IL PARCHEGGIO DEL CALVARIO
Mons. Tonino Bello

Il parcheggio del calvario.
Mons. Tonino Bello
in Omelie e scritti quaresimali, vol. 2, p. 307,

Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria. Ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.
Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.
Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti barconi, e tu sei rimasto sempre a terra.
Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria“. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificabile. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.
Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra“. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.
Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.
Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali.

E l’alba della Pasqua irrompe oggi tra le nuvole in fuga.




10aprile.Venerdì Santo
LA CROCE E’ TEOLOGA (Gregorio di Nissa)

LA PASSIONE GLORIOSA (Gv. 18-19)
“La croce è teologa” (Gregorio di Nissa)

Ogni evangelista ci presenta la Passione con una propria sottolineatura teologica. Giovanni narra tutta la vita di Gesù, e a maggior ragione la Passione gloriosa, sotto forma di:

  • GRANDE PROCESSO, di un vero scontro, senza chiaroscuri né aree di mezzo. Ci trascina a uscire dal nostro osservatorio, a entrare negli eventi per prendere posizione. Questo dibattimento processuale ha alla base una domanda di legittimazione: Da dove vieni? Chi ti manda? Chi sei? Gesù accetta la discussione, interroga lui gli inquirenti, allega prove, chiama testimoni.
  • INTRONIZZAZIONE REGALE, una cerimonia di incoronazione senza i particolari doloristici degli altri evangelisti. Dichiara che la risurrezione di Cristo incomincia sulla croce.

Giovanni, leggendo con noi il filmato storico degli eventi, ininterrottamente ci trasferisce sul piano del mistero che penetra al di là della superficie degli eventi e del loro involucro scandalizzante.

a) Prima scena: 18, 1-11, l’arresto di Gesù.
C’e una mobilitazione generale che rivela la pericolosità di Gesù e l’intensità della violenza messa in campo. «Disse loro Gesù “IO SONO”». «IO SONO» è il Nome di Dio, quello rivelato a Mosè. C’è una vera epifania, una “trasfigurazione”. E Pietro (noi) è sempre generoso, ma fuori tema. Ha in testa una sua idea di riforma religiosa. L’Ora di Gesù è venuta, ma la sua non ancora.

b) Seconda scena. 18, 12 – 27. Il processo giudaico.
E’ composta da quattro scene: Il giudizio di fronte ad Anna – negazione di Pietro – il giudizio di fronte a Caifa – negazione di Pietro. A confronto il coraggio di Gesù che si offre (IO SONO) e la paura di Pietro (noi) che si ritira (IO NON SONO).

c) Terza scena: 18, 28 – 19,16. Il processo romano. 
E’ la scena centrale e la più lunga della Passione. Se seguiamo il movimento di Pilato attraverso i verbi entrò… uscì, si evidenziano 3 scene esterne (Pilato che parla 3 volte con la folla, cioè con noi), 3 interne (Pilato che parla 3 volte con Gesù). Al centro la scena principale: Gesù re da burla con tanto di corona, mantello e genuflessioni; per Giovanni è il VERO RE.

I Giudei, però, non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e poter partecipare al banchetto pasquale”. L’hanno portato perché Pilato mettesse una firma ad una condanna già sentenziata. Uomini scrupolosi di “non contaminarsi” per poter celebrare le feste di Dio; gente molto “religiosa”, ma poco “umana”; gente testarda nel resistere all’autorità politica che per 4 volte dichiara Gesù innocente e poi cede agli interessi di piazza e di potere.

Il primo balordo salvato da Gesù è un ribelle il cui nome ebraico Bar’abbã significa Figlio del Padre. Ma il vero Bar’abbã, Figlio del Padre, è Gesú che si sostituisce all’altro Bar’abbã, anche lui uno dei figli del Padre.

Nell’ora precisa in cui al tempio, alla vigilia della Pasqua, il popolo stava tradizionalmente pregando e dicendo «Noi non abbiamo altro re all’infuori di Te, nostro Signore», qui i Sommi sacerdoti dicono: «Noi non abbiamo altro re all’infuori di Cesare!». I sacerdoti diventano blasfemi, perdono autorevolezza. L’antico sacerdozio è finito: Gesù sarà il nuovo e vero Sacerdote.

d) Quarta scena : 19, 17-22. La crocifissione.
«Egli portando la croce da sé»: nei Sinottici Gesù viene aiutato da un cireneo. Mentre per Giovanni è lui che porta la croce. Gesù è un Kyrios, il Signore che va avanti.
«Lo crocifissero e con lui due altri, uno di qui e uno di là». Giovanni precisa puntigliosamente: «e Gesù nel mezzo». Per Giovanni la posizione del Signore Gesù è stare in mezzo. Nella risurrezione «venne Gesù, stette in mezzo a loro». Anche in croce Gesù «sta in mezzo», regna.
«Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce»: è il capo d’accusa che diventa un ”titolo” teologico proclamato in ebraico, greco e latino, per tutti. Lettera ai Filippesi. 2, 9-10: « …per questo Dio lo ha innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome affinchè nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, sulla terra e sottoterra e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore a gloria di Dio Padre».

e) Quinta scena : 19, 23-30. La missione di Gesù. 
Come protagonista c’è un oggetto di Gesù, il kitòn, la tunica. L’unico che portava una tunica senza cuciture nell’interno del tempio era il sommo sacerdote. E quindi Gesù viene visto come sommo sacerdote. Per Giovanni l’abito sacerdotale di Gesù non viene lasciato in eredità alla Madre né ai discepoli; tocca in sorte a dei pagani, anzi ai suoi carnefici. È una tunica senza cuciture, che non viene squarciata. Gv. 11,52 «egli doveva morire per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi». È la tunica indivisa che viene gettata addosso all’umanità perché ci sia una sola comunità.

Disse: «Tutto è compiuto in pienezza»: segnali non di una fine ma di un fine, di un grande approdo della storia.

E “…consegnò lo spirito”; per Giovanni, la Pasqua e la Pentecoste accadono in questo istante della morte di Gesù.

f) Sesta scena: 19, 31-37. I segni: croce/trono, ossa, sangue e acqua. 
Giovanni considera la croce come il trono di Cristo. L’Evangelo di Luca termina con l’ascensione. Per Giovanni questa “ascensione” è contemporanea alla “elevazione” sul palo della croce.
E’ “l’agnello le cui ossa non dovevano essere spezzate” come dice il libro dell’Esodo.
Lo hanno colpito al lato (in ebraico=selah). La Chiesa è la nuova EVA che viene tratta dal lato (selah) del nuovo Adamo. Ed esce sangue ed acqua. In Ezechiele cap. 47 e Zaccaria al cap. 14, 8 si immagina che dal lato del tempio esca un’acqua freschissima che dilaga fino al deserto di Giuda e precipita verso l’acqua salata del Mar Morto e dove passa tutto fiorisce. Una morte fonte di vita. Da “guardare con intensità”.

g) Settima scena: 19, 38 – 42. Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo.
Il coraggio postumo degli amici. L’amicizia che Gesù aveva seminato nella sua vita comincia a fruttificare. Il compito fondamentale, per chi è interessato ad essere credente, non è tanto cercarsi le croci, ma continuare a squilibrare il proprio baricentro perché il sassolino della buona notizia possa lentamente mettere in movimento. Nicodemo aveva accettato la sfida…

PER MEDITARE
1. LUI E’ IL MIO RE. IN CHE SENSO, OGGI?
«Fino a quando zoppicherete con due piedi?» (1 Re 18, 21). La frase non è chiara, ma pare significhi «decidetevi per chi danzare» o «Se il Signore è Dio, seguitelo». Nel culto liturgico domenicale proclamiamo a favore di chi vogliamo muovere i passi o danzare la vita. Riconoscere che Cristo è mio-re significa – come dice il Card. Martini[1] – « che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese».
Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa mantenere vivo il sospetto contro le multiformi idolatrie. Come scrisse Carlo Carretto[2]Mi sono chiesto sovente: dove risiede il pericolo dell’idolatria? Io penso che il pericolo è in noi e che il peccato di idolatria sia un peccato di tutti i tempi. L’uomo dell’Antico Testamento aveva la tentazione di farsi un idoletto per metterlo penzoloni alla sella del suo cammello e l’uomo d’oggi ci prende gusto a mettere un santino in tasca al posto di Dio. E’ la stessa cosa, più o meno. L’uomo vuol fuggire allo sforzo di pensare Dio nel suo Mistero e trova più comodo dargli un volto a buon mercato che rimpiazzi la sua intoccabilità con qualcosa che si possa toccare e che soprattutto abbia tanti poteri taumaturgici da guarire quando si è malati e da arricchirci quando si è poveri.
Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua pratica messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi.
Per suggerire una qualche forma di interpretazione di questa “regalità” cito una pagina di Fr.Enzo Bianchi che parla di MINORITA’:«La minorità è un modo di essere e non un modo di parlare o di scrivere. E’ uno stile di vita diffuso, capillare. E’ una “lateralizzazione” di sè rispetto al mondo, un abbandono della posizione di frontalità (o centralità), un mettersi fuori o, piuttosto, ai margini, è un “diventare eccentrici”. Il “farsi piccoli” implica uno stare nel mondo in un certo modo più che un giudizio sul mondo. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto S. Francesco. La “mimica” di Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento senza “se” e senza “ma” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti».

2 -L’INDIFFERENZA E LA TESTIMONIANZA.
Il conflitto, la provocazione, la violenza ci fa muovere quasi d’istinto. Nella vita e nella passione di Gesù è molto chiaro: non si può affrontare un conflitto stando fermi. Uno dei nostri problemi, nel seguire Gesù, è che stiamo sempre piantati su tutti e due i piedi. Non c’è mai lo squilibrio necessario perché la parola di Dio ci possa raggiungere e far rotolare improvvisamente in avanti. L’indifferente è colui il quale non avverte più la tragicità dell’esistenza, non è scosso più dalle questioni ultime. La metafora giusta è quella del turista. Il turista non mira ad incontrare, vede senza guardare, così come ode senza ascoltare. Il turista al più si presenta come vicino non come prossimo. Farsi prossimo implica invece un prendersi cura, un essere responsabili dell’altro e per l’altro.
Di fronte a questo clima che alimenta l’indifferenza, ha ancora senso testimoniare? E come testimoniare? È difficile pensare ad un cristianesimo senza testimonianza, senza cristiani che rendano ragione della loro fede con la loro vita. La testimonianza è il caso serio della fede, perché testimoniare il Vangelo comporta un continuo riferimento alla persona cui il Vangelo si riferisce, colui che ha fatto di sé una consegna: Gesù Cristo.


[1] C.M.Martini, Il Dio vivente, PIEMME, 1991, pagg. 59-61.
[2] Carlo Carretto, Ciò che conta è amare, Editrice A.V.E. 1966, pagg. 104-110.




ABITANTI DELLA STESSA TERRA PER UN NUOVO UMANESIMO
Danilo Amadei-Parma

ABITANTI DELLA STESSA TERRA PER UN NUOVO UMANESIMO
Dopo il coronavirus occorre un nuovo spirito costituente.
Danilo Amadei – Parma (Avvenire – 29/03/2020)

Questo periodo ci aiuta a leggere i segni dei tempi soprattutto nel dolore. Ma ben sappiamo che se anche il male è il contrario del bene può aiutarci a riscoprire la nostra vera dimensione di umanità redenta.
Il primo insegnamento che impariamo da questa terribile pandemia è che siamo davvero tutti abitanti della stessa Terra. Avremmo dovuto già capirlo con i cambiamenti climatici, causati dal nostro sviluppo che ammala la nostra Madre comune, ma il coronavirus ce lo fa capire meglio perché coinvolge ognuno di noi, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nei nostri corpi. Quanto la nostra Costituzione vuole per la pace consentendo “le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, favorendo le organizzazioni internazionali rivolte allo scopo”, dovrà valere anche per la salute e il rispetto della natura, per l’ecologia integrale, così come delineata da papa Francesco nella Laudato si’. Avremo bisogno di maggiore mondialità e di cooperazione internazionale per raggiungere questi obiettivi, regolando in modo più equo a questo scopo la globalizzazione delle merci e della finanza che ha imposto le sue leggi in questi ultimi decenni. Così come la cultura non conosce confini, la scienza dovrà recuperare totalmente il suo umanesimo per guardare oltre i confini nazionali per l’obiettivo comune di prevedere e   prevenire le emergenze umanitarie che non abbiamo voluto riconoscere, per affrontarle insieme.
Il secondo insegnamento riguarda le priorità del vivere comune. Per troppo tempo abbiamo accettato slogan e false politiche conseguenti che vedevano nella formazione, nella scuola, nella ricerca, nella salute, nei servizi sociali, nel welfare nel suo insieme dei “costi improduttivi”, insostenibili dai bilanci pubblici che dovevano supportare solo “l’economia produttiva”. Ognuno vede oggi quanto miopi siano stati quei tagli scellerati che ci hanno resi più fragili e incapaci di prevenire e affrontare tempestivamente il male e a gestirlo per tutti nel suo deflagrare. Così come dovrebbe essere finalmente accantonato quello slogan “meno Stato più mercato” che ha tolto, insieme ai servizi universali, la consapevolezza che solo insieme, uniti, garantendo a tutti gli stessi diritti, ci saremmo sentiti comunità, orgogliosamente nazionale e consapevolmente europea e mondiale. E’ triste vedere in queste settimane quanta rincorsa alle lodi per chi lavora in ambiti, che sono finalmente riconosciuti prioritari nella nostra vita, dove fino a qualche settimana fa lo stesso lavoro veniva svalutato o considerato subordinato ad altre priorità. E così per l’enorme lavoro svolto dal Terzo settore nel suo insieme e dalle mille esperienze disperse in tante famiglie di lavoratrici (in gran parte straniere) indispensabili nelle nostre case con persone sole o fragili e nei lavori “ad alto contatto”. Ecco sarebbe bene che questa fame di solidarietà rimanesse nelle scelte future per dare nuova concretezza alla richiesta di “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Così’ come venissero riconosciuti diritti e giuste rappresentanze decisionali a chi opera in questi ambiti, che è sempre più chiaro dover essere non in modo supplente ma sussidiario ai doveri dello Stato.
Un terzo insegnamento è nascosto sotto tanta apprezzabile generosità nelle donazioni di questi giorni. Occorrerà che questa consapevolezza individuale diventi esercizio costante delle virtù civili come cittadini, che devono “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, secondo criteri di progressività. Non è solo la speranza in una vera riduzione consistente della enorme evasione fiscale, ma la certezza che i gravi problemi che dovremo affrontare dopo questa pandemia possano essere sostenuti in modo equo tra i cittadini, riducendo quelle diseguaglianze che anche in questa crisi stanno penalizzando chi è meno garantito, è più fragile, addirittura “scartato”.  E’ certo che da questo periodo tante persone che già erano precarie nel lavoro, nel reddito, nella condizione personale, ne usciranno ancora più fragili. E’ necessario che a loro siano garantiti come priorità i diritti primari, evitando di ritornare a quel “capitalismo compassionevole”, in realtà “predatorio” com’è chiamato da papa Francesco, che tante ingiustizie e sofferenze ha creato nel nostro tempo. Quanto stiamo vivendo ci rende ancora più evidente il dramma di chi vive quotidianamente, da generazioni, privazioni e sofferenze dovute a malattie ben più conosciute del “nostro” virus, che si chiamano malaria, malattie infettive, fame, mancanza di acqua potabile e di cure mediche di base. Guai se, ancora una volta, quanto ci coinvolge come umanità ci fa togliere lo sguardo da una parte di noi che vive in altri continenti.
Dovremo sempre più ragionare, come la nostra Costituzione ci richiama in continuazione, come un “tutti” che non conosce divisioni, e ancora più come “fratelli” come indica l’articolo primo dei diritti dell’uomo. Per questo serve un nuovo spirito costituente, dove quanto ci unisce prevalga sulle nostre differenze.  In modo sempre più insistente si dice che “siamo in guerra”. Io credo che in realtà queste settimane ci stiano mostrando che cosa sia una “difesa civile nonviolenta”. La lotta infatti non è per distruggere un altro popolo, ma per salvare la vita di ogni persona, Le stesse forze armate intervengono in questa lotta in modo disarmato. Tutti siamo coinvolti, di qualsiasi generazione e condizione sociale e a tutti è richiesto il proprio contributo personale per il bene comune, non contro qualcuno. La responsabilità personale come presupposto per il raggiungimento del bene comune. La ricerca costante è quella della verità e del bene per tutti, oltre ogni confine, riconoscendoci tutti una stessa famiglia umana. Questo periodo può aiutarci anche a riconvertire le enormi spese per le armi, le guerre (che proseguono anche in questi giorni) e le minacce di guerre future verso obiettivi di pace e di ritrovata umanità, capendo finalmente che cosa si debba davvero difendere tutti insieme. Che questo lungo sabato santo ci possa trovare forti nella fede, testimoni di questa speranza e costanti nella pratica incessante del sacramento della carità, già evidente nei luoghi di cura e da vivere con relazioni costanti in ogni luogo di solitudine.




Il virus, il dolore e il silenzio di Dio
don Francesco Cosentino

Il virus, il dolore e il silenzio di Dio. Quando la preghiera diventa “grido”.
(da Avvenire del 31/03/2020)
don FRANCESCO COSENTINO,
teologo Pontificia Università Gregoriana

Perché è capitato a noi? Perché Dio non interviene a salvarci? L’antico grido, che da sempre abita il cuore dell’uomo dinanzi al mistero della sofferenza, è oggi l’unica preghiera possibile. Siamo come Giobbe, che maledice il giorno della sua nascita mentre le piaghe gli lacerano la carne; siamo come gli apostoli che, sballottati da una tempesta di vento e di onde, urlano la loro protesta a un Gesù che dorme tranquillo: possibile che non ti accorgi di noi? Svegliati, perché dormi?
È in questi momenti che raggiungiamo l’essenza profonda della nostra fede, quando siamo chiamati a lodare e servire Dio non dentro le consolazioni di una vita tutto sommato agiata e nella cornice di una tranquilla e pacifica religione borghese, ma quando siamo gettati nell’arsura del deserto e nella notte oscura dell’angoscia, della paura, del dolore e della non comprensione. Proprio in questi momenti, quando riusciamo a vedere semi di grano che crescono laddove tutto parla di rami secchi, a cogliere piccole luci nella notte, a vedere come Geremia il piccolo ramo di mandorlo nel cuore dell’inverno, sperimentiamo ciò che propriamente si chiama “fede”. A patto però che la forma di questa speranza non abbia nulla a che fare con l’ingenuità di una religiosità puerile, con l’atteggiamento miracolistico di chi, in preda alla fatica di reggere l’impatto del dolore, si aggrappa a eventi straordinari o, ancora, con il sentimento della fuga per non affrontare l’aspro duello con il male. La speranza cristiana, invece, sta nel sapersi e sentirsi accompagnati, dal di dentro del dolore, da un Dio umano e compassionevole, che si fa vicino alle nostre ferite, non lascia vacillare il nostro piede e rimane anche oggi il Dio che osserva la miseria del suo popolo e scende per liberarlo ( Es3,7– 8). Dinanzi al non senso, la preghiera può farsi grido, che inquieta l’infinito silenzio del cielo. Una preghiera di Giobbe, che abbraccia il dolore di tutti i crocifissi della storia e assume la postura pienamente umana di Gesù, il quale non “salta” l’ora della prova, ma vi entra dentro con angoscia e paura, percorrendo la drammatica domanda che raccoglie, in questo momento, anche tutte le nostre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai dimenticato?» (Gv 20,17).
Mentre il nemico invisibile moltiplica i contagiati, mentre medici e infermieri sono allo stremo e mentre a Bergamo sfila una drammatica marcia di militari che accompagnano le salme, la preghiera deve farsi domanda: è possibile parlare di Dio in un reparto di terapia intensiva per coronavirus? Quale Dio nominare in questa Auschwitz di oggi? Quale Dio pregare quando ho perduto un genitore al quale non ho potuto dare una carezza finale?
Sperimentiamo qui l’assenza di Dio. Giorni di deserto e di spoliazione, notte oscura della fede simile a quella notte in cui la sposa del Cantico esce per cercare l’amato e non lo trova: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato ma non l’ho trovato» (Ct 3,1). Ed è in questa esperienza che scopriamo una paradossale vicinanza con l’ateo: «C’è in noi un ateo potenziale – scriveva il cardinal Martini – che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere».
Quando nel maggio del 2006 papa Benedetto si recò ad Auschwitz fece risuonare il dramma di questa preghiera nella notte: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile; ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?».
Eppure, questa preghiera concepita nel dolore non rimane inascoltata. Mentre esprime il grido della nostra paura, anzitutto essa ci purifica dall’immagine di un Dio che ci risponde a comando, che ci evita le lacrime, che interviene dall’alto per risolvere i nostri problemi. Così, usciamo dall’interpretazione superstiziosa e magica della religione e impariamo – come affermava il teologo tedesco Metz – che Dio non è il tappabuchi delle nostre delusioni, ma la ragione del nostro sperare. Questa preghiera concepita nel dolore ci fa anche diventare più umani e, quindi, più compassionevoli e solidali verso gli altri. Il dolore ci scava dentro. Nella difficoltà e nelle oscurità facciamo l’esperienza della nostra fragilità, cosicché abbandoniamo le maschere fabbricate ad arte per nasconderla e o i surrogati della nostra società del consumo per esorcizzarla. Siamo fragili e impariamo a benedire ciò che siamo, svestendo i panni dell’onnipotenza: abbiamo bisogno dell’altro, da soli non possiamo farcela e il suo dolore è anche e sempre il mio. Ma la preghiera nel dolore ci avvicina soprattutto in modo unico all’esperienza di Gesù e alla sua preghiera: «La mia anima è triste fino alla morte» ( Mc 14,34). Si avvicina per lui l’ora della notte.
Ma la notte del Cristo è a suo modo unico: in quel Getsemani sono raccolte anche tutte le nostre notti, le oscurità della storia, le ingiustizie del mondo, le ferite dei poveri, le paure che spesso ci abitano. È in quella notte che noi possiamo vedere Dio proprio quando pensavamo di averlo perduto; entrando nella notte, infatti, Gesù ci rivela chi è Dio: non uno che fa teorie sul dolore o ne stabilisce le colpe, ma il Dio che entra nella notte, la soffre con te, accompagna la tua paura, si lascia toccare e ferire. E si lascia inchiodare sulla Croce perché quella notte si apra alla luce di una nuova vita.
Questa luce arriva inattesa, come l’alba del mattino di Pasqua. Può significare la fine di quella sofferenza o semplicemente l’aver ricevuto la grazia di guardare alla vita in modo nuovo. Certo è, che un miracolo succede e ha bisogno di occhi di fede. Forse sta già avvenendo, se in mezzo all’indescrivibile sofferenza per tanti nostri fratelli ammalati o già morti, sta cambiano il nostro sguardo sulle persone care e sulle cose, sugli abbracci mancati e sul delirio di onnipotenza di questo nostro Occidente arrivato ormai al capolinea. «Comprendete l’ora della tempesta e del naufragio – afferma il teologo protestante Bonhoeffer – è l’ora della inaudita prossimità di Dio, non della sua lontananza. Là dove tutte le altre sicurezze si infrangono e crollano e tutti i puntelli che reggevano la nostra esistenza sono rovinati uno dopo altro, là dove abbiamo dovuto imparare a rinunciare, proprio là si realizza questa prossimità di Dio, perché Dio sta per intervenire, vuol essere per noi sostegno e certezza…Questo ci vuole mostrare: quando tu lasci andare tutto, quando perdi e abbandoni ogni tua sicurezza, ecco, allora sei libero per Dio e totalmente sicuro in Lui». Nell’ora della notte e della prova, allora, pur dentro una preghiera sofferta, cerchiamolo ancora. «Alziamoci, facciamo il giro della città, andiamo per le strade e per le piazze a cercare l’amato del nostro cuore» ( Cantico 3,1–2). E leviamo il capo, perché la nostra liberazione è vicina.




PREGHIERA PERSONALE
domenica 5 aprile

DOMENICA DI PASSIONE.
(da tenda della parola- Parma)

Ecco, si aprono le porte.
Arriva l’Inviato per noi, per il mondo, arriva oggi, per la nostra città.
Non ha armi, né armatura, arriva a cavallo di un’asina
come segno di gloria.
Si vestirà da servo per tutti.
Gettate i vostri mantelli per strada scuotete le vostre palme al Re della gloria.

Sei giorni prima della solenne celebrazione della Pasqua, quando il Signore entrò in Gerusalemme, gli andava incontro numerosissima folla. Portavano in mano rami di palma, stendevano i loro mantelli sulla strada e acclamavano a gran voce: “Osanna nell’alto dei cieli! Gloria a te che vieni, pieno di bontà e di misericordia!” (Antifona del Messale).

Accogliamo con amore il racconto desiderato e invocato dalla comunità cristiana.       

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo 26
30Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.  36Allora Gesù andò con [i discepoli] in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». 37E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. 38E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». 39Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». 40Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati 45e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. 46Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
Viene l’ora ed è questa!
47Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò.
Viene l’ora ed è questa!
57Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani.
Viene l’ora ed è questa!
27,1Venuto il mattino, 2lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato, 11[che] lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». 12E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Viene l’ora ed è questa!
15A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba.  21Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». 22Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». 23Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». 26Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. 27Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. 28Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, 29intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!».
Sono io che parlo con te!
30Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo.
Sono io che parlo con te!
31Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.
Ero cieco e ora ti vedo!
33Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 34gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere.
Ero cieco e ora ti vedo!
35Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte.
Ero cieco e ora ti vedo!
36Poi, seduti, gli facevano la guardia.
Ero cieco e ora ti vedo!
37Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».
Sono io che parlo con te!
38Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
39Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: 40«Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso,
Sono io!
se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce.
Sono io!
45A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.
Viene l’ora ed è questa!
46Verso le tre, Gesù gridò a gran voce:
Viene l’ora ed è questa!
«Elì, Elì, lemà sabactàni?»,
Viene l’ora ed è questa!
che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Viene l’ora ed è questa!
47Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». 48E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. 49Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!».
Se tu conoscessi il dono di Dio!
50Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.
Se tu conoscessi il dono di Dio!
51Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo,
Se tu conoscessi il dono di Dio!
la terra tremò,
Se tu conoscessi il dono di Dio!
le rocce si spezzarono.
Se tu conoscessi il dono di Dio!
54Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Tu sei veramente il salvatore del mondo!
(
silenzio)
T
u sei veramente il salvatore del mondo!
(silenzio)
Tu sei veramente il salvatore del mondo!

UN SENTIERO.
Siamo giunti al luogo dove inizia ogni nostra celebrazione. Un cammino ci hai donato di compiere, perché sia vero il segno compiuto su di noi il giorno del battesimo. Sei tu che hai segnato il nostro corpo nel profondo, e noi solo all’esterno lo ripetiamo. Sì, con la tua vita donata sulla croce, gesto d’amore infinito: Padre, Figlio e Spirito Santo. Ma ora è necessario che da questo silenzio sorga dal profondo il gesto nato qui, davanti a te. Una forza interiore guidi, con tenerezza e irresistibile forza, la nostra mano. 

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

INTERCESSIONE.
Ricordati di noi, Signore, quando verrai nel tuo Regno.
Cristo Gesù, noi contempliamo il tuo corpo in croce,
il corpo dei martiri per l’amore e la giustizia,
il corpo esausto dell’innocente torturato,
il corpo inaridito degli uomini e delle donne affamati.
Ricordati di noi, Signore, quando verrai nel tuo Regno.
Noi contempliamo il tuo cuore trafitto
e possiamo riconoscere i cuori induriti dall’odio,
i cuori assetati di bontà e tenerezza,
i cuori affamati di compassione.
Ricordati di noi, Signore, quando verrai nel tuo Regno.
Ma noi volgiamo lo sguardo già al sepolcro
da dove sgorga la vita per sempre,
e ricordiamo coloro che faticano a sperare,
coloro da cui la morte ci ha separato in questo tempo.
Ricordati di noi, Signore, quando verrai nel tuo Regno.
E noi benediciamo il tuo corpo, Signore Gesù,
il tuo corpo seme del corpo che è la Chiesa,
il tuo corpo di cui noi siamo chiamati ad essere parte.
Per il tuo corpo e per il tuo sangue, tu sei benedetto, nostro unico Signore!
Ricordati di noi, Signore, quando verrai nel tuo Regno.

MEMORIA
È giunta l’ora di lasciare i miei amici, l’angoscia mi assale…
Ecco la Pasqua, il tempo è vicino!
Tristezza mortale che stringe il cuore senza tregua.
È giunta l’ora di lottare nella notte, un povero ha gridato…
Ecco la Pasqua, il tempo è vicino!
Troppo pesante il silenzio per l’uomo nel giardino dell’agonia.
È giunta l’ora di consegnare la mia vita, il seme germoglierà…
Ecco la Pasqua, il tempo è vicino!
Fatica dell’amore fedele che acconsente alla morte.
È giunta l’ora di donare il mio Spirito, perché viva la gioia…
Ecco la Pasqua, il tempo è vicino!
Un mondo salvato si risveglia alla gloria per sempre.

BENEDIZIONE
Su coloro che sono nuove creature e su tutto l’Israele di Dio siano pace e misericordia. Amen.




Domenica di Passione. 5 aprile 2020
SE TU SEI FIGLIO DI DIO SCENDI DALLA CROCE

«Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare». Così ci disse Papa Francesco nella sua meditazione nella preghiera di venerdì 27 marzo scorso. E noi domenica abbracceremo il Vangelo della Passione secondo Matteo. I racconti evangelici della passione/resurrezione sono un Vangelo nel Vangelo, un finale sinfonico che ci fa capire tutta la melodia precedente, una lente interpretativa con cui capire parole e fatti narrati prima.

SE TU SEI FIGLIO DI DIO, SCENDI DALLA CROCE![1]
Matteo da 26,14 a 27,66
Premessa al racconto: tradire…consegnare…
Matteo 26,1-2Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso».  Matteo registra che Gesù affida più che mai il Vangelo alla sua testimonianza. Un’omelia afona affidata alla vita: è il tempo della consegna. Per 14 volte[2] Matteo ripete che Gesù viene consegnato, sta per essere consegnato, c’è uno che lo consegna… Ricordiamo che traditore vuol dire consegnatore. Tradire è esatta traduzione del latino tradere = consegnare. L’ultima citazione Mt 27,26 dice: Lo consegnò perchè fosse crocifisso. E’ l’unica volta in cui consegna e crocifissione vengono abbinati. E’ importante notare che questo consegnare è molte volte espresso al passivo: venire consegnato… E’ un consegnato e non parla più, o dice molto poco: il Gesù della passione è il Gesù che sta zitto e accetta di essere ridotto a cosa che passa di mano in mano; si fa di lui quel che si vuole, si dice di lui quel che si vuole. E’ l’accettazione dell’impotenza. Ma per Matteo è Gesù che “mena lo spago”, non sono gli altri; non sono vicende che gli piovono addosso.
  1
La Cena pasquale (26,14-29)
La passione prende inizio da una parola di Gesù: Terminati tutti questi discorsi Gesù disse ai suoi discepoli: Sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo è consegnato per essere crocifisso (Mt 26,1). Gesù dice: Fra due giorni è Pasqua, ed è nella situazione della Pasqua che Gesù viene consegnato per essere crocifisso.
il primo giorno degli azzimi (v.17). Così è chiamato il giorno di Pasqua (il 14 di Nisan) con il quale inizia una settimana in cui si mangia pane azzimo, non lievitato. Gesù dà le disposizioni. Matteo precisa che i discepoli chiedono: «Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua?»; i discepoli vanno a preparare, ma è lui che deve compiere la Pasqua, la sua Pasqua. Noi quest’anno non celebreremo in assemblea la “nostra” Pasqua, ma parteciperemo – uniti anche se distanti – alla “Pasqua di Gesù”.
...
Uno di voi mi consegnerà (tradirà) … In ciascun discepolo c’è il dubbio che ciascuno possa essere un potenziale traditore, uno che “lo consegna”, che lo molla in mano ad altri. Ciascuno senta le parole di Gesù come rivolte a se stesso.
…Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»… Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». I discepoli si rivolgono a Gesù con il titolo di “Signore”; Giuda invece lo chiama “maestro”. E’ una sottolineatura intenzionale e unica di Matteo. Gesù non è solo Maestro, ma Signore. Se Gesù è un maestro è più facile per me andarmene a cercare un altro. Se Gesù è il Signore, non è rimpiazzabile.
…Mangiate… In Genesi 2,17 Dio aveva intimato «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare». Ora pare che quel divieto sia tolto. Gesù è il frutto che possiamo cogliere e mangiare. Uno vive di ciò che mangia: mangiando di lui viviamo di lui.
   2- Al Getsemani (26,30-56)
…«Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia (inciamperete su di me) in questa notte. Sta scritto infatti…». Giovanni Battista, gli abitanti di Nazareth, i farisei si erano scandalizzati di Gesù. Ora sono i discepoli che patiscono lo scandalo. Matteo dice: sta scritto. Il motivo è lo sta scritto. Lo scandalo del discepolo compie le Scritture. «Sta scritto che il Cristo deve patire»; ma sta scritto anche che il discepolo «si scandalizzerà».
…E Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai…Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli. Pietro ha il coraggio di dire: io non mi scandalizzerò mai, io non ti rinnegherò. E non ce la farà, povero Pietro. Matteo ha il coraggio di dire che anche Giuda si pente[3] e più di Pietro. Si pentì, dice Matteo. E va a buttare le monete, e subito dopo però va anche ad impiccarsi. In 2 Cor 7,10 Paolo parla di una tristezza secondo Dio e di una tristezza secondo il mondo. La tristezza secondo Dio opera il pentimento, la tristezza secondo il mondo genera, al massimo, un senso di colpa senza speranza.
…Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Dimorate qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Episodio di grande importanza per capire la passione che segue. E’ una scena di rivelazione. Mentre la Trasfigurazione (Mt 17,1-9) rivelava in anticipo la gloria del Figlio dell’uomo pur incamminato verso la croce, qui viene rivelata la profonda umanità del Cristo, la sua “debolezza”. Quest’uomo che prova “tristezza e angoscia” è il portatore di una Rivelazione che il discepolo non comprende: anziché vegliare e condividere, si abbandona al sonno. Occorre notare un duplice movimento del racconto: da una parte Gesù che si allontana da solo (quasi a dire che la sua preghiera è un mistero inaccessibile); dall’altra Gesù che si avvicina ai discepoli intontiti. I racconti che seguono (processo, condanna, insulti, crocifissione) sono la faccia esposta della passione, i fatti, la cronaca; qui ci viene svelata la reazione intima di Gesù. E come reagisce la sua chiesa.
Getsemani (eb. Gat shemanim) significa torchio degli oli. Qui sarà torchiato colui nel quale la terra darà il suo frutto (salmo 67,7). Dalla sua umanità spremuta uscirà l’essenza del figlio.
Dimorate qui e vegliate…. rimanete (in greco: meinate da menô= continuare ad essere presente, sopportare, attendere qualcuno). Discepolo è colui che fa della passione di Dio per il mondo la propria dimora.
…cominciò a rattristarsi e angosciarsi… Questa notte comprende tutte le nostre notti. Il Figlio ci si immerge e le riempie della sua presenza. Gesù dice di vegliare con lui. In questa notte non siamo soli: lui è con noi e noi con lui.
…«Abbà». Da ora in avanti in ogni abisso, da una sponda all’altra del caos, risuona la voce del Figlio verso il Padre: «Abbà». Lettera agli Ebrei 5,7-10:« nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì».
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?». Gesù si rivolge di continuo alternativamente al Padre e ai discepoli, sperimentando il silenzio di tutti. Lui sta tra noi e il Padre, è l’inter-cessore (in latino: inter-cedere=camminare in mezzo), colui che si mette in mezzo e cuce la lacerazione. I discepoli sono vicini e lontani da lui. Pietro Giacomo e Giovanni furono i testimoni della trasfigurazione (17,1); ora sono i testimoni della sfigurazione. Allora brillava la divinità nell’umanità di Gesù, ora la divinità fa trasparire la sua umanità.
... dormite ancora e riposate? Sarebbe meglio tradurre la frase come una domanda anziché, come le solite traduzioni, con una constatazione, poiché subito aggiunge “Svegliatevi, andiamo”.
… Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni… Le folle che erano andate dietro a Gesù sono le stesse che adesso cercano di impadronirsi di Gesù. Dove non basta il denaro si ricorre a spade e bastoni. Appropriarsi di Dio e dell’uomo: è questo il peccato. Una delle parole-chiave del brano potrebbe essere “impadronirsi” (gr. krateô) usato ai vv. 48, 50, 55, 57.
Anche i tre interventi verbali di Gesù possono costituire parole-chiave:
v.
50, E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!».
v.
52: Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero…
v.
55: Allora Gesù gli disse: «Come contro un brigante siete venuti per prendermi….
Giuda gli si avvicina, lo bacia gli dice: Rallegrati, Rabbi. Il verbo rallegrati (in greco chaire) è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28), che ripete l’annuncio del profeta Sofonia (3,14) a Israele: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme». E’ un normale saluto, ma costituisce anche un’ironica “annunciazione”. E Gesù gli dice: Amico, usando un’espressione che Matteo usa in altri 3 casi[4]. Giuda è l’unica persona che Gesù chiama “amico”[5]. Sembra che Gesù abbia come sfondo il salmo 56(55), 13-15: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa».
… uno di quelli che erano con Gesù colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Il nostro zelo non colpisce il nemico alla testa. Gli taglia solo l’orecchio: gli toglie la possibilità di ascoltare la Parola.
…Rimetti la spada nel fodero…Spesso, nella Chiesa, dalla “crociate” in giù, si è ragionato così: Dobbiamo essere forti e non lasciarci calpestare da musulmani o da uno Stato laico e materialista. E’ una contaminazione dell’evangelo.
…Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono…Ciò che mi fa scappare è un Dio impotente. Ma questo è il modo della presenza di Dio fra gli uomini.
   3 – Il processo giudaico (26,57 – 27,10).
Gesù e condotto nel palazzo di Caifa, sommo sacerdote. Non si tratta di un vero processo ma di un’istruttoria preliminare anche se decisiva. Il racconto ha due scene congiunte: nella prima il protagonista è Caifa e nella seconda è Pietro. L’istruttoria non è sincera. Dicendoci che cercavano una ” falsa testimonianza“, Matteo vuole ricordarci un testo precedente (15,19): “dal cuore escono pensieri cattivi, omicidi, adulteri, fornicazione, furti, false testimonianze, bestemmie“.  L’unico atto di accusa che riescono a trovare è una parola di Gesù sulla distruzione del tempio. Esistevano gruppi giudei contestatori che si opponevano al tempio e al culto corrotto. L’accusa verrà ripresa dai passanti sotto la croce (27,40): ” tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso“. Anche ai discepoli Gesù avevano detto (24,3): “Amen vi dico, non resterà pietra su pietra“.
…Ma Gesù taceva…Gesù tace per compiere la profezia di Isaia 53,7 “maltrattato egli accettò la umiliazione e non aprì la sua bocca, come un agnello condotto al sacrificio“. Quando il sommo sacerdote gli chiede di identificarsi, Gesù parla di se stesso come del figlio di Dio.. il Cristo. Ora lo si può riconoscere come Dio: non c’è più rischio di ambiguità. Dio è questo “consegnato” e di cui tutti si sono “impadroniti”. Una bestemmia, come dice il sommo sacerdote.
…Che ve ne pare?…La domanda è rivolta al Sinedrio, ma ovviamente a noi: tu che ne dici?
…Sputarono…Per un attimo il volto umano di Gesù si scopre per rivelare il suo volto divino e gli uomini gli rimettono il velo coprendolo di sputi. Per meglio comprendere la scena degli oltraggi occorre confrontarla con la profezia di Isaia 50,6 da cui la descrizione evangelica sembra dipendere: “ho presentato il mio dorso alle percosse, le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto il mio volto gli schiaffi e agli sputi“.
…Pietro lo seguiva da lontano…Gesù gli aveva chiesto “Seguimi”. Pietro per ora lo fa a modo suo: “da lontano”. Anche Pietro subisce un piccolo processo. Un Pietro che si allontana sempre più, anche scenicamente: all’inizio è seduto nel cortile; dopo la prima accusa va verso l’atrio; dopo la seconda esce in strada. E’ un Pietro che si allontana sempre più da Gesù. La riflessione che fa Matteo è che questo tentativo di Pietro di restare fedele diventa l’occasione esplicita del suo rinnegamento. Pietro sta con Gesù più degli altri e rischia più degli altri. E notiamo la progressione del suo (e nostro?) rinnegamento:… Pietro negò davanti a tutti … non conosco che cosa tu dici … negò di nuovo, giurando: non conosco l’uomo….cominciò ad imprecare e a giurare: Non conosco l’uomo. Pietro non mente quando dice di non conoscerlo. Per la prima volta si accorge di non conoscerlo. In Mt l0, Gesù aveva detto: Chi mi confesserà davanti agli uomini, io lo confesserò davanti al Padre. Chi non mi riconoscerà davanti agli uomini, io non lo riconoscerò davanti al Padre mio. Pietro ha una chiara coscienza del punto in cui è arrivato; piange quando si ricorda della Parola che gli aveva detto Gesù! Attendo anch’io una Parola che mi svegli come il chicchiricchio di un gallo mattutino. La vita del discepolo è un continuo prostrarsi dubitando.
      4- Il processo romano (27,1-31).
Matteo inserisce, prima del processo romano, un’ampia parentesi: il suicidio di Giuda; quasi una scena cuscinetto. La scena serve a illuminare non tanto la morte di Giuda (per la quale Matteo spende pochissime parole), ma i “30 denari” (espressione che ricorre 4 volte) e il “sangue” (espressione che ritorna 3 volte). Pare che i ” 30 denari” facciano riferimento al testo di Zaccaria 11,12-13 dove si legge che un profeta-pastore, inviato da Dio, fu valutato da Israele per 30 sicli d’argento; nel libro dell’Esodo (21, 32), invece, trenta pezzi d’argento era il risarcimento dovuto al padrone nel caso che il suo schiavo venisse anche incidentalmente ucciso. Ora è il Messia in persona che è barattato per soldi.
Gesù e Barabba. Matteo dà a Barabba lo stesso nome di Gesù; infatti lo chiama “ Bar àbba” (figlio del padre) o Bar rabban (figlio del maestro)”[6]. Dunque, per Matteo, l’alternativa che ci pone Pilato è molto netta: “Chi volete che vi rilasci: Barabba detto anche Gesù o Gesù chiamato Messia?”. Matteo non colora Barabba a tinte fosche, come fa invece Marco 15,7 (un rivoltoso, un omicida): dice solo che era ” carcerato famoso”, senza giudizi negativi. Si tratta di scegliere tra due Gesù (Jehoshuah in ebraico vuol dire “salvatore”), uno dei quali è “chiamato Messia”.
… liberò loro Barabba…. Barabba è il primo liberato da Gesù. Diventa davvero Bar-abbà=figlio del Padre.
Mentre Marco e Luca fanno ricadere la responsabilità della morte di Gesù sulle autorità giudaiche che sobillano la folla, Matteo accentua la responsabilità delle folle che vengono persuase dalle autorità giudaiche. Le folle nel Vangelo di Marco chiedono che sia Pilato a crocifiggere Gesù: “crocifiggilo”; nel Vangelo di Matteo gridano: “sia crocifisso“, come se fossero loro a decidere e a sentenziare; e infatti Pilato non emetterà alcuna condanna, si limiterà a consegnare Gesù ai soldati “perché fosse crocifisso”.
Il sogno della moglie di Pilato, caratteristica di Matteo, serve a proclamare l’innocenza di Gesù da parte dei pagani i quali si dimostrano più favorevoli dei giudei ad apprezzare la “giustizia” di Gesù. Anche la scena di Pilato che si lava le mani in segno d’innocenza è una caratteristica di Matteo: gesto non rituale nel diritto romano ma più simile a un rituale ebraico così come cita Deuteronomio 21,6: «tutti gli anziani di quella città, i più vicini al cadavere, si laveranno le mani… e prendendo la parola diranno: “le nostre mani non hanno sparso questo sangue e i nostri occhi non l’hanno visto spargere”».
5-
Il calvario ( 27,32-61).
Simone di Cirene (ossia di origine africana), e non Simone Pietro, è lì con Gesù. Discepolo è colui che porta la propria croce. Qui addirittura porta la croce del Signore completando ciò che manca alla passione di Cristo per la nostra salvezza (Paolo ai Colossesi 1,24). Rappresenta la numerosa schiera di tutti poveri e i dannati della terra; tutti i piccoli del mondo sono cirenei.
… lo spogliarono. E’ la nudità dell’antico Adamo e ora del nuovo Adamo[7] che non si nasconde più davanti agli occhi di Dio. E’ la nudità di Giobbe (Giobbe 1,21: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!»).
…gli diedero vino mescolato con fiele… si spartirono le sue vesti tirandole a sorte…lo insultavano scuotendo il capo… Ai condannati si dava una bevanda anestetica di vino e mirra[8] (o incenso), come ricorda Marco 15,23 secondo le usanze: “quando un uomo dev’essere ucciso, gli si fa bere un grano d’incenso in una coppa di vino perché perda coscienza” (cf. Proverbi 31,6). Per Matteo invece gli viene dato fiele (salmo 68,22). Il salmo 68 è il salmo del giusto innocente perseguitato. Tra poco Matteo aggiungerà nel racconto che Gesù in croce prega il salmo 21, altro salmo del giusto e innocente perseguitato, di cui non solo cita la prima frase “Dio mio perché mi hai abbandonato“, ma anche il versetto 19 “si dividono le mie vesti, e sulla mia tunica gettano la sorte. Matteo continua la citazione del salmo 21 ricorrendo al versetto 9: “ ha confidato in Dio, lo liberi (adesso) se gli vuole bene” e al versetto 7 «Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» come bene descrivono i versetti di Matteo dal 39 al 44.
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Due banditi o guerriglieri sono messi uno alla destra e uno alla sinistra, ironica allusione alla domanda della madre dei due figli di Zebedeo (20,21)[9]. Accanto a lui non ci sono i suoi discepoli bensì dei delinquenti (“è stato conteggiato tra gli empi” così profetizzava Isaia 53,12).
L’ora sesta è mezzogiorno; e l’ora nona sono le tre del pomeriggio. Sono le ore del buio in pieno giorno come era stato profetizzato da Amos (8,9): “in quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurare la terra in pieno giorno”. Il giorno del Signore tanto atteso dai profeti e da Israele si rivela essere tenebra e non luce; siamo come alla fine del mondo. Matteo in 24,29 riportava una parola di Gesù: “subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà e la luna non darà il suo chiarore… e allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo“.
…emise lo spirito... La morte è descritta con una frase significativa: “emise – rilasciò (apheken) -lo spirito”, modo di dire unico negli evangeli sinottici che quasi anticipa Giovanni 19,30 “diede lo spirito (paredoken to pneuma). Per tutti gli esegeti, queste frasi descrivono non solo la morte, non solo l’inizio della risurrezione ma anche l’inizio della Pentecoste.
…Costui era veramente il Figlio di Dio…. Il libro del Deuteronomio (21,23) scrive: “il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno“. Questo testo insegna che colui che è appeso è una maledizione di Dio proprio perché in lui l’immagine di Dio che è nell’uomo viene deturpata, e la legge ebraica vuole porre un limite a questo scempio della immagine di Dio nell’umanità. Tutto il Vangelo dei tre sinottici corre verso questa dichiarazione, questo Credo dichiarato non dai discepoli o dalle discepole ma da un pagano che riconosce il figlio di Dio nel figlio dell’uomo, l’immagine di Dio nel volto tumefatto e sconfitto dalla morte.
…Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. La scenografia che accompagna la morte (terremoto, apertura dei sepolcri, risurrezione, ingresso nella città santa) chiarisce la realizzazione della profezia di Ezechiele 37, la famosa profezia delle ossa aride che si ricompongono in un popolo di viventi.
….C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano…. Le donne, di cui Matteo fino ad ora non aveva parlato (a differenza di Luca) diventano le sole testimoni oculari della crocifissione e della sepoltura e in seguito protagoniste dell’annuncio pasquale. I discepoli sono fuggiti e dispersi. Vi sono però molte donne che, seppur da lontano, osservano. Il verbo usato è theoreo che indica non un’osservazione curiosa o neutrale ma contemplativa e partecipativa.
… in un sepolcro nuovo…. Profezia di Isaia 53,9: Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca. Il ricco Nicodèmo porta una mistura di mirra e di aloe di cento libbre (45 kilogrammi!) destinata a emanare un prezioso profumo. Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betània, un’esagerazione che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio “diffonde per mezzo nostro il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero. Noi siamo infatti… il profumo di Cristo” (2 Cor 2, 14s). Nella putrefazione di molte ore del nostro oggi, la fede-carità potrebbe essere il profumo che ci riporta sulle tracce della vita. Nel momento della deposizione comincia a realizzarsi la parola di Gesù: “In verità, in verità, vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Gesù è il pane di vita capace di sfamare l’umanità. Sopra la sepoltura di Gesù risplende il mistero dell’Eucaristia.


[1] Appunti di A.Mello. Inoltre: Maggioni “il racconto di Matteo”. Editrice cittadella
[2] Mt 26,2,15,16,21,23,24,25,45,46,48. Mt 27,2,3,4,18,26.
[3] Mt. 27 [3]Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani [4]dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente».
[4] Mt 11,19 «Ecco un mangione e un ubriacone, amico dei pubblicani e dei peccatori». Mt 20,13 «Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?». Mt 22,12 «Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?».
[5] Nel greco classico il termine hetaîros (usato da Matteo) significa primariamente “compagno di mensa”.
[6] Molti manoscritti riportano così: «un noto {episêmon} carcerato {desmion}, detto {legômenon} Barabba o [anche] Gesù {Barabban e Iêsoun}». Non tutti i manoscritti conservano la versione del nome “Barabba-Gesù” che era conosciuta da Origene il quale tuttavia la esclude per il motivo che nessun peccatore può portare il nome di Gesù. I copisti devono aver fatto altrettanto per gli stessi motivi. Il Vangelo di Matteo è l’unico in cui questa variante si sia conservata, anche se le traduzioni ufficiali continuano ad escluderla.
[7] Genesi 3,10-11 Adamo rispose:   «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Dio riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?».
[8] ricordiamo la mirra offerta dai re Magi.
[9] Mt 20 [20]Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». [22]Rispose Gesù: «… non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio».




COSA STA SUCCEDENDO NELLA CHIESA ITALIANA
Cosentino, teologo

CHIESA ITALIANA, UN’OCCASIONE.
Francesco Cosentino[i]
Da SETTIMANA NEWS 17 marzo 2020

La durissima prova a cui siamo sottoposti in questo momento storico attiva le nostre forze interiori, che danno vita a quella resistenza e resilienza capace di accompagnarci psicologicamente e spiritualmente. Nondimeno, in questo laborioso lavoro interiore, è chiamata in causa la stessa fede cristiana, chiamata a essere antidoto contro la paura, lo smarrimento e l’angoscia, ma anche a far intravedere le possibilità nuove che Dio apre per noi, pur dentro una situazione difficile come quella a cui il coronavirus ci sta sottoponendo.
Un messaggio di speranza
Da più parti – mi preme ricordarlo – la voce dei laici e dei loro pastori si sta facendo sentire anzitutto con un messaggio di speranza; da questo momento di grande prova e sofferenza avremo la possibilità di uscire in modo nuovo, anche dal punto di vista spirituale. Mentre camminiamo nel deserto, senza pane e senza acqua, chiedendoci anche se «Dio è con noi oppure no», coltiviamo anche la segreta speranza del cuore che il Signore ci sta purificando da molte cose e, a suo modo, ci sta conducendo verso una terra nuova dove scorrono latte e miele. Vedere i campi che già biondeggiano di grano, mentre ancora il gelo e il freddo ci fanno sentire solo come dei terreni aridi, è il contenuto di quella speranza cristiana che, in queste ore, prende corpo grazie a messaggi, riflessioni, omelie e molte altre parole quotidiane che circolano specialmente sui social.
Cosa sta succedendo nella Chiesa italiana
Tuttavia, non si può tacere che questa inedita situazione sta anche scoperchiando il vaso di pandora di una spiritualità cristiana e di una diffusa visione ecclesiologica, che meritano di essere affrontate forse ora più che mai. Per comprenderne tutta la portata, basta soffermarsi un momento su quel fiume carsico che si sta gonfiando di acque, da quando l’emergenza coronavirus ha “costretto” i vescovi italiani a sospendere tutte le celebrazioni, anche festive, e in certi casi chiudere i luoghi di culto. Da quel momento, si sono attivate alcune reazioni che anche nelle ultime ore contribuiscono a generare confusione e, soprattutto, fanno emergere in tutta la sua prepotenza un aspetto non poco preoccupante della vita cristiana ed ecclesiale: l’insormontabile difficoltà di vivere – dopo decenni dal concilio Vaticano II – una spiritualità laica e laicale in una Chiesa realmente popolo di Dio.
Tre aspetti critici
Per esigenza di chiarezza, cercherò di sintetizzare la questione in modo schematico.

  • “Messa sì, Messa no”
    Per alcuni il digiuno eucaristico che ci è stato imposto è insopportabile. Naturalmente, non si può negare che sia per tutti noi una sofferenza. Tuttavia, sta emergendo nel nostro cattolicesimo italiano qualcosa che ha dell’eccessivo: l’eccessiva sacramentalizzazione della vita della fede, più specificatamente l’eccessivo sbilanciamento dell’azione pastorale che riduce l’essere Chiesa a «una fabbrica di Messe» (celebrate per ogni occasione, a ogni ora, più volte al giorno) e la spiritualità cristiana al semplice – talvolta abitudinario e convenzionale – «andare a Messa». O la Messa o il nulla. Scriveva il professore benedettino Elmar Salmann: «Fino ad oggi noi abbiamo o parrocchia o niente, o la Messa o niente, o uno si fa prete o non ha nessun ruolo, o si sposa in chiesa o non c’è niente, o viene battezzato o non c’è niente». Non può continuare così. C’è – e lo ha detto papa Francesco in Evangelii gaudium – un predominio della sacramentalizzazione su altre forme di evangelizzazione. Dispiace che dopo anni di riflessioni sull’importanza della Parola di Dio, della preghiera in famiglia e della «Chiesa domestica», oggi siano andate in confusione anche le menti più illuminate. Se in questo momento c’è più tempo per tutti, oggi potrebbe essere un’occasione unica per l’ascolto, la lettura e la meditazione della Parola di Dio; per pregare insieme in famiglia e coltivare un’altra qualità della relazione personale con Dio; per fare silenzio o leggere un bel testo di spiritualità. Per scoprire, cioè, che lo Spirito Santo abita nei nostri cuori e nella vita, prima ancora che nelle chiese. Ma la domanda è: abbiamo educato il Popolo di Dio all’ascolto della Parola di Dio? A pregare nella vita quotidiana? A saper celebrare con la vita quella Messa che – come spesso pure diciamo nelle prediche – inizia e si celebra nei travagli dell’esistenza e di ogni situazione umana? Ite Missa est funziona ancora o la Messa è solo quella che si esprime nella ritualità liturgica? La Mensa della Parola di Dio esiste ancora o, non potendo celebrare, moriremo di fame spirituale?
  • Chiese aperte, chiese chiuse
    Posta in questi termini l’alternativa è abbastanza sterile. La Chiesa esiste per evangelizzare e non è certo un ufficio o un’agenzia che puoi chiudere quando vuoi. Per sua natura, come papa Francesco ripete da tempo, è sempre aperta e in uscita. Tuttavia, perdonatemi la franchezza, resto davvero di stucco se dopo 60 anni dal concilio Vaticano II e dalla sua ecclesiologia, noi pensiamo ancora la Chiesa nei termini del luogo fisico dell’edificio di culto; è davvero sconfortante per chi abbia studiato un minimo di teologia immaginare che, se domani non ci fossero più chiese fondate su pietra d’uomo, noi non saremmo più la Chiesa e la Chiesa non sarebbe più; è ancora più sconvolgente l’assordante scarsa comprensione del Vangelo, in cui Gesù relativizza il Tempio invocandone perfino la distruzione, indicando se stesso come vero Tempio e annunciandoci il dono dello Spirito Santo, che avrebbe reso anche noi Tempio del Padre. Lo Spirito che abbiamo ricevuto ci rende figli e, perciò, ci conduce ad adorare Dio né su quel monte e né in nessuna Gerusalemme umana, ma “in spirito e verità”; siamo diventati – secondo le parole di Paolo – un edificio spirituale fatto di pietre vive, ben ordinate in Cristo Gesù; e la nostra vita – non un rito esteriore – è il vero culto spirituale gradito a Dio. Questo significa che le chiese non servono? Sarebbe dire una grande sciocchezza. Ma – ci ha ricordato papa Francesco in un Angelus del 2014 e in altre occasioni – la Chiesa non è l’edificio di mattoni, ma il suo cuore fatto di pietre vive. Si comprende la fatica, la sofferenza, anche la buona intenzione di tanti parroci; forse – come ha giustamente scritto anche Andrea Grillo in questi giorni – tenere una chiesa aperta può anche essere un segno “fisico” di speranza in questo momento doloroso; tuttavia, la questione è tutt’altra: noi siamo, con la nostra vita, il nostro lottare e sperare quotidiano, la Chiesa viva e aperta al di là di tutti i decreti legge, anche se ci trovassimo in un regime che ci impedisse di riunirci e pregare. E la confusione generata in questi giorni non va bene, meno bene vanno quei banali commenti sul fatto che i supermercati sono aperti e la chiesa no. Niente affatto. Le chiese sarebbero aperte se avessimo davvero aiutato le persone a scoprire il valore inestimabile del loro battesimo che li rende pietre vive del Tempio e membra vive del corpo di Cristo. Non solo: sarebbe ora di ascoltare umilmente la scienza, che insieme alle autorità che ci governano, ci invita a restare a casa, o la curva dei contagi non allenterà.
  • La spiritualità laicale
    Un’ultima parola vorrei spenderla sulla specificità della vocazione e della spiritualità laicale che, a quanto pare, subisce ancora gli effetti di un clericalismo e di un ecclesiocentrismo che spaventano. A cosa è chiamato un battezzato? Qual è il significato del suo sacerdozio battesimale? Il concilio Vaticano II parla dei laici – che non dimentichiamolo, sono la maggioranza del popolo di Dio – come coloro che “vivono nel secolo” e sono chiamati a vivere la propria vita e a compiere i propri doveri con spirito evangelico «in tutti e singoli i doveri e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta» (LG 31). I laici, cioè, cercano il Regno di Dio nelle cose ordinarie e secolari: contrariamente a certi moralismi dei linguaggi ecclesiali, la vocazione del cristiano laico è la secolarità, la quale è manifestazione di Dio. Il sacrificio spirituale offerto a Cristo dai laici, che partecipano del sacerdozio battesimale, è questo trovare Dio in tutte le cose e far fermentare il suo Regno nelle situazioni della vita e della storia. Il significato nudo ed essenziale della vita cristiana è questo «cercare e trovare Dio in tutte le cose», è questa «teologia del quotidiano» di un Dio incarnato che ci raggiunge nella finitezza delle nostre giornate prima ancora che nelle liturgie del Tempio, è questa bellezza della vita feriale che Karl Rahner definiva «lo spazio della fede, la scuola della sobrietà, l’esercizio della pazienza», che anche impercettibilmente, «nasconde il miracolo eterno e il mistero silenzioso che chiamiamo Dio» (Cose di ogni giorno, Queriniana, Brescia 1994, p. 10). In tempo di coronavirus, invece, sembra che i laici senza la celebrazione dell’eucaristia siano privati di tutta la potenza del loro battesimo e a loro non rimane altro che affidarsi alle dirette streaming. Per la Chiesa italiana, oggi, è tempo di riflessione. O si coglie questo drammatico momento per cambiare o avremo perso un’occasione per sempre.


[i] Francesco Cosentino (1979) è docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana e la Pontificia Università Lateranense.




PREGARE NEI TEMPI DELLA PANDEMIA
Enzo Bianchi

Pregare ai tempi della pandemia
Noi, accanto al cuore di Dio
Enzo Bianchi (AVVENIRE mercoledì 25 marzo 2020)

Papa Francesco ha avuto l’audacia di porsi come intercessore per l’umanità colpita dal coronavirus. Lo ha fatto andando a pregare davanti all’icona di Maria Salus populi romani e poi davanti allo storico Crocifisso nella chiesa di San Marcello al Corso, lo stesso che Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 volle in San Pietro per la liturgia di confessione dei peccati commessi dalla Chiesa nella storia. Il Papa ha detto: «Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: fermala, Signore, con la tua mano!».
Parole ispirate dalla fede e dalla convinzione dell’efficacia della preghiera. Sono però parse stonate ad alcuni che hanno sottolineato come la vittoria sul virus si può ottenere grazie alla competenza umana e soprattutto alla ricerca scientifica e alla medicina. Dobbiamo essere sinceri e ammettere che per l’uomo secolarizzato di oggi è difficile, se non impossibile, pensare a un Dio che interviene a togliere il male. Questo soprattutto dopo l’acquisizione, anche nel pensare la fede, che Dio non manda il male per castigare i nostri peccati, perché non vuole la morte dei peccatori ma che essi si convertano e vivano.
Nel nostro immaginario devoto non abbiamo più la concezione di un Dio irato, che punisce o interviene, in nome di una giustizia da noi pensata umanamente, per sanzionare i nostri comportamenti e forzarci al bene. Abbiamo perduto anche l’immagine di un Dio che può liberarci qui e ora dal male in cui gemiamo e soffriamo. Come dunque pregherà un cristiano nell’ora del bisogno, della sofferenza e della morte? Cosa chiederà?
Tutta la Scrittura, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento, ci testimonia preghiere rivolte a Dio o a Gesù per la guarigione, fino alla richiesta di vittoria sulla morte. Mosè, quando sua sorella Maria fu colpita dalla malattia della lebbra, gridò al Signore: «Dio, ti prego, guariscila!» (Nm 12,13) e a Gesù tante volte fu chiesta la guarigione, dai malati stessi o da altri che glieli presentavano. Dunque con fede, semplicità e confidenza filiale in quest’ora di epidemia possiamo chiedere a Dio: «Ferma questa pestilenza! Liberaci da questa pandemia!». Non dimentichiamo che questa preghiera fiduciale è la stessa che la Chiesa ha sempre fatto per chiedere la pioggia, il ritorno del sereno, o per la liberazione da tempeste, dalla fame e dalla guerra. Ma attenzione, il cristiano è ben consapevole: con questa formulazione di preghiera non pretende, non detta a Dio il comportamento, ma semplicemente denuncia davanti a lui il dolore che assale l’umanità e la potenza della morte che avanza. D’altronde Gesù stesso nel Getsemani di fronte alla morte violenta che stava per raggiungerlo pregò così: «Padre, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36). Il Padre non gli tolse quel calice che Gesù, restando fedele alla sua vocazione e alla sua verità, non poteva non bere. Significativamente però, come attesta il Vangelo secondo Luca, gli mandò un messaggero, un “angelo interprete”, a consolarlo e a sostenerlo nella prova[1] (cf. Lc 22,43). Potremmo dire che lo Spirito santo si fece consolatore di Gesù e, come l’aveva fortificato nel deserto di fronte alla tentazione del demonio, lo sostenne al momento della sua passione e morte.
Dio risponde sempre alla nostra preghiera, che noi dobbiamo fare con insistenza, senza venir meno: non per affaticare Dio, ma per invocarlo accanto a noi, per entrare nel mistero della sua presenza amorosa e accogliere il suo Spirito santo. Sì, perché Gesù ha detto: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13). Ogni nostra preghiera rivolta a Dio è sempre epiclesi, invocazione della discesa dello Spirito; e se non siamo liberati dal male, siamo comunque aiutati dallo Spirito stesso ad attraversare questa notte tenebrosa, sapendo che il Signore è accanto a noi. Come sta scritto nel salmo: «Così dice il Signore: Mi invocherà e io gli darò risposta, io sarò con lui nell’angoscia» ( Sal 91,15). Ecco perché in questi giorni nella nostra preghiera, quella a cui ci invita il Papa, quella spontanea dei credenti, chiediamo che lo Spirito Santo ispiri la nostra azione, ci sostenga nel prenderci cura dei bisognosi e ci faccia sentire la presenza di Dio accanto a noi. Ma una forma semplice come quella utilizzata dal Papa – «Signore, ferma l’epidemia!» – è un grido che Dio certamente ascolta e comprende; soprattutto, è un grido che predispone chi lo eleva ad abbandonarsi con fiducia nel Signore. Nella preghiera è il nostro cuore che vuole stare accanto al cuore di Dio e le parole vanno comprese con il cuore. Per questo possiamo dire: «Signore, aiutaci, allontana da noi l’epidemia, fa’ trionfare la vita sulla morte!» e, nello stesso tempo, impegnarci per essere suoi strumenti in questa lotta contro il male[…].


[1] [ Ndr: un angelo, dal cielo, fortificante lui {greco: enischùôn autòn}].




29 marzo 2020- domenica 5a Quaresima
ASPETTO

In tempi di pandemia noi entriamo come protagonisti nell’evento narrato dal Vangelo e nella profezia di Ezechiele: siamo sfiniti con i nostri medici e infermieri e con chi lotta per la guarigione, morti e sepolti con chi non ce la fa e con i loro familiari. Progetti, speranze, illusioni, persone: siamo una catasta di ossa inaridite. Ma drammaticamente capaci ancora di paure e di domande. Il nostro Symbolum (il Credo) non dice “credo nella risurrezione dei morti”, ma “aspetto la risurrezione dei morti”. Sono pochi a crederci, ma molti a sperarla.

Preghiamo. Eterno Padre, la tua gloria è l’uomo vivente; tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, guarda oggi l’afflizione della Chiesa che piange e prega per i suoi figli morti a causa del peccato, e con la forza del tuo Spirito richiamali a vita nuova. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Ezechiele
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò».

Sal 129 Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore.
Io spero, Signore. Spera l’anima mia, attendo la sua parola. L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora.
Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore, 
perché con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-11
Fratelli, quelli che seguono le inclinazioni dell’egoismo non possono piacere a Dio, perché vivono secondo il proprio egoismo. Voi, però, non vivete così: vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. Se invece Cristo agisce in voi, voi morite, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e il suo Spirito vi dà vita. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni 11,1-45 (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)
In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

ASPETTO[1]. Don Augusto Fontana
In tempi di pandemia noi entriamo come protagonisti nell’evento narrato dal Vangelo e nella profezia di Ezechiele: siamo sfiniti con i nostri medici e infermieri e con chi lotta per la guarigione, morti e sepolti con chi non ce la fa e con i loro familiari. Progetti, speranze, illusioni, persone: siamo una catasta di ossa inaridite. Ma drammaticamente capaci ancora di paure e di domande.
Il nostro Symbolum (il Credo) non dice “credo nella risurrezione dei morti”, ma “aspetto la risurrezione dei morti”. Sono pochi a crederci, ma molti a sperarla. La spera chi è stato ferito a morte da un’improvvisa o martoriata scomparsa di un familiare che era carne della sua carne, la aspetta chi è sfinito dalle velenose porzioni di morti sul lavoro e stragi di piazza o dei Caini di casa, la spera chi vede i giorni rosicchiati dalla malattia o accelerati dalla vecchiaia. Molti la sperano con occhi accecati dalle lacrime, molti con occhi chiusi sul barato della preghiera, molti mormorando un dolce o amaro rimprovero al Padre del Crocifisso: «Dio, se tu fossi stato qui mio fratello Gesù non sarebbe morto». Sì, perché la storia di Lazzaro racconta tutti noi e anticipa l’altro sepolcro, quello di Gesù, con bende, massi e pianti al seguito, e dubbi e dialoghi e stupori sospesi e incredulità e adoranti prostrazioni. Tutto ciò che accade a Betania accade nel giardino del sepolcro di Cristo. E la Chiesa è la stessa, quella militante seppur ancora catecumena di Marta, Maria e discepoli, quella spettatrice curiosa, inquirente e scettica dell’entourage giudaica. E al centro sempre Lui, Gesù, un Dio in ritardo sulle nostre aspettative, un Dio capace di amicizia e di pianto, un Dio che non teme la puzza di vite putrefatte, un Dio che chiama il mio nome con la voce di una madre che risveglia da un sonno che tornerà e da una morte che non tornerà mai più: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Signore, per ora non credo, ma lo attendo. Anche perché non so cosa intendi per “risurrezione dai morti”. Quando diciamo Dio, vita, morte, risurrezione, occorre il rispetto che ci ha chiesto la Bibbia: Non nominare invano, a sproposito…Anche quando diciamo RISURREZIONE occorre l’afasia adorante e il silenzio rispettoso che si conviene al Nome di Dio. Tra l’altro quella di Lazzaro non fu vera risurrezione ma solo rianimazione di cadavere. Ma è un segno. Cioè un evento che ci fa sospettare di essere dirimpettai di un mistero davanti al quale non potremo mai dire “Adesso ho capito!”.
Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s’è addormentato, guarirà».   C’è un fraintendimento. Pare che Gesù e i suoi interlocutori parlino due linguaggi diversi. L’evangelista Giovanni in altre parti del suo Vangelo dimostra questo scontro di incomprensioni. Gesù parla di «rinascere dall’alto» e quel burlone di Nicodèmo gli chiede se deve «rientrare nell’utero della madre» (Gv 3, 3-4). Gesù offre alla samaritana « acqua viva» e lei, sveglia, gli fa notare: «Signore, tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo» (Gv 4, 10-11). Gesù parla ai discepoli di «lievito» e loro pensano che li stia sgridando perché si erano dimenticati di prendere il pane per la colazione; e lui: «Come mai non capite ancora che non alludevo al pane?» (Mt 16, 6-12). Equivoci, diversi livelli di ascolto, allusioni incomprensibili, mancate sintonie tra Gesù e noi. Gesù parla in una lingua diversa dalla nostra; il nostro ascolto è fatto a partire dalle idee che abbiamo già dentro di noi. E’ difficile imparare la lingua di Dio. Gesù, spesso, quando parlava della resurrezione o compiva opere stupende, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno: perché gli eventi che toccano le fibre più profonde delle nostre attese, possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “risurrezione”, come “vita” e, ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo farlo con cautela. Noi gridiamo dai microfoni, dai video, parole che diventano profane ed equivoche. Da una parte l’annuncio va gridato, dall’altra va taciuto.
Scoperchiare i sepolcri.
La parola “vita”, in questi tempi, rimbalza in ogni ambiente con sensi diversi e con cariche normative diverse. Noi dobbiamo dichiarare guerra ai sepolcri e a tutti coloro che li costruiscono in una strategia di morte. Ancora oggi, il confronto tra due potenze – morte e vita – si è fatto radicale e si è esteso dovunque. Ma la speranza dobbiamo custodirla nel segreto e nel pudore. Per poterla gridare dobbiamo pagarla attraverso tutti i giorni della nostra vita. Allora possiamo dire: “resusciterò” ma dopo che avremo in concreto lottato contro ogni opera di morte: «Togliete la pietra… liberatelo e lasciatelo andare».
A noi non compete far risuscitare, ma togliere la pietra, slegare, rimettere in pista. Dare una mano al nostro Dio. Marta reagisce: “Signore, già puzza… è di quattro giorni!”. Gesù incalza la fede debole delle sorelle e coinvolge anche gli spettatori con tre verbi imperativi: «Togliete la pietra… liberatelo …lasciatelo andare». Tutti possono fare qualcosa per la risurrezione di un morto, di una persona spenta, depressa, schiavizzata. Siamo invitati ad essere figli ed operatori di risurrezione, a partire dalle concrete piccole situazioni della vita quotidiana. Così pare ci riveli anche la straordinaria pagina della prima Lettura presa dal profeta Ezechiele: «Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete». (Ez. 37, 12-14). Il profeta scrive dall’esilio di Babilonia per svegliare il popolo alla fiducia e far riemergere l’orizzonte della fine della deportazione. Ma anche per noi il pericolo di vivere congelati nelle abitudini, rassegnati a subire ciò che gli altri decidono per noi, costituisce un vivere nei sepolcri. Il vento di Dio, il Suo soffio vitale ci spinge ad uscire, a “risorgere” dai nostri sepolcri: «Lazzaro, vieni fuori!». Ci chiama tutti per nome ad “uscire” dai sepolcri della morte, della schiavitù, dell’egoismo, della paura. Forse ci crediamo vivi mentre siamo morti. Lazzaro è un nome promettente. Il suo significato ebraico è EL-AZAR=”Dio aiuta”. Dunque la risurrezione è per noi una speranza fondata sulla Parola di Dio, ma la risurrezione è prima di tutto una strada da percorrere. Le nostre risurrezioni, i piccoli passi di risurrezione che compiamo – in attesa di quelli definitivi – sono sempre fragili, precari, provvisori, incompleti. Ognuno di noi è tentato di rientrare in qualche “sepolcro” e deve ricollocarsi ogni giorno sui sentieri della risurrezione, non darla mai come una realtà scontata ed acquisita per sempre. Per questo leggiamo le Scritture, preghiamo, ci lasciamo correggere e cerchiamo di discernere i segni che Dio ci fa giungere dalla vita di ogni giorno. Risurrezione fa rima con conversione perché alla risurrezione occorre convertirci quotidianamente.
Dio è mio amico, che piangerà per me quando morirò.
Disse Gesù «Il nostro amico Lazzaro…»…Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!»…
Padre Ermes Ronchi scrive: «Gesù si reca a Betania chiamato dall’amicizia. Di Lazzaro non sappiamo nulla se non che era amico di Gesù. Questa la sua identità: colui che Gesù amava molto. Di Lazzaro sappiamo anche tutte le lacrime versate per la sua morte: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù stesso. Le lacrime sono l’annuncio che l’amore è sempre minacciato, che la felicità è fragile, perché troppe cose sfuggono al mio controllo. Io invidio Lazzaro non per la vita che Dio gli ha ridato, ma per il fatto di essere circondato da amici, segno di una vita riuscita. La sua santità è l’amicizia, sacramento che conforta la vita. Eppure a me che cosa importa di Lazzaro, cosa me ne faccio della sua resurrezione? Lazzaro non è mio amico, non è mio padre o mia madre, non è uno dei miei morti. A me non importa Lazzaro, a me importa Gesù e il suo amore per l’amico, amore fino alle lacrime. È questa la salvezza: il pianto di Dio. Io non morirò per sempre a causa del Suo amore che non accetta di finire. Ognuno di noi è Lazzaro malato e amato. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte. Se amico è un nome di Dio, il mio nome è: amato per sempre. Quante volte sono morto! Quante volte mi sono addormentato. Era finito l’olio della lampada, finita la voglia di amare, forse anche la voglia di vivere. E mi dicevo in qualche grotta oscura dell’anima: Dio non mi interessa più, non mi importa se mi ama. Poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, né so perché. Una pietra si è mossa, è entrato un raggio di sole, un grido d’amico ha percosso il silenzio, delle lacrime hanno bagnato le bende. La resurrezione è possibile per le lacrime di Dio. Perché il Signore prova dolore per il dolore del mondo. Se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto. Parole che sono mie: se Tu sei con me, non morirò. Parole gridate da Gesù sulla soglia della morte: Dio mio perché mi hai abbandonato, perché non sei qui con me? Nel giorno delle lacrime Dio sembra essere lontano. Il suo ritardo pesa. Quattro giorni pesò su Marta e Maria. Eppure Lui è qui, non come esenzione dalla morte, ma come resurrezione dentro la morte. Io lo credo, con la fede dell’anonimo morente che scriveva: “Credo nel sole, anche se non splende; credo nell’amico anche se non lo sento; credo in Dio anche quando tace”»[2].
«Gesù si commosse profondamente, si turbò….Gesù scoppiò in pianto… Intanto Gesù, ancora profondamente commosso…». Nella scena di Betania, la nostra attenzione è richiamata dalla efficace frequenza con cui l’evangelista mostra la commozione di Gesù. Il brano della resurrezione di Lazzaro è un evento fondamentale della rivelazione di Gesù. Ecce homo: ecco qui l’uomo perfetto nella sua umanità, che piange la morte dell’amico. Ecce Deus: ecco qui Dio, il Signore della vita e della storia. Umano, molto umano, uguale a noi in tutto. Tutti piangono. Gesù si commuove. Quando i poveri piangono, Gesù si emoziona e piange. Dinanzi al pianto di Gesù, gli altri concludono: “Vedi come l’amava!” Questa è la caratteristica delle comunità di Giovanni (e nostra?): l’amore mutuo tra Gesù e i membri della comunità. Alcuni ancora non credono e dubitano: “Non poteva costui, che ha aperto gli occhi del cieco, fare che questi non morisse?” Per la terza volta Gesù si commuove (Gv 11,33.35.38). È così che Giovanni mette l’accento sull’umanità di Gesù contro quelli che, alla fine del primo secolo, spiritualizzavano la fede e negavano l’umanità di Gesù.
«Lev Sestov ha fatto notare (Sulla bilancia di Giobbe) quanto sia per noi penosa l’attesa, presi come siamo dalle cose presenti, dal sistemarci comodamente nel mondo, quasi dovessimo starci per l’eternità. Al punto che nemmeno le cose più terribili sono in grado di svegliarci da questa pigrizia di persone sazie. Ci sono magari dei soprassalti, ma subito dopo ci si riconcilia con la realtà, in attesa paziente che le cose tornino a posto per poter ricominciare a vivere come prima, gradevolmente, senza pensieri. Marta e Maria non si adeguano alla morte del fratello, ma interrogano Dio e lo pungolano affinché si sbrighi a trasformare la realtà secondo le sue promesse di giustizia. Il perfetto disperato è un uomo tranquillissimo e annoiato che si è seduto impassibile davanti al cadavere di suo fratello. Noi comprendiamo che Gesù è uomo di speranza quando piange e grida di non voler morire, quando risuscita da morte e promette che risusciterà anche noi nell’ultimo giorno. Dio è morto per dirci che sta dalla nostra parte e che mai dobbiamo rassegnarci a morire. Croce e risurrezione sono inscindibili ormai, in Dio e nella storia dell’umanità: la speranza sorge dal grido di un crocifisso e dalle buie cavità di una tomba rimasta vuota»[3].


[1]Rielaborazione da: Ernesto Balducci, Adista 26/02/05; P. Stefani, Un tempo per cercare, Morcelliana, Brescia, 1997; Franco Barbero. 
[2] P. Ermes Ronchi La fede che resiste al dolore
[3] Daniele Garota, Fame di redenzione, Paoline.




DIGIUNO EUCARISTICO SENZA SURROGATI
Enzo Bianchi, monaco

LA CARITA’ CRISTIANA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
Enzo Bianchi (da “La Stampa” di Torino, 20 marzo 2020)

L’alternativa tra chiese aperte e chiuse, partecipazione alla Messa o digiuno eucaristico. Il caso serio dell’eucaristia. In ogni caso una carità compassionevole e creativa. L’accesso ai sacramenti.

In questo tempo di coronavirus si è aperto un acceso dibattito fra pastori, teologi e fedeli sull’alternativa tra chiese aperte o chiese chiuse, partecipazione alla Messa o digiuno eucaristico. Non manca qualche intervento polemico, intollerante verso il parere degli altri e addirittura sarcastico, ma meglio non tenerne conto e lasciar cadere. In particolare, ciò è avvenuto dopo che papa Francesco ha richiamato tutta la chiesa a non disertare ma a esercitare una carità compassionevole e creativa verso i malati, i morenti e verso le persone anziane, sole e fragili. Il papa ha avuto anche l’audacia di dire ad alta voce che “le misure drastiche non sempre sono buone”. Non per mancare della virtù della prudenza, ma per risvegliare l’intelligenza della carità e per indicare ai cristiani che, soprattutto in ore cattive come queste dell’epidemia, occorre vivere il comandamento dell’amore del prossimo. Quanto alla celebrazione della liturgia eucaristica, della Messa, nessuna posizione miracolistica né di arrogante certezza e tantomeno di intransigentismo cattolico. Non siamo più in epoche nelle quali la peste era sentita come un giusto castigo di Dio per le infedeltà degli umani, né pensiamo che vi siano recinti o realtà sacre esenti dall’essere portatrici di contagio, e non siamo neanche inclini ad affermare il legalismo del precetto. Dunque, si devono certamente evitare celebrazioni liturgiche con assembramenti di gente e, al riguardo, occorre rispettare le precauzioni prescritte dall’autorità civile. I miei dubbi non riguardano queste dovute osservanze ma piuttosto l’istintiva, frettolosa e poco meditate modalità con cui si offrono surrogati come le messe private, quelle solitarie, quelle trasmesse attraverso le più svariate forme che il web offre. Per la chiesa cattolica, infatti, il sacramento non è mai virtuale, ma va vissuto nella sua realtà, e l’eucaristia va vissuta come cena del Signore celebrata da una comunità. L’eucaristia è un evento in cui insieme si mangia e si beve, cioè si assimila, il corpo del Signore, dopo aver insieme ascoltato la Parola, diventando così il corpo ecclesiale di Cristo. Se è vero che non c’è chiesa senza eucaristia è altrettanto vero che non c’è eucaristia senza chiesa. Come ha detto con semplicità ma acutezza il vescovo di Milano, “altro è mangiare il pane, altro è guardarlo in una fotografia”. I malati e i morenti hanno bisogno del corpo di Cristo, devono poter lasciare questa terra nella speranza della vita eterna e con i segni di una carità che non viene meno. I fedeli hanno il diritto di essere nutriti dai sacramenti e di poter morire con quei conforti che la chiesa ha sempre loro proposto come salvifici. Se si sta per un certo tempo senza eucaristia, occorre avere consapevolezza di questa privazione, di un digiuno che non può essere alleviato da surrogati. C’è sempre la preghiera, in particolare c’è la lettura della Scrittura che contiene la parola di Dio, ma la mancata partecipazione all’eucaristia deve essere sentita dai cristiani come una prova che li pone in attesa di poterla celebrare di nuovo, quale viatico necessario nel cammino verso il Regno. Certo, un monaco lo sa bene, S. Benedetto come tanti eremiti del deserto, visse per anni senza eucaristia e senza celebrare la Pasqua, ma i bisogni della fede dei credenti sono diversi, appunto “secondo il grado della fede di ciascuno”, direbbe l’apostolo Paolo.
È significativo che questa urgenza da me invocata fin dall’inizio della crisi sia stata manifestata da un vescovo come Mariano Crociata, da presbiteri come p. Bartolomeo Sorge e don Massimo Naro, da un teologo come Giuseppe Ruggieri, da laici come Andrea Riccardi, Piero Stefani, Alberto Melloni, Massimo Faggioli, dallo storico Franco Cardini e da tanti altri, vescovi, presbiteri e semplici fedeli, non classificabili all’interno di nessun schieramento. Più che mai in questi giorni emerge la testimonianza di pastori che amano la loro comunità e per essa svolgono il loro servizio con abnegazione e con la gratuità del Vangelo. Ed è significativo che tra i morti vi siano anche tanti presbiteri, come nella diocesi di Bergamo: pastori in mezzo al loro gregge! «In casi di malattia grave, la presenza del sacerdote diventa un balsamo importante» ha scritto in questi giorni il vescovo di Gozo. In questa direzione si orientano anche gli opportuni suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19 indicati dalla Segreteria generale della CEI, suggerimenti veramente ispirati dal Vangelo e da una intelligente sollecitudine pastorale. Ne chiese chiuse, ne assembramenti ecclesiali o liturgici, ma un operare sempre secondo i sentimenti di Cristo Gesù, senza che nell’economia sacramentale, siano privilegiati alcuni ed esclusi altri. L’appello di Papa Francesco è stato dunque un mettere in guardia tutta la chiesa dalla sonnolenza spirituale, dall’appiattimento della sua disciplina su quella dell’autorità politica e, a mio parere, da una debolezza della fede che diventa tentazione per tutti noi quando la strada si fa difficile, oscura, nel deserto della sofferenza e della prova. Tenere le chiese aperte significa non chiudere le porte a chi, osservando le precauzioni, vuole entrare in esse a pregare, a trovare conforto nella fede, ma significa anche invitare a intercedere davanti a Dio e a stare vicini a tutti quelli che sono vittime dell’epidemia in modi diversi. Il ministero della compassione, della cura e della consolazione va esercitato in modo più che mai creativo. E così la fede della chiesa aiuterà la fiducia degli uomini e delle donne nella vita, nel futuro, nella comunità.

In sintesi, in una situazione temporanea di grave emergenza e pericolo di vita la comunità cristiana si trova nelle condizioni di non potersi riunire per celebrare l’eucaristia. I credenti, da soli o in famiglia, nutrono la loro fede pregando la liturgia delle ore, nell’ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture e nella lectio divina, in una forma di digiuno eucaristico. Tuttavia, come indicano le normative pubblicate dalla CEI, in condizioni di necessità e infermità non possono essere negati a nessuno i sacramenti.