Papa Francesco
Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.

UDIENZA GENERALE 21/10/2020

Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, ha incentrato la sua meditazione sull’argomento “La preghiera dei Salmi” (Lettura: Sal 36,2-4.6.8-9).

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi noi dovremmo cambiare un po’ il modo di portare avanti questa udienza per il motivo del coronavirus. Voi siete separati, anche con la protezione della mascherina e io sono qui un po’ distante e non posso fare quello che faccio sempre, avvicinarmi a voi, perché succede che ogni volta che io mi avvicino, voi venite tutti insieme e si perde la distanza e c’è il pericolo per voi del contagio. Mi dispiace fare questo ma è per la vostra sicurezza. Invece di venire vicino a voi e stringere le mani e salutare, ci salutiamo da lontano, ma sappiate che io sono vicino a voi con il cuore. Spero che voi capiate perché faccio questo. Poi, mentre leggevano i lettori il brano biblico, mi ha attirato l’attenzione quel bambino o bambina che piangeva. E io vedevo la mamma che coccolava e allattava il bambino e ho pensato: «così fa Dio con noi, come quella mamma». Con quanta tenerezza cercava di muovere il bambino, di allattare. Sono delle immagini bellissime. E quando in Chiesa succede questo, quando piange un bambino, si sa che lì c’è la tenerezza di una mamma, come oggi, c’è la tenerezza di una mamma che è il simbolo della tenerezza di Dio con noi. Mai far tacere un bambino che piange in Chiesa, mai, perché è la voce che attira la tenerezza di Dio. Grazie per la tua testimonianza.
Completiamo oggi la catechesi sulla preghiera dei Salmi. Anzitutto notiamo che nei Salmi compare spesso una figura negativa, quella dell’“empio”, cioè colui o colei che vive come se Dio non ci fosse. È la persona senza alcun riferimento al trascendente, senza alcun freno alla sua arroganza, che non teme giudizi su ciò che pensa e ciò che fa.
Per questa ragione il Salterio presenta la preghiera come la realtà fondamentale della vita. Il riferimento all’assoluto e al trascendente – che i maestri di ascetica chiamano il «sacro timore di Dio» – è ciò che ci rende pienamente umani, è il limite che ci salva da noi stessi, impedendo che ci avventiamo su questa vita in maniera predatoria e vorace. La preghiera è la salvezza dell’essere umano. Certo, esiste anche una preghiera fasulla, una preghiera fatta solo per essere ammirati dagli altri. Quello o quelli che vanno a Messa soltanto per far vedere che sono cattolici o per far vedere l’ultimo modello che hanno acquistato, o per fare buona figura sociale. Vanno a una preghiera fasulla. Gesù ha ammonito fortemente al riguardo (cfr Mt 6,5-6; Lc 9,14).
Ma quando il vero spirito della preghiera è accolto con sincerità e scende nel cuore, allora essa ci fa contemplare la realtà con gli occhi stessi di Dio. Quando si prega, ogni cosa acquista “spessore”. Questo è curioso nella preghiera, forse incominciamo in una cosa sottile ma nella preghiera quella cosa acquista spessore, acquista peso, come se Dio la prende in mano e la trasforma. Il peggior servizio che si possa rendere, a Dio e anche all’uomo, è di pregare stancamente, in maniera abitudinaria. Pregare come i pappagalli. No, si prega con il cuore. La preghiera è il centro della vita. Se c’è la preghiera, anche il fratello, la sorella, anche il nemico, diventa importante. Un antico detto dei primi monaci cristiani così recita: «Beato il monaco che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio» (Evagrio Pontico, Trattato sulla preghiera, n. 123). Chi adora Dio, ama i suoi figli. Chi rispetta Dio, rispetta gli esseri umani.
Per questo, la preghiera non è un calmante per attenuare le ansietà della vita; o, comunque, una preghiera di tal genere non è sicuramente cristiana. Piuttosto la preghiera responsabilizza ognuno di noi. Lo vediamo chiaramente nel “Padre nostro”, che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli.
Per imparare questo modo di pregare, il Salterio è una grande scuola. Abbiamo visto come i salmi non usino sempre parole raffinate e gentili, e spesso portino impresse le cicatrici dell’esistenza. Eppure, tutte queste preghiere sono state usate prima nel Tempio di Gerusalemme e poi nelle sinagoghe; anche quelle più intime e personali. Così si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le espressioni multiformi della preghiera dei salmi nascono ad un tempo nella liturgia del Tempio e nel cuore dell’uomo» (n. 2588). E così la preghiera personale attinge e si alimenta da quella del popolo d’Israele, prima, e da quella del popolo della Chiesa, poi. Anche i salmi in prima persona singolare, che confidano i pensieri e i problemi più intimi di un individuo, sono patrimonio collettivo, fino ad essere pregati da tutti e per tutti. La preghiera dei cristiani ha questo “respiro”, questa “tensione” spirituale che tiene insieme il tempio e il mondo. La preghiera può iniziare nella penombra di una navata, ma poi termina la sua corsa per le strade della città. E viceversa, può germogliare durante le occupazioni quotidiane e trovare compimento nella liturgia. Le porte delle chiese non sono barriere, ma “membrane” permeabili, disponibili a raccogliere il grido di tutti.
Nella preghiera del Salterio il mondo è sempre presente. I salmi, ad esempio, danno voce alla promessa divina di salvezza dei più deboli: «Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, ecco, mi alzerò – dice il Signore –; metterò in salvo chi è disprezzato» (12,6). Oppure ammoniscono sul pericolo delle ricchezze mondane, perché «l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (48,21). O, ancora, aprono l’orizzonte allo sguardo di Dio sulla storia: «Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni» (33,10-11). Insomma, dove c’è Dio, ci dev’essere anche l’uomo. La Sacra Scrittura è categorica: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Lui sempre va prima di noi. Lui ci aspetta sempre perché ci ama per primo, ci guarda per primo, ci capisce per primo. Lui ci aspetta sempre. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se tu preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri, e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio puro, non è verità. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello ( 1 Gv 4,19-21). La Scrittura ammette il caso di una persona che, pur cercando Dio sinceramente, non riesce mai a incontrarlo; ma afferma anche che non si possono mai negare le lacrime dei poveri, pena il non incontrare Dio. Dio non sopporta l’«ateismo» di chi nega l’immagine divina che è impressa in ogni essere umano. Quell’ateismo di tutti i giorni: io credo in Dio ma con gli altri tengo la distanza e mi permetto di odiare gli altri. Questo è ateismo pratico. Non riconoscere la persona umana come immagine di Dio è un sacrilegio, è un abominio, è la peggior offesa che si può recare al tempio e all’altare. Cari fratelli e sorelle, la preghiera dei salmi ci aiuti a non cadere nella tentazione dell’«empietà», cioè di vivere, e forse anche di pregare, come se Dio non esistesse, e come se i poveri non esistessero.




25 ottobre 2020. Domenica 30a
CROCIFISSI SU UN CARDINE

«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”». Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose.

Preghiamo. O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 22,20-26
Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Salmo 17  Ti amo, Signore, tu sei la mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,5-10
Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

CROCIFISSI SU UN CARDINE. Don Augusto Fontana
«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”»[1]. Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che sibila o striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose. Gesù aveva messo a punto un metodo strano nel fare calcoli e i conti. Per esempio per ottenere un risultato più grande lui chiede di sottrarre (Se vuoi la vita eterna, lascia, taglia, dona); oggi addizionando tutti i precetti della Torah il numero della somma dà come risultato “uno”[2]. Non so quanti di noi si pongono le domande che turbavano le comunità di Matteo, Luca e Marco e che hanno generato il testo evangelico di oggi.
Luca pone questo testo prima della parabola del buon samaritano e relativa domanda “Chi è il mio prossimo?” (10,25-37). C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato da questa domanda e non ha risposte ovvie, astratte e semplicistiche?
Marco (12,33), preoccupato del ritualismo, aggiunge al testo una frase omessa dagli altri evangelisti: “Amare Dio e il prossimo vale più che tutti gli olocausti e sacrifici al tempio”. C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato dalla domanda: “Che valore ha davanti a Dio il mio culto?”.
Matteo pone questo brano all’interno del problema posto dalla “siepe di precetti” (come venivano chiamate le prescrizioni della Legge) e dal bisogno di unificazione, ma anche dal bisogno di non sentirsi lacerati tra due fedeltà, quella a Dio e quella al prossimo. Soprattutto Matteo è preoccupato del legalismo dei farisei che “dicono, ma non fanno” (Mt. 23,3). Chi fra noi è afflitto dal dubbio: “Non sarà per caso che io mi attacchi più agli aspetti marginali che a quelli essenziali della mia esperienza cristiana?
I maestri giudaici elencavano 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (“non devi…”), come i giorni dell’anno e 248 prescrizioni ( “devi..”) corrispondenti alle parti del corpo del corpo umano secondo il computo rabbinico, indicando così che la Legge abbracciava tutta la vita e l’impegno dell’uomo.
Nel Talmud Babilonese, Rabbi Simlai, rabbino del III secolo, dice: “ Seicentotredici comandamenti furono rivelati a Mosè; poi venne Davide e trovò il loro fondamento in undici comandamenti, come sta scritto nel salmo 15 [3]; poi venne Isaia e trovò il fondamento in sei comandamenti, come si legge in Isaia 33,15 [4]; poi venne Michea e trovò il fondamento in tre comandamenti, come sta scritto in Michea 6,8 [5]; poi venne Amos e trovò il fondamento in un unico comandamento, come si legge in Amos 5, 4: “ Così dice il Signore alla Casa di Israele: Cercate me e vivrete” (Makkot 23b.24a). Ma già Rabbi Hillel, contemporaneo di Gesù, aveva formulato il principio fondamentale in questa frase: “Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te; questo è tutta la Legge, il resto è spiegazione”. E un secolo dopo, Rabbi Aquiba commentando Levitico 19,18 (“ Tu devi amare il prossimo tuo come te stesso”) ripete: “Questo è il grande e generale principio nelle Legge”. Il filosofo ebreo Lévinas traduceva quel passo biblico così:«Ama il prossimo tuo: è te stesso».
La novità di Gesù consiste forse:

  1. nell’associazione dei due precetti, come due specchi messi l’uno di fronte all’ altro o come due cardini attorno a cui è “appesa” (in gr, krématai) la Torah, come una porta che gira su due cardini[6] o attorno ad un unico cardine costituito, come tutti i cardini, da 2 elementi. Padre Ermes Ronchi commenta anche così: «il testo ebraico direbbe alla lettera così: amerai Dio con tutti i tuoi cuori. Ama Dio con i tuoi due cuori, con il cuore che crede, e anche con il cuore che dubita. Amalo nei giorni della luce, e come puoi, come riesci, anche nell’ora in cui si fa buio dentro di te».
  2. nel fatto che ciò che era un dovere, irraggiungibile dai più, ora con Lui diventa una possibilità per tutti. Dopo l’episodio del giovane ricco i discepoli chiedono “Chi potrà dunque salvarsi?”(Mt.19,25). La risposta di Gesù è immediata: “Questo è impossibile agli uomini; ma a Dio tutto è possibile”.
  3. nel fatto che la regola d’oro “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” che regola un rapporto di reciprocità tra omogenei ed eguali, è ancora una regola farisaica e pagana. Gesù nel Discorso della Montagna dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt.5,20) e ancora: “ Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48).

Il primo brano della liturgia della Parola è tratto dal Codice della Alleanza che contiene l’attuazione concreta storica dell’Alleanza come fedeltà al Dio unico e fedeltà al prossimo. E ci serve per evitare di restare nel generico. La prima parte di questa normativa riguarda la difesa e tutela delle categorie sociali più deboli: lo straniero, la vedova, l’orfano. Ciò che attira l’attenzione è la motivazione religiosa di questa precetti: Dio si è rivelato come il Dio che sta alla parte degli oppressi e dei poveri. Nella seconda parte si prendono in considerazione i casi di chi ha dato in pegno qualcosa o ha chiesto un prestito per bisogno. La motivazione religiosa dell’amore ai poveri viene ribadita dal Salmo 17 (18) della liturgia di oggi.
I Lettera di Giovanni 4, 16: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”.
Lettera ai Romani 13, 8-10: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore”.

S.Agostino diceva “Ama e fà ciò che vuoi”, anche se occorre attenuare una interpretazione banale, in quanto amare non è facile ed anche il “come” amare non è cosi semplicistico dato che non sempre l’istinto guida verso il bene vero dell’altro. Se vuoi amare non agire come ti verrebbe spontaneo.
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[1] Anthony del Mello La preghiera della rana.
[2] Pronzato, Parola di Dio, Ciclo A.
[3] Salmo 15:[1]Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; [2]ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. [3]Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. [4]Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; [5]perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. [6]Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.
[4] Isaia 33,15 ”Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male”.
[5] Michea 6,8:Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.
[6] A.Mello Evangelo secondo Matteo




GLI STRANIERI UTILI
Don Augusto Fontana

Gli stranieri utili.

Gli stranieri saranno pure un problema ma ci fanno anche guadagnare. Non solo sono indispensabili perché svolgono lavori umili e socialmente fondamentali, ma generano anche un beneficio netto di circa 500 milioni che costituiscono la differenza fra ciò che pagano in tasse e quanto incide sulla spesa pubblica la loro presenza. Lo dimostra la Fondazione Moressa, che ha presentato il Rapporto su ‘Dieci anni di economia dell’immigrazione’.
I quasi 2 milioni di lavoratori stranieri generano più benefici che costi: infatti tra Irpef, contributi previdenziali e altri tributi vari versano nelle casse pubbliche circa 26,6 miliardi, mentre lo Stato ne spende per loro 26,1: un surplus appunto di 500 milioni. E altri 360 milioni annui potrebbero derivare dalle regolarizzazioni di lavoratori avviate nel 2020.
Non regge la tesi dell’invasione: 10 anni fa infatti abbiamo regolarizzato quasi 600.000 cittadini extra Ue, oggi solo un terzo di quel numero. E la loro presenza resta assolutamente gestibile essendo passata nello stesso lasso di tempo dal 6,2% all’8,7% della popolazione. Un 8,7% che del resto genera il 9,5% del nostro Prodotto interno lordo (146,7 miliardi in cifra assoluta), grazie a due milioni e mezzo di occupati: il 44,5% dei quali lavora nei servizi. Ma tra gli stranieri si fanno avanti anche gli imprenditori che sono 722 mila (cinesi, rumeni, marocchini).
Qualche preoccupazione viene semmai dal fatto che gli stranieri sono in prevalenza giovani e svolgono lavori poco qualificati (solo il 12% è laureato) o in nero, il che nel lungo periodo potrebbe portare a un saldo negativo tra gettito fiscale prodotto e spesa per assistenza sanitaria o pensioni.

Allora ben vengano gli stimoli offerti dalla recente Enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” al n. 39 e 129: «in alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi»[1].I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona. Pertanto, devono essere “protagonisti del proprio riscatto”[2]. Non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno….Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse[1].  Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare>>.
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[1] Cfr Vescovi Cattolici del Messico e degli Stati Uniti, Lettera pastorale Strangers no longer: together on the journey of hope (Gennaio 2003).
[1] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 92
[2] Cfr Messaggio per la 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 (13 maggio 2020): L’Osservatore Romano, 16 maggio 2020, p. 8.




18 ottobre 2020. Domenica 29a
SUL MIO VOLTO, L’ICONA DI DIO.

Il potere che colonizza mercati e menti e cuori è spietato. Chi lo tocca muore. Purtroppo anche la giornalista blogger maltese Daphne Galizia ha pagato con la morte le pubbliche denunce dei poteri mafiosi di Malta.  E dopo di lei, solo nel 2020 in Italia, 83 giornalisti hanno ricevuto minacce e 20 di loro sono sotto scorta.  Anche Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico.

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaìa 45,1.4-6
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Salmo 95  Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte ed entrate nei suoi atri.
Prostratevi al Signore nel suo atrio santo. Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!». Egli giudica i popoli con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,1-5b
Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo [intrappolarlo nella parola] Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Restituite dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

SUL MIO VOLTO L’ICONA DI DIO. Don Augusto Fontana

 “Gomorra” di Roberto Saviano, un “romanzo-verità” che io ho letto in poltrona, ma che l’autore ha partorito incarnandosi dentro i fatti oscuri della camorra che ora gli ha giurato vendetta. E rischia la vita. Il potere che colonizza mercati e menti e cuori è spietato. Chi lo tocca muore. Purtroppo anche la giornalista blogger maltese Daphne Galizia ha pagato con la morte le pubbliche denunce dei poteri mafiosi di Malta.  E dopo di lei, solo nel 2020 in Italia, 83 giornalisti hanno ricevuto minacce e 20 di loro sono sotto scorta.  Anche Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico. La resistenza ambientale cresce attorno a lui come un serpente boa che cerca di soffocare lentamente questo mite e forte piccolo rabbi di Galilea, inerme, circondato da donne e straccioni paurosi. Matteo prepara sapientemente, con questa ultima settimana di Gesù, l’esito drammatico che sta per narrare. Già al cap. 19 ci aveva informato che «Si avvicinarono a lui alcuni farisei per metterlo alla prova e gli domandarono: «E’ lecito ripudiare …». Al cap. 20 sospettiamo che i giudei non abbiano gradito che il Signore abbia pagato gli ultimi arrivati nella sua vigna con la stessa paga di chi fin dalla prima ora dei secoli aveva sopportato le esigenze dell’Alleanza e dei precetti. Né che avessero gradito la parabola di quel figlio, in cui si sentivano identificati, che blatera, proclama molti Amen, ma poi non va a lavorare nella vigna. E sicuramente avrà fatto scandalo, come ci informa il cap. 21, il gesto profetico di Gesù che purifica il tempio cacciando mercanti e devoti.
Insomma: ci troviamo immersi in un blocco di capitoli che raccolgono discussioni e scontri: «Ed essendo entrato lui nel tempio, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, mentre insegnava…» (cap. 21,23).
La location.
L’ambientazione (“nel tempio”) non è annotazione di poco conto per capire anche il testo di oggi. Nel tempio non si poteva portare con sé monete pagane; tanto è vero che all’ingresso esistevano dei tavoli con i cambiavalute. Gesù, prima di rispondere, chiede che gli mostrino una moneta ed essi gliela dànno (v. 19). Con questa richiesta Gesù dimostra due cose:

1) di non avere una moneta romana, a differenza dei suoi accusatori che ce l’hanno in tasca;
2) che i farisei, benchè ossessionati dalle norme di purità, avevano in tasca una moneta pagana con l’«immagine» dell’imperatore pagano, nonostante il divieto esplicito della Toràh (cf Es 20,4). Portando addosso l’immagine dell’imperatore, i farisei dimostrano che hanno abdicato dalla loro obbedienza all’unico loro re e signore, Yhwh: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è divinità» (Isaia 45, prima lettura di oggi). E lo dimostreranno nell’ora della passione, quando di fronte a Pilato praticamente tutti gridano: “Non abbiamo altro re se non Cesare” (Gv 19,12-15).
La discussione.
«Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Discutere è legittimo, talvolta doveroso e auspicabile. Il brano di oggi costituisce la prima di quattro vertenze aperte tra Gesù e vari interlocutori devoti, praticanti, infastiditi. Pare che Dio non si spaventi di essere preso per la giacchetta dai nostri dubbi e dalla sincera curiosità: «”Su, venite e discutiamo” dice il Signore» (Isaia 1,18). Purchè il confronto sia sincero; e non, come qui e altrove, “per intrappolarlo nella parola” (in gr. pagideusôsin ev logô). Il verbo greco di Matteo (pagideuô) è quello usato per descrivere l’attività del cacciatore che tende trappole o reti per la selvaggina. Nella tradizione giudaica sia i rabbini che i loro studenti erano abituati a confrontarsi tra di loro con questioni e dispute, anche accese; per i giudei l’apprendimento della Torah avviene prevalentemente attraverso un compagno o in gruppo e con continue domande. Gesù viene considerato uno di questi rabbini a cui viene riconosciuto, anche se in modo drammaticamente ironico, autorevolezza e coerenza. Spesso le Scuole rabbiniche si dividevano su varie interpretazioni dello stesso testo biblico, ma la diversità veniva considerata comunque positiva; l’unanimità si sarebbe raggiunta solo con il ritorno del profeta Elia.

L’ icona e l’iscrizione.
La discussione diventa incalzante:

– Noi: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, dare (didômi) il tributo a Cesare?».
– Gesù: «Mostratemi la moneta del tributo…..Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?».
– Noi: «Di Cesare».
– Gesù: «Restituite (apodidômi) dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

L’evasione fiscale e contributiva in Italia si aggira in media sui 110 miliardi di euro l’anno. Pagare le tasse resta un nervo sensibile e scoperto in un corpo sociale dove la lealtà dei patti tra cittadini e istituzioni affoga nel buco nero di corruzione, evasione, elusione. Forse anche io e te, almeno una volta, abbiamo fatto i furbetti, arrampicandoci sui vetri per giustificare il furto al bene comune.
Per alcuni, il detto di Gesù sembra voler dare indicazioni di come un cristiano deve comportarsi nella società civile. Noi cristiani infatti non viviamo paralleli al mondo. Direbbe la lettera a Diogneto[1] “i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo… obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi”. Ci siamo dentro, soggetti alle leggi, alle regole, alla dichiarazione dei redditi, alle tasse. È chiaro che il cristiano è chiamato ad essere onesto nella vita di ogni giorno, purché le leggi non contraddicano dignità dell’uomo e della donna, del bambino e dell’anziano. Sarebbe però riduttivo limitare il significato del vangelo di oggi a questo aspetto sociale.
Gesù non cade nella trappola di diventare un economista, un arruffapopolo, un moralista. Qualunque risposta scontata avesse dato si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo, i farisei o i nazionalisti zeloti; se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana e gli erodiani.
Gesù va al sodo: è stato mandato a far conoscere il Padre e il suo progetto sull’uomo.
Intanto Matteo usa e distingue due verbi per marcare la differenza tra la nostra domanda e la risposta di Gesù.
– Noi chiediamo: “E’ lecito pagare (dare = in greco: didômi)….”.
– Gesù dribla e decolla su un altro piano usando un altro verbo: “ Restituite (ridate = in greco: apodidômi)…”.
Il commento di Agostino al testo evangelico di oggi è molto eloquente al riguardo: «Come Cesare esige la sua immagine nella tua moneta, così Dio esige la sua propria immagine nella tua anima. Dà a Cesare – dice – quello che è di Cesare’. Che cosa pretende Cesare da te? La sua propria immagine. Che cosa esige il Signore da te? La sua propria immagine. Ma l’immagine di Cesare sta sulla moneta, invece l’immagine di Dio sta in te stesso. Se piangi quando perdi la moneta, perché hai perso l’immagine di Cesare, non dovresti piangere quando adori gli idoli, perché ingiuriano in te l’immagine di Dio?» (Cf. Agostino, Discorso 113/A, 8).
Se nella società prevale l’ansia del profitto, il vangelo educa a pensare all’uomo e alla sua dignità.
Nella risposta di Gesù ci accorgiamo che vuol parlare di un’altra moneta con un’altra immagine: noi stessi siamo la moneta di Dio. Nell’uomo è incisa infatti l’immagine del Creatore: «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… e Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Gen. 1,26-27). È lui, l’uomo, la vera moneta da restituire a Dio.
San Lorenzo da Brindisi[2] scrive: «Tu, o cristiano, sei uomo: sei dunque moneta del tesoro divino, sei il danaro che porta impressa l’immagine e l’iscrizione del re divino. Con Cristo io ti chiedo: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Tu dici: di Dio. Osservo: e perché non dai a Dio ciò che è suo?».
Ma questa moneta preziosa può essere deturpata, sfregiata, intaccata. Aggiunge Sant’Agostino: «Come una moneta sfregata contro la terra perde l’immagine dell’Imperatore, così la mente dell’uomo, se viene logorata da passioni terrene, perde l’immagine di Dio… Se Cesare pretende di trovare la sua immagine nella sua moneta, non pretenderà Dio di trovare nell’uomo la sua immagine?» (Discorso 229).

Tra poco lui, immagine del Dio invisibile (Colossesi 1,15), sarà venduto per trenta denari coniati con l’immagine di Cesare, per restituire a me e a te, monete sfregiate di Dio, l’immagine restaurata di Dio.
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[1] Antico scritto greco, sconosciuto fino al XV secolo.
[2] Francescano, morto nel 1619




Negazionisti
Padre Alberto Maggi

Negazionisti nella Bibbia
P.Alberto Maggi (https://www.illibraio.it/)

Nun me piace!” è il conosciuto tormentone della commedia di Eduardo de Filippo “Natale in casa Cupiello”. L’anziano protagonista, amante delle tradizioni, in occasione del Natale, ha allestito “il più bel presepio di tutti gli altri anni”, e cerca il consenso del figlio Tommasino (Nennillo), un tontolone (“ha avuto la malattia… è nervoso!”), viziato dalla madre. Niente da fare: “Nun me piace!”, è la sua risposta. Inutilmente il padre tenta di fargli notare la bellezza degli angioletti, dei tre re magi, della stella cometa…“Nun me piace!”, è la sua risposta. Questo ragazzo tardo e pigro è la parodia del negazionista, colui che rifiuta di vedere il bello, il buono, e sa rispondere solo ripetendo la stessa solfa e lo stesso slogan: “Nun me piace!”. Non c’è motivo, semplicemente non gli piace. Il personaggio di Tommasino è la caricatura di quelle nullità, che per far notare la loro presenza hanno bisogno di gridare la loro tanto ostinata quanto ottusa contrarietà.
Ma il negazionismo ha radici antiche e già nelle prime pagine della Bibbia si trova il primo negazionista. Nel Libro della Genesi si legge che il Creatore aveva avvertito l’uomo e la donna, da lui creati, di non mangiare “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, perché altrimenti sarebbero morti (Gen 2,17). Ed ecco spuntare il primo negazionista della storia, il serpente, che disse alla donna: “Non morirete affatto!” (Gen 3,5), e si sa come poi è andata a finire. E negazionisti spuntano anche al tempo di Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” (Gen 6,9). Avvertito da Dio dell’imminente disastro, pensa a mettersi in salvo costruendo un’arca di legno, ma gli altri no, “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito… e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24,38).
C’è poi un altro tipo di negazionismo dalle conseguenze drammatiche, perché si fonde con il fanatismo religioso. È il negazionismo che, forte delle sue sacre convinzioni, rifiuta la realtà perché è inammissibile, scomoda o spiacevole, o semplicemente non può essere. Un esempio di questo negazionismo si trova negli scritti di Geremia, dove il profeta avverte il popolo dell’imminente pericolo, rappresentato dall’invasione dei Babilonesi guidati da Nabucodonosor, invitandolo ad abbandonare false certezze: “Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore” (Ger 7,4). Ma il grido d’allarme del profeta non fu ascoltato nonostante l’evidenza dell’approssimarsi della tremenda invasione. Gerusalemme era la città del Dio d’Israele e per questo non poteva essere conquistata. La tradizione religiosa, infatti, credeva che Gerusalemme fosse imprendibile in quanto Dio stesso avrebbe impedito la caduta del luogo che conteneva la sua presenza. Del resto anche il salmista esaltava l’imprendibilità di Gerusalemme, perché “Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba… Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 6.8), per poi dover amaramente constatare che “hanno ridotto Gerusalemme in macerie” (Sal 79,1), come già Geremia aveva vanamente profetizzato: “Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine” (Ger 26,18).  Ugualmente, secoli dopo, durante l’assedio di Gerusalemme da parte dei Romani, a causare la morte di molti durante l’attacco alla città santa, quando era evidente a tutti che era assurdo resistere alla soperchia forza distruttrice degli invasori, fu proprio “un falso profeta che in quel giorno aveva proclamato agli abitanti della città che il Dio comandava loro di salire al tempio per ricevere i segni della salvezza” (Guerra, VI, 5,2 §285). E vi incontrarono la morte.
Nei vangeli i negazionisti sono i capi religiosi, i quali pur riconoscendo nelle opere di liberazione di Gesù “il dito di Dio” (Lc 11,29), non possono ammetterlo, per non perdere il loro potere e dominio sul popolo. Nel vangelo di Giovanni, nell’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9), i capi non possono ammettere che mediante la trasgressione del comandamento del sabato, ritenuto il più importante di tutti perché era quello che pure Dio osservava, Gesù possa aver restituito la vista al cieco nato  (“I Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista”, Gv 9,18). Le autorità religiose, non potendo ammettere alcuna contraddizione nella loro dottrina negano, con l’evidenza,  la verità del fatto.
Le radici del negazionismo vanno ricercate nella paura. Il negazionista è, infatti, un individuo che è vittima della sua stessa paura che non vuole riconoscere. Non sapendo come gestire la sua ansia, semplicemente la nega e, non sapendo affrontare un mondo che è in costante cambiamento, lo rifiuta. Tutto quel che è complesso, quel che richiede riflessione, un ragionamento articolato e fondato, esula dalle sue capacità e liquida il tutto con un secco NO. Forse l’immagine con cui si potrebbe raffigurare il negazionista è quella dello struzzo con la testa infilata per terra. Il pericolo c’è, ma lui si ostina a non vederlo, a ignorarlo, illudendosi così di eliminarlo dal suo orizzonte. Per farsi notare il negazionista deve andare contro l’evidenza, e contro la verità, e per questo suo delirio deve appoggiarsi su una visione della società vittima di ogni tipo di complotto, dal finanziario al religioso, con il continuo sospetto che si traduce in rifiuto di tutto quel che con le sue limitate capacità intellettuali non riesce a comprendere. Forse fregiare del termine negazionista certe persone è anche troppo, in altri tempi, prima del “politicamente corretto” e dei social, si sarebbero detto semplicemente che erano dei minchioni. Ma, di fatto, dal linguaggio comune è praticamente scomparso il verbo sminchionire, far cessare qualcuno di essere un minchione, ovvero di essere ridicolmente ingenuo e credulone. Probabilmente è sembrata un’impresa disperata far ragionare il crescente numero di negazionisti, terrapiattisti, cospirazionisti, seguaci di scie chimiche, no vax, no covid, no tutto. Ma non bisogna scoraggiarsi, del resto nella più sana tradizione cattolica vengono insegnate le sette opere di misericordia spirituali dove sono elencate anche  “insegnare agli ignoranti” e… “sopportare pazientemente le persone moleste”.




70a Giornata per le vittime del lavoro
830 morti da gennaio a oggi

La giornata delle vittime sul lavoro e un urgente impegno di svolta
PER TUTTI NOI E PER 830 MORTI CI RIGUARDANO E INTERPELLANO
Annamaria Furlan. Segretaria generale Cisl (Avvenire 11 ottobre 2020)

Caro direttore, tanti saranno oggi i messaggi e gli appelli in occasione della settantesima Giornata nazionale per le Vittime del Lavoro. Da gennaio ad agosto di quest’anno 830 tra uomini e donne hanno perso la vita uccisi sul lavoro. Una persona ogni otto ore. Centotrentotto in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, anche a causa delle morti ‘protocollate’ come effetto delle infezioni da Covid in ambito lavorativo, soprattutto tanti medici e infermieri. Ma dopo la fine del lockdown, la strage quotidiana è ripresa nell’indifferenza collettiva: si muore ogni giorno nelle fabbriche, nei cantieri edili non a norma, nelle campagne, nei servizi, nella logistica, negli anfratti dell’economia sommersa e in nero.
Parliamo di tante vite spezzate, giovani e anziani, persone che escono da casa per andare al lavoro e non tornano più, di tante famiglie distrutte dal dolore, che vedono stravolto il proprio futuro. La pandemia, che per certi versi avrebbe potuto rappresentare una occasione di interventi strutturali nella sicurezza sul lavoro, si è rivelata un paradossale alibi per le istituzioni e per le aziende che con l’arrivo dell’emergenza hanno ulteriormente frenato quel poco di investimenti e di programmi annunciati. Spesso la fredda logica del profitto prevale sulla tutela della vita umana. Che fine ha fatto la patente a punti da assegnare alle imprese in base al grado di impegni sul fronte della sicurezza? Che cosa ne è stato della promessa del Ministero del Lavoro e delle Regioni di rafforzare i corpi ispettivi e gli investimenti nella formazione? Purtroppo la vigilanza nei luoghi di lavoro è stato finora un ‘non tema’ nel dibattito pubblico e anche culturale del nostro Paese, nonostante i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Mattarella. Se ne discute solo nelle formali note di cordoglio, dopo l’ennesima ‘morte bianca’. Poi si va avanti come prima, si aspetta il prossimo incidente, come se nulla fosse. Se ne parla troppo poco nelle aziende, nei territori, nelle scuole, nelle università, in tutti quei luoghi in cui invece si dovrebbe costruire una vera alleanza per imporre tra le priorità il rispetto della vita e del valore del lavoro.
È falso sostenere che non sia possibile uno sviluppo economico compatibile con la sicurezza, con la tutela dell’ambiente, con la messa in sicurezza del territorio. Anche la digitalizzazione e le nuove tecnologie possono essere usate al servizio della sicurezza, della prevenzione e di migliori condizioni nel mondo del lavoro. Ma bisogna investire di più sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione delle nuove competenze che possono servire a creare anche condizioni di maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro. Ecco perché anche una parte delle risorse europee del Next Generation Eu (che in Italia chiamiamo Recovery Fund) potrebbero essere utilizzate per un grande piano straordinario sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, in modo da rafforzare i controlli, assumere e formare più personale qualificato, costruire una cultura della prevenzione, potenziare il ruolo e i risarcimenti dell’Inail. Questo serve urgentemente oggi. E il sindacato deve fare la sua parte, senza mai sottrarsi dal denunciare gli appalti al ribasso, l’eccesso di esternalizzazioni, pretendere il rispetto integrale di tutte le norme sulla sicurezza e dei protocolli che abbiamo siglato in questi mesi per combattere il Covid. Ma soprattutto c’è bisogno di un patto vero tra governo, sindacati e associazioni datoriali, per far rispettare da tutti gli accordi sulla prevenzione, discutere sui carichi eccessivi di lavoro e di straordinari, eliminare o ridurre al minimo i rischi per la salute. Dobbiamo farlo per tutte quelle famiglie che hanno perso un loro congiunto a causa di un incidente sul lavoro. Ma anche per tutti quei giovani che credono ancora nel valore unificante del lavoro e della dignità della persona.




Non andremo più “a messa”. Andremo all’incontro
Jean-Luc Lecat

Non andremo più “a messa”… andremo all’incontro…
di Jean-Luc Lecat
in “www.garriguesetsentiers.org” del 30 settembre 2020 (traduzione: www.finesettimana.org)

Onnipresenza (e onni-rigidità!) della messa nel mondo cattolico…
Andare a messa ogni settimana era un obbligo sotto pena di peccato mortale. E andare a messa resta un segno caratteristico del cattolicesimo.
Le occasioni di messa sono molteplici, anche se lo svolgimento della messa è praticamente invariato, fisso, definito da codici molto severi dove l’improvvisazione e la spontaneità della vita non hanno quasi nessuno spazio.
Certo, si possono fare delle aggiunte, adattamenti alle diverse situazioni, ma la cornice e le parole restano sempre le stesse dall’inizio alla fine.
La “messa” è come un “passe-partout” della società cattolica… nessun evento importante può essere fatto senza la messa che lo accompagni: la nascita, la vita, l’amore, la morte, la vita privata e spesso anche la vita pubblica. Mi direte che tutto questo non è più attuale, dato che a messa ci si va sempre di meno! Ed è vero! Almeno in Occidente…
Ma quando si tratta di un avvenimento importante della vita, nonostante tutto, si vorrebbe proprio una “messa”… che sia per un matrimonio o per un funerale, ma anche per una commemorazione o un anniversario…
Ma questo bisogno di “messa” non è fuori posto? Non è terribilmente lontano dalla fede in Cristo? Non è vissuto da chi lo richiede come una festività ben organizzata, senza rischi, perché molto inquadrata nel suo svolgimento praticamente fisso, un momento per dare solennità, adattabile ad una situazione particolare grazie all’aggiunta di alcune parole scelte e, per di più, con una piccola aura di mistero un po’ magica? Ma una cosa così non è forse la caricatura di un incontro di stile evangelico e di vita condivisa?
Anche se posso ammettere, certo, che anche in quelle celebrazioni possa passare lo Spirito…
Nelle “messe” si compie un rito molto organizzato e intoccabile: si comincia con l’invito a riconoscere che siamo, per definizione, peccatori e quindi cattivi, e che dobbiamo chiedere pietà; poi si ascoltano due o tre brani biblici che vogliono dirci qualcosa di Dio e di Gesù: dovrebbero essere il nostro cibo per la settimana o per la circostanza celebrata quel giorno. Segue poi l’ascolto, senza possibilità di risposta, del commento di un prete (uno dei momenti meno formattati, ma molto spesso i più formattanti perché senza diritto di risposta o di modulazione, eventualmente solo criticati all’uscita!). E tale commento è di nuovo stato definito da un organismo vaticano come l’unico autorizzato durante l’eucaristia: “I fedeli laici possono predicare in una chiesa ma in nessun caso potranno pronunciare l’omelia durante l’eucaristia”! Poi il celebrante proclama la preghiera e riprende i gesti e le parole di Gesù nel suo ultimo pasto. In seguito, siamo invitati a ricevere il pane, corpo di Gesù, ma solo se siamo conformi alle leggi! Alla fine, presumibilmente fortificati da tutto questo rito compiuto secondo le norme e in regola con il diritto canonico e le indicazioni vaticane, eccoci rimandati nel mondo della vita quotidiana, quello in cui siamo confrontati a tanti problemi e a molteplici modi di affrontare la vita…
Ite missa est, Andate, la messa è finita.
In questo rito della “messa”, dov’è che l’assemblea esprime le sue richieste, a parte la preghiera universale? dov’è l’incontro, a parte il timido gesto dello scambio di pace? dov’è la condivisione, a parte il pane religiosamente distribuito? Dove si realizza, se non forse nel segreto dei cuori, quel momento rinvigorente, ricco di vita e di comunicazione, che potrebbe far pensare ad un lieto momento vissuto insieme e dare lo slancio sufficiente per ripartire nel vortice della vita?
Vorrei tanto che non si parlasse più di “messa”, perché questa parola rappresenta, nelle nostre teste, in quelle dei nostri contemporanei e, pare, anche in quelle di molti celebranti, una cosa preconfezionata, che non è affar nostro, ma solo dei preti! Preferirei che non dicessimo più “andare a messa”. Perché non diciamo invece: “abbiamo un appuntamento”, “andiamo all’incontro”? Andiamo a preparare la nostra festa di domenica prossima, andiamo a vivere “il nostro ritrovarci domenicale”, andiamo a condividere la gioia di quella coppia che si sposa, il dolore di quella famiglia in lutto, l’allegria di quei giovani che vogliono celebrare la vita. È solo un modo di giocare con le parole? È una semplice questione di vocabolario? o non potrebbe essere un reale cambiamento di mentalità e di atteggiamento? Ogni volta che ci ritroviamo, c’è un incontro che possiamo vivere, ci uniamo a persone alla ricerca della vita, veniamo ad ascoltare, a tentare di comprendere e di reagire alle parole di Gesù, a quelle di donne e di uomini di Dio che lo hanno preceduto, a quelle di amici che lo hanno scelto come maestro di vita… Insieme, veniamo a cercare di comprendere, di inserirci. Ci saranno tempi di silenzio, momenti di ammirazione, istanti di preghiera, condivideremo un pasto e spezzeremo il pane e berremo il vino come ha fatto Gesù un tempo con i suoi amici e insieme metteremo in comune, nel tempo che ci sarà dato, gioie, dolori, preoccupazioni, interrogativi, progetti e passioni, speranze e scoraggiamenti, le nostre vite, insomma! Credo che dobbiamo completamente riconsiderare e reinventare questo tempo di incontro tra di noi e con tutti coloro che avrebbero voglia di unirsi a noi. Mi sembra indispensabile rompere quel rito, fisso per definizione, che chiamiamo “messa”. Dobbiamo continuamente ritrovare la vita, riimmaginare il nostro modo di stare insieme, di nutrirci di Gesù e della sua parola. Assumiamoci il rischio di osare vivere un tempo reale di vita, attorno a quello che è il cuore della nostra fede, perché questa fede diventi viva nel cuore delle nostre vite. Facciamo un sogno! E se questo incontro, dal ritmo da definire, diventasse un vero pasto condiviso, indipendentemente dalle circostanze? Un vero appuntamento di persone in carne ed ossa, con tutto il peso della loro umanità, un momento nutriente, rinvigorente e fonte di gioia…




11 ottobre 2020. Domenica 28a
EVVIVA GLI SPOSI!

Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.

Preghiamo. O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Per Gesù nostro Signore. AMEN
Dal libro del profeta Isaìa Is 25,6-10a
Preparerà il Signore dell’universo per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Salmo 22 (23). Abiterò nella casa del Signore.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. 

Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. 
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,12-14.19-20
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.  Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Dal vangelo secondo Matteo 22,1-14
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.  Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.  Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

EVVIVA GLI SPOSI! Don Augusto Fontana

Altare o Mensa?
Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.

Mi pare che la liturgia di oggi ci orienti con chiarezza: la Messa è l’inizio di una festosa e universale Cena di nozze che culminerà nel banchetto eterno. Qualche bambino (e non solo) mi ha chiesto se è vero che dopo la morte continueremo a mangiare e cosa mangeremo. E io non ho saputo rispondere se non dicendo che il Signore ci parla con la nostra lingua, fatta di cose e immagini concrete, ma che poi, al momento opportuno, vedremo, ascolteremo e vivremo cose ancora più belle e che mai avremmo sognato.
Per ora restiamo su questa immagine: un banchetto e per di più durante uno sposalizio. L’evangelo di Giovanni si apre con le nozze di Cana “dove è presente la Donna” e si chiude sotto la croce e nei pressi del sepolcro “dove è presente la Donna”. Tra l’una e l’altra scena tutto il clima narrativo di Giovanni è sponsale e conviviale: il Battista dichiara di essere “l’amico dello Sposo”; Gesù moltiplica se stesso e promette “chi masticherà questo pane avrà la vita”; al pozzo di Sichar una Donna s’innamora del vero Sposo dopo averlo cercato tra molti amanti; a Betània una Donna compie riti sponsali su Gesù; e non manca la lavanda dei piedi durante una Cena intima e sponsale. L’Evangelo di Giovanni narra la vita intera di Gesù come Sacerdote e Sposo.  
Alleanza.
In tutti i Vangeli c’è una parola suggestiva e misteriosa, ingombrante, difficile: «Alleanza». Ripetuta 353 volte in tutta la Bibbia, mai citata dall’evangelista Giovanni, timidamente ricordata da Matteo e Marco sulla bocca di Gesù nell’ultima Cena, debordante nella Lettera Agli Ebrei. Alleanza nuova ed eterna come in un rito di matrimonio: «Io, Dio, accolgo te mia umanità, come mia sposa e prometto di esserti fedele nella salute e nella malattia, nei tempi della tua fedeltà e dei tuoi tradimenti e di amarti e onorarti in tutti i giorni della tua vita». Così ci ripete il Signore ogni domenica. Così Dio esce dalla condizione di single e si sposa con questa signora umanità, nonostante i suoi trascorsi poco nobili e poco etici, così come la sposa di Osea: prostituta recidiva. Ma Lui, Dio, è fatto misteriosamente così: sposa chi si è prostituito, mangia con chi ha rubato e frodato, invita a nozze compagnie poco raccomandabili. Paolo dice: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi» (Galati 3,13).

Come, dunque, chiameremo la Domenica, se non Giorno di nozze e del suo pranzo gratuito?
Per due domeniche il Signore ci ha mandato a lavorare: «Andate a lavorare nella mia Vigna». Oggi cessa il lavoro e si fa festa: «Andate a riposarvi, a mangiare e a far festa». Mi piace questo Signore che crea sei giorni per lavorare e ne riserva un settimo per sedersi a tavola con noi e fare festa. Anzi: ci dice che inventerà tra poco un Ottavo Giorno, dove « asciugherà ogni lacrima dagli occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21, 4). E questa Alleanza-invito è rivolto a persone in particolari condizioni: «ai crocicchi delle strade…cattivi e buoni».
«L’Evangelo sta lì a ricordare alla Chiesa l’unica via possibile, che è quella del Signore, che è quella dei poveri: la via del crocifisso, la via dei crocifissi, che è la via dell’amore, della consegna di sé perché tutti abbiano speranza e salvezza. Si tratta di cogliere i poveri come membra elette della Chiesa, perché sono le membra nelle quali di preferenza il Verbo di Dio incarnato nasconde il fulgore della sua gloria, che si rivelerà alla fine dei tempi. Nei poveri dunque Dio manifesta il suo mistero di elezione e chiama la chiesa a riconoscerlo. Questo significa non solo edificare una Chiesa che pone i poveri tra le sue attività più rilevanti, ma al contrario una chiesa che continuamente si rinnova per rendere visibile questo mistero di elezione, per rendere la sua casa degna dei poveri, in modo che essi non si sentano né intrusi, né usati, né ospiti da invitare per le grandi occasioni, ma accolti per quello che sono nel mistero davanti a Dio. I poveri sono il giudizio di Dio sulla Chiesa, ne rivelano il suo peccato, le sue prostituzioni, le sue ricchezze, le sue idolatrie, le sue malattie, le sue ingiustizie, e dunque la chiamano al rinnovamento evangelico, alla conversione e alla purificazione»[1]
La pietra d’inciampo delle “cose buone” da fare.
L’Eucaristia domenicale – nonostante queste bibliche connotazioni sponsali – langue. E’ esangue, spremuta dalle turbolenze del menage familiare con figli da accudire, abiti da lavare e stirare e pulizie di casa, total-spesa al supermarket per la settimana. Povera eucaristia spremuta nel torchio della deregulation di ore lavorative in caduta libera, turni del marito che incrociano quelli della moglie, nonni da accudire, qualche ora di sonno in più da risicare, amici da ritrovare. Giorno, quello domenicale, che accumula su di sé tutte le maledizioni e le benedizioni dei giorni.

D’altra parte anche gli invitati della parabola adducono ragioni che sono sacrosante e non innominabili; ragioni ragionevoli, quotidiane, non rinviabili: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Luca (cap. 14) è più esplicito: «Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire». Notate: «Ti prego di considerarmi giustificato». Che è come dire: «Io ho tanta fede anche se non vado a Messa. Ti prego di considerarmi giustificato». C’è una religiosità, una confidente o sfacciata preghiera negli affanni quotidiani che ci fa correre paralleli all’invito alla Cena di nozze. Anche le cose buone e giuste, ci estraniano dall’Eucaristia domenicale.
Nella parabola si notano chiaramente due parti: la prima riguardante l’invito rifiutato dai primi invitati e rivolto universalmente agli estranei e la seconda che narra l’ispezione del re nella sala del banchetto e l’esclusione dell’uomo senza veste di nozze.
Anche quelli degli incroci di strada e delle siepi, i barboni della religione, i mendicanti di tozzi di pane, accorsi in massa, devono sottostare alla regola dell’abito di nozze, dell’abito battesimale. Fiumi di inchiostro furono versati per interpretare il senso di questo “abito nuziale”: chi lo interpreta come purezza dell’anima dal peccato mortale, chi più seriamente reclama il richiamo biblico del «rivestitevi di Cristo» (Romani 13,14) e del «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Colossesi 3,12).
Di fatto nella sala siamo chiamati tutti, «buoni e cattivi». Non spetta a noi giudicare, selezionare. Né ciascuno può dire se appartiene ai buoni o ai cattivi; anzi, ciascuno è un campo con buon grano e zizzania, una rete che raccoglie pesci buoni e pesci marci; in noi c’è il fantasma del figlio giovane che scappa di casa e ritorna e di quello maggiore che apparentemente sta sempre dentro le mura, ma di fatto è emigrato fuori dal cuore del Padre. Non esistono salvacondotti garantiti per entrare nel Regno.

Ora mi viene una domanda curiosa a cui non so rispondere: ma la sposa dov’è? Noi siamo gli invitati  alle nozze o la sposa? O tutto insieme? A te la risposta.
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[1] M. Toschi, in Missione Oggi 1/1999




4 ottobre 2020. Domenica 27a
LA PAURA DI NON PORTARE FRUTTI

L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica:

Preghiamo. Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 5,1-7
Voglio cantare per il mio amato il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio amato possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore dell’universo è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

Salmo 79 La vigna del Signore è la casa d’Israele.
Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.

Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli.
Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio dell’universo, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,6-9
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che ne produca i frutti».

LA PAURA DI NON PORTARE FRUTTI. Don Augusto Fontana
L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica: il mercato marcia e il lavoro marcisce; le previdenze sociali vengono risicate dal grande scandalo della finanza padrona che affama il mondo intero; gli accordi di pace sono fragili come anche fragili sono gli accordi affettivi che producono relazioni disastrate; si imbarbariscono i rapporti tra istituzioni e fedi religiose. La vita è un rischio continuo, da qualsiasi parte la si prende. 
Nella Liturgia di oggi l’apostolo Paolo scrive alla comunità di Filippi e la esorta a non lasciarsi prendere dal panico (“non affannatevi, ma in ogni necessità fate presente a Dio le vostre richieste perchè la pace di Dio vi custodirà in Cristo”), ma Matteo e Isaia sembrano non fare sconti (“Renderò la mia vigna un deserto arido…Vi toglierò il Regno di Dio e lo affitterò ad un popolo che lo farà fruttificare”).
I cristiani di Filippi erano alle prese con problemi quotidiani di ostilità esterne e di conflitti e divergenze interne. Allora Paolo raccomanda di non lasciarsi affannare eccessivamente. Viene in mente la raccomandazione di Gesù riportata da Matteo 6, 23: non affannatevi per cibo, bevanda, vestito e futuro, ma occupatevi della vita e dell’oggi dentro la tenerezza di Dio.  Paolo augura una pace di Dio che non assomigli certo ad una polizza assicurativa contro infortuni e contraddizioni pastorali ed esistenziali, ma esclude panico e paralisi, comprendendo una resistenza attiva e fiduciosa. La resistenza attiva la si compie sulle barricate della vita quotidiana attivando in famiglia, sul lavoro, nei condomini e nella parrocchia il circolo virtuoso di tutto ciò che è “vero, nobile, giusto, puro, amabile, apprezzato, virtuoso, lodevole”. La resistenza fiduciosa la si sperimenta sulle barricate della preghiera di intercessione il cui paradigma è il Padre Nostro che resta l’intramontabile barriera contro la banalizzazione di Dio e dei nostri veri bisogni.  La Liturgia sostiene il motivo di questa fiducia riconoscente: siamo una vigna circondata dalle affettuose cure del contadino. Anche Geremia ed Ezechiele, oltre a Isaia, adottano l’allegoria della vigna e della sposa per descrivere come si crea, si strappa e si ricuce il tessuto dei rapporti affettivi tra Dio e comunità. Chi avesse modo di rileggersi Ezechiele dal capitolo 15 al 20 potrebbe essere preso da una santa paura per i rischi che incombono sulla comunità religiosa che si autoassolve, non si lascia provocare dai segni e dai profeti del suo tempo chiudendosi in un’autarchia pigra e supponente.
La prima vera paura che devo, che dovremmo, avere è di portare frutti selvatici deludendo le attese del Signore (Isaia 5: “Egli aspettava che la sua vigna producesse uva dolce ed invece ha prodotto uva selvatica e cioè aspettava giustizia e la vigna ha prodotto delitti; aspettava rettitudine ed ha prodotto grida di oppressi”). Aceto invece che vino dolce. Tutti e 4 i Vangeli dicono che sulla croce alcuni soldati diedero a Gesù una spugna imbevuta di aceto: «E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere (Mt 27,48). Era un modo per ricordare il compimento del Salmo 68,22: «Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto».
I due punti “caldi” del brano evangelico (Matteo 21, 33-43) da un lato mettono al centro il problema della Chiesa in relazione alla Sinagoga ebraica e all’affievolirsi della fedeltà nelle opere della fede (“Darà la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo…Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che lo farà fruttificare.”) e dall’altro, con la citazione del Salmo 118 (“La pietra che i costruttori hanno scartato diventerà la pietra insostituibile”)  si evidenzia il ruolo di Gesù crocifisso e risorto quale fondamento della Chiesa e rigido criterio per la sua attività. La parabola evangelica è il riepilogo della Storia Sacra fino all’ultimo atto della esclusione di Gesù. Esclusione non attribuibile ai soli giudei, ma possibile anche da parte di chi, come me, continua a declamarsi cristiano estromettendo cortesemente Gesù dai recinti della vita quotidiana.
E’ la storia di uomini che, chiamati ad essere servi coltivatori del campo, se ne fanno proprietari rivendicandone i diritti come conseguenza del loro attivismo. Scoprire il dono, invece,  porta a ritenersi semplici custodi e non possessori.
E’ la storia di chi ha paura del nuovo che sconvolge i piani: la polemica antigiudaica di Matteo non si rivolge solo all’immobilismo giudaico del suo tempo di fronte alla novità di Gesù, ma anche ai membri della sua comunità che pretendono di fissare l’azione di Dio nelle tradizioni del passato e in base ai criteri del loro vissuto.
E’ la storia di chi preferisce palpare i frutti o consumarli nello spazio intraecclesiale anzichè consegnarli e socializzarli mediante una partecipazione attiva, testimoniante e missionaria.
Il tema del giudizio non vuole perpetuare l’equivoco di un Dio-padre-padrone che dà e toglie, assume e licenzia, ma ha lo scopo di creare una biblica gelosia, un religioso timore, un risveglio della coscienza e della responsabilità senza spazi per il quietismo.
L’allegoria di Isaia e la Parabola hanno dunque una doppia valenza:
1. Sono una “buona notizia”: chiunque tu sia, dovunque tu sia, qualunque capacità tu abbia, in qualunque ora della tua vita tu puoi lavorare nella vigna del Regno e farla fruttificare per il Signore e per la comunità.
2. Sono anche un “avvertimento”: chiunque noi siamo, prete o laico, possiamo rischiare di percuotere i piccoli profeti di Dio, tagliar fuori suo Figlio e sciupare, nella insignificanza, la responsabilità che ci è data.




27 settembre 2020. Domenica 26a
UN UOMO AVEVA DUE CUORI

Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici.

Preghiamo. O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù. Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del profeta Ezechièle 18,25-28
Così dice il Signore:  «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo 24. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. 

Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (2, 1-5)
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».   E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 

UN UOMO AVEVA DUE CUORI. Don Augusto Fontana

Il nostro contesto.
Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici. Ma il gap tra ortodossia e ortoprassi, cioè tra ineccepibili proclamazioni e coerenti comportamenti, esiste anche al di fuori della chiesa e della religione: chi di noi non sente fastidio davanti al moltiplicarsi di proclami politici, di Carte dei diritti, di raccolte di firme che non trovano riscontro nella pratica? I confini, insomma, tra il “sì” e il “no” sono tutti da scoprire. Anche perché questi confini, non ben definiti, esistono dentro ciascuno di noi.  Scriveva Padre E. Ronchi: «Un uomo aveva due figli. E si potrebbe dire: un uomo aveva due cuori. Perché quei due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e che dice no, un cuore che dice e poi si contraddice. Come san Paolo anche noi constatiamo che “io faccio quello che non vorrei e il bene che pure vorrei fare non riesco a farlo”. Una delle preghiere più importanti dei salmi chiede: Signore, donami un cuore integro, fa’ che non abbia due cuori, in lotta tra loro, donami un cuore unificato (Salmo 101)».

 Il contesto di Matteo.
Non tanto lontane da noi erano le preoccupazioni dell’Evangelista Matteo quando ricordava che «Non chiunque dirà ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio»  (7,21) e quando decideva di raccogliere nei capitoli 21 e 22 tre parabole: dei due figli (21,28-32), dei vignaioli omicidi (21,33-44) e del banchetto nuziale (22,1-14), trittico parabolico  proposto ai capi del popolo mentre Gesù sente vicina la sua fine. Davanti a lui stanno i sommi sacerdoti (alti funzionari del tempio) e gli anziani (l’aristocrazia laica) cioè quelli stessi che tra poco lo condanneranno. “La figura dell’oppositore che Gesù ha incontrato – che si tratti dei farisei o delle autorità o di altri – nei Vangeli viene sempre enfatizzata, in qualche modo trasformata, in una figura tipica e ripetibile: la figura del “credente incredulo”. Ciò che è accaduto allora può riprodursi oggi, questo è il messaggio; e il rifiuto di allora può diventare anche il nostro e per gli stessi motivi[1].

In queste parabole, che celebreremo per 3 domeniche successive, possiamo tener presenti 2 livelli di lettura.

  1. C’è prima di tutto un livello interpretativo che corrisponde al primo problema della Chiesa di Matteo: come mai gli ebrei preparati da secoli di catechesi e rivelazioni hanno detto “SI” a Dio ed ora rifiutano Gesù il Cristo e i suoi missionari, mentre i pagani, i “senza storia”, i “senza Legge” stanno aderendo felicemente alla nuova proposta cristiana? “Il problema che si pone con particolare urgenza nell’interpretazione di Matteo è quello dei rapporti tra “la Chiesa del Messia” e la sinagoga ebraica. La chiesa di Matteo tende a smarcarsi dal giudaismo rabbinico come ogni minoranza che cerca di definire la propria identità. Matteo è il testimone di un grande sforzo nella definizione dei rapporti tra chiesa messianica ed ebraismo rabbinico nel I° secolo[2]. Per la Chiesa di oggi il problema di Matteo sembra che non sia più attuale. Ma è vero? Matteo riporta queste sentenze e parabola in funzione dei problemi della sua comunità sulla falsa sicurezza dei cristiani formali che ritengono di essere a posto per il fatto che appartengono alla comunità e si accontentano di dichiarazioni verbali. Si tratta di quella presunzione, che ci accomuna in molti, che ci fa assomigliare al figlio maggiore (nella parabola detta del “Figlio prodigo”) che pensava di essere “in casa”, ma di fatto ne era “fuori”. Anche Pietro proclama un credo ortodosso ma diventa poi pietra di inciampo, dichiara di voler morire con Gesù e poi rinnega per paura. I confini tra il “dentro” e il “fuori” sono tutti da rivisitare. Nessuno di noi può esentarsi dal sentirsi rivolte a sè le parole di Gesù: “Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?» Io però dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità»”(Mt 7,22-23). Anche a noi può essere rivolto il richiamo di Giovanni Battista: “Non crediate di poter dire fra voi: «Abbiamo Abramo per padre». Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre”(Mt 3,9). Non farebbe male leggere tutto il capitolo 18 di Ezechiele dedicato a questo tema che, nel giudaismo del suo tempo, costituiva una rottura: il Signore giudica non dalle appartenenze sociologiche, nè dagli alberi genealogici di parentela o dalle iscrizioni ai registri anagrafici parrocchiali.
  2. Poi c’è un secondo livello ecclesiale di lettura costituito dal rapporto tra culto e vita, tra proclamazione e prassi, tra ortodossia ed ortoprassi. Matteo parrebbe essere molto vicino all’indirizzo catechetico di Giacomo: “La fede senza le opere è morta” (Giac. 2,17). Paolo dirà, usando un termine greco quasi intraducibile in italiano (“aletheuontes = facenti la verità”): “fate la verità nell’amore”( Efesini 4,14). Matteo, esperto scriba, sa tradurre e interpretare l’Antica Rivelazione. Non può quindi non ricordare Esodo 24,7. Dopo che Mosè ebbe letto pubblicamente il «documento dell’alleanza» il popolo disse: “Tutto ciò che ha detto il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. M. Buber dice che quella congiunzione tra i due verbi “noi faremo e ascolteremo” va tradotta con “Noi faremo al fine di ascoltare”. Nel Vangelo Gesù dice a qualcuno “Vieni e seguimi”; ad altri dice “Va’, la tua fede ti ha salvato…torna a casa tua…non peccare più”. Accade per il centurione, il paralitico, l’indemoniato, la donna emorroissa, una madre, la donna del profumo, l’adultera[3]. «E che dire di tutti quei “benedetti del Padre” che incontrano Gesù attraverso i carcerati visitati, i malati curati, a cui si fa riferimento nel giudizio finale del Vangelo secondo Matteo?… Bisogna decostruire gli stereotipi “praticanti-non praticanti”… Il rapporto tra la Chiesa visibile e la Chiesa nascosta o disseminata non è un rapporto di contrapposizione, bensì di complementarietà, di dinamismo… Quei fedeli non esprimono la loro fede come desidereremmo, eppure molto spesso la loro vita è apostolica, pur restando secolarizzata»[4]. Papa Francesco alla apertura del Convegno della diocesi di Roma (2013) aveva detto: «Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla. Ma noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire e andare da loro! Siamo minoranza. E noi sentiamo il fervore e lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? … È più facile restare a casa con quell’unica pecorella, pettinarla, accarezzarla… E quando una comunità è chiusa sempre tra le stesse persone, questa comunità non è una comunità che dà vita. È una comunità sterile, non è feconda».

Entriamo ora nella parabola.
Innanzitutto occorre attenzione al dialogo fatto di domande e risposte: All’inizio “Che ve ne pare?” e alla fine “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. Mi intrigano certi dialoghi serrati tra Gesù e gli ascoltatori (noi?). E’ come se mi trovassi con le spalle al muro o, dice il profeta Amos, «come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; riesce a rifugiarsi in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde» (5,19). Praticamente senza scampo. Poi occorre non perdere di vista la vigna che, in questa porzione di tempo liturgico, resta un’icona costante dei rapporti di alleanza con Dio e nell’ambito sociale ed ecclesiale dove l’evangelo è chiamato a diventare amore di qualità. Il cuore del brano evangelico sembra concentrarsi nelle due sentenze di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno…i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla via della giustizia indicata dal Battezzatore». Ed infine non pare di poco conto l’insistenza sul baratro tra il dire e il fare, con una chiara scelta di Matteo a favore del “fare”. La parabola ha due facce: sembra di trovarci di fronte ad una specie di parabola ‘girevole’. Se rivolta ai peccatori li assicura che le loro possibilità sono intatte: il no può diventare sì. Se rivolta ai giusti, parla a loro dei peccatori: sono migliori di voi![5]

“Avendoci ripensato” .
Il dire rimane sempre ambiguo, solo il fare è decisivo. Ma prima del fare, Matteo aggiunge il pentimento. Il testo greco di Matteo sottolinea «”Non voglio!”. Alla fine però avendo mutato parere…». Il mio rischio è quello di non ricredermi neppure “alla fine”. Nessuno dei due figli può vantare una obbedienza perfetta, una piena corrispondenza tra il dire e il fare, tra la parola e la prassi. Nella parabola manca un figlio, un personaggio: quello che dice SI e va di fatto a lavorare. Forse questo personaggio, nascosto e non citato, è Gesù, come dice l’apostolo Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo non fu SI’e NO, ma in lui c’è stato il SI’» (2 Corinti 1,19). Almeno uno c’è riuscito. Alleluia. Per noi l’unica chance di salvezza è la capacità di ricredersi, il coraggio di contraddirsi, di ripensarci. Dunque, si può passare da un no ad un sì! Non devo considerare i “no” miei e di altre persone come posizioni immodificabili. Nella prassi del regno di Dio, cioè sotto lo sguardo di Dio, esiste la possibilità di “ripensare”, di andare oltre i nostri rifiuti. Dio non condanna coloro che fanno fatica a credere, che esitano, che hanno paura a dire di sì: «Queste esitazioni, queste resistenze sono umane, soprattutto davanti ad un appello che disturba e che costa; è normale domandarsi se ne valga la pena… E’ dunque permesso non credere subito, non impegnarsi immediatamente, avere paura… L’essenziale è non far tacere l’appello» (Robert Grimm).

Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Questa piccola parola – “OGGI” – va messa nella dovuta evidenza: «Noi ascoltiamo la parabola oggi, qui ed ora: essa ci raggiunge là dove siamo; fa irruzione nella nostra vita in questo “oggi”, come se tutto il resto fosse cancellato: quel passato che è appunto fatto di esitazioni, rinnegamenti, compromessi e peccati… che alimentano i nostri sensi di colpa» (R. Grimm). Ogni giorno mi è chiesto di decidere, di rispondere. Non posso vivere di rendita dei “sì” di un tempo.

[1] B.Maggioni Le parabole  evangeliche, Vita e pensiero
[2] A.Mello Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon
[3] Mt 8,13; 9,6; Mc 5,19; 5,34;7,29; Lc 7,50; Gv 8,11
[4] Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon, 2019
[5] B. Maggioni o.c.