Amazzonia
Il coronavirus aiuta gli speculatori

Amazzonia, il coronavirus fa il gioco sporco per gli speculatori

 L’epidemia, che giunge dall’esterno, come durante l’epoca coloniale, sta colpendo i popoli indigeni, nell’indifferenza del presidente Bolsonaro e della politica internazionale.

Con l’arrivo del coronavirus in Amazzonia la storia, purtroppo, si sta ripetendo. I popoli originari di questa terra stanno avendo a che fare un’altra volta con un’epidemia che giunge dall’esterno come durante l’epoca coloniale, ma anche come con i più recenti contagi che hanno decimato il Tapajuna nel 1969 e gli Yanomami nel 1990. Il Covid-19 penetra inizialmente lungo il bacino centrale del Rio delle Amazzoni, per poi espandersi dalle città ai villaggi indigeni fino alle sorgenti degli affluenti. Suor Laura Valtorta delle Missionarie dell’Immacolata, membro dell’Equipe Itinerante formata da religiosi di diverse congregazioni, ha raccontato a Mondo e Missione un episodio significativo della drammatica situazione.

«Domenica 3 maggio, abbiamo portato l’indigena Benilda Coquinche, del popolo Kichwa, all’ospedale regionale di Iquitos (Perú). Siamo stati testimoni, indignati e impotenti, della sua morte per Covid-19. Aveva 33 anni ed era la madre di cinque bambini; in ospedale non c’era ossigeno e dopo aver ansimato per circa sei ore e aspettato un medico, che è arrivato solo alla fine, è morta soffocata tra le braccia del marito, che inerme cercava disperatamente di calmarla. L’immagine di oggi della Pietà di Michelangelo; il marito seduto su una brandina parcheggiata nel corridoio dell’ospedale e tra le braccia la moglie morta soffocata. Come loro, molte persone giacciono così, nei corridoi, senza mezzi o minime cure, aspettando l’ultimo istante.»

I governi delle regioni amazzoniche sono poco presenti per quanto riguarda le politiche sanitarie e, in questo momento di crisi socio-economica, la loro assenza permette agli approfittatori di speculare senza controllo e fare affari con la pandemia. Come testimonia suor Laura, sono aumentati i prezzi degli alimenti di base, delle medicine, dei materiali per la protezione sanitaria e delle attrezzature mediche. Inoltre, il coronavirus sta facendo il gioco sporco per i sostenitori dell’estrazione delle risorse naturali dall’Amazzonia: gli indigeni stanno morendo senza che loro debbano macchiarsi le mani di sangue, così il modello di pseudo-sviluppo predatorio sarà meno ostacolato.




Domenica 14 giugno 2020
PANE E VINO PER RICORDARE, MANGIARE, VIVERE.

Le origini della festa di oggi risalgono al Papa Urbano IV che la istituisce l’ 11 agosto 1264 sotto la spinta di 3 donne beghine: nel Medioevo le donne comandavano anche i Papi! Era appena accaduto uno strano “miracolo” a Bolsena dove, si dice, un’ostia aveva perso gocce di sangue. E’ una festa che duplica la solenne celebrazione del Giovedì santo. Quando io sarò Papa con il nome di Pietro II° la eliminerò. Ma per ora, visto che c’è, ne visiterò il significato concentrandomi su tre verbi: ricordare, mangiare, vivere.

Preghiamo. Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Deuteronòmio 8,2-3.14-16
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Salmo 147 Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion,

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,16-17
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.

Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 PANE E VINO PER RICORDARE, MANGIARE, VIVERE. D. Augusto Fontana
Le origini della festa di oggi risalgono al Papa Urbano IV che la istituisce l’ 11 agosto 1264 sotto la spinta di 3 donne beghine[1]: nel Medioevo le donne comandavano anche i Papi. Era appena accaduto uno strano “miracolo” a Bolsena dove, si dice, un’ostia aveva perso gocce di sangue. E’ una festa che duplica la solenne celebrazione del Giovedì santo. Quando io sarò Papa con il nome di Pietro II° la eliminerò. Ma per ora, visto che c’è, ne visiterò il significato concentrandomi su tre verbi: ricordare, mangiare, vivere.
Ricordare.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto fareNon dimenticare il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire…ti ha condotto…ha fatto sgorgare…ti ha nutrito». Il verbo greco Mnemonéuo corrisponde al verbo ebraico Zakar e al suo sostantivo Zikkaron che traduciamo con Memoriale (“Questo giorno sarà per voi le-zikkaron, il memoriale” Es. 12,14). Il Memoriale, nella Bibbia, non significa tornare con la memoria a eventi passati, ma diventarne protagonisti, trapiantando nel tempo presente un evento passato. Il ricordomemoriale fonda le grandi feste d’Israele: Peshach per celebrare l’uscita dall’Egitto; Shavu’ot per celebrare il dono della Torà dopo l’uscita dal deserto, Shabat per celebrare il settimo giorno della creazione. Un tipico esempio di ricordo coinvolgente e sconvolgente ce lo riferiscono i vangeli sinottici in occasione del tradimento di Pietro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: Prima che il gallo canti… E pianse». Si ricordò e pianse. Così occorre ricordare! L’evento passato si incunea nel tuo hic et nunc (qui e adesso) e si attorciglia nelle fibre sensibili e dolenti della tua vita e della tua personalità e inizia a scuoterle in accelerazione e tu ne diventi protagonista. Il ricordo è un processo creativo e di comprensione che nasce dallo Spirito Santo: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi; ma lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,25-26). «L’oblio è la radice di tutti i mali» dice in modo lapidario un antico padre del deserto[2]. La catechesi biblica e liturgica di Israele e della Chiesa ci conduce a diventare ruminanti cioè ricordanti, come dice Antonio, antico padre del deserto: «Al cammello basta poco cibo. Egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Imitiamo il cammello: recitiamo ogni parola delle sante scritture custodendola in noi finché non l’abbiamo compiuta». L’Eucaristia domenicale è il tempo della nostra ruminazione comunitaria. San Gregorio di Nazianzio[3] afferma che “ricordarsi di Dio è più necessario che respirare; e, se così si può dire, non dobbiamo fare altro“. Noi siamo come Gomer la sposa del profeta Osea il quale dice di lei: “seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me” (Osea 2,15). La sostanza profonda dell’infedeltà di lei è proprio il suo dimenticare infrangendo il legame dell’alleanza. Scrive Geremia: “più mutevole di ogni altra cosa è il cuore, difficilmente guaribile” (Geremia 17,9). Per questo Osea dichiara: ” ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Osea 2,16). Il ricorso a un luogo della “memoria che salva” è la scelta estrema di un Dio che rinuncia a ritirare gli alimenti alla sua sposa e la richiama nel luogo del fidanzamento per nutrirla di sussurri, di baci e di pane: «Prendete e mangiatene tutti…Fate questo in memoria di me».

Ma il Ricordare liturgico dell’Eucaristia si riferisce anche ad un altro aspetto messo in evidenza da due secche domande di Paolo nella seconda lettura: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?». Che è come dire: «Ricordatevi che poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo ». L’Eucaristia fonda la chiesa, ha scritto Giovanni Paolo II in due Lettere Encicliche[4]: «Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell’umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del corpo di Cristo. L’Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo crea comunità fra gli uomini». L’apostolo Paolo è costretto a inviare alcune righe di fuoco alla sua amata comunità di Corinto (1 Corinti 11): «Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco…Volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?». La discriminazione e l’indifferenza reciproca durante e dopo l’Eucaristia fu anche un grave dispiacere per l’apostolo Giacomo (Giac. 2): «Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: “Tu siediti qui comodamente”, e al povero dite: “Tu mettiti in piedi lì”, non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?». Ricordati, dunque, che facendo comunione con il Corpo e sangue di Cristo, tu apri la bocca per “mandar giù”(accogliere) anche il fratello. In tempi di diffusa intolleranza o indifferenza, ciò non sarebbe poco.
Mangiare.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». In poche righe la parola pane è citata 5 volte, carne e sangue 10 volte; mangiare e bere 11 volte.

Quando fu istituita la festa di oggi circolavano strani teologi, Albigesi o Catari, considerati poi eretici, i quali riprendendo le teorie dei Manichei, consideravano la materia come opera del diavolo; di conseguenza l’Incarnazione e i Sacramenti, Eucaristia compresa, altro non erano che inganni diabolici. Mi sembra di sentire ancora oggi l’odore acre di questa fede evanescente quando mi si dice: «Io sono molto cristiana anche se non vado a Messa». I Vangeli di Matteo, Marco e Luca ci ricordano il realismo della fede: «Prendete questo pane e masticatene tutti e bevete questo calice. Fate questo in memoriale di me» che ha il suo riscontro soprattutto nella storia dei discepoli di Emmaus, riscaldati dal Memoriale delle sue Parole e vivificati dal Memoriale della Cena: «Lo riconobbero allo spezzare del pane». Giovanni sembra ancora più realista: «Lavò loro i piedi e disse “lavatevi i piedi tra di voi come io ho fatto a voi”». Carne, pane, vino, sangue, piedi; masticare, bere, lavare: è la fine di una fede evanescente, intimistica, ideologica, anagrafica, sociologica! La materia in azione (spezzare…distribuire…mangiare) è luogo di rivelazione; la croce abitata da un grumo di sangue che si proclamava Figlio di Dio è il nuovo tempio; il giorno dopo il sabato è il nuovo santuario; una tomba vuota (il battistero?) è il giardino degli appuntamenti amorosi con Dio come lo fu un tempo il deserto pieno di paure e di serpenti velenosi, di tradimenti e di speranze, di rocce umide di acqua, di un arbusto nutriente e sconosciuto: «Man-hu? Cos’è questo?» si chiesero gli Israeliti inventando così un nome nuovo (manna) a quel succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia del Fraxinus ornus e che si rapprende rapidamente a contatto dell’aria.
In questa nostra strana epoca materialista si snobba, chissà perché, un Dio che viene a noi attraverso il realismo della Incarnazione, della Parola e dei segni sacramentali, della carne dei poveri; in questa nostra strana epoca di banchetti ipercalorici si snobba un Dio che viene a noi nell’atto del mangiare masticando (Giovanni usa due verbi: phàgō = mangiare e trògō = masticare); in questa nostra strana epoca dell’oblio del passato e del futuro e che divora bulimicamente il tempo presente (patologia chiamata “cronofagia”, divorare il tempo) si snobba un Dio che ci invita a ricordare-meditando, fare memoria-celebrando, non dimenticare quello che fummo e quello che saremo con Lui. Pane e vino, non solo frumento e uva: pane e vino frutti sì della terra ma anche del lavoro di uomo/donna. Materia che sa di terra e di sole e di vento e di rugiada, ma anche di sudore di ascelle e piedi, e di gemiti dagli oppressi e di grida dai liberati. Santa materia sacramentale di Dio, carne di Dio, nutrimento e memoria, lavoro e celebrazione, Santa Eucaristia di gratitudine e lode, di canto e condivisione. Corpo e Sangue.
Vivere
Nel Vangelo di oggi, per 9 volte in poche righe risuona la vita. Padre Ermes Ronchi scrive: «Il nucleo essenziale del Vangelo oggi è racchiuso in due sole parole: pane e vita, mangiare e vivere. Vivere, canto supremo dell’essere, grido ultimo d’ogni salmo; vivere per sempre, vertigine della speranza. Ma il vangelo pone una domanda: che cosa ti fa’ vivere? Io vivo di persone. Vivo di progetti e di appelli, di passioni e di talenti. Ma io vivo soprattutto delle mie sorgenti, come accade per ogni fiume, come per ogni albero stretto alle sue radici. L’uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l’uomo muore. Tutti potremmo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto gli scorpioni o i serpenti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando, disperati, credevamo di non farcela e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Improvvisi squarci si sono aperti a ricordarci che non viviamo da soli, chiusi nel cerchio tragico dei nostri problemi, ma che c’è un amore che assedia i confini della storia. Se sono sopravvissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio. Allora in ogni Messa, con in mano quel piccolo pane, con nel cuore un episodio santo, dialogare senza fine, come Israele di fronte alla manna: man hu? Che cos’è? È Gesù Cristo, È Lui che vive donandosi a me che vivo di pane e di miracolo»[5].


[1] Beghine e begardi dal 1150 erano associazioni religiose formatesi al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica in una vita laicale monastica. Furono proibite dal Concilio ecumenico lateranense del 1215.
[2] Detti dei padri del deserto, Ed Qiqajon, Bose, 2002
[3]  Nasce a Nazianzio in Cappadocia nel 329 e muore nel 390 circa; è stato vescovo e teologo; fu maestro di san Girolamo.
[4] DIES DOMINI 1993; ECCLESIA DE EUCHARISTIA 2003.
[5] Persi nel deserto, è l’altro il nostro pane. p. Ermes Ronchi (02-06-2002)




7 giugno 2020. SS.TRINITA’
UN DIO MISTERIOSO

Oggi faccio mia, sempre più spesso, la preghiera del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto [misterioso]» (Is 45,15). Sono stretto nella morsa tra il dover tacere e il dover nominare questo Nome Misterioso e Nascosto. E chissà quante volte ne ho parlato e scritto a vanvera. Ne dovrò rispondere quando il suo Nome e il Suo Volto mi si riveleranno così come sono e non così come lo ho creduto, rappresentato, predicato.

Preghiamo. Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Èsodo 34,4-6.8-9
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo dalla testa dura, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».

[Salmo di] Daniele 3,52-56 A te la lode e la gloria nei secoli.
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.

Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 13,11-13
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

UN DIO MISTERIOSO.  Don Augusto Fontana
Oggi faccio mia, sempre più spesso, la preghiera del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto [misterioso]» (Is 45,15). 
Mai sentito parlare di Manoach? (Libro dei Giudici cap. 13). Manoach aveva una moglie sterile alla quale appare più volte un “angelo” che le promette fecondità. Finalmente anche Manoach riesce ad incontrare il misterioso personaggio a cui vorrebbe destinare un sacrificio di lode, ma prima ne vuole conoscere il Nome: «Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?». L’angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso”». Sono stretto nella morsa tra il dover tacere e il dover nominare questo Nome Misterioso e Nascosto. E chissà quante volte ne ho parlato e scritto a vanvera. Ne dovrò rispondere quando il suo Nome e il Suo Volto mi si riveleranno così come sono e non così come lo ho rappresentato.
Nella Bibbia i Nomi di Dio non si contano più: Elohim=Dio; El-Shaddaï=Dio onnipotente; El-Elyon=Altissimo; El-Roï=Dio che vede; El-Kanna=Dio geloso; El-Haï=Dio vivente; El-Olam=Dio eterno; Adonaï=Signore e Maestro; Abba=Dio Padre -; Ehyeh=Io sono; Ehad=Eterno Uno; Misgav= Dio rifugio; Aman=Roccia; Agape=Amore; ecc.
Sono occorsi, alla Chiesa antica, più secoli per giungere a definire il dogma trinitario (Concilio di Nicea, 325) come noi lo conosciamo; l’espressione «un’unica natura divina in tre persone uguali e distinte» è chiaramente un tributo alla cultura filosofico-teologica del tempo e difficilmente trova riscontro – come linguaggio – nella Scrittura.
Quando il Capitolo Generale dei Cistercensi nel 1230 elevò la festa della Santissima Trinità al rango di celebrazione liturgica, venne specificato che non doveva esserci predica alcuna, “a motivo della difficoltà del soggetto” (cfr. B. Daley, Communio 21). Dal momento che il “soggetto” della Trinità era troppo complesso per la cristianità del XIII secolo, ci si può ben chiedere da quale punto si possa partire per affrontare oggi lo stesso tema, e quali applicazioni pratiche abbia la dottrina per il cristiano moderno.
Un anonimo ha trasmesso il seguente dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano.
– Diceva un musulmano: “Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?”
– Rispose un cristiano: “Dio, per noi, è amore; come potrebbe essere solo?”
Si tratta di una forma stilizzata di ‘dialogo interreligioso’, che manifesta una verità fondamentale del Dio cristiano, capace di arricchire anche il monoteismo ebraico, musulmano e delle altre religioni.

Le letture di oggi ci rivelano il profilo, il volto o la fisionomia di Dio.

La lettura dell’esodo lo rivela come un Dio “compassionevole e misericordioso, lento all’ira e pieno di clemenza e fedeltà”; e questo immediatamente dopo l’episodio del vitello d’oro. Come per evidenziare il contrasto tra l’infedeltà del popolo e la fedeltà di Dio.
I profili biblici divini non rimandano solo alla paternità e mascolinità, ma anche alla femminilità materna. Il pensiero corre al delizioso Salmo 131,2: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia». Oppure potremmo rimandare all’altra comparazione di Isaia 66,13: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Nel cantico di Mosè, presente in Deuteronomio 32, il Signore entra in scena come padre (v. 6: «Non è lui il padre che ti ha creato, lui che ti ha fatto e costituito?»). Ma poco dopo, designato col titolo classico di “roccia”, “rupe”, acquista un volto materno: « Tu hai trascurato la Roccia che ti ha generato; hai dimenticato il Dio che ti ha partorito» (32,18). Il secondo verbo (hîl) è specificamente materno perché definisce l’atto del “partorire”. Celebre, infine, è il testo di Isaia 49,15: «Si dimentica forse una donna del suo lattante, di amare teneramente il figlio del suo ventre? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!».
Paolo, nella seconda lettura ci rivela il mistero di Dio mediante il saluto trinitario all’assemblea: “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano sempre con voi”.
Da ultimo, il Vangelo di oggi è uno di quei testi, vertice della letteratura biblica, che rivelano una luce speciale: “Dio tanto amò il mondo che offrì il suo figlio“.

Questi saranno i veri fondamenti della nostra festa.

In primo luogo il Dio d’Israele e di Gesù è un Dio inserito nella storia. L’antico e il nuovo popolo di Dio non giungeranno all’esperienza di Dio né attraverso la natura (mediante le religioni naturali), né attraverso la filosofia (mediante le elucubrazioni dei filosofi), ma attraverso la storia. Da qui il Credo d’Israele e della chiesa si definisce come Credo storico; è impossibile proclamare questo Dio, tralasciando i grandi avvenimenti della storia di salvezza: “nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto”: sono dati storici puntuali. Tralasciare la storia, sarebbe disincarnare la fede, privarla della sua sacramentalità storica. Un Dio spogliato della storia non sarebbe il Dio dei cristiani.
In secondo luogo, in questa storia piena di luce e di ombre, ma guidata dalla mano di Jahweh, c’è un progresso; ciò che i teologi hanno chiamato “rivelazione progressiva”. Quando eravamo bambini avevamo un’esperienza di Dio che è venuta maturando poco alla volta diventando adulti. Si tratta di un principio della pedagogia divina. Il mistero di Dio “uno e trino” è frutto di questa esperienza di rivelazione progressiva nella storia. Rivelazione vertice, espressione di maturità: Dio non è un essere isolato, distaccato dalle realtà temporali, solitario. E’ un Dio comunitario, famigliare, sociale, fraterno… Il vertice di tutta la rivelazione biblica è questo: Dio è amore. E l’amore non è mai solitudine, isolamento, ma comunione, vicinanza, dialogo, alleanza. La Bibbia ci rivela, in una parola, chi è Dio: Dio è agape/amore (1Gv 4,8). Amore personale (perché ti ama, come se amasse solo te), amore totale (senza misura, perché la misura dell’amore è quella di dare senza misura), amore sacrificato (oblativo, paziente), amore universale (inclusivo, non escludente), amore preferenziale (si china sul più debole).
La Trinità? Un abbraccio, non un concetto[1]
Io che sono lento a credere, che mi ci vorrà forse tutta la vita non per capire, ma solo per assaporare un poco della fede, come potrò cogliere qualcosa della Trinità? Una strada c’è, e non è quella delle formule e dei concetti. Pensare di capire la Trinità attraverso le formule è come tentare di capire una parola analizzando l’inchiostro con cui è scritta. Dio non è una definizione ma un’esperienza. La Trinità non è un concetto da capire, ma una manifestazione da accogliere. In uno dei capolavori di Kieslowski sui Dieci Comandamenti, Decalogo I, il bambino protagonista sta giocando al computer. Improvvisamente si ferma e chiede alla zia: «Com’è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, in questo momento?». Pavel non vuole sciogliersi dall’abbraccio, alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Pavel, Dio è così». Dio come un abbraccio. Se non c’è amore, non vale nessun magistero. Se non c’è amore, nessuna cattedra sa dire Dio. Dio come un abbraccio: è il senso della Trinità. Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione. Se il nostro Dio non fosse Trinità, vale a dire incontro, relazione, comunione e dono reciproco, sarebbe un Dio da delusione, assente e distratto. Ma Dio è estasi, cioè un uscire-da-sé in cerca d’oggetti d’amore, in cerca di un popolo anche se di testa dura, del quale farsi compagno di viaggio e ristoro entro l’arsura estrema del deserto. Dio ha tanto amato il mondo, da mandare suo Figlio… E mondo e uomo sono storia della Trinità. Mosè, il grande amico di Dio, prega così: «Che il Signore cammini in mezzo a noi, venga in mezzo alla sua gente. Non resti sul monte, guida alta e lontana, ma scenda e si perda in mezzo al calpestio del popolo». Tutta la sacra Scrittura ci assicura che nel calpestio del popolo, nella polvere dei sentieri, lo Spirito accende profeti ed orizzonti, il Padre rallenta il suo passo sul ritmo del nostro, il Figlio è salvezza che ci cammina a fianco. E questo ci sarebbe bastato. Invece l’Ascensione ha portato la nostra natura nel seno stesso della Trinità, quell’uomo già creato ad immagine non di Dio, ma della Trinità, l’uomo pensato come un abbraccio.

Trinità e Chiesa: una polifonia.
« Voi non fatevi chiamare rabbini perché è uno solo e il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). L’odierno contesto socio-culturale è segnato da un marcato iper-individualismo e questo non ci aiuta per una esperienza di Chiesa come fraternità e sororità. Spesso nelle nostre comunità i ministri ordinati si comportano, o vengono considerati per pigrizia e interesse, come capi indiscussi. Perciò non sorprende il vedere il ruolo ancora subalterno dell’altra parte più numerosa del popolo di Dio, cioè dei cristiani laici. E neppure sorprende di constatare ancora oggi nella Chiesa, a oltre 50 anni dal Concilio Vaticano II° l’assenza di una vera Sinodalità, vale a dire la capacità di camminare insieme, ministri ordinati e laici cristiani, per dialogare liberamente e confrontarsi nella carità, per progettare e decidere insieme, al fine di trovare un vero consenso ecclesiale. Una Chiesa che nasce dalla Trinità è una Chiesa capace di vivere in sinodo permanente non solo all’interno della Chiesa stessa, ma anche con la società civile. Prevale ancora la smania di schierarsi in campi contrapposti, in nome di “valori non negoziabili” o a difesa di una “cultura cattolica”. È vero: la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Ma neppure è una monarchia teocratica che insegue l’idolatria del capo. Diciamo, allora, che è una fraternità. La categoria di fraternità, letta in chiave teologica, ci permette di superare sia la visione populista che quella gerarchica e piramidale della Chiesa. Il fondamento sta innanzitutto nel Dio/Trinità; ossia la comunione di persone e la comunicazione dialogica tra il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Comunione e comunicazione non chiusa tra i Tre, ma aperta e donata gratuitamente alle creature umane. Per questo il Concilio Vaticano II° afferma che “la Chiesa universale si presenta come un popolo adunato dall’unità del padre, del figlio e dello spirito Santo” (Lumen Gentium, 4); “Tutti i fedeli con quanta più stretta comunione saranno uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanto più intima e facile azione potranno accrescere la mutua fraternità” (Unitatis Redintegratio 7).L’apostolo Paolo chiama Gesù “primogenito tra molti fratelli” (Romani 8,29). Alle donne accorse al sepolcro Gesù dice: “andate ad annunciare ai miei fratelli…” (Matteo 28,10). Scrive ancora il concilio Vaticano II°: “il verbo incarnato, primogenito tra molti fratelli… dopo la sua morte e risurrezione ha istituito attraverso il dono del suo spirito una nuova comunione fraterna, in quel suo corpo che è la Chiesa, nel quale tutti, membri tra di loro, si prestassero servizi reciproci, secondo doni diversi loro concessi” ( Gaudium et spes 32).
Papa Francesco durante l’assemblea della CEI il 20 maggio 2019 ha detto ai Vescovi: “[la Sinodalità] è la cartella clinica dello stato di salute della Chiesa italiana e del vostro operato pastorale ed ecclesiastico”.

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[1] P. Ermes Ronchi (26-05-2002)




CAMBIAMO MIRA.INVESTIAMO NELLA PACE, NON NELLE ARMI
Appello

CAMBIAMO MIRA! INVESTIAMO NELLA PACE, NON NELLE ARMI.

Appello congiunto delle riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia alle comunità cristiane, vescovi, parroci, consigli pastorali e a tutte le persone di buona volontà in occasione della Solennità della Pentecoste e della Festa della Repubblica

Bisceglie, Brescia, Verona 27 maggio 2020

Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite”. Con queste parole profetiche, nel suo messaggio di Pasqua, papa Francesco richiama l’urgenza di sostenere la vita e smettere di finanziare la morte.
Sfida che vogliamo raccogliere e rilanciare con voi. Perché dentro questa emergenza in cui si inietta liquidità nel sistema economico e nella Chiesa per sostenerne le attività, sentiamo ancora più forte l’esigenza di prestare attenzione al denaro e ai suoi movimenti. Il denaro certo serve, per fare il bene, ma farsi suoi servi genera solo disgrazie sorde al grido dei poveri e di Sorella Madre Terra. Vogliamo impegnarci con voi per vigilare sull’origine delle donazioni per opere spirituali, caritative, educative, sociali e comunitarie e sul loro ingresso nei circuiti dei sistemi bancari e di investimento.
Come sottolinea papa Francesco nell’Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia: “Non possiamo escludere che membri della Chiesa siano stati parte della rete di corruzione, a volte fino al punto di accettare di mantenere il silenzio in cambio di aiuti economici per le opere ecclesiali. Proprio per questo sono arrivate proposte al Sinodo che invitano a prestare particolare attenzione all’origine delle donazioni o di altri tipi di benefici, così come agli investimenti fatti dalle istituzioni ecclesiastiche o dai cristiani” (n. 25).
È sempre più evidente l’assurdità del fatto che il denaro raccolto con le nostre tasse e sottratto alla sanità (tagli per 37 miliardi negli ultimi dieci anni), alla scuola, all’accoglienza, alle famiglie vada a finanziare sistemi militari costosissimi come i caccia F-35 e i sommergibili U-212.
Anche i vescovi italiani nel recente documento La chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance invitano “a individuare processi di conversione delle capacità produttive di armi in altre produzioni ad usi non militari” (4.2.3).
Vi invitiamo pertanto a prendere parte con noi al percorso di rilancio della Campagna di pressione alle “banche armate” che avverrà il 9 luglio in occasione dei 30 anni della promulgazione della Legge n. 185/1990 che ha introdotto in Italia “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.
Percorso che prevede di:
Verificare le banche in cui abbiamo depositato i risparmi evitando quei gruppi bancari che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare.
Verificare le fonti delle donazioni a parrocchie, comunità cristiane, comunità religiose e associazioni, anche rinunciando a provenienze dubbie.
Sensibilizzarci e sensibilizzare la cittadinanza sul tema della riconversione delle spese, delle aziende militari e delle operazioni bancarie per promuovere le aziende e i fondi destinati a sostenere la vita.
Richiedere al Governo italiano, insieme a Rete italiana per il disarmo, Rete della pace e Sbilanciamoci, di attivare una moratoria sulla spesa militare e sistemi d’arma per almeno un anno, riconvertendo tale spesa nella sanità, nella scuola, nella cultura, nella difesa dell’ambiente, nelle comunità locali.

“Servono ospedali e scuole, non cannoni”, ricordava Aldo Capitini alla prima Marcia italiana per la pace e la fratellanza tra i popoli, subito dopo la seconda guerra mondiale. Rimettiamoci insieme in cammino, oggi, sulle tracce di quelle parole e di quel sogno!

PER ADERIRE ALL’APPELLO: Inviare email a uno dei seguenti indirizzi con la dicitura: ADERISCO ALLA CAMPAGNA CAMBIAMO MIRA. Indicando Cognome, nome e città.

Filippo Ivardi Ganapini (direttore di Nigrizia) – Email: filippo.ivardi@nigrizia.it
Mario Menin (direttore di Missione Oggi) – Email: direttore@missioneoggi.it
Rosa Siciliano (direttrice di Mosaico di Pace) – Email: info@mosaicodipace.it




Il respiro di Dio viene in modo diverso per ciascuno
Padre Ermes Ronchi

Il respiro di Dio viene in modo diverso per ciascuno.
Padre Ermes Ronchi

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
La Parola di Dio racconta in quattro modi diversi il venire dello Spirito Santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi.
Nel Vangelo lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quieto come un respiro, come il battito del cuore.
Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e le parole. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa, lui spalanca finestre, ti apre davanti il mondo, chiama oltre.
Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano.
E un quarto racconto è nel versetto del salmo: del tuo Spirito Signore è piena la terra. Tutta la terra, niente e nessuno esclusi. Ed è piena, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c’è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. “Che fa vivere e santifica l’universo”, come preghiamo nella Eucaristia.
Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei, ecco accadere qualcosa che ribalta la vita degli apostoli, che rovescia come un guanto quel gruppetto bloccato dietro porte sbarrate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti d’angoscia, in persone danzanti di gioia, “ubriache” (Atti 2,13) di coraggio: è lo Spirito, fiamma che riaccende le vite, vento che dilaga dalla camera alta, terremoto che fa cadere le costruzioni pericolanti, sbagliate, e lascia in piedi solo ciò che è davvero solido. È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita.
La sera di Pasqua, mentre erano chiuse le porte, venne Gesù, stette in mezzo ai suoi e disse: pace! L’abbandonato ritorna da coloro che lo avevano abbandonato. Non accusa nessuno, avvia processi di vita; gestisce la fragilità dei suoi con un metodo umanissimo e creativo: li rassicura che il suo amore per loro è intatto (mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, ferite d’amore); ribadisce la sua fiducia testarda, illogica e totale in loro (come il Padre ha mandato me, io mando voi). Voi come me. Voi e non altri. Anche se mi avete lasciato solo, io credo ancora in voi, e non vi mollo.
E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo. Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, l’ossigeno del cielo. E come in principio il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così ora Gesù soffia vita, trasmette ai suoi ciò che lo fa vivere, quel principio vitale e luminoso, quella intensità che lo faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare, e spalancava orizzonti.
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; 1 Corinzi 12,3-7.12-13; Giovanni 20, 19-23).




31 maggio 2020. Domenica di Pentecoste
UN ALITO

Così mi dice un amico colpito da coronavirus: «Non ho mai avuto la febbre altissima, ma per un paio di sere ho vissuto la cosiddetta fame d’aria. Provi a respirare, ma è come se i polmoni non rispondessero, per circa 20 minuti ho avuto la sensazione che i polmoni fossero una busta bucata. Ho avuto paura. Ora sto meglio, ma quanto ossigeno mi hanno dato!». Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti dopo quel momento maledetto. Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha deposto, e continua a deporre, le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito».

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».  (versetti omessi dalla Liturgia:12 Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: «Che significa questo?».13 Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di mosto».)
Salmo 103 Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!

Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,3b-7.12-13
Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo.Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito.

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

UN ALITO. Don Augusto Fontana
Così mi dice un amico colpito da coronavirus: «Non ho mai avuto la febbre altissima, ma per un paio di sere ho vissuto la cosiddetta fame d’aria. Provi a respirare, ma è come se i polmoni non rispondessero, per circa 20 minuti ho avuto la sensazione che i polmoni fossero una busta bucata. Ho avuto paura. Ora sto meglio, ma quanto ossigeno mi hanno dato!». Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti dopo quel momento maledetto. Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha deposto, e continua a deporre, le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito» (Gv 19, 30). Questi sono giorni maledetti che rivelano il nostro bisogno di avere un Dio amante che ci stampi sulle labbra diafane il bacio della sua bocca: «Mi baci con i baci della sua bocca» (Cantico, 1,2). Un soffio, un bacio. Pentecoste. Nonostante le mascherine.
Le bravate e le risse, il bullismo che infetta ragazzini di 12 anni, le violenze sulle donne sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale. Tutti noi vediamo e sentiamo, ma ci sentiamo paralizzati di fronte al fenomeno di intolleranza trasversale che colpisce qualunque persona che passa in quel momento in quella strada o vicolo della città. Il carcere non è la soluzione ideale e denuncia il fallimento della politica e della aggregazione sociale. Inoltre i sondaggi ci dicono che il regalo maggiormente desiderato dalle ragazze italiane è un intervento dal chirurgo estetico. La priorità quotidiana di apparire, sono un dato allarmante. E se non bastasse: i paesi arabi che si affacciano sul mediterraneo sono scossi da sanguinose ribellioni ai loro governi e torna lo spettro della guerra civile e di religione; arabi e israeliani non ce la fanno a trovare una via d’uscita politica all’eterno conflitto; l’Africa è sempre più sedotta e abbandonata da noi occidentali “cristiani” che la sverginiamo con i nostri appetiti per poi abbandonarla in attesa del prossimo stupro. E la Chiesa, quella che doveva nascere dall’utero del Concilio Vaticano II°?
Ci manca il fiato, il respiro; e trasmettiamo alle nuove generazioni una vita asfittica, dopata, orfana.
Qualsiasi grande città del nostro mondo ricorda oggi l’ambiente della torre di Babele: pluralità di lingue, di culture, d’idee, di stili di vita e problemi immensi d’intolleranza e incomprensione tra coloro che la abitano. Come possono convivere e comprendersi quelli che hanno tante differenze? La situazione sta diventando particolarmente problematica nei paesi sviluppati, ma anche nelle grandi città di tutto il mondo. Immigranti da altre province o da paesi in cui lasciano tutto per cercare un lavoro, un luogo dove cercare vita e qualità di vita. Per molti di loro arrivare all’altra riva è la loro speranza. E quando arrivano, nel caso li lasciamo entrare, inizia un vero calvario per potersi mettere al nostro livello. Il nostro mondo si è trasformato ora nel paradigma della torre di Babele, parola che significava “porta degli dei”. Così era denominata la città di ieri, simbolo della cultura urbana di oggi. Una città intorno ad una torre, una lingua ed un progetto: scalare il cielo, invadere l’area del divino. L’essere umano ha voluto essere come Dio (già lo aveva tentato prima, nel paradiso, a livello di coppia, ora a livello politico) e si unì (si uniformò) per ottenerlo. Ma il progetto fallì: quel Dio, geloso dagli inizi del progresso umano, confuse (in ebraico: “balal“) le lingue e chiuse per sempre la porta degli dei (“Babel“). Forse quel mondo uniformato non ci fu mai sulla terra, forse fu solo un’aspirazione tentatrice del potere umano. Dopo il fallimento, le diverse lingue furono il maggior ostacolo alla convivenza, principio di dispersione e di rottura umana. L’autore della narrazione della torre di Babele non pensò alla ricchezza della pluralità e interpretò il gesto divino come castigo. Ma insinuò che Dio era per il pluralismo, differenziando gli abitanti del luogo in base alla lingua e disperdendoli. Molti secoli dopo che venne scritta questa narrazione del libro della Genesi, ne leggiamo un’altra nel Libro degli Atti degli Apostoli. Ebbe luogo il giorno di Pentecoste, festa della mietitura in cui i giudei ricordavano il patto di Dio con il popolo sul monte Sinai, “50 giorni” (= Pentecoste) dopo l’uscita dall’Egitto. I discepoli erano riuniti, anche 50 giorni dopo la resurrezione (l’esodo di Gesù verso il Padre) e si preparavano a raccogliere il frutto della semina del Maestro: la venuta dello Spirito che è descritta con eventi particolari, espressi come se si trattasse di fenomeni sensibili: rumore come di vento tempestoso, lingue come di fuoco che consuma o purifica; Spirito (= “ruah“: aria, soffio vitale, respiro) Santo (= “hagios“: non-terreno, separato, divino). E’ il modo che sceglie Luca per esprimere l’inenarrabile, l’irruzione di uno Spirito che li libera dalla paura e dal timore e che li farà parlare con libertà per promulgare la Buona Notizia della morte e resurrezione di Gesù. Per questo, ricevuto lo Spirito, iniziano a farsi capire da tutti. Poco importa indagare in cosa consistette quel fenomeno. Ciò che importa è sapere che il movimento di Gesù nasce aperto a tutto il mondo e a tutti, che Dio non vuole l’uniformità, ma la pluralità; che non vuole lo scontro ma il dialogo; che è iniziata una nuova Era in cui bisogna proclamare che tutti possono essere fratelli, non solo “nonostante” ma “grazie” alle differenze; che adesso è possibile capirsi, superando ogni tipo di barriere che impediscono la comunicazione. Perché questo Spirito di Dio non è Spirito di monotonia o di uniformità: è poliglotta, polifonico. Il giorno di Pentecoste, da più lingue non ne venne, come a Babele, più confusione. “Ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua delle meraviglie di Dio“. Dio rese possibile il miracolo d’intendersi. Iniziò così la nuova Babele, quella voluta da Dio, lontana da malsane uniformità, un mondo plurale ma concorde. Speriamo di continuare a reinventarla e non ad innalzare muri né barriere tra ricchi e poveri, tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.
La venuta dello Spirito significò per quel pugno di discepoli la fine della paura e del timore. Le porte della comunità si aprirono. Nacque una comunità libera come il vento, come fuoco ardente[1].
Gesù, dice il Vangelo, alitò su di loro. La parola “alitare” (emphysao) è la stessa parola che usa il Libro della Genesi per rivelare l’atto creativo di Dio. Dio ci dona la forza con la quale egli ha agito ed amato e la sua forza è creatrice. Tutto ciò che abbiamo come un seme, in forma germinale, si risveglia grazie allo Spirito che lo feconda. C’è tutta una ricchezza, un mondo, una creazione che si deve sviluppare in me. Che lo Spirito scenda su di me vuol dire che io sono chiamato a prendermi cura delle mie doti e delle risorse altrui. Tutto è in me come un seme. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» scrive Paolo ai Corinti e a noi. Gesù rende consapevoli dell’enorme potere che i discepoli hanno: «Se voi perdonerete (in greco: afìemi=lascerete andare) i peccati saranno perdonati e a chi non li perdonerete (in greco: cratéo=li terrete in pugno) resteranno non perdonati». Giovanni usa due verbi: il primo è afìemi, perdonare, mandare via, scacciare, rimettere. Il secondo è cratéo, che significa trattenere, tenere in pugno, impossessarsi, dominare, spadroneggiare. Cioè: la comunità cristiana ha due possibilità: o lasciar andare o trattenere.

Ancora e sempre Pentecoste.
Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti circolare, nelle vene, forza e fiducia mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere in profondità, di guardare con speranza, con occhi capaci di sorprendere le gemme più che i rami improduttivi, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità creata dall’amore di Gesù si accompagna la diversità creata dal fuoco dello Spirito: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. In questi tempi il compito della Pentecoste si fa segretamente più intenso: generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi.
Tutto torna in teoria, in poesia, in omelia. In pratica invece sentiamo le contrazioni del dolore del parto. Come in questi giorni nella crisi del Monastero di Bose con l’espulsione da parte del Vaticano (chiamato “Santa Sede”) del fondatore Enzo Bianchi e altri 3 monaci. I covi di vipere sono ben altri e ben più gravi nella chiesa, nelle parrocchie, nelle diocesi. E uno di questi covi di vipere è dentro di me. Spirito Santo, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è storto. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni.
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[1] Don Remigio Menegatti, 2006




APPELLO DI SOLIDARIETA’ CON LE PICCOLE COOPERATIVE SOCIALI

 APPELLO DI SOLIDARIETA’ CON LE PICCOLE COOPERATIVE SOCIALI

L’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro e la Caritas diocesana desiderano rendere concreto il messaggio del 1° maggio “Tutelare la dignità del lavoro”. 

CONFERMIAMO
la volontà di iniziare a sostenere il mondo del lavoro partendo da  alcune piccole cooperative sociali del nostro territorio – dove lavorano persone svantaggiate – che sono in grandi difficoltà. E’ nostro desiderio dare rilievo alla necessità di mettere al centro, nei progetti per il lavoro del futuro, anche le persone con svantaggio lavorativo che rischiano di essere dimenticate e abbandonate e che non sono mai state nominate in nessun decreto fino ad oggi. Il nostro contributo va inteso come un “aiuto di speranza nel futuro” e di vicinanza concreta perché esperienze di solidarietà – che fanno parte del nostro territorio e aiutano tante famiglie in difficoltà – non si riducano o si perdano. 

SIAMO SOLIDALI
con tutte le Cooperative sociali ma in particolare, per ora, con quattro piccole cooperative, che operano da decenni nel nostro territorio e che si trovano in grave crisi per mancanza di lavoro e per il mancato riconoscimento, da parte degli enti locali, delle attività ancora in corso. Vogliamo evitare che venga compromessa la continuità dei posti di lavoro
– per la prolungata mancanza di lavoro a causa di servizi che rimarranno chiusi a lungo
– per l’impossibilità di riprendere alcune attività in sicurezza

SOSTENIAMO
le famiglie e l’appello del Consorzio solidarietà sociale e delle Centrali Cooperative perché i Comuni assicurino la continuità dei servizi in essere rivolti alle persone più fragili e sostengano le loro attività, svolte anche in nuove modalità, prevedendo anche co-progettazione o riprogettazione e, comunque, pagando le prestazioni come previsto dall’articolo 48 del decreto “Cura Italia”. 

DONIAMO
aiuto economico incrementando il Fondo di solidarietà della Diocesi che destinerà, per ora, una quota parte della raccolta alle 4 Cooperative sociali. Chi lo desidera può effettuare bonifico a CARITAS DIOCESANA PARMENSE EMERGENZE Iban: IT88G0623012700000037249796
CAUSALE DEL VERSAMENTO: sostegno lavoro persone svantaggiate




RELAZIONE QUINQUENNALE
Commissione CEI problemi sociali e del lavoro

Relazione finale della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.
Quinquennio 2015 – 2020

  1. Questa Commissione ha cominciato il suo mandato approfondendo la sua natura, le sue funzioni, gli ambiti della sua competenza. A partire da quanto è detto nel regolamento si è riflettuto sul compito primario di questa commissione di essere un servizio a tutta l’Assemblea dei vescovi come supporto all’evangelizzazione in campo sociale. E questo sia come riflessione sulla dimensione sociale dell’evangelizzazione, formula usata da papa Francesco come titolo del cap. IV della Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), sia come aiuto ad un discernimento dinanzi alle situazioni concrete che si verificano nella nostra società. Questo ausilio ai vescovi non è immediatamente di natura sociologica o politica, ma declina i fondamenti, teologici, culturali, morali dell’azione pastorale nell’ impatto con le circostanze storiche in cui si svolge la vita della società. La Commissione cerca poi di ausiliare i vescovi nel loro compito educativo particolarmente nella formazione di un laicato maturo che da il proprio contributo alla vita sociale. Questa funzione esige un raccordo con altre Commissioni e particolarmente con quella del laicato, dell’educazione, della cultura e comunicazioni sociali, del servizio per la carità e la salute. In questo senso c’è stata una specifica riunione comune insieme alla Commissione del laicato e della carità e salute. Sembra opportuno un raccordo più sistematico. Ci siamo interrogati sul tema di fondo che riguarda un giudizio sulla presenza della Chiesa nella società. Ciò ha portato ad una riflessione sulla natura stessa dell’evangelizzazione e della modalità in cui è vissuta nelle nostre Chiese locali. Si è più volte confermato nel corso di questi cinque anni che l’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è un aspetto carente della nostra esperienza ecclesiale; liturgia, catechesi, clero e vita consacrata, famiglia, occupano il centro delle attenzioni. Con tutti gli sforzi fatto su questo punto c’è un lungo cammino da fare. Nel corso del quinquennio la stessa problematica educativa ha visto un calo di attenzione, mentre la tematica del lavoro si è sviluppata grazie al lavoro preparatorio della Settimana Sociale dei cattolici italiani di Cagliari. Grazie all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, si è cominciato a porre a tema la questione ambientale.
  1. In questo contesto più volte è tornata l’esigenza di una formazione socio-politica delle nostre comunità ecclesiali già sorte nel passato. Esse si erano sviluppate abbastanza a partire dagli anni 70 e poi hanno avuto un calo progressivo. Attualmente, lavorando in questo come su tutti gli altri aspetti dei problemi sociali con l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, si è fatto un censimento e risultano attive 42 Scuole di formazione all’impegno socio-politico di cui 39 diocesane. I temi trattati sono la Dottrina Sociale della Chiesa, il lavoro, l’economia, la politica, la democrazia e l’immigrazione. Altri temi ricorrenti: la Laudato si’, l’Europa, il bene comune, la città, i giovani, la povertà, la dignità della persona, la comunicazione, la Costituzione. Come metodologia: si va da lezioni frontali a laboratori. A volte si tratta di una serie di conferenze, altre volte di seminari. Per questo c’è una varietà di diciture: Scuola di formazione socio-politica, Scuola di DSC, Scuola di cittadinanza e partecipazione, Laboratori di etica civile, Corsi di formazione. In genere sono rivolti a tutti. La frequenza è varia: mensile, momenti di full immersion, ma anche periodici a seconda delle differenti iniziative diocesane. Ci sono anche esperienze significative promosse da personalità di rilievo come da associazioni e movimenti. È chiaro che tutti gli ISSR e le Facoltà teologiche hanno corsi di DSC. L’Università Cattolica prevede tra le proposte un Corso post laurea sulla DSC. In sintesi c’è una buona mole di lavoro, anche se la tematica sociale e ambientale non è inserita nel percorso educativo della preparazione ai sacramenti e della catechesi. La Commissione osserva che in questo campo c’è un grande lavoro da fare.
  1. L’Ufficio Nazionale per i problemi sociali in un Seminario ha preparato un documento su: “Identità e missione del presbitero in servizio pastorale nelle aggregazioni di laici impegnati nel sociale” che ha coinvolto i direttori degli Uffici e le Commissioni diocesane e regionali per i problemi sociali in una proficua riflessione. I referenti regionali e diocesani si sono, varie volte all’anno, impegnati in Corsi e Seminari formativi sui problemi sociali e ultimamente su quelli ambientali partecipando con grande impegno ed entusiasmo. Il lavoro fatto è poi riportato nelle regioni e nelle varie diocesi. E qui la sfida si fa dura perché la pastorale sociale normalmente non ha il peso dovuto nelle diocesi e parrocchie. Il documento sull’azione dei presbiteri in campo sociale è stato consegnato alla Presidenza della CEI. Cogliamo l’occasione per ringraziare l’assidua collaborazione di questa Commissione con i Direttori dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro prima mons. Fabiano Longoni e ora don Bruno Bignami.
  1. Più volte la Commissione è tornata ad approfondire riflessioni e giudizi sulla situazione socio-politica italiana e sul come questo coinvolgeva e provocava la nostra azione pastorale. Si è messo in rilievo il fatto che l’esperienza ecclesiale vissuta dal popolo di Dio e dai Pastori è il presupposto e l’anima dell’azione sociale, economica e politica della Chiesa. Abbiamo riaffermato che la passione sociale è un aspetto della passione missionaria che si esprime oltre che nell’annuncio esplicito del Vangelo, nella pratica della carità ed anche nell’azione per render più umane le strutture sociali economiche e politiche della nostra società. Dalla fede nasce una nuova umanità che si sviluppa anche nell’azione socio-politica, anche se non in maniera meccanica, grazie alla presenza dei fedeli laici che vivono nei vari ambienti dalla società. Da questo presupposto la Commissione, in vari incontri, ha affrontato il tema della “Presenza dei Cattolici in Politica” anche grazie ai vari interventi in questo senso del Santo Padre che invitava i cattolici a non stare al balcone, ma a scendere in piazza. Non sono mancati gli excursus storici che mettevano in evidenza il passaggio dalla diaspora alla insignificanza dei cattolici in politica. Tale discussione si è approfondita anche in seguito ad una serie di incontri avvenuti in occasione della celebrazione del centenario dell’“Appello ai liberi e forti” di don Sturzo (1919). Si è convenuto che non è più tempo di un Partito dei cattolici, ma, al tempo stesso si è vista la necessità di un soggetto politico che riunisca un’area di ispirazione cattolica, attualmente frammentata, che dialoga con tutti, riprendendo il metodo che ha dato origine alla Costituzione italiana. Nell’attuale frammentazione dei cattolici presenti in parlamento si nota una debolezza di presenza profetica sia sui temi etici che su quelli sociali e ambientali. Si avverte l’urgenza di un soggetto e quindi di un progetto che partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa sappia dare attuazione al mandato costituzionale del primato della persona sullo stato, della libertà come salvaguardia della socialità, del lavoro legato ad un progetto di sviluppo che non abbia come fine la massimizzazione dei profitti, ma il bene delle persone e il bene comune. Che garantisca un’attenzione specifica ai più poveri, compresi i giovani che sono costretti emigrare. E che promuova uno sviluppo sia compatibile con la sostenibilità ambientale. Punto ineliminabile di tale progetto è il richiamo alla costruzione della pace sia a livello nazionale che internazionale. Abbiamo osservato che è diffusa in campo ecclesiale un’esigenza di approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa per non sottostare alla logica del dominio di un paradigma tecnocratico che si impone non solo a livello economico, ma anche culturale e che invade tutti i campi della vita. Tale paradigma si è trovato profondamente in crisi con la diffusione di questa pandemia e della diffusione di un virus che pone in scacco la pretesa di un dominio della realtà e lascia le persone a mercé della paura, del disagio sociale e della speranza nel futuro. Di fronte alla varietà dei problemi posti dalla condizione culturale e sociale in cui viviamo da più parti si è avanzata la proposta di costituire un gruppo di riferimento che condivida un orizzonte culturale, un preciso impegno etico ed educativo con una attenzione pratica e un respiro sociale dinanzi alle attese della gente cui non è stata ancora data risposta. In vista di tale obiettivo la Commissione ha più volte in questi anni invocato la costituzione nella CEI di un “laboratorio di riflessione e di giudizio sulla situazione sociale e politica della Chiesa”. Si tratterebbe di un osservatorio promosso e costituito dalla Commissione CEI per i problemi sociali, dal Comitato per le Settimane Sociali e aperto ad altri contributi di riflessione e di azione sulle questioni sociali e politiche. L’impatto delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 con un profondo cambiamento della rappresentanza politica ha reso più urgente la costituzione di tale gruppo di riferimento. La Commissione ha affrontato la questione in varie circostanze anche chiamando esperti e analizzando le varie proposte di aggregazione del mondo cattolico in politica già esistenti sul territorio. Ne citiamo solo alcune come Politica insieme, Demos, LabOra, Connessioni, Esserci, ecc. Ci troviamo ancora dinanzi ad una grande incertezza con vari cantieri aperti.
  1. La Commissione si è anche varie volte unita al Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali per preparare la Settimana Sociale di Cagliari che si è realizzata dal 26 al 29 ottobre del 2017 con il tema: Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale” e sta accompagnando il lavoro preparatorio per la prossima Settimana Sociale che si terrà a Taranto nel prossimo anno col tema: Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso. Essendo le tematiche delle Settimane direttamente legate al lavoro della Commissione se ne è, condiviso il programma, la preparazione con riunioni specifiche offrendo puntuali contributi. Poi dopo la realizzazione della Settimana di Cagliari se ne è valutato l’esito e le proposte. Sulla Settimana Sociale di Taranto lo scoppio della pandemia sta chiedendo uno spostamento della data dell’evento che, con buona probabilità, dal febbraio andrà a compiersi nell’autunno sempre del 2021. Sui Lineamenta di questa prossima Settimana Sociale si è fatta una riunione proficua vista l’urgenza della questione ambientale che è uno dei problemi più scottanti dell’attualità. La guida di tutti i lavori è costituita dalla Laudato si’ che con la proposta della “ecologia integrale” riprende il ricco patrimonio della “teologia della creazione” ponendo in evidenza la correlazione che esiste tra antropologia e cura della casa comune, ecologia ed economia, grido della terra e grido dei poveri. La tesi di fondo si muove da uno sguardo contemplativo tipico di San Francesco d’Assisi che permette di sviluppare una visione della vita che aiuti a preservare la sopravvivenza del Pianeta. Questo comporta una conversione culturale che promuova nuovi di stili di vita e svolga un’azione profetica in vista di un modello di sviluppo che non ponga al centro l’accumulazione del profitto, ma la dignità dei vari gruppi sociali e la cura della casa comune. Nella Settimana sociale di Taranto si mostreranno varie buone pratiche di aziende, private e pubbliche che mostrano come una sostenibilità ambientale non solo si può coniugare, ma anche giova anche alla sostenibilità economica. Tutto questo comporta una inversione di rotta in cui la visione cristiana della vita gioca un ruolo essenziale.
  1. Compito della Commissione è stato anche quello di preparare i messaggi annuali dei vescovi per la Festa del 1° maggio, per la Giornata del Creato e per la Giornata del Ringraziamento. Questo è stato fatto con competenza, assiduità e cura mettendo sempre in evidenza la nostra preoccupazione pastorale di Vescovi senza limitarci al puro momento socio-analitico e all’impegno socio-ambientale. Altro compito della Commissione è quello di preparare insieme all’Ufficio Nazionale per i problemi sociali la Marcia per la Pace che si svolge ogni anno il 31 dicembre. Questa è una iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione con la Diocesi ospitante, Pax Christi, la Caritas e l’Azione Cattolica. In realtà chi ha partecipato insieme alle Diocesi ospitanti è stata la CEI (il presidente di questa Commissione ha partecipato a tutte le cinque edizioni) e Pax Christi, mentre la partecipazione della AC e della Caritas è andata scemando negli ultimi anni. Se tali assenze si dovessero confermare si impone la domanda se non sia opportuno rivedere l’iniziativa verificando intenzioni e disponibilità. Altra questione è stata suscitata dal desiderio di sintonizzare il messaggio della Marcia con il messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale della pace del 1° gennaio. Il contenuto di tale messaggio però non sempre è reso noto in tempo. Sarebbe necessario che il tema fosse dato per lo meno entro il mese di ottobre, altrimenti non si possono preparare i sussidi alla Marcia. Una soluzione sarebbe quella che, quando il messaggio papale tardasse a venire, si scelga necessariamente un altro tema. La Commissione sente l’esigenza che il gesto abbia più enfasi e che la celebrazione di questo momento, non si polverizzasse in tante iniziative diocesane concomitanti, ma ci si orientasse in un gesto nazionale di grande rilievo. Vista l’importanza fondamentale del tema della pace sarebbe opportuna una adeguata risonanza della Marcia presso l’opinione pubblica, sintonizzandosi, per quanto è possibile, con il messaggio del Santo Padre.
  1. La Commissione accompagna lo sviluppo del Progetto Policoro che ha celebrato i suoi 25 anni di vita e che è diffuso particolarmente nelle regioni del Sud. Promosso dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI, dal Servizio Nazionale per la pastorale giovanile e dalla Caritas Italiana, il Progetto Policoro continua a svolgere la sua missione “per affrontare il problema della disoccupazione giovanile, attivando iniziative di formazione a una nuova cultura del lavoro, promuovendo e sostenendo l’imprenditorialità giovanile in un’ottica di sussidiarietà, solidarietà e legalità, secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa”. La nostra Commissione ne segue le attività formative rivolte particolarmente agli “Animatori di Comunità” che svolgono il loro servizio presso le proprie diocesi. In generale nelle regioni del Sud svolge un buon lavoro ben organizzato e riceve il sostegno dei vescovi e delle comunità cristiane che conoscono il Progetto. In alcune diocesi del Nord ci sono delle resistenze in ambito ecclesiastico anche perché le finalità del Progetto Policoro sono portate avanti da altri soggetti ecclesiali che pongono in atto iniziative similari. L’orientamento della Commissione è quello di valorizzare le varie forme che cercano di rispondere al disagio giovanile con un’attenzione particolare a quelle generate direttamente dalla CEI come il Progetto Policoro.
  2.  In conclusione la Commissione ha svolto in questo periodo una funzione di sostegno all’opera evangelizzatrice della Chiesa in campo sociale e politico. Il lavoro della Commissione è rifluito direttamente nel Consiglio Permanente della CEI dove sono state riportati i giudizi e le sollecitazioni operative di quanto si è discusso negli incontri di Commissione. In particolare la tematica del lavoro, partendo dall’attenzione ai volti concreti e dai disagi dei lavoratori e ancor più di tanti giovani che sono costretti ad emigrare per mancanza di lavoro, è costantemente risonata nel Consiglio Permanente. Come anche il valore dell’impresa e della necessità di un nuovo modello di sviluppo, insieme ad una adeguata riflessione sulla sostenibilità socio-ambientale. Non si è trattato solo di riferimenti teorici, ma anche di presentazione di buone pratiche proposte aquinquennalella riflessione e al giudizio dei vescovi che poi in modo sistematico, sono state presentate alla Settimana Sociale di Cagliari. Ricordo che c’è sempre stata un’attenta recezione delle nostre tematiche e della prospettiva globale del nostro lavoro. Ci muove infatti la passione che nasce dalla fede e che tende ad investire la nostra società, ascoltando i suoi drammi e aprendo cammini di speranza evangelica. Il magistero sociale di Papa Francesco ci ha accompagnato in tutto il cammino e ci è stato un riferimento costante aprendo nuovi orizzonti all’ azione pastorale. Ci ha illuminato l’origine evangelica della passione per i poveri e l’acuta sensibilità socio-ambientale del Pontefice. E oggi, giorno del centenario della Nascita di San Giovanni Paolo II, non possiamo non ricordarlo anche come autore di Encicliche sociali di grande rilievo.

Infine le nostre riunioni sono state ben partecipate e si sono svolte in un clima di ascolto delle diverse posizioni anche quando rappresentavano prospettive divergenti. C’è stato un arricchimento reciproco in un clima positivo di servizio ai Vescovi e alla Chiesa italiana.

Grazie a tutti voi per il contributo e l’assidua partecipazione.

Taranto, 18 maggio 2020

+ Filippo Santoro Arcivescovo di Taranto, Presidente della Commissione




Diocesi di Friburgo
UNA DONNA VICARIO EPISCOPALE

Per la prima volta una diocesi ha un vicario episcopale donna.
A Friburgo, clero amministrato da Marianne.

Mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, ha nominato Marianne Pohl-Henzen delegata episcopale per la parte germanofona del Canton Friburgo dal 1° agosto 2020. Pohl-Henzen succederà in questo modo a Padre Pascal Marquard, vicario episcopale dal 2017.

Città del Vaticano – Per la prima volta una diocesi cattolica ha nominato una donna vicario episcopale, generalmente un ruolo è sempre spettato ad un uomo e per giunta consacrato. La novità riguarda la città di Friburgo, in Svizzera, e naturalmente ha fatto subito il giro del mondo. Marianne Pohl-Henzen, ha 60 anni, è sposata con tre figli grandi e diversi nipoti. Ha accettato l’incarico come un segno positivo che porterà alla promozione delle donne nella Chiesa.

Negli ultimi anni Marianne si era fatta le ossa lavorando come braccio destro del vicario episcopale precedente. Naturalmente questo non significa che verrà consacrata sacerdote, tuttavia la responsabilità dello staff e le questioni che riguardano il clero diocesano saranno nelle sue mani. Un fatto davvero senza precedenti.

Marianne ha solidi studi teologici alle spalle e non ha nascosto la speranza, che questo passaggio possa essere foriero di novità positive anche a Roma, dove si sta discutendo se aprire uno spiraglio al diaconato femminile. Una questione annosa che divide  la Chiesa e che continua ad essere al centro di resistenze interne.




50° anniversario dello
STATUTO DEI LAVORATORI

50° Anniversario STATUTO DEI LAVORATORI (20 maggio 1970)

Federico Ghillani, componente Consulta per la Pastorale sociale e del lavoro, Diocesi di Parma.

In occasione di questa ricorrenza, importante per tutto il mondo del lavoro, è bene anzitutto sottolineare la perdurante attualità dello Statuto nel momento in cui proprio grazie ai principi che da esso sono stati per la prima volta declinati nel ’70 circa il riconoscimento del valore delle relazioni sindacali tramite la pratica del confronto e della contrattazione tra le parti sociali e in esso del protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, oggi stiamo riuscendo in piena emergenza Covid a definire modalità di ripresa delle attività concordate all’interno dei posti di lavoro, che siano rispettose della dignità e della salute di tutti.

Non è neppure un fatto scontato osservare che i principi e i valori che ispirano il testo che si deve soprattutto alla capacità di mediazione di Gino Giugni ed altri, e che anche oggi risultano in modo sorprendente di facilissima lettura e comprensione da parte di chiunque, siano tutt’ora validi. Ciò che è cambiato intorno ad essi sono ovviamente le norme attuative che necessariamente, al di là di ogni rigidità e resistenza spesso solo ideologica, necessitano sempre di adattamento al cambiamento del lavoro, o come si preferisce dire oggi dei lavori, cambiamento che tutti stiamo vivendo anche sulla spinta dell’emergenza attuale.

Oggi non si festeggiano infatti i 41 articoli della Legge, ma il fatto che al centro dello Statuto, del quale è bene richiamare sempre il titolo – “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” – stanno appunto i lavoratori, al plurale, intesi cioè come persone. Ad esse la nostra Costituzione riconosceva già la loro libertà e dignità, ma allora quelle libertà e dignità delle lavoratrici e dei lavoratori rischiavano di doversi fermare ai cancelli delle nostre fabbriche; le ingerenze sulle opinioni, l’uso di sistemi di controllo illegali, gli abusi disciplinari e la sistematica mortificazione delle professionalità vi erano infatti molto diffuse, e proprio per questo contro di esse venne prevista una precisa e articolata tutela giuridica.

Il lavoro di redazione del testo fu certo laborioso ma approdò al risultato soprattutto per mano di esponenti lungimiranti sia del sindacato che del mondo della politica, che seppero trasformarne l’impostazione iniziale da mera enunciazione di diritti individuali verso una legislazione di sostegno alla contrattazione propria della migliore azione sindacale, superando la logica di conflittualità sociale che aveva caratterizzato l’epoca burrascosa in cui lo statuto era nato, e riuscendo a fare sintesi tra le diverse posizioni, verso l’affermazione riconosciuta della piena autonomia e specificità dell’agire sindacale.

Anche la delineazione che lo Statuto attuò delle modalità di presenza del sindacato nei luoghi di lavoro derivava dalla necessità di assicurare le necessarie garanzie a vantaggio del protagonismo effettivo dei lavoratori dentro le fabbriche sviluppando, a partire dalle basi costituzionali, i diritti fondamentali delle persone che lavorano. Furono così resi effettivamente esigibili, anche estendendo l’attenzione ai bisogni reali delle nuove generazioni di allora non interessate solo al salario, ma anche agli altri aspetti oggi divenuti altrettanto fondamentali del lavoro come la formazione, l’inquadramento, le mansioni, la salute, gli orari o più ampiamente le condizioni di lavoro. Anche la lunga stagione aperta dalle famose “150 ore” che da allora interessò trasversalmente tante generazioni, si spiega con la necessità – che allora fu da pochi intuita – di dover rendere le persone sempre più consapevoli e artefici dei loro destini, capaci cioè di leggere i cambiamenti per guidarli e non subirli, e per rinnovare quelle competenze che hanno fatto della nostra manifattura una tra le più importanti nel quadro mondiale.

Ma la forza di questo testo non si è esaurita: esso continua ancora oggi a postulare un progressivo lavoro di superamento, che non è mai terminato, della distanza che ancora purtroppo continua a separare chi è costretto a vivere il lavoro come costrizione, pena, sfruttamento ed umiliazione e chi invece ha la fortuna di arrivare a viverlo come creatività, gratificazione e crescita personale; distanza che la Costituzione ci impegna tutti ad accorciare rimuovendone con decisione le cause.