14 marzo 2021. Domenica 4 Quaresima
ALLEANZA: DIO E’ CON NOI ANCHE QUANDO E’ CONTRO DI NOI?

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA  (ANNO B)

 Preghiamo.  Dio, buono e fedele, che mai ti stanchi di richiamare chi sbaglia verso una vera conversione e nel tuo Figlio innalzato sulla croce ci guarisci dai morsi del maligno, donaci la ricchezza della tua grazia perché rinnovati nello spirito possiamo corrispondere al tuo eterno e sconfinato amore. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal secondo libro delle Cronache (36,14-16.19-23)
In quei giorni  tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato in Gerusalemme. Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi incendiarono il tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutte le sue case più eleganti. Il re deportò in Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia: “Finché il paese non abbia scontato i suoi sabati, esso riposerà per tutto il tempo nella desolazione fino al compiersi di settanta anni”. Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro re di Persia, che fece proclamare per tutto il regno, a voce e per iscritto:  “Dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha consegnato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta!”.
Salmo 137 (136). Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia.
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.
Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato; ci chiedevano canzoni di gioia, i nostri oppressori:  «Cantateci i canti di Sion!».
Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra,
mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia.
Dalla lettera di Paolo agli efesini (2,4-10)
Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,  per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio;  né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.
Dal vangelo secondo Giovanni (3,14-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo:  E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,  perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.  Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.  E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.  Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

ALLEANZA: DISGRAZIA O GRAZIA? DIO E’ CON NOI ANCHE QUANDO E’ CONTRO DI NOI? Don Augusto Fontana
I due libri delle Cronache, con il Libro di Esdra e il Libro di Neemia, formano una unità letteraria da leggersi insieme. Furono scritti circa nel 300-250 a.C., e cioè 3 secoli dopo la fine dell’esilio Babilonese. Il loro Genere Letterario può definirsi “meditazione storica” per sostenere le riforme politico-religiose di Esdra e Neemia e per giustificare la nuova teocrazia reinstallata al Sud, a differenza di quella fallita al Nord. Preoccupazione principale fu quella di affermare che l’esilio babilonese non aveva interrotto le promesse di Dio in quanto sia il babilonese Nabucodonosor (che deporta Israele) e sia il persiano Ciro (che lo libera nel 538 a.C.) sono ambedue strumenti nelle mani di Dio per esercitare un amore esigente e tenero. Il popolo ebraico (residente nella Giudea, al Sud di Israele), dopo 2 secoli dal ritorno in patria, di fatto è ancora ridotto ad una piccola e povera comunità, perseguitata dai samaritani del Centro-Nord a cui l’autore del Libro delle Cronache vuol dimostrare che il popolo del Sud è “il piccolo resto, la piccola assemblea” fondata da Dio. Sono, sotto sotto, richiami alla speranza per tempi difficili e sono parole di consolazione per un popolo che vive in situazione minoritaria e di povertà. Se la riforma religioso-politica di Giosia non ha portato cambiamenti radicali è perché occorre una vera conversione, un cambiamento di rotta. Dio si dimostra «Totalmente diverso», imprevedibile e, umanamente parlando, contrario alle nostre attese. Osserviamo l’andamento del rapporto conflittuale tra il popolo e il suo Dio e l’andamento alternato dell’amore esigente e tenero di Dio:  [14]Anche tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà…[15]Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo …[16]Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti… al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine[21]attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia…[22]…a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro…
Immaginate un ebreo schiavo seduto sui fiumi di Babilonia a parlare dell’amore di Dio; immaginate i discepoli che scrutano da lontano il cadavere del loro Gesù appeso sulla croce: questi annientamenti non vanno nella direzione del benessere atteso come segno di amore di Dio. Dio opera nella croce di Cristo uno stratagemma di incredibile forza: il crollo delle sicurezze storiche, umane, religiose, istituzionali non trascinano con sé il crollo dei progetti di Dio né lo allontanano da noi perché Dio va in esilio con il suo popolo ed è lì su quella croce.
Noi siamo abituati ad una fedeltà gregaria, quella del portaborse che dice sempre di sì al capo. La fedeltà di Dio a noi non è di questo tipo; è una fedeltà critica. Dio sembra entrare nelle nostre sicurezze con le parole profetiche disturbanti, le critiche acute, i fallimenti del progressismo vincente da primi della classe, la ribellione dei poveri e degli esclusi. E’ difficile credere in un Dio che non viene a tutelare le nostre soddisfazioni spirituali, le elevazioni mistiche, l’ottimismo decadente e che mi dà la croce come unico luogo di lettura della storia. Dio, fonte di insicurezza giusta per i sicuri e fonte di sicura speranza per tutti gli smarriti. (Salmo 146, 6-10).
«Tu mi dai la caccia come si fa con un leone!» grida Giobbe a Dio, dal suo tormento. E aveva ragione: Dio inizia a ricercarci tra gli alberi dell’Eden fin dal giorno del suo primo grido «Adamo, dove sei?». Questo  grido non si è più spento nella foresta della nostra storia. Dio ci rimane fedele, ci cerca in tutte le nostre fughe e alibi, come uno sposo che va a cercare la moglie sui viali, come un padre/madre che aspetta il figlio scappato o come un pecoraio che va a prelevare una pecora sbandata.
Nel versetto dell’alleluja si canta: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unico; chi crede il Lui ha la vita eterna». Pare che questa frase costituisca il centro di tutto il Vangelo di Giovanni. Ma questo annuncio costituisce un  «Mistero», nel senso che la cosa non è poi così tanto evidente; è una testimonianza che viene proposta alla mia fede e non alla mia rilevazione immediata.
…il Signore suscitò lo spirito di Ciro re di Persia…
Padre Ernesto Balducci scrisse, al riguardo, una pagina interessante. «Qualunque osservazione che  facciamo ci fa chiedere: ma c’è davvero questo amore che presiede a tutto? Noi vorremmo poter arrivare alla certezza dell’amore di Dio a partire dall’esperienza. Se noi entriamo in una casa dove tutto è squallido, in disordine, polveroso diciamo: qui non c’è un amore che governa, una maternità che provvede. Ebbene noi siamo in un mondo di questo tipo. Per questo dobbiamo stare attenti a non compromettere la nostra fede con facili slogan della devozione. Questo è detto anche a chiare lettere nel Vangelo di oggi: il luogo e il momento in cui l’amore di Dio si è manifestato al mondo in maniera eccellente è proprio un momento e un luogo dove la nostra osservazione constata il contrario. La crocifissione di un uomo giusto, abbandonato da tutti anche dagli amici, non è un segno dell’amore di Dio, ma dell’assenza di Dio. Siamo nel cuore del paradosso cristiano: da una parte affermiamo che il principio di tutto è l’amore di Dio per il mondo e dall’altra sappiamo che questo amore viene rivelato proprio là dove tutte le categorie dell’intelletto umano sono portate a constatare l’assenza dell’amore. Tenendo uniti questi due estremi ci è possibile entrare in un’intelligenza di fede che è un’intelligenza nell’oscuro e non nella chiarezza. Facciamo un esempio. Immaginiamo un padre di famiglia che, seduto a tavola con moglie e figli, dica: «Davvero il Signore ci ha voluto bene; non ci manca niente, gli affari vanno bene, la salute non manca. Dobbiamo ringraziare Dio che ci ha voluto bene». Sarebbe un discorso di falsa fede. Considerare come segno dell’amore di Dio le cose che vanno bene è stabilire un rapporto di immediatezza che è spezzato dalla croce di Cristo. Non c’è immediatezza tra la nostra esperienza e questo amore. Basta una coscienza critica perché ci si renda conto che il nostro benessere, familiare o collettivo, è basato sulla più iniqua espropriazione di innumerevoli altre creature. Sarebbe strano questo Dio che manda felicità in una famiglia costruendola sull’iniquità e l’ingiustizia. Ecco perché il nostro tempo ci chiama a ripulire la fede dalle ideologie di comodo. Del resto la lezione ci viene confermata anche dal brano forte della prima lettura biblica. Immaginate un ebreo seduto sui fiumi di Babilonia, schiavo, a parlare dell’amore di Dio! Eppure in quella schiavitù c’era l’amore correttivo e critico di Dio, un amore che non andava d’accordo con le aspettative del popolo quando, precedentemente, si trovava nel benessere. La descrizione di questo popolo di Giuda che vive nell’infedeltà, accetta le idolatrie di altri popoli, uccide i profeti, costruisce ricchi palazzi e case eleganti, ci fa pensare ad un certo mondo in cui viviamo. Quando le cose vanno così bene probabilmente – dice il testo biblico – c’è un’infedeltà. Quel che conta non è che le cose vadano bene, ma che si viva con fedeltà. Dio opera allora uno stratagemma di incredibile forza, tale cioè da inserire per sempre un sospetto, un dubbio, in tutta la storia della nostra fede cristiana: cioè Dio, proprio perché amava il suo popolo, lo lascia preda degli avversari. Tutto viene distrutto: Tempio, palazzi, organizzazione politica. L’esilio è amore di Dio per il popolo. E Dio realizza la salvezza attraverso Ciro, un pagano. Questo modo di procedere di Dio è assolutamente contrario alle nostre comode strategie della provvidenza. Dio è con noi anche quando è contro di noi. La correzione, amante, di Dio cade su di noi spesso nel momento in cui siamo nella massima sicurezza. Non dobbiamo disprezzare le parole profetiche, le parole disturbanti, le critiche acute perché in esse si annida la speranza di uscita dalle nostre micidiali e false sicurezze. Torniamo alla domanda iniziale: Dio ama il mondo? Certo che lo ama, ma non per ratificarlo, non perché gli diciamo «Grazie, Dio, perché tutto ci va bene e tu lo confermi». Noi crediamo nel Dio-amore perché mette in crisi le nostre sicurezze e quando diciamo «Siamo arrivati» lui ci rimette in cammino. Credo nell’amore di Dio: non perché viene a tutelare le mie soddisfazioni spirituali, le mie elevazioni mistiche, il mio ottimismo decadente, ma perché sento che mi mette in crisi, mi obbliga a vivere con respiro universale per farmi solidale con l’ultimo degli uomini all’ombra della Croce, unico luogo di lettura del suo terribile amore che afferra gli ultimi degli uomini per sollevarli al cospetto dei potenti per convincerli a proclamare la fine delle loro false sicurezze. Mentre gli altri grideranno soddisfatti che le cose vanno bene, noi ci renderemo scomodi contestatori che dicono: no!  vanno male. E quando gli altri dicono che le cose vanno malissimo, avremo la strana gioia di gridare che invece vanno bene. Questa stranezza turba anche chi la vive e lo rende valido segno della permanenza dell’amore di Dio, fonte di insicurezza giusta per i sicuri e fonte di sicurezza per gli smarriti, perché non c’è ragione di essere smarriti».
Credere all’amore[1].
La liturgia oggi ci propone le battute conclusive di un dialogo tra rabbi Nicodemo e Gesù, dominate da un’immagine biblica solenne, quella del serpente eretto da Mosè nel deserto per salvare Israele dai morsi velenosi delle vipere nelle pietraie del Sinai (Numeri 21,4-9). Giovanni vede la croce col Cristo inchiodato. Ma la visione non viene offerta per suscitare pietà e compassione o per mostrare le sofferenze del Cristo: il quarto Vangelo, infatti, celebra la croce di Cristo come il trono regale su cui si siede il Salvatore del mondo. La Pasqua comincia già sulla croce. È noto che il quarto evangelista ama tratteggiare il mistero della Pasqua del Cristo sotto un’immagine simbolica di tipo «verticale», quella dell’elevazione, dell’innalzamento, dell’esaltazione: la croce di Cristo eretta sul Golgota affonda nella terra ma ha il suo vertice in alto. Quel serpente diventa per Giovanni il segno anticotestamentario della croce di Cristo «innalzata» in mezzo all’umanità. Nel quarto Vangelo la croce elevata è quasi il polo di attrazione della fede del credente ed è la sorgente della salvezza: «Quando sarò elevato da terra, tutti attirerò a me» (12,32). Davanti alla croce di Cristo si produce la grande divisione che separa la storia e anche noi dobbiamo compiere la nostra scelta. La Quaresima, riproponendoci la croce di Cristo nella sua nudità ci invita a ritrovare, sotto le sovrastrutture e in mezzo ai meandri della dispersione, la sostanza del messaggio cristiano: «Convertitevi e fidatevi del Vangelo… Noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio» (Mc 1, 15; 1 Cor 1,23-24).


[1] Gianfranco Ravasi “SECONDO LE SCRITTURE” (Ed. PIEMME) Commento anno B




7 marzo 2021. Domenica 3 Quaresima
UN’ALLEANZA IN 10 PAROLE E IL TEMPIO IN UN CORPO CROCIFISSO

III DOMENICA DI QUARESIMA B

Preghiamo. Signore, nostro Dio, santo è il tuo nome; piega i nostri cuori ai tuoi comandamenti e donaci la sapienza della croce, perché, liberati dal peccato che ci chiude nel nostro egoismo, ci apriamo al dono dello Spirito per diventare tempio vivo del tuo amore. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 20, 1-3.7-8.12-17
In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole:
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile.
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai.
Non commetterai adulterio.
Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
Sal 18  Signore, tu hai parole di vita eterna.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,  rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,22-25
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,13-25
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete[1]. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo. 

UN’ALLEANZA IN 10 PAROLE E IL TEMPIO IN UN CORPO CROCIFISSO. Don Augusto Fontana
Il testo di Esodo 20 è collocato tra l’annuncio della Alleanza (Esodo 19) e la sua celebrazione (Esodo 24).  Vengono rivelate (donate) Dieci Parole: «Dio pronunciò tutte queste parole». Parole di libertà appartenenti alla “Legge” (Torah), un termine che, nel linguaggio occidentale contemporaneo, non rende giustizia alla densità significativa, coinvolgente e amante attribuitagli dagli uomini giusti dell’ebraismo; basta rileggersi il lungo e mistico salmo 119. Più che di leggi, precetti e comandi si tratta di istruzioni, insegnamenti e parole convincenti. Ancora oggi mi resta il dubbio che l’esperienza “religiosa” instauri con Dio  una sottomissione servile, moralistica, giuridica, mercantile che uccide il sogno del nostro fidanzamento con Lui, come ci dicono i profeti Osea (Cap.2)  ed Ezechiele (Cap. 16).  Un Rabbino, a chi gli faceva notare che il Decalogo conteneva troppe proibizioni (7 “non” …), disse: “Nelle Dieci Parole c’è una sola proibizione fondamentale: non tornate indietro, non tornate in Egitto, alla casa di schiavitù”. Infatti si trascura che le Dieci Parole incominciano così: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». Non un liberatore “spirituale”, ma “integrale”; uno a cui sta a cuore oltre che la giustizia sociale, anche la liberazione dalla tentazione di appannare lo stile di vita una volta entrati nella Terra Promessa: non avrai altro Dio all’infuori di me e non vi opprimerete a vicenda,  né con le cose né nei rapporti. Le Dieci Parole non interpellano solo il singolo: sono i rapporti comunitari che vengono liberati. Gesù dirà che tutta la Legge si riassume nell’amare[2] e per evitare equivoci si presenta con le Beatitudini.

IL TEMPIO: TEMPO DI INCONTRO  O LUOGO DI  MERCATO?
In tutte le culture il tempio rappresenta l’ombelico che congiunge divino e umano, ma anche divide il fanum dal  pro-fanum, il tabernacolo dal cortile, ritma il tempo con le celebrazioni e organizza tramite la legge la convivenza sociale. Senza tempio, il cosmo è come una ruota senza mozzo. Buono o perverso, liberante o schiavizzante che sia, senza un suo tempio l’uomo non può esistere. L’animale è condotto dall’i­stinto, l’uomo è mosso dal desiderio di raggiungere un fine che dà senso al suo vivere, al suo desiderio di felicità. Il Tempio offre questo ed è il luogo del senso della vita, della festa e della comunione. Ma tende sempre a diventare anche luogo di mercanteggio con Dio, giustificazione di oppressione dell’uomo in nome di Dio. Al centro delle antiche città c’è sempre il tem­pio, diventato nella cristianità il «duomo» (domus=casa), la casa comune. Oggi al centro troviamo la Borsa, con il culto del libero mercato e della new economy, nel cui nome si con­duce una fanatica guerra santa, senza guardare in faccia a nessuno, distrug­gendo la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti (cf. Sal 24,1). L’operazione è condotta in modo indolore, grazie al narcotico prodotto in altri tem­pli: del divertimento e dello sport, della salute. Dio, tempio e uomo sono tre realtà che si rispecchiano; ma soprattutto l’uomo e il tempio hanno un volto diver­so secondo l’immagine che si ha di Dio. Se Dio è colui che ha in mano tutto e domi­na tutti, il suo fedele tende a scimmiottare il Potente; il tempio allora diventa lo strumento di giustificazione di ogni oppressione. Se Dio è uno che si consegna e serve, l’uomo vero è colui che serve e il tempio diventa luogo di comunione e amore.
Il Figlio dell’uomo, vero tempio, sarà ucciso proprio da chi si è ingannato su Dio e sul tempio e quindi anche sull’uomo. Questa visita di Gesù al tempio visita la nostra idea di Dio e di uomo.
«Ma egli parlava del tempio del suo corpo»: il tempio, chiamato da Gesù «casa del Padre mio» e poi «santuario», è infine identificato con il suo «corpo». La carne della Parola è ormai la «tenda» di Dio in mezzo a noi, dove noi stessi siamo di casa con lui. In Gesù il tempio diventa ciò di cui è segno: è cielo aperto sulla terra, terra aperta su Dio.
Gesù non ce l’ha col Tempio, né col Sabato, né con la Legge. Ma sa che in agguato si annida in noi la strumentalizzazione del Nome di Dio, l’abuso della religione in atti privati, il mercanteggiamento tra favori, sacramenti, benedizioni e opere buone. Ci si è messo in mezzo: «Prima di entrare nel Tempio, nel Sabato e nella Legge passerete su di Me, sul mio corpo, scandalo per la religione e stupidità per filosofie, economie e politiche». Nella preghiera iniziale abbiamo chiesto il dono di diventare TEMPIO DEL SUO AMORE. Difficile oggi trovare il tempo di “andare in chiesa”, ma più difficile e raro è “essere Chiesa in Lui”.
Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire voi stessi come sacrificio gradito a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2, 4-5).

Preghiamo gli uni per gli altri. 

Signore Gesù, sei Parola che da’ senso ed energia alla nostra vita, donaci liberazione comune nell’uso delle cose e nei rapporti. Tu hai parole di vita eterna.
Signore Gesù che hai sentito il Padre come alleato, concedi a noi frutti di gioia e responsabilità nella nostra alleanza con il padre. Tu sei la vite e noi i tuoi tralci.
Signore Gesù, con il segno della Trasfigurazione del tempio ci hai voluto dire che possiamo incontrare il Padre sempre e ovunque in te. Concedi di dimorare in te e stare con te nelle ore della nostra vita quotidiana. Tu sei il nostro tempio.
Signore Gesù, tu hai cacciato i mercanti dal tempio. Ti permettiamo di entrare nel tempio delle nostre coscienze e negli spazi delle nostre chiese per devastare, con la tua parola e il tuo gesto profetico, le idolatrie  che umiliano la tua gloria. Tu sei il nostro profeta.


[1] Nel Tempio potevano entrare solo le monete giudaiche e i pellegrini dovevano cambiare le monete romane con le monete giudaiche. I cambiavalute chiedevano un cambio molto alto. Inoltre pare che i sacerdoti rifiutassero gli animali portati da lontano, in modo che i pellegrini dovevano comprare, e caro prezzo, un animale dai venditori nel Tempio. Pare che cambiavalute e mercanti condividessero il guadagno illecito con i sacerdoti del Tempio.
[2] Matteo 22, 36-39: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose:  «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 




28 febbraio 2021. Domenica 2 Quaresima
RESISTERE IN UN’ALLEANZA RESPONSABILE

2 DOMENICA DI QUARESIMA B

 Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 22,1-2.9.10-13.15-18
In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Salmo 115.  Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Ho creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice». Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo, negli atri della casa del Signore, in mezzo a te, Gerusalemme.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,31-34
Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
Dal Vangelo secondo Marco 9,2-10.
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

PER RESISTERE IN UN’ALLEANZA RESPONSABILE. Don Augusto Fontana
 Sono decisamente imbarazzato di fronte al racconto del Libro della Genesi. Certo, forse dietro c’è la memoria di un mutamento decisivo nel culto che passa dai sacrifici umani a quelli degli animali. Qualcuno dice che il racconto è simbolico; sarebbe una rappresentazione scenica per dire che Dio aveva dato in “dono” Isacco ad Abramo, ma Abramo si era lentamente dimenticato della origine del suo figlio e ne aveva fatto una proprietà privata, un diritto; allora Dio chiede ad Abramo di mollare la preda e compiere un gesto qualsiasi che indichi la restituzione del figlio alla sua origine di “figlio donato da Dio[1]“. Qualcuno si spinge a interpretare le figure di Abramo e di Isacco come storie profetiche di ciò che accadrà in seguito: Dio Padre metterà sull’altare della croce Suo figlio unigenito Gesù e ve lo lascerà morire! Accostamento facile, tradizionale, osceno; non sia fuori luogo ricordare le parole di Gesù ai cupi teologi di tutti i tempi: “Dio vuole misericordia e non sacrificio” (Matteo 9,13). E Lui di Dio se ne intendeva. Effettivamente è un po’ strana l’immagine di un Dio che chiede morte per far procedere i propri piani o per placarsi offese. Qualcuno ne ha approfittato per usare la religione in modo fanatico .Eppure non voglio trovare scuse per fuggire da questa pagina forte e tenera, da questo Abramo, tipo della fede per tutte le generazioni e anche per me abituato a rapporti e impegni light, brevi, semiseri, frizzanti. Oggi celebriamo la resistenza della fede nella oscurità del tunnel con in mano la lampada della promessa e della Parola (“si udì una voce…ascoltatelo”) che non elimina la notte né tutto il tunnel, ma mi consente di camminare, illuminando un metro dopo l’altro: «Lampada ai miei passi è la tua Parola»  (salmo 119,105). Nel Salmo di oggi preghiamo così: «Ho creduto anche quando dicevo: “Sono troppo infelice”». Resistenza e senso di responsabilità: a me resta l’impressione che l’esperienza di fede e di alleanza non sia mai rassicurante, ma sconvolgente; mai soporifera ma responsabilizzante; mai acquietante, ma liberante; mai mortificante, ma energetica. Come un buon matrimonio riuscito. Anche per Lui, Padre, partner dell’amicizia/alleanza, non c’era un altro figlio di riserva e, in Cristo, Dio si è rovinato per noi. Si è impegnato con noi in modo serio; per questo Paolo ha scritto oggi per noi: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”.
ASCENDERE, STARE, DISCENDERE.
Vediamo anzitutto la forza simbolica del racconto[2].
“Dopo sei giorni”: questa annotazione di tempo è stata irragionevolmente “tagliata” dal testo ufficiale della Liturgia e non ne capisco il motivo. E’ un tempo che evoca i “sei giorni” della creazione o i “sei anni” di lavoro prima dell’anno sabbatico. E’ quindi un tempo produttivo di semina, di lavoro, di preparazione. Dopo questi sei giorni avviene la Trasfigurazione. Potremmo dire che la Trasfigurazione appartiene ad un “altro tempo” che irrompe nel “tempo ordinario” al fine di produrre un contrasto, un disequilibrio, un richiamo, una correzione. Per la comunità di Marco e per noi, la Trasfigurazione accade di domenica in domenica, di Eucaristia in Eucaristia, dopo i nostri “sei giorni”.
“Tre discepoli…Tre esseri splendenti”: Pietro, Giacomo e Giovanni in rappresentanza di tutta la comunità dei discepoli.  Gesù, Mosé ed Elia in rappresentanza della “comunità dei santi”. Comunità maschile bisognosa della correzione che si avrà attorno alla tomba della Pasqua dove le donne discepole attive, curiose e affettuose prevalgono su discepoli maschietti impauriti, paralizzati, tardivi. Forse per questo, l’incontro delle due comunità fa solo “sei”. La pienezza del “sette” avrà luogo mediante l’inclusione della comunità femminile, quando nel Giorno di Pasqua la comunità femminile assumerà una presenza ed un ruolo rilevante anche per gli apostoli e i discepoli maschi “autorità della chiesa”.
“Tre tende“: la “tenda” ci porta all’esperienza dell’Esodo. Il tempo delle tende è anche tempo dell’alleanza tribale, di solidarietà, di uguaglianza. Nella festa delle tende (sukkot) ciascuna famiglia costruisce una tenda/capanna e la abita ricordando l’uscita dall’Egitto.
C’è un enfasi nel simbolismo trinitario: tre esseri celesti (Gesù, Mosé, Elia) tre discepoli (Pietro, Giovanni, Giacomo), tre tende (Esodo); tre volte tre, insieme alla gloria di Dio. Tre significa comunità, perfezione, pienezza. E’ la proposta comunitaria di Dio per l’umanità. E’ il progetto da costruire una volta che si torna in pianura.
“Vestiti splendenti“: lo splendore ed il bianco esprimono la profondità e l’integrità del cambiamento avvenuto. Le prime comunità cristiane usavano vestiti bianchi appena lavati per simbolizzare la nuova vita che si proponevano di vivere. Più che di abito si tratta di “pelle”, qualcosa di organico e non di appiccicaticcio. Sto rovistando da tempo nel cassetto della mia vita ordinaria per cercare dove ho riposto o smarrito questa dignitosa veste battesimale e domenicale: ho trovato solo un certificato cartaceo. Ma non è propriamente ciò che cercavo.
“Nube”: qui da noi il cielo coperto può rovinare sogni e progetti di viaggi, ferie, feste, manifestazioni. Quando ero in Brasile, in tempo di secca arida e caliente, l’improvvisa apparizione di nuvoloni significava ombra, pioggia, vegetazione fresca, allegria, benedizione. La nube, nella Bibbia, è sempre messa in relazione con Dio. E’ un segno visibile della presenza e della compagnia gratificante di Dio. Lo fu durante la traversata del deserto quando Dio camminava davanti a loro, sotto forma di nube e di voce, indicando la strada.
“Salire sull’alto monte”: evoca l’Horeb e il Sinai, luoghi dove Mosé ed Elia videro Dio faccia a faccia.
“Discendere dal monte” verso la pianura, verso l’incontro e la trasformazione umana e sociale. La chiesa non sempre comprende un messianismo che passi per la croce. Per “correggere” questa situazione vissuta dalla comunità post-pasquale di Marco, il racconto introduce la Trasfigurazione. La comunità non può “ridurre” la fede all’entusiasmo post-pasquale. E’ la tentazione che si esprime sulla montagna illuminata quando i discepoli vogliono piantare le tende molto lontano dalla pianura. La brillantezza dei vestiti vuole sottolineare il fascino che esercita sugli uomini questo tipo di esperienza religiosa “slegata” dalla sofferenza e dal dolore umano che avvengono quotidianamente in pianura; è una religione adorante che vuole controllare la gloria pasquale senza aprirla al lavoro creativo umanizzante.
“Questo è il mio figlio amato, ascoltatelo”: il progetto comunitario sottolineato sulla montagna è certificato dalle parole di Dio. Attorno al figlio amato si costituisce la comunità dei discepoli. La sua parola è il cammino che la comunità dei discepoli deve seguire.
Ascesa e discesa sono reciprocamente necessarie.
Ascesa per celebrare e godere dei sussurri della fede. Discesa per vivere la fede in mezzo alla conflittualità e alla contraddizione. Il monte per ascoltare il progetto. La valle per costruirlo nella quotidianità e nella diversità. I “sei giorni” di lavoro e fatica hanno bisogno del “settimo” di riposo e adorazione.
LA TENTAZIONE DELLO STRAORDINARIO.
«Camminerò davanti al Signore, nella terra dei viventi». Così potrebbe aver detto Gesù a Pietro che lo voleva trattenere sul monte di quell’ assaggio di risurrezione che noi chiamiamo trasfigurazione. Così abbiamo pregato e promesso nel ritornello del Salmo. La tentazione dell’esperienza religiosa è spesso quella della fuga dalla quotidianità normale (la terra dei viventi) alla ricerca dell’evento straordinario. Nel momento in cui Dio, in Gesù, migra dalla propria divinità verso la nostra normalità, noi a volte lo andiamo a cercare nello straordinario, nel miracolo, nel magico, nella abbreviazione dei tempi feriali, nel candore di “monti” devozionali che crediamo tocchino il cielo. Diciamoci la verità: se Dio ci avesse consultati, prima di fare ciò che ha fatto, lo avremmo abbondantemente smentito, come Pietro: “Per quanto mi riguarda, farò di tutto perché questa crocifissione non ti accada” (Marco 8,31-32). Pietro anziché “lavorare per il Regno”, vorrebbe “vincere al lotto il Regno ”: una giocata, una scommessa e via!, verso una vincita veloce e abbondante. Appartenere all’alleanza di Dio in Cristo non significa appartenere ad una religione anagrafica che si liquida con qualche sporadico dovere compiuto; il coinvolgimento della fede è qualcosa che brucia, che lascia segni sulla carne perché cerca di toccare la storia. I discepoli hanno paura perché, consciamente o no, temono di essere coinvolti nella vicenda di Gesù.
Scenderemo dall’Eucarestia pasquale che celebriamo con il quesito bruciante che i discepoli avevano dentro: “Si domandavano l’un l’altro che cosa significava resurrezione dai morti”. Veramente: cosa tocca ora a noi?


[1] Servizio della Parola, 495/2018 pag.95-96
[2] Elaboro un commento da http://ospiti.peacelink.it/romero/parola.htm




RECITARE O ESSERE? Pensieri tra Quaresima e Pasqua
Don Angelo Casati

RECITARE O ESSERE? Pensieri tra Quaresima e Pasqua. Don Angelo Casati

Mi succede – qualcuno la ritiene una mia ossessione – di avere in sospetto ogni parola che, poco o tanto, sembra recitata, ogni atteggiamento che, poco o tanto, sembra studiato. Si recita una parte. A volte mi sorprendo a guardarmi. E mi chiedo: “Stai recitando? Stai celebrando o recitando? Stai pregando o recitando? Stai predicando o recitando? Stai parlando o recitando?”. Nella recita non ci sei. C’è una parte che indossi. Che non è la tua.
Gesù incantava.
Gesù non recitava. Forse per questo o anche per questo, incantava. Era autentico, aderente la vita, non a una parte da recitare. E la gente lo sentiva vero. A differenza di altri. A differenza, per esempio, di una certa frangia – non tutti! – di farisei che “recitavano”: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini. Allargano i loro filatteri, allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare rabbì dalla gente”(Mt.23,5-7).
Qualcuno, anche nel mondo ecclesiastico, sconcertato dalla calda umanità di Gesu, tende a presentarla come se il Signore stesse recitando, quasi non gli fosse consentito, in quanto Dio, di crescere, di essere stanco, di non sapere, di amare i banchetti, di desiderare la tenerezza di un bacio o il profumo dell’unguento, di provare paura e solitudine. Quasi recitasse, in tutto ciò una parte non sua. Gesù non ha mai recitato. Era.
Dominante è il ruolo
C’è il pericolo – lo avverto sempre più acutamente e il racconto delle tentazioni di Gesù, all’inizio della Quaresima, lo segnalava – che anche la religione diventi spettacolo, luogo in cui si recita. Strano verbo, questo “recitare”, che abbiamo nel nostro linguaggio religioso legato al pregare! Si “recita” una Ave Maria o un Padre Nostro, si “recita” il rosario. È in agguato la recita. La avverti. A volte è nell’aria. A tradirla è un tono affettato, artefatto, poco naturale, studiato. Aria strana. L’aria di certi raduni ecclesiastici. Volti impassibili, non tradiscono la benché minima emozione. Ci si parla di errori, di cedimenti o di smarrimenti, sono sempre quelli degli altri. L’inquietudine non esiste. Esiste la sicurezza. Si recita la parte di Dio. Mai uno che dica: “Ho peccato”. Lo si dice nella Messa, ma per modo di dire. Nessuno che abbia mai fatto un errore. E che lo riconosca. Domina il ruolo. L’impassibilità del ruolo. Impenetrabili, drappeggiati, diplomatici. E senti la distanza. E come se mancasse gente vera. Non sono i volti che cerchi, quelli che ti incantano fuori le mura, volti che non mascherano le stanchezze e le emozioni, volti che confessano l’inquietudine e la lontananza. Scrive Carlo Maria Martini: “Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che egli opera nella storia, come e perché agisce o in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali”.
Come figli di Dio
Comunità alternativa si diventa vivendo il Vangelo, non recitando la parte del “perfetto”.
Alternativi diventiamo non mascherandoci dietro il ruolo o dietro il titolo, ma dando trasparenza ai rapporti. Incontrandoci come persone. Come figli di Dio. Questa la più grande dignità che ci è toccata. Non esiste, per un vero credente, altra tanto grande. Essere Papa, essere Vescovo, essere prete, non vale l’essere figli di Dio. E, se figli, liberi, e quindi non soffocati, non mascherati, non misurati da titoli e da ruoli. Quando Papa Giovanni, poco dopo la sua elezione, si accorse che l’ Osservatore Romano introduceva le sue parole con questa formula di rito: “Come abbiamo potuto raccoglierle dalle auguste labbra di Sua Santità”, chiamò il capo redattore e gli disse: “Lasciate perdere queste sciocchezze e scrivete semplicemente: Il Papa ha detto”.
La grande sfida
Quale perdita per la società, se la Chiesa, che nel mondo dovrebbe apparire come lo spazio dove risplende la libertà e l’umanità dei rapporti, diventasse luogo di relazioni puramente formali, deboli e fiacche, non sincere e intense. Rischierebbe l’insignificanza. Verrebbe meno alla grande sfida, all’opportunità che oggi le si offre di tessere in una società ampiamente burocratizzata rapporti autentici e profondi. E non sarà che alla Chiesa di oggi, e quindi a ciascuno di noi, Dio chieda meno protagonismo, meno organizzazione, meno recite e più vicinanza, più sincerità?  Alla mente ritorna una pagina folgorante dello scrittore Ennio Flaiano, là dove abbozzava un ipotetico ritorno di Gesù sulla terra, un Gesù, infastidito da giornalisti e fotoreporter, come sempre invece vicino ai drammi e alle fatiche dell’esistenza quotidiana: <<Un uomo – scrive – condusse a Gesù la figlia ammalata e gli disse: “Io non voglio che tu la guarisca, ma che tu la ami”. Gesù baciò quella ragazza e disse: “In verità questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare”. Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando le folle a commentare quei miracoli e i giornalisti a descriverli>>.




QUARESIMA E LE VIE DELLA CONVERSIONE
Carlo Molari

LE VIE DELLA CONVERSIONE. Carlo Molari (ROCCA 1/4/04)
La quaresima ripropone alla Chiesa la conversione continua, come la condizione assoluta per il cammi­no di fede e per rendere significa­tiva la celebrazione della Pasqua. Oggi inoltre essa è neces­saria come testimonianza pubblica della speranza, cui anche l’uomo secolarizzato non può rinunciare. Sergio Quinzio, in un inedito pubblicato dalla Stampa il 3 febbra­io 2004, osservava in merito: «l’uomo mo­derno che ha alle sue spalle la grande spe­ranza cristiana, ha cercato per questo, di pervenire a una condizione umana reden­ta, salvata, liberata. Non è mai più uscito dal bisogno che la rivelazione cristiana ha posto in lui, continua a volere qualcosa che superi di gran lunga i penosi limiti della ‘na­tura umana’. Anche se è uscito dall’orizzon­te della fede cristiana, l’uomo non è uscito dall’orizzonte di quella speranza… Lo stes­so rifiuto della salvezza ne tradisce il biso­gno». La conversione dei credenti e la testi­monianza che ne deriva, hanno oggi anche l’urgente finalità di rispondere al bisogno di salvezza e di tracciare quindi vie alla spe­ranza. Il messaggio di chi vive processi di conversione riferendosi al Vangelo o apren­dosi all’azione di Dio è inequivocabile: le novità nelle persone e nella storia umana sono possibili, anche oltre la misura delle nostre attese, perché l’azione di Dio è una straordinaria potenza di vita per le creatu­re e per la loro storia. Spesso però il messaggio trasmesso dai cre­denti è ambiguo e incerto perché la conver­sione è intesa in chiave puramente morale come cambiamento di costumi. La conver­sione è molto di più perché consiste in un processo vitale che attiene al divenire della persona e allo sviluppo della specie. Non si tratta semplicemente di cambiare pensieri, desideri, azioni, ma di diventare persone nuove o di consentire che la vita sviluppi tutte le virtualità della specie umana.
In questa prospettiva le componenti della conversione sono almeno tre:
– la consapevo­lezza del negativo che condiziona la storia e le persone,
– la presa di distanza ideale dal male individuato,
– l’esercizio della fiducia in Dio per consentire l’espressione in noi della sua azione misericordiosa.
Molti equi­voci sulla conversione e molte resistenze derivano dalla poca chiarezza di questi aspetti.
Consapevolezza del male.
La presa di coscienza del male è un proces­so complesso che si sviluppa secondo dina­miche e in momenti diversi. Il primo dato è il giudizio preventivo delle scelte che ci ap­prestiamo a fare, la risonanza inferiore de­gli atti che compiamo, in una parola: il giu­dizio della coscienza. Ma il dato più signifi­cativo e completo per la consapevolezza del male è l’analisi dei frutti che conseguono alle scelte compiute. Dai risultati vitali del­le scelte, infatti, appare quale tipo di forza è stata messa in moto e quali spazi sono stati effettivamente aperti al fluire della vita. La consapevolezza del male, perciò, deve implicare anche l’analisi delle conseguen­ze per la persona e degli influssi esercitati nell’ambiente con le azioni compiute. Ci sono esperienze che solo dopo molto tem­po rivelano le loro insufficienze e manife­stano le potenzialità dei loro inquinamen­ti. Importante è rendersi conto che il male non risiede semplicemente nei gesti com­piuti o nelle opere realizzate, perché diven­ta flusso storico, struttura vitale, realtà per­manente delle persone. La presa di coscien­za del male, perciò, conduce alla consape­volezza del negativo, che svuota la perso­na, si insinua nelle relazioni, inquina i pro­cessi storici. Non si tratta perciò solo di trasgressioni morali o giuridiche, ma di re­altà profonde, di decadenza vitale, di im­poverimenti progressivi delle società. Le scelte sono segni di una condizione e di­ventano stimoli ulteriori ai processi dege­nerativi delle persone e delle comunità. Il grado di consapevolezza del male cresce con la persona stessa e con il raffinamento della sua sensibilità spirituale, costituita da qual complesso di criteri e di valutazioni che rafforzano la struttura interiore della persona. Per il giudizio storico quindi è ne­cessario tenere presente che la consapevo­lezza del male non risulta solo dai frutti negativi derivati, ma anche dallo sviluppo della coscienza giudicante. Vi sono infatti delle scelte che in un particolare periodo non sembrano avere alcun carattere nega­tivo e che invece con il passare del tempo, anche indipendentemente dai frutti emer­si, appaiono in se stesse inadeguate e con­trarie alle esigenze della vita. Per questo le scelte, compiute nel passato, man mano che il tempo passa, possono apparire in una luce progressivamente diversa. Non cresce la colpa soggettiva, perché il passato ne ha fis­sato la misura secondo il grado di respon­sabilità e di consapevolezza del tempo in cui l’azione si è svolta, ma la conversione può manifestarsi più esigente secondo il peso del male introdotto nella storia perso­nale e sociale. Questi criteri non riguardano solo le scelte personali, bensì anche quelle comunitarie e storiche.
Presa di distanza e riparazione del male
Di fronte al male, tuttavia, la consapevolez­za non è sufficiente alla conversione. È ne­cessaria anche una esplicita presa di distan­za e un rifiuto consapevole del male. Essa si esprime in vari modi sia a livello perso­nale che a livello storico e sociale. Riguar­do alla persona, la presa di distanza impli­ca saper riconoscere gli effetti negativi, pre­visti o meno, che le scelte di fatto hanno provocato; saper smascherare e analizzare i meccanismi vissuti e le giustificazioni in­gannevoli che li hanno suscitati e accom­pagnati. A livello storico la presa di distan­za implica l’accoglienza delle conclusioni degli studi seri compiuti dagli esperti, l’in­dividuazione delle cause e dei processi che hanno condotto alle scelte negative, la ri­chiesta esplicita e pubblica di perdono per le scelte compiute nel passato non solo dal­le singole persone, ma anche dalle istitu­zioni, non solo in rapporto al presente, ma anche a tutto il passato. A questi processi dovrebbero impegnarsi tutte le istituzioni anche planetarie. In questo quadro si comprendono sia gli studi storici promossi da Giovanni Paolo II durante il suo pontificato per gli episodi oscuri o ambigui della storia ecclesiale, e anche i numerosi atti di pentimento espressi in varie circostanze e in particolare nell’oc­casione dell’anno giubilare. Alcuni, anche recentemente, hanno criticato l’insistenza con cui il Papa ha riproposto alla chiesa questa strada. Ma le ragioni addotte non sembrano toccare i punti essenziali dei ge­sti di riconciliazione. Scrive ad es. lo stori­co fiorentino Michele Ranchetti: «La richie­sta di perdono da parte della chiesa… è un atto, in apparenza rivoluzionario. Si è det­to per la prima volta nella storia, la chiesa di Roma riconosce i suoi errori e le sue col­pe. È vero. Ma è anche vero che a questa dichiarazione di colpa, a questa richiesta di perdono non segue assolutamente nulla: nessuna forma di penitenza e di espiazio­ne. È un atto «verbale» che non si sa a chi sia diretto, chi riguardi, chi debba e possa valersene» (Non c’è più religione. Garzanti, Milano 2003, p. 12). Per la Chiesa, secondo Ranchetti, esso «appare ora come la più esplicita affermazione della propria autori­tà assoluta che offre a sé stessa il perdono, ai suoi membri incorsi in peccato, ma sen­za indicare né chi né dove, né quando, e senza alcuna forma di espiazione, senza alcuna penitenza visibile» (ivi p. 24).
Le cose non stanno così. La domanda di perdono è rivolta a Dio per accogliere quel­la forza di vita che trasforma le persone e le rende capaci di novità radicali. Ma insieme è sollecitazione e impegno a prendere le distanze da quei meccanismi di male che si sono espressi nel passato e che operano ancora oggi. La presa di distanza dal male della propria storia significa riconoscerlo, additarlo come male da superare e assume­re oggi atteggiamenti opposti a quelli eser­citati nel passato.
Non sono sufficienti il riconoscimento del male e la presa di distanza se questi atti non sono seguiti da atteggiamenti di accoglien­za di quella energia che investe l’orante, lo alimenta e fiorisce in lui come vita nuova. Il processo di riconciliazione implica un’azione purificatrice di Dio che, accolta dalla creatura, diventa in lei qualità inedita di vita. La conversione quindi non è l’ini­ziativa dell’uomo che vuole diventare mi­gliore, ma la risposta umana ad una solle­citazione di Dio, che con atto gratuito, pu­rifica la creatura dal peccato rinnovandole l’offerta della vita. Al perdono richiesto, perciò non deve seguire nessuna punizione o sofferenza, bensì una forma nuova di esi­stenza che si concretizza in gesti concreti di dialogo, in atti di accoglienza, in inven­zioni di fraternità, in segni di amicizia, in offerte di misericordia, secondo le diverse forme di peccato di cui si chiede perdono. Ora è innegabile che le pratiche di riconci­liazione quando si svolgono con consape­volezza e coinvolgimento interiore modifi­cano gli orientamenti di vita. Gli inviti per­ciò che il Papa ha rivolto alla chiesa cattoli­ca non sono stati vani e insignificanti, ben­sì espressioni sincere della volontà di acco­gliere l’azione misericordiosa di Dio per far­la fiorire in novità di vita.




21 febbraio 2021. Quaresima 1
ALLEANZA

1 DOMENICA Quaresima

PREGHIAMO.  Dio paziente e misericordioso, che rinnovi nei secoli la tua alleanza con tutte le generazioni, disponi i nostri cuori all’ascolto della tua parola, perché in questo tempo che tu ci offri si compia in noi la vera conversione. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro della Gènesi 9, 8-15
Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».
Salmo 24(25). Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3, 18-22
Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.
Dal Vangelo secondo Marco 1, 12-15
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

ALLEANZA. Don Augusto Fontana
Il racconto del diluvio universale ci ricorda la situazione della nostra vita e della nostra storia: una terra “piena di violenza” (Genesi 6,11-13). Fummo incaricati di “custodire” la terra pur usandola. L’abbiamo violentata.  Stiamo in terra pochi giorni e pare proprio che la nostra fantasia non abbia limiti nel farci del male. Magari andando a tirare Dio per la giacchetta e responsabilizzarlo del “diluvio di male” in mezzo mondo:  «Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell’angoscia ti nascondi? » (Salmo 9,22).
Sembra che ci sia sempre un legno o un albero che il Signore intromette nei momenti critici della nostra e sua storia. L’albero dell’Eden, l’arca di Noé, il cesto di giunchi che galleggia sul Nilo con il piccolo Mosè, il roveto ardente di Mosè, il bastone con cui Mosè percuote la roccia, il bastone del pastore, l’arca dell’alleanza, il legno della croce. E, di tanto in tanto, appare il segno dell’acqua.  Simboli. Ricorrenze, forse fortuite.  E poi c’è questo segno dell’arcobaleno sulle nubi. Evento inspiegabile, allora, e quindi attribuibile a Dio. Oggi non più segno, ma solo rifrazione meteo. Eppure l’arcobaleno ci stupisce ancora. A noi piace restituirgli il valore rivelativo di fedeltà dell’alleanza unilaterale di Dio con noi. E’ un arco che parte dalla terra, sale al cielo, ritorna alla terra ed è pieno dei colori della gioia, della misericordia, dell’amore di Dio. Anche il crocifisso è piantato là sulla terra come ponte fra Dio e noi.
Una delle parole-chiave della Bibbia è ALLEANZA. La fede è cammino. Ma verso dove? Verso l’Alleanza. Ci sono epoche progressive di Alleanza: con Noè, Abramo, Mosè, i profeti, fino alla nuova Alleanza realizzata in Gesù. Normalmente il termine ebraico BERIT indica un’unione giuridica o politico-militare. E’ un’obbligazione reciproca, ma più ancora una “convergenza di intenti”. Lentamente esprimerà il legame affettivo. In periodo di patti fragili, di dichiarazioni di intenti evanescenti, di contratti a termine, sentir parlare di Alleanza fedele ci sembrerà roba dell’altro mondo.
Tra i partner si usava esprimere l’impegno attraverso un rito. La comunione reciproca emergeva nel pasto comune e nello scambio di doni. L’effetto della alleanza doveva vedersi nella pace (shalom) o salvezza. Tra i contraenti si usava “grazia e misericordia” soprattutto verso il partner più debole.
Oggi raramente si usa il termine “alleanza“ se non nelle prediche dei preti. La traduzione potrebbe essere fatta con sinonimi: Solidarietà (coinvolgimento, impegno, partecipazione);  Amicizia (dialogo, relazione interpersonale, amore); Collaborazione (cooperazione); Patto.
Alleanza in Gesù – Gesù in Alleanza.
Il libro della Genesi inizialmente dice che dopo la creazione Dio aveva visto che tutto, uomo compreso, era bello e buono. Al capitolo 6 c’è una meditazione realistica e amara: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni progetto concepito dal loro cuore non era altro che male. E si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo…Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore”. E il Signore ordina a Noè di caricare sull’Arca coppie di tutti gli animali, con un particolare curioso: dovrà caricare anche coppie di animali considerati “impuri”[1]D’ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali immondi un paio, il maschio e la sua femmina» (Genesi 7,2). Un’alleanza che sembra una ristrutturazione della creazione del genere umano, ma anche di ogni vivente puro e impuro. L’Evangelista Marco è l’unico che sottolinea che Gesù, durante la sua permanenza nel deserto, “stava con gli animali selvatici”.  Il Messia potrà giocare vicino alla buca della vipera e mettere la mano nel covo di serpenti velenosi (Isaia 11,8).
Marco usa anche la frase “lo sospinse nel deserto”: la traduzione vera sarebbe “lo cacciò nel deserto”. Il verbo “cacciare” ci richiama la cacciata di Adamo dall’Eden (Gen. 3,24) o anche la “cacciata di Israele dall’Egitto”. Gesù, nuovo Adamo, affronta il mondo della lontananza (meglio dire: “presenza critica“) di Dio, nel suo percorso tra le forze del male per riavviare il nostro ritorno. E’ come se l’Evangelista volesse far ricominciare la storia non dal momento del deserto dell’Esodo, ma dal momento del Giardino della creazione affinchè Dio non si penta mai più di averci creato: in Gesù si ricostruisce l’alleanza da capo. Gesù è l’uomo delle origini, figlio che sa stare in alleanza con Dio, segno alto di una shalom possibile. In lui, nella sua croce risorta, Dio potrà ancora dire: “Il mio arcobaleno pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.
L’esperienza del battesimo non ci colloca in cantucci riparati, nel tepore di una devozione confortevole. Anzi: è lo Spirito stesso che, con Gesù, fa il suo battesimo, la sua immersione nell’umanità per partecipare ai rigori della vita reale. Così si propone come punto di saldatura tra la nostra chiamata ad essere fedeli a Dio ed essere fedeli agli impegni storici. “Stava con gli animali selvatici e gli angeli lo servivano”: è un’immagine di armonia, di alleanza nella pace con Dio, con la sua creazione e con gli uomini. La Lettera agli Ebrei, scrive:“Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza nostra”.
Il “deserto” è…
Dicono che il deserto sia un luogo di purificazione. Non troverò cose comode nel deserto. Il sole picchia forte sulla testa, le escursioni termiche tra giorno e notte arrivano fino a 50 gradi, la sabbia ti lava, ti scortica, ti entra dappertutto, ti brucia in gola. Dicono. Nel deserto si bada all’essenziale, dimenticare la borraccia dell’acqua può costare la vita, perdere l’orientamento altrettanto; lì non puoi portarti dietro le solite attrezzature che usi in città, scopri di quante cose puoi fare a meno per sopravvivere. Nel deserto puoi fare cattivi incontri, animali selvatici affamati, subdoli serpenti, razzie. Dicono. Se il deserto può essere liberazione dalle chiacchiere, riscoperta del silenzio, allargamento degli spazi e degli orizzonti, è anche il luogo della prova, della tentazione. Nel deserto puoi incontrare te stesso, Dio, il maligno. E Gesù fa tutte queste esperienze: incontra Colui che lo ha mandato e che lo conferma, incontra in se stesso la volontà di fare in pieno la volontà del Padre, incontra anche le prove che lo accompagneranno per tutta la sua vita. Proviamo adesso ad applicare alcuni di questi spunti alla nostra vita. Siamo ancora all’epoca del diluvio? Certo, da allora il male non è che sia diminuito nel mondo. Oggi, come sempre, c’è chi vede questo male presente e imperante ovunque, c’è chi dice che il male non c’è e c’è chi vive alla deriva non interessandogli né male né bene, ma lasciandosi vivere a seconda dei propri interessi. Non abbiamo bisogno anche noi di ricordarci che c’è un arco di speranza per noi e per l’umanità? Se gratti al di sotto delle incrostazioni, in ogni uomo c’è nascosta almeno una speranza, c’è un desiderio di bello, c’è la voglia di colorarsi dei colori di Dio e dell’universo. Lasciamoci allora guidare dallo Spirito. Questo Spirito porta anche noi nel deserto: ci porta dentro la profondità del nostro cuore. Può essere il luogo più desolato, più arido che ci sia. Qualche volta non vorremmo neppure andarci per la paura che può fare il vuoto che rischi di trovare in esso. Ma anche se fosse così, esso è il luogo dell’incontro. Lì puoi trovare te stesso, lì puoi trovare Dio e il senso della tua vita. Certamente ci sarà da fare un po’ di pulizia. Dovremmo di nuovo chiedere aiuto allo Spirito perché cambi il cuore di pietra con un cuore di carne. Dovremmo forse scorticarci le mani per eliminare rovi ed ortiche, “per riempire le valli e abbassare le montagne”, ma anche il deserto può fiorire e non c’è cuore, per arido che sia, del tutto incapace di amare.
Così ci spinge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 3) di Papa Francesco: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore. Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici». Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti».


[1] cammelli, maiali, animali d’acqua privi di squame o pinne, talpe, topi, sauri, serpenti, uccelli spazzini di cadaveri (Levitico 11).




14 febbraio 2021. Domenica 6 ordin.
UNA TRASGRESSIONE DI DIO

6 Domenica B

 Preghiamo. Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso l’immagine del Cristo, per collaborare all’opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del Levìtico 13,1-2.45-46
Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».
Salmo 31.  Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto e nel cui spirito non è inganno.
Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità» e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti! Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,31-11,1
Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.
Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

UNA TRASGRESSIONE DI DIO. Don Augusto Fontana.
 C’è un doppio modo di diventare discepoli: o perché si è stati direttamente chiamati o perché si è stati guariti. L’opera di guarigione è una convocazione e un rito di invio in missione. La sequela, dunque, è composta da chiamati e da guariti, da convocati dalla “parola” e da convocati dai “segni”.
Non sia inutile ricordare che il Vangelo di Marco pare rivolto prevalentemente a dei catecumeni: quindi in ogni suo racconto e catechesi è bene tener vivo il sospetto che l’evangelista ci stia informando sulla prassi battesimale della sua comunità. E tornano le domande: Chi è Gesù? Chi è il discepolo? E soprattutto: dove ci porta questo Gesù? Non sarebbe male che queste domande costituissero la griglia di lettura e di ascolto anche del testo evangelico di oggi, sentendoci protagonisti dell’evento. Benchè già battezzati, siamo un po’ ancora “catecumeni”.
Probabilmente Marco si trova anche alle prese con evidenti problemi interni alla sua (e nostra?)  comunità: se siamo “impuri” ed emarginati dalle leggi religiose come veniamo trattati da Gesù? E se invece ci consideriamo gente per bene e integrati, come ci collochiamo davanti agli esclusi, infetti, pericolosi? Ognuno di noi ha la sua categoria di immondi che gli fanno un po’ schifo, che gli fanno storcere la bocca, che non intendiamo toccare per non infettarci.
«Una società che non sa salvare deve ricorrere alla repressione, alla reclusione, alla emarginazione, per difendersi. L’uomo incapace di salvare deve “salvarsi” e la “legittima difesa” può andare anche fino all’uccisione di colui che si ritiene aggressore. Così, incapaci di vincere il male, si “vince” colui che ne è vittima: lo si toglie fuori dai piedi…Il tempo del Messia è il tempo in cui il sano non rifiuta di prendere per mano il malato senza timori né verso di lui né nei confronti della malattia, perché sa di poter vincere il male. Se per tenerci puliti dobbiamo continuare a isolarci sotto la campana di vetro delle nostre istituzioni, a chi testimoniamo? Continueremo a rendere sterile la Parola di salvezza? Ogni volta che in noi prevale l’atteggiamento di difesa o di ostilità, non facciamo altro che accodarci ad una umanità incapace di salvare; le nostre chiese e i nostri gruppi saranno sempre rifugi da “gente perbene”, in cui troppi non avrebbero voglia di entrare per ascoltare la parola che fa vivere, e continueranno a restare esclusi. Chiesa e società rischieranno ancora di ritrovarsi abbinate nell’accettare e avallare le medesime esclusioni»[1].
…velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”…
La società in cui vivevano gli antichi uomini della Bibbia sottolineava molto la gravità della lebbra (sotto questo nome andavano diverse affezioni della pelle); nella prima lettura abbiamo sentito che i lebbrosi dovevano vivere isolati, e segnalare la loro presenza con delle vesti strappate e con il gridare: “Immondo, immondo!“. La lebbra veniva vista come il peggiore dei mali, proprio a causa della concezione che legava il peccato alla malattia: l’idea di fondo è che la lebbra, e in definitiva ogni malattia, sia un castigo di Dio per il peccatore. Il lebbroso perciò era uno scomunicato e bisognava evitare la sua presenza per il contagio fisico e morale. Chi era lebbroso era dunque escluso dalla città dei vivi, “buttato via”, dato per morto. Di fronte a questa disgrazia, le persone sane e religiose erano autorizzati a pensare: “sicuramente quel lebbroso deve aver commesso qualche grave peccato…” (cf. Gv 9,34); addirittura poteva arrivare a dire: “ben gli sta, ci poteva pensare prima… se l’è cercata…”.
…Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…
Ma ecco che succede qualcosa che è come un terremoto che fa crollare tutti questi ragionamenti come un castello di carta, una scossa che fa crollare il muro di separazione che isolava i puri dagli impuri. La prima mossa è quella del lebbroso che aveva sentito parlare di Gesù, di questo profeta che annunciava l’inizio di un nuovo regno, che proclamava il perdono e la guarigione dal male: invece di gridare “immondo, immondo” il lebbroso prende il coraggio a due mani e, trasgredendo le regole stabilite da Mosè, si presenta a Gesù con questa bellissima confessione di fede: se vuoi, puoi purificarmi!
Gesù non gli dice “va’ via, allontanati”, come avrebbe potuto fare un ebreo osservante, e tanto meno, “te la sei cercata…” ma è preso da un misto di collera e commozione [così si può dedurre dall’incertezza dei manoscritti greci, molti dei quali hanno orgistheis, “preso da collera” al posto di splagchnistheis, “preso da commozione”]: Gesù è preso da collera per quella mentalità che aveva portato alla scomunica del lebbroso e, contemporaneamente, è profondamente mosso a compassione per la miseria della condizione umana. Anche Gesù trasgredisce le regole, le buone maniere igieniche, quando servono soltanto a fornire alibi all’indifferenza: stende la mano e lo tocca. Quando si tratta di amare e di soccorrere chi soffre non valgono più le regole dell’ordine civile e religioso…
Il puro tocca l’impuro e prende su di sé la nostra lebbra: “Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo!” (Gv 1,29).  Paolo scriverà in Romani 9,3: «Vorrei infatti essere io stesso anatema (scomunicato), separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne».
E Gesù morirà come uno scomunicato, fuori dalle mura della città, col volto sfigurato come quello di un lebbroso, messo all’indice dai passanti, che potevano pensare: “sicuramente quell’uomo crocifisso deve aver commesso qualche grave peccato…” o addirittura potevano arrivare a dire: “ben gli sta, ci poteva pensare prima… se l’è cercata”. È quello che S. Paolo chiama lo “scandalo della croce” (cf. 1Cor 1,23). Il Crocifisso resta per sempre la risposta e il rimedio anche ad ogni immagine distorta di Dio: non una divinità pronta a castigare ma un Dio ricco di misericordia che prende su di sé attraverso il Figlio il peccato e il dolore del mondo; per questo Gesù “può anche salvare per sempre quelli che, per mezzo di lui, si avvicinano a Dio, essendo sempre vivente per intercedere in loro favore” (Eb 7,25).
La cultura dello “scarto”.
Papa Francesco nella Evangelii gaudium n. 53 scrive: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”».


[1] AA.VV. Omelie nelle comunità Anno B, Marietti editori, 1979 pag. 265




LA LOTTA DI GIOBBE
Don Angelo Casati

La lotta di Giobbe (Don Angelo Casati).

Oggi la Liturgia ha accostato alla pagina del vangelo di Marco la pagina del libro di Giobbe, che forse può disturbare la sensibilità delle persone cosiddette devote che, davanti al dolore degli altri, predicano senza troppa fatica, come fanno gli amici di Giobbe, la rassegnazione o la resa.
Giobbe risponde con la lotta. E Dio è dalla parte di Giobbe e non dalla parte dei suoi amici che, bravi loro, hanno un prontuario di risposte teologiche per spiegare i drammi dell’umanità.
Dio accetta parole di protesta come quelle di Giobbe che oggi abbiamo ascoltato, parole che parlano della fatica del vivere.
È folgorante e sorprendente il libro di Giobbe, perché noi siamo stati educati a legare Dio e la sua immagine all’insegnamento della rassegnazione e dell’accettazione passiva. E invece il libro di Giobbe -scrivono i monaci di Bose- predica “la legittimità del linguaggio di protesta e di contestazione da parte dell’uomo, quando si trova nella situazione di malattia. Giobbe si ribella alla situazione di disgrazia che si è abbattuta su di lui e grida a Dio la propria rabbia. Giobbe arriverà a bestemmiare Dio, mostrerà aggressività verso i suoi amici teologi che in realtà si rivelano nemici e medici del nulla“.
Pensate invece quante volte anche noi, come gli amici di Giobbe, ci scandalizziamo di fronte al grido o alla bestemmia di dolore, e quante volte invitiamo al silenzio, o all’attenuazione del grido: «Ma non dire così. Esageri!».
Il libro di Giobbe non legittima la figura del credente come di colui che la dà vinta al male, legittima la figura del credente come di colui che lotta contro il male. Perché questa è anche l’immagine di Dio. Non è forse questa l’immagine di Dio, che, come per una fessura, intravediamo in Gesù di Nazaret?
Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Gesù invece lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo.
Gesù istruisce i suoi discepoli e istruisce noi oggi con il suo esempio. Ci istruisce con i suoi verbi, i verbi di Gesù nella casa di Simone, che dovrebbero diventare i nostri verbi oggi nelle case di questa umanità. Ricordiamoli: “si accostò, la prese per mano, la sollevò”. Quasi a suggerire che se noi ci teniamo a debita distanza, se noi rifuggiamo dal contatto fisico, non solleviamo nessuno. Chi soffre, per sentirsi in qualche modo rivivere, “risorgere”, come allude il verbo greco, ha bisogno di vicinanza, di mani che accarezzino, che stringano.
Non faremo miracoli. Nemmeno a Gesù fu possibile fare miracoli a tutti. È scritto: “gli portarono tutti i malati e gli indemoniati… guarì molti“. Tutti… molti! C’è uno scarto. Ma sollevò tutti. Non faremo miracoli, ma solleveremo qualcuno, accostandoci, prendendo per mano.
Vorrei aggiungere che Marco, se da un lato registra l’immergersi di Gesù in questa umanità dolente, dall’altro registra l’andarsene, un duplice andarsene. Esce quando ancora è buio di casa e si ritira in un luogo deserto e lì prega. E così scopriamo nelle pieghe della pagina di Marco da dove Gesù attingesse quella sua forza, l’energia dello Spirito che faceva di lui l’uomo della compassione, della vicinanza, della cura, della dedizione assoluta. Così per lui, così anche per noi. C’è una sorgente, una sorgente segreta.
Ma nel brano di Marco è accennato anche un altro “andarsene”. I discepoli lo scovano, gli dicono: “tutti ti cercano“. Dice: “Andiamocene altrove… per questo sono venuto“. È venuto per andare altrove: la Galilea non è un solo villaggio.
C’è sempre questo pericolo di voler fare di Gesù il proprio cappellano, un cappellano di corte, il cappellano del proprio gruppo, del proprio movimento e non il Salvatore di tutti i villaggi. E Gesù se ne va. Chissà se l’abbiamo capito. Essere nel mondo e diventare uomini e donne di un villaggio solo significherebbe spegnere e tradire il vero movimento, quello del vangelo. Vangelo che ci mette in guardia dalla tentazione di rinchiudere noi stessi in un solo villaggio e dalla pretesa di rinchiudere Dio in un solo villaggio.




7 gennaio 2021. Domenica 5 ord.
UNA GIORNATA DI GESU’

5 Domenica B –

Preghiamo. O Dio, che nel tuo amore di Padre ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio, rendici puri e forti nelle prove, perché sull’esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore, illuminati dalla speranza che ci salva. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro di Giobbe 7,1-4.6-7
Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».
Salmo 146  Risanaci, Signore, Dio della vita.
È bello cantare inni al nostro Dio, è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi d’Israele.
Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome.
Grande è il Signore nostro, grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 9,16-19.22-23
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39
Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».  E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

UNA GIORNATA DI GESU’. Don Augusto Fontana.
Marco vuole presentarci una “giornata tipo” del Signore, le sue scelte, le sue priorità, i suoi tempi.
Provo ad esaminare la mia giornata, quali sono i miei orari, i miei appuntamenti fissi, gli impegni inderogabili e le mie pigre infedeltà. In questa pagina dell’evangelista Marco sembra che il Dio eterno e senza tempo si sia incarnato anche nel nostro orologio, nei cicli orari. Le ore scandiscono anche la sua giornata fatta di mattini, sere, notti, ore, perfino nei racconti della passione, morte e risurrezione. Il tempo è entrato nell’eterno senza tempo. Quante volte ci diciamo (o sentiamo dire): per questa cosa (per la preghiera, per la mia formazione, per la condivisione), proprio non ho avuto tempo. A volte non sta qui il problema. Perché neanche domani ci sarà il tempo, se quella scelta non è una priorità. L’affermare che manca il tempo, a volte vuol dire semplicemente affermare che quella cosa non è ancora importante. La vera domanda è sempre: quali sono le costanti, le scelte ripetute, le decisioni che sottomettono a sé le altre nella mia vita?
Come Marco ci descrive questa giornata del Signore? Ci fa incontrare Gesù che affronta il male e che guarisce, Gesù che prega, Gesù che, sapendo di essere per tutti, predica sempre più in là dei luoghi dove già  è conosciuto. La giornata di Cafarnao  è il giorno in cui Gesù organizza la sua missione sul ritmo di predicazione, liberazione, preghiera.
In Cafarnao sono significativi i luoghi dove Gesù agisce: la Sinagoga (luogo della riunione della comunità per la preghiera e l’insegnamento religioso), la casa (luogo della famiglia e della vita privata), la porta della città (luogo dell’amministrazione della giustizia, delle pratiche civili, dei pedaggi e delle tasse). Poi c’è pure il monte del silenzio e della preghiera. L’attività di Gesù tocca dunque tutte le sfere della vita umana.
Malattia e guarigioni.
Nella Sinagoga si erano sorpresi del suo insegnamento dato con autorevolezza ed era esplosa una domanda “Che è mai questo?”. Ma l’interrogativo è subito messo a lato dalle “smanie di guarigione” da parte degli abitanti di Cafarnao. L’interesse per Gesù ripiega sull’interesse per i propri guai.
E’ un’umanità lacerata che soffre con Giobbe e che ci rappresenta nella nostra legittima ribellione contro la malattia o nella ricerca di senso della malattia. La tenerezza di Dio così ben rappresentata dal Salmo 146, pare essere messa in crisi dalla disintegrazione della vita da parte della malattia, della morte, della scarsa qualità della vita.
La malattia era un flagello che toccava ogni casa e per la quale non c’erano che pochi rimedi e, talvolta, solo per classi agiate. La gente povera era davvero disarmata. La malattia era una forza da scongiurare e durante la quale pregare, prima ancora che esaminare e curare. E Gesù si fa prossimo a questa debolezza strutturale nostra e pone gesti simbolici di guarigione.
Nel Vangelo di Marco i miracoli raccontati sono 20 e occupano un terzo circa della narrazione (209 versetti su 666). Ciò significa che l’autore dà ad essi un ruolo particolare nella sua catechesi. Anche la liturgia di questo anno B sarà connotata da questa caratteristica: dalla 4a alla 9a domenica il lezionario riporta l’attività di cura da parte di Gesù.
Innanzitutto i miracoli o le guarigioni non sono separabili dal suo messaggio. Quando la gente chiede un “segno” Gesù si lamenta: «Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione”»(Mc. 8,11-12). I segni sono completamento del suo messaggio, sono Parole visibili. L’imposizione del segreto messianico (“ma non permetteva di parlare”) significa che Gesù vuole che i miracoli siano interpretati solo all’interno della catechesi ecclesiale e dopo l’evento pasquale; vuole che restino un segno complesso, nascosto al mondo. Occorre affidarsi al Vangelo, alla persona di Gesù e non alla magia. I miracoli sono segno del conflitto tra Regno di Dio e ciò che gli si oppone. Sono segni del trasferimento della condizione umana nell’universo di Dio.
Una giornata completa.
…Subito…Per 27 volte Marco usa questo avverbio; pare che sia una sua ossessione per indicare sollecitudine, fretta, urgenza. Come se incombesse qualcosa: il Regno di Dio è vicino, è qui, imminente, sta transitando.
…nella casa la febbre….Nessun luogo è esente dal male sia la sinagoga che la casa quotidiana; là lo spirito impuro, qui la febbre sintomo fisico e simbolo di malattie più interiori. In Levitico 26,16 e Deuteronomio 28,22 la febbre appartiene all’elenco dei castighi per l’alleanza tradita. Qui siamo ancora di sabato e la donna è impedita a svolgere le sue funzioni previste per preparare nella casa la liturgia domestica del sabato. E’ quella febbre che indebolisce le nostre domeniche, paralizza il sacerdozio liturgico domenicale inchiodando gran parte dei battezzati al letto dei sonni e delle pigrizie. Liberare dalla febbre significa rendere una persona abile al servizio liturgico e conviviale.
…gli parlano di lei…Molte volte nel Vangelo, anche nel finale di quello odierno, i malati vengono “portati…presentati…convocati” dalla chiesa, dai discepoli. C’è una corresponsabilità ecclesiale, una mediazione preventiva che mi inquieta e, insieme, mi onora. Io sono responsabile dei fratelli e delle sorelle della comunità, ne posso essere diaframma divisorio o ponte di contatto con Gesù. Ed anch’io sono una povera creatura presentata al Signore dalla preghiera invocante e cura della mia comunità.
…si avvicina, prende per mano, alza…Sono i tre verbi battesimali di Gesù, la successione operativa e salvifica tutt’ora in atto nei miei confronti. Ma è anche un progetto per una chiesa che dalla liturgia sinagogale entra nella casa quotidiana degli uomini: si avvicina, prende per mano e solleva.
La mano forte che ha liberato il popolo dalle mani del faraone diventa oggetto di preghiera del salmo 17:
Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.
Già mi avvolgevano i lacci degli inferi, già mi stringevano agguati mortali.
Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio:
stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque,
mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene.
Tra poco Gesù ripeterà il gesto di “prendere per mano” e lo farà con Pietro che affonda nelle acque: «e subito Gesù stese la mano e lo afferrò». E Pietro impara quel gesto come un gesto consueto e quasi liturgico per la chiesa; alla porta del Tempio, insieme a Giovanni, si trova davanti uno storpio che chiede l’elemosina; non ha né oro né argento da offrirgli, ma solo la forza liberante del Nome di Gesù e «presolo per la mano destra lo sollevò» (Atti 3,6-7).
…si mise a servirli… La guarigione della donna (e di ogni battezzato) ha una conclusione interessante: appare il verbo “diakoneo” (servire), quasi a dire che la liberazione non è solo “liberazione da” ma anche “liberazione per”. Servirlo significa “seguirlo fino in fondo”.
…uscì e se ne andò in un luogo deserto e là pregava… Gesù “esce” nel deserto. La sua preghiera è parte integrante della giornata, appartiene all’agenda degli impegni. Ed è il luogo anche della “tentazione” rappresentata  dalla pressione interessata e zelante della chiesa che lo cerca e lo trova, ma non per restare con lui in preghiera ma per dirgli «Tutti ti cercano. Pianta lì e datti una mossa». Anche nella notte del Getsemani i discepoli non partecipano alla sua drammatica preghiera:«Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?”» (Marco 14,37). Anch’io sono così: o divento ipercinetico per lo zelo attivistico o mi assopisco. La preghiera raramente appartiene alla mia agenda di discepolo.
…Andiamocene altrove… e andò per tutta la Galilea…La preghiera non immobilizza Gesù; lo rende deludente per certe attese banali e, insieme, sorprendente e imprevedibili per i nuovi sentieri che imbocca.
«Quindi una giornata a Cafarnao che si apre con la preghiera pubblica in sinagoga e si chiude con la preghiera solitaria e si snoda attraverso l’insegnamento e le opere. Una giornata in cui stanno insieme lotta e contemplazione, stare tra amici e tra gente comune, attenzione a Dio e all’uomo, entrare e uscire, darsi e sottrarsi per darsi ancora. Una giornata completa[1]».


[1] Pronzato, Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco, Gribaudi.




31 gennaio 2021. domenica 4 ord
PAROLA CHE INQUIETA E LIBERA

Quarta domenica ord ciclo B

Preghiamo. O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l’unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità e testimoniamo la beatitudine di coloro che a te si affidano. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del Deuterònomio 18,15-20
Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”. Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

Sal 94  Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 7,32-35
Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

Dal Vangelo secondo Marco1,21-28
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Cosa abbiamo in comune con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. 

DI’ SOLTANTO UNA PAROLA…Don Augusto Fontana

Parola profetica che inquieta.
Abituati ai molti programmi televisivi parolai, i talk show, alle chiacchiere dei politici e ai sermoni dei preti, alle parole date e non mantenute, siamo da un lato perplessi e dall’altro affascinati quando incontriamo qualcuno che dice e fa, ci colpisce con una parola chirurgica che taglia e cuce, libera e guarisce, dice “ti amo” e tu cambi vita: « La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebrei  4,12).
Quando Gesù viene presentato al Tempio sentiamo il vecchio Simeone che rivela alla madre chi è e che farà quel bambino: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». ( Luca 2, 34-35). Compie una promessa: «Io susciterò un profeta in mezzo a voi e gli porrò in bocca le mie parole ed egli vi dirà quanto io gli comanderò. A lui darete ascolto» (Deut. 18,18). Una parola, dunque, strettamente legata e identificata con la persona di Dio e la vita di chi la pronuncia. Non chiacchiere.
San Paolo ha un’espressione incredibile: «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1 Corinti 1,18). Dice proprio così: “La Parola della croce” (o logos tou stauru). La croce è una Parola “veramente capace di farci conoscere Dio” (Lutero). Scriveva il Padre della chiesa S. Gregorio di Nissa: “La croce è teologa[1].
Dickinson (poetessa americana del 1800) scriveva: «C’è chi dice che una parola, una volta pronunciata, muore. Ebbene io vi dico che è proprio in quell’istante che comincia a vivere».
Dentro di noi e attorno a noi, spesso, abbiamo costruito un “sistema religioso” che a lungo andare diventa talmente mastodontico, organizzato, affannoso, variegato, alto e largo come un grattacielo che ci oscura l’essenziale: il sole. E’ da un po’ che settori di noi-chiesa tentano di ridimensionare le strutture artificiali per tornare a godere il sole della Parola, quella che divenne Carne.
Si narra che un giorno un pellegrino stava percorrendo il suo sentiero quando passò davanti ad un uomo che sembrava un monaco e che stava seduto in un campo. Lì vicino altri uomini lavoravano su un edificio di pietra. «Mi sembri un monaco!», gli disse il pellegrino. «E difatti lo sono» rispose il monaco. «E chi sono quelli che stanno lavorando sul monastero?» domandò incuriosito il pellegrino. «Sono i miei monaci – rispose l’altro – e io sono il loro abate». «Magnifico! – commentò il pellegrino – E’ stupendo vedere costruire un monastero!». «A dir la verità lo stiamo demolendo» disse l’abate. «Lo state demolendo? – esclamò stupito il pellegrino – E perché?». «Per poter vedere tutte le mattine il sorgere del sole», rispose l’abate.
A che vale il cattolicissimo grattacielo religioso con tutte le devozioni, le tombolate, le sfilate matrimoniali e battesimali, le adunate, se diventano un elefantiaco diaframma che impedisce di accedere al sole della Parola-Pane?
Per tutti noi è destinata questa Parola che talvolta è carezza e talaltra è fendente. E per tutti noi, e non solo per pochi catechisti o rari evangelizzatori, è destinata perché ne diventiamo cassa di risonanza: “Io manderò il mio spirito – dice il Signore – su tutti gli uomini: i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, gli anziani avranno sogni e i giovani avranno visioni” (Gioele 3,1-2).

La giornata di Cafarnao.
Marco 1,21 «Giunsero intanto alla città di Cafàrnao e quando fu sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare». Entra nella Sinagoga “la casa dell’ascolto e della preghiera in assemblea”. Non viene riferito il contenuto dell’insegnamento ma possiamo ricordarci quanto annunciato domenica scorsa: «Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è veniente qui; è urgente che smettiate di essere conformisti e abitudinari, e che aderiate a me e vi affidiate alla mia buona notizia».  A Cafarnao Gesù passa una giornata di sabato, il giorno della creazione e della pasqua. E frequenta parecchi luoghi: la sinagoga, la casa, la strada. Inaugura così la sua missione pubblica a tutto campo occupando tutti gli spazi disponibili sacri e profani. In città e nel deserto. E’ una giornata in cui Gesù “lotta” e contempla, sta con gli amici e con la gente comune, è colpito dalle miserie umane ed è attento a Dio, entra ed esce, si dona e si sottrae. Una giornata in cui non manca nulla. E noi incuriositi lo osserviamo con alcune domande dentro: «Chi è costui? Che dice? Che fa? Dove va?». Ma soprattutto: «Dove ci porta?».
Oggi abbiamo sentito nel Vangelo di Marco: «La gente che ascoltava era meravigliata del suo insegnamento: Gesù era diverso dai maestri della legge, perché insegnava come uno che ha piena autorità… Tutti i presenti rimasero sbalorditi e si chiedevano l’un l’altro: «Che succede? Questo è un insegnamento nuovo, dato con autorità. Costui comanda perfino agli spiriti maligni ed essi gli ubbidiscono!».
Nella Sinagoga c’è brava gente, ma anche un “indemoniato” che recita un Credo ortodosso “Gesù nazareno, sei il Santo di Dio”. Si fa presto a “dire il Credo” e Gesù lo sa, anche per me:  «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (Mc 7,6).
Scrive Padre Ermes Ronchi: «L’uomo indemoniato di Cafarnao frequenta il luogo sacro, recita le benedizioni, eppure in lui abita un demone. I demoni accettano la fede del sabato, quella limitata al sacro e alle proprie devozioni. Il Dio vero invece è da sorprendere nella vita più che nel tempio, nella polvere della strada che scende da Gerusalemme a Gerico più che nel fumo degli incensi, nelle piaghe del povero Lazzaro più che nei bagliori dell’oro del Santo dei Santi. Sta in tutto ciò che sa di amore. Ciò che Cristo rovina è la nostra giustificata, scusata, legittimata convivenza con il male, la nostra mediocrità, il nostro mondo di maschere e di bugie».
Parola autorevole. Un insegnamento nuovo, dato con autorità.
Qualcuno ritrova la radice del termine “auto-rità” dal greco “autos-rein”: è lo ‘scorrere’ (‘rein’) di ‘me stesso‘ (‘autòs’) nell’altro. E’ quindi come una trasfusione, un fare partecipe l’altro di quello che sono vitalmente: questa è la vera autorevolezza, e questa è la forza (nel testo geco: exousia che si può tradurre anche con “abilità”) della parola. Questa forza, ci dice il vangelo, crea stupore e permette allo spirito vitale che passa in questa ‘trasfusione’ di essere superiore ad ogni male e ad ogni spirito ‘immondo’. La parola autorevole trasforma prima me e poi, eventualmente, chi mi ascolta.
Altri[2] dicono che il termine latino “auctoritas” deriva dal verbo “augere” che significa  “far crescere”. Il vocabolo greco exousìa traduce l’ebraico shaltan ed è riservato solo a Dio. Di qui viene lo sconcerto (thambeomai significa uno “stupore unito a spavento”) davanti alla parola creativa e trasformante del Profeta di Nazaret, a cui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani chiederanno conto: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?» (Mc 11,28).
Oggi siamo invitati a comprendere che il parlare di Dio è evento creatore, capace di cambiare le cose: la sua Parola è comunicazione della sua stessa vita, non rivelazione di dottrine o misteri. Per Dio il parlare vuol dire rischiare, affidarsi alla possibilità di una accoglienza libera da parte di coloro a cui si rivolge.  Questo gioco tra potenza e rischio inizia ogni volta quando la Parola di Dio viene conosciuta, letta, meditata, o anche proclamata nelle nostre assemblee domenicali. E questo Soffio divino aleggia sulle acque della nostra povera capacità di ascolto, a volte così magmatica, attendendo una casa accogliente. La Parola non ha paura degli ostacoli e delle opposizioni: teme soltanto la noia. L’opposto dell’accoglienza non è il rifiuto, ma il “lasciar dire”.
La liberazione non è mai un fatto tranquillo. Giovanni (cap. 6,60-61) ricorda che a Cafarnao ci fu una crisi dei discepoli: « Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”.  Gesù, disse loro:  “Questo vi scandalizza? …Forse anche voi volete andarvene?”». Pietro dirà a Gesù anche a nome nostro: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciamo che Tu sei il Santo di Dio» (Giov. 6, 69) Ancora Simone un giorno veniva richiamato ad abbandonarsi alla Parola (Luca 5,5):  «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E il centurione romano e pagano chiedendo la guarigione per il suo servo, proclamava un Credo, per me ancora così difficile: «Comanda con una parola e il mio servo sarà guarito» ( Luca 7,7). E perfino i samaritani, dopo aver ascoltato la samaritana del Pozzo di Sichar le avevano detto:  «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».  (Giovanni  4,42).


[1] Primo discorso sulla resurrezione di Cristo
[2] Mons. F. Lambiasi vescovo, in “Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi“. Ave, Roma 2008