4 ottobre 2020. Domenica 27a
LA PAURA DI NON PORTARE FRUTTI

L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica:

Preghiamo. Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 5,1-7
Voglio cantare per il mio amato il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio amato possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore dell’universo è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

Salmo 79 La vigna del Signore è la casa d’Israele.
Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.

Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli.
Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio dell’universo, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,6-9
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che ne produca i frutti».

LA PAURA DI NON PORTARE FRUTTI. Don Augusto Fontana
L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica: il mercato marcia e il lavoro marcisce; le previdenze sociali vengono risicate dal grande scandalo della finanza padrona che affama il mondo intero; gli accordi di pace sono fragili come anche fragili sono gli accordi affettivi che producono relazioni disastrate; si imbarbariscono i rapporti tra istituzioni e fedi religiose. La vita è un rischio continuo, da qualsiasi parte la si prende. 
Nella Liturgia di oggi l’apostolo Paolo scrive alla comunità di Filippi e la esorta a non lasciarsi prendere dal panico (“non affannatevi, ma in ogni necessità fate presente a Dio le vostre richieste perchè la pace di Dio vi custodirà in Cristo”), ma Matteo e Isaia sembrano non fare sconti (“Renderò la mia vigna un deserto arido…Vi toglierò il Regno di Dio e lo affitterò ad un popolo che lo farà fruttificare”).
I cristiani di Filippi erano alle prese con problemi quotidiani di ostilità esterne e di conflitti e divergenze interne. Allora Paolo raccomanda di non lasciarsi affannare eccessivamente. Viene in mente la raccomandazione di Gesù riportata da Matteo 6, 23: non affannatevi per cibo, bevanda, vestito e futuro, ma occupatevi della vita e dell’oggi dentro la tenerezza di Dio.  Paolo augura una pace di Dio che non assomigli certo ad una polizza assicurativa contro infortuni e contraddizioni pastorali ed esistenziali, ma esclude panico e paralisi, comprendendo una resistenza attiva e fiduciosa. La resistenza attiva la si compie sulle barricate della vita quotidiana attivando in famiglia, sul lavoro, nei condomini e nella parrocchia il circolo virtuoso di tutto ciò che è “vero, nobile, giusto, puro, amabile, apprezzato, virtuoso, lodevole”. La resistenza fiduciosa la si sperimenta sulle barricate della preghiera di intercessione il cui paradigma è il Padre Nostro che resta l’intramontabile barriera contro la banalizzazione di Dio e dei nostri veri bisogni.  La Liturgia sostiene il motivo di questa fiducia riconoscente: siamo una vigna circondata dalle affettuose cure del contadino. Anche Geremia ed Ezechiele, oltre a Isaia, adottano l’allegoria della vigna e della sposa per descrivere come si crea, si strappa e si ricuce il tessuto dei rapporti affettivi tra Dio e comunità. Chi avesse modo di rileggersi Ezechiele dal capitolo 15 al 20 potrebbe essere preso da una santa paura per i rischi che incombono sulla comunità religiosa che si autoassolve, non si lascia provocare dai segni e dai profeti del suo tempo chiudendosi in un’autarchia pigra e supponente.
La prima vera paura che devo, che dovremmo, avere è di portare frutti selvatici deludendo le attese del Signore (Isaia 5: “Egli aspettava che la sua vigna producesse uva dolce ed invece ha prodotto uva selvatica e cioè aspettava giustizia e la vigna ha prodotto delitti; aspettava rettitudine ed ha prodotto grida di oppressi”). Aceto invece che vino dolce. Tutti e 4 i Vangeli dicono che sulla croce alcuni soldati diedero a Gesù una spugna imbevuta di aceto: «E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere (Mt 27,48). Era un modo per ricordare il compimento del Salmo 68,22: «Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto».
I due punti “caldi” del brano evangelico (Matteo 21, 33-43) da un lato mettono al centro il problema della Chiesa in relazione alla Sinagoga ebraica e all’affievolirsi della fedeltà nelle opere della fede (“Darà la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo…Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che lo farà fruttificare.”) e dall’altro, con la citazione del Salmo 118 (“La pietra che i costruttori hanno scartato diventerà la pietra insostituibile”)  si evidenzia il ruolo di Gesù crocifisso e risorto quale fondamento della Chiesa e rigido criterio per la sua attività. La parabola evangelica è il riepilogo della Storia Sacra fino all’ultimo atto della esclusione di Gesù. Esclusione non attribuibile ai soli giudei, ma possibile anche da parte di chi, come me, continua a declamarsi cristiano estromettendo cortesemente Gesù dai recinti della vita quotidiana.
E’ la storia di uomini che, chiamati ad essere servi coltivatori del campo, se ne fanno proprietari rivendicandone i diritti come conseguenza del loro attivismo. Scoprire il dono, invece,  porta a ritenersi semplici custodi e non possessori.
E’ la storia di chi ha paura del nuovo che sconvolge i piani: la polemica antigiudaica di Matteo non si rivolge solo all’immobilismo giudaico del suo tempo di fronte alla novità di Gesù, ma anche ai membri della sua comunità che pretendono di fissare l’azione di Dio nelle tradizioni del passato e in base ai criteri del loro vissuto.
E’ la storia di chi preferisce palpare i frutti o consumarli nello spazio intraecclesiale anzichè consegnarli e socializzarli mediante una partecipazione attiva, testimoniante e missionaria.
Il tema del giudizio non vuole perpetuare l’equivoco di un Dio-padre-padrone che dà e toglie, assume e licenzia, ma ha lo scopo di creare una biblica gelosia, un religioso timore, un risveglio della coscienza e della responsabilità senza spazi per il quietismo.
L’allegoria di Isaia e la Parabola hanno dunque una doppia valenza:
1. Sono una “buona notizia”: chiunque tu sia, dovunque tu sia, qualunque capacità tu abbia, in qualunque ora della tua vita tu puoi lavorare nella vigna del Regno e farla fruttificare per il Signore e per la comunità.
2. Sono anche un “avvertimento”: chiunque noi siamo, prete o laico, possiamo rischiare di percuotere i piccoli profeti di Dio, tagliar fuori suo Figlio e sciupare, nella insignificanza, la responsabilità che ci è data.




27 settembre 2020. Domenica 26a
UN UOMO AVEVA DUE CUORI

Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici.

Preghiamo. O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù. Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del profeta Ezechièle 18,25-28
Così dice il Signore:  «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo 24. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. 

Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (2, 1-5)
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».   E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 

UN UOMO AVEVA DUE CUORI. Don Augusto Fontana

Il nostro contesto.
Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici. Ma il gap tra ortodossia e ortoprassi, cioè tra ineccepibili proclamazioni e coerenti comportamenti, esiste anche al di fuori della chiesa e della religione: chi di noi non sente fastidio davanti al moltiplicarsi di proclami politici, di Carte dei diritti, di raccolte di firme che non trovano riscontro nella pratica? I confini, insomma, tra il “sì” e il “no” sono tutti da scoprire. Anche perché questi confini, non ben definiti, esistono dentro ciascuno di noi.  Scriveva Padre E. Ronchi: «Un uomo aveva due figli. E si potrebbe dire: un uomo aveva due cuori. Perché quei due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e che dice no, un cuore che dice e poi si contraddice. Come san Paolo anche noi constatiamo che “io faccio quello che non vorrei e il bene che pure vorrei fare non riesco a farlo”. Una delle preghiere più importanti dei salmi chiede: Signore, donami un cuore integro, fa’ che non abbia due cuori, in lotta tra loro, donami un cuore unificato (Salmo 101)».

 Il contesto di Matteo.
Non tanto lontane da noi erano le preoccupazioni dell’Evangelista Matteo quando ricordava che «Non chiunque dirà ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio»  (7,21) e quando decideva di raccogliere nei capitoli 21 e 22 tre parabole: dei due figli (21,28-32), dei vignaioli omicidi (21,33-44) e del banchetto nuziale (22,1-14), trittico parabolico  proposto ai capi del popolo mentre Gesù sente vicina la sua fine. Davanti a lui stanno i sommi sacerdoti (alti funzionari del tempio) e gli anziani (l’aristocrazia laica) cioè quelli stessi che tra poco lo condanneranno. “La figura dell’oppositore che Gesù ha incontrato – che si tratti dei farisei o delle autorità o di altri – nei Vangeli viene sempre enfatizzata, in qualche modo trasformata, in una figura tipica e ripetibile: la figura del “credente incredulo”. Ciò che è accaduto allora può riprodursi oggi, questo è il messaggio; e il rifiuto di allora può diventare anche il nostro e per gli stessi motivi[1].

In queste parabole, che celebreremo per 3 domeniche successive, possiamo tener presenti 2 livelli di lettura.

  1. C’è prima di tutto un livello interpretativo che corrisponde al primo problema della Chiesa di Matteo: come mai gli ebrei preparati da secoli di catechesi e rivelazioni hanno detto “SI” a Dio ed ora rifiutano Gesù il Cristo e i suoi missionari, mentre i pagani, i “senza storia”, i “senza Legge” stanno aderendo felicemente alla nuova proposta cristiana? “Il problema che si pone con particolare urgenza nell’interpretazione di Matteo è quello dei rapporti tra “la Chiesa del Messia” e la sinagoga ebraica. La chiesa di Matteo tende a smarcarsi dal giudaismo rabbinico come ogni minoranza che cerca di definire la propria identità. Matteo è il testimone di un grande sforzo nella definizione dei rapporti tra chiesa messianica ed ebraismo rabbinico nel I° secolo[2]. Per la Chiesa di oggi il problema di Matteo sembra che non sia più attuale. Ma è vero? Matteo riporta queste sentenze e parabola in funzione dei problemi della sua comunità sulla falsa sicurezza dei cristiani formali che ritengono di essere a posto per il fatto che appartengono alla comunità e si accontentano di dichiarazioni verbali. Si tratta di quella presunzione, che ci accomuna in molti, che ci fa assomigliare al figlio maggiore (nella parabola detta del “Figlio prodigo”) che pensava di essere “in casa”, ma di fatto ne era “fuori”. Anche Pietro proclama un credo ortodosso ma diventa poi pietra di inciampo, dichiara di voler morire con Gesù e poi rinnega per paura. I confini tra il “dentro” e il “fuori” sono tutti da rivisitare. Nessuno di noi può esentarsi dal sentirsi rivolte a sè le parole di Gesù: “Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?» Io però dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità»”(Mt 7,22-23). Anche a noi può essere rivolto il richiamo di Giovanni Battista: “Non crediate di poter dire fra voi: «Abbiamo Abramo per padre». Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre”(Mt 3,9). Non farebbe male leggere tutto il capitolo 18 di Ezechiele dedicato a questo tema che, nel giudaismo del suo tempo, costituiva una rottura: il Signore giudica non dalle appartenenze sociologiche, nè dagli alberi genealogici di parentela o dalle iscrizioni ai registri anagrafici parrocchiali.
  2. Poi c’è un secondo livello ecclesiale di lettura costituito dal rapporto tra culto e vita, tra proclamazione e prassi, tra ortodossia ed ortoprassi. Matteo parrebbe essere molto vicino all’indirizzo catechetico di Giacomo: “La fede senza le opere è morta” (Giac. 2,17). Paolo dirà, usando un termine greco quasi intraducibile in italiano (“aletheuontes = facenti la verità”): “fate la verità nell’amore”( Efesini 4,14). Matteo, esperto scriba, sa tradurre e interpretare l’Antica Rivelazione. Non può quindi non ricordare Esodo 24,7. Dopo che Mosè ebbe letto pubblicamente il «documento dell’alleanza» il popolo disse: “Tutto ciò che ha detto il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. M. Buber dice che quella congiunzione tra i due verbi “noi faremo e ascolteremo” va tradotta con “Noi faremo al fine di ascoltare”. Nel Vangelo Gesù dice a qualcuno “Vieni e seguimi”; ad altri dice “Va’, la tua fede ti ha salvato…torna a casa tua…non peccare più”. Accade per il centurione, il paralitico, l’indemoniato, la donna emorroissa, una madre, la donna del profumo, l’adultera[3]. «E che dire di tutti quei “benedetti del Padre” che incontrano Gesù attraverso i carcerati visitati, i malati curati, a cui si fa riferimento nel giudizio finale del Vangelo secondo Matteo?… Bisogna decostruire gli stereotipi “praticanti-non praticanti”… Il rapporto tra la Chiesa visibile e la Chiesa nascosta o disseminata non è un rapporto di contrapposizione, bensì di complementarietà, di dinamismo… Quei fedeli non esprimono la loro fede come desidereremmo, eppure molto spesso la loro vita è apostolica, pur restando secolarizzata»[4]. Papa Francesco alla apertura del Convegno della diocesi di Roma (2013) aveva detto: «Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla. Ma noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire e andare da loro! Siamo minoranza. E noi sentiamo il fervore e lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? … È più facile restare a casa con quell’unica pecorella, pettinarla, accarezzarla… E quando una comunità è chiusa sempre tra le stesse persone, questa comunità non è una comunità che dà vita. È una comunità sterile, non è feconda».

Entriamo ora nella parabola.
Innanzitutto occorre attenzione al dialogo fatto di domande e risposte: All’inizio “Che ve ne pare?” e alla fine “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. Mi intrigano certi dialoghi serrati tra Gesù e gli ascoltatori (noi?). E’ come se mi trovassi con le spalle al muro o, dice il profeta Amos, «come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; riesce a rifugiarsi in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde» (5,19). Praticamente senza scampo. Poi occorre non perdere di vista la vigna che, in questa porzione di tempo liturgico, resta un’icona costante dei rapporti di alleanza con Dio e nell’ambito sociale ed ecclesiale dove l’evangelo è chiamato a diventare amore di qualità. Il cuore del brano evangelico sembra concentrarsi nelle due sentenze di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno…i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla via della giustizia indicata dal Battezzatore». Ed infine non pare di poco conto l’insistenza sul baratro tra il dire e il fare, con una chiara scelta di Matteo a favore del “fare”. La parabola ha due facce: sembra di trovarci di fronte ad una specie di parabola ‘girevole’. Se rivolta ai peccatori li assicura che le loro possibilità sono intatte: il no può diventare sì. Se rivolta ai giusti, parla a loro dei peccatori: sono migliori di voi![5]

“Avendoci ripensato” .
Il dire rimane sempre ambiguo, solo il fare è decisivo. Ma prima del fare, Matteo aggiunge il pentimento. Il testo greco di Matteo sottolinea «”Non voglio!”. Alla fine però avendo mutato parere…». Il mio rischio è quello di non ricredermi neppure “alla fine”. Nessuno dei due figli può vantare una obbedienza perfetta, una piena corrispondenza tra il dire e il fare, tra la parola e la prassi. Nella parabola manca un figlio, un personaggio: quello che dice SI e va di fatto a lavorare. Forse questo personaggio, nascosto e non citato, è Gesù, come dice l’apostolo Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo non fu SI’e NO, ma in lui c’è stato il SI’» (2 Corinti 1,19). Almeno uno c’è riuscito. Alleluia. Per noi l’unica chance di salvezza è la capacità di ricredersi, il coraggio di contraddirsi, di ripensarci. Dunque, si può passare da un no ad un sì! Non devo considerare i “no” miei e di altre persone come posizioni immodificabili. Nella prassi del regno di Dio, cioè sotto lo sguardo di Dio, esiste la possibilità di “ripensare”, di andare oltre i nostri rifiuti. Dio non condanna coloro che fanno fatica a credere, che esitano, che hanno paura a dire di sì: «Queste esitazioni, queste resistenze sono umane, soprattutto davanti ad un appello che disturba e che costa; è normale domandarsi se ne valga la pena… E’ dunque permesso non credere subito, non impegnarsi immediatamente, avere paura… L’essenziale è non far tacere l’appello» (Robert Grimm).

Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Questa piccola parola – “OGGI” – va messa nella dovuta evidenza: «Noi ascoltiamo la parabola oggi, qui ed ora: essa ci raggiunge là dove siamo; fa irruzione nella nostra vita in questo “oggi”, come se tutto il resto fosse cancellato: quel passato che è appunto fatto di esitazioni, rinnegamenti, compromessi e peccati… che alimentano i nostri sensi di colpa» (R. Grimm). Ogni giorno mi è chiesto di decidere, di rispondere. Non posso vivere di rendita dei “sì” di un tempo.

[1] B.Maggioni Le parabole  evangeliche, Vita e pensiero
[2] A.Mello Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon
[3] Mt 8,13; 9,6; Mc 5,19; 5,34;7,29; Lc 7,50; Gv 8,11
[4] Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon, 2019
[5] B. Maggioni o.c.




20 settembre 2020. Domenica 25a
PERDONARE DIO? ANCHE.

Don Roberto Malgesini, 51 anni, si è accasciato a terra, ferito a morte da uno degli “ultimi” per i quali il sacerdote ha speso la vita. Le colazioni all’alba, l’assistenza di notte a chi rimane sulla strada, una coperta, un paio di pantaloni, un piatto caldo, una doccia o anche solo una parola di conforto per chiunque si presentasse alla sua porta a qualsiasi ora, senza soluzione di continuità. “Troppo buono” si sente ripetere più spesso…<<mormoravano contro il padrone…>>Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una.

Preghiamo. O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,6-9
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Salmo 144.  Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,20-24.27
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.  Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.  Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Dal Vangelo secondo Matteo 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

PERDONARE DIO? ANCHE. Don Augusto Fontana
Don Roberto Malgesini, 51 anni, si è accasciato a terra, ferito a morte da uno degli “ultimi” per i quali il sacerdote ha speso la vita. Le colazioni all’alba, l’assistenza di notte a chi rimane sulla strada, una coperta, un paio di pantaloni, un piatto caldo, una doccia o anche solo una parola di conforto per chiunque si presentasse alla sua porta a qualsiasi ora, senza soluzione di continuità. “Troppo buono” è l’espressione che si sente ripetere più spesso…».

…mormoravano contro il padrone… Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una. Sono stato un imperdonabile brontolone. Un Dio così impotente a raccontarsi e farsi capire con parole sue da dover ricorrere alle nostre parole e alle nostre vicende e cose della vita. Oggi ci parla dal di dentro dell’esilio degli ebrei a Babilonia e dal di dentro del lavoro, come parabole del suo regno: mettendo in evidenza le somiglianze con il Regno, ma anche le distanze dalla logica del Regno.  E domenica saremo ad una Cena e in una assemblea, attorno a un pane e vino da mangiare e bere insieme: una parabola, una memoria, così simile e così distante dalla sua Pasqua.  La sua condiscendenza è questa: parlarci attraverso la nostra lingua e il nostro quotidiano facendoci gustare la gioia di aver capito e nello stesso tempo il timore di non aver capito del tutto.
I punti di ingresso della celebrazione ce li offre la prima lettura di Isaia: Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie

Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino.
Il popolo di Israele era prigioniero a Babilonia e già sognava di ritornare nella sua terra, ricostruire tale e quale come era prima e magari sognando vendette nazionalistiche. Il profeta dice che occorre vivere bene l’oggi, approfittare delle opportunità, del kairòs, del passaggio di Dio nella mia condizione di oggi: vorrei cercarlo non solo quando sarò guarito o ritornato, ma anche ora che passa nella mia vita in questa malattia o in questo esilio dei miei sogni. Nella parabola Gesù ci descrive Dio che si accosta a tutte le ore della vita anche l’undicesima e penultima ora di luce della mia giornata di ottantenne, quella in cui anche il più scalcagnato ladrone può sentirsi dire: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Preso all’ultimo momento per i capelli e trattato come una vecchia suora novantenne, verginella per una vita intera. Apocalisse 3,20: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Oggi nella Parabola il Signore bussa all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque, a sera. Sei opportunità per dire le grandi ora della storia biblica, ma non solo; anche le piccole ore dei suoi appelli. «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha chiamato. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna».

Abbiamo pregato nel salmo: «Il Signore è vicino a chi lo invoca». Ma Egli si fa vicino anche a chi non lo cerca. Luca 15: Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una…O quale donna, se ha dieci monete e ne perde una…Un uomo aveva due figli…il padre allora uscì a pregarlo».

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.
Quando lo cerchiamo, lo troviamo o si fa trovare, come si presenta? Dio è al di là, come il cielo è al di là della terra. Un Dio che mi rimane sempre nascosto, diverso, Santo; sembra quasi che quanto più si è fatto trovare da me, tanto più mi è diventato misterioso. «Le deformazioni dell’immagine di Dio è il pericolo che corrono le persone religiose, i cosiddetti operai della prima ora, o i figli maggiori che non sono mai scappati fisicamente di casa. L’eccessiva familiarità, la disinvoltura con cui trattiamo con lui ci impediscono di lasciarci sorprendere. C’è qualcosa di peggio che essere lontani da Dio. Ed è quella presunta vicinanza che non ci fa accorgere della distanza abissale tra noi e un Dio che ci sconcerta; perché se Dio non ci scandalizza, che Dio è?»[1]. Anche oggi sentiamo la finale della parabola in tutta la sua forza incoraggiante e scardinante: «Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».  Stessa conclusione del cap. 19: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».  Ma anche tutta la logica della parabola è estranea ai nostri istinti e alle nostre organizzazioni sociali. Il teologo Hans Weder commenta così: “Tutti gli operai della parabola vengono resi primi…In questa vigna ci sono solo “primi” o, se vogliamo, tutti vengono trattati da primi“. Dio dice apertamente: “Voglio dare a quest’ultimo quanto ho dato a te” (versetto 14). Dio difende energicamente questo Suo diritto a partire dagli ultimi e contesta lo schema rendimento/ricompensa. Non si tratta ovviamente di applicare questa parabola ai normali nostri contratti di lavoro, ma di comprendere la provocazione e la proposta per la nostra vita d’ogni giorno nelle relazioni con le persone, con gli “ultimi venuti”. Poiché veniamo da due domeniche in cui il Signore ci ha detto che siamo dei perdonati e che quindi la nostra chiamata è di essere perdonanti, mi fermerò – in conclusione – su questo sovvertimento: noi accettiamo senza fiatare il dogma della Trinità, della Transustanziazione, della resurrezione e di tutti gli altri misteri, ma è così difficile perdonare a Dio la sua debolezza di cuore; siamo come Giona che si è fatto venire un terribile mal di testa sotto quella piantina di ricino quando Dio si è rimangiata la parola di condanna per gli abitanti di Ninive (Giona 3,10 – 4,11).

Un Dio con cui non si può brontolare.
…mormoravano contro il padrone…
«Il verbo usato da Matteo è gonghizo (=brontolare). Indica l’atto con cui uno fa presente un suo diritto e constata che esso non è stato soddisfatto. Presso il mondo greco, indica l’opposto della riconoscenza dovuta agli dèi. Ha finito con l’indicare l’atteggiamento di chi è ostile a Dio o prescinde da lui, quindi non semplicemente il malumore di chi non vede compiersi una sua aspirazione. E’ il verbo usato per spiegare l’atto del popolo liberato dall’Egitto e non ancora entrato nella Terra promessa che si lamenta del proprio destino. La mormorazione è contro Mosè ed Aronne, ma di fatto è contro Dio stesso, poiché lui ha indicato ai due personaggi di portare il popolo fuori dall’Egitto. La mormorazione muove sempre da una causa concreta: la fame, la sete, la fatica del camminare nel deserto. Alla base sta la liberazione dall’Egitto: il popolo mormora perché a suo giudizio il suo diritto non è stato o non viene soddisfatto. La mormorazione giunge a ridersi di lui ripudiandolo: Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? (Num 14,11). L’uomo dunque si arroga il diritto di giudicare e condannare quel Dio che l’ha liberato; a lui deve fiducia, gratitudine e obbedienza, e invece osa farsene giudice»[2].

[1] A.Pronzato PAROLA DI DIO, Ciclo A, Gribaudi, pag 263
[2] Commento di don Nando Bonati




13 settembre 2020. Domenica 24a
DIO PERDONA. IO NO. Atto secondo.

Il brano di Matteo appartiene al cap. 18, che raccoglie una serie di istruzioni pastorali sull’amore interno alla chiesa: non scandalizzare i piccoli, andare a cercare la pecora perduta, saper correggere il fratello…La parabola di oggi è rivolta alla chiesa e non intende dettare regole per la società la quale ha i propri Codici per amministrare la giustizia.  I versetti dal 21 al 35 concludono questo messaggio con una particolare accentuazione sul “perdonare”: parola molto usata ma spesso di difficile applicazione.

 Preghiamo. O Dio di giustizia e di amore, che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli,  crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio, un cuore sempre più grande di ogni offesa,  per ricordare al mondo come tu ci ami.  Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 27,33-28,9
 Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro.  Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?  Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?  Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?  Chi espierà per i suoi peccati? Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.

Salmo 102 Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 14,7-9
 Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.  Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.  Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
Dal Vangelo secondo Matteo 18,21-35
 In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.  Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.  Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

DIO PERDONA. IO NO. Atto secondo. Don Augusto Fontana
Il brano di Matteo appartiene al cap. 18, che raccoglie una serie di istruzioni pastorali sull’amore interno alla chiesa: non scandalizzare i piccoli, andare a cercare la pecora perduta, saper correggere il fratello…La parabola di oggi è rivolta alla chiesa e non intende dettare regole per la società la quale ha i propri Codici per amministrare la giustizia.  I versetti dal 21 al 35 concludono questo messaggio con una particolare accentuazione sul “perdonare”: parola molto usata ma spesso di difficile applicazione.
La struttura del brano.
Il brano può essere diviso in due parti:  il dialogo con Pietro ‚ e la parabola del servo disonesto.  La parabola, poi, a sua volta, è divisa in 3 scene: Œnel palazzo il padrone con il servo;  in strada il servo col suo collega; Ž nel palazzo di nuovo il padrone con il servo.

E poi la parabola si chiude con una “promessa” che nel Padre nostro diventa preghiera: «Padre, rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».
La narrazione si regge sul contrasto tra l’agire di Dio verso l’uomo e quello dell’uomo verso gli altri uomini. Le parabole ricorrono frequentemente al contrasto paradossale perché il Vangelo è una novità che spezza il corso regolare e prevedibile delle cose e contrasta con la consuetudine. Fra il mondo di Dio e il nostro si verifica spesso una con­trapposizione.

«Quante volte dovrò perdonare?».
Pietro, dopo aver ascoltato il messaggio precedente di Gesù ha un problema molto concreto: ma quante volte occorre perdonare?

Nell’Antico Testamento si racconta un evento (in Genesi 4) da cui Gesù (e Matteo) trae spunto: Caino, dopo aver ucciso Abele, riconosce la colpa davanti al Signore il quale gli promette: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte». Gesù dice di perdonare non sette volte, non settanta volte, ma 70×7=490 volte. Alla vendetta sproporzionata, un perdono illimitato. Luca 17,4 ha una propria versione del perdono: «E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice «Mi pento», tu gli perdonerai».

...il regno dei cieli è simile a… Il comportamento di Dio.
Nella prima scena tutto sembra inverosimile.

  1. Il debito contratto dal servo è di proporzioni irreali (10.000 talenti pari a 164 tonnellate d’oro).
  2. Il servo ha supplicato un rinvio del pagamento («Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò tutto») e si è visto cancellare l’intero debito («lo lasciò andare e gli condonò il debito»). La risposta di Dio è sempre oltre la misura delle aspetta­tive, oltre il ‘giusto’.
  3. Nulla viene detto sulle qualità del servo, se buono e fedele, se abile nel lavoro, se ha reso grandi servizi al suo padrone. Si dice soltanto che ha «supplicato» appellandosi alla magnanimità (makrothumia= animo largo) del padrone, lo ha prega­to come si prega una divinità inginocchiandosi (proskunein).

Il comportamento di Dio appare sempre esage­rato. Mancasse questa esagerazione, immagineremmo l’agire di Dio come una copia del nostro. Il paradosso è un tratto che spesso l’evangelista utilizza per attirare l’attenzione sulla diversità di Dio. Per qual motivo il padrone perdona il debito? Il Vangelo scrive:Impietositosi… (v. 27. Nel testo greco, è una parola tipica dell’amore materno: una commozione viscerale. È il verbo del buon Samaritano e del padre del figlio prodigo. Un verbo che esprime non solo un’emozione, ma comportamenti concreti.

...il regno dei cieli è simile a…Il comportamento dell’uomo.
La seconda scena della parabola ci riporta nel mondo degli uomini. La relazione è fra uomo e uomo. Se leggessimo questa parte della parabola senza aver letto la precedente, saremmo certamente tentati di concludere: è giusto che il denaro prestato venga restituito; il servo che vuol farsi restituire il proprio denaro forse ha sbagliato i modi, ma ha sostanzialmente ragione. Tutto si capovolge, se osserviamo il comportamento di questo servo alla luce dell’antefatto: a lui, per primo, è stato condonato un debito immenso; ora non è capace di una piccola dilazione di tempo né, meno ancora, di un condono (100 denari, pari a 30 grammi d’oro). E così ciò che prima pareva normale diventa incomprensibi­le, del tutto ingiusto. La parabola mira esplicitamente a porre in risalto un antefatto che cambia tutto: cioè guardare le cose a partire dalla «lieta notizia» del perdono immenso di Dio.Il perdono non ha rigenerato il servo, né l’incontro con la gratuità gli ha allargato lo spirito. Non ha capito che accettare di essere perdonati significa entrare in un circolo nuovo di rapporti, nel quale i criteri della cosiddetta “giustizia” diventano subito inadeguati. Se dimentichiamo che noi siamo stati – per primi – perdonati, gratuitamente amati, non comprendiamo più nulla né del perdono di Dio né del nostro perdono verso i fratelli. E diventiamo inevitabil­mente difensori della rigida giustizia, al punto da volerla im­porre anche a Dio. Anziché essere annunciatori del volto nuo­vo e sorprendente del Dio di Gesù, si diventa annunciatori ripetitivi di una figura ovvia di Dio, rigida, triste, troppo simile a come gli uomini se la immaginano per avere la forza di stupirli e affascinarli.

un finale che …corregge la parabola. Perche’?
Nel terzo quadro della parabola l’atteggiamento del padrone si capovolge: alla misericordia subentra la severità. Il motivo è che il servo non si è comportato come lui: «Non dovevi anche tu aver compassione del tuo compagno come io ho avuto com­passione di te?». La generosità del padrone non ha introdotto alcuna novità nel comportamento del servo. Si di­rebbe una generosità sprecata. E la storia finisce così: «Il padrone, adirato, lo consegnò agli aguzzini, finché non avesse pagato tutto il debito».  Se la parabola terminasse qui, potremmo intitolarla: «Storia del fallimento della generosità di Dio». L’uomo non si lascia rinnovare da Dio.

«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello». L’affermazio­ne che conclude la parabola – probabilmente dovuta all’evan­gelista Matteo – appare come un ritorno ad un rapporto non gratuito ma calcolato e tradizionale (se ti penti ti perdono…). Il perdono fraterno sembra diventato la condizione per ottenere il perdono di Dio. Non è più la incondizionata misericor­dia di Dio a guidare il discorso, ma il perdono dell’uomo: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. La parabola si è capovolta (con soddisfazione dei moralisti!). Letta in questo modo, la parabola non ha più nulla che trascende il nostro modo di pensare. La ragione del nostro perdono non è più un perdono già ricevuto, ma il timore di non essere perdonati. C’è nell’uomo – anche nell’uomo credente – una sorta di inerzia che è difficile smuovere. La novità non si fa mai subito strada in mezzo ai vecchi schemi. Matteo aggiunge dunque un ‘correttivo’ che ritie­ne necessario a seguito delle perplessità e dei problemi della sua comunità (e della nostra?).

 Un messaggio praticabile?
La parabola del servo e del padrone offre un messaggio praticabile? Diciamo subito che la parabola non intende indi­care una norma. Rivela anzitutto come Dio si pone davanti all’uomo. È strano che non si dica come ci si debba porre, a nostra volta, davanti a Lui, bensì come collocarci davanti al fratello. L’amore di Dio non è circolare, ma espansivo. È nella linea della gratuità, non della reciprocità. Questo è il nucleo. La parabola non afferma che il perdono illimitato debba esse­re un articolo della Costituzione degli Stati. Tuttavia, dice che ‘questo‘ fareb­be Dio. E’ un invito forte al discepolo perché allarghi lo spazio del perdono, e non della ferrea giustizia, anzitutto nella comunità ecclesiale (Mt 5,23-24: Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono); ma anche nel mondo.

PER APPROFONDIRE.
1° dubbio: «ma io mi sento così perdonato  dal Padre?».

2° dubbio: «Come, dove, quando posso, da cristiano, conciliare perdono e giustizia?». «Il perdono non elimina né diminuisce l’esigenza della riparazione, che è propria della giustizia».[1]
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[1] Messaggio di Giovanni Paolo II per la 30° Giornata mondiale della Pace 1 gennaio 1997: “Offri il perdono, ricevi la pace”.




GIUBILEO DEL CREATO. Settembre 2020
Messaggio di Papa Francesco

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO.
1° SETTEMBRE 2020.
«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Levitico 25,10)

CARI FRATELLI E SORELLE,
Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune. Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra. Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

  1. UN TEMPO PER RICORDARE

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici. Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92). Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

  1. UN TEMPO PER RITORNARE

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita. Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008). Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile. Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi. Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

  1. UN TEMPO PER RIPOSARE

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme! Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono. L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

  1. UN TEMPO PER RIPARARE

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi. Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti. È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summit sul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni. Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore. Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

  1. UN TEMPO PER RALLEGRARSI

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13). C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti. Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia! Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova. 
“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).
Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020
FRANCESCO




PERDONO
Lilia Sebastiani

PERDONO.
Lilia Sebastiani (ROCCA 15/04/09)

Nella tradizione cristiana si è mol­to parlato di perdono: non di rado con sublimità (e sincerità) di parole, e talvolta con profon­de aperture mistiche, ma la pratica pastorale non ha sempre aiu­tato a comprenderlo. L’idea affiorante era sempre che può esse­re perdonato solo chi, oltre a pentirsi, espia, dopo aver confessato la colpa. Ov­viamente nei modi dovuti, altrimenti non funziona. Ciò contribuisce a rafforzare l’idea che il perdono debba essere ‘domandato’ e ‘me­ritato’, e si perde la sua natura di dono, quindi la gratuità.
Il perdono riguarda solo l’imperdonabile.
Di alcune fra le più ardue e luminose in­tuizioni contemporanee sul perdono sia­mo debitori a un filosofo francese, Jacques Derrida, morto nel 1984. In una celebre polemica a distanza con un altro pensato­re francese (W.Jankélevitch) sulla possibi­lità per i sopravvissuti alla Shoah di ‘per­donare’ i responsabili dello sterminio, so­stiene che il solo perdono vero è incondi­zionato e si rivolge all’imperdonabile. Si trova qui la chiave del discorso ma anche lo scoglio più difficile da superare. Parliamo del perdono nel senso più serio (non consideriamo dunque micro-perdo­ni, le piccole scuse, il ‘metterci una pietra sopra’ ecc., che pure sono ben presenti e frequenti nel nostro vissuto), quindi muo­vendo dall’assunto che ci sia stato qualco­sa di grave, di molto grave. Perdonare il perdonabile non significa molto in questo senso. Naturalmente è una cosa che si deve fare; ma non dovrebbe nemmeno chiamarsi perdono.

Quello che chiamiamo il ‘perdonabile’ può rientrare in tre ambiti molto generali.
Il primo è ovvio: quando il male commesso non sia di gravità estrema, un caso in cui rifiutare il perdono sarebbe semplicemen­te un agire stizzoso e nevrotico.
Il secondo: quando il male è oggettivamen­te grande e grave, ma l’offeso comprende le dinamiche interiori che hanno spinto l’of­fensore a fare quello che ha fatto. Nel mo­mento in cui si perviene a questa compren­sione – anche se il male c’è stato e rimane, anche se rimane la sofferenza che ha cau­sato -, il perdono già comincia a germo­gliare, a costruirsi dentro di noi, anche se ancora non accettiamo in pieno l’idea.
Il terzo: quando l’offensore riconosce la pro­pria colpa e quindi richiede il perdono, più o meno esplicitamente. Anche in questo caso rifiutare il perdono costituirebbe un’inammissibile durezza e un’ostinazio­ne psicologicamente sospetta.
In fondo – confessiamolo – nemmeno per­donare il perdonabile ci risulta facilissi­mo, tuttavia la nostra ragione lo compren­de bene: insomma non è ‘iperbolico’. Ma non è nemmeno per-dono: il vero perdo­no è contrassegnato dalla gratuità totale.
Attenzione agli equivoci.
Oggi parlare di perdono risulta impopo­lare, quasi sempre frainteso. Al di fuori di contesti molto specializzati e molto spiri­tuali, espone subito a sospetti di vario ge­nere e a reazioni negative. Nel migliore dei casi si passa per teorici sognatori, ma vi è il rischio di venir accusati anche di debo­lezza e/o di complicità con il male.

E siccome il perdono è disturbante, ‘scan­daloso’, sovversivo, e prenderlo sul serio non significa dare un’indolore adesione intellet­tuale, ma rimescolare a fondo le proprie scel­te esistenziali e morali, la maggior parte delle persone che avviciniamo – anche quando siano di buona o di ottima cultura -, al sen­tirne parlare reagiscono subito con un frain­tendimento difensivo: cioè scambiando il perdono con realtà diverse. Perciò ogni riflessione su ciò che è il per­dono richiede un chiarimento previo su ciò che il perdono non è.
Non è giustificazione del male, innanzitut­to: per renderlo possibile occorre un’idea chiara del bene e del male, una coscienza etica ben strutturata. Non significa ‘depe­nalizzazione’: le eventuali conseguenze pe­nali di un certo agire, le esigenze della società civile, la dimensione giuridica, non possono venir annullate, ma costituiscono una diversa pista di riflessione. Non signi­fica nemmeno ‘prescrizione’ del male avve­nuto (quasi che si potesse smettere di con­siderarlo un male e, anzi, non parlarne nep­pure più, quando sia passato un bel po’ di tempo). Il perdono non è amnistia.
Non è neppure, mi si passi il termine, ‘am­nesia’: non è vero che «perdonare è dimen­ticare». È possibile dimenticare il male che si è ricevuto? Se non è una bugia, può vo­ler dire solo che il male di cui si tratta era irrisorio e trascurabile – e in quel caso il problema di perdonare o non perdonare non dovrebbe nemmeno porsi -, oppure che la persona offesa è di un’incredibile superficialità, o che il trauma ricevuto gli ha causato una perdita di memoria. Come si può dimenticare un male (gran­de, evidentemente: non sprechiamo qui il nostro tempo o i nostri pensieri con i mali piccoli, le piccole offese, che dovrebbero risolversi da sé) che ha segnato tutto il nostro percorso vitale, tutto il nostro modo di essere? Quando in una vita umana si determina una lacerazione di questo ge­nere, è chiaro che nulla – dopo – può più essere come prima. È vero che il tempo esercita sempre e comunque la sua opera, per cui può darsi che il dolore, dopo dieci o vent’anni, sia meno esplosivo, che si rie­sca a parlarne … , ma quella ferita che alte­ra tutto il rapporto dell’offeso con il mon­do, tutto il suo modo di sentire la vita, ade­risce alla persona: viene a far parte stabil­mente della sua identità, della sua fisiono­mia, e non si può togliere.
Quindi, perdonare non significa «faccia­mo come se non fosse successo nulla». Non è possibile se non a patto di un’operazione artificiosa, di assoluta improponibilità psi­cologica e storica, un’ operazione che tra l’altro sottintende una pavidità inaccetta­bile. No, non è quello il perdono.
Perdonare una persona, non una cosa.
Il perdono si riferisce sempre alla persona, non alla cosa che ha fatto. Non è una scoperta: seppure con altri termini, è la vec­chia distinzione agostiniana – ripresa da molti altri, fra cui Giovanni XXIII -, tra il peccatore e il peccato, tra l’errore e l’er­rante. Non si tratta dunque di perdonare il male in sé, ma di conservare l’approccio umano, in termini umani, agli esseri uma­ni che in quel male hanno le più gravi e riconoscibili responsabilità. Questa formu­lazione prudente è l’unica accettabile in un’etica centrata sulla persona umana e su un Dio in relazione.

Si sta diffondendo la consapevolezza che nessuno, nemmeno la persona più buona che si possa immaginare, possiede al cen­to per cento il merito della sua virtù e del male che non ha mai neppure sognato di commettere; non si potrà mai dire fino a che punto la sua buona vita, la sua virtù intemerata, siano proprio merito suo, e non piuttosto il frutto di una serie di cir­costanze fortunate, dell’ambiente in cui è avvenuta la sua formazione, delle oppor­tunità che gli si sono presentate … o delle negatività che non gli si sono presentate. D’altra parte, anche lasciando alla respon­sabilità umana tutto il suo peso, nessuna persona può essere considerata responsa­bile al cento per cento, responsabile da sola del male che ha fatto: perché le profondità del cuore umano sono quasi inesplorabili, e sulle nostre scelte pesano la storia e la cultura, pesano le deformazioni della co­scienza storica e tutto il male del mondo, che a distanza forse riusciamo a vedere in modo un po’ più limpido di quanto non si riesca a vederlo standovi dentro. L’idea di fondo è semplice e assoluta: il perdono è assolutamente gratuito e asim­metrico. È pericoloso stabilire troppo di­sinvolte corrispondenze (anche solo verba­li) tra perdono e riconciliazione. La diffe­renza di fondo sta nel fatto che la riconci­liazione esprime e presuppone un agire reci­proco. Invece il perdono non ha altro fine che se stesso e non ha condizioni, è al di fuori di ogni logica di scambio.
Ciò non vuol dire, è chiaro, che la riconci­liazione non sia importante, e o che non lo sia la redenzione del colpevole. Sempli­cemente sono realtà diverse. Forse comun­que se si cominciasse a seminare qualche seme di perdono ‘vero’, non potrebbe non avvenire a poco a poco un risanamento dei rapporti umani, una resipiscenza, un ini­zio di redenzione.
Il perdono come sfida creativa.
Dicevamo che la tradizione cristiana ha parlato spesso di perdono ma non l’ha ve­ramente insegnato, e spesso ha fatto emer­gere l’idea di un Dio che è buono con chi è buono, prontissimo però a diventare terri­bile con chi non lo è. Con ciò si distrugge nei fatti l’immagine di un Dio Amore, e si dimentica l’uomo immagine di Dio per far­si un Dio a immagine dell’uomo, a imma­gine di ciò che vi è di peggio nell’uomo. Non sarebbe giusto darne la colpa ai pa­stori soltanto. Anche molte pagine dei due Testamenti mostrano come sia difficile per il pensiero e le parole umane (e per la psi­cologia umana, e per il senso di ‘giustizia’ intesa in senso unicamente retributivo) affrancarsi da immagini e schemi di pen­siero che recalcitrano al nuovo di Dio. L’immagine contraffatta di Dio, che forse nessuno sottoscriverebbe più, ma che co­munque ha lasciato tracce nella tradizio­ne e nella cultura che abbiamo intorno, è responsabile della maggior parte dell’atei­smo contemporaneo, ne sia o non ne sia consapevole chi lo professa.

L’idea dell’inferno, fosse pure come possi­bilità, costituisce un oltraggio tale e una tale smentita nei confronti di un Dio di amore infinito, che nessun pensiero dei fratelli più deboli (se sono ‘deboli’, è una ragione di più per non sviarli e ingannar­li!), nessun rispetto della tradizione, nes­suna riverenza verso un magistero della chiesa che ancora esita a cancellare que­sta idea terribile e preferisce parlare gene­ricamente di speranza nella misericordia divina, può autorizzarci non dico a conti­nuare in questa credenza, ma a non denun­ciarne le persistenze.
Immergersi nell’impossibilità, nello ‘scan­dalo’ del perdono fa sperimentare la tra­scendenza. Siamo indotti a chiederci se perdonare sia possibile all’uomo o rientri nelle prerogative di Dio. Quando Gesù comanda di ‘amare’ i nemi­ci, vieta l’odio, certo; ma non chiede di aver simpatia per loro. La simpatia non si co­manda: c’è o non c’è, e i nemici non si amano nello stesso modo in cui si amano gli amici. Amare il nemico significa invece impara­re a dissociarlo dalla sua colpa. Può aver fatto le cose più orripilanti che si possano immaginare ma, come persona, non coin­cide mai al cento per cento con quello che ha fatto. Una persona è sempre infinita­mente più grande delle cose che fa. Anche delle cose buone. Perdonare l’altro non significa che da ne­mico diventerà un grande amico (senza es­sere del tutto impossibile, è certo difficile, e comunque il senso del comando evange­lico non tende a questo); invece perdonar­lo significa non lasciarlo inchiodato alla sua colpa per sempre, non pietrificare il dinamismo infinito del divenire umano. Non significa dimenticare il passato: an­che perché, come si è già detto, certe ferite del passato fanno parte di noi, e non sa­rebbe possibile cancellarle senza cancel­lare la nostra storia e noi stessi. Significa liberarsi gradualmente dal peso del passa­to, che impedisce di andare avanti. Per li­berarsene occorre accettare l’idea che quel passato c’è stato, che ha contribuito a pla­smarci come siamo.
Perdonare significa rinunciare alla vendet­ta, e guardare l’altro come un essere uma­no portatore di un futuro infinito; signifi­ca anche sperare in un futuro in cui que­sta persona avrà parte; soprattutto ammet­tere, per l’offensore come per l’offeso, la possibilità di un nuovo futuro da costrui­re insieme. Il perdono è davvero l’impossi­bilità che diviene possibile.
Qui troviamo il culmine dell’etica cristia­na, radicata nella dismisura dell’amore di Dio, e nello stesso tempo il suo fondamen­to. Si tratta di un’etica iperbolica, certo, ma non per questo irreale, o asociale, o ir­razionale: in essa risiede l’unica speranza per l’umanità, l’unica via all’umanizzazio­ne del mondo. Parliamo di etica, ma è un’etica che va oltre se stessa: ha il fonda­mento e la meta nell’ escatologia, e non rie­sce a comprenderla chi non è capace di operare questo passaggio di piano. Il perdono significa fedeltà al Dio che fa nuove tutte le cose, e non è un dato, ma un percorso o, meglio, un dinamismo. Non è possibile attingere questo livello dell’etica senza la fede e senza la speranza che della fede costituisce il risvolto dinamico, sen­za l’amore che supera infinitamente le no­stre modeste capacità di ‘voler bene’, per­ché è frutto e segno dell’inabitazione in noi dello Spirito.




6 settembre 2020. Domenica 23a
DIO PERDONA IO NO. Atto primo

«Un viandante passava un giorno per la strada, quando gli passò accanto di corsa un uomo a cavallo. Aveva lo sguardo cattivo e le mani sporche di sangue. Qualche minuto dopo spuntò un gruppo di cavalieri, i quali chiesero al viandante se aveva visto passare uno con le mani sporche di sangue. Lo stavano inseguendo.«Chi è?» chiese il viandante.«Un assassino»  rispose il capo della comitiva.«E lo state inseguendo per consegnarlo alla giustizia? » chiese ancora il viandante.« No – disse il capo – Lo inseguiamo per insegnargli la retta via». Se malauguratamente investiamo qualcuno, siamo tenuti a fermarci per soccorrerlo, altrimenti la legge e il codice della strada ci rendono colpevoli di omissione di soccorso. Se invece vediamo qualcuno in difficoltà e non interveniamo, per la legge non è omissione di soccorso.

Preghiamo. O Padre, che ascolti quanti si accordano nel chiederti qualunque cosa nel nome del tuo Figlio, donaci un cuore e uno spirito nuovo, perché ci rendiamo responsabili della sorte di ogni fratello secondo il comandamento dell’amore, pienezza di tutta la legge. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Ezechièle 33,1.7-9
Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».

Salmo 94  Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 13,8-10
Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Dal Vangelo secondo Matteo 18,15-20
Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». 

DIO PERDONA, IO NO. Atto primo[1]. Don Augusto Fontana
«Un viandante passava un giorno per la strada, quando gli passò accanto di corsa un uomo a cavallo. Aveva lo sguardo cattivo e le mani sporche di sangue. Qualche minuto dopo spuntò un gruppo di cavalieri, i quali chiesero al viandante se aveva visto passare uno con le mani sporche di sangue. Lo stavano inseguendo.«Chi è?» chiese il viandante.«Un assassino»  rispose il capo della comitiva.«E lo state inseguendo per consegnarlo alla giustizia? » chiese ancora il viandante.« No – disse il capo – Lo inseguiamo per insegnargli la retta via» [2].
Se malauguratamente investiamo qualcuno, siamo tenuti a fermarci per soccorrerlo, altrimenti la legge e il codice della strada ci rendono colpevoli di omissione di soccorso. Se invece vediamo qualcuno in difficoltà e non interveniamo, per la legge non è omissione di soccorso. Anche nel nostro essere cristiani possiamo correre il rischio di fermarci all’osservanza stretta della legge. Qualcuno arriva a dire “Vivi e lascia vivere.”. La Parola di Dio di oggi ci mette in guardia. Il salmo di questa domenica ci ha fatto ripetere: “Ascoltate oggi la voce del Signore”. Dice infatti nella prima lettura il profeta Ezechiele: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia […] se tu non parli per distogliere il malvagio dalla sua condotta […] della sua morte chiederò conto a te”. Ognuno di noi è responsabile del fratello; “respons/abile” nel senso etimologico del termine: “abile a rispondere” della vita degli altri e di questo il Signore ci chiederà conto.
Quando domenica scorsa Matteo riferiva la frase di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo mi segua prendendo la croce”, gli occorreva una spiegazione. Alla domanda: “Cosa significa portare la croce?”, Matteo risponde riferendo, nel cap. 18, le indicazioni di Gesù alla sua comunità di discepoli. Viene chiamato il “Discorso ecclesiale” che è la quarta delle 5 grandi raccolte di “discorsi” di Gesù nel Vangelo di Matteo.
Il cammino della fede cristiana non è un’esperienza privata e solitaria, ma avviene dentro e con una comunità; allora si pone il problema dell’atteggiamento da assumere di fronte al comportamento di un membro che, a tuo giudizio, sta sbagliando.
Matteo, dopo aver ricordato (18,12) lo stile del buon pastore che lascia le 99 pecore al sicuro per cercare quella perduta, affronta esplicitamente il problema della riconciliazione, della correzione fraterna, del perdono, del dialogo. E noi sentiremo risuonare per 2 domeniche questi inviti.

La difficile riconciliazione nella Chiesa.
Matteo, di fronte alla situazione di grave peccato all’interno della comunità, offre alcuni indirizzi:

1- La comunità intera e ogni singolo membro, deve prendersi in carico il fratello che sbaglia. Il testo evangelico si rivolge al “Tu” di ogni credente: “Tu va e ammoniscilo…tu prendi con te alcuni testimoni…tu dillo alla comunità e se il tuo fratello….avrai riconquistato il tuo fratello”. Dunque non una responsabilità delegabile agli altri, ma una sollecitudine personale che non lascia scampo. S. Paolo (1a Corinzi 9,21-22) “Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge…per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”[3].  Inoltre proprio nel momento in cui un fratello sbaglia contro di te, questo è il momento in cui anche la chiesa si mobilita e si mette in cammino. E’ tutta la chiesa che si deve consumare per uno solo. L’assemblea, la chiesa, che è la convocazione dei perdonati, la convocazione di coloro ai quali è stata usata misericordia dal Cristo, è lo strumento per eccellenza della misericordia.
2- Il metodo della correzione fraterna diventa l’indicazione pratica di come si diventa sentinelle corresponsabili gli uni degli altri. Ma è l’atteggiamento interiore che è importante: forse è ancora facile dire in faccia agli altri quello che gli va detto, ma questa non è correzione fraterna, resta giudizio o predicozzo. Il verbo gr. èlenxon che è stato tradotto con “ammoniscilo” letteralmente significa «convincilo». Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è il dialogo mite di un fratello che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, è cosciente del rischio di avere una trave conficcata nel proprio, trave che deformerebbe la percezione della realtà (Mt 7,4). Storicamente è avvenuto che la correzione fraterna, soprattutto nei monasteri a partire dai Monaci ebrei di Qumran del 1° secolo, avvenisse dopo la lettura della Parola di Dio perché davanti alla Parola di Dio nessuno può esimersi dal riconoscersi in deficit di fedeltà. Oggi s. Paolo dice che dobbiamo considerarci sempre in deficit: “Non abbiate alcun debito con nessuno se non quello dell’amore fraterno”. Che è come dire che non riusciremo mai ad andare in credito o alla pari di amore con Dio e con gli altri. S. Paolo in 1 Cor. 6,1-7 raccomanda addirittura di non risolvere le questioni davanti ai tribunali civili, ma di comporle all’interno della Comunità. E anche quando la riconciliazione con il fratello non accade “trattalo come un pagano e un pubblicano” e cioè come Gesù trattava i pubblicani e i peccatori: «i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”» (Mt 9,11).
3- La prima preoccupazione non deve essere quella del fare pulizia dentro la comunità secondo il proverbio popolare molto comune, ma poco evangelico: “Meglio pochi, ma buoni”. La prima preoccupazione è “guadagnare il fratello”. La preoccupazione di Gesù non è quello di buttare fuori le mele marce, ma che il fratello capisca che di fatto rischia la rottura con la comunità storica a cui appartiene, anche se resta ancora nelle preghiere della comunità: «se due di voi sulla terra si accorderanno per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà».  Questo “accordo” in greco esprime la “sinfonia (lett. “faranno una sinfonia”; in gr.sunfonesosin). Nella sinfonia ci sono voci diverse, ma sono accordate tra loro, per cui esce non un rumore, bensì un’armonia, una “sinfonia”, appunto. La preghiera cristiana deve perciò essere fatta da molte persone in accordo le une con le altre, in modo da fare una sinfonia. La grave responsabilità che Gesù aveva affidato a Pietro di legare e di sciogliere, ora viene esteso a tutti i membri della comunità: ”Tutto quello che legherete sarà legato….”. E qui è utile ricordare che Gesù ci aveva messo in guardia di non fare come certi farisei che «Legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). Il metodo delle scomuniche e dei roghi purificatori, fisici e morali, è un metodo che ha lasciato troppe drammatiche perplessità per non dover andarci cauti ad invocare ostracismi, tribunali ecclesiastici e liste di proscrizione. «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»: questa frase è la traduzione cristiana di un tema biblico importante: l’abitazione e la presenza di Dio. Il Signore abita in una tenda in mezzo al suo popolo e, nella tenda, accompagna il popolo nel suo pellegrinaggio nel deserto. Così per il tempio di Gerusalemme: lì abita il Nome del Signore. Un testo della Mishnà (una raccolta ebraica di leggi) dice: “Se due persone sono riunite senza che parlino della Torah, della Legge, è una riunione di burloni; ma se due persone sono riunite e parlano della Torah, la shekinah (Dio stesso) dimora in mezzo a loro”. Ora, quello che per l’Ebreo era la Torah, per il cristiano è Gesù. Se due persone sono insieme nel nome di Gesù, c’è la sua presenza. Tutta la storia del mondo termina, secondo la Bibbia, quando Dio abiterà fra gli uomini per sempre: “Ecco la dimora di Dio fra gli uomini; egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (Ap 21,3-4).

La difficile riconciliazione nella società.
In occasione del Giubileo del 2000, la Caritas Italiana aveva emesso un documento programmatico intitolato “Liberare la pena”. In esso mi avevano interessato alcuni passaggi: «La mediazione penale: con il termine “mediazione” si intende, in via generale, un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari… Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’agente del reato hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma, per esempio, di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».  Gli scenari futuri lasciano intendere una diffusione della Giustizia Riparativa. Il Carcere arriverà ad essere estrema ratio? Il Card. Martini affermava: “la carcerazione va vista come un intervento di emergenza, un estremo rimedio per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana; è un rimedio necessario per fermare coloro che, afferrati da un istinto egoistico e distruttivo, hanno perso il controllo di sé, calpestano i valori sacri della vita e delle persone e il senso della convivenza civile[4].

Insomma, mentre vorremo lavorare per sbloccare certe situazioni, resta vero che l’istituzione penitenziaria va troppo adagio nel proporre riforme che rendano, innanzitutto, la vita in carcere più umana e socializzante. Il carcere è un ambiente ad ‘istituzione totale’ che per la sua stessa natura rischia di ripiegarsi sempre più su se stesso, nel suo isolamento, divenendo luogo di esclusione e di rifiuto, amministrato da rigidi regolamenti finalizzati alla custodia e retto da pratiche che sanno sempre di repressione, ‘misure limitative e privative della libertà’.
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[1] ATTO SECONDO, domenica prossima 13 settembre 2020
[2] Da Antony  Mello LA PREGHIERA DELLA RANA Vol. 1° pag. 116
[3] A dimostrazione che il passaggio dagli indirizzi di fondo della riconciliazione alla prassi concreta necessita di discernimento, posso citare Paolo che in alcune occasioni adotta criteri che appaiono contradditori come nel caso di un grave scandalo (2 Tess 3,6): «Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi».
[4] Colpa e Pena, per una nuova cultura della giustizia, atti del convegno, Bergamo 2000.




IN NOME DEL DIO PROFITTO
Don Enrico Chiavacci

In nome del dio profitto.
don Enrico Chiavacci[1]
Jesus n°11.  Novembre 1999

Il Concilio, con la teologia della Gaudium et spes, ha fatto uscire la Chiesa da quattro secoli di visione privatistica della salvezza (la salvezza eterna di ogni singola anima) e dal conseguente orientamento restrittivo dell’ecclesiologia e della teologia. Vi è una salvezza, un traguardo escatologico per la famiglia umana e la sua storia (Gaudium et spes, n. 45). Indirizzare e accompagnare la famiglia umana verso tale traguardo è preciso compito della Chiesa: compito non esclusivo (lo Spirito soffia dove vuole), ma ineludibile, in quanto continuazione dell’opera salvifica di Cristo. Non vi sono due storie: quella della salvezza e quella dell’umanità. “La storia è storia di salvezza”, è il lento e doloroso cammino della famiglia umana verso la pienezza del Regno, verso la sua trasformazione in “famiglia di Dio” (Gaudium et spes, n. 40). E il traguardo è la pace, la città di Dio in cui «tutti si servono vicendevolmente nella carità» (Agostino, De civitate Dei, XIV,28). Si tratta dunque di un cammino verso una logica globale di convivenza della famiglia umana intera, una logica che rispecchi l’Assoluto della vita trinitaria. Come il Figlio dell’Uomo è venuto per servire e non per essere servito, così nessun essere umano «non può pienamente realizzarsi, se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, n. 24).  Così il “sociale” – la complessa rete di strutture in cui si deve configurare la vita di relazione di ogni singolo – diviene campo di impegno e di primaria responsabilità morale per ogni cristiano (come per ogni uomo di buona volontà). La lotta per fare del mondo un «luogo di autentica fraternità» (Gaudium et spes, n. 37) durerà quanto dura la storia, e in essa il cristiano è inevitabilmente inserito: «in questa lotta inserito» (ivi).  Così l’economia, e l’inserimento del cristiano nello studio e nell’attività economica divengono inevitabilmente riflessione teologica ed etica.
Per comprendere dunque la nostra chiamata occorre capire che cosa sia oggi “economia” su un doppio versante:

  • quello delle strutture essenziali entro cui ogni attività economica (produzione, distribuzione, finanza) si svolge;
  • quello delle condizioni di vita della famiglia umana, generate o mantenute dalle dette strutture.

È chiaro che l’interesse teologico primario è per il secondo versante, ma quello che in esso avviene è determinato primariamente dal versante strutturale. Uno studio serio della situazione in cui versa la famiglia umana deve perciò partire dallo studio delle strutture fondamentali della vita economica sul pianeta Terra. Qui posso solo accennare ad alcuni elementi essenziali.
Nessuna forma di vita economica, anche primitiva, può pensarsi senza un supporto strutturale, sia a livello di villaggio sia di Stato sovrano. Ma oggi vi è un unico sistema di strutture che governa la vita economica dell’intera famiglia umana. Questa “globalizzazione” è per il cristiano qualcosa di auspicabile: ormai lo sguardo del cristiano si deve estendere alla famiglia umana considerata come un unico corpo sociale. La stessa idea tradizionale di “bene comune” deve intendersi come bene comune della famiglia umana.
Ma è dal tipo di strutture della globalizzazione che dipende il perseguimento di tale bene comune: la domanda è se le attuali strutture consentano il miglioramento della qualità della vita di ogni essere umano ovunque sulla terra (cfr. Gaudium et spes, n. 77), per l’oggi e anche per il domani della storia umana (è qui la gravità del problema ecologico).
Oggi le strutture tradizionali dell’economia –produzione e distribuzione (mercato)– sono irreversibilmente globali. Oggi si produce per componenti: sia le 4-5 parti di una videocassetta sia le 172.000 parti di un Airbus possono essere prodotte ciascuna in un luogo diverso della Terra, assemblate in un altro, commercializzate in un altro ancora. In molti casi si produce dove si ha il minor costo del lavoro (circa 30 dollari l’ora in Germania, 20 negli altri Paesi industrializzati, da 0,5 a 2 nei Paesi più poveri). In altri casi si produce dove esiste manodopera altamente specializzata. In altri casi ancora alcune componenti sono prodotte solo da pochissimi centri specializzati (una nuova molecola per le bioingegnerie o un motore per grandi aerei di linea solo General Electrics, Pritt & Whitney, Rolls Roice possono produrli).
Lo stesso avviene per il commercio e la distribuzione: si compra e si vende dove conviene. Qualsiasi operatore può comprare all’ingrosso a Hong Kong e vendere a Milano, per distribuire poi al dettaglio in Usa o in Thailandia. Nessun Governo, pur potente che sia, può realmente governare produzione e mercato, se non con pochi strumenti (dazi, incentivi o disincentivi) deboli e destinati a sparire.
Tutto ciò è oggi possibile per l’avvento di nuove tecnologie. Due in particolare:

  • la rivoluzione del silicio, e cioè elettronica e informatica, che consente trasmissione di dati, ordinativi, trasferimenti di denaro eccetera;
  • una radicale trasformazione dei sistemi di trasporto merci, con navi che possono contenere 8.000 containers e con treni merci per lunghe distanze (Usa, Australia, Sudafrica, Russia) che trasportano 10/20 mila tonnellate (in Europa il limite è di norma 2 mila). In tal modo l’incidenza del costo del trasporto per unità di prodotto è irrisoria.

Queste due realtà tecniche sono irreversibili, e sono molto recenti (non più di vent’anni), e così spiazzano tutte le teorie e le logiche economiche attualmente disponibili. Ma dopo la rivoluzione del silicio si hanno due fenomeni altrettanto nuovi.

  • Il primo fenomeno è l’inserimento massivo nella produzione del momento di ricerca e sviluppo (“R&D”: research and development). I nuovi treni veloci europei hanno richiesto 10-12 anni dalla prima ideazione alla produzione di serie; nuovi aerei militari sono già in progetto da anni e saranno pronti verso il 2010. Ciò richiede un enorme incremento del capitale necessario, e perciò una sempre maggiore concentrazione del capitale disponibile sulla faccia della Terra e della sua gestione, al di sopra delle teste di qualsiasi Governo o Stato.
  • Il secondo fenomeno: oggi non esiste più il capitalista-padrone. Tutto il denaro, comunque raccolto ovunque nel mondo, è gestito da società finanziarie, che a loro volta sono controllate da finanziarie di ordine superiore. In tal modo il mondo della finanza è completamente separato dal mondo della produzione. Una finanziaria trae profitto esclusivamente dal movimento del capitale (finanziario), e così il capitale si muove freneticamente da un capo all’altro della Terra, in tempo reale e non controllabile da nessun Governo, sempre e solo in cerca del massimo profitto finanziario. “Cosa, per chi e come” si produca non ha alcun interesse per i veri manovratori del capitale mondiale. Molte migliaia di miliardi di dollari si spostano ogni 24 ore, e sempre in cerca di massimizzazione del profitto privato, da cui è, per principio, esclusa ogni preoccupazione per il bene comune, per i reali bisogni dell’uomo.

Le condizioni di vita della famiglia umana.
In sintesi i Paesi ricchi hanno un Pnl[2] pro capite di 20/30 mila dollari.

In America latina il Pnl si colloca fra 1.000 e 4.000 dollari, e cioè a un decimo dei Paesi ricchi: ma l’America latina gode di un’iniqua distribuzione delle ricchezze che non ha eguali nel mondo.
In Brasile vi sono circa 30 milioni di ricchi e 130 milioni di poveri.
In Africa, escluso il Sudafrica, il Pnl oscilla fra 100 e 700 dollari, ma nell’Africa subsahariana difficilmente supera i 200: siamo perciò a un centesimo della ricchezza disponibile da noi.
In Asia, salvo le note eccezioni, il Pnl oscilla fra 260 dollari (Cambogia) e 500 dollari (Cina). India e Cina messe insieme – oltre un terzo dell’umanità – hanno una media di un dollaro e mezzo al giorno per abitante, ivi comprese le spese pubbliche di ogni genere.
Due importanti indicatori della qualità umana della vita sono l’attesa media di vita e la mortalità infantile: qui si rispecchia la disponibilità di cibo, di acqua potabile, di assistenza sanitaria, di educazione di base, e la presenza di violenze e drammi sociali inevitabilmente connessi alla miseria.

Per Paesi ricchi l’attesa media di vita è 75/80 anni; in America latina è di 55/65 anni (salvo Cuba che è su livelli europei); nell’Africa subsahariana raramente arriva a 50 anni; nell’immensa Asia povera è fra 55 e 70 anni. La mortalità infantile, calcolata sui morti nel primo anno di vita su mille nati vivi, nei Paesi ricchi è di circa il 6/7 per mille (media Unione europea 5,6, Usa 8). In America latina oscilla fra 20 e 65 (salvo Cuba che è a livelli europei e migliori di quelli Usa); nell’Africa subsahariana è generalmente sopra a 100; in Asia oscilla fra 35 e 100. Si tratta di un quadro spaventoso di una famiglia umana spaccata in due, in cui meno di un quinto assorbe più di quattro quinti delle risorse disponibili. Deve esser ben chiaro che ogni area di miseria ha caratteristiche diverse, e che ogni Governo ha una parte di responsabilità. Ma deve esser soprattutto ben chiaro che si tratta di una realtà strutturale, stabile, causata o mantenuta dalle strutture economiche globali che ho descritto. Ci siamo commossi vedendo i bambini nei campi di raccolta per un terremoto o per una guerra. Ma non riflettiamo che quelle condizioni miserabili derivano da fatti ben precisi, sono congiunturali e transitorie. E sono molto migliori delle condizioni di normalità in cui la maggior parte dei bambini del mondo vive e vivrà senza speranze e senza prospettive. Non esiste agenzia o progetto con sufficiente autorità per cambiare la tragedia che incombe sulla famiglia umana: chi potrebbe non ha nessun interesse a farlo, e chi vorrebbe non ha potere per farlo.  Dietro a tutto questo vi è la logica di massimizzazione del profitto finanziario privato che va perseguito a ogni costo, e naturalmente al costo della qualità della vita della grande maggioranza degli esseri umani. Non si investe per soddisfare bisogni essenziali dell’uomo: investire per i poveri della Terra non dà tanto profitto quanto investire per i non-bisogni dei ricchi. Grandi corporations medicali rifiutano di investire in ricerca per le urgenze sanitarie dei poveri (malaria, tubercolosi, Aids), dichiarando esplicitamente che la ricerca non darebbe sufficiente ritorno finanziario (The Economist 14.8.99: Helping the world’s poorest). Meglio investire in armi, droga, alte tecnologie. Non si investe per creare occupazione, ma disoccupazione: con nuove macchine si riducono i costi del lavoro. Di norma nelle grandi Borse la notizia dell’aumento dell’occupazione crea crolli di azioni. Ogni cautela ecologica incide inevitabilmente sui profitti, e non offre sufficiente rapporto costi/benefici in tempi brevi. La tragedia della famiglia umana si andrà sempre più approfondendo. Solo da pochi anni alcuni liberisti più illuminati insistono su sanità e educazione per i poveri, ma la maggior parte degli economisti e la totalità degli operatori economici non ci pensano neppure.

Gravi sono le colpe della teologia cristiana, cattolica e protestante (soprattutto riformata nordamericana).
Colpe della teologia sistematica, che si è occupata solo della salvezza delle singole anime dimenticando totalmente il cammino dell’umanità verso la pienezza del Regno.
Colpe della teologia morale che si è fermata, a partire dal Catechismo Romano dopo il Concilio di Trento, al tema del “non rubare”: il vero tema della morale economica nel Vangelo è invece quello del significato che i beni terreni hanno nell’orizzonte di fede del cristiano.
Invece si è annunciato che le ricchezze, una volta legittimamente acquistate, sono strumento di esercizio della libertà personale col solo limite di fare ogni tanto qualche elemosina. Ma per i Padri e per Tommaso D’Aquino chi non dà del suo al bisognoso commette ingiustizia: è tanto ladro chi non soccorre il povero quanto chi ruba i beni altrui. Ancora oggi vi sono scuole di pensiero cattolico che sostengono essere il liberismo capitalistico attuale la miglior forma di attuazione del Vangelo, in quanto garante del personalismo e della libertà. E anche documenti pontifici parlano di capitalismo selvaggio: è una visione vecchia, da “padrone delle ferriere”. Oggi, nella situazione sopra illustrata, il capitalismo è inesorabilmente “selvaggio”: nessuna idea di bene comunque può governarlo. La dottrina, anch’essa vecchia di oltre un secolo, della “mano invisibile” del libero mercato è solo un paravento morale che copre una iniquità sostanziale: il libero mercato di dimensioni planetarie fra aree povere e aree ricche serve solo a arricchire i ricchi e impoverire i poveri. Se il povero vuole anche solo sopravvivere deve sottostare alle condizioni imposte dai ricchi: ed è appunto questa, fino ad oggi, la politica costante del Fondo monetario internazionale. Ma molti poveri, come nell’Africa subsahariana, hanno urgenti bisogni che non possono neppure “diventare domanda sul mercato”: semplicemente non hanno soldi per stare sul mercato.
Occorre dunque ripensare nelle sue radici l’annuncio morale cristiano sulla storia e sull’economia: il Concilio ha indicato con chiarezza la via, ma finora sembra che pochi se ne siano accorti o siano disposti a seguirla senza compromessi. La logica della massimizzazione del profitto, quali che siano i costi umani che essa esige, unita allo pseudo-dogma del liberismo economico, sta ormai prevalendo a tutti i livelli. Dal livello finanziario è entrata al livello aziendale, al livello di proposta di politica economica per i governi, a livello personale. Ormai “l’avere di più perché è di più”, e non come possibile strumento per soddisfare ragionevoli bisogni nostri e altrui, sta diventando la regola suprema dei comportamenti privati. Negli Usa è diventata una vera ossessione generalizzata: con l’avvento di Internet è ormai possibile per il privato operare direttamente e in tempo reale sul mercato finanziario, e molti passano le giornate a muovere denaro al computer per cercare di arricchirsi rapidamente. Non solo la ricchezza, ma l’arricchimento costante come fine a sé stesso è diventato il nuovo idolo, il nuovo ideale di vita nei Paesi ricchi.
La teologia morale cattolica dell’ultimo secolo non ha saputo, o voluto, dir niente al riguardo; quella protestante americana, legata all’idea dell’arricchimento come segno di predestinazione, ha favorito tale tendenza. Per molti americani Wasp (White, anglo saxon protestant) se uno è povero lo è per propria colpa: circa 40 milioni di cittadini statunitensi poveri non godono di alcun diritto all’assistenza sanitaria. Si mira a ridurre al minimo le tasse per la salute per poter aumentare quelle per armamenti.
In questo modo il liberismo economico sta divenendo liberismo sociale: nessuna preoccupazione per il bene comune della comunità “Stato” – per non parlare della comunità “famiglia umana” – è ormai proponibile; lo “Stato sociale” è ormai irriso da molta stampa Usa come «old style».
E molti cattolici si adeguano, col ridicolo pretesto della paura del comunismo. Ma nel Vangelo la ricchezza materiale “non è vera ricchezza, non è ricchezza” per noi seguaci del Signore (cfr. Luca 16). La ricchezza vera è Dio e l’avvento del suo Regno. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia è cercare la crescita di una convivenza umana di fraternità, di condivisione, di pace. Se la teologia non saprà leggere l’economia come vero luogo teologico, luogo in cui dobbiamo cercare – studiando con passione, piangendo e pregando – quale sia il progetto e la chiamata di Dio per noi qui oggi, la Chiesa avrà tradito la sua missione.
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[1]  Don Enrico Chiavacci (1926-2013) è stato uno dei massimi teologi morali italiani del secondo Novecento, soprattutto nei temi dell’etica sessuale, della giustizia sociale e della pace.
[2] (Prodotto nazionale lordo: la somma di tutte le ricchezze comunque prodotte in un Paese, espressa in dollari e divisa per il numero degli abitanti, valore sommariamente indicativo della ricchezza disponibile; la sua distribuzione dipende in parte dai singoli governi, ma sempre entro il limite del Pnl)




REFERENDUM. TAGLIO DEI PARLAMENTARI
Franco Monaco

Taglio dei parlamentari, riforma controversa.
Franco Monaco
25 agosto 2020 (Settimana news)

Solo ora, a un mese dalla sua celebrazione, si accende la discussione sul referendum costituzionale con il quale i cittadini-elettori sono chiamati a confermare o respingere il taglio dei parlamentari approvato a larga maggioranza dalle Camere. Eppure si tratta di materia delicata e di grande rilievo. Una riforma con effetti sistemici sugli equilibri costituzionali non incastonata in una riforma di sistema. Non sorprende che essa divida costituzionalisti e politici, secondo una linea di frattura che non coincide con quella che si produsse nel 2016 sulla riforma Renzi-Boschi. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta e maestro del costituzionalismo classico, per descrivere il proprio orientamento, ha evocato la metafora dell’asino di Buridano, paralizzato dall’incertezza circa la mangiatoia cui nutrirsi. Lasciando intendere la sua intenzione di astenersi.

Ragioni per votare no
Chiaramente una extrema ratio, che tuttavia conferma la problematicità della questione. Vi sono buone ragioni per il no e buone ragioni per il sì. Le accenno soltanto.
Per il no:

1) appunto la circostanza che ci si chieda di avallare una riforma puntuale senza avere provveduto agli adeguamenti e ai correttivi da tutti giudicati necessari onde evitare un deficit di rappresentatività, un aggravio del malfunzionamento delle Camere, un’accentuazione del carattere già ora verticistico nella selezione dei parlamentari (una legge elettorale d’impianto proporzionale, l’equiparazione di elettorato attivo e passivo di Camera e Senato, la riforma dei regolamenti parlamentari, una limatura della sovra-rappresentatività dei  consigli regionali che si produrrebbe nella elezione del Presidente della Repubblica). In particolare le forze di maggioranza si erano impegnate a incardinare una nuova legge elettorale (anche al fine di evitare che, con la legge vigente, si possa generare una “dittatura della maggioranza”: fu condizione posta dal PD per dare il proprio voto favorevole alla riforma nell’ultimo decisivo passaggio parlamentare coinciso con il varo del governo Conte-due, dopo il voto contrario nei tre precedenti passaggi). Ma non se n’è fatto nulla per l’opposizione di Italia Viva e non vi sono certezze al riguardo.

2) Il tratto antiparlamentarista e persino antipolitico con il quale è stato concepito e propagandato il cospicuo taglio di deputati e senatori soprattutto da parte del M5S. Sull’onda della polemica contro la casta e con l’argomento, francamente debole, della riduzione dei costi della politica. Fuor di ipocrisia, è noto che una parte larga della “maggioranza bulgara” che ha approvato la riforma nella sua ultima lettura (solo 14 dissensi alla Camera) lo ha fatto essenzialmente per non sfidare l’impopolarità, senza convinzione, con un cumulo di retropensieri.

3) Vi è infine chi appunta le sue obiezioni sul funzionamento e la operatività delle Camere e segnatamente del Senato con soli duecento membri, i quali, stante la persistenza del “bicameralismo perfetto” (esso sì un serio problema!), faticherebbero a ottemperare a tutti i loro compiti (tra aula, commissioni permanenti, commissioni speciali o di inchiesta, giunte, organismi parlamentari internazionali).

Ragioni per votare sì
Ma veniamo alle ragioni del sì:

1) tutti i progetti di riforma messi a punto da quarant’anni a oggi contemplavano una riduzione del numero dei parlamentari, sia per uniformarci agli standard di altri paesi, sia nella convinzione – opposta a quella su evocata – che semmai uno snellimento conferirebbe più qualità ed efficienza al parlamento.

2) Proprio il sistematico affossamento di quella riduzione a lungo perseguita suggerirebbe di non mancare questa occasione (se non ora quando più?). All’obiezione di chi eccepisce la mancanza dei correttivi sistemici si risponde che proprio il taglio suddetto costringerà a provvedervi ex post, anche se, certo, meglio sarebbe stato farlo prima o contestualmente, considerato che l’attuale parlamento non brilla nel suo concreto funzionamento.

3) Ancora vi è chi fa osservare che, pur con l’ambiguità e le riserve cui si è accennato, resta agli atti un voto plebiscitario del parlamento. Sconfessarlo sarebbe logicamente in contrasto con le motivazioni di natura parlamentarista di chi si oppone e, di riflesso, semmai, darebbe ulteriore fiato all’antipolitica e al qualunquismo.

4) Infine, taluni scommettono sulla circostanza che il minor numero possa giovare alla qualità della rappresentanza parlamentare, pur nella consapevolezza che ciò è affidato soprattutto a legge elettorale e responsabilità dei partiti nella selezione delle candidature.

Questioni politiche
Come si vede, vi sono buone ragioni su entrambi i fronti. Si deve tuttavia aggiungere che – piaccia o non piaccia, e non dovrebbe piacere – con le ragioni di merito centrate sulla materia costituzionale si intrecciano motivazioni politiche.
Non dovrebbe essere così e tuttavia è così. Esemplifico. Intanto un po’ in tutti i partiti, come si è detto e visto all’atto dell’approvazione in parlamento, domina la preoccupazione di non sfidare l’impopolarità. Nel M5S quella di portare a casa una sua riforma bandiera, a compensazione di elezioni regionali che prefigurano una generale sconfitta. Nel PD o quantomeno in chi oggi lo guida di non incrinare i rapporti dentro la maggioranza.
Per converso e non a caso, chi, dentro il PD, dissente dal consolidamento dell’asse politico con il M5S, si schiera per il no, pur dopo aver votato il taglio in parlamento. Più in piccolo, qualcosa di simile si riscontra tra i parlamentari di FI, ove il no, guarda caso, si rinviene tra coloro che mal sopportano la subalternità a Salvini e Meloni.
Dunque, la questione è complessa e non priva di implicazioni politiche più o meno dichiarate. Io, come l’asino, sperando di non morire nell’esitazione, ancora non so come mi regolerò. Seguirò il confronto e infine deciderò. L’esito altamente probabile è un sì a larga maggioranza, temo, sulla base di motivazioni non esattamente pregnanti.
E tuttavia questo almeno di sicuro non ci deve condizionare né in un senso né in un altro. Trattasi della Costituzione e comunque conta anche il risultato, la misura della partecipazione e il differenziale tra sì e no o viceversa.




30 AGOSTO 2020. Domenica 22a
GESU’. UNO PER CUI VALE LA PENA VIVERE.

La mia (e la tua) vita è “in relazione”. La relazione, quando è profonda, orienta in modo determinante l’esistenza e la custodisce dalla frammentazione e alienazione. A volte la relazione è fonte di conflitti; tuttavia può diventare garanzia di sicurezza. Ho fatto qualche tratto di sentiero con alcuni uomini “di strada”, clochards, e davvero non riesco a capire come si possa resistere in una vita così sradicata ed esposta. Li stimo per il loro spirito di adattamento e povertà essenziale. Io non ne sarei capace. Gesù non era un clochard; era pieno di relazioni, ma con la vita che faceva se mi avesse detto “seguimi” lo avrei deluso. Come quel giovane a cui Gesù aveva chiesto “Vendi tutto per i poveri poi vieni e seguimi”; ma lui “se ne andò triste perché aveva molti beni

Preghiamo. Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre, perché non ci lasciamo deviare dalle seduzioni del mondo, ma come veri discepoli, convocati dalla tua parola, sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito, per portare ogni giorno la croce sulle orme di Cristo, nostra speranza. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo sempre. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 20,7-9
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

Salmo 62  Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 12,1-2
Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Dal Vangelo secondo Matteo 16,21-27
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

GESU’. UNO PER CUI VALE LA PENA VIVERE. Don Augusto Fontana
La mia (e la tua) vita è “in relazione”. La relazione, quando è profonda, orienta in modo determinante l’esistenza e la custodisce dalla frammentazione e alienazione. A volte la relazione è fonte di conflitti; tuttavia può diventare garanzia di sicurezza. Ho fatto qualche tratto di sentiero con alcuni uomini “di strada”, clochards, e davvero non riesco a capire come si possa resistere in una vita così sradicata ed esposta. Li stimo per il loro spirito di adattamento e povertà essenziale. Io non ne sarei capace. Gesù non era un clochard; era pieno di relazioni, ma con la vita che faceva se mi avesse detto “seguimi” lo avrei deluso. Come quel giovane a cui Gesù aveva chiesto “Vendi tutto per i poveri poi vieni e seguimi”; ma lui “se ne andò triste perché aveva molti beni” (Matteo 19,22).
La relazione profonda mi chiede di lasciarmi prendere nel fiducioso abbandono di chi capisce che solo in tal modo la propria vita è radicalmente garantita e guidata in pienezza. Per chi fa tale esperienza, vivere equivale ad essere decentrati, presi e posseduti. Questa sembra essere l’esperienza di Geremia e di Gesù, nei brani biblici di oggi. Per ambedue, l’ambiente circostante è fonte di “scandalo” in quanto invita a non vivere secondo la relazione fondamentale che determina la loro vita. Ciò comporta esporre la propria vita, come chiede Gesù ai discepoli. Paolo ai Romani parla di un “sacrificio gradito a Dio”, un vero sacerdozio battesimale che consiste nel vivere la relazione con Dio lasciandosi guidare e determinare da questa relazione. La fede è lasciarsi sedurre da Dio al punto da affidare a lui la propria esistenza; la speranza è lasciarsi progettare radicalmente da lui; la carità è lasciare che il proprio cuore pulsi a tal punto da non trattenere nulla per sé.

Geremia 20,7-9.
Già agli inizi del regno di Joakim, una violenta requisitoria di Geremia contro il culto del Tempio lo aveva trascinato in un processo per sacrilegio da cui era uscito assolto (Ger.26,24), ma profondamente sconvolto. Di fronte alle sue peripezie, Geremia compone le “confessioni”, un genere letterario nuovo nella letteratura biblica, benchè se ne trovi traccia nei Salmi. I racconti di vocazione in massima parte sottolineano lo stato di turbamento e scoraggiamento in coloro che si sono sentiti chiamati: tentativo di abbandono in Mosè (Esodo 32), scoraggiamento in Elia (I Re 19), delusione in Giona (Giona 4), crisi esistenziale in Geremia (Ger. 20). In particolare diventa penoso sentirsi escluso dalla propria comunità solo per aver richiamato certe esigenze.

Al v. 7 il profeta ci dà la chiave di tutto il brano: tu mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre. In Osea 2,16 la seduzione di Dio nei nostri confronti è dolce[1]. Ma occorre restituire al termine “seduzione” la sua ruvida e perfino brutale evidenza di azione disonesta e infame. Il verbo ebraico pātāh, “sedurre”, è usato ad esempio in Es 22,15[2] a proposito della violenza sessuale fatta su una vergine. La ragazza “sedotta”, anche nel linguaggio biblico, è quella circuita con raggiri che approfittano della sua ingenuità. Geremia non dice «Mi hai affascinato», ma «mi hai ingannato, hai approfittato di me, hai ottenuto quello che volevi e poi mi hai abbandonato lasciandomi al disprezzo degli altri ed io ci sono cascato, ho perso la testa, sono stato uno sciocco». Geremia pensava che la luna di miele proseguisse in modo confortevole (15,16: «quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore»). Geremia pensa che se fosse stato meno coerente e meno appassionato, se si fosse limitato all’ordinaria amministrazione, se si fosse accontentato di fare il diligente funzionario, se avesse predicato le proprie idee e non la Parola del Signore, se avesse tenuto conto dei gusti e delle allergie degli ascoltatori, non si troverebbe ora in questa situazione insopportabile. La sua è una crisi per eccesso di fedeltà. Ora vorrebbe mettere le pantofole ma si rende conto che il sogno è irrealizzabile. Dice: «Non ce la farei», perché il segno della seduzione di Dio ce l’ha inciso ormai sulla carne: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa, mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo». Non si può contenere e amministrare questo fuoco, questa febbre.

Salmo 63 (62)
Tu sei il mio Dio, ti cerco come la terra arida cerca l’acqua.  “Mio” non significa possesso, ma totale dipendenza. La ricerca appassionata di Dio viene espressa con i due simboli della fame e della sete di Dio. (Amos 8,11-12: « Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno»).  Il Salmo, essendo una preghiera liturgica, sottolinea il ruolo del tempio come spazio privilegiato della presenza viva e dinamica di Dio: «La tua misericordia gratuita vale più della vita».

 Romani 12,1-2
La lettura inizia con un “Dunque”; significa che si collega alla sezione precedente costituita dalla sezione dogmatica (capp. 1-11) che introduce la sezione esortativa (Capp. 12-15). Paolo trae le dovute conseguenze etico-operative che scaturiscono dalla grazia di Cristo. Analizziamo il testo:

  1. Il verbo esortare (parakalein) significa invito e non un ordine o un obbligo.
  2. Qual è il contenuto dell’esortazione? Si tratta di presentare a Dio un culto, ma non rituale. I cristiani sono invitati a offrire i loro corpi, cioè se stessi nella concretezza del quotidiano.
  3. Culto spirituale (loghiken). Letteralmente andrebbe tradotto con “logico, razionale e quindi umano”. Il testo dunque andrebbe tradotto così: “Smettete di offrire culto a Dio con delle cose o degli animali; offrite… sacrifici “umani”, cioè offrite voi stessi con tutta la vostra razionale storia quotidiana”.
  4. <Non siate conformisti con il mondo presente. Trasformatevi invece rinnovando la vostra mente>. L’atteggiamento critico di fronte alle logiche mondane diventa un gesto sacerdotale.
  5. Sacrificio vivente, santo e gradito. Vivente: noi siamo stati salvati non da un rito di culto, ma da tenerezza, lavoro, convivialità e sangue caldo di Gesù. L’impegno di ogni cristiano nell’organizzazione della società e nella resistenza militante contro ogni forma di ingiustizia costituisce quindi un culto autentico, non ritualistico.

Matteo 16, 21-27
Il cap. 16 costituisce, in Matteo un giro di boa, come il cap. 8 per Marco. Quali mutamenti avvengono per costituire questo stacco? Gesù dà per la prima volta l’annuncio della passione e morte. Da questo momento Gesù cercherà di far capire che il proprio stile di una vita “gettata via” (croce) dovrà essere assunto dai discepoli nel rischio di essere presi in giro o ostacolati. Perdere la vita non significa necessariamente rischiare la vita fisica, come ancora oggi succede in certe porzioni di popolo di Dio.

Nel parlare comune c’è il linguaggio dell’augurio, del buon presagio, del «Dio ti guardi, ciò non accadrà mai!». Nelle nostre comunità c’è ancora chi crede all’augurio, alla buona stella sulla propria vita. Crede cioè, chissà per quale eccezione, che possiamo essere cristiani senza che ci venga portato via il nostro modesto mondo pagano. Crede che per noi il Figlio dell’uomo non verrà come un ladro a portarci via ciò che con sottile equilibrismo, tra buona fede e cattiva coscienza, abbiamo accumulato. Crediamo, insomma, che si possa verificare per noi quel che un religioso scriveva a mo’ di dedica sul libro da Messa regalato a una celebre diva: “Con auguri di santità e di successo”. Che è come cercare di fondere l’acqua con l’olio! Invece si diventa sale della terra quando noi per primi siamo salati con il sale che separa ciò che noi pateticamente vorremmo tenere unito. Ecco il sale di Gesù: a Pietro che gli dà buoni consigli Gesù dice “Torna dietro di me, Satana. Tu ragioni alla maniera degli uomini”. E anche se Pietro dice: “Sono pronto a morire con te”, Gesù lo ha già avvertito: “Questa notte mi rinnegherai[3]. Gesù raccoglie Pietro fatto a pezzi dalla sua buona fede e lo sala con la fede.
Il problema della liturgia di oggi è la sequela, una relazione con costi a caro prezzo e benefici di senso esistenziale.

Ma…ne val la pena?
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[1] Perciò, ecco, la sedurrò (pātāh) a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
[2]Esodo 22, 15: «Se uno seduce una vergine non ancora fidanzata e pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale ed essa diverrà sua moglie».
[3] Matteo 26,34-35