IN BRASILE UN GENOCIDIO
Lettera di Frei Betto

“In Brasile si sta compiendo un genocidio”. Inizia così la lettera, che pubblichiamo sotto, scritta dal frate domenicano Frei Betto, noto scrittore e teologo della liberazione, che definisce un genocidio la morte di migliaia e migliaia di persone, sia per incuria, che per azione e/o omissione deliberata del governo Bolsonaro. Frei Betto è anche consulente della FAO ed è molto impegnato nei movimenti sociali. La sua vita è un’ attività di lotta intrapresa da anni a favore degli ultimi.

LETTERA AGLI AMICI E ALLE AMICHE ALL’ESTERO
In Brasile è in atto un genocidio! Nel momento in cui scrivo, 16/07, il Covid-19, apparso qui nel febbraio scorso, ha già ucciso 76 mila persone. I contagi sono quasi due milioni. Domenica prossima, 19/07 arriveremo a 80 mila vittime fatali. E probabile che ora mentre leggi questo appello drammatico, siano già 100 mila.
Quando ricordo che nei vent’anni di guerra del Vietnam, sono state sacrificate 58 mila vite di soldati americani, si fa chiara la gravità di quello che avviene nel mio paese. Questo orrore causa indignazione e turbamento. E tutti sappiamo che le misure di precauzione e restrizione adottate in tanti altri paesi, avrebbero potuto evitare una mortalità così grande.
Questo genocidio non risulta dall’indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace della morte altrui. Nel 1999, in qualità di deputato federale, durante un’intervista televisiva dichiarò: “attraverso le elezioni, in questo paese, non si cambierà mai niente, niente, assolutamente niente! Potrà cambiare qualcosa soltanto, purtroppo, se un giorno cominceremo una guerra civile, per completare il lavoro che il regime militare non ha fatto: uccidere per lo meno 30 mila persone”.
Durante la votazione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, dedicò il suo voto alle memoria del più noto torturatore dell’Esercito, il colonnello Brilhante Ustra.
È talmente attratto dalla morte, che una delle sue principali politiche di governo è la liberalizzione del commercio di armi e munizioni. Quando, davanti al palazzo presidenziale, gli venne chiesto come si sentisse in relazione alle vittime della pandemia, rispose: “In questi dati io non ci credo” (27/03, 92 morti); “Tutti noi un giorno dobbiamo morire” (29/03, 136 morti); “E allora? cosa vuoi che faccia?” (28/04, 5017 morti).
Perché questa politica necrofila? Fin dall’inizio dichiarava che l’importante non era salvare vite umane, ma l’economia. Da ciò deriva il suo rifiuto di decretare il lockdown, osservare le indicazioni della OMS e importare respiratori e dispositivi di protezione individuale. É stato necessario che la Corte Suprema delegasse questa responsabilità ai governatori di ogni singolo stato e ai sindaci di ogni città.
Bolsonaro non ha rispettato neppure l’autorità dei suoi stessi ministri della salute. Dal febbraio scorso il Brasile di ministri ne ha avuti due, entrambi licenziati per rifiutarsi di adottare lo stesso atteggiamento del presidente. Ora a dirigere il ministero è il generale Pazuello, totalmente ignorante in questioni sanitarie; ha cercato di occultare i dati sulla evoluzione dei numeri delle vittime del coronavirus; si è circondato di 38 militari privi di ogni qualifica, assegnando loro importanti funzioni ministeriali; ha eliminato le conferenza stampa giornaliera attraverso la quala la popolazione avrebbe potuto ricevere importanti informazioni e consigli.
Sarebbe troppo lungo elencare in questa sede quante misure di elargizione di fondi per l’aiuto alle vittime e alle famiglie di bassa rendita (più di 100 mila brasiliani) sono state negate.
Le ragioni delle intenzioni criminali del governo Bolsonaro sono evidenti. Lasciare morire gli anziani per risparmiare sui fondi della Previdenza Sociale. Lasciare morire i portatori di malattie pregresse, per risparmiare i fondi del SUS, il sistema nazionale di salute. Lasciare morire i poveri, per risparmiare i fondi del “Bolsa Família” e degli altri programmi sociali destinati a 52,5 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia della povertà, e ai 13,5 milioni che si trovano in situazione di miseria estrema (sono dati del governo federale).
E ancora insoddisfatto di queste misure mortali, nel progetto di legge del 3/07, il presidente ha vetato l’articolo che obbligava l’uso di mascherine negli stabilimenti commerciali, nei templi religiosi e nelle scuole. Ha vetato altresì l’imposizione di sanzioni e multe a chi non rispetti le regole; ha vietato l’obbligo del governo di distribuire mascherine alla popolazione più povera e vulnerabile, principale vittima del Covid-19, e ai carcerati (750 mila). Questo tipo di veto non annulla però le leggi locali che prevedono l’obbligatorietà dell’uso della mascherina.
Il giorno 8/07, Bolsonaro ha abrogato alcuni articoli di legge, già approvati al Senato, che obbligavano il governo a fornire acqua potabile, materiale di igiene e pulizia, installazione di internet e la distribuzione di ceste alimentari, sementi e utensili per la coltivazione della terra ai villaggi indigeni. Il veto presidenziale si è esteso anche ai fondi di emergenza destinati alla salute di quelle popolazioni, e parimenti alla facilitazione dell’accesso all’ausilio di emergenza di 600 reais (circa 100 euro) per tre mesi. Ha vietato inoltre l’obbligo del governo di garantire assistenza ospedaliera, l’uso dei macchinari di respirazione e di ossigenazione sanguigna ai popoli indigeni e agli abitanti delle comunità afro-brasiliane “Quilombos”.  Gli indigeni e gli abitanti dei “Quilombos” sono stati decimati dalla crescente devastazione socio-ambientale, soprattutto in Amazzonia.
Per favore, divulgate al massimo questo crimine contro l’umanità. È necessario che le denunce di quello che accade in Brasile arrivino ai mass-media dei vostri paesi, ai social, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, al Tribunale Internazionale dell’ Aia, così come alle banche e alle imprese che raggruppano gli investitori, tanto desiderati dal governo Bolsonaro.
Molto prima che The Economist lo facesse, nelle mie reti digitali chiamo il presidente con il soprannome di BolsoNero ( In portoghese “Nero” è il nome dell’imperatore Nerone, ndt ) che mentre Roma brucia suona la lira e fa pubblicità alla Clorochina, una medicina senza alcuna prova scientifica di efficacia contro il nuovo coronavirus.(1) Ma i suoi fabbricanti sono alleati politici del presidente…
Ringrazio il vostro solidale interesse nel divulgare questa lettera. Solamente la pressione proveniente dall’estero sarà capace di fermare il genocidio che martirizza il nostro “querido e maravilhoso” Brasil.
Fraternamente.
Frei Betto




19 luglio 2020. 16a domenica
ZUNIM. LE ZIZZANIE

La zizzania è una specie di gramigna che cresce alta quanto il grano, assomiglia al grano con la differenza che è nera. Nell’ebraico rabbinico si chiama zunim (plurale di zun; le zizzanie) e da qui deriva il termine zizzania. Nella catechesi giudaica la zizzania viene considerato un frumento degenerato, imbastardito, prostituito (la parola ebraica zunim deriva dalla radice zanah che significa prostituirsi). Il problema della chiesa primitiva è dunque chiaro: erano presenti santi e peccatori, giusti ed eretici. Come oggi. Chi ci dà il titolo di togliere speranza di conversione? Chi ci dà il titolo di assumere lo zelo per il bene e per la causa del regno fino al punto di voler togliere la pagliuzza nell’occhio del fratello, magari senza vedere la trave che è nel nostro occhio? (Matteo 7, 3-5).

Preghiamo. Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Sapienza 12,13.16-19.
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Salmo 85 Tu sei buono, Signore, e perdoni.
Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca.

Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera e sii attento alla voce delle mie suppliche.
Tutte le genti che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome. Grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio.
Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà,
volgiti a me e abbi pietà.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,26-27
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo 13,24-43
Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò zizzanie[1] in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, apparvero anche le zizzanie. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque le zizzanie?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo le zizzanie, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle; il grano invece riponetelo nel mio granaio”».

Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

ZUNIM. LE ZIZZANIE. Don Augusto Fontana
Il vangelo di oggi ci presenta Gesù che parla di uno dei suoi temi preferiti: Il Regno di Dio, che è il centro del suo annuncio e del suo messaggio. Vuole spiegare ai discepoli e alla gente che lo sta ascoltando cosa significa il Regno. Lo fa per mezzo delle parabole, di piccoli racconti, perché la gente possa comprendere con facilità. “Il Regno di Dio è simile a…“.
La parabola di oggi è un seguito della parabola di domenica quando si diceva che il seme aveva incontrato 4 tipi di terreno (che sono 4 tappe catecumenali o itinerari di maturazione adulta). C’era un terreno che dava frutto. Sembrava che la narrazione fosse finita lì. Invece riprende con la nuova parabola di oggi: anche nei terreni che danno frutto c’è un’altra insidia: la zizzania. I discepoli – e noi con loro – si accorgono che il seme della parola non è solo ostacolato dall’esterno, ma anche in ciascuno di noi e dentro la chiesa stessa.
La zizzania è una specie di gramigna che cresce alta quanto il grano, assomiglia al grano con la differenza che è nera. Nell’ebraico rabbinico si chiama zunim (plurale di zun; le zizzanie) e da qui deriva il termine zizzania[3]. Nella catechesi giudaica la zizzania viene considerato un frumento degenerato, imbastardito, prostituito (la parola ebraica zunim deriva dalla radice zanah che significa prostituirsi). Il problema della chiesa primitiva è dunque chiaro: erano presenti santi e peccatori, giusti ed eretici. Come oggi. Chi ci dà il titolo di togliere speranza di conversione? Chi ci dà il titolo di assumere lo zelo per il bene e per la causa del regno fino al punto di voler togliere la pagliuzza nell’occhio del fratello, magari senza vedere la trave che è nel nostro occhio? (Matteo 7, 3-5). Chi ci autorizza a invocare il fuoco purificatore sulle città? (Luca 9, 49-55:«Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci». Ma Gesù gli rispose: «Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi». Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Ma Gesù si voltò e li rimproverò».
Vediamo meglio questa nostra parabola. Nelle parabole esistono sempre 2 parti[4]: una costituita dalla constatazione di cose ed eventi e l’altra formata dai dialoghi. Si direbbe quasi che la parte più importante sia il dialogo. Domenica scorsa il testo evangelico poneva una distinzione chiara tra la folla degli ascoltatori sulla spiaggia e il gruppo dei discepoli che, non accontentandosi della prima audizione, vanno in cerca di un ascolto più profondo e seguono Gesù per fargli domande: «Perché parli in parabole?». Ecco un metodo contemplativo così scomodo per me, e forse anche per te; siamo gente che “non ha tempo” se non per una carezza che sfiori veloce e gradevole la guancia, ma senza artigliare il cuore. Accadeva già ai tempi di Ezechiele (33,32): «Ecco, tu sei per loro come una canzone d’amore: bella è la voce e piacevole l’accompagnamento musicale. Essi ascoltano le tue parole, ma non le mettono in pratica». Ho riletto “La Bibbia, parola d’amore[5], sconvolgente e rivoluzionaria rivisitazione della pedagogia della Parola nelle comunità cristiane dei Padri e per oggi. Viene riproposto il simbolo pedagogico inventato da Origene (2° secolo d.C.): la Parola di Dio è come una noce a tre strati: il mallo, il guscio, il frutto. La scorza del mallo è amara e il guscio è duro. Per accedere al frutto interno occorre pelare il mallo e battere il guscio, interrogare il Signore con il coraggio di una parola critica generata dai nostri dubbi e da un ascolto che non si accontenta. Occorre fare domande. Ecco allora, anche nella nostra parabola i suoi discepoli (i catecumeni, gli iniziati, noi) “si avvicinano” e chiedono: «Da dove viene questa zizzania?». Il padrone risponde laconicamente: «Un nemico ha fatto questo». La risposta è telegrafica quasi a dire che non è poi neanche così importante voler cercare le cause, quanto piuttosto sapere come comportarsi in una situazione data per scontata. Per la Bibbia la domanda più importante non è la domanda sull’origine del male, ma su come vivere nella storia dove il bene e il male crescono insieme. L’ordine del padrone di non separare già ora il grano dalla zizzania non significa indifferenza al male, ma semplicemente la libertà dalla ossessione di creare una comunità di giusti e di puri. Gesù non è ossessionato dalla preoccupazione di creare un “resto santo” e non vuole che i discepoli assumano il ruolo di mietitori. E’ precisa volontà del Padre che il grano e la zizzania crescano insieme “perché non abbiate a distruggere il grano insieme alla zizzania”. Gesù prende le distanze anche da Giovanni Battista che annunciava arrivato il tempo in cui il Messia avrebbe separato la paglia e il grano mediante il ventilabro e il fuoco. C’è dunque una netta differenza tra il Padrone del regno, tollerante e paziente, e i suoi servi zelanti e intolleranti, tentati dalla rigidezza e dal giudizio. Allora ci si chiedeva se era possibile perdonare i peccati dopo il battesimo. «Lasciate che crescano insieme», l’imperativo lasciate (àphete) in greco ha anche il significato di cancellare un debito, perdonare. La Parabola invita la comunità ad essere misericordiosa e a «non giudicare nulla prima del tempo, finchè sia venuto il Signore, il quale metterà in luce ciò che le tenebre nascondono e manifesterà le intenzioni del cuore» (1 Corinti 4,5).

C’è un comune denominatore nelle parabole che oggi la liturgia offre alla nostra riflessione.

  1. Il Regno assomiglia sempre a qualcosa che è in divenire. Il grano che cresce nel campo impiega mesi per giungere a dare il suo frutto. Il granello di senape necessita ancora più tempo, anni probabilmente, per diventare un albero che viene scelto dagli uccelli del campo per annidarsi tra i suoi rami. Il lievito, impastato con la farina, deve essere lasciato nell’oscurità dell’armadio durante tutta una notte perché faccia il suo effetto e trasformi l’impasto nel pane che una volta cotto, servirà d’alimento per la famiglia. Tutti i paragoni che usa Gesù nel Vangelo di oggi sono processi che necessitano di tempo. L’osservatore deve essere, pertanto, paziente se vuol vedere i risultati.
  2. Questi processi che Gesù ci propone come esempio per parlare del Regno si attuano, inoltre, in modo nascosto. Per mesi non osserviamo praticamente nessuna crescita nella pianta del grano. E’ difficile osservare la crescita del piccolo albero di senape. E’ impossibile vedere come il lievito vada trasformando l’impasto. Ma sta di fatto che durante questo tempo il grano rinforza le sue radici, l’arbusto va crescendo in modo quasi impercettibile e il lievito trasforma realmente l’impasto. Il Regno, secondo queste parabole, è una realtà che si sviluppa nel tempo ma in modo nascosto.
  3. Il Regno di Dio, nella sua fase terrena, è il tempo della pazienza di Dio e la Chiesa non può guastare questa pazienza anticipando separazioni e giudizi. Scrive la prima lettura di oggi: «Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza». Altre parabole dicono quanto fosse un problema pastorale della chiesa primitiva questo ritardo del giudizio finale purificatore. Ne ricordo una: Luca 13, 6-9:« Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai».

Ecco dunque il problema: essere pazienti su noi e sugli altri, fino ad avere la stessa pazienza del padrone del campo che non vuole che si perda nemmeno una sola pianta di grano. Gesù tollera la radicalità del discepolo solo quando il discepolo la rivolge verso se stesso («Se la tua mano ti è di scandalo, tagliala» Mt. 5,30). Ed è questo il problema: non tanto il fatto che accanto al buon grano esista la zizzania, ma che il buon grano si prostituisca, si imbastardisca e diventi esso stesso zizzania. Dunque la pazienza verso gli altri non mi esime dalla vigilanza verso me stesso per frenare quell’imborghesimento e quella mediocrità che è incompatibile con la crescita del radicalismo evangelico. Scrive il teologo B. Secondin[6]: « A dire il vero, la vita cristiana non può mai essere guidata da un certo «equilibrio», da una via di mezzo, che consenta di galleggiare senza affondare. Il vero equilibrio, lo stare nella verità evangelica, implica sempre una totalità, non può essere un «prudente aderire», ma un «vivere paradossale», non conforme alla mentalità di questo mondo, come Paolo ben sapeva ripetere (Rm 12,1-2). Da qui anche l’aspetto sempre esistito di un certo che di paradossale, esagerato, di «pazzia», spesso rimproverato anche a Gesù e ai suoi discepoli. I santi altro non sono se non l’incarnazione dell’ideale proposto da Gesù, ma con vertici estremi, tipici, che appunto li distinguono dalla massa, che invece tende a diluire il tutto, a fare le cose a metà, a lasciar correre, senza rendersi conto che la salvezza è e resta una grazia a caro prezzo».


[1] le zizzanie plurale di zizanion
[3] A.Mello Evangelo secondo Matteo, Qiqajon

[4] B.Maggioni, Le Parabole del regno, Vita e pensiero, pag. 91ss.
[5] C. e J. Lagarde, La Bibbia parola d’amore, LDC, 2007, pagg. 69-99.
[6] Bruno Secondin, Radicalismo e radicalità: due parole dai molti significati (da CREDERE OGGI – mag-giu 2008)




12 luglio 2020. 15a domenica
DAL DIAMANTE NON NASCE NIENTE

Tanto tempo fa il mondo era in grande agitazione perché Dio aveva deciso di premiare la cosa più bella e più utile che aveva creata. I tre regni, animale, vegetale e minerale cominciarono subito a rivaleggiare tra loro, ma peggio ancora, all’interno di ciascun regno cominciarono le liti. Ognuno voleva dimostrare di essere migliore dell’altro. Il leone ruggiva sempre più forte per dimostrare che era il re, l’elefante andava nervosamente avanti e indietro con il suo enorme corpo per dimostrare la sua potenza; la volpe lavorava d’astuzia. Nel regno vegetale andava anche peggio, con i baobab che si ergevano minacciosi …..

Preghiamo. Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito, la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che tu continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,10-11
Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

Salmo 64. Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.
Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze.

Il fiume di Dio è gonfio di acque; tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle,
la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.
Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di messi: gridano e cantano di gioia!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,18-23
Fratelli, io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli.

Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

DAL DIAMANTE NON NASCE NIENTE, DAL LETAME PUO’ NASCERE UN FIORE.
Don Augusto Fontana.
Tanto tempo fa il mondo era in grande agitazione perché Dio aveva deciso di premiare la cosa più bella e più utile che aveva creata. I tre regni, animale, vegetale e minerale cominciarono subito a rivaleggiare tra loro, ma peggio ancora, all’interno di ciascun regno cominciarono le liti. Ognuno voleva dimostrare di essere migliore dell’altro. Il leone ruggiva sempre più forte per dimostrare che era il re, l’elefante andava nervosamente avanti e indietro con il suo enorme corpo per dimostrare la sua potenza; la volpe lavorava d’astuzia. Nel regno vegetale andava anche peggio, con i baobab che si ergevano minacciosi sui fragili fiorellini di campo e le orchidee che si pavoneggiavano di fronte ai semplicissimi fili d’erba. Anche le pietre sembravano diventare matte: i bianchi e levigati sassi di fiume venivano sbeffeggiati da oro, rubini e diamanti. E tutti si trovarono contro tutti. Alla fine della consultazione erano rimasti il diamante e un mucchio di terra. Sembrava fatta. Tutti scommettevano che Dio avrebbe premiato il purissimo e preziosissimo diamante. Ma Dio, meravigliando tutti, disse: “Vince il premio il mucchio di terra! Il diamante è prezioso, raro e bello da vedere, ma non da’ frutto mentre un mucchio di terra può far nascere un fiore e una spiga”. Mi dicono che Gesù conoscesse già questa storia il giorno in cui aveva pregato così: «Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascosti i tuoi segreti ai sapienti e li hai rivelati a me, piccolo Adamo terroso, e a tutti i piccoli come me e a cui racconterò le tue stupende storie e i loro misteriosi sensi. Solo loro hanno orecchi non solo per udire ma anche per ascoltare».
Nella liturgia di oggi tira un’aria molto bucolica e campagnola: pioggia, terra, zolle, solchi, pascoli, colline, prati, dispettosi volatili, soffocanti cespugli; e un Dio contadino che getta semi ad occhi chiusi. Inizia con questa domenica, e per tutto il mese di luglio, il “discorso in parabole” del cap. 13 del vangelo di Matteo: quattro parabole per le folle (il seminatore, il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito) e quattro per i discepoli (il tesoro, la perla, la pesca e lo scriba). Otto parabole per “approfondire” il «mistero del Regno di Dio» (13,11) che, per Matteo, è Gesù stesso.
Matteo deve sostenere la paziente resistenza dei discepoli di fronte a questo Regno che non solo non è ancora esploso in una primavera fruttuosa, ma patisce violenza e scacco (notiamo che nella prima parabola i ¾ del seme sparso vanno perduti). Anche la prima lettura dal profeta Isaia prospetta il tema relativo all’efficacia della parola di Dio, una parola che fa quello che dice. Parola, in ebraico dabàr, non significa semplicemente parola, ma anche avvenimento, evento.
Ognuna delle 8 parabole ha una propria autonomia sulle altre, ma è difficile capirne una senza tenere almeno un occhio su tutte le altre. Matteo svela una costante: il Regno di Dio sta crescendo, certo, fra noi, ma a prezzo di numerosi e impressionanti fallimenti. Era esattamente questo che i farisei e le folle non riuscivano a comprendere e che ancora per me oggi è incomprensibile e devastante fattore di depressione e di demotivazione. Matteo prima di esaltare l’eclatante vittoria finale della semina si sofferma dettagliatamente sul tempo intermedio della crescita inibita da fattori ostacolanti. E, come dice il monaco biblista Moretto, non dobbiamo necessariamente ricorrere al Satana per individuare il soggetto inibitore della crescita: «I Padri del deserto raccontano che un discepolo va dal suo eremita e gli chiede: padre, spiegami i modi con cui satana mi tenta. Costui lo guarda e gli dice: io e te non abbiamo nessun bisogno che satana si disturbi, bastiamo a noi stessi».
«Il Regno dei cieli è simile a…». Le parabole ci narrano storie, azioni e non cose, verbi di movimento, cortometraggi e non immobili fotografie di oggetti. Le parabole ci narrano storie. E le nostre storie potrebbero diventare parabole. Se il seme o il lievito si identificano con Gesù anche il campo o la farina non rappresentano solo la Chiesa ma anche il mondo, i nostri territori, i nostri luoghi di lavoro, i condomini, le botteghe, ospedali e carceri. La coesistenza del male con il Messia era una cosa impensabile; il Messia – si diceva – quando verrà separerà subito i buoni di qua e i cattivi di là. E accanto al Messia non ci saranno altro che i giusti. Matteo dunque deve correggere una pastorale ecclesiale di alcuni membri della comunità che bruciavano dalla voglia di strappare, dividere, vincere, non mescolarsi. Ieri, come oggi?
Queste parabole narrano innanzitutto la vita di Gesù prima ancora che la vita della chiesa, la fatica di capire il fallimento di Gesù prima ancora che la fatica di capire le debolezze e infecondità della catechesi e della predicazione della Chiesa. Scrive il biblista Fausti che Gesù raccoglie in sé tutti i protagonisti di questa parabola: è il seminatore mandato dal Padre, è il seme sepolto nella nostra carne, storia e morte, è il terreno cioè il nuovo Adamo (che, secondo l’etimologia ebraica, significa fatto di terra, terroso) ed è anche il raccolto perché in lui la terra ha dato il suo frutto (salmo 67,7). E Gesù è la Parola seminata: “E la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14a).
Il seminatore uscì a seminare[1].
I discepoli non si accontentano di udire Gesù ma gli vanno vicino e lo interrogano: «Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”». Cosa distingue il discepolo dagli altri? Il fatto che interrogando Gesù si riceve un supplemento di parola che ci fa capire in profondità quello che era stato detto a tutti. Le folle ascoltano e se ne vanno dopo un leggero prurito nelle orecchie. Il discepolo resta più tempo con Gesù e ha modo di interrogare, ruminare, digerire. Il problema non è udire e neppure ascoltare ma “comprendere”. E per comprendere occorre stare con lui. Il discepolo è colui che non sopporta la distanza e la separazione da Gesù. La prima parabola si chiude così: chi ha orecchi ascolti. C’è una semina abbondante della parola, i terreni sono diversi ma tutti comunque ricevono la semina. Il seminatore è un po’ sprecone: a lui interessano più i terreni che i semi. Gli interessa offrire una possibilità anche a chi non darà assolutamente frutto, anche a chi si dimostra rovo, strada, pietra. Li tratta tutti alla stessa maniera.

A questo punto intervengono i discepoli, si avvicinano (Gesù è sul mare) e fanno una strana domanda: Perchè non parli in modo più chiaro? Perchè usi le parabole che sono degli insegnamenti che possono essere interpretati in maniera corretta ma anche no. Perchè c’è bisogno di un ulteriore stare con Lui per capire la parola? Perchè romperci l’anima con i libri, la Bibbia? Non poteva parlare in maniera più semplice? E la risposta di Gesù fa una distinzione: c’è un voi e c’è un loro. C’è una situazione in cui è dato e una situazione in cui non è dato. Questa è la prima sottolineatura: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che crede di avere. Avere o presumere di avere: cosa? Una vera relazione con Lui. Forse il riferimento è a quanto Matteo ha appena detto al cap. 12: chi sono mia madre e chi sono i miei fratelli?. I suoi familiari sono i discepoli che mantengono una relazione con lui. Il discepolo che è all’interno di questa relazione è colui a cui è dato.
Ma perchè la parabola? Verrà data una spiegazione al v. 15: il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri nell’ascoltare, hanno chiuso gli occhi per non vedere, non sentire con gli orecchi, non comprendere con il cuore, non tornareEcco l’itinerario: ascoltare (gr. akoùsosin), vedere (gr. ìdosin), comprendere con il cuore (gr. sunòsin te kardìa), tornare verso il Signore.
In una situazione di cuore indurito il parlare chiaro potrebbe diventare un giudizio. Con la parabola invece Gesù ammicca, allude, tende una benefica trappola perché, se voglio, possa essere io il giudice di me stesso. La prima cosa che Gesù consegna ai suoi è la possibilità di ascoltare. Chi ha orecchi ascolti: gli orecchi non bastano. Nella prospettiva di Matteo l’unico che ascolta è il discepolo che non dice “ho capito tutto” e se ne va, ma il discepolo inquieto che resta con degli interrogativi da farsi e da porre. Si tratta di ascoltare e comprendere la parola che realizza il Regno ma che viene presentata come una parola debole. Può essere rubata, può essere resa muta da una banale serie di situazioni umane: preoccupazioni del mondo, seduzione delle ricchezze … E’ questa la rivelazione che viene data: è una parola soggetta alla resistenza dell’uomo ma se viene compresa con il cuore (gr. sunòsin[2] te kardìa) è una parola che produce frutto (fare… mettere in pratica).
Matteo 12: « 46 Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. 47 E uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti». 48 Ma egli rispose a colui che gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» 49 E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 50 Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre».
Luca 8: «19 Sua madre e i suoi fratelli vennero a trovarlo; ma non potevano avvicinarlo a motivo della folla. 20 Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori, e vogliono vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».


[1] Elaborazione di una conferenza di D. Moretto, Monastero di Bose.
[2] Il verbo greco suniemi (comprendere) contiene anche il significato di “identificazione tra chi ascolta e il messaggio che si ascolta”.




CENERE E GHIACCIO
Parabola

Cenere e ghiaccio (parabola)
(Silvio Zarattini, A piedi, Edizioni Messaggero, 2004)

In quel tempo l’Uomo disse al Sole: «Ormai posso fare a meno di te».
Domandò il Sole: «E chi ti darà il nutrimento?».
Rispose l’Uomo: «Le mie invenzioni».
Domandò il Sole: «E chi ti darà il calore?».
Rispose l’Uomo: «II carbone delle mie montagne e il petrolio dei miei pozzi».
Domandò il Sole: «E chi ti darà la luce e il movimen­to?»
Rispose l’Uomo: «L’elettricità».
Disse il Sole: «Sia fatto secondo la tua volontà». E tramontò.
Ora avvenne che il mattino seguente il Sole non spuntò; e a mezzogiorno brillavano ancora le stelle nel cielo nero. L’Uomo non ne fece caso. Ma dopo ventiquattro ore di buio sentì freddo.
Allora disse: «Domani aumenterò il carbone nelle mie stufe e le lampadine nelle mie vie».
E così fece.
Il secondo giorno tutto il grano intristì e tutti gli albe­ri scoppiarono per il gelo.
Disse l’Uomo: «Centupliche­rò il rendimento dei miei laboratori».
E così fece.
Il quarto giorno tutta l’acqua gelò. L’oceano divenne come una tavola, impietrirono i fiumi, impietrirono i la­ghi. Fermate le centrali elettriche, la città piombò nel buio e il movimento cessò.
Disse l’Uomo: «Manderò i miei alternatori con il car­bone e con il petrolio».
E così fece.
Ma al quinto giorno il petrolio finì.
Allora l’Uomo bruciò tutti gli alberi delle foreste, tutte le barche del mare, tutti gli attrezzi delle campagne, tutti i mobili delle case … Ma la luce non venne, il movimento non ripre­se e il freddo aumentò.
Allora l’Uomo gettò nei bracieri tutti gli oggetti dei musei, tutti i quadri delle pinacoteche, tutti i libri e i co­dici delle biblioteche, salvandone soltanto tre. E cercò un po’ di calore alla fiamma di quel rogo dove bruciava tutta la civiltà. E non lo trovò.
Allora gettò nel fuoco anche Omero, Virgilio, Dante.
La breve fiamma diede un guizzo e si spense. Quando il fuoco fu spento l’Uomo si gettò a terra e pianse. Il fred­do gli incancrenì prima i piedi, poi le gambe, le brac­cia … e gli strinse il cuore.
Prima di chiudere gli occhi, l’Uomo li fissò nel cielo stellato e disse: «Fui stolto!».

Allora il Sole brillò di nuovo nell’alto del firmamen­to; e sulla Terra, ridotta a una crosta di cenere e di ghiac­cio, ricominciò a versare nutrimento e calore; riprese a piovere luce su un mondo da rifare.




5 luglio 2020. Domenica 14a
DIO IN GROPPA A UN ASINELLO

Sono cattolico, credente sì e no, prete, pensionato garantito e benestante, maschio, scriba laureato supponente, europeo italiota e non Rom (grazie e Dio!), di razza bianca, celibe senza carichi familiari o mutui bancari che mi incaprettano, incensurato (quasi!) per la legge ma non nella coscienza: insomma, ho tutti gli ingredienti per essere escluso dalla categoria dei “piccoli” a cui il Padre rivela i suoi segreti. Sinceramente non mi sento molto bene. Anche perché sento puzza di leggi per ladruncoli schedati e sconti a gogò per potenti che impunemente evadono tasse ed esportano capitali nei paradisi fiscali e per finanzieri che affamano il mondo. 

Preghiamo. O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Zaccarìa 9,9-10
Così dice il Signore: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».

Salmo 144 Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.

Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,9.11-13
Fratelli, quanti si lasciano guidare dallo Spirito si preoccupano di quel che vuole lo Spirito. Quanti si lasciano guidare dalla propria debolezza cercano di soddisfare il loro egoismo. Seguire l’egoismo conduce alla morte, seguire lo Spirito conduce alla vita e alla pace. Perché quelli che seguono le inclinazioni dell’egoismo sono nemici di Dio, non si sottomettono alla legge di Dio: non ne sono capaci. Essi non possono piacere a Dio, perché vivono secondo il proprio egoismo. Voi, però, non vivete così: vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. Se invece Cristo agisce in voi, voi morite, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e il suo Spirito vi dà vita. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi. Fratelli, noi siamo dunque impegnati non a seguire la voce del nostro egoismo, ma quella dello Spirito. Se seguite la voce dell’egoismo, morirete; se invece, mediante lo Spirito, la soffocherete, voi vivrete.

Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

DIO IN GROPPA A UN ASINELLO. Don Augusto Fontana

I “piccoli”.
Sono cattolico, credente sì e no, prete, pensionato garantito e benestante, maschio, scriba laureato supponente, europeo italiota e non Rom (grazie e Dio!), di razza bianca, celibe senza carichi familiari o mutui bancari che mi incaprettano, incensurato (quasi!) per la legge ma non nella coscienza: insomma, ho tutti gli ingredienti per essere escluso dalla categoria dei “piccoli” a cui il Padre rivela i suoi segreti. Provo a celebrare il Magnificat della piccola Miriam di Galilea: «L’anima mia loda il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: la sua misericordia si stende su quelli che lo onorano con amore. Ha scombinato i progetti dei superbi; ha rovesciato i potenti dalle loro poltrone, ha tolto gli umili dal fango del disprezzo e dell’emarginazione; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1). Sinceramente non mi sento molto bene. Anche perché sento puzza di leggi per ladruncoli schedati e sconti a gogò per potenti – che impunemente evadono tasse ed esportano capitali nei paradisi fiscali – e per finanzieri che affamano il mondo; sento puzza di incenso ecclesiastico che avvolge i VIP (Very Important Person) e non giunge a sovrastare la puzza di sudore e di cloaca là dove l’unica preghiera è una maledizione gridata al cielo e alla terra. Però sono felice per Lui, Dio Padre-Madre, che si china sui suoi piccoli («Ti benedico, Padre»), e sono felice per loro («Beati voi»), che sentono la sua carezza materna, il suo forte abbraccio paterno, i suoi sussurri rivelanti storie che fanno sgranare occhi stupiti e tranquillizzano animi inquieti e vite agitate. «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti, gli umili invece si rallegreranno nel Signore e i poveri gioiranno nel Santo d’Israele” (Isaia 29,14.19).

Siamo “piccoli” quando quello che conta non è ciò che facciamo per Dio, ma piuttosto quello che Dio, nel suo grande amore, fa per noi. Nel vangelo di Matteo, il termine piccoli (elachistoi, mikroi, nepioi) a volte indica i discepoli di Gesù, altre volte indica i bambini o gli esclusi dalla società e dalla religione. Non è facile distinguere. A volte ciò che è detto piccolo in un vangelo, è chiamato bambino in un altro. Inoltre non sempre è facile distinguere fra quello che appartiene alla bocca di Gesù e quello che è invece del tempo delle comunità per le quali sono stati scritti i vangeli. Ma anche così, ciò che risulta chiaro è il contesto di esclusione che vigeva in quell’epoca e l’immagine che le comunità primitive si facevano di Gesù come di una persona che si è fatta “piccola” e accogliente verso i piccoli. Sono felice per Gesù, il Piccolo Figlio di quel Padre che gli ha rivelato segreti e storie stupende («nessuno conosce il Padre se non il Figlio»). Sono felice perché nell’assemblea domenicale c’è qualcuno verso cui Dio Padre-Madre ha un occhio di riguardo: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Corinti 1,26-29).
Padre Ermes Ronchi commentava: «”Ti benedico o Padre perché hai rivelato queste cose ai piccoli”. Il Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli di Cafarnao e di Betsaida non servono, eppure, nel pieno della crisi, Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi, ai piccoli. I piccoli sono coloro che ce la fanno a vivere solo se qualcuno si prende cura di loro, come i bambini. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è spezzato Quando gli uomini dicono:”perduto”, egli dice:”trovato”: quando dicono: “condannato”, egli dice: “salvato”; quando dicono: “abbietto”, Dio esclama: “beato!” (Bonhoeffer). Per entrare nel mistero di Dio vale più un’ora passata ad addossarsi la sofferenza e il mondo di uno di questi piccoli, che anni di studi di teologia. Per conoscere il mistero delle persone e la fiamma delle cose, bisogna accostarle come piccoli, con stupore, con mani che non prendono, ma solo accarezzano. Per imparare a benedire di nuovo il mondo e le persone, bisogna imparare a guardare i piccoli, la gente da poco, il loro cuore vero, e lì troveremo innumerevoli motivi per benedire, ragioni grandi perchè il lamento non prevalga più sullo stupore»[1].
Il “riposo”.
Gesù invita tutti coloro che sono stanchi e promette loro riposo. Il popolo di quel tempo viveva stanco, sotto il duplice peso delle imposte e delle osservanze imposte dalle leggi di purità. Gesù chiede che il popolo, per poter capire le cose del Regno, non dia tanta importanza ai “sapienti e dottori”, cioè ai professori ufficiali della religione del tempo, e che confidi di più nei piccoli, per esempio devono cominciare ad imparare da lui, da Gesù, che è “mite e umile di cuore”. Nella Bibbia molte volte la parola umile è sinonimo di umiliato. Gesù non faceva come gli scribi che si vantavano della loro scienza, ma era come il popolo umile e umiliato.

In questo invito risuonano le parole di Isaia che consolava il popolo stanco per l’esilio: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete» (Is 55,1-3). Questo invito è in relazione con la Sapienza divina: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele» (Siracide 24, 18-19), affermando che «le sue vie sono vie deliziose e tutti i suoi sentieri conducono al benessere»(Proverbi 3,17). Essa dice ancora: «La Sapienza educa i suoi figli e si prende cura di quanti la cercano. Chi la ama, ama la vita, quanti la cercano solleciti saranno ricolmi di gioia» (Siracide 4,11-12). Questo invito rivela un aspetto molto importante del volto femminile di Dio: la tenerezza e l’accoglienza che consola, rivitalizza le persone e le fa sentire bene. Gesù è il sollievo che Dio offre al popolo affaticato.
«Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187).
Dio sopra un asino.
La prima lettura profetizza la scelta di un Messia come di un re “umile, che cavalca un asinello“; ciò che farà proprio Gesù il giorno delle Palme, a Gerusalemme. Un asinello è la sua “auto blu”, il suo carrarmato, il suo MiG-29. I fanatici all’epoca di Gesù cercavano un messia trionfante e nazionalista. Il profeta Zaccaria si sintonizza con le grandi aspirazioni delle comunità che speravano non in un guerriero come Davide né in un diplomatico equilibrista come Salomone. Il popolo voleva qualcosa di diverso. Erano già falliti i modelli militaristi, amministrativi e centralisti di tutti i re d’Israele e di Giuda. Il popolo voleva una persona che fosse capace di guidare la nazione per cammini sconosciuti di giustizia, pace e solidarietà. Per Zaccaria, il nuovo governante doveva distinguersi per umiltà, giustizia e pacificazione. Tre qualità che configurano un nuovo modo di esercitare il potere. Ciò nonostante, Israele esplose con l’ambizione di alcuni gruppi minoritari e potenti che imposero una teocrazia centralista, prepotente e uniformante. Furono soppresse, in maniera sistematica, tutte le dissidenze possibili e si negò così al popolo di Dio la possibilità di tentare un nuovo modo di essere comunità. Si concentrò tutto il potere nelle mani di poche famiglie che controllavano il tempio, il governo e la terra. Così i poveri di Jahweh non ebbero la possibilità di dare vita al suo progetto. Il Vangelo di Matteo ci presenta Gesù con le caratteristiche messianiche della profezia di Zaccaria: una persona pacifica e umile. Un Dio crocifisso, un Dio sconfitto è lo scandalo del Cristianesimo; o più precisamente, la SFIDA del Cristianesimo: perché chi ha il cuore semplice veda il gesto d’amore totale come di “chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13); e chi è abituato a pesare le cose per prestigio e potere, ne rimanga scandalizzato. I piccoli allora sono coloro che non si scandalizzano di Gesù. Non ci sono sofismi intellettuali da fare per credere in Dio; l’accesso a Dio non è privilegio di scuole filosofiche, o tanto meno di circoli di spiritualità esoterica o gruppi e movimenti carismatici; a Dio si giunge accettando la storia e la vicenda concreta di Gesù di Nazareth. Quella di Gesù non è una religione, ma se la fosse non potrebbe che essere “religione della misericordia”. Ogni religione inventata dall’uomo porta dentro una naturale paura di Dio. Il volto di Dio presentatoci da Gesù invece è quello di un Dio che GRATUITAMENTE ama l’uomo, prima che lui stesso si muova a cercarlo; che FEDELMENTE ama l’uomo, anche quando egli è infedele; che MISERICORDIOSAMENTE ama l’uomo, quando si rifiuta a Lui. Parlando della sua missione, Gesù diceva: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13). L’umiltà di un Dio che ha provato sulla propria pelle il difficile mestiere di essere uomini, fa dire alla Lettera agli Ebrei: “Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi; accostiamoci dunque con fiducia al trono della grazia” (4,15-16). Il suo, alla fine, è “un carico leggero”. Non perché non sia esigente il Vangelo di Gesù. Ma è quell’esigenza e quella radicalità che nasce dall’amore. L’innamorato non ha misura nei suoi gesti d’amore.


[1] E’ guardando i piccoli che s’impara l’arte di benedire. P. Ermes Ronchi – Avvenire (07 Luglio 2002)




28 giugno 2020. Domenica 13a
RADICI NEL VANGELO

Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me… La Liturgia di questa domenica potrebbe soddisfare preti celibi, monaci ed eremiti o piccole eroine del Vangelo, chi ha lasciato tutti e tutto. Ma la maggioranza sarà gente che ha moglie e marito e figli e vecchi genitori da curare o vedovi e vedove che non hanno più nessuno da abbandonare, giovani bamboccioni disoccupati che sopravvivono con le provvidenze di genitori o nonni pensionati. Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi? Il Card. Martini diceva: «Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica?  In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario e, per questo, richiama il carattere di autenticità. 

Preghiamo. Padre, infondi in noi la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re (4,8-11.14-16)
Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”. Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.

Salmo 88. RIT: Canterò per sempre la tua misericordia.
Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,

perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli.
Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto:
esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria.
Perché tu sei il vanto della sua forza e con il tuo favore innalzi la nostra potenza.
Perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3-4. 8-11)
Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo 10, 37-42
[si consiglia di leggere anche: 34 Non crediate che io sia venuto a gettare pace sulla terra; non sono venuto a gettare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa].

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

RADICI NEL VANGELO. Don Augusto Fontana
Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me… La Liturgia di questa domenica potrebbe soddisfare preti celibi, monaci ed eremiti o piccole eroine del Vangelo, chi ha lasciato tutti e tutto. Ma la maggioranza sarà gente che ha moglie e marito e figli e vecchi genitori da curare o vedovi e vedove che non hanno più nessuno da abbandonare, giovani bamboccioni disoccupati che sopravvivono con le provvidenze di genitori o nonni pensionati. Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi? Il Card. Martini diceva: «Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica?  In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario e, per questo, richiama il carattere di autenticità.  Perciò l’espressione “radicalità evangelica” indica la volontà di rifarsi al Vangelo sine glossa, senza annotazioni, un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, ed indica, soprattutto, una vita fondata sulle Beatitudini evangeliche. Questa è dunque un’espressione che indica, positivamente, una decisione coerente per il Vangelo. Tuttavia, però, la radicalità evangelica non è senza pericoli e senza equivoci. Vedo soprattutto due pericoli: da una parte il rischio di voler imitare atteggiamenti del passato ripetendoli tali e quali in un contesto mutato, dall’altro la tentazione di prendere tutto alla lettera, non accettando la fatica del discernimento e della traduzione che ogni espressione biblica richiede, cioè non domandandosi cosa vuol dire oggi ciò che nel passato è stato detto così. Si pone, dunque, la grande questione: si può vivere oggi il Vangelo prendendolo alla lettera? Ha quindi senso parlare di radicalità evangelica? Dobbiamo prendere coscienza di essere una comunità alternativa; cioè una comunità che esprime, in una società caratterizzata da relazioni fragili, deboli, conflittuali, inautentiche, la possibilità di relazioni gratuite fondate sul Vangelo. Mostrare che la fede in Gesù ci permette di vivere relazioni sincere, fedeli, pazienti, perseveranti, perdonanti. Non è neanche un atteggiamento molto difficile, non implica grandi sforzi. Richiede semplicemente di vivere il Vangelo nei rapporti di tutti i giorni con la parrocchia, con la famiglia, con il piccolo gruppo, con le realtà istituzionali, nelle realtà della vita quotidiana, sapendo che sono relazioni fondate sulla fede e sulla grazia. E questo è già un immenso servizio ad un mondo che fa fatica a trovare relazioni solide. In secondo luogo ad un mondo così debole nei suoi pensieri, nelle sue ideologie, non dobbiamo pretendere di offrire subito un pensiero forte, che faccia paura, ma siamo chiamati ad offrirgli l’amicizia e la debolezza della croce. E’ infatti il modo mite ed umile di avvicinarsi di Gesù ciò di cui ha maggiormente bisogno una società dal pensiero e dalle relazioni deboli».

 Un Vangelo senza guanti

  1. Una comunità che lascia.

Matteo innanzitutto continua a ricordare che non ci si può illudere di poter perseverare nella condizione di discepoli senza conflittualità e rotture. Così era storicamente nella sua comunità, tartassata dall’ambiente giudaico che aveva deliberato l’espulsione dalle sinagoghe e aveva imposto il divieto di incontro dei familiari con chiunque avesse aderito alla nuova “via” del Rabbi Jeshuàh (Gesù).
C’è una stretta “solidarietà” di condizione tra il Maestro Gesù e i discepoli, come Matteo ricorda nei vv. 24-25: «Un discepolo non è da più del maestro…; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro…». Questo versetto è la “chiave di lettura” di tutto il cap. 10 e quindi anche del testo liturgico di oggi. Il Vangelo non è un codice morale di comandi “Devi fare…non devi prendere…”; al discepolo basta l’unico comandamento “seguimi”; da qui deriva una serie di “conseguenze” più che di “precetti”. A me e a te è lasciato il discernimento di inventare una vita evangelica riformulata nel contenitore delle nostre condizioni attuali di vita; monaci delle cose, nelle relazioni e nel lavoro: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, radicati e fondati nella carità…ben radicati e fondati in lui” (Efesini 3,17; Colossesi 2,7).
Il richiamo alla missione storica di Gesù, che ha provocato tensioni violente perfino nell’ambito dei rapporti familiari e del suo gruppo, serve a togliere l’illusione di una testimonianza tranquilla. Non sarà una “pace pacifica” ma piena di laceranti contraddizioni.[1] Il Messia, secondo la tradizione biblica, è il “principe-di-pace”, ma in forma paradossale, in quanto il suo annuncio di pace fa esplodere le contraddizioni storiche che si riversano con violenza contro di lui. Ovviamente Gesù non intende favorire nessun fondamentalismo religioso; ce lo ricorda l’evento nell’orto del Getsemani quando Pietro estrae fisicamente una spada per difendere Gesù (Mt 26, 52): «Allora Gesù gli disse:“Rimetti la spada nel fodero”». Nella Bibbia l’immagine della spada è conosciuta e ha significato di dividere: “Prendete la spada dello Spirito cioè della parola di Dio” (Ef 6,17). La spada di Gesù è quella della parola di Dio, “che è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12).
34 Non crediate che io sia venuto a portare (gettare) pace sulla terra. Sembra che il verbo usato da Matteo (balein=gettare) indichi che Gesù non porge il suo Vangelo «con i guanti», ma lo «getta» senza tanti convenevoli come un sasso nello stagno o – come scrive Marco (4,26) – come un seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra». Se i discepoli sono coloro che condividono il suo stile di vita, devono mettere in conto la divisione e la conflittualità perfino nei rapporti familiari e sociali. Nell’esigenza di sequela proposta dal Cristo risuona l’assoluto di Dio che crea un nuovo tipo di “consanguineità” (Matteo 12,46-49): «Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli…Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli». Matteo ricorderà, più avanti, (19, 29) la promessa di Gesù: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».
Gesù presentandosi come “divisore” si mostra “geloso”, in linea con la “gelosia” di Dio in Deuteronomio 32,15-18: «Il popolo ha mangiato e si è saziato, ingrassato, impinguato, rimpinzato e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza. Lo hanno fatto ingelosire con dèi stranieri e provocato all’ira con gli idoli. Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a divinità che non conoscevano, novità, venute da poco, che i vostri padri non avevano temuto. La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha generato».
Nel testo odierno sono presenti tre affermazioni che si concludono sempre con “Non é degno di me” (Luca in 14,26 ricorda un’altra versione: “…non può essere mio discepolo”). Gesù non demonizza l’amore ai familiari e al prossimo: «Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). Intanto è importante il verbo “amare” (Matteo, nel testo di oggi, usa “phileo” che è un verbo di amicizia, tappa verso l’agape, l’amore totalizzante e compiuto). Il pilastro, dunque, che regge la struttura cristiana nei vangeli sinottici non è “conoscere”, ma amare o seguire. Un essere accolti e accogliere fino al micro gesto del donare un bicchiere d’acqua “fredda” per una bocca arida e una vita accaldata.
« Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita, per causa mia, la troverà ».
Qualcuno ha trovato condensate, in queste parole, tutta la sapienza evangelica che riguarda il significato dell’esistenza dell’uomo e, simmetricamente, della vita di Gesù. Gesù è vissuto per gli altri. La sua non fu una semplice “esistenza”, bensì una “pro-esistenza”, una esistenza-a-favore-di… C’è una sproporzione tra i 3 anni della vita pubblica che conosciamo e i suoi 30 anni di vita familiare che non conosciamo. Ci ha salvati anche con quei 30 anni di vita “privata”. La vita di Gesù è definibile come una vita esposta, allo sbaraglio, mai ripiegata su di sè. Il simbolo di questa pro-esistenza sarà poi la croce.
«Chi non prende la sua croce e non mi segue». Prendere la Sua croce non significa accettare le tribolazioni accidentali della vita, ma prendere su di noi il Suo progetto di vita, calandolo nelle circostanze storiche, pubbliche e private. Significa non mettere mai in bilancio ciò che torna utile a me e al mio gruppo di appartenenza (“padre, madre, figlio”). Esistono delle predilezioni che costituiscono una necessità nella nostra vita. Prendere la croce di Cristo significa collocare le nostre predilezioni fuori dal quadro delle predilezioni codificate: prediligere la compagnia di quelli che contano meno (i “piccoli” cioè gli invisibili), che non hanno capacità di darmi ricompense.

  1. Una comunità che trova.

Non é senza significato che l’evangelista chiuda questa sezione dei discepoli perseguitati e provati con il tema dell’accoglienza. L’accoglienza ricompone quei legami della solidarietà umana che lo stato di persecuzione mette in crisi. Alla comunità è chiesto di creare un ambiente accogliente per questi fratelli espulsi o scartati: i profeti (gli incaricati di annunciare la Parola e interpretare i segni dei tempi), i giusti (coloro che nella prassi sono esemplari nella giustizia ed obbedienti all’evangelo), i piccoli (coloro che sono vacillanti e a rischio di fede). Il tema della “comunità-nuova-famiglia” è evidentemente sottolineato dalla scelta della prima Lettura (2Re 4,8-11.14-16a ). La narrazione ha due attori principali che sono il profeta Eliseo e la donna di Sunem caratterizzata dalla sua delicata accoglienza che non si ferma all’invito a tavola, ma si trasforma in uno spazio vitale riservato al profeta. Eliseo è il profeta itinerante che non si stabilisce in nessun luogo in maniera definitiva per rimanere sempre disponibile alla chiamata di Dio. Pur essendo solitario, è in realtà l’amico degli uomini, che partecipa ai loro affanni e che ricompensa coloro che l’onorano. E’ proprio durante uno dei suoi soggiorni presso Sunem che il servo Ghecazi presenta ad Eliseo la condizione della donna, ricca ma senza figli. Particolare finora taciuto che rivela la grandezza d’animo della donna che rinuncia ad importunare il profeta con i suoi problemi personali e conferma così la gratuità della sua accoglienza. A sua volta Eliseo si fa garante presso Dio del dono più prezioso per una donna: la maternità tanto desiderata.
L’apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Roma: “accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7), come a dire che accogliere è una declinazione del verbo amare. Noi siamo forse abituati a “dare”, anche un bicchier d’acqua; ma poco ad “accogliere”.

Se vuoi approfondire puoi leggere:

  1. l’articolo di Bruno Secondin “Radicalismo e radicalità: due parole dai molti significati” collegandoti a: http://www.credereoggi.it/upload/2008/articolo165_7.asp
  2. l’articolo di Card. Carlo Maria Martini “La radicalità evangelica nel nostro tempo” collegandoti a: https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9082:la-radicalita-evangelica-nel-nostro-tempo&catid=109:percorsi-di-spiritualita&Itemid=176

[1] Silvano Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo, EDB 1998, Vol.1, pag. 194.




Franco Ferrari
FRANCESCO IL PAPA DELLA RIFORMA

FRANCESCO IL PAPA DELLA RIFORMA.
Franco Ferrari
(Ed. Paoline, Milano, 2020, pagg. 250, €17,00)

Franco Ferrari scrive una biografia che ha la scioltezza narrativa di un romanzo con dentro l’anima di un testo di teologia ed ecclesiologia. L’autore ci conduce a visitare luoghi, eventi, personaggi, supporters plaudenti e critici barbogi e lo fa con rigore investigativo di chi si attiene ai fatti e non a supposizioni e commenti. E lascia al lettore di decidere se, alla fine, Francesco, “figura complessa e sorprendente” sia un parroco di campagna buono e sempliciotto, un papa eretico, comunista e idolatra (pagg. 202-228) o un credente teologo benchè “di strada” con le sue “poliedriche radici culturali” (pagg.182-201). E lascia a te la libertà di decidere se il sapore che si è sorseggiato in lettura sia dolce o amaro. Come già accadde al veggente dell’Apocalisse (10,10) «Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza». Sì. Perché anche questo libro non solletica una dolciastra papolatria da atei-devoti, ma sfida a “non lasciare le cose come stanno”, ad una conversione personale ed ecclesiale.
Oltre che un libro sulla vita di Francesco, vescovo di Roma, è una storia di vita primaverile della chiesa; non solo nel frammento dei 7 anni del suo pontificato ma anche negli antefatti temporali e nello spazio universale ecumenico e umano.
L’autore, nell’introduzione, dichiara di essere cosciente che il suo sforzo narrativo entra in una già affollata pletora di biografie di Papa Francesco con il rischio di rimanere un pacato e ragionato sussurro fra tante grida. Eppure decide di mettersi in gioco per tenere in gioco Francesco e il suo disegno riformatore “attraverso un racconto documentato che consenta di cogliere la logica e l’organicità del suo magistero teso ad accompagnare la Chiesa del terzo millennio, tentando di farle superare, se mai sia possibile, quei duecento anni di ritardo denunciati da un padre della Chiesa del XX secolo, Carlo Maria Martini”.
IL PAPA DELLA RIFORMA. Affascinante il titolo, ma anche i capitoli sono appetitosi non per curiosità da curia o da bar, ma per il nutrimento di idee che ti vengono impiattate davanti. Mi verrebbe l’istinto di stravolgere il titolo in “La riforma di Papa Francesco” perché è vero che al centro c’è il Vescovo della chiesa universale, ma la narrazione punta sui suoi messaggi ed encicliche ed anche sui gesti che l’autore definisce “Enciclica dei gesti” e ci regala, in appendice, un’utile sintesi nella “Cronologia dei documenti e dei fatti di rilievo del pontificato di Papa Francesco” dal 2013 al dicembre 2019. Ma è soprattutto l’ultimo capitolo (Una Chiesa in cammino e una riforma eccedente) che ci offre una sintesi condensata non solo di tutto il libro ma soprattutto dei pilastri della Riforma di Francesco. Il condensato rinvia, certo, ad alcune ferite non ancora completamente rimarginate (abusi sessuali, finanza del Vaticano, Curia romana) ma più complessivamente alle cause infettanti e alle terapie previste.
L’autore ci offre, nella sua introduzione, uno sguardo panoramico e un assaggio delle principali coordinate della Riforma di Francesco: «un diverso modo di inter­pretare il ruolo del papato (cap. 2); la riforma della curia e la conversione dei suoi uomini (cap. 3); la sinodalità come caratteristica di una Chiesa capace di raccogliere le sfide del terzo millennio (cap. 4); il recupero dell’indicazione conci­liare di una Chiesa pensata come popolo di Dio, nella qua­le acquistano un ruolo centrale i laici (cap. 5); le implica­zioni sociali dell’annuncio del Vangelo che caratterizzano la conversione missionaria (capp. 6 e 7); la misericordia e la coscienza al centro della conversione pastorale (cap. 8); la forte ripresa del cammino ecumenico e i percorsi del dialo­go interreligioso tesi a disinnescare la violenza dei fonda­mentalismi e costruire l’arca della fratellanza umana (cap. 11); per giungere, infine, alle caratteristiche e alle radici culturali ed ecclesiali della riforma (cap. 12)».
L’autore chiude il suo saggio con un opportuno e preoccupato sguardo al futuro:
– Più delle opposizioni il nemico della riforma è la maggioranza silenziosa. “Non basta l’azione del Papa per riformare la chiesa”.
– Alcuni processi avviati potrebbero interrompersi sia a causa delle forti opposizioni o perché sono ancora nella fase iniziale e quindi non ben consolidati.
Molte questioni restano in lista di attesa: la figura del presbitero, la posizione della donna, gli organi di partecipazione, la parrocchia, l’inculturazione del Vangelo e della Chiesa, il rapporto tra dottrina e pastorale.

Eppure possiamo accogliere l’invito finale dell’autore a “Non perdere il gusto di sognare”, coscienti però che, come dice Francesco, “il Vangelo non si annuncia da seduti, ma in cammino”.

Don Augusto Fontana




Università Lateranense
CORSO DI TEOLOGIA INTERCONFESSIONALE

All’Università Lateranense un percorso di «teologia interconfessionale»

La teologia può essere interconfessionale? Nella Facoltà teologica della Pontificia Università Lateranense ne sono talmente convinti da lanciare – a partire dall’anno accademico 2020-21– un percorso biennale di licenza (equivalente alla laurea magistrale) in ‘Teologia interconfessionale’, la cui programmazione è stata messa a punto da un comitato scientifico, coordinato da monsignor Giuseppe Lorizio (che alla Lateranense è ordinario di teologia fondamentale) e formato da rappresentanti delle diverse confessioni cristiane. Un’iniziativa che nello scorso ottobre ha ricevuto la piena approvazione anche da Francesco: «Cercare ed esplorare ogni opportunità per dialogare non è solo un modo per vivere o coesistere, ma piuttosto un criterio educativo».
Il lavoro di preparazione ha richiesto un anno di incontri seminariali, nei quali i promotori hanno individuato sei moduli, entro i quali situare i diversi corsi: storico-patristico, biblico-fondamentale, dottrinale-dogmatico, etico-morale, liturgico, cultuale e missionario.
L’itinerario sarà interconfessionale e interdisciplinare nell’orizzonte della Veritatis Gaudium di papa Francesco. Inoltre il cammino scientifico verrà accompagnato da momenti di preghiera comune, per esempio in occasione della Settimana dell’unità dei cristiani, del Natale, della Pasqua e di altre occasioni, con il coinvolgimento della cappellania universitaria.
Secondo i promotori del percorso di teologia interconfessionale, «non si tratta tanto di fornire competenze, ma soprattutto di educare a una forma mentis teologica, che faccia leva sulla necessità di abituarsi ad una teologia cristiana, che fonda e costituisce l’orizzonte delle diverse Chiese». In sostanza il biennio intende preparare persone che, tornando nelle loro comunità di origine, sappiano animarle e servirle nello spirito della ‘cultura dell’incontro’, cara a papa Francesco.
Per questo ciascun corso sarà tenuto da tre docenti, uno cattolico, uno evangelico e uno ortodosso. Fulvio Ferrario, decano della Facoltà teologica valdese, è tra questi e si occuperà di escatologia. «È un’iniziativa nuova che continua la tradizione di collaborazione con la Lateranense, rafforzatasi anche in occasione del cinquecentenario della Riforma. I tradizionali dialoghi rimangono, ma parlare di teologia in prospettiva ecumenica significherà cercare insieme in un campo in cui, finora, non c’era un dialogo strutturato come questo, anche se le nostre convinzioni non sono conflittuali…Abbiamo bisogno di allargare gli orizzonti, non ponendo steccati…Ciò significa uscire da schemi precostituiti e arrivare a un rapporto ‘spregiudicato’ con la teologia cattolica, per gli evangelici. Mentre per la Chiesa cattolica significa prendere atto che esiste una riflessione teologica esterna alla sua tradizione». E di tensione verso l’unità parla anche il reverendo Francisco Alberca, vicario della Chiesa episcopale americana di Roma: «La specializzazione in teologia interconfessionale è una meravigliosa idea ecumenica, che può dare nuovo impulso al cammino verso l’unità».




Domenica 21 giugno 2020
DALL’ORECCHIO AI TETTI

12 domenica A
«Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani né appassionati né freddi né santi né peccatori, di loro, anime morte, che cosa ne faremo?» (Peguy). E’ scritto nel Talmud ebraico  che per ogni generazione esistono trentasei giusti nascosti e che grazie ai loro meriti il mondo continua a sussistere. Scrive Paolo all’amico Timoteo (2 Timoteo 1,8), a me e a te: «Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro». Per chi vuol uscire dallo stato di “anima morta”, di timore e di fuga, i rischi esistono. Il discorso missionario di Gesù, riferito da Matteo nel suo cap. 10, resta un azimut di riferimento a cui alzare periodicamente gli occhi, come faremo ancora nella liturgia di questa domenica.

Preghiamo. Padre, che affidi alla nostra debolezza l’annuncio profetico della Tua Parola, sostienici con la forza del Tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo Nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da Te nel giorno della Tua venuta. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Geremìa 20,10-13
[Signore, tu mi hai sedotto e io non ho saputo resisterti. Hai fatto ricorso alla forza e hai ottenuto quel che volevi. Mi disprezzano da mattina a sera, tutti ridono di me. Io parlo, e ogni volta sùbito devo chiamare aiuto e gridare contro la violenza e l’oppressione. Tutto il giorno sono insultato e deriso perché annunzio la tua parola, o Signore! Ma quando mi son detto: «Non penserò più al Signore, non parlerò più in suo nome», ho sentito dentro di me come un fuoco che mi bruciava le ossa: ho cercato di contenerlo ma non ci sono riuscito].
Mi accorgevo che molti parlavano male di me e da ogni parte cercavano di spaventarmi. Dicevano: «Se qualcuno lo denuncia, lo denunceremo anche noi». Perfino i miei amici più cari aspettavano un mio passo falso e dicevano: «Prima o poi, qualcuno riuscirà a ingannarlo! Così, l’avremo vinta noi e potremo vendicarci di lui». Ma tu, Signore, stai al mio fianco, tu sei forte e mi difendi: per questo i miei persecutori cadranno e non avranno la meglio su di me. Dovranno vergognarsi perché i loro progetti andranno in fumo. Saranno disonorati per sempre e nessuno lo dimenticherà. Tu, Signore dell’universo, sai distinguere chi ti è fedele perché vedi i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo. Ho affidato a te la mia causa: sono certo che vedrò come tu punirai i miei nemici. Cantate inni al Signore! Lodate il Signore! Egli ha liberato il povero dal potere dei suoi nemici.

Salmo 68   Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.
Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia;

sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera, Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza.
Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto si muove in essi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,12-15
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.

Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

DALL’ORECCHIO AI TETTI. Don Augusto Fontana
«Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani né appassionati né freddi né santi né peccatori, di loro, anime morte, che cosa ne faremo?» (Peguy).
E’ scritto nel Talmud ebraico (Sanhedrin 97b) che per ogni generazione esistono trentasei giusti nascosti e che grazie ai loro meriti il mondo continua a sussistere. Scrive Paolo all’amico Timoteo (2 Timoteo 1,8), a me e a te: «Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro». Per chi vuol uscire dallo stato di “anima morta”, di timore e di fuga, i rischi esistono. Il discorso missionario di Gesù, riferito da Matteo nel suo cap. 10, resta un azimut di riferimento a cui alzare periodicamente gli occhi, come faremo ancora nella liturgia di questa domenica.
Tutte le istruzioni date da Gesù ai discepoli e contenute nel cap. 10 di Matteo sono riferite ad una testimonianza pubblica: «Chiamati a sé i dodici discepoli li inviònon v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato». Gesù chiede un’adesione pubblica; non gli basta un’adesione devota consumata unicamente nel segreto. L’espressione di Matteo 10,38 «chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me»[1] non si riferisce ai fastidi della vita quotidiana, ma alle conseguenze della testimonianza pubblica. L’adesione a Gesù diventerà pubblica e pericolosa[2]. Siate sovversivi, pasquali.
L’annuncio che ci viene dai testi liturgici di questa domenica si pone in continuità con le “istruzioni” date da Gesù alla sua comunità in vista della missione: “Andando, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…Non procuratevi oro, né argento…”. Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».
Non temete-non scappate.
Oggi l’accento pare messo sulla FIDUCIA: l’invito a “non temere” ricorre 3 volte. Originariamente, nella lingua greca il verbo fobéo (=temere) aveva la sua radice in un verbo che significava fuggire. Quando io ho paura, cerco sempre di fuggire via; e il mio fuggire rivela le mie paure. La formula «non temete!» ricorre 74 volte nell’Antico Testamento.

Nella prima Lettura, l’esperienza del profeta Geremia sembra essere esemplare per chi accetta di fidarsi e affidarsi. I suoi compaesani del villaggio di Anatot non vedono di buon occhio l’impegno di Geremia a sostenere la riforma religiosa del re Giosia che sopprime i piccoli centri di culto sparsi nel paese e tenta di creare un grande culto centralizzato a Gerusalemme. La soppressione dei santuari locali a favore del culto centralizzato tocca gli interessi di molte persone che lo minacciano di morte. Le prese di posizione del profeta contro la corruzione del suo ambiente gli alienano amici e conoscenti, gli attirano scherni e insulti. Nel profeta Geremia si specchia l’icona di Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno la mia vita» (Lc 23,46).
C’è un invito a vincere il timore. Questo timore non è il “timore psicologico”, che può benissimo convivere con la fede-fiducia (tutti i martiri antichi e contemporanei hanno dichiarato di “avere paura”); siamo invitati invece a vincere quella pigrizia che lascia la Parola ricoverata nell’orecchio anziché annunciata dai tetti, annidata nel cuore e non esternata nella carne delle mani. Vincere la timidezza, ma con quale garanzia? Che Dio ci preserverà e non ci capiterà niente di male? Per noi piccoli passerotti, la traduzione italiana del testo che ascolteremo rasenta la bestemmia: “nemmeno un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”, tradotto nel proverbio popolare “non cade foglia che Dio non voglia”. Nel testo originale greco c’è invece un Padre che cade insieme con i discepoli deboli: «nessuno di loro cadrà senza il Padre vostro (aneu tu Patròs umon)». Per quanto possiamo cadere, nella nostra vita, non c’è caduta che non veda presente il Padre, non perché si cade per sua volontà, ma perché Lui cade con noi. Nessuno cade senza il Padre. Abbiamo un Dio così.
Ogni Domenica, durante la Messa, il celebrante fa una preghiera di liberazione sui fedeli: “Liberaci, Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri a ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesú Cristo”. Il “saldo” avverrà alla fine dei tempi: la provvidenza non è una assicurazione contro gli infortuni della vita. “Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Signore, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?». Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro” (Apocalisse 9,9-11).

Potremmo riflettere sui tre “Non temete!” odierni di Gesú:

1) Non temete gli altri. Se accettiamo di vivere coerentemente con il Vangelo, il rapporto con gli altri può procurare tensione, fraintendimento, frustrazione. Gesú é stato il primo a sperimentare relazioni difficili: é stato chiamato addirittura Beelzebul, sporco diavolaccio. Forse la nostra situazione è un’altra, quella cioé di persone che non subiscono alcun tipo di conflitto, per il semplice fatto che non si espongono a testimoniare, che restano invischiate e omologate alle abitudini comportamentali e di pensiero dell’ambiente in cui vivono. L’assenza di persecuzioni per la Chiesa può essere il segno che essa non é piú come il sale che brucia sulle ferite dell’umanità o offre sapore all’insipida esistenza di massa. In questo caso Gesú é chiaro: «Chi dunque riconoscerà me (il testo greco usa il verbo homologhéō che significa dichiararsi solidale o complice) davanti agli uomini anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; «chi mi rinnegherà ( il testo greco usa il verbo arnéomai usato per descrivere la negazione di Pietro nel cortile del tribunale) anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Ma che cosa vuole dire essere solidali con Gesù, dichiararci appartenenti a Lui? Padre Christophe, uno dei 7 monaci sgozzati nel 1996 a Tibhirine, in Algeria, aveva scritto: “Noi abbiamo dato a Dio il nostro cuore ‘all’ingrosso’, e ci costa molto che ce lo prende al dettaglio”. Il dono totale di sé (“all’ingrosso”) deve incominciare a consumarsi nella pazienza del quotidiano (“al dettaglio”). Come scrive Madeleine Delbrêl assistente sociale, mistica, poeta (1904-1964): “La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la Tua gloria, di ucciderci senza nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena. Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami che si distruggono col fuoco, così ci sono tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura. Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci sono fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di quelli sgranati da un capo all’altro della vita. È la passione delle pazienze” .

2) Non temete per voi stessi. Anche la nostra sicurezza é messa alla prova: i nostri sembrano tempi nei quali nessuno può sentirsi completamente al sicuro. Ci stupisce quindi Gesú quando ci esorta a non preoccuparci troppo dei pericoli riguardanti il corpo, ma piuttosto di quelli riguardanti l’anima (in greco: psuchê, psiche). Qui non si tratta di un dualismo, della serie “l’unica cosa che conta é l’anima, il corpo non vale nulla”, ma di una diversa scala di valori. Ci ritornano alla mente le parole di Mt 6: “Per la vostra vita non affannatevi […] e neanche per il vostro corpo…cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia”. O quelle di Lc 10,41 “Marta, tu ti preoccupi (meglio sarebbe tradurre “ti iper-occupi) e ti agiti per molte cose, ma una sola é la cosa di cui c’é bisogno”.

3)   Non temete Dio. Gesú utilizza due similitudini, per farci capire quanta sia la cura di Dio verso di noi: quella dei due passeri senza valore commerciale e quella dei nostri capelli. Nel Vangelo ci sono altre immagini che ci descrivono in modo pittoresco la cura che Dio ha per ciascuno di noi, come ad esempio quella degli uccelli del cielo (in Luca é specificato: i corvi) che il Padre nutre, o dei gigli del campo che il Padre veste. Ma anche i tre quadretti della pecora soccorsa con ansia dal pastore, della moneta perduta e cercata dalla donna, del figlio peccatore che viene accolto dal Padre. Immagini dolci che tentano di affascinarci e ci invitano a non temere.

Dove finiamo tutti noi, nella settimana, dopo aver celebrato la Pasqua settimanale? Siamo un popolo da sagrestia o un popolo che vive nella piazza? Quello che la Parola oggi rivela è un problema da sempre avvertito nella chiesa. Ne fa fede questo testo di Gregorio Magno (540-604): «Non posso tacere e tuttavia, parlando, non posso evitare di colpire me stesso con la spada della Parola di Dio. Parlerò, parlerò. Che la spada della Parola di Dio passi anche attraverso me stesso, per arrivare a trafiggere il cuore del prossimo, a toccarlo in profondità nello Spirito. Parlerò, parlerò. Che la Parola di Dio si faccia sentire attraverso me, sia pure contro di me prima che contro altri».   


[1] che troveremo anche in 16,24 «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
[2] Cf. P.Bonnard, L’évangile selon saint Matthieu, Delachaux & Niestlé, pag 156




Il Papa crea il Fondo GESU’ DIVINO LAVORATORE
Per lavoratori in difficoltà

Papa Francesco crea un fondo per lavoratori in difficoltà a causa del Covid-19

 Si chiama Fondo “Gesù Divino Lavoratore” e avrà come primo stanziamento un milione di euro per tutte le categorie più deboli colpite dalle conseguenze della pandemia nella diocesi capitolina.

La risurrezione di Roma parte dai fragili. Dal restituire al popolo del precariato, agli invisibili sotto la soglia di attenzione, la dignità che settimane di quarantena hanno ridotto in polvere con la lentezza di una drammatica clessidra. Non c’è altra strada per Francesco, che già poco tempo fa nell’istituire la Commissione per il post-Covid aveva fatta sua la preoccupazione per le ricadute sociali della pandemia. Il suo sguardo si è fermato questa volta sulla città di cui è Vescovo, la Roma in cui afferma “vediamo che tanta gente sta chiedendo aiuto, e sembra che ‘i cinque pani e i due pesci’ non siano sufficienti”.

Per i più a rischio
Nasce da questa constatazione il nuovo gesto concreto del Papa, comunicato in una lettera inviata al suo cardinale vicario, Angelo De Donatis. Il Fondo “Gesù Divino Lavoratore”, con un primo milione di euro versato alla Caritas diocesana, vuole “richiamare – scrive – la dignità del lavoro” per quella “grande schiera dei lavoratori giornalieri e occasionali”, quelli “con contratti a termine non rinnovati”, “quelli pagati a ore” e con un pensiero – Francesco li elenca esplicitamente “agli stagisti, ai lavoratori domestici, ai piccoli imprenditori, ai lavoratori autonomi, specialmente quelli dei settori più colpiti e del loro indotto”. Fra loro, constata, “molti sono padri e madri di famiglia che faticosamente lottano per poter apparecchiare la tavola per i figli e garantire ad essi il minimo necessario”. “Mi piace pensare che possa diventare l’occasione di una vera e propria alleanza per Roma in cui ognuno, per la sua parte, si senta protagonista della rinascita della nostra comunità dopo la crisi”

Per il bene comune
Il Papa sa di parlare a un tessuto umano sensibile. Lo dimostra, riconosce, “il gran numero di persone che in questi giorni si è rimboccato le maniche per aiutare e sostenere i deboli”. Lo prova, sottolinea, “l’aumento delle donazioni” per chi assiste malati e poveri e in generale tutte quelle “manifestazioni che hanno visto i romani affacciarsi alle finestre e ai balconi per applaudire i medici e gli operatori sanitari, cantare e suonare, creando comunità e rompendo la solitudine che insidia il cuore di molti di noi”. Esempi non di una emozione passeggera, ma di gente che vuole agire “per il bene comune”.

Politiche di tutela
La creazione del Fondo per Francesco è il passo di una Chiesa che conosce e condivide l’ansia di chi oggi ha più incertezze che altro, che “accompagna con la sua carità i deboli, ed e pronta a collaborare con le istituzioni cittadine e con tutte le realtà sociali ed economiche. E qui il Papa si rivolge direttamente ai rappresentanti della società civile e del mondo del lavoro, “chiamati – scrive – a dare ascolto a questa richiesta e a trasformarla in politiche e azioni concrete per il bene della città”. Politiche che “tutelino – asserisce ancora – soprattutto coloro che rischiano di rimanere esclusi dalle tutele istituzionali e che hanno bisogno di un sostegno che li accompagni, finché potranno camminare di nuovo autonomamente”.

Il fiore della solidarietà
L’auspicio del Papa è che la reazione collettiva e solidale alle conseguenze della pandemia crei “una vera e propria alleanza per Roma in cui ognuno, per la sua parte, si senta protagonista della rinascita della nostra comunità dopo la crisi”. Francesco sprona i sacerdoti a “essere i primi a contribuire al fondo, e i sostenitori entusiasti della condivisione nelle loro comunità”. E l’ultima preghiera è “al cuore buono dei romani”: adesso, conclude, “non basta condividere solo il superfluo. Vorrei veder fiorire nella nostra città la solidarietà ‘della porta accanto’, le azioni che richiamano gli atteggiamenti dell’anno sabbatico, in cui si condonano i debiti, si fanno cadere le contese, si chiede il corrispettivo a seconda della capacita del debitore e non del mercato”.