29 marzo 2020- domenica 5a Quaresima
ASPETTO

In tempi di pandemia noi entriamo come protagonisti nell’evento narrato dal Vangelo e nella profezia di Ezechiele: siamo sfiniti con i nostri medici e infermieri e con chi lotta per la guarigione, morti e sepolti con chi non ce la fa e con i loro familiari. Progetti, speranze, illusioni, persone: siamo una catasta di ossa inaridite. Ma drammaticamente capaci ancora di paure e di domande. Il nostro Symbolum (il Credo) non dice “credo nella risurrezione dei morti”, ma “aspetto la risurrezione dei morti”. Sono pochi a crederci, ma molti a sperarla.

Preghiamo. Eterno Padre, la tua gloria è l’uomo vivente; tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, guarda oggi l’afflizione della Chiesa che piange e prega per i suoi figli morti a causa del peccato, e con la forza del tuo Spirito richiamali a vita nuova. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Ezechiele
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò».

Sal 129 Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore.
Io spero, Signore. Spera l’anima mia, attendo la sua parola. L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore, 
perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-11
Fratelli, quelli che seguono le inclinazioni dell’egoismo non possono piacere a Dio, perché vivono secondo il proprio egoismo. Voi, però, non vivete così: vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. Se invece Cristo agisce in voi, voi morite, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e il suo Spirito vi dà vita. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni 11,1-45 (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

ASPETTO[1]. Don Augusto Fontana
In tempi di pandemia noi entriamo come protagonisti nell’evento narrato dal Vangelo e nella profezia di Ezechiele: siamo sfiniti con i nostri medici e infermieri e con chi lotta per la guarigione, morti e sepolti con chi non ce la fa e con i loro familiari. Progetti, speranze, illusioni, persone: siamo una catasta di ossa inaridite. Ma drammaticamente capaci ancora di paure e di domande.
Il nostro Symbolum (il Credo) non dice “credo nella risurrezione dei morti”, ma “aspetto la risurrezione dei morti”. Sono pochi a crederci, ma molti a sperarla. La spera chi è stato ferito a morte da un’improvvisa o martoriata scomparsa di un familiare che era carne della sua carne, la aspetta chi è sfinito dalle velenose porzioni di morti sul lavoro e stragi di piazza o dei Caini di casa, la spera chi vede i giorni rosicchiati dalla malattia o accelerati dalla vecchiaia. Molti la sperano con occhi accecati dalle lacrime, molti con occhi chiusi sul barato della preghiera, molti mormorando un dolce o amaro rimprovero al Padre del Crocifisso: «Dio, se tu fossi stato qui mio fratello Gesù non sarebbe morto». Sì, perché la storia di Lazzaro racconta tutti noi e anticipa l’altro sepolcro, quello di Gesù, con bende, massi e pianti al seguito, e dubbi e dialoghi e stupori sospesi e incredulità e adoranti prostrazioni. Tutto ciò che accade a Betania accade nel giardino del sepolcro di Cristo. E la Chiesa è la stessa, quella militante seppur ancora catecumena di Marta, Maria e discepoli, quella spettatrice curiosa, inquirente e scettica dell’entourage giudaica. E al centro sempre Lui, Gesù, un Dio in ritardo sulle nostre aspettative, un Dio capace di amicizia e di pianto, un Dio che non teme la puzza di vite putrefatte, un Dio che chiama il mio nome con la voce di una madre che risveglia da un sonno che tornerà e da una morte che non tornerà mai più: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Signore, per ora non credo, ma lo attendo. Anche perché non so cosa intendi per “risurrezione dai morti”. Quando diciamo Dio, vita, morte, risurrezione, occorre il rispetto che ci ha chiesto la Bibbia: Non nominare invano, a sproposito…Anche quando diciamo RISURREZIONE occorre l’afasia adorante e il silenzio rispettoso che si conviene al Nome di Dio. Tra l’altro quella di Lazzaro non fu vera risurrezione ma solo rianimazione di cadavere. Ma è un segno. Cioè un evento che ci fa sospettare di essere dirimpettai di un mistero davanti al quale non potremo mai dire “Adesso ho capito!”.
Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà».   C’è un fraintendimento. Pare che Gesù e i suoi interlocutori parlino due linguaggi diversi. L’evangelista Giovanni in altre parti del suo Vangelo dimostra questo scontro di incomprensioni. Gesù parla di «rinascere dall’alto» e quel burlone di Nicodèmo gli chiede se deve «rientrare nell’utero della madre» (Gv 3, 3-4). Gesù offre alla samaritana « acqua viva» e lei, sveglia, gli fa notare: «Signore, tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo» (Gv 4, 10-11). Gesù parla ai discepoli di «lievito» e loro pensano che li stia sgridando perché si erano dimenticati di prendere il pane per la colazione; e lui: «Come mai non capite ancora che non alludevo al pane?» (Mt 16, 6-12). Equivoci, diversi livelli di ascolto, allusioni incomprensibili, mancate sintonie tra Gesù e noi. Gesù parla in una lingua diversa dalla nostra; il nostro ascolto è fatto a partire dalle idee che abbiamo già dentro di noi. E’ difficile imparare la lingua di Dio. Gesù, spesso, quando parlava della resurrezione o compiva opere stupende, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno: perché gli eventi che toccano le fibre più profonde delle nostre attese, possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “risurrezione”, come “vita” e, ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo farlo con cautela. Noi gridiamo dai microfoni, dai video, parole che diventano profane ed equivoche. Da una parte l’annuncio va gridato, dall’altra va taciuto.
Scoperchiare i sepolcri.
La parola “vita”, in questi tempi, rimbalza in ogni ambiente con sensi diversi e con cariche normative diverse. Noi dobbiamo dichiarare guerra ai sepolcri e a tutti coloro che li costruiscono in una strategia di morte. Ancora oggi, il confronto tra due potenze – morte e vita – si è fatto radicale e si è esteso dovunque. Ma la speranza dobbiamo custodirla nel segreto e nel pudore. Per poterla gridare dobbiamo pagarla attraverso tutti i giorni della nostra vita. Allora possiamo dire: “resusciterò” ma dopo che avremo in concreto lottato contro ogni opera di morte: «Togliete la pietra… liberatelo e lasciatelo andare».
A noi non compete far risuscitare, ma togliere la pietra, slegare, rimettere in pista. Dare una mano al nostro Dio. Marta reagisce: “Signore, già puzza… è di quattro giorni!”. Gesù incalza la fede debole delle sorelle e coinvolge anche gli spettatori con tre verbi imperativi: «Togliete la pietra… liberatelo …lasciatelo andare». Tutti possono fare qualcosa per la risurrezione di un morto, di una persona spenta, depressa, schiavizzata. Siamo invitati ad essere figli ed operatori di risurrezione, a partire dalle concrete piccole situazioni della vita quotidiana. Così pare ci riveli anche la straordinaria pagina della prima Lettura presa dal profeta Ezechiele: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete». (Ez. 37, 12-14). Il profeta scrive dall’esilio di Babilonia per svegliare il popolo alla fiducia e far riemergere l’orizzonte della fine della deportazione. Ma anche per noi il pericolo di vivere congelati nelle abitudini, rassegnati a subire ciò che gli altri decidono per noi, costituisce un vivere nei sepolcri. Il vento di Dio, il Suo soffio vitale ci spinge ad uscire, a “risorgere” dai nostri sepolcri: «Lazzaro, vieni fuori!». Ci chiama tutti per nome ad “uscire” dai sepolcri della morte, della schiavitù, dell’egoismo, della paura. Forse ci crediamo vivi mentre siamo morti. Lazzaro è un nome promettente. Il suo significato ebraico è EL-AZAR=”Dio aiuta”. Dunque la risurrezione è per noi una speranza fondata sulla Parola di Dio, ma la risurrezione è prima di tutto una strada da percorrere. Le nostre risurrezioni, i piccoli passi di risurrezione che compiamo – in attesa di quelli definitivi – sono sempre fragili, precari, provvisori, incompleti. Ognuno di noi è tentato di rientrare in qualche “sepolcro” e deve ricollocarsi ogni giorno sui sentieri della risurrezione, non darla mai come una realtà scontata ed acquisita per sempre. Per questo leggiamo le Scritture, preghiamo, ci lasciamo correggere e cerchiamo di discernere i segni che Dio ci fa giungere dalla vita di ogni giorno. Risurrezione fa rima con conversione perché alla risurrezione occorre convertirci quotidianamente.
Dio è mio amico, che piangerà per me quando morirò.
Disse Gesù «Il nostro amico Lazzaro…»…Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!»…
Padre Ermes Ronchi scrive: «Gesù si reca a Betania chiamato dall’amicizia. Di Lazzaro non sappiamo nulla se non che era amico di Gesù. Questa la sua identità: colui che Gesù amava molto. Di Lazzaro sappiamo anche tutte le lacrime versate per la sua morte: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù stesso. Le lacrime sono l’annuncio che l’amore è sempre minacciato, che la felicità è fragile, perché troppe cose sfuggono al mio controllo. Io invidio Lazzaro non per la vita che Dio gli ha ridato, ma per il fatto di essere circondato da amici, segno di una vita riuscita. La sua santità è l’amicizia, sacramento che conforta la vita. Eppure a me che cosa importa di Lazzaro, cosa me ne faccio della sua resurrezione? Lazzaro non è mio amico, non è mio padre o mia madre, non è uno dei miei morti. A me non importa Lazzaro, a me importa Gesù e il suo amore per l’amico, amore fino alle lacrime. È questa la salvezza: il pianto di Dio. Io non morirò per sempre a causa del Suo amore che non accetta di finire. Ognuno di noi è Lazzaro malato e amato. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte. Se amico è un nome di Dio, il mio nome è: amato per sempre. Quante volte sono morto! Quante volte mi sono addormentato. Era finito l’olio della lampada, finita la voglia di amare, forse anche la voglia di vivere. E mi dicevo in qualche grotta oscura dell’anima: Dio non mi interessa più, non mi importa se mi ama. Poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, né so perché. Una pietra si è mossa, è entrato un raggio di sole, un grido d’amico ha percosso il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le bende. La resurrezione è possibile per le lacrime di Dio. Perché il Signore prova dolore per il dolore del mondo. Se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto. Parole che sono mie: se Tu sei con me, non morirò. Parole gridate da Gesù sulla soglia della morte: Dio mio perché mi hai abbandonato, perché non sei qui con me? Nel giorno delle lacrime Dio sembra essere lontano. Il suo ritardo pesa. Quattro giorni pesò su Marta e Maria. Eppure Lui è qui, non come esenzione dalla morte, ma come resurrezione dentro la morte. Io lo credo, con la fede dell’anonimo morente che scriveva: “Credo nel sole, anche se non splende; credo nell’amico anche se non lo sento; credo in Dio anche quando tace”»[2].
«Gesù si commosse profondamente, si turbò….Gesù scoppiò in pianto… Intanto Gesù, ancora profondamente commosso…». Nella scena di Betania, la nostra attenzione è richiamata dalla efficace frequenza con cui l’evangelista mostra la commozione di Gesù. Il brano della resurrezione di Lazzaro è un evento fondamentale della rivelazione di Gesù. Ecce homo: ecco qui l’uomo perfetto nella sua umanità, che piange la morte dell’amico. Ecce Deus: ecco qui Dio, il Signore della vita e della storia. Umano, molto umano, uguale a noi in tutto. Tutti piangono. Gesù si commuove. Quando i poveri piangono, Gesù si emoziona e piange. Dinanzi al pianto di Gesù, gli altri concludono: “Vedi come l’amava!” Questa è la caratteristica delle comunità di Giovanni (e nostra?): l’amore mutuo tra Gesù e i membri della comunità. Alcuni ancora non credono e dubitano: “Non poteva costui, che ha aperto gli occhi del cieco, fare che questi non morisse?” Per la terza volta Gesù si commuove (Gv 11,33.35.38). È così che Giovanni mette l’accento sull’umanità di Gesù contro quelli che, alla fine del primo secolo, spiritualizzavano la fede e negavano l’umanità di Gesù.
«Lev Sestov ha fatto notare (Sulla bilancia di Giobbe) quanto sia per noi penosa l’attesa, presi come siamo dalle cose presenti, dal sistemarci comodamente nel mondo, quasi dovessimo starci per l’eternità. Al punto che nemmeno le cose più terribili sono in grado di svegliarci da questa pigrizia di persone sazie. Ci sono magari dei soprassalti, ma subito dopo ci si riconcilia con la realtà, in attesa paziente che le cose tornino a posto per poter ricominciare a vivere come prima, gradevolmente, senza pensieri. Marta e Maria non si adeguano alla morte del fratello, ma interrogano Dio e lo pungolano affinché si sbrighi a trasformare la realtà secondo le sue promesse di giustizia. Il perfetto disperato è un uomo tranquillissimo e annoiato che si è seduto impassibile davanti al cadavere di suo fratello. Noi comprendiamo che Gesù è uomo di speranza quando piange e grida di non voler morire, quando risuscita da morte e promette che risusciterà anche noi nell’ultimo giorno. Dio è morto per dirci che sta dalla nostra parte e che mai dobbiamo rassegnarci a morire. Croce e risurrezione sono inscindibili ormai, in Dio e nella storia dell’umanità: la speranza sorge dal grido di un crocifisso e dalle buie cavità di una tomba rimasta vuota»[3].


[1]Rielaborazione da: Ernesto Balducci, Adista 26/02/05; P. Stefani, Un tempo per cercare, Morcelliana, Brescia, 1997; Franco Barbero. 
[2] P. Ermes Ronchi La fede che resiste al dolore
[3] Daniele Garota, Fame di redenzione, Paoline.




DIGIUNO EUCARISTICO SENZA SURROGATI
Enzo Bianchi, monaco

LA CARITA’ CRISTIANA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
Enzo Bianchi (da “La Stampa” di Torino, 20 marzo 2020)

L’alternativa tra chiese aperte e chiuse, partecipazione alla Messa o digiuno eucaristico. Il caso serio dell’eucaristia. In ogni caso una carità compassionevole e creativa. L’accesso ai sacramenti.

In questo tempo di coronavirus si è aperto un acceso dibattito fra pastori, teologi e fedeli sull’alternativa tra chiese aperte o chiese chiuse, partecipazione alla Messa o digiuno eucaristico. Non manca qualche intervento polemico, intollerante verso il parere degli altri e addirittura sarcastico, ma meglio non tenerne conto e lasciar cadere. In particolare, ciò è avvenuto dopo che papa Francesco ha richiamato tutta la chiesa a non disertare ma a esercitare una carità compassionevole e creativa verso i malati, i morenti e verso le persone anziane, sole e fragili. Il papa ha avuto anche l’audacia di dire ad alta voce che “le misure drastiche non sempre sono buone”. Non per mancare della virtù della prudenza, ma per risvegliare l’intelligenza della carità e per indicare ai cristiani che, soprattutto in ore cattive come queste dell’epidemia, occorre vivere il comandamento dell’amore del prossimo. Quanto alla celebrazione della liturgia eucaristica, della Messa, nessuna posizione miracolistica né di arrogante certezza e tantomeno di intransigentismo cattolico. Non siamo più in epoche nelle quali la peste era sentita come un giusto castigo di Dio per le infedeltà degli umani, né pensiamo che vi siano recinti o realtà sacre esenti dall’essere portatrici di contagio, e non siamo neanche inclini ad affermare il legalismo del precetto. Dunque, si devono certamente evitare celebrazioni liturgiche con assembramenti di gente e, al riguardo, occorre rispettare le precauzioni prescritte dall’autorità civile. I miei dubbi non riguardano queste dovute osservanze ma piuttosto l’istintiva, frettolosa e poco meditate modalità con cui si offrono surrogati come le messe private, quelle solitarie, quelle trasmesse attraverso le più svariate forme che il web offre. Per la chiesa cattolica, infatti, il sacramento non è mai virtuale, ma va vissuto nella sua realtà, e l’eucaristia va vissuta come cena del Signore celebrata da una comunità. L’eucaristia è un evento in cui insieme si mangia e si beve, cioè si assimila, il corpo del Signore, dopo aver insieme ascoltato la Parola, diventando così il corpo ecclesiale di Cristo. Se è vero che non c’è chiesa senza eucaristia è altrettanto vero che non c’è eucaristia senza chiesa. Come ha detto con semplicità ma acutezza il vescovo di Milano, “altro è mangiare il pane, altro è guardarlo in una fotografia”. I malati e i morenti hanno bisogno del corpo di Cristo, devono poter lasciare questa terra nella speranza della vita eterna e con i segni di una carità che non viene meno. I fedeli hanno il diritto di essere nutriti dai sacramenti e di poter morire con quei conforti che la chiesa ha sempre loro proposto come salvifici. Se si sta per un certo tempo senza eucaristia, occorre avere consapevolezza di questa privazione, di un digiuno che non può essere alleviato da surrogati. C’è sempre la preghiera, in particolare c’è la lettura della Scrittura che contiene la parola di Dio, ma la mancata partecipazione all’eucaristia deve essere sentita dai cristiani come una prova che li pone in attesa di poterla celebrare di nuovo, quale viatico necessario nel cammino verso il Regno. Certo, un monaco lo sa bene, S. Benedetto come tanti eremiti del deserto, visse per anni senza eucaristia e senza celebrare la Pasqua, ma i bisogni della fede dei credenti sono diversi, appunto “secondo il grado della fede di ciascuno”, direbbe l’apostolo Paolo.
È significativo che questa urgenza da me invocata fin dall’inizio della crisi sia stata manifestata da un vescovo come Mariano Crociata, da presbiteri come p. Bartolomeo Sorge e don Massimo Naro, da un teologo come Giuseppe Ruggieri, da laici come Andrea Riccardi, Piero Stefani, Alberto Melloni, Massimo Faggioli, dallo storico Franco Cardini e da tanti altri, vescovi, presbiteri e semplici fedeli, non classificabili all’interno di nessun schieramento. Più che mai in questi giorni emerge la testimonianza di pastori che amano la loro comunità e per essa svolgono il loro servizio con abnegazione e con la gratuità del Vangelo. Ed è significativo che tra i morti vi siano anche tanti presbiteri, come nella diocesi di Bergamo: pastori in mezzo al loro gregge! «In casi di malattia grave, la presenza del sacerdote diventa un balsamo importante» ha scritto in questi giorni il vescovo di Gozo. In questa direzione si orientano anche gli opportuni suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19 indicati dalla Segreteria generale della CEI, suggerimenti veramente ispirati dal Vangelo e da una intelligente sollecitudine pastorale. Ne chiese chiuse, ne assembramenti ecclesiali o liturgici, ma un operare sempre secondo i sentimenti di Cristo Gesù, senza che nell’economia sacramentale, siano privilegiati alcuni ed esclusi altri. L’appello di Papa Francesco è stato dunque un mettere in guardia tutta la chiesa dalla sonnolenza spirituale, dall’appiattimento della sua disciplina su quella dell’autorità politica e, a mio parere, da una debolezza della fede che diventa tentazione per tutti noi quando la strada si fa difficile, oscura, nel deserto della sofferenza e della prova. Tenere le chiese aperte significa non chiudere le porte a chi, osservando le precauzioni, vuole entrare in esse a pregare, a trovare conforto nella fede, ma significa anche invitare a intercedere davanti a Dio e a stare vicini a tutti quelli che sono vittime dell’epidemia in modi diversi. Il ministero della compassione, della cura e della consolazione va esercitato in modo più che mai creativo. E così la fede della chiesa aiuterà la fiducia degli uomini e delle donne nella vita, nel futuro, nella comunità.

In sintesi, in una situazione temporanea di grave emergenza e pericolo di vita la comunità cristiana si trova nelle condizioni di non potersi riunire per celebrare l’eucaristia. I credenti, da soli o in famiglia, nutrono la loro fede pregando la liturgia delle ore, nell’ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture e nella lectio divina, in una forma di digiuno eucaristico. Tuttavia, come indicano le normative pubblicate dalla CEI, in condizioni di necessità e infermità non possono essere negati a nessuno i sacramenti.




QUARESIMA E QUARANTENA
Matteo Ferrari – monaco di Camaldoli

Quarantina e quarantena
http://www.settimananews.it/spiritualita/quarantina-e-quarantena/
17 marzo 2020
Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

La coincidenza tra quaresima e coronavirus può aiutare a vivere i tre impegni tipici di questo tempo: ascolto/preghiera, digiuno e carità. Indubbiamente, ciò che è male rimane male e ciò che è emergenza rimane emergenza. Ma anche un fatto in sé doloroso e molto negativo assume un valore differente per la nostra vita dal modo in cui noi lo viviamo, scegliamo di viverlo e, come credenti, cerchiamo di comprendere come attraversarlo alla luce della Parola di Dio. Allora anche il tempo del Covid-19 può diventare un’occasione per riscoprire alcuni aspetti della nostra fede, mentre la quaresima che stiamo vivendo può insegnarci ad attraversare il difficile deserto del coronavirus. La quarantina ha qualche cosa da dire alla quarantena.
La ricetta della quaresima
Questo travaglio mondiale e nazionale cade proprio nel tempo di quaresima. La Chiesa, nella sua storia bimillenaria, per questo tempo liturgico ha sempre indicato dei “rimedi”, delle “medicine” per attraversare il deserto quaresimale e giungere, rinnovati e “guariti” dalle nostre ferite, a celebrare la vittoria pasquale: l’ascolto della Parola e la preghiera, il digiuno, la carità. Non potrebbero essere anche queste “medicine” quaresimali ad indicarci come vivere questo tempo così difficile anche per la fede? Invece di protestare per la ragionevole e doverosa sospensione delle celebrazioni pubbliche, per il bene nostro e degli altri, non si potrebbe “rispolverare” alcune pratiche che ci vengono dalla sapiente tradizione cristiana? Forse allora anche la quarantena potrebbe dire qualche cosa alla nostra quarantina e “costringerci”, come spesso accade quando si è necessariamente ridotti all’essenziale, a riscopre alcuni elementi fondamentali della fede.

L’ascolto e la preghiera
Innanzitutto l’ascolto e la preghiera. Perché insistere così tanto anche sulla messa trasmessa per televisione? Può certo essere una cosa buona per persone sole o anziane; può essere utile per ascoltare le letture e l’omelia. Tuttavia non ci sono altri modi per ascoltare la Parola di Dio e per pregare? Non potrebbe essere questo tempo forzato per riscoprire che, secondo il dettato del Vaticano II, la Bibbia deve diventare il nutrimento di tutti? Le famiglie potrebbero trovarsi insieme quotidianamente, prendere le letture del giorno, leggerle, stare un po’ in silenzio e concludere con un momento di intercessione e di preghiera. La quaresima allora direbbe alla quarantena che è necessario ricordarsi di Dio e che un credente non può vivere questi momenti nella disperazione e ripiegandosi unicamente su sé stesso. La quarantena dice alla quarantina che l’uomo «non vive solo di pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3). La quarantena del Covid-19 ricorda invece al credente nel tempo di quaresima di riscoprire che “preghiera” non è solo Messa, ma che proprio perché la celebrazione eucaristica sia feconda, occorre un ascolto personale delle Scritture e una preghiera non solo comunitaria. Può essere anche il tempo della riscoperta della preghiera in famiglia.

Il digiuno
Il secondo elemento che la tradizione ecclesiale suggerisce per attraversare il tempo di quaresima è il digiuno. Certo non quel digiuno un po’ “ipocrita” che consiste nel rinunciare a qualche piccolo “lusso” o mangiare pesci costosi il venerdì al posto della carne. Si tratta del digiuno vero, quello spazio vuoto che indica un’apertura a Dio e agli altri. In questo caso, la quaresima potrebbe dire alla quarantena che questo tempo di “digiuno”, non scelto ma forzato, da tante cose che consideriamo fondamentali nella nostra vita può diventare un tempo per fare spazio alle cose veramente essenziali. Innanzitutto, per un credente, uno spazio per Dio. La necessità di abbandonare tante cose superflue ci fa toccare, forse anche con sofferenza, la fragilità della nostra esistenza e ci guida a riscoprire la possibilità di vivere in un modo differente per fare spazio a Dio. Nello stesso tempo, la quarantena può dire alla nostra quaresima che ci può essere anche un “digiuno eucaristico” che può alimentare l’attesa e la fame di partecipare alla celebrazione eucaristica nell’assemblea liturgica radunata intorno all’altare Signore. Non potrebbe essere questo “digiuno eucaristico” di oggi, non sconosciuto alla tradizione cristiana, un’occasione per vivere in un modo differente la celebrazione eucaristica domani?

La carità
Infine, l’ultima medicina quaresimale è la carità. La Chiesa ai catecumeni e ai penitenti suggeriva la carità fraterna come medicina dell’anima per guarire e trasformare il cuore. La quaresima potrebbe insegnare alla quarantena per il Covid-19 che ciò che ci viene chiesto in questi giorni – rimanere in casa, rinunciare a quello che, anche di buono e di bello, potremmo fare – è un atto di carità verso noi stessi e verso il prossimo. Soprattutto verso i più deboli e i più esposti. La quaresima dice alla quarantena che la responsabilità in questo momento non è solo un fatto di legalità e di civiltà, ma anche di fede. Un cristiano vive tutto questo come esercizio della carità, seguendo le orme di Gesù che non è venuto per essere servito, ma per servire; non è venuto per i sani ma per i malati; non ha vissuto per sé stesso, ma per gli altri.

D’altra parte, la quarantena può dire alla quaresima di riscoprire una carità concreta che si fa carne nelle scelte concrete di ogni giorno. Se oggi questa carità ha il volto ben preciso dello “stare a casa”, un domani questa medesima carità vorrà dire vivere le scelte della nostra vita non solo dalla prospettiva del “buon cittadino”, ma anche da quella del “buon cristiano”, che non estromette la fede da alcun ambito della propria vita.
Il vaccino quaresimale
Ecco il vaccino che la fede ci dona e che non ha bisogno di nessuna sperimentazione. È già stato sperimentato per secoli: l’ascolto-preghiera, il digiuno, la carità. Se, come credenti, vivremo con fede questo tempo di “prova”, potremo scoprire domani che la quarantena ci ha insegnato qualche cosa, che magari avevamo perduto, sulla quarantina, mentre la quaresima ci sosterrà nel cammino in questo deserto della quarantena.

Se sapremo ascoltare sia la quarantina, sia la quarantena, potremo giungere, rinnovati, a celebrare la Pasqua del Signore. E sarà veramente una Pasqua di risurrezione! Allora anche le nostre assemblee vivranno la festa del sentirsi nuovamente convocate, magari avendo prima dovuto attraversare il tempo in cui sperimentare un ascolto diverso, un digiuno non scelto ma accolto, una carità autentica.




Se incontri Cristo diventi un’altra persona
Padre Ermes Ronchi

Se incontri Cristo diventi un’altra persona.
Ermes Ronchi (Avvenire 27/03/2014)
IV domenica di Quaresima – Anno A
(Letture: 1 Samuele 16, 1b.4a. 6-7. 10-13a; Salmo 22; Efesini 5, 8-14; Giovanni 9, 1-41)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. (…)

Il protagonista di oggi è l’ultimo della città, un mendicante cieco, uno che non ha nulla, nulla da dare a nessuno. E Gesù si ferma per lui. Perché il primo sguardo di Gesù sull’uomo si posa sempre sulla sua sofferenza; lui non giudica, si avvicina.
La gente che pur conosceva il cieco, dopo l’incontro con Gesù non lo riconosce più: È lui; no, non è lui. Che cosa è cambiato? Non certo la sua fisionomia esterna. Quando incontri Gesù diventi un’altra persona. Cambia quello che desideri, acquisti uno sguardo nuovo sulla vita, sulle persone e sul mondo. Vedi più a fondo, più lontano, si aprono gli occhi del cuore.
Lo condussero allora dai farisei. Da miracolato a imputato. È successo che per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. Di sabato non si può, si trasgredisce il più santo dei precetti. È un problema etico e teologico che la gente non sa risolvere e che delega ai depositari della dottrina, ai farisei. E loro che cosa fanno? Non vedono l’uomo, vedono il caso morale e dottrinale. All’istituzione religiosa non interessa il bene dell’uomo, per loro l’unico criterio di giudizio è l’osservanza della legge. C’è un’infinita tristezza in tutto questo. Per difendere la dottrina negano l’evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto delle regole e sono analfabeti dell’uomo. Vorrebbero che tornasse cieco per dare loro ragione. Il dramma che si consuma in quella sala, e in tante nostre comunità è questo: il Dio della vita e il Dio della religione si sono separati e non si incontrano più. La dottrina separata dall’esperienza della vita.
Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: Voi parlate e parlate, ma intanto io ci vedo. E dice a noi che se una esperienza ti comunica vita, allora è anche buona e benedetta. Perché legge suprema di Dio è che l’uomo viva.
Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?… Anche i discepoli avevano chiesto: Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gesù non ci sta: Né lui ha peccato, né i suoi genitori. Si allontana subito, immediatamente, da questa visione che rende ciechi; capovolge la vecchia mentalità: il peccato non è l’asse attorno a cui ruotano Dio e il mondo, non è la causa o l’origine del male. Dio lotta con te contro il male, lui è compassione, futuro, mano viva che tocca il cuore e lo apre, amore che fa ripartire la vita, che preferisce la felicità dei suoi figli alla loro obbedienza.
Il fariseo ripete: Gloria di Dio è il precetto osservato! E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna felice a vedere. E il suo sguardo luminoso che passa splendendo per un istante dà lode a Dio più di tutti i sabati!




22 marzo – domenica 4 quaresima.
ALLA TUA LUCE VEDIAMO LA LUCE (SALMO 35,10)

Cieco dalla nascita. Nervo ottico inesistente, compromesso irreparabilmente. Si può giocare a “mosca cieca” bendandosi gli occhi. Poi via la benda e si torna a vedere. Ma il cieco nato ha poco da divertirsi. Ha un’impotenza visiva radicale, insanabile. Mi sono chiesto come possa un cieco totale immaginare cose che non ha mai visto. Forse vede toccando, odorando e, così, crea il mondo nei suoi occhi spenti. Mi dicono che i ciechi affinano un invidiabile senso dello spazio ma soprattutto ascoltano, odono i fruscii delle cose e i sussurri dell’anima. Vedere o ascoltare? Così doveva essere quel cieco davanti a Gesù.

4° Domenica di Quaresima
Preghiamo. O Dio, Padre della luce, tu vedi le profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre, ma apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Amen.

-Dal primo libro di Samuèle 1 Sam 16,1b.4.6-7.10-13
– Salmo 22 (23) R. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
-Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni Ef 5,8-14
-Dal vangelo secondo Giovanni Gv 9,1-41

ALLA TUA LUCE VEDIAMO LA LUCE(Salmo 35,10). Don Augusto Fontana.
Cieco dalla nascita. Nervo ottico inesistente, compromesso irreparabilmente. Si può giocare a “mosca cieca” bendandosi gli occhi come facevamo da ragazzi, urtando gli ostacoli tra le risate divertite dei compagni, ma era solo per gioco e per un momento. Poi via la benda e si tornava a vedere. Ma il cieco nato ha poco da divertirsi. Ha un’impotenza visiva radicale, insanabile. Mi sono chiesto come possa un cieco totale immaginare cose che non ha mai visto, il volto della sua ragazza, un panorama assolato, un pugno di cime dolomitiche. Forse vede toccando, odorando e, così, crea il mondo nei suoi occhi spenti. Mi dicono che i ciechi affinano un invidiabile senso dello spazio e del movimento ma soprattutto ascoltano, odono fruscii delle cose e sussurri dell’anima. Così doveva essere quel cieco davanti a Gesù. Così sono io, vedente e non-vedente nello stesso tempo: «Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero:“Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”» (Gv 9,40-41). Anche le Chiese, come quella di Laodicea al tempo del veggente Giovanni, hanno occhi cisposi. Ce lo rivela l’Apocalisse (3, 14-17) «Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Tu dici “Sono ricco, non ho bisogno di nulla”, ma non sai di essere un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista». Preti, laici, comunità: «ciechi che guidano altri ciechi, cadendo tutti nella stessa fossa»? (Mt 15,14).
Il “vedere” è una vera ossessione biblica, un ginepraio contorto di divieti a guardare e di inviti a vedere, di sguardi e di cecità, di illuminazioni improvvise e altrettanto improvvise oscurità: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». E’ una Parola di Dio attraversata dal grido: «L’anima mia ha sete del Dio vivente: quando vedrò il volto di Dio?» (Salmo 41,3); paradossale invocazione di visioni, proprio in quella Bibbia che proibisce di andare a cercare Dio con gli occhi:« Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo» (Esodo 20,4). E per chi nutrisse ancora dubbi, ecco un mistico racconto di Esodo (33, 18-23): «Mosè disse al Signore: “Mostrami la tua Gloria!”. Rispose il Signore: “Farò passare davanti a te tutto il mio splendore…ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo…Quando passerà la mia Gloria, io ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”». Amo gli iconoclasti[1], coloro che spezzano l’immagine. E, se mi affidassi al mio istinto, vorrei esserlo anch’io, almeno un po’. In giro, oggi, c’è troppa bulimia di immagini sacre. E’ vero tuttavia che, con l’Incarnazione, Dio si è come fatto “vedere”: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Gesù donandoci il Pane pasquale non ci ha chiesto «Prendete e guardate!», ma «Prendete e mangiate!». Pane da ruminare nell’ascolto, nella stanza catacombale dei miei sepolcri putridi o nella stanza sponsale delle mie incomunicabili gioie luminose. E anche nella Trasfigurazione, agli apostoli istupiditi da un’apparizione straordinaria, il Padre sussurra: «Lui è mio Figlio: ascoltatelo!». Premessa di quell’inquietante domanda del Signore alla chiesa di ogni tempo, un po’ inchiodata al cielo dell’Ascensione: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (Atti 1,11).
Eppure sembra che il vedere diventi la parabola che ci racconta il nostro ascoltare e credere. Forse per questo Gesù ha guarito tanti ciechi e ne ha dato facoltà anche alla chiesa. I Battezzati, originariamente, venivano chiamati “gli illuminati”.
Guardare, vedere, credere.
L’evangelista Giovanni, soprattutto nel racconto della Risurrezione, usa tre verbi greci diversi (blepô, theôreô e horaô) per indicare quello che noi traduciamo con l’unico appiattito verbo “vedere”.

Blepô è usato per designare uno sguardo affrettato che accarezza la vernice dei fatti e dei volti: è riferito a Maria che si ferma a vedere solo la pietra del sepolcro. L’esito? Maria lascia il sepolcro pensando che Gesù sia stato portato via; rappresenta la fase di ricerca nel dubbio. Avrà bisogno di un …supplemento.
Theôreô è usato per designare una visione sempre materiale però più attenta e scrutante: è applicato a Pietro che osserva attentamente le bende e il sudario piegato. L’esito? «E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto» (Lc 24,12); rappresenta la fase di silenziosa rielaborazione interiore.
Horaô è usato per designare una visione in profondità, oltre la cortina dell’appariscente materia ed esprime l’atteggiamento di chi è lì sulla soglia, alla vigilia del credere: è il verbo usato per il giovane discepolo che corre con Pietro al sepolcro. L’esito? «Vide e credette»; rappresenta la fase della fede che si sta incamminando verso il “credere senza aver visto” o il “credere per poter vedere”: «Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”» (Gv 20, 29).
C’è dunque un cammino catecumenale per diventare “illuminati”. C’è un credere germinale o seminale, un credere acerbo, un credere maturo. Un esegeta francese, Jacques Briend, ha scritto: «Il credente deve accettare, se gli viene richiesto, di entrare in questa zona di turbolenza in cui egli oscilla tra la fiducia e il dubbio».
L’itinerario catecumenale.
La guarigione del cieco nato é narrato come una liturgia e come atto ecclesiale. E’ facile riconoscervi un modello di itinerario catecumenale così com’era praticato delle primitive comunità cristiane. Il tutto avviene in 3 contesti:

  • é un evento comunitario che coinvolge altri soggetti oltre il diretto interessato;
  • é un evento dialogico/catechetico dove lo scambio di battute rivela le perplessità e i conflitti che l’annuncio cristiano suscita, ed anche una necessaria progressione dell’adesione di fede del soggetto.
  • é un evento simbolico/sacramentale dove il segno visibile gioca un ruolo efficace ed espressivo: lo sputo era la solidificazione dell’alito di vita (quasi un’acqua battesimale e creativa abitata dallo Spirito); la terra richiamava la creta del Dio vasaio e la terra da cui fu tratto Adamo; lo spalmare era l’unzione di consacrazione; la piscina era l’acqua del Mar Rosso e la tomba pasquale.

Tutto accade dunque in un contesto ad alta densità liturgica. Una vera proclamazione di ciò che accade quando celebriamo di domenica in domenica.
Gesù vede[2].
«Passando vide un uomo cieco dalla nascita». Gesù è un veden­te attento, si accorge del mondo che lo circonda. Il suo non è un passare distratto, come di chi non si av-vede o come di chi non si interessa. Ed egli vede dentro, coglie il senso. Dentro le cose egli vede il mistero: «È così perché…­» (v. 3). Il libro dell’Apocalisse dice di Gesù: «Aveva gli occhi fiam­meggianti come fuoco».
Gesù dona la vista con segni e parole.
Egli è anche colui che può donare la vista. Il gesto è evidentemente estremo, come a dire che nessuna forma di cecità gli può resistere. Ma è un gesto anche so­speso, che troverà il suo esito felice solo dopo essersi lavato nella piscina, cioè solo dopo essersi fidato della Pa­rola che lo inviava alle acque battesimali. E’ la Parola che guarisce; Parola solidificata nel segno liturgico e caritativo: senza questa «neanche se uno risuscitasse dai morti» (cf. Lc 16,31) si potrebbe arriva­re a credere.

Gesù è la luce
«Finché sono nel mon­do, sono la luce del mondo» (v. 5). Il gesto miracoloso ha riguardato quel cieco, ma è qualcosa che vale sempre e per tutti. Per questa luce è possibile relazio­narsi, è possibile gustare bellezze, è possibile scansare ostacoli. Luce e vita, se ci pensi, sono sinonimi, così come luce e bellezza, bontà. Non a caso quando nasce un bambino si dice che è venuto alla luce, oppure di una persona santa si dice che la sua vita è stata luminosa. Per quanto impalpabile, come l’aria che si respi­ra, ma per la quale si può vivere, la luce è la condizione stessa del poter vedere.

Gesù va visto
Gesù è anche colui che va visto, cioè riconosciuto nella fede. Il racconto del cieco nato ha il suo vertice non nel momento in cui si compie il miracolo, bensì quando il cieco guarito vede bene Gesù, cioè lo riconosce nella fede. «”Tu credi nel Figlio dell’uomo?… Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui”. Ed egli disse: “Io credo Signore!”. E gli si prostrò innanzi» (vv. 3,38). La fede fa appartenere alla luce stessa, che non sta solo fuori, ma penetra dentro, prende dimora. La fede non solo consente di vedere con occhi nuovi, non solo fa riconoscere la lu­ce al di fuori, ma illumina interiormente. Coltivata, fa ­risplendere a propria volta, trasfigura. Come per Mosè (Esodo 34,29): «Quando Mosè scese dal monte Sinai con le due tavole della Testimonianza, non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con Dio».

Il combattimento per credere
Non faremmo piena giustizia al testo di Gio­vanni se non accennassimo all’ampia parte centrale, riguardante i diversi e incrocianti dialoghi con l’ex cieco e con i personaggi che lo circondano. Questi dialoghi ci fanno intendere che, contraria­mente a una specie di luogo comune, il miracolo resta tutt’altro che e-vi­dente. L’incertezza sul riconosci­mento del cieco («Alcuni dicevano: “È lui”; altri dicevano: “No, ma gli assomiglia”»), introduce un elemento quasi comico per la sua tragicità. Che aumenta quando si tratta di riconoscere chi può aver compiuto un miracolo del ­genere, mai visto «da che mondo è mondo». La gamma di quanto si dice di Gesù si presenta davvero ampia e diversificata: «Uomo che si chiama Gesù» (v.11); «Uomo che non viene da Dio» (v. 15); » «Profeta»(v. 17); «Peccatore» (v. 24); «Uno di cui non si sa di dove sia» (v. 29); «Timo­rato di Dio e che fa la sua volontà» (v. 31); «da Dio» (v. 33); «Figlio dell ‘uomo» (v.­35); «Signore» (v. 36). Il cammino per arrivare a chiamare col suo titolo più appropriato («Signore») quell’uo­mo «che si chiama Gesù» è tutt’altro che li­neare e scontato e appare anzi come un vero e proprio dibattimento, come un vero e pro­prio conflitto. Arrivare a credere e dunque a vederci chiaro, a vedere dentro, fino a «prostrarsi in­nanzi» (v. 38), è insieme dono, ma an­che frutto di limpidezza del cuore. «Si vede bene solo col cuore», scrive Saint-Exupéry ne Il pic­colo principe.


[1] Movimento sorto nel 730 e durato fino al 787 quando il Papa Adriano I° convince la reggente imperatrice Irene a convocare un concilio a Nicea in cui si deciderà che le icone possono essere venerate ma non adorate; e scomunicherà gli iconoclasti.
[2] Elaboro un articolo di Natanaele Fantini




CARCERI VIOLENTE?

I VIOLENTI
Mattia Feltri (LA STAMPA 12 marzo 2020)

Signor ministro Bonafede,
ieri mi sono stupito di condividere una sua riflessione, a proposito della rivolta nelle carceri, e sulla violenza che non porta a nulla di buono.
E’ vero e lei del resto ne sta vedendo i risultati.
Infatti destinare sei metri quadri per ogni detenuto è violenza.
Lasciare che le prigioni si sovrappopolino riducendo quei sei metri quadri è violenza.
Trascurare che trentaquattro detenuti su cento sono in attesa di giudizio, dunque innocenti fino a prova contraria, quando la media europea è del ventidue, e in Gran Bretagna sono il dieci, è violenza.
Ignorare che un detenuto su tre è tale per reati connessi alla droga, e i più sono ragazzi, e insistere imperterriti a incarcerarli, è violenza.
Girarsi dall’altra parte quando si denuncia ripetutamente che tre persone al giorno, oltre mille all’anno, finiscono in carcere da innocenti (e si conteggiano solo gli innocenti che hanno ottenuto un risarcimento, degli altri non si sa) è violenza.
Continuare ad aumentare le pene e a codificare nuovi reati in esclusiva e ottusa risposta a pretese emergenze, che equivale all’impotenza dei genitori incapaci di altro che riempire di schiaffi i figli insubordinati, e col dettaglio che lo Stato non ci è né padre né madre, è violenza.
Assistere alla crescita del numero dei detenuti, anno dopo anno, da anni, mentre i reati commessi diminuiscono da anni, anno dopo anno, è una violenza intollerabile.
Ed è per di più la violenza pusillanime di chi si nasconde dietro la forza irresistibile della legge e dell’autorìtà.
Tutta questa violenza non porterà niente di buono, neanche a voi.




DIVENTARE SORGENTE
P.Ermes Ronchi

Diventare sorgente, progetto di vita
padre Ermes Ronchi

Una brocca, un pozzo, una sorgente. Tre immagini d’acqua che si intrecciano come un crescendo musicale, una spirale di vita che sale.
«Dammi da bere». Il Signore ha sete d’acqua in quel mezzogiorno accaldato, ma soprattutto ha sete della nostra sete. Ha sete che noi abbiamo sete di Lui. Ha desiderio del nostro desiderio, di questa povera brocca che è il nostro cuore assetato.
«Se tu conoscessi il dono di Dio!». Donna, non vivere solo per i tuoi bisogni, fame, sete, amori, un po’ di religione, perché quando avrai soddisfatto questi tuoi bisogni fondamentali non avrai che un po’ d’acqua in una brocca, presto finita, sempre insufficiente. Non vivere senza mistero. Senza dono.
Il dono di Dio è «un’acqua viva che diventa sorgente di vita eterna». Non una brocca più grande, non un pozzo più profondo, Gesù dona alla samaritana di ricongiungersi alla sua sorgente. Una immagine bellissima, con l’eternità che già freme dentro quest’acqua, che tracima, che dilaga, che va, che è più di ciò che serve alla sete. La sorgente è acqua per la sete degli altri. La sorgente non è possesso, è fecondità. La donna che prendeva quanta acqua serviva alla sua sete, diventa colei che dona. Capisce che non placherà la sete bevendo a sazietà, ma placando la sete d’altri; che si illuminerà illuminando altri, che riceverà gioia donando gioia. Diventare sorgente: bellissimo progetto per ogni cuore assetato di più vita.
Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo: la donna abbandona la brocca e il pozzo, corre, chiama, annuncia, testimonia: «C’è uno che dice tutto, che interroga il cuore!» Nulla rivela il mistero dell’uomo quanto il mistero dei suoi amori. Al segreto di una persona si accede attraverso la rivelazione dell’amore. Passando proprio per il suo mistero di donna ( hai avuto cinque mariti…) Gesù fa nascere nella samaritana il mistero di Dio. Al cui spazio si accede per la porta del cuore. Lì si adora «in Spirito e verità». Pregare non è questione di luoghi e città santi, di monti o di templi: dovunque tu sei vero, ogni volta che sei vero, il Signore è con te. Come, in cuore, il canto di una sorgente.
Gesù è colui che dice tutto di me, che non mi chiude nei miei fallimenti, numerosi quanto gli uomini della samaritana, ma indica futuro, affinché anch’io giunto al pozzo come mendicante d’acqua, me ne ritorni come mendicante di cielo.




15 marzo 2020. terza di quaresima
ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO.

E’ venuto il momento di chiedermi se ho sete o quali desideri profondi mi fanno muovere alla ricerca di qualche sorso fresco per la mia arsura di senso e di amore. Sono alla ricerca di qualche linfa che torni ad animare la mia vita «disseccata» come la gola di Gesù di Nazareth o la vita di quella donna piena di amanti? Mi chiedo pure se ho mai ascoltato davvero, una volta nella vita, la Sua domanda: «Ho sete. Mi doni da bere?», così come l’ha ascoltata la donna al pozzo o i presenti sotto la croce:«Ho sete» (Giovanni 19,28).

Preghiamo. O Dio, sorgente della vita, tu offri Cristo salvatore all’umanità riarsa dalla sete d’acqua viva della grazia che scaturisce dalla roccia; concedi al tuo popolo il dono dello Spirito, perché sappia professare con forza la sua fede, e annunzi con gioia le meraviglie del tuo amore. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 17,3-7. In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Sal 94 Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-2.5-8
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 4,5-42
Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. [Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica»]. Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO[1]

Acqua.
Dopo l’incontro nella notte con Nicodemo (l’uomo della Legge di Mosè) e quello con il profeta Giovanni Battista, c’è l’incontro con la donna di Samaria. Due maschi e una donna. Due itinerari di “cattolici praticanti” e un cammino di una donna che rappresenta “gli eretici” e gli “erranti” . Storie di sete, di desideri più profondi. Protagonista di fondo è l’acqua, origine della vita. Ma c’è acqua e acqua. Come c’è vita e vita. L’evangelista Giovanni ama giocare sugli equivoci che Gesù crea quando pronuncia alcune parole (acqua, vita, nascere…) che hanno bisogno di molto dialogo e ascolto per essere raggiunte nella loro profondità. C’è infatti un’acqua stagnante, morta, inquinata come c’è una vita vegetativa, stanca, rutinaria. Giovanni sembra aprire il suo Vangelo con l’ossessione dell’acqua, sempre abbinata allo Spirito. Nel capitolo 1 c’è l’acqua del battesimo di Gesù nello Spirito; nel capitolo 2, alle nozze di Cana, si parla di anfore (brocche) vuote e di acqua diventata vino sponsale di gioia; nel capitolo 3, con Nicodemo, c’è la proposta di nascita dall’acqua e dallo Spirito; ora, al capitolo 4, vediamo Gesù e la donna che parlano di sete e, per 9 volte, di acqua; nel capitolo 5, alla piscina di Bethzaethà, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di paralitici «essiccati», in attesa dell’acqua prodigiosa che tornerà in scena al capitolo 7: «“Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Perfino il cieco del capitolo 9 ha bisogno, per guarire, di fango impastato con il fiato umido e sacramentale di Gesù. Nel capitolo 13 Gesù prende dell’acqua e lava/guarisce i piedi dei discepoli. Nel capitolo 19 dal costato di Gesù esce, insieme a sangue, anche acqua.
Cos’è l’uomo se non ter­ra, impastata di acqua e vivificata dal soffio di Dio?: «allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2, 7).
E’ venuto il momento di chiedermi se ho sete o quali desideri profondi mi fanno muovere alla ricerca di qualche sorso fresco per la mia arsura di senso e di amore. Sono alla ricerca di qualche linfa che torni ad animare la mia vita «disseccata» come quel paralitico della piscina di Bethzathà? Mi chiedo pure se ho mai ascoltato davvero, una volta nella vita, la Sua domanda: «Ho sete. Mi doni da bere?», così come l’ha ascoltata la donna al pozzo o i presenti sotto la croce:«Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: “Ho sete”» (Gv.19,28).
Il pozzo di Giacobbe.
La Samaria fa parte dell’antico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era se­parato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.c., ed era stato colonizzato dagli Assiri nel 722 a.c., evento che segnò l’inizio di una religione sincretistica; gli abitanti di quella terra avevano sposato donne assire e ne erano nati figli “meticci”, non di pura razza e religione ebrea. «Bisogna» (dice il testo evangelico) che lo Sposo passi per la Samaria, per incontrare la sposa perduta; «bisogna» che il Figlio vada incontro ai suoi fratelli lontani, per riportarli all’unica famiglia del Padre. Il suo è un viaggio missionario.
In Samaria ai piedi del monte Garizim, esiste ancora il pozzo che la tradizione attribuisce a Giacobbe; nella tradizione ebraica è un Pozzo-Roccia. Per la mistica ebraica, l’apertura del Pozzo, fu una delle sei cose create da Dio al crepuscolo prima del grande riposo del Creatore.
E’ un pozzo-roccia mobile, mi segue, è contemporaneo a me. A quali pozzi mi abbevero? «Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Geremia 2, 13).
Lo sposo e la sposa.
Gesù stanco per il viaggio si siede vicino a quel pozzo, proprio nell’«ora sesta», quella stessa ora in cui dal fianco aperto del crocifisso sgorgherà sangue ed acqua.
L’incontro tra Gesù e la donna avviene nella solitudine. Chi avrà riferito a Giovanni questo dialogo tra la donna e Gesù, visto che non c’erano testimoni e non esistevano le “intercettazioni ambientali”? Che Gesù le parli, susci­ta meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (cf. vv. 9.27). Un rabbino non parlava con una donna per strada; anche a sua moglie si rivolgeva solo nell’intimità della casa.
La domanda che Gesù le rivolge pare strana alla Samaritana. Suona come l’avance di uno che vuole abbordarla. Ha capito bene. È proprio l’inizio di un corteggiamento. Ai bordi del pozzo il padre Giacobbe ave­va corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mosè aveva abbordato Zippora che poi sposerà (Es 2,10-22). Ma Gesù, a differenza da loro, non esibisce forza e seduzione. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere.
Anche qui, come altrove, ogni parola, quando non è allusione nasco­sta, è equivoco palese. I fraintendimenti sono fondamentali per…intendersi. Aprono infatti l’orizzonte al diverso: se si è disposti alla novità, i fra-in-tendimenti sono il principio dell’in-tendimento-fra le persone. Non bisogna quindi averne paura: anche se possono provocare chiusura, in difesa o in attacco, sono in realtà luogo fecondo di in­telligenza, di amore, di vita.
Oltre il pozzo con l’acqua materiale c’è anche quel pozzo profondo che è la donna e il suo cuore, mi­stero abissale. Così, oltre l’acqua che soddi­sfa la sete fisica, c’è un’altra acqua che la donna, pur avendo avuto sei uomini, anco­ra non ha trovato. È l’acqua della quale pure Gesù ha sete: l’amore tra Sposo e spo­sa. Gli equivoci, dopo l’acqua, riguardano appunto gli ex mariti mariti e l’attuale convivente (vv.16ss); si tra­sferiscono in seguito sui vari luoghi e modi di adorare Dio (vv. 20ss), per raggiungere infine il cibo, la messe e il raccolto (vv. 27ss). Acqua, pane, amore e Dio sono i biso­gni fondamentali che ognuno conosce e sui quali ci si fraintende. Ognuno infatti ne ha un’esperienza limitata e propria, diversa da quella dell’altro. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende … e un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia né la classifica né la coltiva né la vende: ne gioisce come segno di ciò che dà luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni può ispirare la stessa rosa!
Il racconto è una storia d’amore, un dialogo nel quale Gesù vuol portare la don­na a conoscere il suo dono. Lo Sposo è in viaggio: viene da lontano, in cerca della spo­sa. Il racconto è un dialogo tra la Gesù-Parola e l’ascoltatore, raffigurato dalla donna. Questa ha cambiato vari mariti (5+1), ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. Numerose sono le allusioni all’ Antico Testamento. In primo piano sta il profeta Osea, il quale dice che il Signore attirerà e condurrà nel deserto la sua sposa infedele, parlerà al suo cuore e le restituirà il canto della sua giovinezza. Allora essa lo chiamerà: «Mio Sposo» e dimenticherà il nome degli idoli ai quali si è prostituita. La non-amata sarà fi­nalmente amata; il «non-mio-popolo» sarà chiamato dal Signore: «popolo mio» e gli risponderà: «mio Dio». Così profetava Osea, in Samaria (cf. Os 2,16-25).
Il racconto è un cammino graduale che culmina nel riconoscimento di Gesù come Cristo. La donna viene al poz­zo e Gesù inizia il dialogo con lei. Quando essa si apre al dono, inizia il di­scorso sui vari mariti che la donna ha avuto e non l’hanno dissetata; anche l’uomo che ha ora, non è suo sposo. Le parole di Gesù sono un garbato ac­cenno alle sue delusioni amorose. «Gesù non aggredisce la donna dai cinque mariti, la incontra senza farla arrossire. Non dice, come i predicatori che hanno fretta di disamorarci del mondo e della vita: quest’acqua non è buona, gli amori umani sono cattivi. Non dice neppure: quest’acqua non ti da nessun sollievo. Dice solo: se bevi di quest’acqua avrai ancora sete, svelando che fra la nostra sete profonda e l’acqua dei pozzi umani la distanza è incolmabile. Gesù, e il cristianesimo vero, non disprezzano e non negano le brevi gioie della strada. Non è diminuendo l’uomo che s’innalza Dio. Il futuro nuovo non verrà con il rafforzare divieti e condanne – quante volte la donna aveva sentito proclamare la legge! – ma camminando insieme da una piccola sete verso la grande sete, da una piccola brocca abbandonata verso la sorgente stessa. Solo l’incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l’incontro: con chi ti parla come nessuno, con chi «ti dice tutto» (venite, mi ha detto tutto…), con il Dio che ha sete che noi abbiamo sete di lui, ha desiderio del nostro desiderio»[2].
Abbiamo bisogno di aver bisogno[3].
Nel deserto si impara ad aver sete. L’acqua la si può chiedere solo a Dio: «Sono davanti a te come terra riarsa» (142,6). Un proverbio dei nomadi suggerisce: «Domanda il latte alla tua cammella, un figlio alla tua donna. Ma chiedi l’acqua solo a Dio». Gli Ebrei, apparentemente, l’hanno chiesta a Dio. Ma l’hanno chiesta nel modo sbagliato. Protestando, mormorando, rimpiangendo la schiavitù in Egitto, pentendosi di essersi im­barcati in quel cammino di liberazione. Hanno tentato, messo alla prova Dio: « Il Signore è in mezzo a noi, si o no? ». La loro è stata una sfida più che una richiesta. Gli Ebrei, nel deserto, avevano bisogno dell’acqua. Ma avevano bisogno, soprattutto, di fidarsi.
Pure la donna di Samaria aveva bisogno di qualcos’altro. An­che se fingeva di non accorgersene, e si rifiutava di confessarlo. Viene al pozzo, nell’ora più calda, con la sua brocca. E trova lì un uomo, che ha sete e fame pure lui e non dispone neppure di un secchio per attingere acqua. Ma anche Gesù ha bisogno di qualcos’altro. Lui ha sete di dissetare. In quest’incontro Gesù sfoggia la sua tattica preferita: portarmi a prendere coscienza del mio bisogno reale. Far sca­turire un desiderio, approfondire un’esigenza, rendere consape­vole di ciò che non ho, mettere a nudo la mia povertà, far esplodere una richiesta.
Se tu conoscessi il dono di Dio … Gesù non si limita a soddisfare le domande e le attese dell’uomo. Prima, le suscita. Il dubbio viene fatto scivolare sull’orlo del nostro pozzo: …Se tu sapessi di che cosa hai veramente bisogno … E anche: se sapessi ciò di cui non hai bisogno e cosa ti manca per essere uomo/donna, per avere una faccia un po’ più presentabile di cristiano … Purtroppo hai bisogno di una massa di cose inutili per nascondere le tue reali necessità, per non prendere coscienza dell’importante, dell’essenziale. Ti aggrappi al superfluo, per negarti il necessario. Insomma, hai bisogno di aver bisogno.
Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete … Era quello che Gesù aspettava con ansia. Portarla a chiedere, a riconoscersi bisognosa, insoddisfatta. Anche se lei chiede ancora quest’ acqua, Gesù le dona un’altra acqua. Il dono di Gesù sveglia, stimola, accre­sce il desiderio. Una volta che avrai gustato di quest’acqua, non ti rivolgerai più ad altri pozzi per estinguere la tua sete. Capirai che sono inadeguati, deludenti, inadempienti.
Gesù ha costretto la donna a manifestarsi, a esprimersi, a formulare le sue richieste. Ma poi le ha dilatate. Ha preso la donna, prigioniera delle proprie esigenze limitate, per condurla altrove, al di là delle sue attese. Gesù scava una sorgente all’interno di un individuo. «L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua … » Importante notare il particolare «in lui». Non qualcosa di esteriore all’uomo. La fonte che assicura vita e fecondità è aperta dentro a ciascuno. Il credente non è uno a cui Dio dona – come a Mosè – una bacchetta magica. Non ha bisogno di andare a cercare o elemosinare all’esterno.
Il pozzo è scavato dentro di me. Resta da domandarmi se a Dio non riesca più facile spaccare la roccia e farvi zampillare l’acqua o aprirsi un varco nel mio cuore.


[1] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, I°, EDB
[2] Ermes Ronchi, Sorgente di fecondità, 03/03/02
[3] A. Pronzato, Parola di Dio, anno A, Gribaudi




8 marzo 2020-2a Quaresima
GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA

Gesù, nella sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio da cui rivelarsi a Mosè. L’Eucaristia domenicale è il tentativo di stare sul Tabor per sperimentare e celebrare la grazia del volto e della tunica di Gesù (e nostre) che non perdono la loro struttura pur sotto gli schiaffi e le lacerazioni del nostro male. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti. La trasfigurazione non è un prodigio spettacolare: è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli.

Preghiamo.
O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Gènesi 12,1-4
In quei giorni, il Signore disse ad Abram:«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
Sal 33 (32) Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,8b-10
Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
Dal Vangelo secondo Matteo 17,1-9
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». 

GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA. Don Augusto Fontana
Un monaco diceva: «Dio è più vicino ai peccatori che ai santi. In paradiso, tiene ogni persona per un filo. Quando pecchi tagli il filo. Allora Dio lo riannoda…e così facendo ti avvicina un po’ di più a lui. E ancora i tuoi peccati tagliano il filo…e con ogni nodo Dio continua a tirarti sempre più vicino a sé».[1]. Paolo scrive nella sua lettera di oggi: «Dio ci ha salvati non in base alle nostre opere, ma secondo la sua grazia che ci é stata data in Cristo». Nel linguaggio comune il termine ‘grazia’ rimanda:
– a una persona («é davvero una persona graziosa»),
– a ciò che dà forza e sostegno («senza la grazia di Dio non ce l’avrei fatta»),
– a ciò che é invocato per cambiare un evento naturale («Signore fammi la grazia di guarire»),
– a ciò che sospende una condanna a morte o l’ergastolo («ha ottenuto la grazia dal capo dello stato»).
Questi significati ci possono introdurre al significato biblico della grazia: la persona si coglie alla presenza di un Tu dal quale si scopre amato e accolto incondizionatamente.  Nel Vangelo di oggi questi termini – grazia e benedizione – diventano icona nell’evento della Trasfigurazione. E anche noi oggi, siamo chiamati ad entrare come protagonisti dell’evento.
Prima di tutto é una questione di sguardo.
Gesù, nella sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). L’albero della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.

I discepoli della trasfigurazione sono gli stessi che avevano raccolto la tradizione orale di quanto era successo sotto la croce: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio>” (Marco 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione”, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana ed epifanica, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: «Questo ucciso è Dio!». Questa trasfigurazione dello sguardo era appena successo nell’orto del Getsemani: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio, sia nella storia che nella coscienza. La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù come si esprime il Salmo 27: «Il tuo volto, Signore io cerco. Nella debolezza del mio peccato non nascondermi il tuo volto».
L’Eucaristia domenicale è il tentativo di stare sul Tabor per sperimentare e celebrare la grazia del volto e della tunica di Gesù (e nostre) che non perdono la loro struttura pur sotto gli schiaffi e le lacerazioni del nostro male. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti: nella sua relazione filiale col Padre. La trasfigurazione non è un prodigio spettacolare: è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, dice: « Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso».
Grazia nella dis-grazia.
Grazia è sempre il «di più» che succede nella gratuità insperata. Quando diciamo grazia diciamo sempre un eccesso. Gesù eccede non con i sani, ma con i malati e lo fa nel contesto di una organizzazione religiosa che escludeva impuri e sciancati, infecondi e miscredenti. La grazia crea situazioni kairologiche (“opportunità provvidenziali”) anche negli spazi e nei tempi più maledetti. Cristo – diciamo nella formula del Credo apostolico – é disceso agli inferi; Paolo dirà di più: «si é fatto maledizione» (Galati 3,13) affinché non ci sia situazione in cui possiamo crearci l’alibi di una sua assenza o lontananza (prova a pregare il Salmo 139!).

Dio non si sente a proprio agio in questa nostra storia dove la sua volontà é sconfitta e la sua signorìa é sconosciuta. La Shekinà (la presenza) di Dio é in esilio. Celebrare l’Eucaristia domenicale vuol dire far tornare Dio dal suo esilio, riportare a casa sua la sua Gloria. «Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv. 14,23).
Il dramma dell’uomo è il dramma di Sara, moglie di Abramo : «Sono già avanzata negli anni e non ho ancora concepito». La nostra sterilità è il nostro dramma descritto in Isaia 26,18 : “Abbiamo sentito le doglie del parto ed invece era solo mal di pancia”. Dice S. Paolo:” Il creato è stato condannato a non avere senso, ad essere sotto il potere della corruzione”. Siamo una generazione che ha abortito. Come dice il profeta Osea e il Cantico dei cantici, Dio è come uno sposo che va a prelevare la sua sposa che si sta prostituendo agli idoli, per portarla nel deserto e parlarle al cuore come ai tempi del fidanzamento. Come oggi fa con i discepoli sul Tabor. Come fa di domenica in domenica con noi.
Paolo, nelle sue Lettere, medita su questo mistero: i giudei avevano tentato di diventare ” figli di Dio” imponendosi la circoncisione. Paolo nella sua Lettera ai Galati 6,14-16 dice : ” Perciò non conta nulla essere circoncisi o non esserlo. Ciò che importa è essere una nuova creatura “. Gesù aveva detto a Nicodemo “ Chi non rinasce non entrerà nel Regno dei Cieli”.
Per i giudei chi si convertiva al giudaismo (i “proseliti“) veniva designato come “nuova creatura” a motivo del suo ingresso nella Comunità di Israele: per lui non esisteva più il proprio passato; perfino i legami contrattuali o matrimoniali precedentemente assunti decadevano. Questo cambiamento di condizione era più giuridico che morale; era una ” nuova sistemazione legale”. Per Paolo, invece, è molto di più: Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me ” (Galati 2,19-20), ” Se uno è in Cristo è una nuova creatura” (2 Corinti 5,17).
La grazia è sempre accompagnata da una minaccia che è la dis-grazia. Può darsi lo scontro, la chiusura, il rifiuto del dialogo, l’assolutizzazione in se stesso. Per questo l’uomo è sempre un essere minacciato. Egli può essere contemporaneamente dis-graziato e graziato; omnis homo Adam, omnis homo Christus (ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo), scrive S. Agostino (En. in Psal. 70,21). La nostra esperienza concreta è sempre paradossale. L’amore di Dio che agisce nell’uomo peccatore, provoca una specie di crisi di crescita provocando una conversione, una presa di posizione, un mettersi in viaggio come Abramo. La grazia come crisi mi “giudica”, mi costringe a decidermi, a tirarmi fuori dal mio torpore. La crisi non é una situazione patologica della vita, ma la sua normalità.
Rendere grazie alla grazia.
«Com’é bello stare qui…!. Alla grazia corrisponde il “rendere grazie“, fare Eucaristia. Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto o per garantirci un eventuale successivo intervento da parte di chi ci ha fatto un piacere. E questo sia con gli uomini che con Dio. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. E’ il modo più vero per riconoscere che siamo esseri in dialogo e in interscambio. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi.

Salire e scendere.
Nell’Evangelo di oggi c’è un doppio movimento: si sale verso l’alto monte e poi si scende. Salire, per Gesù, non è, come vorrebbe Pietro, andare alla ricerca di uno spazio comodo al riparo dai problemi, una fuga dall’impegno nel mondo. Per Gesù salire significa cercare il volto di Dio, il dialogo con Lui, concentrarsi sull’essenziale, sottrarsi alla cattura delle immediatezze, rivedere l’intreccio tra preghiera e azione. Dio cerca noi, ma noi siamo sollecitati a cercare il Suo volto, la Sua parola, la Sua presenza. Oggi è tanto difficile quanto necessario ritagliarsi momenti per “salire sul monte in disparte”. Soprattutto è controcorrente. “Beati quelli che cercano il Signore con tutto il cuore” (Salmo 119,2), “Dio, Dio mio, io Ti cerco fin dall’aurora; di Te ha sete l’anima mia; verso di Te anela la mia carne, come una terra deserta, arida, senz’acqua” (Salmo 63,2). Il secondo movimento è la “discesa dal monte”. Gesù scende verso la città, verso la vita quotidiana, verso l’ora difficile che si avvicina, ma portando, nelle pieghe del cuore, la rivelazione del Tabor.

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[1] A. de Mello UN MINUTO DI SAGGEZZA, Paoline 1987, pag. 141




Gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci
Padre E. Ronchi

Gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci.
Padre Ermes Ronchi

È bella la Quaresima. Non si impone come la stagione penitenziale, ma si propone come quella dei ricominciamenti: della primavera che riparte, della vita che punta diritta verso la luce di Pasqua. Un tempo di novità, di nuovi, semplici, solidali, concreti stili di vita, a cura della “Casa comune” e di tutti i suoi abitanti.

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, santo perché conserva la cosa più santa, la vita. Cosa c’è di male nel pane? Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. Non ha mai usato il suo potere per sé, ma per moltiplicare il pane per la fame di tutti. Gesù risponde alla prima sfida giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo».
Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore mio, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me e che mi fa vivere.
Seconda tentazione: Buttati giù dal pinnacolo del tempio, e Dio manderà un volo d’angeli. La risposta di Gesù suona severa: non tentare Dio, non farlo attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia in lui, e invece ne è la caricatura, esclusiva ricerca del proprio vantaggio.
Il più astuto degli spiriti non si presenta a Gesù come un avversario, ma come un amico che vuole aiutarlo a fare meglio il messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano: fai un bel miracolo, segno che Dio è con te, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. E invece Gesù rimanderà a casa loro i guariti dalla sua mano con una raccomandazione sorprendente: bada di non dire niente a nessuno. Lui non cerca il successo, è contento di uomini ritornati completi, liberi e felici.
Nella terza tentazione il diavolo alza la posta: Adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adora me, segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, imponiti. Così risolverai i problemi, e non con la croce. La storia si piega con la forza, non con la tenerezza. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte, Gesù? Assicuragli tre cose: pane, spettacoli e un leader, e li avrai in pugno.
Ma per Gesù ogni potere è idolatria. Lui non cerca uomini da dominare, vuole figli che diventino liberi e amanti.

Allora angeli si avvicinarono e lo servivano. Il Signore manda angeli ancora, in ogni casa, a chiunque non voglia accumulare e dominare: sono quelli che sanno inventare una nuova carezza, hanno occhi di luce, e non scappano. Sono quelli che mi sorreggeranno con le loro mani, instancabili e leggere, tutte le volte che inciamperò.