dinamica è richiesto di abitare una sana tensione tra la paura di perdere quello che si era, o si deteneva come certezza nell’agire, e un rinnovato impegno verso nuovi stili di vita. D’altronde chi ha incontrato il Signore Gesù, chi lo ha sperimentato come Signore della propria vita, «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
La terribile prova della pandemia ha messo a nudo i limiti del nostro sistema socio-economico. Nel mondo del lavoro si sono aggravate le diseguaglianze esistenti e create nuove povertà. Già prima di essa il Paese appariva diviso in tre grandi categorie. Una composta da lavoratori di alta qualifica o comunque tutelati e privilegiati che non hanno visto la loro posizione a rischio. Essi hanno potuto continuare a svolgere il loro lavoro a distanza e hanno perfino realizzato dei risparmi avendo ridotto gli spostamenti durante il periodo di restrizioni alla mobilità. Una seconda categoria di lavoratori in settori o attività a forte rischio o comunque con possibilità di azione ridotta è entrata in crisi: commercio, spettacoli, ristorazione, artigiani, servizi vari. L’intervento pubblico sul fronte della cassa integrazione, delle agevolazioni al prestito, dei ristori e della sospensione di pagamenti di rate e obblighi fiscali ha alleviato in parte, ma non del tutto, i problemi di questa categoria. Un terzo gruppo è rappresentato dai disoccupati, dagli inattivi o dai lavoratori irregolari e coinvolti nel lavoro nero che accentua una condizione disumana di sfruttamento. Sono gli ultimi, in particolare, ad aver vissuto la situazione più difficile perché fuori dalle reti di protezione ufficiali del welfare. Va anche considerato il fatto che il governo ha bloccato i licenziamenti, ma quando il blocco verrà tolto la situazione diventerà realmente drammatica.
Un piccolo segno di speranza è la forte ripresa delle attività sociali ed economiche nell’estate 2020. Ha dimostrato come, appena il giogo della pandemia si allenterà, la voglia di ripartire dovrebbe generare una forte ripresa e vitalità della nostra società contribuendo ad alleviare i gravi problemi vissuti durante l’emergenza. È fondamentale, pertanto, che tutte le reti di protezione siano attivate. Il «vaccino sociale» della pandemia, infatti, è rappresentato dalla rete di legami di solidarietà, dalla forza delle iniziative della società civile e degli enti intermedi che realizzano nel concreto il principio di sussidiarietà anche in momenti così difficili. Un aspetto fondamentale di questo tempo per i credenti è la gratitudine di aver incontrato il Vangelo della vita, l’annuncio del Salvatore. La pandemia, infatti, ci ha permesso di sperimentare quanto siamo tutti legati ed interdipendenti. Siamo chiamati ad impegnarci per il bene comune: esso è indissolubilmente legato con la salvezza, cioè il nostro stesso destino personale.
«Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» ci ha avvertiti papa Francesco. I periodi di prova sono anche momenti preziosi che ci insegnano molto. La crisi ci ha spinto a scoprire e percorrere sentieri inediti nelle politiche economiche. Viviamo una maggiore integrazione tra Paesi europei grazie alla solidarietà tra stati nazionali e all’adozione di strategie di finanziamento comuni più orientate all’importanza della spesa pubblica in materia di istruzione e sanità. L’insostenibilità dei ritmi di lavoro, l’inconciliabilità della vita professionale ed economica con quella personale, affettiva e famigliare, i costi psicologici e spirituali di una competizione che si basa sull’unico principio della performance, vanno contrastati nella prospettiva della generatività sociale. L’esercitazione forzata di lavoro a distanza a cui siamo stati costretti ci ha fatto esplorare possibilità di conciliazione tra tempo del lavoro e tempo delle relazioni e degli affetti che prima non conoscevamo. Da questa terribile prova sta nascendo una nuova era nella quale impareremo a diventare «imprenditori del nostro tempo» e più capaci di ripartirlo in modo armonico tra esigenze di lavoro, di formazione, di cura delle relazioni e della vita spirituale e di tempo libero. Se le relazioni faccia a faccia in presenza restano quelle più ricche e privilegiate, abbiamo compreso che in molte circostanze nei rapporti di lavoro è possibile risparmiare tempi di spostamento mantenendo o persino aumentando la nostra operosità e combinandola con la cura di relazioni e affetti.
Come Chiesa italiana abbiamo due bussole da seguire nel cammino pastorale e nel servizio al mondo del lavoro. La prima è costituita dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti: la fraternità illumina anche i luoghi di lavoro, che sono esperienze di comunità e di condivisione. In tempo di crisi la fraternità è tanto più necessaria perché si trasforma in solidarietà con chi rischia di rimanere fuori dalla società. «Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (FT 162). Per questo, il mondo del lavoro dopo la pandemia ha bisogno di trovare strade di conversione e riconversione, anche per superare la questione della produzione di armi. Conversione alla transizione ecologica e riconversione alla centralità dell’uomo, che spesso rischia di essere considerato come numero e non come volto nella sua unicità. Ci inseriamo nella seconda bussola che è il cammino verso la Settimana Sociale di Taranto (21-24 ottobre 2021) sul tema del rapporto tra l’ambiente e il lavoro. Lo ricorda molto bene l’Instrumentum laboris che afferma: «La conversione che ci è chiesta è quella di passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – a quella della generazione – dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni» (n. 25).
Il 1° maggio, festa di San Giuseppe lavoratore, che papa Francesco ha voluto celebrare con un anno a lui dedicato, ci spinga a vivere questa difficile fase senza disimpegno e senza rassegnazione. Abitiamo i nostri territori diocesani con le loro potenzialità di innovazione ma anche nelle ferite che emergono e che si rendono visibili sui volti di molte famiglie e persone. Sappiamo che ogni novità va abitata con una capacità generativa e creativa frutto dello Spirito di Dio. Nulla ci distolga dall’attenzione verso i lavoratori. Parafrasando un celebre brano di Gaudium et spes, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo del lavoro, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono i sentimenti dei discepoli di Cristo Signore. Condividiamo le preoccupazioni, ma ci facciamo carico di sostenere nuove forme di imprenditorialità e di cura. Se «tutto è connesso» (LS 117), lo è anche la Chiesa italiana con la sorte dei propri figli che lavorano o soffrono la mancanza di lavoro. Ci stanno a cuore.

Roma, 19 marzo 2021 (Solennità di San Giuseppe)

La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace




25 aprile 2021. Domenica 4a di Pasqua
PASTORE

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l’infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi, nell’unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN.
Dagli Atti degli Apostoli (4,8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anzia­ni, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventa­ta la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Salmo 117 La pietra scartata dai costruttori è dive­nuta pietra d’angolo.
Rendete grazie al Signore perché è buo­no, perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore che confida­re nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signo­re che confidare nei potenti.
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto, per­ché sei stato la mia salvezza.
La pietra scar­tata dai costruttori è divenuta la pietra d’an­golo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Benedetto colui che viene nel nome del Si­gnore.
Vi benediciamo dalla casa del Signo­re.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signo­re, perché è buono, perché il suo amore è per sempre.
Dalla prima lettera di san Giovanni apo­stolo  (3,1-2)
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha co­nosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Dal vangelo secondo Giovanni (10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore depone (offre) la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non ap­partengono – vede venire il lupo, abbando­na le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e depongo (offro)  la mia vita per le pecore. E ho altre pe­core che non provengono da questo recin­to: anche quelle io devo guidare. Ascolte­ranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Pa­dre mi ama: perché io depongo (offro) la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la depongo (offro)  da me stesso. Ho il potere di deporla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 PASTORE. Don Augusto Fontana

Oggi li chiamiamo LEADERS, STARS, PREMIER e non più PASTORI; e le loro pecore si chiamano FANS, BOYS e non più GREGGE. E pochi di noi hanno esperienza diretta di pastori e greggi. Dunque i riferimenti simbolici del Vangelo di oggi rischiano di essere incomprensibili dal punto di vista emozionale ed esistenziale. La cosa si complica anche per il fatto che identificare una comunità con un gregge significa darle un attributo di massificazione; e identificare un battezzato con l’attributo di pecora suona offensivo («sei un pecorone!», un pavido, uno che ha venduto il cervello all’ammasso).  Eppure la massa esiste nei circuiti promozionali, commerciali e politici, come esiste il gregge di pecoroni dentro le nostre comunità ecclesiali dette anche, per comodità, “parrocchie” o chiesa.
L’esperienza dei pastori semiti dell’antico Israele si presenta lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di penetrazione.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge a pascolare in terreni dove è appena avvenuto il raccolto. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza benchè la pista sia pericolosa perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia, tutto condivide.

In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore?
Nel cap. 9 Giovanni ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci  vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il pastore della chiesa e comunque a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo. Ezechiele 34, 2. 4: “ hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”.
La litur­gia è dominata dalla lettura di una parte del «discorso del pa­store» che Gesù tiene nella cornice del Tempio di Gerusa­lemme e che si articola su due parabole intrecciate tra loro, quella appunto del pastore e quella della porta dell’ovile: «Io sono la porta delle pecore… Io sono il buon pastore» (Gv 10, 7.11). Il brano di quel discorso che oggi leggiamo contiene il commento che Gesù stesso fa alla parabola del pastore.
Tre sono i movimenti di questa specie di omelia che Gesù stesso oggi ci propone.

 Il primo si snoda nei vv. 11-13 e disegna la figura del pa­store «buono» (in greco letteralmente abbiamo «bello», ter­mine che vuole esprimere la pienezza del bene, del bello, del giusto, dell’amore): egli è pronto a morire per proteggere il gregge. Subito, in opposizione, appare la torva figura del merce­nario a cui si associa l’immagine del lupo, immagine evocata già un’altra volta da Gesù: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt l0, 16). Al di là dell’identificazione con­creta del mercenario (alcuni pensano agli zeloti, i partigiani ebrei antiromani), è chiaro che l’elemento decisivo è il con­fronto tra due atteggiamenti radicalmente opposti. Da un lato c’è il pastore per il quale il gregge è la sua vita, ad esso egli consacra tutto, anche se stesso. Dall’ altra parte c’è, invece, una tragica controfigura del pastore, il mercenario, che è solo preoccupato di se stesso; per lui il gregge è solo un possesso da sfruttare, è un bene da sacrifi­care senza esitazione al proprio vantaggio. Il gregge che è nelle mani di pastori falsi, calcolatori, egoisti è votato allo sfacelo e alla morte. Lo ricorda anche Paolo in quello stu­pendo «testamento pastorale» da lui pronunziato a Mileto, sull’ attuale costa turca dell’Egeo, mentre salutava i «pasto­ri» di Efeso, la chiesa ove probabilmente è stato composto il Vangelo di Giovanni. Ecco le parole di Paolo: «Vegliate su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio. Io so che do­po la mia partenza, perfino in mezzo a voi, entreranno lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge» (At 20, 28-29).

Il secondo movimento del discorso di Gesù, presente nei vv. 14-16, si svolge tutto all’interno del gregge: tra pastore e pecore c’è uno stretto legame di «conoscenza». «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Il verbo «conoscere», che qui risuona ben quattro volte, nel lin­guaggio biblico abbraccia un arco vasto di esperienze che vanno dall’intelletto al cuore, dalla comprensione all’amo­re, dall’affetto all’ azione. Non per nulla, come è noto, è il verbo per indicare anche la relazione profonda d’amore di una coppia. Allora, tra i fedeli e il Cristo intercorre una comu­nione reale e intensa che non è infranta dagli sbandamenti del gregge, che non è cancellata dalla solitudine e dall’isola­mento creato dalle pecore ribelli. Anzi, Gesù vuole aprire un altro orizzonte che si estenda fino alle pecore lontane, che non appartengono al primo ovile di Dio, quello di Israele. Si delinea, così, l’apertura della Chiesa ai pagani, si esal­ta la missione verso i lontani, verso tutti gli uomini che cer­cano Dio con cuore sincero. L’ovile di Gesù non si può semplicisticamente identificare con la chiesa tanto meno quella cattolica. Sulla scia del Pastore supremo Cristo, ogni pastore e ogni cristiano deve annun­ziare, anche uscendo dagli steccati del suo ovile, la speran­za dell’evangelo e «condurre» tutti all’ovile di Cristo. Le parole di Gesù ricalcano qui quelle del profeta Ezechiele che riferiva questa decisione divina di fronte ai falsi pastori: «Io stesso condurrò le pecore, le radunerò da tutte le nazioni, le nutrirò con buoni pascoli; sarò io stesso il pastore delle mie pecore e andrò in cerca della pecora perduta» (Ez 34, 11-16).

 Il terzo movimento del discorso di Gesù (vv. 17-18) ri­prende idealmente il primo col tema del deporre-offrire la vita. Nel vangelo di Giovanni il verbo che viene utilizzato è tìthemi che significa anche “deporre”. È Gesù che depone la vita. Dove si trova ancora questo verbo? Si parla di Gesù deposto nella mangiatoia (Vangelo di Luca) e nell’atto di lavare i piedi ai suoi discepoli, Gesù depone le vesti. Questo termine ha significati molto diversi, ma sicuramente dice una consegna totale. C’è questo grande mistero: in fondo, in Gesù è Dio stesso che si depone.  È la legge del chicco di grano che deve morire per non restare solo ma produrre molto frutto (12, 24); è la legge della ma­ternità che deve passare attraverso il dolore del parto per dare alla luce un nuovo uomo (16, 21). È la legge dell’amore autentico che invita a dare la vita per la persona che si ama (15, 13).

 Non ci vuole molto per attualizzare.

Vengono in mente subito il Papa, i vescovi e i preti. In una chiesa clericale è ovvio che il clero diventi di fatto “vicario” di Cristo. E ci prendiamo le nostre responsabilità. Io non sono certo di essere immagine limpida della pastoralità di Cristo e soprattutto non vorrei mai rubargli la scena e il ruolo, ma talvolta accade. Ma non vorrei neppure essere talmente ingombrante come una grande mamma che ritarda la crescita dei figli. Anche la comunità dei laici battezzati ricevono il carisma di diventare segno della pastoralità di Gesù, senza ovviamente togliergli ruolo e centralità. A 60 anni dal Concilio Vaticano II° la corresponsabilità collegiale e pastorale dei laici è cresciuta poco, quasi niente, sia sul fronte della testimonianza nella vita quotidiana che sul versante della partecipazione pastorale nella chiesa. Così scrivevano i Vescovi nella Nota Pastorale del 2004 “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: « Le aggregazioni di laici nella parrocchia si facciano parte attiva dell’animazione del paese o del quartiere, negli ambiti della cultura, del tempo libero, ecc. Soprattutto l’ambito culturale ha bisogno di una presenza vivace, da affiancare a quella già sperimentata e riconosciuta sul versante sociale. In molte parrocchie sono presenti scuole, istituzioni sanitarie, luoghi di lavoro, strutture sociali: la parrocchia entri in dialogo e offra collaborazione, nel rispetto delle competenze, ma anche con la consapevolezza di avere un dono grande, il Vangelo, e risorse generose, gli stessi cristiani. Lo stesso vale per le istituzioni amministrative, evitando tuttavia di diventare “parte” della dialettica politica. L’ambito della carità, della sanità, del lavoro, della cultura e del rapporto con la società civile sono un terreno dove la parrocchia ha urgenza di muoversi raccordandosi con le parrocchie vicine, nel contesto delle unità pastorali, delle vicarie o delle zone, superando tendenze di autosufficienza e investendo in modo coraggioso su una pastorale d’insieme».
Ma, visti i tempi che corrono, non sembri una forzatura mandare un pensiero sognante anche ai “pastori” del popolo in versione politica e sociale. Sono cosciente del rischio, del rischio del qualunquismo e dell’antipolitica. Ma mi pare che la corruzione pervasiva che ci circonda trovi nel profeta Ezechiele qualche motivo per leggere i “segni dei tempi” e indicarci un’indignazione che diventi azione repulsiva e democratica da non lasciare solo alla magistratura:  “ …hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”(Ezechiele 34, 2. 4).