Domenica 26a. 29 settembre 2019
IL MIO PARADISO DIPENDE DA LAZZARO. D. Augusto Fontana

Ho incontrato Marco. Non è cambiato. Nel senso che si fuma ormai da 10 anni i suoi due pacchetti di sigarette al giorno, si scola grappini e bianchetti come giaculatorie e, siccome fa il benzinaio, si idrocarbura quotidianamente con metri cubi di esalazioni petrolchimiche. Che Dio gliela mandi buona; ma mi pare che il suo futuro prossimo sia ipotecato. Senza voler essere fatalisti: il nostro domani (individuale e collettivo, ecologico e politico, spirituale ed economico) ce lo giochiamo nell’oggi. Anche per l’Evangelista Luca il tempo della Chiesa, il tempo storico che ciascuno vive, l’oggi, è abitato dal Risorto e quindi diventa un tempo decisivo, da viversi nella coscienza che il domani è già nell’oggi

Preghiamo. O Dio, tu chiami per nome i tuoi poveri, mentre non ha nome il ricco epulone; stabilisci con giustizia la sorte di tutti gli oppressi, poni fine all’orgia degli spensierati, e fa’ che aderiamo in tempo alla tua Parola, per credere che il tuo Cristo è risorto dai morti e ci accoglierà nel tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore

Dal libro del profeta Amos 6,1.4-7
Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

Sal 145 Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre

rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 6,11-16
Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.

Dal Vangelo secondo Luca 16,19-31
Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

IL MIO PARADISO DIPENDE DA LAZZARO. D. Augusto Fontana

Ho incontrato Marco. Non è cambiato. Nel senso che si fuma ormai da 10 anni i suoi due pacchetti di sigarette al giorno, si scola grappini e bianchetti come giaculatorie e, siccome fa il benzinaio, si idrocarbura quotidianamente con metri cubi di esalazioni petrolchimiche. Che Dio gliela mandi buona; ma mi pare che il suo futuro prossimo sia ipotecato. Senza voler essere fatalisti: il nostro domani (individuale e collettivo, ecologico e politico, spirituale ed economico) ce lo giochiamo nell’oggi. Anche per l’Evangelista Luca il tempo della Chiesa, il tempo storico che ciascuno vive, l’oggi, è abitato dal Risorto e quindi diventa un tempo decisivo, da viversi nella coscienza che il domani è già nell’oggi, che saremo ciò che siamo, che urgono decisioni sagge, quasi scaltre come quelle che i figli delle tenebre sanno usare per approfittare sempre e di tutti o ridurre i danni in caso di crisi incombente.
Luca, tra le sue “ossessioni”, annovera quella dei poveri e del denaro: la posizione del discepolo davanti al povero e al denaro risulta decisiva ai fini del trasferimento della risurrezione nell’oggi. Di Luca conosciamo il brano del RICCO STOLTO (12,13-21), dell’AMMINISTRATORE SCALTRO E SAPIENTE (16,1-13), di ZACCHEO (19,1-10), la serie di GUAI nelle sue Beatitudini (6,24-26), la storia di ANANIA e SAFFIRA (Atti degli Apostoli 5,1-11) e soprattutto la proclamazione messianica di Gesù nella SINAGOGA DI NAZARET (4,14-30). A questa sua “ossessione” appartiene anche il brano di oggi: la sorte del NABABBO STRAVACCATO dipende dal povero Lazzaro (16,19-31).
La Bibbia non è nuova a queste denunce.
Il brano di Amos, riportato nella liturgia odierna, non è che un frammento di un vasto repertorio di denunce profetiche di cui abbiamo già avuto un assaggio domenica scorsa. Amos è un contadino pecoraio. Interviene nel Regno del Nord sotto Geroboamo II. La congiuntura politica ed economica di questo VIII secolo a.C. ha causato nel Regno del Nord, come in quello del Sud, una profonda frattura tra la classe dei garantiti, che hanno maggior profitto dagli avvenimenti, e la classe dei poveri, più indifesi che mai. Amos si rivolge ai garantiti che sono indifferenti (non vedono e non sentono) di fronte alle povertà e usa il genere letterario della “Invettiva” che è composta da un vero e proprio giudizio a cui fa seguito una sentenza. Il profeta intuisce, dai segni dei tempi, che Israele sta camminando verso la rovina; il “Giorno di Jahwè” coglierà di sorpresa quelli che fanno baldoria e si appoggiano a false sicurezze. Si rivolge a loro con il termine “Guai” o meglio sarebbe dire “ahimè” (in ebraico hoj) che è il tipico urlo di lamento in occasione di riti funebri; quindi sembra voler avvertire che costoro si mettono fuori dal regno della vita. Amos paga con l’espulsione. Di fatto nel 722 il re di Assiria, Sargon II, rade al suolo Samaria, capitale del Nord, e i rammolliti sono costretti ad alzarsi dai loro divani e a scorticarsi i piedi delicati lungo le strade sassose della deportazione in Mesopotamia. La confraternita degli stravaccati aprirà il corteo degli esiliati. I primi nella ricchezza sono i primi nell’esilio. Ormai è troppo tardi per correre ai ripari.
Luca costruisce la Parabola esemplificativa dividendola in due quadretti: uno si costruisce intorno alla tavola ed ha come protagonisti il ricco (anonimo perchè ci rappresenta tutti) e Lazzaro (El-azar in ebraico significa “Elohim[Dio]-aiuta”); l’altro si costruisce attorno ad Abramo ed ha come protagonisti anche i 5 fratelli del ricco. E’ un po’ come la parabola del Padre misericordioso che mette in campo il figlio minore e quello maggiore in due sezioni dello stesso racconto.
Luca non fa il moralista. Non gli interessa puntualizzare se il ricco e Lazzaro sono buoni o cattivi. Li coglie brutalmente nella loro condizione sociale: da una parte c’è chi si veste e mangia bene in casa propria e dall’altra c’è uno senza casa, nudo, affamato, malato, con l’unica compagnia dei cani che, essendo considerati animali impuri, gli trasmettono l’impurità rituale e sociale. Il rovesciamento delle sorti è prefigurato non come effetto di vizi o virtù, ma in base ai rapporti che gli uomini hanno tra loro e quindi con Dio.
La Parabola ha un chiaro riferimento cristologico: chi è questo Lazzaro se non Gesù, le cui piaghe sono leccate dai pagani (considerati dei “cani impuri” dai giudei)? Come si fa a non intravedere Gesù la cui situazione viene ribaltata da Dio con la risurrezione?
Ma la parabola è densa anche di catechesi per la Chiesa:

1- Quando entra il Regno di Dio e le sue logiche, le situazioni si ribaltano. I garantiti si dimostrano fisiologicamente incapaci di optare per le nuove logiche introdotte da Gesù. I poveri sono potenzialmente più aperti ad esse. Ciò non significa che Lazzaro non desiderasse, segretamente, di diventare come il ricco; questa è la beffa maggiore: le società dei consumi hanno drogato le coscienze dei poveri.

2- Si viene salvati non dai miracoli, ma dall’ascolto della Parola di Dio. Nel vangelo di Giovanni si narra che di fronte alla rianimazione di un altro che aveva stranamente lo stesso nome (Lazzaro), non è garantita la conversione, anzi “da quel momento decisero di uccidere Gesù”. Il tempo della chiesa è il tempo nostro, fratelli del ricco anonimo, per accettare le provocazioni urgenti della Parola di Dio.

3-Quale fu il peccato del ricco? Non quello di essere ricco, né di aver rubato. La sua colpa non consiste in ciò che ha fatto, ma in ciò che non ha fatto. Non ha visto Lazzaro e quindi non lo ha amato. L’autosufficienza mette in condizione di peccato strutturale. I poveri dipendono dalla mollica di pane che i ricchi lasciano cadere dopo essersi pulite le dita, visto che non si usavano posate. Ora la posizione si ribalta: la sorte dei ricchi dipende da Lazzaro. Dipendiamo dai poveri, abbiamo bisogno di loro per de-satellizzarci e divenire capaci di accogliere il TUTT’ALTRO. Abbiamo bisogno delle piaghe di Gesù.

4- La parabola non è un invito a rassegnarsi, a non indignarsi contro l’ingiustizia aspettando solo un al di là nel quale Dio regolerà tutti i disordini e gli eccessi umani. Inteso così, il messaggio evangelico favorirebbe un conformismo spregiudicato che aiuterebbe a mantenere il disordine stabilito. Certo: la parabola è una promessa per il futuro, ma guarda alla vita presente e viene rivolta ai cinque fratelli del ricco, a chi, come noi, viene concesso ancora un po’ di tempo, come a quel fico sterile della parabola di Luca (cap 13,6-9): «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai».

5- Il Dio dei profeti e di Gesù non è amico di una religione che separa il culto dalla vita, l’incenso dalla pratica dell’amore al prossimo. Questo Dio, secondo il Salmo 145 di oggi, condivide la sorte del povero, dell’orfano, della vedova e dello straniero; con tutti quelli a cui i potenti hanno ridotto il diritto di una vita vissuta con dignità. Scrisse Georges Bernanos: “Io affermo che i poveri salveranno il mondo e che lo salveranno senza volerlo, lo salveranno nonostante se stessi e che non chiederanno nulla in cambio, semplicemente perché non sapranno il prezzo del servizio che hanno prestato”. L’Abbe Pierre disse che a distruggere il mondo non sarà né il terrorismo, ma la rabbia dei poveri. Persino James Wolfensohn, Presidente della Banca Mondiale dal 1995 al 2005 ha percepito la gravità di questo infernale meccanismo che lui stesso ha contribuito ad oliare: «Se non agiamo adesso, nei prossimi anni le disuguaglianze saranno gigantesche e si trasformeranno in una bomba ad orologeria che esploderà in faccia ai nostri figli». Che è come dire: se non per convinzione, facciamolo almeno per paura.




Domenica 25a. 22settembre2019
AMMINISTRATORE SAGGIO CERCASI. Don Augusto Fontana

Quante volte hai visto dai telegiornali le forze dell’ordine che, dopo aver scoperto bunker segreti scavati dai mafiosi sotto ville o terreni, mostravano tra gli arredi anche Bibbie consunte contornate da murales di immaginette sacre da far invidia ai migliori santuari. Come dire: Dio in una mano e il sangue di Abele o il pizzo estorto nell’altra. Ma io, che mafioso non sono, non mi sento poi così tranquillo in coscienza, in qualità di amministratore dei beni consegnatimi dal mio Signore. Le tre letture della Messa odierna concentrano la loro attenzione in modo curioso su una figura oggi molto attuale e discussa: quella dell’amministratore.

 Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad amarti e servirti come unico Signore, abbi pietà della nostra condizione umana; salvaci dalla avidità delle ricchezze, e fa’ che, alzando al cielo mani libere e pure, ti rendiamo gloria con tutta la nostra vita. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Amos 8,4-7.
Ascoltate queste parole, voi che schiacciate i poveri e trattate gli umili come prigionieri di guerra. Proprio voi che dite: «Quant’è lungo il sabato! Ma quando finisce la festa della luna nuova? Noi dobbiamo vendere il nostro grano! Possiamo aumentare i prezzi, falsificare le misure e truccare le bilance. Venderemo anche il grano di scarto! Ci saranno certamente dei poveri che non possono pagare i loro debiti, neppure per un paio di sandali. Allora li compreremo come schiavi». Per l’arroganza dei discendenti di Giacobbe il Signore ha giurato: «Non dimenticherò mai i loro misfatti».
Sal 112 Benedetto il Signore che rialza il povero.
Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore.

Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre.
Su tutte le genti eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria.
Chi è come il Signore, nostro Dio,  che siede nell’alto
e si china a guardare sui cieli e sulla terra?
Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero,
per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 2,1-8.
Figlio mio, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza contese.
Dal Vangelo secondo Luca 16,1-13.
Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

AMMINISTRATORE SAGGIO CERCASI. Don Augusto Fontana

Quante volte hai visto dai telegiornali le forze dell’ordine che, dopo aver scoperto bunker segreti scavati dai mafiosi sotto terreni e coltivazioni, mostravano tra gli arredi anche Bibbie consunte contornate da murales di immaginette sacre da far invidia ai migliori santuari. Come dire: Dio in una mano e il sangue di Abele o il pizzo estorto nell’altra. Ma io, che mafioso non sono, non mi sento poi così tranquillo in coscienza, in qualità di amministratore dei beni consegnatimi dal mio Signore.
L’importanza di chiamarsi furbi[1]
Le tre letture della Messa odierna concentrano la loro attenzione in modo curioso su una figura oggi molto attuale e discussa: quella dell’amministratore.
In verità, la liturgia ci offre tre differenti profili di questa professione:

  • l’amministratore di beni propri (1a lettura)
  • l’amministratore delegato (Vangelo)
  • il pubblico amministratore (2a lettura).

Sappiamo tutti anche troppo bene che una tentazione abbastanza comune tra chi amministra qualsiasi genere di bene materiale è quella della disonestà. I giornali e la TV ci presentano ogni giorno una rassegna incredibile di furberie e scaltrezze di ogni genere, mirate al raggiungimento di un solo obiettivo: l’esclusivo profitto e interesse personale. S. Paolo esorta a pregare intensamente per tutti i pubblici amministratori, perché non cadano in questa tentazione e ci garantiscano pace e giustizia.
Ma anche la furbizia (quella disonesta!) nell’ambito del privato viene stigmatizzata duramente. Nella prima lettura Amos ci riporta queste gravi parole del Signore: “Mai dimenticherò le opere loro”. E Luca ci riporta il “titolo onorifico” con cui Gesù aveva lodato il protagonista della sua parabola: “amministratore di ingiustizia”. Non ci deve scandalizzare il fatto che Gesù stesso, nel Vangelo (Mt 10,16), ci esorti: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe». Ovviamente la Parola di Dio condanna tutto ciò che è disonesto e fraudolento, ma ci offre oggi nel Vangelo una chiave di riflessione originale sul tema della saggezza/furbizia.
Fede “low cost”.
Oggi impazzano i viaggi “low cost”, a basso costo; ci abbiamo fatto l’abitudine e il giochino ha infettato tutto, anche la mia dimensione di fede, la mia condizione di discepolo: sono un cristiano/prete “low cost” o, come ho detto in altre occasioni, ho una “fede light”, leggera come certi formaggi senza grassi.
L’incombere della persecuzione o della continua venuta di Cristo poneva la comunità di Luca nella necessità di essere pronti a decisioni rapide, efficaci, efficienti e talvolta estreme. Anche noi oggi desidereremmo essere efficaci. Ma quando un cristiano e un non cristiano pronunciano la parola “efficacia” parlano la stessa lingua? Gesù, per esempio, ha detto: «Senza di me non potete far nulla, come il tralcio che non sta attaccato alla vite».
Ci viene richiesto di partecipare al culto, di pregare: quando una preghiera é efficace?
Siamo chiamati non a ritirarci dal mondo, ma ad essere nel mondo senza essere del mondo. Spesso il nostro cuore pulsa nelle vicinanze del borsellino (Luca 12,34: Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore). Come possiamo nutrire una spiritualità pasquale amministrando la nostra vita quotidiana? Nel XIV secolo lo scrittore mistico domenicano Giovanni Taulero, nella festa di Ognissanti parlava dei laici così:«Viene infine la folla della gente comune che va a Dio nelle cose e con le cose».
La Pasqua che celebriamo ricrea urgenze, disarciona le sicurezze, demitizza i nostri assoluti, rinfranca gli umili sapienti e i poveri di cuore e di mani.
Riascoltiamo le Letture.
Amos é un pastore. Viene riconosciuto profeta al di fuori delle confraternite ufficiali dei profeti. Siamo nel 750 circa a.C. Le guerre dell’VIII secolo e i cambiamenti sociali avevano moltiplicato da un lato fiorenti gruppi di trafficanti al mercato nero e usurai e dall’altro gente che si rovinava e che veniva sfruttato. Ma il problema più grave era che gli approfittatori andavano al tempio oppure approfittavano del riposo festivo per tramare sfruttamenti e inganni. Amos enumera le contraddizioni di questi uomini religiosi ma non pii: truccare le bilance, diminuire le misure, aumentare i prezzi. Ma poi non parla solo di merci; parla anche di uomini trattati da merce. Culto e ingiustizia per i profeti è come un incesto, un tabù. Paolo raccomanda di pregare con mani pure, senza ira e senza conflitti.
Luca 16, 1-13 (meglio se fino al v. 16:«[14]I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e ridevano di lui. [15]Egli disse: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. [16]La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi»).
Luca sta illustrando la polemica di Gesù contro i farisei di tutti i tempi, ma anche il comportamento che i discepoli devono assumere nel tempo che precede la manifestazione finale di Gesù.
Sarebbe grave che non ci accorgessimo del tempo di emergenza e ci adagiassimo stupidamente accomodandoci nella logica della stoltezza, come dice il Salmo 49, 13: «L’uomo nella prosperità non capisce. E’ come una bestia».
Domenica prossima celebreremo la parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, strettamente congiunta alla lettura biblica di oggi.
Questa prossimità del regno crea la necessità di agire «con forza». Matteo (11,12) scrive: «Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli è preso a forza (in greco: biazetai) e i violenti (in greco: biastai) se ne impadroniscono». Anche Luca usa la stessa terminologia al v. 16: «viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi».
Si entra nel Regno “con forza, con violenza”, cioè occorre essere avveduti con lucidità, cercare una soluzione, prendere decisioni, restare fedeli nella decisione.
Mettiamo in chiaro innanzitutto alcuni termini:

  • Se vogliamo dare un titolo a questa parabola, non sarà certo “La parabola dell’amministratore infedele” ma piuttosto “dell’amministratore avveduto/saggio”. Alcuni esegeti dicono che, secondo la legislazione giudaica, l’amministratore poteva applicare sul recupero debiti una provvigione per sé che però doveva essere giusta e non usuraia; questi autori suppongono quindi che la quota cancellata dall’amministratore riguardi la provvigione usuraia che egli aveva imposto ai debitori; il danneggiato, dunque non sarebbe il padrone[2]. E’ giusto dire che questa interpretazione non convince altri esegeti e si armonizza poco con il contesto narrativo. Comunque sia, l’amministratore è stato saggio perché ha agito tempestivamente di fronte all’urgenza che incombeva sulla sua vita.
  • L’amministratore é saggio (e non “scaltro”). Il termine greco “fronimòs” viene dal vocabolario biblico sapienziale ed é applicato dai vangeli a colui che vive con sapienza evangelica dentro le urgenze createsi con la venuta di Gesù.
  • Mammona: in ebraico mamōn e in aramaico māmônā sono termini la cui radice linguistica ‘aman ci porta al significato di “fidarsi, credere”. Mammona di iniquità allora é ciò in cui ti fidi, ma poi ti pianta in asso. E’ tutto l’opposto della parola AMEN che significa credere, fidarsi della roccia su cui appoggio il piede.
  • Contrapposto a disonesto é “fedele”. Amministratore disonesto, é come dire “amministratore che appartiene alla logica di questo mondo”. L’iniquità non é guadagnare con imbroglio ma anche contare sulla ricchezza guadagnata onestamente. Tra l’altro mi chiedo spesso: quale ricchezza é guadagnata onestamente?

Allora:
Approfittare del tempo per mettere ordine nelle cose, scegliendo quelle eternizzabili, per esempio i rapporti umani: «fatevi degli amici!».
Siate saggi amministratori dei beni terreni, se volete che Dio vi consegni i beni del Regno.
Siate avveduti, decisi e fedeli.
Così si attende la beata speranza e che venga il Regno del nostro Signore Gesù Cristo.
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[1] di Alvise Bellinato
[2] Radermakers-Bossuyt, LETTURA PASTORALE DEL VANGELO DI LUCA, EDB, Pag.352




CARO FRATELLO DETENUTO. Don Augusto Fontana

Caro fratello detenuto,
scusami, innanzitutto, se ti chiamo «detenuto». Lo sei e ne prendo atto. Ma sei ben di più: sei tutta la tua storia che ti ha portato qui accompagnato, se colpevole, dal rancore di chi hai danneggiato o, se innocente, dalla tua impotente rabbia e dalla compassione inebetita di chi sa; sei tutto quello che avresti potuto o voluto essere e che non sei stato; sei tutto quello che noi attendiamo che tu sia; sei tutto quello che sei per coloro che ti amano e ti vogliono bene; sei tutto quello che tu mi hai fatto malinconicamente scorgere mentre guardavo i tuoi occhi umidi o dignitosamente mi hai trasmesso con il tuo sguardo di sfida; sei come Dio o Allah o Gesù ti hanno creato e ti sognano. Oltre tutto questo, sei anche detenuto. Praticamente un desaparecido, scomparso dal video dei nostri talk show quotidiani, un «senza storia», ma non per coloro che ti accudiscono con l’umanità di cui sono capaci. Sarebbe stato meglio che scrivessi questa lettera intestandola a tuo nome, quel nome che rappresenta la tua storia unica e irrepetibile: Mohamed, Luca, Richard, Lisa…Per farmi perdonare ti chiamo «fratello», ma mi accorgo che sto esagerando. Fratello è una parola abusata quando vogliamo acquietare i morsi della coscienza o tentiamo di superare, sul ponte di una parola impegnativa, gli abissi che le nostre reciproche storie hanno creato. Eppure oso dolcificare il nostro sguardo chiamandoti “fratello”, innanzitutto fratello nella debolezza. Ascoltando la tua storia e le sue premesse e le sue circostanze ho riconosciuto che non c’è peccato la cui radice non sia anche in me, non c’è trasgressione a cui anch’io non abbia fatto l’occhiolino, non c’è stupidità umana di cui non riscontri in me una qualche consanguineità; anche l’apostolo Paolo non si vergogna di scrivere «sono stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento…e di tutti i peccatori il primo sono io». Chiamarti «fratello» suona eccessivo per anime verginelle o presunte tali, per custodi gelosi di pubbliche virtù in vizi privati. Fratello è una parola eccentrica e profetica per uomini d’altri tempi, per tempi diversi dal nostro. E Gesù, quello d’altri tempi e del nostro tempo, ti chiama «fratello» con quella sua inflessione responsabilizzante che turba e poi commuove. Anche il Padre della Parabola di oggi (Luca 15,1-32), va incontro al presuntuoso fratello maggiore, che aveva disconosciuto quel balordo di suo fratello minore, e gli dice : «Questo tuo fratello!». Oso dunque destabilizzare e coccolare la tua vita chiamandoti come ti chiama lui: «fratello!». Fratello nei nostri sogni belli, nelle nostre comuni vocazioni al bene, nella nostra comune consanguineità divina, nel nostro comune cammino verso la maturità, nelle comuni risorse annidate nelle grotte più dimenticate del nostro animo o seminate nell’umido terriccio dei nostri sentimenti.  Mi siedo, ora, accanto a te e rileggo con te le pagine della nostra liturgia domenicale. Mi limito ad offrire alcune tracce di lettura. Sembra che siano quattro gli elementi comuni a tutte le letture: l’insoddisfazione, l’allontanamento, la ricerca, la festa.
Caro fratello detenuto, che attendi che ti vada bene il processo, che attendi un permesso premio anche per fare l’amore finalmente con la tua compagna, che attendi la dura fedeltà di tua moglie e lo sguardo riconciliato di tuo figlio, che attendi il trasferimento vicino a casa, che attendi il lavoro da scopino per quei pochi euro per sopravvitto e sigarette, che attendi l’ora d’aria per sfiatare polmoni e muscoli sotto il cielo, che attendi uomini e donne amici, che attendi l’ora della Messa non solo per miseri ricavi ma per aggrapparti a quel frammento di pane e di parola che ti traghettino verso altre spiagge, che attendi una qualsiasi terapia che ti dia il sapore materno della cura, che attendi che passi il tempo della cella d’isolamento dove ti hanno cacciato perchè con rabbia cieca avevi aggredito il tuo corpo o l’anima altrui, tu che attendi indulti, indultini, amnistie e giubilei, che attendi che un qualche dio minore si materializzi nell’angusto spazio della tua cella spesso simile – perdonami! – alle asfissianti misure a cui forse hai ridotto la tua bellezza di un tempo. A te che attendi e speri e invochi, io riesco solo a darti una notizia: si dice che Dio, alias Jeshua, alias Gesù, alias Nazareno, abbia deciso di stare talmente dalla nostra parte da frequentare quelli che oggi chiamiamo delinquenti. Ti chiedo di verificare se la notizia abbia fondamento e di interrogare eventuali testimoni. Pare che la cosa abbia turbato qualcuno e rallegrato altri. Se appurerai che la notizia è vera, spero di trovarti tra quelli che se ne rallegrano. Per quanto ci riguarda lo abbiamo tolto dalla circolazione perché esagerava e lo abbiamo appiattito, come un segnalibro, un’immaginetta sacra, tra le pagine di un libretto che noi chiamiamo Vangelo. E da quel momento non nuoce più. Stava esagerando portandosi dietro piccoli gruppi di simpatizzanti poi divenuti discepoli e frequentando con loro case e incroci dove stazionavano disoccupati, usurai, ladri e prostitute. Dicono che dicesse cose dell’altro mondo che irritava alcuni e cambiava la vita ad altri. Se appurerai che la notizia è vera, spero di trovarti tra quelli a cui cambiava la vita. Io non sono tra quelli irritati e turbati; ma neppure tra quelli a cui è riuscito di cambiargli la vita. Se dunque vorrai potremo cercarlo insieme. Forse lo troveremo fra qualche tempo in un tribunale dove lo stanno processando a torto. Forse lo troveremo bianco come un cadavere appeso a un palo. Forse lo troveremo in un frammento di pane inerte sulla mensa della domenica. Forse lo troveremo, con la faccia di un giardiniere o di uno straniero, vivo e vispo come un Dio. Allora forse godremo che ci sia ancora Lui in circolazione a nostro favore.  In questi giorni guardati in giro, fruga nelle tue attese, ascolta lo scricchiolio dei suo passi sulle foglie secche dei sentieri dove ti sei perduto, fatti venire conati di nostalgia della stalla, ovile o deserto che erano una reggia a confronto del letto di carrube dove grufolano idoli. Fatti aiutare a cercarlo, fatti aiutare dal tuo compagno di cella anche da quello che recita «Allahu Akbar, Dio è il più grande», fatti aiutare dall’agente chiuso con te a guadagnarsi la pagnotta con il difficile compito di restare uomo custodendoti. Fatti aiutare e aiuta a tua volta il tuo compagno, l’agente di turno, il tuo don, la volontaria, i tuoi familiari… E se ti capitasse di ricevere la buona notizia, vieni a dirmelo. Brinderemo insieme con un alleluia. Quasi quasi mi hai convinto ad entrare per non mancare alla festa del pastore, della donna o del Padre che avevano perduto, avevano cercato e ora hanno ritrovato me e te e tanti altri come noi.
A presto. Tuo fratello Augusto




domenica 24a – 15 settembre 2019
GESU’ TRA PERDUTI E RITROVATI. D.Augusto Fontana

E il popolo disse: «Dio ci hai deluso! Addio». E Dio rispose: «Anche voi. Sono arrabbiatissimo. Arrivederci». E Mosè disse a Dio: Ricordati che sei un Dio di misericordia…sennò distruggi anche me insieme al tuo popolo». E Dio rispose: «Va beh! Ho un po’ esagerato. Mi pento. Ricominciamo, ma questa volta seriamente, testoni!».
Il Signore sta per concludere un patto con il suo popolo attraverso un documento che consegna nelle mani di Mosé:
“le due tavole della testimonianza” (Es 31,18). Mentre Mosè è sul Sinai per molti giorni, il popolo sperimenta il silenzio di Dio e si impaurisce poiché, come me, non ha ancora imparato a fidarsi di Dio. Il Dio di cui fidarsi, è un Dio silenzioso, nascosto, non rappresentabile in nessuna forma.

Preghiamo. O Dio, che per la preghiera del tuo servo Mosè non hai abbandonato il popolo ostinato nel rifiuto del tuo amore, concedi alla tua Chiesa per i meriti del tuo Figlio, che intercede sempre per noi, di far festa insieme agli angeli anche per un solo peccatore che si converte. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 32,7-11.13-14.
In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».  Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla testa dura. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.
 Salmo 50. Ricordati di me, Signore, nel tuo amore.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.

Uno spirito contrito è sacrificio a Dio; un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,12-17
Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 15,1-32
Si
avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

GESU’ TRA PERDUTI E RITROVATI. Don Augusto Fontana

E il popolo disse: Dio ci hai deluso! Addio
E Dio rispose: Anche voi. Sono arrabbiatissimo. Arrivederci.
E Mosè disse a Dio: Ricordati che sei un Dio di misericordia…sennò distruggi anche me insieme al tuo popolo.
E Dio rispose: Va beh! Ho un po’ esagerato. Mi pento. Ricominciamo, ma questa volta seriamente, testoni![1]

Il Signore sta per concludere un patto con il suo popolo attraverso un documento che consegna nelle mani di Mosé: ” le due tavole della testimonianza ” (Es 31,18). Mentre Mosè è sul Sinai per molti giorni, il popolo sperimenta il silenzio di Dio e si impaurisce poiché, come me, non ha ancora imparato a fidarsi di Dio. Il Dio di cui fidarsi, è un Dio silenzioso, nascosto, non rappresentabile in nessuna forma. Il popolo convince Aronne responsabile del culto: “Fa per noi un Dio che cammini alla nostra testa perché a Mosé, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto” (32,1). E, alla fine, il popolo dice: “Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto“. Da tempi remoti il toro era, in Egitto, l’immagine del grande Dio Ptah dal quale dipendeva la fecondità dei campi e degli animali. Per il popolo d’Israele, un’immagine poteva essere il tentativo di possedere quel Dio che li ha liberati (v.8). Di qui la delusione di Dio che disconosce il popolo come “suo”. Mosè conosce il cuore di Dio e “cominciò a supplicare“, ma il verbo significa piuttosto “incominciò ad accarezzare il volto del Signore“. Mosé accetta di essere il figlio amato che gioca con il padre e usa tutte le sue risorse per poter riportare il padre ad un sorriso e dice: “Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il tuo proposito“. Il testo conclude: ” Il Signore si pentì del male che aveva minacciato “(32, 14).
Eppure nella vicenda del perdono di Dio c’è un episodio umano tragico, una torsione che mi lascia interdetto: Mosè gridò [ai leviti]: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: ognuno uccida il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo» (Esodo 32,27-28). Lo zelo religioso è peggiore dell’intransigenza di Dio? La Bibbia mi provoca domande.
Il testo di Es 34,7-8 ci rivelerà i tredici attributi divini, un condensato di ciò che la Bibbia di Israele pensa di Dio: «Il Signore (YHWH) – Dio – misericordioso – compassionevole – lento all’ira – grande nell’amore – e nella fedeltà – che conserva la sua grazia per mille generazioni – toglie l’iniquità – (toglie) la colpa – (toglie) il peccato – ma non lascia senza punizione – punisce la colpa dei padri nei figli…».
Due soli attributi sono dedicati al Dio che punisce e fa giustizia, mentre ben undici attributi descrivono il Dio della misericordia e del perdono.
Il testo del Vangelo di Luca ci porta un po’ di calma al cuore che si interroga e teme. Non il vitello d’oro né lo zelo della religione, ma Gesù è l’immagine del Dio vivente, amico dei pubblicani e dei peccatori.
Osserviamone alcuni squarci.
Insoddisfazione.
Ti riporto un efficace annotazione del mio amico don Nando, a commento del cap. 15 di Luca: «Viene rimarcato un avvicinarsi a Gesù da tutte le parti: ma con scopi e con esiti molto diversi. C’è un avvicinarsi per “ascoltare” e c’è un avvicinarsi per “brontolare”. Questo viene rimarcato molto bene dal testo greco: enghizò (avvicinarsi) e gonghizò (brontolare). Come dire: apparentemente tutti si avvicinano a Cristo, ma quando lui si rivela allora si manifesta chiaramente il “perché” lo si va cercando. Come non sottolineare la perenne attualità – nella storia della Chiesa, ma non solo – di questa annotazione di Luca? Dunque, quello che crea separazione tra l’ “avvicinarsi” e il “brontolare” è proprio questo dato di fatto: «accoglie i peccatori e mangia con loro». Quello che crea problema non è tanto quello che Gesù dice, ma quello che Gesù fa. E’ il suo operato che rivela il Padre! La Prima Parola-di-Dio è lui. Prima, dunque, di chiedermi se sono tra le 99 pecore o sono quella smarrita, se assomiglio al figlio maggiore o al figlio minore, debbo chiedermi: “Sto cercando Dio? Per quale motivo mi avvicino a Cristo? Perché lo cerco? Cerco delle parole che eventualmente confermino quello che già penso di Dio oppure cerco una persona per accogliere la sua esistenza, un uomo appeso ad una croce?“. La Chiesa di Luca ha corso un grosso rischio: dimenticare che la Chiesa è una comunità di peccatori e non una Setta di giusti. Il capitolo 15 è rivolto a colui che si considera “giusto”. E l’invito è rivolto a lui perché non rimanga vuoto il suo posto alla mensa del Padre».

Allontanamento.
Il popolo si allontana presto dall’adorazione dell’Unico Signore («non hanno tardato ad allontanarsi dalla via chi avevo loro indicata»). Saulo si è allontanato diventando «bestemmiatore …lontano dalla fede…persecutore…violento» a servizio della causa di Dio (come molti di noi oggi?). La pecora si è allontanata dall’ovile e si perde (1 su 100). E poi c’è la donna che perde una delle sue dieci monete (1 su 10). Infine ecco il figlio scapestrato che si è allontanato dalla casa paterna (1 su 2). Ma non basta: c’è pure il figlio maggiore che è «lontano» anche se non ha mai lasciato la casa e il lavoro. La sua fedeltà, infatti, è puramente formale, priva di gioia e di amore; e il suo cuore si dimostra gretto, scarica suo fratello sulla coscienza del padre («questo tuo figlio… »). E il padre glielo rimanda, non come proprio figlio, ma come suo fratello da amare («questo tuo fratello… »). Forse i lontani più irrecuperabili sono quelli che bazzicano, irreprensibili, in casa, ma faticano ad abbandonare i rigidi schemi di un codice di comportamento formale, per «entrare» nella logica folle della misericordia («si indignò e non voleva entrare… »). Noterai il contrasto stridente tra la superba rivendicazione del figlio maggiore («Non ho mai trasgredito un tuo comando») e l’umile confessione di Paolo che si riconosce «il primo» tra i peccatori. Chi non ammette di avere bisogno di perdono, oltre a non sperimentare «la gioia del perdono», non sarà mai capace di dare perdono.

Ricerca
Tra l’allontanamento e il ritorno-conversione, c’è di mezzo un’appassionata ricerca. Mosè fa dei passi in favore di quella razza dal «collo rigido». Il Signore si muove per primo in direzione di Paolo che nella Lettera ai Filippesi (3,12) scriveva «anch’io sono stato afferrato da Gesù Cristo». Il pastore va a cercare la pecora sbandata; la donna «accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente…». Soltanto il padre dell’ultima parabola sembra limitarsi ad aspettare. Ma non è così. Pure lui si è mosso: «gli corse incontro». La conversione è questione di passi. Non soltanto i passi di chi ritorna, ma anche quelli, instancabili, di chi cerca pazientemente, frequenta i luoghi della perdizione, batte tutte le strade, non si rassegna alla lontananza di nessuno. Noi cristiani non possiamo dedicarci a conservare ciò che abbiamo; bisogna uscire dalla stalla, setacciare la casa. Assomigliamo al figlio maggiore della parabola che preferiva l’assenza di suo fratello. Finché nelle famiglie manca un fratello la festa è monca. Con questa strategia pastorale di conservare e custodire ciò che abbiamo, prima o poi perderemo tutto. La promessa di Dio ad Abramo, ricordata nella prima lettura di questa domenica, continua ad essere vera: “moltiplicherò la tua discendenza come le stelle del cielo…”. Dio parla di moltiplicare e non di dividere o diminuire. La nostra comunità deve essere estroversa per natura.

Festa.
La festa è la conclusione di tutte e tre le avventure. La conversione e il perdono sfociano, non in una penitenza punitiva, in una tetra sala dove sono schierati volti cupi e ammonitori, fredde maschere, ma in un clima festoso. È importante, però, che tutti si sentano coinvolti in questa festa: «Rallegratevi con me». La gioia del ritrovamento va condivisa senza riserve da tutti.

APPENDICE
Caro fratello detenuto,
scusami, innanzitutto, se ti chiamo «detenuto». Lo sei e ne prendo atto. Ma sei ben di più: sei tutta la tua storia che ti ha portato qui accompagnato, se colpevole, dal rancore di chi hai danneggiato o, se innocente, dalla tua impotente rabbia e dalla compassione inebetita di chi sa; sei tutto quello che avresti potuto o voluto essere e che non sei stato; sei tutto quello che noi attendiamo che tu sia; sei tutto quello che sei per coloro che ti amano e ti vogliono bene; sei tutto quello che tu mi hai fatto malinconicamente scorgere mentre guardavo i tuoi occhi umidi o dignitosamente mi hai trasmesso con il tuo sguardo di sfida; sei come Dio o Allah o Gesù ti hanno creato e ti sognano. Oltre tutto questo, sei anche detenuto. Praticamente un desaparecido, scomparso dal video dei nostri talk show quotidiani, un «senza storia», ma non per coloro che ti accudiscono con l’umanità di cui sono capaci. Sarebbe stato meglio che scrivessi questa lettera intestandola a tuo nome, quel nome che rappresenta la tua storia unica e irrepetibile: Mohamed, Luca, Richard, Lisa…Per farmi perdonare ti chiamo «fratello», ma mi accorgo che sto esagerando. Fratello è una parola abusata quando vogliamo acquietare i morsi della coscienza o tentiamo di superare, sul ponte di una parola impegnativa, gli abissi che le nostre reciproche storie hanno creato. Eppure oso dolcificare il nostro sguardo chiamandoti “fratello”, innanzitutto fratello nella debolezza. Ascoltando la tua storia e le sue premesse e le sue circostanze ho riconosciuto che non c’è peccato la cui radice non sia anche in me, non c’è trasgressione a cui anch’io non abbia fatto l’occhiolino, non c’è stupidità umana di cui non riscontri in me una qualche consanguineità; anche l’apostolo Paolo non si vergogna di scrivere «sono stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento…e di tutti i peccatori il primo sono io». Chiamarti «fratello» suona eccessivo per anime verginelle o presunte tali, per custodi gelosi di pubbliche virtù in vizi privati. Fratello è una parola eccentrica e profetica per uomini d’altri tempi, per tempi diversi dal nostro. E Gesù, quello d’altri tempi e del nostro tempo, ti chiama «fratello» con quella sua inflessione responsabilizzante che turba e poi commuove. Anche il Padre della Parabola di oggi (Luca 15,1-32), va incontro al presuntuoso fratello maggiore, che aveva disconosciuto quel balordo di suo fratello minore, e gli dice : «Questo tuo fratello!». Oso dunque destabilizzare e coccolare la tua vita chiamandoti come ti chiama lui: «fratello!». Fratello nei nostri sogni belli, nelle nostre comuni vocazioni al bene, nella nostra comune consanguineità divina, nel nostro comune cammino verso la maturità, nelle comuni risorse annidate nelle grotte più dimenticate del nostro animo o seminate nell’umido terriccio dei nostri sentimenti.  Mi siedo, ora, accanto a te e rileggo con te le pagine della nostra liturgia domenicale. Mi limito ad offrire alcune tracce di lettura. Sembra che siano quattro gli elementi comuni a tutte le letture: l’insoddisfazione, l’allontanamento, la ricerca, la festa.
Caro fratello detenuto, che attendi che ti vada bene il processo, che attendi un permesso premio anche per fare l’amore finalmente con la tua compagna, che attendi la dura fedeltà di tua moglie e lo sguardo riconciliato di tuo figlio, che attendi il trasferimento vicino a casa, che attendi il lavoro da scopino per quei pochi euro per sopravvitto e sigarette, che attendi l’ora d’aria per sfiatare polmoni e muscoli sotto il cielo, che attendi uomini e donne amici, che attendi l’ora della Messa non solo per miseri ricavi ma per aggrapparti a quel frammento di pane e di parola che ti traghettino verso altre spiagge, che attendi una qualsiasi terapia che ti dia il sapore materno della cura, che attendi che passi il tempo della cella d’isolamento dove ti hanno cacciato perchè con rabbia cieca avevi aggredito il tuo corpo o l’anima altrui, tu che attendi indulti, indultini, amnistie e giubilei, che attendi che un qualche dio minore si materializzi nell’angusto spazio della tua cella spesso simile – perdonami! – alle asfissianti misure a cui forse hai ridotto la tua bellezza di un tempo. A te che attendi e speri e invochi, io riesco solo a darti una notizia: si dice che Dio, alias Jeshua, alias Gesù, alias Nazareno, abbia deciso di stare talmente dalla nostra parte da frequentare quelli che oggi chiamiamo delinquenti. Ti chiedo di verificare se la notizia abbia fondamento e di interrogare eventuali testimoni. Pare che la cosa abbia turbato qualcuno e rallegrato altri. Se appurerai che la notizia è vera, spero di trovarti tra quelli che se ne rallegrano. Per quanto ci riguarda lo abbiamo tolto dalla circolazione perché esagerava e lo abbiamo appiattito, come un segnalibro, un’immaginetta sacra, tra le pagine di un libretto che noi chiamiamo Vangelo. E da quel momento non nuoce più. Stava esagerando portandosi dietro piccoli gruppi di simpatizzanti poi divenuti discepoli e frequentando con loro case e incroci dove stazionavano disoccupati, usurai, ladri e prostitute. Dicono che dicesse cose dell’altro mondo che irritava alcuni e cambiava la vita ad altri. Se appurerai che la notizia è vera, spero di trovarti tra quelli a cui cambiava la vita. Io non sono tra quelli irritati e turbati; ma neppure tra quelli a cui è riuscito di cambiargli la vita. Se dunque vorrai potremo cercarlo insieme. Forse lo troveremo fra qualche tempo in un tribunale dove lo stanno processando a torto. Forse lo troveremo bianco come un cadavere appeso a un palo. Forse lo troveremo in un frammento di pane inerte sulla mensa della domenica. Forse lo troveremo, con la faccia di un giardiniere o di uno straniero, vivo e vispo come un Dio. Allora forse godremo che ci sia ancora Lui in circolazione a nostro favore.  In questi giorni guardati in giro, fruga nelle tue attese, ascolta lo scricchiolio dei suo passi sulle foglie secche dei sentieri dove ti sei perduto, fatti venire conati di nostalgia della stalla, ovile o deserto che erano una reggia a confronto del letto di carrube dove grufolano idoli. Fatti aiutare a cercarlo, fatti aiutare dal tuo compagno di cella anche da quello che recita «Allahu Akbar, Dio è il più grande», fatti aiutare dall’agente chiuso con te a guadagnarsi la pagnotta con il difficile compito di restare uomo custodendoti. Fatti aiutare e aiuta a tua volta il tuo compagno, l’agente di turno, il tuo don, la volontaria, i tuoi familiari… E se ti capitasse di ricevere la buona notizia, vieni a dirmelo. Brinderemo insieme con un alleluia. Quasi quasi mi hai convinto ad entrare per non mancare alla festa del pastore, della donna o del Padre che avevano perduto, avevano cercato e ora hanno ritrovato me e te e tanti altri come noi.
A presto. Tuo fratello Augusto
—————————————————
[1] È un popolo di dura cervice: Questo versetto manca nella traduzione greca dei LXX. Potrebbe provenire da Dt 9,13. Si tratta della famosa metafora della caparbietà, con riferimento a colui che ha il collo troppo rigido per voltarsi e che, quindi, una volta intrapresa una via (anche sbagliata) non si volterà mai indietro.




Messaggio di Papa Francesco per l’evento “Economy of Francesco” (Assisi, 26-28 marzo 2020)

Dal 26 al 28 marzo 2020 avrà luogo ad Assisi l’evento dal titolo “Economy of Francesco”, iniziativa alla quale sono chiamati a partecipare giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo.  Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco invia per la circostanza:

 

VISITA IL SITO: https://francescoeconomy.org/it/

 

Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo

Cari amici,

vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani.
Sì, occorre “ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questo di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? Se San Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia. Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria, anzi, per le sorti di tutto il pianeta, la nostra casa comune, «sora nostra Madre Terra», come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole.
Nella Lettera Enciclica Laudato si’ ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità.
Francesco d’Assisi è l’esempio per eccellenza della cura per i deboli e di una ecologia integrale. Mi vengono in mente le parole a lui rivolte dal Crocifisso nella chiesetta di San Damiano: «Va’, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Quella casa da riparare ci riguarda tutti. Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi. Riguarda sempre di più anche l’ambiente che ha urgente bisogno di una economia sana e di uno sviluppo sostenibile che ne guarisca le ferite e ne assicuri un futuro degno.
Di fronte a questa urgenza, tutti, proprio tutti, siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune. Ma ho pensato di invitare in modo speciale voi giovani perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente.
Carissimi giovani, io so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabilità, cioè di qualcuno che “risponda” e non si volga dall’altra parte. Se ascoltate il vostro cuore, vi sentirete portatori di una cultura coraggiosa e non avrete paura di rischiare e di impegnarvi nella costruzione di una nuova società. Gesù risorto è la nostra forza! Come vi ho detto a Panama e scritto nell’Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit: «Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. […] Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore» (n. 174).
Le vostre università, le vostre imprese, le vostre organizzazioni sono cantieri di speranza per costruire altri modi di intendere l’economia e il progresso, per combattere la cultura dello scarto, per dare voce a chi non ne ha, per proporre nuovi stili di vita. Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale.
Per questo desidero incontrarvi ad Assisi: per promuovere insieme, attraverso un “patto” comune, un processo di cambiamento globale che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi. Invito ciascuno di voi ad essere protagonista di questo patto, facendosi carico di un impegno individuale e collettivo per coltivare insieme il sogno di un nuovo umanesimo rispondente alle attese dell’uomo e al disegno di Dio.
Il nome di questo evento – “Economy of Francesco” – ha chiaro riferimento al Santo di Assisi e al Vangelo che egli visse in totale coerenza anche sul piano economico e sociale. Egli ci offre un ideale e, in qualche modo, un programma. Per me, che ho preso il suo nome, è continua fonte di ispirazione.
Insieme a voi, e per voi, farò appello ad alcuni dei migliori cultori e cultrici della scienza economica, come anche ad imprenditori e imprenditrici che oggi sono già impegnati a livello mondiale per una economia coerente con questo quadro ideale. Ho fiducia che risponderanno. E ho fiducia soprattutto in voi giovani, capaci di sognare e pronti a costruire, con l’aiuto di Dio, un mondo più giusto e più bello.
L’appuntamento è per i giorni dal 26 al 28 marzo 2020. Insieme con il Vescovo di Assisi, il cui predecessore Guido otto secoli fa accolse nella sua casa il giovane Francesco nel gesto profetico della sua spogliazione, conto di accogliervi anch’io. Vi aspetto e fin d’ora vi saluto e benedico. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Dal Vaticano, 1° maggio 2019
Memoria di San Giuseppe Lavoratore




Domenica 23a. 8 settembre 2019
MA QUANTO CI COSTA? Don Augusto Fontana

«Chi mi segue senza portare la sua croce non può essere mio discepolo»; da noi basta un raffreddore e la nostra sequela si affloscia. Eppure anche da noi l’essere discepoli comporta dei costi e, grazie a Dio, qualcuno sta conducendo la sua buona testimonianza (in greco si dice martyrìa che ha il sapore del martirio). Un martirio non è necessariamente solo quello cruento. Il filosofo Kierkegaard diceva: “se Cristo venisse oggi fra noi, forse sceglierebbe il martirio del ridicolo”, cioè quella particolare coerenza tra il Vangelo e la vita, che rende un cristiano così inattuale nel mondo..Come Simone di Cirene: «Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène

Preghiamo. O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro della Sapienza 9,13-18
Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla opprime una mente piena di preoccupazioni. A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi ha investigato le cose del cielo? Chi avrebbe conosciuto il tuo volere, se tu non gli avessi dato la sapienza e dall’alto non gli avessi inviato il tuo santo spirito? Così vennero raddrizzati i sentieri di chi è sulla terra; gli uomini furono istruiti in ciò che ti è gradito e furono salvati per mezzo della sapienza».
Sal 89 Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni E acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.
Dalla lettera a Filèmone 1,9-10.12-17
Carissimo, ti esorto, io, Paolo, così come sono, vecchio, e ora anche prigioniero di Cristo Gesù. Ti prego per Onèsimo, figlio mio, che ho generato nelle catene. Te lo rimando, lui che mi sta tanto a cuore. Avrei voluto tenerlo con me perché mi assistesse al posto tuo, ora che sono in catene per il Vangelo. Ma non ho voluto fare nulla senza il tuo parere, perché il bene che fai non sia forzato, ma volontario. Per questo forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso.
Dal Vangelo secondo Luca 14,25-33
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

 MA QUANTO CI COSTA? Don Augusto Fontana
Il Vangelo produce miele, ma ha anche un pungiglione.
Dalle pieghe delle statistiche affiorano storie di vittime uccise mentre rendevano testimonianza di fedeltà al Vangelo e alla gente. Insieme con don Saulo Careno, ucciso in Colombia c’era – ad esempio – anche Marita Linares, impiegata dell’ospedale, così come a fianco di don William de Jesus Ortez, parroco in Salvador, assassinato all’interno della chiesa c’era il sacrestano Jaime Noel Quintanilla, di soli 23 anni. Ancora: l’imboscata con la quale i ribelli del Lord Resistence Army[1] hanno ucciso don Lawrence Oyuru, è costata la vita ad altre 25 persone. Di loro non sappiamo il nome e nessuno aprirà cause di beatificazione. Eppure anche a costoro noi, cristiani del nord del mondo meno familiari col martirio, dovremmo guardare come a modelli. Silenziosi, ma modelli.

«Chi mi segue senza portare la sua croce non può essere mio discepolo»; da noi basta un raffreddore e la nostra sequela si affloscia. Eppure, sotto altre forme meno drammatiche ma altrettanto severe, anche da noi l’essere discepoli comporta dei costi e, grazie a Dio, qualcuno sta conducendo la sua buona testimonianza (in greco si dice martyrìa che ha il sapore del martirio). La vita di un cristiano che ci crede è spesso soggetta a un martirio che non è necessariamente solo quello cruento. Il filosofo Kierkegaard diceva: “se Cristo venisse oggi fra noi, forse sceglierebbe il martirio del ridicolo”, cioè quella particolare coerenza tra il Vangelo e la vita, che rende un cristiano così inattuale nel mondo. Come Simone di Cirene: «Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù» (Luca 23,26); non sappiamo se si sia mai convertito, se abbia accettato di buon animo l’ordine datogli, se abbia compatito il Cristo o se lo abbia maledetto. I discepoli, passivi, accettano che sia un esterno a portare la croce.

«…molta gente accompagnava Gesù durante il suo viaggio». L’evangelista usa, in greco, il verbo suneporeuonto che si traduce con “accompagnare, viaggiare insieme; verbo molto diverso da quello che Gesù mi chiede di vivere: “seguimi!”. Anche allora c’era una chiesa di massa fatta di curiosi a corrente alternata (“oggi vado, ma domenica prossima si vedrà…dipenderà…”) o di cercatori di miracoli, presto delusi come fungaioli incostanti e debosciati se i cesti restano vuoti dopo pochi passi nel bosco. Per essere cristiano, la chiesa italiana esige in realtà molto poco. Si battezzano i neonati e non si esige quasi nulla dai suoi genitori; al massimo, un incontro preparatorio all’atto del battesimo e un vago impegno di agire cristianamente educando il bambino secondo la legge di Dio e i comandamenti della chiesa. Ma al principio non era così. Per essere discepolo, Gesù poneva delle dure condizioni, che invitava a pensarci seriamente: «Se uno di voi decide di costruire una casa…si mette a calcolare la spesa per vedere se ha soldi abbastanza per portare a termine i lavori…». Saremmo pochi (e, credimi, penso anche a me), se dovessimo davvero compiere le tre condizioni che Gesù esige dai suoi discepoli.

Per la prima condizione (“se uno vuol venire con me e non mi preferisce a suo padre e a sua madre, a sua moglie e ai suoi figli, ai suoi fratelli e sorelle, e persino a se stesso, non può essere mio discepolo“) il discepolo deve essere disposto a subordinare, ridimensionare, relativizzare tutto all’adesione al Signore e alle esigenze del Vangelo. Gesù e il suo piano di creare una società alternativa al sistema mondano stanno al di sopra dei legami famigliari. Ma attenzione: non chiede di scegliere tra famiglia e parrocchia, ma di scegliere Lui nei legami familiari. Diceva Padre E.Balducci[2]: «La caratteristica dell’annuncio evangelico non è la squalificazione dei rapporti di sangue ma l’apertura costante di un orizzonte che va al di là del gruppo a cui si appartiene e che apre possibilità non contenute nei vincoli di parentela o del gruppo etnico. Gesù additando se stesso come degno di amore molto più che il padre, la madre, la moglie e i figli, non getta indifferenza su questi rapporti, ma chiama all’universalità dell’amore e della dedizione. Seguire lui nell’ombra della croce significa seguirlo nella dedizione per tutti gli esseri: “Quando sarò sulla croce attirerò tutti a me”. Questa istanza alla universalità va in conflitto con l’amore di gruppo. Sappiamo che i vincoli del sangue gravano, come dice il libro della Sapienza che leggiamo oggi, sulla mente affaticandola e oscurandola. Noi pensiamo al mondo attraverso gli schemi del gruppo famigliare o etnico in cui viviamo: il sangue colora l’intelletto. L’universalità vera ci è negata, non riusciamo a liberarci del tutto dal peso della carne da cui deriviamo. La novità del Cristo è la rottura di tutti questi vincoli, la loro relativizzazione. Perché Gesù è stato messo in croce e gli apostoli furono perseguitati? Per la loro opposizione diretta alla presunzione di un gruppo (della famiglia o della nazione) di essere l’intero orizzonte di Dio».

Per la seconda condizione (“chi non prende la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo“) non si tratta di fare sacrifici o di mortificarsi, ma di accettare concretamente che l’adesione a Gesù comporti dei costi di fronte alle pressioni conformistiche della società. Perciò non è necessario essere precipitosi onde evitare di promettere più di ciò che possiamo effettivamente sostenere. Come per la costruzione di una torre che esige di fare una buona pianificazione per calcolare i materiali di cui disponiamo; o come un re che pianifica una battaglia precipitosamente, senza sedersi a studiare le sue possibilità di fronte al nemico.

La terza condizione (“chiunque non rinuncia a tutto ciò che ha non può essere mio discepolo“) ci sembra eccessiva. Come se fosse poco dare la preferenza assoluta al progetto di Gesù ed essere disposti a soffrire per questo la persecuzione, Gesù esige qualche cosa che sembra al di sopra delle nostre forze: rinunciare a tutto ciò che si ha. Si tratta, senza dubbio, di una formulazione estrema che va interpretata. Il discepolo deve essere disposto persino a rinunciare a ciò che ha, se questo è d’ostacolo a porre fine ad una società ingiusta nella quale pochi accaparrano i beni della terra di cui altri necessitano per sopravvivere. L’altro ha sempre la preferenza. Ciò che è proprio cessa di essere una proprietà quando l’altro lo necessita. Solo dalla distribuzione si può parlare di giustizia, solo dalla povertà si può lottare contro di essa. Solo da ciò si può costruire la nuova società, il Regno di Dio: sradicando l’ingiustizia sulla terra.

Per quanti di noi, come me, tolgono con frequenza il pungiglione al Vangelo e preferirebbero che le parole e i gesti di Gesù fossero meno radicali, leggere questo testo risulta duro e tremendamente esigente. Non invano il libro della Sapienza formula oggi, sotto forma di domanda, la difficoltà che comporta il conoscere il disegno di Dio: « Chi tra gli uomini potrà mai conoscere la volontà di Dio? Chi potrà sapere quel che il Signore vuole?… Ma le cose del cielo, chi mai ha potuto esplorarle?».  Per questo preghiamo: « Nessuno ha conosciuto la tua volontà se non eri tu a dargli la sapienza, se dal cielo non gli mandavi il tuo Spirito Santo».

Il salmo 89 ci rivela il nostro vero profilo: siamo polvere, un soffio di tempo, un filo d’erba che dura un giorno, una goccia di rugiada al sole. Donaci, o Dio, la sapienza del cuore per andare contro corrente ed avere la capacità di quell’impegno progressivo e a caro prezzo che chiede il Vangelo.   Ma ciò che nel vangelo ci viene proposto come esigenze radicali di Gesù, non è tanto l’inizio del cammino, ma la meta alla quale dovremmo tendere, se vogliamo seguire Gesù. Forse non giungeremo mai a vivere con questa radicalità le esigenze di Gesù, ma non dobbiamo rinunciarci, per quanto ci possiamo trovare ad anni luce da questa utopia.
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[1] L’Esercito di resistenza del Signore, attivo dal 1987, è un gruppo ribelle di guerriglia di matrice cristiana, che opera principalmente nel nord dell’Uganda, nel Sudan del Sud, nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica Centrafricana.
[2] Padre Ernesto Balducci (muore nel 1992 a 69 anni, a seguito di un grave incidente stradale), presbitero-teologo-scrittore. Profeta dimenticato dalle generazioni che non l’hanno conosciuto e non hanno avuto la fortuna di essere lambite dall’irruenza urticante evangelica delle sue letture bibliche in simbiosi con le lucide analisi sociali, ecclesiali e politiche. L’ostilità della Curia diocesana di Firenze e di papa Pio XII, gli valse l’allontanamento da Firenze. Fu un sostenitore dell’obiezione di coscienza al servizio militare e nel 1964 fu condannato dal tribunale per apologia di reato con parallela denuncia al Sant’Uffizio. Nel 1965 Balducci riuscì a riavvicinarsi a Firenze grazie anche all’intervento di papa Paolo VI. Fu una delle personalità di maggior spicco nella cultura del mondo cattolico italiano nel periodo che accompagnò e seguì il Concilio Vaticano II.




domenica 1 settembre
VINCE CHI PERDE. Don A. Fontana

In questi giorni si continua a parlare del ritorno dal grande esodo. Anche l’evangelista Luca ha impostato il suo Vangelo descrivendo un lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme e descrivendo incontri, scontri e riflessioni come se fossero tappe intermedie e nuove partenze. Durante una di queste tappe è invitato a cena di sabato e guarisce un uomo idropico, gonfiato da un grave edema. Di seguito a Gesù non sfuggono alcune piccole strategie degli invitati per assicurarsi i posti più vicini all’onorevole e noto padrone di casa. Quello che avviene in quella sala avviene su più grande scala anche nella vita: aspirazioni a primeggiare, scavalcamenti reciproci, indifferenze agli altri, emarginazione dei meno dotati.

Preghiamo.
O Dio, che chiami i poveri e i peccatori alla festosa assemblea della nuova alleanza, fa’ che la tua Chiesa onori la presenza del Signore negli umili e nei sofferenti, e tutti ci riconosciamo fratelli intorno alla tua mensa. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro del Siràcide 3,19-21.30-31
Figlio, compi le tue opere con mitezza, e sarai amato più di un uomo generoso. Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore. Molti sono gli uomini orgogliosi e superbi, ma ai miti Dio rivela i suoi segreti. Perché grande è la potenza del Signore, e dagli umili egli è glorificato. Per la misera condizione del superbo non c’è rimedio, perché in lui è radicata la pianta del male. Il cuore sapiente medita le parabole, un orecchio attento è quanto desidera il saggio.

Salmo 67 Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
I giusti si rallegrano, esultano davanti a Dio e cantano di gioia.

Cantate a Dio, inneggiate al suo nome: Signore è il suo nome.
Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora.
A chi è solo, Dio fa abitare una casa, fa uscire con gioia i prigionieri.
Pioggia abbondante hai riversato, o Dio, la tua esausta eredità tu hai consolidato 
e in essa ha abitato il tuo popolo, in quella che, nella tua bontà, hai reso sicura per il povero, o Dio.
Dalla lettera agli Ebrei 12,18-19.22-24
Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola. Voi invece vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova.

Dal Vangelo secondo Luca 14,1.7-14
Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

VINCE CHI PERDE. Don Augusto Fontana

«Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire » (Mc 10,44).
In questi giorni si continua a parlare del ritorno dal grande esodo. Anche l’evangelista Luca ha impostato il suo Vangelo descrivendo un lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme e descrivendo incontri, scontri e riflessioni come se fossero tappe intermedie e nuove partenze. Durante una di queste tappe è invitato a cena di sabato e guarisce un uomo idropico, gonfiato da un grave edema[1]. Ed è polemica perché di sabato, secondo alcuni, non si poteva neppure guarire qualcuno. Di seguito a Gesù non sfuggono alcune piccole strategie degli invitati per assicurarsi i posti più vicini all’onorevole e noto padrone di casa. Quello che avviene in quella sala avviene su più grande scala anche nella vita: aspirazioni a primeggiare, scavalcamenti reciproci, indifferenze agli altri, emarginazione dei meno dotati. Quello che Gesù dice agli invitati vale dunque anche per noi. Ed é un problema che non riguarda solo gli ambienti mondani e aristocratici dove si consumano le fiere delle vanità né soltanto gli ambienti di lavoro dove ciascuno tenta di accaparrarsi posti migliori; riguarda anche la vita interna alle comunità cristiane. Sarà capitato anche a noi di vedere o intuire manovre simili. Io, da parroco, ho sentito raccontare storie di piccole liti per inginocchiatoi o banchi privilegiati in chiesa; da operaio e da amministratore pubblico ho visto sgomitare, intrallazzare e tramare per incarichi, livelli di carriera, cerchi magici.
Era accaduto anche ai discepoli: «Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”.  Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”[…]Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni.  Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.  Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”» (Marco 10, 32-44). 

Hai preparato, o Dio, una casa per il povero.
Il 16 luglio scorso un inedito pellegrinaggio ha animato la basilica di San Nicola di Bari. Una delegazione di 70 braccianti della provincia di Foggia e del ghetto di Borgo Mezzanone ha occupato simbolicamente la Basilica di Bari. L’iniziativa, organizzata da Coordinamento Lavoratori agricoli USB Foggia, “si inserisce – spiega il sindacalista Aboubakar Soumahoro – nel più ampio percorso di lotta dei braccianti che vivono nei ghetti del territorio foggiano. È una lotta contro l’indifferenza della Regione Puglia e del Governo che cerca di trasformare una questione sociale in una questione di pubblica sicurezza. Nelle campagne del foggiano si continua a distruggere le baracche senza una soluzione alternativa“. I migranti in protesta hanno chiesto un incontro con l’arcivescovo di Bari il quale si è premurato di andare a incontrarli. Hanno lasciato la Basilica dopo aver ricevuto rassicurazioni dall’arcivescovo mons. Francesco Cacucci. “Papa Francesco dice che ‘il lavoro conferisce dignità all’uomo’ – ha detto il sindacalista Aboubakar Soumahoro – invece il nostro è un lavoro privo di dignità e diritti. Per questo abbiamo deciso di lottare per la riconquista dei diritti sindacali, abitativi, previdenziali e di sicurezza sul lavoro. Una lotta in ricordo dei tanti braccianti morti nella filiera agricola e per chiedere il rilascio del permesso di soggiorno al fine di uscire dall’invisibilità imposta“. Concluso il presidio, la Caritas ha messo a disposizione dei braccianti panini per il pranzo prima di andare via, a bordo dei bus con i quali erano arrivati da varie città della provincia di Foggia nei cui campi lavorano a migliaia, con paghe di pochi euro per dieci ore di lavoro al giorno, alla raccolta di pomodori, asparagi e cavolfiori.

L’apostolo Giacomo fu costretto a scrivere in sua lettera: «Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito bene, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito bene e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi lì», oppure: «Siediti qui sullo sgabello dei miei piedi», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?» (Giac. 2,1-4). Non é quindi una questione di galateo o di carità cristiana. Certi gesti rivelano o oscurano la logica di Dio.

<<Quanto più sei grande tanto più fatti piccolo>>.
Gesù fa riflettere un po’ alla volta, forse riferendosi ad un testo biblico già conosciuto: «Non darti arie davanti al re e non metterti al posto dei grandi, perché è meglio sentirsi dire: “Sali quassù” piuttosto che essere umiliato davanti a uno superiore» (Proverbi 25, 6). Una regola di prudenza che Gesù interpreta con una profondità e ampiezza ben superiore. E’ uno stile di vita e di scelta che non riguarda solo il momento di una cena ma Gesù lo estende a ogni momento della vita ecclesiale e sociale.

Parte da alcune considerazioni più elementari e, si direbbe, poco spirituali e terra terra. Comincia col far osservare l’eventualità che chi si affretta a occupare i primi posti può rischiare di essere invitato a spostarsi in fondo coperto dal ridicolo. E’ una vignetta, una caricatura con cui il Vangelo sembra farci ridere di quelle gaffe che rivelano quanto sia controproducente, anche solo a livello umano, la superbia tronfia. Gesù é nella linea della tradizione biblica sapienziale che dedica pagine e pagine a queste piccole/grandi virtù della convivenza mite e sapiente.
Ma non si tratta, abbiamo detto, solo di galateo o di calcolo. Nella prima lettura abbiamo sentito annunciare: «Quanto più sei grande tanto più fatti piccolo, così troverai grazia davanti al Signore». Il popolo di Dio ha ripetutamente sperimentato che Dio abbatte i superbi ed esalta gli umili. Il salmo di oggi é uno dei tanti che cantano questa esperienza che sentiamo poi sussurrare dalla bocca di Maria. Al discorso negativo si aggiunge una raccomandazione più positiva: «Invita quelli che non possono ricambiarti». Adottare la logica di Dio: fare il bene senza attendere il tornaconto. Chi di noi ha sperimentato la beatitudine della gioia più grande nel dare che nel ricevere? (Atti 20,35). Quasi a dire che l’evangelo ci invita a restare sempre in debito e non tentare di andare a credito con nessuno, né con Dio né con gli altri.

Eccentrici, fuori dal centro.
Per suggerire una qualche forma di interpretazione cito una pagina di Enzo Bianchi che parla di MINORITÀ[2]: «Se c’è un testo teologicamente fondativo dell’esser minori questo mi pare rintracciabile nella Prima Lette­ra ai Corinzi. Dice Paolo rivolto ai troppi par­titi della Chiesa di Corinto: «La parola della croce è stol­tezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ra­gionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sa­pienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di sal­vare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo po­tenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltez­za di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,17-25).

La minorità è un modo di essere e non un modo di parlare o di scrivere. E’ uno stile di vita diffuso, capillare. E’ un metodo relazionale da non confondersi con la falsa modestia, con l’occultamento del proprio ruolo o capacità. La minorità non è una virtù: è un punto di vista sul mondo e su di sè. E’ una “lateralizzazione” di sé rispetto al mondo, un abbandono della posizione di frontalità (o centralità), un mettersi fuori o, piuttosto, ai margini, è un “diventare eccentrici”. Il “farsi piccoli” implica uno stare nel mondo in un certo modo più che un giudizio sul mondo. Il minore è povero non perché è “meno” degli altri, ma perché è portatore di una diversità che non può dar conto compiutamente, persuasivamente, efficacemente, delle sue ragioni; la sua è una povertà argomentativa. Per comprendere il senso di questa scelta abbiamo solo il rovesciamento della logica mondana, il paradosso delle Beatitudini. Essendo un paradosso non si può credibilmente argomentare, persuasivamente formulare, efficacemente comunicare. La ragione non può nulla contro i paradossi e i paradossi sono impotenti e retrocedono di fronte alle argomentazioni. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto san Francesco. La “mimica” di san Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento “sine glossa” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti».
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[1] «Il lievito dei farisei porta all’avere di più (12,15); riempie l’uomo di possesso e di rapina e lo riduce a un idropico, che trasforma in acqua morta tutto ciò che mangia e cresce tanto da non passare poi per la porta stretta. Qui Gesù illustra lo spirito nuovo di chi è guarito dall’idropisia: è l’umiltà, il contrario di quel protagonismo di cui fanno mostra i tanti piccoli idropici che vede scegliere i primi posti» (AA.vv., Una comunità legge il Vangelo di Luca, EDB 1991, pag. 179)
[2] da HOREB, n. 3/1997




P. Ermes Ronchi
La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo

La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo
Ermes Ronchi (Avvenire 18 agosto 2016)
XXI Domenica Tempo Ordinario Anno C

Verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa…
La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell’aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che “stretto” significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete… La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatto a me… E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com’è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell’ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell’impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo “salvarsi” che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio. Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei “buoni”. Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all’Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio. Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil). La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

(Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30)




Domenica 21a. 25 agosto 2019
CORRI! STANNO CHIUDENDO LA PORTA. Don A. Fontana

 

“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Tutte le religioni sono un tentativo di risposta a questa domanda e propongono o un’illuminazione o un’ascesi o una rivoluzione mediante cui l’uomo possa salvarsi. In realtà, per la Bibbia, all’uomo è impossibile “salvarsi” (Luca 18,26-27: Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà salvarsi?». Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio»). “Salvare” per la Bibbia è un verbo da coniugarsi prevalentemente al passivo: “essere salvato“. La porta è strettissima per chi si vuol salvare con le opere religiose. Per essa invece passano tutti i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi. Unico biglietto di ingresso è riconoscere di “aver bisogno”.  Resta fuori solo chi “sta bene”…

21a DOMENICA anno C – 25 agosto 2019

Preghiamo. O Padre, che chiami tutti gli uomini per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova, concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché, unendoci al sacrificio del tuo Figlio, gustiamo il frutto della vera libertà e la gioia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaia 66,18-21.
Così dice il Signore:  «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue; essi verranno e vedranno la mia gloria. Io porrò in essi un segno e manderò i loro superstiti alle popolazioni di Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan, alle isole lontane che non hanno udito parlare di me e non hanno visto la mia gloria; essi annunceranno la mia gloria alle genti. Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti come offerta al Signore, su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari, al mio santo monte di Gerusalemme – dice il Signore –, come i figli d’Israele portano l’offerta in vasi puri nel tempio del Signore. Anche tra loro mi prenderò sacerdoti levìti, dice il Signore».

Sal 116  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.  
Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, nazioni, dategli gloria.
 Forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno.
Dalla lettera agli Ebrei 12,5-7.11-13
Fratelli, avete dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio”.   È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? In verità, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e fate passi diritti con i vostri piedi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.
Dal Vangelo secondo Luca 13,22-30
In quel tempo, tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà (egherze=risorgerà) e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da est e da ovest, da nord e da sud e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

CORRI! STANNO CHIUDENDO LA PORTA. Don Augusto Fontana.
“Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Tutte le religioni sono un tentativo di risposta a questa domanda e propongono o un’illuminazione o un’ascesi o una rivoluzione mediante cui l’uomo possa salvarsi. In realtà, per la Bibbia, all’uomo è impossibile “salvarsi” (Luca 18,26-27: Quelli che ascoltavano dissero: «Allora chi potrà salvarsi?». Rispose: «Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio»). “Salvare” per la Bibbia è un verbo da coniugarsi prevalentemente al passivo: “essere salvato“. La porta è strettissima per chi si vuol salvare con le opere religiose. Per essa invece passano tutti i poveri, gli storpi, i ciechi, gli zoppi. Unico biglietto di ingresso è riconoscere di “aver bisogno”.  Resta fuori solo chi “sta bene”[1]. Il biblista Josef Ernst si sofferma sulla questione della “porta stretta” e ne offre una diversa e intrigante interpretazione[2]:per Luca il punto di vista decisivo è l’esortazione a un agire risoluto nell’ultimo momento ancora possibile. E’ un urgente appello ad agire finché si è in tempoPrima o poi viene il momento in cui il padrone di casa si alza e chiude la porta“. Non sarebbe dunque la porta che è stretta, ma è il tempo che è corto.
Luca ha ripreso da Matteo, modificandola, l’immagine della porta stretta. Matteo pensava al portone grande (púle) di una città, che viene chiuso a una certa ora della notte, ma nel quale o accanto al quale si trova una porticina per i ritardatari. Luca invece pensa alla porta (thúra) di una casa che il padrone, dopo averla chiusa riapre eventualmente solo a conoscenti o parenti; collega poi il suo testo con la parabola delle 10 vergini in cui la porta (thúra) viene chiusa dopo l’arrivo dello sposo. Gesù allora indirizzandosi a “voi”, si rivolge anche a noi lettori del Vangelo e ci assegna il posto dei ritardatari che non riescono a farsi riconoscere dal padrone di casa: “non so da dove siete; via da me, voi tutti, operatori di ingiustizia” (v. 27). Ci si può chiedere a che tipo di lotta Gesù faccia allusione. L’immagine della porta stretta potrebbe indicare la ressa della folla davanti a una porta che si può oltrepassare solo a forza di gomitate. Ma non è a questo che Gesù pensa. Il combattimento di cui si parla è il compiere la giustizia. Allora salvezza per le opere? No, se ricordiamo che la “giustizia” non è ciò che è giusto ai nostri occhi, la giustizia sociale, ma ciò che corrisponde alla volontà di Dio. Il Signore non riconoscerà quelli che fanno la volontà propria e inutilmente diranno “abbiamo mangiato e bevuto davanti a te”. Infatti non è questo che fa di loro dei parenti del Signore. Gesù l’aveva già chiaramente indicato quando aveva risposto a quelli della sua famiglia: “Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (8,21). Allora chi si siederà al banchetto messianico? L’opposizione non è tra pagani e ebrei, ma tra obbedienti e disobbedienti, qualunque sia la loro origine etnica[3].

 Come si può entrare dalla porta?
Gesù sta continuando il suo viaggio a Gerusalemme, verso la croce, passando per villaggi nei quali insegnava. In questo contesto, uno domanda al Signore: «Signore sono pochi quelli che si salveranno?» Come si vede, la domanda punta al numero: quanti ci salveremo, pochi o molti? La risposta di Gesù sposta l’attenzione dal “quanti” al “come” essere salvati. Il Vangelo di Luca è stato redatto quando si era all’incirca alla terza generazione del movimento di Gesù. In molti fratelli e sorelle della comunità l’amore, il fervore e l’impegno delle origini si erano affievoliti. Non è un caso che il capitolo dal quale è tratto questo brano inizi con la parabola del fico sterile: «Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai» (Luca 13, 7-9).
Anche la comunità corre il rischio, secondo Luca, di cadere nella routine, nel compromesso, nella mediocrità. Il vino nuovo del Vangelo lentamente viene annacquato. La risposta di Gesù vuole educare i discepoli a passare dal piano della curiosità a quello della sapienza, dalle domande oziose ai veri problemi che servono per il Regno. Naturalmente la cosa potrebbe interessare anche noi discepoli di oggi.
Quindi, cosa dice Gesù rispetto al modo di salvarci? Due cose: una negativa e una positiva; primo, ciò che non serve e non basta per essere salvati, poi ciò che serve per essere salvati.
Non serve, o non basta per essere salvati, il fatto di appartenere a un determinato popolo, una determinata razza o tradizione, istituzione: “abbiamo mangiato e bevuto con te e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Gesù risponde “non so di dove siete [non vi conosco]“. Nel racconto di Luca è evidente che coloro che parlano e rivendicano privilegi sono giudei circoncisi; nel racconto di Matteo, il panorama si amplia in un contesto di chiesa; sentiamo i discepoli che presentano lo stesso tipo di pretesa: “abbiamo profetizzato nel tuo nome (ossia nel nome di Gesù) abbiamo fatto miracoli”;  ma la risposta del Signore è la stessa: “non vi conosco, allontanatevi da me” (Cfr. Mt 7,22-23). Quindi per essere salvati non basta nemmeno il semplice fatto di aver conosciuto Gesù e appartenere alla chiesa; serve altro.
Siamo alla risposta positiva: ciò che mette in cammino la salvezza non è un titolo di merito o di proprietà, ma un coinvolgimento personale nella persona e vita di Gesù: “io sono la porta” dice Gesù (Giovanni 10,7).
Al brano del vangelo fanno eco le parole di Isaia che annunciano la salvezza per il popolo d’Israele e, insieme, per tutte le genti (Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal e Iavan). La salvezza è immaginata come un immenso pellegrinaggio al termine del quale tutti i popoli verranno e riconosceranno in Gesù la via di Dio: «Io sono la via» (Giov. 14,6). All’inizio di questo pellegrinaggio sta la testimonianza di un “piccolo resto” degli israeliti; a questo “piccolo resto” il Signore affida l’annuncio del suo regno. Questi, rimasti in pochi, accettano la missione del Signore che li manda alle genti per diventare testimoni di lui e del suo amore. Il risultato sarà che le nazioni pagane, venendo in pellegrinaggio a Gerusalemme, porteranno con loro tutti gli israeliti dispersi nel mondo e (udite! udite!) “Anche tra i non-circoncisi mi sceglierò sacerdoti leviti, dice il Signore”.
L’insegnamento sul cammino stretto trova lo sviluppo molto pertinente nella seconda lettura di oggi: il Signore corregge quelli che ama…“; il cammino stretto non è stretto per qualche motivo incomprensibile o per un capriccio di Dio che si diverte a farlo così, ma è diventato così perché c’è stata una ribellione e siamo usciti dalla porta. La contraddizione della croce è il mezzo predicato da Gesù e inaugurato da Lui stesso per rimontare questo pendio, invertire questa ribellione e “tornare ad entrare“.
Ma perché via “larga” e via “stretta”? Forse che la via del male è sempre facile e gradevole da percorrere mentre al via del bene è sempre dura e stancante?  E’ importante operare qui un discernimento per non cadere nella stessa tentazione dell’autore del Salmo 72: «Per poco non inciampavano i miei piedi, per un nulla vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi». Anche a questo credente dell’Antico Testamento era sembrato che non ci fosse sofferenza per gli empi, che il loro corpo fosse sempre sano e soddisfatto, che non venissero colpiti dagli altri uomini, ma che stessero sempre tranquilli ammassando ricchezze, come se Dio avesse una preferenza per loro; il salmista si scandalizzò al punto di essere tentato di abbandonare il suo cammino per fare come gli altri. In questo stato di agitazione, entrò nel tempio e si mise a pregare, e vide con chiarezza; comprese “qual è la loro fine” e iniziò a lodare Dio e a rendergli grazie con gioia perché ancora stava con lui. Di conseguenza, la luce gli venne pregando e considerando le cose dalla fine.
Torniamo al filo del discorso; Gesù rompe lo schema e porta il tema sul piano personale e qualitativo: non sono le pratiche religiose che ci danno la garanzia della salvezza. Gesù ha ripetuto molte volte questo concetto “non tutti quelli che mi dicono «Signore, Signore», entreranno nel Regno dei cieli, ma quelli che fanno la volontà del Padre mio che sta nei cieli” (Mt. 7,21). Mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore, ascoltare la sua Parola, moltiplicare le preghiere è importante ma non è sufficiente per raggiungere la salvezza:non posso sopportare falsità e solennità” (Isaia 1,13). Al rito deve unirsi la vita, la preghiera deve orientarsi alla pratica della carità, la liturgia deve aprirsi alla giustizia e al bene della salvezza. Lui è la porta stretta:  «Io sono la porta dell’ovile» dice Gesù al Cap. 10 del Vangelo secondo Giovanni.
Anche il Cristo è passato attraverso la porta della sua umanità, attraverso la porta dell’incarnazione, una porta che lui ha sfondato e ha aperto.  Il verbo greco usato da Luca “agonizesthe” andrebbe tradotto con “continuate a lottare” indicando così una specie di “agonia” che coinvolge tutta la persona nel cammino di fedeltà a Dio.

I devoti fanno ressa davanti alla porta e impediscono a tanti di entrare.
Accanto alla porta succedono tante cose. Marco narra uno di questi eventi: «Si seppe che [Gesù] era in casa e si radunarono tante persone, da non esserci più posto neanche davanti alla porta (thúra), ed egli annunciava loro la parola. Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico» (Marco 2,1-4).
I devoti curiosi (di ieri e di oggi) si accalcano davanti alla porta. Si direbbe che sono troppo concentrati per accorgersi che qualcuno chiede il permesso di entrare. La porta è aperta per accogliere storpi, zoppi, paralitici. Ma una porzione di chiesa sta ingombrando il passaggio all’altra porzione di chiesa (i 4 anonimi portantini e il paralitico) che dovrebbe avere la precedenza. E’ una porzione di chiesa «dove ogni cosa è sistemata per bene. C’è tutto là dentro. Non c’è posto per altro. Non passa più nulla. Non entra l’avvenimento, l’imprevisto. Viene negato l’accesso all’inatteso»[4].
Scrive fratel MichaelDavide Semeraro [5]: «La Chiesa dei nostri giorni si trova purtroppo a pagare le amare conseguenze di una ripresa del funzionamento religioso e sacrale che ha creato una casta – quella clericale, che non va identi­ficata solo con i chierici, ma pure con i laici clericali – la quale, come i farisei e i sadducei ai tempi di Gesù, invece di servire il vangelo, è tentata di servirsi del vangelo. Il vangelo con le sue esigenze di libertà, uguaglianza e universale fraternità è il banco di prova della Chiesa. Una Chiesa che riparte dal vangelo è una Chiesa che si spoglia di privilegi desunti da altre forme religiose, ri­nunciando alla pretesa di creare delle caste esclusive che si arrogano il diritto di escludere gli altri in nome di una vocazione e di un’inve­stitura dall’alto che, in realtà, non può che venire dal basso. Tutto ciò non può avvenire se prima non si accetta la relatività di tutta una serie di isti­tuzioni e di funzionamenti, che, se sono stati utili – almeno in par­te – fino a oggi, non è detto che siano ancora adeguati e augurabili. La rottura evangelica con la mentalità socio-religiosa del suo tempo da parte di Gesù di Nazaret, come è attestata nei vangeli, non può non invitare ad affrontare coraggiosamente e con decisione la lotta a ogni forma di esclusività e a ogni forma di esclusione. Come dimenticare il posto che le donne hanno nella comunità dei discepoli (Lc 8,1-3) e il loro ruolo eminente nei racconti pasquali? Davanti alla tentazione dei discepoli di organizzarsi attorno al loro Maestro, analogamente a quanto avveniva per i discepoli di Giovanni e dei farisei, la reazione del Signore Gesù è chiara fino al punto di essere destabilizzante. A ben guardare, la posizione di Gesù è per i Dodici forse persino mortificante: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43). I bambini, le donne, gli stranieri, i disabili, i diversamente affettivi, i peccatori, gli esclusi e quanti sono avvertiti come un pericolo, per il loro diverso atteggiamento nella vita e di fronte alla vita, diventano il centro dell’attenzione di Gesù e fanno parte della comunità di vita e di annuncio che si crea attorno alla sua persona e al suo messaggio. Per questo la comunità dei discepoli non può e non deve organizzarsi a partire da uno schema di purità, ma in un respiro di universalità, non solo geografica, ma prima di tutto antropologica, che sia capace di evolvere dalla benevola tolleranza all’inclusione radicale».
Si tratta di partire da un principio minimo: «Noi crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo stati salvati e nello stesso modo anche loro» (At 15,11).

 

[1] AA.VV. Una comunità legge il vangelo di Marco,  EDB.
[2] Josef Ernst, Il Vangelo secondo Luca (Ed. Morcelliana)
[3] Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon 2015, pag. 393
[4] A.Pronzato, Un cristiano comincia a leggere il vangelo di Marco, Vol.1, Gribaudi, 1979, pag.128
[5] In La semina del profeta, EDB, 2019, pagg. 68-70




Enzo Bianchi
I frutti malati delle radici cristiane

I frutti malati delle radici cristiane.
Enzo Bianchi (La Stampa, 16 novembre 2008)

Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi?”. A questa metafora contadina usata da Gesù mi capitava di tornare sovente nella recente stagione in cui appassionate discussioni ruotavano attorno all’inserimento o meno di un richiamo alle “radici cristiane” nella costituzione europea. Ero infatti perplesso di fronte a tanto zelo mostrato da paladini di recente arruolamento nelle file della cristianità, i quali però non apparivano altrettanto solerti nel cercare modalità per tradurre in comportamenti quotidiani, sia individuali che collettivi, la linfa che quelle radici avrebbero dovuto fornire all’albero della società civile europea.
Ora, che nel passato anche recente ci sia stata abbondanza di frutti, di segni visibili di una identità cristiana di tanti cittadini, associazioni e istituzioni italiane ed europee è un dato innegabile. Che si tratti di monumenti storici, di opere artistiche o di tesori letterari, di festività e calendari o di usi e consuetudini familiari, di orientamenti etici o di opzioni politiche, è tutto un patrimonio culturale che testimonia come il cristianesimo abbia saputo plasmare – anche nel confronto con la tradizione classica e, a volte in modo non sempre pacifico, con l’ebraismo, l’islam, la filosofia dei Lumi – il ricco e variegato mondo europeo nel quale oggi viviamo.
Secoli di presenza cristiana e di faticosa, sofferta dialettica con sistemi religiosi, istituzioni civili, pensieri filosofici, ideologie politiche diverse hanno sedimentato modi di pensare e di agire, sensibilità comuni, sentimenti condivisi. Ci sono addirittura figure di santi o brani evangelici che sono diventati paradigmatici anche per chi non condivide la fede cristiana: basterebbe pensare alle tante chiesette delle nostre campagne dedicate a san Martino – un santo “europeo” per le vicende della sua vita trascorsa tra Pannonia e Gallia – che dona il suo mantello a un mendicante. E chi non conosce la celebre scena del giudizio riportata dal Vangelo di Matteo, in cui viene chiesto conto a ciascuno di come si è comportato nei confronti di affamati e assetati, di stranieri, malati e carcerati, insomma degli ultimi identificati a Cristo stesso?
Il permanere di questo patrimonio di idee e di ideali che hanno saputo tradursi in azioni concrete e quotidiane, la solidità di queste “radici” che hanno alimentato piante rigogliose capaci di dare frutti mi paiono stridere tragicamente con sentimenti, ragionamenti, disposizioni amministrative o legislative che presentano un quadro palesemente in contrasto con un’identità cristiana proclamata verbalmente. Si assiste giorno dopo giorno a una progressiva criminalizzazione del diverso, dello straniero, del povero e del debole: impronte digitali prese a bambini di un’etnia minoritaria, classi speciali che ostacolano quell’integrazione che dicono di voler promuovere, schedatura di chi vive senza fissa dimora, allontanamento dei mendicanti dai luoghi dove la loro vista turberebbe chi non li degna nemmeno di uno sguardo, ronde private non necessariamente disarmate, introduzione del reato di “presenza” in Italia, messa in discussione della gratuità e universalità delle cure di pronto soccorso… Purtroppo l’elenco si allunga ogni giorno, e ogni nuova proposta discriminatoria suscita isolate reazioni, in particolare dal Pontificio Consiglio Iustitias et Pax, subito bollate di “buonismo” e viene poi digerita e assimilata, in attesa di un boccone ancor più amaro da trangugiare.
E intanto, grazie a questo clima, le cui dominanti non sono certo cristiane, un senzatetto viene arso vivo sulla panchina su cui dormiva, un nero viene picchiato e oltraggiato, un mendicante viene assalito e percosso, dei nomadi vengono inseguiti e cacciati… E l’odio, questo nefasto sentimento che sta accovacciato nel cuore dell’uomo e che un tempo assumeva connotazioni di classe focalizzandosi contro i ricchi, i potenti, gli oppressori, ora è rivolto verso quelli che sono semplicemente “altri” e che non si vogliono più vedere accanto a noi.
Ora, nessuno chiede che uno stato moderno trasponga le esigenze del vangelo in articoli di legge o in commi del codice civile, ma resta l’interrogativo di quali principi ispirino i comportamenti non solo dei singoli, ma delle istituzioni e dei corpi sociali. Quali valori troviamo oggi nel vissuto concreto e nella progettualità politica che possano essere ascritti alle “radici cristiane” di cui a ragione riteniamo di poterci gloriare? Quali frutti ha dato l’albero che per secoli abbiamo visto crescere e ramificare nutrito da quelle radici?
E’ miope la visione di chi crede di risolvere i problemi dandogli il nome di reato, è falsante l’opzione che trasforma il diverso in criminale, è distorta e controproducente l’identificazione dell’immigrato con l’invasore, del povero con il disturbatore della quiete, dell’emarginato con il sovversivo. No, abbiamo bisogno di un soprassalto di dignità umana prima ancora che cristiana, abbiamo urgente necessità di ritrovare in noi e attorno a noi il rispetto per la dignità di ogni essere umano, abbiamo un’esigenza vitale di riscoprire come il bisognoso è uno stimolo e non un intralcio a una società più giusta. Se continuiamo a confondere la sicurezza con l’esclusione di ogni diversità, se continuiamo a nutrire le nostre paure invece che ad affrontarle, se crediamo di poter uscire dalle difficoltà non assieme ma contro gli altri, in particolare i più deboli, ci prepariamo un futuro di cupa barbarie, ci incamminiamo in un vicolo cieco in cui l’uomo sarà sempre più lupo all’uomo.
Forse sta diventando tragicamente vera anche per noi la situazione icasticamente descritta dal famoso detto della sapienza indiana che sembra modellato sugli apoftegmi dei monaci del deserto: due lupi stanno lottando dentro ciascuno di noi e nella nostra società contemporanea, uno pieno di rabbia e rancore, di risentimento nei confronti del diverso, l’altro animato da compassione e amore intelligente. Anche questa volta preverrà il lupo che avremo saputo nutrire meglio nel nostro quotidiano.