17 domenica C. 28 luglio 2019
CARO PAPA’ (MAMMA). Don Augusto Fontana

Papa Francesco, nell’omelia della Messa celebrata nello stadio di Morelia in Messico nel 2016, ha esordito: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi[…]La nostra vita parla nella preghiera e la preghiera parla nella nostra vita[…]A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare[…]La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera”. …..

Preghiamo. Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza, come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Gènesi 18,20-32. In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci ». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
Salmo 137. Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita;
contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano.
La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 2,12-14. Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.
Dal Vangelo secondo Luca 11,1-13. Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”».  Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

CARO PAPÀ (MAMMA). Don Augusto Fontana

Chi é, chi siamo.
Di solito il dialogo rivela l’identità delle persone che si parlano. Mentre parlo con te decido chi sono per te e chi sei tu per me. La preghiera definisce l’identità di Dio e la mia. Per noi lui è Padre, per lui noi siamo figli e l’equazione determina la nostra fraternità. Chiamare Dio “Abbà, papà” significa proclamare con un respiro breve tutta la nostra storia di amore. Nelle nostre mani riceviamo la pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve» (Ap. 2,17). «E’ lo Spirito che attesta che siamo figli ed eredi» (Rom. 8,15-117). Quando chiedo a Dio: «Come mi chiamo?» Lui risponde rivelandomi il suo nome, nel quale é rivelato anche il mio. Quando chiedo a Dio: «Che devo fare?» egli risponde: «Invoca salvezza con le lacrime agli occhi e con il fuoco nell’anima» perché questa passione dell’intercedere é un passo di avvicinamento verso il Dio dalle viscere materne, é un modo per esprimere l’amore esagerato.
Macario il Grande scrive: «Coloro che sono stati degni di diventare figli di Dio e di nascere dall’alto…piangono e si affliggono per tutto il genere umano, pregano versando lacrime per l’Adamo totale, infiammati dall’amore spirituale per tutta l’umanità». Papa Francesco, nell’omelia della messa celebrata nello stadio di Morelia in Messico nel 2016, ha esordito: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi[…]La nostra vita parla nella preghiera e la preghiera parla nella nostra vita[…]A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare[…]La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera”.

Uno sguardo panoramico sul Padrenostro.
• S.Agostino ha scritto che il Padrenostro è il Battesimo quotidiano. Tertulliano ha scritto che il Padrenostro è la “somma di tutto il Vangelo” (Breviarium totius evangelii).
• La vera preghiera cristiana rinuncia al miracolo perchè non vuole modificare la situazione attraverso la magia. Il teologo Carlo Molari scrisse :  “Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: «che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?». L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: «Che faccio? Per questa madre ho fatto te!». Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede. La preghiera è appunto l’atteggiamento che l’uomo assume per accogliere l’energia vitale che gli viene continuamente offerta, è l’esercizio quotidiano per aprirsi alle forme nuove di esistenza ed accogliere la forza creatrice in modo da esserne sempre pieni. E’ come quando ci mettiamo sotto il rubinetto con le mani chiuse: l’acqua scorre e non possiamo trattenerla. Quando invece apriamo le palme siamo in grado di raccogliere almeno un po’ della tanta acqua che è a nostra disposizione. Pregare è aprire le mani perchè un po’ dello straripante dono di Dio possa essere interiorizzato. La preghiera perciò non serve per scuotere l’onnipotenza di Dio a nostro favore, ma a modificare il nostro atteggiamento nei suoi confronti”.
• Nella preghiera di domanda e di intercessione scopriamo la nostra storia come storia di desideri. Nella preghiera del Padrenostro, i nostri desideri coincidono con quelli di Dio. Nella nostra preghiera di domanda di solito chiediamo secondo i nostri interessi. Nella preghiera del Padrenostro invece si desiderano le cose di Dio, di fatto si desidera Lui. Succede come nell’amore: non desidero le tue cose ma Te. Sant’Agostino dice che possiamo pregare con parole diverse dal Padrenostro, ma non possiamo chiedere cose diverse.
• La preghiera è fatta IN CRISTO. Si dice questo soprattutto della preghiera liturgica, ma anche ogni preghiera personale è fatta IN CRISTO. Noi preghiamo in Lui e con Lui. Lutero disse: ” Noi possiamo rivolgerci al cielo di Dio solo salendo sulle spalle di Cristo“.
• Il Padrenostro rappresenta la corretta relazione tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra, tra religioso e politico. Nella prima parte di questa preghiera la causa di Dio è fatta propria dall’uomo e nella seconda parte la causa dell’uomo è presa a cuore da Dio. Ciò che Dio ha unito, nessuno separi!
• La preghiera non è il primo atto che l’uomo compie; prima dell’orazione di solito esiste uno choc esistenziale e solo dopo sorge l’invocazione, il ringraziamento. Quale choc esistenziale sta alla base del Padrenostro?:
1. Il mondo ha le vene aperte e perde sangue. La creazione geme (Rom 8,22). Ogni società ha i suoi massacri, i suoi martiri, i suoi crimini collettivi.
2. Il mio essere soffre: ” Sono uno sventurato. Chi mi libererà?“(Romani 7,24). La rottura non lacera solo le società, ma anche il cuore dell’uomo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio“(Rom. 7,19). La nostra vita quotidiana non sfugge all’enigma, all’assurdo e alle nostre cattiverie.
3. “La creazione attende con impazienza” (Rom. 8,19): di fronte alle assurdità collettive e personali si possono assumere 3 atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza. Questo tempo è il tempo intermedio di crisi, di tentazioni, di decisioni, Esiste una situazione di urgenza. C’è una coscienza di catastrofe imminente. Mentre il Signore ha garantito che il mondo malvagio ha i giorni contati, tuttavia anche Lui “tarda” e da “onnipotente” si fa “impotente” e desiderante con noi.

Il Padrenostro in Luca.
Utile il confronto tra le due versioni, quella di Matteo e quella Luca. Qualcuno mi potrebbe chiedere: «Ma quale delle due ha veramente insegnato il Signore?». E io risponderei: «Il Signore ha insegnato a pregare e non ha dettato una formula».
Il Padrenostro in MATTEO 6, 9-13
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Il pane nostro epiousion {essenziale} dà a noi oggi [sèmeron], e cancella a noi i nostri debiti come noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori,
e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal male

Il Padrenostro in LUCA 11, 2-4
Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno;
il pane nostro epiousion {essenziale} continua a dare a noi ogni giorno {kath’emèran},
e cancella i nostri peccati, perché anche noi li cancelliamo a tutti i nostri debitori,
e non ci esporre alla tentazione….
… quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

Cerchiamo di cogliere alcuni elementi del contesto in cui Luca inserisce la preghiera del Signore.
1. La pagina di Luca è preceduta dall’episodio di Marta e Maria. Maria è il simbolo del discepolo che non si agita per cose non essenziali. Ci troviamo di fronte ad una catechesi battesimale sulla preghiera. Si potrebbe dire: ECCO LE COSE DI CUI AVETE SOSTANZIALMENTE BISOGNO.
2. Il Padrenostro di Luca si trova chiuso dentro queste 2 domande: « Padre, sia santificato il tuo nome….donaci lo Spirito Santo». La preghiera specifica del cristiano maturo è “chiedere lo Spirito Santo”.
3. All’interno di queste due domande il brano è pervaso da situazioni di “pericolo” nelle quali si trova chi sta pregando: la domanda del Regno è minacciata dalla fame, dai test della vita, dalle relazioni conflittuali e dal male. Rappresenta originariamente la preghiera per chi, chiamato a seguire Gesù, ha lasciato casa, campi, lavoro e famiglia; è l’espressione orante del radicalismo migratorio dei discepoli al seguito di Gesù Messia, accanto al quale essi sperimentano, ogni giorno, Dio come Padre. Il cristiano, comunque, prega perchè si trova in una situazione di urgenza e sta vivendo una vicenda storica che lo mette in crisi. L’orante non è uno che si trova comodamente seduto in poltrona e riempie il suo tempo con una pia elevazione dell’anima a Dio. La preghiera del Padrenostro è pronunciata da chi non ha tempo. Di solito si sente dire “Prego poco perchè non ho tempo”; come se la preghiera fosse affidata da Cristo solo a monaci o a gente sfaticata che ha tempo da vendere. Collegare i Salmi al Padrenostro significa amplificare, con tutta la storia emblematica di Israele, le grandi passioni e le grandi emergenze entro le quali vive il discepolo.

FRAMMENTI DI “PADRENOSTRO”.

PADRE. ABBA’ (papà) e IMMA’ (mamma) sono le prime parole che pronunciano i bambini ebrei. C’è quindi una componente fiducioso-familiare, anche se nella cultura ebraico-semitica l’immagine del padre conteneva meno elementi sentimentali della nostra cultura attuale; JAHWE’ veniva considerato GENITORE in quanto creatore della vita e in quanto responsabile della formazione di una massa in popolo. Il nome Jahwè significa: “Eccomi qua”: “Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: eccomi qua” (Isaia 52,6). Significa che non siamo mai orfani, smarriti, abbandonati al caso. La vita è anche grazia, ed ogni esistenza è benedizione. Impariamo così a discernere, nelle cose e negli eventi, la Paternità di Dio che, come diceva S. Ireneo di Lione, “ha creato tutto con le sue due sante mani: il Figlio e lo Spirito“. Da qui si impara a non più maledire, a non più disprezzare. Nessuna delle diverse richieste contenute nella preghiera del Signore verrà intesa rettamente se si perde contatto, durante la preghiera, con la prima parola: «Padre!» che va posta non solo prima della preghiera nel suo complesso, ma anche prima di ogni singola richiesta: Padre sia santificato il tuo nome, Padre venga il tuo regno, Padre, sia fatta la tua volontà…Pronunciare la parola “Padre” è già di per sé una preghiera. Nel culto cristiano esistono 2 brevissime preghiere: una consiste nel dire “Padre” e l’altra consiste nel dire “Amen“. Nessuno dica più che “non ha tempo di pregare!”.
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME. La parola semitica QODES si traduce con “tagliare-separare“. Viene dichiarato Santo ciò che è separato dalla quotidianità profana e quindi l’aggettivo è solo attribuibile a Jahwè IL SANTO. La domanda “sia santificato il tuo Nome” nasce da una constatazione e da un desiderio. La constatazione: la situazione oggettiva della vita, a causa delle sue profonde distorsioni, nega la glorificazione di Dio e favorisce il bestemmiare. Il desiderio: dire che Dio è SANTO è dichiarare che è il TOTALMENTE ALTRO, che non è la proiezione delle nostre alienazioni e desideri. Noi desideriamo di non addomesticare Dio nelle botteghe dei nostri interessi.
Dio vuole che anche l’uomo sia santo: “Siate santi, perchè io sono santo“(Levitico 11,44; 19,2). Dio è l’utopia realizzata di ogni uomo che desideri essere più di quanto è di fatto. Dio vuole manifestarsi santo nelle nostre opere buone: “La vostra luce risplenda davanti agli uomini perchè vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli“(Matteo 5,16). Nella tradizione giudaica l’espressione Qiddush ha-Shem (<santo [sia] il Nome>) era diventato un modo per indicare il martirio o la testimonianza pubblica.
Quando si dice che la “gloria di Dio è l’uomo vivente” significa che l’uomo costituisce la visibilità del Nome di Dio. Quando l’uomo e la donna sono impoveriti ed oppressi, il Nome di Dio va in esilio e si nasconde nella loro povertà. Noi nella preghiera chiediamo a Dio di ribaltare la situazione dell’uomo sfigurato perchè si manifesti chiara la Sua presenza, perchè avvenga definitivamente la sua Epifania.
VENGA IL TUO REGNO. E’ la domanda centrale del Padrenostro ed è il cuore dell’Evangelo perchè il nucleo del messaggio di Gesù e il movente della sue azioni stanno in questo REGNO: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Marco 1,14). La preghiera “sia santificato il tuo Nome” cesserà quando verrà il Suo Regno:”Poi sarà la fine quando il Cristo consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e potestà. Allora Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi 15,23-28).
Del Regno di Dio, il Nuovo Testamento parla 122 volte sia per indicare la sovranità di Dio che per indicare la condizione dell’uomo dentro la grazia di una vita serena e giusta. Dio regna quando viene riconosciuto Dio che crea e che si prende a cuore le situazioni umane. “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza”. (Salmo 85). Questa fede nasce dall’esperienza dell’esodo. Esodo 2,23-25: “Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24 Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. 25 Dio guardò la condizione degli Israeliti e se la prese a cuore”. Jahweh è il Dio del soccorso ai bisognosi, che non si rassegna alle sofferenze causate dagli uomini.
L’uomo è abitato dal “principio-speranza” che si manifesta con la tensione verso il nuovo, verso il senza-frontiere, verso la pace e il benessere soprattutto relazionale: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leone si ciberà con la paglia del bue, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi e non ci saranno più azioni inique né saccheggi“(Isaia 11,6-9). “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più….Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. (Apocalisse 21,1-7)
CONTINUA A DARCI OGNI GIORNO IL PANE EPIOUSION. Per quanto possano essere alti i pensieri della mente e spirituali le virtù, l’uomo ha bisogno di una infra-struttura materiale (acqua, aria, pane…). Questa infra-struttura è così importante che Gesù ha legato la salvezza o la perdizione al fatto di averla o no accolta in modo giusto e fraterno (Matteo 25, 31-46). S. Basilio Magno già nel 300 affermava: “All’affamato spetta il pane che si spreca nella tua casa; allo scalzo spettano le scarpe che ammuffiscono sotto il tuo letto. Al nudo spettano i vestiti che sono nel tuo baule; al povero spetta il denaro che si svaluta nelle tue casseforti“.
Il testo greco usa il termine “epiousion” di difficile traduzione. Forse significa “pane necessario per vivere oggi” (forse era una preghiera che i seguaci di Gesù recitavano al mattino prima di partire per l’avventura esposta della missione); o forse significa “pane definitivo”: “Beato chi mangerà il pane nel Regno di Dio” Lc.14,15). Il Signore ha insegnato a non affannarci per i domani (Matteo 6) come già il Libro dei Proverbi aveva insegnato a chiedere: “Non darmi nè povertà nè ricchezza; fammi avere il cibo necessario” (Prov.30,8). Il Signore ci ha detto “Io sono il Pane di vita” (Giov. 6).
Matteo scrive il verbo “dare” al tempo aoristo (dòs) che esprime un pressante appello: «Dacci immediatamente» (oggi). In Luca la stessa parola si trova nella forma greca del presente (didou) che significa «continua a darci» a cui fa seguito non la parola «oggi», ma «ogni giorno» (in greco: kath’emeran).
Quando si dice “pane” non si pensa solo al cibo, ma ad ogni cosa di cui abbiamo necessità per vivere bene o sopravvivere, per esempio l’amicizia, la resistenza contro le difficoltà, la serenità interiore…
CANCELLA A NOI I NOSTRI PECCATI PERCHE’ NOI LI… L’uomo non vive di solo pane, ma anche di un’altra infra-struttura senza la quale non esiste: ha bisogno di sentirsi inserito nel tessuto sociale. Il perdono è il pane della vita comunitaria. L’uomo non solo vive, ma anche con-vive. L’io personale è abitato dagli altri e compromesso con essi. Noi siamo in debito con gli altri, sempre: questo è il nostro “debito innocente”: ciò che mangiamo, di cui ci vestiamo e i servizi di cui godiamo hanno impresso il marchio della fatica di qualche uomo o donna. Oltre a questo debito “innocente” abbiamo anche dei “debiti colposi” rappresentati da ciò che doveva essere fatto per gli altri e non è stato fatto. Abbiamo poi dei “debiti dolosi”. Ciò che è stato detto dei rapporti umani si riferisce anche ai nostri rapporti con il Padre: abbiamo verso di Lui dei debiti innocenti, colposi e dolosi. E’ d’obbligo evocare la Parabola del servitore insolvente (Matteo 18,23-35): poichè Dio mi ha perdonato sono in grado di trovare le ragioni sufficienti e i motivi per perdonare ai colleghi servi, in quanto sono invaso dalla gratitudine.
Mentre la formulazione di Matteo parla di “debiti”, quella di Luca parla di “peccati”: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora, per la tua preghiera, ti saranno rimessi i peccati“(Siracide 28,2).
NON ABBANDONARCI NELLA PROVA. Dice Gesù: “Il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà forse la fede sopra la terra?” (Luca 18,8). Bisogna dunque “vegliare e pregare per non entrare nella tentazione (prova)“(Marco 14,38). Con questa parte del Padrenostro noi chiediamo di essere preservati dal perdere la fiducia in Lui. “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà; sorgeranno falsi profeti che faranno grandi prodigi e inganneranno molti“(Matteo24,22-24). Siamo esseri strutturalmente messi in libertà e quindi in continua necessità di scegliere : “Nel mio intimo acconsento alle Legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla Legge dello spirito e che mi rende schiavo della legge del peccato. Sono uno sventurato! Chi mi libererà?…“( Romani 7,22-24). La morte stessa resta per tutti come la grande tentazione da cui essere liberati.

(Per un chiarimento su “non abbandonarci alla tentazione” consiglio di collegarsi a: https://www.interris.it/religioni/padre-nostro–chi–il-vero-tentatore) 

Inoltre consiglio acquisto (€ 15,00) e lettura di 150 pagine deliziose:

 




Documento Preparatorio del Sinodo per l’Amazzonia 7-26 0ttobre 2019.
Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale

Documento Preparatorio del Sinodo Panamazzonico 7-26 0ttobre 2019
Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale
Introduzione

In accordo con l’annuncio di Papa Francesco del 15 ottobre 2017, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi avrà luogo nell’ottobre 2019 per riflettere sul tema Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Questi cammini di evangelizzazione devono essere pensati per e con il Popolo di Dio che abita in quella regione: abitanti di comunità e zone rurali, di città e grandi metropoli, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi, migranti e profughi e, specialmente, per e con i popoli indigeni.
Nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una «cultura dello scarto» (LS 16) e una mentalità estrattivista. L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multi-etnica, pluri-culturale e pluri-religiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa.
Le riflessioni del Sinodo Speciale superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta. Partiamo da un territorio specifico, per gettare a partire da esso un ponte verso altri biomi essenziali del mondo: il bacino del Congo, il corridoio biologico mesoamericano, i boschi tropicali del Pacifico asiatico, il bacino acquifero Guaranì, fra gli altri.
Ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, è di vitale importanza anche per la Chiesa universale. Per fare questo abbiamo bisogno di avvicinarci di più ad essi. Desideriamo sapere: come immaginano il “futuro sereno” e il “buon vivere” delle future generazioni? Come possiamo collaborare alla costruzione di un mondo capace di rompere con le strutture che uccidono la vita e con le mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e di inter-culturalità? E soprattutto, qual è la missione particolare della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?
Questo Documento Preparatorio è diviso in tre parti che corrispondono al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Alla fine del testo si presentano delle domande che permettono di entrare in dialogo e di accostarsi progressivamente alla realtà e al desiderio di una «cultura dell’incontro» all’interno della regione (EG 220). I nuovi cammini per l’evangelizzazione e per forgiare una Chiesa dal volto amazzonico passano attraverso questa «cultura dell’incontro» nella vita quotidiana, «in una armonia multiforme» (EG 220) e in una «felice sobrietà» (LS 224-225), come contributo per la costruzione del Regno.

  1. VEDERE. IDENTITÀ E GRIDO DELLA PANAMAZZONIA

1. Il territorio

Il bacino amazzonico rappresenta per il nostro pianeta una delle maggiori riserve di biodiversità (dal 30 al 50 % della flora e fauna del mondo), di acqua dolce (20% dell’acqua dolce non congelata di tutto il pianeta); possiede più di un terzo dei boschi primari del pianeta e, benché i maggiori serbatoi di carbonio siano in realtà gli oceani, non per questo si può ignorare il lavoro di raccolta di carbonio in Amazzonia. Si tratta di più di sette milioni e mezzo di chilometri quadrati, con nove Paesi che si spartiscono questo grande bioma (Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela, includendo la Guyana Francese come territorio d’oltremare).
Anche il cosiddetto “Massiccio della Guayana” (“Isla de la Guayana”), delimitato dai corsi dell’Orinoco e del Rio Negro, dal Rio delle Amazzoni e dalle coste atlantiche dell’America del Sud tra le foci dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni, fa parte di questo territorio. Pure altre regioni appartengono a questo territorio, perché sono sottoposte allo stesso regime climatico e geografico a causa della loro vicinanza all’Amazzonia.
Ciononostante, questi dati non delineano una regione omogenea. Costatiamo come l’Amazzonia abbia al suo interno molti tipi di “Amazzonie”. In tale contesto è l’acqua, attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti. In un territorio così diversificato si può ben comprendere che i vari gruppi umani che lo abitano abbiano dovuto adattarsi alle differenti realtà geografiche, eco-sistemiche e politiche.
Il lavoro della Chiesa Cattolica in Amazzonia, nel corso di molti secoli, si è orientato a dare risposta a questi variegati contesti umani e ambientali.

  1. Varietà socio-culturale

            Date le sue proporzioni geografiche, l’Amazzonia è una regione in cui vivono e convivono popoli e culture diverse, con differenti stili di vita.
L’occupazione demografica dell’Amazzonia precede il processo colonizzatore di molti anni, talvolta migliaia di anni. Fino alla colonizzazione la popolazione si concentrava soprattutto sulle rive dei grandi fiumi e laghi, per una questione di sopravvivenza che abbracciava le attività della caccia, della pesca e della coltivazione delle terre inondabili. Con la colonizzazione e con la pratica diffusa della schiavitù indigena, molti popoli dovettero abbandonare quei luoghi e rifugiarsi all’interno della foresta. Al tempo stesso, nella prima fase della colonizzazione, si ingenerò un processo di sostituzione della popolazione, che determinò una forte concentrazione demografica sulle sponde dei fiumi e dei laghi.
Al di là delle circostanze storiche, i popoli delle acque, in questo caso dell’Amazzonia, hanno avuto sempre in comune un rapporto di interdipendenza con le risorse idriche. Per questo i contadini e le famiglie utilizzano le risorse delle terre inondabili affidandosi al movimento ciclico dei loro fiumi – inondazioni, riflussi e periodi di siccità –, in un rapporto di rispetto fondato sulla consapevolezza che “la vita dirige il fiume” e “il fiume dirige la vita”. Inoltre, i popoli della foresta, che sono fondamentalmente raccoglitori e cacciatori, sopravvivono con ciò che la terra e il bosco offrono loro. Questi popoli vigilano sui fiumi e hanno cura della terra, nello stesso modo in cui la terra ha cura di loro. Sono i custodi della foresta e delle sue risorse.
Oggi, tuttavia, la ricchezza della foresta e dei fiumi amazzonici si trova minacciata dai grandi interessi economici che si concentrano in diversi punti del territorio. Tali interessi provocano, fra le altre cose, l’intensificazione della devastazione indiscriminata della foresta, la contaminazione di fiumi, laghi e affluenti (per l’uso incontrollato di prodotti agrotossici, spargimento di petrolio, attività mineraria legale e illegale, dispersione dei derivati della produzione di droghe). A ciò si aggiunge il narcotraffico, che, sommato a quanto detto, mette a repentaglio la sopravvivenza dei popoli che dipendono delle risorse animali e vegetali di questi territori.
D’altra parte, le città dell’Amazzonia sono cresciute molto rapidamente, accogliendo molti migranti e profughi costretti a fuggire dalle loro terre e sospinti verso le periferie dei grandi centri urbani che si protendono in direzione della foresta. In maggioranza sono popoli indigeni, popoli delle rive dei fiumi e popoli di origine africana, espulsi dall’industria mineraria legale e illegale e da quella dell’estrazione petrolifera, accerchiati progressivamente dall’espansione delle attività di disboscamento. Costoro sono i più colpiti dai conflitti agrari e socio-ambientali. Anche le città si caratterizzano per le disuguaglianze sociali. La povertà che si è prodotta lungo la storia ha ingenerato rapporti di sottomissione, di violenza politica e istituzionale, aumento del consumo di alcool e di droghe – sia nelle città che nelle comunità rurali – e rappresenta una ferita profonda inferta ai diversi popoli amazzonici.
I movimenti migratori più recenti all’interno della regione amazzonica si caratterizzano, soprattutto, per il trasferimento degli indigeni dai loro territori d’origine alle città. Attualmente fra il 70 e l’80% della popolazione della Panamazzonia risiede nelle città. Molti di questi indigeni non hanno documenti o sono irregolari, rifugiati, abitanti delle rive dei fiumi o appartengono ad altre categorie di persone vulnerabili. Di conseguenza cresce in tutta l’Amazzonia un atteggiamento xenofobo e di criminalizzazione verso i migranti e i profughi. Questo, al tempo stesso, favorisce lo sfruttamento delle popolazioni amazzoniche, vittime del mutamento di valori dell’economia mondiale, in base al quale il guadagno è più importante della dignità umana. Si può trovare un esempio di ciò nella crescita drammatica del traffico di persone, specialmente donne, ai fini dello sfruttamento sessuale e commerciale. Le donne perdono così il loro protagonismo nei processi di trasformazione sociale, economica, culturale, ecologica, religiosa e politica delle loro comunità.
In sintesi, la crescita smisurata delle attività agricole, estrattive e di disboscamento dell’Amazzonia non solo ha danneggiato la ricchezza ecologica della regione, della sua foresta e delle sue acque, ma ha anche impoverito la realtà sociale e culturale. Ha obbligato a uno sviluppo umano non “integrale” né “inclusivo” del bacino amazzonico. Come risposta a questa situazione si percepisce, comunque, un incremento delle competenze organizzative e un progresso della società civile, con particolare attenzione alle problematiche ambientali. Nel campo dei rapporti sociali, e malgrado i limiti, la Chiesa Cattolica ha in generale portato avanti un lavoro significativo, rafforzando i propri cammini a cominciare dalla sua presenza incarnata nel territorio e dalla sua creatività pastorale e sociale.

  1. Identità dei popoli indigeni

Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”. In aggiunta, negli ultimi tempi, sta facendo la sua comparsa una nuova categoria costituita dagli indigeni che vivono nel tessuto urbano, alcuni dei quali restano riconoscibili mentre altri in quel contesto tendono a dissolversi e per questo sono chiamati “invisibili”. Ognuno di questi popoli rappresenta un’identità culturale particolare, una ricchezza storica specifica e un modo peculiare di guardare la realtà e ciò che li circonda, nonché di rapportarsi con tutto questo a partire da una visione del mondo e da un’appartenenza territoriale specifiche.
Oltre alle minacce che emergono dall’interno delle loro culture, i popoli indigeni hanno subito forti minacce esterne fin dai primi contatti con i colonizzatori (cf. LS 143, DAp 90). Contro tali minacce i popoli indigeni e le comunità amazzoniche si organizzano, lottando per la difesa della loro esistenza e delle loro culture, dei loro territori e dei loro diritti, e della vita dell’universo e della creazione intera. I più vulnerabili, tuttavia, sono i PIAV, che non possiedono strumenti di dialogo e di negoziazione con gli agenti esterni che invadono i loro territori.
Alcuni “non indigeni” fanno difficoltà a capire il diverso modo di essere degli indigeni e, molte volte, non rispettano la differenza di cui l’altro è portatore. Il Documento di Aparecida a proposito del rispetto degli indigeni e degli afro-americani afferma: «La società tende a disprezzarli, non riconoscendo la loro differenza. La loro situazione sociale è segnata dall’esclusione e dalla povertà» (DAp 89). Tuttavia, come ha sottolineato Papa Francesco a Puerto Maldonado, «la loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi» (Fr. PM).
Negli ultimi anni, i popoli indigeni hanno iniziato a scrivere la loro storia e a descrivere in modo più preciso le loro culture, abitudini, tradizioni e saperi. Hanno scritto sugli insegnamenti ricevuti dai loro antenati, genitori e nonni, insegnamenti che rappresentano memorie personali e collettive. Oggi l’essere indigeno si definisce non solo a partire dall’appartenenza etnica. Esso si riferisce anche alla capacità di mantenere tale identità senza isolarsi dalle società circostanti e con le quali si interagisce.
A fronte di questo processo d’integrazione, sorgono organizzazioni indigene che cercano di approfondire la storia dei loro popoli, per orientarne la lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione: «È giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità» (Fr.PM). Ciononostante, nessuna iniziativa può ignorare che il rapporto di appartenenza e di partecipazione che chi abita in Amazzonia stabilisce con il creato fa parte della sua identità e contrasta con una visione mercantilista dei beni della creazione (cf. LS 38).
In molti di questi contesti, la Chiesa Cattolica è presente mediante missionari e missionarie impegnati nelle cause dei popoli indigeni e amazzonici.

  1. Memoria storica ecclesiale

L’inizio della memoria storica della presenza della Chiesa in Amazzonia si può situare nello scenario dell’occupazione coloniale della Spagna e del Portogallo. L’incorporazione dell’immenso territorio amazzonico nella società coloniale e il suo successivo passaggio di proprietà agli Stati nazionali è un lungo processo durato più di quattro secoli. Fino all’inizio del secolo XX, le voci in difesa dei popoli indigeni erano fragili, benché non assenti (cf. Pio X, Lettera Enciclica Lacrimabili Statu, 7.VI.1912). Con il Concilio Vaticano II queste voci si rafforzano. Per incoraggiare «il processo di cambiamento grazie ai valori evangelici» la II Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano riunita a Medellín (1968), nel suo Messaggio ai Popoli dell’America Latina, ha rammentato che «malgrado i suoi limiti», la Chiesa «ha vissuto insieme al­le nostre popolazioni il processo di colonizzazione, liberazione e organizzazione». In seguito la III Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano riunita a Puebla (1979) ci ha ricordato che l’occupazione e la colonizzazione del territorio amerindo è stato «un gigantesco processo di dominazioni», pieno di «contraddizioni e lacerazioni» (DP 6). E, ancora più tardi, la IV Conferenza di Santo Domingo (1992) ha richiamato la nostra attenzione su «uno degli episodi più tristi della storia latinoamericana e dei Caraibi», che «è stato il trasferimento forzato di un enorme numero di africani come schiavi». San Giovanni Paolo II ha chiamato questo trasferimento un «olocausto sconosciuto» al quale «hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede» (DSD 20; cf. Giovanni Paolo II, Discorso nell’Isola di Gorée, Senegal, 22.II.1992, n. 3; Messaggio agli Afroamericani, 12.X.1992, n. 2). Per questo «oltraggio scandaloso nella storia dell’umanità» (DSD 20), il Papa e i delegati in Santo Domingo hanno chiesto perdono.
Oggi, purtroppo, esistono ancora tracce residuali del progetto colonizzatore che ha generato rappresentazioni di inferiorità e di demonizzazione delle culture indigene. Queste tracce indeboliscono le strutture sociali indigene e rendono possibile il fatto che essi vengano privati delle loro conoscenze intellettuali e dei loro mezzi di espressione. Ciò che spaventa è che fino a oggi, dopo 500 anni dalla conquista, dopo all’incirca 400 anni di missione ed evangelizzazione organizzata e dopo 200 anni dall’emancipazione dei Paesi che compongono la Panamazzonia, simili tendenze continuano a svilupparsi sul territorio e tra i suoi abitanti, vittime oggi di un neocolonialismo feroce, «mascherato da progresso». Probabilmente, come ha affermato Papa Francesco a Puerto Maldonado, i popoli originari amazzonici non sono stati mai così minacciati come adesso. Oggi, a causa dell’offesa scandalosa dei «nuovi colonialismi», «l’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti» (Fr. PM).
Nella sua storia missionaria, l’Amazzonia è stata luogo in cui si è testimoniato concretamente cosa significa stare sulla croce, addirittura essa è stata molte volte luogo di martirio. Anche la Chiesa ha imparato che in questo territorio, abitato da circa diecimila anni da una grande diversità di popoli, le diverse culture si costruiscono in un rapporto armonioso con l’ambiente circostante. Le culture precolombiane hanno offerto al cristianesimo iberico che accompagnava i conquistatori molteplici ponti e possibili elementi di contatto, «come l’apertura all’azione di Dio, il senso della gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l’importanza del culto, il credere in una vita ultraterrena e tanti altri valori» (DSD 17).

  1. Giustizia e diritti dei popoli

Papa Francesco, nella sua visita a Puerto Maldonado, ha invitato a modificare il paradigma storico in base al quale gli Stati considerano l’Amazzonia come un deposito di risorse naturali, passando sopra la vita dei popoli originari e non preoccupandosi della distruzione della natura. Il rapporto armonioso fra il Dio Creatore, gli esseri umani e la natura si è spezzato a causa degli effetti nocivi del neoestrattivismo e della pressione dei grandi interessi economici che sfruttano il petrolio, il gas, il legno, l’oro, e anche a causa della costruzione di opere infrastrutturali (per esempio: megaprogetti idroelettrici e reti stradali, come le superstrade interoceaniche) e delle monocolture industriali (cf. Fr. PM).
La cultura imperante del consumo e dello scarto trasforma il pianeta in una grande discarica. Il Papa denuncia questo modello di sviluppo come anonimo, asfissiante, senza madre; ossessionato soltanto dal consumo e dagli idoli del denaro e del potere. Si impongono nuovi colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso, che distruggono le identità culturali proprie. Francesco esorta a difendere le culture e a riappropriarsi dell’eredità che proviene dalla saggezza ancestrale, la quale propone un rapporto armonioso fra la natura e il Creatore, ed esprime con chiarezza che «la difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita» (Fr. PM). La si deve considerare terra santa: «Questa non è una terra orfana! Ha una Madre!» (Fr. EP).
D’altronde, la minaccia contro i territori amazzonici «viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli (e sorelle) amazzonici che la abitate» (Fr. PM). L’orientamento di Papa Francesco è chiaro: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori.  […]  In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Fr. FPI).
Parallelamente le popolazioni indigene, quelle contadine e altri settori della popolazione, in Amazzonia come pure a livello nazionale in ciascun Paese, sono venuti costruendo processi politici che hanno orientato le loro agende di lavoro in una prospettiva attenta ai diritti umani dei popoli. La situazione del diritto al territorio dei popoli indigeni in Panamazzonia ruota intorno a una problematica costante, quella della mancata regolarizzazione delle terre e del mancato riconoscimento della loro proprietà ancestrale e collettiva. Così anche il territorio è stato privato di un’interpretazione integrale, collegata all’aspetto culturale e alla visione del mondo propria di ogni popolo o comunità indigena.
Proteggere i popoli indigeni e i loro territori è un’esigenza etica fondamentale e un impegno fondamentale per i diritti umani. Per la Chiesa ciò si trasforma in un imperativo morale coerente con la visione di ecologia integrale di Laudato si’ (cf. LS, cap. IV).

  1. Spiritualità e saggezza

Per i popoli indigeni dell’Amazzonia, il “buon vivere” esiste quando si vive in comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono: la Terra. Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte. I vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes, hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo. Tutti costoro «sono memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della Casa Comune» (Fr. PM).
Gli indigeni amazzonici cristiani comprendono la proposta del “buon vivere” come vita piena nel segno della collaborazione all’edificazione del Regno di Dio. Questo buon vivere potrà essere raggiunto solo quando si realizzerà il progetto comunitario in difesa della vita, del mondo e di tutti gli esseri viventi.
«Siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza» (LS 53). Questo sogno comincia a costruirsi all’interno della famiglia che è la prima comunità della nostra esistenza: «La famiglia è ed è sempre stata l’istituzione sociale che più ha contribuito a mantenere vive le nostre culture. In momenti passati di crisi, di fronte ai diversi imperialismi, la famiglia dei popoli originari è stata la migliore difesa della vita» (Fr. PM).
Ciononostante, è necessario riconoscere che nella regione amazzonica c’è una grande diversità culturale e religiosa. Sebbene per la maggior parte tale diversità promuova il “buon vivere” come un progetto di armonia fra Dio, i popoli e la natura, esistono anche alcune sette che, motivate da interessi esterni al territorio, non sempre favoriscono l’ecologia integrale.

II. DISCERNERE. VERSO UNA CONVERSIONE PASTORALE ED ECOLOGICA

  7. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione biblico-teologica

La realtà specifica dell’Amazzonia e il suo destino interpellano oggi ogni persona di buona volontà sull’identità del cosmo, sulla sua armonia vitale e sul suo futuro. I Vescovi dell’America Latina riconoscono la natura come eredità gratuita e, quali profeti della vita, assumono l’impegno di proteggere questa Casa Comune (cf. DAp 471).
I racconti biblici contengono alcune istanze teologiche portatrici di valori universali. Anzitutto, ogni realtà creata esiste per la vita e tutto quello che conduce alla morte si oppone alla volontà divina. In secondo luogo, Dio stabilisce un rapporto di comunione con l’essere umano «creato a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26), al quale affida la salvaguardia della creazione (cf. Gen 1,28; 2,15). «Rendiamo grazie per il dono della creazione, riflesso della sapienza e della bellezza del Logos Creatore che affidò all’essere umano l’opera della sua creazione, perché la “coltivasse e custodisse”» (DAp 470). Infine, all’armonia del rapporto fra Dio, l’essere umano e il cosmo si contrappongono la disarmonia della disubbidienza e del peccato (cf. Gen 3,1-7), che determina la paura (cf. Gen 3,8-10), il rifiuto dell’altro (cf. Gen 3,12), la maledizione del suolo (cf. Gen 3,17), l’esclusione dal giardino (cf. Gen 3,23-24), fino ad arrivare all’esperienza del fratricidio (cf. Gen 4,1-16).
Allo stesso tempo, i racconti biblici testimoniano che nella creazione ferita è piantato il germoglio della promessa e il seme della speranza, perché Dio non abbandona l’opera delle sue mani. Nella storia della salvezza Egli rinnova il proposito di “fare alleanza” fra l’essere umano e la terra, ristabilendo mediante il dono della Torah la bellezza della creazione. Tutto questo culmina nella persona e nella missione di Gesù. Mentre mostra compassione per l’umanità e la sua fragilità (cf. Mt 9, 35-36), Egli conferma la bontà di tutte le cose create (cf. Mc 7,14-15). I prodigi compiuti sui malati e sulla natura rivelano contemporaneamente la provvidenza del Padre e la bontà della creazione (cf. Mt 6, 9-15.25-34).
Il mondo creato ci invita a lodare la bellezza e l’armonia delle creature e del Creatore (cf. LS 12). Come segnala il Catechismo della Chiesa Cattolica, «ogni creatura possiede la sua bontà e la sua propria perfezione», e nel suo essere riflette «un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio», del suo amore (CCC 339). «Suolo, acqua […] tutto è carezza di Dio» (LS 84), canto divino, le cui note sono formate dalla «moltitudine di creature presenti nell’universo», come ha asserito San Giovanni Paolo II (Catechesi, 30.I.2002). Quando una qualsiasi di queste creature viene eliminata per cause umane, essa non può cantare più le lodi del Creatore (cf. LS 33).
La provvidenza del Padre e la bontà della creazione raggiungono il loro culmine nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che si fa vicino e stringe in un abbraccio tutte le situazioni umane, ma soprattutto quelle dei più poveri. Il Concilio Vaticano II menziona questa vicinanza con termini come adattamento e dialogo (cf. GS 4, 11; CD 11; UR 4; SC 37ss), incarnazione e solidarietà (cf. GS 32). Più tardi, soprattutto in America Latina, queste parole sono state tradotte come opzione per i poveri e liberazione (Medellín 1968), partecipazione e comunità di base (Puebla 1979), inserimento e inculturazione (cf. Santo Domingo 1992), missione e servizio di una Chiesa samaritana e avvocata dei poveri (cf. DAp 2007).
Con la morte e risurrezione di Gesù si illumina il destino dell’intera creazione, impregnato della potenza dello Spirito Santo, già evocata nella tradizione sapienziale (cf. Sap 1,7). La Pasqua porta a compimento il progetto di una “nuova creazione” (cf. Ef 2,15; 4,24), rivelando che Cristo è la Parola creatrice di Dio (cf. Gv 1,1-18) e che «tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1,16). «Per la comprensione cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine» (LS 99).
La tensione fra il “già” e il “non ancora” coinvolge la famiglia umana e il mondo intero: «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,19-22). Nel mistero pasquale di Cristo, la creazione intera si protende verso un compimento finale, nel quale «le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che Egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (LS 100).

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione sociale

La missione evangelizzatrice ha sempre un «contenuto ineludibilmente sociale» (EG 177). Credere in un Dio Trino ci invita a tenere sempre presente che «siamo stati creati a immagine della comunione divina, per cui non possiamo realizzarci né salvarci da soli» (EG 178). Infatti, «dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana» (EG 178), tra l’accoglienza e la trasmissione dell’amore divino. Così, se accettiamo l’amore di Dio Padre Creatore che ci ha conferito una dignità infinita, l’amore del Dio Figlio che ci ha nobilitato con la sua redenzione e l’amore dello Spirito Santo che penetra e libera tutti i vincoli umani, non possiamo che comunicare quest’amore trinitario rispettando e promovendo in ogni azione di evangelizzazione la dignità, nobiltà e libertà di tutti gli esseri umani (cf. EG 178). In altre parole, l’opera evangelizzatrice di ricevere e trasmettere l’amore di Dio comincia con il desiderio, la ricerca e il prendersi cura degli altri (cf. EG 178).
Pertanto, l’evangelizzazione implica l’impegno in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per migliorare la vita comunitaria e così «rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (EG 176), promovendo nel e per tutto il mondo (cf. Mc 16,15) non una «carità à la carte» (EG 180), ma un vero sviluppo integrale, cioè per tutte le persone e per tutta la persona (cf. PP 14 e EG 181). Questo è ciò che si chiama il «criterio di universalità» dell’opera evangelizzatrice, «dal momento che il Padre vuole che tutti gli uomini si salvino e il suo disegno di salvezza consiste nel ricapitolare tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, sotto un solo Signore, che è Cristo (cf. Ef 1,10). […] Tutta la creazione vuol dire anche tutti gli aspetti della natura umana» (EG 181), e tutte le sue relazioni.
Già nelle storie bibliche della creazione emerge l’idea che l’esistenza umana si caratterizza per «tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra […] queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato» (LS 66). La redenzione di Cristo, che ha vinto il peccato, offre la possibilità di armonizzare queste relazioni. La «missione dell’annuncio della Buona Notizia di Gesù Cristo», pertanto, alimenta la speranza non solo nella fine della storia, ma nel corso stesso della storia dei popoli, all’interno di una storia capace di valorizzare e ricomporre tutte le relazioni della nostra esistenza (cf. EG 181). Per questo l’opera dell’evangelizzazione ci invita a lavorare contro le disuguaglianze sociali e la mancanza di solidarietà mediante la promozione della carità e della giustizia, della compassione e della cura, certamente fra di noi, ma anche nei riguardi degli altri esseri, animali e piante, e di tutta la creazione. La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a condividere il dolore del popolo amazzonico e a collaborare alla guarigione delle sue ferite, mettendo in pratica la sua identità di Chiesa samaritana, secondo l’espressione dei Vescovi latinoamericani (cf. DAp.26).
Questa dimensione sociale – e in ultima analisi cosmica – della missione evangelizzatrice è particolarmente rilevante nel territorio amazzonico, nel quale l’interconnessione fra vita umana, ecosistemi e vita spirituale è stata e continua a essere chiara per la maggior parte dei suoi abitanti. La devastazione è «una scia di distruzione, e perfino di morte, in tutte le nostre regioni […] che mette in pericolo la vita di milioni di persone, e in special modo dell’habitat dei contadini e degli indigeni» (DAp 473). Non prendersi cura della Casa Comune «è un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità e, in definitiva, contro la vita» (DAp 125).
Perciò, come ben ci ricorda Papa Francesco, l’opera di evangelizzazione non può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39). La sua armoniosa integralità, per la precisione, «esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale» (EG 165), e, soprattutto, gli domanda di assumere e assimilare la convinzione che «tutto è collegato» (LS 91, 117, 138, 240). Questo implica che l’evangelizzatore deve promuovere progetti di vita personale, sociale e culturale per mezzo dei quali possiamo alimentare l’integralità delle nostre relazioni vitali con gli altri, con la creazione e con il Creatore. Tale chiamata ha bisogno di un ascolto attento contemporaneamente al grido dei poveri e a quello della terra (cf. LS 49).
Oggi il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cf. Es 3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che domanda la libertà e l’attenzione di Dio. È un grido che invoca la presenza di Dio, specialmente quando i popoli amazzonici, per difendere le proprie terre, si scontrano con la criminalizzazione della loro protesta – sia ad opera delle autorità che dell’opinione pubblica –; o quando sono testimoni della distruzione della foresta tropicale, che costituisce il loro habitat millenario; o quando le acque dei loro fiumi si riempiono di elementi che producono morte anziché vita.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione ecologica

«Il Regno che viene anticipato e cresce tra di noi riguarda tutto» (EG 181), ricordandoci che «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16) e che pertanto «il principio del discernimento» dell’evangelizzazione è collegato a un processo integrale di sviluppo umano (cf. EG 181). Questo processo si caratterizza, come segnala Laudato si’ (cf. nn. 137-142), per un paradigma relazionale denominato ecologia integrale, che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo.
Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente.
In Amazzonia la nozione di ecologia integrale è una chiave per rispondere alla sfida di tutelare l’immensa ricchezza della sua biodiversità ambientale e culturale. Dal punto di vista ambientale l’Amazzonia, oltre a essere «fonte di vita nel cuore della Chiesa» (REPAM), è un polmone del pianeta e uno dei luoghi in cui si trova maggiore biodiversità nel mondo (cf. LS 38). Infatti, il bacino amazzonico possiede l’ultima grande foresta tropicale che, nonostante gli interventi che ha subito e che subisce, costituisce la maggiore superficie forestale esistente nei tropici della nostra terra. Riconoscere il territorio amazzonico come bacino, al di là delle frontiere tra i Paesi, aiuta ad avere uno sguardo integrale sulla regione, essenziale per la promozione di uno sviluppo e di una ecologia integrali.
Dal punto di vista culturale, com’è stato ampiamente segnalato nella sezione precedente, l’Amazzonia è particolarmente ricca in virtù delle diverse e ancestrali concezioni del mondo delle sue popolazioni. Tale patrimonio culturale, che fa «parte dell’identità comune» della regione, si trova «minacciato» così come il suo patrimonio ambientale (LS 143). Le minacce provengono – principalmente – da una «visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, [che] tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (LS 144).
Pertanto, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per questo, ha bisogno di stabilire ponti che possano articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), particolarmente quelle che riguardano l’utilizzo sostenibile del territorio e uno sviluppo coerente con i sistemi di valori e con le culture dei popoli che abitano questi luoghi, da riconoscere come loro autentici custodi, e in definitiva come loro proprietari.
Ma l’ecologia integrale è più che la mera connessione tra l’elemento sociale e quello ambientale. Essa comprende pure la necessità di promuovere un’armonia personale, sociale ed ecologica, per la quale abbiamo bisogno di una conversione personale, sociale ed ecologica (cf. LS 210). L’ecologia integrale, dunque, ci invita a una conversione integrale. «Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze» e le omissioni con cui «offendiamo la creazione di Dio», e chiede di «pentirsi di cuore» (LS 218). Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale.
Cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti. Quando si tratta di promuovere questo cambiamento radicale che l’Amazzonia e il pianeta esigono, i processi di evangelizzazione possono contribuire molto, soprattutto grazie alla profondità con cui lo Spirito di Dio pervade la natura e i cuori delle persone e dei popoli.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione sacramentale

Mentre la Chiesa riconosce la forte ipoteca e il potere del peccato, soprattutto nella distruzione sociale e ambientale, essa non si scoraggia nel suo camminare insieme al popolo amazzonico e, sostenuta dalla grazia di Cristo, si impegna a superare la fonte del peccato. Uno sguardo ecclesiale contemplativo e una pratica sacramentale coerente sono le chiavi per l’evangelizzazione dell’Amazzonia.
«L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero» (LS 233). Chi sa contemplare «tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo», scopre l’intima connessione di tutte queste cose ed esperienze con Dio (LS 234). Perciò la comunità cristiana, specialmente in Amazzonia, è invitata a osservare la realtà con uno sguardo contemplativo mediante il quale le divenga possibile cogliere la presenza e l’azione di Dio in tutta la creazione e in tutta la storia.
Inoltre, tenendo conto che «i Sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale», la loro celebrazione è un invito permanente ad «abbracciare il mondo su un piano diverso» (LS 235). Per esempio, la celebrazione del Battesimo ci invita a considerare l’importanza dell’“acqua” come sorgente di vita, non solo come strumento o risorsa naturale, e responsabilizza la comunità credente a custodire questo elemento come dono di Dio per tutto il pianeta. Inoltre, tenendo conto che l’acqua del Battesimo purifica il battezzato da tutti i peccati, la sua celebrazione permette alla comunità cristiana di comprendere il valore dell’acqua e “del fiume” come sorgente di purificazione, facilitando l’inculturazione dei riti legati all’acqua propri della sapienza ancestrale dei popoli amazzonici.             La celebrazione dell’Eucaristia ci invita a riscoprire come «il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia» (LS 236). L’Eucaristia, pertanto, ci riporta al «centro vitale dell’universo», al fulcro traboccante d’amore e di vita inesauribile del Figlio incarnato, presente sotto le apparenze del pane e del vino, frutto della terra-vite e del lavoro degli uomini (LS 236). Nell’Eucaristia la comunità celebra un amore cosmico, in cui gli esseri umani, accanto al Figlio di Dio incarnato e a tutta la creazione, rendono grazie a Dio per la vita nuova in Cristo resuscitato (cf. LS 236). In questo modo, l’Eucaristia costituisce la comunità, una comunità pellegrina festiva che diventa «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (LS 236). Allo stesso tempo, il sangue di tanti uomini e donne che è stato versato, irrorando le terre amazzoniche per il bene dei suoi abitanti e del territorio, si mescola al Sangue di Cristo, versato per tutti e per tutta la creazione.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione ecclesiale-missionaria

Nella Chiesa in uscita (cf. EG 46), «per sua natura missionaria» (AG 2, DAp 347), tutti i battezzati hanno la responsabilità di essere discepoli missionari, partecipando alla vita ecclesiale con modalità diverse e all’interno di ambiti differenti. Una delle importanti acquisizioni della coscienza magisteriale della Chiesa è, in effetti, quella di sentirsi chiamata ad «annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» (CCC 2032; CIC can. 747). La lode a Dio deve accompagnarsi alla pratica della giustizia in favore dei poveri. Come proclama il Salmo 146 (145): «Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore finché ho vita, […] al Signore che libera i prigionieri, che dà il pane agli affamati, che sostiene l’orfano e la vedova». Questa missione ha bisogno della partecipazione di tutti e di una riflessione più ampia che permetta di considerare le condizioni storiche concrete, sia sociali che ambientali ed ecclesiali. In questo senso, un approccio missionario in Amazzonia richiede più che mai un magistero ecclesiale esercitato nell’ascolto dello Spirito Santo, che sia in grado di assicurare tanto l’unità quanto la diversità. Quest’unità nella diversità, seguendo la tradizione della Chiesa, è attraversata strutturalmente dal cosiddetto sensus fidei del Popolo di Dio. Papa Francesco ha ripreso quest’aspetto messo in luce dal Concilio Vaticano II (cf. LG 12; DV 10), ricordando che «in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia […]. Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio» (EG 119). Tale discernimento deve essere accompagnato dai pastori, specialmente dai Vescovi. Infatti, la conservazione della Tradizione ecclesiale, attuata da tutto il Popolo di Dio, esige l’unità di questo Popolo con i suoi pastori (cf. DV 10) per la lettura e il discernimento delle nuove realtà. Sono i Vescovi, come principio di unità del Popolo di Dio (cf. LG 23), coloro che hanno la responsabilità di conservare l’unità della Tradizione originata e basata sulle Sacre Scritture (cf. DV 9). Così, il senso religioso dell’Amazzonia, come esempio di espressione del sensus fidei, ha bisogno dell’accompagnamento e della presenza dei pastori (cf. EN 48). Quando Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, ha affermato: «Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». I rappresentati dei popoli presenti, da parte loro, gli hanno risposto: «Noi veniamo ad ascoltare Vostra Santità, a stare insieme al Papa nel cuore della Chiesa e a partecipare all’edificazione di questa Chiesa perché assuma sempre più un volto amazzonico». In questo ascolto reciproco tra il Papa (e le autorità ecclesiali) e gli abitanti del popolo amazzonico si alimenta e si rafforza il sensus fidei del Popolo e cresce il suo essere ecclesiale: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire» (EG 171).
L’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il Popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi» (DAp 100, e). Confidiamo che la Chiesa, radicata nelle sue dimensioni sinodali e missionarie (cf. Francesco, Discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015), possa generare processi di ascolto (vedere-ascoltare) e di discernimento (giudicare), per poter rispondere (agire) alle realtà concrete dei popoli amazzonici.

 

III. AGIRE. NUOVI CAMMINI PER UNA CHIESA DAL VOLTO AMAZZONICO

  1. Chiesa dal volto amazzonico

«Essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115). L’universalità o cattolicità della Chiesa si trova dunque arricchita mediante «la bellezza di questo volto pluriforme» (NMI 40) delle diverse manifestazioni delle Chiese particolari e delle loro culture. Come ha segnalato Papa Francesco nel suo incontro con le comunità amazzoniche a Puerto Maldonado, «quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo” (Es 3,5)» (Fr. PM).
La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità ponendosi in ascolto della saggezza dei popoli che la compongono. Per questo motivo, l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica è chiamata a individuare nuovi cammini per far crescere il volto amazzonico della Chiesa e anche per rispondere alle situazioni di ingiustizia della regione, come il neocolonialismo delle industrie estrattive, i progetti infrastrutturali che danneggiano la biodiversità e l’imposizione di modelli culturali ed economici estranei alla vita dei popoli.
Così, rivolgendo l’attenzione alla realtà locale e alla diversità delle microstrutture concrete della regione, la Chiesa si rafforza costituendosi come un’alternativa di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza e alla logica uniformizzante incentivata da tanti mezzi di comunicazione, così come a un modello economico che non è solito rispettare i popoli amazzonici e i loro territori.
Da parte loro le Chiese locali, che sono anch’esse Chiese missionarie, in uscita, possono trovare nelle loro periferie dei luoghi privilegiati di esperienza evangelizzatrice, perché è là che «maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto» (EG 30). Nelle periferie i missionari incontrano gli emarginati, i profughi e i rifugiati, i disperati e gli esclusi, dunque Gesù Cristo crocifisso ed esaltato, «che ha voluto identificarsi con particolare tenerezza con i più deboli e poveri» (DP 196).
Durante la preparazione del Sinodo, si dovrà cercare di individuare esperienze pastorali locali, sia positive che negative, che possano illuminare il discernimento in vista dell’elaborazione di nuove linee d’azione.

  1. Dimensione profetica

Di fronte all’attuale crisi socio-ambientale, occorrono luci di orientamento e di azione per poter operare la trasformazione delle pratiche e degli atteggiamenti.
Bisogna superare la miopia, la frettolosità e le soluzioni di corto raggio. È necessario mantenere una prospettiva globale e andare oltre gli interessi propri o particolari, per poter condividere ed essere responsabili di un progetto comune e globale.
«Tutto è collegato» è un’affermazione su cui tanto insiste Papa Francesco, allo scopo di entrare in dialogo con le radici spirituali delle grandi tradizioni religiose e culturali. Si fa strada l’esigenza di un consenso intorno a un’agenda minima: sviluppo integrale e sostenibile, così com’è stato descritto in precedenza, che include allevamento e agricoltura sostenibili, energia non contaminata, rispetto delle identità e dei diritti dei popoli tradizionali, acqua potabile per tutti. Si tratta di temi fondamentali spesso assenti in Panamazzonia.
Si deve trovare un equilibrio e l’economia deve privilegiare la sua vocazione in favore della dignità della vita umana. Questo rapporto di equilibrio deve tutelare l’ambiente e la vita dei più vulnerabili. Attualmente c’è «una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS 139).
L’Enciclica Laudato si’ (cf. nn. 216ss) ci invita a una conversione ecologica che esige uno stile di vita nuovo. L’orizzonte di riferimento è rappresentato dall’altro. Si deve praticare la solidarietà globale e superare l’individualismo, dischiudere cammini nuovi di libertà, verità e bellezza. La conversione domanda di liberarci dall’ossessione del consumo. Comprare è un atto morale, non solo economico. La conversione ecologica significa assumere la mistica dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato. La gratuità non può che imporsi nei nostri comportamenti quando comprendiamo che la vita è dono di Dio. Abbracciare la vita in solidarietà comunitaria esige un cambiamento del cuore.
Questo nuovo paradigma apre prospettive di trasformazione personale e sociale. La gioia e la pace sono possibili quando non siamo ossessionati dal consumo. Papa Francesco propone un rapporto armonioso con la natura che ci consente di vivere una felice sobrietà, la pace interiore con se stessi in relazione con il bene comune, e una serena armonia che domanda di accontentarsi di quel che è veramente necessario. Si tratta di qualcosa che le culture occidentali possono, e forse devono, apprendere dalle culture tradizionali amazzoniche, come pure da altri territori e comunità del pianeta. Essi, i popoli, «hanno molto da insegnarci» (EG 198). Nell’amore per la loro terra e nella loro relazione con gli ecosistemi, essi conoscono il Dio Creatore, sorgente di vita. Quei popoli «con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente» (EG 198). Essi, nella loro concezione dialogica della vita sociale, sono mossi dallo Spirito Santo. Per questo Papa Francesco ha affermato che «è necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» e dalle loro culture, e che il compito della nuova evangelizzazione richiede di «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche [siamo chiamati] ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198). Di conseguenza, i loro insegnamenti potrebbero indicare la direzione delle priorità per i nuovi cammini della Chiesa in Amazzonia.

  1. Ministeri dal volto amazzonico

Attraverso molti incontri regionali in Amazzonia, la Chiesa Cattolica ha approfondito la consapevolezza che la sua universalità si incarna nella storia e nelle culture locali. In questo modo si manifesta e si realizza la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica (cf. CD 11). Grazie a tale consapevolezza, la Chiesa tiene oggi gli occhi puntati sull’Amazzonia con una visione d’insieme, che le permette di rendersi conto delle grandi sfide socio-politiche, economiche ed ecclesiali che minacciano questa regione, ma senza perdere la speranza nella presenza di Dio, alimentata dalla creatività e dalla tenace perseveranza dei suoi abitanti.
Negli ultimi decenni, anche grazie al grande impulso venuto dal Documento di Aparecida, la Chiesa dell’Amazzonia ha preso coscienza che, a causa delle immense distese territoriali, della grande varietà dei popoli e dei rapidi cambiamenti degli scenari socio-economici, la sua pastorale non riusciva a garantire che una presenza precaria. Era (e continua a essere) necessaria una maggiore presenza ecclesiale, per poter rispondere a tutto ciò che è specifico di questa regione a partire dai valori del Vangelo, avendo consapevolezza, fra l’altro, dell’immensa estensione geografica, tante volte di difficile accesso, della grande diversità culturale e del forte influsso esercitato da interessi nazionali e internazionali in cerca di un arricchimento economico facile attraverso le risorse presenti nella regione. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale.
La Chiesa dal volto amazzonico deve «ricercare un modello di sviluppo alternativo, integrale e solidale, fondato su un’etica attenta alla responsabilità per un’autentica ecologia naturale e umana, che sia radicata nel Vangelo della giustizia, nella solidarietà e nella destinazione universale dei beni; che superi la logica utilitarista ed individualista, che rifiuta di sottoporre ai criteri etici i poteri economici e tecnologici» (DAp 474, c). Pertanto, è necessario incoraggiare tutto il Popolo di Dio a partecipare alla missione di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re (cf. LG 9), e a non rimanere indifferente di fronte alle ingiustizie della regione per poter individuare, in ascolto dello Spirito, gli auspicati nuovi cammini.
Questi nuovi cammini per la pastorale dell’Amazzonia esigono di «rilanciare l’opera delle Chiesa» (DAp 11) nel territorio e di approfondire il «processo di inculturazione» (EG 126), che domanda alla Chiesa amazzonica di avanzare proposte «coraggiose», fatte con «audacia» e «senza paura», come ci chiede Papa Francesco. Il profilo profetico della Chiesa si mostra oggi attraverso il suo profilo ministeriale partecipativo, capace di rendere i popoli indigeni e le comunità amazzoniche i «principali interlocutori» (LS 146) all’interno di tutte le questioni pastorali e socio-ambientali del territorio.
Per intervenire sulla presenza precaria della Chiesa e trasformarla in una presenza più capillare e incarnata, c’è bisogno di stabilire una gerarchia delle urgenze in Amazzonia. Il Documento di Aparecida menziona la necessità di una «coerenza eucaristica» (DAp 436) per tutta la regione amazzonica, riferendosi non solo alla possibilità che tutti i battezzati partecipino alla Messa dominicale, ma anche all’esigenza che crescano cieli nuovi e terra nuova come anticipazione del Regno di Dio in Amazzonia.
In questo senso il Vaticano II ci ricorda che tutto il Popolo di Dio partecipa al sacerdozio di Cristo, benché distinguendo tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale (cf. LG 10). Per questo è urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno» (Fr. PM). Una priorità è quella di precisare i contenuti, i metodi e gli atteggiamenti di una pastorale inculturata, capace di rispondere alle grandi sfide del territorio. Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

  1. Nuovi cammini

Mentre pensiamo a una Chiesa dal volto amazzonico, sogniamo con i piedi per terra, la nostra terra di origine. Al tempo stesso, riflettiamo con gli occhi aperti su come questa Chiesa dovrà essere, a partire dalla concreta varietà culturale dei popoli. I nuovi cammini dovranno incidere sui ministeri, sulla liturgia e sulla teologia (teologia india).
La Chiesa si è indirizzata ai popoli mossa dal mandato di Gesù e dalla fedeltà al suo Vangelo. Oggi essa ha bisogno di scoprire «con gioia e rispetto i semi della Parola» (AG 11) all’interno della regione.
Tutto il Popolo di Dio, con i suoi Vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, missionari e missionarie religiosi e laici, è chiamato a entrare con cuore aperto in questo nuovo cammino ecclesiale. Tutti sono chiamati a vivere insieme alle comunità e a impegnarsi in difesa della loro esistenza, ad amarle e ad amare le loro culture. I missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori devono coltivare la spiritualità della contemplazione e della gratuità, sentire con il cuore e guardare con gli occhi di Dio i popoli amazzonici e indigeni.
La spiritualità pratica, quella con i piedi per terra, offre la possibilità di trovare la gioia e il gusto di vivere insieme ai popoli amazzonici, e così di valorizzare le loro ricchezze culturali in cui Dio ha seminato il seme della Buona Notizia. Dobbiamo essere anche capaci di riconoscere quegli elementi presenti all’interno delle culture che, essendo storicamente condizionati, hanno bisogno di purificazione, e di lavorare per la conversione individuale e comunitaria, coltivando il dialogo a diversi livelli. La spiritualità profetica e del martirio accresce il nostro impegno per la vita dei popoli e la difesa del loro passato e del loro presente, spingendoci a guardare avanti per costruire una nuova storia.
Siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni. Dobbiamo aggregare le forze per prenderci insieme cura della nostra Casa Comune.
C’è bisogno di una spiritualità di comunione fra i missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori, per imparare insieme ad accompagnare le persone, ascoltando le loro storie, partecipando ai loro progetti di vita, condividendo la loro spiritualità e facendo proprie le loro lotte. Una spiritualità con lo stile di Gesù: semplice, umano, dialogante, samaritano, che permetta di celebrare la vita, la liturgia, l’Eucaristia, le feste, sempre rispettando i ritmi propri di ogni popolo.
Incoraggiare lo sviluppo di una Chiesa dal volto amazzonico implica, per i missionari, la capacità di scoprire i semi e i frutti del Verbo già presenti nella concezione del mondo dei popoli della regione. Per fare questo è necessario assicurare una presenza stabile e conoscere la lingua autoctona, la cultura e l’esperienza spirituale di quei popoli. Soltanto così la Chiesa potrà rendere presente tra di essi la vita di Cristo.
Per concludere, e ricordando le parole di Papa Francesco, vorremmo «chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo» (Francesco, Omelia nella Messa di inizio del ministero petrino, 19.III.2013).
Inoltre, vorremmo anche chiedere ai popoli dell’Amazzonia: «Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019» (Fr. PM).

QUESTIONARIO

La finalità del Questionario è quella di ascoltare la Chiesa di Dio in riferimento ai «nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale» in Amazzonia. Lo Spirito parla attraverso tutto il Popolo di Dio. Ascoltandolo si possono conoscere le sfide, le speranze, le proposte, e riconoscere i nuovi cammini che Dio chiede alla Chiesa in questo territorio. Il presente Questionario è indirizzato ai pastori affinché vi rispondano consultando il Popolo di Dio. Per fare questo sono invitati a cercare i mezzi più adeguati secondo le specifiche realtà locali. Il Questionario è strutturato in tre parti che corrispondono alle diverse sezioni del Documento Preparatorio: vedere, discernere-giudicare, agire.

1a PARTE

  1. Quali sono i problemi più importanti nella sua comunità: le minacce e le difficoltà che riguardano la vita, il territorio e la cultura?
  2. Alla luce di Laudato si’, come si configurano la biodiversità e la sociodiversità nel suo territorio?
  3. Come incidono o non incidono queste diversità nel suo lavoro pastorale?
  4. Alla luce dei valori del Vangelo, che tipo di società dobbiamo promuovere e di quali mezzi disponiamo per farlo, tenendo conto della realtà rurale e di quella urbana e delle loro differenze socio-culturali?
  5. Considerata l’enorme ricchezza della loro identità culturale, quali sono i contributi, le aspirazioni e le sfide dei popoli amazzonici in relazione alla Chiesa e al mondo?
  6. In quale maniera questi contributi possono essere integrati in una Chiesa dal volto amazzonico?
  7. Come la Chiesa deve accompagnare i processi di organizzazione dei popoli in riferimento alla loro identità e alla difesa dei loro territori e diritti all’interno di una pastorale integrale?
  8. Quali dovrebbero essere le risposte della Chiesa alle sfide della pastorale urbana nel territorio amazzonico?
  9. Se esistono nel suo territorio Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV), come la Chiesa dovrebbe comportarsi per difendere la loro vita e i loro diritti?

2a PARTE

  1. Quali speranze offre la presenza della Chiesa alle comunità amazzoniche in ordine alla vita, al territorio e alla cultura?
  2. Come promuovere un’ecologia integrale, ovvero ambientale, economica, sociale, culturale e della vita quotidiana (cf. LS 137-162) in Amazzonia?
  3. Nel contesto della sua Chiesa locale, in che modo Gesù è Buona Notizia nella vita della famiglia, della comunità e della società amazzoniche?
  4. Come la comunità cristiana può rispondere alle situazioni di ingiustizia, povertà, disuguaglianza, violenze (tra le altre ricordiamo la droga, la tratta di persone, la violenza contro la donna, lo sfruttamento sessuale, la discriminazione verso i popoli indigeni e i migranti) e di esclusione in Amazzonia?
  5. Quali elementi specifici delle identità culturali possono facilitare l’annuncio del Vangelo nella novità del mistero di Gesù?
  6. Quali cammini si possono intraprendere per inculturare la nostra pratica sacramentale nell’esperienza vissuta dei popoli indigeni?
  7. Come la comunità dei credenti, che è «missionaria per sua natura» e nel modo che le è specifico, partecipa al magistero concreto e quotidiano della Chiesa in Amazzonia?

3a PARTE

  1. Quale Chiesa sogniamo per l’Amazzonia?
  2. Come immagina una Chiesa in uscita e dal volto amazzonico e quali caratteristiche dovrebbe avere?
  3. Esistono spazi di espressione autoctona e di partecipazione attiva nella pratica liturgica delle sue comunità?
  4. Una delle grandi sfide in Amazzonia è l’impossibilità di celebrare l’Eucaristia in modo frequente e in tutti i luoghi. Come rispondere a questo?
  5. Come riconoscere e valorizzare il ruolo dei laici nei diversi ambiti pastorali (catechesi, liturgia e carità)?
  6. Quale ruolo devono avere i laici nei diversi ambiti socio-ambientali nel territorio?
  7. Cosa deve caratterizzare l’annuncio e la denuncia profetici in Amazzonia?
  8. Quali caratteristiche devono possedere coloro che recano l’annuncio della Buona Notizia in Amazzonia?
  9. Quali sono i servizi e i ministeri dal volto amazzonico nella sua giurisdizione ecclesiastica e quali caratteristiche hanno?
  10. Quali sono i servizi e i ministeri dal volto amazzonico che Lei ritiene dovrebbero essere creati e promossi?
  11. In che modo la vita consacrata può contribuire con i suoi carismi alla costruzione di una Chiesa dal volto amazzonico?
  12. Il ruolo delle donne nelle nostre comunità è di somma importanza: come riconoscerlo e valorizzarlo nella prospettiva di nuovi cammini pastorali?
  13. Come la religiosità popolare, e in particolare la devozione mariana, si integrano e possono contribuire ad aprire nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia?
  14. Quale potrebbe essere il contributo dei mezzi di comunicazione per aiutare a costruire una Chiesa dal volto amazzonico?

* * *

SIGLE E ABBREVIAZIONI

AG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Ad Gentes (7.XII.1965)
CCC: Catechismo della Chiesa Cattolica (11.X.1992)
CIC: Codice di Diritto Canonico (25.I.1983)
CD: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Christus Dominus (28.X.1965)
DAp: Documento di Aparecida. Testo conclusivo della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (2007)
DP: Documento di Puebla. Testo conclusivo della III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (1979)
DSD: Documento di Santo Domingo. Testo conclusivo della IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (1992)
DV: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum (18.XI.1965)
EG: Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24.XI.2013)
EN: Paolo VI, Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi (8.XII.1975)
Fr. PM: Francesco, Discorso in occasione dell’Incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù (19.I.2018)
Fr. EP: Francesco, Saluto in occasione dell’Incontro con la popolazione di Puerto Maldonado (19.I.2018)
Fr. FPI: Francesco, Discorso ai rappresentanti dei popoli indigeni (15.II.2017)
GS: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (7.XII.1965)
LG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (21.XI.1964)
LS: Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’ (24.V.2015)
NMI: Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte (6.I.2001)
PIAV: Popoli Indigeni in Isolamento Volontario
POConcilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis (7.XII.1965)
PP: Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio (26.III.1967)
REPAM: Rapporto Esecutivo dell’Incontro Fondativo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (12.IX.2014)
SC: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium (4.XII.1963)




P. Ermes Ronchi.
L’ASCOLTO, PRIMO SERVIZIO A DIO

L’ascolto, primo servizio a Dio. E. Ronchi (Avvenire15/07/2010)

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le escluse, come agli apostoli, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più riposti segreti del Signore. Gesù ha una meta, Gerusalemme, ma non tira mai dritto, non «passa oltre» quando incontra qualcuno. Per lui, come per il buon samaritano, ogni incontro diventa una meta. Maria seduta ai piedi del Signore ascolta la sua parola. Il primo servizio da rendere a Dio – e a tutti – è l’ascolto. Dare un po’ di tempo e un po’ di cuore; è dall’ascolto che comincia la relazione. Allora una sorta di contagio ti prende quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce. Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione. A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri, troppo correre, «prima la persona poi le cose». Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno. Dice Gesù: non ti affannare per nulla che non sia la tua essenza eterna. Gesù non sopporta che Marta, sia impoverita in un ruolo di servizio, che si perda nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa, condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza. Perché Gesù non cerca servitori, ma amici, non persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé, come santa Maria: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. In me le due sorelle si tengono per mano. Con loro passerò da un Dio sentito come affanno, è Marta, a un Dio sentito come stupore, è Maria. Imparerò a passare da un Dio sentito come dovere, a un Dio sentito come desiderio. (Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)




Domenica 16a. 21 luglio 2019.
CONTEMPL-ATTIVI. Don Augusto Fontana

«Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Rom.15,7). Invece una delle caratteristiche della nostra società é l’anonimato. Abitiamo insieme senza conoscerci, gli uni stranieri agli altri, perfino dentro i rapporti più cari e intimi. E le prospettive non sono rosee visto che cresce la privatizzazione e il soggettivismo. Coltiviamo il sospetto che gli altri si intromettano nella nostra vita per privarci di qualcosa anziché per darci una vita insperata come succede ad Abramo nella prima lettura o per darci una diversa dignità come succede alle due donne del Vangelo. Gesù e gli altri, accolti come risorsa: «Signore quando visiti la terra la disseti» dice il Salmo 64.

Preghiamo. Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.

Dal libro della Genesi 18,1-10
Abramo abitava presso le Querce di Mamre. Un giorno, nell’ora più calda mentre stava seduto all’ingresso della sua tenda, gli apparve il Signore. Abramo alzò gli occhi e vide tre uomini in piedi, davanti a lui. Appena li vide dall’ingresso della tenda, subito corse loro incontro, si inchinò fino a terra e disse: – Mio Signore, ti prego, non andare oltre. Fermati. Sono qui per servirti. Vi farò subito portare dell’acqua per lavarvi i piedi. Intanto riposatevi sotto quest’albero. Poi vi darò qualcosa da mangiare. Dopo esservi ristorati potrete continuare il vostro viaggio. Non dovete essere passati di qui inutilmente. – Va bene, – risposerò, – fa’ come hai detto. Abramo entrò in fretta nella tenda, da Sara. – Presto, – le disse, – impasta tre razioni di fior di farina e prepara alcune focacce. Egli stesso corse dove teneva gli animali, scelse un vitello tenero e buono e lo diede un servitore che subito si mise a prepararlo. Prese del burro, del latte, la carne che era stata preparata e portò tutto agli ospiti. Mentre essi mangiavano sotto l’albero, egli stava in piedi accanto a loro. Alla fine gli chiesero: – Dov’è tua moglie Sara? – Nella tenda, – rispose Abramo. Il Signore disse: – Io ritornerò sicuramente da te l’anno prossimo e allora tua moglie Sara avrà un figlio.

Salmo 14 . Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.
Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore,
non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1, 24-28.
Fratelli, sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo.

Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42
Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola; Marta invece era distolta dai molti servizi. Allora si vece avanti e disse: “Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti affani e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

CONTEMPL-ATTIVI. Don Augusto Fontana

 «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Romani 15,7). Invece una delle caratteristiche della nostra società é l’anonimato. Abitiamo insieme senza conoscerci, gli uni stranieri agli altri, perfino dentro i rapporti più cari e intimi. E le prospettive non sono rosee visto che cresce la privatizzazione e il soggettivismo. Coltiviamo il sospetto che gli altri si intromettano nella nostra vita per privarci di qualcosa anziché per darci una vita insperata come succede ad Abramo nella prima lettura o per darci una diversa dignità come succede alle due donne del Vangelo.
Gesù e gli altri, accolti come risorsa: «Signore quando visiti la terra la disseti» dice il Salmo 64. L’apartheid non é solo verso gli stranieri, ma anche verso quelli di casa che non ascoltiamo in profondità, o verso chi non appartiene alla tribù del nostro schieramento o della nostra fede. Su questo fondale risuona la parola del Signore: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi». Siamo qui in questa tenda di Abramo, in questa casa che diventa il luogo ospitale di Cristo. E siamo invitati a rivivere i due eventi narrati dalla prima lettura e dal vangelo.
«Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Rom. 15,7). Come Cristo ha accolto voi. Questa tenda che sembra la nostra tenda di fatto é la Sua. Le parti si invertono, le proprietà della tenda si fanno più chiare tanto che il Salmo di oggi ci fa proclamare « Chi ama il Signore, abiterà nella sua tenda». Nella sua tenda.
Allora i viandanti, gli stranieri siamo noi. E’ difficile accettare di riconoscere che ciascuno é uno straniero a se stesso, a Dio, agli altri, che ciascuno é fuori dalla propria vera umanità. E’ questo un luogo teologico fondamentale nella fede ebraica e cristiana. Dice il Salmo 38,13: Ascolta Signore la mia preghiera, il mio grido, le mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero come tutti i miei padri. Il Signore ci fa la cortesia di quel padre della parabola di Luca 15,20 «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Questi verbi hanno il ritmo dei verbi del buon samaritano di domenica scorsa.
Noi, come Pietro siamo fuori, non solo dall’aula del tribunale dove si svolge il processo a Gesù, ma ancora più lontano, fuori addirittura dal cortile «Tu sei del suo gruppo! disse la serva a Pietro. Ma egli negò: “Non so e non capisco quello che vuoi dire”. E uscì fuori del cortile e il gallo cantò» (Mc.14,68). Ecco dove andiamo spesso: “fuori del cortile”. Pur bisognosi di casa, abbiamo fatto non uno, ma due passi indietro. Chi fra noi, oggi, sente risuonare quel canto stridulo del gallo che lo riporta all’incontro con quegli occhi brucianti come un rimprovero, ma vitalizzanti come un’utero, come dice Luca «guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto»? Chi fra noi davvero percepisce oggi lo spessore di questa alienazione, di questo stranierità, di questo essere fuori o di questo venire da lontano? Chi fra noi sente risuonare dentro le parole di Gesù sulla porta della sua tenda:«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mat. 11,28)?
Su questa assoluta ospitalità del Signore c’è però un’ombra che non ci lascia tranquilli perché si può rischiare di restare chiusi fuori: «arrivò lo sposo e le ragazze che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre ragazze e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco»(Mt. 25,10-12).
Chi, fra noi, si sente bene qui sulla soglia della tenda del Signore? Chi si é sentito aspettato e ora si sente arrivato a casa e sente il beneficio di un’aria avvolgente, priva di giudizi, ma gravida di energia, gravida di parole terapeutiche sebbene non falsamente consolatorie?

Dentro di me abitano Marta e Maria.
Ma ora sulla soglia di questa tenda o nelle mura di questa casa le parti si invertono.
Gesù a volte si autodefinisce un passatore, uno straniero, un viandante. Due domeniche fa, al discepolo che voleva seguirlo Gesù chiarisce la propria identità: «Le bestie hanno tane e nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove appoggiare il capo» (Luca 9,58). E nell’Apocalisse 3,20 «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». E infatti nel vangelo di oggi: «Una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa e si mise a servirlo» (Lc.10,38) e la sorella «ascoltava la sua parola».
E qui emerge l’antico problema: é vero che Gesù opta per una modalità di accoglienza contemplativa considerata più qualificata dell’altra diaconale e attiva? Diceva l’Apocalisse: Se qualcuno ascolta la mia voce…
Alle donne era impossibile diventare discepole di un rabbi: «Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate ad una donna» (Talmud Babilonese Sotàh 19a).
La parte migliore scelta da Maria é la capacità di ridefinire il proprio statuto di vita e la propria identità. Passare, cioè, da donna a discepola. «Ascolta Israele!» (Deut. 6,4-5). E’ davvero una nuova spiritualità soprattutto laicale che ci indica come ospitare Dio.
Anthony De Mello[1] ci narra: “Un giovane discepolo appena arrivato al monastero chiese al maestro: «Qual é l’atto supremo che una persona può compiere?». E il maestro rispose: «Sedere in meditazione». Ma il discepolo vedeva che il maestro non sedeva mai in meditazione ed era incessantemente impegnato nei lavori di casa, nei campi, nell’incontrare gente o scrivere libri. Finchè un giorno il discepolo gli chiese: «Allora perché passi tutto il tuo tempo lavorando?». Al che il maestro rispose: «Quando si lavora non si deve necessariamente smettere di sedere in meditazione»”.
Occorre restare discepoli di Gesù sempre, come dice il documento del convegno di Palermo del 1995: «L’amore congiunge preghiera con impegno in modo da renderci contemplativi nell’azione e fare memoria del mondo davanti a Dio…Non è uno spiritualismo intimista, nè un attivismo sociale, ma una sintesi vitale, capace di redimere l’esistenza vuota e frammentata, di dare unità, significato e speranza» [2].
Comunque sembra che Gesù non andasse poi sempre tanto per il sottile in quanto pare che le porte che si aprivano di più fossero quelle di gente di cattiva reputazione tanto da infastidire i suoi: «Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» (Mt. 9,11). Gli é capitata bella; dopo essere stato il Dio che accoglie, gli capita di diventare a sua volta mendicante di ospitalità e per di più straniero in casa propria: «…poi lo condussero fuori della città per crocifiggerlo» (Marco 15,20). «Si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio» (Luca 4,29). Anzi in quella pelle da straniero sembra starci bene visto che opta per quella situazione come luogo di riconoscimento della sua presenza: «Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato?… Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.» (Mt.25,38-40).
Come Cristo ha accolto voi, accoglietevi gli uni gli altri. Se c’é una motivazione per l’accoglienza questa nasce dall’aver fatto esperienza di essere stati accolti.
E’ necessario chiederci ogni mattina e sera: «Chi può dipendere da me oggi? chi mi é passato accanto?» E occorre anche guardarsi in giro come Abramo perché se non lo avesse fatto avrebbe perso l’occasione della sua vita. Quel Dio che appare ad Abramo nelle spoglie dello straniero é la prefigurazione dell’Incarnazione di Gesù. Dice S. Tommaso che noi conosciamo Dio come “sconosciuto”. E noi questa alterità, questa stranierità di Dio la sperimentiamo ogni volta che entra, nella nostra cerchia, il diverso e l’estraneo. In quel momento ci troviamo provocati ad espellere ciò che non ci rassomiglia, ma é bene che ci rendiamo conto che «quando arriva il barbaro arriva Dio», come scrisse Padre Ernesto Balducci [3]. Ecco perché la non accoglienza é un peccato contro la fede; é come se non credessi che l’Incarnazione di Gesù prosegue in loro.

Contempl-attivi.
Riflessioni liberamente tratte dal libro: Cirenei della gioia” di Don Tonino Bello:
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita” (Giovanni 13,4). Dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione. Alzarsi da tavola come ha fatto Gesù significa che non si può star lì a fare la siesta; che non è giusto consumare il tempo in certi narcisismi spirituali che qualche volta ci attanagliano anche nelle nostre assemblee. Infatti è bello stare attorno al Signore con i nostri canti che non finiscono mai o a fare le nostre prediche. Ma c’è anche da fare i conti con la sponda della vita. La fede la consumiamo nel perimetro delle nostre chiese e lì dentro siamo anche bravi; ma poi non ci alziamo da tavola, rimaniamo seduti lì, ci piace il linguaggio delle pantofole, delle vestaglie, del caminetto; non affrontiamo il pericolo della strada. Dobbiamo alzarci da tavola. Il Signore Gesù vuole strapparci dal nostro sacro rifugio, da quell’intimismo ovattato dove le percussioni del mondo giungono attutite dai nostri muri, dove non penetra l’ordine del giorno che il mondo ci impone.


[1] A. De Mello Un minuto di saggezza pag.184.
[2] da “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia” n. 11

[3] E. Balducci, Il mandorlo e il fuoco, vol. 3, Commento alla liturgia della Parola anno C, Borla 1979, pag. 269.




15a domenica C – 14 luglio 2019.
Il SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’. Don Augusto Fontana

Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu fortunato: incontra un ferito una volta ed è santificato da Gesù per i secoli dei secoli…

 15a domenica C – 14 luglio 2019

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen

Dal libro del Deuteronomio 30,10-14. Mosè parlò al popolo dicendo: “Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge; e ti convertirai al Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”.

Sal 18 I tuoi giudizi, Signore, danno gioia.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace[1], rende saggio il semplice.
Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi.
Il timore del Signore è puro, dura sempre; i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,
più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1,15-20. Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo, nato dal Padre prima della creazione del mondo. Tutte le cose create, in cielo e sulla terra, sono state fatte per mezzo di lui, sia le cose visibili sia quelle invisibili: i poteri, le forze, le autorità, le potenze. Tutto fu creato per mezzo di lui e per lui. Cristo è prima di tutte le cose e tiene insieme tutto l’universo. Egli è anche capo di quel corpo che è la Chiesa, è la fonte della nuova vita, è il primo risuscitato dai morti: egli deve sempre avere il primo posto in tutto. Perché Dio ha voluto essere pienamente presente in lui e per mezzo di lui ha voluto rifare amicizia con tutte le cose, con quelle della terra e con quelle del cielo; per mezzo della sua morte in croce Dio ha fatto pace con tutti.

Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37. Un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Torà? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò dall’altra parte. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

 Il SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’.  Don Augusto Fontana
Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu, tutto sommato, fortunato: incontra un ferito una volta nella vita ed è, per questo, santificato da Gesù nel suo vangelo per i secoli dei secoli. Ma noi, ogni giorno vediamo, sappiamo, conosciamo carni maciullate, schiave esposte, bimbi violati di sesso o di armi o di lavoro. Siamo all’assuefazione, alla indifferenza inescusabile ma inevitabile. La “Evangelii gaudium” (n.53) scrive: “Si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri, né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”.
Don Milani difendeva il “principio della cura” (I care = mi preoccupo) contro quel sottile qualunquismo di ieri che ha infettato anche me. E mi chiedo come fa Dio, il Signore, a non diventare un po’ assuefatto pure lui che da quel giorno sul monte Oreb continua a guardare, ascoltare e scendere per liberare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto» (Es. 3,7-8).
Padre Antonio Izquierdo scrisse, con una felice intuizione, che «il buon samaritano è lo pseudonimo di Gesù».
I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo ribelle che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, dalla Gerusalemme Celeste. Nei briganti che assalgono l’uomo, i Padri della Chiesa vedono il tentatore che ci spoglia dell’amicizia con Dio e ci percuote con le sue insidie. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica Legge per la nostra salvezza e che invece sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste ci cura con l’olio della consolazione e il vino dello Spirito e della speranza. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore, intravedono i pastori nelle mani dei quali Gesù affida la cura del suo popolo. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù alla destra del Padre, ma che promette di ritornare per completare i suoi doni. Alla chiesa Gesù lascia i suoi due denari: la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola. 

PERSONAGGI E INTERPRETI. 

   Un uomo incappò nei rapinatori. Gesù ambienta la parabola in questa strada tra Gerusalemme e Gerico, nota per le sue insidie. Quest’uomo è Adamo, è ognuno di noi camminatori imprudenti su sentieri che conducono lontano dall’Eden. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri» (Salmo 24,4). Questa strada si presta a interpretare bene anche la nostra situazione di discepoli: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10, 3).
   Un sacerdote vedendolo passò dall’altra parte. Il sacerdote è un professionista della religione, come qualsiasi devoto che passa il suo tempo in chiesa; si trova per caso sulla via della sofferenza dell’uomo ma, appena la sbircia, gira alla larga. L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi o doveri perchè deve primariamente interessarsi delle “cose di Dio”. Se non sapessimo che questa parabola risale a Gesù la diremmo nata dalla mente dissacratrice di un nemico della religione, un’invenzione sacrilega di un anticlericale che si diverte a denigrare i preti. Ma siccome è Gesù a parlare ci mettiamo in ascolto di una profezia che vuole colpire liturgie e pratiche religiose avulse dalla carità e dalla vita: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; non posso sopportare delitto e solennità. Le vostre feste io le detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli» (Isaia 1,13-14).
    Il levita. Il levita è un funzionario che scodinzola nel tempio, un chierichetto, un seminarista, una monachella. Anche lui “passa dall’altra parte”. Il levita è il tipo di tutti coloro che, nella Chiesa, sono notai di Istituzioni e di Leggi, di Immobili e Tradizioni e sanno distinguere bene le eminenze e i monsignori.
   Un samaritano era in viaggio…Ora arriva Gesù, questo “extracomunitario samaritano” che si avvicina: «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Deut. 30,14) e io non possa accampare scuse dicendo che è irraggiungibile. L’Incarnazione è un Dio che anziché chiudersi in se stesso in maniera narcisistica e oziosa sceglie di aprirsi all’esterno. E’ ciò che i Padri antichi della chiesa hanno sintetizzato con l’idea della “con-discendenza” (syn-katàbasis), cioè il suo essere-per-l’uomo. Il teologo Chenu, in periodo di Concilio Vaticano II°, chiamava questa modalità dell’agire di Dio, “legge dell’estroversione[2]. Il Concilio Vaticano II° nella “Gaudium et spes” scrive: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo … egli si è fatto veramente uno di noi” (GS n. 10). E’ per questo motivo che “chiunque segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS n. 41). Il Gesù-samaritano sembra non gradire certi riti che privilegiano più il salotto che la strada, più le pantofole che gli scarponi da viaggio, più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino.
Forse alla base del racconto di Luca c’è una pagina del 2° Libro delle Cronache (28,15) dove alcuni Samaritani usano pietà verso i Giudei, esattamente come il Samaritano della parabola lucana. Se le cose stanno così, ci troviamo, anche qui, davanti a un midràsh cristiano del racconto del Libro delle Cronache [3].
   “passandogli accanto”. Gli altri due “passano dall’altro lato” con un gesto non solo di indifferenza, ma di esplicito scostamento. Altre volte questo “passare accanto” di Gesù ha scatenato campi magnetici tonificanti: Mt. 20, 30 «Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!»; Mc 1,16 «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare…»; Mc 2,14 «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì»; Lc 19,4 «Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là».
“lo vide”. Anche il “vedere” è una qualità di Dio e un suo dono. Non per niente Gesù guarisce parecchi ciechi. Ci vogliono occhi per vedere i poveri. “La povertà non è solo quella del denaro, ma anche della mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, la disoccupazione … gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari e tutte le frustrazioni che provengono dall’incapacità di integrarsi nel gruppo umano più prossimo” (Paolo VI). Sono i droup-out: i “caduti fuori” dal circuito, i caduti in disgrazia. Per loro il Gesù-samaritano ripete il rito del Padre misericordioso: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». (Luca 15,20).
“ne ebbe compassione”. Significa sentirsi provati emotivamente nell’indignazione e nella compassione materna: guardare la storia e la geografia dall’angolo dei poveri. Uno dei termini con cui l’A.T. indica la misericordia è rehamim, che propriamente indica le “viscere materne”: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò, dice il Signore. (Is 49,15)
“Gli si fece vicino (prossimo)”. Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi” (2 Cor. 8,9).
“Gli fasciò le ferite, versò l’olio e il vino”. E’ strano il modo di curare del Gesù-Samaritano: noi prima avremmo versato il disinfettante (vino); poi avremmo spalmato unguento curativo (olio) e da ultimo avremmo fasciato. Ma quest’ordine non interessa al medico evangelista Luca il quale inverte le azioni; probabilmente vuol spiegare cosa fa Gesù ( e la chiesa) su di noi attraverso i tre sacramenti della iniziazione cristiana: battesimo/cresima ed Eucaristia. Fasciò le ferite: quando Gesù nasce è avvolto in fasce; quando Gesù muore viene avvolto in fasce-bende e deposto nel sepolcro. Esiste un’icona orientale che identifica la culla di Gesù come un sepolcro! Le fasce ci ricordano l’Incarnazione e la Risurrezione di Gesù e quindi il nostro Battesimo. A quest’uomo, spogliato delle vesti, della sua identità, il Gesù-samaritano ci fascia con una nuova veste, una “nuova-pelle”. Olio: re, sacerdoti e profeti venivano “consacrati” versando olio sul capo e sul corpo. Ancora oggi la chiesa continua su di noi questo rito di guarigione e di missione. Vino: l’Eucarestia è Il Calice versato per voi e per tutti in remissione…
“Lo caricò sul suo asino”. Origene commenta: “la cavalcatura è il corpo del Signore[4]. Luca parlerà, nel cap. 15, di questo “caricarsi sulle spalle”: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento…». Dopo le prime cure in emergenza, Gesù-samaritano passa ad una strategia ben organizzata: si carica…porta alla locanda…si prende cura fino al giorno dopo…dà un acconto…chiede all’albergatore di non lesinare sulle spese…promette di tornare. Perde tempo, prende tempo.
 “E lo portò ad una locanda”. Luca chiama questo albergo con un nome che potrebbe essere il titolo di ogni comunità cristiana: pandokeion = un “tutto-accogli”. Il samaritano-Gesù ci consegna alla sua comunità. E, forse, ci offre un metodo. Il samaritano si accorge di non farcela con i suoi mezzi privati e ricorre alla chiesa o alle istituzioni sociali. In sinergia. Franco Giulio Brambilla, teologo e oggi Vescovo di Novara, diceva: “Non è possibile pensare ad una società giusta nella quale venga meno il bisogno della carità. Ma ugualmente queste forme di carità non dovranno concepirsi come alternative o concor­renziali con le più faticose forme mediate dell’intervento nell’ambito socio-civile e politico. In ogni caso però, sia le forme della carità, sia quel­le dell’impegno socio-civile hanno da essere intese come parziali, anche se necessarie attuazioni della carità cristiana custodita nella parola e nel sa­cramento della fede, in particolare nell’Eucarestia[5].
“E si prese cura di lui”. Non basta un’elemosina, occorre un lembo della tua vita, del tuo mantello, perché il tetto, da solo, non copre, come la minestra non scalda se non c’è un po’ di alito umano, di tenerezza.
“Il giorno dopo estrasse due denari”. Il Gesù-Samaritano ha dedicato tempo, due giorni. E poi tornerà il terzo Giorno. Nel frattempo lascia due denari: “Ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come te stesso”. O, come interpretano i Padri dei primi secoli, la Sacra Scrittura e i Sacramenti.

Gesù è l’apripista che mi precede incoraggiandomi a passare ora da un ascolto estetico o teorico della sua Parola verso una prassi: «Io ti ho fatto questo; ora va’ e fa’ anche tu lo stesso».


[1] Sinonimi: sincero, effettivo, schietto.
[2] Chenu M.D., “Pour une anthropologie sacramentelle”, in La Maison Dieu 119 (1974) 86.
[3] «Alcuni uomini, designati per nome, si presero cura dei prigionieri. Quanti erano nudi li rivestirono e li calzarono con capi di vestiario presi dal bottino, diedero loro da mangiare e da bere, li medicarono con unzioni; quindi, trasportando su asini gli inabili a marciare, li condussero a Gerico, città delle palme, presso i loro fratelli. Poi tornarono a Samarìa» (2Cr 28,15). Il «midràsh» è un metodo esegetico che appartiene alla tradizione giudaica, iniziato durante l’esilio di Babilonia e sviluppatosi nei secoli successi. Al tempo di Gesù era un modo usuale di leggere e commentare la Scrittura: «capire la Scrittura attraverso la stessa Scrittura», mettendo in relazioni, parole, frasi, testi uguali o anche solo assonanti per fare emergere significati nuovi e profondi.
[4] ORIGENE, Omelia su Luca, 34,3
[5] Convegno diocesano delle Caritas diocesane di Milano nel 1997.




P. Ermes Ronchi. L’ANNUNCIO, CONTAGIO BUONO
Commento alla liturgia 7 luglio

L’annuncio, contagio buono
Ermes Ronchi (Avvenire 01/07/2010)

Partono senza pane, né sacca, né denaro, senza nulla di superfluo, anzi senza nemmeno le cose più utili. Solo un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perché l’incisività del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell’organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose, perché risalti il primato dell’amore. L’abbondanza di mezzi forse ha spento la creatività nelle chiese. Il viaggio dei discepoli è come una discesa verso l’uomo essenziale, verso quella radice pura che è prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno perseguitati, perché capovolgono tutta una gerarchia di valori.
Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio.
I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.
Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.
Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.
Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.
E poi la casa. Quante volte è nominata la casa in questo brano! La casa, il luogo più vero, dove la vita può essere guarita. Il cristianesimo dev’essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l’amore sembra lacerarsi, quando l’anziano perde il senno e la salute. Lì la Parola è conforto, forza, luce; lì scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14; Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)




CEI. Messaggio per la 14a Giornata nazionale per la Custodia del creato

COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO,
GIUSTIZIA, PACE e CUSTODIA DEL CREATO.

COMMISSIONE EPISCOPALE PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO

Messaggio per la 14ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. 1° settembre 2019
Quante sono le tue opere, Signore” (Sal. 104, 24)
Coltivare la biodiversità

Imparare a guardare alla biodiversità, per prendercene cura: è uno dei richiami dell’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco. Esso risuona con particolare forza nel documento preparatorio per il Sinodo che nell’ottobre del 2019 sarà dedicato all’Amazzonia, una regione che è “un polmone del pianeta e uno dei luoghi in cui si trova la maggior diversità nel mondo” (“Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’Ecologia Integrale”, n.9).
La Giornata per la Custodia del Creato è allora quest’anno per la Chiesa italiana un’occasione per conoscere e comprendere quella realtà fragile e preziosa della biodiversità, di cui anche la nostra terra è così ricca. Proprio il territorio italiano, infatti, è caratterizzato da una varietà di organismi e di specie viventi acquatici e terrestri, a disegnare ecosistemi che si estendono dagli splendidi boschi delle Alpi – le montagne più alte d’Europa – fino al calore del Mediterraneo.

Uno sguardo contemplativo

Al centro della sezione della Laudato Si’ dedicata alla biodiversità (nn. 32-42) c’è uno sguardo contemplativo rivolto ad alcune aree chiave del pianeta – dal bacino del Congo, alle barriere coralline, fino alla foresta dell’Amazzonia – sedi di una vita lussureggiante e differenziata, componente fondamentale dell’ecosistema terrestre. Prende così corpo e concretezza la contemplazione del grande miracolo di una ricchezza vitale, che – evolutasi da pochi elementi semplici – si dispiega sul pianeta terra in forme splendidamente variegate.
In tale sguardo papa Francesco sembra fare eco alle parole del Salmo: “Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature” (Sal. 104, 24). Quel canto alla potenza creatrice di Dio attraversa l’intera Scrittura, celebrando l’ampiezza della Sua misericordia: “Tu hai compassione di tutte le cose, perché tutte sono tue” (Sap. 11, 26). Davvero il Dio trino mostra la ricchezza del suo amore anche nella varietà delle creature e lo stesso sguardo di Gesù alla bellezza del mondo – nota ancora la Laudato Si’ – esprime la tenerezza con cui il Padre guarda ad ognuna di esse (cf. LS n.96). Dopo la Pasqua, poi, le creature “non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza” (LS. n.100).
Siamo chiamati, dunque, a lasciarci coinvolgere in tale sguardo, per contemplare anche noi – grati, ammirati e benedicenti, come Francesco d’Assisi – le creature della terra ed in particolare il mondo della vita, così vario e rigoglioso.

Uno sguardo preoccupato

Nell’enciclica Laudato Si’, però, l’invito alla contemplazione della bellezza si salda con la percezione della minaccia che grava sulla biodiversità, a causa di attività e forme di sviluppo che non ne riconoscono il valore: “per causa nostra migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza, né potranno comunicarci il loro messaggio. Non ne abbiamo il diritto” (n.33). La logica dell’ecologia integrale ricorda che la struttura del pianeta è delicata e fragile, ma anche fondamentale per la vita della famiglia umana. In una creazione in cui tutto è connesso, infatti, ogni creatura – ogni essere ed ogni specie vivente – dispiega il suo grande valore anche nei legami alle altre. Intaccare tale rete significa mettere a rischio alcune delle fondamentali strutture della vita con un comportamento irresponsabile. Si eviti, quindi, di distruggere realtà di grande valore anche dal punto di vista economico, con impatti che gravano soprattutto sui più fragili. L’attenzione ai più poveri è condizione di possibilità per una vera salvaguardia della biodiversità.
Non a caso l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium sottolineava che “mediante la nostra realtà corporea, Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che (…) possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione” (n.215): la perdita di biodiversità è una delle espressioni più gravi della crisi socio-ambientale. Ed anche il nostro paese è esposto ad essa: con dinamiche che interessano sia il mondo vegetale che quello animale, depotenziando la bellezza e la sostenibilità delle nostre terre e rendendole meno vivibili.

Coltivare e custodire la biodiversità

Che fare allora? La stessa Laudato Si’ ricorda che “siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre, perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace bellezza e pienezza” (n.53): siamo chiamati, dunque, a convertirci, facendoci custodi della terra e della biodiversità che la abita.
Sarà importante favorire le pratiche di coltivazione realizzate secondo lo spirito con cui il monachesimo ha reso possibile la fertilità della terra senza modificarne l’equilibrio. Sarà necessario utilizzare nuove tecnologie orientate a valorizzare, per quanto possibile, il biologico. Sarà altresì importante conoscere e favorire le istituzioni universitarie e gli enti di ricerca, che studiano la biodiversità e operano per la conservazione di specie vegetali e animali in via di estinzione. Si tratterà, ancora, di opporsi a tante pratiche che degradano e distruggono la biodiversità: si pensi al land grabbing, alla deforestazione, al proliferare delle monocolture, al crescente consumo di suolo o all’inquinamento che lo avvelena; si pensi altresì a dinamiche finanziarie ed economiche che cercano di monopolizzare la ricerca (scoraggiando quella libera) o addirittura si propongono di privatizzare alcune tecnoscienze collegate alla salvaguardia della biodiversità.
Ma andranno pure contrastati – con politiche efficaci e stili di vita sostenibili – quei fenomeni che minacciano la biodiversità su scala globale, a partire dal mutamento climatico. Occorrerà al contempo potenziare tutte quelle buone pratiche che la promuovono: anche per l’Italia la sua valorizzazione contribuisce in molte aree al benessere e alla creazione di opportunità di lavoro, specie nel campo dell’agricoltura, così come nel comparto turistico. Ed ha pure un grande valore il patrimonio forestale, di cui l’uragano Vaia ha mostrato la fragilità di fronte al mutamento climatico.
É allora forse il momento che ogni comunità si impegni in una puntuale opera di discernimento e di riflessione, facendosi guidare da alcune domande: Qual è la “nostra Amazzonia”? Qual è la realtà più preziosa – da un punto di vista ambientale e culturale – che è presente nei nostri territori e che oggi appare maggiormente minacciata? Come possiamo contribuire alla sua tutela? Occorre conoscere il patrimonio dei nostri territori, riconoscerne il valore, promuoverne la custodia.

Il creato attende

Il Messaggio inviato da papa Francesco per la Quaresima 2019 ricordava che il creato attende ardentemente la manifestazione dei figli di Dio: attende, cioè, che finalmente gli esseri umani manifestino la loro realtà profonda di figli, anche in comportamenti di amore e di cura per la ricchezza della vita. Solo un’umanità così rinnovata sarà all’altezza della sfida posta dalla crisi socio-ambientale: che lo Spirito creatore guidi ogni uomo e ogni donna ad un’autentica conversione ecologica, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato Si’, perché – nel dialogo e nella pace tra le diverse fedi e culture – la famiglia umana possa vivere sostenibilmente sulla terra che ci è stata donata.

Roma, 31 maggio 2019 Visitazione della Beata Vergine Maria

 




Domenica 14a. 7 luglio 2019.
UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana

E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in meritato riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico – disincagliati attraverso quel rito vocazionale: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a suo volto in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”»……

14 domenica C

Preghiamo. O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annuncio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Dal libro del profeta Isaia 66,10-14. Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».

Sal 65 Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome,

dategli gloria con la lode. Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».
«A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio, terribile nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia. Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6,14-18
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Dal Vangelo secondo Luca 10,1-12 .17-20
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé [il testo originale greco scrive: pro prosopou autou = davanti al volto suo] in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana
E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in meritato riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico[1] – disincagliati attraverso quel rito vocazionale: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”».
Non viene raccontato nulla di quei giorni di missione dei discepoli. Luca ce ne riferisce solo il loro ritorno “pieni di gioia”. Forse questo esito finale – segnato dalla gioia dei discepoli sebbene attenuata dal detto di Gesù “Non rallegratevi però…rallegratevi piuttosto…» – ha indotto la Liturgia a scegliere, come prima lettura e Salmo, due testi caratterizzati da stupore e allegria: «Rallegratevi … esultate …. sfavillate di gioia… Dite a Dio: “Stupende sono le tue opere”».
Io non trascurerei, tuttavia, una sosta sul rito vocazionale: Luca, e solo lui, riferisce il mandato missionario non solo ai tradizionali “dodici apostoli”, ma ad un numero esteso di discepoli. Il contenuto del messaggio è « Vicino a voi è il regno di Dio», ripetuto 2 volte nel testo. Messaggio da diffondere in “strade… piazze casevillaggi”, non affidato solo alla bocca («prima dite: Pace a questa casa») , ma accreditato dalle mani («curate gli ammalati») e da una pratica pastorale mite e semplice senza sterili piagnistei davanti a persecuzioni e rifiuti. Un altro tratto caratteristico della missione è il suo carattere itinerante di fronte alla tentazione di “installarsi”.
Domenica scorsa si parlava della vocazione cristiana: «A un altro disse: Seguimi…». Oggi il tema si sviluppa intorno alla missione. Il discepolo segue Gesù vincolandosi alla sua persona e condividendo la sua missione. Le due realtà risultano inseparabili tra loro. Non c’è vocazione senza missione; anzi il “chiamato” è necessariamente un “inviato”. Le letture di oggi non sono esclusive per preti, frati e suore; sono un messaggio per ogni cristiano, perché la missione si realizza ogni giorno, trasformando le strutture sociali, economiche e politiche e proclamando esplicitamente un Vangelo che non ha bisogno di essere predicato in un tempio; lo possiamo annunciare nel nostro lavoro, nella scuola e nel quartiere. Fin dall’inizio Gesù chiarisce che non si tratta di fare delle crociate: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Si è mai visto un agnello che possa nuocere a un lupo? L’intimazione a non portare «né borsa, né bisaccia, né sandali» è un invito a concentrarsi su ciò che si sta facendo e a rovesciare la logica machiavellica ancora così diffusa del “fine che giustifica i mezzi”; sembra dire: se annunci la pace non puoi farlo con metodi da sceriffo, se annunci la giustizia non puoi evadere le tasse o pagare l’idraulico in nero. La strana richiesta di «non salutare nessuno lungo la strada» non è invito alla scortesia ma a non perdere di vista l’obiettivo: i saluti orientali erano interminabili.
A queste prime raccomandazioni ne seguono altre che riguardano, praticamente, il comportamento nel villaggio. La frase di Gesù «se non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: noi la scuotiamo la vostra polvere contro di voi» potrebbe essere interpretata come un invito a “mandare tutti a quel paese”. Invece occorre iniziare con uno scambio di pace: ” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi“. Nulla di perso dunque se si viene rifiutati, semplicemente si riprende ciò che non è stato accettato e lo si ripropone a chi sarà meglio disposto. E’ sapiente l’invito a “scuotere la polvere dai sandali”: di fronte ad un rifiuto si può cader preda di un rancore che può attaccarsi al cuore. E’ meglio scuoterlo subito via senza rinunciare a ripetere: « il regno di Dio ti è vicino comunque».
I vv. 13-16, omessi nella liturgia[2], costituiscono una specie di lamentazione più che un’invettiva.
La seconda parte del brano, dal v. 17 al 20, è invece il racconto dell’esito della missione: un successo, « anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Gesù cita il Salmo 90 “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo…camminerai su aspidi e vipere, calpesterai leoni e draghi, mille cadranno alla tua destra e diecimila al tuo fianco ma nulla ti potrà colpire“. E’ decisamente paradossale che nulla possa colpire degli agnelli in mezzo ai lupi. La fine della vita di Gesù, di Stefano, di Paolo, dei martiri di ieri e di oggi ci mostra il contrario. Per questo l’invito a rallegrarsi non è semplicemente perché si è riusciti a portare a casa la pelle e magari a fare qualche miracolo. Forse domani non sarà così, forse la strada sarà più in salita o forse saremo più stanchi. Gesù invita piuttosto a rallegrarsi perché «i vostri nomi sono scritti nei cieli». Paolo, nella seconda lettura, ha scritto la stessa cosa con altre parole: « quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo». 

Evangelii Gaudium”: per una Chiesa in uscita.
Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti. Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo. (n. 20)
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelizzatrice si mette nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore”. Quindi, la comunità evangelizzatrice accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni passo avanti nell’evangelizzazione. (n.24)
Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria sia più espansiva e aperta. (n.27)
Questo suppone che la parrocchia realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. (n.28)
La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. (n.33)
Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa. (n.35)
La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà. (n.46)
Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo»,e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli. (n.48)
Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37). (n.49).

Potremmo arrivare a domenica prossima pregando come ci suggerisce il documento dei vescovi “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (1991) citando John Henry Newman[3]Stai con me, e io inizierò a risplendere come tu risplendi; a risplendere fino ad essere luce per gli altri. La luce, o Gesù, verrà tutta da te: nulla sarà merito mio. Sarai tu a risplendere, attraverso di me, sugli altri. Fa’ che io ti lodi così, nel modo che tu più gradisci, risplendendo sopra tutti coloro che sono intorno a me. Da’ luce a loro e da’ luce a me; illumina loro insieme a me, attraverso di me. Fa’ che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi, e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te».


[1] Settanta, o settantadue, erano conteggiati i popoli della terra, con riferimento alla lista dei popoli di Genesi 10.
[2] «[13]Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, gia da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. [14]Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. [15]E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata! [16]Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

[3] (1801 –1890) è stato un cardinale, teologo e filosofo inglese. Già presbitero anglicano si convertì al cattolicesimo e fu di nuovo ordinato prete nella Chiesa cattolica. Dichiarato “beato” nel 2010 sarà dichiarato “santo” il 13 ottobre prossimo durante il Sinodo per l’Amazzonia.




13a Domenica anno C. 30 giugno 2019
CAMMINARE CON COLUI CHE CAMMINA.
D. Augusto Fontana

Preghiamo.
O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, sostieni la nostra libertà con la forza e la dolcezza del tuo amore, perché non venga meno la nostra fedeltà a Cristo nel generoso servizio dei fratelli. Per Gesù Cristo nostro Signore.

Dal primo libro dei Re 19,16.19-21
In quei giorni, disse il Signore ad Elia: “Ungerai Eliseo figlio di Safat, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto”. Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per  te”.  Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

Dal Salmo 15  Sei tu, Signore, l’unico mio bene.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,1.13-18
Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.

Dal Vangelo secondo Luca 9,51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».  A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».  Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

CAMMINARE CON COLUI CHE CAMMINA. Don Augusto Fontana

Succede spesso, nel bel mezzo di una situazione più o meno confusa o problematica, di sentire qualcuno esclamare “qui bisogna decidersi”…E può succedere anche di avvertire la sottile sofferenza del tentennamento, della incertezza rispetto alla scelta da fare, al voto da assegnare, alla alleanza da abbracciare, alla decisione da prendere, allo schieramento da scegliere, del “prendere o lasciare”. Soprattutto se ci tratta di scegliere una persona per la vita. Mi pare che oggi, in fatto di sequela, siamo un po’ in confusione. Da un lato siamo martellati da “consigli per gli acquisti” che lasciano un imprinting anche nelle più rocciose coscienze; al “Va dove ti porta il cuore” si è sostituito il “Va dove ti porta la pubblicità”. E scegliamo senza scegliere, come un branco di umanoidi capaci di transumanza per kilometri dietro il primo capobranco o capostormo che apra una pista o una direzione. Senza parlare poi dei grandi spostamenti di massa dei cervelli e delle emozioni, di quel fenomeno, cioè, che va sotto il nome di “religiosità da hooligans”, Fanclub di “miti” («Vasco! Sei-un-mitoooo!») o di starlette e furbetti, capaci di clonare intere generazioni di abitudini, di slang, di compulsioni di gruppo. Dall’altro lato viviamo in una società dove è sempre più difficile trovare gente che faccia scelte totalizzanti e per sempre; tutto è precarizzato, a partire dal lavoro fino al rapporto di coppia; il fenomeno lo abbiamo chiamato “flessibilità”. Siamo inventori e, insieme, schiavi di una “società liquida” come bene ha analizzato Zygmunt Bauman[1]: «Inseguono qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non possono raggiungere, perché non ha radici nella propria identità: un nuovo taglio o un nuovo colore di capelli, una nuova macchina, un nuovo lavoro, un nuovo corpo, una casa nuova. Una volta conquistati, sono già vecchi. E la corsa non finisce mai. È un movimento circolare, un falso progresso che non produce nulla, perché non poggia su nulla. La fisionomia effimera che ha assunto il mondo ha spiazzato tutti quanti. La velocità di cambiamento che informa di sé ogni aspetto della realtà ha creato nella gente una condizione di continua incertezza, il terrore di essere sempre colti alla sprovvista e di rimanere indietro. È il trionfo della società liquida. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo».
Le letture bibliche di questa domenica calano dentro questa concreta situazione storica e comportamentale da cui tutti, chi più chi meno, siamo infettati. Anch’io sono uno chiamato a seguirlo ma mi viene il sospetto che, per ora, io stia ancora solo pedinandolo, incuriosito come Zaccheo o titubante come i discepoli («Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano» (Lc 22,54); «Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti» (Lc 23,49).

SEGUIMI. Check-up del discepolo.

Oggi Gesù mi propone un check-up, un test, per verificare il modo con cui lo sto seguendo. Come quando si programma un lungo viaggio in auto occorre un controllo di freni, olio, gomme, acqua del radiatore, luci… così Gesù mi invita a fermarmi e fare un check-up completo al mio cuore.
Al centro del vangelo odierno sono 3 scene di vocazioni ad anche la prima lettura è stata scelta per illustrare, con l’esempio di Eliseo che segue Elia, la rottura radicale necessaria per rispondere alla chiamata.
Il vangelo presenta due parti.
Nella prima si racconta di una mancata accoglienza di Gesù e dei discepoli da parte di un gruppo di samaritani; nella seconda dei rischi e dell’atteggiamento interiore per essere discepoli.
Fin dall’esordio l’evangelista crea un clima drammatico: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo…”. Conosce bene l’epilogo di quei giorni e sicuramente Gesù stesso aveva capito che le cose per lui stavano mettendosi male: conosceva l’arroganza della casta sacerdotale, gli intrighi dei sadducei con gli occupanti romani, la spregiudicatezza di Erode che aveva tolto di mezzo il Battista, il suo maestro. Gesù ha iniziato “il viaggio verso Gerusalemme”. Questa “salita” interminabile (che occupa dieci capitoli nel Vangelo di Luca) non si inquadra in una dimensione strettamente geografica, ma teologica: Gesù si incammina decisamente verso il compimento della sua missione. Il viaggio di Gesù a Gerusalemme non è un viaggio turistico. Per questo il Maestro esige dai discepoli la coscienza del rischio che comporta questa avventura: “l’offerta della propria vita”. Si direbbe che Gesù fa tutto il possibile per scoraggiare i tre che vogliono seguirlo lungo il cammino. Sembra che la sua intenzione sia più di rifiutare che di attrarre, disilludere più che sedurre. In realtà, egli non spegne l’entusiasmo, ma le false illusioni e i trionfalismi messianici. I discepoli devono essere coscienti della difficoltà dell’impresa, dei sacrifici che comporta e della gravità degli impegni che si assumono con quella decisione.
La seconda parte del v.51 nella traduzione letterale suona così: “indurì il volto per incamminarsi verso Gerusalemme“. Quando affrontiamo situazioni difficili anche i lineamenti del volto si induriscono, quasi per una forma di protezione contro qualcosa che ci possa nuocere, quasi che il volto diventasse uno scudo. La “durezza” del volto di Gesù era la consapevolezza del suo ruolo di annunciatore del regno dei cieli dentro la fragilità di ogni uomo e ogni donna; l’autorevolezza che gli veniva dalla fiducia in Dio contro l’idolatria, il tradimento dell’alleanza da parte del potere politico-religioso del tempo.
Quando Dio aveva chiamato il profeta Ezechiele ad annunciare la distruzione di Gerusalemme, ed aveva annunciato ad Ezechiele l’opposizione da parte di tutto il popolo, lo aveva garantito così: “Non temere, io ti darò una faccia dura come la loro e una fronte dura come la loro, in modo che tu possa resistere, che l’opposizione della gente non ti impaurisca, non ti schiacci, non ti condizioni” (Ez 3, 8-9). In Isaia 50, 4-8 si legge: «Il Signore Dio mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò svergognato».
Con questo spirito dunque, Gesù andava verso Gerusalemme. Nel cammino passano vicino ad un villaggio di samaritani e Gesù manda alcuni discepoli ad avvertire che sarebbe arrivato. Ma tra i samaritani e i giudei non correva buon sangue. I samaritani non riconoscevano il tempio di Gerusalemme e i giudei li rimproveravano di essersi compromessi con altri popoli ed altri dèi. E quando seppero che Gesù era diretto verso Gerusalemme “non vollero riceverlo“. I discepoli si arrabbiano e, ricordando come Elia aveva trattato i soldati di Acazia (2 Re 1,10), chiedono a Gesù se non sia il caso “di far scendere un fuoco dal cielo che li consumi“. Gesù conosceva le difficili relazioni tra samaritani e giudei. Sapeva che ciò derivava da vecchie tradizioni dure a morire e che Dio amava gli uni e gli altri allo stesso modo. Per questo Gesù non mostrò mai ostilità nei loro confronti anzi entrò più volte in dialogo con loro: era samaritano l’unico lebbroso, fra 10 risanati, che tornò a ringraziarlo (Lc 17,16); un samaritano, addirittura, diventò il protagonista di una tra le più note e provocanti sue parabole. Alcuni manoscritti fanno seguire al rimprovero di Gesù ai discepoli per l’infelice uscita del fuoco dal cielo la lezione: “Voi non sapete di quale spirito siete, perché il figlio dell’uomo non è venuto per perdere le vite ma per salvarle“.

Nella seconda parte del vangelo di questa domenica sono stati raccolti tre incontri con Gesù.
Nel primo incontroun tale“, mostrando un entusiasmo un po’ eccessivo, dichiara che seguirà Gesù ovunque. Egli lo ridimensiona: la strada per Gerusalemme è irta di difficoltà (e lo si vedrà bene fra gli apostoli durante la sua passione), non è una passeggiata. Così la costruzione del regno: ci sono momenti belli, entusiasmanti, emozioni forti; ma c’è anche il giorno del deserto, dello sconforto, la fatica di tenere nel tempo, i conflitti, le delusioni, il cielo che sembra chiudersi. LA TANA E IL NIDO indicano le comodità, il rifugiarsi, il cercare una vita tranquilla senza problemi, l’amore al divano… Nessun animale fa entrare “ospiti” o estranei nel proprio nido o nella propria tana. Gesù ci invita a fare della nostra vita, della nostra casa, non un rifugio ma uno spazio accogliente per gli altri. Di tutto ciò occorre essere ben consapevoli se si vuol prendere sul serio la chiamata di Gesù. Siamo creature fragili, anche se ogni tanto ci crediamo forti: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor  4,7).
Nel secondo incontro è Gesù che invita a mettersi al suo seguito. La risposta è positiva ma ad una condizione: dare la sepoltura al proprio padre. Gesù ribatte: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti, va e annunzia il regno di Dio“. Quante cose morte portiamo dentro di noi. Quanti sogni infranti, assassinati, fatti morire dallo scontro con una realtà diversa; quanti problemi irrisolti, quanti limiti. Se dovessimo prima congedarci da tutto ciò per annunciare il regno credo che taceremmo sempre.
Nel terzo incontroun altro disse: ti seguirò, ma prima lascia che mi congedi da quelli di casa“; Gesù risponde sollecitando l’imminenza della scelta: “chiunque mette mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno dei cieli“. Qui vi è il ricordo della chiamata di Eliseo da parte di Elia. L’immagine dell’aratro è ripresa dal mondo agricolo e dice la difficoltà di tracciare dei solchi diritti nell’impervio e sassoso terreno della Palestina, senza una grande attenzione e applicazione. Guai a voltarsi indietro, anche solo per misurare il lavoro già fatto o per riprendere semplicemente fiato! C’è il rischio di fare un solco sbagliato proprio sul più bello e perdere il merito di tanto lavoro.
E’ difficile ricordarsi di aver fatto certe scelte. Abbiamo la memoria corta, la tendenza ad adagiarci, a trovare scuse e compromessi. Per questo Gesù invita a non voltarsi indietro. Guardare indietro può essere paralizzante: la moglie di Lot mentre fuggiva dalla distruzione di Sodomia “si voltò indietro” e, narra il testo biblico, “diventò una statua di sale” (Gen. 19,26). Il regno dei cieli è dinamismo, creatività.

Si consiglia la lettura di un  libretto stimolante: Martin Buber “IL CAMMINO DELL’UOMO” Ed. Qiqajon. € 7,00. Un best seller, un autentico capolavoro in miniatura (65 pagine), nutrito della sapienza biblica del Movimento dei giusti ebrei (chassidim).

NOTE
[1] Zygmunt Bauman, La vita liquida, Laterza, 2006.




Difendiamo la cooperazione, il lavoro, gli svantaggiati.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELLA CONFEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE ITALIANE
Nel 100° anniversario di fondazione

Sabato, 16 marzo 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Do il benvenuto a tutti voi! Ringrazio il vostro Presidente per le parole che mi ha rivolto, in particolare per la sintesi che ha fatto del vostro lavoro e del vostro impegno: ha colto anche ciò che sta a cuore a me, dandoci una visione sapiente del contesto attuale in cui viviamo. E ringrazio anche per la testimonianza fatta da una cooperativa che ha saputo andare avanti.
I cento anni di storia della vostra azione sono un traguardo importante, che non può passare sotto silenzio. Essi rappresentano un percorso di cui essere grati per tutto ciò che siete riusciti a realizzare, ispirati dal grande appello dell’Enciclica Rerum novarum del Papa Leone XIII. Questo Pontefice in maniera profetica ha aperto la grande riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa. La sua è stata un’intuizione fiorita sulla convinzione che il Vangelo non è relegabile solo a una parte dell’uomo o della società, ma parla a tutto l’uomo, per renderlo sempre più umano. Quelli in cui Papa Leone scriveva erano tempi difficili, ma ogni epoca ha le sue fatiche e le sue difficoltà.
La vostra storia è preziosa perché nasce dall’aver preso sul serio le parole del Papa e dall’averle rese concrete attraverso un serio e generoso impegno che dura da un secolo. È un forte segno di speranza quando la dottrina sociale della Chiesa non rimane una parola morta o un discorso astratto, ma diventa vita grazie a uomini e donne di buona volontà, che le danno carne e concretezza, trasformandola in gesti personali e sociali, concreti, visibili e utili.
Anche oggi la Chiesa non ha solo bisogno di dire ad alta voce la Verità; ha sempre necessità di uomini e donne che trasformino in beni concreti ciò che i pastori predicano e i teologi insegnano.
In questo senso, oggi, dire “grazie” a voi per i vostri cent’anni d’impegno è anche indicare un esempio per gli uomini del nostro tempo, che hanno bisogno di scoprirsi non solo “prenditori” di bene, ma “imprenditori” di carità.
Il vostro modello cooperativo, proprio perché ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, corregge certe tendenze proprie del collettivismo e dello statalismo, che a volte sono letali nei confronti dell’iniziativa dei privati; e allo stesso tempo, frena le tentazioni dell’individualismo e dell’egoismo proprie del liberalismo. Infatti, mentre l’impresa capitalistica mira principalmente al profitto, l’impresa cooperativa ha come scopo primario l’equilibrata e proporzionata soddisfazione dei bisogni sociali. Certamente anche la cooperativa deve mirare a produrre l’utile, ad essere efficace ed efficiente nella sua attività economica, ma tutto questo senza perdere di vista la reciproca solidarietà.
Per questo motivo il modello di cooperativa sociale è uno dei nuovi settori sui quali oggi si sta concentrando la cooperazione, perché esso riesce a coniugare, da una parte, la logica dell’impresa e, dall’altra, quella della solidarietà: solidarietà interna verso i propri soci e solidarietà esterna verso le persone destinatarie. Questo modo di vivere il modello cooperativo esercita già una significativa influenza sulle imprese troppo legate alla logica del profitto, perché le spinge a scoprire e a valutare l’impatto di una responsabilità sociale. In tal modo, esse vengono invitate a considerare non solo il bilancio economico, ma anche quello sociale, rendendosi conto che bisogna concorrere a rispondere tanto ai bisogni di quanti sono coinvolti nell’impresa quanto a quelli del territorio e della collettività. È in questo modo che il lavoro cooperativo esplica la sua funzione profetica e di testimonianza sociale alla luce del Vangelo. Ma non dobbiamo mai dimenticare che questa visione della cooperazione, basata sulle relazioni e non sul profitto, va controcorrente rispetto alla mentalità del mondo. Solo se scopriamo che la nostra vera ricchezza sono le relazioni e non i meri beni materiali, allora troviamo modi alternativi per vivere e abitare in una società che non sia governata dal dio denaro, un idolo che la illude e poi la lascia sempre più disumana e ingiusta, e anche, direi, più povera.
Grazie per il vostro lavoro impegnativo, che crede nella cooperazione ed esprime l’ostinazione a restare umani in un mondo che vuole mercificare ogni cosa. E sull’ostinazione abbiamo sentito questa nostra sorella che ha dato testimonianza oggi: ci vuole ostinazione per andare avanti su questa strada quando la logica del mondo va in un’altra direzione.
Vi ringrazio per la vostra ostinazione…, e questo non è peccato! Andate avanti così.
Ma il vantaggio più importante ed evidente della cooperazione è vincere la solitudine che trasforma la vita in un inferno. Quando l’uomo si sente solo, sperimenta l’inferno. Quando, invece, avverte di non essere abbandonato, allora gli è possibile affrontare ogni tipo di difficoltà e fatica. E questo si vede nei momenti brutti. Così come il vostro presidente ha ricordato che in cooperativa “uno più uno fa tre”, bisogna anche ricordare che nei momenti brutti uno più uno fa la metà. Così la cooperazione fa sì che le cose brutte possano essere migliori. Il nostro mondo è malato di solitudine – lo sappiamo tutti –, per questo ha bisogno di iniziative che permettano di affrontare insieme ad altri ciò che la vita impone. Camminando e lavorando insieme si sperimenta il grande miracolo della speranza: tutto ci sembra di nuovo possibile. In questo senso la cooperazione è un modo per rendere concreta la speranza nella vita delle persone.
Potremmo così dire che la cooperazione è un altro modo di declinare la prossimità che Gesù ha insegnato nel Vangelo. Farsi prossimo significa impedire che l’altro rimanga in ostaggio dell’inferno della solitudine. Purtroppo la cronaca ci parla spesso di persone che si tolgono la vita spinte dalla disperazione, maturata proprio nella solitudine. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questi drammi, e ognuno, secondo le proprie possibilità, deve impegnarsi a togliere un pezzo di solitudine agli altri. Va fatto non tanto con le parole, ma soprattutto con impegno, amore, competenza, e mettendo in gioco il grande valore aggiunto che è la nostra presenza personale.
Va fatto con vicinanza, con tenerezza. Questa parola, tenerezza, rischia di cadere dal dizionario perché la società attuale non la usa tanto. Solo quando ci mettiamo in gioco in prima persona possiamo fare la differenza.
Ad esempio, è solidarietà impegnarsi per dare lavoro equamente retribuito a tutti; permettere a contadini resi più fragili dal mercato di far parte di una comunità che li rafforza e li sostiene; a un pescatore solitario di entrare in un gruppo di colleghi; ad un facchino di essere dentro una squadra, e così via. In questo modo, cooperare diventa uno stile di vita. Ecco: cooperare è uno stile di vita. “Io vivo, ma da solo, faccio il mio e vado avanti…”. È un modo di vivere, uno stile di vita. L’altro invece è: “Io vivo con gli altri, in cooperazione”. È un altro stile di vita, e noi scegliamo questo.
A questo proposito, un episodio del Vangelo di Marco ci viene in aiuto: «[Gesù] entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i peccati”» (2,1-5). E poi lo guarì.
Quando pensiamo a questa pagina del Vangelo siamo subito attirati dal grande miracolo del perdono e successivamente della guarigione fisica di quest’uomo; ma forse ci sfugge un altro miracolo: quello dei suoi amici. Quei quattro uomini si caricano sulle spalle il paralitico; non rimangono indifferenti davanti alla sofferenza dell’amico malato; non si mimetizzano in mezzo alla folla con tutti gli altri per ascoltare Gesù. Questi uomini compiono un gesto miracoloso: si mettono insieme e, con una strategia vincente e creativa, trovano il modo non solo di prendersi in carico quest’uomo, ma anche di aiutarlo a incontrare Colui che può cambiare la sua vita. E non potendolo fare attraverso la via più semplice, a causa della folla, hanno il coraggio di arrampicarsi sul tetto e scoperchiarlo. Sono loro che aprono il varco attraverso il quale il paralitico potrà avvicinarsi a Gesù e uscire cambiato da quell’incontro. L’Evangelista nota che Gesù si rivolse a quell’uomo «vedendo la loro fede», cioè la fede di tutto il gruppo: del paralitico e degli amici.
In questo senso possiamo dire che la cooperazione è un modo per “scoperchiare il tetto” di un’economia che rischia di produrre beni ma a costo dell’ingiustizia sociale. È sconfiggere l’inerzia dell’indifferenza e dell’individualismo facendo qualcosa di alternativo e non soltanto lamentandosi.
Chi fonda una cooperativa crede in un modo diverso di produrre, un modo diverso di lavorare, un modo diverso di stare nella società. Chi fonda una cooperativa ha un po’ della creatività e del coraggio di questi quattro amici del paralitico. Il “miracolo” della cooperazione è una strategia di squadra che apre un varco nel muro della folla indifferente che esclude chi è più debole. Una società che diventa muro, fatta dalla massa di tanti individui che non pensano e non agiscono come persone, non è in grado di apprezzare il valore fondamentale delle relazioni. Non si può agire veramente come persone quando si è malati di indifferenza ed egoismo. Allora, in realtà, il vero “paralitico” non è quell’uomo che portarono arrampicandosi per metterlo davanti a Gesù; il vero paralitico è la folla, che impedisce di arrivare a una soluzione. Una folla fatta di individui che guardano solo i propri bisogni senza accorgersi degli altri, e così non scoprono mai il gusto pieno della vita. L’individualismo impedisce la piena felicità, perché esclude l’altro dall’orizzonte. Quando rimango cieco davanti alla sofferenza e alla fatica degli altri, in realtà rimango cieco davanti a ciò che potrebbe rendermi felice: non si può essere felici da soli. Gesù nel Vangelo lo dice con una frase lapidaria: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma poi perde o rovina se stesso?» (Lc 9,25).
Cari fratelli e sorelle, viviamo in un mondo che è preso dalla frenesia di possedere, e che fa fatica a camminare come comunità. L’egoismo è sempre forte. Il lavoro che portate avanti da cento anni è quello di opporre la relazione all’individualismo, la squadra all’interesse, il benessere di tutti agli interessi di pochi. Ho già avuto modo di raccontare in altre occasioni ciò che mi rimase impresso quando avevo 18 anni, nel 1954, ascoltando parlare mio padre proprio di questo tema. Fin da allora mi sono convinto che la cooperazione cristiana è la strada giusta. Magari economicamente può sembrare più lenta, ma è la più efficace e sicura, quella che arriva più in avanti.
Per questo mi sono piaciute le parole del Presidente, che rappresentano con umiltà il grande impegno che la cooperazione ha profuso nel Paese e nel mondo.
In particolare, sono lieto di sentire che avete frequentato le periferie esistenziali dove si annidano di più le vulnerabilità: è questo il luogo privilegiato della nostra testimonianza. Insistere sulla categoria delle periferie è dovuto alla scelta che ha fatto Gesù, il Figlio di Dio, venendo nel mondo. Egli ha scelto la periferia come centro della sua missione. E non l’ha fatto solo geograficamente venendo al mondo in una periferia del grande impero romano, ma lo ha fatto andando incontro ad ogni uomo messo in periferia a causa della povertà, della malattia e dei suoi stessi sbagli.
In questo mondo globalizzato, dobbiamo metterci in sintonia con quello che insegna la dottrina sociale della Chiesa quando parla della centralità della persona. San Giovanni Paolo II ha spiegato bene tutto questo nell’Enciclica Centesimus annus. A un certo punto scrive: «Se un tempo il fattore decisivo era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè […] la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro» (n. 32).
Dovremmo quindi comprendere l’importanza di far acquisire abilità professionali e offrire percorsi di formazione permanente, specialmente a quelle persone che vivono ai margini della società e alle categorie più svantaggiate.
A questo riguardo, sono soprattutto le donne che, nel mondo globale, portano il peso della povertà materiale, dell’esclusione sociale e dell’emarginazione culturale. Il tema della donna dovrebbe tornare a essere tra le priorità dei progetti futuri in ambito cooperativo. Non è un discorso ideologico. Si tratta invece di assumere il pensiero della donna come punto di vista privilegiato per imparare a rendere la cooperazione non solo strategica ma anche umana. La donna vede meglio che cos’è l’amore per il volto di ognuno. La donna sa meglio concretizzare ciò che noi uomini a volte trattiamo come “massimi sistemi”.
Cari amici, vi auguro che i cento anni passati spalanchino davanti a voi scenari di impegno nuovi e inediti, rimanendo sempre fedeli alla radice da cui tutto è nato: il Vangelo. Non perdete mai di vista questa sorgente, e rintracciate nei gesti e nelle scelte di Gesù ciò che più può ispirarvi nel vostro lavoro.
Vi benedico di cuore, vi incoraggio e vi dico che nutro molta speranza per quello che fate. Sono certo che è una speranza ben riposta. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!