Giovani per un’economia sostenibile

“Le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”. PAPA FRANCESCO AI GIOVANI DI “THE ECONOMY OF FRANCESCO”.

Un interessante articolo della rivista AGGIORNAMENTI SOCIALI rispetto al recente evento “ECONOMY OF FRANCESCO” 
giovani-per-un-economia-sostenibile

A disposizione il materiale disponibile emerso dal
THE ECONOMY OF FRANCESCO

Prima giornata 19.11
Seconda giornata 20.11
Terza giornata 21.11

 




1 Novembre 2020
I santi: avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo.

E dunque, Signore, non guardare ai nostri peccati, ai nostri quotidiani tradimenti, a tutte queste viltà segrete e palesi, ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra: ai giusti di qualunque religione e fede, ai giusti senza nome, silenziosi e umili, uomini e donne di cui nessuno ha mai avvertito che neppure esistessero e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro: gente che incontravamo per via e neppure salutavamo, e loro invece ti salutavano e pregavano per te e tu non sapevi: qualcuno che abitava in periferia, altri, nei campi, gente del deserto: il portinaio di qualche monastero, una madre, la quale ha solamente dato, e un altro che è riuscito a perdonare.

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Sal 23. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

I SANTI: AVANZI DI DIO SULLA TERRA, BRICIOLE DI CRISTO. Don Augusto Fontana

Sono questi i tuoi santi. (Padre David Maria Turoldo)
E dunque, Signore, 

non guardare ai nostri peccati,
ai nostri quotidiani tradimenti,
a tutte queste viltà segrete e palesi,
ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra:
ai giusti di qualunque religione e fede,
ai giusti senza nome, silenziosi e umili,
uomini e donne di cui nessuno
ha mai avvertito che neppure esistessero
e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro:
gente che incontravamo per via 
e neppure salutavamo,
e loro invece ti salutavano
e pregavano per te e tu non sapevi:
qualcuno che abitava in periferia,
altri, nei campi, gente del deserto:
il portinaio di qualche monastero,
una madre, la quale ha solamente dato,
e un altro che è riuscito a perdonare.
Signore, sono costoro che ti rendono gloria
a nome dell’intero creato,
a nome di tutto il genere umano:
moltitudine che mai nessuno riesce a numerare.
Signore, guarda a tutti coloro
che non sanno neppure se esisti 
e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra)
e invece sono vissuti per la giustizia 
e la verità e la libertà e l’amore;
per queste cose hanno attraversato
il mare della grande tribolazione,
hanno subito chi la deportazione e l’esilio,
chi le feroci torture e il lungo carcere;
e altri sono stati fatti sparire
come se non fossero mai esistiti
sulla faccia della terra:
bambini, donne e sacerdoti,
e molti, moltissimi uomini del sindacato;
e altri che hanno sopportato 
ogni avvilimento e disprezzo
e oblio perfino dalle proprie chiese:
sono essi i tuoi santi
che ora compongono la “mistica rosa”
del tuo paradiso,
uomini e donne a te carissimi
fra gli stessi santi dei nostri calendari:
sono loro a comporre anche la tua gioia,
la grande festa nei cieli. Amen.

Sacri o santi?
La santità costituisce lo sfondo di questa celebrazione. Tema così lontano dal nostro linguaggio e dall’orizzonte quotidiano; realtà che non nasce spontanea e tuttavia è così incredibilmente alla portata di mano in quanto offerta a tutti e non solo ad alcuni eroici e straordinari personaggi. Pio XII in un radiomessaggio del ‘55 diceva: «L’uomo può considerare il suo lavoro come vero strumento di santificazione perchè lavorando perfeziona in sé l’immagine di Dio, adempie il dovere  e il diritto di procurare a sé e ai suoi il necessario sostentamento e si rende utile alla società [1]» e Giovanni XXIII «Risponde perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano[2]».

Nella più rigida tradizione ebraica solo Dio poteva essere chiamato SANTO (Qadosh); sarebbe stata una bestemmia attribuire ad un uomo il titolo che spetta solo a Dio, il Separato, il Trascendente, l’Altissimo, il Totalmente-Altro. Il concetto che, nell’ebraismo, più si avvicina a quello di santo è tzadik, una persona giusta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto. In verità mi pare che la Bibbia faccia qualche eccezione. La parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro della Genesi: ” E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò“. Inoltre, quando sul Sinai stava per essere pronunciata la parola di Dio, il Signore ci ha collegialmente risucchiati nel suo incomunicabile attributo: ” Voi sarete per me un popolo santo ” (Esodo 19,5-6). Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d’oro, fu ordinata la costruzione di un Tabernacolo, la sacralità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell’uomo, ed infine la sacralità dello spazio. Approfondiamo questo tema.
La parola qadosh significa «se­parare», porre una frontiera tra l’area del tempio da quella profana. Più corretto, allora, in questo caso sarebbe tradurre con «sacro», che rimanda automaticamente a qualco­sa di sacerdotale, templare, sacrificale, liturgico e che evo­ca incensi e rituali. Il «sacro» è la definizione di un’area «pura» (un sinonimo usato dal libro del Levitico) ove si può inse­diare Dio, che per definizione è «sacro-santo», come ricor­da a Isaia il coro angelico che ascolta nel tempio il giorno della sua vocazione: «Santo, santo, santo è il Signore dell’universo» (Is 6,3). Il sacro per sua natura divide perché si oppone a ciò che è limitato, imperfetto, umano.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che valore e che rischi contiene in sé la visione sacrale? Da un lato, il sacro tutela la purezza del concetto e della realtà di Dio, la sua trascendenza e distanza, impedendone la riduzione a realtà manipolabile, conservandone la sua qualità di total­mente Altro. D’altro canto, però, il sacro isola, rigetta e si pone in tensione col profano; si fa autosufficiente, e tutto ciò che non appartiene alla sua sfera diventa il male, il peccato, l’impuro; suo sogno è quello di sacralizzare il maggior ambito possibile (politica, cultura, società) così da porlo sotto la propria ferrea tutela.
Al sacralismo si oppone il «santo» inteso in senso esi­stenziale e morale: la santità non si isola ma, pur conser­vando la sua identità, coesiste col profano, lo feconda sen­za assorbirlo. Il Verbo è diventato carne e ha posto la sua tenda fra noi. Alla morte di Gesù il tendone del tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal cortile del popolo, si “lacerò da cima a fondo”: lo spazio sacro deborda amichevolmente, come un fiume in piena, sullo spazio e il tempo profano. Ora Dio santo abita nel cortile di noi povere creature fragili e inquinate. «Io sono Dio e non uomo, so­no il santo in mezzo a te» (Os 11,9). Un «santo» che si inse­dia in mezzo al suo popolo e alla sua storia, non isolan­dosi e respingendo l’uomo ma coinvolgendolo e santificandolo.
«Siate santi perché io sono santo» (Levitico 11,44 e 45; 19,2).
Dalla liturgia di oggi emerge una prima caratteristica della santità:  è collettiva, popolare, comunitaria, plurale, corale: «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, popolo, razza e lingua», dice l’Apocalisse; «Ecco la generazione che cerca il tuo volto» dice il Salmo 24. Generazioni intere ci hanno preceduto e ci hanno consegnato la fede. Noi adulti, a nostra volta, siamo la generazione che consegna in eredità ai piccoli e ai giovani il seme del Vangelo e i suoi valori. Il salmo 145 recita: «Di padre in figlio si tramanda quello che tu hai fatto per noi, tutti raccontano le tue imprese».   Lasciamoci prendere da questa connotazione: la mia santità personale non basterebbe ancora; sarebbe aristocratica. Santi sì, dunque, ma insieme. Forse anche per questo, Papa Francesco nella sua Enciclica “Fratelli tutti” al n. 186 dice: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica». La chiesa della domenica terrena (quella del settimo giorno) e quella eterna (quella dell’ottavo giorno) è una chiesa di persone che portano le stimmate della storia che hanno vissuto insieme. Nella prima lettura lo scenario è una liturgia che si svolge davanti al trono e all’agnello, con canti, vesti, gesti e riti. I santi sono un popolo che celebra l’uscita dalla grande tribolazione. Noi alla domenica partecipiamo a quella liturgia corale.
San Gesù. Beato lui!
La santità proposta da Gesù non coincide con le pratiche di purificazione rituale o con la volontà di separazione che caratterizzavano Israele e contro le quali i profeti e Gesù stesso hanno avuto molto da dire. La santità del popolo cristiano si identifica con la sequela di Gesù, cioè nel dare forma alla vita quotidiana secondo lo stile ed esempio di Gesù che ha incarnato il Dio trascendente nella concreta storia dell’umanità. Le beatitudini annunciano innanzitutto un’azione di Dio, i suoi criteri e i suoi obiettivi inaugurati prima di tutto nella vita, nel messaggio e nelle azioni di Gesù. Il motivo per cui certe persone vengono dette beate deriva dal fatto che Dio ha scelto di avere un’attenzione particolare per loro ed un impegno particolare a loro favore: (“Congratulazioni, Dio sta dalla tua parte”). Le Beatitudini non dichiarano, dunque, prima di tutto ciò che l’uomo deve fare, ma ciò che Dio è intenzionato a fare a favore di persone il cui stato di pericolo e di debolezza attira il suo amore e la sua compassione. Beato non equivale al nostro “contento” o “soddisfatto”. Non è beato chi soffre o chi è povero, ma chi cammina per la via giusta. Le beatitudini dichiarano che Dio non è estraneo al dolore e alla debolezza che sempre ci accompagnano. Dio ci ama anche nel nostro soffrire e soccombere. Come ha fatto con il primo beato che è Gesù: “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”.  

I santi della porta accanto.
La grande tribolazione è la fatica della coerenza tra ciò che annuncio e ciò che faccio, tra ciò che celebro e ciò che vivo. Ecco dunque il martirio della grande tribolazione: la coerenza tra la veste lavata al settimo giorno e l’abito dei sei giorni di lavoro, di famiglia e vita sociale, la coerenza tra ciò che siamo già da ora  (figli di Dio)  e ciò che saremo e non è stato ancora pienamente rivelato, come dice la seconda lettura.

Chi sono coloro che attraversano, dietro Gesù, la grande tribolazione?
I poveri: coloro che non si lasciano possedere dalle cose e tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana e per questo apprezzano il lavoro e partecipano attivamente ad un’equa distribuzione delle risorse, dei profitti e dei guadagni, con sobrietà.
Quelli che sono nel pianto: quelli addolorati per il male che c’è nel mondo e dentro di sè, come Gesù che piange su Gerusalemme; coloro che si fanno carico degli sbagli altrui.
I miti e misericordiosi: quelli che sono comprensivi, affabili, non aggressivi e si acquistano la stima con la forza della tenerezza e della solidarietà con chi è in difficoltà.
Gli affamati della giustizia: quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
I puri di cuore: quelli che sanno che il male cova dentro a ciascuno come radice di idolatria e vigilano su se stessi prima ancora che denunciare gli altri.
I perseguitati: quelli che sanno che essere cristiani ha un costo. Là dove la fede è a caro prezzo.
«L’utopista, il rivoluzionario, il santo caratterizzato dallo spirito liberatore è una persona coerente: la sua fedeltà muove dalla radice della sua persona per arrivare fino ai minimi dettagli che gli altri trascurano: l’attenzione ai piccoli, il rispetto totale ai subordinati, lo sradicamento dell’egoismo e dell’orgoglio, la preoccupazione delle cose comuni, il generoso impegno nei lavori non rimunerati, l’onestà nei confronti delle leggi pubbliche, la puntualità, il riguardo per gli altri nella corrispondenza epistolare, il non fare distinzione di persone, il non lasciarsi comprare dal denaro. Ogni persona finisce qualche giorno per vendere la sua coscienza, la sua dignità, la sua onestà… La corruzione è, a molti livelli, una piaga impressionante. Il giorno-per-giorno è il test più affidabile per mostrare la qualità della nostra vita e lo spirito da cui è animata. essere ciò che si è, dire ciò che si crede, credere ciò che si predica, vivere ciò che si proclama.  Questa del giorno-per-giorno viene ad essere una delle principali forme di “ascetica” della nostra spiritualità. L’eroismo della realtà quotidiana, domestica, abituale, l’eroismo della fedeltà che arriva fino ai dettagli oscuri e anonimi. Dimmi come vivi una giornata qualsiasi, e ti dirò se è valido il tuo sogno di un domani diverso»[3].

I beati sono quelli che hanno detto a Dio: «Signore se vuoi che io cambi, accarezzami». Dio li ha accarezzati e loro sono cambiati. Sono coloro che nella grande tribolazione hanno salvaguardato la coerenza tra il settimo giorno e i sei giorni, hanno collaborato con Dio alla guarigione del mondo e per questo quando muoiono cadono nelle mani del Signore.
Signore, accarezza anche me.
———————
[1] citato in H. Fitte Lavoro umano e redenzione, Armando editore,1996 pag. 35
[2] Mater et magistra n.232-233.
[3] Mons.Pedro Casaldáliga, José M. Vigil, Fedeli nella vita di ogni giorno.




Papa Francesco
Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.

UDIENZA GENERALE 21/10/2020

Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, ha incentrato la sua meditazione sull’argomento “La preghiera dei Salmi” (Lettura: Sal 36,2-4.6.8-9).

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi noi dovremmo cambiare un po’ il modo di portare avanti questa udienza per il motivo del coronavirus. Voi siete separati, anche con la protezione della mascherina e io sono qui un po’ distante e non posso fare quello che faccio sempre, avvicinarmi a voi, perché succede che ogni volta che io mi avvicino, voi venite tutti insieme e si perde la distanza e c’è il pericolo per voi del contagio. Mi dispiace fare questo ma è per la vostra sicurezza. Invece di venire vicino a voi e stringere le mani e salutare, ci salutiamo da lontano, ma sappiate che io sono vicino a voi con il cuore. Spero che voi capiate perché faccio questo. Poi, mentre leggevano i lettori il brano biblico, mi ha attirato l’attenzione quel bambino o bambina che piangeva. E io vedevo la mamma che coccolava e allattava il bambino e ho pensato: «così fa Dio con noi, come quella mamma». Con quanta tenerezza cercava di muovere il bambino, di allattare. Sono delle immagini bellissime. E quando in Chiesa succede questo, quando piange un bambino, si sa che lì c’è la tenerezza di una mamma, come oggi, c’è la tenerezza di una mamma che è il simbolo della tenerezza di Dio con noi. Mai far tacere un bambino che piange in Chiesa, mai, perché è la voce che attira la tenerezza di Dio. Grazie per la tua testimonianza.
Completiamo oggi la catechesi sulla preghiera dei Salmi. Anzitutto notiamo che nei Salmi compare spesso una figura negativa, quella dell’“empio”, cioè colui o colei che vive come se Dio non ci fosse. È la persona senza alcun riferimento al trascendente, senza alcun freno alla sua arroganza, che non teme giudizi su ciò che pensa e ciò che fa.
Per questa ragione il Salterio presenta la preghiera come la realtà fondamentale della vita. Il riferimento all’assoluto e al trascendente – che i maestri di ascetica chiamano il «sacro timore di Dio» – è ciò che ci rende pienamente umani, è il limite che ci salva da noi stessi, impedendo che ci avventiamo su questa vita in maniera predatoria e vorace. La preghiera è la salvezza dell’essere umano. Certo, esiste anche una preghiera fasulla, una preghiera fatta solo per essere ammirati dagli altri. Quello o quelli che vanno a Messa soltanto per far vedere che sono cattolici o per far vedere l’ultimo modello che hanno acquistato, o per fare buona figura sociale. Vanno a una preghiera fasulla. Gesù ha ammonito fortemente al riguardo (cfr Mt 6,5-6; Lc 9,14).
Ma quando il vero spirito della preghiera è accolto con sincerità e scende nel cuore, allora essa ci fa contemplare la realtà con gli occhi stessi di Dio. Quando si prega, ogni cosa acquista “spessore”. Questo è curioso nella preghiera, forse incominciamo in una cosa sottile ma nella preghiera quella cosa acquista spessore, acquista peso, come se Dio la prende in mano e la trasforma. Il peggior servizio che si possa rendere, a Dio e anche all’uomo, è di pregare stancamente, in maniera abitudinaria. Pregare come i pappagalli. No, si prega con il cuore. La preghiera è il centro della vita. Se c’è la preghiera, anche il fratello, la sorella, anche il nemico, diventa importante. Un antico detto dei primi monaci cristiani così recita: «Beato il monaco che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio» (Evagrio Pontico, Trattato sulla preghiera, n. 123). Chi adora Dio, ama i suoi figli. Chi rispetta Dio, rispetta gli esseri umani.
Per questo, la preghiera non è un calmante per attenuare le ansietà della vita; o, comunque, una preghiera di tal genere non è sicuramente cristiana. Piuttosto la preghiera responsabilizza ognuno di noi. Lo vediamo chiaramente nel “Padre nostro”, che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli.
Per imparare questo modo di pregare, il Salterio è una grande scuola. Abbiamo visto come i salmi non usino sempre parole raffinate e gentili, e spesso portino impresse le cicatrici dell’esistenza. Eppure, tutte queste preghiere sono state usate prima nel Tempio di Gerusalemme e poi nelle sinagoghe; anche quelle più intime e personali. Così si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le espressioni multiformi della preghiera dei salmi nascono ad un tempo nella liturgia del Tempio e nel cuore dell’uomo» (n. 2588). E così la preghiera personale attinge e si alimenta da quella del popolo d’Israele, prima, e da quella del popolo della Chiesa, poi. Anche i salmi in prima persona singolare, che confidano i pensieri e i problemi più intimi di un individuo, sono patrimonio collettivo, fino ad essere pregati da tutti e per tutti. La preghiera dei cristiani ha questo “respiro”, questa “tensione” spirituale che tiene insieme il tempio e il mondo. La preghiera può iniziare nella penombra di una navata, ma poi termina la sua corsa per le strade della città. E viceversa, può germogliare durante le occupazioni quotidiane e trovare compimento nella liturgia. Le porte delle chiese non sono barriere, ma “membrane” permeabili, disponibili a raccogliere il grido di tutti.
Nella preghiera del Salterio il mondo è sempre presente. I salmi, ad esempio, danno voce alla promessa divina di salvezza dei più deboli: «Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, ecco, mi alzerò – dice il Signore –; metterò in salvo chi è disprezzato» (12,6). Oppure ammoniscono sul pericolo delle ricchezze mondane, perché «l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (48,21). O, ancora, aprono l’orizzonte allo sguardo di Dio sulla storia: «Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni» (33,10-11). Insomma, dove c’è Dio, ci dev’essere anche l’uomo. La Sacra Scrittura è categorica: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Lui sempre va prima di noi. Lui ci aspetta sempre perché ci ama per primo, ci guarda per primo, ci capisce per primo. Lui ci aspetta sempre. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se tu preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri, e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio puro, non è verità. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello ( 1 Gv 4,19-21). La Scrittura ammette il caso di una persona che, pur cercando Dio sinceramente, non riesce mai a incontrarlo; ma afferma anche che non si possono mai negare le lacrime dei poveri, pena il non incontrare Dio. Dio non sopporta l’«ateismo» di chi nega l’immagine divina che è impressa in ogni essere umano. Quell’ateismo di tutti i giorni: io credo in Dio ma con gli altri tengo la distanza e mi permetto di odiare gli altri. Questo è ateismo pratico. Non riconoscere la persona umana come immagine di Dio è un sacrilegio, è un abominio, è la peggior offesa che si può recare al tempio e all’altare. Cari fratelli e sorelle, la preghiera dei salmi ci aiuti a non cadere nella tentazione dell’«empietà», cioè di vivere, e forse anche di pregare, come se Dio non esistesse, e come se i poveri non esistessero.




25 ottobre 2020. Domenica 30a
CROCIFISSI SU UN CARDINE

«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”». Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose.

Preghiamo. O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 22,20-26
Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Salmo 17  Ti amo, Signore, tu sei la mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,5-10
Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

CROCIFISSI SU UN CARDINE. Don Augusto Fontana
«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”»[1]. Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che sibila o striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose. Gesù aveva messo a punto un metodo strano nel fare calcoli e i conti. Per esempio per ottenere un risultato più grande lui chiede di sottrarre (Se vuoi la vita eterna, lascia, taglia, dona); oggi addizionando tutti i precetti della Torah il numero della somma dà come risultato “uno”[2]. Non so quanti di noi si pongono le domande che turbavano le comunità di Matteo, Luca e Marco e che hanno generato il testo evangelico di oggi.
Luca pone questo testo prima della parabola del buon samaritano e relativa domanda “Chi è il mio prossimo?” (10,25-37). C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato da questa domanda e non ha risposte ovvie, astratte e semplicistiche?
Marco (12,33), preoccupato del ritualismo, aggiunge al testo una frase omessa dagli altri evangelisti: “Amare Dio e il prossimo vale più che tutti gli olocausti e sacrifici al tempio”. C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato dalla domanda: “Che valore ha davanti a Dio il mio culto?”.
Matteo pone questo brano all’interno del problema posto dalla “siepe di precetti” (come venivano chiamate le prescrizioni della Legge) e dal bisogno di unificazione, ma anche dal bisogno di non sentirsi lacerati tra due fedeltà, quella a Dio e quella al prossimo. Soprattutto Matteo è preoccupato del legalismo dei farisei che “dicono, ma non fanno” (Mt. 23,3). Chi fra noi è afflitto dal dubbio: “Non sarà per caso che io mi attacchi più agli aspetti marginali che a quelli essenziali della mia esperienza cristiana?
I maestri giudaici elencavano 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (“non devi…”), come i giorni dell’anno e 248 prescrizioni ( “devi..”) corrispondenti alle parti del corpo del corpo umano secondo il computo rabbinico, indicando così che la Legge abbracciava tutta la vita e l’impegno dell’uomo.
Nel Talmud Babilonese, Rabbi Simlai, rabbino del III secolo, dice: “ Seicentotredici comandamenti furono rivelati a Mosè; poi venne Davide e trovò il loro fondamento in undici comandamenti, come sta scritto nel salmo 15 [3]; poi venne Isaia e trovò il fondamento in sei comandamenti, come si legge in Isaia 33,15 [4]; poi venne Michea e trovò il fondamento in tre comandamenti, come sta scritto in Michea 6,8 [5]; poi venne Amos e trovò il fondamento in un unico comandamento, come si legge in Amos 5, 4: “ Così dice il Signore alla Casa di Israele: Cercate me e vivrete” (Makkot 23b.24a). Ma già Rabbi Hillel, contemporaneo di Gesù, aveva formulato il principio fondamentale in questa frase: “Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te; questo è tutta la Legge, il resto è spiegazione”. E un secolo dopo, Rabbi Aquiba commentando Levitico 19,18 (“ Tu devi amare il prossimo tuo come te stesso”) ripete: “Questo è il grande e generale principio nelle Legge”. Il filosofo ebreo Lévinas traduceva quel passo biblico così:«Ama il prossimo tuo: è te stesso».
La novità di Gesù consiste forse:

  1. nell’associazione dei due precetti, come due specchi messi l’uno di fronte all’ altro o come due cardini attorno a cui è “appesa” (in gr, krématai) la Torah, come una porta che gira su due cardini[6] o attorno ad un unico cardine costituito, come tutti i cardini, da 2 elementi. Padre Ermes Ronchi commenta anche così: «il testo ebraico direbbe alla lettera così: amerai Dio con tutti i tuoi cuori. Ama Dio con i tuoi due cuori, con il cuore che crede, e anche con il cuore che dubita. Amalo nei giorni della luce, e come puoi, come riesci, anche nell’ora in cui si fa buio dentro di te».
  2. nel fatto che ciò che era un dovere, irraggiungibile dai più, ora con Lui diventa una possibilità per tutti. Dopo l’episodio del giovane ricco i discepoli chiedono “Chi potrà dunque salvarsi?”(Mt.19,25). La risposta di Gesù è immediata: “Questo è impossibile agli uomini; ma a Dio tutto è possibile”.
  3. nel fatto che la regola d’oro “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” che regola un rapporto di reciprocità tra omogenei ed eguali, è ancora una regola farisaica e pagana. Gesù nel Discorso della Montagna dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt.5,20) e ancora: “ Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48).

Il primo brano della liturgia della Parola è tratto dal Codice della Alleanza che contiene l’attuazione concreta storica dell’Alleanza come fedeltà al Dio unico e fedeltà al prossimo. E ci serve per evitare di restare nel generico. La prima parte di questa normativa riguarda la difesa e tutela delle categorie sociali più deboli: lo straniero, la vedova, l’orfano. Ciò che attira l’attenzione è la motivazione religiosa di questa precetti: Dio si è rivelato come il Dio che sta alla parte degli oppressi e dei poveri. Nella seconda parte si prendono in considerazione i casi di chi ha dato in pegno qualcosa o ha chiesto un prestito per bisogno. La motivazione religiosa dell’amore ai poveri viene ribadita dal Salmo 17 (18) della liturgia di oggi.
I Lettera di Giovanni 4, 16: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”.
Lettera ai Romani 13, 8-10: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore”.

S.Agostino diceva “Ama e fà ciò che vuoi”, anche se occorre attenuare una interpretazione banale, in quanto amare non è facile ed anche il “come” amare non è cosi semplicistico dato che non sempre l’istinto guida verso il bene vero dell’altro. Se vuoi amare non agire come ti verrebbe spontaneo.
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[1] Anthony del Mello La preghiera della rana.
[2] Pronzato, Parola di Dio, Ciclo A.
[3] Salmo 15:[1]Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; [2]ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. [3]Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. [4]Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; [5]perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. [6]Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.
[4] Isaia 33,15 ”Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male”.
[5] Michea 6,8:Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.
[6] A.Mello Evangelo secondo Matteo




GLI STRANIERI UTILI
Don Augusto Fontana

Gli stranieri utili.

Gli stranieri saranno pure un problema ma ci fanno anche guadagnare. Non solo sono indispensabili perché svolgono lavori umili e socialmente fondamentali, ma generano anche un beneficio netto di circa 500 milioni che costituiscono la differenza fra ciò che pagano in tasse e quanto incide sulla spesa pubblica la loro presenza. Lo dimostra la Fondazione Moressa, che ha presentato il Rapporto su ‘Dieci anni di economia dell’immigrazione’.
I quasi 2 milioni di lavoratori stranieri generano più benefici che costi: infatti tra Irpef, contributi previdenziali e altri tributi vari versano nelle casse pubbliche circa 26,6 miliardi, mentre lo Stato ne spende per loro 26,1: un surplus appunto di 500 milioni. E altri 360 milioni annui potrebbero derivare dalle regolarizzazioni di lavoratori avviate nel 2020.
Non regge la tesi dell’invasione: 10 anni fa infatti abbiamo regolarizzato quasi 600.000 cittadini extra Ue, oggi solo un terzo di quel numero. E la loro presenza resta assolutamente gestibile essendo passata nello stesso lasso di tempo dal 6,2% all’8,7% della popolazione. Un 8,7% che del resto genera il 9,5% del nostro Prodotto interno lordo (146,7 miliardi in cifra assoluta), grazie a due milioni e mezzo di occupati: il 44,5% dei quali lavora nei servizi. Ma tra gli stranieri si fanno avanti anche gli imprenditori che sono 722 mila (cinesi, rumeni, marocchini).
Qualche preoccupazione viene semmai dal fatto che gli stranieri sono in prevalenza giovani e svolgono lavori poco qualificati (solo il 12% è laureato) o in nero, il che nel lungo periodo potrebbe portare a un saldo negativo tra gettito fiscale prodotto e spesa per assistenza sanitaria o pensioni.

Allora ben vengano gli stimoli offerti dalla recente Enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” al n. 39 e 129: «in alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi»[1].I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona. Pertanto, devono essere “protagonisti del proprio riscatto”[2]. Non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno….Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse[1].  Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare>>.
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[1] Cfr Vescovi Cattolici del Messico e degli Stati Uniti, Lettera pastorale Strangers no longer: together on the journey of hope (Gennaio 2003).
[1] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 92
[2] Cfr Messaggio per la 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 (13 maggio 2020): L’Osservatore Romano, 16 maggio 2020, p. 8.




18 ottobre 2020. Domenica 29a
SUL MIO VOLTO, L’ICONA DI DIO.

Il potere che colonizza mercati e menti e cuori è spietato. Chi lo tocca muore. Purtroppo anche la giornalista blogger maltese Daphne Galizia ha pagato con la morte le pubbliche denunce dei poteri mafiosi di Malta.  E dopo di lei, solo nel 2020 in Italia, 83 giornalisti hanno ricevuto minacce e 20 di loro sono sotto scorta.  Anche Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico.

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaìa 45,1.4-6
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Salmo 95  Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte ed entrate nei suoi atri.
Prostratevi al Signore nel suo atrio santo. Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!». Egli giudica i popoli con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,1-5b
Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo [intrappolarlo nella parola] Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Restituite dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

SUL MIO VOLTO L’ICONA DI DIO. Don Augusto Fontana

 “Gomorra” di Roberto Saviano, un “romanzo-verità” che io ho letto in poltrona, ma che l’autore ha partorito incarnandosi dentro i fatti oscuri della camorra che ora gli ha giurato vendetta. E rischia la vita. Il potere che colonizza mercati e menti e cuori è spietato. Chi lo tocca muore. Purtroppo anche la giornalista blogger maltese Daphne Galizia ha pagato con la morte le pubbliche denunce dei poteri mafiosi di Malta.  E dopo di lei, solo nel 2020 in Italia, 83 giornalisti hanno ricevuto minacce e 20 di loro sono sotto scorta.  Anche Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico. La resistenza ambientale cresce attorno a lui come un serpente boa che cerca di soffocare lentamente questo mite e forte piccolo rabbi di Galilea, inerme, circondato da donne e straccioni paurosi. Matteo prepara sapientemente, con questa ultima settimana di Gesù, l’esito drammatico che sta per narrare. Già al cap. 19 ci aveva informato che «Si avvicinarono a lui alcuni farisei per metterlo alla prova e gli domandarono: «E’ lecito ripudiare …». Al cap. 20 sospettiamo che i giudei non abbiano gradito che il Signore abbia pagato gli ultimi arrivati nella sua vigna con la stessa paga di chi fin dalla prima ora dei secoli aveva sopportato le esigenze dell’Alleanza e dei precetti. Né che avessero gradito la parabola di quel figlio, in cui si sentivano identificati, che blatera, proclama molti Amen, ma poi non va a lavorare nella vigna. E sicuramente avrà fatto scandalo, come ci informa il cap. 21, il gesto profetico di Gesù che purifica il tempio cacciando mercanti e devoti.
Insomma: ci troviamo immersi in un blocco di capitoli che raccolgono discussioni e scontri: «Ed essendo entrato lui nel tempio, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, mentre insegnava…» (cap. 21,23).
La location.
L’ambientazione (“nel tempio”) non è annotazione di poco conto per capire anche il testo di oggi. Nel tempio non si poteva portare con sé monete pagane; tanto è vero che all’ingresso esistevano dei tavoli con i cambiavalute. Gesù, prima di rispondere, chiede che gli mostrino una moneta ed essi gliela dànno (v. 19). Con questa richiesta Gesù dimostra due cose:

1) di non avere una moneta romana, a differenza dei suoi accusatori che ce l’hanno in tasca;
2) che i farisei, benchè ossessionati dalle norme di purità, avevano in tasca una moneta pagana con l’«immagine» dell’imperatore pagano, nonostante il divieto esplicito della Toràh (cf Es 20,4). Portando addosso l’immagine dell’imperatore, i farisei dimostrano che hanno abdicato dalla loro obbedienza all’unico loro re e signore, Yhwh: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è divinità» (Isaia 45, prima lettura di oggi). E lo dimostreranno nell’ora della passione, quando di fronte a Pilato praticamente tutti gridano: “Non abbiamo altro re se non Cesare” (Gv 19,12-15).
La discussione.
«Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Discutere è legittimo, talvolta doveroso e auspicabile. Il brano di oggi costituisce la prima di quattro vertenze aperte tra Gesù e vari interlocutori devoti, praticanti, infastiditi. Pare che Dio non si spaventi di essere preso per la giacchetta dai nostri dubbi e dalla sincera curiosità: «”Su, venite e discutiamo” dice il Signore» (Isaia 1,18). Purchè il confronto sia sincero; e non, come qui e altrove, “per intrappolarlo nella parola” (in gr. pagideusôsin ev logô). Il verbo greco di Matteo (pagideuô) è quello usato per descrivere l’attività del cacciatore che tende trappole o reti per la selvaggina. Nella tradizione giudaica sia i rabbini che i loro studenti erano abituati a confrontarsi tra di loro con questioni e dispute, anche accese; per i giudei l’apprendimento della Torah avviene prevalentemente attraverso un compagno o in gruppo e con continue domande. Gesù viene considerato uno di questi rabbini a cui viene riconosciuto, anche se in modo drammaticamente ironico, autorevolezza e coerenza. Spesso le Scuole rabbiniche si dividevano su varie interpretazioni dello stesso testo biblico, ma la diversità veniva considerata comunque positiva; l’unanimità si sarebbe raggiunta solo con il ritorno del profeta Elia.

L’ icona e l’iscrizione.
La discussione diventa incalzante:

– Noi: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, dare (didômi) il tributo a Cesare?».
– Gesù: «Mostratemi la moneta del tributo…..Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?».
– Noi: «Di Cesare».
– Gesù: «Restituite (apodidômi) dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

L’evasione fiscale e contributiva in Italia si aggira in media sui 110 miliardi di euro l’anno. Pagare le tasse resta un nervo sensibile e scoperto in un corpo sociale dove la lealtà dei patti tra cittadini e istituzioni affoga nel buco nero di corruzione, evasione, elusione. Forse anche io e te, almeno una volta, abbiamo fatto i furbetti, arrampicandoci sui vetri per giustificare il furto al bene comune.
Per alcuni, il detto di Gesù sembra voler dare indicazioni di come un cristiano deve comportarsi nella società civile. Noi cristiani infatti non viviamo paralleli al mondo. Direbbe la lettera a Diogneto[1] “i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo… obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi”. Ci siamo dentro, soggetti alle leggi, alle regole, alla dichiarazione dei redditi, alle tasse. È chiaro che il cristiano è chiamato ad essere onesto nella vita di ogni giorno, purché le leggi non contraddicano dignità dell’uomo e della donna, del bambino e dell’anziano. Sarebbe però riduttivo limitare il significato del vangelo di oggi a questo aspetto sociale.
Gesù non cade nella trappola di diventare un economista, un arruffapopolo, un moralista. Qualunque risposta scontata avesse dato si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo, i farisei o i nazionalisti zeloti; se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana e gli erodiani.
Gesù va al sodo: è stato mandato a far conoscere il Padre e il suo progetto sull’uomo.
Intanto Matteo usa e distingue due verbi per marcare la differenza tra la nostra domanda e la risposta di Gesù.
– Noi chiediamo: “E’ lecito pagare (dare = in greco: didômi)….”.
– Gesù dribla e decolla su un altro piano usando un altro verbo: “ Restituite (ridate = in greco: apodidômi)…”.
Il commento di Agostino al testo evangelico di oggi è molto eloquente al riguardo: «Come Cesare esige la sua immagine nella tua moneta, così Dio esige la sua propria immagine nella tua anima. Dà a Cesare – dice – quello che è di Cesare’. Che cosa pretende Cesare da te? La sua propria immagine. Che cosa esige il Signore da te? La sua propria immagine. Ma l’immagine di Cesare sta sulla moneta, invece l’immagine di Dio sta in te stesso. Se piangi quando perdi la moneta, perché hai perso l’immagine di Cesare, non dovresti piangere quando adori gli idoli, perché ingiuriano in te l’immagine di Dio?» (Cf. Agostino, Discorso 113/A, 8).
Se nella società prevale l’ansia del profitto, il vangelo educa a pensare all’uomo e alla sua dignità.
Nella risposta di Gesù ci accorgiamo che vuol parlare di un’altra moneta con un’altra immagine: noi stessi siamo la moneta di Dio. Nell’uomo è incisa infatti l’immagine del Creatore: «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… e Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Gen. 1,26-27). È lui, l’uomo, la vera moneta da restituire a Dio.
San Lorenzo da Brindisi[2] scrive: «Tu, o cristiano, sei uomo: sei dunque moneta del tesoro divino, sei il danaro che porta impressa l’immagine e l’iscrizione del re divino. Con Cristo io ti chiedo: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Tu dici: di Dio. Osservo: e perché non dai a Dio ciò che è suo?».
Ma questa moneta preziosa può essere deturpata, sfregiata, intaccata. Aggiunge Sant’Agostino: «Come una moneta sfregata contro la terra perde l’immagine dell’Imperatore, così la mente dell’uomo, se viene logorata da passioni terrene, perde l’immagine di Dio… Se Cesare pretende di trovare la sua immagine nella sua moneta, non pretenderà Dio di trovare nell’uomo la sua immagine?» (Discorso 229).

Tra poco lui, immagine del Dio invisibile (Colossesi 1,15), sarà venduto per trenta denari coniati con l’immagine di Cesare, per restituire a me e a te, monete sfregiate di Dio, l’immagine restaurata di Dio.
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[1] Antico scritto greco, sconosciuto fino al XV secolo.
[2] Francescano, morto nel 1619




Negazionisti
Padre Alberto Maggi

Negazionisti nella Bibbia
P.Alberto Maggi (https://www.illibraio.it/)

Nun me piace!” è il conosciuto tormentone della commedia di Eduardo de Filippo “Natale in casa Cupiello”. L’anziano protagonista, amante delle tradizioni, in occasione del Natale, ha allestito “il più bel presepio di tutti gli altri anni”, e cerca il consenso del figlio Tommasino (Nennillo), un tontolone (“ha avuto la malattia… è nervoso!”), viziato dalla madre. Niente da fare: “Nun me piace!”, è la sua risposta. Inutilmente il padre tenta di fargli notare la bellezza degli angioletti, dei tre re magi, della stella cometa…“Nun me piace!”, è la sua risposta. Questo ragazzo tardo e pigro è la parodia del negazionista, colui che rifiuta di vedere il bello, il buono, e sa rispondere solo ripetendo la stessa solfa e lo stesso slogan: “Nun me piace!”. Non c’è motivo, semplicemente non gli piace. Il personaggio di Tommasino è la caricatura di quelle nullità, che per far notare la loro presenza hanno bisogno di gridare la loro tanto ostinata quanto ottusa contrarietà.
Ma il negazionismo ha radici antiche e già nelle prime pagine della Bibbia si trova il primo negazionista. Nel Libro della Genesi si legge che il Creatore aveva avvertito l’uomo e la donna, da lui creati, di non mangiare “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, perché altrimenti sarebbero morti (Gen 2,17). Ed ecco spuntare il primo negazionista della storia, il serpente, che disse alla donna: “Non morirete affatto!” (Gen 3,5), e si sa come poi è andata a finire. E negazionisti spuntano anche al tempo di Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” (Gen 6,9). Avvertito da Dio dell’imminente disastro, pensa a mettersi in salvo costruendo un’arca di legno, ma gli altri no, “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito… e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24,38).
C’è poi un altro tipo di negazionismo dalle conseguenze drammatiche, perché si fonde con il fanatismo religioso. È il negazionismo che, forte delle sue sacre convinzioni, rifiuta la realtà perché è inammissibile, scomoda o spiacevole, o semplicemente non può essere. Un esempio di questo negazionismo si trova negli scritti di Geremia, dove il profeta avverte il popolo dell’imminente pericolo, rappresentato dall’invasione dei Babilonesi guidati da Nabucodonosor, invitandolo ad abbandonare false certezze: “Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore” (Ger 7,4). Ma il grido d’allarme del profeta non fu ascoltato nonostante l’evidenza dell’approssimarsi della tremenda invasione. Gerusalemme era la città del Dio d’Israele e per questo non poteva essere conquistata. La tradizione religiosa, infatti, credeva che Gerusalemme fosse imprendibile in quanto Dio stesso avrebbe impedito la caduta del luogo che conteneva la sua presenza. Del resto anche il salmista esaltava l’imprendibilità di Gerusalemme, perché “Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba… Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 6.8), per poi dover amaramente constatare che “hanno ridotto Gerusalemme in macerie” (Sal 79,1), come già Geremia aveva vanamente profetizzato: “Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine” (Ger 26,18).  Ugualmente, secoli dopo, durante l’assedio di Gerusalemme da parte dei Romani, a causare la morte di molti durante l’attacco alla città santa, quando era evidente a tutti che era assurdo resistere alla soperchia forza distruttrice degli invasori, fu proprio “un falso profeta che in quel giorno aveva proclamato agli abitanti della città che il Dio comandava loro di salire al tempio per ricevere i segni della salvezza” (Guerra, VI, 5,2 §285). E vi incontrarono la morte.
Nei vangeli i negazionisti sono i capi religiosi, i quali pur riconoscendo nelle opere di liberazione di Gesù “il dito di Dio” (Lc 11,29), non possono ammetterlo, per non perdere il loro potere e dominio sul popolo. Nel vangelo di Giovanni, nell’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9), i capi non possono ammettere che mediante la trasgressione del comandamento del sabato, ritenuto il più importante di tutti perché era quello che pure Dio osservava, Gesù possa aver restituito la vista al cieco nato  (“I Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista”, Gv 9,18). Le autorità religiose, non potendo ammettere alcuna contraddizione nella loro dottrina negano, con l’evidenza,  la verità del fatto.
Le radici del negazionismo vanno ricercate nella paura. Il negazionista è, infatti, un individuo che è vittima della sua stessa paura che non vuole riconoscere. Non sapendo come gestire la sua ansia, semplicemente la nega e, non sapendo affrontare un mondo che è in costante cambiamento, lo rifiuta. Tutto quel che è complesso, quel che richiede riflessione, un ragionamento articolato e fondato, esula dalle sue capacità e liquida il tutto con un secco NO. Forse l’immagine con cui si potrebbe raffigurare il negazionista è quella dello struzzo con la testa infilata per terra. Il pericolo c’è, ma lui si ostina a non vederlo, a ignorarlo, illudendosi così di eliminarlo dal suo orizzonte. Per farsi notare il negazionista deve andare contro l’evidenza, e contro la verità, e per questo suo delirio deve appoggiarsi su una visione della società vittima di ogni tipo di complotto, dal finanziario al religioso, con il continuo sospetto che si traduce in rifiuto di tutto quel che con le sue limitate capacità intellettuali non riesce a comprendere. Forse fregiare del termine negazionista certe persone è anche troppo, in altri tempi, prima del “politicamente corretto” e dei social, si sarebbero detto semplicemente che erano dei minchioni. Ma, di fatto, dal linguaggio comune è praticamente scomparso il verbo sminchionire, far cessare qualcuno di essere un minchione, ovvero di essere ridicolmente ingenuo e credulone. Probabilmente è sembrata un’impresa disperata far ragionare il crescente numero di negazionisti, terrapiattisti, cospirazionisti, seguaci di scie chimiche, no vax, no covid, no tutto. Ma non bisogna scoraggiarsi, del resto nella più sana tradizione cattolica vengono insegnate le sette opere di misericordia spirituali dove sono elencate anche  “insegnare agli ignoranti” e… “sopportare pazientemente le persone moleste”.




70a Giornata per le vittime del lavoro
830 morti da gennaio a oggi

La giornata delle vittime sul lavoro e un urgente impegno di svolta
PER TUTTI NOI E PER 830 MORTI CI RIGUARDANO E INTERPELLANO
Annamaria Furlan. Segretaria generale Cisl (Avvenire 11 ottobre 2020)

Caro direttore, tanti saranno oggi i messaggi e gli appelli in occasione della settantesima Giornata nazionale per le Vittime del Lavoro. Da gennaio ad agosto di quest’anno 830 tra uomini e donne hanno perso la vita uccisi sul lavoro. Una persona ogni otto ore. Centotrentotto in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, anche a causa delle morti ‘protocollate’ come effetto delle infezioni da Covid in ambito lavorativo, soprattutto tanti medici e infermieri. Ma dopo la fine del lockdown, la strage quotidiana è ripresa nell’indifferenza collettiva: si muore ogni giorno nelle fabbriche, nei cantieri edili non a norma, nelle campagne, nei servizi, nella logistica, negli anfratti dell’economia sommersa e in nero.
Parliamo di tante vite spezzate, giovani e anziani, persone che escono da casa per andare al lavoro e non tornano più, di tante famiglie distrutte dal dolore, che vedono stravolto il proprio futuro. La pandemia, che per certi versi avrebbe potuto rappresentare una occasione di interventi strutturali nella sicurezza sul lavoro, si è rivelata un paradossale alibi per le istituzioni e per le aziende che con l’arrivo dell’emergenza hanno ulteriormente frenato quel poco di investimenti e di programmi annunciati. Spesso la fredda logica del profitto prevale sulla tutela della vita umana. Che fine ha fatto la patente a punti da assegnare alle imprese in base al grado di impegni sul fronte della sicurezza? Che cosa ne è stato della promessa del Ministero del Lavoro e delle Regioni di rafforzare i corpi ispettivi e gli investimenti nella formazione? Purtroppo la vigilanza nei luoghi di lavoro è stato finora un ‘non tema’ nel dibattito pubblico e anche culturale del nostro Paese, nonostante i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Mattarella. Se ne discute solo nelle formali note di cordoglio, dopo l’ennesima ‘morte bianca’. Poi si va avanti come prima, si aspetta il prossimo incidente, come se nulla fosse. Se ne parla troppo poco nelle aziende, nei territori, nelle scuole, nelle università, in tutti quei luoghi in cui invece si dovrebbe costruire una vera alleanza per imporre tra le priorità il rispetto della vita e del valore del lavoro.
È falso sostenere che non sia possibile uno sviluppo economico compatibile con la sicurezza, con la tutela dell’ambiente, con la messa in sicurezza del territorio. Anche la digitalizzazione e le nuove tecnologie possono essere usate al servizio della sicurezza, della prevenzione e di migliori condizioni nel mondo del lavoro. Ma bisogna investire di più sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione delle nuove competenze che possono servire a creare anche condizioni di maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro. Ecco perché anche una parte delle risorse europee del Next Generation Eu (che in Italia chiamiamo Recovery Fund) potrebbero essere utilizzate per un grande piano straordinario sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, in modo da rafforzare i controlli, assumere e formare più personale qualificato, costruire una cultura della prevenzione, potenziare il ruolo e i risarcimenti dell’Inail. Questo serve urgentemente oggi. E il sindacato deve fare la sua parte, senza mai sottrarsi dal denunciare gli appalti al ribasso, l’eccesso di esternalizzazioni, pretendere il rispetto integrale di tutte le norme sulla sicurezza e dei protocolli che abbiamo siglato in questi mesi per combattere il Covid. Ma soprattutto c’è bisogno di un patto vero tra governo, sindacati e associazioni datoriali, per far rispettare da tutti gli accordi sulla prevenzione, discutere sui carichi eccessivi di lavoro e di straordinari, eliminare o ridurre al minimo i rischi per la salute. Dobbiamo farlo per tutte quelle famiglie che hanno perso un loro congiunto a causa di un incidente sul lavoro. Ma anche per tutti quei giovani che credono ancora nel valore unificante del lavoro e della dignità della persona.




Non andremo più “a messa”. Andremo all’incontro
Jean-Luc Lecat

Non andremo più “a messa”… andremo all’incontro…
di Jean-Luc Lecat
in “www.garriguesetsentiers.org” del 30 settembre 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

Onnipresenza (e onni-rigidità!) della messa nel mondo cattolico…
Andare a messa ogni settimana era un obbligo sotto pena di peccato mortale. E andare a messa resta un segno caratteristico del cattolicesimo.
Le occasioni di messa sono molteplici, anche se lo svolgimento della messa è praticamente invariato, fisso, definito da codici molto severi dove l’improvvisazione e la spontaneità della vita non hanno quasi nessuno spazio.
Certo, si possono fare delle aggiunte, adattamenti alle diverse situazioni, ma la cornice e le parole restano sempre le stesse dall’inizio alla fine.
La “messa” è come un “passe-partout” della società cattolica… nessun evento importante può essere fatto senza la messa che lo accompagni: la nascita, la vita, l’amore, la morte, la vita privata e spesso anche la vita pubblica. Mi direte che tutto questo non è più attuale, dato che a messa ci si va sempre di meno! Ed è vero! Almeno in Occidente…
Ma quando si tratta di un avvenimento importante della vita, nonostante tutto, si vorrebbe proprio una “messa”… che sia per un matrimonio o per un funerale, ma anche per una commemorazione o un anniversario…
Ma questo bisogno di “messa” non è fuori posto? Non è terribilmente lontano dalla fede in Cristo? Non è vissuto da chi lo richiede come una festività ben organizzata, senza rischi, perché molto inquadrata nel suo svolgimento praticamente fisso, un momento per dare solennità, adattabile ad una situazione particolare grazie all’aggiunta di alcune parole scelte e, per di più, con una piccola aura di mistero un po’ magica? Ma una cosa così non è forse la caricatura di un incontro di stile evangelico e di vita condivisa?
Anche se posso ammettere, certo, che anche in quelle celebrazioni possa passare lo Spirito…
Nelle “messe” si compie un rito molto organizzato e intoccabile: si comincia con l’invito a riconoscere che siamo, per definizione, peccatori e quindi cattivi, e che dobbiamo chiedere pietà; poi si ascoltano due o tre brani biblici che vogliono dirci qualcosa di Dio e di Gesù: dovrebbero essere il nostro cibo per la settimana o per la circostanza celebrata quel giorno. Segue poi l’ascolto, senza possibilità di risposta, del commento di un prete (uno dei momenti meno formattati, ma molto spesso i più formattanti perché senza diritto di risposta o di modulazione, eventualmente solo criticati all’uscita!). E tale commento è di nuovo stato definito da un organismo vaticano come l’unico autorizzato durante l’eucaristia: “I fedeli laici possono predicare in una chiesa ma in nessun caso potranno pronunciare l’omelia durante l’eucaristia”! Poi il celebrante proclama la preghiera e riprende i gesti e le parole di Gesù nel suo ultimo pasto. In seguito, siamo invitati a ricevere il pane, corpo di Gesù, ma solo se siamo conformi alle leggi! Alla fine, presumibilmente fortificati da tutto questo rito compiuto secondo le norme e in regola con il diritto canonico e le indicazioni vaticane, eccoci rimandati nel mondo della vita quotidiana, quello in cui siamo confrontati a tanti problemi e a molteplici modi di affrontare la vita…
Ite missa est, Andate, la messa è finita.
In questo rito della “messa”, dov’è che l’assemblea esprime le sue richieste, a parte la preghiera universale? dov’è l’incontro, a parte il timido gesto dello scambio di pace? dov’è la condivisione, a parte il pane religiosamente distribuito? Dove si realizza, se non forse nel segreto dei cuori, quel momento rinvigorente, ricco di vita e di comunicazione, che potrebbe far pensare ad un lieto momento vissuto insieme e dare lo slancio sufficiente per ripartire nel vortice della vita?
Vorrei tanto che non si parlasse più di “messa”, perché questa parola rappresenta, nelle nostre teste, in quelle dei nostri contemporanei e, pare, anche in quelle di molti celebranti, una cosa preconfezionata, che non è affar nostro, ma solo dei preti! Preferirei che non dicessimo più “andare a messa”. Perché non diciamo invece: “abbiamo un appuntamento”, “andiamo all’incontro”? Andiamo a preparare la nostra festa di domenica prossima, andiamo a vivere “il nostro ritrovarci domenicale”, andiamo a condividere la gioia di quella coppia che si sposa, il dolore di quella famiglia in lutto, l’allegria di quei giovani che vogliono celebrare la vita. È solo un modo di giocare con le parole? È una semplice questione di vocabolario? o non potrebbe essere un reale cambiamento di mentalità e di atteggiamento? Ogni volta che ci ritroviamo, c’è un incontro che possiamo vivere, ci uniamo a persone alla ricerca della vita, veniamo ad ascoltare, a tentare di comprendere e di reagire alle parole di Gesù, a quelle di donne e di uomini di Dio che lo hanno preceduto, a quelle di amici che lo hanno scelto come maestro di vita… Insieme, veniamo a cercare di comprendere, di inserirci. Ci saranno tempi di silenzio, momenti di ammirazione, istanti di preghiera, condivideremo un pasto e spezzeremo il pane e berremo il vino come ha fatto Gesù un tempo con i suoi amici e insieme metteremo in comune, nel tempo che ci sarà dato, gioie, dolori, preoccupazioni, interrogativi, progetti e passioni, speranze e scoraggiamenti, le nostre vite, insomma! Credo che dobbiamo completamente riconsiderare e reinventare questo tempo di incontro tra di noi e con tutti coloro che avrebbero voglia di unirsi a noi. Mi sembra indispensabile rompere quel rito, fisso per definizione, che chiamiamo “messa”. Dobbiamo continuamente ritrovare la vita, riimmaginare il nostro modo di stare insieme, di nutrirci di Gesù e della sua parola. Assumiamoci il rischio di osare vivere un tempo reale di vita, attorno a quello che è il cuore della nostra fede, perché questa fede diventi viva nel cuore delle nostre vite. Facciamo un sogno! E se questo incontro, dal ritmo da definire, diventasse un vero pasto condiviso, indipendentemente dalle circostanze? Un vero appuntamento di persone in carne ed ossa, con tutto il peso della loro umanità, un momento nutriente, rinvigorente e fonte di gioia…




11 ottobre 2020. Domenica 28a
EVVIVA GLI SPOSI!

Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.

Preghiamo. O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Per Gesù nostro Signore. AMEN
Dal libro del profeta Isaìa Is 25,6-10a
Preparerà il Signore dell’universo per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Salmo 22 (23). Abiterò nella casa del Signore.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. 

Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. 
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,12-14.19-20
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.  Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Dal vangelo secondo Matteo 22,1-14
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.  Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.  Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

EVVIVA GLI SPOSI! Don Augusto Fontana

Altare o Mensa?
Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.

Mi pare che la liturgia di oggi ci orienti con chiarezza: la Messa è l’inizio di una festosa e universale Cena di nozze che culminerà nel banchetto eterno. Qualche bambino (e non solo) mi ha chiesto se è vero che dopo la morte continueremo a mangiare e cosa mangeremo. E io non ho saputo rispondere se non dicendo che il Signore ci parla con la nostra lingua, fatta di cose e immagini concrete, ma che poi, al momento opportuno, vedremo, ascolteremo e vivremo cose ancora più belle e che mai avremmo sognato.
Per ora restiamo su questa immagine: un banchetto e per di più durante uno sposalizio. L’evangelo di Giovanni si apre con le nozze di Cana “dove è presente la Donna” e si chiude sotto la croce e nei pressi del sepolcro “dove è presente la Donna”. Tra l’una e l’altra scena tutto il clima narrativo di Giovanni è sponsale e conviviale: il Battista dichiara di essere “l’amico dello Sposo”; Gesù moltiplica se stesso e promette “chi masticherà questo pane avrà la vita”; al pozzo di Sichar una Donna s’innamora del vero Sposo dopo averlo cercato tra molti amanti; a Betània una Donna compie riti sponsali su Gesù; e non manca la lavanda dei piedi durante una Cena intima e sponsale. L’Evangelo di Giovanni narra la vita intera di Gesù come Sacerdote e Sposo.  
Alleanza.
In tutti i Vangeli c’è una parola suggestiva e misteriosa, ingombrante, difficile: «Alleanza». Ripetuta 353 volte in tutta la Bibbia, mai citata dall’evangelista Giovanni, timidamente ricordata da Matteo e Marco sulla bocca di Gesù nell’ultima Cena, debordante nella Lettera Agli Ebrei. Alleanza nuova ed eterna come in un rito di matrimonio: «Io, Dio, accolgo te mia umanità, come mia sposa e prometto di esserti fedele nella salute e nella malattia, nei tempi della tua fedeltà e dei tuoi tradimenti e di amarti e onorarti in tutti i giorni della tua vita». Così ci ripete il Signore ogni domenica. Così Dio esce dalla condizione di single e si sposa con questa signora umanità, nonostante i suoi trascorsi poco nobili e poco etici, così come la sposa di Osea: prostituta recidiva. Ma Lui, Dio, è fatto misteriosamente così: sposa chi si è prostituito, mangia con chi ha rubato e frodato, invita a nozze compagnie poco raccomandabili. Paolo dice: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi» (Galati 3,13).

Come, dunque, chiameremo la Domenica, se non Giorno di nozze e del suo pranzo gratuito?
Per due domeniche il Signore ci ha mandato a lavorare: «Andate a lavorare nella mia Vigna». Oggi cessa il lavoro e si fa festa: «Andate a riposarvi, a mangiare e a far festa». Mi piace questo Signore che crea sei giorni per lavorare e ne riserva un settimo per sedersi a tavola con noi e fare festa. Anzi: ci dice che inventerà tra poco un Ottavo Giorno, dove « asciugherà ogni lacrima dagli occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21, 4). E questa Alleanza-invito è rivolto a persone in particolari condizioni: «ai crocicchi delle strade…cattivi e buoni».
«L’Evangelo sta lì a ricordare alla Chiesa l’unica via possibile, che è quella del Signore, che è quella dei poveri: la via del crocifisso, la via dei crocifissi, che è la via dell’amore, della consegna di sé perché tutti abbiano speranza e salvezza. Si tratta di cogliere i poveri come membra elette della Chiesa, perché sono le membra nelle quali di preferenza il Verbo di Dio incarnato nasconde il fulgore della sua gloria, che si rivelerà alla fine dei tempi. Nei poveri dunque Dio manifesta il suo mistero di elezione e chiama la chiesa a riconoscerlo. Questo significa non solo edificare una Chiesa che pone i poveri tra le sue attività più rilevanti, ma al contrario una chiesa che continuamente si rinnova per rendere visibile questo mistero di elezione, per rendere la sua casa degna dei poveri, in modo che essi non si sentano né intrusi, né usati, né ospiti da invitare per le grandi occasioni, ma accolti per quello che sono nel mistero davanti a Dio. I poveri sono il giudizio di Dio sulla Chiesa, ne rivelano il suo peccato, le sue prostituzioni, le sue ricchezze, le sue idolatrie, le sue malattie, le sue ingiustizie, e dunque la chiamano al rinnovamento evangelico, alla conversione e alla purificazione»[1]
La pietra d’inciampo delle “cose buone” da fare.
L’Eucaristia domenicale – nonostante queste bibliche connotazioni sponsali – langue. E’ esangue, spremuta dalle turbolenze del menage familiare con figli da accudire, abiti da lavare e stirare e pulizie di casa, total-spesa al supermarket per la settimana. Povera eucaristia spremuta nel torchio della deregulation di ore lavorative in caduta libera, turni del marito che incrociano quelli della moglie, nonni da accudire, qualche ora di sonno in più da risicare, amici da ritrovare. Giorno, quello domenicale, che accumula su di sé tutte le maledizioni e le benedizioni dei giorni.

D’altra parte anche gli invitati della parabola adducono ragioni che sono sacrosante e non innominabili; ragioni ragionevoli, quotidiane, non rinviabili: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Luca (cap. 14) è più esplicito: «Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire». Notate: «Ti prego di considerarmi giustificato». Che è come dire: «Io ho tanta fede anche se non vado a Messa. Ti prego di considerarmi giustificato». C’è una religiosità, una confidente o sfacciata preghiera negli affanni quotidiani che ci fa correre paralleli all’invito alla Cena di nozze. Anche le cose buone e giuste, ci estraniano dall’Eucaristia domenicale.
Nella parabola si notano chiaramente due parti: la prima riguardante l’invito rifiutato dai primi invitati e rivolto universalmente agli estranei e la seconda che narra l’ispezione del re nella sala del banchetto e l’esclusione dell’uomo senza veste di nozze.
Anche quelli degli incroci di strada e delle siepi, i barboni della religione, i mendicanti di tozzi di pane, accorsi in massa, devono sottostare alla regola dell’abito di nozze, dell’abito battesimale. Fiumi di inchiostro furono versati per interpretare il senso di questo “abito nuziale”: chi lo interpreta come purezza dell’anima dal peccato mortale, chi più seriamente reclama il richiamo biblico del «rivestitevi di Cristo» (Romani 13,14) e del «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Colossesi 3,12).
Di fatto nella sala siamo chiamati tutti, «buoni e cattivi». Non spetta a noi giudicare, selezionare. Né ciascuno può dire se appartiene ai buoni o ai cattivi; anzi, ciascuno è un campo con buon grano e zizzania, una rete che raccoglie pesci buoni e pesci marci; in noi c’è il fantasma del figlio giovane che scappa di casa e ritorna e di quello maggiore che apparentemente sta sempre dentro le mura, ma di fatto è emigrato fuori dal cuore del Padre. Non esistono salvacondotti garantiti per entrare nel Regno.

Ora mi viene una domanda curiosa a cui non so rispondere: ma la sposa dov’è? Noi siamo gli invitati  alle nozze o la sposa? O tutto insieme? A te la risposta.
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[1] M. Toschi, in Missione Oggi 1/1999