29 novembre 2020. Domenica 1 Avvento

Avvento Prima domenica 2020

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno, ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio.
Dal libro del profeta Isaìa 63,16-17.19; 64,2-7
 Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te  sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te,  abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.
Salmo 79  Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio dell’universo, ritorna! Guarda dal cielo e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1,3-9
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza.  La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
Dal Vangelo secondo Marco 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Tenete gli occhi aperti {blepete}, state svegli {agrupneite}, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare {gregoré}. Vegliate {grêgoreite}  dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate! {grêgoreite}».

 

AL DI LA’ DELLA NOIA: SE TU SQUARCIASSI I CIELI. Don Augusto Fontana

Io vi vengo incontro, ma voi vigilate!
Oggi c’è chi nutre ancora attese significative di giustizia e santità ma, a causa della dilazione e dei ritardi, rischia di entrare nella massa di chi non attende più nulla. E mi scopro fra questi. Ci occorre un supplemento di pazienza attiva, di resistenza. C’è un’inquietudine della coscienza che è indizio di sensibilità, di vita, di fede. Con lo scrittore francese Julien Green potremmo dire “Quando si è inquieti si può stare tranquilli”. Non nutriamo più alcuna attesa significativa, soprattutto noi vecchi. Abbiamo gli occhi disillusi rivolti in basso. Ma ce n’è anche per i più giovani: benessere, distrazioni, banalità e superficialità sono come una rete che imprigionano il cervello. L’evangelista Matteo scriveva: “In quei giorni gli uomini mangiavano e bevevano, si sposavano, fino a quando Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e inghiottì tutti” (Mt. 24, 38-39). Serve un supplemento di fame e sete, di orizzonti più vasti, di utopie.
Oggi c’è chi è soddisfatto della propria posizione religiosa e si è assestato con gli occhi rivolti indietro o dentro. Non sospettano che Dio possa essere diverso nè che possa chiedere altro, oltre quello che loro sanno dare. I tempi di Avvento e Natale pronunciano le parole dell’attesa, del compimento, dell’incontro, dell’intimità e della festa.
Tempi, questi che viviamo, di immonde stupidità politiche. Siamo annoiati dalla rapidità malsana con cui gli eventi si clonano di padre in figlio, di generazione in generazione. Capita a tutti di essere colpiti dalla noia. La nostra vita è ripetitiva in pensieri, parole, opere e omissioni. Accade così che davanti a questa monotonia storica e quotidiana noi ci annoiamo o restiamo sempre in attesa di un qualche evento straordinario che ci risvegli dal torpore della noia. Noia del luogo in cui ci troviamo, delle opere in cui siamo coinvolti e, addirittura, delle persone che ci stanno intorno: un continuo dormiveglia.
E ormai lontana la chiusura del Concilio Vaticano II in quel 8 dicembre del 1965 per riuscire a risvegliare la voglia di tastare il viso alla chiesa cercando di scorgervi la nascita di un sorriso.
Dagli anni ’60 la chiesa guardò a se stessa e si vide vecchia e atrofizzata. E Giovanni XXIII, un santo sognatore, convocò un Concilio Ecumenico. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, E nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, 1ss). Parole dei padri conciliari, che ancora oggi costituiscono l’acceleratore per una chiesa che è tornata ad essere conservatrice e a svernare in letargo. Papa Francesco ha impedito che il Concilio cessasse di essere una buona notizia. Guardando oggi di nuovo a noi-chiesa ci chiediamo: siamo tornati indietro? Anche il laicato cristiano è simile a quei bambini che, iniziando a camminare, hanno paura se cadono e riprendono nuovamente a desiderare le antiche sicurezze di box deresponsabilizzanti e protettivi, di fibbie reggenti devozionali e guinzagli clericali contenitivi. Un ampio settore dei responsabili ecclesiastici preferisce il freno all’acceleratore, il sospetto nei confronti dell’uomo piuttosto che la fiducia in lui, il potere più che il servizio, la difesa della sua struttura più che la lotta per la causa dei poveri. Non tutta la chiesa, grazie a Dio. Perché ci sono settori di noi-chiesa che guardano meno alla struttura e più a Gesù, più a quelli di sotto e meno a quelli di sopra. E’, senza dubbio, il frutto di quel Concilio che potremmo rischiare di spegnere. Questa noi-chiesa fiorisce ovunque nei piccoli gruppi o comunità, nella periferia delle grandi città, nei quartieri, nelle associazioni popolari, dentro e fuori i nostri limiti geografici. 

Dal libro della Parola.
L’Avvento di quest’anno si apre con un brano di Isaia e uno di Marco che descrivono due movimenti:

  1. C’è una venuta, un ritorno, un viaggio del Signore verso l’uomo. E’ descritto come evento sospirato “Se tu squarciassi i cieli e discendessi!”. Con Gesù, Dio ha ribadito la sua rottura dallo splendido isolamento e “ha squarciato i cieli”, “è disceso”, è “andato incontro a quanti si ricordano delle sue vie”. La rottura dell’imene segna l’interruzione fisica della verginità femminile. L’imene della trascendenza di Dio, con Gesù si è lacerata, squarciata. Dio non è più vergine.
  2. Ma la parabola di Marco dipinge il secondo movimento, quello umano. Tre imperativi scandiscono le tre parti del brano di oggi: “State attenti, vegliate, vigilate” (blepô, agrupneô, gregoreô). Anche il testo di Isaia sottolinea l’esigenza di questa reazione umana davanti alla venuta del Signore: “Non vagheremo più lontano dalle tue vie, praticheremo la giustizia, ci ricorderemo delle tue vie e riconosceremo che siamo stati ribelli e abbiamo peccato contro di te”.

Uno dei verbi usati da Marco è, in greco, gregorein (vegliare) che è molto vicino all’altro usato per la Risurrezione (egheirein= alzarsi in piedi). Ambedue descrivono l’esigenza di uscire dalle nebbie e dall’immobilità. Per meglio illustrare il suo pensiero Marco cita la parabola del portiere notturno. Secondo l’uso romano la notte è divisa in 4 veglie o vigilie: sera, mezzanotte, canto del gallo, alba. Molto sapientemente Marco stesso fa riferimento a 4 precisi eventi di Gesù e della Chiesa: la sera del tradimento di Giuda (Mc.14, 17); la notte del processo e della condanna (Mc. 14,64);  l’ora del canto del gallo e del tradimento di Pietro (Mc. 14,72); il mattino in cui Gesù viene consegnato a Pilato per essere crocifisso ( Mc.15, 1).
Dunque Gesù può tornare alla sera quando il discepolo tradisce Gesù o è tradito dai suoi familiari, colleghi, amici, confratelli; nel cuore della notte quando il discepolo condanna Dio o viene ingiustamente condannato; al canto del gallo quando Gesù viene rinnegato o al discepolo viene negata dignità; al mattino quando la vita scivolerà verso la morte.
Ecco perchè nel tempo dell’uomo (Kronos) scorre il tempo di Dio (Kairos). Ecco allora il richiamo alla vigilanza, non come incubo che Dio venga a guardare nel nostro fogliame ed esigere i frutti, ma come tempo dell’incontro descritto dal Cantico: «Io dormo, ma il mio cure veglia. Un rumore! E’ il mio amato che bussa: “Aprimi sorella mia, mia amica, mia colomba, mia perfetta”» (Cantico 5,2).
Ecco il richiamo alla vigilanza per evitare, come dice Marco poche righe più avanti, di addormentarci come i discepoli nel Getsemani nel torpore. Vegliare significa attrezzarsi per un lungo periodo, essere uomini del presente con lo sguardo rivolto al futuro o al profondo. Forse per questo finalmente ho trovato gente che attende, e l’ho trovata tra i detenuti, uomini dalla furbizia acuta e incontenibile, insonne a cercare pretesti per uscire, occasioni per evadere, astuzie per ottenere sconti. In carcere si dorme, ma sognando. Anche qualche ergastolano mi diceva: «Quando uscirò verrò a prendere un caffè da te». Così mi piace, questa umanità insonne, irrequieta, vispa, rumorosa, lagnosa, scontenta, immobilizzata da condanne ma ondeggiata dal vento di piccole e grandi speranze.
La comunità/chiesa, lasciata nelle mani di Pietro e dei suoi, quando Gesù andò all’estero (morte e resurrezione) non fu vigile. In quel primo rendimento di conti, che fu la passione di Gesù, tutti dormirono, non riconoscendo in quel Gesù povero, spogliato, fallito e umiliato il “Figlio dell’Uomo”.
Proprio qui, in questo sentimento di dormiveglia intossicata, nasce l’invocazione che caratterizza l’Avvento, quell’invocazione accorata che leggiamo nel profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Come sarebbe bello se ci accorgessimo che qualcosa di davvero nuovo sta accadendo nella nostra vita; se finalmente ci si accorgesse che Qualcuno rompe la monotonia dei giorni che passano; se fosse definitivamente bandito il torpore della noia che ci sfianca. Come sarebbe bello se il tempo riacquistasse senso e pienezza, se il lavoro ritrovasse fantasia e serenità[1], se riscoprissimo gli altri come fratelli da godere.
Papa Francesco nella Evangelii gaudium si dilunga a fare analisi impietose sulle cancrene della società e della chiesa ma dissemina il messaggio di stimoli e speranze: «L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce. Così prende forma la più grande minaccia, che è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità. Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza…La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania»[2].  E per 7 volte termina i suoi paragrafi con inviti alla vigilanza: «non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!… non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!… Non lasciamoci rubare la speranza!… Non lasciamoci rubare la comunità!… Non lasciamoci rubare il Vangelo!… Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!… Non lasciamoci rubare la forza missionaria!».
Quindi Avvento è celebrazione dell’attesa escatologica, della speranza espressa dalla preghiera ardente delle prime comunità cristiane: “Vieni, o Signore Gesù! Maràna thà!” a cui egli risponde: «Sì, vengo presto! Amen» (cf. Apocalisse 22,20; 1Corinti 16,22). Per gli ebrei che hanno familiarità con le Sante Scritture e la viva tradizione rabbinica, è un tema ricorrente quello del silenzio, della lontananza e del nascondimento di Dio. Ne troviamo traccia in molti salmi e in vari brani dei profeti; in Isaia abbiamo quasi una definizione del Dio d’Israele che punta proprio su questo aspetto: “Veramente tu sei un Dio nascosto” (45,15); così nel salmo 10,1: “Perché Signore, stai lontano e nel tempo dell’angoscia ti nascondi?” Anche la prima lettura di questa domenica vi fa riferimento: “perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie?… Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,17-19).  I cieli appaiono chiusi e Dio sembra restare irraggiungibile anche per tanti uomini e donne del nostro tempo che si sentono abbandonati, che sono preda dell’ingiustizia, della miseria, della guerra e delle malattie.
Il credente sa da dove viene il male: “Abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli, siamo tutti rinsecchiti come le foglie d’autunno…Siamo come un pannolino di una donna mestruataNessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te: tu avevi nascosto il tuo volto”. Questa consapevolezza ci toglie ogni possibilità di accampare diritti davanti a Dio. Eppure il vero credente non smette di porre tutta la sua fiducia in Dio e osa dire: “ma tu sei nostro padre! Noi siamo argilla… in fondo restiamo pur sempre opera delle tue mani…” (cf. Isaia 63,16; 64,7). Dio non è l’avversario pronto a coglierci in fallo. Ecco perché si può avere la sfrontatezza di ricorrere a lui anche quando si è stati e si è ancora infedeli. Perché “Egli è fedele e ci confermerà irreprensibili fino alla fine, fino al giorno del Signore” (2a lettura).


[1] Il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, bengalese, con la sua Grameen Bank ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito di creare sviluppo economico e sociale dal basso. Durante una sessione in remoto di Economy of Francesco, rivolgendosi ai giovani ha chiesto di essere “Not job seekers, but job creators”, non cercatori di lavoro, ma creatori di lavoro.
[2] EG, alcuni passi da n. 82, 83, 84




CIÒ CHE CAMBIA CON IL NUOVO MESSALE
Don Augusto Fontana

ECCO CIÒ CHE CAMBIA CON IL NUOVO MESSALE
La revisione italiana del Messale scaturito dal Concilio arriva a diciotto anni dalla terza edizione nel 2002. La complessa operazione coordinata dalla Cei ha visto numerosi esperti collaborare con la Commissione episcopale per la liturgia fino a giungere nel novembre 2018 all’approvazione del testo definitivo da parte dell’Assemblea generale dei vescovi italiani. Poi, dopo il “via libera” di papa Francesco, il cardinale Bassetti ha promulgato il libro l’8 settembre 2019. 

Alcune modifiche che riguardano l’assemblea:

 CONFESSO
L’atto penitenziale ha un’aggiunta:  «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle…».

GLORIA
Il Gloria avrà la nuova formulazione «pace in terra agli uomini, amati dal Signore» che sostituisce gli «uomini di buona volontà».

PADRE NOSTRO
«Padre nostro…rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a i nostri debitori e non ci abbandonare alla tentazione…».

 SCAMBIO DELLA PACE
Il presidente dell’Assemblea dirà: «Scambiatevi il dono della pace» anziché «Scambiatevi un segno di pace»

AGNELLO DI DIO
Il presidente dell’Assemblea dirà: «Ecco l’Agnello di Dio…. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello ».

LA CONCLUSIONE
Al termine l’assemblea potrà essere congedata così: «Andate e annunciate il Vangelo del Signore».

Alcune modifiche che riguardano il presbitero che presiede e tutta l’Assemblea:

  • Sono ben sei i nuovi prefazi: uno per i martiri, due per i santi pastori, due per i santi dottori (che possono essere utilizzati anche in riferimento alle “donne dottore delle Chiesa” per le quali finora mancavano testi specifici), uno per la festa di Maria Maddalena “apostola degli apostoli”.
  • La Preghiera eucaristica II, quella fra le più utilizzate, non manca di cambiamenti. Dopo il Santo, il sacerdote dirà allargando le braccia: «Veramente santo sei tu, o Padre, fonte di ogni santità. Ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Tutto ciò sostituisce la precedente formulazione: «Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito». L’inizio del racconto sull’istituzione dell’Eucaristia si trasforma da «Offrendosi liberamente alla sua passione» a «Consegnandosi volontariamente alla passione». E nell’intercessione per la Chiesa, l’unione con «tutto l’ordine sacerdotale» diventa con «i presbiteri e i diaconi». Ancora: l’espressione «per averci ammessi alla tua presenza a compiere…» viene sostituita con «perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere…».
  • Nella Preghiera eucaristica III, l’espressione «Egli faccia di noi un sacrificio perenne…», viene sostituita con «Lo Spirito Santo faccia di noi un’offerta perenne a te gradita».
  • Varia anche la Preghiera eucaristica della Riconciliazione I dove si leggeva «Prese il calice del vino e di nuovo rese grazie» ora troviamo «Prese il calice colmo del frutto della vite…».
  • Un’altra modifica riguarda la Preghiera eucaristica V dove la formula: «Manda il tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo corpo ed il suo sangue» diventa: «Manda il tuo Spirito Santo a santificare il pane e il vino, perché questi doni diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo»
  • Nella memoria dei defunti verranno sempre esplicitamente ricordati “fratelli e sorelle” «Ricordati anche dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che si sono addormentati…».

Alcune riflessioni:

  • Il MESSALE non è il libro del prete, ma di tutta l’assemblea, anzi di tutta la Chiesa: pensiamo alla Preghiera eucaristica II quando si prega: «Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra e qui convocata nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte». È un’affermazione grandissima: si dice che nell’assemblea liturgica, che potrebbe essere anche di tre persone, tutta la Chiesa è convocata. La Presentazione CEI sottolinea la pluralità dei ministeri, una sfida ancora aperta a partire da Concilio, e dell’assemblea liturgica come «soggetto celebrante». Dunque: pluralità di servizi e centralità dell’assemblea.
  • Per essere accolto, il nuovo Messale richiede «un processo di approfondimento della retta comprensione della celebrazione dell’eucaristia» (Presentazione, 6): «la migliore catechesi sull’eucaristia è la stessa eucaristia ben celebrata» (Benedetto XVI Sacramentum caritatis, 187). Il riferimento al Messale è determinante per comprendere il senso profondo del mistero eucaristico a partire dalla sua celebrazione. Per questo si può affermare che il libro liturgico è custode della fede creduta, celebrata e vissuta.
  • Occorrerà una «complessiva e armonica attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori delle vesti liturgiche. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano” (Sacramentum caritatis, 40)». Il Messale non raccoglie solamente i testi liturgici, ma è soprattutto «un libro che indica “gesti” da porre in atto e valorizzare, coinvolgendo i vari ministeri e l’intera assemblea» (Presentazione, 9).
  • Dai testi liturgici impariamo anche la preghiera personale. Essi sono “intrisi” di Santa Scrittura. I testi liturgici ci insegnano a fare della Parola di Dio il nutrimento della nostra preghiera che dovrebbe essere un masticare o ruminare la Santa Scrittura. Il Messale ci rivela che il cristiano dovrebbe essere come un testo liturgico, intriso della Parola di Dio, un’espressione vivente della Santa Scrittura.

Alcune Parole…

Sacrificio. «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Da tempo nel Messale italiano resiste il termine “in sacrificio” durante il Racconto-Memoriale della Cena pasquale del Signore. Il termine è assente nell’edizione originale del Messale in latino («Hoc est enim corpus meum, quod pro vobis tradetur [che sarà dato per voi]», che di fatto è più vicina al testo originale greco di Lc 22,19b: «hymon didómenon», “per voi dato”). Tale aggiunta in lingua italiana (che non trova riscontro nelle traduzioni dei Messali inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese), induce a interpretare in prospettiva sacrificale-cultuale la donazione di Cristo. In realtà il linguaggio sacrificale risente molto dell’influsso da parte del culto ebraico e della sua organizzazione sacerdotale e rituale. Alcuni liturgisti l’hanno forse voluta conservare anche per rispondere alle attese di chi non amava il nome “Cena del Signore” perché la riteneva troppo vicina al linguaggio protestante. Ed è pure certo, però, che non possiamo sottovalutare il fatto che Gesù ha consegnato (offerto, donato) la sua vita in una fedeltà estrema al Padre e agli uomini, fino alla morte in croce. Ma il Padre non gli ha chiesto di morire come un agnello sgozzato nel tempio di Gerusalemme per placare la sua ira o soddisfare la sua sete di risarcimento per le nostre offese o peccati.

 Agnello. Ancora una volta c’è sangue, sacrificio, vittima e morte. Gesù è l’agnello (come tutte le vittime innocenti e miti) che lascia traccia del suo sangue sulle porte degli scampati alla notte pasquale dell’angelo sterminatore. L’Inno del giorno di Pasqua canta: «Alla cena dell’Agnello, avvolti in bianche vesti, attraversato il Mar Rosso, cantiamo a Cristo Signore». Gesù è anche l’agnello che vince la Bestia della Apocalisse di oggi e di domani. Ma è anche faro di una città redenta: «La città non ha bisogno della luce del sole perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap. 21,23). Però è curioso notare che in aramaico, la lingua usata da Gesù, esiste il vocabolo, talya’ , che significa sia “servo” sia “agnello”. Con questa interpretazione l’agnello si può chiamare Servo del Signore, quel personaggio atteso e promesso dai profeti che «si è addossato i nostri dolori… che porta il peccato di molti» (Isaia 53,4.12). Il verbo ebraico usato, nasa’ , indica sia “portare” sia “togliere”.

 Rugiada.rugiada’ (acqua) è uno dei simboli dello Spirito Santo, come fuoco e vento. La rugiada scende silenziosa sulla terra e la irrora, producendo l’effetto del rinnovamento. E’ stato preferito tale termine a quello di effusione, ritenendolo più corrispondente al testo dell’antica Preghiera Eucaristica (anafora) di Ippolito del III secolo d.C.

(continua)




SALVIAMO IL NATALE?
Don Augusto Fontana

Dappertutto si sta già gridando «SALVIAMO IL NATALE». E alcuni pensano alle festose e affettuose tavolate familiari; altri pensano all’economia del commercio e del turismo che sono ormai allo stremo con persone e famiglie che stanno scivolando verso povertà o fallimenti. Alcuni pensano ai giovani dei percorsi scolastici, dopo aver scoperto che la scuola non solo insegna ma anche educa e forma. Il mio primo pensiero e la mia condivisione concreta e solidale è per tutti loro, con eccezione dei negazionisti e dei tartufai di consensi e voti. E se qualche apertura verrà dal Governo, spero che non sia il “liberi tutti” della scorsa estate che ci ha regalato questa seconda ondata che ha portato al totale di 51.306 morti in Italia, ad oggi. E penso a loro, povere creature decedute in circostanze di drammatica asfissia mortale e affettiva; e penso alle oltre 51.000 famiglie buttate in un lutto anticipato, caotico, procurato da incolpevoli o colpevoli leggerezze comportamentali. Nel mondo? Un milione e mezzo di morti colpiti da questo invisibile cecchino interclassista che spara a vista senza distinzione di classe sociale, religione, razza, nazione. E forse, domani, potrebbe toccare a me. Salviamo dunque la vita. Evitare la terza ondata in gennaio e forse la quarta in primavera sarà un modo per rendere grazie alla vita e al Signore della vita celebrando il rispetto del limite come un’opportunità e non una maledizione. Adamo ed Eva avevano una foresta a disposizione con il limite di un solo albero da rispettare. Ma quel limite faceva gola, come tutto ciò che viene sottratto al nostro appetito bulimico di possesso. C’eravamo abituati al “voglio, posso, comando” e ci siamo trovati denudati, fatta eccezione di quella parte di volto coperto di cui non possiamo più vedere il sorriso né baciare le calde guance. Salviamo il salvabile nella vita, nei rapporti, nella fede. Mons. Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo dice: «Dio è nella realtà e soprattutto nella realtà ci siamo noi. Di fronte a questa situazione di pandemia non ci tocca salvare il credo ma i credenti, non ci tocca salvare la pratica ma i praticanti. Sarebbe come dire che come pastore non vado alla ricerca delle pecore smarrite, non cerco di proteggerle ma mi accontento di proteggere i libri che studiano la pastorale o la teologia».(Famiglia cristiana, 18/11/2020).
Spero che il Papa sposti la festa dell’Incarnazione del Signore nella data del 25 gennaio 2022. Tanto si sa che Gesù non è nato il 25 dicembre  – che è una data fittizia – e che la data più importante è quella della Pasqua. Tutte feste, comunque, da celebrare prima nel silenzio che nella caciara, prima in assemblee disciplinate che negli assembramenti scriteriati, prima presso la tavola domestica che in cattedrali paludate o piazze rockettare. Salviamo i limiti del Natale e il limite ci salverà. 

Faccio dono, in appendice, di una interessante meditazione di don Aldo Antonelli.

Don Augusto Fontana

 Il viaggio al rovescio di Dio
Aldo Antonelli (ROCCA 15 dicembre 2018)

Due ricordi che ci servano da pista sulla quale intrecciare una rifles­sione/meditazione sul Natale.

  1. Alla fine del novecento un cit­tadino americano agnostico si appellò alla Costituzione degli Stati Uniti, la quale non prevede feste reli­giose nel calendario nazionale, e chiese la soppressione del Natale come giornata fe­stiva. La Corte Suprema, dopo lungo esa­me, respinse l’appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di es­sere una festa religiosa!
  2. Circa trenta anni fa Marco Lodoli scris­se un romanzetto anarchico[1], di cui non ri­cordo il titolo, nel quale i protagonisti era­no tre giovani libertari e ingenui che ave­vano della politica un’idea tutta poetica. La loro prima azione fu quella di rubare il Gesù Bambino dal grande presepe di piazza San Pietro. «Secondo le loro menti bizzarre bi­sognava – a detta dell’autore stesso – sim­bolicamente interrompere quel ciclo che ogni anno a Natale festeggia la nascita del bambino divino e a Pasqua poi lo crocifig­ge». E aggiunge: «Bisognava liberare il ne­onato da un destino feroce, mandarlo a gio­care con gli altri bambini».

Prendiamo questa «parabola» come filigra­na attraverso la quale contraddistinguere ed individuare la particolarità del discorso cri­stiano che, con l’Incarnazione, si discosta da quello religioso per rivestire i panni della «Profanità» e della «Laicità».
Dio, in Gesù Cristo, esce dalla solitudine in cui la religione lo ha imprigionato, per «mettere la tenda tra gli uomini», per identificarsi con l’uomo, con la sua precarietà, la sua mondanità e, ap­punto, la sua «pro-fanità», nel senso etimo­logico del termine[2]. Non l’uomo imbalsamato dentro il tempio del potere e dell’avere; ma l’uomo nella sua nu­dità, per il quale «non c’è posto in albergo». Non quindi il Natale come «Festa» (reli­giosa o laica, poco conta!), ma il Natale come dimensione di vita quotidiana. Contro la tendenza, ricorrente e naturale, dell’uomo a consacrare le cose, sottraendo­le all’uso comune e riservandole alla divini­tà, il Dio di Gesù Cristo si «sconsacra» diventando uomo comune e compagno di viag­gio. La comunione e non la separazione; la condivisione e non l’appropriazione; il darsi e non l’accaparrarsi. «Prendete e mangiate; prendete e bevete; ecco: questo sono io … ». Questo coinvolgimento di Dio nella storia dell’uomo, che è anche un capovolgimen­to teologico, questo suo frammischiarsi nelle vicende umane è liberante ma anche molto impegnativo per noi credenti, per­ché è alla base di una consapevolezza per la quale Gesù Cristo non è solo un nome proprio, ma anche un nome comune; non sta ad indicare solo una persona ma an­che un programma per cui la sua imma­nenza non diventa prigionia, così come la sua trascendenza non costituisce evasione. I nomi comuni di Dio, allora, letti nel ver­sante della nostra contingenza, sono molti: Pace, Amore, Giustizia, Servizio, Condivi­sione e altri ancora. La loro residenza è là dove l’uomo mette piede, non certamente sui troni, questi luoghi osceni nei quali, per paura e per pigrizia, i potenti amano rele­gare i sogni degli uomini perché restino tali. I troni creano distanza ed incutono sogge­zione; è per questo che la «deposizione dei potenti dai troni», così come canta la Don­na del Magnificat, è un atto liberatorio che solo un Dio detronizzato può compiere. Ed è per questo che tutti gli intronizzati tentano di rimettere sul trono i loro idoli: Pace o Libertà che siano, Democrazia o Giustizia.
«Stiano lì, in alto, sul trono delle utopie!», ci dicono. Perché da quella altitudine sarà difficile che possano cortocircuitare le po­litiche belliciste o le economie disparitarie. «Stiano lì, lontano, nei sogni delle anime imbelli!», ci ripetono. Perché in questa lon­tananza sarà più facile travisare le strate­gie imperiali e battezzare con nomi cap­ziosi e imbrogli linguistici le mille realtà di violenza.
Per i detentori del potere un Dio vicino fa paura ed una pace a portata di mano mette imbarazzo. L’evangelista Matteo narra che alla notizia della nascita del Messia «il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme». Loro, i grandi, amano pregare un Dio lontano e invocare una pace che voli alto. Ma noi sappiamo che, da quando Dio ha posto la sua tenda tra noi, la vera pace cammina con i piedi dei Francesco, non vola sulle ali dei Condor.


[1] Marco Lodoli, Grande circo invalido, Einaudi, 1993 (ndr)
[2] Fuori dal tempio (ndr)




22 novembre 2020. Festa Pasquale di Cristo re.
Il volto di un re senza corona.

FESTA PASQUALE di CRISTO RE.

Preghiamo.  O Padre, che hai posto il tuo Figlio  come unico re e pastore di tutti gli uomini,  per costruire nelle tormentate vicende della storia il tuo regno d’amore, alimenta in noi la certezza di fede che un giorno, annientato anche l’ultimo nemico, la morte, egli ti consegnerà l’opera della sua redenzione, perché tu sia tutto in tutti.  Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Ezechièle 34,11-12.15-17
 Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.  Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.
Salmo 22. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare.  Ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia,  mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;  il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,20-26.28
 Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.  Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.  È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte.  E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.  Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

IL VOLTO DI UN RE SENZA CORONA. Don Augusto Fontana

L’ultima Domenica dell’Anno liturgico ha tutte le connotazioni della festa di Pasqua. La festa, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Cristo nel tempo: «Cristo ieri, oggi e sempre; a lui gloria e potenza nei secoli in eterno…Ad un certo punto, durante la cena, si alzò da tavola, si tolse il mantello, si aggiustò un asciugamano attorno ai fianchi, versò dellacqua in una bacinella e cominciò a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con lasciugamano che aveva davanti…E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello rosso; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi…[1]».
La festa fu istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo: se Cristo è Re, vuol dire che la chiesa è Regina! Ciò è avvenuto sia in epoche di clericalismo e sia in epoca laicista quando la Chiesa rivendicò leadership per il traino di legislazioni a favore delle proprie strutture e per la salvaguardia di valori ritenuti irrinunciabili. E’ anche vero che con il franare del regime di cristianità, la società rischia di mettere in causa una giusta concezione della regalità di Cristo relegandola al puro ambito dello spirito e delle sacrestie, ma ciò non giustifica nostalgie bigotte ed integraliste; semmai spinge i cristiani ad inventare nuove forme dolci e convincenti di presenza nella convivenza sociale evitando forme di massoneria o di lobbys cattoliche. Scrive Olivier Clément in IL POTERE CROCIFISSO:  «A poco a poco capiremo che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[2].

Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.

Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa mantenere vivo il sospetto contro le subdole idolatrie moderne pubbliche e private.

Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua prassi messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi.

QUANDO E DOVE VEDRO’ IL VOLTO DI DIO?

«L’anima mia ha sete del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Salmo 41,3). Alzi la mano chi non sente questo punto interrogativo piantato nella carne. Nella mia carne ha aperto la sua ferita e ormai sta suppurando e infettando i miei ultimi tempi di vita.
Quando e dove ti vedo, Dio misterioso e nascosto? «Veramente tu sei Dio nascosto/misterioso» (Isaia 45,15). Non sono il solo in questa inquieta domanda «Quando?»: « i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”»(Matteo 24,3). Pure loro, i discepoli della Risurrezione, «Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano» (Matteo 28,17).

Signore, tu ci hai detto che sei VOCE/PAROLA: «Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).

Signore, ti sei consegnato come PANE: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Giovanni 6,51).

Signore, oggi tenti di consegnarci il terzo e ultimo sintomo della tua presenza, i POVERI. L’ultima orma che lasci passando fra noi, la scia di profumo lieve per cercatori inquieti come me: «Quanto avete fatto a uno dei minimi miei fratelli, l’avete fatto a me».

Nel Vangelo di oggi per cinque volte leggiamo gli avverbi «allora» e «quando»[3]. «Allora» enfatizza il futuro, l’avvento, la venuta che ci sta venendo incontro: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria…». Eppure Gesù ci indica che il «quando» futuro inizia già oggi, ora:

  • «“ Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato…. » .
  • E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Il cap. 25 di Matteo ci ha accompagnato nelle due domeniche precedenti abituandoci a questa tensione fra l’ «allora» e l’ «oggi», il tempo sospeso tra attesa e responsabilità: ora bisogna acquistare l’olio delle lampade (v.1-13), ora bisogna moltiplicare i talenti donati (v. 14-30).
Il “discernimento” che il Signore farà fra noi «allora, quando verrà…», ce lo tiriamo addosso «ora», accogliendo i “minimi tra i fratelli” o restando indifferenti.
«Gli rispose Gesù: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Matteo 22,37-39). Il volto del Crocifisso ha il volto di tutti i poveri della terra. Ogni altro è sempre l’Altro perché il “Verbo che era Dio… si fece carne”(Giov. 1,14).

Così si è chiuso il cerchio, per una flebile risposta alla mia domanda “Quando vedrò il tuo volto?”.

Nella Parola, nel Pane spezzato, nei poveri. Forse ce la posso fare mettendo, come Tommaso, le dita nelle tue ferite, nelle stigmate della tua passione: affamati, assetati, senza tetto né vestiti, malati, stranieri, carcerati.

Papa Francesco ha scritto: «“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32). La sapienza antica ha posto queste parole come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr Mt 25,40)[4].


[1] Lettera agli Ebrei 13,8; Apocalisse 1,6; Giovanni 19,1-3; Giovanni 13,4-5.
[2] Ed,Qiqajon, Bose, 1999, pag. 64.
[3] Elaboro un commento di Silvano Fausti, Una comunità legge il vangelo di Matteo, EDB
[4] Messaggio di Papa Francesco per la 4a giornata mondiale dei poveri. 15 novembre 2020. http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/poveri/documents/papa-francesco_20200613_messaggio-iv-giornatamondiale-poveri-2020.html




Alle banche serve una vera santità laica
Luigino Bruni da AVVENIRE

Ecco perché alle banche serve una vera santità laica
Luigino Bruni (AVVENIRE 8 novembre 2020) 

La pandemia rende chiaro, come già in altre fasi epocali, che l’economia non va demonizzata, ma convertita. La grande lezione della fondazione dei Monti di pietà ci dice oggi che non usciremo migliori da questa crisi se non daremo vita a nuove istituzioni, anche finanziarie. La nascita dei Monti di pietà, promossa dai frati, è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea

Le grandi crisi sono sempre processi di ‘distruzione creatrice’. Fanno cadere cose che fino a ieri sembravano incrollabili, e dalle ceneri fanno sorgere delle novità, prima impensabili. Lungo la storia i grandi cambiamenti istituzionali sono stati generati quasi sempre da dolori collettivi, da enormi ferite sociali che hanno saputo far nascere, qualche volta, anche una benedizione. Le guerre di religione tra cattolici e protestanti diedero vita nel Seicento alle Borse valori e alle Banche centrali in molti Paesi europei. La stessa fede cristiana non era più sufficiente a garantire gli scambi commerciali e finanziari in Europa. Occorreva allora creare una nuova fede e una nuova fiducia ( fides), che fu offerta da nuove istituzioni economiche e finanziarie da cui fiorì il capitalismo. Nella seconda metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale creò una grave crisi del credito: cattolici e socialisti risposero dando vita a banche rurali, banche cooperative e casse di risparmio. Nel Novecento le guerre mondiali ci hanno lasciato in eredità nuove innovazioni politiche e istituzionali (dalla Comunità Europea all’Onu), ma anche nuove istituzioni finanziarie (Bretton Woods). Come se soltanto nel grande dolore gli uomini fossero capaci, in quella notte, di guardare insieme e più in alto, sino a vedere, finalmente, le stelle.
Dopo il crollo dell’Impero romano i monasteri furono anche un evento economico. Mentre un mondo e una economia finivano, un nuovo mondo e una nuova oikonomia si riedificavano dentro le mura delle abbazie: ora et labora. Quegli edificatori della nuova Europa capirono che non si sarebbe risorti senza resuscitare anche il lavoro e l’economia. E così, mentre salvavano i manoscritti di Cicerone e Isaia, salvavano anche antichi conii di monete, tecniche contabili, codici commerciali, statuti mercantili, e soprattutto fecero dei monasteri una rete europea di hub dove si svilupparono fiere, commerci, scambi, perché lì era custodita e alimentata la fides-fiducia. Dal Vangelo i monaci avevano capito che l’economia era troppo importante per la vita, e se non è messa al servizio della vita diventa essa padrona della vita. E se ne occuparono.
Nel Quattrocento, poi, il movimento francescano generò i Monti di Pietà, in uno degli episodi più interessanti e straordinari della storia economica europea, sebbene largamente sottovalutato e frainteso. I Monti di Pietà furono istituzioni decisive per le città italiane, per i poveri, per le famiglie e per l’economia nel suo insieme. Nascevano dalla predicazione, infaticabile, dei Frati minori osservanti, che a partire dalla metà del Quattrocento ne fondarono centinaia, soprattutto nel Centro e nel Nord Italia. Le città si stavano sviluppando e arricchendo, ma, come spesso accade, l’arricchimento di alcuni (i borghesi) non portava con sé la riduzione delle povertà bensì l’aumento. I francescani capirono che c’era un nuovo volto di ‘madonna povertà’ da amare, e senza indugio fecero nascere nuove banche, una nuova finanza che raggiungesse gli esclusi. E fecero qualcosa di sbalorditivo, che solo un carisma immenso come quello di Francesco poteva generare. Le banche, ieri molto più di oggi, erano icona dello ‘sterco del demonio’, erano i ‘templi di mammona’ immagine della lupa dell’avarizia. Francesco iniziò la sua storia dicendo ‘no’ a quel mondo del denaro, il no più radicale che si potesse immaginare e che sia stato mai immaginato in Europa. L e banche del tempo prestavano ai ricchi, e i poveri finivano spesso nelle mani degli usurai. La lotta all’usura fu la ragione della nascita dei Monti di Pietà. Bernardino da Feltre, Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano, Domenico da Leonessa, Marco da Montegallo e molti altri frati fecero della fondazione dei Monti la loro principale opera – alla fondazione del Monte di Firenze contribuì anche Savonarola. Fino al 1515 si contano sessantasei frati minori promotori di Monti di Pietà. Alcuni sono stati proclamati santi o beati. È stupendo che al centro dell’effigie di questi santi (ho recuperato personalmente quelle di Bernardino da Feltre e di Marco da Montegallo) ci fosse proprio il Monte di Pietà. Il simbolo di quella perfezione cristiana era proprio una banca, che da icona del peccato mortale diventava simbolo di santità cristiana. Come l’eucarestia, come i sacramenti, come il vangelo. Una laicità tutta biblica e evangelica, che abbiamo in buona parte perso con la modernità, e che lascia ancora senza fiato tutti coloro che (come me) credono che ci sono poche cose più ‘spirituali’ della partita doppia e di un cantiere di lavoro. Bernardino chiamava il Monte di Pietà: Monte di Dio: «Chi aiuta uno fa bene, chi due meglio, chi molti meglio ancora. Il Monte aiuta molti. Se dài denaro a un povero perché si compri il pane o un paio di scarpe, quando egli avrà speso il denaro, tutto è finito. Ma se quel denaro lo consegni al Monte aiuti più persone… Costruire chiese, comperare messali, calici, paramenti per le messe, è cosa santa, ma offrire denaro al Monte è più santo ancora. Non spendere denaro in pietre e calce, in chiese, perché tutto andrà in fumo, ma in ciò che non va perduto, cioè dando a Cristo nei poveri» (Sermoni di Bernardino da Feltre, vol. II). La nascita dei Monti è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea. La spoliazione di Francesco, la sua rinuncia totale all’economia di suo padre Bernardone, il ‘nulla possedere’ e il ‘sine proprio’ generarono due secoli dopo delle banche. E vere banche erano, non istituti di beneficenza, tanto che la fondazione del primo banco di Ascoli Piceno nel 1458, in seguito alla predicazione di Marco da Montegallo, non è considerato da alcuni un vero e proprio Monte proprio per la mancanza del pagamento di un interesse sul prestito.
Il tema dell’interesse sul prestito è infatti centrale. Bernardino da Feltre fu il grande fautore della necessità della non totale gratuità del prestito; o meglio, della tesi che perché la gratuità che animava la nascita del Monte potesse durare ed essere sostenibile era necessario pagare un interesse, sebbene il più basso possibile. La sua non fu una battaglia facile, perché ebbe come oppositori teologi e giuristi (molti domenicani) che accusavano i Monti di usura, proprio per il pagamento di un interesse maggiore di zero. Così sempre nei suoi Sermoni risponde Bernardino: «Considerata la cupidigia degli uomini e la poca carità, è meglio che chi ricorre al Monte paghi qualche cosa e sia servito bene, piuttosto che senza nulla pagare sia servito male. Vuoi essere servito male? Non pagare. In questo chi ha più esperienza di noi frati? Viene uno al convento, si presenta al portinaio e gli dice: sono disposto a lavorare il vostro orto gratuitamente. Va, e poco dopo chiede colazione. È giusto». Quindi, in nome della gratuità, molti teologi di fatto impedivano la nascita dei Monti o la contestavano pubblicamente, come nel caso della fondazione del Monte di Mantova nel 1496. È questa una delle più importanti e convincenti dimostrazioni della differenza tra la gratuità e il gratis: un contratto, con il necessario pagamento, può contenere più charis (gratuità) di un atto di pura liberalità. La gratuità qui non coincide con il dono. La gratuità del Monte si esprimeva in molte altre cose: prestare a lungo termine (e non richiedere indietro il prestito entro un mese o una settimana, come facevano gli usurai), chiedere un tasso che coprisse solo le spese, prestare solo per reali necessità, se il mutuatario non riusciva a riscattare il pegno percepiva il di più che il Monte otteneva dalla vendita, prestavano possibilmente a tutti. Erano istituzioni senza scopo di lucro, o sine merito. Bernardino distingueva l’interesse che nasceva dal prestito (sbagliato) dall’interesse per il prestito (per consentire l’esistenza del Monte). In nome della pura gratuità alcuni Monti o non partirono affatto, o finirono in bancarotta presto o divennero proprietà di alcuni ricchi mercanti che mettendo il capitale per coprire le spese di gestione da bene di comunità lo trasformarono in bene privato.
Infine, impressionante è una tecnica retorica di quei frati minori, usata soprattutto da Marco da Montegallo. Per mostrare la gravità del prestare il denaro agli usurai, il beato confrontava il bene che si faceva prestando al Monte con la spropositata ricchezza che gli usurai ricavavano investendo quella stessa somma. Scriveva nella sua ‘Tabula della salute’: «È da sapere che cento ducati dati a trenta per cento l’anno, dopo cinquanta anni li detti cento ducati che furono il primo capitale, tra interessi et capitale montano e sommano: 49.750.556,7 ducati». Una somma enorme, frutto di anatocismo (interessi sugli interessi), che doveva colpire molto la fantasia dei suoi uditori – e la nostra. E convincerli. Quei francescani risposero così alla grave crisi del loro tempo, dando vita a nuove istituzioni bancarie. Lo fecero perché conoscevano i bisogni veri della gente, e quindi capirono che nelle grandi crisi occorre riformare l’economia e la finanza, e non solo temerle, facendo banche nuove, non solo criticando le vecchie.
Oggi siamo nel mezzo di una crisi mondiale di dimensioni non diverse dalle grandi crisi dei secoli passati. Serviranno nuove istituzioni, anche finanziarie e assicurative, capaci di gestire il durante e il dopo-Covid, che lascerà il mondo ancora più diseguale, con poveri ancora più poveri. Mentre pensiamo a queste novità, quell’antica creazione dei Monti ha delle importanti lezioni da darci. La prima riguarda la natura stessa dell’economia e della finanza. Le banche e il denaro sono creazioni umane, sono vita, non vanno demonizzate, perché se le demonizziamo diventano veramente demoni. Vanno trattate come si tratta la vita. Di fronte a una finanza che aumenta la povertà si può e si deve rispondere creando un’altra finanza che le riduce. Infine, questa splendida storia francescana ci suggerisce che anche oggi è probabile che i nuovi Monti di Pietà, certamente molto diversi da quelli del Quattrocento, non nasceranno dai ricchi mercanti e dai banchieri for-profit (che erano, sempre, i primi nemici delle fondazioni dei Monti), ma da chi conosce i poveri, li stima, li ama, perché ha ricevuto un carisma. Non necessariamente dai poveri, ma certamente dagli amici dei poveri. I frati non erano i proprietari dei Monti, erano solo i promotori, gli attivatori dei processi di creazione di quelle banche. Servono oggi nuovi ‘francescani’, conoscitori e amanti dei poveri, che invece di maledire l’economia e la finanza, ne facciano, semplicemente, una diversa. Una nuova santità laica, nuove ‘effigi’ con al centro imprese e banche.




15 novembre 2020. Domenica 33a
IL SERVO PIGRO

La prima lettura è una famosa pagina biblica dedicata, ad una prima impressione, alla “donna forte”. Ci possiamo permettere di riferire questa donna alla Chiesa, comunità Sposa, Signora, come la chiama Giovanni nella sua 2a Lettera (1-5) « Io, il presbitero, alla eletta Signora (eklekte kurìa) e ai suoi figli che amo nella verità…». Teniamo presente che il libro dei Proverbi non vuole essere un libro dogmatico, ma un libro di sapienza popolare. L’intenzione è voler tradurre nella pratica quotidiana i grandi Comandamenti della Torah, della Legge di Dio. Il libro è un riflesso della cultura maschilista di quei tempi.  Sarebbe anacronistico prendere come “volontà divina” il modello di donna che ci offre questo testo. Modello francamente migliorabile!

Preghiamo. O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dei Proverbi 31,10-13.19-20.30-31
Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città.

Salmo 127 Beato chi crede nel Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come rami d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5,1-6
Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

Dal Vangelo secondo Matteo (25, 14-15.19-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

UN SERVO PIGRO. Don Augusto Fontana
Che donna!
La prima lettura è una famosa pagina biblica dedicata, ad una prima impressione, alla “donna forte”. Ci possiamo permettere di riferire questa donna alla Chiesa, comunità Sposa, Signora, come la chiama Giovanni nella sua 2a Lettera (1-5) « Io, il presbitero, alla eletta Signora (eklekte kurìa) e ai suoi figli che amo nella verità…». Teniamo presente che il libro dei Proverbi non vuole essere un libro dogmatico, ma un libro di sapienza popolare. L’intenzione è voler tradurre nella pratica quotidiana i grandi Comandamenti della Torah, della Legge di Dio. Il libro è un riflesso della cultura maschilista di quei tempi.  Sarebbe anacronistico prendere come “volontà divina” il modello di donna che ci offre questo testo. Modello francamente migliorabile! Occorre discernimento sui contenuti della Bibbia per cogliere la differenza tra ciò che in essa è “verità salvifica rivelata” e ciò che è semplicemente “genere letterario”, o elemento culturale della società da cui proviene un determinato testo. L’idea della donna, sposa, madre, casalinga e che lascia l’ambito del sociale al maschio, è ancora un modello culturale di buona parte dei cristiani. E’ molto importante reagire con pazienza ma efficacemente a questa confusione. Comunque, questa Signora non è certamente pigra come il servo della parabola di oggi. Eppure se la metto a confronto con quello che si è sentita dire Marta da Gesù (Lc. 10, 38-42) mi aumentano stupore, dubbi, curiosità.  

«Consegnò loro i suoi beni»[1].
La parabola dei talenti è senza dubbio il testo principale tra i tre di oggi. Matteo parla della venuta finale del Figlio dell’uomo e di seguito ci dice quali siano gli atteggiamenti adeguati nel tempo dell’attesa: la vigilanza sapiente (parabola delle dieci ragazze), l’impegno della fede affidabile (parabole dei talenti), l’impegno della carità (parabola del giudizio finale).

«Al di là dell’immagine dei talenti, che cos’è questo dono? Secondo Ireneo di Lione è la vita accordata da Dio a ogni persona. La vita è un dono che non va assolutamente sprecato, ignorato o dissipato. Secondo altri padri orientali, i talenti sono le Parole del Signore affidate ai discepoli perché le custodiscano, certo, ma soprattutto le rendano fruttuose nella loro vita, le mettano in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo»[2].
Scrive il biblista Maggioni[3]: «I talenti (contrariamente a quanto di solito si pensa) non rappresentano le capacità che Dio ha dato a ciascuno, ma le responsabilità o i compiti che a ognuno vengono affidati. Di­fatti, la parabola racconta che il padrone diede i talenti «secondo le capacità di ciascuno». I primi due servitori (il secondo è la ripetizione del primo) sono l’immagine della operosità e della intraprendenza. Sono perciò definiti «buoni e fedeli[4]». Il terzo invece è passivo, non corre rischi, ma si limita a conservare; perciò è definito «malvagio e pigro». Il contrasto è dunque fra operosità e pigri­zia, intraprendenza e passività.  A questo punto va osservato che nell’economia della para­bola i primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto – per contrasto – il comportamento del terzo, che diversamente da loro nasconde il suo tesoro in una buca. Anche le prime due scene di rendiconto hanno lo scopo di attirare l’attenzione sulla terza. È perciò chiaro che dobbia­mo concentrare l’attenzione sul comportamento del servo pigro e sul dialogo finale che è la chiave dell’intera parabola.  Il servo buono a nulla ha una sua idea di Dio che «miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso». Dunque c’è posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza di ciò che è prescritto: nulla di più. Restituendo quanto ha ricevuto si ritiene sdebitato: «Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo denaro: ti rendo quanto mi hai dato». Anch’io sono tentato di ritenere giusto il ragionamento del servo, e ingiusta, invece, la pretesa del padrone. Ma l’ascoltatore della parabola è invitato a cambiare prospettiva: non più quel­la dell’obbedienza e della paura, ma la prospettiva dell’amore (o della fede) senza calcoli (non limitarsi a riconsegnare ciò che ha ricevuto). Questo servo è divenuto un burocrate pieno di scrupoli, ma senza alcuna intraprendenza. Il discepolo di Gesù deve stare davanti a Dio in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono nascere il coraggio e la generosità.  L’evangelista Matteo ha inserito questa parabola nella sua catechesi sui “tempi ultimi e decisivi” per illustrare l’imperativo della vigilanza, che è il modo con cui il cristiano vive il ‘tempo presente’. Attendere il padrone significa assumere il rischio della propria responsabilità. Chi, al contrario, si chiude in se stesso per paura e rifiuta le occasioni che gli si offrono, diviene sterile. E’ forse questo il senso della frase enigmatica: «A chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». Ovviamente, la parabola non intende essere una esaltazione della ‘efficienza’, del lavoro a cottimo, dell’attivismo nevrotico anche se pastorale. La prospettiva è evangelica. Non c’è posto per comunità intorpidite, rinunciatarie e paurose di fronte al progetto evangelico. Probabilmente il servo pigro non è l’uomo che non compie opere buone, ma l’uomo con­servatore e dimissionario, ripetitivo, pauroso di fronte a ogni rinnovamento dettato dalle esigenze evangeliche. E’ importante che i discepoli di Gesù valorizzino i doni loro affidati: “io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv 15,16). Ricordiamo i frutti elencati da Paolo[5], i carismi che vanno utilizzati a servizio della comunità. Ricordiamo il rischio che ha corso il fico sterile in Lc 13,6-9.
I talenti nell’economia selvaggia.
La parabola dei talenti è stata interpretata laicamente come un elogio dell’impegno, dell’efficacia, del lavoro, del rendimento nella professione. Eppure il contesto di oggi è tale che questo messaggio, in se stesso buono e persino ingenuo, può rischiare di diventare funzionale all’ideologia dominante, il neoliberismo. Questo, in effetti, predica come grandi valori, l’efficacia, la creazione della ricchezza, il rendimento, l’aumento della produttività, la crescita economica, l’interesse bancario. Sono nomi moderni con cui alcuni furbetti traducono i “talenti”. Alcune frasi avallano direttamente principi neoliberisti. Pensiamo, per esempio, all’enigmatico versetto di Matteo 25,29: a colui che ha verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a quello che non ha gli verrà tolto anche quello che ha. Non sarà facile fare una predicazione che non faccia il gioco di un sistema che, per molti cristiani di oggi, sta agli antipodi dei principi cristiani[6].

Perciò suggerisco:
– che dalla parabola dei talenti non sia dedotta una glorificazione dell’efficacia attivistica e produttivistica, soprattutto in un sistema in cui questa riposa su delle coordinate strettamente individualiste.
– ricordare che non sono poche nei Vangeli le “sentenze enigmatiche”, (ne ricordo due: «chi non odia[7] suo padre e sua madre non può essere mio discepolo…»; oppure «io parlo loro in parabole perché ascoltando non comprendano»); frasi che senza la dovuta interpretazione andrebbero in una direzione contraria all’essenziale cristiano e che bisogna mantenerle nel loro statuto enigmatico, possibilmente migliorandone la traduzione.

L’efficacia, la produttività, l’efficienza…non sono male in linea di principio. Esiste una “efficienza” cristiana. Lo stesso Vangelo la presenta in altri passi, nella sua celebre inclinazione verso la prassi: «non chiunque mi dica “Signore, Signore!”, ma colui che fa la Parola», «beati piuttosto coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica…» e soprattutto il testo che mediteremo domenica prossima, dove il criterio del giudizio finale sarà precisamente ciò che avremo “fatto” a 6 categorie di poveri cristi.
L’efficacia accettata – e persino comandata – dal Vangelo è l’efficacia “per il Regno”, quella che è posta al servizio della causa della solidarietà e dell’amore. Non è l’efficacia di colui che riesce ad aumentare la rendita o quella di colui che riesce ad accaparrare mercati o quella di colui che ottiene fantastici guadagni da investimenti speculativi del capitale. L’efficacia per l’efficacia non è un valore cristiano e neanche umano. Dicono che il capitalismo, soprattutto nella sua espressione selvaggia attuale, sia “il sistema economico che crea maggiore ricchezza”, ma è altrettanto certo che lo ottiene aumentando simultaneamente l’abisso tra poveri e ricchi, la concentrazione della ricchezza a costo dell’espulsione dal mercato di masse crescenti di esclusi. Il criterio supremo, per noi, non è un’efficienza economica che produce ricchezza e distorce la società e la rende più squilibrata e ingiusta. «Non di solo pane vive l’uomo». Cristianamente non possiamo accettare un sistema che in favore della crescita della ricchezza sacrifica la giustizia, la fraternità e la partecipazione. Porre l’efficienza al di sopra di tutto questo, è una idolatria, è culto del denaro.
Siamo comunque invitati a non accontentarci di fare il minimo richiesto o indispensabile nel servizio al Regno; cosi come, forse, ci viene richiesto anche competenza e qualità nel servizio al Vangelo. “In ordinariis non ordinarius!”(Nelle cose ordinarie non essere banale!”) diceva S. Francesco di Sales, volendo portare la qualità totale fin nei dettagli più piccoli della vita ordinaria. Gesù si era lamentato che i figli delle tenebre sono più astuti dei figli della luce; ciò significa che l’astuzia non è male; il male sta nel porla a servizio delle tenebre e non della luce.  Enzo Bianchi propone un controcanto del finale della parabola: «A me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”: Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”. Anche così la parabola sarebbe buona notizia»[8].
—————————-
[1] Una cifra enorme. Un talento valeva 6000 denari. Un denaro era la paga base di un giorno di lavoro. Quindi il primo servo riceve il valore di 82 anni di lavoro; il secondo riceve il valore di 32 anni di lavoro; il terzo servo riceve 1 talento pari al costo di 16 anni di lavoro. Sommando, i 3 servi ricevono complessivamente il valore di 130 anni di lavoro.
[2] Enzo Bianchi. https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/11934-talenti
[3] Bruno Maggioni, Le Parabole evangeliche, Ed, Vita e pensiero.
[4] In greco il termine “pistòs” si traduce spesso con “credente, fedele, affidabile”.
[5] Galati 5,22: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo.
[6] Papa Francesco nel 2013 aveva scritto in Evangelii gaudium n. 54  «Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”  (trickle-down o “teoria dello sgocciolamento” ndr), che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare».

[7] In ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’ “amare”, cioè l’“odiare”.
[8] Enzo Bianchi, id.




Card. Grech
Un suicidio se torniamo alla pastorale di prima

LA CHIESA SULLA FRONTIERA.
Antonio Spadaro – Simone Sereni intervistano Mons. Mario Grech[1] in La Civiltà cattolica Quaderno 4087 pag. 82 – 91, 2020.

 Mons. Grech, il tempo della pandemia che stiamo ancora attraversando ha costretto il mondo a fermarsi. Le case sono diventate luogo di rifugio dal contagio, le strade si sono svuotate. La Chiesa ha partecipato di questo clima di sospensione. La celebrazione pubblica della liturgia non è stata possibile. Quali sono state le sue considerazioni da vescovo, da pastore?
Se cogliamo questa come una opportunità, essa può diventare un momento di rinnovamento. La pandemia ha portato alla luce una certa ignoranza religiosa, una povertà spirituale. Alcuni hanno insistito sulla libertà di culto, però hanno parlato poco di libertà nel culto. Abbiamo dimenticato la ricchezza e la varietà delle esperienze che ci aiutano a contemplare il volto di Cristo. Qualcuno ha persino detto che la vita della Chiesa è stata interrotta! E questo è davvero incredibile. Nella situazione che impediva la celebrazione dei sacramenti non abbiamo colto che c’erano altri modi attraverso i quali abbiamo potuto fare esperienza di Dio. Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù dice alla samaritana: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano» (Gv 4,21-23). La fedeltà del discepolo a Gesù non può essere compromessa dalla temporanea mancanza della liturgia e dei sacramenti. Il fatto che molti sacerdoti e laici siano andati in crisi perché di colpo ci siamo trovati nella situazione di non poter celebrare l’Eucaristia coram populo è di per sé molto significativo. Durante la pandemia è emerso un certo clericalismo, anche via social. Abbiamo assistito a un grado di esibizionismo e pietismo che sa più di magia che di espressione di fede matura.
Qual è dunque la sfida per l’oggi?
Quando il tempio di Gerusalemme, dove Gesù pregava, fu distrutto, gli ebrei e i gentili, non avendo il tempio, si sono riuniti attorno alla tavola di famiglia e hanno offerto sacrifici con le loro labbra e la preghiera di lode. Quando non poterono più seguire la tradizione, sia gli ebrei sia i cristiani presero in mano la Legge e i Profeti e li reinterpretarono in modo nuovo[2]. Questa è la sfida anche per oggi. Yves Congar, quando scrive sulla riforma di cui la Chiesa ha bisogno, afferma che l’aggiornamento conciliare deve spingersi all’invenzione di un modo di essere, di parlare e di impegnarsi che risponda all’esigenza di un totale servizio evangelico al mondo. Invece, tante iniziative pastorali in questo periodo sono state incentrate attorno alla figura del presbitero da solo. La Chiesa, in questo senso, appare troppo clericale, e il ministero è controllato dai chierici. Anche i laici spesso si fanno condizionare da uno schema di forte clericalismo. L’esperienza che abbiamo vissuto ci costringe ad aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo nelle nostre chiese. Dobbiamo riflettere per interrogarci circa la ricchezza dei ministeri laicali nella Chiesa, capire se e come si sono espressi. A che vale la professione della fede se poi questa stessa fede non diventa lievito che trasforma l’impasto della vita?
Quali sono per Lei gli aspetti della vita della Chiesa che sono emersi dall’ombra in questo tempo?
Abbiamo scoperto una nuova ecclesiologia, forse anche una nuova teologia, e un nuovo ministero. Questo dunque indica che è il momento di fare le scelte necessarie per costruire su questo nuovo modello di ministero. Sarà un suicidio se, dopo la pandemia, torneremo agli stessi modelli pastorali che abbiamo praticato fino a ora. Spendiamo enormi energie per cercare di «convertire» la nostra società secolare, mentre è più importante «convertirci» per realizzare la «conversione pastorale» di cui parla spesso papa Francesco. Trovo curioso che molti si siano lamentati del fatto di non poter ricevere la comunione e celebrare i funerali in chiesa, ma che non altrettanti si siano preoccupati di come riconciliarsi con Dio e con il prossimo, di come ascoltare e celebrare la Parola di Dio e di come vivere il servizio. Circa la Parola, poi, dobbiamo auspicare che questa crisi, i cui effetti ci accompagneranno a lungo, possa essere un momento opportuno per noi, come Chiesa, per riportare il Vangelo al centro della nostra vita e del nostro ministero. Molti sono ancora «analfabeti del Vangelo».
A questo proposito, Lei prima accennava alla questione della povertà spirituale: quale natura ha, e quali sono le cause più evidenti, secondo Lei?
È innegabile che l’Eucaristia è fonte e culmine della vita cristiana o, come altri preferiscono dire, culmine e fonte della stessa vita della Chiesa e dei fedeli[3]; ed è altrettanto vero che «la celebrazione liturgica […] è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado»[4]; però l’Eucaristia non è l’unica possibilità che il cristiano ha per fare esperienza del mistero e per incontrarsi con il Signore Gesù. È molto puntuale l’osservazione fatta da Paolo VI quando scrive che nell’Eucaristia «la presenza di Cristo è “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”»[5]. Perciò c’è da preoccuparsi quando fuori del contesto eucaristico o cultuale uno si sente smarrito perché non conosce altri modi di agganciarsi con il mistero. Questo non soltanto indica che esiste un certo analfabetismo spirituale, ma è una prova dell’inadeguatezza dell’attuale prassi pastorale. Con molta probabilità nel passato recente la nostra attività pastorale ha cercato di iniziare ai sacramenti e non di iniziare – attraverso i sacramenti – alla vita cristiana.
La povertà spirituale e l’assenza di un incontro vero con il Vangelo hanno tante implicazioni…
Certo. E poi non si può incontrare davvero Gesù senza impegnarsi con la sua Parola. Circa il servizio, ho pensato: ma quei medici e infermieri che rischiavano la vita per rimanere vicino ai malati non hanno trasformato i reparti ospedalieri in altre «cattedrali»? Il servizio agli altri all’interno del proprio lavoro quotidiano esasperato dalle esigenze dell’emergenza sanitaria è stato anche per i cristiani il modo fisiologico di esprimere la loro fede, di una Chiesa presente nel mondo di oggi, e non più una «Chiesa della sacrestia», ritirata dalle strade, o che si accontenta di proiettare la sacrestia nella strada.
Dunque, questo servizio può essere una via di evangelizzazione?
Lo spezzare il pane eucaristico e la Parola non può avvenire senza lo spezzare il pane con chi non ne ha. E questa è la diakonia. I poveri sono teologicamente il volto di Cristo. Senza i poveri si perde il contatto con la realtà. Allora, così com’è necessario l’oratorio in parrocchia, è importante la presenza della mensa dei poveri nel senso lato della parola. La diakonia o il servizio dell’evangelizzazione del sociale è una dimensione costitutiva dell’essere Chiesa, della sua missione. Come la Chiesa è missionaria per natura, così da questa natura missionaria sgorga la carità per il prossimo, la compassione, che è capace di comprendere, assistere e promuovere. Il modo migliore per sperimentare l’amore cristiano è il ministero del servizio. Molte persone non sono attratte dalla Chiesa perché hanno partecipato a lezioni di catechismo, ma perché hanno partecipato a una significativa esperienza di servizio. E questa via di evangelizzazione è fondamentale nell’attuale epoca di cambiamento, come ha osservato il Santo Padre nel suo discorso alla Curia del 2019: «Non siamo più in un regime di cristianità». La fede, infatti, non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune. La mancanza di fede, o meglio ancora la morte di Dio, è un’altra forma di pandemia che fa morire la gente. Mi viene in mente l’affermazione paradossale di Dostoevskij nella sua Lettera a Fonvizina: «Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità». Il servizio rende manifesta la verità propria di Cristo.
Lo spezzare il pane anche in casa, durante il «lockdown», ha acceso finalmente la luce sulla vita eucaristica ed ecclesiale che si sperimenta fisiologicamente nella quotidianità di tante famiglie: si può dire che la casa sia tornata a essere Chiesa, anche in senso liturgico?
A me è parso chiarissimo. E chi, durante questo periodo nel quale la famiglia non ha avuto l’opportunità di partecipare all’Eucaristia, non ha colto l’occasione per aiutare le famiglie a sviluppare il loro potenziale proprio, ha perso un’occasione d’oro. D’altra parte, ci sono state diverse famiglie che in questo tempo di restrizioni si sono rivelate, di propria iniziativa, «creative nell’amore»: dal modo in cui i genitori hanno accompagnato i più piccoli alle forme di home-schooling, dall’aiuto offerto agli anziani e contro la solitudine alla creazione di spazi per la preghiera fino alla disponibilità verso i più poveri. Che la grazia del Signore moltiplichi questi esempi belli e faccia riscoprire la bellezza della vocazione e i carismi nascosti all’interno di tutte le famiglie.
Prima parlava di una «nuova ecclesiologia» che emerge dall’esperienza forzata dal «lockdown». Questa riscoperta della casa cosa suggerisce?
Che qui sta il futuro della Chiesa: nel riabilitare la Chiesa domestica e lasciarle più spazio. Una Chiesa-famiglia costituita da un numero di famiglie-Chiesa. Questo è il presupposto valido della nuova evangelizzazione, della quale sentiamo così tanto la necessità tra di noi. Dobbiamo vivere la Chiesa all’interno delle nostre famiglie. Non c’è confronto fra la Chiesa istituzione e la Chiesa domestica. La Chiesa grande comunità è costituita da piccole Chiese che si riuniscono nelle case. Se la Chiesa domestica viene a mancare, la Chiesa non può sussistere. Se non c’è Chiesa domestica, la Chiesa non ha futuro! La Chiesa domestica è la chiave che ci apre orizzonti di speranza! Nel libro degli Atti degli Apostoli abbiamo una descrizione dettagliata della Chiesa di famiglia, domus ecclesiae: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46). Nell’Antico Testamento, la casa di famiglia era il luogo dove Dio si rivelava e dove si celebrava la Pasqua ebraica, la più solenne celebrazione della fede ebraica. Nel Nuovo Testamento, l’Incarnazione è avvenuta in una casa, il Magnificat e il Benedictus sono stati cantati in un casa, la prima Eucaristia si è svolta in una casa, così come l’invio dello Spirito Santo nella Pentecoste. Nei primi due secoli la Chiesa si è sempre riunita nella casa di famiglia.
Nella vulgata recente si usa spesso l’espressione «piccola Chiesa domestica», con una nota riduzionista, forse involontaria… Questa narrativa può aver contribuito a depotenziare la dimensione ecclesiale della casa e della famiglia, così facilmente comprensibile a tutti, e che oggi ci appare così evidente?
Siamo forse ancora in questo stato, a causa del clericalismo, che è una delle perversioni della vita presbiterale e della Chiesa, nonostante il Concilio Vaticano II abbia recuperato la nozione di famiglia come «Chiesa domestica»[6] e abbia sviluppato l’insegnamento sul sacerdozio comune[7]. Ultimamente ho letto, in un articolo sulla famiglia, questa puntuale affermazione: la teologia e il valore della pastorale in famiglia come «Chiesa domestica» hanno avuto una svolta negativa nel secolo IV, quando avvenne la «sacralizzazione» dei presbiteri e dei vescovi, a danno del sacerdozio comune del battesimo, che cominciava a perdere il suo valore. Più è stata attuata l’«istituzionalizzazione» della Chiesa, più si sono logorate la natura e il carisma della famiglia in quanto Chiesa domestica. Non è la famiglia a essere sussidiaria della Chiesa, ma è la Chiesa a dover essere sussidiaria della famiglia. In quanto la famiglia è struttura basilare e permanente della Chiesa, a essa, domus ecclesiae, dovrebbe essere restituita una dimensione sacrale e cultuale. Sant’Agostino e san Giovanni Crisostomo insegnano, sulla scia del giudaismo, che la famiglia dovrebbe essere un ambiente dove la fede possa essere celebrata, meditata e vissuta. È dovere della comunità parrocchiale aiutare la famiglia a essere scuola di catechesi e aula liturgica dove possa essere spezzato il pane sul tavolo della cucina.
Chi sono i ministri di questa «Chiesa-famiglia»?
Per san Paolo VI, il sacerdozio comune viene vissuto in modo eminente dagli sposi muniti dalla grazia del sacramento del matrimonio[8]. Anche i genitori, quindi, in virtù del loro sacramento, sono i «ministri del culto», che durante la liturgia domestica spezzano il pane della Parola, pregano con essa, e così avviene la trasmissione della fede ai figli. Il lavoro dei catechisti è valido, ma non può sostituire il ministero della famiglia. La stessa liturgia della famiglia avvia i membri a partecipare più attivamente e consapevolmente alla liturgia della comunità parrocchiale. Tutto ciò aiuta affinché avvenga il passaggio dalla liturgia clericale a quella familiare.
Oltre allo spazio strettamente domestico, Lei crede che la specificità di questo «ministero» della famiglia, degli sposi e del matrimonio possa e debba avere anche un rilievo, profetico e missionario, per tutta la Chiesa come pure nel mondo? In quali forme, per esempio?
Nonostante da decenni la Chiesa ribadisca che la famiglia è soggetto dell’azione pastorale, temo che per molti versi questo ormai sia diventato parte della retorica della pastorale familiare. Molti tuttora non sono convinti del carisma evangelizzatore della famiglia, non credono che la famiglia abbia una «creatività missionaria». C’è molto da scoprire e integrare. Ho avuto personalmente un’esperienza molto stimolante nella mia diocesi con la partecipazione delle coppie e delle famiglie alla pastorale familiare. Alcune coppie si sono occupate della preparazione al matrimonio; altre hanno accompagnato i novelli sposi nei primi cinque anni di nozze. Arricchiti dall’esperienza nelle proprie famiglie, i coniugi non soltanto sono in grado di condividere testimonianze di fede incarnata nella vita familiare quotidiana, ma riescono anche a trovare un nuovo linguaggio teologico-catechetico per la proclamazione del Vangelo della famiglia. Sull’esempio della «Chiesa in uscita», la «Chiesa domestica» deve orientarsi a uscire di casa; perciò va anche messa nelle condizioni di assumersi le proprie responsabilità come soggetto sociale e politico. Come ha sottolineato papa Francesco, Dio «ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a sé stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere “domestico” il mondo»[9]. La famiglia «è chiamata a lasciare la sua impronta nella società dove è inserita, per sviluppare altre forme di fecondità che sono come il prolungamento dell’amore che la sostiene»[10]. Una sintesi di tutto questo si trova nel Documento finale del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, dove i padri sinodali scrivono: «La famiglia si costituisce così come soggetto dell’azione pastorale attraverso l’annuncio esplicito del Vangelo e l’eredità di molteplici forme di testimonianza: la solidarietà verso i poveri, l’apertura alla diversità delle persone, la custodia del creato, la solidarietà morale e materiale verso le altre famiglie soprattutto verso le più bisognose, l’impegno per la promozione del bene comune anche mediante la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio nel quale essa vive, praticando le opere di misericordia corporale e spirituale»[11].
Torniamo ora a considerare un orizzonte più ampio. Il virus non ha conosciuto barriere. Se sono emersi egoismi individuali e nazionali, è vero che è palese oggi che sulla Terra viviamo una fondamentale fratellanza umana.
Questa pandemia dovrebbe condurci a una nuova comprensione della società contemporanea, e portarci a discernere una nuova visione della Chiesa. Si dice che la storia è maestra, ma spesso non ha scolari! Proprio per causa del suo egoismo e individualismo, l’uomo ha una memoria selettiva. Non solo cancella dalla sua memoria le fatiche da lui stesso provocate, ma è anche capace di dimenticare il suo prossimo. Per esempio, in questa pandemia le considerazioni economiche e finanziarie hanno spesso avuto il sopravvento sul bene comune. Nei nostri Paesi occidentali, benché ci vantiamo di vivere in un regime democratico, in pratica tutto è mosso da chi possiede il potere politico o economico. Invece, abbiamo bisogno di riscoprire la fratellanza. Assumendo la responsabilità legata al Sinodo dei Vescovi, penso che sinodalità e fratellanza siano due termini che si richiamano l’un l’altro.
In che senso? La sinodalità è proponibile anche alla società civile?
Una caratteristica essenziale del processo sinodale nella Chiesa è il dialogo fraterno. Nel suo discorso all’inizio del Sinodo sui giovani, papa Francesco ha detto: «Il Sinodo deve essere un esercizio di dialogo anzitutto tra quanti vi partecipano»[12]. E il primo frutto di questo dialogo è che ciascuno si apra alla novità, a modificare la propria opinione, a gioire per quanto ha ascoltato dagli altri. Inoltre, all’inizio dell’Assemblea speciale del Sinodo per la regione panamazonica, il Santo Padre ha fatto un richiamo alla «mistica della fraternità»[13], e ha sottolineato l’importanza di un’atmosfera fraterna tra i padri sinodali, «custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro»[14]. Questa cultura di «dialogo fraterno» aiuterebbe tutte le assemblee – politiche, economiche, scientifiche – a trasformarsi in luoghi di incontro e non di scontro. In un’epoca come la nostra, nella quale assistiamo a un’eccessiva rivendicazione di sovranità degli Stati e a un ritorno al classismo, i soggetti sociali potrebbero rivalutare questo approccio «sinodale», che faciliterebbe un cammino di avvicinamento e una visione cooperativa. Come sostiene Christoph Theobald, questo «dialogo fraterno» può aprirci una pista per superare la «lotta tra interessi concorrenziali»: «Solo un sentimento reale e quasi-fisico di “fraternità” può rendere possibile un superamento della lotta sociale e dare accesso ad un’intesa e ad una coesione, pur sempre fragile e provvisoria. L’autorità si trasforma qui in “autorità della fraternità”; trasformazione che suppone un’autorità fraterna, capace di suscitare, per contagio, l’evangelico sentimento di fraternità – o lo “spirito di fratellanza”, secondo l’art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – là dove le tormente della storia rischiano di ingoiarla»[15]In questo quadro sociale riecheggiano con forza le parole lungimiranti del Santo Padre, quando ha detto che una Chiesa sinodale è come vessillo innalzato tra le nazioni in un mondo che invoca partecipazione, solidarietà e trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica, ma che invece consegna spesso il destino di tanta gente nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa sinodale che «cammina insieme» agli uomini ed è partecipe dei travagli della storia, dobbiamo coltivare il sogno di riscoprire la dignità inviolabile dei popoli e la funzione di servizio dell’autorità. Questo contribuirà a vivere in maniera più fraterna e a costruire un mondo più bello e più degno dell’uomo per chi verrà dopo di noi[16].
——————————
[1] Mons. Mario Grech Segretario generale del Sinodo dei Vescovi. Maltese, nato nel 1957, è stato nominato vescovo di Gozo nel 2005 da Benedetto XVI. Ha partecipato al Sinodo per l’Amazzonia. Sarà Cardinale nel Concistoro del prossimo 28 novembre 2020.
[2]  Cfr T. Halik, «Questo è il momento per prendere il largo», in Avvenire, 5 aprile 2020, 28.
[3] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC), n. 10, 4 dicembre 1963.
[4] SC n.7
[5] Paolo VI, s., Lettera enciclica Mysterium fidei, n. 40, 3 settembre 1965.
[6] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Lumen gentium (LG), n. 11; Decreto Apostolicam actuositatem (AA), n. 11.
[7] LG n. 10
[8] Cfr Paolo VI, s., Udienza generale, 11 agosto 1976.
[9] Papa Francesco, Udienza generale, 16 settembre 2015.
[10]  Papa Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, n. 181, 19 marzo 2016.
[11]  Relazione finale del Sinodo dei Vescovi, 24 ottobre 2015.
[12] Papa Francesco, Discorso all’inizio del Sinodo dedicato ai giovani, 3 ottobre 2018.
[13] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 92, 24 novembre 2013.
[14] Papa Francesco., Saluto all’apertura dei lavori dell’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione panamazzonica, 7 ottobre 2019.
[15] C. Theobald, Dialogo e autorità tra società e Chiesa, prolusione in occasione del «Dies academicus» della Facoltà teologica del Triveneto, 22 novembre 2018.
[16] Cfr Francesco, Discorso per il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015.




8 novembre 2020.Domenica 32a
UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA

Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile.

Preghiamo.  O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Sapienza 6,12-16.
La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro.
Salmo 62. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 4,13-18.
Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.  Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
 Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13.
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA. Don Augusto Fontana
Il salmo 129 grida: «L’anima mia è tesa al Signore più che le sentinelle verso l’aurora, più che le sentinelle verso il mattino». Il vocabolo «sentinelle» (šomrîm) indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere – forse anche una sola volta in vita – il culto d’Israele[1]. Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile. Alcune Parabole dei Vangeli sono parabole dei nostri sonni o veglie: “E’ compiuto il tempo [kairòs] e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15).
Il Vangelo di Matteo ha due tipi di parabole:
(1) il Regno è già presente, qui e ora, nascosto nel quotidiano della nostra vita e va scoperto;
(2) il Regno deve venire ancora e ciascuno deve prepararsi fin da ora.
La tensione fra già e non ancora pervade la vita cristiana. Abbiamo bisogno tutti di un’amica, donna Sapienza (signora Hokma’, signora Sophia), che «sta seduta alla nostra porta» e potrebbe farci diventare abili ed esperti (hakam) per stare svegli nel tempo delle nostre notti insegnandoci a procurare e conservare l’olio per le nostre lampade[2].
La parabola di oggi non è una parabola isolata; si colloca, infatti, come la seconda di quattro parabole che esprimono lo stesso pensiero e si trovano l’una di seguito all’altra[3].
– In Mt 24,45-51: Gesù parla di un servo fedele e prudente e di un servo malvagio; il primo aspetta il padrone compiendo il suo dovere, il secondo fa i propri comodi.
– In Mt 25, 1-13: Parabola delle dieci ragazze.
– In Mt 25,14 – 30 il racconto dei talenti affidati ai servi; ci sono servi che li fanno fruttare e servi che, invece, li nascondono rendendoli infecondi.
– In Mt 25,21 – 46 Gesù descrive il giudizio finale quando saranno premiati coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…..

Il tema centrale è perciò quello della VIGILANZA (stare svegli): “Vegliate (state svegli), dunque, perché non sapete nè il giorno ne l’ora” (v. 13).

LA PARABOLA DELLE DIECI RAGAZZE.
E’ una parabola ben articolata narrativamente. Con una introduzione al v.1: “Il Regno dei cieli sarà simile a dieci ragazze che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo” e un finale al v. 13: “Vegliate dunque”. Tra queste due cornici, 3 scene.
Nella prima scena  vengono  presentati  i personaggi (cinque ragazze stolte e cinque sagge) e il fatto (prendono delle lampade e alcune anche l’olio, mentre altre no; aspettano lo sposo e, nell’attesa, si addormentano tutte: vv. 2 – 5).
La seconda scena è segnata dall’annuncio (“Si alzò un grido”) dell’arrivo dello sposo, che fa emergere la mancanza dell’olio; c’è il dialogo tra le stolte e le sagge per capire come superare questa difficoltà, e infine la decisione di andare a comprare l’olio nel cuore della notte. Era poco probabile trovare l’olio di notte, ma la parabola intende appunto scuoterci attraverso tali stranezze (vv 6-9).
Infine, la terza scena comprende l’ingresso alle nozze e la chiusura della porta (vv. 10 -12).

 I PERSONAGGI E I SIMBOLI
– A) Il personaggio principale del racconto è certamente GESU’ RISORTO chiamato SPOSO. Sposo: è uno dei titoli più belli con cui la Bibbia chiama Dio. Nella conversazione con la samaritana Gesù le dice che aveva cinque mariti e che quello che aveva in quel momento, cioè il sesto, non era vero marito. Il settimo è Gesù, lo sposo vero (Gv 4, 16-18). Fin dai tempi del profeta Osea (8° secolo a.C.), cresceva nel popolo la speranza di poter giungere un giorno a una intimità tale con Dio simile all’intimità dello sposo con la sposa (Os 2, 19-20). Isaia dice che è desiderio di Dio essere il marito del popolo (Is 54), gioire con il popolo come uno sposo gioisce alla presenza della sua sposa (Is 62, 5). Questa speranza si realizza con l’arrivo di Gesù. Per la mancanza di impegno e di serietà, le cinque giovani stolte mostrarono chiaramente che ancora non erano pronte per l’impegno definitivo del matrimonio con Dio. Avevano bisogno di altro tempo per prepararsi: “State svegli“.
– B) Poi ci sono  le  ragazze  sagge  e  stolte. In che consiste la loro saggezza e la loro stoltezza?
Cinque ragazze vengono chiamate stolte, ma il testo originale greco le chiama “moraiche letteralmente si potrebbe tradurre ‘matte, pazze’, ed è lo stesso termine che l’evangelista ha adoperato, nel capitolo 7, per il ‘matto’ (moròs) che costruisce la casa sopra la sabbia (Mt 7,26: “..è simile a un uomo stolto (matto) che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, la sua rovina fu grande.”). E Gesù diceva: «Questo matto è chiunque tra di voi ascolta queste parole, gli piace il mio insegnamento, ma poi non si sogna minimamente di metterlo in pratica»[4]. Vedi anche in Luca 12, 16-21 la parabola del ricco che accumula beni: «Ma Dio gli disse: Stolto (matto!), questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».
Cinque ragazze vengono chiamate sagge ma il testo originale greco le chiama “fronimoi” che letteralmente si potrebbe tradurre con “prudenti”. La prudenza, nel contesto di Matteo, è l’atteggiamento del discepolo che mette in conto la possibilità di una lunga attesa senza venir meno alla fedeltà del proprio compito, equipaggiandosi di conseguenza[5].
– C) Poi c’è il simbolo dell’OLIO. Ci infastidisce il rifiuto delle ragazze sagge a condividere l’olio; ma non è possibile condividere ciò che è solo tuo. La fedeltà allo sposo fa parte del rapporto personale di ciascuna con lo sposo, non può essere ceduta. Se io non dico “si” allo sposo (Dio) nessun altro potrà farlo per me.
– D) Poi c’è il sonno delle ragazze. Tutte e dieci “si assopiscono”. E’ la condizione frequente di noi discepoli, nessuno escluso: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza» (Luca 22,45); «Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (Luca 9,28-36).
– E) Infine c’è il rigido rifiuto da parte dello sposo: “Non vi conosco” e la porta non viene aperta a chi bussa. Facendo un confronto tra la parabola delle dieci ragazze e la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) si potrebbe vedere un certo contrasto tra i due brani.
Nikos Kazantzakis – un romanziere greco -, in un suo libro, fa raccontare a Gesù la parabola delle dieci ragazze in una maniera che è più in sintonia con quella del padre che abbraccia il figlio scapestrato, e forse più in sintonia anche con la nostra sensibilità. Lo sposo, sentendo le ragazze stolte bussare e gridare, si commuove, fa aprire la porta, e dice: entrate, facciamo tutti festa, rallegriamoci; anzi fa lavare i piedi alle cinque ragazze stolte perché si sono infangati durante la ricerca dell’olio nella notte. Alla fine noi  saremo  stupiti  della  sua  capacità  di accoglienza[6]. La soluzione del romanziere è ovviamente più piacevole della conclusione della parabola di Matteo, tuttavia non tiene conto della serietà del Regno.
Gesù dice: “in verità non vi conosco” ed è lo stesso che Gesù ha detto a quei discepoli che lo avevano assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuto prodigi” (Mt 7,22: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”) e Gesù dice: “non vi conosco”. Gesù non conosce chi, usando il suo nome, compie cose straordinarie, ma chi compie la volontà del Padre.
Lo stesso Dio che con pazienza fino all’ultimo giorno concede alla “zizzania” l’opportunità di trasformarsi in “grano” non perdona alle ragazze stolte il loro comportamento, la leggerezza con cui non solo non si sono procurate olio di scorta ma anche quella di essere andate via a cercarne altro quando ormai il suo arrivo era imminente. Se fossero rimaste e gli avessero chiesto perdono? La parabola delle dieci ragazze esprime delle esigenze a cui non possiamo venire meno, esigenze che sottolineano la necessità di vivere la Parola in prima persona e non per delega.

Padre, donaci Gesù tua Sapienza che ci renda abili a custodire l’olio della preghiera e dell’amore nella lampada dei nostri giorni, perché non diventino giorni bui e non ci capiti di addormentarci mentre ti attendiamo.
—————-
[1] David Maria Turoldo – Gianfranco Ravasi. I SALMI, traduzione poetica e commento. Mondadori.
[2] G.Cesare Pagazzi, Questo è il mio corpo, EDB, 2017, pagg. 27-32.
[3] Prendo spunto da una Lectio del Card. Martini nel 1999 presso la facoltà di medicina alla Cattolica di Roma.
[4] Padre Alberto Maggi
[5] A.Mello, Evangelo secondo Matteo, Ed. Qiqajon, pag.431-432
[6] Lidia Maggi, L’evangelo delle donne. Figure femminili nel Nuovo Testamento, Claudiana 2014.




Giovani per un’economia sostenibile

“Le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”. PAPA FRANCESCO AI GIOVANI DI “THE ECONOMY OF FRANCESCO”.

Un interessante articolo della rivista AGGIORNAMENTI SOCIALI rispetto al recente evento “ECONOMY OF FRANCESCO” 
giovani-per-un-economia-sostenibile

A disposizione il materiale disponibile emerso dal
THE ECONOMY OF FRANCESCO

Prima giornata 19.11
Seconda giornata 20.11
Terza giornata 21.11

 




1 Novembre 2020
I santi: avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo.

E dunque, Signore, non guardare ai nostri peccati, ai nostri quotidiani tradimenti, a tutte queste viltà segrete e palesi, ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra: ai giusti di qualunque religione e fede, ai giusti senza nome, silenziosi e umili, uomini e donne di cui nessuno ha mai avvertito che neppure esistessero e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro: gente che incontravamo per via e neppure salutavamo, e loro invece ti salutavano e pregavano per te e tu non sapevi: qualcuno che abitava in periferia, altri, nei campi, gente del deserto: il portinaio di qualche monastero, una madre, la quale ha solamente dato, e un altro che è riuscito a perdonare.

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Sal 23. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

I SANTI: AVANZI DI DIO SULLA TERRA, BRICIOLE DI CRISTO. Don Augusto Fontana

Sono questi i tuoi santi. (Padre David Maria Turoldo)
E dunque, Signore, 

non guardare ai nostri peccati,
ai nostri quotidiani tradimenti,
a tutte queste viltà segrete e palesi,
ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra:
ai giusti di qualunque religione e fede,
ai giusti senza nome, silenziosi e umili,
uomini e donne di cui nessuno
ha mai avvertito che neppure esistessero
e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro:
gente che incontravamo per via 
e neppure salutavamo,
e loro invece ti salutavano
e pregavano per te e tu non sapevi:
qualcuno che abitava in periferia,
altri, nei campi, gente del deserto:
il portinaio di qualche monastero,
una madre, la quale ha solamente dato,
e un altro che è riuscito a perdonare.
Signore, sono costoro che ti rendono gloria
a nome dell’intero creato,
a nome di tutto il genere umano:
moltitudine che mai nessuno riesce a numerare.
Signore, guarda a tutti coloro
che non sanno neppure se esisti 
e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra)
e invece sono vissuti per la giustizia 
e la verità e la libertà e l’amore;
per queste cose hanno attraversato
il mare della grande tribolazione,
hanno subito chi la deportazione e l’esilio,
chi le feroci torture e il lungo carcere;
e altri sono stati fatti sparire
come se non fossero mai esistiti
sulla faccia della terra:
bambini, donne e sacerdoti,
e molti, moltissimi uomini del sindacato;
e altri che hanno sopportato 
ogni avvilimento e disprezzo
e oblio perfino dalle proprie chiese:
sono essi i tuoi santi
che ora compongono la “mistica rosa”
del tuo paradiso,
uomini e donne a te carissimi
fra gli stessi santi dei nostri calendari:
sono loro a comporre anche la tua gioia,
la grande festa nei cieli. Amen.

Sacri o santi?
La santità costituisce lo sfondo di questa celebrazione. Tema così lontano dal nostro linguaggio e dall’orizzonte quotidiano; realtà che non nasce spontanea e tuttavia è così incredibilmente alla portata di mano in quanto offerta a tutti e non solo ad alcuni eroici e straordinari personaggi. Pio XII in un radiomessaggio del ‘55 diceva: «L’uomo può considerare il suo lavoro come vero strumento di santificazione perchè lavorando perfeziona in sé l’immagine di Dio, adempie il dovere  e il diritto di procurare a sé e ai suoi il necessario sostentamento e si rende utile alla società [1]» e Giovanni XXIII «Risponde perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano[2]».

Nella più rigida tradizione ebraica solo Dio poteva essere chiamato SANTO (Qadosh); sarebbe stata una bestemmia attribuire ad un uomo il titolo che spetta solo a Dio, il Separato, il Trascendente, l’Altissimo, il Totalmente-Altro. Il concetto che, nell’ebraismo, più si avvicina a quello di santo è tzadik, una persona giusta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto. In verità mi pare che la Bibbia faccia qualche eccezione. La parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro della Genesi: ” E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò“. Inoltre, quando sul Sinai stava per essere pronunciata la parola di Dio, il Signore ci ha collegialmente risucchiati nel suo incomunicabile attributo: ” Voi sarete per me un popolo santo ” (Esodo 19,5-6). Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d’oro, fu ordinata la costruzione di un Tabernacolo, la sacralità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell’uomo, ed infine la sacralità dello spazio. Approfondiamo questo tema.
La parola qadosh significa «se­parare», porre una frontiera tra l’area del tempio da quella profana. Più corretto, allora, in questo caso sarebbe tradurre con «sacro», che rimanda automaticamente a qualco­sa di sacerdotale, templare, sacrificale, liturgico e che evo­ca incensi e rituali. Il «sacro» è la definizione di un’area «pura» (un sinonimo usato dal libro del Levitico) ove si può inse­diare Dio, che per definizione è «sacro-santo», come ricor­da a Isaia il coro angelico che ascolta nel tempio il giorno della sua vocazione: «Santo, santo, santo è il Signore dell’universo» (Is 6,3). Il sacro per sua natura divide perché si oppone a ciò che è limitato, imperfetto, umano.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che valore e che rischi contiene in sé la visione sacrale? Da un lato, il sacro tutela la purezza del concetto e della realtà di Dio, la sua trascendenza e distanza, impedendone la riduzione a realtà manipolabile, conservandone la sua qualità di total­mente Altro. D’altro canto, però, il sacro isola, rigetta e si pone in tensione col profano; si fa autosufficiente, e tutto ciò che non appartiene alla sua sfera diventa il male, il peccato, l’impuro; suo sogno è quello di sacralizzare il maggior ambito possibile (politica, cultura, società) così da porlo sotto la propria ferrea tutela.
Al sacralismo si oppone il «santo» inteso in senso esi­stenziale e morale: la santità non si isola ma, pur conser­vando la sua identità, coesiste col profano, lo feconda sen­za assorbirlo. Il Verbo è diventato carne e ha posto la sua tenda fra noi. Alla morte di Gesù il tendone del tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal cortile del popolo, si “lacerò da cima a fondo”: lo spazio sacro deborda amichevolmente, come un fiume in piena, sullo spazio e il tempo profano. Ora Dio santo abita nel cortile di noi povere creature fragili e inquinate. «Io sono Dio e non uomo, so­no il santo in mezzo a te» (Os 11,9). Un «santo» che si inse­dia in mezzo al suo popolo e alla sua storia, non isolan­dosi e respingendo l’uomo ma coinvolgendolo e santificandolo.
«Siate santi perché io sono santo» (Levitico 11,44 e 45; 19,2).
Dalla liturgia di oggi emerge una prima caratteristica della santità:  è collettiva, popolare, comunitaria, plurale, corale: «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, popolo, razza e lingua», dice l’Apocalisse; «Ecco la generazione che cerca il tuo volto» dice il Salmo 24. Generazioni intere ci hanno preceduto e ci hanno consegnato la fede. Noi adulti, a nostra volta, siamo la generazione che consegna in eredità ai piccoli e ai giovani il seme del Vangelo e i suoi valori. Il salmo 145 recita: «Di padre in figlio si tramanda quello che tu hai fatto per noi, tutti raccontano le tue imprese».   Lasciamoci prendere da questa connotazione: la mia santità personale non basterebbe ancora; sarebbe aristocratica. Santi sì, dunque, ma insieme. Forse anche per questo, Papa Francesco nella sua Enciclica “Fratelli tutti” al n. 186 dice: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica». La chiesa della domenica terrena (quella del settimo giorno) e quella eterna (quella dell’ottavo giorno) è una chiesa di persone che portano le stimmate della storia che hanno vissuto insieme. Nella prima lettura lo scenario è una liturgia che si svolge davanti al trono e all’agnello, con canti, vesti, gesti e riti. I santi sono un popolo che celebra l’uscita dalla grande tribolazione. Noi alla domenica partecipiamo a quella liturgia corale.
San Gesù. Beato lui!
La santità proposta da Gesù non coincide con le pratiche di purificazione rituale o con la volontà di separazione che caratterizzavano Israele e contro le quali i profeti e Gesù stesso hanno avuto molto da dire. La santità del popolo cristiano si identifica con la sequela di Gesù, cioè nel dare forma alla vita quotidiana secondo lo stile ed esempio di Gesù che ha incarnato il Dio trascendente nella concreta storia dell’umanità. Le beatitudini annunciano innanzitutto un’azione di Dio, i suoi criteri e i suoi obiettivi inaugurati prima di tutto nella vita, nel messaggio e nelle azioni di Gesù. Il motivo per cui certe persone vengono dette beate deriva dal fatto che Dio ha scelto di avere un’attenzione particolare per loro ed un impegno particolare a loro favore: (“Congratulazioni, Dio sta dalla tua parte”). Le Beatitudini non dichiarano, dunque, prima di tutto ciò che l’uomo deve fare, ma ciò che Dio è intenzionato a fare a favore di persone il cui stato di pericolo e di debolezza attira il suo amore e la sua compassione. Beato non equivale al nostro “contento” o “soddisfatto”. Non è beato chi soffre o chi è povero, ma chi cammina per la via giusta. Le beatitudini dichiarano che Dio non è estraneo al dolore e alla debolezza che sempre ci accompagnano. Dio ci ama anche nel nostro soffrire e soccombere. Come ha fatto con il primo beato che è Gesù: “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”.  

I santi della porta accanto.
La grande tribolazione è la fatica della coerenza tra ciò che annuncio e ciò che faccio, tra ciò che celebro e ciò che vivo. Ecco dunque il martirio della grande tribolazione: la coerenza tra la veste lavata al settimo giorno e l’abito dei sei giorni di lavoro, di famiglia e vita sociale, la coerenza tra ciò che siamo già da ora  (figli di Dio)  e ciò che saremo e non è stato ancora pienamente rivelato, come dice la seconda lettura.

Chi sono coloro che attraversano, dietro Gesù, la grande tribolazione?
I poveri: coloro che non si lasciano possedere dalle cose e tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana e per questo apprezzano il lavoro e partecipano attivamente ad un’equa distribuzione delle risorse, dei profitti e dei guadagni, con sobrietà.
Quelli che sono nel pianto: quelli addolorati per il male che c’è nel mondo e dentro di sè, come Gesù che piange su Gerusalemme; coloro che si fanno carico degli sbagli altrui.
I miti e misericordiosi: quelli che sono comprensivi, affabili, non aggressivi e si acquistano la stima con la forza della tenerezza e della solidarietà con chi è in difficoltà.
Gli affamati della giustizia: quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
I puri di cuore: quelli che sanno che il male cova dentro a ciascuno come radice di idolatria e vigilano su se stessi prima ancora che denunciare gli altri.
I perseguitati: quelli che sanno che essere cristiani ha un costo. Là dove la fede è a caro prezzo.
«L’utopista, il rivoluzionario, il santo caratterizzato dallo spirito liberatore è una persona coerente: la sua fedeltà muove dalla radice della sua persona per arrivare fino ai minimi dettagli che gli altri trascurano: l’attenzione ai piccoli, il rispetto totale ai subordinati, lo sradicamento dell’egoismo e dell’orgoglio, la preoccupazione delle cose comuni, il generoso impegno nei lavori non rimunerati, l’onestà nei confronti delle leggi pubbliche, la puntualità, il riguardo per gli altri nella corrispondenza epistolare, il non fare distinzione di persone, il non lasciarsi comprare dal denaro. Ogni persona finisce qualche giorno per vendere la sua coscienza, la sua dignità, la sua onestà… La corruzione è, a molti livelli, una piaga impressionante. Il giorno-per-giorno è il test più affidabile per mostrare la qualità della nostra vita e lo spirito da cui è animata. essere ciò che si è, dire ciò che si crede, credere ciò che si predica, vivere ciò che si proclama.  Questa del giorno-per-giorno viene ad essere una delle principali forme di “ascetica” della nostra spiritualità. L’eroismo della realtà quotidiana, domestica, abituale, l’eroismo della fedeltà che arriva fino ai dettagli oscuri e anonimi. Dimmi come vivi una giornata qualsiasi, e ti dirò se è valido il tuo sogno di un domani diverso»[3].

I beati sono quelli che hanno detto a Dio: «Signore se vuoi che io cambi, accarezzami». Dio li ha accarezzati e loro sono cambiati. Sono coloro che nella grande tribolazione hanno salvaguardato la coerenza tra il settimo giorno e i sei giorni, hanno collaborato con Dio alla guarigione del mondo e per questo quando muoiono cadono nelle mani del Signore.
Signore, accarezza anche me.
———————
[1] citato in H. Fitte Lavoro umano e redenzione, Armando editore,1996 pag. 35
[2] Mater et magistra n.232-233.
[3] Mons.Pedro Casaldáliga, José M. Vigil, Fedeli nella vita di ogni giorno.