1 marzo 2020. 1a Quaresima
DIMMI COSA PENSI DEL PECCATO E TI DIRÓ IN QUALE DIO CREDI.

«L’uomo contemporaneo sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato la marcia; egli sembra molto riluttante a dire “me ne pento” o “mi dispiace”; così scrisse Giovanni Paolo II. Oggi molti di noi, me compreso, non si sentono né santi né peccatori. Dall’ossessione del peccato si è passati alla presunzione di innocenza. Certo. Anche se all’origine della mia storia non c’è un “peccato originale”, ma una “Grazia originale”. S. Agostino e il Concilio di Trento ci hanno resi tutti un po’ manichei?

Preghiamo.
O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 2,7-9; 3,1-7
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Sal 50 Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.

Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12.17-19
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Dal Vangelo secondo Matteo 4,1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

DIMMI COSA PENSI DEL PECCATO E TI DIRÓ IN QUALE DIO CREDI. Don A. Fontana
«L’uomo contemporaneo sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato la marcia; egli sembra molto riluttante a dire “me ne pento” o “mi dispiace”»[1]; così scrisse Giovanni Paolo II nel 1984. Il problema vero sembra essere costituito dal fatto che oggi molti di noi, me compreso, non si sentono né santi né peccatori. Dall’ossessione del peccato si è passati alla presunzione di innocenza. «Se diciamo che non c’é in noi il peccato, inganniamo noi stessi e non siamo nella verità» (1 Gv. 1,8). Certo. Anche se all’origine della mia storia non c’è un “peccato originale”, ma una “Grazia originale”.

  1. La discussione, la vertenza, l’obiezione.

Isaia 1,18:«Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“».
Nei 3 testi liturgici di oggi sembrano evidenziare un confronto serrato sostenuto da 3 “Ma“:
Ma il serpente disse alla donna…
Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..
Ma Gesù rispose al diavolo….
Dio tenta di sedurre gli uomini verso di sè, ma sotto l’albero l’uomo e la donna accettano l’altra seduzione. L’albero divenuto croce rappresenta la fedeltà di Dio: «tutti ci eravamo allontanati da te, ma tu ti sei fatto vicino a tutti perchè quelli che ti cercano ti possano trovare» (Pregh euc. IV).
L’Eucarestia di oggi, la Quaresima e il Sacramento della Riconciliazione celebrano il ma di Dio sulla nostra vita; sono tempi profetici per visitare le nostre obiezioni a Dio e gioire di quella obiezione che Dio ci ha mandato in Cristo. Veniamo stanati dalla neutralità impossibile. Sono l’occasione per restare nella vertenza, come Giacobbe, Giobbe, i discepoli di Emmaus. L’obbedienza della fede non é obbedienza muta ma dialogica. Il peccato accade quando va in corto circuito questo flusso.

  1. Dimmi cosa pensi del peccato e ti dirò il Dio in cui credi. E viceversa.

“Ogni medaglia ha il suo rovescio”; ” Non c’é rosa senza spine”: alcuni saggi proverbi popolari insegnano che ogni vicenda umana é talmente complessa da non riuscire a parlare in profondità di una cosa senza guardare, almeno con la coda dell’occhio, il suo rovescio, la sua altra metà o il suo profondo.
Non si può parlare evangelicamente del peccato lontani dall’Ultima Cena, dalla croce, dal mattino di quel primo giorno dopo il sabato o della Pentecoste.
Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito Santo e dopo il battesimo. C’é un modo cristiano e rivelato di parlare del peccato. E c’é un modo ateo: un modo che si basa su valutazioni della maggioranza o da moralismi che sono più tradizioni di uomini che volontà di Dio. E facile l’equivoco: ci possono essere azioni da noi considerate sacrosante e che sono peccato secondo Dio, come per esempio ci ha detto Gesù nei riguardi del culto lontano dalla solidarietà (Mt.5,23). E’ stato detto che il nostro stile di vita rivela in quale Dio crediamo e che l’immagine che abbiamo di Dio influenza le nostre scelte quotidiane. Mentre parliamo del peccato stiamo parlando di Dio….un Dio che si manifesta diverso da come lo immaginiamo.
Quali sono le raffigurazioni negative ricorrenti e che anche oggi potremmo rischiare di equivocare nelle letture bibliche di oggi?

  • Il Dio che giudica e punisce, che conduce a sè gli uomini con la paura e che é irremovibile nel punire ogni mancanza, incurante della fragilità dell’uomo, rigoroso nell’applicare adeguate punizioni ad ogni colpa. E’ il Dio-poliziotto.
  • Il Dio nemico della vita, che vuole il sacrificio per essere placato o che esige castrazione del lato positivo e piacevole della vita.
  • Il Dio contabile, che tiene conto di ogni sbaglio nei confronti di una legge e li registra per il rendiconto finale. E’ il controllore ossessivo e pedante, il ficcanaso fastidioso, un polipo soffocante.
  • Il Dio efficiente, cottimista del bene. E’ il Dio che dice “quanto più produci in opere buone, tanto farai carriera nell’eternità”.

Ed ecco il “Ma” della Santa Scrittura:  «Ma tu, Signore, Dio-di-pietà (misericordioso:El-rahom), compassionevole (hannon) lento all’ira e pieno di amore (hesed) e di fedeltà (hemet), volgiti a me e mostrami la tua compassione (hanneni): dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua serva». (Salmo 86,15-17;cfr. anche v. 5; Es. 34,6).
Quando Paolo, nella sua lettera a Tito, scrive che in Gesù «è apparsa la grazia di Dio apportatrice di salvezza per tutti gli uomini», coglie e rivela il cuore del mistero cristiano. Gesù è “l’incarnarsi” di questa misericordia che mette in discussione la logica mondana dello scambio, della simmetria, della reciprocità, del ‘dare per ricevere’, dell’amare i propri simili e dell’evitare i dissimili. Un perdono concesso dopo il pentimento potrebbe essere un atto di giustizia dovuta. Il termine misericordia invece, significa partecipare in modo talmente immotivato, cordiale e concreto alla situazione del disagio altrui da cambiargli radicalmente la sua situazione. Quando diciamo “Signore pietà!” significa appellarsi alla profondità del sentimento e dell’energia del Signore sottoponendogli la propria situazione da cambiare. Paolo, in modo scandaloso, dirà che ogni debolezza é grazia e mi mette in grado di lodare Dio. Per questo la nuova liturgia della Riconciliazione chiede di confessare la fede e la lode, prima ancora che confessare il peccato. Affinché sia chiaro che miseria e misericordia non fanno mai monologo, ma duetto: «Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..».
Quando abbiamo celebrato “la confessione” pensando prima a Gesù che a noi? 

Quale peccato allora?
Solo ora sono in grado di parlare di peccato. “Peccato” è un termine che la lingua ebraica dell’ Antico Testamento chiama con sfumature terminologiche diverse per indicarne la complessità di ciò che siamo, ma anche di ciò che non vorremmo essere: (hata’ = mancare l’obiettivo o un bersaglio, commettere un errore; pasa’ = ribellarsi contro qualcuno, attentare alla sua dignità, violare un patto; ‘awon = essere storto, camminare su un sentiero sbagliato; rasa’ = essere senza una legge, essere ingiusto. Tutto questo esce dalla filigrana delle letture bibliche di oggi da cui evidenzio 3 coordinate:

1- Dio e l’altro. L’albero della vita. Il peccato prima di essere una serie di trasgressioni è la rottura o l’inquinamento di una relazione. Desolidarizzare con il creatore sfalda la relazione di mutuo aiuto tra l’uomo e la donna, tra fratello e fratello, tra uomo e creazione. Gesù dirà: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo essere vivente e il prossimo tuo. Qui sta tutta la Torà e ogni profezia».  Nell’Eden Dio soffia nell’uomo l’alito della vita e l’uomo diventa essere vivente. Poi consegna 2 alberi di cui uno è l’albero della vita. Matteo: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma della parola di Dio». Noi crediamo in un Dio che ama la vita in tutta la gamma dei suoi significati e vuole che la vita sia vitale e significativa tanto da prometterci che é eternizzabile. Peccato é inquinare, turbare, dominare, impigrire, spegnere, far soffrire l’alito di vita, l’albero della vita, e tutto ciò che nutre la vita dell’uomo ben oltre la semplice sopravvivenza. E Lui é sempre lì ad obiettare sulle nostre scelte, a mandarci profeti per servirci la Parola di vita, lo Spirito della vita, i suoi comandi che danno vita, la beatitudine della pacifica convivenza, il pane di vita eterna. «Io sono la vita…Io sono la vite…» dice Gesù.
Dove e quando crocifiggo la vita e i suoi poveri cristi? Sappiamo narrare e lodare il Dio che spalma la sua vitalità sulla nostra vita e sulle nostre morti? Faccio l’esperienza che senza di Lui non porto frutto? E’ davvero l’amore che determina le mie scelte?
2- L’albero del bene e del male. Sia nel racconto della Genesi che nella tentazione di Gesù emerge chiaro il ruolo della Parola di Dio, ma si evidenzia anche come é difficile porsi nel versante giusto di ascolto. La Parola di Dio può essere utilizzata dal serpente e dal diavolo, cioè é strumentalizzabile. Anche i demoni, dicono gli evangelisti, riconoscevano che Gesù era il Cristo. C’é un uso astratto della conoscenza. C’é un uso utilitaristico. E’ possibile l’equivoco. «Ma sta scritto anche…» dice Gesù.

Sto percorrendo un itinerario di discernimento con la mia comunità attorno alla Parola di Dio, albero del bene e del male? Questa Parola passa dalle orecchie alle mani?
3- Il diavolo o il serpente: per dire che ciascuno di noi non é l’inventore del male e delle maledizioni. L’uomo é preceduto dal limite e dalla malizia, si trova in una rete di relazioni attraversate dal male, dalla malizia. Noi nasciamo peccatori. Il salmo 51 dice: «Ecco, colpevole io sono nato, peccatore mi ha concepito mia madre».  Enzo Bianchi commenta: «Noi diciamo che i bambini sono innocenti. No. I bambini sono un fascio di peccato e solo diventando grandi noi abbiamo meno peccati. Un bambino è un fascio di sentimenti opachi, caotici, violenti, aggressivi, fusionali. E man mano che avanziamo nella vita noi razionalizziamo le forze caotiche che ci abitano e sempre più cerchiamo di diventare puri. Ma l’impuro per eccellenza è il bambino. Non è vero che dietro le spalle abbiamo l’innocenza e la bella virtù. Noi possiamo arrivarci forse in vecchiaia. Noi nasciamo con questa attitudine al peccato, con questa inclinazione al male, all’egoismo, alla aggressività». Primo Levi nel cap. 2° de “I sommersi e i salvati” propone il concetto di “zona grigia” é cioè quello spazio occupato da una grande massa che svolge, volente o nolente, mansioni necessarie al delitto, compreso l’omissione. La zona grigia rappresenta la NORMALITA’. Non è sinonimo di colpa, ma neppure di innocenza. E’ il luogo della “banalità del male”, come dice Hanna Arendt. Spesso il crimine é l’organizzazione di una catena di innocenze individuali, che si nutre della normalità, dei riflessi condizionati dell’individualismo e della paura di denunciare e intervenire, di piccole decisioni e calcoli che possono oliare il sistema repressivo pur rendendo la partecipazione alla violenza un qualcosa di asettico ed ignaro del sangue e della morte. Morendo lasceremo in eredità un po’ di bene, ma anche un po’ di male. Ciascuno di noi fa esperienza del male che lo porta là dove non vorrebbe andare (Paolo). I documenti ecclesiali parlano di “strutture di peccato”. Adamo ed Eva rappresentano una complicità che era stata creata per il mutuo aiuto e che si corrompe nella complicità per farsi del male. Anche questo é peccato. Eppure interviene il “Ma” di Dio: Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..

Come entrerò in un cammino attivo di santificazione e liberazione comune con altri uomini ben oltre la mia santificazione individuale? A chi perdonerò il male ricevuto in eredità e a chi chiederò perdono per il malessere che infetto fino a lasciarlo in eredità?


[1] Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia n. 26, Giovanni Paolo II, 1984




UN CUORE CHE SA AMARE I NEMICI
Padre Ermes Ronchi

UN CUORE CHE SA AMARE I NEMICI
di Ermes Ronchi (Avvenire 17/02/11) VII Domenica Tempo Ordinario-Anno A

Avete inteso che fu detto: occhio per occhio… Ma io vi dico se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra: sii disarmato, non incutere paura, mostra che non hai nulla da difendere, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico.
Tu porgi l’altra guancia; non la passività morbosa di chi ha paura, ma una iniziativa decisa: riallaccia tu la relazione, fa’ tu il primo passo, perdonando, ricominciando, rattoppando coraggiosamente il tessuto della vita, continuamente lacerato. Il cristianesimo non è una religione di servi, che si mortificano e si umiliano e non reagiscono; non è «la morale dei deboli che nega la gioia di vivere» (Nietzsche). Ma la religione dei re, degli uomini totalmente liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventare reazioni nuove, attraverso la creatività dell’amore, che fa saltare i piani, non ripaga con la stessa moneta, scombina le regole ma poi rende felici.
Amerai il prossimo e odierai il tuo nemico, Ma io vi dico: amate i vostri nemici. Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. Violenza produce violenza come una catena infinita. Lui sceglie di spezzarla. Mi chiede di non replicare su altri ciò che ho subito. Ed è così che mi libero. Tutto il Vangelo è qui: amatevi altrimenti vi distruggerete.
Cosa possono significare allora gli imperativi di Gesù: amate, pregate, porgete, prestate?
Non sono ordini, non si ama infatti per decreto, ma porte spalancate verso delle possibilità, offerta di un potere, trasmissione da Dio all’uomo di una forza divina.
E tutto questo perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Da Padre a figli: c’è come una trasmissione di eredità, un’eredità di comportamenti, di affetti, di valori, di forza.
Voi potete amare anche i nemici, potete fare l’impossibile, io ve ne darò la capacità se lo desiderate, se me lo chiedete, e proseguite sulla strada del cambiamento interiore, della conformazione al Padre. Allora capisco: io posso (potrò) amare come Dio! Ci sarà dato un giorno il cuore stesso di Dio. Ogni volta che noi chiediamo al Signore: «Donaci un cuore nuovo», noi stiamo invocando di poter avere un giorno il cuore di Dio, di conformarci agli stessi sentimenti del cuore di Dio.
È straordinario, verrà il giorno in cui il nostro cuore che ha fatto tanta fatica a imparare l’amore, sarà il cuore di Dio e allora saremo capaci di un amore che rimane in eterno, che sarà la nostra anima, per sempre, e l’anima del mondo.
(Letture: Levitico 19,1-2.17­18; Salmo 102: 1 Corinzi 3,16-23; Matteo 5,38-48)




23 febbraio 2020-7a domenica ord.
CHE COSA FATE DI STRORDINARIO? Don A. Fontana

«S» come Straordinario: «E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?». La vocazione del cristiano è una vocazione, a ciò che è insolito, niente affatto normale, allo straordinario. Siamo chiamati a non seguire l’andazzo comune, a superare abbondantemente le misure del buon senso e del calcolo giudizioso. Una vertiginosa chiamata ad andare oltre il possibile: essere immagine e somiglianza di Dio (perfetti [adulti] come il Padre dei cieli). “Straordinario”: il Vangelo di Matteo usa il termine greco “perissòn” = di più. Che non significa “più degli altri” ma “più del dovuto”. Non, dunque, la meritocrazia, ma la gratuità.

Preghiamo. O Dio, che nel tuo Figlio spogliato e umiliato sulla croce, hai rivelato la forza dell’amore, apri il nostro cuore al dono del tuo Spirito e spezza le catene della violenza e dell’odio, perché nella vittoria del bene sul male testimoniamo il tuo Vangelo di pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del Levìtico 19,1-2.17-18
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».
Salmo 103 (102) Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe.
Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 3,16-23
Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo 5,38-48
Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

IL FATTORE «S». Don Augusto Fontana
«S» come Straordinario: «E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?». La vocazione del cristiano è una vocazione a ciò che è insolito, niente affatto normale, allo straordinario. Siamo chiamati a non seguire l’andazzo comune, a superare abbondantemente le misure del buon senso e del calcolo giudizioso. Una vertiginosa chiamata ad andare oltre il possibile: essere immagine e somiglianza di Dio (perfetti [adulti] come il Padre dei cieli).
“Straordinario”: il Vangelo di Matteo usa il termine greco “perissòn” = di più. Che non significa “più degli altri” ma “più del dovuto”. Ciò comporta il superamento di una logica di pura reciprocità e invita ad una logica di sovrabbondanza[1]. Non, dunque, la meritocrazia, ma la gratuità.
L’Evangelista Matteo, dopo averci regalato l’inno delle Beatitudini, illustra – mediante sei antitesi (“Vi è stato detto…ma io vi dico”) con relativo commento e esemplificazione – il «nuovo» modo di praticare la giustizia (la volontà) di Dio: “Se la vostra giustizia non sarà di più (ancora una volta usa “perissòn”) di quella degli scribi e dei farisei…”.
La Liturgia di domenica ci riserva le ultime due antitesi: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico…. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico…».
Le Beatitudini sono bellissime, poetiche, commestibili. Ma quando incominciamo a masticarle succede quello che è successo al veggente Giovanni: «Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Apocalisse 10, 10).
Scrive don Pronzato[2] che siamo peggio degli struzzi che digeriscono i sassi: «Noi trangugiamo senza fiatare anche i macigni. E non avvertiamo neppure un leggero fastidio, un lieve mal di stomaco. Prendiamo la liturgia di oggi. Di macigni ce ne rifila diversi. Paolo ci avverte che siamo delle chiese viventi (“non sapete che siete tempio di Dio?”). Siamo santuari itineranti. E ci avverte che bisogna dare le dimissioni dal club dei sapienti di questo mondo e chiedere l’ammissione a quello degli stolti perché Dio impiglia i sapienti nella loro astuzia e li ingarbuglia nelle loro sottigliezze. Un altro macigno di grosse proporzioni ci raggiunge dalle remote lontananze del Levitico: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”. E un macigno ancora più imponente ci rotola addosso dalle pendici di quella Montagna: “Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro dei cieli”. Certi discepoli, una volta, dalle parti di Cafarnao, hanno avuto la lealtà di protestare: “Questo linguaggio e duro. Chi può sopportarlo?” (Giovanni 6,60). E hanno abbandonato Gesù perché quel “pane disceso dal cielo” risultava loro indigesto. Noi, invece, abbiamo imparato le buone maniere, non protestiamo, non diciamo niente, non ci stupiamo di nulla, accettiamo tutto. Riusciamo a sopravvivere dopo tutto quello che la Parola di Dio ci scaraventa addosso».
Io mi sento in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla mia condizione di vita. Forse sono solo capace di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, di umili assaggi, di “mordi e fuggi”. Eppure anche a questi sono chiamato.
Per una “Giustizia Riparativa”: ascoltare il dolore, schiodare il rancore, riparare i legami.
La cittadina di Tempio Pausania, in Sardegna, è la prima città d’Italia che ha deciso di promuovere e sperimentare pratiche riparative in grado di coinvolgere tutta la comunità: casa di reclusione, scuola, famiglia, forze di polizia, tribunali, comuni, associazioni.  Nel 2012 a Lecco nascono le prime pratiche di giustizia riparativa. Presso la Casa di reclusione di Milano-Bollate e la Casa circondariale di Bergamo, è nato il PROGETTO RIPARARE affidato ad un gruppo di esperti di “giustizia riparativa” con il compito di stimolare la riflessione e di sperimentare la giustizia riparativa nell’ambiente carcerario (già auspicata da Caritas Italiana dal 2004 con il documento “Liberare la pena”). Alcuni detenuti volontari hanno provato un difficile percorso riconciliativo e riparativo con i familiari delle vittime dei loro reati; senza alcuna possibilità di sconti di pena o benefici. Insomma: per i familiari delle vittime e per i criminali può esistere un “perissòn”, un “di più”, oltre i codici della legge? Forse sì. E questa è una “buona notizia”, un balbettio incipiente di evangelo, una speranza. Scrive Padre Ermes Ronchi[3] «non la passività morbosa di chi ha paura, ma una iniziativa decisa: riallaccia tu la relazione, fa’ tu il primo passo, perdonando, ricominciando, rattoppando coraggiosamente il tessuto della vita, continuamente lacerato».
Beatitudini praticabili? Da chi?
Matteo e Luca intendono primariamente fare un affresco del volto e della vita di Gesù. Ma ovviamente poi ci hanno consegnato anche il profilo di ogni comunità cristiana e di ogni singolo cristiano. Ma forse il discorso della montagna ha, nella sua utopia, anche una destinazione universale.
Abbiamo come due cerchi concentrici di uditori: i più vicini a Lui sono i discepoli, più in là stanno le folle. Quelli che sentono bene le Beatitudini sono i discepoli. Noi.
Il cardinal Martini nel suo libro “Il discorso della montagna” (Mondadori) privilegia l’indirizzo dell’esegeta Umberto Neri: «Gesù, dopo aver portato il grande annuncio del regno, intende rivolgersi direttamente a coloro che hanno accolto le sue parole nel modo più serio abbandonando tutto e seguendolo. Il discorso dunque non è genericamente rivolto all’umanità. È un discorso rivolto alla Chiesa. È anche rivolto a quelli – e sono tutti gli uomini – che vogliono entrare nella chiesa. Solo coloro che hanno già fatto la scelta del Regno possono capire pienamente il discorso».
Il Discorso della Montagna è molto serio e non si può snobbare. Di fronte alla radicalità delle proposte di Gesù siamo tentati di cercare degli accomodamenti: “porgi l’altra guancia“, ma bisogna un po’ anche difendersi. Le beatitudini come anche la risurrezione di Gesù sono un problema-limite per noi. Di fronte a tali problemi-limite non posso discutere tranquillamente senza sentirmi obbligato a prendere posizione: o lo prendo sul serio o lo snobbo. Naturalmente vanno interpretate. Sta a noi di applicarle alla nostra realtà. Martini dice di non condannare lo sforzo interpretativo e porta l’esempio dei versetti 29 e 30 del capitolo 5: “se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via“. Parole che vanno evidentemente interpretate perché sono espresse in un linguaggio orientale paradossale. Questo non toglie che il testo vada preso anzitutto sul serio. Sono pagine che ci scuotono.
Il “prossimo” e il “nemico”.
Vi è stato detto occhio per occhio, dente per dente…“. Gesù fa riferimento alla famosa legge del Taglione (Es. 21,23-25) che è una delle leggi più antiche del mondo. Fu trovata già nel Codice di Hamurrabi, un re di Babilonia, vissuto at­torno all’anno 1700 a.C. Cinquecento anni dopo, anche Mosè diede al popolo d’Israele una serie di prescrizioni e norme. Tra queste vi incluse quella che chiamiamo “Legge del Taglione”: se uno aveva fatto “una tal cosa” (talis, in latino), gli si infliggeva uguale castigo. In Oriente era molto estesa la vendetta personale e le rappresaglie erano sempre molto maggiori delle offese ricevute. In una lite, ad esempio, se una persona aveva ucciso una pecora al suo vicino, questi poteva abbattere tutto il gregge dell’altro. Questo spiega il senso della Legge del Taglione, data da Mosè per porre freno a tali abusi e per stabilire il principio che la vendetta non deve mai eccedere l’offesa. Meno diffusa è la conoscenza di altre prescrizioni che attenuano questa Legge con indirizzi di comportamenti più umani anche verso il nemico: «Se incontrerai un bue del tuo nemico o un suo asino disperso, glielo riporterai. Se vedrai un asino di chi ti odia giacere sotto il suo peso, astieniti dall’abbandonarlo: lo slegherai con lui» (Es 23,4-5). «Quando il tuo nemico cade, non gioire, quando vacilla, il tuo cuore non esulti!… Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare e se ha sete, dagli da bere» (Proverbi 24,17; 25:21). Ovvero è il loro “stato di necessità” che li porta ad essere prossimi. Perché di fatto era previsto un trattamento speciale per i compatrioti e correligionari, ma l’astio, il disprezzo e l’intolleranza era d’obbligo per pagani e impuri.
Matteo offre quattro esempi di risposta adatta al male con il bene; non sono comandi da attuare alla lettera perché sarebbero quantomeno grotteschi o paradossali: offri l’altra guancia allo schiaffo, se uno ti ruba la giacca tu dagli anche le braghe, se uno ti sequestra per 1 km tu esagera e fanne due, offri sempre un prestito a chiunque te lo chiede.
Ma non è finita. Gesù continua a portare le sue novità nel microcosmo della vita quotidiana: prega per quelli che ti fanno del male, non limitarti ad amare quelli che ti amano, non salutare soltanto i tuoi consanguinei di fede, di razza o di galateo.
Gesù cancella così dal vocabolario dei suoi discepoli la parola nemico per far restare solo la nuova parola: prossimo. Sull’esempio di Dio che fa sorgere il sole sopra malvagi e buoni, giusti e ingiusti e “non fa distinzione di persona” (Romani 2,11). Come Gesù schiaffeggiato dalla marmaglia dei soldati (Mt 26,67; Gv 18,22): «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso» (Isaia 50,6).
Questo straordinario Gesù da buon samaritano si fa prossimo a me e mi cura, benchè straniero e nemico (Lc 10,34) e poi, quando gli abbiamo inchiodato quelle sue mani terapeutiche, non gli è rimasto che l’ultimo fiato e l’unica cosa possibile: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno». (Luca 23,24).


[1] A. Mello EVANGELO SECONDO MATTEO, Ed. Qiqajon, Bose.
[2] Pronzato PAROLA DI DIO, Commenti alle 3 Letture, Ciclo A, Gribaudi Editore.
[3] Ronchi PRIMA DELLE SORGENTI.Omelie dell’anno A, Servitium, Editrice, Milano 2010




Veglia dei lavoratori “Persone disabili e lavoro”
Convegno “TUTTO CONNESSO-Il lavoro che cambia”

Convegno e veglia sul lavoro a Parma




16 febbraio 2020-6a domenica ord
COERENTI. ALMENO UN POCO.Don A. Fontana

Ci sono diversi tipi di incoerenza. C’è l’incoerenza di chi non si mette più in discussione. C’è invece quella incoerenza consapevole del discepolo debole che però continua a conservare dentro di sé – almeno come desiderio – gli orizzonti di Gesù. Come Pietro nel cortile del tribunale: «Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù…e uscito all’aperto, pianse» (Mt 26,75). La sua Parola mi custodisca almeno il desiderio.

 Preghiamo. O Dio, che riveli la pienezza della legge nella giustizia nuova fondata sull’amore, fa’ che il popolo cristiano, radunato per offrirti il sacrificio perfetto, sia coerente con le esigenze del Vangelo, e diventi per ogni uomo segno di riconciliazione e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen

Dal libro del Siracide (15, 16-21).
Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

Salmo 119 (118) Beato chi cammina nella legge del Signore.
Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore.

Beato chi custodisce i suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore.
Tu hai promulgato i tuoi precetti perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie nel custodire i tuoi decreti.
Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita, osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge.
Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2, 6-10)
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Dal vangelo secondo Matteo (5, 17-37)
Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino[1] della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.

Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

COERENTI. ALMENO UN POCO. Don Augusto Fontana
La discussione, la vertenza, l’obiezione. Isaia 1,18: «Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“». Nel Vangelo di oggi sembra evidenziarsi un confronto serrato. Il “Ma” serve a distinguere: “Vi é stato detto: Non uccidere, ma io vi dico che chiunque dice al fratello che è stupido non entrerà nel Regno dei cieli“. La storia della salvezza è la storia dei MA che l’uomo ha detto a Dio e la storia dei MA che Dio rilancia all’uomo. La neutralità diventa quasi impossibile per due partner che “discutono insieme”. Io ho spesso mandato in corto circuito questa franca e cordiale reciprocità.
Il testo di Matteo[2].
Siamo nel contesto del discorso della montagna. Dopo le Beatitudini, il Gesù di Matteo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), a cui fanno seguito sei casi concreti di interpretazione della Torà (4 in questa domenica e 2 nella prossima domenica), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («ebbene io vi dico»).
Gesù inizia dicendo che non é venuto a dissolvere, ad abrogare la Torà; tuttavia le antitesi che seguono sembrano andare in tutt’altro senso.
Di fatto le due parti del discorso (“Voi avete udito…Ma io vi dico“) non sono in antitesi. Il secondo elemento del discorso rivela, invece, il senso racchiuso nel primo. Il biblista Giulio Michelini[3] parla di “intensificazione” del precetto, rivelandone il significato pieno e l’intenzione del legislatore. Tanto che il biblista traduce “Voi avete udito….EBBENE io vi dico” (e non “MA io vi dico”, come fa la traduzione ufficiale della CEI). Gesù si oppone non al comandamento originale dato a Mosè (la Torà scritta), ma ad un certo modo di interpretarlo da parte dei rabbini (tradizione orale). Inoltre si mette in evidenza l’estensione, la profondità, la creatività del verbo “compiere“: «Io non sono venuto a dissolvere, ad abrogare»; anzi accusa i farisei di rendere vana la Torà proprio con il loro comportamento: «In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Ed egli rispose loro: “Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione. Dio ha detto: Onora il padre e la madre e inoltre: Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me”» (Mt. 15,1-8).
In ebraico il verbo le-vattel (annullare) si oppone proprio a le-qajjem (compiere, realizzare). Il verbo compiere può assumere due significati:
 – riempire nel senso di far traboccare, dilatare, aumentare, aggiungere in senso qualitativo.
 – realizzare nel senso di mettere in pratica.
Il testo di Siracide.
Se vuoi…“: la prima lettura dal Siracide (15,15-20) ci pone nell’ottica giusta del Vangelo che non é una legge, ma una libera scelta: «Se desideri…», cioè se non ti accontenti, se non ti rassegni, se non ti adatti, se desideri venir fuori dall’appiattimento, da un’esistenza incolore e insapore (come diceva il Vangelo domenica scorsa: “voi siete sale”). La visione di Siracide é fin troppo ottimista; non sempre le nostre scelte dipendono dalla nostra buona volontà; così il Salmo 119 ci fa’ pregare: «Aprimi gli occhi…indicami…dammi comprensione…raddrizza».
Se la vostra giustizia non é superiore a…“: l’osservanza esteriore non basta, non basta neppure il “non fare”. Tra la morale corrente e la sapienza nascosta di cui parla Paolo ( 1 Cor. 2,6-10) c’é differenza.
La coerenza[4].
Noi cristiani siamo incoerenti. Nella vita di ogni giorno ci comportiamo un po’ come gli altri: leggiamo le beatitudini, ma non passano nella vita.
A volte quelli che vengono additati come ‘lontani” si dimostrano più sensibili a certi valori – quali la solidarietà, l’altruismo, le lotte per migliorare la vita dell’uomo – di quelli che si proclamano cristiani e pensano invece solo a sé stessi.
Incoerente è colui che pensa in un modo e agisce in un altro. La parola e la vita di Gesù ci chiamano ad uscire dalle posizioni mediocri.
Nel Salmo 50 (16-20) siamo così descritti: «All’empio Dio dice: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la mia disciplina e le mie parole ti getti alle spalle? Se vedi un ladro corri con lui, e degli adulteri ti fai compagno. Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni. Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre».
C’é tuttavia una modalità di vivere nell’incoerenza che da’ qualche speranza. Finché il cristiano conserva nella sua vita, anche solo come lontano scenario, la visione di una vita diversa da quella che sta vivendo c’è ancora in lui l’idea di un’alternativa alla sua vita attuale. Forse è solo una debole fiammella, ma c’è. Quando invece non si mette più in discussione, spegne questo lumicino, resta solo con le realtà che popolano il suo mondo e si convince poco alla volta che siano le sole da vivere. Anche il figliol prodigo nella sua vita dissoluta aveva conservato in sé il ricordo della casa paterna; e quando si è trovato solo e disperato ha sentito riaffiorare questo ricordo e con il ricordo la speranza del ritorno. Se lo avesse cancellato dalla memoria, sarebbe morto nello squallore di una vita senza speranza.

Ecco: anche nella mia incoerenza vorrei conservare almeno il desiderio di alzarmi, la nostalgia di un orizzonte diverso e accettare il contraddittorio di Dio: «Hai fatto questo e dovrei tacere? forse credevi che fossi come te! Ti rimprovero, ti pongo innanzi ai tuoi peccati» (Salmo 50,21).
Ci sono dunque diversi tipi di incoerenza. C’è l’incoerenza di chi non mette più in discussione la propria incoerenza. C’è invece quella incoerenza consapevole del discepolo debole che però continua a conservare dentro di sé – almeno come desiderio – gli orizzonti di Gesù. Come Pietro nel cortile del tribunale: «Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù…e uscito all’aperto, pianse» (Mt 26,75). La sua Parola mi custodisca almeno il desiderio.

Signore, dalla partecipazione a questo incontro e a questa Pasqua, fa’ che non ci stanchiamo mai di stare davanti a te, pur nella nostra incoerenza, cercando e ricercando quei beni che ci danno la vera vita.


[1] Iota o in ebraico YOD è la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico e il “trattino o “apice” è quel “piccolo corno superiore” (in ebraico: qôş=corno) che tutte le lettere ebraiche hanno. Il talmud dice che tralasciare anche solo un trattino (corno) della lettera yod rende invalido un intero rotolo della Torà.
[2] Adattamento da A.Mello Evangelo secondo Matteo, Qiqajon.
[3] MATTEO, introduzione, traduzione e commento a cura di Giulio Michelini, Ed.S. Paolo, 2013
[4] Giordano Muraro: «Non sarebbe meglio per i cristiani essere pochi e più coerenti, anziché una massa informe dove coesistono credenti per anagrafe o tradizione con quelli convinti e impegnati?» (in risposta ad un lettore cf. FAMIGLIA CRISTIANA 45/98 Pag. 13)




IL SALE E LA LUCE: RADICI DI VERO FUTURO
Padre Ermes Ronchi

Il sale e la luce: radici di vero futuro
Ermes Ronchi (Avvenire 03/02/2011)
V Domenica del Tempo Ordinario Anno A

Dio è luce: una delle più belle definizioni di Dio (1 Giovanni 1,5). Ma il Vangelo oggi rilancia: anche voi siete luce. Una delle più belle definizioni dell’uomo. E non dice: voi dovete essere, sforzatevi di diventare, ma voi siete già luce. La luce non è un dovere ma il frutto naturale in chi ha respirato Dio. La Parola mi assicura che in qualche modo misterioso e grande, grande ed emozionante, noi tutti, con Dio in cuore, siamo luce da luce, proprio come proclamiamo di Gesù nella professione di fede: Dio da Dio, luce da luce. Io non sono né luce né sale, lo so bene, per lunga esperienza. Eppure il Vangelo parla di me a me, e dice: non fermarti alla superficie, al ruvido dell’argilla, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore; là, al centro di te, troverai una lucerna accesa, una manciata di sale. Per pura grazia. Non un vanto, ma una responsabilità. Voi siete la luce, non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s’incontrano generando un noi, quando due sulla terra si amano, nel noi della famiglia dove ci si vuol bene, nella comunità accogliente, nel gruppo solidale è conservato senso e sale del vivere. Come mettere la lampada sul candelabro? Isaia suggerisce: Spezza il tuo pane, introduci in casa lo straniero, vesti chi è nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora (Isaia 58,10). Tutto un incalzare di azioni: non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della città e della tua gente, illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua vita. Voi siete il sale, «che ascende dalla massa del mare rispondendo al luminoso appello del sole. Allo stesso modo il discepolo ascende, rispondendo all’attrazione dell’infinita luce divina» (Vannucci). Ma poi discende sulla mensa, perché se resta chiuso in sé non serve a niente: deve sciogliersi nel cibo, deve donarsi. Il sale dà sapore: Io non ho voluto sapere nient’altro che Cristo crocifisso (1 Corinzi 2,1-5). «Sapere» è molto più che «conoscere»: è avere il sapore di Cristo. E accade quando Cristo, come sale, è disciolto dentro di me; quando, come pane, penetra in tutte le fibre della vita e diventa mia parola, mio gesto, mio cuore. Il sale conserva. Gesù non dice «voi siete il miele del mondo», un generico buonismo che rende tutto accettabile, ma il sale, qualcosa che è una forza, un istinto di vita che penetra le scelte, si oppone al degrado delle cose, e rilancia ciò che merita futuro. (Letture: Isaia 58,7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16)




9 febbraio 2020- 5a domenica ord.
SALE E LUCE. VOI SIETE. Don A.Fontana

Gesù è stato spregiudicato nei nostri confronti tanto che ha avuto bisogno di dire: <Beato chi non si scandalizza di me>. Noi, poi, lo abbiamo disinfettato, gli abbiamo tolto il sapore di sale e lo abbiamo reso insipido. Vorrei prendere sul serio i paradossi evangelici, smettere di essere insignificante, timido, rassicurante, decorativo. Vorrei essere evangelicamente irregolare. Dio ha bisogno del nostro cuore impazzito. E anche gli altri che stanno al buio e stanno trangugiando cibi insipidi, ne hanno bisogno. Hanno bisogno di incontrare non un’immagine sbiadita e innocua di Dio presentata da una comunità di imbalsamatori di Dio.

Preghiamo.
O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del Vangelo, perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 58,7-10
Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Salmo 112 ( 111) Il giusto risplende come luce.
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti: misericordioso, pietoso e giusto.

Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia.
Egli non vacillerà in eterno: eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere, saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
Sicuro è il suo cuore, non teme, egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre, la sua fronte s’innalza nella gloria.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 2,1-5
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore (“insipido”= in greco=moròs= stupido, sciocco), con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

SALE E LUCE. VOI SIETE. Don Augusto Fontana
E’ sotto gli occhi di tutti l’insipienza e il buio di valori e di non senso che ci circondano; anzi che ci occupano dentro. Certe notizia sembrano non toccarci: Eurispes informa che in Italia si contano 8,6 milioni di consumatori di alcol a rischio; in America ci sono più armi che persone: 357 milioni di armi da fuoco contro una popolazione di 319 milioni; nei primi dieci mesi del 2019 i femminicidi sono stati 94, quasi uno ogni tre giorni: E la lista potrebbe continuare con le coppie di sposi alla deriva, con la progressiva diminuzione della solidarietà sociale ed economica, l’insoddisfazione e il disagio prima interiore e poi diffuso a cascata sui luoghi di lavoro, nei rapporti interpersonali. E non possiamo pensare neppure che buio e tiepidezza siano solo attributi di chi non viene in chiesa. Non possiamo dividere il quartiere in due: da una parte i cavernicoli che vivono nella insipida penombra e dall’altra i cristiani che vivono nel cono di luce della religione. Anche noi siamo cavernicoli bisognosi di risentire la parola con cui Giovanni apre il suo Vangelo: «In Gesù era la vita e la vita era la luce degli uomini» o risentire, al Cap. 8,12, l’audace proposta di Gesù «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
La luce della vita: che significa se non la luce senza la quale non si può vivere? Oppure anche la vita luminosa, piena di senso ed espandibile, esportabile. Noi viventi in un’epoca e in un paese dove la luce è un diritto ed è garantita, non ci rendiamo conto della essenzialità vitale della luce nè riusciamo a pensare di dover proteggere o alimentare la luce. Premendo un pulsante la luce ci resta garantita fin che lo vorremo noi. Ma non altrettanto è per la nostra condizione di discepoli illuminati e di credenti. La luce accesa con il battesimo è più simile ad una fiammella esposta che ad una lampada a lunga resistenza: «Signore, lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino». «Resta con noi Signore, perchè si fa sera e buio». Ogni domenica veniamo a celebrare ciò che facciamo nella notte di Pasqua: ognuno di noi è una candelina che prende la propria luce dal Signore risorto posto al centro della comunità cristiana. Ma è poi vero che, al di là delle affermazioni verbali, Lui è la luce della mia vita e la vita della mia luce?
Oggi il brano di Matteo, di Isaia e il Salmo 112 ci aiutano a procedere nella nostra riflessione. Isaia: «Se condividerai pane, casa e vestiti con quelli della tua carne e con quelli che non sono della tua carne, se toglierai di mezzo lo sfruttamento, lo spettegolare, il puntare il dito contro gli altri, allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua luce brillerà fra le tenebre e la tua oscurità diventerà luminosa come il sole a mezzogiorno».
Il contesto in cui Isaia annuncia queste parole è costituito da una situazione di pratica religiosa ridotta al culto formale ed esteriore. «E’ inutile digiunare e curare i propri affari, sfruttare i propri dipendenti, litigare con i vicini e poi pregare. Le vostre preghiere arrivano a me come un chiasso fastidioso» dice il Signore pochi versetti prima del brano letto oggi.
E se ci fossero ancora dubbi sullo stretto rapporto tra culto e solidarietà condivisa, il Salmo 112 ribadisce l’antifona: «L’uomo che teme il Signore (il credente) sarà illuminato e illuminante solo se presta soldi senza interesse, amministra il proprio bilancio con un occhio ai bisognosi a cui dona generosamente».
Anche la comunità di Matteo aveva qualche problema al riguardo tanto che l’evangelista si è sentito in dovere di raccogliere nei capitoli 5, 6, 7 tutta una serie di parole e comandi pronunciate da Gesù. In questi capitoli emergono evidenti due termini: fare e opere.
«Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro». Il testo greco dice: «Vedano le vostre opere belle (kalà)». E’ come dire che noi cristiani dovremmo essere seducenti, epifanici della bellezza di Dio. «Non siete voi che vivete – diceva S. Cirillo di Alessandria – ma vive in voi la luce, cioè Cristo capace di illuminare con la sua parola il mondo intero[1]».
«Voi siete il sale della terra». Sale o lievito: sono cose che non si mangiano allo stato puro, ma si rendono invisibili e impalpabili nella materia che trasformano.

  • Il sale da’ sapore ai cibi. E’ simbolo della “sapienza”. Paolo ai Colossesi raccomanda: “La vostra conversazione sia sempre gradevole, condita con sale”(Col, 4,6).
  • Il sale è usato ancora oggi per conservare gli alimenti, per impedire che divengano avariati. Oggi diremmo che grande sotto il sole è la corruzione nelle amministrazioni pubbliche, tra i furbetti del quartierino e del cartellino, tra gli evasori e gli elusori fiscali. Un po’ di “sale” evangelico eviterebbe la cancrena sociale a cui assistiamo e di cui, talvolta, siamo complici.
  • Il sale era usato anche per confermare i patti: i contraenti consumavano pane e sale. Questo accordo solenne era detto “alleanza di sale”. Così fu detta l’alleanza stipulata da Dio con la dinastia di Davide (2 Cr 13,5). Signore, donaci il tuo pane e il tuo sale.

Il sale saporito e la luce esportabile, per Matteo si identificano con alcune scelte che verranno proposte nelle prossime 4 domeniche. Alla base di queste proposte ci sono due caratteristiche:

  • Il “Voi“. Sembra che le virtù individuali, pur rispettabili, non bastino. Matteo rileva le dimensioni ecclesiali e comunitarie della efficacia.
  • Siete“. Non dice “Dovete essere”. E’ un problema di identità, prima che di esternazione.

L’esagerazione, l’eccesso, la provocazione. Il mondo non ha bisogno di sbiaditi devoti afflitti da torcicollo nè pillole evangeliche in dosaggi tollerabili; pare che la nostra vocazione sia quella della spregiudicatezza. Leggendo le BEATITUDINI, spero che tutti abbiamo provato, accanto al senso di pace che donano, anche il senso fastidioso e benefico della provocazione spregiudicata. E’ l’irragionevole debolezza della croce di cui parla Paolo nella lettura di oggi. Anche Gesù è stato spregiudicato nei nostri confronti tanto che ha avuto bisogno di dire: <Beato chi non si scandalizza di me>. Noi poi, lo abbiamo disinfettato, gli abbiamo tolto il sapore di sale e lo abbiamo reso insipido. Per questo dopo 2000 anni il mondo e la Chiesa sono ancora nelle tenebre. In un clima conformista e annoiato come quello attuale occorre che ci chiediamo se siamo disposti a soffiare nelle ceneri della nostra coscienza e nelle ceneri calde dei nostri ambienti di vita per far riaccendere luce, calore e sapore che il Signore ha già seminato nel cuore di tutti.
Vorrei prendere sul serio i paradossi evangelici, smettere di essere insignificante, timido, rassicurante, decorativo. Vorrei essere evangelicamente irregolare. Dio ha bisogno del nostro cuore impazzito. E anche gli altri che stanno al buio e stanno trangugiando cibi insipidi, ne hanno bisogno. Hanno bisogno di incontrare non un’immagine sbiadita e innocua di Dio presentata da una comunità di imbalsamatori di Dio.


[1] citato in S.Legasse I cristiani sale della terra e luce del mondo, in Parola per l’assemblea festiva, 33, Queriniana, Brescia, 1974, pag. 38




Gesù, luce preparata per i popoli
Padre E. Ronchi

Gesù, la luce preparata per i popoli
Ermes Ronchi (Avvenire 30/01/2014)

Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio per presentarlo al Signore, ma non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna se lo contendono: Gesù non appartiene al tempio, egli appartiene all’uomo. È nostro, di tutti gli uomini e le donne assetati, di quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; di quelli che sanno vedere oltre, come Anna, e incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro. Gesù non è accolto dai sacerdoti, ma da un anziano e un’anziana senza ruolo, due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. È la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio.
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io le conservassi nel cuore: tu non morirai senza aver visto il Signore. La tua vita non si spegnerà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per me il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire. Io non morirò senza aver visto l’offensiva di Dio, l’offensiva del bene, già in atto, di un Dio all’opera tra noi, lievito nel nostro pane.
Simeone aspettava la consolazione di Israele. Lui sapeva aspettare, come chi ha speranza. Come lui il cristiano è il contrario di chi non si aspetta più niente, ma crede tenacemente che qualcosa può accadere. Se aspetti, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili e vedono: ho visto la luce preparata per i popoli. Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra? La luce è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall’uomo, mescola la sua vita alle nostre. E a quella di tutti i popoli, di tutte le genti… la salvezza non è un fatto individuale, che riguarda solo la mia vita: o ci salveremo tutti insieme o periremo tutti.
Simeone dice poi tre parole immense a Maria, e che sono per noi: egli è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione.
Cristo come caduta e contraddizione. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che contraddice la quieta mediocrità, il disamore e le idee false di Dio.
Cristo come risurrezione: forza che mi ha fatto ripartire quando avevo il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi. Risurrezione della nobiltà che è in ogni uomo, anche il più perduto e disperato.
Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro alla vita, aprono brecce. Gesù ha il luminoso potere di far vedere che le cose sono abitate da un «oltre».




domenica 2 febbraio 2020
GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO E DI NAZARET. Don A. Fontana

Quest’anno, la Liturgia della Presentazione di Gesù al Tempio coincide con la domenica e prevale sui testi biblici di Matteo per la 4° domenica del tempo ordinario. Andrà perduta la stupenda pagina delle Beatitudini secondo la versione dell’evangelista Matteo. Si sovrappone la testimonianza di Luca, particolarmente attento all’infanzia di Gesù. Luca mette in campo una solenne scenografia liturgica dopo essersi ispirato al profeta Malachia. Tutta la scena centrale e la festività liturgica del primo ingresso di Gesù nel Tempio rischia di far passare in secondo piano due righe finali della catechesi di Luca: «fecero ritorno alla loro città di Nàzaret»

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa della Presentazione al tempio del tuo unico Figlio fatto uomo, e concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Malachìa (3, 1-4)

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore dell’universo. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».
SALMO 24 (23) Vieni, Signore, nel tuo tempio santo.
Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria.

Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia.
Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi, soglie antiche, ed entri il re della gloria.
Chi è mai questo re della gloria? Il Signore dell’universo è il re della gloria.
Dalla lettera agli Ebrei (2, 14-18)
Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.
Dal Vangelo secondo Luca (2, 22-40)

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO E DI NAZARETDon Augusto Fontana
Quest’anno, la Liturgia della Presentazione di Gesù al Tempio coincide con la domenica e prevale sui testi biblici di Matteo per la 4° domenica del tempo ordinario. Andrà perduta la stupenda pagina delle Beatitudini secondo la versione dell’evangelista Matteo. Si sovrappone la testimonianza di Luca, particolarmente attento all’infanzia di Gesù.
Luca mette in campo una solenne scenografia liturgica dopo essersi ispirato al profeta Malachia: «Ecco, io manderò un mio messaggero … e subito il Signore che voi cercate entrerà nel suo tempio …. perché possiate offrire al Signore un’offerta secondo giustizia».
Nel Tempio a Gerusalemme la scena è affollata da molti personaggi:il Bambino, che nei versetti precedenti alla lettura odierna, viene circonciso e gli viene dato il Nome Gesù (“Jeshuah=Dio salva”), e ora è proclamato “Cristo del Signore”.

  • la Legge (Toràh): nominata 5 volte: «secondo la Legge…come è scritto nella Legge…come prescrive la Legge….per fare come la Legge prescriveva…secondo la Legge del Signore». Presenza ingombrante.
  • Maria e Giuseppe (Miriam e Ioseph); tutto si svolge attorno a loro e al “bambino”.
  • lo Spirito Santo – nominato 3 volte – c’è ma non si vede; se ne vedono solo gli effetti.
  • Simeone (Scimehon=”Dio ha ascoltato”) il vecchio, che rappresenta le braccia secche e bimillenarie di Israele che ricevono finalmente il fiore della vita.
  • Anna (Hanna=”Favore di Dio”), profetessa vedova; ha l’età di tutta l’umanità che ancora non ha visto il volto di Dio ed è vedova, come Israele che ha perso Dio-Sposo e vive una vita di attesa, con dolore (digiuni) e desiderio (preghiere).

Il Tempio accoglie. La Legge, ascoltata, genera l’evento. Simeone e Anna parlano e cantano. Maria e Giuseppe compiono riti in silenzio e «si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Una vera Liturgia.
E io dove sono? Seduto in platea a guardare stancamente una commedia vista e rivista o a cantare in coro e a stupirmi delle cose che vengono dette di Lui?
Quando la vita viene “celebrata.[1]
Secondo la prescrizione del Libro del Levitico (12,6-8; 5,6), quaranta giorni dopo la nascita di un bambino era previsto il rito della purificazione della madre: «Quando i giorni della sua purificazione saranno compiuti, porterà al sacerdote un agnello di un anno … Se non ha mezzi prenderà due tortore o due colombi». Mosè aveva prescritto che ogni padre consacrasse a Dio «ogni primogenito che apre il seno materno» (Esodo 13,1-2). Era stata fissata una somma di cinque sicli per il riscatto, un mese dopo la nascita (Numeri 3,47; 18,16). Il rito doveva essere un memoriale della salvezza dei primogeniti ebrei durante la tragica notte della fuga dall’Egitto (Esodo 12,29-33).
Nella redazione di Luca i due riti vengono mescolati in un unico rito di presentazione al Tempio; e sembra pure che abbia inserito anche il padre Giuseppe e non solo la puerpera nel rito di purificazione («Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale»).
Tutta la cerimonia è incentrata, secondo Luca, sulla “presentazione” del primogenito al Signore.
Il verbo “presentare” (in greco: paristanai) nella Bibbia è usato nel senso di “offrire un culto”, “essere al servizio di…”, ma anche “introdurre(“i filistei introdussero [misero in presenza] l’arca di Dio nel tempio di Dagon” 1 Samuele 5,2). Si tratta allora, per Luca, del primo ingresso di Gesù nel Tempio. Luca sembra collegarci anche con l’episodio della consacrazione del giovane Samuele da parte di sua madre Anna al tempio di Silo (1 Samuele 1,22-28: « Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo dò in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore»); in questo caso Samuele rimarrà sempre nel tempio come la profetessa vedova Anna; Luca ci narra che Gesù non è meno irrevocabilmente votato al Padre suo pur vivendo trent’anni a Nazaret e non nel tempio (fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret).
Qui ci sono quattro “poveri di Jahweh” che attendono, nell’intimità della fede, la rivelazione di Dio. Rivelazione che Luca aveva narrato essere avvenuta alla nascita del “Bambino” in aperta campagna per i pastori; ora accade nel Tempio: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo mi hai preparato…Eccomi» (cf. Ebrei 10,5-7).
Segno di contraddizione.
Simeone dichiara che Cristo sarà un «segno di contraddizione» perché siano svelati i pensieri di molti cuori (Luca 2,34). “Un segno -come interpreta il biblista card Ravasi –impossibile da evitare, con cui fare i conti, da abbracciare o respingere”.
San Paolo è illuminante quando definisce la croce di Gesù come «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma anche potenza di Dio e sua sapienza per coloro che sono chiamati» (1Corinzi 1,23-24).
Ma nella lettura e nell’interpretazione del testo non possiamo dimenticare quello che dice la lettera agli Ebrei: “La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (4,12). E’ quello che aveva detto Gesù: «non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Matteo 10,35-38).
Mi sembra, allora, che davvero la prima e fondamentale interpretazione del testo sia: Maria/Chiesa è chiamata a mettersi in ascolto sempre più profondo e sempre più coinvolgente della Parola-spada che quel Figlio annuncerà durante la sua vita.
Gesù, diventato grande, vedendo il vuoto che si stava facendo attorno a lui, disse ai discepoli «Volete andarvene anche voi?» (Giovanni 6, 67). Come un giorno aveva chiesto ai suoi: «Ma io chi sono per voi?» (Matteo 16, 15). Nei secoli questo interrogativo ha continuato a serpeggiare[2].
A non molti decenni di distanza dalla fine di Gesù di Nazaret, in Egitto l’anonimo autore del Vangelo gnostico detto ‘di Filippo’, non esitava a scrivere: «Se dici: Sono ebreo, nessuno si scompone. Se dici: Sono romano, nessuno trema. Se dici sono greco, barbaro, schiavo, nessuno si impressiona. Ma se dico: Sono cristiano, il mondo trema». Alfredo Oriani, scrittore laico dell’Ottocento: «Credenti o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa». Dostoevskij non esitava a scrivere nel 1854: «Arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità». Un credente come F. Mauriac confessava nella sua Vita di Gesù (1936): «Non avessi conosciuto Cristo, ‘Dio’ sarebbe stato per me un vocabolo vuoto di senso… Il Dio dei filosofi e degli eruditi non avrebbe occupato nessun posto nella mia vita morale. Era necessario che Dio s’immergesse nell’umanità e che a un preciso momento della storia, sopra un determinato punto del globo, un essere umano, fatto di carne e di sangue, pronunciasse certe parole, compisse certi atti, perché io mi gettassi in ginocchio».
Ora tocca a me: mi hanno consegnato questo Gesù, come un carbone ardente, nel Tempio delle mie braccia. Dove lo metto? Che me ne faccio?
L’incubazione a Nazaret.
Tutta la scena centrale e la festività liturgica del primo ingresso di Gesù nel Tempio rischia di far passare in secondo piano due righe finali della catechesi di Luca: « fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». E per 30 anni non si saprà quasi più nulla se non a 12 anni quando tornerà a Gerusalemme per i riti del “Bar mitzvah” (figlio del comandamento), il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità e diventa responsabile per se stesso nei confronti della la legge ebraica (Luca 2, 42-50).
Siamo stati salvati anche da questi 30 anni a Nazaret.
Scrive il teologo F.Giulio Brambilla[3]: «Gesù, la Parola che è nel seno del Padre, diventa uno di noi, riceve la propria umanità come uno di noi. Ecco allora il segreto di Nazaret. Gesù, la Parola di Dio in persona, si è sottoposto a una lunga incubazione nelle fibre della nostra umanità (trent’anni), perché fosse possibile che il ministero della parola/azione di Gesù (in soli tre anni) facesse quasi esplodere dal di dentro il linguaggio umano, abilitandolo a diventare il tramite della Parola di Dio. Per questo Nazaret è il luogo dell’umiltà e del nascondimento: lì la parola si nasconde, lì il seme scende nel grembo della terra e muore per portare poi (in tre soli anni) molto frutto, tutto il dono Dio! Questo è il mistero di Nazaret!  Gesù viene presentato [al tempio] nell’ambito della sua famiglia, dentro la spiritualità giudaica di piena fedeltà alla legge. La famiglia e la Legge sono i due contesti dove Gesù cresce in sapienza e dove la grazia di Dio dimora sopra di lui. Bisognerebbe conoscere bene la famiglia ebraica e la religiosità giudaica, una religione domestica e una famiglia patriarcale, per comprendere tutto il lavorìo di incubazione della parola di Dio. Anzi, il lettore attento che è giunto a questo punto del vangelo si meraviglia che Gesù cresca in sapienza, maturità e grazia davanti a Dio e agli uomini, stando sottomesso ai suoi genitori e, con loro, alla Legge. Anche a noi verrebbe da dire: “Che sarà mai questo bambino?”. Ed ecco invece il mistero di Nazaret: il figlio dell’Altissimo, il discendente di David, il Salvatore atteso, la luce delle genti, la gloria di Israele s’immerge nelle strade di Nazaret per imparare il linguaggio umano, per assumere la religiosità del suo popolo, per sillabare le preghiere di Abramo e di Mosè, per cantilenare il Salterio di David, per assorbire la sapienza di Salomone. Per trent’anni! Questo è il mistero di Nazaret. Gesù ha imparato, gustato, assorbito a Nazaret, mediante un’interminabile incubazione, la grammatica della nostra umanità, la lingua-madre di Maria, la religiosità familiare, l’attesa di Israele, la speranza delle genti. La Parola di Dio ha imparato la grammatica e la sintassi dell’esperienza umana, dentro una serie interminabile di legami. Vorrei che si sentisse quasi fisicamente che Gesù si inabissa nella storia del suo popolo, ne attraversa tutti i legami.
E ora il lettore avverte che il mistero di Nazaret riguarda anche lui: egli non può mettersi per strada “alla ricerca del Volto”, se non si colloca dentro una storia, un popolo, una spiritualità, un’attesa, una lingua madre che lo ha generato. Questo è per ciascuno di noi il mistero di Nazaret… C’è un aspetto che riguarda solo Gesù e c’è un aspetto che però tocca ciascuno di noi, perché anche noi non siamo stati generati solo una volta, ma continuiamo ad essere generati. Anche noi diventiamo ciò che abbiamo ricevuto. Il mistero di Nazaret è anche per noi la famiglia e la religiosità, le nostre radici e la nostra gente. Non c’è nessuna avventura della vita che non parta da ciò che abbiamo ricevuto: la vita, la casa, l’affetto, la lingua, la fede e le forme religiose con cui s’esprime. Questa è la nostra umanità e la sapienza che ci è donata. Tutto il cammino che potremo fare nell’esistenza fino alla vette del mistero di Dio, o alla dedizione sconfinata verso il fratello, viene da questo linguaggio originario. La nostra umanità è forgiata da questa grammatica di base, con le sue ricchezze e le sue povertà, a cui bisogna essere grati e che Gesù non ha avuto paura di attraversare. Questa grazia contiene una promessa che ci fa prendere il largo…».


[1] Elaborazione da: J. Radermakers /P. Bossuyt, Lettura pastorale del vangelo di Luca, EDB
[2] Elaborazione da: Gianfranco Ravasi. Jesus, febbraio 2007
[3] Franco Giulio Brambilla, Chi è Gesù. Alla ricerca del volto, Edizioni Qiqajon, Bose, 2004




APRI’ LORO LA MENTE
Lettera apostolica di Papa Francesco per la Domenica della Parola di Dio

APERUIT ILLIS
LETTERA APOSTOLICA di Papa FRANCESCO CON LA QUALE VIENE ISTITUITA LA DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO

  1. «Aprì loro la mente per comprendere le Scritture» (Lc 24,45). È uno degli ultimi gesti compiuti dal Signore risorto, prima della sua Ascensione. Appare ai discepoli mentre sono radunati insieme, spezza con loro il pane e apre le loro menti all’intelligenza delle Sacre Scritture. A quegli uomini impauriti e delusi rivela il senso del mistero pasquale: che cioè, secondo il progetto eterno del Padre, Gesù doveva patire e risuscitare dai morti per offrire la conversione e il perdono dei peccati (cfr Lc 24,26.46-47); e promette lo Spirito Santo che darà loro la forza di essere testimoni di questo Mistero di salvezza (cfr Lc 24,49). La relazione tra il Risorto, la comunità dei credenti e la Sacra Scrittura è estremamente vitale per la nostra identità. Senza il Signore che ci introduce è impossibile comprendere in profondità la Sacra Scrittura, ma è altrettanto vero il contrario: senza la Sacra Scrittura restano indecifrabili gli eventi della missione di Gesù e della sua Chiesa nel mondo. Giustamente San Girolamo poteva scrivere: «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (In Is., Prologo: PL 24,17).
  2. A conclusione del Giubileo straordinario della misericordia avevo chiesto che si pensasse a «una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo» (Lett. ap. Misericordia et misera, 7). Dedicare in modo particolare una domenica dell’Anno liturgico alla Parola di Dio consente, anzitutto, di far rivivere alla Chiesa il gesto del Risorto che apre anche per noi il tesoro della sua Parola perché possiamo essere nel mondo annunciatori di questa inesauribile ricchezza. Tornano alla mente in proposito gli insegnamenti di Sant’Efrem: «Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? È molto di più ciò che sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono a una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di quanti la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla» (Commenti sul Diatessaron, 1, 18). Con questa Lettera, pertanto, intendo rispondere a tante richieste che mi sono giunte da parte del popolo di Dio, perché in tutta la Chiesa si possa celebrare in unità di intenti la Domenica della Parola di Dio. È diventata ormai una prassi comune vivere dei momenti in cui la comunità cristiana si concentra sul grande valore che la Parola di Dio occupa nella sua esistenza quotidiana. Esiste nelle diverse Chiese locali una ricchezza di iniziative che rende sempre più accessibile la Sacra Scrittura ai credenti, così da farli sentire grati di un dono tanto grande, impegnati a viverlo nel quotidiano e responsabili di testimoniarlo con coerenza. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dato un grande impulso alla riscoperta della Parola di Dio con la Costituzione dogmatica Dei Verbum. Da quelle pagine, che sempre meritano di essere meditate e vissute, emerge in maniera chiara la natura della Sacra Scrittura, il suo essere tramandata di generazione in generazione (cap. II), la sua ispirazione divina (cap. III) che abbraccia Antico e Nuovo Testamento (capp. IV e V) e la sua importanza per la vita della Chiesa (cap. VI). Per incrementare quell’insegnamento, Benedetto XVI convocò nel 2008 un’Assemblea del Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, in seguito alla quale pubblicò l’Esortazione Apostolica Verbum Domini, che costituisce un insegnamento imprescindibile per le nostre comunità.[1] In questo Documento, in modo particolare, viene approfondito il carattere performativo della Parola di Dio, soprattutto quando nell’azione liturgica emerge il suo carattere propriamente sacramentale.[2]. È bene, pertanto, che non venga mai a mancare nella vita del nostro popolo questo rapporto decisivo con la Parola viva che il Signore non si stanca mai di rivolgere alla sua Sposa, perché possa crescere nell’amore e nella testimonianza di fede.
  3. Stabilisco, pertanto, che la III Domenica del Tempo Ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio. Questa Domenica della Parola di Dio verrà così a collocarsi in un momento opportuno di quel periodo dell’anno, quando siamo invitati a rafforzare i legami con gli ebrei e a pregare per l’unità dei cristiani. Non si tratta di una mera coincidenza temporale: celebrare la Domenica della Parola di Dio esprime una valenza ecumenica, perché la Sacra Scrittura indica a quanti si pongono in ascolto il cammino da perseguire per giungere a un’unità autentica e solida. Le comunità troveranno il modo per vivere questa Domenica come un giorno solenne. Sarà importante, comunque, che nella celebrazione eucaristica si possa intronizzare il testo sacro, così da rendere evidente all’assemblea il valore normativo che la Parola di Dio possiede. In questa domenica, in modo particolare, sarà utile evidenziare la sua proclamazione e adattare l’omelia per mettere in risalto il servizio che si rende alla Parola del Signore. I Vescovi potranno in questa Domenica celebrare il rito del Lettorato o affidare un ministero simile, per richiamare l’importanza della proclamazione della Parola di Dio nella liturgia. È fondamentale, infatti, che non venga meno ogni sforzo perché si preparino alcuni fedeli ad essere veri annunciatori della Parola con una preparazione adeguata, così come avviene in maniera ormai usuale per gli accoliti o i ministri straordinari della Comunione. Alla stessa stregua, i parroci potranno trovare le forme per la consegna della Bibbia, o di un suo libro, a tutta l’assemblea in modo da far emergere l’importanza di continuare nella vita quotidiana la lettura, l’approfondimento e la preghiera con la Sacra Scrittura, con un particolare riferimento alla lectio divina.
  4. Il ritorno del popolo d’Israele in patria, dopo l’esilio babilonese, fu segnato in modo significativo dalla lettura del libro della Legge. La Bibbia ci offre una commovente descrizione di quel momento nel libro di Neemia. Il popolo è radunato a Gerusalemme nella piazza della Porta delle Acque in ascolto della Legge. Quel popolo era stato disperso con la deportazione, ma ora si ritrova radunato intorno alla Sacra Scrittura come fosse «un solo uomo» (Ne 8,1). Alla lettura del libro sacro, il popolo «tendeva l’orecchio» (Ne 8,3), sapendo di ritrovare in quella parola il senso degli eventi vissuti. La reazione alla proclamazione di quelle parole fu la commozione e il pianto: «[I leviti] leggevano il libro della Legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemia, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: “Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!”. Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della Legge. […] “Non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza”» (Ne 8,8-10). Queste parole contengono un grande insegnamento. La Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati. Essa appartiene, anzitutto, al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella Parola. Spesso, si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti. Non può essere così. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo.
  5. In questa unità, generata dall’ascolto, i Pastori in primo luogo hanno la grande responsabilità di spiegare e permettere a tutti di comprendere la Sacra Scrittura. Poiché essa è il libro del popolo, quanti hanno la vocazione di essere ministri della Parola devono sentire forte l’esigenza di renderla accessibile alla propria comunità. L’omelia, in particolare, riveste una funzione del tutto peculiare, perché possiede «un carattere quasi sacramentale» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 142). Far entrare in profondità nella Parola di Dio, con un linguaggio semplice e adatto a chi ascolta, permette al sacerdote di far scoprire anche la «bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene» (ibid.). Questa è un’opportunità pastorale da non perdere! Per molti dei nostri fedeli, infatti, questa è l’unica occasione che possiedono per cogliere la bellezza della Parola di Dio e vederla riferita alla loro vita quotidiana. È necessario, quindi, che si dedichi il tempo opportuno per la preparazione dell’omelia. Non si può improvvisare il commento alle letture sacre. A noi predicatori è richiesto, piuttosto, l’impegno a non dilungarci oltre misura con omelie saccenti o argomenti estranei. Quando ci si ferma a meditare e pregare sul testo sacro, allora si è capaci di parlare con il cuore per raggiungere il cuore delle persone che ascoltano, così da esprimere l’essenziale che viene colto e che produce frutto. Non stanchiamoci mai di dedicare tempo e preghiera alla Sacra Scrittura, perché venga accolta «non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio» (1Ts 2,13). È bene che anche i catechisti, per il ministero che rivestono di aiutare a crescere nella fede, sentano l’urgenza di rinnovarsi attraverso la familiarità e lo studio delle Sacre Scritture, che consentano loro di favorire un vero dialogo tra quanti li ascoltano e la Parola di Dio.
  6. Prima di raggiungere i discepoli, chiusi in casa, e aprirli all’intelligenza della Sacra Scrittura (cfr Lc 24,44-45), il Risorto appare a due di loro lungo la via che porta da Gerusalemme a Emmaus (cfr Lc 24,13-35). Il racconto dell’evangelista Luca nota che è il giorno stesso della Risurrezione, cioè la domenica. Quei due discepoli discutono sugli ultimi avvenimenti della passione e morte di Gesù. Il loro cammino è segnato dalla tristezza e dalla delusione per la tragica fine di Gesù. Avevano sperato in Lui come Messia liberatore, e si trovano di fronte allo scandalo del Crocifisso. Con discrezione, il Risorto stesso si avvicina e cammina con i discepoli, ma quelli non lo riconoscono (cfr v. 16). Lungo la strada, il Signore li interroga, rendendosi conto che non hanno compreso il senso della sua passione e morte; li chiama «stolti e lenti di cuore» (v. 25) e «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (v. 27). Cristo è il primo esegeta! Non solo le Scritture antiche hanno anticipato quanto Egli avrebbe realizzato, ma Lui stesso ha voluto essere fedele a quella Parola per rendere evidente l’unica storia della salvezza che trova in Cristo il suo compimento.
  7. La Bibbia, pertanto, in quanto Sacra Scrittura, parla di Cristo e lo annuncia come colui che deve attraversare le sofferenze per entrare nella gloria (cfr v. 26). Non una sola parte, ma tutte le Scritture parlano di Lui. La sua morte e risurrezione sono indecifrabili senza di esse. Per questo una delle confessioni di fede più antiche sottolinea che Cristo «morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa» (1Cor 15,3-5). Poiché le Scritture parlano di Cristo, permettono di credere che la sua morte e risurrezione non appartengono alla mitologia, ma alla storia e si trovano al centro della fede dei suoi discepoli. È profondo il vincolo tra la Sacra Scrittura e la fede dei credenti. Poiché la fede proviene dall’ascolto e l’ascolto è incentrato sulla parola di Cristo (cfr Rm 10,17), l’invito che ne scaturisce è l’urgenza e l’importanza che i credenti devono riservare all’ascolto della Parola del Signore sia nell’azione liturgica, sia nella preghiera e riflessione personali.
  8. Il “viaggio” del Risorto con i discepoli di Emmaus si chiude con la cena. Il misterioso Viandante accetta l’insistente richiesta che gli rivolgono i due: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). Si siedono a tavola, Gesù prende il pane, recita la benedizione, lo spezza e lo offre a loro. In quel momento i loro occhi si aprono e lo riconoscono (cfr v. 31). Comprendiamo da questa scena quanto sia inscindibile il rapporto tra la Sacra Scrittura e l’Eucaristia. Il Concilio Vaticano II insegna: «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della Parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeli» (Dei Verbum, 21). La frequentazione costante della Sacra Scrittura e la celebrazione dell’Eucaristia rendono possibile il riconoscimento fra persone che si appartengono. Come cristiani siamo un solo popolo che cammina nella storia, forte della presenza del Signore in mezzo a noi che ci parla e ci nutre. Il giorno dedicato alla Bibbia vuole essere non “una volta all’anno”, ma una volta per tutto l’anno, perché abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità. Sacra Scrittura e Sacramenti tra loro sono inseparabili. Quando i Sacramenti sono introdotti e illuminati dalla Parola, si manifestano più chiaramente come la meta di un cammino dove Cristo stesso apre la mente e il cuore a riconoscere la sua azione salvifica. È necessario, in questo contesto, non dimenticare l’insegnamento che viene dal libro dell’Apocalisse. Qui viene insegnato che il Signore sta alla porta e bussa. Se qualcuno ascolta la sua voce e gli apre, Egli entra per cenare insieme (cfr 3,20). Cristo Gesù bussa alla nostra porta attraverso la Sacra Scrittura; se ascoltiamo e apriamo la porta della mente e del cuore, allora entra nella nostra vita e rimane con noi.
  9. Nella Seconda Lettera a Timoteo, che costituisce in qualche modo il suo testamento spirituale, San Paolo raccomanda al suo fedele collaboratore di frequentare costantemente la Sacra Scrittura. L’Apostolo è convinto che «tutta la Sacra Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare» (3,16). Questa raccomandazione di Paolo a Timoteo costituisce una base su cui la Costituzione conciliare Dei Verbum affronta il grande tema dell’ispirazione della Sacra Scrittura, una base da cui emergono in particolare la finalità salvifica, la dimensione spirituale e il principio dell’incarnazione per la Sacra Scrittura. Richiamando anzitutto la raccomandazione di Paolo a Timoteo, la Dei Verbum sottolinea che «i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (n. 11). Poiché queste istruiscono in vista della salvezza per la fede in Cristo (cfr 2Tm3,15), le verità contenute in esse servono per la nostra salvezza. La Bibbia non è una raccolta di libri di storia, né di cronaca, ma è interamente rivolta alla salvezza integrale della persona. L’innegabile radicamento storico dei libri contenuti nel testo sacro non deve far dimenticare questa finalità primordiale: la nostra salvezza. Tutto è indirizzato a questa finalità iscritta nella natura stessa della Bibbia, che è composta come storia di salvezza in cui Dio parla e agisce per andare incontro a tutti gli uomini e salvarli dal male e dalla morte. Per raggiungere tale finalità salvifica, la Sacra Scrittura sotto l’azione dello Spirito Santo trasforma in Parola di Dio la parola degli uomini scritta in maniera umana (cfr Dei Verbum, 12). Il ruolo dello Spirito Santo nella Sacra Scrittura è fondamentale. Senza la sua azione, il rischio di rimanere rinchiusi nel solo testo scritto sarebbe sempre all’erta, rendendo facile l’interpretazione fondamentalista, da cui bisogna rimanere lontani per non tradire il carattere ispirato, dinamico e spirituale che il testo sacro possiede. Come ricorda l’Apostolo «La lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Cor 3,6). Lo Spirito Santo, dunque, trasforma la Sacra Scrittura in Parola vivente di Dio, vissuta e trasmessa nella fede del suo popolo santo.
  10. L’azione dello Spirito Santo non riguarda soltanto la formazione della Sacra Scrittura, ma opera anche in coloro che si pongono in ascolto della Parola di Dio. È importante l’affermazione dei Padri conciliari secondo cui la Sacra Scrittura deve essere «letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (Dei Verbum, 12). Con Gesù Cristo la rivelazione di Dio raggiunge il suo compimento e la sua pienezza; eppure, lo Spirito Santo continua la sua azione. Sarebbe riduttivo, infatti, limitare l’azione dello Spirito Santo solo alla natura divinamente ispirata della Sacra Scrittura e ai suoi diversi autori. È necessario, pertanto, avere fiducia nell’azione dello Spirito Santo che continua a realizzare una sua peculiare forma di ispirazione quando la Chiesa insegna la Sacra Scrittura, quando il Magistero la interpreta autenticamente (cfr ibid., 10) e quando ogni credente ne fa la propria norma spirituale. In questo senso possiamo comprendere le parole di Gesù quando, ai discepoli che confermano di aver afferrato il significato delle sue parabole, dice: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
  11. La Dei Verbum, infine, precisa che «le parole di Dio espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell’umana natura, si fece simile all’uomo» (n. 13). È come dire che l’Incarnazione del Verbo di Dio dà forma e senso alla relazione tra la Parola di Dio e il linguaggio umano, con le sue condizioni storiche e culturali. È in questo evento che prende forma la Tradizione, che è anch’essa Parola di Dio (cfr ibid., 9). Spesso si corre il rischio di separare tra loro la Sacra Scrittura e la Tradizione, senza comprendere che insieme sono l’unica fonte della Rivelazione. Il carattere scritto della prima nulla toglie al suo essere pienamente parola viva; così come la Tradizione viva della Chiesa, che la trasmette incessantemente nel corso dei secoli di generazione in generazione, possiede quel libro sacro come la «regola suprema della fede» (ibid., 21). D’altronde, prima di diventare un testo scritto, la Sacra Scrittura è stata trasmessa oralmente e mantenuta viva dalla fede di un popolo che la riconosceva come sua storia e principio di identità in mezzo a tanti altri popoli. La fede biblica, pertanto, si fonda sulla Parola viva, non su un libro.
  12. Quando la Sacra Scrittura è letta nello stesso Spirito con cui è stata scritta, permane sempre nuova. L’Antico Testamento non è mai vecchio una volta che è parte del Nuovo, perché tutto è trasformato dall’unico Spirito che lo ispira. L’intero testo sacro possiede una funzione profetica: essa non riguarda il futuro, ma l’oggi di chi si nutre di questa Parola. Gesù stesso lo afferma chiaramente all’inizio del suo ministero: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). Chi si nutre ogni giorno della Parola di Dio si fa, come Gesù, contemporaneo delle persone che incontra; non è tentato di cadere in nostalgie sterili per il passato, né in utopie disincarnate verso il futuro. La Sacra Scrittura svolge la sua azione profetica anzitutto nei confronti di chi l’ascolta. Essa provoca dolcezza e amarezza. Tornano alla mente le parole del profeta Ezechiele quando, invitato dal Signore a mangiare il rotolo del libro, confida: «Fu per la mia bocca dolce come il miele» (3,3). Anche l’evangelista Giovanni sull’isola di Patmos rivive la stessa esperienza di Ezechiele di mangiare il libro, ma aggiunge qualcosa di più specifico: «In bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Ap 10,10). La dolcezza della Parola di Dio ci spinge a parteciparla a quanti incontriamo nella nostra vita per esprimere la certezza della speranza che essa contiene (cfr 1Pt 3,15-16). L’amarezza, a sua volta, è spesso offerta dal verificare quanto difficile diventi per noi doverla vivere con coerenza, o toccare con mano che essa viene rifiutata perché non ritenuta valida per dare senso alla vita. È necessario, pertanto, non assuefarsi mai alla Parola di Dio, ma nutrirsi di essa per scoprire e vivere in profondità la nostra relazione con Dio e i fratelli.
  13. Un’ulteriore provocazione che proviene dalla Sacra Scrittura è quella che riguarda la carità. Costantemente la Parola di Dio richiama all’amore misericordioso del Padre che chiede ai figli di vivere nella carità. La vita di Gesù è l’espressione piena e perfetta di questo amore divino che non trattiene nulla per sé, ma a tutti offre sé stesso senza riserve. Nella parabola del povero Lazzaro troviamo un’indicazione preziosa. Quando Lazzaro e il ricco muoiono, questi, vedendo il povero nel seno di Abramo, chiede che venga inviato ai suoi fratelli perché li ammonisca a vivere l’amore del prossimo, per evitare che anch’essi subiscano i suoi stessi tormenti. La risposta di Abramo è pungente: «Hanno Mosè e i profeti ascoltino loro» (Lc 16,29). Ascoltare le Sacre Scritture per praticare la misericordia: questa è una grande sfida posta dinanzi alla nostra vita. La Parola di Dio è in grado di aprire i nostri occhi per permetterci di uscire dall’individualismo che conduce all’asfissia e alla sterilità mentre spalanca la strada della condivisione e della solidarietà.
  14. Uno degli episodi più significativi del rapporto tra Gesù e i discepoli è il racconto della Trasfigurazione. Gesù sale sul monte a pregare con Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli evangelisti ricordano che mentre il volto e le vesti di Gesù risplendevano, due uomini conversavano con Lui: Mosè ed Elia, che impersonano rispettivamente la Legge e i Profeti, cioè le Sacre Scritture. La reazione di Pietro, a quella vista, è piena di gioiosa meraviglia: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia» (Lc 9,33). In quel momento una nube li copre con la sua ombra e i discepoli sono colti dalla paura. La Trasfigurazione richiama la festa delle capanne, quando Esdra e Neemia leggevano il testo sacro al popolo, dopo il ritorno dall’esilio. Nello stesso tempo, essa anticipa la gloria di Gesù in preparazione allo scandalo della passione, gloria divina che viene evocata anche dalla nube che avvolge i discepoli, simbolo della presenza del Signore. Questa Trasfigurazione è simile a quella della Sacra Scrittura, che trascende sé stessa quando nutre la vita dei credenti. Come ricorda la Verbum Domini: «Nel recupero dell’articolazione tra i diversi sensi scritturistici diventa allora decisivo cogliere il passaggio tra lettera e spirito. Non si tratta di un passaggio automatico e spontaneo; occorre piuttosto un trascendimento della lettera» (n. 38).
  15. Nel cammino di accoglienza della Parola di Dio, ci accompagna la Madre del Signore, riconosciuta come beata perché ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le aveva detto (cfr Lc 1,45). La beatitudine di Maria precede tutte le beatitudini pronunciate da Gesù per i poveri, gli afflitti, i miti, i pacificatori e coloro che sono perseguitati, perché è la condizione necessaria per qualsiasi altra beatitudine. Nessun povero è beato perché povero; lo diventa se, come Maria, crede nell’adempimento della Parola di Dio. Lo ricorda un grande discepolo e maestro della Sacra Scrittura, Sant’Agostino: «Qualcuno in mezzo alla folla, particolarmente preso dall’entusiasmo, esclamò: “Beato il seno che ti ha portato”. E lui: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio, e la custodiscono”. Come dire: anche mia madre, che tu chiami beata, è beata appunto perché custodisce la parola di Dio, non perché in lei il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi, ma perché custodisce il Verbo stesso di Dio per mezzo del quale è stata fatta, e che in lei si è fatto carne» (Sul Vang. di Giov., 10, 3).

La domenica dedicata alla Parola possa far crescere nel popolo di Dio la religiosa e assidua familiarità con le Sacre Scritture, così come l’autore sacro insegnava già nei tempi antichi: «Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30,14).

Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, 30 Settembre 2019. FRANCESCO


[1] Cfr AAS 102 (2010), 692-787.
[2] «La sacramentalità della Parola si lascia così comprendere in analogia alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino consacrati. Accostandoci all’altare e prendendo parte al banchetto eucaristico noi comunichiamo realmente al corpo e al sangue di Cristo. La proclamazione della Parola di Dio nella celebrazione comporta il riconoscere che sia Cristo stesso ad essere presente e a rivolgersi a noi per essere accolto» (Verbum Domini, 56).