ERANO COME PECORE SENZA PASTORE…
Don Paolo Farinella

ERANO COME PECORE SENZA PASTORE…
di Paolo Farinella, prete
http://www.paolofarinella.eu/

(Nota di don Augusto: Don Paolo è abituato ad accarezzare con mani ruvide. Una carezza che sul momento sembra una sberla; ma la sua franchezza “di parte” stimola pensieri profondi e universali. Don Paolo ha uno straordinario orecchio ascoltante della Parola di Dio e occhio che denuda i fatti e parola che irrita questi e consola quelli. Chi ce la fa ad arrivare in fondo alle sue riflessioni può ricevere in dono il discernimento).

Una mia amica di Certosa di Pavia, Linda, mamma di 3 bambini, da qualche anno ha lasciato il lavoro di professionista per dedicarsi a tempo pieno all’educazione dei figli. La scelta, maturata col marito Riccardo, fu motivata dal bisogno di seguire «direttamente» in figli in tutto, «ubbidendo alla loro crescita» e non affidandosi alla mercé della buona sorte. La scuola pubblica è il colabrodo che è, nonostante le benemerenze di molti insegnanti, la categoria forse più sacrificata sull’altare della miopia politica. Della sanità pubblica stiamo vedendo le condizioni vergognose, frutto scientifico degli ultimi 25 anni di tagli e privatizzazioni, di cui proprio la Lombardia è modello negativo e tragedia nazionale. I capifila di questo sfacelo sono stati in primo luogo i governi Berlusconi (FI) con la complicità della Lega di Bossi prima, di Maroni dopo e di Salvini oggi: «con la cultura non si mangia», la scuola non serve se non è subordinata alla produzione; se c’è da raccattare miliardi da sperperare, tagliamo la scuola a favore delle migliaia di fabbrichette in pianura padana; la sanità bella è quella privata (vedi Lega e Formigoni).
Oggi tutti piangiamo un grave regresso dovuto ad affaristi, incompetenti, maneggioni e corrotti. Berlusconi e Formigoni e la Lega, emblemi dell’iniziativa privata contro l’ingerenza dello Stato, la libertà del libero mercato, sono stati condannati in via definitiva per evasione fiscale il primo (cioè per aver rubato agli Italiani che lo votavano e votano: contenti loro?); per corruzione il secondo, espressione mistica di quel coacervo di Comunione e Liberazione che si è servito della religione per fare affari a tutto spiano; della Lega, il nome è garanzia. In mezzo ci sono stati sprazzi di cosiddetta «sinistra» che ha fatto il resto, imitando i campioni dello sfacelo del «pubblico».  Costoro e i loro epigoni rimasugli, oggi, in tempo di Coronavirus, invocano lo Stato, addirittura Salvini vuole un condono su tutto e mai Covid-19 è stato così provvidenziale se riesce in quello che non è riuscito a fare da incompetente ministro degli interni.
Condono, parola che delinquenti e corruttori amano alla follia. Oggi, tutti coloro che vedevano lo Stato come fumo negli occhi, che inveivano contro i lacci e i laccioli delle regole, che non volevano controlli di alcun genere perché solo il privato aveva diritto di cittadinanza (v. sanità lombarda), tutti pretendono aiuti a pioggia dallo Stato, ma sempre senza controlli, tutto in deroga (come a Genova, che non è un modello, ma un inganno perché tutto è fatto «extra legem»). Questo «statalismo» da riporto di stampo sovietico, come mai ora è invocato da tutti i liberisti senza libertà? Penso che dipenda dal criterio che costoro vivono come prima anima: «i costi sempre allo Stato, gli utili sempre ai privati». Non fa una grinza.  In molti ospedali, nella prima fase del Covid-19, medici e infermieri, disarmati, senza maschere, senza caschi, senza occhiali e senza respiratori, nella corsa forsennata a tentare di salvare vite, hanno aiutato tutti indiscriminatamente, come è giusto per diritto. Trovandosi però con un solo respiratore e due malati gravi, hanno dovuto scegliere tra i due intubandi «chi salvare e chi no», poiché non potevano salvarli tutti e due. Chi intubare e tentare di salvare? Con quali criteri decidevano? In base a quale scelta etica? Morte al vecchio e largo al giovane palestrato? Se uno è imbecille o può essere un danno pubblico, non importa che sia giovane o vecchio, ma se sia imbecille potenzialmente dannoso.  Nessuno si è chiesto se non fosse stato etico tra due intubandi, salvare chi ha pagato sempre le tasse e non chi ha evaso per prassi. Una causa rilevante del disastro sanitario e della scuola, oltre la corruzione endemica, è questa: chi evade contribuisce ad affossare i servizi pubblici come sanità e scuola. Non può farvi ricorso durante la pandemia, come se niente fosse e pretendere il respiratore a fronte di chi ha sempre contribuito al bene pubblico. Se eticamente è giusto salvare anche gli evasori, dalla parte dei Diritti e della Giustizia, NO! Questo è il momento di controlli severi, incrociati – altro che App Immuni – per costringere tutti gli evasori a pagare fino all’ultimo centesimo nel reperire i fondi per creare una sanità degna dei Vecchi che devono essere «sacri» per qualsiasi società di qualunque tempo e per creare l’ambiente di una scuola a misura non del «sedere del bambino», ma dei suoi sogni, della sua fantasia, dei suoi bisogni di espandersi, creare, inventare, giocare, costruire, divertirsi. Infine si tolga agli evasori la cittadinanza perché essi rifiutano di essere parte della comunità. Vecchi e Bambini/e sono i modelli che devono misurare l’altezza, la profondità, la lunghezza e la cubatura della società civile. Se non ha rispetto per i Bambini e amore per Vecchi, la società non merita di vivere e il Coronavirus, ne sono sicuro, è un sintomo, un’avvisaglia, un monito.
Non è un caso che i Paesi più colpiti siano la Cina, l’Europa, gli Usa, Corea e in Italia la Pianura Padana, Piemonte e Liguria? Non sono forse i Paesi a più violento capitalismo sfrenato, con il più sregolato sfruttamento della terra, degli animali, degli esseri viventi, i responsabili della schiavitù del lavoro, dello sfruttamento in nome della crescita del maledetto Pil? Non sono forse i Paesi e le Regioni che più di tutte inquinano o consumano territorio, anche quello che non gli appartiene più? Non sono quelli che hanno sacrificato il servizio sanitario pubblico agli appetiti privati, prodighi di tangenti e corruzione? Non sono quelli che hanno distrutto le scuole pubbliche a vantaggio di quelle private o parificate? Chi si ricorda ancora dei «valori non negoziabili» dei cardinali Ruini, Bagnasco e di Papa Ratzinger? Non erano riducibili tutti questi valori «santi» al finanziamento della scuola privata per l’80% in mano a istituti religiosi?
All’inizio della pandemia mi ero illuso che la stragrande parte della società mondiale potesse rinsavire e riflettere su quello che stava accadendo e, riflettendo sulle cause di un sistema corrotto, iniquo e malato, potesse fermarsi e fare una scelta a misura della persona, di tutte le persone di tutti i continenti di tutto il mondo. Oggi, ho perso questa illusione perché vedo che la vocazione di tutti è la morte e la corsa ad essa non si ferma, anzi, al contrario, si intende correre di più per recuperare il tempo perduto. Si andrà peggio e le persone correranno dietro i pifferai, come prima, peggio di prima, più di prima. Solo un piccolo resto d’Israele sarà consapevole della posta in gioco e agirà di conseguenza. Nessuno lo sa, ma sono costoro che reggono le sorti del mondo intero, perché la più grande rivoluzione è sempre un’azione personale, consapevole, spirituale, non condivisa dalla maggioranza o peggio dalla massa. La tradizione ebraica parla dei 36 Giusti che reggono ogni generazione.
Ritorniamo al principio, alla mia amica Linda preoccupata – con lei lo siamo molti – perché ci chiediamo se la tragedia Covid-19, non diventi la scusa per manovre di manipolazione a tutto spiano. Scienziati e politici (governo, l’opposizione non è degna nemmeno di questa altissima funzione della democrazia di Diritto) d’Italia e del mondo si stanno approfittando del momento per altri fini? Non era questo il momento propizio, provvidenziale di prendere decisioni, in altri tempi impossibili, per smantellare un sistema perverso, eliminando strutture e sovrastrutture, vere zavorre per una sana e corretta gestione locale del territorio, ponendo le condizioni preliminari per renderle irreversibilmente fondate sulla legalità e il Diritto? Scuola on-line: un terzo dei bambini non aveva il tablet o il pc per cui sono stati ancora di più emarginati, inchiodati con le famiglia alla loro povertà e alla vergogna di non essere come gli altri: lo sappiamo cosa vuol dire questo tra bambini e adolescenti? Si parla sempre più di mappatura universale tramite «App-Immuni», nonostante già adesso siamo tutti monitorati attraverso i-phones e geolocalizzazione. Che sia l’occasione per manipolare bisogni, desideri, criteri assicurativi, malattie, condizioni di salute e quindi cure? Ogni volta che cerco un libro o altro in internet, dopo pochi secondi, il mio monitor è pieno di suggerimenti «ostinati» che vanno dai libri affini e non affini, a biancheria intima da donna e qui mi fermo: cosa c’entra Teresa D’Avila con i costumi da bagno?  Dice Linda: «Siamo in una fase molto delicata perché stanno sperimentando su noi la possibilità di sostituire sempre più le relazioni umane con la tecnologia delle distanze con l’obiettivo che non sia la tecnologia al servizio dell’Uomo ma il contrario». Non liquiderei questa ansia con un’alzata di spalla. I bambini che si collegano alle video lezioni, lo fanno prevalentemente per vedere i loro compagni e spesso – lo so per esperienza diretta – si commuovono. «Ancora una volta i bambini sono più avanti di noi. Fanno finta di accettare e di gradire per accontentarci». Battezzando i bambini di Linda e Riccardo, ricordo di aver detto che i bambini hanno la verità, noi no, e se siamo capaci di «ubbidire» la loro crescita, forse riusciremo anche noi a diventare adulti. Linda e Riccardo hanno fatto una scelta drastica: non mandano i bambini a scuola, ma organizzati con altre famiglie, attraverso un sistema misto anche col metodo montessoriano, fanno scuola ai loro figli, senza costringerli in quei pollai da ingrasso in cui la riforma Moratti prima e la Gelmini poi ha dirotto la scuola, di cui oggi assaporiamo lo sfacelo finale. Avendo docenti «primari» troppo anziani, oggi abbiamo bambini precocemente vecchi e non stimolati alla vita. Le esperienze invece di interazione alla pari tra vecchi e bambini hanno dato risultati eccellenti. Tutti i nonni ne sono testimoni, avendo un rapporto privilegiato e complice con i loro nipoti. Se Gorgia diceva che «misura di tutte le cose è l’uomo», oggi dovremmo parafrasare «cioè i bambini e i vecchi».  Tutto questo non dovrebbe solo valere per i figli di Linda e Riccardo, ma per tutti i bambini del mondo, tutti, nessuno escluso, perché mentre scrivo o mentre leggi, 700 bambini muoiono nel mondo per mancanza di acqua potabile. Ogni santo giorno. O l’economia si distribuisce in modo equo o facciamo discorsi al vento perché il prossimo virus, sempre più veloce di qualsiasi vaccino, ci falcidierà senza pietà. Abbiamo visto i camion militari pieni di morti senza nome, deformati, di cui non si sa nulla, effetto di una in-civiltà che non ha saputo custodire, non dico la vita, la morte stessa, eliminando con un colpo solo milioni di anni di «pìetas», sì perché il rispetto della morte è stata la prima forma di religione sorta sulla terra e l’archeologia oggi ne dà ampia testimonianza. Dove stiamo andando? Siamo sicuri che l’industria 4.0 sia la soluzione per l’avvenire o non piuttosto l’inizio della barbarie che elimina etica, diritti, doveri perché lascia spazio solo alla schiavitù imposta scientificamente?  In questo tempo e in queste condizioni, la gerarchia ecclesiastica si è preoccupata delle «messe sì, messe no», senza dire una parola sulle condizioni abissali su cui siamo seduti, causa di una economia di morte, di una società necrofora, di un sistema scolastico che crea «schiavi volontari», di un servizio sanitario eliminatorio dei superflui (vecchi, improduttivi, poveri, ecc.). Ben altra è la profezia! In che senso e misura, oggi, in queste condizioni, «libertà e cura» sono ancora diritti? Se non lo sono per tutti, sono «diritti»? Può reggere la Democrazia, se pur apparente, in queste condizioni? Chi la deve difendere, se l’informazione è piegata, prona, succube, venduta a chi la paga meglio? Internet, così come è, è il grande inganno del III Millennio perché fa finta di mettere tutto a disposizione, mentre si prende tutto e ne dispone a piacimento di chi detiene i «big data», facendoli arricchire con l’adesione del derubato. Lo aveva previsto la sapienza napoletana: «Cornuti e mazziati». Il ruolo di Cassandra non è mai stato comodo, ma è necesario. Pur derisa e vilipesa, ebbe ragione lei, ma ormai era troppo tardi: il cavallo varcò la porta di Troia e fu… un troiaio di morte. Ieri come oggi? Che Dio non voglia, perché siamo accecati. «Con-vertiamoci – meta-nooûmen» (verbo denominativo da «noûspensiero»), cioè cambiamo pensiero, mente, criteri di valutazione. In altre parole, riflettiamo il cammino fatto fin qui, verificandone consistenza e conseguenze. Poi decidiamo cosa vogliamo fare oggi e domani, purché ne siamo consapevoli. Una cosa sola non ci è consentita: essere ignari per indolenza o far finta di non sapere [Shoàh docet!!!].




10 maggio. Domenica 5a di Pasqua
IO SONO LA STRADA

La liturgia ci porta a chiederci non «dov’é Gesù?», ma «dove sta andando?». Non «dove possiamo trovarlo?», ma «dove ci porta?». Domenica scorsa Gesù si è presentato: « Io sono la porta». Oggi ci dice «Io sono la strada». Anche Gesù è in movimento. Domenica si diceva:« il pastore cammina davanti al gregge». Oggi si dice «Io vado…quando sarò andato tornerò…». Esodo. Una chiesa in esodo, in movimento. Un ovile che…viaggia, più simile ad una transumanza che ad un rifugio protettivo o un muro del pianto.  Mi pare che siamo perseguitati da immagini, parole e verbi di movimento. 

 Preghiamo. O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 6,1-7
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Sal 32 Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.

Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Perché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,4-9
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

«IO SONO LA STRADA». Don Augusto Fontana
La liturgia ci porta a chiederci non «dov’é Gesù?», ma «dove sta andando?». Non «dove possiamo trovarlo?», ma «dove ci porta?». Domenica scorsa abbiamo sentito un brano della Prima Lettera di Pietro (cap.2): «Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme». La domanda dunque ci insegue: “dove sta andando?”, “dove ci porta?”. Questa domanda l’abbiamo sentita risuonare nel Cenacolo nell’imminenza della Pasqua: «Quando Giuda fu uscito, Gesù disse: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete: dove vado io voi non potete venire”. Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”» (Gv. 13). Questa domanda risuona dopo la resurrezione e si fa chiara oggi: « “E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”» (Gv. 14). Il termine più importante è il primo, “la via”, gli altri due servono come spiegazione (cioè: “Io sono la via, in quanto verità e vita”).
«Dice il Signore: Io sono la via, ma noi abbiamo seguito altre strade. Io sono la verità, e noi abbiamo pensato di possederla chiudendola in formule, in aride dottrine. Io sono la vita, ma noi abbiamo cercato altre sorgenti e altro pane che non nutrono»[1].
Domenica scorsa Gesù si è presentato: « Io sono la porta». Oggi ci dice «Io sono la strada».
Anche Gesù è in movimento. Domenica si diceva:« il pastore cammina davanti al gregge». Oggi si dice «Io vado…quando sarò andato tornerò…». Esodo. Una chiesa in esodo, in movimento. Un ovile che…viaggia, più simile ad una transumanza che ad un rifugio protettivo o un muro del pianto.
Mi pare che siamo perseguitati da immagini, parole e verbi di movimento. E’ chiaro che non si tratta solo di spostamenti da un posto all’altro: anche questo, ovviamente, se si rilegge la storia della Chiesa coma la storia di una missione: «Andate![2]». Ma si tratta anche di spostamenti interiori, quello schiodarsi dalle proprie abitudini e idee che la Bibbia chiama con il termine di “ritorno” o “conversione”: «Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete messi in pratica. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore. Ma voi dite: “Come dobbiamo tornare?” » (Malachia 3, 7). Ecco la domanda: «Come dobbiamo tornare? Come possiamo conoscere la via?». Ma la domanda più sapiente l’ha fatta, a nome nostro, Simon Pietro: «Signore, dove vai?». Il nostro specifico posto di discepoli è di essere dove è Lui: «…perché siate anche voi dove sono io». Se risaliamo la corrente della nostra vita di battezzati prima o poi ritroviamo la nostra sorgente che consiste in un invito: «Seguimi![3]». Dove va il Signore?. Gesù pregava spesso con i salmi: «Camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi (mentre vivo la mia vita quotidiana)» (Salmo 116, 9). «Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore…Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie…Sarò sicuro nel mio cammino, perché ho ricercato la tua volontà….Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino….Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo». (salmo 119, versetti 1.3.45.105.165). Già così riusciamo a capire verso dove sta andando e verso dove ci conduce il pastore delle nostre vite.
Con le mani giunte e i piedi per terra…
Ma se volessimo tradurre più concretamente alcune indicazioni, la prima lettura di oggi ci offre uno spunto appetitoso: si tratta del racconto meditato di una delle prime comunità pasquali che si misura con la concretezza dei problemi della vita messi a confronto con le opportunità offerte dallo Spirito. Mentre cresceva il numero di quanti rico­noscevano in Gesù il Messia, la comunità di Gerusalemme si ritro­vava spaccata tra ‘ellenisti’ ed ‘ebrei’ (v. 1): i primi erano giudei di lingua e forse anche di cultura greca, provenienti da terre fuori della Palestina; i secondi, invece, erano giudei palestinesi, di lingua aramaica, legati a usanze religiose ebraiche. La diversità di ve­dute tra i due gruppi si rendeva evidente soprattutto a livello di prassi religiosa: mentre i cristiani ‘ebrei’ mantennero invariate alcune consuetudini liturgiche come la frequenza al tempio per la preghiera (cfr., ad esempio, At 3,1), i cristiani ‘ellenisti’ non mostravano la stessa preoccupazione. Il racconto ricorda una protesta da parte degli ‘ellenisti’ per ra­gioni di equità: ritenevano infatti che, in occasione del­la distribuzione dei sussidi, le loro vedove venissero trascurate. Si rende così necessario l’intervento autorevole dei Dodici per dirimere la questione. Nella soluzione proposta, gli apostoli cer­cano di evitare di compromettere il bene supremo della comu­nione, dando – ad esempio – ragione agli uni contro gli altri, oppure avocando a sé il controllo economico della comunità; preferisco­no, piuttosto, cogliere l’occasione per offrire un metodo per il discernimento comunitario. Distinguono quindi i livelli di compe­tenza, affermando anzitutto il loro compito principale: la pre­ghiera pubblica e l’annuncio della parola di Dio (vv. 2.4). Le questioni economiche degli ‘ellenisti’ possono invece essere de­legate agli interessati: sarà il gruppo stesso degli ‘ellenisti’, al pro­prio interno, ad individuare alcuni probi viri in grado di assolvere a questo compito (v. 3). Il bene della comunione ecclesiale, in questo modo, passa at­traverso una varietà di vedute ben organizzata. E’ il diffondersi della parola di Dio a sollecitare una nuova riorganizzazione. E’ questo uno stile paradigmatico di gestione della Chiesa: con i piedi per terra e le mani giunte …
Due soluzioni emergono chiaramente: quando una parrocchia tratta cose materiali deve essere una grande esperta dello Spirito e quando si occupa di Liturgia e Parola deve possedere una notevole e continua esperienza nel servizio agli impoveriti. Quando “amministra” non deve “sporcarsi le mani”, quando “celebra” non deve aver paura di sporcarsele.
Io sono vita. Voi siete pietre vive, non decorative.
Nella seconda lettura emerge una chiesa che segue il Signore diventando una comunità di corresponsabili costruttori, anzi pietre vive. La pietra richiama spesso una staticità che è però sinonimo di morte, come la pietra tombale rotolata da­vanti al sepolcro di Gesù (Mt 27,66). Nel testo di Pietro, invece, la metafora della pietra diventa paradossale: è viva e non è standard. Nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati ad esercitare il loro sacerdozio specifico (Romani 12,1) e a proclamare al mondo “le opere meravigliose compiute dal Signore”. Ma occorre essere pietre vive “scartate dai costruttori”. Saremo pietre “fuori misura”, scartabili quando non rientreremo nella misura standard del conformismo, quando non ci adatteremo agli ossequi formali, quando non accetteremo di essere utilizzati per facciate appariscenti, quando la nostra vita punzecchierà i sogni dei furbi, quando la nostra mitezza non ci vedrà arruolati in operazioni di forza, quando cioè saremo pietre vive, parlanti, pensanti, e non pietre morte, inerti, squadrate, maneggevoli, decorative.
Perché Lui oggi in questa celebrazione è pietra viva, strada, porta, pastore, vita, verità e ci conduce per di là.
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[1] Padre Ermes Ronchi
[2] Vangelo secondo Matteo: cap. 20 «[7] Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna»; Cap. 22 «[9]andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze»; cap. 25 «[6]A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!»; cap. 28 «[7]Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti»; cap. 28 «[19]Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…»
[3] Vangelo secondo Matteo – cap. 9 «[9]Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. »; cap. 19 «[21]Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».




LETTERA APERTA AI VESCOVI ITALIANI
Commissione Giustizia e pace dei Missionari Comboniani

La Commissione Giustizia & Pace dei Missionari Comboniani si rivolge ai vescovi chiedendo la stessa tempestività e vigore espresse per ribadire la libertà di culto, anche nella difesa dei più sofferenti del pianeta e contro il mercato delle armi.
30 Aprile 2020. Rivista NIGRIZIA, Missionari Comboniani
https://www.nigrizia.it/notizia/lettera-aperta-ai-vescovi-italiani-per-iniziare-una-nuova-storia

Cari padri Vescovi, pace e vita.
In questo tempo dolorosissimo per l’umanità intera afflitta dalla pandemia, come missionari, portiamo nel cuore il grido dei tantissimi impoveriti che sale a Dio da ogni angolo del mondo. Dall’Amazzonia alle baraccopoli africane, dai fratelli e sorelle migranti nei lager libici e nei campi profughi delle isole greche che cercano di scappare in mare rifiutati dall’Italia e dall’Europa, a quelli che tentano la rotta balcanica.
In questi giorni sono in corso vere e proprie lotte per il cibo a Nairobi, Ougadougou, Johannesburg. Ma anche qui in Italia, molte più persone sentono i crampi della fame e bussano alle nostre Caritas. Come non riconoscere in questi crocifissi il volto di Gesù di Nazaret? (Mt 25,31-46)

Abbiamo notato la tempestività del comunicato con cui avete rivendicato la libertà di culto nei confronti del governo e vi chiediamo la stessa determinazione e prontezza di intervento laddove la carne di Cristo è trafitta nei più poveri e abbandonati.
Ribadiamo convintamente che l’Eucarestia rappresenta la fonte e il culmine della vita cristiana e sentiamo l’urgenza di ritrovarci insieme come comunità attorno all’altare della parola e del pane spezzato. Proprio per questo siamo convinti che la celebrazione eucaristica continua nell’accoglienza dei migranti, nella pratica della giustizia sociale, nella promozione della pace e dei diritti umani, nell’impegno con gli ultimi.
Ci uniamo alle parole profetiche di Papa Francesco il quale ci ricorda che il virus peggiore da combattere è quello dell’indifferenza e durante l’omelia della seconda domenica di Pasqua afferma: «Mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua il vero pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente… quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!».
Questa pandemia ci insegna che è tempo propizio per iniziare una nuova storia e avere lo stesso coraggio e la stessa parresia degli apostoli che hanno abbandonato il cenacolo, dove erano rinchiusi per paura, per uscire ad annunciare il Vangelo della vita.

Cari Vescovi, non rimanete in silenzio e gridate insieme a tanti uomini e donne:

  • lo scandalo della strage di Pasquetta quando morivano nel Mediterraneo 12 migranti dimenticati dall’Italia e dall’Europa;
  • lo scandalo dell’aumento della produzione di armi nel mondo (i dati di questa settimana del SIPRI, l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, parlano di spese di 1.900 miliardi di dollari, il valore assoluto più alto dalla fine della Guerra Fredda) che continuano ad alimentare guerre in Libia, Yemen, Camerun, Siria e affamano intere popolazioni togliendo risorse da investire nel settore sanitario per lottare contro il coronavirus;
  • lo scandalo della crisi alimentare mondiale(gli ultimi dati del rapporto FAO della scorsa settimana parlano di 135 milioni di persone nel mondo alla fine del 2019 in situazione di insicurezza alimentare acuta) che si aggrava oggi a causa del Covid-19 ma che non sente salire con determinazione l’appello alle autorità politiche ed economiche per un intervento eccezionale in soccorso agli ultimi.

Le periferie esistenziali che abbiamo vissuto in altri continenti e che ora viviamo qui nel nostro paese, ci spingono a rivolgervi questo appello, perché in tutti i discepoli di Gesù aumenti la compassione per gli ultimi, la fame e sete di giustizia e il coraggio di proclamare il Vangelo della vita piena per tutti.
La Commissione Giustizia & Pace dei Missionari Comboniani




4a domenica di Pasqua. 3 maggio
IL PASTORE CHE CONDIVIDE

Gesù pastore. Per di più buono. L’immagine apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca. Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Non solo guida, ma anche condivide.
Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 2,14.36-41
[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.
Sal 22 Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,20b-25
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

IL PASTORE CHE CONDIVIDE. Don Augusto Fontana

Gesù pastore. Per di più buono. L’immagine apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca. Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perché il suo bastone nodoso libera sentieri intricati e difende da attacchi di animali selvatici; e l’unità del gregge è contenuta dal leggero tocco del rametto di salice (vincastro) sui fianchi della pecora disorientata. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: « pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì» (Ebrei 5, 8-9).
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter ospitare il gregge. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa. 

«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi dirige o guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita ecclesiali?
«Tu sei con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”( 1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Salmo 55,23). «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).

La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza del deserto dell’esodo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo»[1].

Il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore. Il deserto è una lezione che l’uomo riceve: per la vita non basta il pane, occorre la Parola di Dio. Il deserto è “assenza di…”: nella sabbia non si può nè costruire città nè piantare orti e giardini; anzi il deserto tende ad invadere l’area coltivata. «Vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[2]. Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza, una pandemia virale. Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà. Nel deserto si cammina. In questo cammino dell’esodo Dio si presenta come uno che accompagna, che guida, che precede, come un pastore. Dio di fatto sembra dare direzioni generiche del tipo “Andate verso Nord!” e spetta poi all’uomo precisare il proprio cammino. Il simbolo di questa assistenza è la nube che si ferma, si avvia, sceglie la direzione; successivamente sarà l’Arca della alleanza a dimostrare che il popolo pellegrino desidera camminare dietro il suo Signore. Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, diavolaccio!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li si smarriscano, smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[3]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo.

Una comunità “pastorale”?
Lo scenario liturgico di oggi potrebbe essere addirittura ambiguo: ci sono troppe persone che vogliono contornarsi di pecore docili ed obbedienti, che sognano una società di “pecoroni” allineati e acritici da governare e manipolare a loro piacere. Parlare di “docili pecore”, di “sacri pastori” e di figli devoti della chiesa è un linguaggio caro a chi sogna una comunità ecclesiale tutta ben ordinata e obbediente agli ordini della gerarchia. La corresponsabilità ecclesiale sembra divenuta spesso un rituale con scarso contenuto: basti pensare ai consigli pastorali, che dopo aver contribuito anche a far maturare in tanti laici una sensibilità nuova, disponibile all’iniziativa, alla responsabilità, a modalità adulte di stare nella Chiesa, spesso sono divenuti luoghi formali di discussioni nelle quali non è in effetti in gioco il volto della propria Chiesa, né si discute del modo concreto con cui essa può svolgere la sua missione. Oggi di fatto nella comunità cristiana e nei luoghi di corresponsabilità ecclesiale si tende spesso a confondere la comunione con l’uniformità del modo di pensare; si teme il dialogo quasi che il pensare e l’esprimersi in forme plurali costituisca una minore fedeltà. Mi sembra diminuito lo spirito del confronto interno alla Chiesa, che il Concilio ci chiedeva di maturare. Ma mi pare attenuarsi anche il sentirci nel mondo, come cristiani e come Chiesa, partecipi fino in fondo delle vicende, delle tensioni, delle fatiche del contesto entro cui viviamo come fratelli, compagni di viaggio che condividono la fatica e la bellezza dello stesso viaggio.
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[1] Deuteronomio 8 
[2] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[3] Ezechiele 34, 2. 4




25 aprile 2020
PER NON DIMENTICARE. MA NON SOLO.

Appello per il 25 aprile 2020

Il 25 aprile rinasce la libertà: è il Natale della nostra democrazia. Ogni anno ci si ritrova per festeggiare la liberazione dal nazifascismo e riflettere sui valori della Carta Costituzionale. Ci si stringe intorno al tricolore per sentirsi una comunità civile e per riaffermare che quelle pagine nefaste della nostra storia non si ripeteranno mai. Quest’anno, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione, abbiamo bisogno più che mai di celebrare la nostra libertà. In un momento in cui siamo costretti all’isolamento per combattere un nemico invisibile, in cui la distanza sociale ci rende un po’ più soli, possiamo e dobbiamo stringerci e sostenerci. Vogliamo riconoscerci gli uni negli altri, tornare a guardare al futuro con speranza e coraggio, e soprattutto ricordarci che una volta passata questa tempesta saremo chiamati a ricostruire un mondo più giusto, più equo, più sostenibile. Mai come in questa occasione ci è chiaro che occorre porre fine a tutte le guerre fratricide per unirci tutti nell’unica lotta contro i tre nemici comuni: il virus, il riscaldamento del pianeta e le disuguaglianze socio-economiche.
Per questo lanciamo una grande convocazione a cittadine e cittadini per ritrovarci insieme a festeggiare il 25 aprile. La nostra piazza sarà virtuale ma ugualmente gremita e animata, il palcoscenico saranno le nostre case piene di calore, i nostri computer e i nostri smartphone faranno il resto. Uniamoci per metterci alle spalle questa crisi e disegnare un domani luminoso e promettente. Chiediamo a tutte e tutti di aderire e di esserci fin da ora, e di coinvolgere più persone possibile. Ogni partecipante è invitato a fare una libera donazione non inferiore a due euro per sostenere le associazioni del terzo settore che si occupano di assistere le persone senza fissa dimora e di gestire le mense dei poveri. Insieme possiamo fare tanto, e testimoniare che nessuna crisi può arrestare la generosità. Sarà un 25 aprile di liberazione, forse il più grande dal dopoguerra. Stringiamoci intorno alle nostre comunità locali per ridare forza alla comunità nazionale e a quella planetaria.

A chi si dona.
La cifra che raccoglieremo sarà destinata a Caritas Italiana e Croce Rossa Italiana a cui chiederemo di utilizzare le risorse per fornire aiuto a quanti non hanno un tetto o un pasto garantito, anche attraverso la rete di realtà del volontariato che sono la prima linea dell’emergenza sociale sui territori.
Come si dona
Per donare devi semplicemente collegarti alla piattaforma Go Fund Me tramite il tasto Fai una donazione.

https://www.gofundme.com/?lang=it&utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=GoFundMe_SouthernEurope_IT_Exact_EN_IT&utm_content=GoFundMe&utm_term=go%20fund%20me_e_c_&gclid=CjwKCAjwnIr1BRAWEiwA6GpwNYDkgQN690Jf0x3NhgS8zfBS-XZzyilvgtgpbJHRIW5l6Lofj2HCtBoCmeMQAvD_BwE




MESSAGGIO PER IL 1° MAGGIO
CEI e Diocesi Parma

DIOCESI DI PARMA.
Ufficio Pastorale sociale e del lavoro – Ufficio Pastorale Sanitaria – Caritas

 Messaggio per la Festa del 1° maggio 2020
Leggi il Documento integrale della CEI: https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/messaggio-dei-vescovi-per-la-festa-del-1-maggio-2020/

Il lavoro nella crisi sanitaria
L’attuale emergenza sanitaria ci ha fatto comprendere quanto sia importante la solidarietà, l’interdipendenza e la capacità di fare squadra; valori che auspichiamo anche nella nuova emergenza economica.
Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.
Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore sanitario.
Nulla sarà come prima per i nostri territori, per le nostre comunità, così duramente colpite.
Nulla sarà come prima anche per il mondo del lavoro. Tutto sarà più pesante per chi lavora in modo precario e saltuario. Già si contano danni importanti, soprattutto per gli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro e si trovano ora sulle spalle ingenti debiti e grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda e di molti lavoratori e lavoratrici.
Nulla sarà come prima per tutte le Cooperative del Terzo settore. Non avendo finalità di lucro, le loro attività si svolgono con margini di sicurezza economica molto ridotti. Il loro stesso futuro rischia di essere pregiudicato.

È con queste preoccupazioni che la nostra Diocesi di Parma, unendosi al Messaggio dei Vescovi italiani per il 1° maggio, si appresta a celebrare la Festa del 1° maggio di quest’anno.

 Lavoro sostenibile.
«Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus»: è fondamentale che questo appello abbia accoglienza. Sono auspicabili misure di aiuto a famiglie ed imprese che sappiano fare attenzione a proteggere tutti, soprattutto le categorie solitamente più fragili e meno tutelate. Il problema per i lavoratori più esposti non è solo quello della perdita del salario o dell’occupazione, ma anche quello delle condizioni sul luogo di lavoro. L’orizzonte è quello dell’ecologia integrale della Laudato si’. Abbiamo bisogno di un sistema socio-economico-ambientale che metta al centro la persona, la dignità del lavoratore e sappia mettersi in sintonia con l’ambiente naturale senza violentarlo, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile. Un’urgenza non più procrastinabile in cui si gioca anche la fedeltà al progetto di Dio sull’umanità. E per questo, per ridare forza e dignità al lavoro dobbiamo:

  1. Curare la ferita dei profondi divari territoriali. Non esiste una sola Italia del lavoro, ma «diverse Italie», con regioni dove il problema diventa quello di umanizzare il lavoro e regioni dove il lavoro manca e costringe molti a migrare.
  2. avere il coraggio di guardare ai nostri fratelli migranti non più come forma quasi unica di manovalanza sfruttata, sottoposti a ingiuste condizioni di lavoro che portano a vite non dignitose.
  3. trasformare le reti di protezione contro la povertà in strumenti stabili di politiche per il lavoro che aiutino persone, famiglie e imprese a contribuire alla crescita e al benessere del Paese.
  4. chiedere a politici e amministratori una attenta scelta di priorità negli investimenti e nelle spese, orientate al bene comune, ridimensionando e riconvertendo, per esempio, le spese per gli armamenti.
  5. Premiare, con le nostre scelte, prodotti e imprese che danno più dignità al lavoro.

Diocesi e lavoro.
Accanto alle iniziative delle istituzioni, doverose e importanti, anche la Diocesi ha aperto un Fondo di Solidarietà alimentato da singoli e da diversi soggetti. Di tale fondo usufruiranno anche le persone svantaggiate che lavorano nella cooperazione sociale.
Intestatario: CARITAS DIOCESANA PARMENSE EMERGENZE
Iban: IT88G0623012700000037249796
Banca: Crédit Agricole Italia – Sede di Parma
CAUSALE DEL VERSAMENTO: aiuto cooperative sociali

Nel cammino che la Chiesa italiana sta facendo verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) siamo chiamati a coniugare lavoro e sostenibilità, economia ed emergenza sanitaria. L’opera umana sappia cogliere la sfida di rendere il mondo una casa comune. I credenti possono diventare segno di speranza anche per il mondo del lavoro.

Ufficio Pastorale sociale e del lavoro
Ufficio Pastorale Sanitaria
Caritas diocesana

Parma 24/04/2020




26 aprile 2020. 3a Domenica di Pasqua
EMMAUS.SENTIERI DI PASQUA

Capiti in piazza e ti senti rinfacciare da Pietro che sei corresponsabile di un omicidio (1a Lettura). Ti allontani e lungo la strada un’ombra di morte incombe nell’anima come la puzza dei cadaveri appesta l’aria e ti senti dire: «stolti e lenti di cuore a credere» (Vangelo). Arrivi a casa e trovi una lettera che sembra consegnata dalle poste italiane tanto è il tempo che è stata spedita da Pietro (2a Lettura) e ti senti dire che è ora di smummiarti perché sei stato liberato da una condotta vuota. A questo punto ti viene spontaneo chiederti se la Pasqua è un messaggio di pace o una dichiarazione di guerra. Forse perché abbiamo un concetto di pace che è troppo simile alla tranquillità.
Preghiamo. O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane. Per Cristo nostro Signore.
Dagli Atti degli Apostoli 2, 14. 22-33.
Nel giorno di Pentecoste, Pietro, alzatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così: «Uomini d’Israele, ascoltate ciò che sto per dire. Gesù di Nàzaret era un uomo mandato da Dio per voi. Dio gli ha dato autorità con miracoli, con prodigi e con segni. È stato Dio stesso a compierli per mezzo di lui fra voi. E voi lo sapete bene! Quest’uomo, secondo le decisioni e il piano prestabilito da Dio, è stato messo nelle vostre mani e voi, con la complicità di uomini malvagi, lo avete ucciso inchiodandolo a una croce. Ma Dio l’ha fatto risorgere, liberandolo dal potere della morte. Era impossibile infatti che Gesù rimanesse schiavo della morte. Questo Gesù, Dio lo ha fatto risorgere, e noi tutti ne siamo testimoni. Egli è stato innalzato accanto a Dio e ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che era stato promesso. Ora egli ci dona quello stesso Spirito come anche voi potete vedere e udire».>

Salmo 15 Rit. Mostraci, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu». Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1, 17-21
Carissimi, quando pregate Dio, voi lo chiamate Padre. Egli giudica tutti con lo stesso metro, ciascuno secondo le sue opere. Perciò nel tempo che dovete passare in questo mondo, comportatevi con grande rispetto verso di lui. Voi sapete come siete stati liberati da quella vita senza senso che avevate ereditato dai vostri padri: il prezzo del vostro riscatto non fu pagato in oro o argento, cose che passano; siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo. Egli si è sacrificato per voi come un agnello puro e senza macchia. Dio lo aveva destinato a questo già prima della creazione del mondo; ora, in questi tempi che sono gli ultimi, egli si è manifestato per voi. E voi, per mezzo di lui, credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato la gloria. Così la vostra fede e la vostra speranza sono rivolte verso Dio.

Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista (afantos egheneto= invisibile divenne). Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio (Si alzarono subito) e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 SENTIERI DI PASQUA. Don Augusto Fontana
Capiti in piazza e ti senti rinfacciare da Pietro che sei corresponsabile di un omicidio (1a Lettura). Ti allontani e lungo la strada un’ombra di morte incombe nell’anima come la puzza dei cadaveri appesta l’aria e ti senti dire: «stolti e lenti di cuore a credere» (Vangelo). Arrivi a casa e trovi una lettera che sembra consegnata dalle poste italiane tanto è il tempo che è stata spedita da Pietro (2a Lettura) e ti senti dire che è ora di smummiarti perché sei stato liberato da una condotta vuota. A questo punto ti viene spontaneo chiederti se la Pasqua è un messaggio di pace o una dichiarazione di guerra. Forse perché abbiamo un concetto di pace che è troppo simile alla tranquillità.
Due sono i rischi che corro come discepolo: uno quello di lasciarmi stroncare la speranza dalle smentite della storia; l’altro quello di lasciarmi cullare dolcemente da una fede protettiva e insonorizzata. Oggi i due rischi li corriamo tutti: in presenza di smottamenti sanitari, economici e politici sullo scenario mondiale, di devastanti grandinate di quotidiane delinquenze attorno a noi e di glaciazioni del nostro cuore interiore, veniamo paralizzati dalla certezza che il mondo non cambierà mai e che la risurrezione sia una bella favola o al massimo una riparazione finale dopo che tutto, però, si è rotto. Oppure ci viene comodo spegnere finalmente gli occhi sulle miserie inquietanti della carne torturata per aprirli finalmente su pascoli tranquillizzanti alla ricerca di ferie distensive della nostra responsabilità.
La scenografia di Luca presenta tre scene in successione: un viaggio di fuga dalla chiesa, una sosta nella locanda di Emmaus, un eccitato viaggio di ritorno alla chiesa. Praticamente è la mappa del mio cammino: fuga, incontro, riconoscimento, annuncio. Praticamente è un Cantico sulla Domenica, un Poema sull’Eucaristia, una catechesi narrante e ammaliante sui miei percorsi di fede borderline, sui possibili esiti, sulle necessarie seppur tormentate fedeltà all’ascolto delle Scritture, sul procedere in compagnia, sulle soste liturgiche, sullo statuto irrinunciabile di una chiesa che cammina talvolta per stanchezza e fuga mortifera e talvolta con la levità dell’amante («Ora parla il mio diletto e mi dice: Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!» Cantico 2,10).
«E avvenne mentre conversavano e discutevano, allora Gesù stesso avvicinatosi andava con loro…E avvenne mentre era seduto a tavola con loro…»(vv.15 e 30). E’ importante per l’evangelista ciò che Gesù vive con quei due discepoli, uno chiamato Cleopa e l’altro senza nome perché ha il mio e il tuo nome.
Conversavano di ciò che era accaduto e di Lui. Ecco come si sta nella comunità: senza dimenticare ciò che accade intorno a noi e senza tacere di Lui e dei fatti che riguardano Lui. Parlarsi magari anche scaricandosi reciprocamente il proprio malumore. Gesù li lascia raccontare. Tace. Gesù non salta i fatti, anzi ne è curiosamente interessato: «Quali fatti?». E loro fanno l’annuncio che però è solo un annuncio di morte: «Gesù uomo potente in opere e parole è stato ucciso….». La mia ricerca di lui si ferma al sepolcro. La sua ricerca di noi ci porta oltre il sepolcro. Quella locanda di Emmaus, se non ci fosse stato lui, rischiava di diventare il muro del pianto, un lacrimatoio della camera mortuaria, Gesù camminava con loro. I loro occhi erano “posseduti” (traduzione letterale del verbo greco krateô) dalla coscienza della propria nudità come lo sguardo di Adamo ed Eva “Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi” (Gen. 3,7); posseduti dal proprio nudo ombelico. Tra poco quello stesso loro sguardo si aprirà non più su di sé ma su di Lui. Gesù entra anche nelle loro cieche visioni («siete senza testa») e nelle nostre tardive speranze («siete bradicardici: lenti di cuore»). E fa la spiegazione delle Scritture. Rivela i limiti della loro fede. Poi, a sera, incappano in una locanda, brutta come un’osteriaccia, ma che si rivelerà la loro stupenda cattedrale. Gli dicono: «Dimora con noi». Infatti: «Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap. 3,20). E si sdraia a mensa con noi, di domenica in domenica: «E avvenne, mentre era sdraiato lui con loro», proprio come poeticamente descritto nel Cantico dei Cantici: «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Cantico 2,6). Gesù si sdraia a tavola, come sempre con noi, peccatori e discepoli miscredenti.
«Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». Stupenda differenza tra “vedere” e “riconoscere”. Gli occhi si aprono non per vedere una persona, ma per riconoscere una presenza.
Scriveva don Casati in una lettera al Vescovo Tettamanzi: «Non si può equivocare: il gesto del pane era umile, era silenzioso, era semplice. Ma parlava. Loro guardavano e capivano. Capivano l’amore di Dio. In un pezzo di pane. Oggi per farlo vedere l’abbiamo circondato, oserei dire “assediato”, di mille cose e la foresta non per­mette più di intravedere il pane, di intravedere la cena, di intravedere il cuore. Siamo ormai nella necessi­tà di spiegare i segni, quando essi stessi per loro natura dovrebbero significare. Il pane, confessiamolo, non lo si vede più. Non si vede più la cena. Da tempo mi vado chiedendo se, anzi­ché aggiungere cose a cose nei riti, non sia l’ora, questa, di incomincia­re pazientemente ma fermamente a scrostare dagli ispessimenti, dai soffocamenti, dalle verniciature so­vrapposte nel tempo, l’affresco. Perché di affresco si tratta. L’affresco dell’amore incondiziona­to di Dio. E ritorni a splendere il colore di questa incondizionatezza del pane».
Nella Bibbia quante strade, luogo di conversione.
In quella stessa ora ritornano indietro: è notte, ma per loro è come un’alba. Sono stati bruciati dal roveto ardente (Esodo 33,25): «Non era forse, il nostro cuore, ardente?». Non scompare, Gesù, ma entra come una cicatrice di un’ustione profonda, la cui forza urticante sembra placarsi un po’ solo quando si torna sulla strada per ricongiungersi, annunciare, confermare, essere confermati. Leggendo e rileggendo la Bibbia, è tutto un camminare, un fare strada, un andare, un ripartire… Dalla partenza di Abramo al cammino di Israele verso la terra, dal viaggio doloroso verso l’esilio al rientro in Palestina, la strada è compagna della storia di Israele. I profeti amano uscire e fanno della strada il luogo principale dei loro incontri e della loro predicazione. Gesù, come il suo maestro Giovanni il Battezzatore, ha fatto della strada il luogo dell’incontro, dell’amore che aiuta i più deboli, dell’insegnamento, del dialogo. Le mappe dei suoi spostamenti sono una ragnatela di viaggi dal nord estremo dei territori pagani alle viuzze di Gerusalemme, al deserto della Transgiordania. Pensiamo all’apostolo Paolo: un instancabile “agente di viaggio del Regno di Dio”. Ma la strada è talmente esperienza centrale nel movimento originario di Gesù che i discepoli del nazareno vengono chiamati “seguaci della via” (Atti 9,2; 19,9 e 23; 24,14; le traduzioni usano il termine “dottrina”, ma il testo greco usa “odòs” = via). Seguire Gesù è una via, non una dottrina. Anzi Gesù stesso è “la via” (Giovanni 14,6) che conduce al Padre; ci fu, e c’è ancora, chi tenta di inchiodare quei suoi piedi su un legno per tenerlo lì, immobilizzato e innocuo.
Amo Giuseppe d’Arimatea, il discepolo che, con Nicodemo, va a schiodare Gesù dalla croce (Mt 27,59); amo pensare al loro gesto come ad un vero rito liturgico per rimettere Gesù sui sentieri e ridargli l’opportunità storica di camminare come risorto, benchè un po’ straniero, in mezzo a noi. Meglio la chiesa che gli schioda i piedi, di quella che tenta di incollarglieli. Maria di Magdala e l’altra Maria lo avevano incontrato nei pressi del sepolcro e «gli presero i piedi e lo adorarono» (Mt. 28,9-10), crocifiggendolo a sé in un’adorazione amante che Lo avrebbe però incaprettato. Ma Gesù dice: «Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno». L’evangelista Giovanni parla solo di Maria di Magdala che vuole «abbracciare i piedi»; Gesù le dice: «Non mi trattenere» (Gv 20,17).
La strada, esperienza e metafora dell’incontro e dell’immersione diretta nella realtà, è anche l’immagine di questa necessità di non fermarci al già acquisito, di non tuffarci nelle nostre cose, di non fasciarci di sicurezze o di certezze come per difenderci dai problemi del mondo. La strada, con tutto ciò che essa comporta nella realtà e nella metafora, è il luogo in cui Dio ci raggiunge con segni, voci, presenze che ci invitano a conversione. Nella mia vita è successo così: 26 lunghi anni di lavoro laico, esposto alle contingenti intemperie della quotidianità senza scudi protettivi, in strada con i lavoratori in sciopero, sui sentieri quotidiani nella intricata foresta amazzonica degli indigeni Shuaras e sui polverosi sentieri rossi con i sem-terra e i poveri dei bairros brasiliani, nei corridoi trasudanti incubi nel carcere e in quelli non meno dolenti degli ospedali e delle Case per anziani. La strada, cioè il cammino quotidiano dentro i fatti e in compagnia delle persone, per molti anni mi hanno cambiato la vita. Ora sono diventato, per età, uno spelacchiato e azzoppato gatto domestico, ma l’Emmaus domenicale resta il mio sogno ancora integro.
«Se la polvere della strada, con i suoi intoppi e le sue incertezze, con le sue fermate e le sue “persone ferite”, non ci tocca, noi rischiamo di “farci la nostra vita”, di ritagliarci i nostri spazi, ma perdiamo la sintonia con la realtà della carovana umana, specialmente con i passeggeri delle ultime carrozze. Un viaggio tra i “buoni, belli e sani” è la maniera più sicura per naufragare nella noia, per seppellirci nel narcisismo, per non capire nulla della storia. La strada è il luogo in cui, come Gesù, possiamo incontrare le “cattive compagnie” che ancora sanno gridare, sognare, esprimere il desiderio di un mondo altro, resistere, piangere ed abbracciare. Penso con grande gratitudine a Dio a quella parte della chiesa che accetta i rischi, le incertezze, gli incidenti, gli errori, le fragilità, le gioie e i sogni che nascono nella carovana dei viandanti e non ha la pretesa di dirigere il cammino, ma vuole vivere la compagnia e seminare lungo il percorso le parole e i segni dell’evangelo»[1].
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[1] https://donfrancobarbero.blogspot.com/2008/04/una-chiesa-apprendista.html. Franco Barbero è un ex presbitero italiano di Pinerolo, noto per le sue critiche alla dottrina, liturgia e magistero della Chiesa cattolica, a causa delle quali fu dimesso dallo stato clericale da papa Giovanni Paolo II° nel 2003.




MESSAGGIO PASQUALE DI PAPA FRANCESCO AI MOVIMENTI POPOLARI

Messaggio di Papa Francesco ai fratelli e alle sorelle dei movimenti e delle organizzazioni popolari

Cari amici,
Ricordo spesso i nostri incontri: due in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra, e confesso che questa “memoria” mi fa bene, mi avvicina a voi, mi fa ripensare ai tanti dialoghi avvenuti durante quegli incontri, ai tanti sogni che lì sono nati e cresciuti, molti dei quali sono poi diventati realtà. Ora, in mezzo a questa pandemia, vi ricordo nuovamente in modo speciale e desidero starvi vicino.
In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.
So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l’organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico. Spesso provate rabbia e impotenza di fronte al persistere delle disuguaglianze persino quando vengono meno tutte le scuse per mantenere i privilegi. Tuttavia, non vi autocommiserate, ma vi rimboccate le maniche e continuate a lavorare per le vostre famiglie, per i vostri quartieri, per il bene comune.
Questo vostro atteggiamento mi aiuta, mi mette in questione ed è di grande insegnamento per me. Penso alle persone, soprattutto alle donne, che moltiplicano il cibo nelle mense popolari cucinando con due cipolle e un pacchetto di riso un delizioso stufato per centinaia di bambini, penso ai malati e agli anziani. Non compaiono mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente. Vorrei che sapeste che il nostro Padre celeste vi guarda, vi apprezza, vi riconosce e vi sostiene nella vostra scelta.
Quanto è difficile rimanere a casa per chi vive in una piccola abitazione precaria o per chi addirittura un tetto non ce l’ha. Quanto è difficile per i migranti, per le persone private della libertà o per coloro che si stanno liberando di una dipendenza. Voi siete lì, presenti fisicamente accanto a loro, per rendere le cose meno difficili e meno dolorose. Me ne congratulo e vi ringrazio di cuore. Spero che i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (che mettano al centro lo Stato o il mercato) non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell’umanità. Ora più che mai, sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere.
So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento… e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.
Vorrei inoltre invitarvi a pensare al “dopo”, perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell’altro. Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull’accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all’idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile; ma soprattutto voi disponete di una voce autorevole per testimoniare che questo è possibile. Conoscete infatti le crisi e le privazioni che con pudore, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in promessa di vita per le vostre famiglie e comunità.
Continuate a lottare e a prendervi cura l’uno dell’altro come fratelli. Prego per voi, prego con voi e chiedo a Dio nostro Padre di benedirvi, di colmarvi del suo amore, e di proteggervi lungo il cammino, dandovi quella forza che ci permette di non cadere e che non delude: la speranza. Per favore, anche a voi pregate per me, che ne ho bisogno.
Fraternamente
Città del Vaticano, 12 aprile 2020, Domenica di Pasqua




2a domenica di Pasqua. 19 aprile
Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…

Papa Francesco, nell’udienza generale dell’11 settembre 2013 aveva detto: «Un cristiano non è un’isola. Noi non diventiamo cristiani da soli e con le nostre forze, ma la fede è un dono di Dio che ci viene dato nella Chiesa e attraverso la Chiesa». Le Letture liturgiche di oggi ci offrono uno sguardo panoramico sulla vita della chiesa nascente dopo la resurrezione. La fede in Cristo risorto e l’aver ricevuto il suo Spirito ci incorpora alla comunità cristiana, alla chiesa, che ovviamente non si riduce al Papa, ai vescovi e ai preti, ma è costituita da tutti i credenti: uomini e donne di tutte le età, che esercitano in essa diversi ministeri e conducono diverse forme di vita, ma hanno molte cose in comune

Preghiamo. Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli2,42-47
Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

Sal 117 Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».

Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto prodezze.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1,3-9
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
 

DALL’UTERO DELLA PASQUA NASCE UNA CHIESA COSI’…Don A. Fontana.
Papa Francesco, nell’udienza generale dell’11 settembre 2013 aveva detto: «Un cristiano non è un’isola. Noi non diventiamo cristiani da soli e con le nostre forze, ma la fede è un dono di Dio che ci viene dato nella Chiesa e attraverso la Chiesa». Le Letture liturgiche di oggi ci offrono uno sguardo panoramico sulla vita della chiesa nascente dopo la resurrezione. La fede in Cristo risorto e l’aver ricevuto il suo Spirito ci incorpora alla comunità cristiana, alla chiesa, che ovviamente non si riduce al Papa, ai vescovi e ai preti, ma è costituita da tutti i credenti: uomini e donne di tutte le età, che esercitano in essa diversi ministeri e conducono diverse forme di vita, ma hanno molte cose in comune, precisamente quelle che ci segnala oggi la lettura del libro degli Atti (insieme a 4,32-35; 5,12-16).

In primo luogo la fede comune, “gli insegnamenti degli apostoli“, il Vangelo insomma.
In secondo luogo la comunione, una caratteristica molto vistosa della prima comunità.
Viene poi “la frazione del pane”, il condividere il pane, cioè, la celebrazione eucaristica nel corso del pranzo comunitario, un’agape fraterna nella quale si fa memoria di Gesù, della sua morte e resurrezione.
Infine le “orazioni”, momenti speciali di preghiere comunitarie, forse nelle stesse ore in cui erano soliti farle i giudei: alba, mezzogiorno e pomeriggio.

E’ veramente la chiesa quella che viene ritratta in questa lettura? La risposta evidente è no: la lettura ci presenta piuttosto un progetto da raggiungere. E’ possibile che la comunità cristiana primitiva non sia stata cosi perfetta; lo stesso libro degli Atti ci informa delle sue imperfezioni e problemi. Ma Luca ha voluto lasciarci questo ritratto ideale forse per evitare che ci accontentiamo della mediocrità.

La seconda lettura è presa dalla prima lettera di San Pietro diretta ai pagani convertiti al cristianesimo, che vivono la loro fede in mezzo a gravi difficoltà in un ambiente ostile. E’ una chiesa pasquale che non fugge dalla società né la aggredisce: la paura genera fuga, piagnisteo, fondamentalismi, contrapposizioni, e una forma di sguardo negativo e manicheo su tutti quelli che ti circondano.

Il Vangelo di Giovanni ci presenta due apparizioni (parola da prendere con le pinze!) del Signore Risorto ai suoi discepoli, una nello stesso giorno della resurrezione, l’altra otto giorni dopo.

Gesù e i discepoli.

  1. I discepoli pur avendo visto la tomba vuota e avendo sentito la notizia della risurrezione da parte di Maria di Magdala, non avevano ancora incontrato Gesù risorto. Occorre arrivare a incontrarlo personalmente. I segni e i testimoni sono necessari, come tappe di avvicinamento, ma mi viene chiesto di arrivare ad incontrare Lui. La scena che si apre è speculare all’ingresso nel sepolcro da parte dei discepoli: qui è Gesù che entra nel sepolcro della comunità, sepolcro ancora chiuso dalla pietra della paura e dell’incredulità, non ancora ribaltata. Maria di Magdala lo cerca e Lui si fa trovare; qui i discepoli non lo cercano e Lui si offre (venne) prendendo l’iniziativa. Il Signore garantisce la sua presenza anche in mezzo a un popolo mormoratore che si chiede: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»(Esodo 17, 3-5).
  2. Bisognerebbe leggere questa scena dopo aver letto i discorsi d’addio nel cap. 16, dove Gesù diceva: “vi darò il mio Spirito“, ecco che dà lo Spirito; diceva ” vi darò la mia pace” ed ecco la pace; diceva “ritornerò a voi” ed ecco che è ritornato; diceva “avrete la gioia” ecco la gioia. Secondo Giovanni, Gesù non aspetta ad offrirci nell’altra vita i beni promessi, ma già ora, anche se evidentemente non in pienezza. Il racconto narra una solenne epifania, manifestazione, nel Giorno del Signore e mentre la chiesa è riunita sebbene per paura. La si potrebbe chiamare “La Pentecoste”. Per Giovanni avviene tutto all’interno di poche ore: morte, glorificazione, costituzione della Chiesa, dono dello Spirito. Non c’è bisogno di 50 giorni. E’ l’inaugurazione di un modo stabile di presenza d’ora in avanti.
  3. …soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Gesù fa un’azione simbolica: dopo aver detto “pace voi” alita su di loro. Il verbo che usa Giovanni (emfusaô) ricorre due volte nell’AT: una quando Dio crea l’uomo e gli soffia nelle narici l’alito di vita (Gen. 2,7) e l’altra in Ezechiele 37 dove lo Spirito plana su una valle di cadaveri e di ossa(Ger. 31,33)[1].
  4. «mostrò loro le mani e il fianco». Gesù è risorto ma con le stigmate da crocifisso. Le mani che mostra sono quelle stesse che hanno lavato i piedi ai discepoli, quelle inchiodate per sempre ad un amore crocifisso, quelle dalle quali nessuno può rapirci (Gv 10, 28). Il fianco (pleura= la stessa parola che usa Genesi per il costato di Adamo da cui fu tratta Eva) è la roccia percossa da Mosè e da cui scaturisce acqua per i nostri aridi deserti (Esodo 17,3-5), è il lato destro del tempio da cui scaturisce un fiume di acqua viva che svelena e feconda come aveva promesso il profeta Ezechiele 47, 1-12: «Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua sotto il lato destro del tempio…Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: ….quelle acque dove giungono, risanano e tutto rivivrà». Queste stigmate aperte sono l’Eucaristia domenicale e i poveri che vivono tra noi.
  5. Gesù dice «Accogliete (prendete) Spirito Santo». E’ una supplica più che un ordine: si riceve se si accoglie. Già sulla croce lo Spirito era stato donato; ora si tratta di accogliere quel dono. E siccome Spirito Santo è amore, eccone le conseguenze: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi». Il perdono è “iper-dono”, super-amore. «Noi sappiamo di essere passati da morte a vita se amiamo i fratelli» (1 Giov. 3, 14). La comunità da una parte deve presentare una parola che inquieta l’uomo e dall’altra deve far prevalere più la pazienza di Dio che l’impazienza efficientista ed escludente.
  6. Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi“. La presenza di Gesù apre una direzione verso l’esterno. In Mt e Lc il discorso è più ampio. GV se la cava con una frase, però che contiene tutto. Oggi si direbbe: “Una chiesa in uscita”.
  7. C’è un passaggio dalla “paura” alla “gioia” dove però la “gioia” non si intende solo “il sorriso del devoto beota” ma la franchezza inossidabile della testimonianza. Il tema della paura è presente altre tre volte nell’Evangelo Giovanni:
    • 7,13, dove si dice che la folla aveva paura delle autorità a prendere posizione in pubblico in favore di Gesù.
    • 9,22: i genitori del cieco nato avevano paura di essere scomunicati dalla sinagoga.
    • 12,22: alcuni altolocati erano dalla parte di Gesù, ma avevano paura a dichiararsi perché non volevano rimetterci la loro posizione.

C’è una parola creata proprio dal quarto evangelista che testimonia la grande paura: apo-synagogòs (cioè “scacciato/scomunicato dalla sinagoga”).
* 9,34: il cieco nato riconosce pubblicamente Gesù e viene cacciato fuori dalla sinagoga;
* Gv 12,42: i farisei decidono di scacciare chi confessa Gesù come “Cristo”;
+ Gv 16,2: Gesù predice: «Vi cacceranno dalle sinagoghe».

Il vangelo di Giovanni scaturisce da una fede sofferta, che necessita una confessione a caro prezzo. Il vangelo di Gv è orientato a sostenere una fede “adulta”. La fede – secondo Gv – non è soltanto conoscenza intima, ma anche testimonianza. Ad esempio, Nicodèmo arriverà a fare la sua professione non a parole, ma con un gesto: insieme a Giuseppe di Arimatèa andrà ad accogliere Gesù calandolo dalla croce, con un’azione che lo escluderà addirittura dalla Pasqua giudaica. Infatti il libro dei Numeri legifera che chi tocca un cadavere si contamina e quindi non può celebrare la Pasqua (Nm 19,11-13). Quando Gesù muore, la Pasqua sta per essere celebrata ed è necessario togliere subito i cadaveri dalle croci; Nicodèmo e Giuseppe di Arimatèa preferiscono la Pasqua di Gesù alla Pasqua ebraica.
Gesù e Tommaso.
L’ultimo episodio riguarda l’incontro tra Gesù e Tommaso, il discepolo che elabora il proprio cammino di fede dentro una comunità, in giorno di domenica. “Tommaso” significa “gemello” in aramaico (in greco “Didimo”). Tommaso Didimo (Gemello) potrebbe essere il gemello di Giuda con cui condivide il rischio della incredulità; gemello mio e della mia incredulità.

«Non era con loro»: Giovanni intende valorizzare la comunità come laboratorio e utero per la germinazione della fede. Infatti tra poco finalmente «c’era con loro anche Tommaso».
Mettere le dita nel sigillo (impronta = tupos ) dei chiodi: sono il sigillo dell’identità di Gesù. Tommaso non vuole che le ferite siano rimarginate, ma restino aperte anche dopo la risurrezione. C’è un tocco di Tommaso che lo porta alla soglia della fede. Ma “Beati quelli che crederanno senza aver visto” non significa andare verso una fede spiritualizzata. Gesù risorto resta con le stimmate della crocifissione, nell’Eucaristia e nei poveri.
Lo stesso Giovanni nella sua prima lettera al cap. 4, 14: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi». L’incontro con Cristo è pasquale, ma è anche materialissimo, perchè abita nelle nostre relazioni, nell’incontro con gli altri, dentro la comunità.

Mio prefazio a Pasqua
David Maria Turoldo

Io voglio sapere
se Cristo è veramente risorto
se la Chiesa ha mai creduto
che sia veramente risorto.
Perché allora è una potenza, schiava come ogni altra potenza?
Perché non battere le strade, come una follia di sole, a dire: Cristo è risorto, è risorto?
Perché non si libera dalla ragione e non rinuncia alle ricchezze per questa sola ricchezza di gioia?
Perché non dà fuoco alle cattedrali, non abbraccia ogni uomo sulla strada, chiunque egli sia,
per dirgli solo: è risorto! E piangere insieme, piangere di gioia?
Perché non fa solo questo e dire che tutto il resto è vano?
Ma dirlo con la vita
con mani candide
e occhi di fanciulli.
Come l’angelo dal sepolcro vuoto con la veste bianca di neve nel sole,
a dire: «non cercate tra i morti colui che vive!»
Mia Chiesa amata e infedele,
mia amarezza di ogni domenica,
Chiesa che vorrei impazzita di gioia
perché è veramente risorto.
E noi grondare luce perché vive di noi:
noi questa sola umanità bianca a ogni festa
in questo mondo del nulla e della morte. Amen.

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[1] «Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo».




Pasqua 2020
STUPORE E MOVIMENTO

PASQUA DI RISURREZIONE
Le crisi, che sembrano bloc­carci, in realtà aprono spazi, rompono gusci di comodità e creano le condizioni per mettersi di nuovo in marcia, in ricerca. Sono questi momenti di vuoto, di sospensione, di attesa, che rinnovano il mondo. Non dobbiamo temerli, ma viverli. Ciò che ci deve preoccupare, oggi, non è la crisi in quanto tale, ma l’indisponibilità a viverla. Non ci fidiamo del futuro, dell’inedito che con­tiene, e ci abbarbichiamo al presente per tratte­nerlo.

 Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. 

Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

Da Vangelo di Luca 24,13-35
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

STUPORE E MOVIMENTO[1]
La parola libertà in ebraico, contiene la radice hfsh che vuol dire cercare. Un uomo è libero se continua a cercare. Le crisi, che sembrano bloc­carci, in realtà aprono spazi, rompono gusci di comodità e creano le condizioni per mettersi di nuovo in marcia, in ricerca. Sono questi momenti di vuoto, di sospensione, di attesa, che rinnovano il mondo. Non dobbiamo temerli, ma viverli. Ciò che ci deve preoccupare, oggi, non è la crisi in quanto tale, ma l’indisponibilità a viverla. Non ci fidiamo del futuro, dell’inedito che con­tiene, e ci abbarbichiamo al presente per tratte­nerlo. Questa crisi ha lo stato d’animo degli apostoli, che dopo le apparizioni di Gesù si rinchiudono nel cenacolo, intimoriti sul da farsi, o, peggio, di Giuda, appeso alla corda del contingente, del sicuro, incapace di guardare oltre. Il timore di perderci rallenta qualsiasi movimen­to di crescita. La vera crisi è dunque nell’assen­za di fiducia, nella cecità verso l’impossibile di oggi, che sarà possibile domani. Questa situazione può sbloccarsi solo riaprendo­ci al movimento naturale della vita, quel movi­mento del quale la crisi è parte, perché annullan­do le nostre sicurezze, ci apre al cambiamento.
Rileggendo i testi biblici di Pasqua possiamo riconoscere, fra altre infinite ricchezze e stimoli, almeno tre parole incandescenti che illuminano e ustionano i discepoli di ieri e noi, presunti discepoli di oggi: fermarsi, guardare/ascoltare, camminare.

 Fermati!
Il primo movimento che ci occorre è in realtà un non-movimento. Una sosta. Shabbat, chiamano gli ebrei il giorno del riposo. È il giorno in cui si cancella ciò che si crede di sapere, in cui si abbandona quello che si crede di avere. Questa sosta è necessaria per liberarci dal condiziona­mento mentale di ciò che siamo, per aprirci gli occhi. Shabbat è il tempo liberato dalla costri­zione del fare, dai vincoli del già visto, già cono­sciuto; per questo ci permette di vegliare su ciò che non si vede, di andare al di là del visibile, di inventare nuove strade, di ricreare e ricrearsi. Vorremmo trovare un immediato benessere per uscire dalla crisi, scoprire quel farmaco che possa cancellare il male. Ma la fretta, del credere o del vivere, è il demone della felicità senza sforzo e ci porta a non affrontare i problemi che stanno dietro le crisi e che, rimossi troppo velocemente, sono come veleni non smaltiti. La fretta non permette alle ferite di guarire, ane­stetizza solo la parte dolente, nega il vissuto, ci priva del diritto alla convalescenza. Chi si rialza troppo in fretta da una malattia sa che è destina­to a ricadute. Quello che ci serve è altro: accogliere con fidu­cia e abbandono le domande che ci salgono dal cuore e dal mistero della vita degli uomini. Tutti i discepoli della Pasqua e tutti i loro racconti sono pieni zeppi di soste, di Sabati, di stop.

Guarda dentro (Ascolta).
Il nostro punto di partenza è il luogo da cui vor­remmo fuggire, come i discepoli di Emmaus in fuga dalla comunità e da Gerusalemme. Il luogo del nostro quotidiano, dei sogni falliti e delle speranze deluse. È nel groviglio d’ogni giorno, nel piccolo fram­mento di pane spezzato, nella umile striscia di tela deposta nei nostri sepolcri, che si nasconde il senso della nostra esistenza. Dare valore al quo­tidiano o agli umili segni sacramentali, o alla Parola piccola come un seme, o al fratello che ci sfiora e a volte ci ferisce con gli artigli della sua impertinente debolezza: tutto questo ci permette di toccare la vita, di starci dentro senza scappare. Occorre uno sguardo profondo o almeno progressivo che faccia legge­re la realtà (“Vide e si fidò”; “lo riconobbero”) e porti alla luce ciò che sta dentro. Occorre un cuore attento e duttile, così agile da poter ve­dere fra i crepacci del presente il fiore che nasce.

Riprendi il cammino.
Nella vita noi avanziamo per scoperta di tesori:”Dov’è il tuo teso­ro, là sarà anche il tuo cuore“. Occorre quindi rimetterci fiduciosamente in cam­mino, consapevoli che la vita ha dinamiche di resistenza, ma che queste non ci devono bloc­care. In tutti noi c’è la capacità di ribellarsi e affrontare questa realtà. Non siamo di fronte a forze contro cui è impossibile combattere. È an­cora possibile recuperare la densità del presente e restituire all’esistenza la sua misura. E allora dobbiamo avere il coraggio di percor­rere strade che nessuno ha ancora percorso, di pensare idee che nessuno ha ancora pensato. La crisi del mondo non deve trascinarsi dietro la crisi della nostra speranza.

Angelo Silesio (mistico del XV° sec.) scrisse: «Cammina dove non puoi. Guarda dove non vedi. Ascolta dove nulla risuona: così sarai dove Dio parla»[2].


[1] Rielaborazione da Luigi Verdi NON FUGGIRE, E’ SOLO CRISI (Fraternità di Romena, Marzo 2012)
[2] Fonte: J.T. Mendonça, Padre nostro che sei in terra, Qiqajon, 2013, pag. 64