In principio era il Verbo. E il Verbo si fece carne
P. Ermes Ronchi

In principio era il Verbo. E il Verbo si fece carne.
(Da PRIMA DELLE SORGENTI (Omelie Padre Ermes Ronchi anno A), Servitium, 2010, pagg. 31ss

È un Vangelo immenso, quello che abbiamo ascoltato, che ci vieta pensieri piccoli. In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne. E ha dato a ciascuno il potere di diventare figli di Dio.  Colui che ha riempito il cielo con miliardi di galas­sie, l’inventore dell’universo, si fa piccolo e ricomincia da Betlemme. Ci deve essere qualcosa di vero in tutto ciò. Colui che ha separato la luce dalle tenebre, il firmamento dalla terra, si fa inchiodare su di una croce. Ci deve es­sere qualcosa di vero. Se della storia di Dio i vertici so­no una mangiatoia e una croce, questa nostra fede non ha altra spiegazione che Dio e le sue vie impossibili al­l’uomo.
Nessuna invenzione da parte dell’uomo avrebbe osato. A Betlemme non c’è nessuna illusione, nessun raggiro, nessuna menzogna. Lo garantiscono una mangiatoia e una croce. E Dio è là dove la ragione si scan­dalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai essere. Con Simone Weil, mistica del secolo scorso, amava ripetere che «la vita del cristiano è comprensibile solo se in essa c’è qualcosa di incomprensibile», una vertigine, un sogno, una vergine incinta di Dio, un pre­sepio, una croce, voli di angeli.
Ma il miracolo grande è che Dio non plasma più l’uomo nuovo con polvere del suolo, come in princi­pio, nell’Eden, per Adamo, ma che si fa lui stesso pol­vere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio, bambino di Betlemme. E se io dovrò piangere, anche lui imparerà a piangere. E se io devo morire, anche lui ha gustato l’orrore della morte.
Solo un Dio poteva imboccare queste strade. E so­lo gli umili gli credono, lieti che Dio sia così libero e così stupefacente, da preferire ciò che l’uomo emargi­na. Il prodigio più grande è che Dio ama ciò che è umile. Dio nell’umiltà: ecco la parola rivoluzionaria, l’appassionata parola del Natale.
La grande ruota della storia aveva sempre girato nella stessa direzione: dal piccolo verso il grande, il meno a servizio del più, che non è altro che la legge del più forte. Quando Gesù è nato, la grande ruota della storia per un attimo si è fermata. Poi qualcosa ha cominciato a girare al contrario; o meglio, nel senso vero della storia.
«Viene nel mondo la luce vera» (Gv 1,9): da Dio verso l’uomo, dal grande verso il piccolo, da una città verso la stalla, i re Magi verso il Bambino, il forte a ser­vizio del debole.
Natale è l’inizio del capovolgimento totale, di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Natale è il giudizio del mondo. E la sua redenzione. Dice che la storia non appartiene a chi fa sfoggio di forza o di denaro. Quella è solo una storia perdente. La storia vera è l’opera di chi si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà del servizio, nell’insignificanza solo apparente della bontà, nel silenzio degli uomini di buona volontà.
Maria, incinta di Gesù, l’aveva anticipato nel suo canto: «Ha rovesciato i violenti, ha innalzato i deboli. Chi si fida della ricchezza sarà a mani vuote e a cuore vuoto. Chi si fida della bontà possederà la terra». È il bambino Gesù dentro la mangiatoia a compiere il giu­dizio e la redenzione del mondo. A chi accetta di avvi­cinarsi a lui, accade qualcosa. Recarci davanti a quella che non è neppure una culla, ci trasforma.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi depone da­vanti a quel bambino ogni arroganza, ogni distanza, e riscopre la volontà d’amore.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi non espor­ta morte ma comunione, chi accoglie Dio nella sua carne. Perché Dio viene nella vita, accade nella con­cretezza dei miei gesti, deve abitare i miei occhi. E lo sguardo allora si fa tenero, attento. Deve abitare il mio udito, perché io ascolti con il cuore. Deve abitare la mia bocca, perché io dica parole di bene e sappia be­nedire la vita e le creature. Deve abitare le mie mani perché si aprano, si stendano a donare pace, ad asciugare lacrime, a vestire i nudi, a spezzare ingiustizie.
La grandezza d’ognuno di noi dipende da chi l’a­bita. Vera grandezza è essere abitati da Dio. E se ha voluto nascere in una stalla, non si scandalizzerà di me, dello sporco che è in me, abiterà le mie miserie il nodo di povertà e di sole che so di essere, e che egli trasformerà.
Perché ora è il tempo del mio natale. Capisco che Cristo nasce perché io nasca. La nascita di Gesù vuo­le, domanda la mia nascita, che io nasca diverso e nuo­vo, che nasca dallo Spirito di Dio, che nasca così pic­colo e libero da essere incapace di aggredire, di odia­re, di minacciare. Che io nasca così umile e ingenuo da pensare con il cuore.
Certo, non è facile il Natale. È il giudizio del mon­do. E tutti conosciamo un popolo o una famiglia o al­meno una persona che piangerà perché è tradita, per­ché è sola, perché è stata sfiorata dall’ angelo della morte. Non è facile il Natale. Tutta la violenza del mondo contraddice gli angeli di Betlemme, contrad­dice il loro canto: «Pace in terra». La mia fede talvolta domanda: E se fosse tutto un’illusione creata dal bam­bino che è in noi? Se fossimo rimandati a Dio solo dal­la paura e dal disastro della storia? Ma è Dio che è rimbalzato fino a noi. È un altro il movimento del mondo.
C’è in me l’uomo disincantato che ritiene il Natale una festa ormai pagana, che ha visto le stelle cadere e svuotarsi il cielo. E tuttavia c’è un bambino in me, e gli parli di Dio e lui lo sente respirare.




Festa dell’Incarnazione.
DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di MosèLa pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità…. 

Preghiamo. O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 9, 1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità. Signore, tu hai dato loro una grande gioia, li hai fatti felici. Gioiscono davanti a te come quando si miete il grano. Tu hai spezzato il giogo che gravava sulle loro spalle e li opprimeva. I calzari dei soldati invasori e tutte le loro vesti insanguinate saranno distrutte dal fuoco. È nato un bambino per noi! Ci è stato dato un figlio! Gli è stato messo sulle spalle il segno del potere regale. Sarà chiamato: ‘Consigliere sapiente, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace’. Diventerà sempre più potente, e assicurerà una pace continua. Governerà come successore di Davide. Il suo potere si fonderà sul diritto e sulla giustizia per sempre. Così ha deciso il Signore dell’universo nel suo ardente amore, e così sarà.

Sal 95. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo Apostolo a Tito 2,11-14
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». 

DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Parola di Dio sulla pietra.
Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli» (Esodo 24,12)…. Era una Parola pietrificata, ma garantita e fedele come una roccia. Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di Mosè: «Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna» (Esodo 32,19).… La pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità. Ed ecco l’intelligenza profetica. «Questa sarà l’alleanza che conclu­derò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,31-33). Oggi abbiamo carta e computer in tempi di fragilità, tempi liquidi e fluidi; la carta si accartoccia e si butta, e sul computer basta un clic e tutto è cancellato. Le parole diventano vapore che si disperde.

Parola di Dio nella carne.
Il profeta Isaia indica la svolta: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». L’evangelista Luca ci dice che il segno della presenza di Dio non sarà più un tempio di pietra, ma la carne fragile di un figlio d’uomo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, coricato in una mangiatoia». Sarà questo figlio, divenuto grande, che davanti al tempio confermerà il nuovo regime di fede: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»” (Matteo 24,1-2). L’evangelista Giovanni, commentando un riferimento al Tempio da parte di Gesù, annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Giovanni 2,21). La storia della Rivelazione stava subendo un’accelerazione. «Il Verbo si è fatto carne» canta Giovanni nell’ouverture del suo Vangelo (Giovanni 1,14). Francesco diceva che Gesù era la Parola abbreviata di Dio. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme.  “Farsi carne” vuol dire assumere pienamente la fragilità umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell’ambito della sua storia terrestre: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2, 6-7). Anzi: diventa un pane frammentato e mangiato; «questo è il mio corpo» dirà Gesù nella Cena Pasquale. Ma c’è di più. Ed è l’evangelista Matteo che ci porta ai confini impensabili del “luogo di Dio”: noi incontriamo la Parola del Dio vivente in sei sacramenti della Sua presenza: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 37-40). Perfino quando si presenta Risorto, Gesù mostra di essersi portato dietro la sua e nostra carne: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39).

Allora?
Il profeta Amos aveva minacciato: «Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Amos 8,12). In questo tempo liturgico siamo portati invece pazientemente al luogo dell’incontro. I pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono» (Luca 2,16). La maledizione è infranta per chi lo vuole. Non più un Dio lassù nei cieli o raccolto in una religione pietrificata dal rito, dall’organizzazione, ma nella carne quotidiana di Gesù, del Pane eucaristico, della gente con cui coabito. «Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato»[1]. Dio ricomincia da Betlemme, da un bambino. «Il Verbo carne si è fatto » (Gv 1,14), è scrit­to nel testo in greco di Giovanni. Nella suggestione del testo greco i due termini sono vicini, non separa­ti da altre espressioni: ho Logos sarx egheneto, la Parola carne divenne. Da allora la vicinanza è assoluta, c’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, ci sono un po’ di santità e molta luce in ogni vita. L’incarnazione non è finita, Dio «accade» an­cora nella carne della vita, accade nella concre­tezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sap­piano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pa­ce, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; e se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte. La strada più breve e più diritta tra l’uomo e Dio è la carne di Gesù, ora in braccio alla madre, un giorno in braccio alla croce[2].

Cammina attraverso l’uomo e raggiungerai Dio” (Sant’Agostino).


[1] Enzo Bianchi, La stampa 24 dicembre 2011
[2] Ermes Ronchi, Le case di Maria, Paoline.




4a domenica di Avvento. 22 dicembre 2019
DAL SOGNO AL SEGNO.D. Augusto Fontana

Giuseppe ci prende per mano e ci porta sulla soglia della Festa dell’Incarnazione. Giuseppe uomo giusto, silente, ascoltante, coinvolto in un dramma di coscienza e di una vocazione. Giuseppe uomo dei “sogni”. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” canta Luciano Ligabue. Nel cantico dei Cantici troviamo la ragazza (la chiesa?) che dice: «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Un sonno leggero, un dormiveglia che le permette di ascoltare un leggero bussare alla porta: «Un rumore! È il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, amica mia”».Nel Nuovo Testamento si parla poco di “sogni”, ma nel Vangelo di Matteo troviamo un’eccezione.

Preghiamo.
O Dio, Padre buono, tu hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore, scegliendo il grembo purissimo della Vergine Maria per rivestire di carne mortale il Verbo della vita: concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo nello spirito con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 7,10-14
In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Sal 24 (23) Ecco, viene il Signore, re della gloria.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani 1,1-7
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!
Dal Vangelo secondo Matteo 1,18-24
Ora la genesi di Gesù Cristo così era: sua madre Maria, essendo fidanzata di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era giusto e non voleva esporla pubblicamente, decise di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

DAL SOGNO AL SEGNO. D. Augusto Fontana
Mentre Giuseppe stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…Giuseppe ci prende per mano e ci porta sulla soglia della Festa dell’Incarnazione. Giuseppe uomo giusto, silente, ascoltante, coinvolto in un dramma di coscienza e di una vocazione. Giuseppe uomo dei “sogni”. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” canta Luciano Ligabue.
Nel cantico dei Cantici troviamo la ragazza (la chiesa?) che dice: «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Un sonno leggero, un dormiveglia che le permette di ascoltare un leggero bussare alla porta: «Un rumore! È il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, amica mia”».
Dio completa la creazione di Adam facendolo passare attraverso un intenso e simbolico “sonno” : Allora il Signore Dio fece scendere un torpore (nel greco dei LXX: extasi) sull’uomo, che si addormentò (nel greco dei LXX: ipnosi); gli tolse un lato e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con il lato che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. (Gen. 2,21-22).
Giacobbe, mentre fugge dal fratello Esaù, decide di passare la notte all’aperto, si addormenta e sogna:“Ed ecco una scala tra la terra e il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa. Ed ecco il Signore si presentava a lui e diceva: …..Io sono con te, e ti guarderò dovunque tu andrai …” Giacobbe al suo risveglio dice: “Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!”.
Nel Nuovo Testamento si parla poco di “sogni”, ma nel Vangelo di Matteo troviamo un’eccezione. Matteo narra sei sogni di cui cinque si trovano nel vangelo dell’infanzia, cioè nei primi due capitoli. La persona che più sogna è Giuseppe. Infatti su cinque sogni menzionati nei primi due capitoli di Matteo, quattro hanno per soggetto Giuseppe e uno i maghi che vengono dall’oriente. Tra i sogni di Giuseppe quello che riveste una maggiore importanza è certamente il primo (1,20-21), il cosiddetto “annuncio a Giuseppe”. Giuseppe si trova in una situazione apparentemente senza via di uscita (1,18-19): «18b Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva esporla a infamia, decise di lasciarla segretamente». In una simile situazione per Maria non c’era solo il problema del “ripudio” da parte di Giuseppe suo sposo, ma c’era per lei il rischio della vita. Per una donna considerata adultera era prevista la lapidazione.
I “sogni” nella Bibbia sono un linguaggio, un modo di dire, un “genere letterario”. I racconti della nascita di Gesù, in particolare i “sogni” che la accompagnano, ci rivelano che nella nostra storia ci sono dei reali segni di rivelazione che dobbiamo saper riconoscere. I racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo sono un intreccio di progetti, speranze, paure… Ci sono i progetti di Giuseppe riguardo alla sua vita e alla sua famiglia. Ci sono le paure e i timori dei grandi che sono aggrappati al loro potere e vedono minacce dietro ogni angolo. Ma poi ci sono anche i progetti di Maria, il desiderio dei magi … e tutto sembra essere nelle mani dell’uomo più forte e i piccoli e i poveri sembrano solo soccombere. Ma “i sogni” rivelano che non è tutto lì[1]. 

Annunciazione a Giuseppe il giusto, uomo del silenzio, dei sogni e dei segni.
gli apparve in sogno un angelo del Signore… Il sogno è per la Bibbia un luogo privilegiato dell’incontro con Dio, perché indica lo spazio dell’interiorità lo spazio dove le nostre difese sono più abbassate. Il sogno è paradossalmente il luogo in cui riusciamo essere più veri, perché non ci perdiamo nella superficialità dell’apparenza del quotidiano. Il sogno di Giuseppe rappresenta un passaggio dalle sue giustificate preoccupazioni al coraggio della decisione, si tratta di un passaggio dalle tenebre del dubbio alla luce del discernimento. Attraverso il sogno, Giuseppe entra in dialogo con una promessa che va al di la della sua vita: riconosce che le sue scelte non sono solo sue ma ricadono sugli altri. Nella sua decisione non può tener presente solo la sua dignità, la sua buona fama, ma deve tener conto della vita degli altri[2].
Secondo il Vangelo di Luca l’Annunciazione è fatta a Maria, secondo il Vangelo di Matteo Dio parla a Giuseppe. Giuseppe, l’uomo dei sogni, nei Vangeli non parla mai, ma sa ascoltare la Parola che lo abita, il sogno. Le due annunciazioni hanno luogo nelle case. Dio, ancora, sembra preferire la casa al tempio. Forse vorrà dirci che in ogni giorno di vita ci può essere offerta un’annunciazione quotidiana? L’annunciazione a Giuseppe è meno conosciuta dell’annunciazione a Maria. Anche la tradizione iconografica è assai scarna. Non c’è dialogo, non ci sono domande esplicite come quella di Maria né come quella di Acaz, ma la scena non manca di drammaticità.
Giuseppe, figlio di Davide… Lo scopo è quello di garantire a Gesù la discendenza davidica secondo le profezie antiche. Quasi a dire che Gesù non “scende dalle stelle” (come recita un canto tradizionale), ma è entrato pienamente nella nostra storia, nella nostra umanità, con tutto ciò che questo comporta. Gesù è figlio di una storia imperfetta. Normalmente nella Bibbia le genealogie venivano segnate attraverso la successione dei padri, eppure Matteo (1,1-16) non esita a interrompere questa successione tutta al maschile, inserendo quattro nomi di donne straniere (Tamara, Racab, Ruth e la moglie di Uria), donne dalla vita complessa, protagoniste e vittime di prevaricazioni e abusi. Gesù è dunque colui che compie le attese di questa umanità imperfetta[3].
E lo chiameranno Jeshuah…Ma in questa lunga storia di patriarchi e matriarche c’è una frattura, una sincope: di solito era il padre a dare il nome al figlio; qui invece Giuseppe viene espropriato dal suo potere e gli viene consegnato un Nome già confezionato: “a lui sarà dato il nome di Emmanuele”.
poiché era giusto… L’uomo “giusto” cammina a zig zag tra i sogni e i segni di Dio. Anche Gesù viene chiamato “uomo giusto” dalle labbra di un suo carnefice: «Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”» ( Lc 23,47).
fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…. A volte vorremmo continuare a sognare per sempre: un po’ per il semplice gusto di sognare, un po’ perché così possiamo allontanare il momento della decisione. Una vita senza sogni sarebbe arida, è vero, ma spesso rischiamo di rimanere intrappolati nei nostri sogni, rischiamo di non decidere mai. Questo testo di Matteo descrive invece la dinamica della vita dell’uomo giusto, che si lascia incontrare da Dio nel profondo, si mette in ascolto, ma poi decide, senza esitare, e passa all’azione[4]. Questo suo obbedire senza far domande è un ritornello nel racconto di Matteo: quando si tratta di fuggire in Egitto, di tornare in Palestina, di stabilirsi a Nazaret di Galilea invece che in Giudea, di inseguire con Maria quel figlio dodicenne che avevano smarrito nel tempio.

Il Segno.
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio…
Nelle due annunciazioni c’è, forse, anche un annuncio per i dubbiosi, per gli angosciati della giusta scelta. Un’alba che, aprendosi sul “non temere” dei messaggeri, ci libera dall’angoscia del fare o non fare la cosa giusta, e ci autorizza a rischiare, a sbagliare forse, a generare.
Il termine “segno”, nella tradizione veterotestamentaria, è una azione con cui Dio attesta la sua presenza nella storia di Israele e della salvezza. Chiedere un segno ad un inviato è chiedergli le credenziali della sua missione, una dimostrazione spettacolare o una certificazione. Oggi diremmo “un miracolo”, una “evidenza” inconfutabile che accorci la fatica dell’andarci in fondo ed elimini la quota percentuale di “fede/fiducia”. Sono circondato da segni che non corrispondono all’idea di Dio che ho dentro. Mi viene utile un collegamento con altri segni “deboli”. Segni che esistono, ma non hanno la carica dirompente del segno inequivocabile:

  1. Nel sepolcro: «Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende» (Luca 24, 12).
  2. A Betlemme: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc. 2, 12).
  3. I due discepoli di Emmaus scoprono segni dentro di loro: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Luca 24, 32).

Anch’io sono alla ricerca di segni dopo il mio risveglio dai sogni, ma resto ancora così cieco e perplesso. Faccio delle ipotesi:

  1. Posso pensare che non c’è fine alla malizia umana e nulla serve per chi non vuol vedere. Nella parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, il ricco invoca l’apparizione di Abramo ai suoi cinque fratelli per la loro conversione. L’insegnamento finale della parabola fa per noi: «Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi». (Luca 16, 31).
  2. Io chiedo segni “dal cielo” e la Parola mi mostra segni “dalla terra”. Guardo in alto e la Parola mi spinge a guardare in basso. Provo a pensare a tutte le rivelazioni che Gesù ha dato: «Il Regno di Dio è simile a…». Seme nella terra, lievito nella pasta, tesoro nascosto nel campo, mercante che cerca una perla preziosa, rete gettata nel mare (“nel male”), un cammello che passa nella cruna di un ago, pubblicani e prostitute che passano avanti, un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio, dieci ragazze che escono incontro allo sposo, una donna mette al mondo un figlio, un bambino nasce in condizioni poco invidiabili…Dio nell’apparente banalità del quotidiano.

Gesù, insomma, non rispetta i tratti essenziali delle mie teologie, delle mie aspettative, delle mie catalogazioni.
Luigino Bruni in un editoriale di Avvenire[5] (11 maggio 2014) scriveva: «Le vocazioni esistono, anche nel nostro mondo post-moderno e disincantato che sembra non saper più sognare e ascoltare le voci profonde della vita. Possiamo avere idee diverse su Chi o che cosa sia la voce che chiama, ma è un dato d’esperienza che le vocazioni riempiono la terra, la fanno vivere e rinascere ogni giorno. Non potremmo spiegare (o lo spiegheremmo poco e male) l’esistenza di artisti, scienziati, poeti, missionari, ma anche la presenza di molti imprenditori sociali e civili, senza prendere in considerazione la categoria di vocazione.  E non conosceremmo dimensioni essenziali della vita (tra cui la gratuità) se non ci fossero sulla terra persone ‘mosse da dentro’, che non camminano dietro a incentivi ma seguono una voce.  Puoi diventare qualcosa che non sei ancora, e che è la parte migliore di te. Ogni persona ha una vocazione, una via alla propria eccellenza e al bene comune, un ‘non ancora’ che aspetta di diventare ‘già’; ma non tutte le vocazioni fioriscono, perché senza l’incontro con persone e luoghi di gratuità queste voci non si sentono, restano soffocate dai rumori del quotidiano, un rumore che è troppo forte nella nostra civiltà. Tutte le volte che una persona scopre, segue, e poi custodisce una vocazione, lì accade sempre un incontro tra passato, presente e futuro, tra cielo e terra, che cambia e migliora il mondo per sempre».


[1] Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
[2] Gaetano Piccolo, Leggersi dentro con il Vangelo di Matteo, Paoline, 2018, pag 19.
[3] Gaetano Piccolo, idem, pag 18.
[4] Gaetano Piccolo, idem, pag 18-19
[5] La porta del cielo è una voce




CENSIS.
Rapporto 2019 sulla situazione sociale italiana

«La società italiana al 2019» nel 53° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese

Roma, 6 dicembre 2019 –

Il furore di vivere degli italiani ha vinto su tutto. Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista. Gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali. Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi. Hanno cercato di porre una diga per arrestare la frana verso il basso. La loro reazione vitale ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali, a dispetto di proclami pubblici e decreti. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare. Lo stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno 2019 il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri.

Il suicidio in diretta della politica italiana e le pulsioni antidemocratiche. L’altro prezzo da pagare sono le crescenti pulsioni antidemocratiche. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Più occupati, meno lavoro: il bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita. Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%. La tendenza è continuata anche quest’anno: +0,5% nei primi sei mesi del 2019. Il riassorbimento dell’impatto della lunga recessione nasconde però alcune criticità. Il bilancio dell’occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Nel periodo 2007-2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Ancora più critico è il dato del part time involontario, che riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007. Così oggi le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno. I lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sono 2.941.000: un terzo ha meno di 30 anni (un milione di lavoratori) e la concentrazione maggiore riguarda gli operai (il 79% del totale).  Le cronache della politica nazionale registrano l’interesse del 42% della popolazione e superano le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). E’ in continua espansione l’area del non voto (astenuti, schede bianche e nulle): il 9,6% degli aventi diritto nel 1958, l’11,3% nel 1968, il 13,4% nel 1979, il 18% nel 1992, il 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018.
Il lavoro e la disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), il doppio rispetto alla preoccupazione sull’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Demografia e sistema di welfare. Rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori demografici. Dal 2015 ‒ anno di inizio della flessione demografica ‒ si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 i nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017. Nel 2018 anche i figli nati da genitori stranieri sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. La caduta delle nascite si coniuga con l’invecchiamento demografico. Nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni (il 56,3% della popolazione complessiva) e gli over 64 erano 4,5 milioni (il 9,1%). Sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.
Le dinamiche demografiche incidono pesantemente sugli equilibri del sistema di welfare. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Nonostante i miglioramenti complessivi dei livelli di salute della popolazione, l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due.

I soggetti più vulnerabili nelle maglie larghe del sistema formativo. Pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti: sono queste le criticità del sistema educativo italiano. Il 52,1% dei 60-64enni si è fermato alla licenza media (a fronte del 31,6% medio nell’Unione europea). Ma anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore (contro il 16,3% medio della Ue). Il 14,5% dei 18-24enni (quasi 600.000 persone) non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi. Nel 2018 ha partecipato ad attività di apprendimento permanente solo l’8,1% della popolazione 25-64enne (appena il 2% di chi possiede al massimo la licenza media).

Il calvario quotidiano di cittadini e imprese: i fattori di pressione sul ceto medio produttivo. Della Pubblica Amministrazione si fida solo il 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) peggio di noi solo Grecia e Croazia. Erano 3.443.105 i procedimenti civili pendenti nel 2018. Alla fine del 2018 si quantificano in 26,9 miliardi di euro i debiti commerciali residui delle amministrazioni pubbliche fatturati nell’anno, scaduti e non pagati. Per il 60% dei commercialisti le loro aziende-clienti subiscono ritardi nella riscossione di crediti dalla Pa.

I grumi di nuovo sviluppo: le aggregazioni per stili di vita che fanno identità. Sempre più spesso la costruzione di relazioni significative avviene nella vita quotidiana. Gli italiani dispongono mediamente di 4 ore e 54 minuti al giorno di tempo libero (il 20,4% delle giornate feriali). Nel 2018 la spesa delle famiglie per attività ricreative e culturali è stata pari a 71,5 miliardi di euro (il 6,7% della spesa complessiva). Gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni.

Il recupero di aspettative nell’Europa. Gli italiani si dichiarano in maggioranza contrari a fare un passo indietro su tre questioni che avrebbero un impatto decisivo sulla nostra presenza in Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%). Oggi l’Italia gioca in Europa il proprio destino economico, esportando nei Paesi della Ue quasi 91 milioni di tonnellate di merci l’anno (il 60,9% dei quantitativi complessivamente venduti all’estero), per un controvalore di 260 miliardi di euro, cioè il 56,3% del valore totale delle merci esportate. Accanto all’Europa delle imprese c’è l’Europa della gente. Gli italiani che risiedono negli altri 27 Paesi della Ue sono 2.107.359 (e i cittadini della Ue che vivono in Italia sono 1.583.169): sono aumentati del 12,2% negli ultimi tre anni e rappresentano il 41,2% degli oltre 5 milioni di italiani che vivono all’estero.




1 gennaio 2020. 53a Giornata mondiale per la pace
Messaggio di Papa Francesco

MESSAGGIO di Papa Francesco per la celebrazione della 53a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2020

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA: DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

  1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove

La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino». In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili. La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà, compresa quella religiosa, la solidarietà comunitaria, la speranza nel futuro. Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari. Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana. La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo. Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani». Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria. Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri. Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente? Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.

  1. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità

Gli Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sono tra quelli che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno». Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace. Ancor più, la memoria è l’orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità. Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità. Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. La pace è «un edificio da costruirsi continuamente», un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. Nell’ascolto reciproco possono crescere anche la conoscenza e la stima dell’altro, fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello. Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. In uno Stato di diritto, la democrazia può essere un paradigma significativo di questo processo, se è basata sulla giustizia e sull’impegno a salvaguardare i diritti di ciascuno, specie se debole o emarginato, nella continua ricerca della verità.[6] Si tratta di una costruzione sociale e di un’elaborazione in divenire, in cui ciascuno porta responsabilmente il proprio contributo, a tutti i livelli della collettività locale, nazionale e mondiale. Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: il riconoscimento dei doveri nei confronti degli altri. Il significato e la pratica del dovere sono condizionati dal dominio di sé, come pure l’accettazione delle responsabilità e dei limiti posti all’esercizio della libertà dell’individuo o del gruppo». Al contrario, la frattura tra i membri di una società, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il rifiuto di usare gli strumenti per uno sviluppo umano integrale mettono in pericolo il perseguimento del bene comune. Invece il lavoro paziente basato sulla forza della parola e della verità può risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa. Nella nostra esperienza cristiana, noi facciamo costantemente memoria di Cristo, che ha donato la sua vita per la nostra riconciliazione (cfr Rm 5,6-11). La Chiesa partecipa pienamente alla ricerca di un ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione.

  1. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna

La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza. Ci guida il brano del Vangelo che riporta il seguente colloquio tra Pietro e Gesù: «“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22). Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace. Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. Come scriveva Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Lettera Enciclica Caritas in veritate: «La vittoria del sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione» (n. 39).

  1. La pace, cammino di conversione ecologica

«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica. Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze. Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice. Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana. La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».

  1. Si ottiene tanto quanto si spera

Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera. Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile. La paura è spesso fonte di conflitto. È importante, quindi, andare oltre i nostri timori umani, riconoscendoci figli bisognosi, davanti a Colui che ci ama e ci attende, come il Padre del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-24). La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste. Per i discepoli di Cristo, questo cammino è sostenuto anche dal sacramento della Riconciliazione, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato. La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto. Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo. E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2019




Avvento 3a domenica. IL VERO MIRACOLO.UN PICCOLO SEME
P.Ermes Ronchi

Il vero miracolo, un piccolo seme
di Ermes Ronchi (Avvenire 09/12/2010)
III Domenica di Avvento Anno A

«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Grande domanda che permane intatta: perseveriamo dietro il Vangelo o cerchiamo altrove? Giovanni è colto dal dubbio, eppure Gesù non perde niente della stima immensa che nutre per lui: «È il più grande!» I dubbi non diminuiscono la statura di questo gigante dello spirito. Ed è di conforto per tutti i nostri dubbi: io dubito, e Dio continua a volermi bene. Io dubito, e la fiducia di Dio resta intatta.
«Sei tu?». Gesù non risponde con argomentazioni, ma con un elenco di fatti: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, guariscono, si rimettono in cammino hanno una seconda opportunità, la loro vita cambia. Dove il Signore tocca, porta vita, guarisce, fa fiorire. La risposta ai nostri dubbi è semplicemente questa: se l’incontro con Lui ha prodotto in me frutti buoni (gioia, coraggio, fiducia nella vita, apertura agli altri, speranza, altruismo). Se invece non sono cambiato, se sono sempre quello di prima, vuol dire che sto sbagliando qualcosa nel mio rapporto con il Signore. I fatti che Gesù elenca non hanno trasformato il mondo, eppure quei piccoli segni sono sufficienti perché noi non consideriamo più il mondo come un malato inguaribile. Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della storia con i miracoli. Ha promesso qualcosa di più forte ancora: il miracolo del seme, la laboriosa costanza del seme. Con Cristo è già iniziato, ma come seme che diventerà albero, un tutt’altro modo di essere uomini. Un seme di fuoco è sceso dentro di noi e non si spegne. Sta a noi ora moltiplicare quei segni (voi farete segni ancora più grandi dei miei), mettendo tempo e cuore nell’aiutare chi soffre, nel curare ogni germoglio che spunta, come il contadino: Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra (Giacomo, II lettura). La fede è fatta di due cose: occhi che sanno vedere oltre l’inverno del presente, e la speranza laboriosa del contadino. Fino a che c’è fatica c’è speranza. Beato chi non trova in me motivo di scandalo. Gesù portava scandalo e lo porta oggi, a meno che non ci facciamo un Cristo a nostra misura e addomestichiamo il suo messaggio: non stava con la maggioranza, ha cambiato il volto di Dio e le regole del potere, ha messo la persona prima della legge e il prossimo al mio pari. E tutto con i mezzi poveri, e il più scandalosamente povero è stata la croce. Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici, di fronte a tutti i mali del mondo. Beato chi lo sente come piccolo e fortissimo seme di luce, goccia di fuoco che vive e geme nel cuore dell’uomo. Unico miracolo di cui abbiamo bisogno. (Letture: Isaia 35,1-6a.8a.10; Salmo 145; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11)




Domenica 3a di avvento. 15 dic 2019
SPERANZA IN AGONIA? D.Augusto Fontana

Lo scrittore teologo Sergio Quinzio, nel saggio Mysterium iniquitatis, immaginava che nell’anno 2000 l’ultimo Papa scrivesse la sua ultima Enciclica “Mysterium iniquitatis” definendo come dogma infallibile il “fallimento del cristianesimo nella storia del mondo”. Dopo la firma dell’Enciclica, il Papa Pietro II° sale all’interno della cupola della basilica di S. Pietro e si suicida lasciandosi cadere “sul luogo dei falsi trionfi”. Anche Giovanni il Battezzatore nutre dubbi sul messianismo realizzato di Gesù. I discepoli di Gesù patiscono scandalo dall’evidente fallimento. Noi non siamo in condizioni migliori di loro  perchè vediamo che la terra non fiorisce di bellezza e non si vede nessun sentiero santo su cui camminano i riscattati dal Signore.

Preghiamo.
Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa’ che, perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 35,1-6.8.10
Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.
Salmo 146 (145) Vieni, Signore, a salvarci.
Protagonista                azione                                  uomini della soglia
Il Signore                      creatore                                          

Il Signore                      fedele alle promesse
Il Signore                      rende giustizia                        agli oppressi
Il Signore                      dona il pane                          agli affamati
Il Signore                      libera                                    i prigionieri
Il Signore                      ridona la vista                        ai ciechi
Il Signore                      rialza                                    chi è caduto
Il Signore                      ama                                     i giusti
Il Signore                      protegge                               lo straniero
Il Signore                      sostiene                                orfano e vedova
Il Signore                      sbarra la via                         agli oppressori
Il Signore                      regna per sempre           
                

Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,7-10
Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

Dal Vangelo secondo Matteo 11,2-11
Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

SPERANZA IN AGONIA? D. Augusto Fontana
Esperti in delusioni.
Lo scrittore teologo Sergio Quinzio, nel saggio Mysterium iniquitatis[1], immaginava che nell’anno 2000 l’ultimo Papa scrivesse la sua ultima Enciclica “Mysterium iniquitatis” definendo come dogma infallibile il “fallimento del cristianesimo nella storia del mondo”. Dopo la firma dell’Enciclica, il Papa Pietro II° sale all’interno della cupola della basilica di S. Pietro e si suicida lasciandosi cadere “sul luogo dei falsi trionfi”. Anche Giovanni il Battezzatore nutre dubbi sul messianismo realizzato di Gesù. I discepoli di Gesù patiscono scandalo dall’evidente fallimento. Noi non siamo in condizioni migliori di loro perchè “vediamo che la terra non fiorisce di bellezza e non si vede nessun sentiero santo su cui camminano i riscattati dal Signore. Allora ci dobbiamo domandare: qual è la ragione di questo scandalo? In che senso la promessa del Signore non è scaduta e può essere ancora annunciata senza che la smentita dei fatti renda mute le nostre labbra? Molte volte le speranze che incontriamo ci sembrano un prodotto dell’illusione e della volontà di autoconsolazione. Forse, per essere cristiani dobbiamo barare sulla realtà e far finta che le cose non vadano come stanno andando? Molte volte è così. Io penso che il primo nostro dovere sia quello di non mentire di fronte ai fatti. E’ una condizione di maturazione della nostra fede. Dobbiamo affrontare lo scandalo di una promessa di Dio continuamente narrata nelle nostre assemblee e di fatto smentita tutti i giorni. La nostra speranza non si deve basare sulle conferme o meno dei fatti, perchè si basa sulla fede in Dio. E’ solo questa speranza che è legittimamente immune dalla smentita dei fatti. La speranza è più forte dei fatti. Non li salta, non li aggira; li attraversa e li contesta. Se io spero e credo che il Regno di Dio viene, non lo credo per un esame della storia. Nell’altra faccia della realtà, la fede contempla il Dio che si è impegnato. Se io credo che il mondo sarà cambiato non è per i segni che riesco a discernere dentro il groviglio dei fatti, ma perchè c’è la promessa di Dio che è la ragione ultima del mio sperare. Per questo, la speranza che si appoggia sulla fede si manifesta come invincibile pazienza. Pazienza non in senso passivo, ma come perseverante volontà di affrontare i fatti, di vederli nella trasparenza della promessa, di far germogliare ciò che in essi c’è di positivo e di combattere ciò che c’è di negativo. La pazienza si paga. Innanzitutto mettendosi dalla parte dei deboli, coloro che hanno diritto di sperare.”[2]

Coraggio, ecco il vostro Dio (Profeta Isaia)
Il brano appartiene alla “piccola Apocalisse” del Libro di Isaia e non è opera di Isaia perchè il contesto storico da cui ha origine è il periodo dei primi anni dopo l’esilio a Babilonia. In quegli anni lo Stato di Israele, già diviso in due regni, era aggredito dagli Idumei (Edom). In questo periodo di difficoltà e oppressione, i capitoli 34-35 annunciano la fine delle aggressioni di Edom e un periodo di tranquillità religiosa e sociale.
Vv.1-2: terra e deserto tra gioia, canti e fiori. E Dio che vi passeggia dentro. Qualcuno sorride davanti a questa illusa promessa paradisiaca da “paese della cuccagna”. Altri spiritualizzano il deserto identificandolo con l’anima. Innanzitutto occorre accettare questo “materialismo biblico della speranza” che non trascura le esigenze della convivenza terrena. Il cap. 8 del Deuteronomio può servire per capire questa pagina: “Il Signore nel deserto ti ha fatto provare fame per farti capire che l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio. Il tuo vestito non si è logorato e il tuo piede non si è gonfiato durante i quarant’anni nel deserto. Ora il Signore sta per farti entrare in un paese pieno di sorgenti e di raccolti dove non ti mancherà nulla. Ma tu quando avrai mangiato e avrai costruito belle case e abbonderai di denaro e di cose, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio”.
Vv.3-4: incoraggiamento ai poveri rimasti delusi di Dio. In Isaia 40,27-31 si dice: < Perché dite: ” Il nostro diritto è trascurato dal nostro Dio”? La sua sapienza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani si stancano e gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi>.

Le pozzanghere dove si riflette Dio (Salmo 146).
Questo Salmo è il primo del gruppo denominato dagli ebrei Hallel(lode). Si cuce bene addosso alla proclamazione di Isaia e alle parole di Gesù nel Vangelo di oggi. Più che una preghiera di invocazione, il Salmo è una proclamazione di fede o, meglio, una descrizione di ciò che è in atto. Anche Gesù nel Vangelo dirà:<Andate a riferire ciò che udite e vedete>.
Forse il compositore del Salmo non è solo uno spettatore/notaio che registra eventi accaduti ad altri, ma è lui stesso un cliente di Dio che ha sperimentato la Sua capacità trasformante, dopo aver fatto il lacchè e il galoppino di qualche politico che conta.  Il salmista compone dodici giaculatorie, dodici articoli di un Credo, eventi visti e sperimentati. Una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele….. Poi un elenco di soggetti in fila davanti alla soglia del tempio dove Dio distribuisce le sue speranze a chi le attende. Infine un elenco della attività di Dio, da disturbare i sonni di ogni benpensante religioso o della nostra fede borghese e assenteista .

Dopo aver seminato, siate pazienti. (Lettera di Giacomo cap.5)
v.7:Dunque. Il brano liturgico inizia con una conclusione: dunque…. Cosa aveva scritto Giacomo, prima di queste righe, per dover tirare queste conclusioni? La comunità di Giacomo era convinta che il ritorno del Signore fosse imminente, ma ciò non le impediva di inquinare la vita quotidiana con una serie di infedeltà che provocano Giacomo ad offrire consigli morali, al termine dei quali si pone questo cap. 5.
v.7-9:Venuta del Signore. Una buona vita evangelica quotidiana costituisce una strategia dell’attesa del Signore in atteggiamento di pazienza attiva. Noi, che viviamo con gli occhi fissi ai sassi del sentiero, abbiamo bisogno di riproporci un test: io Chi aspetto?
La Pazienza. La pazienza evangelica non è una virtù primariamente psicologica, ma teologica, cioè motivata dalle tradizionali rassicurazioni della fede: <Spera nel Signore e segui la sua via; ti esalterà, tu possederai la terra e vedrai il fallimento dell’empio>(Salmo 37,34); <Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore>(Salmo 27); <In Te mi sono rifugiato, mai sarò deluso…Siate forti, riprendete coraggio o voi tutti che sperate nel Signore> (Salmo 31). La pazienza evangelica non è una virtù passiva, in quanto l’agricoltore attende ma dopo aver seminato.
Visto che in questo mese ricorre il 54° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II° (8 dicembre 1965), possiamo rileggere alcune righe del Lumen gentium(36/379):< I fedeli devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda in una vita più santa anche con le opere terrene così che il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere questo dovere, i laici hanno il posto di primo piano. Così Cristo, per mezzo dei membri della sua Chiesa, illuminerà sempre di più con la sua luce salvifica l’intera società umana>.
Beato chi non si scandalizza di me (Vangelo di Matteo)
Con i cap. 11-12 assistiamo ad una svolta nel Vangelo di Matteo. Nei primi 10 capitoli, l’avvicinarsi del Regno in Gesù sembrava non incontrare ostacoli. L’opposizione non è assente, ma Gesù ne salta sempre fuori vincente. Dopo questi due capitoli, il Vangelo sarà presentato come la storia di un rifiuto. Solo i piccoli e i semplici non verranno scandalizzati dal mistero. Il brano di oggi è composto di 2 parti: il racconto dell’ambasciata dei discepoli di Giovanni e l’elogio di Giovanni (e di chiunque è come lui) da parte di Gesù.
Colui che deve venire. E’ un titolo messianico molto conosciuto tra i profeti e il popolo. E’ uno dei nomi di Dio: il Veniente. Chi è il cristiano se non colui che con le lampade accese aspetta lo sposo veniente? E se tarda, lo aspetta perchè Egli deve venire.
Ciò che udite e vedete. E’ strano come Matteo usi anche il verbo “udire” riferendosi ai SEGNI. Di solito i segni devono solo essere visti. Invece occorre anche udire i segni.
Beato chi non si scandalizza. Il termine greco skandalon si usava per indicare la trappola per catturare gli animali, oppure una trave o sasso contro cui si inciampa. Questa ulteriore Beatitudine di Matteo definisce che entrerà nel Regno chi rispetta Dio come Dio senza addomesticarlo e chi accetta che la sua trascendenza si riveli non nel fondamentalismo da talebani, ma nella debolezza della misericordia. Ma c’è una sottile precisazione da fare: qualche volta Dio si rivela Dio proprio quando ci scandalizza. Il Natale banalizzato, mieloso, ripetitivo come una cantilena, colmo di ovvietà religiose superficiali e di saturazione sociologica non ci scandalizza più.

Ho chiesto al Signore:<Aumenta la mia fede!>. E Lui mi ha risposto:<Non posso, figliolo! Non posso proprio, visto chi frequenti, dove vivi, come ti vesti>. Da quel giorno mi sono scandalizzato di Lui. E sono rimasto senza beatitudine. Ma mi sono tenuto il mio Natale; un giocattolo banale da non barattare con nessun Dio serio.


[1] S. Quinzio Mysterium iniquitatis, Adelphi edizioni 1995, pag. 86.
[2] E. Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla 1980, pag.30-34




Domenica 2a di Avvento. 8 dicembre 2019
UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. Don A. Fontana

2 domenica avvento A 2019

Preghiamo. Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra. Per Cristo nostro Signore.Amen 

Dal libro del profeta Isaìa 11,1-10
In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme . Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante giocherà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.

Salmo 72 Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;

egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Il suo nome duri in eterno, davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 15,4-9
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: “Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”.

Dal vangelo secondo Matteo 3,1-12
In quei giorni, arriva Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea, dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. E lui, Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: perciò ogni albero che dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano il ventilabro e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. 

UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. Don Augusto Fontana

Scenografia di un presepio.
Se dovessi costruire un presepio, le letture bibliche di questa domenica mi potrebbero ispirare gli scenari simbolici: Un tronco secco da cui spunta un germoglio fresco; un alito di vento che insemina polline; un ciclone che sradica; prati e città abitati da viventi in pace (ISAIA). Un leader che agglutina popoli e individui distribuendo pace e giustizia ai più deboli, fino ai confini della terra e fin che dureranno sole e luna (SALMO). Un deserto attraversato da un sentierino che lo collega con la città; un fiume da attraversare; un eremita forte e debole come una voce che parla a una congrega di vipere; un agricoltore che raccoglie frutti buoni da alcuni alberi e taglia alla radice gli alberi infruttuosi; un’aia con sacchi di grano buono e un fuoco che brucia paglia (MATTEO).
Scenografia di una vita.
Ora si tratta di dare spessore esistenziale ai simboli. (Per compiere questo sforzo ti dovrai concedere un po’ di silenzio ed una breve pausa) Ogni Avvento non è mai uguale a quello precedente. Le situazioni storiche collettive e individuali cambiano. Ricostruisci tutta la scenografia dei testi biblici di oggi sostituendo ai simboli una situazione concreta personale e collettiva: qual è il mio tronco arido su cui invoco l’innesto del Germoglio? Quale situazione di vita familiare o lavorativa attende l’alito dello Spirito con i suoi doni? E dove temo o desidero il ciclone, la scure o il fuoco? Quale mutamento genetico mi ha trasferito dalla razza dei discepoli di Gesù alla razza delle vipere? Quali i degni frutti di conversione da fare? A quali ambienti e città nuove sto partecipando per celebrare l’Incarnazione edizione 2019? Io sono tra gli sbandati senza leader o sono tra i sedotti dal carisma di Gesù? Insomma: cosa attendo[1], chi aspetto, cosa spero appassionatamente?

Un germoglio, un respiro, una pace.
 Il contesto storico di questo capitolo 11 di Isaia si riferisce allo scontro tra il profeta e il re Acaz che, come il suo predecessore Ezechiah, era un re che aveva deluso le attese dei fedeli di JHWH Dio. Il popolo sperava che la sua fedeltà alla Alleanza con JHWH avrebbe portato un periodo di pace e benessere. Invece i due re avevano tradito queste attese. Isaia è convinto che Dio interromperà la monarchia, come un boscaiolo che taglia a pelo di terra il tronco di un albero che non dà frutto; tuttavia, il boscaiolo JHWH non sradica l’albero perchè Dio non castiga, ma purifica: innesterà un germoglio, cioè una realtà umile e debole che farà crescere un Movimento di uomini capaci di creare ciò che la monarchia non aveva creato.
All’epoca di Isaia le Campagne militari degli Assiri contro Israele si succedevano senza tregua, seminando morte, distruzione e deportazioni. Oltre alla guerra, si aggiungeva la decadenza morale e l’ingiustizia sociale anche fra la gente: latifondisti privi di scrupolo, consumatori spendaccioni, usurai, giudici corrotti, benestanti privi di solidarietà. Isaia, dopo aver denunciato queste categorie popolari passa a prospettive positive. Annuncia la venuta di Un Consacrato, che, insieme con un piccolo Resto di discepoli, cambierà lo stato delle cose.
Analisi del Testo.

1 Il superbo albero genealogico del re, sarà tagliato a pelo di terra, ma resterà la radice. Dio stesso farà il nuovo innesto. Jesse: chi era costui? Nel Libro di Rut (4,22) sta scritto < Obed generò Iesse, Iesse generò Davide>. Giuseppe, padre di Gesù, <era della tribù di Davide>. Ecco dunque ricostruito il tronco, le sue radici e il nuovo innesto, Gesù.
2 Su di lui si poserà lo Spirito del Signore. Lo Spirito (in eb. Ruàh; in gr. Pnèuma) è “forza creatrice e riformatrice”. I doni e gli effetti dello Spirito vengono enumerati con 3 coppie di termini:

    • Sapienza/intelligenza. La Sapienza è la facoltà di agire in modo adeguato alle circostanze; è vivere la vita con senso, gusto e significato. L’Intelligenza è la capacità di leggere in profondità gli eventi e le persone (dal latino intus-legere). Chi possiede questi doni vede la vita alla luce della volontà di Dio e sa riconoscere che c’è uno stretto rapporto tra mondo, uomo e Dio.
    • Coraggio/costanza. Lo Spirito di Consiglio dà la consolazione e il coraggio della difesa in occasione della testimonianza della fede davanti al mondo, soprattutto quando gli altri ti processano. E’ lo spirito della perseverante costanza.
    • Conoscenza e timore del Signore. Nella Bibbia la “conoscenza del Signore” non riguarda l’intelletto, ma significa ” accettare di professare la fede in Dio con le azioni e non a parole, preoccupandosi di JHWH e della Sua volontà”. Anche il “timor di Dio” non significa paura dei castighi di Dio, ma un “retto rapporto tra Dio e uomo, una fiducia incrollabile in Lui, una obbedienza docile e l’umile rinuncia a voler fare violenza su di Lui per forzarlo a fare la nostra volontà”.

3-5 Vi si descrive la funzionalità di questi doni che permettono al Germoglio/Messia di svolgere bene 3 servizi: capacità di vedere le cose come veramente sono dentro; aiuto ai poveri ottenendo giustizia senza lasciarsi corrompere; denunciare i violenti e gli idolatri.
6-10 Estrema conseguenza di questi servizi sarà una società fraterna e comunitaria percorsa dalla Pace di Dio (Shalòm come benessere completo psicofisico, individuale-collettivo). La Pace avrà 3 livelli:

  • armonia tra uomo e animali (A quei tempi era grave la situazione delle bestie selvatiche che attaccavano i greggi mentre i genitori temevano per i loro figli esposti a numerosi serpenti velenosi).
  • Pace tra Dio e uomo: il paese sarà pieno della saggezza di Dio e tutti metteranno in pratica il suo progetto
  • Dalla pace con Dio nascerà la pace fra gli uomini. Cesserà anche fra gli uomini, la lotta per la sopravvivenza dove il più forte vive della morte del più debole.

Un Dio paziente, ma un tantino deciso.(Matteo 3,1-12)
+ In quei giorni arriva Giovanni il Battezzatore. L’espressione “in quei giorni” è cronologicamente generica in Matteo, ma ribadisce ugualmente che l’annuncio di Gesù non è una questione astratta o ideologica, ma un racconto concernente dei fatti circostanziati in un’epoca. Con il personaggio di Giovanni, la Storia Sacra rompe gli argini e allaga “quei giorni“. Quando si parla di Storia Sacra non deve venire in mente solo il periodo di Mosè o Davide; oggi siamo in tempo di Storia Sacra. Il verbo arrivare è al tempo presente. Per la grammatica italiana l’espressione è intraducibile ed insostenibile, ma nel linguaggio biblico l’uso del cosi detto “Presente-narrativo” è frequente: <In quei giorni accade, arriva, avviene…>. Insisto su questo dato perchè quei giorni, quegli eventi e quelle parole accadono adesso, mentre leggi questa scheda e mentre celebri questo Avvento.
+ Convertitevi. Non si tratta di un generico invito morale. Ci potrebbe essere un “cambiamento di mentalità” anche nel non-credente. Invece, il termine ebraico (sub) significa un ritorno ai patti di fidanzamento fatti con Dio; non è un rimorso o un ritorno a se stessi, ma un guardare negli occhi il proprio sposo (Dio) e lasciarsi convincere da quello sguardo dolce e insostenibile, che è meglio e urgente tornare ad amarsi col cuore e con i fatti. Matteo parla di frutto di conversione, al singolare, mentre Luca riferisce al plurale (frutti=buone opere). La differenza sta nel fatto che per Matteo la conversione è una modifica del motore e non delle gomme, della direzione e non dei percorsi alternativi. Tuttavia anche Matteo usa i verbi fare, produrre, fruttificare per indicare che comunque la conversione non è solo un sentimento interiore che non ha riscontri nelle scelte quotidiane.
+ Razza di vipere. La vipera rappresenta tutto ciò che avvelena e diffonde morte. La nostra esperienza ci dice che certe persone hanno la caratteristica di essere mortifere con il loro pessimismo o avvelenanti con la loro pigrizia soporifera o velenose con la loro intolleranza, come pure certe forme di religiosità sono mortifere perchè inumane. Ai tempi di Gesù esistevano Sètte o Correnti religiose e politiche alla ricerca di una via d’uscita dal potere romano e dal paganesimo dilagante:

  • farisei (“i separati, i santi”): la salvezza sta nella circoncisione e nella tradizione.
  • sadducei, pragmatici e benestanti: la salvezza sta nel collaborare col potere.
  • zeloti, estremisti, fanatici: la salvezza è nella guerra santa e nello Stato teocratico.
  • esseni, monaci comunitari nel deserto: la salvezza è nel non sporcarsi col quotidiano della città.

Quali scelte di vita hanno portato un mutamento genetico tale da trasferirci dalla razza di discepoli di Gesù a quella mortifera, soporifera o avvelenante dei gruppi in circolazione oggi? E quale condizione ci classifica tra la paglia secca anziché tra il grano da mangiare e da seminare? E quale immobilismo ci trasforma in tronchi inariditi che sfidano la pazienza del Boscaiolo?

+ Il Regno dei cieli(di Dio) incombe, è qui vicino a te. Il Regno di Dio indica l’utopia che è nel cuore umano: la totale liberazione da tutti gli elementi che alienano e inquinano.
In Gesù questa U-topia (che significa “un luogo che non c’è”) diventa Topìa ( cioè “luogo che è qui”). Occorre cessare di essere atei pratici di Dio per diventare atei degli idoli e del sistema.

Leggete le Sante scritture e accoglietevi a vicenda.(Rom. 15,4-9)
Il brano di Lettera di Paolo, propostoci oggi, può diventare un programma da Avvento.
Se non eroi, almeno diversi: a Varese nasce Andrea, senza dita nelle mani e nei piedi. I genitori disconoscono il figlio. Forse si sentono troppo deboli per raccogliere la sfida. Carlo e Mimma, due sposi quarantenni, raccolgono la sfida. Ventidue anni fa’ era nato a loro un figlio down, Paolo. Dieci anni fa’ avevano adottato Chiara, una bambina down. Ora hanno adottato anche Andrea. Dichiarano al Corriere della sera (23/11/95): <Siamo felici. Pochi genitori sono più felici di noi. Un figlio con problemi ci insegna a vivere, a cogliere i progressi che fa un piccolo uomo, giorno dopo giorno. Ci insegna a diventare dei bravi genitori>.
Dio continua ad innestare i suoi germogli, lo Spirito di sapienza e fortezza continua a impollinare le coscienze, il grano buono si ammucchia, le conversioni accadono oggi, il Regno di pace e giustizia ha già iniziato la sua avventura nelle città, i precursori di Gesù abitano le sterminate aridità di oggi. Siano rese grazie a te, Signore! E se proprio non riusciremo ad essere eroi, almeno aiutaci a venirti incontro, diversi.



[1] Sento dire che 12 milioni d’italiani sono soliti rivolgersi, almeno una volta l’anno, a maghi e/o cartomanti, dando luogo ad un giro d’affari stimato intorno a 6 miliardi d’euro.




IMMACOLATA. CHI?
d. Augusto Fontana

Oggi è festa di Gesù, santo, immacolato nella carità, figlio di Dio fin da prima della creazione del mondo. Sì, il mio occhio si ferma su Gesù, concepito uomo immacolato, figlio santo, fratello giusto. Anche oggi, nel pieno dell’Avvento, l’occhio si deve fermare sul Santo dei Santi, San Gesù di Nazareth, stella incandescente della nostra fede, prima ancora che fare l’elogio di luna Maria che vediamo brillare di luce indiretta nelle nostre notti, colpita dal sole mentre viaggia negli spazi siderali della Storia della salvezza. Per trovare la donna Maria di Nazareth occorre scavare perché è stata seppellita sotto una montagna di dogmi, leggende, visioni e devozioni.

 Dal libro della Genesi 3,9-15.20.
[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». 11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». 12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 Il Signore Dio disse alla donna : «Che hai fatto? ». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». 14 Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. 15 Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». 20  L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.

 Salmo 98/97,Rit. Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie
1Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
2Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
3Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.

4Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!

 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1,3-6.11-12
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – 12 ad essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.

Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, 26 l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia, il Signore è con/in mezzo a te». 29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e 33 regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34 Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: « Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

SCELTI IN CRISTO PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI NELLA CARITA'(Efesini 1).
Don Augusto Fontana

Oggi è festa di Gesù, santo, immacolato nella carità, figlio di Dio fin da prima della creazione del mondo. Ugo di San Vittore si esprime così: “Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (De arca Noe, 2, 8). Noi oggi, come scriveva l’evangelista Giovanni (1,14), contempliamo “la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. Noi oggi celebriamo la nostra liturgia con Gesù, uomo come noi “escluso il peccato”(Eb 4,15-16). Sì, il mio occhio si ferma su Gesù, concepito uomo immacolato, figlio santo, fratello giusto.
Quando in parrocchia moriva qualcuno, i parenti ci tenevano a incontrarmi per raccontare le virtù del defunto o defunta: “sorrideva sempre…amava i cani e la natura…gran lavoratore e mangiatore…” ecc. E poi mi chiedevano: “Lo dica questo durante la predica”. Ma io li deludevo perché nella liturgia dobbiamo soprattutto parlare di Gesù, della sua vita-morte-risurrezione in cui anche la vita del defunto riceve senso. Anche oggi, nel pieno dell’Avvento, l’occhio si deve fermare sul Santo dei Santi, San Gesù di Nazareth, stella incandescente della nostra fede, prima ancora che fare l’elogio di luna Maria che vediamo brillare di luce indiretta nelle nostre notti, colpita dal sole mentre viaggia negli spazi siderali della Storia della salvezza.

Un po’ di storia di questa festa[1].
L’8 dicembre 1854, dopo un’ampia consultazione dell’episcopato di tutto il mondo, Pio IX definiva il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria con la Bolla Ineffabilis Deus: « ….con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina la quale ritiene che la beatissima Vergine Maria, per singolare grazia e privilegio di Dio Onnipotente a lei concesso in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, sia stata preservata da ogni macchia di colpa originale fin dal primo istante della sua creazione, è stata da Dio rivelata, ed è perciò da credere fermamente».
Già nel sec. IV, Procolo (+ 305), martire napoletano, dice che la Madre di Dio doveva essere formata «da un’argilla monda» come Adamo ed Eva prima del peccato e l’espressione è citata da Pio IX nella bolla Ineffabilis Deus con cui dichiara il dogma. Nel IX secolo in Irlanda si celebra una festa della «Concezione di Maria» fissata al 2 o 3 maggio. Nel XII secolo, i monasteri benedettini di Inghilterra la celebrano l’8 dicembre. Da questo momento la sua diffusione è rapida: Normandia, Lione, Belgio, Spagna, Francia, Italia e in alcuni monasteri della Germania. San Bernardo (1091-1153), un grande devoto di Maria, contestò la legittimità della festa da poco introdotta: tutte le creature nessuna esclusa hanno bisogno della redenzione di Cristo. Anche Tommaso di Aquino (1228-1274) è sulla stessa linea. Nella sessione VI del Concilio di Trento del 1546 alcuni padri conciliari chiesero la promulgazione di una definizione dogmatica dell’immacolata concezione. Alessandro VII (1655-1667) l’8 dicembre 1661 precisava il contenuto della concezione immacolata di Maria: la preservazione dell’anima della Vergine dalla colpa originale «a causa dei meriti di Gesù Cristo suo figlio, Redentore del genere umano». Dunque questo dogma nasce dalla Rivelazione biblica implicita e interpretata; e dalla devozione popolare.

Il peccato originale[2].
Molto di questa festa lo si deve alla teologia del “peccato originale” secondo Agostino (+430) un po’ manicheo, ma solo un po’. Il teologo Pelagio (+420) affermava che ogni uomo nasceva innocente, ma con la capacità di compiere il male, grazie al dono del libero arbitrio. Agostino gli si opponeva sostenendo che il peccato dei progenitori era ereditario per tutti i secoli dei secoli. Nel 418 il concilio di Cartagine si schierò con la posizione di Agostino e condannò come eretici i pelagiani. E noi restammo inchiodati lì fino ai giorni nostri.
Il dogma dovrebbe crescere e lievitare dall’interno, come afferma il Concilio Ecumenico Vaticano II (Dei Verbum, n. 8): «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro sia con l’intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro che con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio».
Dopo il Concilio Vaticano II° molti teologi, Vescovi e Papi hanno fatto barriera attorno alla dottrina del “peccato originale” con tenue aperture sul complesso dei dogmi. Dovremmo dare per scontato che una dottrina fondata su racconti così remoti come quelli della Genesi e sulle riflessioni dell’Apostolo Paolo (Rom. 5,12-21) contengano ‘rivestimenti’ culturali oggi improponibili e che la Chiesa si trovi nella necessità «di presentare, difendere ed illustrare le verità della fede divina con concetti e parole più comprensibili alle menti formate alla odierna cultura filosofica e scientifica» (Paolo VI, discorso del 11 luglio 1966 ai partecipanti al Simposio sul peccato originale tenutosi a Nepi).
Il Papa Benedetto XVI nella Catechesi del 10 dicembre 2008 aveva detto, tra l’altro: «Se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale, è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’ orizzonte della giustificazione in Cristo».
L’uomo non è in grado di ac­cogliere i doni divini in un solo istante, ri­chiede molto tempo per interiorizzare tutte le informazioni necessarie allo sviluppo completo delle sue strutture. Per questo nasce incompiuto e imperfetto. La possibilità di compiere il male, che ne consegue, accompagna tutto il suo processo sto­rico. Solo alla fine, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) anche il male, il disordine, la morte saranno sconfitti. D’altra parte l’imperfezione delle creature si esprime in scelte negative che guastano le relazioni, deturpano la vita e inquinano anche la sua trasmissione alle nuove generazioni. Ogni creatura nasce con i limi­ti, le debolezze e le insufficienze causate dalle violenze, dalle idolatrie e dagli errori delle generazioni precedenti. La responsabilità degli umani è che molti diventino testimoni efficaci della potenza del Bene e della fecondità dell’Amore in modo che la Vita prevalga sulla morte.
Anche Gesù fatto in tutto simile a noi “eccetto che nel peccato” è stato tentato e ha dovuto fare delle scelte continue; come si può supporre che anche Maria, battezzata nella benevolenza originaria di Dio, abbia vissuto nella fatica della fede, come quando Gesù a 12 anni viene smarrito dai genitori « Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio… Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole… Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,43-50). I tre giorni di smarrimento anticipano la fatica di Maria nello smarrimento della croce e della tomba vuota.

Per trovare la Chiesa in Maria.
Per trovare la donna Maria di Nazareth occorre scavare perché è stata seppellita sotto una montagna di dogmi, leggende, visioni e devozioni.
A Nazaret. Dio si manifesta a una giovane donna, in una casa a Nazareth lontano da Gerusalemme, cuore religioso del paese. È forte il contrasto con l’annuncio al sacerdote Zaccaria nel tempio. “Dio sceglie quello che è stolto per il mondo… quello che è debole per il mondo… quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla…” (1Cor 1,27-29). Nazareth, “un paesino senza storia della meticcia Galilea, dal sacro al profano. Il cristianesimo non inizia al tempio, ma in una casa” (E.Ronchi).
A una donna. Gesù la chiamerà sempre Donna. È il nome che Adamo ha dato ad Eva: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2,23). Venuto a mancare il vino a Cana Gesù le dice: «Donna, che vuoi da me?» (Gv 2,3-4). Gesù in croce vedendo sua madre e indicando il discepolo Giovanni disse: «Donna, ecco tuo figlio!». (Gv 19,26-27). Maria è la donna della creazione nuova o rinnovata (cf. Genesi 3,9-15.20). La chiesa è “donna” ricavata dal lato di Adamo, nata dal lato del crocifisso.
Rallegrati. In greco è Kaire! che vuol dire rallegrati! Non è un educato “buongiorno”, ma un saluto profetico. Il profeta Zaccaria, annunciando la venuta del re Messia, aveva esclamato: Rallegrati, figlia di Sion, esulta, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re (Zc 9,9). E tre secoli prima il profeta Sofonia aveva usato identiche parole: Rallegrati, figlia di Sion, manda grida di gioia, Israele (Sof,14). Maria, come sospetto, ascoltava le Sante Scritture e i racconti del suo popolo; intuisce dunque che il saluto la risucchia come protagonista dell’Ora del Messia.
Piena di grazia. (ebr. Hesed. Greco Karis=amore gratuito e performante). Papa Giovanni Paolo II aveva osservato che per rendere con più esattezza la sfumatura del termine greco (kekaritomene), non si dovrebbe dire semplicemente “piena di grazia”, bensì “resa piena di grazia” oppure “colmata di grazia“, il che indicherebbe chiaramente che non si tratta di bellezza o fascino personale ma di un amore gratuito e performante di Dio che è “ricco di grazia e di fedeltà” (Esodo 34,6). Il termine è adoperato nella Lettera agli Efesini 1,6: “a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto”. Per Paolo in Romani 5,15, ciò che è detto a Maria è per tutti gli uomini (la grazia di Dio e il dono concesso in[…] Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini). Nella Lettera agli Efesini oggi abbiamo ascoltato: « In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”. Maria è il concentrato di una destinazione universale per battezzati e non. “Non è piena di grazia perché ha detto “sì” a Dio, ma perché Dio ha detto “sì” a lei prima ancora della sua risposta. E lo dice a ciascuno di noi: ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo; buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre, piccoli o grandi ognuno riempito di cielo” (E. Ronchi).
Il Signore è con te. Maria, forse, sa a chi erano state rivolte prima di lei: “Non temere io sarò con te” dice il Signore a Mosè, l’uomo dell’Esodo (Esodo 3, 12); “come sono stato con Mosè, così sarò anche con te”, parole rivolte da Dio a Giosuè, l’uomo che fa entrare Israele nella terra promessa (Giosuè 1, 15); “il Signore è con te uomo forte e valoroso” dice l’angelo a Gedeone quando annuncia la sconfitta dei Madianiti attraverso di lui (Giudici 6,12). Maria, forse, capisce che non sta ascoltando un complimento ma una vocazione e una missione a diventare una colonna della lunga storia di salvezza.
Eccomi. “Maria con la sua ultima parola rivela il nostro vero nome. Il nome dell’uomo è: «Eccomi!»”. (E.Ronchi).

Il Concilio Vaticano II° afferma: «In Maria la Chiesa ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione e in lei contempla ciò che essa desidera e spera di essere» (Sacrosantum Concilium 103).


[1] Mi riferisco ad appunti di don Paolo Farinella
[2] Mi riferisco a studi del teologo Carlo Molari (articoli vari in ROCCA, Pro Civitate Christiana, Assisi, anni 2012, 2013, 2014, 2016)




Ricerca ACLI
Famiglie. Risposte che creano domande

Una ricerca Acli. Famiglie: risposte che creano domande.
(fonte: AVVENIRE 4 dicembre 2019)
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ricerca-acli-famiglia

 Indagine La famiglia italiana. Un racconto attraverso i dati, elaborata dall’Iref (Istituto di ricerche educative e formative) per le Acli. La ricerca ha sondato un campione di oltre 700 famiglie residenti in Italia, non unipersonali, con e senza figli, anche con membri stranieri.
Più della metà vive in piccoli e medi centri.
Hanno uno, due o nessun figlio,
il 78% vive in casa di proprietà,
ha reddito medio-basso tra 1.000 e 1.500 euro.
E 4 su 10 hanno avuto difficoltà ad acquistare beni di prima necessità.

Gli intervistati ci permettono di stendere una classifica dei comportamenti che si ritengono inammissibili nella loro famiglia:

  1. «rifiutarsi di aiutare una persona in difficoltà»
  2. «appropriarsi di denaro pubblico»,
  3. «non fare il proprio dovere al lavoro»
  4. «non dare priorità alla propria famiglia».
  5. «avvalersi di una raccomandazione a danno di altri»,
  6. «evadere le tasse»,
  7. «appropriarsi di un merito altrui»,
  8. «occupare un edificio abbandonato per viverci».
  9. «trattare male un immigrato
  10. «non impegnarsi su temi politici e sociali».

E per il lavoro?

  1. circa il 48% ha problemi di conciliazione tra orari di lavoro e famiglia,
  2. L’ostacolo alla genitorialità sembra soprattutto economico.
  3. Il 47% non è riuscito a risparmiare nulla,
  4. il 39% «con molta fatica».
  5. tra le famiglie monoreddito il 71% indica il licenziamento come il primo problema di lavoro, dato che crolla al 18% nelle bi-reddito.