Domenica 31a – 3 novembre 2019
UN SICOMORO PER AMICO. D.Augusto Fontana

Ciò che cambia la vita di Zaccheo è… un albero! È quell’albero che permette a Zaccheo di superare la folla che gli impedisce di vedere Gesù. E tutti noi abbiamo una “folla” che in qualche modo ci oscura lo sguardo e sembra ostacolarci nell’incontro con il Signore. Siamo tutti di “bassa statura”. Dobbiamo avere il coraggio, qualche volta, di andare al di sopra della folla, del rumore, delle tante voci che ascoltiamo e delle cose che facciamo, per giocarci nell’incontro con Gesù. A tutti noi quest’oggi è offerta la possibilità di salire su di un “albero”. Ad una condizione: capire qual è l’albero su cui possiamo arrampicarci!

 Preghiamo.
O Dio, che nel tuo Figlio sei venuto a cercare e a salvare chi era perduto, rendici degni della tua chiamata: porta a compimento ogni nostra volontà di bene, perché sappiamo accoglierti con gioia nella nostra casa per condividere i beni della terra e del cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 11,22-12,2
Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.
Sal 144   Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.

Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,11-2,2
Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo. Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.
Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

UN SICOMORO PER AMICO. Don Augusto Fontana
«Venga il mio amato nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti» (Cantico 4,16). Gesù allunga la mano fra il fogliame del sicomoro e raccoglie un frutto squisito: Zaccheo.
«Tu ami tutte le cose, Signore amante della vita» così prega oggi il Libro della Sapienza. Tutte le cose recano il segno sacramentale della sua tenerezza. Queste cose, compreso gli uomini, sono come polvere e come goccia di rugiada. Eppure, “La gloria di Dio è l’uomo vivente”, scrive S. Ireneo di Lione[1]. Pare che la nostra istintiva natura sia invece quella di saccheggiare non solo le cose, la creazione, ma anche la stima degli uomini, con disprezzi o sospetti. Sotto, sopra e attorno a quel sicomoro accade una Rivelazione di chi è Gesù, di chi siamo noi, di come debba essere ogni chiesa e ogni assemblea liturgica.
Quando ero parroco a S. Evasio avevo realizzato un sistema di accoglienza per detenuti, chiamato con il nome dell’albero di Zaccheo: Progetto SICOMORO. Sogno che in ogni parrocchia (in ogni famiglia o cuore umano) esista una stanza, un angolo, un appartamento, un luogo che diventi come l’albero di Zaccheo. Scrive Vincenzo Andraous, un detenuto[2]: «Perché non ho mai visto alcuno salire sull’albero di sicomoro? Nessuno si arrampica sul sicomoro per tentare di guardare nel mare sommerso al di là del muro di cinta di un carcere. Non c’è traccia del sicomoro né di Zaccheo quando si parla di carcere, di pena, di lacerazioni inferte agli altri e a se stessi. Ho pensato al sicomoro di Zaccheo, forse perché c’è bisogno di miracoli, di speranza, di parole di bene, chiare e non buoniste. Ho pensato al sicomoro, perché ha consentito al pubblicano corrotto di elevarsi a persona, di alzarsi dalla sua bassa statura morale. Il carcere avrebbe bisogno di una speranza per ogni persona detenuta, speranza che nel dolore e nella sofferenza di una perduta libertà possa coesistere la possibilità di una dignità da riacquistare e una rinascita da intraprendere. Ma non c’è traccia del sicomoro nei pressi di questa sorta di terra di nessuno, quale è il carcere. Il sicomoro è albero di terra che ricorda l’albero della croce. Ho ricordato Zaccheo, perché ha saputo “trasgredire” nella rinuncia ai beni della conformità e del potere, e pensare a lui significa consentire al cuore di rimuovere il filo spinato della diversità, delle regole della strada, dei disvalori che imperversano al di là dell’alto muro di cinta».
Da questo albero fa capolino un frutto: Zaccheo. Gerico è luogo di dogana per le merci provenienti dall’oriente. Era l’ideale per un collaborazionista romano che raccoglieva le tasse per conto dei militari che occupavano il paese. Triplamente odiati, quindi, sia per il collaborazionismo con l’invasore, sia per l’idolatria del denaro, sia per l’uso di estorcere più del dovuto a propri fini economici. Gli esattori non erano ammessi a testimoniare in tribunale perchè inaffidabili e indegni. La vita amata da Dio si corrompe e si contamina.
Ma ecco il protocollo di avvicinamento: quell’uomo coltiva una qualche curiosità (come Erode per vedere i miracoli o le folle per vedere i segni o quel figlio scapestrato della Parabola il quale ritorna al Padre per fame). E Gesù passa sotto e dentro questa curiosità che si presenta ancora come un feto senza forma ben definita. Non sempre gli va bene. Nè per Erode nè per le folle. Ma Lui scommette sempre sulla parte migliore di noi. E per Zaccheo è andata bene. Accade il mistero pasquale, oggi. 

Cercare. Il testo inizia e termina con il verbo zētéō: nel v. 3, Zaccheo «cercava di vedere chi era Gesù»; nel v. 10, «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era per­duto». Il verbo ‘cercare’ è importante nella teologia di Luca, do­ve è associato a realtà diverse come la verità, la salute, il senso della vita o della salvezza. In Luca 11,9 Gesù dichiara: «Cercate e troverete»; in Luca 9,9 anche il re Erode cercava, come Zaccheo, di vedere Gesù, un desiderio che si avvererà durante la passione (23,8), senza tuttavia portare salvezza. Il cap. 15 di Luca è il capitolo del­la ricerca: della pecora perduta, della moneta perduta, di due figli perduti. Il verbo “cercare” (vv. 3.10) fa da cornice del racconto e indirizza il lettore a leggere il brano come una ricerca: prima che Zaccheo decidesse di porsi alla ri­cerca di Gesù, Gesù si era messo in cammino per cercarlo. Nello stesso momento in cui Gesù rivela l’identità nascosta/perduta di Zaccheo, «figlio di Abramo», Zaccheo confessa l’identità di Ge­sù: è «il Signore» (v. 8).  Il cambiamento è causato dall’essere ‘visto’ e incontrato dal Cristo: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (v. 5). Notiamo il verbo dēi (devo), lo stesso utilizzato nel contesto della passione, ed il verbo ‘fermarmi’ che cambia la dinamica interna al racconto. Se, infatti, fino a questo punto l’evangelista aveva proposto una serie di verbi di movimento (entrare, passare, salire, scendere), ora utilizza il linguaggio del fermarsi per rimanere nella casa di Zaccheo. Il viaggio di Zaccheo termina dunque faccia a faccia con Gesù, riconosciuto come il suo Signore.

Vedere. Il cammino di Zaccheo è scandito dal verbo ‘vedere’ (vv. 3. 4. 5. 7): non solo dal suo sguardo, ma anche dallo sguardo di Gesù, quello che ci ricorda l’incrocio di sguardi tra Gesù e Pietro nel cortile del tribunale «Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto…e uscito, pianse amaramente». (Luca 22,61-62)

 Oggi . Luca usa questa cifra del tempo per 11 volte nel suo primo Vangelo e per altre 11 nel suo secondo Vangelo (Atti degli apostoli). Gesù dice a me e a te: «oggi devo fermarmi a casa tua». Altre volte gli uomini si alzano in piedi, sorgono. Zaccheo invece scende. Presto e con gioia. Nella prima fase Gesù non gli chiede qualcosa, ma si offre ospite e compagno. E’ nella compagnia, nel dialogo che matura una decisione. Il Vangelo non riporta alcuna professione di fede. Altre volte gli uomini dicono: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente“. Oggi si passa subito alle conseguenze della professione di fede: “La metà dei miei beni la do ai poveri e se ho rubato restituisco 4 volte tanto“. Zaccheo scopre ciò che gli impediva di vivere e ciò che corrompeva l’intenzione originaria del Creatore. Si riconcilia con la vita liberandola dal peso soffocante dell’avere. Sul sicomoro e in casa, in famiglia, matura un frutto nuovo. Occorre cogliere cosa c’è di insolito in questo evento. 

Dal basso verso l’alto![3] Zaccheo, un uomo forse di una certa età, incuriosito dalla figura di Gesù desidera vederlo, ma a motivo della sua bassa statura è costretto ad arrampicarsi su di un albero. E quando Gesù giunge in quel luogo è lui ad alzare lo sguardo e a chiamarlo per nome, potremo dire lo incontra là dove si trova, nell’esperienza del limite e del peccato. Talvolta siamo convinti che il Padre guardi la nostra vita “dall’alto in basso”. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo “dal basso verso l’alto!”, uno sguardo che si posa con delicatezza sulla vita di ciascuno di noi. È attraverso questo sguardo misericordioso, che Zaccheo recupera una giusta coscienza di sé ed è pronto a sanare con la carità il male che ha commesso.

Un albero… per andare oltre la folla! Ciò che cambia la vita di Zaccheo è… un albero! È quell’albero che permette a Zaccheo di superare la folla che gli impedisce di vedere Gesù. E tutti noi abbiamo una “folla” che in qualche modo ci oscura lo sguardo e sembra ostacolarci nell’incontro con il Signore. Siamo tutti di bassa statura. Dobbiamo avere il coraggio, qualche volta, di andare al di sopra della folla, del rumore, delle tante voci che ascoltiamo e delle cose che facciamo, per giocarci nell’incontro con Gesù. A tutti noi quest’oggi è offerta la possibilità di salire su di un albero e di guardare il mondo, la vita, con occhi diversi, con gli occhi con cui siamo guardati da Gesù, occhi pieni di misericordia e di perdono… ad una condizione però: capire qual è l’albero su cui possiamo arrampicarci!
Domenica prossima Gesù sarà il sicomoro che il Padre ci fa trovare sul cammino, quell’albero della croce su cui arrampicarci e da cui scendere per sedersi alla “tavola eucaristica” dove Lui sta bene con noi e ascolta volentieri i nostri buoni propositi sociali e pasquali.

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[1] Contro le eresie. Libro IV, 20,7.
[2] Vincenzo Andraous, classe 1954, detenuto ergastolano, da qualche tempo usufruisce di permessi premio e di lavoro esterno svolgendo attività di Tutor presso la Comunità “Casa Del Giovane “di Pavia. E’ impegnato in attività sociali e culturali con scuole, parrocchie, e movimenti. E’ titolare di alcune rubriche mensili su riviste e giornali, ha conseguito premi letterari.
[3] Pino Pulcinelli




INFELICE CHI GUARDA SOLO A SE STESSO
P. Ermes Ronchi

Infelice chi guarda solo a se stesso

P. Ermes Ronchi (21/10/2010)

 

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e disprezza gli altri, denuncia anche a noi i rischi della preghiera: non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare i suoi figli. Ci si allontana dagli altri e da Dio; si torna a casa, come il fariseo, con un peccato in più.

Il fariseo inizia con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come tutti gli altri, ladri, ingiusti, adulteri. Non si confronta con Dio, ma con gli altri, e gli altri sono tutti disonesti e immorali. In fondo è un infelice, sta male al mondo: l’immoralità dilaga, la disonestà trionfa… L’unico che si salva è lui stesso. Onesto e infelice: chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Io digiuno, io pago le decime, io… Il fariseo è affascinato da due lettere magiche, stregate, che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, Dio è come se non esistesse, non serve a niente, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la propria auto sufficienza. Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male, e il male sono gli altri. Che è un modo terribilmente sbagliato di pregare, che può renderci «atei». Invece, nel Padre Nostro, modello di ogni preghiera, mai si dice «io» o «mio», ma sempre «tuo» o «nostro». Il tuo regno, il nostro pane. Il fariseo ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Vita e preghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere.

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi, si batteva il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera e la fanno vera.

La prima parola è “tu”: Tu abbi pietà. Mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che lui fa, il pubblicano la edifica attorno a quello che Dio fa.

La seconda parola è: “peccatore”, io peccatore. In essa è riassunto un intero discorso: «sono un ladro, è vero, ma così non sto bene; non sono onesto, lo so, ma così non sono contento; vorrei tanto essere diverso, non ci riesco; e allora tu perdona e aiuta».

Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a un Dio più grande del suo peccato, vento che fa ripartire. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.

(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 34 (33) ; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)

 




Domenica 30a-27 ottobre 2019
LA CHIESA DEL PUBBLICANO. Don Augusto Fontana

La Chiesa del fariseo è la Chiesa maledettamente devota, presuntuosa della propria identità e della verità che presume di possedere, è la Chiesa che non sente il bisogno di confrontarsi con l’uomo (“peccatore”). La Chiesa del pubblicano è la Chiesa che non vanta prerogative o meriti né davanti a Dio né davanti agli uomini. Scriveva Enzo Bianchi in “La differenza cristiana”(Einaudi): “Sovente gli interlocutori dei cristiani sem­brano attendere una chiesa che ascolti pri­ma di parlare, che accolga prima di giudica­re, che ami questo mondo prima di difen­dersene, che si nutra di creatività piuttosto che di paura, che sappia annunciare profe­ticamente piuttosto che accusare”.

 Preghiamo.
Padre, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell’umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa’ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 35,12-14.16-18
Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

Salmo 34(33) Il povero grida e il Signore lo ascolta.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.

Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo.
[I Giusti] gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.16-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal vangelo secondo Luca 18,9-14
Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano (nientificavano) gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé (davanti a sé): “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza (lontano), non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato (reso giusto), perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

LA CHIESA DEL PUBBLICANO. D. Augusto Fontana
Il brano del Vangelo di domenica terminava con la domanda di Gesù: <Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?>. La fede è l’architrave della porta di ingresso al Regno, ma la preghiera e l’umiltà ne sono le colonne. La fede senza quelle muore asfittica, ma la preghiera senza fede e umiltà diventa presunzione. La parabola di oggi parla della preghiera, ma in realtà è in gioco tutto il modo di concepire l’esistenza religiosa, cioè il rapporto con Dio e con gli uomini.
Siracide 34,18-35.
Il Libro del Siracide fu scritto nel 2° secolo a.C. da Yehoshua Ben Sirah. Intenzioni dell’autore: difendere il giudaismo tradizionale e ortodosso dagli influssi greco/ellenistici tra cui l’idea che Dio esiste, ma é lontano da noi. Il Libro[1] fu tenuto in grande considerazione dalla Chiesa primitiva e lo si offriva ai Catecumeni come una specie di Sillabario cristiano: forse per questo fu anche chiamato con il nome di ECCLESIASTICO.
Il brano della liturgia di oggi è breve e risulta sacrificato rispetto al tema generale rappresentato da tutto il contesto dei capitoli 34-35. Il tema affrontato è quello del sacrificio offerto al Tempio. L’autore immagina una scena del Tempio dove il ricco offre numerosi sacrifici perchè Dio chiuda un occhio sulle sue ingiustizie, mentre il povero offre al Tempio solo il proprio lamento.
Secondo Ben Sirah la pratica della Thora’ è un vero e proprio culto. Anzi, il culto costruito con l’offerta al Tempio delle primizie del raccolto e di un decimo dei guadagni dovevano anche sfamare il forestiero, l’orfano e la vedova:
Deuteronomio 26: <[1]Quando sarai entrato nel paese che il Signore tuo Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, [2]prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore tuo Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore tuo Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. [3]Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci. [4]Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore tuo Dio [5]e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore tuo Dio: “Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa. [6]Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. [7]Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce” Le deporrai davanti al Signore tuo Dio e ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio; [11]gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore tuo Dio avrà dato a te e alla tua famiglia. [12]Quando avrai finito di prelevare tutte le decime delle tue entrate, il terzo anno, l’anno delle decime, e le avrai date al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova perché ne mangino nelle tue città e ne siano sazi, [13]dirai dinanzi al Signore tuo Dio: Ho tolto dalla mia casa ciò che era consacrato e l’ho dato al levita, al forestiero, all’orfano e alla vedova secondo quanto mi hai ordinato; non ho trasgredito, né dimenticato alcuno dei tuoi comandi.> Vedi anche Deut. 10,17 ss e Esodo 22,22-24.
Il sacrificio vero non è quello in cui si offre a Dio quello che si è sottratto agli altri ed il valore del dono non dipende dalla sua abbondanza, ma dalle disposizioni del cuore. Il vero adoratore in spirito e verità è il “povero”, “il giusto”. Il Siracide censura gli atti liturgici di quegli uomini che sfruttano il loro prossimo e credono di trovare il gradimento di Dio nel conformismo religioso. Si tratta di un”concorso” tra due tipi di sacrificio, proprio come il “concorso” tra il sacrificio di Caino e quello di Abele (Genesi 4,1-10), quello di Elia a confronto con quello dei profeti di Balaam (I Re 18, 20-40). Spesse volte il Primo Testamento affronta il problema della “crisi” di quel culto considerato impropriamente come “dare qualcosa a Dio”. (Isaia 1,10-17; 58,3-9; 29,13-14; Geremia 7,1-15; Amos 5,21-27). Anche Gesù, nella più pura tradizione profetica caccia i venditori dal Tempio (Matteo ,12-17) e dice che i veri adoratori adoreranno Dio in “spirito e verità” (Giovanni 4,23) dove per “adorare in spirito” significa che “solo Dio può aiutare a pregare” (I Cor. 12,3; Rom.8,26-27) e dove “adorare in verità” significa che “solo la Rivelazione crea adorazione”.
E’ d’obbligo un’altra puntualizzazione e riguarda il termine GIUSTIZIA. La nostra parola traduce in modo inadeguato il termine ebraico ZEDAQAH. Quando Israele loda la giustizia di Dio non pensa a quel tipo di giustizia da tribunali che consiste nel pronunciare una sentenza giusta; il popolo, invece, lo ringrazia perche’ Dio parteggia per il suo popolo. La giustizia di Dio è la sua fedeltà alla alleanza il cui frutto è la liberazione/salvezza. Quando il Salmo 48,11 dice “Della tua giustizia è piena la tua destra” è come se dicesse:”tu continui a intervenire nella liberazione”. Anche per l’uomo il suo “essere giusto” significa “essere fedele alla comunità” come fa Dio.
Secondo Matteo 6,33 la giustizia è un dono che Dio dà a coloro che lo desiderano. Paolo dirà che non è l’operare dell’uomo che fonda la comunione con Dio, ma l’azione di Dio attraverso Gesù: <Ora invece, indipendentemente dalla Legge (Torah) sì è manifestata la giustizia di Dio… per mezzo della fede in Gesù Cristo per tutti quelli che credono> (Romani 3,21ss).
Luca 18,9-14.
Nella preghiera si rivela chi si sente giusto e chi si sente “reso giusto”.
I protagonisti sono 3: Dio, il fariseo, il pubblicano[2].
Esistono due introduzioni del brano.
Una é esplicita: «Disse questa parabola per alcuni che confidavano su se stessi di essere giusti e disprezzavano (il testo originale greco “exuthenéo” significa: nientificavano) i rimanenti (il termine greco “loipùs” usato da Luca indica “gli avanzi”; gli altri sono considerati come gli avanzi lasciati in un piatto) ».
L’altra introduzione é l’ouverture della parabola: «Due uomini salirono al tempio per pregare»

Due uomini. Il fariseo e il peccatore più che due persone sono due atteggiamenti che possono convivere in noi. Proprio come diceva Gesù: dentro di noi può esserci il lievito dei farisei (Lc. 12, 1ss) o il lievito del regno (Lc.13,18-21).
Salirono al tempio. La stessa azione “buona” può essere fatta con uno spirito e un risultato opposti.
Per pregare. Come noi oggi. Il fariseo dice: «Io non sono come quel peccatore là!». Il pericolo nostro é di dire: «Io non sono come quel fariseo!».
Il fariseo. Un uomo maledettamente praticante e separato da coloro che non praticano gli insegnamenti della Toràh.
In piedi. E’ la posizione corretta della preghiera; significa “davanti a Dio”.
Pregava davanti a sé. In realtà sta davanti al proprio io. Il suo non é un dialogo, ma un monologo.
Ti ringrazio“. Fa “eu-carestia”, ma invece di elencare le opere di Dio (come fa il “Magnificat”), elenca le proprie opere e si differenzia dagli altri.
Dio ha detto “Io-sono”; il fariseo dice “Io-non-sono”: mentre cerca di dichiarare la sua diversità, di fatto dichiara il suo nulla. Mentre si confronta con “questo pubblicano” non s’accorge di essere davanti ad uno specchio.
Io-non-sono come i rimanenti uomini. Sta cercando di differenziarsi, ma, come vedremo, lui é ciò che rimprovera agli altri.
…che sono rapaci: i rapaci si appropriano delle cose altrui; anche il fariseo di fatto si appropria dei beni di Dio.
…ingiusti. Gli ingiusti sono coloro che non fanno la volontà di Dio. Il fariseo trasgredisce il comandamento dell’amore.
…adulteri. Sono coloro che non vanno con il proprio amore. Anche il fariseo si prostituisce all’idolo del proprio io.
Digiuno…pago la decima. Non solo osserva le prescrizioni della Torah, ma le supera. Il digiuno era prescritto una volta all’anno nel Giorno della Espiazione (Levitico 16,29 ss) e questo super-digiuno del fariseo mirava a riparare le molte violazioni della Legge da parte del popolo non osservante. La decima doveva essere pagata dal produttore e non dal consumatore: ma lui, per scrupolo, in caso il produttore non lo avesse fatto, versa la decima al suo posto.

Anche il pubblicano parla di sè, ma in maniera diversa. Il fariseo <pregava>, il pubblicano <diceva>; la differenza sta nel fatto che la preghiera del pubblicano non pretende di essere tale ed è solo un <dire> (egli forse pensava: <Non so se le mie preghiere valgano qualcosa o addirittura se sono vere preghiere>). La vera diversità tra i due non è il modo di valutare se stessi, ma nel diverso modo di valutare Dio.

Dio. Come il padre della Parabola del “Padre misericordioso” vede questo figlio “da lontano” e gli corre incontro (Lc. 15,20)

Per Gesù non esistono uomini giusti, ma uomini giustificati (resi giusti).

La Chiesa del fariseo è la Chiesa maledettamente devota, presuntuosa della propria identità e della verità che presume di possedere, è la Chiesa che non sente il bisogno di confrontarsi con l’uomo (“peccatore”). La Chiesa del pubblicano è la Chiesa che non vanta prerogative o meriti né davanti a Dio né davanti agli uomini. Scriveva Enzo Bianchi in “La differenza cristiana”(Einaudi): “Sovente gli interlocutori dei cristiani sem­brano attendere una chiesa che ascolti pri­ma di parlare, che accolga prima di giudica­re, che ami questo mondo prima di difen­dersene, che si nutra di creatività piuttosto che di paura, che sappia annunciare profe­ticamente piuttosto che accusare”.
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[1] E’ considerato ispirato solo nella tradizione cattolica e ortodossa, mentre è escluso dal canone ebraico e protestante perché considerato apocrifo.
[2] La loro cattiva fama di collaboratori del governo d’occupazione romano ed esattori delle tasse era spesso peggiorata dal fatto che alcuni usavano le grandi somme che guadagnavano per praticare l’usura.




Domenica 29a-20 ottobre 2019
RIMANI SALDO. Don Augusto Fontana

Il cristiano è uno che si arruola nella “resistenza”. Paolo, nella lettura odierna, invita Timoteo a “rimanere saldo“: «Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina». Il tempo dell’attesa deve essere occupato dalla preghiera nella fedeltà alla Parola di Dio e alla testimonianza. Mosè sulla cima del colle pianta il bastone di Dio come richiamo a non arrendersi e a fare resistenza. La pietra, che viene messa sotto le braccia di Mosè, è Cristo; non serve per sederci sopra, ma per rimanere in piedi.

 Preghiamo.
O Dio, che per le mani alzate del tuo servo Mosè hai dato la vittoria al tuo popolo, guarda la Chiesa raccolta in preghiera; fa’ che il nuovo Israele cresca nel servizio del bene e vinca il male che minaccia il mondo, nell’attesa dell’ora in cui farai giustizia ai tuoi eletti, che gridano giorno e notte verso di te. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Èsodo. Es 17,8-13.
In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm. Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle. Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.
SALMO 120 Il mio aiuto viene dal Signore.
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra.
Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele.
Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte.
Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita.
Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre.
Dalla seconda Lettera di Paolo a Timoteo 3,14-4,2.
Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.
Dal Vangelo secondo Luca 18,1-8
Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

RIMANI SALDO!
<<Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?>>

Resistenza nella fede e nella vita.
Il cristiano è uno che si arruola nella “resistenza”. Paolo, nella lettura odierna, invita Timoteo a “rimanere saldo“: «Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina». Il tempo dell’attesa deve essere occupato dalla preghiera nella fedeltà alla Parola di Dio e alla testimonianza. Mosè sulla cima del colle pianta il bastone di Dio come richiamo a non arrendersi e a fare resistenza. La pietra, che viene messa sotto le braccia di Mosè, è Cristo; non serve per sederci sopra, ma per rimanere in piedi. La vedova, che appartiene alla categoria dei poveri sconfitti, sa ancora chiedere giustizia. Si tratta della resistenza nella fede aggrappandosi alle Sante Scritture. La preghiera è una faccia della resistenza. Per me è difficile resistere in preghiera quando non provo nulla, non sento nulla, quando Dio pare nascondersi. Il cristiano sa resistere, per fede, anche nei momenti di emergenza sociale quando si presentano deviazioni e mostri inquietanti, quando i valori sono minacciati e il senso della vita è in pericolo. Nei periodi di tranquillità spesso le minacce stanno nascoste tra le pieghe di un apparente benessere. Il cristiano fa resistenza contro tutti i fanatismi, le intolleranze, i settarismi, gli integralismi anche nella comunità cristiana. Il cristiano sa scegliere la libertà compiendo azioni significative di disturbo contro le conformità della moda, le liturgie del conformismo, le prepotenze del padrone di turno. Il cristiano sa gettare lo scompiglio in mezzo ai cortei del consenso organizzato, della piaggeria smaccata, della vendita del cervello all’ammasso. Sa resistere nonostante l’implacabile martellamento della pubblicità e della propaganda, i ricatti e i condizionamenti dell’ambiente. Egli è un…partigiano che compie azioni di sabotaggio contro tutte le pratiche idolatriche. [1]
La preghiera che vince.
Esodo 17,8-13. Con qualche tonalità di una religione ancora un po’ “magica” e molto guerrafondaia, siamo nel contesto della battaglia di Israele contro Amalek[2] e gli Amaleciti. Gli Israeliti erano decisi a occupare le terre di Canaan dopo l’uscita dall’Egitto. Amalek era diventato il simbolo di tutti i nemici di Israele. Quindi la vittoria su Amalek diventa emblematica e sintomatica per il popolo di Dio. Il fatto accade dopo la “tentazione” che il popolo ha subìto a Massa e Meriba dove hanno gridato a Dio: «Il Signore è in mezzo a noi, si o no?» (Esodo 17,7). La descrizione delle alterne vicende della battaglia vuol insegnare che l’esito dipende dalla preghiera di Mosè. Il personaggio principale è “il bastone di Dio” che Mosè tiene alto sopra i combattenti, poichè l’esito della battaglia dipende dalla posizione del bastone. Questa interpretazione trova conferma dal nome che Mosè dà all’altare costruito dopo la battaglia: Jahwè-Nissi, cioè Jahwè-mia-bandiera oppure Jahwè-mio-segnale. Il termine ebraico nes indica una pertica innalzata su una collina in segno di mobilitazione e raccolta. E’ lo stesso bastone che ha scatenato le piaghe in Egitto, che ha aperto il Mar Rosso, che ha fatto scaturire l’acqua dalla roccia di Refidim. Mosè tiene dunque visibile il segno della presenza di Dio; lo aiuta una pietra su cui si siede e due braccia di fratelli che lo sostengono nella invocazione; l’interpretazione cristologica dice che la pietra è Cristo che sostiene la preghiera dei credenti. Infatti ogni preghiera al Padre termina sempre con “Per Cristo nostro Signore[3]. E Aronne e Cur rappresentano l’aiuto solidale della comunità che sostiene la fedeltà orante.
La preghiera che trova risposta.
La parabola del giudice (Luca 18, 1-8) che tira per le lunghe è legata agli interrogativi nella chiesa di Luca sul ritardo della soluzione escatologica. Il brano di oggi va letto con riferimento alla Parabola dell’amico importuno (Lc. 11,5-8) ma soprattutto a Luca 17, 20-37: «Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!».
Il cristiano è come una vedova priva dello sposo o di un amante che attende l’amante:”fammi sentire la tua voce, perchè la tua voce è soave” (Cantico dei cantici 2,14).
La preghiera serve a tenere sveglio il desiderio. L’uomo non può produrre il Regno di Dio; può però invocarlo e accoglierlo: “Venga il tuo Regno”.
La preghiera è un “consumare gli occhi dietro la promessa di Dio” come esprime bene il Salmo 119, 81-84 :«Mi consumo nell’attesa della tua salvezza, spero nella tua parola. Si consumano i miei occhi dietro la tua promessa, mentre dico: “Quando mi darai conforto?” …Quando farai giustizia dei miei persecutori?».
Bisogna pregare sempre: Paolo dice: “Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor. 10,31). La preghiera non si sostituisce alle occupazioni, ma le illumina e le indirizza. L’azione che non nasce dalla preghiera è come una freccia scoccata a caso da un arco allentato, senza la forza, quindi, di raggiungere il bersaglio.
Senza incattivirsi: che significa anche “senza scoraggiarsi”. La preghiera per me è spesso il luogo della noia e dello scoraggiamento. Sembra tempo perso. La preghiera è una lotta (Rom.15,30; Col.4,12; Es. 17,8ss; Gn 32,22ss).
Un giudice senza pietà : questa è l’idea che ci siamo fatti di Dio: un Dio senza pietà.
Vedova: è la chiesa di Luca che non può contare che sull’insistenza e sul desiderio.
Fammi giustizia: corrisponde alla preghiera “Liberaci dal male!”.
A lui non dobbiamo chiedere delle cose, ma Lui stesso, lo Spirito Santo. Gli eletti sono coloro che gridano a Lui giorno e notte senza incattivirsi con Dio perchè davanti agli occhi di Dio “un giorno è come mille anni e mille anni sono come un giorno. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di convertirsi” (II Pietro 3,8s).[4]
Troverà fede?: il vero problema non è la prontezza di Dio, quanto piuttosto la fedeltà perseverante dei discepoli.
Dalla benedizione, all’invocazione, alla benedizione.[5]
La preghiera per eccellenza della tradizione biblico-ebraica è la preghiera di benedizione, come dicevamo domenica scorsa: «Benedetto sei tu Signore nostro Dio, re dell’universo che crei ogni sorta di beni». Inscindibile da questa e sollecitata da essa viene subito dopo la preghiera di invocazione che, nella Bibbia, si presenta sotto la duplice forma della richiesta di perdono e della richiesta di giustizia, l’una e l’altra al servizio della benedizione.
Nella Parabola dell’Evangelo si dichiara che, se anche le condizioni appaiono impenetrabili (il giudice è ateo e disumano), la vittoria del caos non è definitiva.
Luca vuole educare alla preghiera perseverante. Quali sono le caratteristiche di una preghiera perseverante?
Il testo greco dice “pàntote”, che può significare: assiduamente, continuamente, in ogni momento e necessità. Ma la seconda precisazione (“senza stancarsi“) sottende una possibile situazione di delusione per un Dio che non mantiene le promesse.
Luca qui sembra riprendere le espressioni Paolo sul “pregare sempre” (2 Tess. 1,11; Filip. 1,4; Rom. 1,10; Col. 1,3) e “senza stancarsi” ( 2 Tess. 3,13; 2 Cor. 4, 1-16; Gal. 6,9; Efes. 3,13). La preghiera assidua non significa moltiplicare le parole (Matt. 6,7): la perseveranza non sta tanto nella ostinazione dell’atto del pregare, quanto nell’ostinazione a fidarsi di Dio e a credere nel suo amore nonostante le apparenti smentite. Se a prima vista pare che la Parabola metta al centro la vedova e la sua preghiera perseverante, a ben vedere il protagonista è il giudice.
A questo proposito cito un sorprendente parallelismo in un brano del Libro del Siracide 35,12-24: «Il Signore è giudice e non v’è presso di lui preferenza di persone. Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi venera Dio sarà accolto con benevolenza, la sua preghiera giungerà fino alle nubi. La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto, rendendo soddisfazione ai giusti e ristabilendo l’equità. Il Signore non tarderà e non si mostrerà indulgente sul loro conto, finché non abbia spezzato le reni agli spietati e si sia vendicato delle nazioni; finché non abbia estirpato la moltitudine dei violenti e frantumato lo scettro degli ingiusti; finché non abbia reso a ognuno secondo le sue azioni e vagliato le opere degli uomini secondo le loro intenzioni; finché non abbia fatto giustizia al suo popolo e non lo abbia allietato con la sua misericordia. Bella è la misericordia al tempo dell’afflizione, come le nubi apportatrici di pioggia in tempo di siccità».
Scriveva Padre Ernesto Balducci[6]: «Pregare è anche non credere di essere innocenti nei confronti delle ingiustizie della società. La vera preghiera non è pre-politica, ma post-politica: la si fa dopo aver compiuto tutto quello che si deve fare per frenare gli spietati e difendere la giustizia. Ed è nella preghiera che si coltiva la speranza. Pregare è prendere le distanze da quel mondo che deride gli inermi. Pregare non è allenarsi alla rassegnazione, ma abituarsi anche alle nobili provocazioni nei confronti di Dio che sembra dormire mentre l’ingiustizia domina. La riserva per un futuro di un mondo diverso è quella pazienza dei poveri che l’hanno custodita in sè non con la cultura, ma con l’ostinata preghiera».
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[1] da Pronzato PAROLA DI DIO, commento Ciclo C, Ed. Gribaudi, pag.266-269.
[2] Amalek è nipote di Esaù (Gen 36, 4. 10-12;15-16; 1 Cron. 1,35-36)
[3] da SERVIZIO DELLA PAROLA n.182, ottobre 86, pag. 69-72, Queriniana
[4] da UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI LUCA pag 258-267, Ed. Dehoniane.
[5] da SERVIZIO DELLA PAROLA n. 182, ottobre 86, pag 73-74, Ed. Queriniana
[6] E. Balducci, IL MANDORLO E IL FUOCO”, Vol. 3 , Ed. Borla, pag. 344




È la salvezza la vera guarigione.
Padre Ermes Ronchi

È la salvezza la vera guarigione.
P.Ermes Ronchi (Avvenire 07/10/2010)
28a Domenica del Tempo Ordinario-Anno C

Dieci lebbrosi fermi a distanza; solo occhi e voce; mani neppure più capaci di accarezzare un figlio: Gesù, abbi pietà. E appena li vede (subito, senza aspettare un secondo di più, perché prova dolore per il dolore del mondo) dice: Andate dai sacerdoti. È finita la distanza. Andate. Siete già guariti, anche se ancora non lo vedete. Il futuro entra in noi molto prima che accada, entra con il primo passo, come un seme, come una profezia, entra in chi si alza e cammina per un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani. Solo per questo anticipo di fiducia dato a ogni uomo, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro. Si mettono in cammino, e la speranza è più forte dell’evidenza. Ma chi vuol stare con l’evidenza si rassegni ad essere solo il custode del passato. Si mettono in cammino e la strada è già guarigione: E mentre andavano furono guariti.
Il cuore di questo racconto risiede però nell’ultima parola: la tua fede ti ha salvato. Il Vangelo è pieno di guariti, un lungo corteo gioioso che accompagna l’annuncio. Eppure quanti di questi guariti sono anche salvati? Nove dei lebbrosi guariti non tornano: si smarriscono nel turbine della loro felicità, dentro la salute, la famiglia, gli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia come all’inizio aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano anche perché ubbidiscono all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti. Ma Gesù voleva essere disubbidito, alle volte l’ubbidienza formale è un tradimento più profondo. «Talvolta bisogna andare contro la legge, per esserle fedeli in profondità» (Bonhoffer). Come fa Gesù con la legge del sabato. Uno solo torna, e passa da guarito a salvato. Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore. È il Donatore che vuole raggiungere non i suoi doni, e poter sfiorare il suo oceano di pace e di fuoco, di vita che non viene meno. Nel lebbroso che torna importante non è l’atto di ringraziare, quasi che Dio fosse in cerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio; è salvo non perché paga il pedaggio della gratitudine, ma perché entra in comunione: con il proprio corpo, con i suoi, con il cielo, con Cristo: gli abbraccia i piedi e canta alla vita. I nove guariti trovano la salute; l’unico salvato trova la salute e un Dio che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, che dona pelle di primavera ai lebbrosi, un Dio la cui gloria non sono i riti ma l’uomo vivente. Ritornare uomini, ritornare a Dio: sono queste le due tavole della legge ultima, i due movimenti essenziali d’ogni salvezza. (Letture: 2 Re 5,14-17, Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17,11-19).




PREGHIERA CRISTIANA PER IL CREATO

Preghiera cristiana con il creato
Papa Francesco (Laudato si’)

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature, che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.
Laudato si’!

Figlio di Dio, Gesù, da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria, ti sei fatto parte di questa terra,
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura con la tua gloria di risorto.
Laudato si’!

Spirito Santo, che con la tua luce orienti questo mondo verso l’amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione,
tu pure vivi nei nostri cuori per spingerci al bene.
Laudato si’!

Signore Dio, Uno e Trino, comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti nella bellezza dell’universo, dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine per ogni essere che hai creato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti con tutto ciò che esiste.

Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra,
perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.

Illumina i padroni del potere e del denaro  perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli, e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.

I poveri e la terra stanno gridando: Signore,
prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita,
per preparare un futuro migliore,
affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si’!
Amen.




SINODO SULL’AMAZZONIA.
Relazione introduttiva del Card. Hummes

Sinodo, il tavolo imbandito da Dio per i suoi poveri
7 ottobre 2019
Relazione introduttiva del relatore generale del Sinodo sull’Amazzonia, card. Hummes, tenuta il 7 ottobre nel corso della prima Congregazione generale.

Il tema del Sinodo che stiamo per iniziare, è: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Un tema che riprende le grandi linee pastorali proprie di papa Francesco. Delineare nuovi cammini. Fin dall’inizio del suo ministero papale, Francesco ha sottolineato la necessità della Chiesa di camminare. Essa non può rimanere ferma in casa, occupandosi solo di sé stessa, racchiusa dentro mura protette. E ancor meno guardando indietro con la nostalgia dei tempi passati. Essa ha bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia, in questi tempi di cambiamenti epocali, camminando sempre al fianco di tutti, soprattutto di chi vive nelle periferie dell’umanità. Chiesa “in uscita”. Perché uscire? Per accendere luci e riscaldare cuori che aiutino la gente, le comunità, i paesi e l’umanità intera a trovare il senso della vita e della storia. Queste luci sono soprattutto l’annuncio della persona di Gesù Cristo, morto e risorto e del suo regno, così come la pratica della misericordia, della carità e della solidarietà soprattutto verso i poveri, i sofferenti, i dimenticati e gli emarginati del mondo di oggi, i migranti e gli indigeni.
Fedeltà come movimento nella storia
Il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è la storia viva della Chiesa, in cui ogni generazione, accogliendo ciò che le è stato dato dalle generazioni precedenti, come la comprensione e l’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione stessa con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù Cristo nei tempi attuali. Le luci: l’annuncio di Gesù Cristo e la pratica instancabile della misericordia nella tradizione viva della chiesa, indicano il cammino da seguire in un procedere inclusivo che invita, accoglie e incoraggia tutti, senza eccezioni, a camminare insieme, verso il futuro, come amici e fratelli, rispettando le nostre differenze.

“Nuovi cammini”.
Nuovi. Non aver paura del nuovo. Nell’omelia di Pentecoste del 2013, papa Francesco sosteneva: “La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti (…) abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità – Dio porta sempre novità – trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui”. Nell’Evangelii Gaudium (n. 11), il papa mostra Gesù Cristo come “l’eterna novità”. Lui è sempre il nuovo. Lui è sempre lo stesso, il nuovo, “ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8) il nuovo. Per questo la chiesa prega: “Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione e rinnoverai la faccia della terra”. Allora, non temiamo il nuovo. Non temiamo Cristo, il nuovo. Questo sinodo cerca nuovi cammini.
Amazzonia: il volto proprio di una Chiesa
Nel suo discorso ai vescovi brasiliani, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2013, a Rio de Janeiro, parlando di Amazzonia come “un test decisivo, un banco di prova per la Chiesa e per la società brasiliana”, il papa propone di “rilanciare [lì, in Amazzonia] l’opera della Chiesa”, “di consolidare il volto amazzonico della Chiesa” e “di formare un clero autoctono”, aggiungendo: “In questo, per favore, vi chiedo di essere coraggiosi, di essere intrepidi”. Questo ci rimanda necessariamente alla storia della Chiesa in quella regione. Fin dai primordi della colonizzazione dell’Amazzonia, anche lì ci sono stati i missionari cattolici, sia per dare assistenza ai colonizzatori, sia per evangelizzare, all’epoca, gli indigeni. Inizia così la missione evangelizzatrice della Chiesa nella regione. Tra luci e ombre – sicuramente più luci che ombre – le generazioni successive di missionari e missionarie, soprattutto di Ordini e Congregazioni religiose, ma anche preti diocesani e laici – in particolare le donne – hanno cercato di portare Gesù Cristo ai popoli locali e di costruire comunità cattoliche. È giusto ricordare, riconoscere ed esaltare, in questo sinodo, la storia eroica – e spesso di martirio – di tutti i missionari e missionarie del passato e anche di quelli e quelle di oggi nella Pan-amazzonia. Accanto ai missionari, ci sono sempre stati numerosi leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi. Non si può dimenticare inoltre, che la chiesa missionaria dell’Amazzonia si è distinta in tutta la sua storia – e ancora oggi si distingue – per i grandi e fondamentali servizi alla popolazione locale in ambito scolastico, sanitario, nella lotta contro la povertà e contro la violazione dei diritti umani. D’altro canto, la storia della Chiesa in Pan-amazzonia mostra che c’è sempre stata grande carenza di risorse materiali e di missionari per un pieno sviluppo delle comunità, in particolare l’assenza quasi totale dell’Eucaristia e di altri sacramenti essenziali per la vita cristiana quotidiana. Il volto amazzonico della Chiesa locale deve essere consolidato, come ha detto papa Francesco nel già citato discorso ai vescovi brasiliani e anche il suo volto indigeno nelle comunità indigene, come ha esortato il papa a Puerto Maldonado (19.01.2018). Fin dall’annuncio del Sinodo, il papa ha messo in chiaro che il rapporto della Chiesa con i popoli indigeni e con la foresta Amazzonica, è uno dei suoi temi centrali. Infatti, annunciando il sinodo e spiegando le sue finalità, Francesco ha detto: “Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta” (Vaticano, 15.10.17). E a Puerto Maldonado, ha detto ai popoli indigeni: “Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture”.

Le popolazioni indigene soggetto sinodale
Nella fase dell’ascolto sinodale, i popoli indigeni hanno manifestato in molti modi che vogliono il sostegno della Chiesa nella difesa e nella tutela dei loro diritti, nella costruzione del loro futuro. E chiedono alla Chiesa di essere un’alleata costante. Di fatto, l’umanità ha un grande debito verso le popolazioni indigene nei diversi continenti della terra e anche in Amazzonia. Ai popoli indigeni deve essere restituito e garantito il diritto di essere protagonisti della loro storia, soggetti e non oggetti dello spirito e dell’azione del colonialismo di chiunque. Le loro culture, le lingue, le storie, le identità, le spiritualità costituiscono ricchezze dell’umanità e devono essere rispettate e preservate e incluse nella cultura mondiale. La missione della Chiesa oggi in Amazzonia è il nodo centrale del sinodo. È un sinodo della Chiesa per la Chiesa. Non una Chiesa chiusa su se stessa, ma integrata nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso, dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della popolazione e della “casa comune” [il creato], aperta al dialogo, soprattutto al dialogo interreligioso e interculturale, accogliente e desiderosa di condividere un cammino sinodale con le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze, con l’intento di difendere e promuovere la vita delle popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la biodiversità del territorio nella regione amazzonica. Una Chiesa aggiornata, “semper reformanda”, secondo l’Evangelii Gaudium, ossia, una Chiesa in uscita, missionaria, con l’annuncio esplicito di Gesù Cristo, dialogante e accogliente, che cammina accanto alla gente e alle comunità, misericordiosa, povera, per i poveri, e con i poveri, e dunque con una opzione preferenziale per i poveri, inculturata, interculturale e sempre più sinodale. Una Chiesa di dimensione mariana, alimentata con la devozione per Maria Santissima, secondo molti titoli locali, soprattutto quello di Maria de Nazaré, la cui festa a Belém do Pará riunisce ogni anno milioni di devoti e di pellegrini. L’inculturazione della fede cristiana nelle diverse culture dei popoli si impone, come ha detto san Giovanni Paolo II: “Questa [l’inculturazione] costituisce un’esigenza che ha segnato tutto il cammino storico [della Chiesa], ma oggi è particolarmente acuta e urgente” (Redemptoris Missio, 52). Assieme all’inculturazione, l’evangelizzazione dei popoli amazzonici richiede anche particolare attenzione all’interculturalità, perché è lì che le culture sono molte e diversificate, sebbene mantengono alcune radici comuni. Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico, nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana. Tuttavia, non si può dimenticare che oggi, e già da molto tempo, la Chiesa in Amazzonia soffre per la mancanza di risorse materiali necessarie per la sua missione e che ha la necessità di aumentare il suo potenziale di comunicazione (radio e Tv).

Chiesa ed ecologia integrale
In questo ampio contesto, Chiesa ed ecologia integrale sul territorio sono collegate. È una Chiesa consapevole che la sua missione religiosa, in modo coerente con la sua fede in Gesù Cristo, include inevitabilmente “la cura della casa comune”. Questo legame dimostra anche che il grido della terra e il grido dei poveri della regione è lo stesso grido. La vita in Amazzonia forse non è mai stata tanto minacciata come oggi, “dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica. In particolare, la violazione dei diritti dei popoli originari, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori, alla consultazione e al consenso previo” (IL,14).  Secondo il processo di ascolto sinodale della popolazione, la minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile [legalmente o illegalmente] le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena.

La consultazione sinodale registra anche che le comunità ritengono che la vita in Amazzonia sia minacciata soprattutto da: a) la criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio; (b) l’appropriazione e la privatizzazione di beni naturali, come l’acqua stessa; (c) le concessioni a imprese di disboscamento legali e l’ingresso di imprese di disboscamento illegali; (d) caccia e pesca predatorie, soprattutto nei fiumi; (e) megaprogetti: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi; (f) inquinamento provocato dall’intera industria estrattiva che crea problemi e malattie, in particolare ai bambini/e ai giovani; (g) il narcotraffico; (h) i conseguenti problemi sociali associati a tali minacce come l’alcolismo, la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani, la perdita della loro cultura originaria e della loro identità (lingua, pratiche spirituali e costumi), e l’intera condizione di povertà a cui sono condannati i popoli dell’Amazzonia” (IL,15). L’ecologia integrale ci palesa che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura. Tutti gli esseri viventi del pianeta sono figli della terra. Il corpo umano è fatto con il “fango della terra”, su cui Dio ha “soffiato” lo spirito di vita, come dice la Bibbia (cf Gen 2,7). Di conseguenza, tutto ciò che viene fatto ai danni della terra, danneggia gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi della terra. Questo dimostra che non si può affrontare separatamente ecologia, economia, cultura etc. In Laudato si’ si sostiene che devono essere pensate congiuntamente: un’ecologia ambientale, economica, sociale e culturale (cf. LS, cap. IV). Anche il Figlio di Dio si è incarnato e il suo corpo umano viene dalla terra. In questo corpo, Gesù è morto per noi sulla croce per vincere il male e la morte, è resuscitato tra i morti ed è seduto alla destra di Dio Padre nella gloria eterna e immortale. Dice l’apostolo Paolo: “Perché piacque a Dio di fare abitare in lui [in Gesù resuscitato] ogni pienezza, e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose (…) le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1,19-20). In Laudato si’ leggiamo: “Questo ci proietta alla fine dei tempi, quando il Figlio consegnerà al Padre tutte le cose perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Così le creature di questo mondo non ci appaiono più come semplice realtà naturale, perché il Resuscitato le coinvolge misteriosamente e le guida verso un destino di pienezza” (LS, 100). Così, Dio stesso si è collegato definitivamente a tutto il suo creato. Questo mistero si compie nel sacramento dell’Eucaristia.
Amazzonia: ruralità ed urbanità estreme
Il Sinodo si svolge in un contesto di grave e urgente crisi climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta. Il riscaldamento globale del pianeta per l’effetto serra ha generato uno squilibrio climatico senza precedenti, grave e impellente, come mostrato dalla Laudato si’ e dal COP21 di Parigi, dove è stato sottoscritto, praticamente da tutti i paesi del mondo, l’Accordo Climatico in verità fino ad oggi quasi inattuato, malgrado l’urgenza. Al tempo stesso, sul Pianeta avviene una devastazione, una depredazione e un degrado galoppante delle risorse della terra, tutto promosso da un paradigma tecnocratico globalizzato, predatorio e devastante, denunciato dalla Laudato si’. La terra non ce la fa più. L’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città è un altro tema centrale di questo sinodo, perché anche la Chiesa, nella città, deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico. Essa non può essere la riproduzione della Chiesa urbana di altre regioni. La sua missione in Amazzonia include la cura e la difesa della foresta amazzonica e dei suoi popoli: indigeni, caboclos, ribeirinhos, quilombolas, poveri di ogni specie, piccoli agricoltori, pescatori, seringueiros, spaccatrici di cocco e altri, secondo la regione. Questa missione sicuramente non sarà un peso, ma una gioia come solo il Vangelo sa offrire. Oggi le migrazioni sono un fenomeno mondiale, segnano i tempi attuali della Pan-amazzonia, tra le migrazioni, in passato quella degli haitiani, oggi quella dei venezuelani, ma soprattutto degli stessi indigeni e altre porzioni di poveri dell’interno della regione. La Chiesa ha fatto un grande sforzo di accoglienza. Ma bisogna porre l’accento sulla migrazione degli indigeni nelle città. Migliaia e migliaia. Hanno bisogno di un’attenzione efficace e misericordiosa per non soccombere culturalmente e umanamente in città, davanti alla miseria, all’abbandono, al disprezzo e al rifiuto, con un disperante vuoto interiore. “L’indigeno in città è un migrante, un essere umano senza terra e un sopravvissuto a una storica battaglia per la delimitazione della sua terra, con la sua identità culturale in crisi” (IL, 132). Per molte ragioni è obbligato all’invisibilità. Il grido spesso silenzioso, ma non meno forte e pungente, degli indigeni urbani deve essere ascoltato. La Chiesa in città affronta tutta la problematica sociale e religiosa delle sue periferie povere e dell’evangelizzazione di tutti i segmenti della popolazione urbana.

La cura ministeriale della comunità cristiana
Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana.  Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità.

L’acqua
Un altro importante capitolo è la questione dell’acqua, “perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici” (LS 28). La scarsità di acqua potabile e sicura è una minaccia crescente in tutto il pianeta. “la questione non è marginale, bensì fondamentale e molto urgente (…). Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale”, ha affermato papa Francesco in un discorso del 24 febbraio 2017.  L’Amazzonia è una delle più voluminose riserve di acqua dolce nel pianeta. “Il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali che lo circondano nutrono i suoli e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e del carbonio a livello planetario. Solo il Rio delle Amazzoni getta nell’Oceano (…) il 15% di acqua dolce totale del pianeta. Ecco perché l’Amazzonia è essenziale per la distribuzione delle piogge in altre regioni remote del Sud America e contribuisce ai grandi movimenti dell’aria in tutto il pianeta. Nutre anche la natura, la vita e le culture di migliaia di comunità indigene, contadini, afro-discendenti, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi e delle città (…). La sovrabbondanza naturale di acqua, calore e umidità fa sì che gli ecosistemi dell’Amazzonia ospitino dal 10 al 15% circa della biodiversità terrestre” (IL,9). Qui subentra anche la funzione della foresta e dei popoli indigeni. Di fatto, in Amazzonia la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua si prende cura della foresta e insieme producono la biodiversità, e i popoli indigeni sono i millenari guardiani di questo sistema. Per questo anche la Chiesa si sente chiamata a prendersi cura dell’acqua della “casa comune”, minacciata in Amazzonia principalmente dal riscaldamento climatico, dalla deforestazione e dalla contaminazione causata dalle miniere e dai pesticidi. Per concludere, propongo, per la dinamica dei lavori di questa assemblea sinodale, alcuni nuclei generativi:

a) la Chiesa in uscita in Amazzonia e i suoi nuovi cammini;
b) Il volto amazzonico della chiesa: inculturazione e interculturalità in ambito missionario-ecclesiale;
c) La ministerialità nella Chiesa in Amazzonia: presbiterato, diaconato, ministeri, il ruolo della donna;
d) L’azione della Chiesa nel prendersi cura della Casa Comune: l’ascolto della Terra e dei poveri; ecologia integrale ambientale, economica, sociale e culturale;
e) La Chiesa amazzonica nella realtà urbana;
f) La questione dell’acqua;

Preparare la tavola per il suo popolo
Chiudo invitando tutti a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo in queste giornate di sinodo. Lasciatevi avvolgere dal mantello della Madre di Dio, Regina dell’Amazzonia. Non lasciamoci sopraffare dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Sarà necessario pregare molto, meditare e discernere una pratica concreta di comunione ecclesiale e di spirito sinodale. Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi poveri e ci chiede di servire a quel tavolo.




Domenica 28a – 13 ottobre 2019
BENE GRAZIE. Don A. Fontana

Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto o per garantirci un eventuale successivo intervento da parte di chi ci ha fatto un piacere. E questo sia con gli uomini che con Dio. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità.

 Preghiamo. O Dio, fonte della vita temporale ed eterna, fa’ che nessuno di noi ti cerchi solo per la salute del corpo: ogni fratello in questo giorno santo torni a renderti gloria per il dono della fede, e la Chiesa intera sia testimone della salvezza che tu operi continuamente in Cristo tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal secondo libro dei Re 5,14-17

In quei giorni, Naamàn [il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra]. Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».
Sal 97 Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.

Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 2,8-13
Carissimo, ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo, a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, insieme alla gloria eterna. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.
Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

RENDIAMO GRAZIE AL SIGNORE NOSTRO DIO. Don Augusto Fontana
            Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto o per garantirci un eventuale successivo intervento da parte di chi ci ha fatto un piacere. E questo sia con gli uomini che con Dio.
Luisa e Maria sono rispettivamente suocera e nuora. La nuora tiene le distanze dalla suocera, ma questa un giorno le fa un regalo per il compleanno; regalo immediatamente ricambiato con un ugual regalo perchè, dice la nuora, “non voglio avere conti aperti con mia suocera“. Anche Luigi, uscendo dall’ambulatorio medico, allunga una mancia allo specialista che lo ha visitato perchè, pensa, “Non si sa mai, posso sempre aver ancora bisogno“. E per molti di noi, Dio è molto simile ad una pompa di benzina da cui attendiamo che escano guarigioni, promozioni, lavoro, vincite, benedizioni e requiem eterna per i morti. E’ così difficile relazionarci con Dio e con gli uomini in un maturo atteggiamento di riconoscenza.
Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. E’ il modo più vero per riconoscere che siamo esseri in dialogo e in interscambio. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi. Dire e fare riconoscenza è ciò che definisce il nome nuovo della «Messa» che, dopo il Concilio Vaticano II, si chiama «Eu-caristia»; il termine deriva da due parole della lingua greca che significano ” fare una bella azione di grazie”: una grazia che scende da Dio e un grazie che sale a Lui non solo dalle labbra, ma anche da una vita coerente.
In ebraico viene chiamata con il termine “Todah” che significa “lode” dopo che si è avvertita l’irruzione di Dio negli eventi della mia e nostra vita. Questa lode è preceduta dalla memoria (anàmnesis), dal racconto, dalla nostra presa di coscienza delle meraviglie di Dio negli eventi ed è seguita dalla supplica (epìklesis) perchè Dio continui la sua azione e la porti a compimento.
Le letture bibliche di oggi ci annunciano diversi temi a cui farò cenno, fermandomi poi su quello dello stupore e della riconoscenza.
Dio tra pagani, samaritani, impuri e servette.
Il “Raccontino popolare” del Libro dei Re contiene diversi elementi narrativi a cui corrispondono diversi elementi teologici: il Dio di Israele non è un Dio esclusivista e salva tutti anche fuori dai confini religiosi di Israele; Dio si serve di cause umili per operare le sue meraviglie (i versetti 1-13, omessi dalla prima lettura liturgica,narrano di una ragazzina ebrea schiava che invita Naaman a recarsi dal profeta); Naaman è pagano, ma accetta di andare a cercare la salvezza altrove, anche da altro Dio diverso dal suo.
Anche il Vangelo di oggi stupisce per lo squarcio che apre nel rigido tessuto della mia mentalità catto-europea. Circolano malati infettivi e samaritani ( ”Dio ce ne scampi e liberi!”). Era prassi per i lebbrosi avvisare le persone di stare lontani. Ed era prassi che i sacerdoti del Tempio accertassero l’eventuale avvenuta guarigione autorizzando gli impuri ad accedere di nuovo all’assemblea di culto. Gesù è il vero Tempio a cui tutti vengono ammessi. Gesù è il vero sacerdote che riammette nel culto. Quello che ritorna è un samaritano. Luca prosegue nella sua catechesi sui pagani. Per dieci di loro ci fu la guarigione. Per uno di loro ci fu anche la salvezza. Il verbo “Alzati!” (anìstemi) significa «risorgi» e «mettiti in piedi e va’». Gesù non dice «Seguimi», ma semplicemente «Va’». E non è la prima volta. Valérie Le Chevalier scrive[1]: «Occorre ritornare sul fatto delicato che questa fe­de che salva non sfocia sempre nella chiamata esplicita alla sequela, propria del discepolo. Gesù rinvia alla vita ordinaria: “Va’! Torna a casa tua!”. Simmetrica­mente, i vangeli non descrivono mai una chiamata a diventare discepoli in risposta a un atto di fede verso Gesù. Di più: il ritorno al quotidiano è un imperati­vo categorico a cui le persone non possono sottrarsi; soltanto Bartimeo “disobbedisce” a Gesù mettendosi a seguirlo nonostante l’ingiunzione del “Va’!” (Mc 10,52). […] Gesù, in modo inequivocabile, invita queste persone a ritrovare il loro posto, la loro dignità là dove erano escluse, e così dare testimonianza di quell’esperienza di sal­vezza; e ciò senza garanzia né servizio di assistenza da parte sua. Con tali rinvii Gesù sacralizza anche la vita ordinaria e sedentaria, quella del resto da cui egli stesso proviene, lui che ha trascorso circa trent’anni nell’anonimato di Nazaret, propedeutico alla sua vita pubblica. La “fede che salva” non può dunque essere analizzata in termini di pre-fede, di preparazione o di preliminare a quello che sarebbe considerato l’esi­to, la chiamata del discepolo. Non può essere intesa neppure come una semi-fede, in quanto possiede in­tegralmente quel carattere primordiale e necessario del coraggio di vivere nonostante tutto, del desiderio di essere rimessi in piedi, salvati. È una categoria di fede piena e intera, senza aggiunte da parte di Gesù e dei suoi discepoli. Quel “Va’, torna a casa tua” è definitivo e totalmente gratuito. È il segno misterioso della venuta del Regno, rivelato agli umili e ai picco­li. È tutto il paradosso di quei rinvii che sono come altrettanti granelli seminati».
Nulla fare senza benedire (dire-bene) di Dio.
Nel brano del Vangelo esiste un riferimento all’Eden: i corpi immersi nel caos della malattia ritornano nella bellezza originaria, nella creazione ristabilita. I doni di Dio non sono solo spirituali, ma sono i beni della terra, l’insieme di tutto ciò che forma l’habitat degli uomini (compresa l’amicizia). L’identità dell’uomo consiste nella fruizione di questi beni, accolti e riconosciuti come provenienti dalla benevolenza di Dio, come donati, come grazia.
La tradizione ebraica insegna che qualsiasi rapporto dell’uomo con le cose deve essere accompagnato dalla preghiera di benedizione. Lo stesso dicasi per qualsiasi evento della storia. Prima di nutrirsi di pane l’ebreo credente è tenuto a pregare “Benedetto sei tu Signore nostro Dio, re dell’universo che produci il pane della terra“. E prima di bere un bicchiere di vino ” Benedetto sei tu nostro Signore, re dell’universo, che hai creato il frutto della vite“. Guardando il grano “Benedetto sei tu Signore nostro Dio che crei gli alimenti della terra“. Utilizzando un profumo: “Benedetto sei tu che crei erbe profumate“. Ricevendo una buona notizia :”Benedetto sei tu che sei buono e fai il bene“.
Questo “dire bene”, bene-dire, con cui il credente ebreo ritma la giornata, definisce l’identità di Dio come “Colui che fa il bene”, e l’identità dell’uomo “come colui che ringrazia bene”, e il mondo come “spazio in cui il bene voluto da Dio e destinato all’uomo si concretizza nel quotidiano”. Dove manca questo “dire-bene/bene-dire” va a finire che Dio, l’uomo e il mondo si sfigurano e l’esperienza paradisiaca dell’Eden diventa infernale. Adamo ed Eva cessano il rapporto paradisiaco quando cessano la benedizione e vogliono diventare proprietari e padroni dei beni. Chi è incapace di dire-bene è incapace di godere del bene e stare bene. Gesù si presenta come colui nel quale Dio vuole continuare ad essere il Dio dei beni donati. Per questo il lebbroso torna per “rendere gloria a Dio“.
La riforma liturgica ha fatto passare da 16 a 81 i Prefazi, quella solenne preghiera a cui facciamo seguire il canto del “Santo”: non ci dice nulla? Ciò è avvenuto per poter motivare più esistenzialmente la lode riconoscente ed esprimere la coscienza di essere inseriti, qui e oggi, nella storia della salvezza. Il cristiano non è colui che “chiede grazie”, ma colui che “rende grazie”. L’uomo eucaristico, l’uomo della riconoscenza, è l’opposto dell’individuo che rivendica, pretende, reclama, conquista. Essere uomini/donne eucaristici significa pensare la vita non come un prendere ma come un ricevere. Occorre essere capaci di sorpresa, di gioia, di capacità di scrutare negli avvenimenti la benevolenza di Dio. Diamo tutto troppo per scontato, dalla vita alla amicizia, dalla Parola di Dio al Pane eucaristico, alla pace. E soprattutto siamo troppo ingessati, immusoniti, lugubri.
Nei racconti rabbinici si tramanda una parabola efficace: «Il mio rabbino mi ha spesso raccontato la storia di un ebreo fuggito, con la moglie e il figlio, all’Inquisizione spagnola. Era arrivato con una barca in prossimità di un’isola deserta, ma un fulmine colpì la moglie e un’onda trascinò il bambino in mare. Solo, nudo, flagellato dalla tempesta, l’ebreo si mise ad errare sulle rocce dell’isola, con le mani elevate verso Dio dicendo: « Dio d’Israele, sono finito; eppure voglio compiere i tuoi comandamenti e santificare il tuo nome. Ma tu hai fatto di tutto perchè io non creda più in te. Pensavi di riuscire a tagliarmi la strada? Bene, allora ti dico, mio Dio, no, tu non ci riuscirai. Puoi colpirmi, prendermi i miei beni, quello che più mi è caro al mondo, puoi torturarmi a morte: crederò sempre in te, ti amerò sempre, tuo malgrado»[2].
La fede é anche questo per chi desidera il Dio dei beni, più che i beni di Dio. Ma oggi celebriamo la fede come benedizione e riconoscenza; come riconoscimento che “grandi cose ha fatto il Signore per noi”. Dire grazie é uno dei gesti fondamentali della vita di relazione. Dire grazie dona senso e bellezza alla vita; é innanzitutto la riconoscenza a qualcuno che ti fa vivere. E’ la consapevolezza di un dono che ti benefica prima ancora che tu possa meritarlo o ricambiare. Come scrive Deuteronomio 8:  [1]Baderete di mettere in pratica tutti i comandi che oggi vi dò, perché viviate, diveniate numerosi ed entriate in possesso del paese che il Signore ha giurato di dare ai vostri padri. [2]Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto. Egli ti ha nutrito di manna, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie perché sta per farti entrare in un paese ricco di torrenti, frumento, orzo, viti, fichi, melograni, ulivi, olio e miele; paese dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla e benedirai il Signore Dio tuo. Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi che oggi ti do. Quando avrai mangiato a sazietà, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile. Guardati dunque dal pensare: La mia forza e la potenza della mia mano mi hanno acquistato queste ricchezze. Ricordati invece del Signore tuo Dio perché Egli ti dà  la forza per acquistare ricchezze, al fine di mantenere, come fa oggi, l’alleanza che ha giurata ai tuoi padri.

Il Talmud[3] ebraico (Trattato delle benedizioni, 35a) scrive:Non godere dei beni di questo mondo senza dire una benedizioneNella nostra educazione cattolica tradizionale, le benedizioni del cibo, della casa o del matrimonio erano intese come rimedi di un male o di una insufficienza: come se le cose umane fossero maledette o impure senza benedizione. Nel Talmud la benedizione è ringraziamento, è stupore: si benedice Dio, non la cosa che viene da lui.
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[1] Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon, 2019, pagg.62-63
[2] G.F.Ravasi Il libro dell’Apocalisse EDB, pag 114
[3] Talmud significa “istruzione”; è una raccolta di commenti rabbinici e note sulla Mishnah che è la tradizione orale ebraica.




IL CROCIFISSO NON E’ UNA CLAVA
Enzo Bianchi

PREMESSA DI DON AUGUSTO FONTANA.
L’articolo che leggerai sotto è datato (2009) ma ancora attuale; riguarda una delle tante polemiche che ciclicamente si ripresentano creando schieramenti al 50% pro o contro: crocifisso SI, crocifisso NO nelle aule scolastiche o nei tribunali o negli uffici pubblici. Il ministro Lorenzo Fioramonti recentemente ha dichiarato alla trasmissione “Un giorno da Pecora”: «Credo in una scuola laica. Ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esponendo un simbolo in particolare». Ed è stata bagarre.
«Fede e religione non sono sinonimi, anche se tra loro connessi. La fede è un’esperienza esistenziale, una scelta radicale. La religione è la manifestazione esteriore. Agitare il Vangelo, ostentare il rosario, baciare il crocefisso non fa di te necessariamente un credente» (Card. Ravasi intervistato da Aldo Cazzullo in “Sventolare il crocefisso? Un rituale magico” da Corriere della Sera del 16 giugno 2019).
La Corte europea per i diritti dell’uomo il 3 novembre 2009  aveva stabilito in 1º grado di giudizio che il crocifisso nelle aule è “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione”, imponendo all’Italia un risarcimento di 5.000 euro per danni morali. Tale sentenza è stata poi ribaltata in 2º grado il 18 marzo 2011, quando la Grand Chambre, con 15 voti a favore e due contrari, ha assolto l’Italia accettando la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.
Che dire? Personalmente opto per la soluzione proposta dal Card. Ravasi nella citata intervista con una dotta citazione del filosofo Spinoza nel suo Tractatus politicus:Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle”( Sedulo curavi humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere).

 Il crocifisso non è una clava.
di ENZO BIANCHI (La Stampa, 7 dicembre 2009)

Non si sono ancora spenti gli echi della polemica sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia ed ecco irrompere il risultato del referendum popolare in Svizzera che vieta l’edificazione di minareti. Le due tematiche sono solo apparentemente affini, in quanto in un caso si tratta della presenza di un simbolo religioso in aule pubbliche non destinate al culto, nell’altro invece di un elemento caratterizzante un edificio in cui esercitare pubblicamente e comunitariamente il diritto alla libertà di culto. Resta il fatto che si fa sempre più urgente una seria riflessione sugli aspetti concreti e quotidiani della presenza in un determinato paese di credenti appartenenti a religioni diverse e delle garanzie che uno stato democratico deve offrire per salvaguardare la libertà di culto. E questa riflessione dovrebbe nascere e fondarsi sulla nostra idea di civiltà e di convivenza, sul nostro tessuto storico, culturale e religioso, sul lungo e faticoso cammino compiuto verso la tolleranza e il rispetto reciproco: non dimentichiamo, per esempio, che la Svizzera – giunta al suffragio universale appena due anni prima – tolse solo nel 1973, a seguito di un referendum, il divieto per i gesuiti di risiedere nel territorio elvetico; né che, sempre in Svizzera, gli immigrati presi di mira dalla prima iniziativa popolare xenofoba del 1974 erano gli italiani e gli spagnoli, in maggioranza cattolici.
Né ha senso accampare la pretesa della reciprocità nel rispetto delle minoranze sancito dalle diverse legislazioni: quando una società riconosce e concede determinati diritti è perché lo ritiene eticamente giusto, non per avere una contropartita. Senza contare che la faccia deteriore della reciprocità si chiama ritorsione: l’atteggiamento che le società occidentali hanno verso i musulmani può comportare pesanti conseguenze per i cristiani che vivono in alcuni paesi islamici; come sorprenderci se la loro vita quotidiana si ritroverà ancor più circondata da diffidenza e ostilità o se qualche musulmano moderato si ritrova spinto tra le braccia dei fondamentalisti?
La paura esiste, è cattiva consigliera e porta a percezioni distorte dalle realtà – come dimostra anche il recente sondaggio sui timori degli italiani nei confronti degli immigrati – ma proprio per questo non deve essere lasciata alla sua vertigine, ma va oggettivata, misurata e ricondotta alla razionalità, se si vuole una umanizzazione della società. Altrimenti, dove arriverà, in nome di paure più fomentate che reali, la nostra regressione verso l’intolleranza e il razzismo spicciolo di chi non perde occasione per manifestare con sogghigni, battute, insulti, reazioni scomposte la propria ostilità nei confronti del diverso? Del resto è proprio l’essere “concittadini”, il conoscersi, il vivere fianco a fianco, condividendo preoccupazioni per il lavoro, la salute, la salvaguardia dell’ambiente, la qualità della vita, il futuro dei propri figli, porta a una diversa comprensione dell’altro, che aiuta a vedere le persone e le situazioni con un occhio diverso, più acuto e lungimirante. Dirà pure qualcosa, per esempio, il fatto che tra i pochissimi cantoni svizzeri che hanno respinto la norma contro i minareti ci siano quelli di Ginevra e di Basilea, caratterizzati dalla più alta presenza di musulmani.
In Italia l’esito del referendum svizzero contro i minareti ha rinfocolato le polemiche, e non è mancato chi ha invocato misure analoghe anche nel nostro paese, impugnando di nuovo la croce come bandiera, se non come clava minacciosa per difendere un’identità culturale e marcare il territorio riducendo questo simbolo cristiano e una sorta di idolo tribale e localistico. Così, lo strumento del patibolo del giusto morto vittima degli ingiusti, di colui che ha speso la vita per gli altri in un servizio fino alla fine, senza difendersi e senza opporre vendetta, viene sfigurato e stravolto agli occhi dei credenti. La croce, questa “realtà” che dovrebbe essere “parola e azione” per il cristiano, è ormai ridotta a orecchino, a gioiello al collo delle donne, a portachiavi scaramantico, a tatuaggio su varie parti del corpo, a banale oggetto di arredo… Tutto questo senza che alcuno si scandalizzi o ne sottolinei lo svilimento se non il disprezzo, salvo poi trovare i cantori della croce come simbolo dell’italianità, all’ombra della quale si è pronti a lanciare guerre di religione. Ma quando i cristiani perdono la memoria della “parola della croce” e assumono l’abito del “crociato”, rischiano di ricadere in forme rinnovate di antichi trionfalismi, di ridurre il vangelo a tatticismo politico: potenziali dominatori della storia umana e non servitori della fraternità e della convivenza nella giustizia e nella pace.
Va riconosciuto che la chiesa – dai vescovi svizzeri alla Conferenza episcopale italiana, all’Osservatore Romano – ha colto e denunciato quest’uso strumentale della religione da parte di chi nutre interessi ideologici e politici e non si cura del bene dell’insieme della collettività, ma resta vero che in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva erosione dei valori del dialogo, dell’accoglienza, dell’ascolto dell’altro: a forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla e ostentarla contro gli altri. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fregia magari del suo nome ma contraddice il vangelo e il suo annuncio di amore. La vera forza del cristianesimo è invece il vissuto di uomini e donne che con la loro carità hanno umanizzato la società, mossi dall’invito di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo, abbracci la croce e mi segua” e dal suo annuncio: “Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”. Quando i cristiani si mostrano capaci di solidarietà con i loro fratelli e sorelle in umanità, quando rinunciano a guerre sante e restano nel contempo saldi nel rendere testimonianza a Gesù, a parole e con i fatti, allora potranno essere riconosciuti discepoli del loro Signore mite e umile di cuore.
Sì, le dispute su crocifissi e minareti non dovrebbero farci dimenticare che la visibilità più eloquente non è quella di un elemento architettonico o di un oggetto simbolico, ma il comportamento quotidiano dettato dall’adesione concreta e fattiva ai principi fondamentali del proprio credo, sia esso religioso o laico.




Domenica 27a. 06 ottobre 2019
SIGNORE, MIGLIORA LA NOSTRA FEDE. Don Augusto Fontana

Una ragione della debolezza della nostra fede è la smentita da parte dei fatti. Le cose nella nostra vita, pubblica e privata, vanno in modo diverso da come ci si aspettava o da come era stato promesso da Dio. La fede pare non modificare nulla: non solo non muove le montagne o i gelsi, ma non sposta nemmeno un calcolo della cistifellea. E’ la crisi del profeta Abacuc: <Perchè, Signore, mi fai vedere iniquità e resti spettatore di oppressione?>.Quando si crede nel Padre, in Gesù e nello Spirito Santo tenendo il giornale in mano, si capisce subito che la fede è coinvolta, viene compromessa nello scandalo.

 Preghiamo. O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l’umiltà del cuore, perché, cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore. Per Gesù Cristo, il nostro Signore. Amen.

Dal libro del profeta Abacuc 1,2-3; 2,2-4
Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà”. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede.

Sal 94 Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».

 Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo 1,6-8.13-14
Carissimo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi.

Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10.
[vv.1-4 omessi dalla liturgia: Disse ancora ai suoi discepoli: «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono. È meglio per lui che gli sia messa al collo una pietra da mulino e venga gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. 4 E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai»].
Allora gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili (senza utile). Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

SIGNORE, MIGLIORA LA NOSTRA FEDE. Don Augusto Fontana
Una ragione della debolezza della nostra fede è la smentita da parte dei fatti. Le cose nella nostra vita, pubblica e privata, vanno in modo diverso da come ci si aspettava o da come era stato promesso da Dio. La fede pare non modificare nulla: non solo non muove le montagne o i gelsi, ma non sposta nemmeno un calcolo della cistifellea. E’ la crisi del profeta Abacuc: <Perchè, Signore, mi fai vedere iniquità e resti spettatore di oppressione?>. E’ la domanda tipica della preghiera di lamento:<Fino a quando?>. L’espressione ebraica “gridare aiuto” indica l’uomo in fin di vita, ma di solito corrisponde più ad un vero e proprio reclamo che ad una preghiera di soccorso, come griderà Giobbe (19,7): «Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia». Sono passati 28 secoli dal profeta Abacuc e 21 secoli da Gesù e la “scadenza” promessa tarda ancora a venire. Quando si crede nel Padre, in Gesù e nello Spirito Santo tenendo il giornale in mano, si capisce subito che la fede è coinvolta, viene compromessa nello scandalo.
Una promessa che geme come una partoriente.
Il libro di Abacuc è un libretto di soli 3 capitoli per una delle ultime cerimonie liturgiche del Tempio prima che Gerusalemme venisse distrutta (586 a.C.). La tragedia la si sente nell’aria. I Caldei minacciano la città e il re Joakim sta esercitando sulla regione di Giuda una forte tirannia. Il popolo si riunisce nel tempio e domanda al profeta di esprimere a Jahwè il suo lamento. Il profeta presenta 3 reclami: «Signore sei distratto e non vedi e non senti; Signore, ci hai insegnato la giustizia e così ci hai reso ancora più sensibili alle ingiustizie; Signore, con il tuo assenteismo io potrei perdere la fiducia in te».
Il profeta, tuttavia, dopo tanto realismo, si apre ad una dimensione di speranza. Egli è come sentinella che si sforza di vedere in lontananza da un punto di osservazione che non viene ben definito, ma che potrebbe essere il Tempio o il silenzio della coscienza o la Parola. Da questo punto di osservazione egli riceve una Rivelazione: il termine ebraico CHAZON è da tradursi con RIVELAZIONE più che con VISIONE perchè nella fede c’è il sopravvento dell’udire sul vedere. Anche se la rivelazione deve essere scritta su un documento ufficiale e verificabile (“tavoletta”).
La rivelazione SI AFFRETTA, INCALZA (2,2-3) cioè, “respira con affanno, sbuffa come una partoriente”; come una nascita può avere qualche ritardo, così si può ritardare l’avverarsi della rivelazione, ma si tratta solo di tempo. Nasce allora la fede come pazienza e fedeltà che si nutre del ricordo delle azioni passate di Dio. Il giusto rimane in vita perchè si ABBARBICA a Dio. Il termine HAMAN (= credere) indica il RIMANERE SALDO. Il giusto prende sul serio Dio in quanto Dio. La fede diventa il coraggio di resistere. Da “fede” deriva “fedele”, cioè colui che non fa resa, ma resistenza. «Questa è la vittoria che vince il mondo: la nostre fede» ( I Giovanni 5,4). La fede non è più un potere, un punto esclamativo, ma un interrogativo sempre aperto, anche nel cuore di Dio: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8).
AAA. Adulti nella fede cercasi.
Gesù aveva messo un’ipoteca sull’uso dei nostri beni e sul nostro rapporto con i poveri (lo abbiamo ascoltato nelle due domeniche scorse). Ora (versetti 1-4, omessi, ahimè, dalla liturgia di oggi) pronuncia parole dure per chi semina scandalo e invita a perdonare anche fino a sette volte al giorno. Omettendo quei 4 versetti non si capisce bene questa improvvisa preghiera/esclamazione dei discepoli “Aggiungici fede!”. Il Signore chiedeva davvero cose impossibili: «non lasciatevi risucchiare dal comportamento conformista, perdonate sette volte al giorno». Ce n’era a sufficienza perchè i discepoli restassero a bocca aperta sentendosi deboli e inadeguati. Per questo intuiscono che la fede va pregata, invocata: “Signore aumenta la nostra fede, dacci ancora la fede, aggiungici fede”. A dire il vero, Pietro una volta aveva tentato di gonfiare i pettorali e alzare le piume come un galletto in amore, quando il Signore gli aveva detto: «Pregherò per te povero amico mio!». E lui: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». E si era beccato sui denti una mazzata umiliante: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi» (Lc 22,33-34).
Anche per i primi apostoli e discepoli la fede non è un atteggiamento garantito, inerte, dato una volta per sempre. La fede è sempre “poca” e noi siamo sempre “uomini di piccola/poca fede”. Gesù non ha mai chiamati i suoi: “monsignore, eccellenza, santo padre, reverendo, santità….”. Sembra che Gesù ci voglia chiamare, senza tante scuse, con un unico titolo nobiliare: “Gente di poca/piccola fede”. Matteo e Luca ce lo hanno più volte ricordato: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt 6,30); «Ed egli disse loro:Perché avete paura, uomini di poca fede? Quindi alzatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia» (Mt 8,26); «E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14 31); «Gesù chiese: «Perché, uomini di poca fede, andate dicendo che non avete pane?»(Mt 16, 8); «…avete poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa[1], potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile» (Mt 17,20); «Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede?» (Lc 12,28).
E’ forse per questo che Gesù, rivolto a Simone e quindi a tutti noi, promette:« Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede» (Lc 22, 31-33).
Il problema oggi è che noi adulti siamo adulti di età, ma infantili nella fede. La fede dovrebbe crescere con l’età, di pari passo con i problemi gravi del vivere quotidiano, per resistere ai venti delle crisi. Non si tratta di aumentare la “quantità” della fede, ma la sua “qualità”; oggi potremmo pregare così: «Signore, migliora la nostra fede, rendila adulta».
«Siamo adulti per quel breve momento che un giorno ci è toccato di vivere, quando abbiamo guardato come per l’ultima volta le cose della terra e abbiamo rinunciato a possederle, le abbiamo restituite alla volontà di Dio»[2]. Essere adulti oggi è un compito difficile. Un tempo l’adulto appariva come colui che era «cresciuto», aveva portato a compimento i progetti della sua giovinezza, aveva fatto delle scelte chiare e irrevocabili. In questa visione l’adulto si sente «completo», è l’uomo che pensa di non aver più nulla da imparare, che si considera ormai arrivato e realizzato. Il nostro tempo invece ha scoperto l’incompiutezza dell’adulto, le sue crisi di mezz’età (midlife crisis), la necessità di una formazione permanente che eviti la fissazione delle persone in un ruolo o la stanca ripetizione di gesti e parole consumate dall’uso. Anche l’adulto conosce la paura e l’incertezza; ha dei desideri non realizzati e deve saper accettare i propri limiti. Se questo è vero dal punto di vista psicologico e umano, è tanto più vero in una prospettiva di fede. I documenti ufficiali della chiesa riconoscono che gli adulti «sono soggetti esposti a cambiamenti e crisi talora assai profonde»[3] e dichiarano che quella agli adulti deve considerarsi come «la forma principale della catechesi»[4]. Tuttavia, di fronte a questi solenni enunciati, si deve francamente costatare che si è ancora molto lontani dall’aver dato la priorità alla evangelizzazione e alla catechesi degli adulti, i quali peraltro non si lasciano facilmente “catechizzare”. La catechesi italiana appare ancora sostanzialmente infantile e finalizzata ai sacramenti dell’iniziazione cristiana, che diventano occasione per coinvolgere i genitori in «corsi accelerati» di aggiornamento catechistico. La vita dell’adulto è accompagnata da crisi, anche di fede; anche le crisi possono diventare esperienza spirituale in cui prendere coscienza del «passaggio di Dio» nella vita di ciascuno. L’adulto nella fede è colui che ha radici permeabili, elastiche; è come una pianta che affonda le sue radici nell’humus della Parola e che poi porta frutto: «Ascoltate oggi la sua voce: Non indurite il cuore» (Salmo 94). Ma è anche colui che sa di aver ricevuto tutto, di essere stato perdonato e guarito. Anche il servo della parabola paradossale di oggi è un servo che non può accampare diritti, pretese o crediti nei confronti di Dio. Il testo liturgico di oggi traduce: “siamo servi inutili”. Non è esatto, perché lo schiavo che fa il suo servizio non è “inutile”! Luca, nel suo testo greco, usa il termine achreioi che significa “senza utile”, cioè senza guadagno, gratuitamente. E «se la promessa indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà…il giusto vivrà per la sua fede/fedeltà». Praticamente: una fede adulta.
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[1] Un grano piccolissimo di senapa produce, in Palestina, sul lago di Tiberiade, un albero di 4 metri (Matteo 13, 32).
[2] Natalia Ginzburg, Le piccole virtù
[3] Direttorio generale della catechesi, 1997

[4] Catechesi tradendae, n.43