23 agosto 2020. 21a domenica
QUANDO LUI NON E’ COME CREDO.

Come un cuscino che soffoca il neonato senza che neppure se ne accorga, la fede di molti è andata in crisi con l’abbandono del latino, con la comunione data in mano e distribuita dai laici (spesso donne), con la caduta della tonaca dei preti, senza contare le beghe interne delle nostre parrocchie, le delusioni che ci dà Dio perché non fa’ quello che ci aspettiamo. Dov’è Gesù in tutto questo? Certo non dove lo mettiamo noi. La nostra superficialità imprigiona, talvolta, Dio nelle esteriorità della chiesa delle apparenze. Confiniamo la fede nelle abitudini della fede e allora ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio come al solito.

Preghiamo. O Padre, fonte di sapienza, che nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro hai posto il fondamento della nostra fede, dona a tutti gli uomini la luce del tuo Spirito, perché riconoscendo in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente, diventino pietre vive per l’edificazione della tua Chiesa. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 22,19-23
Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

Salmo 137 Signore, il tuo amore è per sempre.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.

Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;  il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 11,33-36
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-20
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. 

QUANDO LUI NON E’ COME CREDO. Don Augusto Fontana
Come un cuscino che soffoca il neonato senza che neppure se ne accorga, la fede di molti è andata in crisi con l’abbandono del latino, con la comunione data in mano e distribuita dai laici (spesso donne), con la caduta della tonaca dei preti, senza contare le beghe interne delle nostre parrocchie, le delusioni che ci dà Dio perché non fa’ quello che ci aspettiamo. Dov’è Gesù in tutto questo? Certo non dove lo mettiamo noi. La nostra superficialità imprigiona, talvolta, Dio nelle esteriorità della chiesa delle apparenze. Confiniamo la fede nelle abitudini della fede e allora ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio come al solito. Ma Dio non è mai «come al solito». Dio non si trova riducendosi a fare quello che si è sempre fatto. Dio, forse, potrebbe trovarsi nel nuovo che c’è da fare. Come il cieco Bartimeo che “lascia il mantello”, un certo numero di vecchie abitudini incollate sulla pelle.
Credere significa accettare che Dio abbia da offrire qualcosa di diverso dalla nostra porzione di cibi quotidiani. Qualcuno ha detto: “Noi ci saremmo accontentati di 3 locali più servizi e lui ci offre prateria eterne”.
Da un’inchiesta in una parrocchia: Prima domanda: « Chi è Gesù per te? ».
Alcune risposte: Uno da riconoscere… uno da trovare… un provocatore…uno da accettare… uno che si impegna… un figlio “tutto suo Padre”… uno di cui non si può fare a meno… uno pieno di vita… un comunicativo… uno che è umano (Fil. 2, 6-11), un segno…uno che fa corpo…uno da adottare…uno da amare… uno a cui parlare…
Seconda domanda: «A chi assomigli di più tra i personaggi del Vangelo che hanno avvicinato Gesù? »
Alcune risposte: ai discepoli di Emmaus… al cieco… ai farisei estremisti dell’integrità che conoscevano bene Gesù ma non lo riconoscevano… a Pietro… a Maria sua madre… al giovane ricco…

«Ma voi, chi dite che io sia?». Il cap. 16 costituisce, in Matteo un giro di boa, come il cap. 8 per Marco. Quali mutamenti avvengono per costituire questo stacco?

  1. Gesù dà per la prima volta l’annuncio della passione e morte
  2. Da questo momento si dedicherà di più alla formazione del gruppo dei discepoli che delle folle.
  3. Gesù cercherà di far capire che il proprio stile di una vita “gettata via” (croce) dovrà essere assunto dai discepoli attraverso il perdono e la misericordia.

Innanzitutto il brano non è incentrato sull’investitura di Pietro, come farebbe pensare la liturgia di oggi che, nella prima lettura, propone Isaia 22,19-23: una vicenda di divergenze politiche tra ufficiali di corte (cfr. Isaia 22,15-18) all’epoca del re Ezechia, re di Giuda nell’VIII sec. a.C., con la sottolineatura dei riti di investitura del nuovo funzionario (tunica, cintura/sciarpa e chiavi: le 3 insegne della carica) . E comunque se anche fosse, i versetti 13-18 (del vangelo di oggi) non possono essere letti separatamente dai successivi versetti 21-23, tanto sono parallelamente costruiti: 21Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli… 22Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Torna dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Il problema vero è costituito da ciò che chiaramente è lo sfondo, lo scenario: la croce. La professione ortodossa della fede rivela tutta la sua ambiguità se non si misura con la logica di Dio rivelatasi nella finale della vita di Gesù. Non per niente molti esegeti accostano il brano di oggi con un altro capitolo di Matteo (il cap. 11) in cui si tratta del problema dell’identità di Gesù e della rivelazione ai piccoli: « 25In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”». (La lettura di Paolo Rom.11,33-36 ribadisce la misteriosa e incomprensibile logica dell’agire divino: “chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?”).
Parlare della fede altrui, giudicare la fede altrui mi è molto facile. Ma esprimere la mia esperienza di fede è impresa ben più difficile. Non è importante sapere i risultati di un’inchiesta religiosa, ma definire se io ho dato una risposta personalizzata alla domanda di Gesù: “Io chi sono per te?”. La gente tenta di interpretare l’attività e la persona di Gesù secondo i modelli conosciuti del passato. I discepoli e quelli che hanno accettato di condividere il destino di Gesù non possono trincerarsi dietro gli stereotipi e l’opinione della gente. Una forma stereotipa è l’alibi più elegante e astuto per non impegnarmi in una risposta mia personale, magari incompleta e un po’ eretica, ma mia, mia, mia. I discepoli e quelli che hanno accettato di condividere il destino di Gesù non possono trincerarsi dietro gli stereotipi e l’opinione della gente. Anch’io devo prendere posizione ed espormi personalmente. Non si è cristiani per un atto giuridico, per un diploma avuto il giorno del battesimo.
Non è meno importante sentire risuonare quel “voi” collettivo, al plurale: quale risposta dà la mia comunità, la chiesa cattolica, le chiese cristiane, alla domanda di Gesù: “Ma, VOI, cosa dite di me, cosa professate di me?”.
Chiede cosa dicono di lui e non tanto cosa provano nè cosa suggerisce la loro intuizione religiosa. Questo verbo (léghete=dite) gioca un ruolo importante in Matteo ed è tipicamente giudeo. Si “dice” con la bocca, ma ben più con le scelte di vita.
La particella de (= ma) non significa solo “ma voi, al contrario” bensì: e voi non avete nient’altro da dire al mio riguardo? Gesù non rifiuta gli attributi della gente (sei Giovanni Battezzatore, sei Elia, sei Geremia) anche perché in almeno due di essi (Giovanni e Geremia) si riconoscono le caratteristiche del Servo Sofferente. Egli chiede ai discepoli di aggiungere un contributo di esperienza personale derivata da un ascolto della Rivelazione del Padre. Gli altri hanno un posto insostituibile nell’incontro con Cristo, come dei suggeritori che aiutano l’attore a ripartire, a riprendersi e continuare. Lazzaro, il paralitico, il cieco Bartimeo hanno avuto bisogno della fede altrui per essere avvicinati a Gesù, ma poi il contatto ha dovuto essere diretto, un incontro a tu per tu. Anche per la donna samaritana al pozzo (Giov. 4), la genesi della fede dei suoi compaesani ha bisogno delle due tappe, la testimonianza della donna e, alla fine, una presa di coscienza personale: «39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Occorre saper mettere in discussione la propria fede. Occorre una fede non teorica e astratta, da salotto, mummificata. La superficialità è uno degli ostacoli maggiori alla fede.

Nella logica dello schema di Matteo potremmo anche chiedere a Gesù: “Cosa dice la gente di noi cristiani?…E noi chi siamo per Te?”.




In memoria del santo profeta Vescovo Casaldàliga.
di Frei Betto

Ho conosciuto un santo e un profeta. In memoria del Vescovo Pedro Casaldàliga
12 agosto 2020. http://www.settimananews.it/profili/conosciuto-un-santo-un-profeta/
di Frei Betto

Dom Pedro era solito celebrare il Giorno dei defunti nel cimitero più povero di São Félix do Araguaia (MT). In quel luogo giacciono i resti mortali di indigeni e di lavoratori attirati in Amazzonia dal sogno di una vita migliore. Molti di essi, oltre a vedere le loro aspettative frustrate, furono uccisi con armi da fuoco. Il vescovo disse alla gente e agli operatori pastorali della prelatura: «Ascoltatemi bene. Vi dico una cosa molto seria. È qui che desidero essere sepolto». «Per riposare, voglio solo questa croce di legno / come pioggia e sole; / la sepoltura e la risurrezione» (Poema Cemiterio do Sertão, di Dom Pedro).
Malato da alcuni anni del morbo di Parkinson, che chiamava “Fratello Parkinson”, Pedro, a 92 anni, ha avuto un peggioramento nel suo stato di salute la prima settimana di agosto. Le risorse a São Félix sono precarie e l’indigenza è aggravata dalla pandemia del nuovo coronavirus. La congregazione claretiana a cui Pedro apparteneva, decise di trasferirlo a Batatais (SP), dove sarebbe stato meglio accudito. Sabato, 8 agosto – festa di san Domenico, spagnolo come Pedro – spirò poco dopo le 9.00 del mattino. I suoi confratelli hanno esaudito il suo desiderio di riposare nel cimitero di Karajá.
Pedro era giunto in Brasile, come missionario, nel 1968, in piena dittatura militare. Era venuto per avviare i Cursillos di Cristianità. Ma, imbattendosi nello sfruttamento dei braccianti nelle fattorie dell’Amazzonia, fece un’opzione radicale per i poveri. Lavoratori disoccupati e senza istruzione si inoltravano nelle foreste in cerca di migliori condizioni di vita, attratti dall’espansione del latifondo nella regione amazzonica. Letteralmente ammassati nelle città, cadevano nella trappola del lavoro schiavizzato. Non avevano altra scelta che acquistare provviste e vestiario nei magazzini della fattoria a prezzi esorbitanti che li irretivano nelle maglie di debiti impagabili Se cercavano di fuggire, venivano inseguiti dai capisquadra, assassinati o ripresi, frustati, e molte volte mutilati, mozzati di un orecchio.
Pedro nominato vescovo
São Félix è un municipio amazzonico del Mato Grosso, situato di fronte all’isola del Bananal, in un’area di 36.643 kmq. Nel decennio del 1970, la dittatura militare (1964-1985) ampliò a ferro e fuoco le frontiere agrozootecniche del Brasile, devastando parte dell’Amazzonia e attirando fattorie latifondiste impegnate a disboscare per creare pascoli ai bovini.

Casaldáliga, pastore di un popolo sbandato e minacciato dal lavoro da schiavi ne prese la difesa scontrandosi con i grandi proprietari agricoli; con le imprese agrozootecniche, minerarie o del legname; con i politici che, in cambio del sostegno finanziario e di voti, coprivano il degrado dell’ambiente e legalizzavano l’espansione fondiaria senza alcun rispetto delle leggi del lavoro.
Il 13 maggio 1969, Paolo VI creò la prelatura di São Félix do Araguaia. L’amministrazione fu affidata alla congregazione dei claretiani e, dal 1970 al 1971, padre Pedro Casaldáliga fu il primo amministratore apostolico. Poco dopo fu nominato vescovo. Adottò come principi che avrebbero dovuto guidare in maniera ferrea la sua attività pastorale: «Niente possedere, niente imporre, niente chiedere, niente tacere e, soprattutto, niente uccidere». Al dito, come insegna episcopale, un anello di tucum (legno di una specie di palma dell’Amazzonia, ndtr.), che divenne simbolo della spiritualità dei seguaci della Teologia della liberazione.
Nella lettera pastorale del 1971, “Una chiesa in Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale”, Pedro situò accanto ai più poveri la prelatura appena creata: «Noi – vescovo, sacerdoti, suore, laici impegnati – siamo qui, tra l’Araguaia e il Xingu, in questo mondo, reale e concreto, emarginato e accusatorio… O rendiamo possibile l’incarnazione salvifica di Cristo in questo ambiente, al quale siamo stati inviati, oppure neghiamo la nostra fede, ci vergogniamo del Vangelo e tradiamo i diritti e la speranza piena di angoscia di un popolo che è anch’esso popolo di Dio: gli abitanti delle zone interne, i posseiros (piccoli agricoltori), i braccianti, questo pezzo brasiliano dell’Amazzonia. Poiché siamo qui, è qui che dobbiamo impegnarci. Chiaramente. Fino alla fine».
Poeta e profeta
Cinque volte imputato nei processi di espulsione dal Brasile, Casaldáliga viveva in una semplice abitazione, senza alcun sistema di sicurezza se non quello che gli assicuravano tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Calzando dei semplici sandali infradito e indossando un vestito comune come quello dei braccianti che circolavano per la città, ampliò la sua irradiazione apostolica mediante un’intensa attività letteraria.

Poeta rinomato, portava l’anima a sintonizzarsi con le grandi conquiste popolari nella Grande Patria latino-americana. Levò la sua penna e la sua voce nelle proteste contro il Fondo Monetario Internazionale, l’ingerenza della Casa Bianca nei paesi del continente, la difesa della rivoluzione cubana, la solidarietà con la rivoluzione sandinista o per denunciare i crimini dei militari del Salvador e del Guatemala.
In un’occasione compì un lungo viaggio a cavallo per visitare la famiglia di un posseiro che era in prigione. Giunse senza preavviso. Davanti a un piatto di riso in bianco e ad un altro di banane, la figlia maggiore chiese scusa imbarazzata all’ora di pranzo: «Se avessimo saputo che veniva un vescovo, avremmo preparato un pranzo diverso». La piccola Eva reagì dicendo: «Ma il vescovo non è migliore di noi»: egli custodì nel cuore questa lezione, e la mise sempre in pratica, evitando privilegi e vantaggi.
Quando i karajá[1] andavano in città, provenendo dall’isola di Bananal, l’ancoraggio era sempre alla casa di Pedro. Là mangiavano, bevevano acqua, si riposavano dopo i giri compiuti a São Félix.
Fondatore della Commissione pastorale della Terra (CPT) e del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi), Casaldáliga, affermava che la saggezza popolare era la sua grande maestra.
Pedro a Cuba
Nel settembre 1985 mi recai a Cuba con i fratelli e teologi Leonardo e Clodovis Boff. Abbiamo informato Fidel Castro che Dom Pedro si trovava a Managua per partecipare alla Giornata di preghiera per la pace. Il leader cubano insistette affinché lo conducessimo all’Avana. La stessa sera intervenne all’apertura di un congresso mondiale giovanile sul debito estero: «Non è solo immorale riscuotere il debito estero, è anche immorale pagarlo, perché inevitabilmente significherà indebitare progressivamente i nostri popoli».

Chomy Miyar, la segretaria di Fidel, quando si accorse che le scarpe del prelato erano in pessimo stato, gli offrì un paio nuovo di stivali. «Lascio le mie scarpe al Museo della Rivoluzione», disse scherzando Dom Pedro.
Ci recammo insieme in Nicaragua il 13 settembre 1985. Qui prese parte a numerose iniziative contro l’aggressione del governo degli Stati Uniti ad opera dei sandinisti e battezzò il quarto figlio di Daniel Ortega, Maurice Facundo.
Nel suo secondo viaggio a Cuba, nel febbraio 1999, Casaldáliga dichiarò pubblicamente, a Pinar del Río: «Il capitalismo è un peccato capitale. Il socialismo può essere una virtù cardinale: siamo fratelli e sorelle, la terra è di tutti e, come ripeteva Gesù di Nazaret, non si possono servire due padroni, e l’altro padrone è proprio il capitale. Quando il capitale è neoliberale, di lucro ad ogni costo, di mercato totale, di esclusione di immense maggioranze, allora il peccato è chiaramente mortale».
E sottolineò: «Non ci sarà pace sulla terra, non ci sarà democrazia che meriti questo nome profanato, se non ci sarà una socializzazione della terra in campagna e del suolo in città, della salute e dell’istruzione, della comunicazione e della scienza.
Conversando con Dom Pedro, in una circostanza mi disse: penso alla frase di Gesù: «Ci sarà ancora fede sulla terra quando tornerò?» Ci sarà, ma non nella sua parola. Fede nel mercato, il grande demiurgo. Basti pensare che dei tre economisti vincitori del Premio Nobel negli ultimi trent’anni del XX secolo, due provenivano dalla Scuola di Chicago… Perciò, l’Accademia svedese ha dato credito a dei modelli matematici creati per favorire la speculazione finanziaria e tesi a considerare l’umanità come la somma di individui motivati solo da interessi personali e coinvolti nella più litigiosa competizione con i loro simili.
Oggi, vanno in chiesa solo coloro che non hanno risorse per recarsi nelle cattedrali del consumo. Il nuovo luogo di culto è il centro commerciale, lo Shopping Center considerato la porta del Paradiso, perché lì non ci sono mendicanti, immondizia, bambini di strada, minacce; tutto rifulge di uno splendore paradisiaco. Siamo tutti fedeli seguaci del catechismo pubblicitario. Ci infonde la convinzione che la salvezza individuale passa attraverso il consumo. Escluso non è chi ha peccato, è chi non ha denaro. Eretico non è chi è in disaccordo con i dogmi della Chiesa, ma chi si oppone ai dogmi del capitalismo. Apostata non è chi abiura la fede cristiana, ma uno che professa un’altra fede convinto che fuori dal mercato non c’è salvezza».
Successione
Nel 2003, all’età di 75 anni, Casaldáliga presentò la sua domanda di rinuncia alla prelatura, come richiesto dal Vaticano a tutti i vescovi, eccetto a quello di Roma, il papa. Nel 2005 il Vaticano nominò il suo successore. Prima però gli fu inviato un vescovo che, in nome di Roma, gli chiedeva di allontanarsi dalla prelatura, in modo da non intralciare il nuovo prelato. Dom Pedro non gradì l’invito e, coerente con il suo sforzo di rendere più democratico e trasparente il processo della scelta dei vescovi, si rifiutò di ascoltarlo. Il nuovo vescovo, Leonardo Ulrich Steiner, mise fine all’impasse dichiarando che Dom Pedro era benvenuto a São Félix.

Minacce
Dom Pedro fu oggetto di varie minacce di morte. La più grave nel 1976, a Ribeirão Cascalheira, il 12 ottobre, festa della patrona del Brasile, Nossa Senhora Aparecida. Giungendo in quella località assieme al missionario gesuita e indigenista João Bosco Penido Burnier, seppero che nella stazione della polizia due donne venivano torturate. Andarono lì ed ebbero una animata discussione con la polizia militare. Quando padre Burnier minacciò di riferire alle autorità ciò che stava avvenendo, uno dei soldati lo schiaffeggiò, lo colpì col calcio della rivoltella e poi gli sparò alla testa. In poche ore Padre Burnier morì. Nove giorni dopo, la gente invase la stazione di polizia, liberò i prigionieri, infranse tutto, abbatté le pareti e appiccò il fuoco. Sul luogo oggi sorge una chiesa, l’unica al mondo dedicata ai martiri.

Per le sue posizioni evangeliche, Pedro era accusato di essere un «vescovo del partito dei lavoratori». Non si è mai preoccupato delle accuse di cui era oggetto. Sapeva che era il prezzo da pagare per non difendere i privilegi dei latifondisti. Nella campagna presidenziale del 2018, il giorno precedente il primo turno delle elezioni, una manifestazione pro-Bolsonaro sfilò per la città e lo strombazzare dei clacson si intensificò passando davanti alla modesta abitazione del vescovo.
Nessuno incarna e simboleggia tanto la Teologia della liberazione quanto Dom Pedro. Egli divenne un riferimento mondiale di questa teologia incentrata sui diritti dei poveri.
Militante dell’utopia
Pedro è nato in una povera famiglia di piccoli agricoltori in Catalogna. Nel 1940, all’età di 12 anni, condotto da suo padre, entrò in seminario per diventare missionario. Nel maggio 1952, a 24 anni, fu ordinato sacerdote. Nell’ultimo anno di formazione pastorale, in Galizia, mantenne contatti con lavoratori e migranti, molti operai nelle fabbriche di tessuti. Si guadagnò il soprannome di «prete dei furfanti» o «prete dei diseredati».

Dopo un passaggio per la città industriale, la tappa successiva fu Barcellona. A 32 anni, si recò in Guinea Equatoriale, allora colonia spagnola, per avviare i Cursillos di Cristianità. Lì si rese conto che il modello europeo di Chiesa non avrebbe dovuto essere esportato nelle nazioni periferiche.
Come vescovo in Brasile, Pedro non ha mai usato alcun distintivo che lo differenziasse dalle altre persone e lo identificasse come prelato.
«Mi chiameranno sovversivo. / E dirò loro: lo sono. / Per il mio popolo in lotta, io vivo. / Con il mio popolo in cammino, vado / Ho una fede da guerrigliero / E amore per la rivoluzione» (Canzone della falce e del covone).
Ora mi accorgo di aver conosciuto un santo e un profeta, Pedro Casaldáliga. Santo per la sua fedeltà radicale (in senso etimologico di andare alle radici) al Vangelo e profeta per i rischi di vita affrontati e le avversità sofferte.


[1] Antica etnia indigena




Alberto Neglia
LA PREGHIERA: VOCE DELLA SPERANZA

LA PREGHIERA: VOCE DELLA SPERANZA
(Alberto Neglia – HOREB 1/2012)

È difficile oggi sperare! Negli ultimi decenni si è guardato alla storia non solo sotto il segno della crisi, ma in modo radicale della fine: fine della modernità, fine della civiltà occidentale, fine della cristianità. Il presente, poi, specialmente in Italia, è un tempo caratterizzato con particolare acutezza dal senso della precarietà e dell’incertezza del futuro. È quindi un tempo in cui si pone con palpabile drammaticità la domanda: “che cosa posso sperare?”. E da que­sto interrogativo non è esente il cristiano.
La speranza cristiana, infatti, è bene chiarirlo, in un’epoca in cui molti disperano, non vuole semplicemente consolare o favorire facili ottimismi, ma vuole ricordare che la promessa biblica non ha certo risparmiato ai suoi testimoni la lunga attesa nella notte. La Parola di Dio non ci permette di calcolare le probabilità di un avvenire felice. Ma essa è presente là, è “pro­messa” dove noi operiamo per superare la fatalità.
Dal racconto biblico emerge con chiarezza che la speranza è dono connesso all’ascolto della parola di Dio insperata e gratuita: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio» (Is 41,10), dice il Signore al suo popolo, attraverso il profeta. Essa, quindi, non si fonda sulle proprie capacità di mutare le cose ma sulla fede in Dio moti­vata dall’ amore.

La speranza ha la sua voce: la preghiera
Se la speranza è dono di Dio, dono offerto a noi nel Figlio, per Paolo, Cristo stesso è la nostra speranza, l’unica cosa da fare è cercare Dio e vive­re insieme a lui. Dallo stare con lui scaturisce la speranza che va oltre ogni disperazione.

Uno degli spazi determinanti per cercare Dio è la preghiera. «La pre­ghiera è un’opera infinita, un’arte che supera ogni arte e scienza. Nella preghiera entriamo in comunione con l’Essere che non ha inizio. O anco­ra: la vita stessa di Dio, colui che realmente è, viene in noi per questa porta. La preghiera è un’operazione della più alta sapienza, di una bellez­za e dignità superiori a ogni cosa. In essa risiede la santa ebbrezza del nostro spirito[1]».
Allora, «dobbiamo restare nella preghiera, il più a lungo possibile, affinché la sua forza invincibile penetri in noi e ci renda capaci di resiste­re a ogni influenza distruttiva. Quando dentro di noi sorgerà questa forza, rifulgerà in noi la gioia della speranza nella vittoria definitiva[2]».
Ma se oggi è difficile sperare, c’è da dire che, non risulta facile nem­meno pregare. Si possono dire tante preghiere e attivare tante devozioni, ma la preghiera vera quella che si fa accoglienza della vitalità di Dio nella propria vita e che quindi coinvolge il cuore non è facile.
Con il termine cuore, ovviamente, non intendiamo l’intelligenza discorsiva con cui si ragiona, e neppure la sensibilità per la quale ci si volge verso l’alto, o l’affettività superficiale che noi chiamiamo sentimento.
«Il cuore – come chiarisce A. Louf – si situa molto più profonda­mente in noi, è il germe più segreto del nostro essere, la radice della nostra esistenza, o, al contrario, il suo culmine. Nella vita di tutti i giorni il nostro cuore resta ordinariamente nascosto. Emerge appena alla coscienza. Viviamo quasi del tutto immersi nei sensi esteriori. Ci perdiamo nelle nostre impressioni e nei nostri sentimenti. In tutto ciò che ci attira o si oppone. Anche se voglia­mo vivere a un livello più profondo, deviamo di solito verso l’astratto: soppesiamo, tiriamo delle conclusioni logiche. Frattanto il cuore son­necchia non batte ancora al ritmo dello Spirito[3]».
Allora, ritrovare il cammino verso il proprio cuore, dove ognuno porta, secondo la mirabile espressione di Pietro, «l’uomo nascosto» (1 Pietro 3,4), cioè, ciò che costituisce la nostra realtà più profonda e più vera, è il compito più importante dell’uomo. «Là Dio ci incontra e soltanto a parti­re di là noi possiamo a nostra volta incontrare gli uomini. Là Dio ci parla e a partire di là possiamo anche noi parlare agli uomini. Là riceviamo da lui un nome nuovo e ancora misterioso, che lui solo conosce e che sarà il nostro per l’eternità nel suo Amore[4]».
Lì siamo abitati dallo Spirito che grida in noi: Abba, Padre. Lì pre­ghiamo!
Ogni metodo di preghiera non ha altro scopo che renderci coscienti di ciò che abbiamo già ricevuto, e di sintonizzarci con lo Spirito che ci apre al dialogo con il Padre. Perché questo avvenga bisogna «liberare il cuore dalle sue scorie, ascoltarlo là dove già prega, donarci a questa preghiera finché la voce dello Spirito in noi divenga la nostra propria preghiera[5]».
Il cuore di chi prega veramente è invaso da una presenza, acqua viva, che lo dilata verso i confini del mondo e lo educa a farsi carico delle sue bellezze e dei suoi drammi. Questa presenza ci apre al futuro e ci fa spe­rare e ci rende responsabili della storia.

La preghiera, esperienza tra abbraccio e silenzio di Dio.
Tutto sembrerebbe risolto, perché nella preghiera, a volte, abbiamo l’impressione della carezza di Dio che ci accompagna, ma, poi, sperimen­tiamo, anche, che non è sempre così perché, pur pregando, ci troviamo spesso di fronte ai drammi della vita e di fronte a Dio che tace. E allora diventa difficile pregare e sperare, il nostro cuore si fa arido e riusciamo a gridare a Dio le paure, i dubbi, la disperazione.

Allora si affaccia la tentazione di smettere di pregare e di sperare. Non dobbiamo meravigliarci, questa difficoltà affiora anche nella preghiera biblica, nei Salmi. Ma in essi è presente un filo rosso che educa a resiste­re nel cammino di fede, a pregare e a sperare.
È significativo, in merito, il salmo 42-43, dove si intrecciano preghie­ra e speranza e sono espresse nel ritornello che ritorna tre volte e che dà un tono a tutto il salmo:
«Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio». (Sal 42,6.12; 43,5)

In questo salmo, è presente un desiderio vitale verso Dio e nello stes­so tempo l’esperienza della sua assenza, potremmo ancora dire, dei ritar­di di Dio. La manifestazione di Dio e quindi la percezione della sua pre­senza è sottesa fra due poli opposti, espressi nella duplice e opposta valen­za del simbolo dell’ acqua:

– acqua che è portatrice di vita: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia … ha sete del Dio vivente» (Sal 42,2-3);
– acqua che è portatrice di morte: «Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati» (Sal 42,8).

Il salmo, quindi, si presenta come una metafora della vicenda umana e della speranza cristiana.
Il ritornello in cui emerge il lamento: «Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?», non esprime solo una qualunque tristezza dell’ani­mo, ma dice l’angoscia, l’abbattimento, il gemito dell’anima per l’esperienza di lontananza, di abbandono, di repulsione da parte di Dio e di oppressione da parte dei nemici. Tale situazione è resa plasticamente dall’immagine: «Le lacrime sono il mio pane giorno e notte» (Sal 42,4).
L’imperativo della speranza nella seconda parte del ritornello: «Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio», non è un invito a rifugiarsi in Dio, scavalcando o chiudendo gli occhi sulle sof­ferenze presenti, ma è un invito a vivere il presente, aprendosi al Dio della salvezza. La parola ebraica che significa “sperare” suggerisce un atteggiamento vigile, paziente, una fiduciosa attesa di Dio.
Nella prospettiva di questo salmo, sperare comporta la conversione dell’orientamento del cuore, per cui l’orante non fissa più con sguardo nostalgico il passato (Sal 42,5), ma si volta e guarda fiducioso verso il futuro. La speranza poggia sulla parola di Dio e il suo cammino è illumi­nato e guidato dalla Parola. Sperare nella parola di Dio è rendere la Parola operante nella propria vita e nella storia[6]. 

La preghiera e la speranza di Gesù di fronte ai ritardi di Dio
Questa condizione, tipica dell’arante biblico, non è estranea all’espe­rienza dello stesso «Cristo Gesù nostra speranza» (l Tm 1,1) e di conse­guenza del cristiano. Gesù, infatti, più di tutti i giusti dell’AT ha vissuto lo scandalo dei ritardi di Dio. E il battezzato, immerso in lui, non può sottrar­si a questa logica. Gesù ha pregato molto spesso. Ha passato persino notti intere in preghiera (Lc 6,12). Ma prega soprattutto nei momenti più critici della sua vita terrena, quando la tentazione assale anche lui. Egli affronta la tentazione pregando, soprattutto l’ultima tentazione nell’orto degli ulivi e sulla croce.

Gesù aveva detto: «mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34). Quando, durante la passione bisogna fare questa volontà, si scatena il dramma. Si apre un confronto sanguinoso con la volontà del Padre. Non appena, infatti, tenta di vivere questa obbedienza nella sua natura umana, scoppia la crisi. Il suo corpo l’abbandona, suda sangue e acqua, muore.
E Gesù affronta questo confronto sanguinoso con la volontà del Padre pregando: «Padre mio, se è possibile, passi da me, questo calice! Però ,non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39): E’ pregando che Gesù ha sostenuto questa lotta ed è stato esaudito al di là della morte.
Sulla croce la tentazione si fa ancora più insidiosa. Qui viene scherni­to su ciò che gli sta più a cuore, ciò per cui è venuto: la salvezza. Con sar­casmo gli viene detto: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto … Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» (Lc 23,35.37).
Gesù non nasconde l’angoscia e pregando fa suo il grido del salmista: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Gesù sente improvvisamente l’assurdità della sua morte e dell’incomprensibile assenza del Padre. Egli sperimenta fino in fondo come sia difficile cambiare il cuore, la vita degli uomini, ma questo non lo porta alla disperazione, per­ché egli sa che il regno di Dio è là dove non si dà ritorno su di sé, non si dà dimostrazione di potenza, ma comunione con Dio e desiderio di rende­re tutti, anche nel più profondo dolore, partecipi della gioia di Dio.
A partire da questa situazione drammatica, quindi, Gesù continua a credere, contro ogni speranza umana, che il Padre nonostante tutto lo ama. E lo ama, non senza la morte, neppure sfuggendo alla morte, ma median­te la morte per una vita nuova. In questa prova senza misura, sull’ orlo della disperazione, la preghiera di Gesù ha saputo pronunciare il suo sì alla volontà del Padre. La sua preghiera è un bacio d’amore nel quale egli con­segna il suo ultimo respiro: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46)[7].
Gesù accetta di lasciarsi andare … nelle mani di suo Padre. È un abbraccio che non sfocia nella morte, ma nell’ Amore, nella resurrezione.
Egli dalla croce consegna il suo spirito, il suo respiro al Padre, ma lo consegna anche a noi, come bacio d’amore, perché anche noi possiamo vivere del suo soffio vitale, del suo respiro e perché anche a noi sia con­cesso di vivere la stessa speranza e lo stesso abbandono nel progetto del Padre.
Gesù con il suo corpo risuscitato, è ora la Via della speranza. E lo è perché è colui che prima di tutto, pregando, ha attivamente sperato nel­l’oscurità della nostra storia.
Gesù risorto, il Vivente, è la speranza dell’uomo perché, come scrive­va fratel Christophe, nella Pasqua del 1995, il più giovane dei monaci di Tibhirine, certamente uomo di speranza, ucciso nel 1996: «…il peggio, Gesù non l’ha fuggito. L’ha affrontato, l’ha desiderato fino all’angoscia e alla ribellione. Sulla croce, l’ha accettato come una tavola imbandita – preparata – da Dio, suo Padre, “di fronte al nemico” (Sal 22). Ci consegna allora il soffio della speranza. Alcune donne, tra cui – in piedi – Maria, sono presenti, così come il discepolo amato. È l’ora della speranza contro ogni speranza. La Chiesa inizia qui: in uno sguardo di speranza verso “colui che hanno trafitto” (Gv 19,37; Ap l,7). Trafitta anche lei, riceve la missione di portare la speranza al pieno compimento, fino alla fine (cf. Eb 6,12). “Per Cristo, noi credia­mo in Dio che l’ha risuscitato … così che la nostra fede e la nostra speranza sono salde in Dio” (cf. l Pt 1,21).


[1] Archimandrita Sofronio, La preghiera:un’opera infinita, Qiqajon, Bose, 2001, 5
[2] Ivi, 6
[3] A.Luof, Lo Spirito prega in noi, Qiqajon, Bose, 1995, 18
[4] Ivi, 18-19
[5] Ivi, 23
[6] Cf. B.MARIN, «Spera in Dio» (Sal 42,6), in Parola spirito e vita, 9 (1984/1) 39-50
[7] Cf. A.LUOF, Lo spirito prega…, 37-38




Assunzione
MARIA NELLA PASQUA DI CRISTO, NEL MISTERO DELLA CHIESA, NEL MISTERO DELL’UOMO

Assunzione di Maria –
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 11,19; 12,1-6.10
Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”.

Sal 44 Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra la regina in ori di Ofir.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.
Al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore: prostrati a lui.
Con lei le vergini compagne a te sono condotte; guidate in gioia ed esultanza
entrano insieme nel palazzo del re.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,20-26
Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56
In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

MARIA NELLA PASQUA DI CRISTO, NEL MISTERO DELLA CHIESA, NEL MISTERO DELL’UOMO. Don Augusto Fontana

 L’assunzione di Maria è verità dogmatica recente, proclamata da Pio XII con la Bolla Muneficentissimus Deus il 1° Novembre 1950, solennità di tutti i Santi. E già la circostanza della proclamazione non fu scelta a caso: ciò che si celebra oggi non è un privilegio destinato ad una persona, ma l’eredità lasciata agli uomini da Cristo risorto. “ Nella Casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv.14,2-3). « Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1 Cor. 2,9). La dichiarazione dogmatica costituisce un approdo, la conclusione di un lunghissimo cammino di fede che sorprende per la precocità dell’avvio e la tranquillità della professione mai seriamente contestata o negata, come invece avvenne per altre verità cristologiche o mariologiche. Nei Vangeli non c’è traccia diretta di questo mistero di fede, ma le prime tracce di proclamazione iniziano in Oriente verso il sec. VI e a Roma verso il sec. VII. Modesto di Gerusalemme (+634) in un’omelia proclama: “Cristo eresse per te, Maria, in paradiso un tabernacolo ove tu vivi con il tuo corpo glorificato, mediante te anche a noi è aperta la porta”.
Teotekno di Livia (+650) invita a rallegrarsi con la Madre di Dio, a celebrare questa “festa delle feste”, l’assunzione di Maria. Germano di Costantinopoli (+733) attesta “ oggi la vergine in maniera del tutto ammirabile viene elevata al di sopra della gloria dei cherubini e collocata nel santo dei santi in santissimo e glorioso modo”. Andrea di Creta (+740) in un’omelia afferma: “ Dio oggi trasferisce dalla sede terrena la madre come regina del genere umano; l’autrice della vita passa migrando a nuova vita, al luogo della vita immortale”. Memoria antica, dunque, che giunge a noi con una ricchezza accumulatasi anno dopo anno nel corso dei secoli soprattutto nelle liturgie, eppure memoria nuova, per il nostro “oggi”.

Questa festa va dunque celebrata con 3 riferimenti essenziali: 1. Nella Pasqua di Cristo. 2. Nel mistero della Chiesa. 3. Nel mistero dell’uomo.

  1. Nella Pasqua di Cristo.

La vita di Maria è inscindibile dal mistero di Cristo. E’ l’eccessivo devozionalismo cattolico che ha privato Maria, e la Chiesa, di questo riferimento Cristocentrico (1 Tim. 2,5-6: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti»), ma il Concilio Vaticano II ha tenuto a ricollocare Maria nella sua posizione subalterna e dipendente a Cristo (Lumen gentium 60): “Maria santissima Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera della salvezza del Figlio suo…” (Sacrosantum Concilium 103). “La vergine, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore fu esaltata quale Regina dell’universo perché fosse più pienamente conformata col Figlio Suo” (Lumen Gentium 69). 

  1. Nel mistero della Chiesa

Inscindibile da Cristo, Maria è pure inscindibile dalla Chiesa. La lettura biblica dell’Apocalisse non si riferisce primariamente alla donna Maria, ma alla Comunità-Chiesa. Il Prefazio di oggi esalta questo legame: “primizia e immagine della Chiesa e compimento del mistero di salvezza”. Maria è icona della Chiesa, come dice il teologo L. Bouyer. Il Sacrosantum Concilium n. 103 dice “ In Maria, la Chiesa ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione ed in lei contempla con gioia, come in un’immagine purissima, ciò che essa desidera e spera di essere”. E ciò ci ricorda che la Chiesa, come Maria, prima di ottenere questa fine positiva della storia, deve passare attraverso il cammino della fede, come ci ricorda il testo evangelico di Pietro che cammina sulle acque… affonda…grida…si sente dire da Gesù: “Uomo di poca fede perché hai dubitato?”. Obbedienza alla Parola di Dio, allo spirito delle beatitudini, al valore dell’umiltà, all’impegno preminente del servizio. 

  1. Nel mistero dell’uomo.

Oggi è la festa del destino dell’uomo. Oggi si va da una sfida sfacciata alla vita (lavori senza garanzie di sicurezza, velocità sulle strade, guida in stato di ebbrezza o sotto effetti di droga; faide mafiose, risoluzione cruenta di conflitti familiari o di abbandoni amorosi, uccisioni per rubare anche pochi euro) al rassegnato pessimismo o ad una accettata indifferenza, nausea o angoscia fino ad un illusorio ottimismo espresso attraverso il consumismo e individualismo. Stragi assurde, spirale di violenza, morti collettive, ecatombe per fame, carestie a fianco di sprechi immani. Viene proposto oggi il possibile restauro in atto. E’importante che l’uomo rientri in se stesso si ponga in ascolto delle sue aspirazioni più genuine e profonde. Che senta impellente la sua ansia di vita e di giustizia. L’Assunta rivela la logica di Dio e ci offre l’occasione di coltivare il sospetto che l’eccezionale è possibile e che la trasformazione è possibile. Ciò significa dire no alla morte, alla rassegnazione e all’immobilità. L’Assunta testimonia anche la sacralità del corpo. La trasformazione di Dio coinvolge anche il corporeo. L’uomo saprà goderne senza strumentalizzazioni, sfruttamenti, idolatrie e tabù impegnandosi a favorirne il rispetto e a contrastarne le prevaricazioni. L’uomo zavorrato e ancorato deve incominciare a mirare in alto non alienandosi in fughe spiritualistiche o rimuovendo le problematiche della quotidiana e attuale esistenza. E’ possibile vivere innalzando prospettive e interessi. Tutto ciò che migliora l’uomo e la sua esistenza è in sintonia con il mistero dell’Assunzione. L’Assunta appaga le nostalgie della fede. Le attese della fede non andranno deluse perché Dio è fedele.




16 agosto 2020. Domenica 20a
SE NON IL PANE DEI FIGLI, ALMENO LE BRICIOLE

Prima gli italiani! Prima la razza ariana! Prima i cattolici! Prima i praticanti! Prima i preti! Prima i maschi! E avanti così, verso identità forti, progrom selettivi, enclaves etniche o religiose, teologie e politiche settarie. Da sempre fu così e forse, ahimè, sempre sarà. Anche nella storia di Israele maturò rozzamente la separazione tra i figli eletti di Isacco e i discendenti del bastardo Ismaele, cani impuri: «Il bastardo e nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore. L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del Signore. Non cercherai mai la loro pace né la loro prosperità, finché tu viva» (Deut 23,1-3). La prospettiva universalistica, tuttavia, corre come un fiume carsico, nella Rivelazione dei profeti e non solo; sappiamo che Rut era Moabita e il racconto del libro omonimo contrasta proprio le norme sopra citate; Matteo inserirà la straniera “proibita” addirittura nella linea genealogica di Gesù (Mt 1,5).

Preghiamo. O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaia 56,1.6-7
Così dice il Signore: «Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi. Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli».

SALMO 66 Popoli tutti, lodate il Signore.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;

perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla Lettera di Paolo ai Romani, 11,13-15.29-32
Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!

Dal Vangelo secondo Matteo 15,21-28
Uscito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, di quei luoghi, venne fuori e si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio [kakòs daimonizetai=malamente indemoniata]». Ma egli non le rispose parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Mandala via [apòluson auten], perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

SE NON IL PANE DEI FIGLI, ALMENO LE BRICIOLE. Don Augusto Fontana
Prima gli italiani! Prima la razza ariana! Prima i cattolici! Prima i praticanti! Prima i preti! Prima i maschi! E avanti così, verso identità forti, progrom selettivi, enclaves etniche o religiose, teologie e politiche settarie. Da sempre fu così e forse, ahimè, sempre sarà. Anche nella storia di Israele maturò rozzamente la separazione tra i figli eletti di Isacco e i discendenti del bastardo Ismaele, cani impuri: «Il bastardo e nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore. L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del Signore. Non cercherai mai la loro pace né la loro prosperità, finché tu viva» (Deut 23,1-3). La prospettiva universalistica, tuttavia, corre come un fiume carsico, nella Rivelazione dei profeti e non solo; sappiamo che Rut era Moabita e il racconto del libro omonimo contrasta proprio le norme sopra citate; Matteo inserirà la straniera “proibita” addirittura nella linea genealogica di Gesù (Mt 1,5).
Qualche testo profetico aveva già tentato, ogni tanto, di annunciare che anche Sodoma, Gomorra e Ninive si possono convertire (cf. Giona 3,10: «Dio vide che si erano convertiti dalla loro condotta malvagia e si impietosì») e che Gerusalemme e il Tempio saranno aperti a tutti (“Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli” Michea 4,1; cf. Isaia 2,2-3; “la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” Isaia 56) e che anche gli stranieri saranno benedetti da Dio: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore dell’universo: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Isaia 19, 23-25).
Il lungo periodo storico, che va dal V secolo a.C. ai tempi di Gesù, vede dunque convivere due anime religiose che oscillano fra universalismo ed esclusivismo, fra identità ed inclusione, purezza e meticciato, prudenza istituzionale e imprudenza profetica. Gesù vive dentro questa convivenza, con una progressiva simpatia per i pagani e i loro territori («uscito di là [cioè dagli scribi e farisei dei vv. 1-9], Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidòne», l’odierno Libano). I tre vangeli sinottici, nei loro racconti e catechesi, mantengono sotto traccia il sapore di questa tensione presente nelle loro comunità. Secondo loro Gesù a volte dice “Andate![1]”, a volte dice “Non andate![2]”.
Paolo di Tarso (Turchia) ebreo della diaspora greco-ellenistica, circonciso, fariseo fondamentalista, insieme con pochi altri si dedicherà ai pagani non circoncisi, non esiterà ad autodefinirsi “apostolo delle genti” (Rom. 11,13), infrangerà tradizioni religiose antiche senza consultare per ben tre anni il Vaticano di allora, creando non poco scompiglio nella Chiesa di Gerusalemme, chiusa e timida. Matteo scrive questo testo nell’anno 80 circa quando già era scoppiata nella chiesa la crisi provocata dalla “rottura” di Paolo nei territori non giudei.
Una donna straniera converte Gesù?
Occorre cercare di capire l’atteggiamento di Gesù nel Vangelo di oggi. Il suo, inizialmente, è un atteggiamento duro. Non facilmente comprensibile. Se noi chiedessimo un favore a qualcuno e questi non ci rispondesse o ci desse del “cane” penso ci offenderemmo. Se chiamassimo il 118 e chiedessimo con urgenza un’ambulanza, come reagiremmo se il centralinista ci rispondessero come ha fatto Gesù?

       * Ed ecco una donna Cananèa, di quei luoghi, venne fuori e si mise a gridarePrima della preghiera c’è un grido. Poi una preghiera (“Signore, figlio di Davide!”) dal sapore stranamente ebraico sulla bocca di una Cananea. Questa donna sa di avere un problema e ha il coraggio di chiamare il problema per nome: «Mia figlia è malamente indemoniata [kakòs daimonizetai]». Il primo requisito per essere guariti è riconoscere di essere malati.
       *Non le rivolse neppure la parola. E può accadere che Dio non risponda. Resti in silenzio. E’ l’esperienza più difficile per un credente. Anche per noi che facciamo esperienza del Risorto come un Dio assente, lontano, estraneo, straniero.
      * “Mandala via [apòluson auten], vedi come ci grida dietro!”. Il verbo greco “apoluo” l’abbiamo trovato domenica scorsa quando i discepoli avevano chiesto a Gesù: “Congeda la folla”, quasi per dire allo sposo: “Divorzia da questa tua sposa infedele!”. I discepoli non dicono “Salvala, non vedi come sta soffrendo” ma “Cacciala via!”. Probabilmente era insistente. Ma pare che Gesù non si scocci. “Bussate e vi sarà aperto” (Luca 11,9); “E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?” (Luca 18,1-8).
      * Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele… La risposta di Gesù è sconfortante. E’ questo il momento più difficile della preghiera cristiana: quando ci sembra che Gesù ascolti gli altri ma non noi. Quando ci pare che Dio ci consideri di serie B, rispetto ad altri, che ci sembrano “eletti” o più meritevoli di noi. Dio tace, e pure i fratelli diventano un ostacolo alla nostra preghiera. Ma questa donna grida ancora, senza paura di essere respinta da Gesù e dalla sua Chiesa.
       * Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui. E’ un gesto liturgico, come tutto il racconto è una grande liturgia di gesti, parole, ascolti, grida, preghiere. Come le nostre liturgie domenicali. Con una proclamazione di fede pasquale: “Signore!”. Ripetuta tre volte.
       *ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Benchè le vie di Dio per noi restino un mistero, anche una briciola (e non il pane intero che avevamo chiesto noi) ci basta. Anche Maria, sua madre, a Cana, gli aveva chiesto qualcosa. E anche a lei, Gesù aveva risposto secco: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Anche lì la Chiesa aveva ottenuto un’altra “briciola”, capace di rendere felici due anonimi (e simbolici?) sposi.
        * Davvero grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri!  Scrive Ermes Ronchi: “La straniera delle briciole, uno dei personaggi più simpatici del Vangelo, mette in scena lo strumento più potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l’incontro. Gesù era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione, accendeva il cuore dell’altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele. No, dice a Gesù, tu non sei venuto per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo. Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro Dio, per Gesù è donna di grande fede. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono».
Scrive don Marco Pozza[3]: «Non ci sono cani e figli, sgualdrine e sante, pii e miscredenti. L’unica divisione, anche l’unica differenza, è tra chi lo cerca e chi pensa d’averlo in tasca. Capita che Dio, un giorno, lo trovino prima i lontani, perché i vicini manco si sono accorti di trattenerlo in mano nell’eucaristia. Capita: e, quando capita, Dio va in estasi».


[1] Mt 22,9 andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
[2] Mt 10,5 Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani.
[3] Giovane presbitero vicentino, giornalista scrittore, confidenziale intervistatore di Papa Francesco in numerose rubriche televisive su TV2000, cappellano presso il carcere di massima sicurezza di Padova, laureato alla Pontificia università Gregoriana.




LA SINDROME DEL SANTO
Lidia Maggi

La sindrome del santo.
di Lidia Maggi (in ROCCA  16/1999 Pag. 49)

Non colpisce solo la religiosità popolare fatta di devozioni, ricerca del sensazionale, dove il sacro diventa spesso un prodotto da supermercato… Cresce e si sviluppa anche all’interno di quei luoghi che conosciamo meglio per le nostre frequentazioni: gli ambienti cosiddetti «impegnati».  Attacca facilmente coloro che si sono gettati anima e corpo per «la causa».   E’ la sindrome del santo.  Malattia che porta il soggetto affetto a sentirsi, solo vero militante rimasto.  Tale sindrome impedisce qualsiasi forma di aggregazione e condivisione.  Nessuno è ritenuto all’altezza.  Un caso interessante riguarda un certo Elia, profeta dell’Iddio vivente. I primi segni della malattia compaiono alla vigilia di quella strana teofania conosciuta come «voce di sottile silenzio» (I Re 19). Ha vinto le olimpiadi sacre.  Ha umiliato e ridicolizzato i suoi concorrenti, i profeti di Baal, con un ‘ironia sferzante: «Gridate più forte perché dio forse sta meditando o è indaffarato o è in viaggio o magari si è addormentato e deve essere svegliato» (I Re 18,27). Nonostante le urla dei poveri profeti, Baal non si è fatto vivo, mentre il Dio di Israele, all’invocazione di Elia, ha subito risposto con generosità e fragore, facendo piovere fuoco dal cielo.  Elia ha vinto.  Non pago di tale vittoria, scanna con le sue mani i 450 profeti del dio perdente.  Subito dopo però ritroviamo il nostro eroe in fuga, confuso, spaventato, solo e depresso.  Rilegge in chiave negativa tutta la sua vicenda ed è in preda a manie suicide: «Ora basta, o Eterno!  Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri» (1 Re 19,4).  Così, paradossalmente, mentre scappa per salvare la vita, desidera morire. E’ in queste condizioni che Dio lo incontra fuori dai riflettori per iniziare la terapia.  Non è servita la grande dimostrazione di potenza a rassicurare Elia e a suscitare fede nel popolo.  Dio allora prova ad utilizzare un altro linguaggio che spinga il profeta a cercarlo non solo nei luoghi ortodossi delle apparizioni, ma in terra di confine.  Linguaggio pericoloso perché simile al silenzio dell’assenza ben conosciuto dai poveri profeti di Baal.  Non più il sensazionale con le grandi manifestazioni della natura: fuoco, vento, terremoto, diluvio, ma… un sussurro di silenzio, una voce che si può udire solo nel cuore: «Che fai qui Elia? (v. 1 3) non dovresti essere in pista a lottare con gli altri per me?  Perché fuggi e getti la spugna? non sei forse fuori posto qui?» Dio già ad altri ha dovuto fare da terapeuta: ad Adamo (Adamo, dove sei?), a Caino (Dov’è tuo fratello?).  Anche Elia ha bisogno di prendere coscienza che ciò che prova è legato alla sua particolare visione delle cose, deve capire dove le sue azioni e il suo sentire lo hanno condotto. «Sono stato preso da una grande passione per te, perché i figli di Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari e ucciso con la spada i tuoi profeti e sono rimasto solo» (1 9,14).  Elia nella sua sindrome è convinto di essere l’unico rimasto fedele, si considera l’ultimo giusto.  Nessuno ama Dio come lui, tutti sono infedeli, pertanto nessuno è degno di lottare al suo fianco.  Si sente Atlante con il peso del mondo sulle spalle. Come non sentirsi depresso in queste condizioni psicologiche!  Le cose però, dal punto di vista di Dio sono più ampie, meno tragiche. «Sei veramente sicuro Elia di essere rimasto l’unico fedele a me?  La tua grande passione non ti avrà reso un pochino miope, incapace di vedere che ci sono altri che mi amano? Costoro non sono certo della tua stessa stoffa, giganti come te Elia, e tuttavia non mi hanno tradito!  Ci sono settemila persone rimaste a me fedeli: non è un gran numero, è solo un residuo rispetto all’intero popolo, ma tu non lo hai nemmeno considerato.  Apri gli occhi, Elia!  Tu giudichi l’impegno degli altri sulla tua idea di dedizione; ma tu non sei la misura del mondo.  Perciò adesso alzati, torna indietro, c’è ancora molto da fare.  Non puoi e non devi fare tutto tu, fídati anche degli altri.  A tal proposito il primo compito che ti lascio è proprio quello di passare il tuo incarico ad un successore: Eliseo» («ungerai Eliseo come profeta al tuo posto» v. 16).  Contro il silenzio inopportuno di Baal, Elia ha usato un’ironia feroce. L’ironia di Dio, molto più leggera, terapeutica, consiste nella capacità di usare lo stesso silenzio degli idoli muti per raggiungere il cuore del profeta.  Nel silenzio Elia incontra Dio, riconosce la sua visione troppo tragica della storia, si converte e supera la malattia. Se un gigante come Elia è riuscito a guarire grazie alla terapia di Dio, c’è qualche speranza anche per quelli tra noi affetti della stessa sindrome, per quanti tra noi giudicano la vocazione degli altri sulla propria. Sono persone coraggiose, generose, ma incapaci di collaborare, di riconoscere altri modi di vivere l’impegno, la fede; sono giganti tutti d’un pezzo che rischiano di sgretolarsi nella solitudine e di soffocare con la loro «santità» quanti, pur nella loro inadeguatezza «sono rimasti fedeli». Quando la «voce di sottile silenzio» ci interpella, impariamo a guardare oltre, a cercare Dio anche nei «non-luoghi», cambiamo sguardo e ci accorgiamo degli altri settantamila che, nel silenzio, continuano a remare per resistere alle acque del caos.




9 agosto 2020. 19a domenica
STORIE. CON DIO DENTRO

Per poterlo riconoscere in ogni avvenimento dell’esistenza occorre una fede “non piccola” (“gli disse: «Uomo di piccola fede, perché hai dubitato?»”), occorre ritrovare dentro di noi quei segni vivi della presenza di Dio che ci portano a coniugare il vangelo con l’esperienza concreta della vita, i problemi dell’uomo con la profezia della fede, l’azione di Dio con l’impegno umano. Se la fede permeasse la mia vita mi sarebbe possibile affrontare serenamente ogni difficoltà. Credere non comporta tirare “i remi in barca”, come spesso mi sento tentato di fare nel tempo della prova, né affidare la propria sopravvivenza alle logiche vincenti e talvolta fondamentaliste, ma abbandonare al Signore quella “povera barca” agitata che è la nostra persona, la nostra Chiesa.

 Preghiamo. Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen. 
Dal primo libro dei Re 19,9.11-13
In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.

Sal 84. Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.

Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. 
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; 
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 9,1-5
Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.

Dal Vangelo secondo Matteo 14,22-33
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». 

 STORIE. CON DIO DENTRO. Don Augusto Fontana
Le tre letture bibliche ci raccontano storie di vita. Con Dio dentro.
Nella prima storia di vita c’è un profeta, Elia, inizialmente un po’ talebano e un po’ Grande Inquisitore. Aveva lanciato una sfida ad un gruppo religioso del dio Baal; una sfida che assomiglia molto all’attuale “scontro di civiltà” o all’Inquisizione di cattolica memoria. Elia vince la magica sfida e sgozza di sua mano 450 seguaci di Baal; le acque del fiume Kison si arrossano di sangue, come un trofeo al Dio perverso, caricatura partorita dalla sua mente (1 Re 18,40)[1]. Fuggendo dalla regina Gezabele che, per vendetta, ne vuole la morte, ripete l’itinerario di Israele e giunge sull’Oreb. Nella solitudine della montagna, il profeta cerca il suo Dio nel vento impetuoso, nel fuoco e nel terremoto, cioè secondo schemi personali e tradizionali. Ma Dio è sorprendente e appare nel sussurro di un “silenzio sottile”. Elia, velandosi in volto, conosce che il Signore è presenza dolce e paziente, fino a rischiare di essere cercato nelle profondità del silenzio, giù negli abissi del mare dove il vento impetuoso non riesce ad inquietare una sola molecola d’acqua, là dove la Pentecoste non fa sfracelli. «Parlare sottovoce di Dio non significa, come purtroppo taluni dogmaticamente tentano di far credere, rimpicciolire Dio, ma se mai, farlo più grande. Sottovoce, perché del mistero di Dio possiamo solo balbettare qualche cosa. Con pudore. Il mistero è al di là, molto al di là della po­vertà delle nostre parole. Al di là della soglia. Sottovoce, ancora, perché dell’amore sbandierato ai quattro venti è giusto, legittimo, dubitare, sospettare. Il «sottovoce» ha invece il passo silenzioso dei racconti che nascono dal cuore» (Don Angelo Casati)[2].
Un po’ diversa è la seconda storia di vita, quella di Paolo che ha coscienza di essere rimasto giudeo e se ne vanta e sente con passione il problema dei suoi consanguinei e correligionari che non hanno accolto Gesù come Messia e Salvatore. Il grande dolore che ha nel cuore lo porta a dichiararsi disponibile ad essere separato (“anatema”) da Cristo pur di salvare Israele. Un’esagerazione passionale, quasi una bestemmia. Il 1° luglio 1949 il Sant’Uffizio pubblicava un Decreto, sottoscritto da Pio XII, con cui venivano scomunicati militanti e simpatizzanti del social-comunismo, sottoproletariato compreso. Il movimento dei Pretioperai passa dalla parte degli scomunicati, per amore, credetemi, solo per amore. Quante volte abbiamo chiesto che venisse abrogata la scomunica: la scomunica resta. E molti di noi hanno ripetuto con Paolo: «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli», miei consanguinei nella fatica e nelle speranze, negli errori e nel dimenticato contributo alle tutele e alla liberazione nel lavoro. In contemporanea sono proliferati atei devoti, liberal-chic, portatori sani della peggiore infezione ideologica di materialismo pragmatico e individualismo. Mai scomunicati. Noi, noi, siamo rimasti scomunicati. Io che non ho mai imparato a nuotare e galleggiare, ho preferito “imbarcarmi” con gli scomunicati e rischiare con loro la sindrome del mal di mare, come narra la terza storia di vita della liturgia odierna. Storia di discepoli di allora e di Pietro, ma di fatto storia dei nostri sghembi itinerari pasquali e battesimali. Noi cristiani non camminiamo fuori dal tempo, lontani dalla storia, ma “con i piedi per terra”o nella “società liquida”, come ci definisce il sociologo Zygmunt Bauman[3]. La storia quotidiana, nella sua concretezza scivolosa e liquida, è il luogo privilegiato nel quale il Signore manifesta i segni del suo amore per ciascuno di noi. Per il credente è importante, allora, ascoltare la Parola (“Gesù disse…”) lasciandosi interpellare dal “mare agitato” della storia, della propria vita, della Chiesa. E’ dentro i sussulti di questa bufera che si incontra Dio come una presenza lieve, una mano tesa (“Gesù tese la mano, lo afferrò”), capace di farsi accogliere e di cambiare il corso degli eventi. Per poterlo riconoscere in ogni avvenimento dell’esistenza occorre una fede “non piccola” (“gli disse: «Uomo di piccola fede, perché hai dubitato?»”), occorre ritrovare dentro di noi quei segni vivi della presenza di Dio che ci portano a coniugare il vangelo con l’esperienza concreta della vita, i problemi dell’uomo con la profezia della fede, l’azione di Dio con l’impegno umano. Se la fede permeasse la mia vita mi sarebbe possibile affrontare serenamente ogni difficoltà. Credere non comporta tirare “i remi in barca”, come spesso mi sento tentato di fare nel tempo della prova, né affidare la propria sopravvivenza alle logiche vincenti e talvolta fondamentaliste, ma abbandonare al Signore quella “povera barca” agitata che è la nostra persona, la nostra Chiesa.

Un racconto pasquale, biblico, esistenziale.
Nel racconto evangelico (di un fatto forse mai veramente accaduto nei particolari così come emergono) si riscontrano 2 strati: uno che fa riferimento ai capitoli 14 e 15 di Esodo e uno che fa chiaro riferimento agli avvenimenti pasquali in quanto il racconto è modellato sul cliché pasquale.

1.Sul finire della notte”: è quel crinale tra le tenebre che non se ne sono ancora andate e l’alba che non ha ancora partorito luce; è la “quarta veglia della notte” un richiamo temporale alla “veglia del mattino” quando il Signore mise in rotta i carri degli egiziani. Anche lo sfondo del Golgota fu un crinale tra oscurità non morta e luce non nata: «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra» (Mc 15, 33). Anche per me è duro vivere crocifisso su quell’albeggiare che ritarda.
2. «Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva». Gesù inaugura il “tempo della chiesa”, non ci trattiene con sé e ci manda (“costrinse i discepoli”) sull’altra sponda, quella del nostro impegno quotidiano, di vita matrimoniale, lavoro, letto d’ospedale, impegno sociale. Sulla sponda altra delle nostre liturgie. Ci costringe a raggiungere la nostra quotidianità non via-terra, ma via-mare, immersi nelle acque del nostro Battesimo.
3.«salì sul monte, in disparte, a pregare… egli se ne stava lassù, da solo». Oggi il suo posto da Risorto è “sul monte”, accanto al Padre, primogenito (“da solo”) dei risorti. E per noi si allungano le ombre della “sera” che presto diventa “notte” e la barca è “agitata da onde e venti contrari”.
4.«egli andò verso di loro camminando sul mare». Il salmista prega così (salmo 76,20): «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili». Io preferirei la sabbia dove potrei riconoscere le orme lasciate dai suoi passi; Lui cammina su percorsi fluidi dove le sue orme svaniscono. Eppure da lì «il Signore ci fece uscire con mano potente e con braccio teso» (Deut. 26,8): «Gesù gli tese la mano». E il braccio.
5. «i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura». Tutta la scena offertaci da Matteo, ma soprattutto questo particolare narrativo, ricalca le apparizioni pasquali. Maria di Magdala lo vede come un giardiniere, i discepoli di Emmaus come uno straniero e tutti i discepoli, benchè stregati dalla narrazione dei due, ancora non vedono che fantasmi: «Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 36-40). Anche a Pietro Gesù mostra/tende la sua mano. Anche per noi, di domenica in domenica, è una gara dura rispondere alla domanda che anche gli Israeliti si facevano nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Esodo 17,7), ci sei o ci fai, Signore?

6. «Coraggio, IO-SONO, non abbiate paura». «IO-SONO» è la rivelazione del Nome Santo di Dio, tra le spine del cespuglio di Mosè. Dunque, la catechesi di Gesù prosegue in quella liturgia sul lago, nelle liturgie battesimali della chiesa di Matteo e nelle nostre liturgie domenicali. Pietro è dubbioso circa la reale presenza dì Gesù (“se sei davvero tu “): lo costringe a scoprirsi. Questo atteggiamento non manca di una sua grandezza, la grandezza impulsiva di Pietro, che si manifesta in maniera molto simile nel gesto descritto in Gv 21,7: «Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare». Però è anche un agire intempestivo, che in qualche modo vuole “imitare” Gesù. E’ vero che Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli: “vieni a me!” Ma quell’andare a Gesù deve essere una sequela, non un’imitazione. Finché Pietro/noi chiesa presumiamo di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capaci di “imitarlo, si va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e si va a fondo. Quand’è, invece, che comincia a “seguire” Gesù?       Quando gli grida: “Signore, salvami“! Quando abbiamo la pretesa di essere o fare come lui, dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso, e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze[4].

 


[1] Per un approfondimento cf. in home page, articolo La sindrome del santo di Lidia Maggi (in ROCCA 16/99 Pag. 49)
[2] Citato da Aldo Antonelli, Mistero, in Rocca n°15/1 agosto 2020 pag.45.
[3] Z.Bauman, Modernità liquida, Laterza.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo Ed. Qiqajon pag. 273-275




2 agosto 2020. 18a domenica
CINQUE PER CINQUEMILA

Stare alla stessa mensa, mangiare e parlarsi e ascoltarsi, è un’esperienza umana di partecipazione che fa venire in mente le nostre profonde aspirazioni alla convivialità (ammesso e non concesso che ne siamo ancora dotati). Sempre più raramente oggi, ma grazie a Dio ancora talvolta, il pasto amicale o familiare assume alcune caratteristiche di un rito. Il pasto in comune costituiva nell’Antico Testamento la parte finale del rituale di un patto di solidarietà con Dio o di pace tra uomini. In parte anche oggi è rimasto qualche residuo nei riti di matrimonio, battesimi e cresime, per esempio, e in qualche altra occasione, fatto salvo il sospetto che si segua anche una moda, uno status symbol o un irrinunciabile consumismo.

Preghiamo. O Dio, che nella compassione del tuo Figlio verso i poveri e i sofferenti manifesti la tua bontà paterna, fa’ che il pane moltiplicato dalla tua provvidenza sia spezzato nella carità, e la comunione ai tuoi santi misteri ci apra al dialogo e al servizio verso tutti gli uomini. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaìa 55,1-3
Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide».

Sal 144 Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.

Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.
Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,35.37-39
Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Dal Vangelo secondo Matteo 14,13-21
In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, da solo. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Uscito, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e curò i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

CINQUE PER CINQUEMILA. Don Augusto Fontana
Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? ….Spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà.
Il teologo don Francesco Cosentino scriveva[1]: «La durissima prova a cui siamo sottoposti in questo momento storico attiva le nostre forze interiori, che danno vita a quella resistenza e resilienza capace di accompagnarci psicologicamente e spiritualmente. Per alcuni il digiuno eucaristico che ci è stato imposto è insopportabile. Naturalmente, non si può negare che sia per tutti noi una sofferenza. Tuttavia, sta emergendo nel nostro cattolicesimo italiano qualcosa che ha dell’eccessivo: l’eccessiva sacramentalizzazione della vita della fede, più specificatamente l’eccessivo sbilanciamento dell’azione pastorale che riduce l’essere Chiesa a “una fabbrica di Messe” (celebrate per ogni occasione, a ogni ora, più volte al giorno) e la spiritualità cristiana al semplice – talvolta abitudinario e convenzionale – “andare a Messa”».
Stare alla stessa mensa, mangiare e parlarsi e ascoltarsi, è un’esperienza umana di partecipazione che fa venire in mente le nostre profonde aspirazioni alla convivialità (ammesso e non concesso che ne siamo ancora dotati). Sempre più raramente oggi, ma grazie a Dio ancora talvolta, il pasto amicale o familiare assume alcune caratteristiche di un rito. Il pasto in comune costituiva nell’Antico Testamento la parte finale del rituale di un patto di solidarietà con Dio o di pace tra uomini. In parte anche oggi è rimasto qualche residuo nei riti di matrimonio, battesimi e cresime, per esempio, e in qualche altra occasione, fatto salvo il sospetto che si segua anche una moda, uno status symbol o un irrinunciabile consumismo.
Contestualmente l’Eucaristia domenicale, a distanza di 55 anni dal Concilio Vaticano II°, non decolla verso le altezze conviviali e messianiche, assegnatele dal Concilio e viaggia ancora raso terra, nella intermittenza di una disaffezione crescente o nel più volgare individualismo devozionale. «Ecclesia de Eucharistia, La Chiesa nasce dall’Eucaristia», è stato proclamato nell’Enciclica di Giovanni Paolo II° nel 2003: sfido chiunque a dimostrare che quando usciamo dall’Eucaristia siamo “con-passionevoli” come Gesù, condividenti (“date voi stessi da mangiare”) come i discepoli su quella riva di lago, più uniti tra noi in Cristo (“Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo” 1 Cor 10,17), più messianici come ci chiede il Concilio Vaticano II°: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo[2]» e come chiediamo nella preghiera di oggi«…fa’ che il pane moltiplicato dalla tua provvidenza sia spezzato nella carità, e la comunione ai tuoi santi misteri ci apra al dialogo e al servizio verso tutti gli uomini».
Il testo di Isaia appartiene alla sezione detta “della consolazione” perché fu scritto in tempi ad una comunità di profughi e deportati, frustrati e delusi per l’esperienza dell’esilio a Babilonia. Vengono promessi beni essenziali (pane, vino, acqua, latte) e molto di più (oggi diremmo: anche il companatico), ma soprattutto viene promesso che potranno partecipare alla festa anche quelli che non possono pagarsi la cena. L’immagine e la promessa di questo banchetto sono diventate simboli per il tempo del Messia.
Questa cornice biblica, arricchita dal salmo 144, si adatta bene al brano evangelico che ricorda l’episodio della manna nel deserto (Dt 8,3: “Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”) e dei miracoli del profeta Eliseo (2 Re 4, 42-44: “Da Baal-Salisa venne un individuo, che offrì primizie all’uomo di Dio, venti pani d’orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma colui che serviva disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Quegli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò”).
Mensa e Messa all’aperto.
Fino alla uccisione di Giovanni Battezzatore, Gesù aveva fatto di tutto meno che dar da mangiare alla gente. Ora lo fa, come Davide che distribuì una focaccia con companatico a uomini e donne (2 Samuele 6,19) perché è compito del re-messia assicurare il pane al popolo. La cosiddetta “moltiplicazione” dei pani deve essere stato un evento indimenticabile e pregnante di significati. Miracolo sulla natura o miracolo di donazione?[3] . Se non sappiamo dire cosa sia veramente avvenuto possiamo però affermare che non è senza ragione che il fatto sia narrato da tutti e 4 i vangeli e in Matteo e Marco addirittura due volte.

Gesù, dopo uno dei suoi frequenti ritiri o fughe in solitudine, si lascia ancora vincere dalle viscere materne e cura e nutre; Luca (9,11) e Marco (6,34) riferiscono che anche parla e insegna.
Uscito… Il verbo exerchomai è bene tradurlo con uscire da. Gesù “esce” non dalla barca ma dal suo ritiro alla “presenza di Dio”; come il sommo sacerdote ebreo usciva dal Santo dei Santi per presentarsi al popolo. La chiesa di oggi non stia solo accucciata alla presenza del Santissimo, ma “esca” e vada incontro alla gente. Quella gente a cui questo pane è destinato (e non ai discepoli) e che corre verso un luogo “ritirato” (éremos) lontano dalle città (lo seguirono a piedi dalle città). Né Gesù né i discepoli intendono saltare il pasto della sera (è ormai tardi); il contesto dunque non è particolarmente ascetico o spirituale[4]. Prima che di pane eucaristico o eterno qui sembra trattarsi di pane quotidiano. Ma dentro a questo benedire, spezzare e distribuire Matteo nasconde il memoriale della Cena pasquale. Giovanni accentuerà il significato profondo e spirituale di quell’evento nel suo cap. 6: «Rispose loro Gesù: “… il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane”. Gesù rispose: “Io sono il pane della vita”».
I discepoli, premurosi, imbarazzati e impotenti, chiedono a Gesù di “congedare” le folle. Il verbo greco apoluo (congedare) viene usato altrove[5] per indicare il “divorzio” dalla moglie; dunque potremmo leggere questo evento come un banchetto di nozze dove però gli amici dello sposo gli chiedono di “cacciar via, divorziare” dalla sposa infedele. Ma Gesù, per mia fortuna, non la pensa come i discepoli, neppure nella Cena pasquale quando si dona anche a Giuda: «E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota» (Giov. 13,26). L’alleanza sponsale (sangue dell’alleanza) è per molti, anzi per tutti: «Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti (pantes), perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti (pollon), in remissione dei peccati» (Mt. 26,27-28).
Pesci e pane. Dal Battesimo all’Eucaristia.
Al pane di Gesù ci abbiamo fatto l’occhio. Qui i pani sono 5. Nella seconda moltiplicazione (Mt 15,34) saranno 7 più alcuni pesciolini. Pesciolini che ci imbarazzano anche perché poi scompaiono e non fanno parte esplicita della distribuzione. Eppure in Giovanni 21, 9-13 il Gesù risorto «si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce». S. Agostino spiega che il termine greco Ichthýs (pesce) è l’acronimo di Iesous Kreistòs Theou Yiòs Soter cioè Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore: «pesce, termine con cui simbolicamente si raffigura il Cristo perché ebbe il potere di rimanere vivo, cioè senza peccato, nell’abisso della nostra mortalità, simile al profondo delle acque»[6].Lo scrittore latino Tertulliano afferma che i cristiani “nascono alla vita eterna con il battesimo“: è per questo motivo che i primi padri della Chiesa chiamavano i credenti con i termine latino pisciculi (pesciolini) e lo stesso fonte battesimale era detto piscina (dal latino, piscis, pesce). Dunque si può rischiare di sospettare che nella simbologia dei pesci e dei pani ci sia un’allusione a completare l’immersione battesimale (pesci) con la partecipazione alla mensa eucaristica (pani).

Date voi stessi da mangiare.
vadano a comprarsi da mangiaredate loro voi stessi da mangiare. P. Ermes Ronchi commenta: «Due atteggiamenti opposti, riassunti da due verbi: comprare o dare. Comprare, dicono gli apostoli. Ed è la nostra mentalità: se vuoi qualcosa, lo devi pagare. In questo sistema chiuso, prigioniero della necessità, Gesù introduce il suo verbo: date voi stessi da mangiare. Non già: vendete, scambiate, prestate; ma semplicemente, radicalmente: date. E sul principio della necessità comincia a spuntare, a sovrapporsi un altro principio: la gratuità, l’amore senza calcoli, dare senza aspettarsi niente. Ci sono molti miracoli in questo racconto, e il primo è che nulla, neppure la fame, il deserto o la notte, separa quei cinquemila dal fascino di Cristo; poi viene quello dei cinque pani che passano dalle mani di uno alle mani di tutti. Il miracolo della moltiplicazione comincia quando il pane da mio diventa nostro, nostro pane quotidiano. Il pane per me stesso è una questione materiale, il pane per il mio vicino è una questione spirituale».
Scriveva Mons. Tonino Bello: «Le nostre Chiese, purtroppo, celebrano liturgie splendide, anche vere, ma – quando si tratta di rimboccarsi le maniche – c’è sempre un asciugatoio che manca, una brocca che è vuota d’acqua, un catino che non si trova… Quando sono stato nominato vescovo, mi hanno messo l’anello al dito, mi hanno dato il pastorale tra le mani, la Bibbia: sono i simboli del vescovo. Sarebbe bello che nel cerimoniale nuovo si donassero al vescovo una brocca, un catino e un asciugatoio. Per lavare i piedi al mondo senza chiedere come contropartita che creda in Dio. Tu, Chiesa, lava i piedi al mondo e poi lascia fare: lo Spirito di Dio condurrà i viandanti dove vuole lui».
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[1] SETTIMANA NEWS 17 marzo 2020
[2] Costituzione pastorale Gaudium et spes, 1

[3] Matteo. Introduzione, traduzione e commento. A cura di Giulio Michelini, S.Paolo 2013,nota a pag. 248.
[4] Pierre Bonnard, L’évangile selon saint Matthieu, Delachaux & Niestlé,1970, pag. 219
[5] Per esempio Matteo 19,3
[6] De Civitate Dei (XVIII,23)




26 luglio 2020. 17a domenica
UNO

La maestra delle elementari, davanti alla mia grave difficoltà di capire il significato dello zero, in quanto numero, mi faceva l’esempio di tanti zeri che messi così non avevano valore, ma con un numero davanti acquistavano e riconsegnavano valore. «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo (Lettera di Paolo ai Filippesi 3,7-8).

Preghiamo. O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinuncia per l’acquisto del tuo dono. Per Gesù Cristo nostro Signore…
Dal primo libro dei Re 3,5.7-12
In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?». Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».

Salmo 118 Quanto amo la tua legge, Signore!
La mia parte è il Signore: ho deciso di osservare le tue parole.

Bene per me è la legge della tua bocca, più di mille pezzi d’oro e d’argento.
Il tuo amore sia la mia consolazione, secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita, perché la tua legge è la mia delizia.
Perciò amo i tuoi comandi, più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti e odio ogni falso sentiero.
Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti: per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina, dona intelligenza ai semplici.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,28-30
Fratelli, noi siamo sicuri di questo: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano, perché li ha chiamati in base al suo progetto di salvezza. Da sempre li ha conosciuti e amati, e da sempre li ha destinati a essere simili al Figlio suo, così che il Figlio sia il primogenito fra molti fratelli. Ora, Dio che da sempre aveva preso per loro questa decisione, li ha anche chiamati, li ha accolti come suoi, e li ha fatti partecipare alla sua gloria.

Dal Vangelo secondo Matteo 13,44-52
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 

UNO. Don Augusto Fontana

La maestra delle elementari, davanti alla mia grave difficoltà di capire il significato dello zero, in quanto numero, mi faceva l’esempio di tanti zeri che messi così non avevano valore, ma con un numero davanti acquistavano e riconsegnavano valore. «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo (Lettera di Paolo ai Filippesi 3,7-8).
Nella vita mi perdo dietro a mille cose, non tutte importanti e, comunque, non tutte importanti allo stesso modo. Anche l’esperienza cristiana è fatta di un insieme articolato di iniziative, azioni, obiettivi, non tutti importanti allo stesso modo. Già all’inizio del suo Vangelo, Matteo (6,33) aveva raccolto una serie di raccomandazioni di Gesù che terminano con l’invito: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. L’ebreo – e noi con lui – è invitato a recitare mattina e sera la preghiera dello SHEMA‘ di Deut. 6,4-9[1]Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
La Mishnà, Berakhot [2](IX, 5) commenta così: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore (be-kol levavkha) cioè con entrambi i tuoi impulsi quello buono e quello cattivo; con tutta la tua anima (u-be-kol nafshekha) e cioè perfino se egli ti prendesse l’anima; e con tutta la tua forza (u-be-kol me’odekha) e cioè con tutti i tuoi beni» . Sappiamo che anche a Gesù è stato presentato questo problema quando un giovane si avvicina e gli chiede qual è il comandamento più importante della Legge di Mosè (Mt19,16ss). Un’altra volta Gesù si è trovato nelle condizioni di indicare una graduatoria di obiettivi, quando si trova davanti due donne, Marta e Maria, che esprimono due atteggiamenti interiori a ciascuno di noi o, anche, due categorie di discepoli (Lc. 10, 42). E ci sono anche parole profetiche di Gesù che fanno tremare le gambe ai santi (Mt. 18,8)[3]. Gesù indica priorità insospettate e scandalose per i benpensanti di ieri e di oggi; per certe sue affermazioni si è guadagnato una condanna a morte (Mt.23,23ss)[4]. Si tratta dunque di un problema di non poco conto sia per la nostra celebrazione di oggi che per la vita quotidiana di discepoli. Don Nando Bonati ha suggerito una suggestiva griglia di lettura: « Questo mercante va in cerca di una bellezza unica che ha stregato il suo cuore. Quanta nostalgia in questo mercante! Quante perle ha visto nel suo peregrinare, ma quella ancora no! Da quando ho riletto di questo mercante, mi stanno frullando nella testa i due personaggi misteriosi del Cantico dei Cantici: Ho cercato e non ho trovato…ho cercato e non ho trovato… E finalmente: ho cercato e ho trovato! E lui, il ragazzo, che pensando alla sua amata dice: Sessanta sono le regine, ottanta le altre spose, fanciulle senza numero…ma tu sei l’ UNICA! Dunque l’ingresso al Regno è un ingresso sponsale e, dunque, debbo entrarci con la mia perla, con la mia amata? Dunque l’ingresso al Regno non può essere barattato con perle di poco conto che brillano, sì, ma non hanno il chiarore di quella? Dunque tutte le perle che brillano debbono formare il contorno, la cornice, a quella?».
Ancora oggi il capitolo 13 dell’evangelo di Matteo ci aiuta a celebrare. E’ il capitolo delle Parabole del regno di Dio; parabole che hanno due strati:

  • uno più profondo, cristologico (parlano prima di tutto di Gesù),
  • uno più affiorante, quello ecclesiologico (indicano alla Chiesa come comportarsi di conseguenza).

Parabole che hanno caratteristiche ed elementi comuni, pur nella diversità delle immagini.

  1. Livello cristologico. Credo che si possa riconoscere chiaramente che Gesù era uno ben orientato e unificato all’interno di una sola passione: il Padre e il suo Regno. Davanti ai suoi genitori che lo rimproverano perché si era allontanato per tre giorni Gesù rivela subito il suo orizzonte (Lc.2,49): «Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole». E questa passione unificante viene messa a prova nelle tentazioni nel deserto (Mt.4,1) e durante tutta la vita la vive al punto che i suoi lo vanno a cercare per portarlo via perché, dicevano, “E’ fuori di sé” (Mc.3,21). Le parabole dell’uomo che vende tutto per acquistare il campo e il tesoro, o di quel commerciante che si libera dei soldi pur di avere la perla preziosissima, parlano prima di tutto di Gesù: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv. 13,1). Isaia 62,3 rivela che il popolo dei salvati saranno un prezioso gioiello nelle mani di Dio:« Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio». Io, noi, siamo una perla preziosa per la quale Gesù, contro il parere del buon senso, ha dato la sua esistenza pur di farci suoi.
  2. Livello ecclesiologico. Salomone, nella prima lettura, non chiede né ricchezza, né salute, né vittoria; chiede solo Sapienza e saggezza, un cuore “ascoltante”, docile. Nei nostri sogni e nelle nostre legittime richieste occorre focalizzare e puntualizzare le nostre passioni: «Concedimi di desiderare ciò che chiedi e di godere di quanto concedi». Concedimi un cuore, un centro decisionale attento, disponibile. Il Signore: «Ecco io faccio come tu hai detto. Ti concedo un cuore saggio e intelligente». Il “Padre Nostro” raccoglie i nostri “sogni”.

Scrive P. Ermes Ronchi: «Tesoro: parola magica, così poco usata nella religione, parola d’innamorati, di favole, di storie grandi. E di Vangelo. Che capovolge la vita, contiene tutte le speranze, rilancia tutti i desideri. Un tesoro ci attende: a dire che l’esito della storia sarà comunque felice; che nell’uomo è posto un eccesso di desiderio che nessuna cosa concreta o quotidiana potrà esaurire. Nascosto in un campo: che è il mondo, che è il cuore; e la vita altro non è che un pellegrinaggio verso il luogo del cuore (Olivier Clèment), là dove maturano tesori. Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: Cristo, e la pienezza di umanità che Lui è venuto a portare. Dal tesoro deriva una seconda parola: la gioia, radice della vita, che muove, mette fretta, fa decidere. Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma solo per scoperta di tesori (là dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore); per passione di bellezza (mercanti che cercano le perle più belle); per riserve di gioia che Qualcuno, uomo o Dio, amore o tesoro, seme o spiga, colma di nuovo[5]».

Andiamo a vedere come alcuni Padri della Chiesa ci aiutano a celebrare e vivere queste parabole.

  1. Gerolamo[6]: «Questo tesoro, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (cf. Col 2,2s), è il Verbo di Dio, che si rivela nascosto nel corpo di Cristo o le Sante Scritture. ».
  2. Giovanni Crisostomo[7]: «Le parabole del tesoro e della perla si assomigliano: sia l`una che l`altra fanno intendere che dobbiamo preferire e stimare il Vangelo al di sopra di tutto. Con queste due ultime parabole noi apprendiamo non solo che è necessario spogliarci di tutti gli altri beni per abbracciare il Vangelo, ma che dobbiamo fare questo atto con gioia. Chi rinunzia a quanto possiede, deve essere persuaso che questo è un affare, non una perdita. E come chi possiede la perla sa di essere ricco, ma spesso la sua ricchezza sfugge agli occhi degli altri, perché egli la tiene nella mano, la stessa cosa accade del Vangelo: coloro che lo posseggono sanno di essere ricchi, mentre chi non crede, non conoscendo questo tesoro, ignora anche la nostra ricchezza».
  3. Agostino[8]:« Solo l`amore distingue i figli di Dio dai figli del diavolo. Se tutti si segnassero con la croce, se rispondessero amen e cantassero tutti l`Alleluja; se tutti ricevessero il Battesimo ed entrassero nelle chiese, se facessero costruire i muri delle basiliche, resta il fatto che soltanto la carità fa distinguere i figli di Dio dai figli del diavolo. Quelli che hanno la carità sono nati da Dio, quelli che non l`hanno non sono nati da Dio. E` questo il grande criterio di discernimento: “Chi infatti ama il prossimo” -dice l`Apostolo – “ha adempiuto la Legge; e, il compimento della Legge è la carità” (Rm 13,8.10). La carità è, a mio parere, la pietra preziosa, scoperta e comperata da quel mercante del Vangelo, il quale per far questo, vendette tutto ciò che aveva».
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[1] cf. Deut.11,13-21; Num.15,37-41
[2] Mishnà significa “ripetizione”; è la più antica opera scritta della letteratura rabbinica risalente al sec. II d.C. E’ una raccolta di tradizioni e norme legislative civili e religiose, redatto perché non andasse dispersa la tradizione orale dopo la distruzione del Tempio del 70 d.C. Fa parte del Talmud che è un commento scritto alla Legge orale, composto in un arco di 5 secoli in due edizioni, il Talmud di Gerusalemme e il Talmud Babilonese.
[3] « Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno.».
[4] « Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate le decime al Tempio e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. …. pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all`interno sono pieni di rapina e d`intemperanza…. rassomigliate a sepolcri imbiancati belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d`iniquità.».
[5] Come un tesoro nascosto(28-07-2002)
[6] In Matth. II, 13, 44-46
[7] In Matth. 47, 2
[8] In Ioan. Ep. 5, 7




E-GREGI EVASORI FISCALI
Il vescovo Bettazzi scrive agli evasori fiscali

Egregi evasori fiscali,  (e-gregio vuol dire infatti “fuori, al di sopra del gregge”, della gente comune) da vescovo più giovane e da presidente di Pax Christi, Movimento internazionale per la pace, m’era venuto di scrivere ai politici del tempo – ad esempio al democristiano Benigno Zaccagnini e al comunista Enrico Berlinguer – invitandoli a essere coerenti con le loro scelte politiche e convergenti al bene della nazione, ora, al termine della mia vita (ho ormai più di 96 anni), mi viene di scrivere una lettera a voi.  La pandemia che stiamo vivendo ci ha obbligati a vivere più ritirati, quindi più pensosi per la nostra vita personale e per il bene della collettività. Ed è così, ad esempio, che ci siamo resi conto del lavoro delle varie mafie che, attente a evitare situazioni più clamorose, come quelle che finiscono in uccisioni e stragi, sfruttano la situazione per aumentare le loro ricchezze, ad esempio con prestiti a usura a chi non riesce a trovare mezzi legali per sovvenire alla mancanza di danaro causata dalla limitazione del lavoro o dalla sua perdita. Al contrario, v’è chi arriva a frodare per avere sovvenzioni a cui non ha diritto. Questo ci ha fatto pensare come le limitazioni, sia del sistema sanitario antecedente come dei provvedimenti per arginare l’espandersi della pandemia e frenare le crisi dell’industria e delle aziende, derivi anche dalle minori disponibilità economiche dovute anche a quanto viene evaso da chi non paga le tasse, soprattutto di chi, con la ricchezza, riesce a trovare i mezzi per portare i suoi beni nei cosiddetti paradisi fiscali. Questa è una grossa ingiustizia perché quanto viene portato fuori dalla nazione è stato raggranellato con il lavoro dei concittadini e utilizzando le leggi (e le sottigliezze) dello Stato. È triste pensare che la nazione vi abbia fatti crescere e sviluppare fino al punto di poterla tradire.  Non voglio pensare che tra voi ci siano quelli che formalmente figurano come rispettosi – o addirittura partecipi attivi – del cristianesimo che ha accompagnato la storia della nostra nazione, ma poi trasgrediscono il suo messaggio fondamentale, che è quello di non chiudersi nel proprio egoismo, ma di aprirsi agli altri, proprio cominciando dai più piccoli, dai più poveri, dai più emarginati. Così fanno i boss delle varie mafie, che poi a copertura delle loro violenze proteggono le devozioni popolari e se ne fanno riverire, o quei politici che nel mondo ostentano oggetti e proteggono frange di strutture religiose per coprire le loro minori attenzioni umane. Non vorrei che anche voi, magari sovvenendo pubblicamente alcune opere di solidarietà, vogliate così “scontare” la vostra ingiustizia di fondo.
È vero che alle volte, nel mondo, le tassazioni possono sembrare eccessive o ingiuste. Ma, in democrazia, si devono trovare i mezzi, soprattutto da parte dei più abbienti come siete voi, per correggerle, non per avere un pretesto per evaderle, portando il proprio danaro negli… inferni fiscali. Perché purtroppo il danaro diventa quasi una divinità, anzi la vera alternativa a Dio: aveva già detto chiaramente Gesù (usando un termine locale) che non si possono servire due padroni: o Dio o mammona (il danaro).
Non so se anche qualche parroco vi ha mai detto che l’evasione fiscale è peccato mortale: l’ha detto qualche tempo fa laicamente Romano Prodi, ve lo ripete oggi un vescovo, anche se emerito. Mi verrebbe da ripetere la frase forte che san Giovanni Paolo II proclamò, nella valle di Agrigento, contro le mafie: “Convertitevi! Un giorno dovrete risponderne di fronte a Dio“. E allora non ci saranno pretesti e coperture.  Vi chiedo scusa se vi ho attaccati pubblicamente. Spero comunque di avervi fatto pensare.  Da vescovo, pregherò per voi, per le vostre famiglie e per le vostre attività, ovviamente purché siano oneste.
Luigi Bettazzi Vescovo emerito di Ivrea