Domenica 19 gennaio
Gesù non pretende la nostra vita, offre la sua. E.Ronchi.

Gesù non pretende la nostra vita, offre la sua
Ermes Ronchi Avvenire 16 gennaio 2014
II Domenica Tempo ordinario – Anno A

Giovanni, vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l’agnello di Dio. Parole diventate così consuete nelle nostre liturgie che quasi non sentiamo più il loro significato. Un agnello non può fare paura, non ha nessun potere, è inerme, rappresenta il Dio mite e umile (se ti incute paura, stai sicuro che non è il Dio vero).
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo, che rende più vera la vita di tutti attraverso lo scandalo della mitezza.
Gesù-agnello, identificato con l’animale dei sacrifici, introduce qualcosa che capovolge e rivoluziona il volto di Dio: il Signore non chiede più sacrifici all’uomo, ma sacrifica se stesso; non pretende la tua vita, offre la sua; non spezza nessuno, spezza se stesso; non prende niente, dona tutto.
Facciamo attenzione al volto di Dio che ci portiamo nel cuore: è come uno specchio, e guardandolo capiamo qual è il nostro volto. Questo specchio va ripulito ogni giorno, alla luce della vita di Gesù. Perché se ci sbagliamo su Dio, poi ci sbagliamo su tutto, sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sulla storia e su noi stessi.
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo. Non «i peccati», al plurale, ma «il peccato» al singolare; non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica distruttiva, di morte. In una parola, il disamore. Che ci minaccia tutti, che è assenza di amore, incapacità di amare bene, chiusure, fratture, vite spente. Gesù, che sapeva amare come nessuno, è il guaritore del disamore. Egli conclude la parabola del Buon Samaritano con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere… E diventerai anche tu un guaritore del disamore.
Noi, i discepoli, siamo coloro che seguono l’agnello (Ap 14,4). Se questo seguire lo intendiamo in un’ottica sacrificale, il cristianesimo diventa immolazione, diminuzione, sofferenza. Ma se capiamo che la vera imitazione di Gesù è amare quelli che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, toccare quelli che lui toccava e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza, e non avere paura, e non fare paura, e liberare dalla paura, allora sì lo seguiamo davvero, impegnati con lui a togliere via il peccato del mondo, a togliere respiro e terreno al male, ad opporci alla logica sbagliata del mondo, a guarirlo dal disamore che lo intristisce.
Ecco vi mando come agnelli… vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.
(Letture: Isaia 49, 3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1, 1-3; Giovanni 1,29-34)




Domenica 19 gennaio 2020
CREDENTE CREDIBILE : CI METTO LA FACCIA. Don A.Fontana

Papa Francesco durante l’Angelus del 23 giugno 2013 aveva detto: « Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli! Ma c’è anche il martirio quotidiano, che non comporta la morte ma anch’esso è un “perdere la vita” per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio. Quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Vedo che tra voi ci sono tanti giovani; vi dico: non abbiate paura di andare controcorrente…

2 domenica ord. A
Preghiamo
.
O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 49,3.5-6
Il Signore mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Salmo 40 ( 39) Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,1-3
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». 

CREDENTE CREDIBILE : CI METTO LA FACCIA. Don Augusto Fontana
Servo e testimone: due parole (e due ruoli) affascinanti e complicate. Parole e ruoli per gente dal palato forte in tempi di fuggi-fuggi generale, in tempi di “io faccio i fatti miei”.
Alcune volte nella vita mi è capitato di bazzicare per tribunali, chiamato da giudici che mi volevano ascoltare in qualità di “testimone”. Una scocciatura. Ma anche un’opportunità sociale e umana. Che mi pare rappresenti bene la mia vocazione cristiana/battesimale a metterci la faccia.
Poca roba di fronte a chi ci ha messo non solo la faccia, ma anche la vita.
La Ong Porte aperte (https://www.porteaperteitalia.org/persecuzione/_wwlist/) pubblica annualmente la lista dei primi 50 Paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo. Nel periodo di riferimento dell’ultimo rapporto 2019 ( dal 1 novembre 2017 al 31 ottobre 2018) risulta che nel mondo oltre 245 milioni di cristiani sono perseguitati e salgono a 4305 i cristiani uccisi per cause legate alla loro fede.
Papa Francesco durante l’Angelus del 23 giugno 2013 aveva detto: « Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli! Ma c’è anche il martirio quotidiano, che non comporta la morte ma anch’esso è un “perdere la vita” per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio. Quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Vedo che tra voi ci sono tanti giovani; vi dico: non abbiate paura di andare controcorrente, quando ti vogliono rubare la speranza, quando ti propongono questi valori che sono valori avariati; quando un pasto è andato a male ci fa male, invece bisogna andare controcorrente e avere questa fierezza di andare proprio controcorrente».
SERVO.
Il brano profetico di Isaia è uno dei cinque inni sul servo di Dio presenti nel Libro di Isaia.  Il “servo” parla in prima persona e riporta due rivelazioni di Dio.
La prima
: «Tu sei il mio servo». Il termine ‘servo’ qui non ha una con­notazione servile. Indica invece il ruolo di autorevole collaboratore, di vice-ministro. Può darsi che anche Luca, quando mette in bocca a Maria la frase «Eccomi, sono la serva del Signore», abbia in mente non l’immagine di una schiava stracciona, ma quella di “diacono” o “ministro”.
La seconda
parola precisa la missione alla quale Dio chia­ma il servo: ricostrui­re il popolo ebraico disperso in esilio e portare la parola di Dio ai non-giudei affinché an­ch’essi possano beneficiare della salvezza.
AGNELLO.
Il significato cristologico del simbolo «agnello di Dio», che per la comunità cristiana giovannea poteva essere trasparente, per noi deve essere ricostruito mediante il richiamo dell’ambiente giudeo-cristiano della prima chiesa. Certamente i cristiani che oggi ascoltano quest’espressione «ecco l’agnello di Dio» nell’assemblea domenicale, la rivestono di quei significati che la tradizione catechistica e iconografica vi ha associato. L’estraneità di questo simbolo al contesto culturale odierno, rischia d’evocare immagini e di provocare atteggiamenti per lo meno ambigui. Per esempio: la giustificazione di un certo vittimismo rassegnato e passivo dei cristiani, un certo pacifismo fatto passare per non-violenza, un irenismo dimissionario e inconcludente.
Vi è attualmente un accordo sostanziale nel ritenere che in questa espressione convergono due tradizioni bibliche: quella del Servo del Signore, di cui parla il quarto canto di Isaia, e quella dell’agnello pasquale, memoriale della liberazione del popolo dall’Egitto. Nell’interpretazione giudaica il tema dell’agnello pasquale e quello del servo del Signore tendono a identificarsi.
Può suonare anche incomprensibile, oggi, la frase: “toglie il peccato del mondo”.
Il verbo greco “airô” usato da Giovanni può essere tradotto con “portare su di sé” o “togliere”. La vulgata latina traduce con “tollere” che ha sempre il doppio significato di “prendere su di sé” o “portar via”. L’Agnello di Dio «toglie (porta) il peccato del mondo» non come un gesto magico che passa sopra la libertà dell’uomo, quasi asportandogli l’ascesso canceroso della colpa, mentre l’uomo giace sotto anestesia. No, l’agnello toglie il peccato dell’uomo portandone le distorsioni e le ferite, entrando nel dramma della libertà che implode su di sé; e mentre porta queste piaghe le riconcilia dal di dentro non togliendole nel modo con cui si lava una macchia, ma restituendo all’uomo la sua capacità di relazione. Per questo il peccato non è ‘tolto’ senza di noi, ma con noi, donandoci la nostra identità filiale e fraterna. Il peccato sembra rimanere, ma nella misura in cui gli uomini e le donne si lasciano trasfigurare dallo Spirito, riprendendo la loro identità filiale e fraterna, il male nel mondo è sconfitto, ha i giorni contati!
EVANGELIZZATORI O TESTIMONI?
La pagina del Vangelo secondo Giovanni è focalizzata attorno al motivo della testimonianza.
Se si leggesse tutto il brano di Giovanni 1,19-51 ci capiterebbe di raccogliere una cascata di testimonianze a favore di Gesù. I testimoni che sfilano su un immaginario palcoscenico sono il Battista, Andrea, Filippo, Natanaele. Le loro voci si incalzano completandosi: Ecco l’agnello di Dio…. Colui che battezza nello Spirito santo… L’Eletto di Dio… Il messia… Il figlio di Dio… il re d’Israele…In chiusura, come punto culminante, troveremmo la testimonianza di Gesù: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il figlio dell’uomo».
Il primo anello della catena di testimoni è comunque la parola di Giovanni Battista. Aveva fatto la sua deposizione davanti alla delegazione ufficiale inviata da Gerusalemme, escludendo decisamente di essere il Messia e definendosi una voce. In realtà il messia era in mezzo a loro, ma da sconosciuto. Il giorno dopo, vedendolo venirgli incontro, lo può indicare come l’agnello di Dio che (porta) toglie il peccato del mondo. Le allusioni possibili sono all’agnello pasquale di Es. 12,1-28, oppure all’agnello che ogni giorno era sacrificato nel tempio (Es. 29, 38-46), oppure ancora al servo di Dio, che nell’ultimo “Canto del Servo” viene appunto paragonato ad un agnello condotto al macello (Is. 53,7) e che soffre per l’espiazione dei peccati del popolo (Is. 53,4-6.8.10-11).
In conclusione, non mi sembra inutile richiamare l’attenzione su una prospettiva caratteristica del quarto Vangelo. Intendo riferirmi al motivo del giudizio; nella coscienza di ogni uomo si compie un processo. Al suo centro c’è Gesù che ci interpella per una risposta di fede. Non c’è scampo: decidersi per lui o contro di lui significa decidersi per una vita vitale o per una vita spenta e insignificante (morte). La fede cristiana porta in sé il carattere di una drammatica decisione di fronte all’imputato Cristo.
La comunità cristiana non può sfuggire al suo gravissimo compito di testimonianza. Lo potrà compiere con credibilità alla condizione di aver fatto esperienza personale di Cristo nella fede e nell’amore: «Ciò che era dall’inizio, ciò che abbiamo ascoltato, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato della Parola di vita ….ciò che noi abbiamo visto e udito ve l’annunciamo» (1  Lettera di Giovanni 1,1-3).
«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». (Paolo VI, Discorso al Pontificio Consiglio per i laici del 2 ottobre 1974 ed Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 41).
I temi e i problemi della «nuova evangelizzazione», sono oggi prevalenti nella Chiesa, almeno a livello di documenti ufficiali. Da ogni parte si fanno programmi per rendere concreta questa «missione».
I testi biblici di questa domenica orientano la riflessione più nella direzione della «testimonianza» che in quella della evangelizzazione. Gli esegeti hanno notato che il vocabolario della evangelizzazione abbonda negli scritti più antichi del Nuovo Testamento, mentre quello della testimonianza prevale negli scritti più recenti, fra i quali quelli giovannei. Ciò corrisponde a una mutata situazione delle comunità ma anche a un diverso atteggiamento di queste nei confronti dell’ambiente circostante. La fede non ha più l’ardore e l’ardire della conquista missionaria, ma conserva la forza tenace dell’irraggiamento, del fascino attrattivo.
Come si spiega la innegabile e documentata diffusione della fede cristiana nei primi secoli, soprattutto nelle città e lungo le vie dei traffici e del commercio? Storicamente il fattore più importante era costituito dai contatti personali, ove tutto dipendeva dalla qualità di vita evangelica. La chiesa non aveva alcun planing aziendale missionario e non era preoccupata di sviluppare metodologie proselitistiche. Eppure cresceva di anno in anno. E’ sintomatico che il periodo post-apostolico e pre-costantiniano abbia conosciuto una diffusione della fede per «contagio attivo», con il metodo della «diffusione cellulare»; tutti i cristiani indipendentemente dal loro ruolo ecclesiastico, contribuiscono a questa diffusione. Ma senza ansietà e progetti di conquista e di proselitismo. Così la vita di quei cristiani è divenuta testimonianza irraggiante. Può essere utile – in questo tempo di attiva ricerca di modi per evangelizzare – riflettere su questa esperienza storica della chiesa giovane più preoccupata di vivere il vangelo con fedeltà che di diffonderlo.




BATTESIMO DI GESU’. IL CIELO SI APRE E NESSUNO LO RINCHIUDERA’
Padre E.Ronchi

Battesimo di Gesù, il cielo si apre e nessuno lo richiuderà.
Ermes Ronchi AVVENIRE 5 gennaio 2017
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento.

Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.

Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).

Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure! Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.

La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi! Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio. La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.

Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

(Letture: Isaia 42,1-4.6-7; Salmo 28; Atti 10,34-38; Matteo 3,13-17).




Domenica 12 gennaio 2020.
GESU’ DECIDE COSA VUOL FARE DA GRANDE. Don A.Fontana

Battesimo di Gesù. Devo premettere che il lemma “battesimo di Gesù” – riferendosi all’immersione nel Giordano nel rito di Giovanni il Battezzatore – si presta ad un equivoco. Quando Gesù parla del proprio “battesimo” fa riferimento alla sua morte-risurrezione, come ricorda Luca (12,50): «C’è un battesimo (un’immersione) in cui devo essere battezzato (immerso); e come sono angosciato, finché non sia compiuto». Il rito di Giovanni fu, per Gesù, un inizio, un acconto preliminare del vero Battesimo che “si compirà” nei giorni pasquali, 3 anni dopo, là dove i cieli non si aprono e la Voce di Dio non si farà sentire se non attraverso la bocca di un impuro: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).

Preghiamo.
Padre d’immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli; concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Isaìa42,1-4.6-7
Così dice il Signore:«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui;egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono,non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,e  le isole attendono il suo insegnamento. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
Sal 28 Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza.

Date al Signore la gloria del suo nome, prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
La voce del Signore è sopra le acque, il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza, la voce del Signore è potenza.
Tuona il Dio della gloria, nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo, il Signore siede re per sempre.
Dagli Atti degli Apostoli 10,34-38
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dal Vangelo secondo Matteo 3,13-17
Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

DAL CIELO UNA VOCE. Don Augusto Fontana

 Il battesimo di Gesù.
Devo premettere che il lemma “battesimo di Gesù” – riferendosi all’immersione nel Giordano nel rito di Giovanni il Battezzatore – si presta ad un equivoco. Quando Gesù parla del proprio “battesimo” fa riferimento alla sua morte-risurrezione, come ricorda Luca (12,50): «C’è un battesimo (un’immersione) in cui devo essere battezzato (immerso); e come sono angosciato, finché non sia compiuto». Il rito di Giovanni fu, per Gesù, un inizio, un acconto preliminare del vero Battesimo che “si compirà” nei giorni pasquali, 3 anni dopo, là dove i cieli non si aprono e la Voce di Dio non si farà sentire se non attraverso la bocca di un impuro: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).

Il rito di Giovanni Battezzatore.
Siamo di fronte ad una pagina evangelica che portiamo scolpita nei nostri cuori e nel nostro “immaginario” fin dall’infanzia. Anche nelle nostre chiese il dipinto del Battesimo di Gesù è molto ricorrente. Spesso lo troviamo nelle prossimità del battistero. “In realtà si tratta di una teofania, cioè di una scena costruita dalla comunità o dall’evangelista per collocare in una cornice ben evidente la persona e la missione di Gesù; in altre parole per far capire che si ha a che fare con una autentica chiamata divina e non di autosuggestione” (padre Ortensio da Spinetoli). Dietro il quadro pittorico del cielo aperto, della voce e della colomba c’è uno scarno dato di fatto. Gesù, alla ricerca della volontà di Dio, fece tante ricerche … In qualche misura ebbe contatto con gli esseni[1], con il mondo della sinagoga, ma fu determinante la proposta profetica di un noto profeta itinerante: Giovanni il battezzatore. Da lui ricevette una immersione nelle acque, come segno di immersione nel cammino dell’esodo e come adesione alla proposta di riforma spirituale da parte di Giovanni. Tutto lascia intendere che Gesù divenne suo discepolo e che, proprio anche alla scuola del battista, scoprì progressivamente la missione che Dio gli affidava. Quindi siamo di fronte ad un piccolo nucleo storico che, inserito in un quadro teologico assai consueto nella concezione teologica ebraica, assume un profondo significato.
Posto all’inizio del “ministero pubblico” itinerante di Gesù, questo racconto di grande intensità teologica, ci offre l’orizzonte entro il quale “pensare “ e “capire” Gesù. Quello che lui ha fatto e detto, ciò che Gesù è stato, la missione che ha svolto… tutto questo è spiegabile solo alla luce dell’azione di Dio nella sua vita. Il “Cielo” lo ha investito di questa missione e Gesù ha accolto nel suo cuore, dentro la sua esistenza quotidiana, la luce e la voce che provenivano da questo “Cielo” aperto. Gesù è vissuto ed ha operato sempre in dialogo con Dio, in pace con Lui, sospinto dal Suo spirito. Gli scrittori dei vangeli, attingendo a piene mani dalle Scritture di Israele, ci enunciano questo messaggio con un linguaggio poetico incantevole: il cielo che si apre, la colomba che scende, la voce dal cielo. Si direbbe che spesso gli scrittori biblici sono anche dei pittori, degli scultori, tanto sanno usare i toni e i colori degli artisti. Forse perché hanno scritto con amore e l’amore, si sa, colora la vita … e illumina anche i paesaggi più consueti.

Il cielo aperto
Isaia 63 «[7]Voglio ricordare i benefici del Signore, le glorie del Signore, quanto egli ha fatto per noi. Egli ci trattò secondo il suo amore, secondo la grandezza della sua misericordia. [8]Disse: «Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno» e fu per loro un salvatore [9]in tutte le angosce. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione egli li ha riscattati; li ha sollevati e portati su di sé, in tutti i giorni del passato. [10]Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra. [11]Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo. Dov’è colui che fece uscire dall’acqua del Nilo il pastore del suo gregge? Dov’è colui che gli pose nell’intimo il suo santo spirito. [15]Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito della tua tenerezza e la tua misericordia? Non forzarti all’insensibilità. Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. [17]Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. [18]Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario, i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo? [19]Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!».
Possiamo capire meglio, alla luce di questa pagina, tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio, ma questi cieli sopra Gesù che prega costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno di noi. Sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo. Il “cielo” sorride non sui “santi” o sui perfetti ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto esperimentare a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Egli incontrò molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa… quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli. Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualche fratello e qualche sorella.

Chi chiude il cielo?
Talune chiese cristiane, quando ribadiscono certe regole corrono il rischio di chiudere il cielo su tanti fratelli e sorelle. E’ sempre molto pericoloso predicare come “voce di Dio” ciò che è farina del nostro sacco, ciò che è una legge ecclesiastica, una tradizione umana, una convenzione societaria che può essere frutto di una determinata cultura, frutto di interessi o di pregiudizi. Mi viene in mente un’altra severa immagine biblica che Matteo, in una pagina di polemica rovente, dirige verso alcuni maestri della Torah e farisei: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare” (Mt. 23,13).

E io?
Ma questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere da parte la presenza di Dio, metterLo alla porta della nostra vita. Questo mi sembra, oggi, uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano. Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.

 O Dio, voglio seguire Gesù anche in questo. Egli ha camminato molto concretamente su questa terra, ma ha sempre guardato il Cielo. Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te, ha costruito la sua vita su di Te come si costruisce una casa sulle fondamenta. Sei Tu, o Dio, il Cielo della mia vita: il Cielo che illumina i miei passi e riscalda il mio cuore. Se io chiudo, Ti prego, riapri come sai fare Tu. Se Ti metto alla porta, bussa, o Dio della mia vita.


[1] Gli esseni erano una corrente religiosa del giudaismo. Molto probabilmente furono attivi dalla metà circa del II secolo a.C. Avevano regole assai simili a quelle che vivranno in seguito i monaci cristiani. Praticavano un rigoroso ascetismo e il celibato ed erano caratterizzati da una forte attesa escatologica. Erano diffusi tra la popolazione ebraica e avevano costituito anche una comunità di tipo monastico a Qumran, nel deserto della Giudea.




Epifania del Signore alle genti
DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO. Don A.Fontana

«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre e io mi bruciai la possibilità di diventare vescovo o Papa. Me ne sono fatto una ragione. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba. Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia questa Bibbia.

Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.

Sal 71 Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;

egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis[1] e delle isole portino tributi, i re di Sceba e Saba[2] offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente[3] a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA
Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 12 aprile. In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte. Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi: Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 26 febbraio. L’Ascensione del Signore, il 24 maggio. La Pentecoste, il 31 maggio. La prima domenica di Avvento, il 29 novembre. Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore. A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO. Don Augusto Fontana
«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre e io mi bruciai la possibilità di diventare vescovo o Papa. Me ne sono fatto una ragione. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia questa Bibbia. E’ alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri e non circoncisi. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[4]. E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata.
L’ex priore di Bose, Enzo Bianchi, commentava: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri : «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». L’Oriente è dossologico (cioè più celebrativo che emozionale e conoscitivo ndr.). Ritiene un’eresia il fatto che noi possiamo parlare di Gesù bambino. Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[5].
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi (astrologi o osservatori del cielo stellato?) provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. La loro origine extra-comunitaria è chiara. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione e dei loro rituali; doni che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali. I campesinos ecuadoreñi gli avrebbero offerto un poncho, una collana di pepas e maialini[6]. Ho il sospetto che non sempre gli sia gradito l’onore adorante che proviene dalla smagliante e siliconata società occidental-cattolica; anzi, spesso Lui pare gradire che l’offertorio liturgico rovesci – sulle bianche tovaglie – arrugginiti spezzoni di lavoro, lacrimate piaghe purulente, dolci baci di amori fedeli o ricostruiti, bambole resuscitate dalle discariche delle favelas, cantilene di salmi al ritmo di luridi banjos.
Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi, degni eredi dei mesopotamici che accoglievano il solstizio d’inverno e, forse, stelle comete, con 12 giorni di festeggiamenti. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe, uno scettro(Messia) sorge da Israele»[7]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. E’ come se parlasse di un angelo»[8]. E’ come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali, e che i primi baci erano scesi a livello di bambino con l’arabo calore adorante di un inchino. Gesti e figure quotidiane capaci di essere elevate a simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, scandalosi per occhi e orecchi troppo verginali. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni rivendicazione e requisizione da parte di “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, così illuminato da annunci e luci sconfinanti, possiede anche una parete ammuffita. Si vedono profilarsi ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, compagno di merende, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione, le profezie senza tempo, le chiavi di lettura dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze e delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. «Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose. La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non salgono direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[9]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo. Cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’aveva trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) – non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[10].
Individuare e annunciare prodigi “normali”. Il mondo è sotto la grazia.
Quando e dove possiamo salutare il mondo facendo vibrare le speranze che contiene? L’uomo moderno non ha perduto il senso del simbolico e del sacramentale. Continua ad essere generatore di simboli espressivi della sua interiorità, come gli uomini delle epoche passate, e continua ad essere capace di interpretarli. Forse è divenuto sordo ad un certo numero di simboli che nel tempo si sono sclerotizzati e mummificati. Tanto che molti segni, anche nella chiesa, devono essere spiegati; ma un segno che deve essere spiegato ci dice che è un segno che dovrebbe essere cambiato. Il simbolico, tuttavia, resta parte integrante del vissuto dell’essere umano. L’uomo si colloca di fronte alle cose e agli eventi con tre atteggiamenti principali: la diffidenza, la manipolazione, l’abitudine. E’ raro l’atteggiamento di sorpresa, stupore, contemplazione.
All’origine del sacramento c’è sempre una storia: «C’era una volta una brocca…un pezzo di pane…un uomo chiamato Gesù…una cena pasquale…un’adultera…». Il linguaggio dei sacramenti non è argomentativo, ma evocativo. Talvolta diventa performativo cioè porta ad una modificazione della prassi umana. Padre Leonard Boff mi spiega, con una simpatica teologia, il valore simbolico/sacramentale dei segni, degli eventi della vita e delle cose: «In casa mia c’è una brocca di alluminio. Essa ha accompagnato la famiglia nei molti traslochi. Prese parte a tutto. Venne sempre con noi. Ogni volta che si beve da lei non si beve solo acqua, ma la freschezza, la dolcezza, la storia familiare. Quella brocca, come il sentiero di casa, la pipa lasciata dal padre sul tavolo prima che un infarto lo togliesse agli affetti: tutte cose che cessano di essere cose e diventano persone: puoi udire la loro voce e far riaffiorare il loro messaggio. Sono cose che possiedono un cuore. Si sono trasformate in sacramenti: sono cioè segni che contengono, mostrano, rammentano, visualizzano, trasmettono un’altra realtà diversa da loro ma presente in loro. L’uomo moderno guarda, spesso senza vedere. Le cose hanno una fessura attraverso la quale penetra una luce che illumina il loro mistero e che le rende trasparenti, diafane. Dentro questa brocca c’è la storia della famiglia. Gesù di Nazaret è questa brocca. E’ la Parola data, l’AMEN per sempre di Dio di fronte alla quale anche noi tentiamo di impegnarci con una nostra parola data»[11].
Tu, o Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è imbarbarito, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un macro-ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imprevedibili ricchezze di Cristo»[12]. Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista.


[1] Una località adesso sconosciuta. La Spagna sembra il paese più probabile.
[2] Le ipotesi più probabili sulla loro ubicazione indicano l’attuale Yemen oppure l’attuale Somalia.
[3] Un testo apocrifo, il Vangelo armeno dell’Infanzia, dice: “Il primo era Melkon re dei Persiani; il secondo Gaspar, re degli Indi; il terzo Balthasar re degli Arabi”; i tre personaggi diventarono i
rappresentanti dei discendenti di Cam, Sem e Jafet, figli di Noè, cioè di tutte le razze di Europa, Asia e Africa.

[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] cf. Antonietta Potente La diversità: dono di Dio al mondo, dono del mondo a Dio, in ADISTA 89/2000.
[7] Libro dei Numeri 24,17. L’antica versione aramaica, riflettendo la tradizione giudaica, sostituisce il termine “scettro” con “messia”.
[8] A. Mello op. cit. pag. 67.
[9] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[10] E.Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 3 pag. 72.
[11] elaborazione da Leonard Boff I sacramenti della vita , Borla.
[12] passim Lettera agli Efesini cap. 3




1 Gennaio 2020.
BENEDETTO. Don Augusto Fontana

Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza. Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).

Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…

Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

Sal 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO[1] . Don Augusto Fontana

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale. 

Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa donare forza vitale, donare fecondità. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza. Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».

  • Benedetti noi.

 

Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo.
Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).
All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontato un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista».
Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene.

  • Benedetto Dio!  

 

La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio, dire-bene di Dio. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. Molte persone non riescono più a dire-bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire.Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce/Spirito Santo che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, di benedirlo, di dire-bene di Lui.




FAMIGLIA DI NAZARET
Don Angelo Casati

Famiglia di Nazaret. Don Angelo Casati

Si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret”. Finiscono qui le notizie di Matteo sulla famiglia di Gesù. Poi nel vangelo c’è un salto di più di trent’anni. E Gesù riappare nei giorno in cui il deserto si infiamma per la voce del Battista. Che fa appello alla conversione: ”Allora Gesù” è scritto “dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui”.
Perchè questo buco di silenzio? A me viene fatto di pensare che non ci fosse, perdonate l’azzardo, che non ci fosse nulla da raccontare di quei trent’anni, nulla se non cose comuni, immagini di case comuni: la stuoia, la lampada, la madia, il forno nell’angolo, la legna da ardere. Immagini di lavori comuni: impastare la farina, attingere al pozzo lontano, radunare assi da lavorare, insegnare a quel figlio il lavoro ma ancor più la scienza della vita, pregare e ringraziare per i giorni di immediata trasparenza reciproca e imbattersi d’improvviso in giornate in cui è arduo capirsi, destarsi ogni mattina, uscire per andare a bottega o per bisogno di acqua dell’anfora, ritornare, riposare nella notte, riprendere al mattino. E lui, quel figlio di Dio e figlio dell’uomo, a dirci che aveva inizio così la salvezza del mondo, lui a dirci che iniziava di lì il suo contributo per il riscatto della terra. Tra quelle cose e non al di là di quelle cose. Già da quel momento e non solo dopo.
Impressiona l’assenza dello straordinario, la sfida del silenzio delle cose comuni, la forma della piccolezza, la vita nascosta. Tutto sembra appartenere a una storia apparentemente irrilevante. A rischio, secondo i criteri comuni, di ovvietà o peggio ancora di banalità.
Che un figlio dell’Altissimo abbia consumato con Giuseppe e Maria mesi e stagioni e anni, decine d’anni, tra queste cose non può che aprire uno sguardo, uno sguardo nuovo sulla vita. E’ il riscatto del piccolo, dell’ordinario, del comune, fuori dalle nostre manie e dalle nostre ossessioni di grandezza, che finiscono con lo scarto della più parte della nostra vita. Qui sta il riscatto della vita nella sua totalità. Insegnamento prezioso. Preziosa è tutta la vita. Anche quella che non esce dalla soglia del nascondimento. Forse dovremmo in qualche misura innamorarci di quel vuoto, nel racconto, di trent’anni, che fa senza volerlo elogio della vita nascosta di Nazaret.
Mi succede a volte di sentire qualcuno confessare, quasi con vergogna, che non fa nulla di buono nella vita, solo perché non ha tempo per qualcosa che vada al di là delle cose normali della vita. Sconsolato a dire “Ma io nella mia vita non faccio niente di buono!”. E mi capita di dirgli: “Ma, perdona, nella vita che cosa fai dalla mattina alla sera? Forse che non fai niente? Forse che le cose che fece quel Figlio di Dio per trent’anni non contavano niente agli occhi del Padre? Mettici il tuo amore, la tua passione, è il tuo modo di nutrire la vita e la terra.
Vorrei venire ad un altro pensiero. Matteo oggi alzava un velo sull’infanzia di Gesù e ci raccontava del ritorno della famiglia di Nazaret dall’Egitto, dove era stata costretta a rifugiarsi per sfuggire ai disegni di morte di Erode. Una costante questa, purtroppo, dei poteri assoluti, di ogni assolutismo. Non è forse vero che in questi giorni siamo riandati con la memoria alle immagini agghiaccianti dello sterminio?
Con il racconto della fuga e il ritorno dall’Egitto Matteo vuole, fin dall’inizio, inserire la vicenda di Gesù in una vicenda più grande, quella del suo popolo, a sua volta profugo in Egitto e liberato dall’Egitto.
Matteo cita le parole del profeta Osea che erano riferite all’intero Israele: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Quasi a dire una comunanza di destino. Gesù, una cosa sola con il suo popolo, quasi ne ripercorresse le orme.
Sentirsi dunque solidali con le vicende del proprio popolo! Un modo di essere che dovrebbe farci pensare. Non è che forse stiamo perdendo questo senso di appartenenza ad un popolo, ad una umanità, a una terra? Non è che stiamo diventando molto più individualisti? A volte immaginiamo e inseguiamo una grandezza che sta nel distinguerci: ci riteniamo grandi perché ci stacchiamo dagli altri, o perché stacchiamo gli altri.
Gesù ripercorrendo le vicende del suo popolo ci insegna che la vera grandezza è “appartenere”, è “essere solidali”, assumere gli stessi destini. E’ un criterio che dovrebbe ispirarci sempre, soprattutto quando siamo chiamati a scelte in cui è in gioco non solo la nostra sorte ma anche quella degli altri, di un popolo, di una nazione. Quale il criterio che ci conduce?
Ritorniamo al Vangelo. Con il suo racconto Matteo vuole anche dire che le mire dei potenti vanno in frantumi. Erode viene giocato da un uomo giusto ma inerme, Giuseppe, perché c’è qualcuno che veglia anche nella notte, quando noi dormiamo. E’ scritto nel salmo 121: “Non si addormenterà, non prenderà sonno /il custode di Israele. /Il Signore veglierà su di te /quando esci e quando entri /da ora e per sempre”. Nell’uscita dall’Egitto Israele, ma anche la famiglia di Nazaret hanno esperimentato un Dio custode, un Dio che non si addormenta.
Ma permettetemi un’ultima brevissima notazione. Dire che Dio è custode, che Dio veglia, che Dio provvede non significa dire che tocca solo a Dio, che possiamo stare passivi perché tanto c’è lui a vegliare. Il racconto della fuga in Egitto e del ritorno dall’Egitto ci racconta anche la parte di Giuseppe, la parte dell’uomo, della donna, ciò che spetta a noi umani.
Innanzitutto ascoltare, ascoltare nella notte. Ascoltare, lontano dal frastuono, nel silenzio, le voci dall’alto. E dunque lasciarci condurre da parole alte, quelle di Dio e non da meschine visioni umane.
E c’è una seconda cosa da aggiungere: Dio ti dà con la sua parola la direzione, ma poi tocca a te, come a Giuseppe, studiare le strade, evitare le insidie. Tocca a te prenderti cura della donna, del bambino.
Diventa anche tu un custode, come lo è Dio per te.




Domenica 29 dicembre 2019
INCARNATO IN UNA FAMIGLIA E IN UN POPOLO. Don A.Fontana

Sulla famiglia, sacra ma non santa, oggi c’è rissa: famiglia naturale, famiglia laica, sacramentale, omo o etero, unione di fatto. Scendono in campo grossi calibri ecclesiastici (celibi!) per difendere i valori famigliari “non negoziabili”, da trasformare in leggi dello Stato usando la lobby teodem DOC. (quelli di “Dio-patria-famiglia” bigami o quasi). E noi preti, senza moglie e figli, pontifichiamo dai nostri scranni come gli scribi e i farisei a cui Gesù diceva: «Guai a voi, esperti della Legge di Mosè, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11, 46).

Preghiamo.
O Dio, nostro Padre, che nella santa famiglia di Nazareth ci hai dato un vero modello di vita, fa’ che nelle nostre famiglie e comunità fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo
Dal libro del Siràcide 3, 3-7.14-17
Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

Sal 127 Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési 3,12-21
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Dal Vangelo secondo Matteo 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

INCARNATO IN UNA FAMIGLIA E IN UN POPOLO. D. Augusto Fontana
Sulla famiglia, sacra ma non santa, oggi c’è rissa: famiglia naturale, famiglia laica, sacramentale, omo o etero, unione di fatto. Scendono in campo grossi calibri ecclesiastici (celibi!) per difendere i valori famigliari “non negoziabili”, da trasformare in leggi dello Stato usando la lobby teodem (quelli di “Dio-patria-famiglia” bigami o quasi). E noi preti, senza moglie e figli, pontifichiamo dai nostri scranni come gli scribi e i farisei a cui Gesù diceva: «Guai a voi, esperti della Legge di Mosè, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11, 46). Io ho sperimentato il lavoro e per esperienza so che lì si sono infranti tutti i modelli ideati dalle Encicliche sul lavoro, obbligandomi ad una quotidiana mediazione (a volte al ribasso, a volte al rialzo) tra principî allo stato puro e contingenze problematiche. Se mi fossi sposato potrei parlare di famiglia, avendo custodito e confrontato nel cuore la Parola di Dio con la mia carne e storia. Rinuncio a cercare una corrispondenza diretta tra Bibbia e famiglia, come se la Santa Scrittura di oggi offrisse un prontuario di ricette o modelli di famiglia. Eppure mi intriga questo Dio-per-noi che si è fatto carne, prendendone su di sé tutte le conseguenze: appartenere ad un nucleo familiare, ad una etnia, ad una tradizione religiosa, ad un contesto politico nazionale e internazionale, reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele» (Eb 2,17).
Mai come oggi la pastorale si è mobilitata per Corsi di catechesi pre e post. Il matrimonio Concordatario non lo si nega a nessuno: molti lo pretendono come diritto individuale, come se fosse un pedaggio o una prudente vaccinazione. Quasi tutti i matrimoni nascono in chiesa e finiscono in tribunale. Ne sento l’aspra responsabilità. Resta immutato il dramma di una profonda separazione tra quanto si celebra e il suo esito post rituale. Se voglio affondare lo sguardo dentro la ferita aperta, posso intonare il Dies irae: tutte le ricerche in atto ci assicurano che stanno aumentando le violenze e gli omicidi intra-familiari, che aumentano le separazioni e le conflittualità. E tutti sappiamo che con l’andar del tempo lo smalto dell’innamoramento si opacizza, la coppia vivacchia, i modelli educativi sono liquidi e scivolosi. Ma tu hai capito che sarebbe ingeneroso generalizzare e amalgamare tutte le famiglie nella poltiglia delle statistiche, dei morbosi talk show televisivi e dei patologici rapporti giornalistici. Grazie a Dio conosco, come te, stupende famiglie santificate e santificanti, dolci, solidali, aperte, celebranti, carismatiche; immagini sacramentali di un Dio sposo fedele e famiglia trinitaria. E conosco le lacrime inconsolabili quando la morte, e non la fine di un amore, infrange un’alba o un giorno talmente luminoso da non mettere in conto mai che possa venire sera.
In questo contesto medito le letture di oggi con un occhio alla famiglia e uno alla comunità cristiana. Perché non so bene se oggi si celebra la Santa Famiglia o la Santa Comunità. Anzi lo so: la seconda lettura di oggi è un’esortazione primariamente rivolta alla Comunità e, di riflesso, ad ogni convivenza che abbia un qualche sapore di famiglia: «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione».
E’ vero che il Concilio Vaticano II° ha scritto: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società” (Gaudium et Spes 52). Ma è pure vero che Giovanni Paolo II° nella sua Familiaris Consortium (n.21) ha scritto: «la famiglia cristiana offre una rivelazione e una realizzazione specifica della comunione ecclesiale». Il Catechismo della Chiesa cattolica offre interessanti indicazioni (nn. 1655-1657): «Cristo ha voluto nascere e crescere in seno alla santa Famiglia di Giuseppe e di Maria. La Chiesa non è altro che la « famiglia di Dio. Fin dalle sue origini, il nucleo della Chiesa era spesso costituito da coloro che, insieme con tutta la loro famiglia, erano divenuti credenti. Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia “Chiesa domestica”[1] in cui «i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede. È qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia, con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità. È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita». L’esortazione apostolica “Amoris laetitia” di Papa Francesco dopo il Sinodo sulla famiglia scrive tra l’altro: «Sappiamo che nel Nuovo Testamento si parla della “Chiesa che si riunisce nella casa” (cfr 1 Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15). Lo spazio vitale di una famiglia si poteva trasformare in chiesa domestica, in sede dell’Eucaristia, della presenza di Cristo seduto alla stessa mensa. Così si delinea una casa che porta al proprio interno la presenza di Dio, la preghiera comune e perciò la benedizione del Signore»(n.15).
Dalla Scrittura ci vengono alcuni dati di fondo. Occorre non dimenticare oggi che Gesù ha relativizzato la famiglia: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,35-37). A chi gli faceva notare che sua madre e i suoi familiari lo stavano aspettando, Gesù reclama: «E chi è mia madre o i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).
Vorrei entrare nei testi dei “Vangeli dell’infanzia” di Matteo e Luca ed evidenziarne alcune scoperte:

  1. Giuseppe e Maria sono una coppia pressata dalla vita e da problemi. Giuseppe ha una bella grana da sbrogliare, tra una dubbia moralità della moglie e una precisa disposizione delle Legge mosaica in materia. Maria pure ha la sua rogna con una maternità inusuale e un’altrettanto inusuale discussione con Dio. Tutti e due devono affrontare un lungo viaggio per sottoporsi a un censimento partorito dalle paranoie del potere. E poi quel parto avventuroso. E poi quella fuga all’estero con neonato al seguito. E poi quel rientro alla chetichella, come due perseguitati politici. E poi quella vita senza storia a Nazaret interrotta da qualche pellegrinaggio a Gerusalemme dove l’adolescente Gesù, da loro educato alla Sinagoga e alla Torà, non risparmia un indimenticabile divino grattacapo. Tutto ciò che è detto e ciò che non è detto ma immaginato, ci parla di una comunità non esentata dalla storia, non ritirata in mistici conventi o monasteri, ma travolta e ferita da eventi. Come me e te.
  2. Paolo nella seconda Lettura esorta famiglie e comunità: «La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali». Giuseppe e Maria sono una coppia in ascolto della Parola che è loro compagna degli eventi. Una Parola che si materializza narrativamente nei SOGNI, nei SEGNI, nell’ANGELO. E non solo per loro: pastori e magi sono loro degni compagni di rivelazione e icone di discepoli ascoltanti. In Luca prevale il linguaggio diretto dell’angelo. In Matteo la Parola dell’Angelo è mediata dal sogno[2]. Davanti agli eventi e alla rivelazione, appaiono due persone in profondo ascolto (Giuseppe, mentre stava pensando a queste cose….Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore). Giuseppe pare non dialogare apertamente con la Rivelazione, a differenza di Maria che incarna la discepola interrogante («Come è possibile? Non conosco uomo»). E comunque dopo ogni rivelazione, ambedue questi discepoli della Parola si affrettano a compiere ciò che l’Angelo e il Sogno aveva proposto o comandato.

Mi piace il libro (Vita Liquida. Ed Laterza) di un sociologo a me caro, Zygmunt Bauman: «La vita liquida è una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza…Ovunque l’accento cade su atti come dimenticare, cancellare, mollare, sostituire…La costanza, la resistenza, la vischiosità delle cose animate e inanimate, costituiscono il più sinistro e grave dei pericoli, sono la fonte delle peggiori paure e bersaglio delle aggressioni più violente». A fronte di questa analisi realista e senza appello, che descrive l’infezione che ha intaccato i gangli vitali di famiglie e comunità, il resistente ascolto di Maria e Giuseppe si staglia sul fondo come la concreta attuazione di una parola del Signore riferita da Matteo 7, 24-27: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia».


[1] Cost. dogm. Lumen gentium, 11
[2] Matteo 2: [20]Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…[13]Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse….[19]Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse….[22]Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno




In principio era il Verbo. E il Verbo si fece carne
P. Ermes Ronchi

In principio era il Verbo. E il Verbo si fece carne.
(Da PRIMA DELLE SORGENTI (Omelie Padre Ermes Ronchi anno A), Servitium, 2010, pagg. 31ss

È un Vangelo immenso, quello che abbiamo ascoltato, che ci vieta pensieri piccoli. In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne. E ha dato a ciascuno il potere di diventare figli di Dio.  Colui che ha riempito il cielo con miliardi di galas­sie, l’inventore dell’universo, si fa piccolo e ricomincia da Betlemme. Ci deve essere qualcosa di vero in tutto ciò. Colui che ha separato la luce dalle tenebre, il firmamento dalla terra, si fa inchiodare su di una croce. Ci deve es­sere qualcosa di vero. Se della storia di Dio i vertici so­no una mangiatoia e una croce, questa nostra fede non ha altra spiegazione che Dio e le sue vie impossibili al­l’uomo.
Nessuna invenzione da parte dell’uomo avrebbe osato. A Betlemme non c’è nessuna illusione, nessun raggiro, nessuna menzogna. Lo garantiscono una mangiatoia e una croce. E Dio è là dove la ragione si scan­dalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai essere. Con Simone Weil, mistica del secolo scorso, amava ripetere che «la vita del cristiano è comprensibile solo se in essa c’è qualcosa di incomprensibile», una vertigine, un sogno, una vergine incinta di Dio, un pre­sepio, una croce, voli di angeli.
Ma il miracolo grande è che Dio non plasma più l’uomo nuovo con polvere del suolo, come in princi­pio, nell’Eden, per Adamo, ma che si fa lui stesso pol­vere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio, bambino di Betlemme. E se io dovrò piangere, anche lui imparerà a piangere. E se io devo morire, anche lui ha gustato l’orrore della morte.
Solo un Dio poteva imboccare queste strade. E so­lo gli umili gli credono, lieti che Dio sia così libero e così stupefacente, da preferire ciò che l’uomo emargi­na. Il prodigio più grande è che Dio ama ciò che è umile. Dio nell’umiltà: ecco la parola rivoluzionaria, l’appassionata parola del Natale.
La grande ruota della storia aveva sempre girato nella stessa direzione: dal piccolo verso il grande, il meno a servizio del più, che non è altro che la legge del più forte. Quando Gesù è nato, la grande ruota della storia per un attimo si è fermata. Poi qualcosa ha cominciato a girare al contrario; o meglio, nel senso vero della storia.
«Viene nel mondo la luce vera» (Gv 1,9): da Dio verso l’uomo, dal grande verso il piccolo, da una città verso la stalla, i re Magi verso il Bambino, il forte a ser­vizio del debole.
Natale è l’inizio del capovolgimento totale, di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Natale è il giudizio del mondo. E la sua redenzione. Dice che la storia non appartiene a chi fa sfoggio di forza o di denaro. Quella è solo una storia perdente. La storia vera è l’opera di chi si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà del servizio, nell’insignificanza solo apparente della bontà, nel silenzio degli uomini di buona volontà.
Maria, incinta di Gesù, l’aveva anticipato nel suo canto: «Ha rovesciato i violenti, ha innalzato i deboli. Chi si fida della ricchezza sarà a mani vuote e a cuore vuoto. Chi si fida della bontà possederà la terra». È il bambino Gesù dentro la mangiatoia a compiere il giu­dizio e la redenzione del mondo. A chi accetta di avvi­cinarsi a lui, accade qualcosa. Recarci davanti a quella che non è neppure una culla, ci trasforma.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi depone da­vanti a quel bambino ogni arroganza, ogni distanza, e riscopre la volontà d’amore.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi non espor­ta morte ma comunione, chi accoglie Dio nella sua carne. Perché Dio viene nella vita, accade nella con­cretezza dei miei gesti, deve abitare i miei occhi. E lo sguardo allora si fa tenero, attento. Deve abitare il mio udito, perché io ascolti con il cuore. Deve abitare la mia bocca, perché io dica parole di bene e sappia be­nedire la vita e le creature. Deve abitare le mie mani perché si aprano, si stendano a donare pace, ad asciugare lacrime, a vestire i nudi, a spezzare ingiustizie.
La grandezza d’ognuno di noi dipende da chi l’a­bita. Vera grandezza è essere abitati da Dio. E se ha voluto nascere in una stalla, non si scandalizzerà di me, dello sporco che è in me, abiterà le mie miserie il nodo di povertà e di sole che so di essere, e che egli trasformerà.
Perché ora è il tempo del mio natale. Capisco che Cristo nasce perché io nasca. La nascita di Gesù vuo­le, domanda la mia nascita, che io nasca diverso e nuo­vo, che nasca dallo Spirito di Dio, che nasca così pic­colo e libero da essere incapace di aggredire, di odia­re, di minacciare. Che io nasca così umile e ingenuo da pensare con il cuore.
Certo, non è facile il Natale. È il giudizio del mon­do. E tutti conosciamo un popolo o una famiglia o al­meno una persona che piangerà perché è tradita, per­ché è sola, perché è stata sfiorata dall’ angelo della morte. Non è facile il Natale. Tutta la violenza del mondo contraddice gli angeli di Betlemme, contrad­dice il loro canto: «Pace in terra». La mia fede talvolta domanda: E se fosse tutto un’illusione creata dal bam­bino che è in noi? Se fossimo rimandati a Dio solo dal­la paura e dal disastro della storia? Ma è Dio che è rimbalzato fino a noi. È un altro il movimento del mondo.
C’è in me l’uomo disincantato che ritiene il Natale una festa ormai pagana, che ha visto le stelle cadere e svuotarsi il cielo. E tuttavia c’è un bambino in me, e gli parli di Dio e lui lo sente respirare.




Festa dell’Incarnazione.
DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di MosèLa pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità…. 

Preghiamo. O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 9, 1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità. Signore, tu hai dato loro una grande gioia, li hai fatti felici. Gioiscono davanti a te come quando si miete il grano. Tu hai spezzato il giogo che gravava sulle loro spalle e li opprimeva. I calzari dei soldati invasori e tutte le loro vesti insanguinate saranno distrutte dal fuoco. È nato un bambino per noi! Ci è stato dato un figlio! Gli è stato messo sulle spalle il segno del potere regale. Sarà chiamato: ‘Consigliere sapiente, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace’. Diventerà sempre più potente, e assicurerà una pace continua. Governerà come successore di Davide. Il suo potere si fonderà sul diritto e sulla giustizia per sempre. Così ha deciso il Signore dell’universo nel suo ardente amore, e così sarà.

Sal 95. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo Apostolo a Tito 2,11-14
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». 

DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Parola di Dio sulla pietra.
Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli» (Esodo 24,12)…. Era una Parola pietrificata, ma garantita e fedele come una roccia. Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di Mosè: «Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna» (Esodo 32,19).… La pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità. Ed ecco l’intelligenza profetica. «Questa sarà l’alleanza che conclu­derò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,31-33). Oggi abbiamo carta e computer in tempi di fragilità, tempi liquidi e fluidi; la carta si accartoccia e si butta, e sul computer basta un clic e tutto è cancellato. Le parole diventano vapore che si disperde.

Parola di Dio nella carne.
Il profeta Isaia indica la svolta: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». L’evangelista Luca ci dice che il segno della presenza di Dio non sarà più un tempio di pietra, ma la carne fragile di un figlio d’uomo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, coricato in una mangiatoia». Sarà questo figlio, divenuto grande, che davanti al tempio confermerà il nuovo regime di fede: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»” (Matteo 24,1-2). L’evangelista Giovanni, commentando un riferimento al Tempio da parte di Gesù, annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Giovanni 2,21). La storia della Rivelazione stava subendo un’accelerazione. «Il Verbo si è fatto carne» canta Giovanni nell’ouverture del suo Vangelo (Giovanni 1,14). Francesco diceva che Gesù era la Parola abbreviata di Dio. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme.  “Farsi carne” vuol dire assumere pienamente la fragilità umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell’ambito della sua storia terrestre: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2, 6-7). Anzi: diventa un pane frammentato e mangiato; «questo è il mio corpo» dirà Gesù nella Cena Pasquale. Ma c’è di più. Ed è l’evangelista Matteo che ci porta ai confini impensabili del “luogo di Dio”: noi incontriamo la Parola del Dio vivente in sei sacramenti della Sua presenza: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 37-40). Perfino quando si presenta Risorto, Gesù mostra di essersi portato dietro la sua e nostra carne: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39).

Allora?
Il profeta Amos aveva minacciato: «Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Amos 8,12). In questo tempo liturgico siamo portati invece pazientemente al luogo dell’incontro. I pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono» (Luca 2,16). La maledizione è infranta per chi lo vuole. Non più un Dio lassù nei cieli o raccolto in una religione pietrificata dal rito, dall’organizzazione, ma nella carne quotidiana di Gesù, del Pane eucaristico, della gente con cui coabito. «Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato»[1]. Dio ricomincia da Betlemme, da un bambino. «Il Verbo carne si è fatto » (Gv 1,14), è scrit­to nel testo in greco di Giovanni. Nella suggestione del testo greco i due termini sono vicini, non separa­ti da altre espressioni: ho Logos sarx egheneto, la Parola carne divenne. Da allora la vicinanza è assoluta, c’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, ci sono un po’ di santità e molta luce in ogni vita. L’incarnazione non è finita, Dio «accade» an­cora nella carne della vita, accade nella concre­tezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sap­piano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pa­ce, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; e se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte. La strada più breve e più diritta tra l’uomo e Dio è la carne di Gesù, ora in braccio alla madre, un giorno in braccio alla croce[2].

Cammina attraverso l’uomo e raggiungerai Dio” (Sant’Agostino).


[1] Enzo Bianchi, La stampa 24 dicembre 2011
[2] Ermes Ronchi, Le case di Maria, Paoline.