1 gennaio 2021
BENEDETTO

1 Gennaio 2021

Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…
Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
Salmo 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO[1]

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale. 

Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa dotare di forza vitale e il sostantivo berākā  significa forza salutare, vitale. I due termini hanno anche il significato di inginocchiarsi e ginocchio che in oriente sono un eufemismo, cioè un modo attenuato e indiretto, per indicare gli organi sessuali maschili. In sintesi: benedire significa trasmettere la propria capacità generativa ad un altro rendendolo fecondo. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza come le mozzarelle! Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».  Dio mantiene le sue benedizioni promesse.  Si narra che Rabbi ‘Aqiba si recò, con altri rabbini e discepoli, sulle rovine del Tempio distrutto. E videro uscire una volpe dalle macerie di quello che fu il Tabernacolo, il luogo più Santo del Tempio. Si misero a piangere tutti, ricordandosi le promesse dell’Eterno: «Distruggerò il vostro Tempio e lo farò abitare da volpi e sciacalli!». Con i loro occhi stavano vedendo la prova che l’Eterno non manca mai di realizzare le sue promesse. E piangevano, piangevano. Ma Rabbi ‘Aqiba si mise a ridere fra lo stupore di tutti. Di fronte alle scandalizzate rimostranze dei presenti, disse: «Rido perché se l’Eterno mantiene le promesse di distruzione, non mancherà di mantenere presto anche le promesse di redenzione»[2].

  • Benedetti noi.

Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo.  “Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).
C’è una pagina della Bibbia che ci spiega il senso della benedizione di Dio.
All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontata una strana scena, che si svolge in cielo: si tratta di un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene. E in questo momento, Dio cosa sta dicendo di me? Non sarebbe bello che, proprio ora, Lui stesse dicendo a satana: “Hai visto la mia serva Anna, Maria, il mio servo Giovanni…”….Ciascuno provi a mettere ora, sulle labbra di Dio, il proprio nome. E si immagini questa scena: Dio che si compiace di te, davanti al suo e tuo avversario. Che Dio dica-bene-di noi dipende anche da  noi. Questo è uno dei motivi per cui la prima lettura, parlando della benedizione agli israeliti, ha tutti i verbi al congiuntivo, non all’indicativo: ti benedica, ti protegga, faccia brillare, ti sia propizio, rivolga, ti conceda…Perché questi verbi passino all’indicativo è necessario il “sì” dell’uomo a Dio. Perché questi desideri di Dio su di me divengano realtà c’è bisogno di me. Solo io posso rendere possibile questa benedizione. Anche nella liturgia si dice sempre “Vi benedica Dio onnipotente…”, oppure “il Signore sia con voi”, oppure “Dio onnipotente abbia misericordia, perdoni, vi conduca”…Benedire non è qualcosa di automatico, e neppure un gesto magico. É il sigillo e l’approvazione che Dio pone sulle nostre scelte, sulla nostra vita, vissuta rettamente, secondo la sua Parola. É Dio che ti dice: “Così va bene”. Anche se gli altri ti mettono i bastoni tra le ruote, o ti maledicono, o ti allontanano. Oggi ci dovremmo porre la domanda più importante di quest’anno: “Signore, cosa dici di me?”.  Noi spesso ci teniamo tanto che gli altri parlino bene di noi! Siamo più preoccupati della benedizione degli uomini, che di quella di Dio. Oggi la Parola di Dio ci mette una pulce nell’orecchio: l’unica cosa che conta è il punto di vista di Dio. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26). 

  • Benedetto Dio!

Ma c’è, brevemente, un altro aspetto che emerge dalla liturgia odierna. La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio. Quando l’ebreo benedice Dio usa sempre il participio passato passivo bārûk-benedetto perché in Dio la benedizione è uno «stato» permanente della sua persona, mai un augurio. Non dice «Sia benedetto!» (che indica un compiersi nel tempo) ma «Dio è Benedetto». Sempre. Lui è  la benedizione. Ma tale benedizione, che esce dalle nostre labbra, è possibile solo se Dio ci dona il suo Spirito, ci dice la seconda lettura. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. I nostri occhi si fermano alla superficie, non riescono a vedere a un palmo dal naso. La carne fa resistenza. Molte persone non riescono più a dire- bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire. Finalmente lo Spirito Santo ci fa vedere Dio com’è, ci fa riconoscere il suo volto. Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, come anche di diventare testimoni delle meraviglie di Dio e di benedirlo, lodarlo e glorificarlo per ogni cosa.

Un anno per desiderare, vegliare, volere.
 Un racconto ebraico narra di un rabbino che chiese al Messia quando sarebbe arrivato. Il Messia rispose: «Domani». Il rabbino tornò a casa e si mise ad aspettarlo. Il Messia però non venne e il rabbino si infuriò con lui perché gli aveva mentito; andò ad esprimere la sua collera al profeta Elia, ma questi gli disse: « Ti sbagli, il Messia non ha mentito. Ha detto “Domani”, ed è vero; però significa “Quando lo desidererai, quando sarai pronto, quando lo vorrai”».
Scrive Bonhoeffer sei mesi prima di venire impiccato dai nazisti: «La cosa principale è che si tenga il passo di Dio, che non si continui a precederlo di qualche passo, ma nemmeno che si resti indietro di qualche passo» (Resistenza e Resa, 1969, pag. 163).  Nel Vangelo di oggi si dice che, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, i pastori “andarono in fretta” a Betlemme. Come aveva fatto prima Maria, dirigendosi “in fretta” verso la casa di Elisabetta. Tanto Maria come i pastori colgono l’urgenza dell’ “oggi” e di fronte al quale non è ammissibile nessun ritardo o disattenzione. E’ l’atteggiamento del credente che cerca di stare al ritmo dei passi di Dio. Destinatari della buona notizia si trasformano in annunciatori della medesima e iniziano “ad annunciare ciò che l’angelo aveva detto di questo bambino”.
Si sottolinea, anche, l’atteggiamento di Maria: “Maria da parte sua custodiva questi eventi e li meditava nel suo cuore“. Il verbo greco tradotto come “conservare/custodire” è syntereo, che significa letteralmente “custodire con accuratezza qualcosa di prezioso e di valore“. L’altro verbo tradotto come “meditare” è il verbo greco symballo, che significa letteralmente: “mettere insieme due realtà che sono separate”, “confrontare“. Suppone un atteggiamento dello spirito che crea sintesi, che riesce a trovare una logica in mezzo a cose o situazioni apparentemente senza senso. Il verbo greco è coniugato al tempo perfetto, il che indica un’azione ripetuta, continua. Luca, quindi, descrive Maria come una discepola che legge continuamente gli avvenimenti per scoprire il loro significato più profondo, modello per ogni credente, chiamato a scoprire il mistero e la presenza del Dio nel “prendersi cura” della creazione, del prossimo, della pace. Già, la PACE!


[1] Mi avvalgo di riflessioni di don A.Bellinato e di Don P. Farinella.
[2] De Benedetti in “Ciò che tarda avverrà”. Ed Qiqajon, Bose




IL LETTORE: TRA MINISTERO, ISTITUZIONE E SPIRITUALITÀ

IL LETTORE: TRA MINISTERO, ISTITUZIONE E SPIRITUALITÀ
Gianfranco Venturi  (Da RIVISTA LITURGICA n. 4, luglio/agosto 2007)

La liturgia è azione, azione in una comunità; ci possono essere testi scritti, ma nella liturgia ciò che è contenuto in uno scritto passa dallo stadio chirografico, di per sé statico, a quello orale; finché questo passaggio non avviene, non c’è liturgia e la Parola non ha la sua originaria forza sacramentale. Di qui l’importanza del lettore quale ministro che partendo dalla parola scritta – in un certo senso, dalla parola morta –, la fa passare allo stadio orale, la «risuscita», la rende viva[1]. Per mezzo del suo ministero la parola di allora – lontana dal tempo e dallo spazio che l’hanno originata –, diviene parola di oggi, qui, un nuovo evento rivelativo: nel lettore Cristo parla oggi al suo popolo[2].

  1. Il lettore nella tradizione ebraica: lo sposo della Parola

I più antichi testi della Bibbia, prima di essere scritti, erano tramandati attraverso una tradizione orale. Questo dato originario permane come esigenza nella tradizione ebraica non solo nella lettura pubblica della Torah; anche quando la si legge da soli, bisogna labbreggiarla. La tradizione giudaica si compiaceva di far risalire l’ufficio delle letture allo stesso Mosè. Con questo si voleva forse dire come questa istituzione si radicava nella prescrizione impartita da Mosè in persona: «Alla fine di ogni sette anni… alla festa delle capanne, quando tutto Israele verrà a presentarsi davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto, leggerai questa legge davanti a tutto Israele, agli orecchi di tutti» (Dt 31,10-11). L’apostolo Giacomo, il «fratello» di Gesù, che durante i tempi apostolici presiedeva la comunità di Gerusalemme, riassume questa credenza popolare affermando nel discorso riportato dagli Atti: «Mosè ha, fin dai tempi antichi, chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe» (At 15,21). È opinione comune però che la lettura pubblica della Torah risalga probabilmente all’epoca della fine dell’esilio babilonese, ai tempi di Esdra e Neemia[3][3]. Rileggiamo in sintesi la pericope di Ne 6,1-9, facendo attenzione ai corsivi introdotti, indicanti gli elementi rituali di questa grande liturgia della Parola: «1 Tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse ad Esdra lo scriba di portare il libro della legge di Mosè che il Signore aveva dato a Israele. 2 Il primo giorno del settimo mese, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere.3 Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque…; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro della legge. 4 Esdra lo scriba stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza…5 Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. 6 Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. 7 Giosuè, Bani, Serebia, Iamin, Akkub, Sabbetài, Odia, Maaseia, Kelita, Azaria, Iozabàd, Canàn, Pelaia, leviti, spiegavano la legge al popolo e il popolo stava in piedi al suo posto. 8 Essi leggevano nel libro della legge di Dio a brani distinti e con spiegazioni del senso e così facevano comprendere la lettura». Notiamo la presenza di un rituale ben organizzato: il lettore (qui Esdra, sacerdote e scriba) porta il libro, lo apre, benedice il Signore, legge; il suo posto è alto, sopra una tribuna; la spiegazione (o traduzione a seconda delle interpretazioni) è affidata a un gruppo di persone. Tutti questi elementi si ritrovano nella lettura sinagogale e, fondamentalmente, anche nella nostra attuale liturgia. A partire da allora, la lettura sinagogale della Scrittura è stata man mano codificata sia per quanto riguarda il rituale e il numero dei lettori che per quello che concerne la distribuzione delle singole pericopi da leggere durante la riunione sinagogale: un ciclo annuale (tradizione babilonese) o triennale (tradizione palestinese)[4]. Nella Mishnah[5] il Trattato IV Meghillah[6] testimonia la tradizione relativa alla lettura e al lettore. Con alcuni riferimenti a questo testo rilevo solo alcuni aspetti relativi al lettore sinagogale:

  1. La lettura viene assicurata non da un solo lettore, ma da diversi. Si contano tre lettori per gli uffici ordinari della settimana, sette e anche più per i sabati e le grandi feste[7]. Questa disposizione, «è ricca di significato spirituale: nell’ufficio sinagogale non è l’individuo che ha il primato sulla Parola ma tutta la comunità rappresentata dai diversi lettori. La lettura si spersonalizza; essa non è il prodotto di un incarico privilegiato, ma piuttosto si arricchisce della personalità dell’intera comunità. È tutto il popolo che ascolta, ed è il popolo tutto che proclama la Parola. Dio parla alla comunità tramite la comunità»[8].
  1. All’inizio il servizio di lettore non era un ufficio riservato, ma poteva essere compiuto da ogni Israelita: «Si aveva il diritto, all’inizio, di chiamare chiunque, compreso le donne e i bambini e anche gli schiavi, per leggere la Torah»[9]. Poiché si apparteneva ancora a una cultura orale e le letture si succedevano a intervalli regolari, vi era una grande facilità di imparare a memoria un testo[10]. Lo storico Giuseppe ci testimonia che proprio i bambini sapevano recitare con più facilità la Legge che non dire il proprio nome[11]. Chi veniva designato per la lettura dal capo della Sinagoga si alzava e andava sul pulpito preparato per la lettura. Luca ci racconta come Gesù adempì questo ministero di lettore nella sinagoga di Nazaret: «Si alzò per fare la lettura»(4,16).
  1. Non si deve pensare che si proceda a caso; occorre una certa preparazione, proprio per rispetto alla Parola. La tradizione tramanda l’esempio di Rabbi Aqibà ben Josef, che illuminò con la sua scienza e la sua pietà la comunità giudaica dopo gli anni 70: «Successe che un giorno il capo della Sinagoga chiamasse Rabbi Aqibà per fare la lettura pubblica della Torah davanti alla comunità. Ma egli non volle salire (sul pulpito dove si trovava il leggio per la lettura). I suoi discepoli gli dissero: Nostro Maestro, tu non ci hai insegnato così: la Torah per te è vita, e lunghezza di giorni, perché hai rifiutato d’agire di conseguenza? Egli rispose: Per il culto del Tempio! Ho rifiutato di leggere unicamente perché non avevo scorso prima il testo almeno due o tre volte! Poiché un uomo non ha il diritto di proclamare le parole della Torah dinanzi alla comunità se lui stesso non le ha lette precedentemente due o tre volte. Così agì anche Dio… davanti al quale la Torah è luminosa come il chiarore delle stelle. Quando giunse il momento di dare la Torah agli Israeliti, egli, secondo quanto si dice in Giobbe 28,27, “la vide, la misurò, la scrutò”: poi (come si dice al versetto seguente) la comunicò all’uomo»[12].
  1. Durante le festività di Sukkot termina la lettura sinagogale della Torah e nella festa di Simchat Torah («Gioia della Torah») inizia il nuovo ciclo con la Parasha[13] di Bereshit che proseguirà per 52 settimane. La persona a cui viene concesso, e offerto, il privilegio di concludere la lettura della Torah con il passo del Dt 34,1-12 viene indicata con il nome di Hatan Torah («Sposo della Torah») mentre colui che riprende la lettura della Torah dal primo versetto della Genesi viene chiamato Hatan Bereshit («Sposo della Genesi»). Ambedue i lettori vengono denominati «sposi», per cui potremo dire che il lettore è lo «sposo della Parola»; si mette così in evidenza un particolare rapporto che egli viene ad avere con la Parola, quello appunto sponsale.
  1. Tradizionalmente possono essere chiamati a leggere solo gli uomini e i ragazzi che hanno compiuto la cerimonia del Bar Mizvà («Figlio del precetto») e, nelle comunità liberali in cui anche la donna può coprire la carica di rabbino, anche le donne e le ragazze che hanno celebrato il Bat mizvà[14].
  1. Gesù lettore: la parola fatta visibile[15]

Nel suo Vangelo Luca fa costante riferimento all’attività di lettura di Gesù. Come tutti i fedeli del suo popolo Gesù è un attento lettore del libro sacro. Il suo leggere però è diverso; in lui l’azione del leggere, la parola che pronuncia, cessa di essere un fatto verbale, diventa evento; il raccontare si fa storia attuale; Gesù è il lettore che incarna e visibilizza la Parola. Luca fa iniziare la vita pubblica di Gesù con l’azione di leggere il libro del profeta Isaia, nel corso della preghiera sabbatica nella sinagoga di Nazareth (cf. Lc 4,16-30). Al termine della lettura Gesù fa una dichiarazione sorprendente, chiara nella sua formulazione: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi» (Lc 4,21). È come se dicesse: «Io sono la parola che voi avete ascoltato; accogliendo questa parola ricevete me; ciò che voi avete udito con i vostri orecchi, lo vedete anche con gli occhi, perché oggi si compie la parola che avete ascoltato». Gesù è simultaneamente la Parola letta, proclamata, da lui ascoltata, da lui compiuta, perché può dire: «Lo Spirito del Signore è sopra di me!» (Lc 4,18; cf. Is, 61,1). Egli può dire lungo il suo ministero che suo cibo è proprio tradurre in azione questa parola (cf. Gv 4,34). Un simile modo di porsi, così diverso dai lettori del tempo, fa sgranare tanto d’occhi («Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi su di lui»); l’assemblea è dapprima imbarazzatissima («Erano meravigliati»); poi si fa ostile. Possiamo chiederci: perché questa ostilità? La realtà è che loro, come tutti noi del resto, siamo abituati a considerare la lettura di un testo come un semplice fatto verbale, la trasmissione di un messaggio che può toccare la mente o il cuore, ma niente più. La lettura di Gesù, invece, non è così. Per questo «all’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città…» (Lc 4,28). Un lettore così, dove la parola proclamata era resa visibile nella presenza del lettore stesso, non l’avevano mai incontrato. In altri passi del Vangelo, anche se non in modo così esplicito, Luca ci presenta Gesù come un lettore della Scrittura che, mentre la legge, la vede compiersi in se stesso e nella vita del suo popolo. Possiamo accennare alla notte che Gesù trascorre sulla montagna insieme ai discepoli (cf. Lc 9,28-36), oppure al termine dell’ultima cena con i discepoli quando, riferendosi alla Scrittura, dice: «Vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori”, infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine» (Lc 22,37); infine all’incontro con i discepoli di Emmaus quando li rimprovera perché ancora non riescono a capire che ciò che si legge nella Scrittura trova in lui il suo compimento (cf. Lc 24,13-35).

  1. Il lettore nella tradizione ecclesiale

La Chiesa primitiva, partendo dalla tradizione sinagogale ma distinguendosi da essa[16], ha creato la liturgia della Parola. Nelle comunità apostoliche notiamo una certa oscillazione nella pratica relativa ai lettori. Nella sua prima lettera ai Corinzi, verso l’anno 54, Paolo permette alle donne d’intervenire nelle celebrazioni. Scrive infatti: «Ogni uomo che prega o profetizza… Ogni donna che prega o profetizza» (1Cor 11,4.5). Afferma dunque con ciò l’uguaglianza perfetta tra l’uomo e la donna. Questa disposizione riflette bene il principio espresso nella lettera ai Galati (della stessa epoca di 1Cor): in Cristo Gesù, «non c’è più giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è più uomo né donna» (Gal 3,28). Troviamo però un altro testo che sopprime questa uguaglianza: «Le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare… Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti» (1Cor 14,34). Nel II secolo, san Giustino c’informa che quando alla domenica i cristiani si riuniscono per celebrare il memoriale del Signore, «si fa lettura delle memorie degli apostoli e degli scritti dei profeti sin che il tempo lo permette. Quando il lettore ha terminato, colui che presiede tiene un discorso per ammonire ed esortare all’imitazione di questi buoni esempi»[17]. Nei primi secoli il lettore aveva un grande rilievo nella comunità; sebbene la lettura fosse «un’azione sacra, non fu in origine riservata agli ordini gerarchici, e completamente non lo è stata mai. A colui che legge, non si richiese in origine che di saper leggere, di avere una buona dizione, e di tenere una condotta conveniente»[18]. A compiere questo ufficio potevano essere ammessi «dei soggetti anche in età giovanile. S’incontrano numerose le testimonianze, dal III secolo in poi, specialmente in Africa e in Italia, di lettori sotto ai 15 anni; anzi Vittore Vitense parla addirittura di lectores infantuli (lettori fanciulli) vittime della persecuzione vandalica»[19]. Questa scelta era dettata dal fatto che «si riteneva particolarmente atta l’innocenza dei fanciulli a rilevare dal libro sacro la parola di Dio piena di Spirito Santo, a renderla inalterata alla comunità»[20]. In una chiesa i lettori «dovevano essere parecchi e formare una schola o coetus liturgicus col proprio direttore. Il martire san Pollio, interrogato dal giudice: Quid officium geris? (Che incarico occupi?) rispose: Primicerius lectorum (il capo dei lettori[21]. Per il compimento del loro ufficio i lettori spesso conoscevano a memoria tutta la Bibbia, erano custodi dei libri sacri e degli archivi in cui erano conservati; spesso erano gli scrittori del vescovo e insegnavano ai catecumeni. «I lettori possono essere (considerati) pastori, perché nutrono il popolo che ascolta»: è il loro più alto elogio, formulato dall’Ambrosiaste[22]. Col procedere del tempo molte delle funzioni del lettore furono attribuite o assorbite da altri ministri della celebrazione. Dal secolo IV la lettura del Vangelo è tolta al lettore e attribuita al diacono, o anche talvolta riservata al sacerdote. A partire dall’Ordo I la lettura dell’epistola viene attribuita al suddiacono[23]. Lungo il Medioevo, man mano che la celebrazione liturgica viene sempre più monopolizzata nelle mani del sacerdote, scompare anche la figura del lettore, dato che il celebrante, durante la celebrazione privata della messa, incomincia a leggere da solo anche i testi biblici della celebrazione eucaristica. I giovani e i fanciulli, che in precedenza erano iniziati a tale ministero vengono dirottati verso la schola cantorum. L’uso dei lettori-chierici continuò parzialmente a sopravvivere solo nelle chiese cattedrali, nelle grandi abbazie, nelle collegiate e, qua e là, anche durante le celebrazioni più importanti dell’anno liturgico; in questi casi, la figura del lettore rappresenta solo un elemento esigito dal cerimoniale ampolloso delle grandi cattedrali. Con la riforma liturgica del concilio Vaticano II e in particolare con il nuovo rito della celebrazione dell’eucaristia, rinasce il ministero del lettore affidato anche ai laici. Il 15 agosto 1972, Paolo VI con il «motu proprio» Ministeria quaedam riforma la legge vigente relativa agli ordini minori: il lettorato diviene un «ministero» permanente conferito anche a fedeli laici in un’apposita celebrazione ecclesiale di «istituzione».

  1. Il ministero del lettore istituito[24]

Nel motu proprio papale vengono così delineati i compiti o competenze propri del lettore: «Il Lettore è istituito per l’ufficio, a lui proprio, di leggere la parola di Dio nell’assemblea liturgica. Pertanto, nella messa e nelle altre azioni sacre spetta a lui proclamare le letture della Sacra Scrittura (ma non il Vangelo); in mancanza del salmista, recitare il salmo interlezionale; quando non sono disponibili né il diacono né il cantore, enunciare le intenzioni della preghiera universale dei fedeli; dirigere il canto e guidare la partecipazione del popolo fedele; istruire i fedeli a ricevere degnamente i sacramenti. Egli potrà anche – se sarà necessario – curare la preparazione degli altri fedeli, i quali, per incarico temporaneo, devono leggere la Sacra Scrittura nelle azioni liturgiche. Affinché poi adempia con maggiore dignità e perfezione questi uffici, procuri di meditare assiduamente la Sacra Scrittura»[25]. Nell’esortazione che il vescovo rivolge prima della preghiera d’istituzione, vengono esplicitate ulteriormente le competenze extraliturgiche del lettore[26]. Innanzitutto viene delineato il contesto generale dell’ufficio del lettore che è quello di servire alla fede: «E ora voi diventando lettori, cioè annunciatori della parola di Dio, siete chiamati a collaborare a questo impegno primario nella Chiesa e perciò sarete investiti di un particolare ufficio, che vi mette a servizio della fede, la quale ha la sua radice e il suo fondamento nella parola di Dio»[27]. Da questo ufficio discendono il compito della proclamazione della Parola nella liturgia e una serie di altri compiti: «Proclamerete la parola di Dio nell’assemblea liturgica; educherete alla fede i fanciulli e gli adulti e li guiderete a ricevere degnamente i sacramenti; porterete l’annunzio missionario del vangelo di salvezza agli uomini che ancora non lo conoscono. Attraverso questa via e con la vostra collaborazione molti potranno giungere alla conoscenza del Padre e del suo Figlio Gesù Cristo, che egli ha mandato, e così otterranno la vita eterna»[28].

Sintetizzando, il ministero del lettore, partendo dal fondamentale e riassuntivo compito di servire alla fede, si concretizza nella proclamazione della Parola; da qui discendono alcuni altri compiti: «Educare nella fede fanciulli e adulti» (vi è già per questo l’ufficio di catechista, ma esso può diventare compito fondamentale di colui che ha il mandato di proclamare la parola di Dio all’interno della Chiesa); «guidare i cristiani a ricevere degnamente i sacramenti» (non solo quelli dell’iniziazione cristiana, ma anche gli altri come la preparazione al matrimonio); «annunciare a livello di missione la parola di Dio» (aspetto missionario); «educare altri fedeli a essere in grado di annunciare provvisoriamente la parola di Dio» (animazione liturgica, ponendo così fine ai lettori dell’ultimo momento)[29].

A questo punto ci si può interrogare: continuare questa denominazione o introdurne un’altra che rispecchi l’insieme dei compiti del lettore? Giustamente M. Paternoster[30] rileva «come la figura del lettore, in tutti questi testi, si apre su una realtà ministeriale molto ampia e, palesemente, non riducibile all’azione liturgica della proclamazione della parola di Dio. Il ministero del lettore non è “prigioniero” della liturgia»; si è perciò indotti a pensare che «l’identità ministeriale del lettore deve essere colta soprattutto nel fatto che egli è il ministro della parola di Dio nella sua più ampia accezione». Di qui l’auspicio che «in futuro la figura ministeriale del lettore possa ricevere una più marcata attenzione ecclesiale e una più stimolante traduzione pastorale». Concludendo i suoi rilievi Paternoster afferma: «Forse lo stesso termine “lettore” non è molto indovinato, nel senso che risulta troppo limitativo rispetto alle sue vere funzioni, e allora va modificato. Perché non si incomincia a usare, anche nei documenti ufficiali, l’espressione “ministro della Parola”, che è molto più significativa e molto più esatta, sia dal punto di vista teologico che pastorale, dato che ha un riferimento molto più esplicito ai vari campi in cui si deve esplicare la sua attività ministeriale?».

  1. Formazione e spiritualità del lettore

Per svolgere il suo ministero il lettore – soprattutto se lo pensiamo come lo delineano i documenti citati e le sottolineature fatte – ha bisogno di una seria preparazione. Nella sua esortazione chi presiede il rito dice: «È quindi necessario che, mentre annunziate agli altri la parola di Dio, sappiate accoglierla in voi stessi con piena docilità allo Spirito Santo; meditatela ogni giorno per acquistarne una conoscenza sempre più viva e penetrante, ma soprattutto rendete testimonianza con la vostra vita al nostro salvatore Gesù Cristo»[31]. Si tratterà di una formazione biblica, liturgica, tecnica e pastorale. Non è poca cosa. C’è da riconoscere che siamo solo agli inizi.
Per quanto riguarda la spiritualità sottolineo solo due tratti. Come ci viene suggerito dalla tradizione ebraica, il lettore è lo sposo della Parola. Quando muove dal suo posto per andare a leggere, egli va incontro alla sposa e in segno di amore la bacia. Come la sposa è in cima ai pensieri dello sposo, è nel suo cuore (si pensi ai segni di croce sulla fronte, sulla bocca e sul petto) così la Parola è nel suo pensiero, sulle sue labbra e nel suo cuore. A questa luce si può leggere quanto è scritto in Ministeria quaedam: «Il Lettore, sentendo la responsabilità dell’ufficio ricevuto, si adoperi in ogni modo e si valga dei mezzi opportuni per acquistare ogni giorno più pienamente il soave e vivo amore[32] e la conoscenza della Sacra Scrittura, onde divenire un più perfetto discepolo del Signore»[33].
Come Gesù anche il lettore di oggi deve diventare non solo un dicitore ma un realizzatore della Parola, un testimone. Per questo nella Chiesa primitiva quelli che erano stati oggetto di persecuzione avevano la precedenza nella lettura della Scrittura. Certamente nessuno può anche minimamente essere come Cristo; però siamo invitati a guardare a quel modello e lasciarci prendere dallo Spirito («Lo Spirito del Signore è sopra di me!»: Lc 4,18), il solo che può dare vita alla parola.

  1. Conclusione

Quando sono stati introdotti i primi lettori laici forse si pensava a persone capaci di leggere in pubblico le letture proposte per la liturgia. Ora, partendo da alcuni testi abbiamo visto che le cose sono un po’ più complesse, e che il ministero del lettore attende di essere studiato più a fondo e aperto a una realizzazione che non sia solo quella liturgica. Sarà anche da riflettere sull’istituzione, perché non risulti riservata ai soli candidati al sacerdozio, quando effettivamente il ministero è svolto quasi sempre da laici, uomini e donne.


[1] Cf. G. Venturi, Lectio divina e liturgia della parola. Per una corretta prassi pastorale, in G. Zevini – M. Maritano (edd.), La lectio divina nella vita della Chiesa, LAS, Roma 2005, pp. 135-159; più brevemente: G. Venturi, Oggi la parola si compie per voi. Teologia della liturgia della parola, in «Rivista di Pastorale liturgica» 43/250 (2005) 11-14.
[2] «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa e in modo speciale nelle azioni liturgiche… È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura» (SC 7).
[3] Cf. per un ampio commento: L. Deiss, Vivere la Parola in comunità, Gribaudi, Torino 1976, pp. 100-113.
[4] Un’ampia trattazione sulla tradizione e liturgia ebraica si può trovare in DEISS, Vivere la Parola, cit., p. 22-313.
[5] Mishnah è il nome dato alla compilazione delle decisioni dei Tannaim (dottori anteriori al III sec.), arrangiati e revisionati, verso il 200 d.C., da Giuda il Principe in Galilea. La tradizione menziona delle raccolte precedenti, come quella di Rabbi Aqiba († 135) o del suo allievo Rabbi Meir.
[6] Cf. Trattato Meghillà, in V. Castiglioni (ed.), Mishnaiot. Ordine Primo e Secondo, Tipografia Sabbadini, Roma 1962 (5722), pp. 264-301. Le citazioni sono tratte da questa edizione.
[7] Megillah, IV,1-2: «Di lunedì e giovedì e nella preghiera vespertina del Sabbato si chiamano tre persone, non se ne deve chiamare né meno né più, e non si legge nessun brano profetico. Il primo e l’ultimo che leggono dicono ciascuno una benedizione, uno prima e l’altro dopo la lettura. Nei noviluni e nelle mezze feste se ne chiamano quattro, né meno né più e non si legge il brano profetico. Il primo e l’ultimo che leggono, dicono ciascuno una benedizione, l’uno prima e l’altro dopo la lettura. Questa è la regola generale: Ogni volta che vi è preghiera aggiuntiva senza essere festa solenne se ne chiamano quattro; nelle feste solenni cinque; nel giorno dell’Espiazione sei, di Sabbato sette; non se ne chiamano meno, ma si può accrescerne il numero e si legge un brano profetico. Il primo e l’ultimo pronunciano una benedizione, l’uno prima e l’altro dopo la lettura».
[8] Deiss, Vivere la Parola, cit., p. 136.
[9] I. Elbogen, Der Judische Gottesdienst in seiner geschichtlichen Entwicklung, G. Olms Verlag, Hildesheim 19624, p. 170.
[10] Si tenga presente che molti testi sono stati prima trasmessi oralmente con una struttura, perciò, che permetteva di essere facilmente ritenuti a memoria; inoltre, dato il continuo esercizio, vi era una grande capacità di imparare a memoria, anche perché i testi venivano cantillati.
[11] Contro Apione, II, 18
[12] H.L. Strack – P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, C.H. Beck, München, p. 158.
[13] Parasha (plur. parashot) è la suddivisione della Torah da farsi durante l’anno, un po’ come avviene nel nostro Lezionario.
[14] Verso i 5 anni, appena è in grado di leggere, il bambino ebreo è indirizzato allo studio dei testi religiosi per prepararsi – all’età di 13 anni – a un esame, alla presenza di un rabbino, e dimostrare di essere seriamente pronto a sostenere la cerimonia del Bar Mizvà («figlio del precetto»). Una volta proclamato bar mizvà il giovane ebreo diventa membro adulto della comunità. È usanza che, per festeggiare il Bar-Mizvà, prepari un pezzo (o tutta) della Parashà da leggere in Sinagoga. Anche le ragazze ebree debbono arrivare alla cerimonia del Bat mizvà attraverso la stessa preparazione che si richiede per i ragazzi; l’età richiesta per le ragazze è di 12 anni.
[15] Per questo paragrafo mi avvalgo di una riflessione di P. Stancari, Gesù lettore instancabile, in «Coscienza» 1 (2004) 38 [Bimestrale del Movimento ecclesiale di impegno culturale].
[16] La derivazione dalla Sinagoga è fortemente sottolineata da alcuni autori. Facendo riferimento a Mayer, Raffa scrive: «Circa la struttura di questo settore vari autori la pensano quasi come un calco dell’ufficio sinagogale. Ora è vero che Gesù, gli apostoli (Mt 4,23; 9,35; Gv 18,20; At 9,20) e forse un certo numero dei primi cristiani frequentavano la Sinagoga. Tuttavia è evidente il loro spirito innovativo. Non si deve dimenticare la tendenza della prima comunità cristiana a dissociarsi dalle istituzioni giudaiche, tendenza riflessa fra l’altro, oltre ché in alcuni atteggiamenti di Gesù e di san Paolo, nella Didachè, in sant’Ignazio, nello Ps-Barnaba, nel Didascalia e in altri. Notizie precise sul dispositivo lezionale della Sinagoga vengono solo da fonti tardive medioevali. Nessuna fonte antica attesta la stretta dipendenza dall’ufficio sinagogale. Si notino la diversità del giorno di riunione, da sabato a domenica (Did 14), e anche giornalmente (cotidie, cf. At 2,46), la valorizzazione del Nuovo Testamento, il collegamento con l’eucaristia, la novità di gestione da parte del vescovo e dei diaconi. Ormai, anche se i cristiani leggevano i testi dell’Antico Testamento, lo facevano in chiave diversa, cioè in riferimento a Cristo, già venuto, nel cui nome si sentivano riuniti. Ciò poteva influire nella scelta, nell’ordinamento delle pericopi e nella loro spiegazione, rilevabile in qualche modo anche nella letteratura primitiva cristiana. Nella Sinagoga il lettore sceglieva lui stesso il brano da leggere in vista della spiegazione programmata (cf. Lc 4,16-20). A volte si poteva trattare di un ospite invitato che a sua volta commentava il brano preferito (cf. At 13,15-41). Giustino invece prospetta l’omelia come un elemento strettamente presidenziale. Ciò fa supporre che la medesima cosa valesse per la selezione dei testi. Dopo questi rilievi appare chiara la diversità non solo di spirito e di clima, ma anche dell’ordinamento», V. Raffa, Liturgia eucaristica. Mistagogia della messa: dalla storia e dalla teologia alla pastorale, CLV-Ed.Liturgiche, Roma 2003, p. 307.
[17] S. Giustino, I Apologia, 67, tr. it.: I. Giordani, Le apologie di Giustino, Città Nuova, Roma 1962, pp. 25-26.
[18] N.M. Denis-Boulet, in A.G. Martimort, La Chiesa in preghiera. Introduzione alla Liturgia, Desclée, Roma-Parigi-Tournai-New-York 1963, p. 371.
[19] M. Righetti, Manuale di storia liturgica. Vol. III: L’eucaristia, Ancora, Milano 19562, p. 226, n. 149.
[20] I.A. Jungmann, Misssarum Solemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana, Marietti, Torino 19632, p. 331. Su questo tema cf. E. Peterson, Das jugendliche Alter der Lectoren, in «Ephemerides liturgicae» 48 (1934) 437-442.
[21] Righetti, Manuale III, cit., p. 226, n. 149.
[22] Cit. da A. Quacquarelli, Retorica e liturgia antenicena, Desclée, Roma-Parigi-Tournai-New-York 1960, pp. 52-57.
[23] È stato rilevato spesso che, fino al sec. XIII, nelle formule di ordinazione del suddiacono, nulla concerne la lettura dell’epistola, ma che quelle della benedizione dei lettori, conservate, non portano restrizione alcuna al loro ufficio.
[24] Per questa parte Cf. M. Paternoster, Al servizio della Parola. Il ministero del Lettore, Paoline, Cinisello B. 1988, cap. V; L. Brandolini, Il ministero del lettore, in Id., Ministeri e servizi nella chiesa di oggi, CLV-Ed. Liturgiche, Roma 1992, pp. 135-160.
[25] Paolo VI, Ministeria quaedam, 15.08.1972, IV.
[26] Cf. Conferenza Episcopale Italiana (= CEI), Pontificale Romano riformato a norma dei decreti del concilio ecumenico Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI Istituzione dei ministeri. Consacrazione delle vergini. Benedizione abbaziale, LEV, Città del Vaticano 1980, n. 11, p. 38.
[27] Ivi
[28] Ivi
[29] Il documento pastorale della CEI, I ministeri nella Chiesa, del 15.09.1973, al n. 7, fa derivare proprio dal ministero liturgico quello dell’animazione pastorale biblico-liturgica: «L’ufficio liturgico del lettore è la proclamazione delle letture nell’assemblea liturgica. Di conseguenza il lettore deve curare la preparazione dei fedeli alla comprensione della parola di Dio ed educare nella fede i fanciulli e gli adulti. Ministero perciò di annunciatore, di catechista, di educatore alla vita sacramentale, di evangelizzatore a chi non conosce o misconosce il vangelo. Suo impegno, perché al ministero corrisponda un’effettiva idoneità e consapevolezza, deve essere quello di accogliere, conoscere, meditare e testimoniare la parola di Dio che egli deve trasmettere» (Enchiridion CEI [EDB, Bologna 20005] 2, 552).
[30] Paternoster, Al servizio della Parola, cit., c. VII: Il ministero del lettore: un compito solo liturgico?
[31] CEI, Istituzione dei ministeri, cit., nn. 11, 38.
[32] ] Cf. SC 24; DV 25.
[33] Paolo VI, Ministeria quaedam, IV.




1 gennaio 2021
MESSAGGIO di Papa FRANCESCO PER LA 54a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

MESSAGGIO di Papa FRANCESCO
PER LA 54° GIORNATA MONDIALE DELLA PACE – 1° GENNAIO 2021

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

  1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leaderspirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati. Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili[1]. Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione. Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.
  2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura

In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita[2]. I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione. La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9)[3]. Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri»[4].

  1. Dio Creatore, modello della cura

La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora»[5]. Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4). Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8).

  1. La cura nel ministero di Gesù

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).

  1. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù  

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. […] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi»[6].  Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.»[7].

  1. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura

La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona.
«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento»[8]. Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio»[9].
* La cura del bene comune.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»[10]. Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione[13].
* La cura mediante la solidarietà.
La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti»[14]. La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.
* La cura e la salvaguardia del creato.
L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»[15]. «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo»[16].

  1. La bussola per una rotta comune
    In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse[17], vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana»[18]. Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili[19]. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità? Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari[20], risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21]
  1. Per educare alla cultura della cura

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.

– L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.
– Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale[22]. Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.
– Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti»[23].
– A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione»[24].  Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.

  1. Non c’è pace senza la cultura della cura

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia»[25]. In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo[26], ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri»[27].
Dal Vaticano, 8 dicembre 2020
Francesco


[1] Cfr Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020. 
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67.
[3] Cfr Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8-12-2013), 2.
[4] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 70.
[5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesan. 488.
[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.
[7] K. BIHLMEYER – H. TÜCHLE, Storia della Chiesa, vol. I L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1994, 447.448.
[8] Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum progressio (4 aprile 2017).
[9] Messaggio alla 22ª sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP22), 10 novembre 2016. Cfr Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, LEV, 31 maggio 2020.
[10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26.
[11] Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020.
[12] Ibid.
[13] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 8; 153.

[14] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38.
[15] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 91.
[16] Conferenza dell’Episcopato Dominicano, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 gennaio 1987); cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 92.
[17] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 125.
[18] Ibid., 29
[19] Cfr Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, Roma, 10-11 dicembre 2018.
[20] Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017.
[21] Videomessaggio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020, 16 ottobre 2020.
[22] Cfr Benedetto XVI, “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2012 (8 dicembre 2011), 2; “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”, Messaggio per la 49ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2016 (8 dicembre 2015), 6.
[23] Discorso ai Deputati e ai Senatori dell’Uganda, Kampala, 1° agosto 1969.
[24] Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12/09/2019: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2019, p. 8.
[25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 225.
[26] Cfr ibid., 64.
[27] Ibid., 96; cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 1.




27 dicembre 2020. Famiglia di Nazareth
GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO E DI NAZARETH

Preghiamo. O Dio, nostro creatore e Padre,  tu hai voluto che il tuo Figlio crescesse in sapienza, età e grazia nella famiglia di Nazaret; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché diventiamo partecipi della fecondità del tuo amore.  Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro della Gènesi 15,1-6; 21,1-3
 In quei giorni, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.  Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.

Salmo 104 . Il Signore è fedele al suo patto.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere.

A lui cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie.
Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto.
Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo, figli di Giacobbe, suo eletto.
Si è sempre ricordato della sua alleanza, parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo e del suo giuramento a Isacco.
Dalla lettera agli Ebrei 11,8.11-12.17-19
 Fratelli, per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.  Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40
 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo (unto, consacrato) del Signore.  Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO E DI NAZARET. Don Augusto Fontana
Luca mette in campo una solenne scenografia liturgica dopo essersi ispirato al profeta Malachia (3,1-4): «Ecco, io manderò un mio messaggero … e subito il Signore che voi cercate entrerà nel suo tempio …. perché possiate offrire al Signore un’offerta secondo giustizia».
Nel Tempio a Gerusalemme la scena è affollata da molti personaggi:

  • il Bambino, che nei versetti precedenti alla lettura odierna, viene circonciso e gli viene dato il Nome Gesù (“Jeshuah=Dio salva”), e ora è proclamato “Cristo del Signore”.
  • la Legge (Toràh): nominata 5 volte: «secondo la Legge…come è scritto nella Legge…come prescrive la Legge….per fare come la Legge prescriveva…secondo la Legge del Signore». Presenza ingombrante. La “Legge di Mosè” diventa subito “la Legge (la Parola) del Signore”. E’ gente che si muove come una vela gonfiata dal vento della Parola.
  • Maria e Giuseppe (Miriam e Ioseph); tutto si svolge attorno a loro e al “bambino”.
  • lo Spirito Santo – nominato 3 volte – c’è ma non si vede; se ne vedono solo gli effetti.
  • Simeone (Scimehon=”Dio ha ascoltato”) il vecchio, che rappresenta le braccia secche e bimillenarie di Israele che ricevono finalmente il fiore della vita.
  • Anna (Hanna=”Favore di Dio”), profetessa vedova; ha l’età di tutta l’umanità che ancora non ha visto il volto di Dio ed è vedova, come Israele che ha perso Dio-Sposo e vive una vita di attesa, con dolore (digiuni) e desiderio (preghiere).

Il Tempio accoglie. La Legge (Torah, Parola), ascoltata, genera l’evento. Simeone e Anna parlano e cantano. Maria e Giuseppe compiono riti in silenzio e «si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Una vera Liturgia.
E io dove sono? Seduto in platea a guardare stancamente una commedia vista e rivista o a cantare in coro e a stupirmi delle cose che vengono dette di Lui?

Quando la vita viene “celebrata”.
Si tratta allora, per Luca, del primo ingresso di Gesù nel Tempio.  Luca sembra collegarci anche con l’episodio della consacrazione del giovane Samuele da parte di sua madre Anna al tempio di Silo (1 Samuele 1,22-28: « Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo dò in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore»); in questo caso Samuele rimarrà sempre nel tempio come la profetessa vedova Anna; Luca ci narra che Gesù non è meno irrevocabilmente votato al Padre suo pur vivendo trent’anni a Nazaret e non nel tempio (fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret).

Segno di contraddizione.
Simeone dichiara che Cristo sarà un seméion antilegòmenon, un «segno di contraddizione» perché siano svelati i pensieri di molti cuori (Luca 2,34).  “Un segno – come interpreta il biblista card Ravasi – impossibile da evitare, con cui fare i conti, da abbracciare o respingere”. San Paolo definisce la croce di Gesù come «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (1Corinzi 1,23-24). Non possiamo dimenticare quello che dice la lettera agli Ebrei:  “La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (4,12).  Maria/Chiesa è chiamata a mettersi in ascolto sempre più profondo e sempre più coinvolgente della Parola-spada che quel Figlio annuncerà durante la sua vita.  Gesù, diventato grande, vedendo il vuoto che si stava facendo attorno a lui, disse ai discepoli «Volete andarvene anche voi?» (Giovanni 6, 67). Come un giorno aveva chiesto ai suoi: «Ma io chi sono per voi?» (Matteo 16, 15). Nei secoli questo interrogativo ha continuato a serpeggiare. Ora tocca a me: mi hanno consegnato questo Gesù come un carbone ardente nel Tempio delle mie braccia.  Dove lo metto? Che me ne faccio?

L’incubazione a Nazaret.
Tutta la scena centrale nel Tempio rischia di far passare in secondo piano due righe finali della catechesi di Luca: « fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». E per 30 anni non si saprà quasi più nulla. Siamo stati salvati anche da questi 30 anni a Nazareth. Scrive il teologo F.Giulio Brambilla (oggi Vescovo di Novara): « Per trent’anni! Questo è il mistero di Nazareth.  Gesù ha imparato, gustato, assorbito a Nazareth, mediante un’interminabile incubazione, la grammatica della nostra umanità.

Nazareth, icona di comunità cristiane.
«Il mistero dell’incarnazione non si limita all’evento della nascita di Gesù, ma si estende alla sua crescita fisica, psicologica e spirituale, al suo divenire umano nello spazio di una famiglia e di un contesto culturale e religioso precisi (il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme, la festa di Pasqua, il Tempio, l’apprendimento della Torah)[1]».  Il “Natale-nascita”, dunque, non è che una piccola parte del grande evento dell’Incarnazione e della Epifania di Dio che comprende anche un Gesù che “cresce”.  «Anche per il figlio di Dio diventare uomo non ha significato solo nascere come individuo, ma anche vivere la sua esistenza umana come co-esistenza, in rapporti familiari forti e significativi. La nostra comprensione dell’incarnazione del figlio di Dio non può trascurare la riflessione sul significato dei 30 anni che Gesù vive radicato dentro una famiglia umana. Il nascere è l’inizio di un cammino di umanizzazione che ha nei rapporti familiari il terreno necessario»[2]. Ma sarebbe riduttivo cercare nel Vangelo di Luca solo l’icona della “Santa Famiglia” o, peggio ancora, della “Sacra Famiglia”; meglio sarebbe cercarvi l’icona di ogni comunità cristiana “famiglia di famiglie” come viene esplicitato al n° 23 del documento della CEI “Comunione e Comunità”: «Una parrocchia è fedele alla sua missione pastorale nella misura in cui aiuta concretamente le famiglie a vivere nella comunione la vita comunitaria secondo la ricchezza delle sue molteplici espressioni. In tal modo si introduce nella comunità ecclesiale uno stile più umano e più fraterno di rapporti personali che della Chiesa rivelano la dimensione familiare e del mistero della Chiesa, la sua “maternità,” il suo essere “famiglia di Dio”».


[1] EUCARISTIA E PAROLA, a cura della comunità di Bose. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale. Ed. Vita e Pensiero, 2006, Milano.
[2] Servizio della parola, n. 293, dicembre 97.




25 dicembre 2020. Festa dell’Incarnazione
PER NON PERDERE I SENSI ACCANTO A GESU’

Dal Vangelo secondo Luca 2,1- 20
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».  E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loroTutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuoreI pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

PER NON PERDERE I SENSI. Don Augusto Fontana

Anche Gesù è uno dei tanti.
Innanzitutto Luca mette una cornice storica al racconto della nascita di Gesù: il censimento di un imperatore. Avrebbe potuto evitare, ma la notizia è un modo di fare catechesi alla sua comunità e a noi: Luca forse vorrà dirci che Dio è diventato uno di noi, un numero, uno tra tanti? Come me e come te. I numeri qui contano, come sempre: nelle piazze, nell’auditel, negli scrutini dei voti, nel commercio. Anche la festa dell’Incarnazione di quest’anno scende in un contesto difficile: siamo sotto attacco di un virus che atterra vite ed economia e rapporti sociali. Penso oggi alla terra di Gesù e dei nostri padri nella fede, tormentata da tensioni sociali, politiche, economiche.  In Europa i cristiani anagrafici sono maggioranza. Ma altrove Gesù nasce in un piccolo resto di fedeli, in un angolo ristretto di comunità minoritarie: copti, melchiti ortodossi, cattolici di rito orientale, maroniti.  Nasce anche in mezzo ai silenziosi fruscii dei monasteri, angoli sperduti di rivelazioni e fedeltà. Dio dunque, dice Luca, si fa carne, ma diventa anche tempo. L’invisibile si fa carne e l’eterno si riveste di tempo. Dio viene conteggiato come uno qualunque da un imperatore guerrafondaio e colonialista, che crede di essere chissà chi. Questo è il Dio in cui crediamo.

 Luca racconta una liturgia.
Ma poi Luca procede narrando una liturgia di gesti, di rivelazioni, di riti, di silenzi, di canti. I cinque sensi del nostro corpo sono coinvolti nella meditazione e nella celebrazione di questo evento. Qui incomincia la sinfonia dei sensi a dirci che il mistero di Dio viene raccolto da noi, uomini e donne concrete, che hanno dei recettori sensibili e delle porte aperte sull’infinito. Perché i nostri sensi, la nostra materia è così: porta aperta sul mistero.

L’orecchio e l’udito.
L’udito è il senso principale della fede. La fede nasce dall’ascolto. E’ l’imperativo assoluto di Dio: non ti farai immagine alcuna di me. Piuttosto: ASCOLTA ISRAELE. Deut. 4,12: «Dio vi parlò in mezzo al fuoco; voce di parole (nel testo ebraico: qol debarim) voi ascoltavate, nessuna immagine vedevate, solo una voce». La nostra cosiddetta religione, nata dalla radice di Iesse cioè dall’ebraismo, è fondata sull’ascolto delle annunciazioni o vocazioni. Non solo quelle a Maria o a Zaccaria, a Mosè ed Isaia, ma a pastori impuri. Nasce dall’ascolto assiduo, amante, obbediente della Parola di Dio letta e ascoltata nel privato, proclamata alla domenica. Senza questo alfabeto, la vita diventa un geroglifico incomprensibile o un evento banale. Come lo poteva essere stato (e lo può essere anche per noi oggi) per i pastori: vedere un bambino è evento stupendo, anche se ordinario. Diventa segno e mistero se qualcuno ci allerta con un’annunciazione, una parola rivelata. Ma l’orecchio è aperto sul suo nervo nascosto che è il cuore: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuoreEd è anche capace di farsi bocca e megafono: riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. (Proviamo a ripercorrere i verbi dell’ascolto nel brano del Vangelo).

 L’occhio e la vista.
Anche l’occhio è un organo sensoriale aperto sull’infinito, ma capace di due livelli: il guardare e il vedere, il vedere e lo scrutare, lo scrutare e lo stupirsi per interrogare e interrogarsi, il credere. E’ un processo lungo: dal guardare al credere passano ore, talvolta anni.
Anche alla tomba della risurrezione accade questo lungo processo di conversione degli occhi. L’evangelista Giovanni usa addirittura tre verbi diversi che noi traduciamo sempre con “vedere”, ma Giovanni conosce la difficile gestazione dall’ascolto allo stupore al credere.
«vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Significa che Dio non lo si ricerca più nell’evanescenza di una fede cerebrale, ideologica, astratta. Lo si vede celebrando segni, inseguendo orme dei suoi passi. Per ora lo vediamo di spalle e forse mai in volto. Ma il desiderio del nostro occhio profondo è ben espresso dai salmi: Io cerco il tuo volto, non nascondermi Signore il tuo volto.
(Ripercorriamo i verbi del vedere nel Vangelo).

Le mani, le gambe e il tatto.
Lo fasciò e lo coricò Toccare Dio deponendolo, avvolgendolo in fasce. L’evangelista Matteo dirà: Chiunque avrà dato da mangiare, da bere… chi avrà vestito… chi avrà accolto… chi avrà visitato…chi sarà andato a trovare…lo avrà fatto  a me. Il buon samaritano si fa prossimo, va a sporcarsi, come fa Dio questa notte, per soccorrere l’uomo ferito, considerato intoccabile dal sacerdote e dal levita. Così si coccola Dio: toccando l’uomo. E i brividi che senti sulla pelle toccando l’uomo intoccabile sono il messaggio che Dio ti manda: hai toccato me.
…dicevano fra loro: «Andiamovediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio. A Dio si va camminando con le gambe, avvicinandosi, mettendosi in movimento. L’apatia, l’immobilismo non fanno parte né della Natività né della Pasqua che, invece, mettono in movimento.

L’odorato.
Nelle nostre liturgie sentiremo, al massimo, odor di candele. Ma attorno al Dio bambino, c’è solo odore di stallatico confuso con quelli di ogni parto. All’Epifania sentiremo profumo di mirra, come ci sarà profumo di nardo accanto al sepolcro e accanto ai piedi di Gesù quando la donna gli rovescia un vasetto di profumo sui piedi.  E’ l’incenso della glorificazione di un condannato a morte, di un povero.
Le nostre narici non disdegnano, oggi, odori meno regali e più quotidiani, quelli di una mangiatoia da animali dove Dio si caccia per nascere e quell’odore pungente di sangue di cui Dio si veste come fosse profumo sponsale. Quest’anno mi mancherà quell’odore tipico del carcere che non ho mai odorato da nessuna altra parte, mi mancherà l’odore inconfondibile di fantasmi di uomini con cui condividevo pane e frutta alla stazione ferroviaria; mi mancheranno profumi e odori delle tavole natalizie nelle RSA, mi mancherà l’umido odore del Natale a Goiàs. Raccoglierò nel profumo del Pane e Vino Eucaristico tutti i profumi, gli aromi, le fragranza,  i fetori, i miasmi umani. E li raccoglierò con le narici mascherate di medici, infermiere, OSS che oggi si chineranno su fiati infetti, corpi distrutti e cuori in ansia.

Il gusto.
Forse questo senso non pare attivato della narrazione della Natività.  Ma approfondiamo: il testo italiano dice che “non trovarono posto nell’alloggio”, nel testo greco: katalyma. È il termine tradotto con la parola “albergo/alloggio”. La stessa parola viene usata anche quando si parla della cena di Gesù con i discepoli, per indicare una stanza interna, situata al piano superiore di una casa, magari in un contesto più urbano com’era Gerusalemme (vedi Marco 14,14 e Luca 22,11).
Nel contesto rurale della nascita, quel locale, collocato all’interno di una abitazione scavata nella roccia, poteva essere anche lo spazio dove sistemare in alcune circostanze gli animali, e quindi ecco la mangiatoia (fatnê) per alimentare le bestie. La stessa mangiatoia riappare nell’annuncio ai pastori come il segno dello straordinario evento (v. 12: «questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»; v. 16: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia»).
Dunque, mettendo insieme il posto dove nasce Gesù e il luogo dove Lui celebrerà la Cena dicendo “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”, possiamo pensare che l’evangelista ci presenti Gesù, da subito, dalla nascita, come Uno da mangiare, come uno che si darà in cibo. «Gustate e vedete come è buono il Signore» (Salmo 33). Gustate come è buono il Pane pasquale. Infatti la Festa dell’Incarnazione la celebriamo spezzando e mangiando l’Eucaristia.




20 dicembre 2020. Domenica Avvento 4.
UNA PAROLA NEL PICCOLO VILLAGGIO DEL CUORE

4 domenica di Avvento
Preghiamo. Dio grande e misericordioso, che tra gli umili scegli i tuoi servi per portare a compimento il disegno di salvezza, concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito, perché sull’esempio di Maria accolga il Verbo della vita e si rallegri come madre di un popolo santo e incorruttibile. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro di Samuèle 7,1-5.8-12.14.16
Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».
Salmo 88. Canterò per sempre l’amore del Signore.
Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre; nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».
«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide, mio servo.
Stabilirò per sempre la tua discendenza, di generazione in generazione edificherò il tuo trono».
«Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 16,25-27
Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

UNA PAROLA NEL PICCOLO VILLAGGIO DEL CUORE. Don Augusto Fontana
io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda…
Il Signore ti annuncia che farà a te una casa…
Ultima domenica di Avvento, a ridosso della Festa dell’Incarnazione. Tempi di affollamento dei supermarket e dei nuovi santuari delle cose.  Tempi di lockdown vuoti di mistero e di rapporti. Oggi le chiese hanno più banchi vuoti, le case odorano di fritture. E il Signore parla ugualmente a chi lo vorrà ascoltare in una piccola tenda o in un piccolo villaggio del cuore: «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in un villaggio della Galilea, chiamato Nàzaret». Il centro d’interesse nel racconto di Luca è un messaggio cristologico più che mariano, per spiegare cioè chi è quel bambino che sta per nascere. Anche se Maria è presentata da Luca, volutamente, come il modello del discepolo  e di una chiesa che ascolta, interroga, risponde.
Tempio o casa?
Il vangelo di Luca si apre con l’annunzio di due nascite: quella di Giovanni Battista e quella di Gesù. Sono nascite che indicano il compimento delle promesse di Dio anche in casi impossibili  e infecondi. Come i nostri. Ciò che appare chiaro sin dall’inizio è il contrasto fra la presenza di Dio (angelo) e il villaggio di Nazaret, sconosciuto, nel territorio della Galilea, terra contaminata da stranieri e dunque impuro: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv. 1,46). Soprattutto incuriosisce il confronto tra l’annuncio al sacerdote Zaccaria (e a sua moglie Elisabetta, pure lei di discendenza sacerdotale) nel tempio di Gerusalemme anzi dietro la tenda del Santo dei Santi (Lc 1,5-26)  e l’annuncio a donna Myriam in casa.
Annunciazione o Vocazione?
Molti interpretano il testo del Vangelo alla luce di altre “annunciazioni di nascite prodigiose” (Isacco, Sansone). Padre Klemens Stock in un articolo[1] preferiva parlare di “vocazione di Maria”, senza angeli, ma con in mano un rotolo della Bibbia, il nostro angelo quotidiano. Scrive don Claudio Doglio[2]: «L’annuncio dell’angelo Gabriele è un evento mistico, che avviene nel profondo della coscienza e che non sarebbe stato possibile riprendere neppure con i mezzi di cui oggi disponiamo. Se ricordiamo la scena nel film di Zeffirelli, in questo caso si può apprezzare l’impostazione scenica, dove si mette in evidenza una luce che entra dalla finestra e lo spettatore vede questa ragazza che guarda la luce e che dice poche parole, ma non viene raffigurato nessuno. Questa immagine è corretta; noi siamo troppo influenzati dai quadri, un’infinità di raffigurazioni, mentre dobbiamo imparare che questa è una scena intima: è un ascolto che non avviene con le orecchie, è un discorso che non è fatto con la bocca, è un’esperienza mistica, misteriosa, che avviene nel profondo».
Dunque il brano di Luca sarebbe un racconto di vocazione in cui una persona è chiamata da Dio a collaborare con la Sua storia. L’episodio biblico che si può prestare ad un confronto è il racconto della vocazione di Gedeone contenuto nel Libro dei Giudici (6,11-24): «Gedeone batteva il grano nel tino per sottrarlo ai Madianiti. L’angelo del Signore gli apparve e gli disse: «Il Signore è con te, uomo forte e valoroso!». Gedeone gli rispose: «Signor mio, se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo?». Allora il Signore si volse a lui e gli disse: «Va’ con questa forza e salva Israele; non ti mando forse io?». Gli rispose: «Signor mio, come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera e io sono il più piccolo nella casa di mio padre». Il Signore gli disse: «Io sarò con te». Gli disse allora: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che proprio tu mi parli… Gedeone vide che era l’angelo del Signore e disse: «Signore, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!». Il Signore gli disse: «La pace sia con te, non temere!». Dal confronto con il brano di Luca scopriamo che i due testi hanno una strutturazione analoga benchè non identica. Forse l’evangelista intendeva raccontare la vocazione di Maria. Forse intendeva narrare la nostra vocazione?
I dialoghi.
E comunque è bene fermare l’orecchio ai dialoghi.

  • «Rallegrati!…Kaire! ». Risuonano le profezie dell’AT: «Gioisci, figlia di Sion, ascolta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore figlia di Gerusalemme!» (Sofonia 3,14); «Esulta figlia di Sion gioisci figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo re» (Zaccaria 9,9). «L’angelo non dice: prega, inginocchiati. Ma semplicemente: apriti alla gioia, come una porta si apre al sole. Dio si avvicina e porta una carezza» (Ronchi). Per me il saluto ha forse anche un sapore pasquale; quando Gesù si presenta ai discepoli la sera di Pasqua, l’evangelista Giovanni (20,20) usa lo stesso verbo kairô:«mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono {ekaresan dal verbo kairô}. In una vita complicata come la nostra e delusa come la mia, siamo visitati dal Signore per disseppellire questo invito dall’accumulo di relitti che la mareggiata ci ha vomitato sulla spiaggia sabbiosa della vita.
  • « kecharitoméne=trasformata dalla grazia[3]», quasi fosse un nuovo nome. Luca rischia grosso perché il Vangelo di Giovanni (1,14) dice che è il Verbo (Logos) di Dio ad essere “pieno di grazia” (plêrês chàritos). Giovanni Paolo II° nell’udienza generale l’8 maggio 1996 commentava così: «L’espressione “piena di grazia” traduce la parola greca kecharitoméne, la quale è un participio passivo. Per rendere con più esattezza la sfumatura del termine greco, non si dovrebbe quindi dire semplicemente “piena di grazia”, bensì “resa piena di grazia” oppure “colmata di grazia“, il che indicherebbe chiaramente che si tratta di un dono fatto da Dio alla Vergine. Il termine, nella forma di participio perfetto, accredita l’immagine di una grazia perfetta e duratura che implica pienezza. Lo stesso verbo, nel significato di “dotare di grazia”, è adoperato nella Lettera agli Efesini per indicare l’abbondanza di grazia, concessa a noi dal Padre nel suo Figlio diletto (Ef 1,6)». Da ora in avanti il suo nome sarà: amata per sempre; «come lei anch’io amato per sempre. Tutti, teneramente, gratuitamente amati per sempre» (Ronchi).
  • «il Signore è con te». Immanu’el è un nome che compare nelle profezie e che il vangelo di Matteo applica a Gesù. Significa “Dio con noi” ed composto dalle parole Immanu ( “con noi”) ed El (che significa “Dio”). Il Signore garantisce a Gedeone che lo assisterà nella missione che gli sta affidando: «Il Signore è con te, uomo forte e valoroso» (Gdc 6,12). «Espressione che avrebbe dovuto mettere in guardia la ragazza, perché quando si esprime così Dio sta affidando un compito bellissimo ma arduo (R. Virgili): chiama Maria a una storia di brividi e di coraggio» (Ronchi). Io ho avuto i brividi, ma non ancora il coraggio.
  • Maria è sconvolta: «Ella fu turbata {dietaràkthe} a queste parole, e si domandava {dielogìzeto} che cosa fosse un tale saluto». Il verbo usato da Luca indica caos, sconvolgimento, sommosse. Anche Zaccaria in 1,12 “al vedere l’angelo fu turbato e piombò su di lui una paura”. La parola di Dio provoca turbamento? Forse sì; e forse Maria era fra le donne della risurrezione (Lc 23 e 24): «Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea, guardarono la tomba, e come era stato deposto il corpo di Gesù… Ma il sabato, la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro… Mentre erano confuse ecco che apparvero davanti a loro due uomini in vesti risplendenti; e impaurite». Maria lotta con il suo Signore come Giacobbe con l’angelo (Gen 32,23-33). L’incontro con Dio non è per i rammolliti. Maria riflette, domanda, si interroga ma sta nel dramma. «Zaccaria ha chiesto un segno, Maria chiede il senso e il come» (Ronchi).
  • «Non temere Maria, hai trovato grazia presso Dio». Isaia 41,14: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto». Pare che l’invito “non temere” sia ripetuto 365 volte nella Bibbia; uno per ogni giorno del mio anno.
  • Poi con tre verbi si dice quello cui è chiamata Maria: concepirai, darai alla luce un figlio, gli imporrai un nome. Le tre azioni richiamano l’oracolo di Isaia (7,14) : «Il Signore vi darà un segno : ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emanuele». Maria comprende che Gabriele le sta riferendo la grande promessa fatta a Israele, la nascita del Messia. Ma quello che veramente sconvolge Maria è l’altra caratteristica del bambino : «santo e figlio di Altissimo». Questi appellativi erano riservati solo a JHWH. Tutto ciò è impensabile per gli ebrei, è qualcosa di assurdo, di impossibile. Maria rivolge una domanda all’angelo (34) : «come sarà questo?».
  • Il grande protagonista sarà lo Spirito santo detto la «potenza di Altissimo». L’azione dello Spirito può essere spiegata con due immagini: da un lato la discesa, dall’altro l’ombra che copre un territorio. Il verbo che Luca utilizza è il verbo utilizzato dalla Bibbia per indicare la presenza di Dio nella tenda del convegno (Es 40,34-35): «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora». Zaccaria e Elisabetta ricevono lo Spirito per parlare; Giovanni riceve lo Spirito per testimoniare; Maria riceve lo Spirito per generare.
  • A questo punto tutto è appeso al filo della libertà di Maria. E Maria risponde “Ecco!”. Si autodefinisce «io, serva del Signore». Il servo è colui che entra con tutta la sua vita nel «gioco» di Dio, è colui la cui vita si intreccia con la storia di Dio. Questo titolo dice obbedienza ma dice pure dignità e coscienza di essere strumento nelle mani di Dio. Maria è cosciente di essere serva del Signore ed esprime un desiderio: il verbo greco usato è un ottativo, che nella lingua italiana può essere ben tradotto con: «desidero che di me avvenga secondo la tua Parola». Beata lei!

[1] Biblica 61, 1980, pp.457-491
[2] http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio9.htm#Il%20racconto%20dell%E2%80%99Annunciazione
[3] Traduzione del biblista Ignazio de La Potterie




Spese per armi o per la salute e la scuola?

Legge di bilancio 2021: 6 miliardi per nuove armi. Secondo i pacifisti vanno spesi per sanità e scuola
Luca Kocci . Tratto da: Adista Notizie n° 44 del 12/12/2020

Sei miliardi di euro. È la cifra che la Legge di bilancio, in discussione in questi giorni in Parlamento, stanzia per l’acquisto di nuove armi nel 2021. Una «scelta inaccettabile» per la Campagna Sbilanciamoci! e la Rete Italiana Pace e Disarmo.
«Mentre siamo impegnati a trovare risorse per la Sanità e l’Istruzione pubblica, ci troviamo a sprecare 6 miliardi di euro per prepararci alla guerra», spiega Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! La sfida di oggi è un’altra, prosegue Marcon, «quella alla pandemia, quella affrontata quotidianamente negli ospedali che non hanno abbastanza posti di terapia intensiva o medici e infermieri a sufficienza. Quella per un’istruzione di qualità per tutti, mentre invece più di diecimila scuole hanno strutture che cadono a pezzi e non rispettano le normative di sicurezza».
Le organizzazioni sottolineano ancora una volta che negli ultimi anni le spese militari sono andate progressivamente aumentando, mentre la Sanità pubblica è stata de-finanziata e le risorse per l’Istruzione pubblica sono al livello più basso della media europea. Una tendenza che sembra confermarsi anche per il 2021, a meno che il Parlamento non deciderà di modificare la proposta del governo. Nel 2021, infatti, il solo bilancio del Ministero della Difesa prevede un aumento di 1,6 miliardi arrivando ad un totale di 24,5 miliardi. La proposta dei pacifisti alle forze politiche è quella di una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti, da destinare invece alla Sanità e all’Istruzione, tanto più «in un momento di emergenza ed estrema necessità come quello che stiamo vivendo. È questa la scelta di cura di cui oggi ha bisogno realmente l’Italia, e di cui hanno bisogno soprattutto i cittadini che stanno drammaticamente soffrendo questa crisi».
«L’analisi che abbiamo potuto realizzare preoccupa e pone ancora una volta il quesito sulle priorità della spesa pubblica nel nostro Paese – spiega Sergio Bassoli, della Rete Italiana Pace e Disarmo –. Mai come in questo momento tutti siamo chiamati a fare sacrifici e agire in modo responsabile e solidale per contrastare il contagio ed uscire al più presto dalla pandemia con meno danni umani, sociali ed economici possibili e consapevoli che il debito pubblico peserà come un macigno negli anni a venire. La moratoria di un anno per sospendere l’acquisto di nuovi sistemi di arma è un atto dovuto all’Italia, a chi lotta quotidianamente per salvare le vite, a chi ha perso il reddito e forse domani il lavoro, a chi è costretto a chiudere la propria attività. Ogni euro speso deve rispondere alla coscienza del Paese. Chiediamo a governo e Parlamento di essere anche loro pienamente responsabili e sospendere queste spese oggi insostenibili».
I conti di cosa si potrebbe fare con i 6 miliardi strappati alle nuove armi li fa Marcon sul manifesto (1/12):

  1. Con i soldi di un carro armato Ariete (7milioni) potremmo riaprire 20 piccoli ospedali
  2. Con il costo di una Fregata potremmo assumere 1.200 infermieri per 10 anni.
  3. Al posto di un blindo Centauro (13milioni) potremmo dare 2.800 borse di studio per studenti fuori sede.
  4. Con i soldi che spendiamo (44milioni) per un elicottero potremmo acquistare 4.500 ventilatori polmonari.
  5. Al posto di un pattugliatore d’altura (427milioni) potremmo ammodernare 410 ospedali.
  6. Con i 670milioni di un sommergibile U212 potremmo pagare lo stipendio a mille medici per dieci anni.
  7. Con i soldi per la nave anfibia Trieste (1miliardo e 171milioni) potremmo abolire le tasse universitarie ad un milione di studenti.
  8. Dulcis in fundo i cacciabombardieri F35. Siamo arrivati al costo di 195milioni di euro. Potremmo rimettere a nuovo con gli stessi soldi 380 scuole che cadano a pezzi.

Chi ci difende di più dal Covid-19: una santabarbara di armi o una sanità che funziona? 




13 dicembre 2020. Domenica Avvento 3
IL MERAVIGLIATO

Preghiamo. O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Isaìa 61,1-2.10-11
Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti.
Lc 1. La mia anima esulta nel mio Dio.
L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5,16-24
Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».  Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».  Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

IL MERAVIGLIATODon Augusto Fontana
Io gioisco pienamente nel Signore, il mio spirito esulta in Dio…
Un’antica tradizione francese provenzale pone in ogni presepe, tra le statuine, quel personaggio che si chiama il meravigliato: egli non fa altro che allargare le braccia e spalancare gli occhioni su quel bambino. Arriva davanti a Gesù con le mani vuote; si dice che gli altri lo rimproverino, ma Maria gli dice: «Non ascoltarli. Tu sei stato messo sulla terra per meravigliarti. Il mondo sarà meraviglioso, finché ci saranno persone come te, capaci di meravigliarsi».
Il meravigliato, mi provoca a chiedermi se sono disposto a lasciarmi contagiare dalla gioia che sembrerebbe essere la nota caratteristica di questa terza tappa dell’Avvento. Non è una domanda retorica e la risposta non è per niente scontata, soprattutto in questa drammatica pandemia che ci obbliga alla mascherina ma anche a togliere la maschera al Natale per vederne, se possibile, il suo vero volto. Senza piagnistei. Innanzitutto perché, come diceva Nietzche, a vedere le facce dei cristiani quando escono dalla Messa, non sembrerebbe che ci sia stata alcuna buona notizia e che Qualcuno abbia cambiato le loro vite. Poi perché in Sudan sono migliaia i poveri massacrati e 80 milioni sono i profughi che stanno vagando, come uno sciame d’api impazzite, alla ricerca di rifugio e cibo[1]; inoltre la crisi pandemica ha messo sul lastrico anche molte famiglie dei paesi industrializzati e si calcola che i disoccupati mondiali siano 195 milioni e dietro ciascuno c’è una famiglia. Vista, da questo versante, la storia contemporanea non ci offre esuberanti motivi di gioia.  Ma nelle pieghe di queste piaghe intravedo laici volontari, 1400 onlus italiane, medici e infermieri, missionari e suore correre, soccorrere, rischiare, restare. E tutto nell’apatia o nella paralisi per non sapere che fare, nella chiacchiera solenne di proclamazione dei Diritti dell’uomo a cui non fa seguito alcuna politica efficace e alcuna personale pratica messianica.
Di chi e di cosa meravigliarsi in questa liturgia?  Dove il Signore “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”? Chi fra noi sente la coscienza personale di essere “consacrato” per essere voce di una Parola, sandalo di un Messia, dito di una direzione?
Il Canto del liberatore e dei suoi liberati.
In questi tempi barbari, a qualcuno di noi verrebbe voglia, alla lettura dei versetti biblici di Isaia 61, di accantonarli come poesia evasiva o ingenua illusione. Qualche altro potrebbe, invece pensare che essi siano stati composti in un momento in cui c’era il vento in poppa e tutto lasciava intravedere un futuro felice. Le cose in realtà non stavano così. Come abbiamo detto domenica scorsa, l’anonimo profeta (appartenente alla “scuola” di Isaia) scrive queste righe mentre si trova coinvolto in un contesto si estrema depressione fra gli esiliati a Babilonia o fra i rientrati a Gerusalemme. Scopre di essere, anche dentro questo “paesaggio” desolato, pieno di gioia. Da dove viene a lui questa speranza e fiducia? Non certo dalla sua faciloneria, incoscienza o carattere ottimista né, tanto meno, dall’estraneità al dolore del suo popolo. Nulla forse può spiegarcelo meglio delle stesse parole del profeta:  «lo spirito del Signore mi ha investito (unto) e mi spinge». E così anziché incrociare le braccia, piangersi addosso, pensare solo a sè o recitare la parte del gufo tra le macerie, il nostro profeta si mette in azione. Egli cerca di riaprire dei solchi là dove la terra sembra essersi chiusa nell’aridità.
Dio in ritardo.
Le premesse e le promesse ci sono. Ma ritardano.  Dio tarda! E’ Parola di Dio che “Dio tarda”: «Dio, tu ci hai respinti, ci hai dispersi; ti sei sdegnato: ritorna a noi» (Salmo 59,3).  Non è una calunnia a Dio, una bestemmia. Dio è ben lontano dalla logica del “tutto e subito”. Ma in realtà come si fa a benedire Dio che sembra non ascoltare mai le preghiere o benedire gli sconfitti, coloro che lottano per un pezzo di patria o per un letto o per un pezzo di pane? La Chiesa non sa più benedire così lo scandalo della Croce su cui Dio resta inchiodato alla sorte di coloro che vediamo perdenti. Dio tarda, Dio è sempre in ritardo ed è Lui stesso a dircelo: «Il regno dei cieli è simile a dieci vergini… Poiché lo sposo tardava si assopirono tutte..» (Mt 25, lss)….Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “il padrone tarda a venire ” e cominciasse a percuotere i servi e le serve… il padrone arriverà nel giorno che meno se lo aspetta e in un’ora che non sa» (Lc 12,22ss).
“Signore che tardi”, non tardare, vieni presto in nostro aiuto. Signore, senti come gridano i secoli? Non solo il grido di Sodoma e Gomorra sale come il grido della colpa dell’uomo ma sale anche il grido dei “feriti”, trafitti dal Tuo costante ritardo. Tu che dici “chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, domandate e riceverete”, tu tardi nel dare, nell’aprire, nel donare, Tu che dici di fare giustizia prontamente[2], guarda quanti supplicano e restano travolti dal dolore e Tu, Signore, sei in ritardo e in silenzio.  “Dio che tardi”, dove sei tra milioni di grida che si spengono mentre Tu tardi? Siamo percossi e percuotenti, giudici iniqui e vedove importune, siamo vergini stolte e vergini sagge, siamo grida di fronte al tuo silenzio. Vieni non tardare perché muore la fedeltà a Te e alla tua Parola.  Allarghiamo le narici per riempirle al profumo dell’incenso, ma serriamo il naso all’odore dell’uomo “ferito”, non riempiamo la nostra anima di lui perché non è incenso ma piaga.  E tu ritardi e in noi cresce la confusione. Consacriamo frammenti del Tuo Pane ma abbiamo anche banche per tenere in disparte briciole di pane rubate ai poveri.  Dove sei “Signore che tardi”?
Dio tarda e tarda mentre percorriamo vie che a volte sembrano allontanarci da Lui e tarda e tace ma affonda nella terra le nostre radici e, per percorsi a noi sconosciuti, conduce alla salvezza: «Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia».
Tu chi sei?[3]
Giovanni è il testimone, il “meravigliato”. Uno che ha visto, ricorda e racconta come testimone di un fatto. Subisce una domanda incalzante che l’evangelista mette in bocca all’accusa, in questo solenne processo verso Giovanni e tra poco verso Gesù stesso. Di fatto il «Chi sei?» non è una domanda per dialogare, ma un interrogatorio per accusare. L’interrogatorio scivola lentamente da Giovanni a Gesù, alla chiesa, a me, a te: «Chi sei?…Che cosa dici di te stesso?».
La testimonianza di Giovanni inizia con 3 «no» o negazioni: «Io non sono». Per l’evangelista solo Gesù potrà usare il Nome di Dio: «IO-SONO». L’evangelista è così attento a questo particolare che quando Giovanni si autodefinisce «VOCE», l’evangelista gli cancella dalla bocca il verbo “sono”; il testo greco suona infatti così: «Io, voce (egô fônê) ». Il testimone, la chiesa, io e te ci possiamo definire solo come “eccentrici”, cioè fuori dal centro o, se vuoi, centrati su un altro. Geograficamente la zona d’azione di Giovanni è «al di là del Giordano», cioè ancora al di là del confine della Terra Promessa. La chiesa, io e te, operiamo sulla soglia, nella vigilia, nei pressi; ma chi conduce la gente alla Terra Promessa sarà poi Gesù, quando si deciderà a passare il Giordano e a traghettarci con lui. L’identità di Giovanni è fatta di voce che veicola la Parola: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,13).  Ma Giovanni si identifica anche con la voce del Libro della Consolazione di Isaia, che si rivolgeva ai deportati per incoraggiarli a un nuovo esodo, questa volta per ritornare. Viene definito «un uomo», un uomo-fratello. Gli costerà caro. I profeti soffrono di una “malattia professionale”: la decapitazione. Era  – ed è sotto altra forma – l’unico interruttore capace di spegnere voci scomode. Il rapporto tra profezia e Istituzioni è – e sarà – sempre critico.

Mi fermo qui. In questa terza domenica di avvento incalzano due domande. Una a Dio: «Dove sei, Signore, che ritardi di fronte alle promesse che hai fatto ai poveri della terra»?. E una domanda inquisitoria giunge a me dal grido della terra e dal sussurro del cielo: «E tu chi sei, di fronte al popolo devastato che ha sete di un Messia vero che lo liberi dalle profonde piaghe del suo esilio?». Chi fra noi sente la coscienza personale di essere “consacrato” per essere voce di una Parola, dito di una direzione, sandalo di un Messia?


[1] Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. 
[2] Luca 18:7-8 «E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». 
[3] Elaborazione da S. Fausti, UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI GIOVANNI Vol. 1, Ed. EDB.




8 dicembre 2020
IMMACOLATA. CHI?

Immacolata. Chi?

Dal libro della Genesi 3,9-15.20.
[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna : «Che hai fatto? ». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.
Salmo 98/97,1-2; 2-3ab; 3bc-4Rit. Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie
1Cantate al Signore un  canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
2Il Signore ha fatto conoscere  la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
3Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
4Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1,3-6.11-12
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà –  12 ad essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, 26 l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia, il Signore è con/in mezzo a te». 29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e 33 regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34 Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: « Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

SCELTI IN CRISTO PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI NELLA CARITA’(Efesini 1). Don Augusto Fontana
Oggi è festa di Gesù, santo, immacolato nella carità, figlio di Dio fin da prima della creazione del mondo. Ugo di San Vittore si esprime così: “Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (De arca Noe, 2, 8). Noi oggi, come scriveva l’evangelista Giovanni (1,14), contempliamo “la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. Noi oggi celebriamo la nostra liturgia con Gesù, uomo come noi “escluso il peccato”(Eb 4,15-16). Sì, il mio occhio si ferma su Gesù, concepito uomo immacolato, figlio santo, fratello giusto.
Quando in parrocchia moriva qualcuno, i parenti ci tenevano a incontrarmi per raccontare le virtù del defunto o defunta: “sorrideva sempre…amava i cani e la natura…gran lavoratore e mangiatore…” ecc. E poi mi chiedevano: “Lo dica questo durante la predica”. Ma io li deludevo perché nella liturgia dobbiamo soprattutto parlare di Gesù, della sua vita-morte-risurrezione in cui anche la vita del defunto riceve senso. Anche oggi, nel pieno dell’Avvento, l’occhio si deve fermare sul Santo dei Santi, San Gesù di Nazareth, stella incandescente della nostra fede, prima ancora che fare l’elogio di luna Maria che vediamo brillare di luce indiretta nelle nostre notti, colpita dal sole mentre viaggia negli spazi siderali della Storia della salvezza.
Un po’ di storia di questa festa[1].
L’8 dicembre 1854, dopo un’ampia consultazione dell’episcopato di tutto il mondo, Pio IX definiva il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria con la Bolla Ineffabilis Deus: « ….con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina la quale ritiene che la beatissima Vergine Maria, per singolare grazia e privilegio di Dio Onnipotente a lei concesso in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, sia stata preservata da ogni macchia di colpa originale fin dal primo istante della sua creazione, è stata da Dio rivelata, ed è perciò da credere fermamente». Già nel sec. IV, Procolo (+ 305), martire napoletano, dice che la Madre di Dio doveva essere formata «da un’argilla monda» come Adamo ed Eva prima del peccato e l’espressione è citata da Pio IX nella bolla Ineffabilis Deus con cui dichiara il dogma.  Nel IX secolo in Irlanda si celebra una festa della «Concezione di Maria» fissata al 2 o 3 maggio. Nel XII secolo, i monasteri benedettini di Inghilterra la celebrano l’8 dicembre. Da questo momento la sua diffusione è rapida: Normandia, Lione, Belgio, Spagna, Francia, Italia e in alcuni monasteri della Germania. San Bernardo (1091-1153), un grande devoto di Maria, contestò la legittimità della festa da poco introdotta: tutte le creature nessuna esclusa hanno bisogno della redenzione di Cristo. Anche Tommaso di Aquino (1228-1274) è sulla stessa linea. Nella sessione VI del Concilio di Trento del 1546 alcuni padri conciliari chiesero la promulgazione di una definizione dogmatica dell’immacolata concezione. Alessandro VII (1655-1667) l’8 dicembre 1661 precisava il contenuto della concezione immacolata di Maria: la preservazione dell’anima della Vergine dalla colpa originale «a causa dei meriti di Gesù Cristo suo figlio, Redentore del genere umano». Dunque questo dogma nasce dalla Rivelazione biblica implicita e interpretata; e dalla devozione popolare.
Il peccato originale[2].
Molto di questa festa lo si deve alla teologia del “peccato originale” secondo Agostino (+430) un po’ manicheo, ma solo un po’. Il teologo Pelagio (+420) affermava che ogni uomo nasceva innocente, ma con la capacità di compiere il male, grazie al dono del libero arbitrio. Agostino gli si opponeva sostenendo che il peccato dei progenitori era ereditario per tutti i secoli dei secoli. Nel 418 il concilio di Cartagine si schierò con la posizione di Agostino e condannò come eretici i pelagiani. E noi restammo inchiodati lì fino ai giorni nostri. Il dogma dovrebbe crescere e lievitare dall’interno, come afferma il Concilio Ecumenico Vaticano II (Dei Verbum, n. 8): «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro sia con l’intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro che con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio». Dopo il Concilio Vaticano II° molti teologi, Vescovi e Papi hanno fatto barriera attorno alla dottrina del “peccato originale” con tenue aperture sul complesso dei dogmi. Dovremmo dare per scontato che una dottrina fondata su racconti così remoti come quelli della Genesi e sulle riflessioni dell’Apostolo Paolo (Rom. 5,12-21) contengano ‘rivestimenti’ culturali oggi improponibili e che la Chiesa si trovi nella necessità «di presentare, difendere ed illustrare le verità della fede divina con concetti e parole più comprensibili alle menti formate alla odierna cultura filosofica e scientifica» (Paolo VI, discorso del 11 luglio 1966 ai partecipanti al Simposio sul peccato originale tenutosi a Nepi). Il Papa Benedetto XVI nella Catechesi del 10 dicembre 2008 aveva detto, tra l’altro: «Se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale, è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’ orizzonte della giustificazione in Cristo». L’uomo non è in grado di ac­cogliere i doni divini in un solo istante, ri­chiede molto tempo per interiorizzare tutte le informazioni necessarie allo sviluppo completo delle sue strutture. Per questo nasce incompiuto e imperfetto. La possibilità di compiere il male, che ne consegue, accompagna tutto il suo processo sto­rico. Solo alla fine, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) anche il male, il disordine, la morte saranno sconfitti. D’altra parte l’imperfezione delle creature si esprime in scelte negative che guastano le relazioni, deturpano la vita e inquinano anche la sua trasmissione alle nuove generazioni. Ogni creatura nasce con i limi­ti, le debolezze e le insufficienze causate dalle violenze, dalle idolatrie e dagli errori delle generazioni precedenti. La responsabilità degli umani è che molti diventino testimoni efficaci della potenza del Bene e della fecondità dell’Amore in modo che la Vita prevalga sulla morte.
Anche Gesù fatto in tutto simile a noi “eccetto che nel peccato” è stato tentato e ha dovuto fare delle scelte continue; come si può supporre che anche Maria, battezzata nella benevolenza originaria di Dio, abbia vissuto nella fatica della fede, come quando Gesù a 12 anni viene smarrito dai genitori « Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio… Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole… Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,43-50). I tre giorni di smarrimento anticipano la fatica di Maria nello smarrimento della croce e della tomba vuota.
Per trovare la Chiesa in Maria.
Per trovare la donna Maria di Nazareth occorre scavare perché è stata seppellita sotto una montagna di dogmi, leggende, visioni e devozioni.
A Nazaret. Dio si manifesta a una giovane donna, in una casa a Nazareth lontano da Gerusalemme, cuore religioso del paese. È forte il contrasto con l’annuncio al sacerdote Zaccaria nel tempio. “Dio sceglie quello che è stolto per il mondo… quello che è debole per il mondo… quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla…” (1Cor 1,27-29). Nazareth, “un paesino senza storia della meticcia Galilea, dal sacro al profano. Il cristianesimo non inizia al tempio, ma in una casa” (E.Ronchi).
A una donna. Gesù la chiamerà sempre Donna. È il nome che Adamo ha dato ad Eva: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2,23). Venuto a mancare il vino a Cana Gesù le dice: «Donna, che vuoi da me?» (Gv 2,3-4). Gesù in croce vedendo sua madre  e indicando il discepolo Giovanni disse: «Donna, ecco tuo figlio!». (Gv 19,26-27). Maria è la donna della creazione nuova o rinnovata (cf. Genesi  3,9-15.20). La chiesa è “donna” ricavata dal lato di Adamo, nata dal lato del crocifisso.
Rallegrati. In greco è Kaire! che vuol dire rallegrati! Non è un educato “buongiorno”, ma un saluto profetico. Il profeta Zaccaria, annunciando la venuta del re Messia, aveva esclamato: Rallegrati, figlia di Sion, esulta, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re (Zc 9,9). E tre secoli prima il profeta Sofonia aveva usato identiche parole: Rallegrati, figlia di Sion, manda grida di gioia, Israele (Sof,14). Maria, come sospetto, ascoltava le Sante Scritture e i racconti del suo popolo; intuisce dunque che il saluto la risucchia come protagonista dell’Ora del Messia.
Piena di grazia. (ebr. Hesed. Greco Karis=amore gratuito e performante). Papa Giovanni Paolo II aveva osservato che per rendere con più esattezza la sfumatura del termine greco (kekaritomene), non si dovrebbe dire semplicemente “piena di grazia”, bensì “resa piena di grazia” oppure “colmata di grazia“, il che indicherebbe chiaramente che non si tratta di bellezza o fascino personale ma di un amore gratuito e performante di Dio che è “ricco di grazia e di fedeltà” (Esodo 34,6). Il termine è adoperato nella Lettera agli Efesini 1,6: “a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto”. Per Paolo in Romani 5,15, ciò che è detto a Maria è per tutti gli uomini (la grazia di Dio e il dono concesso in[…] Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini). Nella Lettera agli Efesini oggi abbiamo ascoltato: « In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”. Maria è il concentrato di una destinazione universale per battezzati e non. “Non è piena di grazia perché ha detto “sì” a Dio, ma perché Dio ha detto “sì” a lei prima ancora della sua risposta. E lo dice a ciascuno di noi: ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo; buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre, piccoli o grandi ognuno riempito di cielo” (E. Ronchi).
Il Signore è con te. Maria, forse, sa a chi erano state rivolte prima di lei: “Non temere io sarò con te” dice il Signore a Mosè, l’uomo dell’Esodo (Esodo 3, 12); “come sono stato con Mosè, così sarò anche con te”, parole rivolte da Dio a Giosuè, l’uomo che fa entrare Israele nella terra promessa (Giosuè 1, 15); “il Signore è con te uomo forte e valoroso” dice l’angelo a Gedeone quando annuncia la sconfitta dei Madianiti attraverso di lui (Giudici 6,12). Maria, forse, capisce che non sta ascoltando un complimento ma una vocazione e una missione a diventare una colonna della lunga storia di salvezza.
Eccomi. “Maria con la sua ultima parola rivela il nostro vero nome. Il nome dell’uomo è: «Eccomi!»”. (E.Ronchi).

Il Concilio Vaticano II° afferma: «In Maria la Chiesa ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione e in lei contempla ciò che essa desidera e spera di essere» (Sacrosantum Concilium 103).


[1] Mi riferisco ad appunti di don Paolo Farinella 
[2] Mi riferisco a studi del teologo Carlo Molari (articoli vari in ROCCA, Pro civitate Christiana, Assisi, anni 2012, 2013, 2014, 2016)




6 dicembre 2020. Domenica 2 Avvento.
GUFI, AVVOLTOI E GALLI.

Preghiamo. O Dio, Padre di ogni consolazione, che agli uomini pellegrini nel tempo hai promesso terra e cieli nuovi, parla oggi al cuore del tuo popolo, perché in purezza di fede e santità di vita possa camminare verso il giorno in cui manifesterai pienamente la gloria del tuo nome.  Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Isaìa 40,1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
Salmo 84  Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo 3,8-14
Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.  Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.  Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.  Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.
Dal Vangelo secondo Marco 1,1-8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via.  Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.  Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.  Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

GUFI, AVVOLTOI E GALLI. Don Augusto Fontana
I gufi sono solenni, regali, ma sono bestiacce della notte, delle macerie e dei paesaggi desolati. Come gli avvoltoi che planano su carogne. Lo confesso: non amo una chiesa lagnosa che piange sul proprio ombelico purulento né quella che gufa su problemi e moralizza su disgrazie, tuona da balconi o da pulpiti su cuori già devastati e gambe infiacchite e piedi sanguinanti. Preferisco i galli, anche quelli che svegliando l’aurora mi ricordano il mio tradimento notturno. Tento di osare l’Avvento, come posso. Perché l’Avvento è il mio gallo mattutino. Che infastidisce i miei sogni delusi, ma mi apre il giorno: Ecco mando davanti a te il mio messaggero, voce di uno che grida nel deserto.
A volte i profeti hanno la voce monotona del gufo che annuncia sventure o il grido stridulo dell’avvoltoio. Fanno il loro compito pure così. E incutono inquietudine. Ma anche di inquietudine vive l’uomo. Ricordiamo lo scrittore Julien Green: «Quando si è inquieti si può stare tranquilli». Ne abbiamo bisogno dentro le nostre quiete abitudini che nutrono cancri silenti e che, prima o poi, diventeranno metastasi invasive. Dacci oggi, Signore, la tua inquietudine quotidiana.
In questa domenica, però, il registro dell’Avvento cambia: tace il bubulo del gufo e risuona il chicchirìcchio di un  gallo, anzi di tre: quello del profeta (Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta), quello di Giovanni il Battezzatore (Viene dopo di me colui che è più forte di me), quello dell’evangelista Marco (Inizio della bellissima notizia: Gesù Cristo).

Il gallo Isaia.
Un discepolo di Isaia, scrive all’indomani del rientro in patria degli esiliati, concesso dal pagano Ciro nel 439 a.C. Ritornati da Babilonia con la speranza di ritrovare una terra accogliente, si sentono raggelare il cuore (Parlate al cuore di Gerusalemme). Serpeggia scoraggiamento, smarrimento, abulia. Non solo bisognerà ricostruire la città e il Tempio, ma occorrerà imparare a convivere con altre popolazioni diventate nel frattempo proprietarie di terreni e case, prendendo atto di essere più un “resto” che un popolo. E il disimpegno e l’indifferenza sembrano una delega a Dio. Il profeta osserva, ascolta, prega. A differenza dei ciarlatani che usano parole ora arroganti ora accattivanti per nascondere i loro progetti disonesti o conflitti di interesse, il profeta vuole capire che cosa gli ispira la sua fiducia in Dio: «Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre» (Is. 40,7-8; versetti omessi dalla liturgia odierna).
Mi pare di intravedere nel testo tre scenari.
Prima scena: Parlate al cuore di Gerusalemme. Il primo scenario è costituito da una geografia del cuore, criptata nel segreto delle vite di ciascuno, un’orografia  di monti, colline, sentieri, ruderi, abissi. Se rientriamo in noi stessi per visitare questa geografia del cuore vi troviamo i nostri dissapori, le nostre illusioni crollate di schianto o implose su se stesse come un budino che lentamente si affloscia. Dunque accolgo questo primo invito di Avvento: il Signore vuole visitare prima di tutto lo scenario del cuore con tre iniezioni di fiducia che hanno tre tonalità (materna, sponsale, profetica): consolate…parlate al cuore…gridate. Una sinfonia di voci in crescendo (un sussurro, una parola, un grido) per dire una cosa alle nostre viscere (i nostri due cuori, quello buono e quello maligno): «la tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata». Anche per Dio c’è «un tempo per demolire e un tempo per costruire… un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qoelet 3,3.7). L’Avvento è il Suo tempo per costruire…cucire…parlare.
Seconda scena: Nel deserto preparate la via al Signore. Deserto, steppa, strade, valli, monti, colli. Storicamente fu proprio così: i deportati schiavizzati furono costretti a costruire strade per un popolo straniero ed oppressore; e mentre costruivano piangevano. Senza sapere che su quelle stesse strade i loro passi avrebbero trovato l’accogliente via del ritorno. Mio padre, reduce dalla campagna di Russia, mi raccontava esattamente che li avevano obbligati a costruire linee ferroviarie russe; le stesse su cui una sbuffante tradotta li avrebbe rimpatriati, malconci, ma liberi. : «Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni»  (Salmo 125,6). Non basta dunque aver sospirato la liberazione. Non basta nem­meno riconoscere che la salvezza è un dono di Dio. Il vero dono che Dio fa al popolo è di chiamarlo a costruire il suo regno, con fati­ca, impegnando tutta la vita.  La pioggia che Dio manda dal cielo (Salmo 84, 9-14) fa germogliare soltanto le sementi che l’uomo ha messo nella terra con grande fatica (vv 12-13). La tentazione costante dell’uomo sembra essere duplice: o voler sostituirsi a Dio o pretendere che Dio sostituisca l’uomo. La prima tentazione può essere motivata da mancanza di fede, sfiducia, impazienza. Già Isaia rimproverava i suoi contempo­ranei di sfidare Dio perché sembrava che non intervenisse affatto nel­le vicende umane: «Faccia presto, acceleri pure l’opera sua, perché la vediamo; si facciano più vicini e si compiano i progetti del Santo di Israele, affinché li conosciamo» (Is 5, 19). La seconda tentazione, più subdola, è quella di delegare a Dio quelle attività che spettano invece all’uomo. Con la scusa della fiducia nella Provvidenza ci si può chiudere in una rassegnazione passiva che nasce da pigrizia mentale e si trasforma in mancanza di iniziative e di attività.  A questo si aggiunge una scarsa stima per le realtà materiali: se questo mondo e destinato a finire per la­sciare il posto a «cieli nuovi e terre nuove», è inutile dargli importanza. Il cristiano che ha veramente fede, scrive Pietro nella seconda Lettura, partecipa della pazienza operosa di Dio. Dio non ha dato il Suo “Regno” chiavi-in-mano, ma ce lo dona progressivamente a misura della nostra accoglienza e collaborazione. Anche se tracciare una strada nel deserto è impresa impossibile. Come pare impossibile tracciare un ascolto della Parola in mezzo alla desertificazione compiuta dai consumi estremi e dall’attivismo pre-infartuale. La Regola dei monaci esseni di Qumran (VIII,13-16) dicevano appunto che questa Via era lo studio della Torà data a Mosè.
Terza scena. Liete notizie da una messaggera (in ebr. al femminile: mebaseret). Lo scenario si sposta su un monte, ma punta verso la città a cui (nel testo ebraico) viene affidato il compito di diventare “messaggera” di speranza a villaggi, città e deserti circostanti. Riascoltiamo un’altra profezia (Is. 62, 1-3): «Per amore tuo, Gerusalemme, non tacerò finché non sarai liberata e non risplenderai come luce. Per amore tuo, Sion, non mi darò pace finché non sarai salvata e non brillerai come una fiaccola accesa. Nelle mani del Signore diventerai una corona splendida, un diadema regale. Il tuo nome non sarà più “Città abbandonata”, il tuo paese non si chiamerà più “Terra desolata”. Invece il tuo nome sarà “Gioia del Signore” e la tua terra si chiamerà “Sposa felice”. Infatti sarai veramente la delizia del Signore, e la tua terra avrà in lui uno sposo. Come un giovane sposa una ragazza, così il tuo creatore sposerà te. Come l’uomo gioisce per la sua sposa, così il tuo Dio esulterà per te». La storia della salvezza allora non solo non è estranea alla città, ma a lei viene affidata la missione di esserne la messaggera. Pare che la storia di Dio interseca di volta in volta giardino, deserto e città.

Il gallo Johannah.
Giovanni (Johannah) era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. Come dire che la “voce” si rende parola nella vita. Ciò che manca a me, e forse anche a te, non è la voce, ma la mimica, quella opzione di vita che ci renderebbe credibile. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. Noi siamo risvegliati da gente che canta all’aurora con il chicchirìcchio delle proprie scelte coerenti. Nella tradizione giudaica, Elia era atteso come il profeta della vigilia del Messia. Elia era conosciuto come “uomo peloso che portava una cintura di cuoio attorno ai fianchi” (2 Re 1,8). Marco mette in scena Giovanni abbigliato come Elia (Mc 9,11-13). Negli anni 70, epoca in cui Marco scrive, molta gente pensava che Giovanni Battista fosse il messia (cf. At 19,1-3). Per aiutarli a discernere Marco riporta le parole di Giovanni stesso: Dopo di me viene colui che è più forte di me e di cui non sono degno di sciogliere i sandali. Io ho battezzato con acqua. Lui battezzerà con lo Spirito Santo. Oggi, in termini sportivi, si direbbe: «Palla al centro!». Non è male che il gallo Johannah ci richiami che la partita inizia davvero quando Gesù viene messo al centro. L’avvento è anche questo.

Il gallo Marco.
Inizio della bellissima notizia (Evangelo): Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Inizio, principio: Marco intende dire che quel vangelo che lui narra è tutto e solo un principio rimasto inconcluso; la sua conclusione dipende dai discepoli e dai lettori. Il lettore rimane invischiato, coinvolto dal racconto che narra solo il principio o l’inizio e resta per sempre in-concluso se i discepoli non congiungono l’Ieri di Gesù con il loro Oggi: la resistenza di etnie oppresse alla ricerca di dignità; il risveglio della coscienza verso nuove dimensioni della vita; la nuova sensibilità ecologica; la consapevolezza della cittadinanza che cerca nuove forme di democrazia e partecipazione;  la ricerca crescente di nuove relazioni di tenerezza, di rispetto reciproco tra le persone; l’aumento dell’indignazione della gente per la corruzione e la violenza; una voglia di Parola di Dio che si estende lentamente tra la gente, insieme ad una voglia di Eucaristie veramente celebrate dove non prevalga il rubricismo e la nenia monotona, ma «cose nuove e cose antiche».
Andare nel deserto è romper­la con le complicità. Solo allora abbiamo parole che hanno una risonanza morale degna delle coscienze tenta­te di scoraggiamento. E siccome un compito cristiano è sempre quello della consolazione, credo che la buona notizia che dobbiamo annuncia­re anche noi, è l’inizio del Vangelo di Marco: la speranza di un mondo diverso che noi chiamiamo Regno di Dio-Gesù Cristo.