20 settembre 2020. Domenica 25a
PERDONARE DIO? ANCHE.

Don Roberto Malgesini, 51 anni, si è accasciato a terra, ferito a morte da uno degli “ultimi” per i quali il sacerdote ha speso la vita. Le colazioni all’alba, l’assistenza di notte a chi rimane sulla strada, una coperta, un paio di pantaloni, un piatto caldo, una doccia o anche solo una parola di conforto per chiunque si presentasse alla sua porta a qualsiasi ora, senza soluzione di continuità. “Troppo buono” si sente ripetere più spesso…<<mormoravano contro il padrone…>>Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una.

Preghiamo. O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,6-9
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Salmo 144.  Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.

Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,20-24.27
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.  Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.  Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Dal Vangelo secondo Matteo 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

PERDONARE DIO? ANCHE. Don Augusto Fontana
Don Roberto Malgesini, 51 anni, si è accasciato a terra, ferito a morte da uno degli “ultimi” per i quali il sacerdote ha speso la vita. Le colazioni all’alba, l’assistenza di notte a chi rimane sulla strada, una coperta, un paio di pantaloni, un piatto caldo, una doccia o anche solo una parola di conforto per chiunque si presentasse alla sua porta a qualsiasi ora, senza soluzione di continuità. “Troppo buono” è l’espressione che si sente ripetere più spesso…».

…mormoravano contro il padrone… Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una. Sono stato un imperdonabile brontolone. Un Dio così impotente a raccontarsi e farsi capire con parole sue da dover ricorrere alle nostre parole e alle nostre vicende e cose della vita. Oggi ci parla dal di dentro dell’esilio degli ebrei a Babilonia e dal di dentro del lavoro, come parabole del suo regno: mettendo in evidenza le somiglianze con il Regno, ma anche le distanze dalla logica del Regno.  E domenica saremo ad una Cena e in una assemblea, attorno a un pane e vino da mangiare e bere insieme: una parabola, una memoria, così simile e così distante dalla sua Pasqua.  La sua condiscendenza è questa: parlarci attraverso la nostra lingua e il nostro quotidiano facendoci gustare la gioia di aver capito e nello stesso tempo il timore di non aver capito del tutto.
I punti di ingresso della celebrazione ce li offre la prima lettura di Isaia: Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie

Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino.
Il popolo di Israele era prigioniero a Babilonia e già sognava di ritornare nella sua terra, ricostruire tale e quale come era prima e magari sognando vendette nazionalistiche. Il profeta dice che occorre vivere bene l’oggi, approfittare delle opportunità, del kairòs, del passaggio di Dio nella mia condizione di oggi: vorrei cercarlo non solo quando sarò guarito o ritornato, ma anche ora che passa nella mia vita in questa malattia o in questo esilio dei miei sogni. Nella parabola Gesù ci descrive Dio che si accosta a tutte le ore della vita anche l’undicesima e penultima ora di luce della mia giornata di ottantenne, quella in cui anche il più scalcagnato ladrone può sentirsi dire: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Preso all’ultimo momento per i capelli e trattato come una vecchia suora novantenne, verginella per una vita intera. Apocalisse 3,20: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Oggi nella Parabola il Signore bussa all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque, a sera. Sei opportunità per dire le grandi ora della storia biblica, ma non solo; anche le piccole ore dei suoi appelli. «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha chiamato. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna».

Abbiamo pregato nel salmo: «Il Signore è vicino a chi lo invoca». Ma Egli si fa vicino anche a chi non lo cerca. Luca 15: Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una…O quale donna, se ha dieci monete e ne perde una…Un uomo aveva due figli…il padre allora uscì a pregarlo».

Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.
Quando lo cerchiamo, lo troviamo o si fa trovare, come si presenta? Dio è al di là, come il cielo è al di là della terra. Un Dio che mi rimane sempre nascosto, diverso, Santo; sembra quasi che quanto più si è fatto trovare da me, tanto più mi è diventato misterioso. «Le deformazioni dell’immagine di Dio è il pericolo che corrono le persone religiose, i cosiddetti operai della prima ora, o i figli maggiori che non sono mai scappati fisicamente di casa. L’eccessiva familiarità, la disinvoltura con cui trattiamo con lui ci impediscono di lasciarci sorprendere. C’è qualcosa di peggio che essere lontani da Dio. Ed è quella presunta vicinanza che non ci fa accorgere della distanza abissale tra noi e un Dio che ci sconcerta; perché se Dio non ci scandalizza, che Dio è?»[1]. Anche oggi sentiamo la finale della parabola in tutta la sua forza incoraggiante e scardinante: «Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».  Stessa conclusione del cap. 19: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».  Ma anche tutta la logica della parabola è estranea ai nostri istinti e alle nostre organizzazioni sociali. Il teologo Hans Weder commenta così: “Tutti gli operai della parabola vengono resi primi…In questa vigna ci sono solo “primi” o, se vogliamo, tutti vengono trattati da primi“. Dio dice apertamente: “Voglio dare a quest’ultimo quanto ho dato a te” (versetto 14). Dio difende energicamente questo Suo diritto a partire dagli ultimi e contesta lo schema rendimento/ricompensa. Non si tratta ovviamente di applicare questa parabola ai normali nostri contratti di lavoro, ma di comprendere la provocazione e la proposta per la nostra vita d’ogni giorno nelle relazioni con le persone, con gli “ultimi venuti”. Poiché veniamo da due domeniche in cui il Signore ci ha detto che siamo dei perdonati e che quindi la nostra chiamata è di essere perdonanti, mi fermerò – in conclusione – su questo sovvertimento: noi accettiamo senza fiatare il dogma della Trinità, della Transustanziazione, della resurrezione e di tutti gli altri misteri, ma è così difficile perdonare a Dio la sua debolezza di cuore; siamo come Giona che si è fatto venire un terribile mal di testa sotto quella piantina di ricino quando Dio si è rimangiata la parola di condanna per gli abitanti di Ninive (Giona 3,10 – 4,11).

Un Dio con cui non si può brontolare.
…mormoravano contro il padrone…
«Il verbo usato da Matteo è gonghizo (=brontolare). Indica l’atto con cui uno fa presente un suo diritto e constata che esso non è stato soddisfatto. Presso il mondo greco, indica l’opposto della riconoscenza dovuta agli dèi. Ha finito con l’indicare l’atteggiamento di chi è ostile a Dio o prescinde da lui, quindi non semplicemente il malumore di chi non vede compiersi una sua aspirazione. E’ il verbo usato per spiegare l’atto del popolo liberato dall’Egitto e non ancora entrato nella Terra promessa che si lamenta del proprio destino. La mormorazione è contro Mosè ed Aronne, ma di fatto è contro Dio stesso, poiché lui ha indicato ai due personaggi di portare il popolo fuori dall’Egitto. La mormorazione muove sempre da una causa concreta: la fame, la sete, la fatica del camminare nel deserto. Alla base sta la liberazione dall’Egitto: il popolo mormora perché a suo giudizio il suo diritto non è stato o non viene soddisfatto. La mormorazione giunge a ridersi di lui ripudiandolo: Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? (Num 14,11). L’uomo dunque si arroga il diritto di giudicare e condannare quel Dio che l’ha liberato; a lui deve fiducia, gratitudine e obbedienza, e invece osa farsene giudice»[2].

[1] A.Pronzato PAROLA DI DIO, Ciclo A, Gribaudi, pag 263
[2] Commento di don Nando Bonati




13 settembre 2020. Domenica 24a
DIO PERDONA. IO NO. Atto secondo.

Il brano di Matteo appartiene al cap. 18, che raccoglie una serie di istruzioni pastorali sull’amore interno alla chiesa: non scandalizzare i piccoli, andare a cercare la pecora perduta, saper correggere il fratello…La parabola di oggi è rivolta alla chiesa e non intende dettare regole per la società la quale ha i propri Codici per amministrare la giustizia.  I versetti dal 21 al 35 concludono questo messaggio con una particolare accentuazione sul “perdonare”: parola molto usata ma spesso di difficile applicazione.

 Preghiamo. O Dio di giustizia e di amore, che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli,  crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio, un cuore sempre più grande di ogni offesa,  per ricordare al mondo come tu ci ami.  Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 27,33-28,9
 Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro.  Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?  Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?  Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?  Chi espierà per i suoi peccati? Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.

Salmo 102 Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.

Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Non è in lite per sempre, non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 14,7-9
 Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.  Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.  Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
Dal Vangelo secondo Matteo 18,21-35
 In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.  Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.  Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

DIO PERDONA. IO NO. Atto secondo. Don Augusto Fontana
Il brano di Matteo appartiene al cap. 18, che raccoglie una serie di istruzioni pastorali sull’amore interno alla chiesa: non scandalizzare i piccoli, andare a cercare la pecora perduta, saper correggere il fratello…La parabola di oggi è rivolta alla chiesa e non intende dettare regole per la società la quale ha i propri Codici per amministrare la giustizia.  I versetti dal 21 al 35 concludono questo messaggio con una particolare accentuazione sul “perdonare”: parola molto usata ma spesso di difficile applicazione.
La struttura del brano.
Il brano può essere diviso in due parti:  il dialogo con Pietro ‚ e la parabola del servo disonesto.  La parabola, poi, a sua volta, è divisa in 3 scene: Œnel palazzo il padrone con il servo;  in strada il servo col suo collega; Ž nel palazzo di nuovo il padrone con il servo.

E poi la parabola si chiude con una “promessa” che nel Padre nostro diventa preghiera: «Padre, rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».
La narrazione si regge sul contrasto tra l’agire di Dio verso l’uomo e quello dell’uomo verso gli altri uomini. Le parabole ricorrono frequentemente al contrasto paradossale perché il Vangelo è una novità che spezza il corso regolare e prevedibile delle cose e contrasta con la consuetudine. Fra il mondo di Dio e il nostro si verifica spesso una con­trapposizione.

«Quante volte dovrò perdonare?».
Pietro, dopo aver ascoltato il messaggio precedente di Gesù ha un problema molto concreto: ma quante volte occorre perdonare?

Nell’Antico Testamento si racconta un evento (in Genesi 4) da cui Gesù (e Matteo) trae spunto: Caino, dopo aver ucciso Abele, riconosce la colpa davanti al Signore il quale gli promette: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte». Gesù dice di perdonare non sette volte, non settanta volte, ma 70×7=490 volte. Alla vendetta sproporzionata, un perdono illimitato. Luca 17,4 ha una propria versione del perdono: «E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice «Mi pento», tu gli perdonerai».

...il regno dei cieli è simile a… Il comportamento di Dio.
Nella prima scena tutto sembra inverosimile.

  1. Il debito contratto dal servo è di proporzioni irreali (10.000 talenti pari a 164 tonnellate d’oro).
  2. Il servo ha supplicato un rinvio del pagamento («Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò tutto») e si è visto cancellare l’intero debito («lo lasciò andare e gli condonò il debito»). La risposta di Dio è sempre oltre la misura delle aspetta­tive, oltre il ‘giusto’.
  3. Nulla viene detto sulle qualità del servo, se buono e fedele, se abile nel lavoro, se ha reso grandi servizi al suo padrone. Si dice soltanto che ha «supplicato» appellandosi alla magnanimità (makrothumia= animo largo) del padrone, lo ha prega­to come si prega una divinità inginocchiandosi (proskunein).

Il comportamento di Dio appare sempre esage­rato. Mancasse questa esagerazione, immagineremmo l’agire di Dio come una copia del nostro. Il paradosso è un tratto che spesso l’evangelista utilizza per attirare l’attenzione sulla diversità di Dio. Per qual motivo il padrone perdona il debito? Il Vangelo scrive:Impietositosi… (v. 27. Nel testo greco, è una parola tipica dell’amore materno: una commozione viscerale. È il verbo del buon Samaritano e del padre del figlio prodigo. Un verbo che esprime non solo un’emozione, ma comportamenti concreti.

...il regno dei cieli è simile a…Il comportamento dell’uomo.
La seconda scena della parabola ci riporta nel mondo degli uomini. La relazione è fra uomo e uomo. Se leggessimo questa parte della parabola senza aver letto la precedente, saremmo certamente tentati di concludere: è giusto che il denaro prestato venga restituito; il servo che vuol farsi restituire il proprio denaro forse ha sbagliato i modi, ma ha sostanzialmente ragione. Tutto si capovolge, se osserviamo il comportamento di questo servo alla luce dell’antefatto: a lui, per primo, è stato condonato un debito immenso; ora non è capace di una piccola dilazione di tempo né, meno ancora, di un condono (100 denari, pari a 30 grammi d’oro). E così ciò che prima pareva normale diventa incomprensibi­le, del tutto ingiusto. La parabola mira esplicitamente a porre in risalto un antefatto che cambia tutto: cioè guardare le cose a partire dalla «lieta notizia» del perdono immenso di Dio.Il perdono non ha rigenerato il servo, né l’incontro con la gratuità gli ha allargato lo spirito. Non ha capito che accettare di essere perdonati significa entrare in un circolo nuovo di rapporti, nel quale i criteri della cosiddetta “giustizia” diventano subito inadeguati. Se dimentichiamo che noi siamo stati – per primi – perdonati, gratuitamente amati, non comprendiamo più nulla né del perdono di Dio né del nostro perdono verso i fratelli. E diventiamo inevitabil­mente difensori della rigida giustizia, al punto da volerla im­porre anche a Dio. Anziché essere annunciatori del volto nuo­vo e sorprendente del Dio di Gesù, si diventa annunciatori ripetitivi di una figura ovvia di Dio, rigida, triste, troppo simile a come gli uomini se la immaginano per avere la forza di stupirli e affascinarli.

un finale che …corregge la parabola. Perche’?
Nel terzo quadro della parabola l’atteggiamento del padrone si capovolge: alla misericordia subentra la severità. Il motivo è che il servo non si è comportato come lui: «Non dovevi anche tu aver compassione del tuo compagno come io ho avuto com­passione di te?». La generosità del padrone non ha introdotto alcuna novità nel comportamento del servo. Si di­rebbe una generosità sprecata. E la storia finisce così: «Il padrone, adirato, lo consegnò agli aguzzini, finché non avesse pagato tutto il debito».  Se la parabola terminasse qui, potremmo intitolarla: «Storia del fallimento della generosità di Dio». L’uomo non si lascia rinnovare da Dio.

«Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello». L’affermazio­ne che conclude la parabola – probabilmente dovuta all’evan­gelista Matteo – appare come un ritorno ad un rapporto non gratuito ma calcolato e tradizionale (se ti penti ti perdono…). Il perdono fraterno sembra diventato la condizione per ottenere il perdono di Dio. Non è più la incondizionata misericor­dia di Dio a guidare il discorso, ma il perdono dell’uomo: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. La parabola si è capovolta (con soddisfazione dei moralisti!). Letta in questo modo, la parabola non ha più nulla che trascende il nostro modo di pensare. La ragione del nostro perdono non è più un perdono già ricevuto, ma il timore di non essere perdonati. C’è nell’uomo – anche nell’uomo credente – una sorta di inerzia che è difficile smuovere. La novità non si fa mai subito strada in mezzo ai vecchi schemi. Matteo aggiunge dunque un ‘correttivo’ che ritie­ne necessario a seguito delle perplessità e dei problemi della sua comunità (e della nostra?).

 Un messaggio praticabile?
La parabola del servo e del padrone offre un messaggio praticabile? Diciamo subito che la parabola non intende indi­care una norma. Rivela anzitutto come Dio si pone davanti all’uomo. È strano che non si dica come ci si debba porre, a nostra volta, davanti a Lui, bensì come collocarci davanti al fratello. L’amore di Dio non è circolare, ma espansivo. È nella linea della gratuità, non della reciprocità. Questo è il nucleo. La parabola non afferma che il perdono illimitato debba esse­re un articolo della Costituzione degli Stati. Tuttavia, dice che ‘questo‘ fareb­be Dio. E’ un invito forte al discepolo perché allarghi lo spazio del perdono, e non della ferrea giustizia, anzitutto nella comunità ecclesiale (Mt 5,23-24: Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono); ma anche nel mondo.

PER APPROFONDIRE.
1° dubbio: «ma io mi sento così perdonato  dal Padre?».

2° dubbio: «Come, dove, quando posso, da cristiano, conciliare perdono e giustizia?». «Il perdono non elimina né diminuisce l’esigenza della riparazione, che è propria della giustizia».[1]
————————————————–
[1] Messaggio di Giovanni Paolo II per la 30° Giornata mondiale della Pace 1 gennaio 1997: “Offri il perdono, ricevi la pace”.




GIUBILEO DEL CREATO. Settembre 2020
Messaggio di Papa Francesco

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO.
1° SETTEMBRE 2020.
«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Levitico 25,10)

CARI FRATELLI E SORELLE,
Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune. Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra. Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

  1. UN TEMPO PER RICORDARE

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici. Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92). Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

  1. UN TEMPO PER RITORNARE

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita. Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008). Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile. Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi. Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

  1. UN TEMPO PER RIPOSARE

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme! Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono. L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

  1. UN TEMPO PER RIPARARE

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi. Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti. È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summit sul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni. Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore. Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

  1. UN TEMPO PER RALLEGRARSI

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13). C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti. Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia! Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova. 
“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).
Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020
FRANCESCO




PERDONO
Lilia Sebastiani

PERDONO.
Lilia Sebastiani (ROCCA 15/04/09)

Nella tradizione cristiana si è mol­to parlato di perdono: non di rado con sublimità (e sincerità) di parole, e talvolta con profon­de aperture mistiche, ma la pratica pastorale non ha sempre aiu­tato a comprenderlo. L’idea affiorante era sempre che può esse­re perdonato solo chi, oltre a pentirsi, espia, dopo aver confessato la colpa. Ov­viamente nei modi dovuti, altrimenti non funziona. Ciò contribuisce a rafforzare l’idea che il perdono debba essere ‘domandato’ e ‘me­ritato’, e si perde la sua natura di dono, quindi la gratuità.
Il perdono riguarda solo l’imperdonabile.
Di alcune fra le più ardue e luminose in­tuizioni contemporanee sul perdono sia­mo debitori a un filosofo francese, Jacques Derrida, morto nel 1984. In una celebre polemica a distanza con un altro pensato­re francese (W.Jankélevitch) sulla possibi­lità per i sopravvissuti alla Shoah di ‘per­donare’ i responsabili dello sterminio, so­stiene che il solo perdono vero è incondi­zionato e si rivolge all’imperdonabile. Si trova qui la chiave del discorso ma anche lo scoglio più difficile da superare. Parliamo del perdono nel senso più serio (non consideriamo dunque micro-perdo­ni, le piccole scuse, il ‘metterci una pietra sopra’ ecc., che pure sono ben presenti e frequenti nel nostro vissuto), quindi muo­vendo dall’assunto che ci sia stato qualco­sa di grave, di molto grave. Perdonare il perdonabile non significa molto in questo senso. Naturalmente è una cosa che si deve fare; ma non dovrebbe nemmeno chiamarsi perdono.

Quello che chiamiamo il ‘perdonabile’ può rientrare in tre ambiti molto generali.
Il primo è ovvio: quando il male commesso non sia di gravità estrema, un caso in cui rifiutare il perdono sarebbe semplicemen­te un agire stizzoso e nevrotico.
Il secondo: quando il male è oggettivamen­te grande e grave, ma l’offeso comprende le dinamiche interiori che hanno spinto l’of­fensore a fare quello che ha fatto. Nel mo­mento in cui si perviene a questa compren­sione – anche se il male c’è stato e rimane, anche se rimane la sofferenza che ha cau­sato -, il perdono già comincia a germo­gliare, a costruirsi dentro di noi, anche se ancora non accettiamo in pieno l’idea.
Il terzo: quando l’offensore riconosce la pro­pria colpa e quindi richiede il perdono, più o meno esplicitamente. Anche in questo caso rifiutare il perdono costituirebbe un’inammissibile durezza e un’ostinazio­ne psicologicamente sospetta.
In fondo – confessiamolo – nemmeno per­donare il perdonabile ci risulta facilissi­mo, tuttavia la nostra ragione lo compren­de bene: insomma non è ‘iperbolico’. Ma non è nemmeno per-dono: il vero perdo­no è contrassegnato dalla gratuità totale.
Attenzione agli equivoci.
Oggi parlare di perdono risulta impopo­lare, quasi sempre frainteso. Al di fuori di contesti molto specializzati e molto spiri­tuali, espone subito a sospetti di vario ge­nere e a reazioni negative. Nel migliore dei casi si passa per teorici sognatori, ma vi è il rischio di venir accusati anche di debo­lezza e/o di complicità con il male.

E siccome il perdono è disturbante, ‘scan­daloso’, sovversivo, e prenderlo sul serio non significa dare un’indolore adesione intellet­tuale, ma rimescolare a fondo le proprie scel­te esistenziali e morali, la maggior parte delle persone che avviciniamo – anche quando siano di buona o di ottima cultura -, al sen­tirne parlare reagiscono subito con un frain­tendimento difensivo: cioè scambiando il perdono con realtà diverse. Perciò ogni riflessione su ciò che è il per­dono richiede un chiarimento previo su ciò che il perdono non è.
Non è giustificazione del male, innanzitut­to: per renderlo possibile occorre un’idea chiara del bene e del male, una coscienza etica ben strutturata. Non significa ‘depe­nalizzazione’: le eventuali conseguenze pe­nali di un certo agire, le esigenze della società civile, la dimensione giuridica, non possono venir annullate, ma costituiscono una diversa pista di riflessione. Non signi­fica nemmeno ‘prescrizione’ del male avve­nuto (quasi che si potesse smettere di con­siderarlo un male e, anzi, non parlarne nep­pure più, quando sia passato un bel po’ di tempo). Il perdono non è amnistia.
Non è neppure, mi si passi il termine, ‘am­nesia’: non è vero che «perdonare è dimen­ticare». È possibile dimenticare il male che si è ricevuto? Se non è una bugia, può vo­ler dire solo che il male di cui si tratta era irrisorio e trascurabile – e in quel caso il problema di perdonare o non perdonare non dovrebbe nemmeno porsi -, oppure che la persona offesa è di un’incredibile superficialità, o che il trauma ricevuto gli ha causato una perdita di memoria. Come si può dimenticare un male (gran­de, evidentemente: non sprechiamo qui il nostro tempo o i nostri pensieri con i mali piccoli, le piccole offese, che dovrebbero risolversi da sé) che ha segnato tutto il nostro percorso vitale, tutto il nostro modo di essere? Quando in una vita umana si determina una lacerazione di questo ge­nere, è chiaro che nulla – dopo – può più essere come prima. È vero che il tempo esercita sempre e comunque la sua opera, per cui può darsi che il dolore, dopo dieci o vent’anni, sia meno esplosivo, che si rie­sca a parlarne … , ma quella ferita che alte­ra tutto il rapporto dell’offeso con il mon­do, tutto il suo modo di sentire la vita, ade­risce alla persona: viene a far parte stabil­mente della sua identità, della sua fisiono­mia, e non si può togliere.
Quindi, perdonare non significa «faccia­mo come se non fosse successo nulla». Non è possibile se non a patto di un’operazione artificiosa, di assoluta improponibilità psi­cologica e storica, un’ operazione che tra l’altro sottintende una pavidità inaccetta­bile. No, non è quello il perdono.
Perdonare una persona, non una cosa.
Il perdono si riferisce sempre alla persona, non alla cosa che ha fatto. Non è una scoperta: seppure con altri termini, è la vec­chia distinzione agostiniana – ripresa da molti altri, fra cui Giovanni XXIII -, tra il peccatore e il peccato, tra l’errore e l’er­rante. Non si tratta dunque di perdonare il male in sé, ma di conservare l’approccio umano, in termini umani, agli esseri uma­ni che in quel male hanno le più gravi e riconoscibili responsabilità. Questa formu­lazione prudente è l’unica accettabile in un’etica centrata sulla persona umana e su un Dio in relazione.

Si sta diffondendo la consapevolezza che nessuno, nemmeno la persona più buona che si possa immaginare, possiede al cen­to per cento il merito della sua virtù e del male che non ha mai neppure sognato di commettere; non si potrà mai dire fino a che punto la sua buona vita, la sua virtù intemerata, siano proprio merito suo, e non piuttosto il frutto di una serie di cir­costanze fortunate, dell’ambiente in cui è avvenuta la sua formazione, delle oppor­tunità che gli si sono presentate … o delle negatività che non gli si sono presentate. D’altra parte, anche lasciando alla respon­sabilità umana tutto il suo peso, nessuna persona può essere considerata responsa­bile al cento per cento, responsabile da sola del male che ha fatto: perché le profondità del cuore umano sono quasi inesplorabili, e sulle nostre scelte pesano la storia e la cultura, pesano le deformazioni della co­scienza storica e tutto il male del mondo, che a distanza forse riusciamo a vedere in modo un po’ più limpido di quanto non si riesca a vederlo standovi dentro. L’idea di fondo è semplice e assoluta: il perdono è assolutamente gratuito e asim­metrico. È pericoloso stabilire troppo di­sinvolte corrispondenze (anche solo verba­li) tra perdono e riconciliazione. La diffe­renza di fondo sta nel fatto che la riconci­liazione esprime e presuppone un agire reci­proco. Invece il perdono non ha altro fine che se stesso e non ha condizioni, è al di fuori di ogni logica di scambio.
Ciò non vuol dire, è chiaro, che la riconci­liazione non sia importante, e o che non lo sia la redenzione del colpevole. Sempli­cemente sono realtà diverse. Forse comun­que se si cominciasse a seminare qualche seme di perdono ‘vero’, non potrebbe non avvenire a poco a poco un risanamento dei rapporti umani, una resipiscenza, un ini­zio di redenzione.
Il perdono come sfida creativa.
Dicevamo che la tradizione cristiana ha parlato spesso di perdono ma non l’ha ve­ramente insegnato, e spesso ha fatto emer­gere l’idea di un Dio che è buono con chi è buono, prontissimo però a diventare terri­bile con chi non lo è. Con ciò si distrugge nei fatti l’immagine di un Dio Amore, e si dimentica l’uomo immagine di Dio per far­si un Dio a immagine dell’uomo, a imma­gine di ciò che vi è di peggio nell’uomo. Non sarebbe giusto darne la colpa ai pa­stori soltanto. Anche molte pagine dei due Testamenti mostrano come sia difficile per il pensiero e le parole umane (e per la psi­cologia umana, e per il senso di ‘giustizia’ intesa in senso unicamente retributivo) affrancarsi da immagini e schemi di pen­siero che recalcitrano al nuovo di Dio. L’immagine contraffatta di Dio, che forse nessuno sottoscriverebbe più, ma che co­munque ha lasciato tracce nella tradizio­ne e nella cultura che abbiamo intorno, è responsabile della maggior parte dell’atei­smo contemporaneo, ne sia o non ne sia consapevole chi lo professa.

L’idea dell’inferno, fosse pure come possi­bilità, costituisce un oltraggio tale e una tale smentita nei confronti di un Dio di amore infinito, che nessun pensiero dei fratelli più deboli (se sono ‘deboli’, è una ragione di più per non sviarli e ingannar­li!), nessun rispetto della tradizione, nes­suna riverenza verso un magistero della chiesa che ancora esita a cancellare que­sta idea terribile e preferisce parlare gene­ricamente di speranza nella misericordia divina, può autorizzarci non dico a conti­nuare in questa credenza, ma a non denun­ciarne le persistenze.
Immergersi nell’impossibilità, nello ‘scan­dalo’ del perdono fa sperimentare la tra­scendenza. Siamo indotti a chiederci se perdonare sia possibile all’uomo o rientri nelle prerogative di Dio. Quando Gesù comanda di ‘amare’ i nemi­ci, vieta l’odio, certo; ma non chiede di aver simpatia per loro. La simpatia non si co­manda: c’è o non c’è, e i nemici non si amano nello stesso modo in cui si amano gli amici. Amare il nemico significa invece impara­re a dissociarlo dalla sua colpa. Può aver fatto le cose più orripilanti che si possano immaginare ma, come persona, non coin­cide mai al cento per cento con quello che ha fatto. Una persona è sempre infinita­mente più grande delle cose che fa. Anche delle cose buone. Perdonare l’altro non significa che da ne­mico diventerà un grande amico (senza es­sere del tutto impossibile, è certo difficile, e comunque il senso del comando evange­lico non tende a questo); invece perdonar­lo significa non lasciarlo inchiodato alla sua colpa per sempre, non pietrificare il dinamismo infinito del divenire umano. Non significa dimenticare il passato: an­che perché, come si è già detto, certe ferite del passato fanno parte di noi, e non sa­rebbe possibile cancellarle senza cancel­lare la nostra storia e noi stessi. Significa liberarsi gradualmente dal peso del passa­to, che impedisce di andare avanti. Per li­berarsene occorre accettare l’idea che quel passato c’è stato, che ha contribuito a pla­smarci come siamo.
Perdonare significa rinunciare alla vendet­ta, e guardare l’altro come un essere uma­no portatore di un futuro infinito; signifi­ca anche sperare in un futuro in cui que­sta persona avrà parte; soprattutto ammet­tere, per l’offensore come per l’offeso, la possibilità di un nuovo futuro da costrui­re insieme. Il perdono è davvero l’impossi­bilità che diviene possibile.
Qui troviamo il culmine dell’etica cristia­na, radicata nella dismisura dell’amore di Dio, e nello stesso tempo il suo fondamen­to. Si tratta di un’etica iperbolica, certo, ma non per questo irreale, o asociale, o ir­razionale: in essa risiede l’unica speranza per l’umanità, l’unica via all’umanizzazio­ne del mondo. Parliamo di etica, ma è un’etica che va oltre se stessa: ha il fonda­mento e la meta nell’ escatologia, e non rie­sce a comprenderla chi non è capace di operare questo passaggio di piano. Il perdono significa fedeltà al Dio che fa nuove tutte le cose, e non è un dato, ma un percorso o, meglio, un dinamismo. Non è possibile attingere questo livello dell’etica senza la fede e senza la speranza che della fede costituisce il risvolto dinamico, sen­za l’amore che supera infinitamente le no­stre modeste capacità di ‘voler bene’, per­ché è frutto e segno dell’inabitazione in noi dello Spirito.




6 settembre 2020. Domenica 23a
DIO PERDONA IO NO. Atto primo

«Un viandante passava un giorno per la strada, quando gli passò accanto di corsa un uomo a cavallo. Aveva lo sguardo cattivo e le mani sporche di sangue. Qualche minuto dopo spuntò un gruppo di cavalieri, i quali chiesero al viandante se aveva visto passare uno con le mani sporche di sangue. Lo stavano inseguendo.«Chi è?» chiese il viandante.«Un assassino»  rispose il capo della comitiva.«E lo state inseguendo per consegnarlo alla giustizia? » chiese ancora il viandante.« No – disse il capo – Lo inseguiamo per insegnargli la retta via». Se malauguratamente investiamo qualcuno, siamo tenuti a fermarci per soccorrerlo, altrimenti la legge e il codice della strada ci rendono colpevoli di omissione di soccorso. Se invece vediamo qualcuno in difficoltà e non interveniamo, per la legge non è omissione di soccorso.

Preghiamo. O Padre, che ascolti quanti si accordano nel chiederti qualunque cosa nel nome del tuo Figlio, donaci un cuore e uno spirito nuovo, perché ci rendiamo responsabili della sorte di ogni fratello secondo il comandamento dell’amore, pienezza di tutta la legge. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Ezechièle 33,1.7-9
Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».

Salmo 94  Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 13,8-10
Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Dal Vangelo secondo Matteo 18,15-20
Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro». 

DIO PERDONA, IO NO. Atto primo[1]. Don Augusto Fontana
«Un viandante passava un giorno per la strada, quando gli passò accanto di corsa un uomo a cavallo. Aveva lo sguardo cattivo e le mani sporche di sangue. Qualche minuto dopo spuntò un gruppo di cavalieri, i quali chiesero al viandante se aveva visto passare uno con le mani sporche di sangue. Lo stavano inseguendo.«Chi è?» chiese il viandante.«Un assassino»  rispose il capo della comitiva.«E lo state inseguendo per consegnarlo alla giustizia? » chiese ancora il viandante.« No – disse il capo – Lo inseguiamo per insegnargli la retta via» [2].
Se malauguratamente investiamo qualcuno, siamo tenuti a fermarci per soccorrerlo, altrimenti la legge e il codice della strada ci rendono colpevoli di omissione di soccorso. Se invece vediamo qualcuno in difficoltà e non interveniamo, per la legge non è omissione di soccorso. Anche nel nostro essere cristiani possiamo correre il rischio di fermarci all’osservanza stretta della legge. Qualcuno arriva a dire “Vivi e lascia vivere.”. La Parola di Dio di oggi ci mette in guardia. Il salmo di questa domenica ci ha fatto ripetere: “Ascoltate oggi la voce del Signore”. Dice infatti nella prima lettura il profeta Ezechiele: “Ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia […] se tu non parli per distogliere il malvagio dalla sua condotta […] della sua morte chiederò conto a te”. Ognuno di noi è responsabile del fratello; “respons/abile” nel senso etimologico del termine: “abile a rispondere” della vita degli altri e di questo il Signore ci chiederà conto.
Quando domenica scorsa Matteo riferiva la frase di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo mi segua prendendo la croce”, gli occorreva una spiegazione. Alla domanda: “Cosa significa portare la croce?”, Matteo risponde riferendo, nel cap. 18, le indicazioni di Gesù alla sua comunità di discepoli. Viene chiamato il “Discorso ecclesiale” che è la quarta delle 5 grandi raccolte di “discorsi” di Gesù nel Vangelo di Matteo.
Il cammino della fede cristiana non è un’esperienza privata e solitaria, ma avviene dentro e con una comunità; allora si pone il problema dell’atteggiamento da assumere di fronte al comportamento di un membro che, a tuo giudizio, sta sbagliando.
Matteo, dopo aver ricordato (18,12) lo stile del buon pastore che lascia le 99 pecore al sicuro per cercare quella perduta, affronta esplicitamente il problema della riconciliazione, della correzione fraterna, del perdono, del dialogo. E noi sentiremo risuonare per 2 domeniche questi inviti.

La difficile riconciliazione nella Chiesa.
Matteo, di fronte alla situazione di grave peccato all’interno della comunità, offre alcuni indirizzi:

1- La comunità intera e ogni singolo membro, deve prendersi in carico il fratello che sbaglia. Il testo evangelico si rivolge al “Tu” di ogni credente: “Tu va e ammoniscilo…tu prendi con te alcuni testimoni…tu dillo alla comunità e se il tuo fratello….avrai riconquistato il tuo fratello”. Dunque non una responsabilità delegabile agli altri, ma una sollecitudine personale che non lascia scampo. S. Paolo (1a Corinzi 9,21-22) “Con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge…per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”[3].  Inoltre proprio nel momento in cui un fratello sbaglia contro di te, questo è il momento in cui anche la chiesa si mobilita e si mette in cammino. E’ tutta la chiesa che si deve consumare per uno solo. L’assemblea, la chiesa, che è la convocazione dei perdonati, la convocazione di coloro ai quali è stata usata misericordia dal Cristo, è lo strumento per eccellenza della misericordia.
2- Il metodo della correzione fraterna diventa l’indicazione pratica di come si diventa sentinelle corresponsabili gli uni degli altri. Ma è l’atteggiamento interiore che è importante: forse è ancora facile dire in faccia agli altri quello che gli va detto, ma questa non è correzione fraterna, resta giudizio o predicozzo. Il verbo gr. èlenxon che è stato tradotto con “ammoniscilo” letteralmente significa «convincilo». Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è il dialogo mite di un fratello che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, è cosciente del rischio di avere una trave conficcata nel proprio, trave che deformerebbe la percezione della realtà (Mt 7,4). Storicamente è avvenuto che la correzione fraterna, soprattutto nei monasteri a partire dai Monaci ebrei di Qumran del 1° secolo, avvenisse dopo la lettura della Parola di Dio perché davanti alla Parola di Dio nessuno può esimersi dal riconoscersi in deficit di fedeltà. Oggi s. Paolo dice che dobbiamo considerarci sempre in deficit: “Non abbiate alcun debito con nessuno se non quello dell’amore fraterno”. Che è come dire che non riusciremo mai ad andare in credito o alla pari di amore con Dio e con gli altri. S. Paolo in 1 Cor. 6,1-7 raccomanda addirittura di non risolvere le questioni davanti ai tribunali civili, ma di comporle all’interno della Comunità. E anche quando la riconciliazione con il fratello non accade “trattalo come un pagano e un pubblicano” e cioè come Gesù trattava i pubblicani e i peccatori: «i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”» (Mt 9,11).
3- La prima preoccupazione non deve essere quella del fare pulizia dentro la comunità secondo il proverbio popolare molto comune, ma poco evangelico: “Meglio pochi, ma buoni”. La prima preoccupazione è “guadagnare il fratello”. La preoccupazione di Gesù non è quello di buttare fuori le mele marce, ma che il fratello capisca che di fatto rischia la rottura con la comunità storica a cui appartiene, anche se resta ancora nelle preghiere della comunità: «se due di voi sulla terra si accorderanno per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà».  Questo “accordo” in greco esprime la “sinfonia (lett. “faranno una sinfonia”; in gr.sunfonesosin). Nella sinfonia ci sono voci diverse, ma sono accordate tra loro, per cui esce non un rumore, bensì un’armonia, una “sinfonia”, appunto. La preghiera cristiana deve perciò essere fatta da molte persone in accordo le une con le altre, in modo da fare una sinfonia. La grave responsabilità che Gesù aveva affidato a Pietro di legare e di sciogliere, ora viene esteso a tutti i membri della comunità: ”Tutto quello che legherete sarà legato….”. E qui è utile ricordare che Gesù ci aveva messo in guardia di non fare come certi farisei che «Legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). Il metodo delle scomuniche e dei roghi purificatori, fisici e morali, è un metodo che ha lasciato troppe drammatiche perplessità per non dover andarci cauti ad invocare ostracismi, tribunali ecclesiastici e liste di proscrizione. «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»: questa frase è la traduzione cristiana di un tema biblico importante: l’abitazione e la presenza di Dio. Il Signore abita in una tenda in mezzo al suo popolo e, nella tenda, accompagna il popolo nel suo pellegrinaggio nel deserto. Così per il tempio di Gerusalemme: lì abita il Nome del Signore. Un testo della Mishnà (una raccolta ebraica di leggi) dice: “Se due persone sono riunite senza che parlino della Torah, della Legge, è una riunione di burloni; ma se due persone sono riunite e parlano della Torah, la shekinah (Dio stesso) dimora in mezzo a loro”. Ora, quello che per l’Ebreo era la Torah, per il cristiano è Gesù. Se due persone sono insieme nel nome di Gesù, c’è la sua presenza. Tutta la storia del mondo termina, secondo la Bibbia, quando Dio abiterà fra gli uomini per sempre: “Ecco la dimora di Dio fra gli uomini; egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (Ap 21,3-4).

La difficile riconciliazione nella società.
In occasione del Giubileo del 2000, la Caritas Italiana aveva emesso un documento programmatico intitolato “Liberare la pena”. In esso mi avevano interessato alcuni passaggi: «La mediazione penale: con il termine “mediazione” si intende, in via generale, un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari… Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’agente del reato hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma, per esempio, di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».  Gli scenari futuri lasciano intendere una diffusione della Giustizia Riparativa. Il Carcere arriverà ad essere estrema ratio? Il Card. Martini affermava: “la carcerazione va vista come un intervento di emergenza, un estremo rimedio per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana; è un rimedio necessario per fermare coloro che, afferrati da un istinto egoistico e distruttivo, hanno perso il controllo di sé, calpestano i valori sacri della vita e delle persone e il senso della convivenza civile[4].

Insomma, mentre vorremo lavorare per sbloccare certe situazioni, resta vero che l’istituzione penitenziaria va troppo adagio nel proporre riforme che rendano, innanzitutto, la vita in carcere più umana e socializzante. Il carcere è un ambiente ad ‘istituzione totale’ che per la sua stessa natura rischia di ripiegarsi sempre più su se stesso, nel suo isolamento, divenendo luogo di esclusione e di rifiuto, amministrato da rigidi regolamenti finalizzati alla custodia e retto da pratiche che sanno sempre di repressione, ‘misure limitative e privative della libertà’.
————————————————-
[1] ATTO SECONDO, domenica prossima 13 settembre 2020
[2] Da Antony  Mello LA PREGHIERA DELLA RANA Vol. 1° pag. 116
[3] A dimostrazione che il passaggio dagli indirizzi di fondo della riconciliazione alla prassi concreta necessita di discernimento, posso citare Paolo che in alcune occasioni adotta criteri che appaiono contradditori come nel caso di un grave scandalo (2 Tess 3,6): «Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi».
[4] Colpa e Pena, per una nuova cultura della giustizia, atti del convegno, Bergamo 2000.




IN NOME DEL DIO PROFITTO
Don Enrico Chiavacci

In nome del dio profitto.
don Enrico Chiavacci[1]
Jesus n°11.  Novembre 1999

Il Concilio, con la teologia della Gaudium et spes, ha fatto uscire la Chiesa da quattro secoli di visione privatistica della salvezza (la salvezza eterna di ogni singola anima) e dal conseguente orientamento restrittivo dell’ecclesiologia e della teologia. Vi è una salvezza, un traguardo escatologico per la famiglia umana e la sua storia (Gaudium et spes, n. 45). Indirizzare e accompagnare la famiglia umana verso tale traguardo è preciso compito della Chiesa: compito non esclusivo (lo Spirito soffia dove vuole), ma ineludibile, in quanto continuazione dell’opera salvifica di Cristo. Non vi sono due storie: quella della salvezza e quella dell’umanità. “La storia è storia di salvezza”, è il lento e doloroso cammino della famiglia umana verso la pienezza del Regno, verso la sua trasformazione in “famiglia di Dio” (Gaudium et spes, n. 40). E il traguardo è la pace, la città di Dio in cui «tutti si servono vicendevolmente nella carità» (Agostino, De civitate Dei, XIV,28). Si tratta dunque di un cammino verso una logica globale di convivenza della famiglia umana intera, una logica che rispecchi l’Assoluto della vita trinitaria. Come il Figlio dell’Uomo è venuto per servire e non per essere servito, così nessun essere umano «non può pienamente realizzarsi, se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, n. 24).  Così il “sociale” – la complessa rete di strutture in cui si deve configurare la vita di relazione di ogni singolo – diviene campo di impegno e di primaria responsabilità morale per ogni cristiano (come per ogni uomo di buona volontà). La lotta per fare del mondo un «luogo di autentica fraternità» (Gaudium et spes, n. 37) durerà quanto dura la storia, e in essa il cristiano è inevitabilmente inserito: «in questa lotta inserito» (ivi).  Così l’economia, e l’inserimento del cristiano nello studio e nell’attività economica divengono inevitabilmente riflessione teologica ed etica.
Per comprendere dunque la nostra chiamata occorre capire che cosa sia oggi “economia” su un doppio versante:

  • quello delle strutture essenziali entro cui ogni attività economica (produzione, distribuzione, finanza) si svolge;
  • quello delle condizioni di vita della famiglia umana, generate o mantenute dalle dette strutture.

È chiaro che l’interesse teologico primario è per il secondo versante, ma quello che in esso avviene è determinato primariamente dal versante strutturale. Uno studio serio della situazione in cui versa la famiglia umana deve perciò partire dallo studio delle strutture fondamentali della vita economica sul pianeta Terra. Qui posso solo accennare ad alcuni elementi essenziali.
Nessuna forma di vita economica, anche primitiva, può pensarsi senza un supporto strutturale, sia a livello di villaggio sia di Stato sovrano. Ma oggi vi è un unico sistema di strutture che governa la vita economica dell’intera famiglia umana. Questa “globalizzazione” è per il cristiano qualcosa di auspicabile: ormai lo sguardo del cristiano si deve estendere alla famiglia umana considerata come un unico corpo sociale. La stessa idea tradizionale di “bene comune” deve intendersi come bene comune della famiglia umana.
Ma è dal tipo di strutture della globalizzazione che dipende il perseguimento di tale bene comune: la domanda è se le attuali strutture consentano il miglioramento della qualità della vita di ogni essere umano ovunque sulla terra (cfr. Gaudium et spes, n. 77), per l’oggi e anche per il domani della storia umana (è qui la gravità del problema ecologico).
Oggi le strutture tradizionali dell’economia –produzione e distribuzione (mercato)– sono irreversibilmente globali. Oggi si produce per componenti: sia le 4-5 parti di una videocassetta sia le 172.000 parti di un Airbus possono essere prodotte ciascuna in un luogo diverso della Terra, assemblate in un altro, commercializzate in un altro ancora. In molti casi si produce dove si ha il minor costo del lavoro (circa 30 dollari l’ora in Germania, 20 negli altri Paesi industrializzati, da 0,5 a 2 nei Paesi più poveri). In altri casi si produce dove esiste manodopera altamente specializzata. In altri casi ancora alcune componenti sono prodotte solo da pochissimi centri specializzati (una nuova molecola per le bioingegnerie o un motore per grandi aerei di linea solo General Electrics, Pritt & Whitney, Rolls Roice possono produrli).
Lo stesso avviene per il commercio e la distribuzione: si compra e si vende dove conviene. Qualsiasi operatore può comprare all’ingrosso a Hong Kong e vendere a Milano, per distribuire poi al dettaglio in Usa o in Thailandia. Nessun Governo, pur potente che sia, può realmente governare produzione e mercato, se non con pochi strumenti (dazi, incentivi o disincentivi) deboli e destinati a sparire.
Tutto ciò è oggi possibile per l’avvento di nuove tecnologie. Due in particolare:

  • la rivoluzione del silicio, e cioè elettronica e informatica, che consente trasmissione di dati, ordinativi, trasferimenti di denaro eccetera;
  • una radicale trasformazione dei sistemi di trasporto merci, con navi che possono contenere 8.000 containers e con treni merci per lunghe distanze (Usa, Australia, Sudafrica, Russia) che trasportano 10/20 mila tonnellate (in Europa il limite è di norma 2 mila). In tal modo l’incidenza del costo del trasporto per unità di prodotto è irrisoria.

Queste due realtà tecniche sono irreversibili, e sono molto recenti (non più di vent’anni), e così spiazzano tutte le teorie e le logiche economiche attualmente disponibili. Ma dopo la rivoluzione del silicio si hanno due fenomeni altrettanto nuovi.

  • Il primo fenomeno è l’inserimento massivo nella produzione del momento di ricerca e sviluppo (“R&D”: research and development). I nuovi treni veloci europei hanno richiesto 10-12 anni dalla prima ideazione alla produzione di serie; nuovi aerei militari sono già in progetto da anni e saranno pronti verso il 2010. Ciò richiede un enorme incremento del capitale necessario, e perciò una sempre maggiore concentrazione del capitale disponibile sulla faccia della Terra e della sua gestione, al di sopra delle teste di qualsiasi Governo o Stato.
  • Il secondo fenomeno: oggi non esiste più il capitalista-padrone. Tutto il denaro, comunque raccolto ovunque nel mondo, è gestito da società finanziarie, che a loro volta sono controllate da finanziarie di ordine superiore. In tal modo il mondo della finanza è completamente separato dal mondo della produzione. Una finanziaria trae profitto esclusivamente dal movimento del capitale (finanziario), e così il capitale si muove freneticamente da un capo all’altro della Terra, in tempo reale e non controllabile da nessun Governo, sempre e solo in cerca del massimo profitto finanziario. “Cosa, per chi e come” si produca non ha alcun interesse per i veri manovratori del capitale mondiale. Molte migliaia di miliardi di dollari si spostano ogni 24 ore, e sempre in cerca di massimizzazione del profitto privato, da cui è, per principio, esclusa ogni preoccupazione per il bene comune, per i reali bisogni dell’uomo.

Le condizioni di vita della famiglia umana.
In sintesi i Paesi ricchi hanno un Pnl[2] pro capite di 20/30 mila dollari.

In America latina il Pnl si colloca fra 1.000 e 4.000 dollari, e cioè a un decimo dei Paesi ricchi: ma l’America latina gode di un’iniqua distribuzione delle ricchezze che non ha eguali nel mondo.
In Brasile vi sono circa 30 milioni di ricchi e 130 milioni di poveri.
In Africa, escluso il Sudafrica, il Pnl oscilla fra 100 e 700 dollari, ma nell’Africa subsahariana difficilmente supera i 200: siamo perciò a un centesimo della ricchezza disponibile da noi.
In Asia, salvo le note eccezioni, il Pnl oscilla fra 260 dollari (Cambogia) e 500 dollari (Cina). India e Cina messe insieme – oltre un terzo dell’umanità – hanno una media di un dollaro e mezzo al giorno per abitante, ivi comprese le spese pubbliche di ogni genere.
Due importanti indicatori della qualità umana della vita sono l’attesa media di vita e la mortalità infantile: qui si rispecchia la disponibilità di cibo, di acqua potabile, di assistenza sanitaria, di educazione di base, e la presenza di violenze e drammi sociali inevitabilmente connessi alla miseria.

Per Paesi ricchi l’attesa media di vita è 75/80 anni; in America latina è di 55/65 anni (salvo Cuba che è su livelli europei); nell’Africa subsahariana raramente arriva a 50 anni; nell’immensa Asia povera è fra 55 e 70 anni. La mortalità infantile, calcolata sui morti nel primo anno di vita su mille nati vivi, nei Paesi ricchi è di circa il 6/7 per mille (media Unione europea 5,6, Usa 8). In America latina oscilla fra 20 e 65 (salvo Cuba che è a livelli europei e migliori di quelli Usa); nell’Africa subsahariana è generalmente sopra a 100; in Asia oscilla fra 35 e 100. Si tratta di un quadro spaventoso di una famiglia umana spaccata in due, in cui meno di un quinto assorbe più di quattro quinti delle risorse disponibili. Deve esser ben chiaro che ogni area di miseria ha caratteristiche diverse, e che ogni Governo ha una parte di responsabilità. Ma deve esser soprattutto ben chiaro che si tratta di una realtà strutturale, stabile, causata o mantenuta dalle strutture economiche globali che ho descritto. Ci siamo commossi vedendo i bambini nei campi di raccolta per un terremoto o per una guerra. Ma non riflettiamo che quelle condizioni miserabili derivano da fatti ben precisi, sono congiunturali e transitorie. E sono molto migliori delle condizioni di normalità in cui la maggior parte dei bambini del mondo vive e vivrà senza speranze e senza prospettive. Non esiste agenzia o progetto con sufficiente autorità per cambiare la tragedia che incombe sulla famiglia umana: chi potrebbe non ha nessun interesse a farlo, e chi vorrebbe non ha potere per farlo.  Dietro a tutto questo vi è la logica di massimizzazione del profitto finanziario privato che va perseguito a ogni costo, e naturalmente al costo della qualità della vita della grande maggioranza degli esseri umani. Non si investe per soddisfare bisogni essenziali dell’uomo: investire per i poveri della Terra non dà tanto profitto quanto investire per i non-bisogni dei ricchi. Grandi corporations medicali rifiutano di investire in ricerca per le urgenze sanitarie dei poveri (malaria, tubercolosi, Aids), dichiarando esplicitamente che la ricerca non darebbe sufficiente ritorno finanziario (The Economist 14.8.99: Helping the world’s poorest). Meglio investire in armi, droga, alte tecnologie. Non si investe per creare occupazione, ma disoccupazione: con nuove macchine si riducono i costi del lavoro. Di norma nelle grandi Borse la notizia dell’aumento dell’occupazione crea crolli di azioni. Ogni cautela ecologica incide inevitabilmente sui profitti, e non offre sufficiente rapporto costi/benefici in tempi brevi. La tragedia della famiglia umana si andrà sempre più approfondendo. Solo da pochi anni alcuni liberisti più illuminati insistono su sanità e educazione per i poveri, ma la maggior parte degli economisti e la totalità degli operatori economici non ci pensano neppure.

Gravi sono le colpe della teologia cristiana, cattolica e protestante (soprattutto riformata nordamericana).
Colpe della teologia sistematica, che si è occupata solo della salvezza delle singole anime dimenticando totalmente il cammino dell’umanità verso la pienezza del Regno.
Colpe della teologia morale che si è fermata, a partire dal Catechismo Romano dopo il Concilio di Trento, al tema del “non rubare”: il vero tema della morale economica nel Vangelo è invece quello del significato che i beni terreni hanno nell’orizzonte di fede del cristiano.
Invece si è annunciato che le ricchezze, una volta legittimamente acquistate, sono strumento di esercizio della libertà personale col solo limite di fare ogni tanto qualche elemosina. Ma per i Padri e per Tommaso D’Aquino chi non dà del suo al bisognoso commette ingiustizia: è tanto ladro chi non soccorre il povero quanto chi ruba i beni altrui. Ancora oggi vi sono scuole di pensiero cattolico che sostengono essere il liberismo capitalistico attuale la miglior forma di attuazione del Vangelo, in quanto garante del personalismo e della libertà. E anche documenti pontifici parlano di capitalismo selvaggio: è una visione vecchia, da “padrone delle ferriere”. Oggi, nella situazione sopra illustrata, il capitalismo è inesorabilmente “selvaggio”: nessuna idea di bene comunque può governarlo. La dottrina, anch’essa vecchia di oltre un secolo, della “mano invisibile” del libero mercato è solo un paravento morale che copre una iniquità sostanziale: il libero mercato di dimensioni planetarie fra aree povere e aree ricche serve solo a arricchire i ricchi e impoverire i poveri. Se il povero vuole anche solo sopravvivere deve sottostare alle condizioni imposte dai ricchi: ed è appunto questa, fino ad oggi, la politica costante del Fondo monetario internazionale. Ma molti poveri, come nell’Africa subsahariana, hanno urgenti bisogni che non possono neppure “diventare domanda sul mercato”: semplicemente non hanno soldi per stare sul mercato.
Occorre dunque ripensare nelle sue radici l’annuncio morale cristiano sulla storia e sull’economia: il Concilio ha indicato con chiarezza la via, ma finora sembra che pochi se ne siano accorti o siano disposti a seguirla senza compromessi. La logica della massimizzazione del profitto, quali che siano i costi umani che essa esige, unita allo pseudo-dogma del liberismo economico, sta ormai prevalendo a tutti i livelli. Dal livello finanziario è entrata al livello aziendale, al livello di proposta di politica economica per i governi, a livello personale. Ormai “l’avere di più perché è di più”, e non come possibile strumento per soddisfare ragionevoli bisogni nostri e altrui, sta diventando la regola suprema dei comportamenti privati. Negli Usa è diventata una vera ossessione generalizzata: con l’avvento di Internet è ormai possibile per il privato operare direttamente e in tempo reale sul mercato finanziario, e molti passano le giornate a muovere denaro al computer per cercare di arricchirsi rapidamente. Non solo la ricchezza, ma l’arricchimento costante come fine a sé stesso è diventato il nuovo idolo, il nuovo ideale di vita nei Paesi ricchi.
La teologia morale cattolica dell’ultimo secolo non ha saputo, o voluto, dir niente al riguardo; quella protestante americana, legata all’idea dell’arricchimento come segno di predestinazione, ha favorito tale tendenza. Per molti americani Wasp (White, anglo saxon protestant) se uno è povero lo è per propria colpa: circa 40 milioni di cittadini statunitensi poveri non godono di alcun diritto all’assistenza sanitaria. Si mira a ridurre al minimo le tasse per la salute per poter aumentare quelle per armamenti.
In questo modo il liberismo economico sta divenendo liberismo sociale: nessuna preoccupazione per il bene comune della comunità “Stato” – per non parlare della comunità “famiglia umana” – è ormai proponibile; lo “Stato sociale” è ormai irriso da molta stampa Usa come «old style».
E molti cattolici si adeguano, col ridicolo pretesto della paura del comunismo. Ma nel Vangelo la ricchezza materiale “non è vera ricchezza, non è ricchezza” per noi seguaci del Signore (cfr. Luca 16). La ricchezza vera è Dio e l’avvento del suo Regno. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia è cercare la crescita di una convivenza umana di fraternità, di condivisione, di pace. Se la teologia non saprà leggere l’economia come vero luogo teologico, luogo in cui dobbiamo cercare – studiando con passione, piangendo e pregando – quale sia il progetto e la chiamata di Dio per noi qui oggi, la Chiesa avrà tradito la sua missione.
—————————————————————
[1]  Don Enrico Chiavacci (1926-2013) è stato uno dei massimi teologi morali italiani del secondo Novecento, soprattutto nei temi dell’etica sessuale, della giustizia sociale e della pace.
[2] (Prodotto nazionale lordo: la somma di tutte le ricchezze comunque prodotte in un Paese, espressa in dollari e divisa per il numero degli abitanti, valore sommariamente indicativo della ricchezza disponibile; la sua distribuzione dipende in parte dai singoli governi, ma sempre entro il limite del Pnl)




REFERENDUM. TAGLIO DEI PARLAMENTARI
Franco Monaco

Taglio dei parlamentari, riforma controversa.
Franco Monaco
25 agosto 2020 (Settimana news)

Solo ora, a un mese dalla sua celebrazione, si accende la discussione sul referendum costituzionale con il quale i cittadini-elettori sono chiamati a confermare o respingere il taglio dei parlamentari approvato a larga maggioranza dalle Camere. Eppure si tratta di materia delicata e di grande rilievo. Una riforma con effetti sistemici sugli equilibri costituzionali non incastonata in una riforma di sistema. Non sorprende che essa divida costituzionalisti e politici, secondo una linea di frattura che non coincide con quella che si produsse nel 2016 sulla riforma Renzi-Boschi. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta e maestro del costituzionalismo classico, per descrivere il proprio orientamento, ha evocato la metafora dell’asino di Buridano, paralizzato dall’incertezza circa la mangiatoia cui nutrirsi. Lasciando intendere la sua intenzione di astenersi.

Ragioni per votare no
Chiaramente una extrema ratio, che tuttavia conferma la problematicità della questione. Vi sono buone ragioni per il no e buone ragioni per il sì. Le accenno soltanto.
Per il no:

1) appunto la circostanza che ci si chieda di avallare una riforma puntuale senza avere provveduto agli adeguamenti e ai correttivi da tutti giudicati necessari onde evitare un deficit di rappresentatività, un aggravio del malfunzionamento delle Camere, un’accentuazione del carattere già ora verticistico nella selezione dei parlamentari (una legge elettorale d’impianto proporzionale, l’equiparazione di elettorato attivo e passivo di Camera e Senato, la riforma dei regolamenti parlamentari, una limatura della sovra-rappresentatività dei  consigli regionali che si produrrebbe nella elezione del Presidente della Repubblica). In particolare le forze di maggioranza si erano impegnate a incardinare una nuova legge elettorale (anche al fine di evitare che, con la legge vigente, si possa generare una “dittatura della maggioranza”: fu condizione posta dal PD per dare il proprio voto favorevole alla riforma nell’ultimo decisivo passaggio parlamentare coinciso con il varo del governo Conte-due, dopo il voto contrario nei tre precedenti passaggi). Ma non se n’è fatto nulla per l’opposizione di Italia Viva e non vi sono certezze al riguardo.

2) Il tratto antiparlamentarista e persino antipolitico con il quale è stato concepito e propagandato il cospicuo taglio di deputati e senatori soprattutto da parte del M5S. Sull’onda della polemica contro la casta e con l’argomento, francamente debole, della riduzione dei costi della politica. Fuor di ipocrisia, è noto che una parte larga della “maggioranza bulgara” che ha approvato la riforma nella sua ultima lettura (solo 14 dissensi alla Camera) lo ha fatto essenzialmente per non sfidare l’impopolarità, senza convinzione, con un cumulo di retropensieri.

3) Vi è infine chi appunta le sue obiezioni sul funzionamento e la operatività delle Camere e segnatamente del Senato con soli duecento membri, i quali, stante la persistenza del “bicameralismo perfetto” (esso sì un serio problema!), faticherebbero a ottemperare a tutti i loro compiti (tra aula, commissioni permanenti, commissioni speciali o di inchiesta, giunte, organismi parlamentari internazionali).

Ragioni per votare sì
Ma veniamo alle ragioni del sì:

1) tutti i progetti di riforma messi a punto da quarant’anni a oggi contemplavano una riduzione del numero dei parlamentari, sia per uniformarci agli standard di altri paesi, sia nella convinzione – opposta a quella su evocata – che semmai uno snellimento conferirebbe più qualità ed efficienza al parlamento.

2) Proprio il sistematico affossamento di quella riduzione a lungo perseguita suggerirebbe di non mancare questa occasione (se non ora quando più?). All’obiezione di chi eccepisce la mancanza dei correttivi sistemici si risponde che proprio il taglio suddetto costringerà a provvedervi ex post, anche se, certo, meglio sarebbe stato farlo prima o contestualmente, considerato che l’attuale parlamento non brilla nel suo concreto funzionamento.

3) Ancora vi è chi fa osservare che, pur con l’ambiguità e le riserve cui si è accennato, resta agli atti un voto plebiscitario del parlamento. Sconfessarlo sarebbe logicamente in contrasto con le motivazioni di natura parlamentarista di chi si oppone e, di riflesso, semmai, darebbe ulteriore fiato all’antipolitica e al qualunquismo.

4) Infine, taluni scommettono sulla circostanza che il minor numero possa giovare alla qualità della rappresentanza parlamentare, pur nella consapevolezza che ciò è affidato soprattutto a legge elettorale e responsabilità dei partiti nella selezione delle candidature.

Questioni politiche
Come si vede, vi sono buone ragioni su entrambi i fronti. Si deve tuttavia aggiungere che – piaccia o non piaccia, e non dovrebbe piacere – con le ragioni di merito centrate sulla materia costituzionale si intrecciano motivazioni politiche.
Non dovrebbe essere così e tuttavia è così. Esemplifico. Intanto un po’ in tutti i partiti, come si è detto e visto all’atto dell’approvazione in parlamento, domina la preoccupazione di non sfidare l’impopolarità. Nel M5S quella di portare a casa una sua riforma bandiera, a compensazione di elezioni regionali che prefigurano una generale sconfitta. Nel PD o quantomeno in chi oggi lo guida di non incrinare i rapporti dentro la maggioranza.
Per converso e non a caso, chi, dentro il PD, dissente dal consolidamento dell’asse politico con il M5S, si schiera per il no, pur dopo aver votato il taglio in parlamento. Più in piccolo, qualcosa di simile si riscontra tra i parlamentari di FI, ove il no, guarda caso, si rinviene tra coloro che mal sopportano la subalternità a Salvini e Meloni.
Dunque, la questione è complessa e non priva di implicazioni politiche più o meno dichiarate. Io, come l’asino, sperando di non morire nell’esitazione, ancora non so come mi regolerò. Seguirò il confronto e infine deciderò. L’esito altamente probabile è un sì a larga maggioranza, temo, sulla base di motivazioni non esattamente pregnanti.
E tuttavia questo almeno di sicuro non ci deve condizionare né in un senso né in un altro. Trattasi della Costituzione e comunque conta anche il risultato, la misura della partecipazione e il differenziale tra sì e no o viceversa.




30 AGOSTO 2020. Domenica 22a
GESU’. UNO PER CUI VALE LA PENA VIVERE.

La mia (e la tua) vita è “in relazione”. La relazione, quando è profonda, orienta in modo determinante l’esistenza e la custodisce dalla frammentazione e alienazione. A volte la relazione è fonte di conflitti; tuttavia può diventare garanzia di sicurezza. Ho fatto qualche tratto di sentiero con alcuni uomini “di strada”, clochards, e davvero non riesco a capire come si possa resistere in una vita così sradicata ed esposta. Li stimo per il loro spirito di adattamento e povertà essenziale. Io non ne sarei capace. Gesù non era un clochard; era pieno di relazioni, ma con la vita che faceva se mi avesse detto “seguimi” lo avrei deluso. Come quel giovane a cui Gesù aveva chiesto “Vendi tutto per i poveri poi vieni e seguimi”; ma lui “se ne andò triste perché aveva molti beni

Preghiamo. Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre, perché non ci lasciamo deviare dalle seduzioni del mondo, ma come veri discepoli, convocati dalla tua parola, sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito, per portare ogni giorno la croce sulle orme di Cristo, nostra speranza. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo sempre. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 20,7-9
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

Salmo 62  Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 12,1-2
Fratelli, vi esorto, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

Dal Vangelo secondo Matteo 16,21-27
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

GESU’. UNO PER CUI VALE LA PENA VIVERE. Don Augusto Fontana
La mia (e la tua) vita è “in relazione”. La relazione, quando è profonda, orienta in modo determinante l’esistenza e la custodisce dalla frammentazione e alienazione. A volte la relazione è fonte di conflitti; tuttavia può diventare garanzia di sicurezza. Ho fatto qualche tratto di sentiero con alcuni uomini “di strada”, clochards, e davvero non riesco a capire come si possa resistere in una vita così sradicata ed esposta. Li stimo per il loro spirito di adattamento e povertà essenziale. Io non ne sarei capace. Gesù non era un clochard; era pieno di relazioni, ma con la vita che faceva se mi avesse detto “seguimi” lo avrei deluso. Come quel giovane a cui Gesù aveva chiesto “Vendi tutto per i poveri poi vieni e seguimi”; ma lui “se ne andò triste perché aveva molti beni” (Matteo 19,22).
La relazione profonda mi chiede di lasciarmi prendere nel fiducioso abbandono di chi capisce che solo in tal modo la propria vita è radicalmente garantita e guidata in pienezza. Per chi fa tale esperienza, vivere equivale ad essere decentrati, presi e posseduti. Questa sembra essere l’esperienza di Geremia e di Gesù, nei brani biblici di oggi. Per ambedue, l’ambiente circostante è fonte di “scandalo” in quanto invita a non vivere secondo la relazione fondamentale che determina la loro vita. Ciò comporta esporre la propria vita, come chiede Gesù ai discepoli. Paolo ai Romani parla di un “sacrificio gradito a Dio”, un vero sacerdozio battesimale che consiste nel vivere la relazione con Dio lasciandosi guidare e determinare da questa relazione. La fede è lasciarsi sedurre da Dio al punto da affidare a lui la propria esistenza; la speranza è lasciarsi progettare radicalmente da lui; la carità è lasciare che il proprio cuore pulsi a tal punto da non trattenere nulla per sé.

Geremia 20,7-9.
Già agli inizi del regno di Joakim, una violenta requisitoria di Geremia contro il culto del Tempio lo aveva trascinato in un processo per sacrilegio da cui era uscito assolto (Ger.26,24), ma profondamente sconvolto. Di fronte alle sue peripezie, Geremia compone le “confessioni”, un genere letterario nuovo nella letteratura biblica, benchè se ne trovi traccia nei Salmi. I racconti di vocazione in massima parte sottolineano lo stato di turbamento e scoraggiamento in coloro che si sono sentiti chiamati: tentativo di abbandono in Mosè (Esodo 32), scoraggiamento in Elia (I Re 19), delusione in Giona (Giona 4), crisi esistenziale in Geremia (Ger. 20). In particolare diventa penoso sentirsi escluso dalla propria comunità solo per aver richiamato certe esigenze.

Al v. 7 il profeta ci dà la chiave di tutto il brano: tu mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre. In Osea 2,16 la seduzione di Dio nei nostri confronti è dolce[1]. Ma occorre restituire al termine “seduzione” la sua ruvida e perfino brutale evidenza di azione disonesta e infame. Il verbo ebraico pātāh, “sedurre”, è usato ad esempio in Es 22,15[2] a proposito della violenza sessuale fatta su una vergine. La ragazza “sedotta”, anche nel linguaggio biblico, è quella circuita con raggiri che approfittano della sua ingenuità. Geremia non dice «Mi hai affascinato», ma «mi hai ingannato, hai approfittato di me, hai ottenuto quello che volevi e poi mi hai abbandonato lasciandomi al disprezzo degli altri ed io ci sono cascato, ho perso la testa, sono stato uno sciocco». Geremia pensava che la luna di miele proseguisse in modo confortevole (15,16: «quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore»). Geremia pensa che se fosse stato meno coerente e meno appassionato, se si fosse limitato all’ordinaria amministrazione, se si fosse accontentato di fare il diligente funzionario, se avesse predicato le proprie idee e non la Parola del Signore, se avesse tenuto conto dei gusti e delle allergie degli ascoltatori, non si troverebbe ora in questa situazione insopportabile. La sua è una crisi per eccesso di fedeltà. Ora vorrebbe mettere le pantofole ma si rende conto che il sogno è irrealizzabile. Dice: «Non ce la farei», perché il segno della seduzione di Dio ce l’ha inciso ormai sulla carne: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa, mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo». Non si può contenere e amministrare questo fuoco, questa febbre.

Salmo 63 (62)
Tu sei il mio Dio, ti cerco come la terra arida cerca l’acqua.  “Mio” non significa possesso, ma totale dipendenza. La ricerca appassionata di Dio viene espressa con i due simboli della fame e della sete di Dio. (Amos 8,11-12: « Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno»).  Il Salmo, essendo una preghiera liturgica, sottolinea il ruolo del tempio come spazio privilegiato della presenza viva e dinamica di Dio: «La tua misericordia gratuita vale più della vita».

 Romani 12,1-2
La lettura inizia con un “Dunque”; significa che si collega alla sezione precedente costituita dalla sezione dogmatica (capp. 1-11) che introduce la sezione esortativa (Capp. 12-15). Paolo trae le dovute conseguenze etico-operative che scaturiscono dalla grazia di Cristo. Analizziamo il testo:

  1. Il verbo esortare (parakalein) significa invito e non un ordine o un obbligo.
  2. Qual è il contenuto dell’esortazione? Si tratta di presentare a Dio un culto, ma non rituale. I cristiani sono invitati a offrire i loro corpi, cioè se stessi nella concretezza del quotidiano.
  3. Culto spirituale (loghiken). Letteralmente andrebbe tradotto con “logico, razionale e quindi umano”. Il testo dunque andrebbe tradotto così: “Smettete di offrire culto a Dio con delle cose o degli animali; offrite… sacrifici “umani”, cioè offrite voi stessi con tutta la vostra razionale storia quotidiana”.
  4. <Non siate conformisti con il mondo presente. Trasformatevi invece rinnovando la vostra mente>. L’atteggiamento critico di fronte alle logiche mondane diventa un gesto sacerdotale.
  5. Sacrificio vivente, santo e gradito. Vivente: noi siamo stati salvati non da un rito di culto, ma da tenerezza, lavoro, convivialità e sangue caldo di Gesù. L’impegno di ogni cristiano nell’organizzazione della società e nella resistenza militante contro ogni forma di ingiustizia costituisce quindi un culto autentico, non ritualistico.

Matteo 16, 21-27
Il cap. 16 costituisce, in Matteo un giro di boa, come il cap. 8 per Marco. Quali mutamenti avvengono per costituire questo stacco? Gesù dà per la prima volta l’annuncio della passione e morte. Da questo momento Gesù cercherà di far capire che il proprio stile di una vita “gettata via” (croce) dovrà essere assunto dai discepoli nel rischio di essere presi in giro o ostacolati. Perdere la vita non significa necessariamente rischiare la vita fisica, come ancora oggi succede in certe porzioni di popolo di Dio.

Nel parlare comune c’è il linguaggio dell’augurio, del buon presagio, del «Dio ti guardi, ciò non accadrà mai!». Nelle nostre comunità c’è ancora chi crede all’augurio, alla buona stella sulla propria vita. Crede cioè, chissà per quale eccezione, che possiamo essere cristiani senza che ci venga portato via il nostro modesto mondo pagano. Crede che per noi il Figlio dell’uomo non verrà come un ladro a portarci via ciò che con sottile equilibrismo, tra buona fede e cattiva coscienza, abbiamo accumulato. Crediamo, insomma, che si possa verificare per noi quel che un religioso scriveva a mo’ di dedica sul libro da Messa regalato a una celebre diva: “Con auguri di santità e di successo”. Che è come cercare di fondere l’acqua con l’olio! Invece si diventa sale della terra quando noi per primi siamo salati con il sale che separa ciò che noi pateticamente vorremmo tenere unito. Ecco il sale di Gesù: a Pietro che gli dà buoni consigli Gesù dice “Torna dietro di me, Satana. Tu ragioni alla maniera degli uomini”. E anche se Pietro dice: “Sono pronto a morire con te”, Gesù lo ha già avvertito: “Questa notte mi rinnegherai[3]. Gesù raccoglie Pietro fatto a pezzi dalla sua buona fede e lo sala con la fede.
Il problema della liturgia di oggi è la sequela, una relazione con costi a caro prezzo e benefici di senso esistenziale.

Ma…ne val la pena?
———————————-————————-
[1] Perciò, ecco, la sedurrò (pātāh) a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
[2]Esodo 22, 15: «Se uno seduce una vergine non ancora fidanzata e pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale ed essa diverrà sua moglie».
[3] Matteo 26,34-35




23 agosto 2020. 21a domenica
QUANDO LUI NON E’ COME CREDO.

Come un cuscino che soffoca il neonato senza che neppure se ne accorga, la fede di molti è andata in crisi con l’abbandono del latino, con la comunione data in mano e distribuita dai laici (spesso donne), con la caduta della tonaca dei preti, senza contare le beghe interne delle nostre parrocchie, le delusioni che ci dà Dio perché non fa’ quello che ci aspettiamo. Dov’è Gesù in tutto questo? Certo non dove lo mettiamo noi. La nostra superficialità imprigiona, talvolta, Dio nelle esteriorità della chiesa delle apparenze. Confiniamo la fede nelle abitudini della fede e allora ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio come al solito.

Preghiamo. O Padre, fonte di sapienza, che nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro hai posto il fondamento della nostra fede, dona a tutti gli uomini la luce del tuo Spirito, perché riconoscendo in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente, diventino pietre vive per l’edificazione della tua Chiesa. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 22,19-23
Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».

Salmo 137 Signore, il tuo amore è per sempre.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.

Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;  il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 11,33-36
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-20
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. 

QUANDO LUI NON E’ COME CREDO. Don Augusto Fontana
Come un cuscino che soffoca il neonato senza che neppure se ne accorga, la fede di molti è andata in crisi con l’abbandono del latino, con la comunione data in mano e distribuita dai laici (spesso donne), con la caduta della tonaca dei preti, senza contare le beghe interne delle nostre parrocchie, le delusioni che ci dà Dio perché non fa’ quello che ci aspettiamo. Dov’è Gesù in tutto questo? Certo non dove lo mettiamo noi. La nostra superficialità imprigiona, talvolta, Dio nelle esteriorità della chiesa delle apparenze. Confiniamo la fede nelle abitudini della fede e allora ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio come al solito. Ma Dio non è mai «come al solito». Dio non si trova riducendosi a fare quello che si è sempre fatto. Dio, forse, potrebbe trovarsi nel nuovo che c’è da fare. Come il cieco Bartimeo che “lascia il mantello”, un certo numero di vecchie abitudini incollate sulla pelle.
Credere significa accettare che Dio abbia da offrire qualcosa di diverso dalla nostra porzione di cibi quotidiani. Qualcuno ha detto: “Noi ci saremmo accontentati di 3 locali più servizi e lui ci offre prateria eterne”.
Da un’inchiesta in una parrocchia: Prima domanda: « Chi è Gesù per te? ».
Alcune risposte: Uno da riconoscere… uno da trovare… un provocatore…uno da accettare… uno che si impegna… un figlio “tutto suo Padre”… uno di cui non si può fare a meno… uno pieno di vita… un comunicativo… uno che è umano (Fil. 2, 6-11), un segno…uno che fa corpo…uno da adottare…uno da amare… uno a cui parlare…
Seconda domanda: «A chi assomigli di più tra i personaggi del Vangelo che hanno avvicinato Gesù? »
Alcune risposte: ai discepoli di Emmaus… al cieco… ai farisei estremisti dell’integrità che conoscevano bene Gesù ma non lo riconoscevano… a Pietro… a Maria sua madre… al giovane ricco…

«Ma voi, chi dite che io sia?». Il cap. 16 costituisce, in Matteo un giro di boa, come il cap. 8 per Marco. Quali mutamenti avvengono per costituire questo stacco?

  1. Gesù dà per la prima volta l’annuncio della passione e morte
  2. Da questo momento si dedicherà di più alla formazione del gruppo dei discepoli che delle folle.
  3. Gesù cercherà di far capire che il proprio stile di una vita “gettata via” (croce) dovrà essere assunto dai discepoli attraverso il perdono e la misericordia.

Innanzitutto il brano non è incentrato sull’investitura di Pietro, come farebbe pensare la liturgia di oggi che, nella prima lettura, propone Isaia 22,19-23: una vicenda di divergenze politiche tra ufficiali di corte (cfr. Isaia 22,15-18) all’epoca del re Ezechia, re di Giuda nell’VIII sec. a.C., con la sottolineatura dei riti di investitura del nuovo funzionario (tunica, cintura/sciarpa e chiavi: le 3 insegne della carica) . E comunque se anche fosse, i versetti 13-18 (del vangelo di oggi) non possono essere letti separatamente dai successivi versetti 21-23, tanto sono parallelamente costruiti: 21Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli… 22Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Torna dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Il problema vero è costituito da ciò che chiaramente è lo sfondo, lo scenario: la croce. La professione ortodossa della fede rivela tutta la sua ambiguità se non si misura con la logica di Dio rivelatasi nella finale della vita di Gesù. Non per niente molti esegeti accostano il brano di oggi con un altro capitolo di Matteo (il cap. 11) in cui si tratta del problema dell’identità di Gesù e della rivelazione ai piccoli: « 25In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”». (La lettura di Paolo Rom.11,33-36 ribadisce la misteriosa e incomprensibile logica dell’agire divino: “chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?”).
Parlare della fede altrui, giudicare la fede altrui mi è molto facile. Ma esprimere la mia esperienza di fede è impresa ben più difficile. Non è importante sapere i risultati di un’inchiesta religiosa, ma definire se io ho dato una risposta personalizzata alla domanda di Gesù: “Io chi sono per te?”. La gente tenta di interpretare l’attività e la persona di Gesù secondo i modelli conosciuti del passato. I discepoli e quelli che hanno accettato di condividere il destino di Gesù non possono trincerarsi dietro gli stereotipi e l’opinione della gente. Una forma stereotipa è l’alibi più elegante e astuto per non impegnarmi in una risposta mia personale, magari incompleta e un po’ eretica, ma mia, mia, mia. I discepoli e quelli che hanno accettato di condividere il destino di Gesù non possono trincerarsi dietro gli stereotipi e l’opinione della gente. Anch’io devo prendere posizione ed espormi personalmente. Non si è cristiani per un atto giuridico, per un diploma avuto il giorno del battesimo.
Non è meno importante sentire risuonare quel “voi” collettivo, al plurale: quale risposta dà la mia comunità, la chiesa cattolica, le chiese cristiane, alla domanda di Gesù: “Ma, VOI, cosa dite di me, cosa professate di me?”.
Chiede cosa dicono di lui e non tanto cosa provano nè cosa suggerisce la loro intuizione religiosa. Questo verbo (léghete=dite) gioca un ruolo importante in Matteo ed è tipicamente giudeo. Si “dice” con la bocca, ma ben più con le scelte di vita.
La particella de (= ma) non significa solo “ma voi, al contrario” bensì: e voi non avete nient’altro da dire al mio riguardo? Gesù non rifiuta gli attributi della gente (sei Giovanni Battezzatore, sei Elia, sei Geremia) anche perché in almeno due di essi (Giovanni e Geremia) si riconoscono le caratteristiche del Servo Sofferente. Egli chiede ai discepoli di aggiungere un contributo di esperienza personale derivata da un ascolto della Rivelazione del Padre. Gli altri hanno un posto insostituibile nell’incontro con Cristo, come dei suggeritori che aiutano l’attore a ripartire, a riprendersi e continuare. Lazzaro, il paralitico, il cieco Bartimeo hanno avuto bisogno della fede altrui per essere avvicinati a Gesù, ma poi il contatto ha dovuto essere diretto, un incontro a tu per tu. Anche per la donna samaritana al pozzo (Giov. 4), la genesi della fede dei suoi compaesani ha bisogno delle due tappe, la testimonianza della donna e, alla fine, una presa di coscienza personale: «39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Occorre saper mettere in discussione la propria fede. Occorre una fede non teorica e astratta, da salotto, mummificata. La superficialità è uno degli ostacoli maggiori alla fede.

Nella logica dello schema di Matteo potremmo anche chiedere a Gesù: “Cosa dice la gente di noi cristiani?…E noi chi siamo per Te?”.




In memoria del santo profeta Vescovo Casaldàliga.
di Frei Betto

Ho conosciuto un santo e un profeta. In memoria del Vescovo Pedro Casaldàliga
12 agosto 2020. http://www.settimananews.it/profili/conosciuto-un-santo-un-profeta/
di Frei Betto

Dom Pedro era solito celebrare il Giorno dei defunti nel cimitero più povero di São Félix do Araguaia (MT). In quel luogo giacciono i resti mortali di indigeni e di lavoratori attirati in Amazzonia dal sogno di una vita migliore. Molti di essi, oltre a vedere le loro aspettative frustrate, furono uccisi con armi da fuoco. Il vescovo disse alla gente e agli operatori pastorali della prelatura: «Ascoltatemi bene. Vi dico una cosa molto seria. È qui che desidero essere sepolto». «Per riposare, voglio solo questa croce di legno / come pioggia e sole; / la sepoltura e la risurrezione» (Poema Cemiterio do Sertão, di Dom Pedro).
Malato da alcuni anni del morbo di Parkinson, che chiamava “Fratello Parkinson”, Pedro, a 92 anni, ha avuto un peggioramento nel suo stato di salute la prima settimana di agosto. Le risorse a São Félix sono precarie e l’indigenza è aggravata dalla pandemia del nuovo coronavirus. La congregazione claretiana a cui Pedro apparteneva, decise di trasferirlo a Batatais (SP), dove sarebbe stato meglio accudito. Sabato, 8 agosto – festa di san Domenico, spagnolo come Pedro – spirò poco dopo le 9.00 del mattino. I suoi confratelli hanno esaudito il suo desiderio di riposare nel cimitero di Karajá.
Pedro era giunto in Brasile, come missionario, nel 1968, in piena dittatura militare. Era venuto per avviare i Cursillos di Cristianità. Ma, imbattendosi nello sfruttamento dei braccianti nelle fattorie dell’Amazzonia, fece un’opzione radicale per i poveri. Lavoratori disoccupati e senza istruzione si inoltravano nelle foreste in cerca di migliori condizioni di vita, attratti dall’espansione del latifondo nella regione amazzonica. Letteralmente ammassati nelle città, cadevano nella trappola del lavoro schiavizzato. Non avevano altra scelta che acquistare provviste e vestiario nei magazzini della fattoria a prezzi esorbitanti che li irretivano nelle maglie di debiti impagabili Se cercavano di fuggire, venivano inseguiti dai capisquadra, assassinati o ripresi, frustati, e molte volte mutilati, mozzati di un orecchio.
Pedro nominato vescovo
São Félix è un municipio amazzonico del Mato Grosso, situato di fronte all’isola del Bananal, in un’area di 36.643 kmq. Nel decennio del 1970, la dittatura militare (1964-1985) ampliò a ferro e fuoco le frontiere agrozootecniche del Brasile, devastando parte dell’Amazzonia e attirando fattorie latifondiste impegnate a disboscare per creare pascoli ai bovini.

Casaldáliga, pastore di un popolo sbandato e minacciato dal lavoro da schiavi ne prese la difesa scontrandosi con i grandi proprietari agricoli; con le imprese agrozootecniche, minerarie o del legname; con i politici che, in cambio del sostegno finanziario e di voti, coprivano il degrado dell’ambiente e legalizzavano l’espansione fondiaria senza alcun rispetto delle leggi del lavoro.
Il 13 maggio 1969, Paolo VI creò la prelatura di São Félix do Araguaia. L’amministrazione fu affidata alla congregazione dei claretiani e, dal 1970 al 1971, padre Pedro Casaldáliga fu il primo amministratore apostolico. Poco dopo fu nominato vescovo. Adottò come principi che avrebbero dovuto guidare in maniera ferrea la sua attività pastorale: «Niente possedere, niente imporre, niente chiedere, niente tacere e, soprattutto, niente uccidere». Al dito, come insegna episcopale, un anello di tucum (legno di una specie di palma dell’Amazzonia, ndtr.), che divenne simbolo della spiritualità dei seguaci della Teologia della liberazione.
Nella lettera pastorale del 1971, “Una chiesa in Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale”, Pedro situò accanto ai più poveri la prelatura appena creata: «Noi – vescovo, sacerdoti, suore, laici impegnati – siamo qui, tra l’Araguaia e il Xingu, in questo mondo, reale e concreto, emarginato e accusatorio… O rendiamo possibile l’incarnazione salvifica di Cristo in questo ambiente, al quale siamo stati inviati, oppure neghiamo la nostra fede, ci vergogniamo del Vangelo e tradiamo i diritti e la speranza piena di angoscia di un popolo che è anch’esso popolo di Dio: gli abitanti delle zone interne, i posseiros (piccoli agricoltori), i braccianti, questo pezzo brasiliano dell’Amazzonia. Poiché siamo qui, è qui che dobbiamo impegnarci. Chiaramente. Fino alla fine».
Poeta e profeta
Cinque volte imputato nei processi di espulsione dal Brasile, Casaldáliga viveva in una semplice abitazione, senza alcun sistema di sicurezza se non quello che gli assicuravano tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Calzando dei semplici sandali infradito e indossando un vestito comune come quello dei braccianti che circolavano per la città, ampliò la sua irradiazione apostolica mediante un’intensa attività letteraria.

Poeta rinomato, portava l’anima a sintonizzarsi con le grandi conquiste popolari nella Grande Patria latino-americana. Levò la sua penna e la sua voce nelle proteste contro il Fondo Monetario Internazionale, l’ingerenza della Casa Bianca nei paesi del continente, la difesa della rivoluzione cubana, la solidarietà con la rivoluzione sandinista o per denunciare i crimini dei militari del Salvador e del Guatemala.
In un’occasione compì un lungo viaggio a cavallo per visitare la famiglia di un posseiro che era in prigione. Giunse senza preavviso. Davanti a un piatto di riso in bianco e ad un altro di banane, la figlia maggiore chiese scusa imbarazzata all’ora di pranzo: «Se avessimo saputo che veniva un vescovo, avremmo preparato un pranzo diverso». La piccola Eva reagì dicendo: «Ma il vescovo non è migliore di noi»: egli custodì nel cuore questa lezione, e la mise sempre in pratica, evitando privilegi e vantaggi.
Quando i karajá[1] andavano in città, provenendo dall’isola di Bananal, l’ancoraggio era sempre alla casa di Pedro. Là mangiavano, bevevano acqua, si riposavano dopo i giri compiuti a São Félix.
Fondatore della Commissione pastorale della Terra (CPT) e del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi), Casaldáliga, affermava che la saggezza popolare era la sua grande maestra.
Pedro a Cuba
Nel settembre 1985 mi recai a Cuba con i fratelli e teologi Leonardo e Clodovis Boff. Abbiamo informato Fidel Castro che Dom Pedro si trovava a Managua per partecipare alla Giornata di preghiera per la pace. Il leader cubano insistette affinché lo conducessimo all’Avana. La stessa sera intervenne all’apertura di un congresso mondiale giovanile sul debito estero: «Non è solo immorale riscuotere il debito estero, è anche immorale pagarlo, perché inevitabilmente significherà indebitare progressivamente i nostri popoli».

Chomy Miyar, la segretaria di Fidel, quando si accorse che le scarpe del prelato erano in pessimo stato, gli offrì un paio nuovo di stivali. «Lascio le mie scarpe al Museo della Rivoluzione», disse scherzando Dom Pedro.
Ci recammo insieme in Nicaragua il 13 settembre 1985. Qui prese parte a numerose iniziative contro l’aggressione del governo degli Stati Uniti ad opera dei sandinisti e battezzò il quarto figlio di Daniel Ortega, Maurice Facundo.
Nel suo secondo viaggio a Cuba, nel febbraio 1999, Casaldáliga dichiarò pubblicamente, a Pinar del Río: «Il capitalismo è un peccato capitale. Il socialismo può essere una virtù cardinale: siamo fratelli e sorelle, la terra è di tutti e, come ripeteva Gesù di Nazaret, non si possono servire due padroni, e l’altro padrone è proprio il capitale. Quando il capitale è neoliberale, di lucro ad ogni costo, di mercato totale, di esclusione di immense maggioranze, allora il peccato è chiaramente mortale».
E sottolineò: «Non ci sarà pace sulla terra, non ci sarà democrazia che meriti questo nome profanato, se non ci sarà una socializzazione della terra in campagna e del suolo in città, della salute e dell’istruzione, della comunicazione e della scienza.
Conversando con Dom Pedro, in una circostanza mi disse: penso alla frase di Gesù: «Ci sarà ancora fede sulla terra quando tornerò?» Ci sarà, ma non nella sua parola. Fede nel mercato, il grande demiurgo. Basti pensare che dei tre economisti vincitori del Premio Nobel negli ultimi trent’anni del XX secolo, due provenivano dalla Scuola di Chicago… Perciò, l’Accademia svedese ha dato credito a dei modelli matematici creati per favorire la speculazione finanziaria e tesi a considerare l’umanità come la somma di individui motivati solo da interessi personali e coinvolti nella più litigiosa competizione con i loro simili.
Oggi, vanno in chiesa solo coloro che non hanno risorse per recarsi nelle cattedrali del consumo. Il nuovo luogo di culto è il centro commerciale, lo Shopping Center considerato la porta del Paradiso, perché lì non ci sono mendicanti, immondizia, bambini di strada, minacce; tutto rifulge di uno splendore paradisiaco. Siamo tutti fedeli seguaci del catechismo pubblicitario. Ci infonde la convinzione che la salvezza individuale passa attraverso il consumo. Escluso non è chi ha peccato, è chi non ha denaro. Eretico non è chi è in disaccordo con i dogmi della Chiesa, ma chi si oppone ai dogmi del capitalismo. Apostata non è chi abiura la fede cristiana, ma uno che professa un’altra fede convinto che fuori dal mercato non c’è salvezza».
Successione
Nel 2003, all’età di 75 anni, Casaldáliga presentò la sua domanda di rinuncia alla prelatura, come richiesto dal Vaticano a tutti i vescovi, eccetto a quello di Roma, il papa. Nel 2005 il Vaticano nominò il suo successore. Prima però gli fu inviato un vescovo che, in nome di Roma, gli chiedeva di allontanarsi dalla prelatura, in modo da non intralciare il nuovo prelato. Dom Pedro non gradì l’invito e, coerente con il suo sforzo di rendere più democratico e trasparente il processo della scelta dei vescovi, si rifiutò di ascoltarlo. Il nuovo vescovo, Leonardo Ulrich Steiner, mise fine all’impasse dichiarando che Dom Pedro era benvenuto a São Félix.

Minacce
Dom Pedro fu oggetto di varie minacce di morte. La più grave nel 1976, a Ribeirão Cascalheira, il 12 ottobre, festa della patrona del Brasile, Nossa Senhora Aparecida. Giungendo in quella località assieme al missionario gesuita e indigenista João Bosco Penido Burnier, seppero che nella stazione della polizia due donne venivano torturate. Andarono lì ed ebbero una animata discussione con la polizia militare. Quando padre Burnier minacciò di riferire alle autorità ciò che stava avvenendo, uno dei soldati lo schiaffeggiò, lo colpì col calcio della rivoltella e poi gli sparò alla testa. In poche ore Padre Burnier morì. Nove giorni dopo, la gente invase la stazione di polizia, liberò i prigionieri, infranse tutto, abbatté le pareti e appiccò il fuoco. Sul luogo oggi sorge una chiesa, l’unica al mondo dedicata ai martiri.

Per le sue posizioni evangeliche, Pedro era accusato di essere un «vescovo del partito dei lavoratori». Non si è mai preoccupato delle accuse di cui era oggetto. Sapeva che era il prezzo da pagare per non difendere i privilegi dei latifondisti. Nella campagna presidenziale del 2018, il giorno precedente il primo turno delle elezioni, una manifestazione pro-Bolsonaro sfilò per la città e lo strombazzare dei clacson si intensificò passando davanti alla modesta abitazione del vescovo.
Nessuno incarna e simboleggia tanto la Teologia della liberazione quanto Dom Pedro. Egli divenne un riferimento mondiale di questa teologia incentrata sui diritti dei poveri.
Militante dell’utopia
Pedro è nato in una povera famiglia di piccoli agricoltori in Catalogna. Nel 1940, all’età di 12 anni, condotto da suo padre, entrò in seminario per diventare missionario. Nel maggio 1952, a 24 anni, fu ordinato sacerdote. Nell’ultimo anno di formazione pastorale, in Galizia, mantenne contatti con lavoratori e migranti, molti operai nelle fabbriche di tessuti. Si guadagnò il soprannome di «prete dei furfanti» o «prete dei diseredati».

Dopo un passaggio per la città industriale, la tappa successiva fu Barcellona. A 32 anni, si recò in Guinea Equatoriale, allora colonia spagnola, per avviare i Cursillos di Cristianità. Lì si rese conto che il modello europeo di Chiesa non avrebbe dovuto essere esportato nelle nazioni periferiche.
Come vescovo in Brasile, Pedro non ha mai usato alcun distintivo che lo differenziasse dalle altre persone e lo identificasse come prelato.
«Mi chiameranno sovversivo. / E dirò loro: lo sono. / Per il mio popolo in lotta, io vivo. / Con il mio popolo in cammino, vado / Ho una fede da guerrigliero / E amore per la rivoluzione» (Canzone della falce e del covone).
Ora mi accorgo di aver conosciuto un santo e un profeta, Pedro Casaldáliga. Santo per la sua fedeltà radicale (in senso etimologico di andare alle radici) al Vangelo e profeta per i rischi di vita affrontati e le avversità sofferte.


[1] Antica etnia indigena