AVVENTO, TEMPO DI ASCOLTO
P. Ermes Ronchi

Avvento, il tempo dell’ascolto.
Ermes Ronchi (Avvenire 25/11/2010)

Avvento è il tempo magnifico che sta tra il gemito delle creature e la venuta di Signore, lunga ora tra le doglie e il parto. Tempo per guardare in alto e più lontano, per essere attenti a ciò che sta accadendo. Noi siamo così distratti, che non riusciamo a gustare i giorni e i mille doni. Per questo non siamo felici, perché siamo distratti.
I giorni di Noè: mangiavano e bevevano gli uomini in quei giorni, prendevano moglie e marito.
Ma che facevano di male? Niente, erano solo impegnati a vivere. Ma a vivere senza mistero, in una quotidianità opaca: e non si accorsero di nulla. È possibile vivere così, senza sapere perché, senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola; senza accorgersi di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta depredato, dei germogli che nascono. Non ci accorgiamo che questa affannosa ricerca di sempre più benessere sta generando un rischio di morte per l’intero pianeta. Un altro diluvio.
Il tempo dell’Avvento è un tempo per svegliarci, per accorgerci. Il tempo dell’attenzione. Attenzione è rendere profondo ogni momento.
Due uomini saranno nel campo, uno verrà portato via e uno lasciato. Non è dell’angelo della morte che parla il Vangelo, ma di due modi diversi di vivere nel campo della vita: uno vive in modo adulto, uno infantile; uno vive affacciandosi sull’infinito, uno è chiuso solo dentro la sua pelle; uno è chino solo sul suo piatto, uno è generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due, uno è pronto all’incontro con il Signore, quello che vive attento, l’altro non si accorge di nulla.
Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Mi ha sempre inquietato l’immagine del Signore che viene di soppiatto come un ladro nella notte. Cerco di capire: Dio non è un ladro di vita, e infatti non è la morte che viene adombrata in questa piccola parabola, ma l’incontro. Il Signore è un ladro ben strano, non ruba niente, dona tutto, viene con le mani piene. Ma l’incontro con Lui è rapinoso, ti obbliga a fare il vuoto in te di cento cose inutili, altrimenti ciò che porta non ci sta. Mette a soqquadro la tua casa, ti cambia la vita, la fa ricca di volti, di luce, di orizzonti. Io ho qualcosa di prezioso che attira il Signore, come la ricchezza attira il ladro: è la mia persona, il fiume della mia vita che mescola insieme fango e pagliuzze d’oro, questo nulla fragile e glorioso cui però Lui stesso ha donato un cuore. Vieni pure come un ladro, Signore, prendi quello che è prezioso per te, questo povero cuore. Prendilo, e ridonamelo poi, armato di luce. (Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14a; Matteo 24,37-44).




1a domenica di Avvento A. 1 dicembre 2019
VEGLIATE DUNQUE. D.Augusto Fontana

Invidio chi aspetta qualcuno. O qualcosa. Invidio la gente di buona volontà in Israele e Palestina; invidio i monaci che vegliano nell’ansia paziente; invidio la ragazza che attende la licenza del fidanzato militare in Iraq; invidio Francesca e Marco che tra pochi giorni partoriranno. Li invidio tutti, e altri ancora, perchè io, al massimo, divento uomo dell’attesa impaziente solo alla fermata dell’autobus o allo sportello di banca. Viviamo tempi senza progettualità, quasi alla giornata, dove ci si riduce a rimanere a galla, a sopravvivere, a tirare a campare, a tirarsi fuori dai fastidi. L’Avvento è un buon tempo per rimettersi seduti con Dio, ma senza pantofole. La vigilanza è un dinamismo costruttivo.

1a domenica avvento A

Preghiamo. O Dio, Padre misericordioso, che per riunire i popoli nel tuo regno hai inviato il tuo Figlio Unigenito, maestro di verità e fonte di riconciliazione, risveglia in noi uno spirito vigilante, perché camminiamo sulle tue vie di libertà e di amore fino a contemplarti nell’eterna gloria. Per Gesù Cristo il nostro Signore.
ISAIA 2, 1- 5
Messaggio che Isaìa, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme.

Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sui colli; ad esso affluiranno tutte le genti.
Verranno molti popoli e diranno: «Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore.
Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.

Salmo 122. Andiamo con gioia incontro al Signore.
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».

Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele, per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.
Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!».
Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene.

Lettera ai Romani 13. 11-14
E’ ormai suonata l’ora (kairòs)di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò:

  • gettiamo via le opere delle tenebre,
  • indossiamo le armi della luce,
  • comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, in litigi e gelosie.
  • Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.

MATTEO 24,37-44
Gesù disse ai suoi discepoli: Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.

VEGLIATE, DUNQUE. Don Augusto Fontana

ISAIA. «Venite, camminiamo alla luce del tempio del Signore».
L’Oracolo di Isaia è pronunciato in un momento di crisi politico-religiosa: il popolo cerca delle alleanze politiche e non Dio. Il contesto storico lo si può capire da Isaia 2,7 nel quale possiamo riconoscere anche il nostro tempo: «Il paese è pieno di argento, oro e tesori; molti sono i cavalli e i carri da guerra; è pieno di idoli e la gente adora l’opera delle proprie mani». Per facilitare la lettura di oggi evidenzierò alcuni termini attorno a cui è organizzato il messaggio:

  • Il monte del tempio del Signore più alto dei miei tempietti;
  • convocazione universale di “tutti i popoli”;
  • pace messianica.

Rivisitiamo i temi del messaggio di Isaia.

  • Il monte del tempio del Signore. Sarà eretto più alto di tutti i monti. Non ti fa venire in mente lo sforzo umano della torre di Babele in Genesi 11,1-9? Nella logica dell’Avvento, questo Tempio del Signore è la carne di Gesù di Nazaret, Tempio del Dio vivente. Sopra alle vette delle montagne e delle torri che ho costruito nella mia coscienza e nella mia organizzazione sociale e familiare, c’è da attendere che Lui svetti più in alto. Nella mappa della nostra coscienza e del nostro vivere collettivo possiamo rilevare tanti tempietti e boschetti religiosi; sono le nostre architetture babeliche. La persona di Gesù è più in alto o più in basso? La grande attesa è incominciare a desiderare, con impazienza e con pazienza, che svetti questa guglia.
  • Tutti i popoli. L’universalismo di Isaia farà fatica a farsi strada nel sovranismo di Israele. Le epifanie di Gesù hanno sedotto molti, soprattutto quelli che non erano ritenuti degni di appartenenza ai circoli esclusivi dei puri e dei praticanti: «Questo è il mio sangue sparso per voi e per tutti». L’ansia esclusivistica prevale, oggi, sull’ansia inclusiva ed estensiva. Le strategie diffusive le lasciamo, purtroppo, gestire solo ai centri di marketing delle aziende per collocare i prodotti su mercati sempre più vasti. L’Avvento è partecipare all’ansia estensiva di Gesù. «camminare, salire, affluire, andare»: sono i verbi dell’uomo davanti alle epifanie di Dio. Il Tempio che sogna Isaia non è più il Tempio in cui si offrono sacrifici cruenti e culti esteriori, ma è il Tempio dove il Signore indicherà le sue vie e ci darà la forza di camminare sui suoi sentieri (vers.3). L’Avvento è tempo di strategie di accostamento, è tempo per lasciarci sedurre e abbordare da Lui.
  • L’arte della pace. E’ l’arte del trasformare la lingua da punta che ferisce in vomere che ara la durezza dell’interlocutore; è l’arte del trasformare le fabbriche di armi in fabbriche per lo sviluppo. Intanto nel 2018 il Governo italiano ha stanziato 25 miliardidi euro per la difesa (1,4 per cento del Pil), con un aumento del 4% rispetto al 2017 e ha autorizzato l’esportazione di armi per 5 miliardi. L’avvento è la beatitudine di accogliere il Gesù della pace integrale: quella con Dio anche nel momento in cui si rivela come Mistero, quella col coniuge e col collega, quella di una politica ragionata e non rissosa, quella dei deboli e non dei forti, quella basata sulla coscienza prima ancora che sulle leggi. E chi più ne ha più ne metta.

PAOLO. Tempo di svegliarsi e rivestirsi.
Il brano appartiene al Cap. 13 della Lettera di Paolo ai Romani scritta dopo solo 24 anni dalla risurrezione di Gesù. Paolo, dopo aver svolto profondissime riflessioni sul mistero di un Dio che salva gratuitamente, tira alcune conseguenze etiche per il comportamento del cristiano. Nel Cap. 12 dice: «Vi esorto ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto umano e spirituale». Per Paolo, dunque, il vero culto si celebra con gli strumenti della vita quotidiana e ne offre alcuni esempi nei capitoli 12 e 13. Al termine del capitolo 13 egli offre la ragione fondamentale di questi atteggiamenti cristiani: ogni ora della nostra vita deve diventare la dimostrazione che stiamo vivendo non più nella notte dello smarrimento, dell’incoscienza e della pigrizia, ma nel giorno pieno del passaggio del Signore. Nel linguaggio biblico esistono due termini per indicare il tempo:

  1. Kronos = i secondi, i minuti, le ore dell’orologio. Quel tempo che scivola via senza arte né parte, routinario, annoiato, senza sbocchi. Quel tempo ansiogeno che accatasta un’attività dopo l’altra, come quintali di rifiuti non smaltiti sui marciapiedi della nostra vita.
  2. Kairòs = gli appuntamenti gioiosi; le scadenze severe e cariche di responsabilità; l’ora delle firme che impegnano e dei patti che coinvolgono; gli eventi che ti cambiano la vita.

Possiamo evidenziare alcuni temi attorno a cui si sviluppa il messaggio del brano:

  • svegliarsi
  • spogliarsi del pigiama (l’abito della notte, le opere delle tenebre)
  • rivestirsi del Signore Gesù (gli abiti da lavoro onesto e quelli per la festa fraterna).

Il tempo dell’Avvento è Kairòs, ma io ho ancora addosso il pigiama da notte e ho dato una manata decisa a quella maledetta sveglia che ha suonato. Mi sono girato e sto riaddormentandomi. Hanno anche suonato alla porta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3).

MATTEO. Travolti da cose buone, dimentichiamo Dio.
Come riconoscere i segni premonitori di una scadenza carica di responsabilità? Come accorgersi della venuta del Signore? Per rispondere a queste domande della Chiesa, l’Evangelista Matteo, nel Cap. 24 mette in campo 3 parabole: quella del fico, quella del diluvio e quella del proprietario e del ladro. Nel brano odierno vengono citate le ultime due.
Attendere (AD-TENDERE) non significa “aspettare”, ma “TENDERE-A”. E l’Avvento non è preparazione alla festa del Natale. Il compito della liturgia di Avvento è farmi uscire dall’asfissia del presente: un presente che mi anestetizza o mi droga o mi culla o mi sovreccita. Sì, perchè oggi abbiamo ridotto il nostro tempo (Kronos) a dormire o correre. La liturgia introduce una alternativa: svegliati, fermati e inginocchiati!. Nel brano del Vangelo è ben descritto chi vive con affanno il presente, drogato dall’attivismo: la vera malattia del sonno della fede è non accorgersi della relazione con Gesù. Osserviamo bene le attività umane elencate da Gesù: mangiare, lavorare, sposarsi. Non sono scelte disumane o peccaminose. Noi dimentichiamo Dio, travolti da cose buone.
La frase “uno sarà tolto e l’altro verrà lasciato” vogliono indicare che la vita è una partita che si gioca senza tempi supplementari. C’è chi viene preso e travolto e chi viene liberato. Il rischio di distrarsi è forte. Il rischio di dormire altrettanto. Il sonno, per i vangeli, rappresenta il rifiuto di stare con Gesù. Nel racconto della Trasfigurazione e nell’agonia del Getsemani, i 3 discepoli testimoni “erano oppressi dal sonno”; il termine greco upnò richiama l’ipnosi, l’ubriacatura, la vertigine. Siamo quindi invitati a evitare di lasciarci andare, di galleggiare. Spesso si galleggia e si sopravvive anche in una fede non morta, ma che vive di rendita. Il cristiano dell’Avvento è un appassionato inquieto del Regno di Dio: Venga il tuo Regno!
Viviamo tempi senza progettualità, quasi alla giornata, dove ci si riduce a rimanere a galla, a sopravvivere, a tirare a campare, a tirarsi fuori dai fastidi. Occorre ritrovare in Gesù stesso il progetto unitario della vita, il Kairòs che rimette in moto un ripensamento sui modelli di vita, di consumo, di lavoro, di relazioni. L’Avvento è un buon tempo per rimettersi seduti con Dio, ma senza pantofole. La vigilanza è un dinamismo costruttivo.




Ermes Ronchi
Regalità di Cristo storia di amore.

Regalità di Cristo, storia d’amore
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (20 Novembre 2004)

Luca ci guida a rintracciare il tesoro della regalità nel luogo più inadatto, nel piccolo spazio della croce. Il crocifisso è signore appena di quel poco di legno e di terra che basta per morire. Ma quella croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante: «Non c’è amore più grande che dare la propria vita…». I capi, i soldati, un malfattore chiedono a Gesù una dimostrazione di forza: «Salva te stesso!». Se accetta e scende dalla croce, Gesù si mostrerà “forte”, un vero “re” davanti agli uomini. Invece un uomo gli chiede una dimostrazione di bontà: «Ricordati di me!». Gesù risponde e si mostra “buono”, vero “re” secondo il cuore di Dio. Ma che cosa ha visto quell’uomo? Lo dice in una frase sola, di semplicità sublime: «Lui non ha fatto nulla di male». In queste parole è racchiuso il segreto dell’autentica regalità: niente di male in quell’uomo, innocenza mai vista ancora, nessun seme di odio o di violenza. Aver percepito questo è bastato ad aprirgli il cuore: il malfattore intuisce in quel cuore pulito e buono il primo passo di una storia diversa, intravede un altro modo possibile di essere uomini, l’annuncio di un mondo di fraternità e di perdono, di giustizia e di pace. Ed è in questo regno che domanda di entrare: «Ricordati di me», prega il morente. «Sarai con me», risponde l’amante. «Ricordati di me», prega la paura. «Sarai con me in un abbraccio», risponde il forte. «Solo ricordati, e mi basta», prega l’ultima vita. «Con me, oggi, in un paradiso di luce», risponde il datore di vita.
Venga il tuo regno – noi preghiamo – e sia più intenso delle lacrime, e sia più bello dei sogni di chi visse e morì nella notte per costruirlo. Un regno che è di Dio, che è per l’uomo. Ed è come ripetere le parole del ladro pentito.
Pregare ogni giorno: «Venga il tuo regno», significa credere che il mondo cambierà; e non per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso e dolente della cronaca, ma perché Dio si è impegnato con la croce.
Dire: «Venga il tuo Regno», è affermare che la speranza è più forte dell’evidenza, l’innocenza più forte del male, che il mondo appartiene non a chi lo possiede ma a chi lo rende migliore.
Dire: «Venga il tuo regno», è invocare per noi un amore di una qualità simile a quello del Crocifisso che muore ostinatamente amando, preoccupandosi di chi gli muore accanto, dimenticandosi di sè. Il regno di Dio verrà quando nascerà, nel cuore nuovo delle creature, l’ostinazione dell’amore, e quando questa ostinazione avanzerà dalle periferie della storia fino ad occupare il centro della città degli uomini. Solo questo capovolgerà la nostra cronaca amara in storia finalmente sacra.




IL SERVO CHE FU FATTO RE. 24 novembre 2019
Don Augusto Fontana

Il trono di Gesù, di volta in volta, fu una mangiatoia per animali, un palo sospeso, un catino, una mensa, un asinello. E per ambasciatori si scelse affamati, assetati, nudi di casa e di vestiti, ammalati, carcerati, stranieri impuri. Un re da burla: «intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, si burlavano di lui dicendo: “Salve, re dei Giudei” e gli sputavano addosso» (Matteo 27,29-30). Macabra liturgia di investitura regale.

Preghiamo. O Dio Padre, che ci hai chiamati a regnare con te nella giustizia e nell’amore, liberaci dal potere delle tenebre; fa’ che camminiamo sulle orme del tuo Figlio, e come lui doniamo la nostra vita per amore dei fratelli, certi di condividere la sua gloria in paradiso. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Dal secondo libro di Samuèle 5,1-3
In quei giorni, vennero tutte le tribù d’Israele da Davide a Ebron, e gli dissero: «Ecco noi siamo tue ossa e tua carne. Già prima, quando regnava Saul su di noi, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”». Vennero dunque tutti gli anziani d’Israele dal re a Ebron, il re Davide concluse con loro un’alleanza a Ebron davanti al Signore ed essi unsero (dall’ebraico mašīaḥ=messia)  Davide re d’Israele.

Sal 121 Andremo con gioia alla casa del Signore.
Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!».

Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!
È là che salgono le tribù, le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele, per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio, i troni della casa di Davide.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési 1,12-20
Fratelli, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.

È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore,
per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione,
perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni, Principati e Potenze.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono.
Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza
e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose,
avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.

Dal Vangelo secondo Luca 23,35-43
In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male (niente fuori luogo; dal greco: udèn àtopon)». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «Amen io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». 

UN RE COL GREMBIULE. D. Augusto Fontana
L’ultima Domenica dell’Anno liturgico accentua le connotazioni della festa di Pasqua-Ascensione. La festa di oggi, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Gesù di Nazareth: «Cristo è morto ed è ritornato alla vita per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14,9). Paolo, nelle sue Lettere, per 243 volte chiama Gesù con l’attributo di Signore e 358 volte lo chiama Cristo; ma è cosciente che questi titoli, di origine pasquale, portano scompiglio: «noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor 1, 23). Crocifisso…scandalo…stupidità (in greco: morìan). Parole blasfeme per orecchie pie e devote.
Oggi il 2° Libro di Samuele e l’Inno liturgico riportato dalla Lettera ai Colossesi privilegiano titoli solenni: Re, Capo, Pastore, Messia, Signore, Christòs, Primogenito. Parole strane, d’altri tempi. Parole che hanno tuttavia travolto e trasfigurato mistici, martiri, discepoli. Ma che a me oggi -forse per mia colpa – non mi svelano granché, non mi scardinano, non mi buttano in ginocchio, non mi fanno trattenere il fiato, non mi accelerano i battiti. Eppure sono ancora curioso. Cosa avrà voluto dire l’apostolo Tommaso con quel suo «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28)? E Marta e Maria: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» (Gv 11, 21.32)? E Maria di Màgdala quando annuncia ai discepoli: «Ho visto il Signore» (Gv 20,18)?
E poi: che senso avrà oggi il “Cristo Re” per i sette presbiteri nigeriani sequestrati (tra cui due uccisi durante la prigionia) in meno di otto mesi?
“Cristo Re”, è l’opposto di ciò che Gesù di Nazareth è stato: “Io sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc. 22,27). “Il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire”(Mt. 20,28).
I suoi discepoli, di ieri e di oggi, spesso sono tentati di sognare poltrone, visibilità, invidiabili share, ola da stadio: «E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete ciò che domandate”» (Mc 10,35-38). Lui, il maestro laverà i loro piedi dicendo: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».(Gv 13,13-14). E sul Golgota, alla sua destra e sinistra ci saranno due banditi con-crocifissi. Nel Vangelo di Giovanni, dopo la narrazione del segno della condivisione dei pani e dei pesci, viene detto che “Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (6,15). E quando Giuda sta per consegnare Gesù si sente chiamare così:« Amico…». (Matteo 26,50).
Dunque Gesù servo e amico più che re. Allora decidiamoci una buona volta di fare una petizione al Papa per cambiare la festa di CRISTO RE in festa di CRISTO SERVO. Toglierebbe molti equivoci, a partire dalle motivazioni originarie della festa istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo e per rivendicare il ruolo di una chiesa regina[1].
Già il Concilio Vaticano II° aveva dato una sterzata: “Lo stesso Verbo incarnato volle essere partecipe della solidarietà umana. Prese parte alle nozze di Cana, entrò nella casa di Zaccheo, mangiò con i pubblicani e i peccatori. Ha rivelato l’amore del Padre e la magnifica vocazione degli uomini ricordando gli aspetti più ordinari della vita sociale e adoperando linguaggio e immagini della vita d’ogni giorno. Santificò le relazioni umane, innanzitutto quelle familiari, dalle quali trae origine la vita sociale. Si sottomise volontariamente alle leggi della sua patria. Volle condurre la vita di un artigiano del suo tempo e della sua regione. Nella sua predicazione ha chiaramente affermato che i figli di Dio hanno l’obbligo di trattarsi vicendevolmente come fratelli. Anzi egli stesso si offrì per tutti fino alla morte, lui il redentore di tutti. «Nessuno ha maggior amore di chi sacrifica la propria vita per i suoi amici» (Gv15,13)[2].

Un re da burla.
Il trono di Gesù, di volta in volta, fu una mangiatoia per animali, un palo sospeso, un catino, una mensa, un asinello. E per ambasciatori si scelse affamati, assetati, nudi di casa e di vestiti, ammalati, carcerati, stranieri impuri. Un re da burla: «intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra e, inginocchiandosi davanti a lui, si burlavano di lui dicendo: “Salve, re dei Giudei” e gli sputavano addosso» (Matteo 27,29-30). Macabra liturgia di investitura regale.
Luca ha sviluppato il racconto della crocifissione con sapiente abilità compositiva indirizzandolo al suo particolare interesse di annuncio. Gesù appare come il prototipo del martire che affidandosi a Dio sopporta ogni derisione. Nella richiesta di perdono per i carnefici e nella parola a uno dei delinquenti egli si mostra come il salvatore dei peccatori. La scena della crocifissione è un dramma sacro, una liturgia[3]: «Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui… Il popolo stava a guardare… Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando queste cose» (Luca 23,27.35.48-49). Ai piedi della croce si va formando la sua e nostra comunità. I conoscenti di Gesù e le donne rappresentano il nucleo della Chiesa.
Visto che tutti “assistevano da lontano”, chi avrà raccontato a Luca questo dialogo di tre morenti che avevano ancora la forza di emettere fiato in agonia? Luca è l’unico tra gli evangelisti che riporta questo dialogo. Forse si ricordava di aver scritto il capitolo 15 con le tre parabole della misericordia verso i perduti. Durante la passione Gesù incrocia 4 criminali: Barabba liberato durante il processo, il centurione che glorifica Dio dicendo “veramente quest’uomo era giusto” e i due crocifissi con lui di cui uno “santificato”. Per ora è un raccolto che sta nel palmo di una mano per questo Rabbi-agricoltore che ha seminato e sprecato a piene mani. Gesù non è un re politico arruffapopolo che agglutina le masse; si rivolge spesso, e anche qui, all’uno, a me o a te come se non esistesse nessun’altro.
La catechesi di Luca si concentra sulla triangolazione di un dialogo:

 -«Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».
 -«Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di straordinariamente fuori luogo
 -«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
 -«Amen io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Qual è il senso e la portata di questa festa per la mia e tua esistenza?

Dio aveva posto l’uomo in un giardino di delizie (in ebraico: gan ‘eden); giardino che verrà poi chiamato in greco paràdeisos che designa un giardino recintato, un parco. Vale la pena citare il libro del Cantico dei cantici (4,13): «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, i tuoi germogli sono un paradiso di melograni, con i frutti più squisiti». Il giardino chiuso o paradiso non è un luogo ma è una persona amata: “sarai con me” come ora “sei con me”.

  1. Riconoscere che Cristo è mio-re significa adattarmi gradualmente a pensare che Lui è Dio vivo, e quindi – come diceva il Card. Martini[4] – «significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo».
  2. Riconoscere che, per Cristo, regnare significa servire ci porterà a capire «che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[5].
  3. Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benché piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
  4. Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato potrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua pratica messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi. Domenica scorsa anche tu, forse, hai vissuto la 3a Giornata mondiale dei poveri. Papa Francesco, tra l’altro, ha scritto: «La speranza si comunica anche attraverso la consolazione, che si attua accompagnando i poveri non per qualche momento carico di entusiasmo, ma con un impegno che continua nel tempo. I poveri acquistano speranza vera non quando ci vedono gratificati per aver concesso loro un po’ del nostro tempo, ma quando riconoscono nel nostro sacrificio un atto di amore gratuito che non cerca ricompensa…Agli occhi del mondo appare irragionevole pensare che la povertà e l’indigenza possano avere una forza salvifica; eppure, è quanto insegna l’Apostolo quando dice: “Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio” (1 Cor 1,26-29). Con gli occhi umani non si riesce a vedere questa forza salvifica; con gli occhi della fede, invece, la si vede all’opera e la si sperimenta in prima persona».

[1] Dall’Enciclica Quas primas di Pio XI: «La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi… Tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio… La celebrazione di questa festa sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi ».
[2] Gaudium et spes n. 32
[3] Josef Ernst, Il vangelo secondo Luca. Vol. 2°, Morcelliana, 1990, pag. 891
[4] C.M.Martini, Il giardino interiore. Una via per credenti e non credenti, PIEMME.
[5] O. Clèment in “Il potere crocifisso”, Qiqajon




Taranto.
Il Vescovo Santoro “diversificare gli investimenti per l’occupazione”.

Taranto.  L’arcivescovo Santoro: «Inaccettabile che Arcelor lasci, trattare ancora»
Mimmo Muolo martedì 12 novembre 2019
Leggi l’intervista integrale in https://www.avvenire.it/attualita/pagine/santoro-ilva

Più che dalla logica del «salva Ilva», bisogna ripartire da quella del «salva Taranto». Serve una regia unica, cioè uno sguardo complessivo sulla situazione, che tenga conto di tutti gli elementi: da quello ambientale alla difesa della salute e della vita, onde evitare che ci siano altre morti, fino al mantenimento dei livelli occupazionali, anche attraverso la riconversione. Una cosa che non si è mai fatta a Taranto e che già 30 anni fa, visitando la città e l’Ilva, san Giovanni Paolo II indicò come prospettiva necessaria, quando disse: è suonato il campanello d’allarme, non si può produrre acciaio ignorando l’ambiente e la vita delle persone. Inoltre bisogna diversificare gli investimenti per l’occupazione. Quindi va preparato il terreno per occupare le persone nel terziario, nell’agricoltura, nella valorizzazione delle risorse del mare, nel turismo, in modo che Taranto non sia del tutto acciaio-dipendente.
Penso che si debba prima di tutto continuare la trattativa con Arcelor Mittal, anche andando incontro ad alcune loro richieste. È inammissibile che il gruppo franco indiano vada via così, praticamente da un momento all’altro. Ma bisogna anche riconoscere che tutto il dibattito politico sullo scudo penale, prima accordato e poi ritirato, non ha certo aiutato ad avere un rapporto sereno con l’azienda.
Sinceramente l’idea della nazionalizzazione non mi convince. L’esperienza dell’Italsider in tal senso insegna. Se Arcelor Mittal dovesse andare via, si potrebbe prevedere un commissariamento temporaneo come soluzione ponte, ma va cercata una cordata italiana solida che possa garantire continuità. Tuttavia, lo ripeto, occorre una regia unica che coordini gli interventi. In questo senso la visita del presidente Conte è un segnale che si vuole andare oltre la contingenza della questione Arcelor sì o no.
Per chiudere l’area a caldo, devi prevedere come occupare 45mila persone in esubero. Io sono a Taranto da quasi otto anni e, come ho già detto, in tutto questo tempo non si è mai costruita un’alternativa occupazionale all’Ilva. Già nel 2013 come diocesi organizzammo un convegno con la partecipazione di studiosi da tutta Italia, i quali ci confermarono che è oggi possibile produrre acciaio senza nuocere all’ambiente. Come del resto avviene a Duisburg in Germania e in altre parti d’Europa. Purtroppo la decarbonizzazione è diventata poi oggetto di polemica politica, ma resta l’esigenza di una innovazione tecnologica. È tempo di andare in quella direzione. Si sono già persi tanti anni.
La posizione della Chiesa è quella che papa Francesco ci indica nella Laudato si’: la crisi ambientale e quella sociale non possono essere separate. Anche il presidente Conte condivide questa impostazione. Perciò la nostra posizione è quella di essere vicini a chi ha perso un proprio caro a causa delle malattie legate all’inquinamento e a chi soffre per la precarietà del lavoro. E poi cercheremo in tutti modi di favorire un dialogo tra le istituzioni. Dobbiamo tutti rivestirci di umiltà e lavorare insieme.




Sinodo Amazzonico
CHIESA POVERA E SERVA,PROFETICA E SAMARITANA

Tierra, trabajo y techo (terra, lavoro e casa)
Patto delle catacombe per la Casa Comune
Oltre cinquanta anni fa, il 16 novembre 1965 alle catacombe di santa Domitilla, quaranta vescovi che partecipavano al Concilio Vaticano II si impegnavano per realizzare effettivamente una «Chiesa povera e dei poveri». Il 20 ottobre scorso, sempre alle catacombe di santa Domitilla, circa 200 partecipanti al Sinodo (di cui quaranta vescovi, oltre ad altri padri sinodali, uditori e periti) hanno poi firmato il patto, un elenco di quindici impegni «per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana».

Per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana
Tratto da: Adista Documenti n° 39 del 16/11/2019

Noi, partecipanti al Sinodo panamazzonico, condividiamo la gioia di vivere tra tanti popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos, migranti, e tra le comunità alla periferia delle città di questo immenso territorio del pianeta. Con loro abbiamo sperimentato la forza del Vangelo che opera nei piccoli. L’incontro con queste persone ci sfida e ci invita a una vita più semplice di condivisione e di gratuità. Influenzati dall’ascolto del loro grido e delle loro lacrime, accogliamo con tutto il cuore le parole di papa Francesco: «Molti fratelli e sorelle in Amazzonia portano pesanti croci e attendono il conforto liberatore del Vangelo, la carezza amorevole della Chiesa. Per loro, con loro, camminiamo insieme».
Ricordiamo con gratitudine i vescovi che alla fine del Concilio Vaticano II, nelle Catacombe di Santa Domitilla, firmarono “Il Patto per una Chiesa serva e povera”. Ricordiamo con riverenza tutti i martiri delle Comunità Ecclesiali di Base, delle comunità pastorali e dei movimenti popolari; leader indigeni, missionarie e missionari, laici, preti e vescovi, che hanno versato il loro sangue a causa di quest’opzione per i poveri, per difendere la vita e lottare per la salvaguardia della nostra Casa Comune. Al ringraziamento per il loro eroismo uniamo la nostra decisione di continuare la loro lotta con fermezza e coraggio. È un sentimento di urgenza che si impone di fronte alle aggressioni che oggi devastano il territorio amazzonico, minacciato dalla violenza di un sistema economico predatore e consumistico.
Di fronte alla Santissima Trinità, in rappresentanza delle nostre Chiese particolari, le Chiese dell’America Latina e dei Caraibi e quelle che sono solidali in Africa, Asia, Oceania, Europa e nel Nord del continente americano, ai piedi degli apostoli Pietro e Paolo e della moltitudine di martiri di Roma, dell’America Latina e in particolare della nostra Amazzonia, in profonda comunione con il successore di Pietro, invochiamo lo Spirito Santo e ci impegniamo personalmente e comunitariamente a operare come segue:

  1. Ad assumere, di fronte all’estrema minaccia del riscaldamento globale e dell’esaurimento delle risorse naturali, l’impegno a difendere la foresta amazzonica nei nostri territori e con i nostri comportamenti. È da essa che derivano il dono dell’acqua per gran parte del territorio sudamericano, il contributo al ciclo del carbonio e la regolazione del clima globale, una biodiversità incalcolabile e una ricca socio-diversità per l’umanità e l’intero pianeta.
  2. A riconoscere che non siamo i padroni della madre terra, ma i suoi figli e le sue figlie, creati dalla polvere della terra (Gen 2,7-8), ospiti e pellegrini (1 Pt 1,17b e 1 Pt 2,11), chiamati a essere i suoi zelanti custodi (Gen 1,26). Per questo ci impegniamo a favore di un’ecologia integrale, in cui tutto è interconnesso, il genere umano e tutta la creazione, perché tutti gli esseri sono figlie e figli della terra e su di loro aleggia lo Spirito di Dio (Gen 1,2).
  3. Ad accogliere e rinnovare ogni giorno l’alleanza di Dio con tutto il creato: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra» (Gen 9, 9-10).
  4. A rinnovare nelle nostre Chiese l’opzione preferenziale per i poveri, in particolare per i popoli originari, e insieme a loro a garantire il loro diritto a essere protagonisti nella società e nella Chiesa. Ad aiutarli a preservare le loro terre, culture, lingue, storie, identità e spiritualità. A rafforzare la consapevolezza della necessità che siano rispettati a livello locale e globale e, di conseguenza, con tutti i mezzi alla nostra portata, ad assicurare che vengano accolti su un piano di parità nel concerto mondiale dei popoli e delle culture.
  5. Ad abbandonare, pertanto, nelle nostre parrocchie, nelle diocesi e nei gruppi ogni tipo di mentalità e posizione colonialiste, accogliendo e valorizzando la diversità culturale, etnica e linguistica in un dialogo rispettoso con tutte le tradizioni spirituali.
  6. A denunciare tutte le forme di violenza e di aggressione contro l’autonomia e i diritti delle popolazioni indigene, la loro identità, i loro territori e i loro stili di vita.
  7. Ad annunciare la novità liberante del Vangelo di Gesù Cristo, nell’accogliere l’altro e il diverso, come accadde a Pietro nella casa di Cornelio: «Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo» (At 10,28).
  8. A camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane nell’annuncio inculturato e liberante del Vangelo, e anche con altre religioni e persone di buona volontà, in solidarietà con i popoli originari, i poveri e i piccoli, in difesa dei loro diritti e nella salvaguardia della Casa Comune.
  9. A instaurare nelle nostre Chiese particolari uno stile di vita sinodale, in cui i rappresentanti dei popoli originari, i missionari, i laici, in forza del loro battesimo e in comunione con i loro pastori, abbiano voce e voto nelle assemblee diocesane, nei consigli pastorali e parrocchiali, in breve, in tutto ciò che riguarda il governo delle comunità.
  10. A impegnarci nell’urgente riconoscimento dei ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità, portati avanti da agenti di pastorale, catechisti indigeni, ministre e ministri della Parola, valorizzando soprattutto il loro atteggiamento di cura nei confronti dei più vulnerabili e degli esclusi.
  11. A rendere effettivo, nelle comunità che ci sono state affidate, il passaggio da una pastorale della visita a una pastorale della presenza, assicurando che il diritto alla mensa della Parola e alla mensa dell’Eucaristia sia garantito in tutte le comunità.
  12. A riconoscere i servizi e la reale diaconia della grande quantità di donne che oggi guidano le comunità in Amazzonia cercando di consolidarle con un adeguato ministero di donne animatrici di comunità.
  13. A cercare nuovi percorsi di azione pastorale nelle città in cui operiamo, con il protagonismo dei laici e dei giovani, rivolgendo l’attenzione alle periferie e ai migranti, ai lavoratori e ai disoccupati, agli studenti, agli educatori, ai ricercatori e al mondo della cultura e della comunicazione.
  14. Ad assumere, di fronte alla valanga del consumismo, uno stile di vita gioiosamente sobrio, semplice e solidale con coloro che hanno poco o niente; a ridurre la produzione di rifiuti e l’uso della plastica, a favorire la produzione e la commercializzazione di prodotti agro-eco logici e a utilizzare i trasporti pubblici, se possibile.
  15. A porci accanto a coloro che sono perseguitati per il servizio profetico di denuncia e di riparazione delle ingiustizie, di difesa della terra e dei diritti dei piccoli, di accoglienza e sostegno dei migranti e dei rifugiati. A coltivare vere amicizie con i poveri, a visitare i più indifesi e i malati, esercitando il ministero dell’ascolto, della consolazione e dell’appoggio che donano coraggio e rinnovano la speranza.

Consapevoli delle nostre debolezze, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e serie, ci affidiamo alla preghiera della Chiesa. Possano le nostre comunità ecclesiali, soprattutto, aiutarci con la loro intercessione, con il loro affetto nel Signore e, quando necessario, con la carità della correzione fraterna.
Accogliamo con favore l’invito del cardinale Hummes a lasciarci guidare dallo Spirito Santo in questi giorni del Sinodo e al ritorno nelle nostre chiese: «Lasciatevi avvolgere dal manto della Madre di Dio e della Regina dell’Amazzonia. Non lasciamo che abbia il sopravvento l’autoreferenzialità, ma facciamo in modo che abbia la meglio la misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Ci vorranno molta preghiera, meditazione e discernimento, nonché una pratica concreta di comunione ecclesiale e spirito sinodale. Questo sinodo è come una mensa che Dio ha preparato per i suoi poveri e quello che ci viene chiesto è di essere coloro che servono alla mensa». Celebriamo quest’Eucaristia del Patto come «un atto di amore cosmico». «“Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo”. L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eucaristico “la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sante nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso”. Perciò l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (Laudato si, 236).
Catacombe di Santa Domitilla. Roma, 20 ottobre 2019




Ermes Ronchi
DIO CUSTODE DI OGNI FRAMMENTO

Dio, il custode di ogni frammento
Padre Ermes Ronchi – Avvenire   (13 Novembre 2004)

Verranno giorni di lutto e di pianto. Anzi, sono già venuti, e stanno venendo ancora. Il mondo è malato, eppure noi non si evade, si sta in mezzo, come Gesù, cercando di guarirne le piaghe.
La venuta di Gesù non ha risolto i mali del mondo. Anzi la fede in Gesù sembra provocare un supplemento di violenza e di odio: è la creazione che lotta contro il male. Gesù, i suoi testimoni, il tempio di Gerusalemme, il tempio del nostro corpo (Gv 2,21), il mondo, tutto deve passare per una vicenda di morte e rinascita, di croce e risurrezione: legge dell’intera storia. Tutto si tiene nella croce. Tutto si tiene nella risurrezione. L’ultimo libro della Bibbia ci assicura che il mondo non finirà nel fuoco di una conflagrazione planetaria, ma nella bellezza. La fine della storia non è la devastazione del creato, ma l’incanto dell’innamorato: «vidi la terra nuova, bella come una sposa, scendere dal cielo pronta per lo sposo» (Ap 21,2). Questo vale anche per il discepolo: «neppure un capello del vostro capo perirà». Se anche sarà distrutto nel giorno della violenza e dell’odio, non lo sarà per sempre. «Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque timore» (Mt 10,30). Ecco un’altra volta l’infinita cura di Dio per l’infinitamente piccolo, la finezza amorosa di un Dio per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene all’amato. Non è solo desiderio del cuore, ma sapienza del cuore: Gesù insegna a vivere il moto di un pendolo che va dall’infinitamente piccolo alla grande storia, dal frammento di materia al segreto della vita, da uno solo dei miei capelli a tutto il futuro del cosmo. Nella speranza. Ringrazio il mio Signore, perché nel caos della storia il suo sguardo è fisso su di me, non giudice che incombe, ma custode memore di ogni frammento. E nulla è troppo piccolo: e se non sarà esentato dalla distruzione nel giorno dell’odio, certamente sarà salvato poi nel giorno del Signore. Come attendere quel giorno? Con una spiritualità del quotidiano che Luca delinea così: restare saldi nella «perseveranza», termine che evoca tutta la forza necessaria lungo la via di sofferenza per cui si deve passare, ma che insieme respira la speranza in Colui che ti conta i capelli in capo. «Nella vostra perseveranza salverete le vostre vite». La vita si salva non nel disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite. Senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni dei falsi profeti. E se attendo ancora il Signore non è in base ai segni deludenti che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso dei giorni, ma per la bellezza della fede in Qualcuno che mi sta contando i capelli in capo e si ripropone come un Dio esperto d’amore.




Domenica 33a – 17 novembre 2019
CRISIS. Don Augusto Fontana

Nel “Credo” diciamo: “ di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti”. Chiamare Dio con il nome di giudice potrebbe ingannarci perché gli attribuiamo le caratteristiche dei giudici della nostra società. Di fatto la nostra parola italiana «giudizio» deriva dalla parola greca «crisis» che significa «valutazione, scelta». Dio allora é una persona, un evento che ci mette in crisis cioè non ci lascia nell’indifferenza, ma ci conduce a prendere posizione, a esprimere il nostro parere, a schierarci, a prendere parte. Di solito diamo valore negativo alla crisi, e quando vogliamo comunicare il nostro malessere diciamo: «Sono in crisi!»; ma esistono crisi e destabilizzazioni molto positive e desiderabili, come per esempio le fasi di crescita e di progresso. 

Preghiamo.
O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo Figlio, fa’ che, attraverso le vicende, liete e tristi, di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Malachìa 3,19-20
Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio. Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia.
Salmo 97   Il Signore giudicherà il mondo con giustizia.
Cantate inni al Signore con la cetra, con la cetra e al suono di strumenti a corde;

con le trombe e al suono del corno acclamate davanti al re, il Signore.
Risuoni il mare e quanto racchiude, il mondo e i suoi abitanti.
I fiumi battano le mani, esultino insieme le montagne davanti al Signore che viene a giudicare la terra.
Giudicherà il mondo con giustizia e i popoli con rettitudine.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 3,7-12
Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.
Dal Vangelo secondo Luca 21,5-19
In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

 CRISIS. Don Augusto Fontana
Nel salmo 98 abbiamo proclamato: «il Signore giudicherà i popoli con giustizia». Nel “Credo” diciamo: “ di nuovo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti”. Chiamare Dio con il nome di giudice potrebbe ingannarci perché gli attribuiamo le caratteristiche dei giudici della nostra società. Di fatto la nostra parola italiana «giudizio» deriva dalla parola greca «crisis» che significa «valutazione, scelta». Dio allora é una persona, un evento che ci mette in crisis cioè non ci lascia nell’indifferenza, ma ci conduce a prendere posizione, a esprimere il nostro parere, a schierarci, a prendere parte. Di solito diamo valore negativo alla crisi, e quando vogliamo comunicare il nostro malessere diciamo: «Sono in crisi!»; ma esistono crisi e destabilizzazioni molto positive e desiderabili, come per esempio le fasi di crescita e di progresso. Dire che Dio é giudice, che è la nostra crisi, potrebbe allora significare che noi dobbiamo sentirci responsabili davanti a lui. La vita é un’amministrazione di ciò che ci é stato affidato e quindi é responsabilità.
L’immagine di “Dio giudice” non ci garba. Il biblista André Wénin, in un suo Corso su Genesi 1-11 affronta il problema: «Davvero un giudice è una figura così negativa? Di per sé un giudice è una figura positiva, naturalmente se fa bene il suo mestiere. Ma di per sé un giudice non è una persona cattiva. E’ una persona temibile da parte di chi si sente colpevole. Ma per la vittima…meno male che ci sono i giudici… Un giudice, di per sé, è una figura positiva anche per il colpevole. Penso che un giudice abbia un doppio ruolo. Primo. Stabilire la verità dei fatti, chi è colpevole e chi innocente, chi ha fatto una cosa e chi l’ha subita; e se chi lo ha fatto ha delle circostanze attenuanti. E se chi si crede innocente ha provocato. Secondo. Deve rendere o fare giustizia agli innocenti e rimediare il torto subìto con una compensazione. Ma anche rendere giustizia al colpevole dandogli una pena adeguata per fargli prendere coscienza del danno che ha causato alla vittima e alla società. Rende quindi un servizio anche al colpevole».

Nelle ultime 3 domeniche del ciclo liturgico, prima dell’avvento, la liturgia ha accentuato l’attenzione verso la direzione del nostro cammino, il “giorno del Signore”. Nella religiosità popolare degli ebrei “il giorno del Signore” significava

  • giorno di liberazione da ogni minaccia incombente
  • giorno di realizzazione delle sue promesse e quindi un giorno dolce e invocato per l’oggi.
  • giorno del rendiconto anche per la comunità di Dio, come dicono i profeti dall’8° secolo a.C., e quindi un giorno severo di scadenze e di responsabilità tanto da desiderarne il rinvio o di volerne conoscere la data per difenderci o non farci trovare impreparati.

Noi usiamo il termine “giorno del Signore” per indicare la Pasqua, la domenica.
La prima domanda che mi viene spontanea é chiedermi se quando mi alzo alla mattina della domenica ho la percezione di trovarmi di fronte a un giorno di liberazione da ogni minaccia incombente, giorno di realizzazione delle promesse del Signore e di responsabilità davanti a Lui.
Giorno, quindi dolce e attraente, ma anche giorno severo e preoccupante.
Proviamo rileggere le letture sante di oggi per ritrovare questi spunti, facendoci accompagnare dalla preghiera che inaugura l’assemblea liturgica: «O Dio, principio e fine di tutte le cose, che raduni tutta l’umanità nel tempio vivo del tuo figlio, fa’ che attraverso le vicende liete e tristi di questo mondo, teniamo fissa la speranza del tuo regno, certi che nella nostra pazienza possederemo la vita».
Il profeta Malachia scrive il suo libretto dopo il ritorno dall’esilio di Babilonia, in un tempo in cui le speranze e la gioia iniziale si erano spente di fronte al risorgere di tutte le miserie, le truffe, le ingiustizie di prima. Gli uomini giusti e onesti, i fedeli di Dio, si chiedono se valga la pena continuare e se il Signore interverrà mai un giorno a rendere giustizia. Non posso cavarmela puntando il dito solo su determinate persone. La superbia e l’autosufficienza hanno radice e germoglio anche dentro di me. In me c’é un mondo decrepito e inaccettabile agli occhi di Dio sul quale anch’io desidero la fine. E non posso essere sicuro di essere catalogato tra coloro che onorano il suo Nome. Stando a certe affermazioni del Vangelo («Non chi dice Signore, Signore…») non posso escludere di essere anch’io tra coloro che hanno continuamente il Nome di Dio in bocca. Il Nome di Dio infatti é più affidato alle mani che alla bocca («…ma chi fa la volontà del Padre mio…»).
La differenza tra gli idoli e Dio é questa: Dio abita il nostro tempo e non assiste impassibile, come gli idoli, alle vicende del mondo. Jahweh porta a termine la storia. Il profeta assicura: «Tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia che brucia…per voi invece che rendete culto a Dio verrà come un calore benefico». Si tratta, come dice Gesù nel Vangelo, di paziente perseveranza. Di resilienza[1]. Una vigilanza attiva, direbbe Paolo nel testo liturgico di oggi, ai suoi cristiani di Tessalonica che avevano tirato i remi in barca in una spiritualità disinteressata del mondo e a cui ribatte: «Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace». E si vanta di essere prete-operaio per darne l’esempio: «Noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi». La storia, la politica, l’amore, il lavoro non perdono consistenza davanti alla «attesa del Suo Ritorno». L’illusione e la delusione, lo sbadiglio e l’abbaglio sono atteggiamenti non consoni alla vigilanza di fronte al giorno del Signore. Scrive Daniele Garota[2]: “Léon Bloy ri­porta una riflessione di Ernest Hello, nella quale un uomo divorato dalla consapevolezza di essere «sulla strada dell’inferno», con sentimenti di noia e con l’età che avanza verso la morte, dice: «Tuttavia se Dio mi proponesse di lasciare per un istante queste cose noiose, monotone, bugiarde, mo­ribonde e mortali, che mi portano alla disperazione presente e a quella eterna, per cambiarle con la vita, con la gioia, con la beatitudine, mi rifiuterei, non lo ascolterei neppure! Me n’andrei a un divertimento noioso, dicendogli: “Vattene! Vattene, padrone del­l’estasi e proprietario della gioia; vattene, sole che ti levi nella tua raggiera di porpora e d’oro! Vattene, maestà. Vattene, splendore! Vattene, tu che hai suda­to sangue nel Giardino degli Olivi! Vattene, tu che sei trasfigurato sul Tabor! Vattene, io vado al caffè dove mi annoio”.
“E perché ci andate?”.
“Perché ho preso l’abitudine”».

Il caffè, la distrazione, la noia: ma c’è forse alla fi­ne un morbo più devastante di questo nelle nostre so­cietà sazie e goderecce? «Il caffè è la casa aperta, al livello della strada – dice Lévinas[3]luogo della so­cialità facile, senza responsabilità reciproca. Si entra senza necessità. Ci si siede senza stanchezza, si beve senza sete … perché si può andare al caffè a rilas­sarsi e così si sopportano gli orrori e le ingiustizie di un mondo senz’anima … Luogo di dimenticanza, dell’o­blio dell’altro: ecco il caffè ».

Non sarà subito la fine…Prima:

  • Non seguiteli…Non lasciatevi turbare
  • Guardate di non lasciarvi ingannare.
  • Questo vi darà occasione di testimonianza
  • Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite.

Chiudo citando un testo del rabbino chassidico di Berditschev (XVIII secolo) divenuto preghiera di alcuni ebrei ad Auschwitz:
Dovunque io vada, Tu!
Dovunque io sosti, Tu!
Solo Tu,
ancora Tu,
sempre Tu,
Dio Tu!
Cielo, Tu.
Tu, Terra, Tu!
Dovunque mi giri e dovunque miri, Tu!
Solo Tu!
sempre Tu!
Se mi va bene, Tu!
Se sono in pena, Tu!
Solo Tu, ancora Tu!
Sempre Tu!
Dio Tu!


[1] dal latino: resilire rimbalzare, saltare indietro. Si paragona spesso al comportamento dell’acqua che si adatta ad ogni forma o recipiente, può ricordare la duttilità, la malleabilità.
[2] Daniele Garota, Il coltello di Abramo (ed. Paoline)
[3] E. Lévinas, Dal sacro al santo, Città Nuova, Roma 1985, p. 49




Domenica 32a – 10 novembre 2019
SPERARE E ATTENDERE. D. Augusto Fontana

«Non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza di un uomo consisterà in queste due parole: sperare e attendere» (Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo). In questi ultimi scorci del tempo liturgico 2019 si respira aria delle “cose ultime” o, detto meglio, delle “cose nuove”: « quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti…non possono più morire, perché sono uguali agli angeli … sono figli della risurrezione, sono figli di Dio». Ignazio Silone, a chi gli chiedeva perché avesse abbandonato la Chiesa, rispondeva che «si era stancato di stare con cristiani che dicevano di attendere Gesù Cristo e la risurrezione, ma poi l’aspettavano con la stessa indifferenza con cui si aspetta un tram»

 Preghiamo.
O Dio, Padre della vita e autore della risurrezione, davanti a te anche i morti vivono; fa’ che la parola del tuo Figlio, seminata nei nostri cuori, germogli e fruttifichi in ogni opera buona, perché in vita e in morte siamo confermati nella speranza della gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Maccabèi 7,1-2.9-14
In quei giorni, ci fu il caso di sette fratelli che, presi insieme alla loro madre, furono costretti dal re, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite. Uno di loro, facendosi interprete di tutti, disse: «Che cosa cerchi o vuoi sapere da noi? Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le leggi dei padri». [E il secondo,] giunto all’ultimo respiro, disse: «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna». Dopo costui fu torturato il terzo, che alla loro richiesta mise fuori prontamente la lingua e stese con coraggio le mani, dicendo dignitosamente: «Dal Cielo ho queste membra e per le sue leggi le disprezzo, perché da lui spero di riaverle di nuovo». Lo stesso re e i suoi dignitari rimasero colpiti dalla fierezza di questo giovane, che non teneva in nessun conto le torture. Fatto morire anche questo, si misero a straziare il quarto con gli stessi tormenti. Ridotto in fin di vita, egli diceva: «È preferibile morire per mano degli uomini, quando da Dio si ha la speranza di essere da lui di nuovo risuscitati; ma per te non ci sarà davvero risurrezione per la vita».
Salmo 16 Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto.
Ascolta, Signore, la mia giusta causa, sii attento al mio grido.

Porgi l’orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c’è inganno.
Tieni saldi i miei passi sulle tue vie e i miei piedi non vacilleranno.
Io t’invoco poiché tu mi rispondi, o Dio; tendi a me l’orecchio, ascolta le mie parole.
Custodiscimi come pupilla degli occhi, all’ombra delle tue ali nascondimi,
io nella giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua immagine.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 2,16-3,5
Fratelli, lo stesso Signore nostro Gesù Cristo e Dio, Padre nostro, che ci ha amati e ci ha dato, per sua grazia, una consolazione eterna e una buona speranza, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera e parola di bene. Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi, e veniamo liberati dagli uomini corrotti e malvagi. La fede infatti non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Riguardo a voi, abbiamo questa fiducia nel Signore: che quanto noi vi ordiniamo già lo facciate e continuerete a farlo. Il Signore guidi i vostri cuori all’amore di Dio e alla pazienza di Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca 20,27-38
Si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

SPERARE E ATTENDERE. Don Augusto Fontana
«Non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza di un uomo consisterà in queste due parole: sperare e attendere» (Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo). In questi ultimi scorci del tempo liturgico 2019 si respira aria delle “cose ultime” o, detto meglio, delle “cose nuove[1]: « quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti…non possono più morire, perché sono uguali agli angeli … sono figli della risurrezione, sono figli di Dio». Ignazio Silone, a chi gli chiedeva perché avesse abbandonato la Chiesa, rispondeva che «si era stancato di stare con cristiani che dicevano di attendere Gesù Cristo e la risurrezione, ma poi l’aspettavano con la stessa indifferenza con cui si aspetta un tram» (E.Bianchi Da forestiero. In compagnia degli uomini. PIEMME, Casale Monferrato, 1995, pag. 62).
Stephen Covey nel suo “The 7 habits of highly effective people” (I sette pilastri del successo, Free Press, 1989) indica come 2° dei 7 pilastri: Begin with the end in mind (traduz. letterale: “comincia con lo scopo finale in mente”) ossia “qualunque cosa inizi a fare abbi coscienza dell’obiettivo che vuoi raggiungere”. La vita oltre la morte, la vita nella morte. Covey parla ai manager per la loro attività di leadership e management, ma il consiglio ha un sapore analogamente evangelico.
Il tema della resurrezione é ancora oggi soggetto a discussioni per il cambiamento di linguaggio affermatosi e per una recente apertura dell’occidente alla esperienze religiose orientali tra le quali si crede nella reincarnazione. L’antropologia giudaica che considera una forte unità tra corpo e spirito é diversa dall’antropologia e filosofia greco-ellenistica che ha maggiormente impregnato il cristianesimo occidentale e che separa corpo da anima.
Paolo parla di sôma psychikón “corpo psichico”, e di sôma pneumatikón, “corpo spirituale”, espressioni paradossali e assurde per un greco. Il “corpo psichico” è la persona chiusa nella sua creaturalità limitata e colpevole. Invece il “corpo spirituale” è la persona aperta all’irruzione dello Spirito di Dio, che trasfigura la povertà della nostra condizione umana e ci introduce nella gloria e nell’eternità. Per questo, il corpo del Cristo risorto è per eccellenza “spirituale”, non certo perché etereo o incorporeo ma perché immerso nell’infinito e nell’eterno. In pratica, è la piena manifestazione del nostro essere “immagine di Dio”, come aveva insegnato Genesi 1,27, che l’apostolo così sviluppa e parafrasa: «Come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1Cor 15,49).
Il Credo apostolico, che è una professione di fede cristiana degli inizi del III secolo, preferisce la formula «risurrezione della carne», mentre il Credo niceno-costantinopolitano del 381, che si recita ogni domenica nella liturgia eucaristica, parla di «risurrezione dei morti».
Insomma: a questo punto mi sta venendo il mal di testa e il capogiro. E a te?

I sadducei di ieri e di oggi. E Gesù. (Luca 20,27-38)

I sadducei, risalenti al sommo sacerdote Sadoq del periodo di Salomone, erano liberali conservatori dell’alta borghesia e tra loro c’erano molti dell’aristocrazia sacerdotale. Dal 6 al 70 d.C. fornirono quasi tutti i Sommi sacerdoti. La loro abilità politica con gli invasori romani permise loro di occupare posti chiave sotto Erode e i governanti romani. Erano in polemica contro i farisei su due punti:
– solo la Torah scritta nei 5 libri di Mosè (pentateuco) aveva autorità in materia di fede;
– non c’é resurrezione dai morti.
Tuttavia anche tra i farisei c’erano differenti interpretazioni sulla risurrezione: «Non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba. Ma noi, i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre» (Salmo 114,17-18). Alcuni concepivano la risurrezione in modo molto materialistico, quasi che fosse una riedizione corretta di questa vita.
Tutto avveniva su riferimenti scritturistici e a colpi di citazioni bibliche.
Si dice spesso che l’idea della risurrezione fosse una novità piuttosto recente nata, nella riflessione religiosa ebraica, durante la persecuzione di Antioco IV Epifane (167-164 a.C.). Ne abbiamo numerosi cenni nel secondo libro dei Maccabei e nel capitolo 12 del libro di Daniele in risposta a una grave questione di giustizia: non è giusto che i buoni periscano e i criminali vivano a lungo. Il concetto di risurrezione sarebbe nato dall’idea di una retribuzione dopo la morte per ciò che gli esseri umani avrebbero vissuto sulla terra. In realtà quella fede affonda le sue radici più profondamente nel pensiero sia dei profeti che nei Libri sapienziali, non tanto per il desiderio di risolvere il problema della morte dei giusti, quanto per la riflessione sulle relazioni tra il Dio eterno e l’uomo effimero che pure è immagine di Dio. Si pensi ai testi come Isaia 26,19: «di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno. Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere» (vedi anche Osea 6,2; 13,14; Isaia 25,8); il testo di Ezechiele 37,1-14 invece (le ossa aride che si rivestono di carne e di soffio vitale), più che riferirsi alla resurrezione dai morti sarebbe una parabola del ritorno del popolo dall’esilio. Si pensi anche alla nota proclamazione di Giobbe (19,25-27): «Poiché io lo so: il mio redentore è vivente, ultimo sulla polvere si emergerà. Dopo che avranno distrutto la mia pelle, anche dopo ciò, dalla mia carne vedrò Dio, io stesso lo vedrò, i miei occhi lo vedono non più straniero». Però per i sadducei questi testi non appartengono al Pentateuco e quindi per loro non sono normativi[2]. E quindi tendono una trappola a Gesù appellandosi al Pentateuco e precisamente a Deuteronomio 25,5-10 dove vengono regolamentati, per la donna vedova, i doveri per assicurare la discendenza: «Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere del cognato». Le dettagliate prescrizioni vanno sotto il nome di “legge del levir” ossia “del cognato”. I sadducei, in modo palesemente ridicolo raccontano la storiella di una donna rimasta vedova sette volte e risposatasi con 7 cognati. Poi la domanda, per ridicolizzare: «La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie?».

Il nome di Dio si intreccia con il nome di uomini.
Gesù non si perde in virtuosismi esegetici e non va a riferirsi a testi che parlino esplicitamente della risurrezione per non ridurla ad una questione esegetica o a una disputa di scuola rabbinica. Egli cita sorprendentemente Esodo 3 che é un testo su Dio e non sulla resurrezione: «Il Signore è Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe». Gesù si rifà al centro delle Scritture cioè alla rivelazione del Dio vivente, all’amore di Dio e alla sua fedeltà. Se Dio ama l’uomo non può abbandonarlo in potere della morte. Dio non può più essere senza Abramo. Non lo si può più chiamare semplicemente “Dio”, ma lo si deve chiamare “Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe”.
Scrive P.Ermes Ronchi: «Dio “di”: in questo “di”, ripetuto cinque volte, è contenuto il motivo ultimo della risurrezione, il segreto dell’eternità. Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un legame, indissolubile e reciproco, e che significa: Dio appartiene a loro, loro appartengono a Dio. Così totale è il legame, che il Signore giunge a qualificarsi non con un nome proprio, ma con il nome di quanti ha amato. L’amore si mostra e si qualifica con il nome degli amati. Il nome di Dio si intreccia con il nome di uomini, è tutt’uno con il mio nome, anch’io amato per sempre, anch’io appartenente a un Dio vivo. Dio di Abramo, di Isacco, di Gesù, Dio di mio padre, di mia madre… Se quei nomi, quelle persone non esistono più è Dio stesso che non esiste. Se quel legame si dissolve è il nome stesso di Dio che si spezza»[3].
C’é un testo molto significativo che é bene riascoltare dal Libro della Sapienza 11,22-12,1: «Tutto il mondo davanti a te é come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Ma tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se disprezzassi qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe resistere in vita una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita, poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose».
Gesù dunque parla di Dio e ne annuncia le caratteristiche di vita e vitalità fedele e amorosa. Risponde così, sia ai sadducei che negavano la risurrezione e sia ai farisei che la banalizzavano nelle dispute di fantareligione. La vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo, é una vita diversa: «uguali agli angeli … figli della risurrezione … figli di Dio».
Indirettamente risponde anche alla filosofia greco-ellenistica che non accetta la risurrezione del corpo ma solo l’immortalità dell’anima in quanto, afferma, solo lo spirito interiore ha diritto alla incorruttibilità. Per Luca la risurrezione non significa una semplice rianimazione di cadavere, ma un salto qualitativo; nella liturgia dei defunti esprimiamo questo dicendo “la vita non é tolta ma trasformata”.
Oggi sarebbe bene parlare di resurrezione della persona.
Nel nuovo Testamento dopo la resurrezione di Gesù la chiesa primitiva lentamente riformula la sua fede. Esiste in noi una forza vitale (energia) espressa dalla vita cosciente e capace di amore: tutto questo ci é dato in germe. Vita non solo dono da trasmettere, ma anche da ricevere.
L’unica parola forte di speranza é la parola di Gesù al ladrone in croce: «Oggi sarai con me!». Il ladrone moribondo non ha chiesto il dove e il come. Forse non era nelle condizioni ottimali per fare una discussione teologica o un dibattito cultural filosofico! S.Ambrogio scrisse: “la vita è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo là c’è il Regno” (In Lucam X, 121).
Scrive il teologo Carlo Molari[4]: «Sappiamo che non esiste un luogo chiamato cielo dove risiede Dio e dove andranno i corpi dei risorti alla fine della loro vita o della storia umana. Sappia­mo che gli elementi che compongono il no­stro corpo nel momento della morte riman­gono sulla terra fino alla fine dei tempi. In un modo o in un altro verranno assunti da molte altre creature e finiranno nella grande fornace in cui la terra terminerà la sua esi­stenza per altre modalità di esistenza. Per noi quindi la risurrezione consiste nell’entrare in un’altra dimensione di vita, che non pos­siamo immaginare. Come il feto nell’utero materno non è in grado di pensare la sua esistenza futura all’aria aperta, così noi non possiamo pensare in che cosa consista la mo­dalità del risorto».


[1] Nel linguaggio greco del Nuovo Testamento la parola è ta eskata. Da cui deriva “escatologia”, un ramo della teologia.
[2] Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015,pagg.557-559
[3] Padre Ermes Ronchi – Se Dio intreccia il suo nome col nostro –Avvenire (07 Novembre 2004)
[4] Rivista Rocca, 1 novembre 2015. Pro Civitate Christiana, Assisi.




I SANTI: avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo. D. Augusto Fontana

Preghiamo.
Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Sal 23. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. 

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

UNA MOLTITUDINE. I santi: “avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo”.
«Come ci sono “santi pagani” anche nella Bibbia (pensiamo a Enok, a Noè, a Giobbe, che non sono ebrei eppure sono esaltati dalla Scrittura), così ci sono i “santi musulmani”, come questo gruppo di dervisci, una confraternita spirituale: «Una sera eravamo una trentina di dervisci e non avevamo che una sola pagnotta. La facemmo a pezzetti, poi spegnemmo la lampada; così, se qualcuno avesse mangiato più pane dell’altro, non avrebbe dovuto vergognarsi. Dopo un po’ di tempo, la lampada fu riaccesa. Ed ecco, tutti i pezzetti di pane erano ancora lì, perché ciascuno aveva rinunciato a mangiare a favore degli altri». Il racconto arabo esalta soprattutto una qualità che anche il cristianesimo pone alla base dell’autentica santità, cioè l’amore»[1].

Sacro o santo?
La santità costituisce lo sfondo di questa celebrazione. Tema così lontano dal nostro linguaggio e dall’orizzonte quotidiano; realtà che non nasce spontanea e tuttavia è così incredibilmente alla portata di mano in quanto offerta a tutti e non solo ad alcuni eroici e straordinari personaggi. Pio XII in un radiomessaggio del ‘55 diceva: «L’uomo può considerare il suo lavoro come vero strumento di santificazione perchè lavorando perfeziona in sé l’immagine di Dio, adempie il dovere e il diritto di procurare a sé e ai suoi il necessario sostentamento e si rende utile alla società [2]» e Giovanni XXIII «Risponde perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano[3]».
Nella più rigida tradizione ebraica solo Dio poteva essere chiamato SANTO (Qadosh); sarebbe stata una bestemmia attribuire ad un uomo il titolo che spetta solo a Dio, il Separato, il Trascendente, l’Altissimo, il Totalmente-Altro. Il concetto che, nell’ebraismo, più si avvicina a quello di santo è tzadik, una persona giusta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto.
In verità mi pare che la Bibbia faccia qualche eccezione. La parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro della Genesi: ” E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò“. Inoltre, quando sul Sinai stava per essere pronunciata la parola di Dio, il Signore ci ha collegialmente risucchiati nel suo incomunicabile attributo: ” Voi sarete per me un popolo santo “. Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d’oro, fu ordinata l’erezione di un Tabernacolo, la sacralità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell’uomo, ed infine la sacralità dello spazio. Approfondiamo questo tema.
La parola qadosh significa «se­parare», porre una frontiera tra l’area del tempio da quella profana. Più corretto, allora, in questo caso sarebbe tradurre con «sacro», che rimanda automaticamente a qualco­sa di sacerdotale, templare, sacrificale, liturgico e che evo­ca incensi e rituali. Il «sacro» è la definizione di un’ area «pura» (un sinonimo usato dal libro del Levitico) ove si può inse­diare Dio, che per definizione è «sacro-santo», come ricor­da a Isaia il coro angelico che ascolta nel tempio il giorno della sua vocazione: «Santo, santo, santo è il Signore dell’universo» (Is 6,3). Il sacro per sua natura divide perché si oppone a ciò che è limitato, imperfetto, umano.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che valore e che rischi contiene in sé la visione sacrale? Da un lato, il sacro tutela la purezza del concetto e della realtà di Dio, la sua trascendenza e distanza, impedendone la riduzione a realtà manipolabile, conservandone la sua qualità di total­mente Altro. D’altro canto, però, il sacro isola, rigetta e si pone in tensione col profano; si fa autosufficiente, e tutto ciò che non appartiene alla sua sfera diventa il male, il peccato, l’impuro; suo sogno è quello di sacralizzare il maggior ambito possibile (politica, cultura, società) così da porlo sotto la propria ferrea tutela. Al sacralismo si oppone il «santo» inteso in senso esi­stenziale e morale: la santità non si isola ma, pur conser­vando la sua identità, coesiste col profano, lo feconda sen­za assorbirlo. Il Verbo è diventato carne e ha posto la sua tenda fra noi. Alla morte di Gesù il tendone del tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal cortile del popolo, si “lacerò da cima a fondo”: lo spazio sacro deborda amichevolmente, come un fiume in piena, sullo spazio e il tempo profano. Ora Dio santo abita nel cortile di noi povere creature fragili e inquinate. «Io sono Dio e non uomo, so­no il santo in mezzo a te» (Os 11,9). Un «santo» che si inse­dia in mezzo al suo popolo e alla sua storia, non isolan­dosi e respingendo l’uomo ma coinvolgendolo e santificandolo.

Una moltitudine…
«Siate santi perché io sono santo» (Levitico 11,44 e 45; 19,2). Dalla liturgia di oggi emerge una prima caratteristica della santità: è collettiva, popolare, comunitaria, plurale, corale: una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, popolo, razza e lingua – dice l’Apocalisse – Ecco la generazione che cerca il tuo volto – dice il Salmo 24. Generazioni intere ci hanno preceduto e ci hanno consegnato la fede. Noi adulti, a nostra volta, siamo la generazione che consegna in eredità ai piccoli e ai giovani il seme del Vangelo e i suoi valori. Il salmo 145 recita: «Di padre in figlio si tramanda quello che tu hai fatto per noi, tutti raccontano le tue imprese».   Lasciamoci prendere da questa connotazione: la mia santità personale non basterebbe ancora; sarebbe aristocratica. Santi sì, dunque, ma insieme. La chiesa della domenica terrena (quella del settimo giorno) e quella eterna (quella dell’ottavo giorno) è una chiesa di persone che portano le stimmate della storia che hanno vissuto insieme. Nella prima lettura lo scenario è una liturgia che si svolge davanti al trono e all’agnello, con canti, vesti, gesti e riti. I santi sono un popolo che celebra l’uscita dalla grande tribolazione. Noi alla domenica partecipiamo a quella liturgia corale.

 …che segue UNO…
La santità proposta da Gesù non coincide con le pratiche di purificazione rituale o con la volontà di separazione che caratterizzavano Israele e contro le quali i profeti e Gesù stesso hanno avuto molto da dire. La santità del popolo cristiano si identifica con la sequela di Gesù, cioè nel dare forma alla vita quotidiana secondo lo stile ed esempio di Gesù che ha incarnato il Dio trascendente nella concreta storia dell’umanità. Le beatitudini annunciano innanzitutto un’azione di Dio, i suoi criteri e i suoi obiettivi inaugurati prima di tutto nella vita, nel messaggio e nelle azioni di Gesù. Il motivo per cui certe persone vengono dette beate deriva dal fatto che Dio ha scelto di avere un’attenzione particolare per loro ed un impegno particolare a loro favore: (“Congratulazioni, Dio sta dalla tua parte perchè tu sei dalla parte di Dio”). Le Beatitudini non dichiarano, dunque, prima di tutto ciò che l’uomo deve fare, ma ciò che Dio è intenzionato a fare a favore di persone il cui stato di pericolo e di debolezza attira il suo amore e la sua compassione. Beato non equivale al nostro “contento” o “soddisfatto”. Non è beato chi soffre o chi è povero, ma chi cammina per la via giusta. Le beatitudini dichiarano che Dio non è estraneo al dolore e alla debolezza che sempre ci accompagnano. Dio ci ama anche nel nostro soffrire e soccombere. Come ha fatto con il primo beato che è Gesù: “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”. E dietro lui anche noi, come descrive una immagine poetica: Miriadi di uccelli volavano sotto la rete tesa al suolo. Incessantemente si alzavano in volo, urtavano la rete, ricadevano a terra. Uno spettacolo triste. Ed ecco un uccello si lanciò a sua volta, si ostinò a lottare contro la rete e d’improvviso, ferito e coperto di sangue, la ruppe e si lanciò nell’azzurro. Fu un grido di vittoria di tutti gli uccelli. Un mormorio infinito di ali si precipitò verso la breccia, verso lo spazio infinito[4].

 ...nella grande tribolazione.
Noi stiamo ancora passando nella grande tribolazione che io oggi interpreto come fatica della coerenza tra ciò che annunciamo e ciò che facciamo, tra ciò che celebriamo e ciò che viviamo. Ecco dunque il martirio della grande tribolazione: la coerenza tra la veste lavata al settimo giorno col sangue dell’agnello e l’abito dei sei giorni di lavoro, di famiglia e vita sociale, la coerenza tra ciò che siamo già da ora (figli di Dio) e ciò che saremo e non è stato ancora pienamente rivelato, come dice la seconda lettura.

Chi sono coloro che attraversano, dietro Gesù, la grande tribolazione?
I poveri: coloro che non si lasciano possedere dalle cose e tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana e per questo apprezzano il lavoro e partecipano attivamente ad un’equa distribuzione delle risorse, dei profitti e dei guadagni, con sobrietà.
quelli che sono nel pianto: quelli addolorati per il male che c’è nel mondo e dentro di sè, come Gesù che piange su Gerusalemme; coloro che si fanno carico degli sbagli altrui.
I miti e misericordiosi: quelli che sono comprensivi, affabili, non aggressivi al punto di rinunciare ai propri interessi e si acquistano la stima con la forza della tenerezza e della solidarietà con chi è in difficoltà. Diceva Gandhi: «Se tutti applicassimo il principio del “occhio per occhio” tutto il mondo diventerebbe cieco».
Gli affamati della giustizia: quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
I puri di cuore: quelli che sanno che il male cova dentro a ciascuno come radice di idolatria e vigilano su se stessi prima ancora che denunciare gli altri. Quelli che sono leali, sinceri.
I perseguitati: quelli che sanno che essere cristiani ha un costo. Là dove la fede è a caro prezzo.

«L’utopista, il rivoluzionario, il santo caratterizzato dallo spirito liberatore è una persona coerente: la sua fedeltà muove dalla radice della sua persona per arrivare fino ai minimi dettagli che gli altri trascurano: l’attenzione ai piccoli, il rispetto totale ai subordinati, lo sradicamento dell’egoismo e dell’orgoglio, la preoccupazione delle cose comuni, il generoso impegno nei lavori non rimunerati, l’onestà nei confronti delle leggi pubbliche, la puntualità, il riguardo per gli altri nella corrispondenza epistolare, il non fare distinzione di persone, il non lasciarsi comprare dal denaro. Ogni persona finisce qualche giorno per vendere la sua coscienza, la sua dignità, la sua onestà… La corruzione è, a molti livelli, una piaga impressionante. Il giorno-per-giorno è il test più affidabile per mostrare la qualità della nostra vita e lo spirito da cui è animata. essere ciò che si è, dire ciò che si crede, credere ciò che si predica, vivere ciò che si proclama. Questa del giorno-per-giorno viene ad essere una delle principali forme di “ascetica” della nostra spiritualità. L’eroismo della realtà quotidiana, domestica, abituale, l’eroismo della fedeltà che arriva fino ai dettagli oscuri e anonimi. Dimmi come vivi una giornata qualsiasi, e ti dirò se è valido il tuo sogno di un domani diverso»[5].

I beati sono quelli che hanno detto a Dio: «Signore se vuoi che io cambi, accarezzami». Dio li ha accarezzati e loro sono cambiati. Sono coloro che nella grande tribolazione hanno salvaguardato la coerenza tra il settimo giorno e i sei giorni, hanno collaborato con Dio alla guarigione del mondo e per questo quando muoiono cadono nelle mani del Signore.

E dunque, Signore, / non guardare ai nostri peccati, / ai nostri quotidiani tradimenti, / a tutte queste viltà segrete e palesi, / ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra: / ai giusti di qualunque religione e fede, / ai giusti senza nome, silenziosi e umili, / uomini e donne di cui nessuno / ha mai avvertito che neppure esistessero / e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro: / gente che incontravamo per via  / e neppure salutavamo, / e loro invece ti salutavano / e pregavano per te e tu non sapevi: / qualcuno che abitava in periferia, / altri, nei campi, gente del deserto: / il portinaio di qualche monastero, / una madre, la quale ha solamente dato, / e un altro che è riuscito a perdonare. / Signore, sono costoro che ti rendono gloria / a nome dell’intero creato, / a nome di tutto il genere umano: / moltitudine che mai nessuno riesce a numerare: / Signore, guarda a tutti coloro / che non sanno neppure se esisti  / e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra) / e invece sono vissuti per la giustizia  / e la verità e la libertà e l’amore… / per queste cose hanno attraversato / il mare della grande tribolazione: / hanno subito chi la deportazione e l’esilio, / chi le feroci torture e il lungo carcere; / e altri sono stati fatti sparire / come se non fossero mai esistiti / sulla faccia della terra: / bambini, donne e sacerdoti, / e molti, moltissimi uomini del sindacato; / e altri che hanno sopportato  / ogni avvilimento e disprezzo / e oblio perfino dalle proprie chiese: / sono essi i tuoi santi / che ora compongono la “mistica rosa” / del tuo paradiso, / uomini e donne a te carissimi / fra gli stessi santi dei nostri calendari: / sono loro a comporre anche la tua gioia, / la grande festa nei cieli. / Amen.
(David Maria Turoldo, Sono questi i tuoi santi).

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[1] SANTI SENZA RECINTI di Gianfranco Ravasi (AVVENIRE – 01 Novembre 2002 )
[2] citato in H. Fitte Lavoro umano e redenzione, Armando editore,1996 pag. 35
[3] Mater et magistra n.232-233.
[4] Aproches de Jésus, Le Centurion, Paris
[5] Mons.Pedro Casaldáliga, José M. Vigil, Fedeli nella vita di ogni giorno.