LAUDATO SI’. Commento ai Capitoli
Autori vari

 Per amore di nostra madre Terra. Lettura della Laudato si’, capitolo per capitolo.
 (da Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto)

INTRODUZIONE. Egidio Palumbo.

Una novità.
Con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, per la prima volta il magistero pontificio riflette sul tema dell’ecologia in un modo più convincente e completo. Affronta, infatti, il tema dell’ecologia, certamente onorando il magistero dei papi che l’hanno preceduto, ma nell’orizzonte di una duplice prospettiva:
1) assumere la visione di una ecologia integrale, dove il tema dell’ambiente è strettamente connesso allo sviluppo tecnologico, al sociale, al culturale, al politico (interesse per la polis, per la città), alla condizione degli impoveriti della terra, alla sapienza delle religioni e – lì dove esistono – delle loro rispettive teologie;
2) intraprendere un cammino di conversione ecologica che chiede un cambiamento dei nostri stili di vita.
Inoltre, il papa elabora il testo valorizzando, secondo il criterio della collegialità, i contributi di varie Conferenze episcopali (Stati Uniti, Germania, Brasile, Patagonia-Comahue, Paraguay, …) e nel contempo accoglie le intuizioni e gli studi di scienziati, teologi e pensatori come H.J. Schellnhuber, P. Teilhard de Chardin, R. Guardini, J. C. Scannone, P. Ricoeur, anche di Dante Alighieri e perfino del musulmano sufi Ali al-Khawwas. In dialogo con tutti costoro il papa si propone di comprendere il mondo e la sfida di una ecologia integrale ponendosi dalla parte del “rovescio della storia”, vale a dire dalla parte delle periferie geografiche ed esistenziali, poiché è da una visuale decentrata che si colgono meglio i processi in atto.
Infine, sullo sfondo dell’enciclica vi è la consapevolezza, evidenziata dalla fede biblica, che l’essere umano (adam) è fatto di terra (adamah), è un terroso (Gen 1,26; 2,7; Laudato si’, n. 2): la terra gli appartiene, è dentro il suo corpo, è il suo habitat, è la sua casa, che a sua volta è la “casa comune” che appartiene a tutti, e che dovrebbe essere oggetto della cura di tutti e non del dominio e dell’abuso di alcuni.
La metodologia che struttura l’enciclica
Il papa nello scrivere l’enciclica assume lo schema metodologico-interpretativo in uso nella pastorale e nella teologia della Chiesa latinoamericana, una metodologia che viene da lontano, dalla JOC (Jeunesse Ouvrière Chrétienne, Gioventù Operaia Cristiana), movimento cristiano sorto in Belgio nel 1925 e sviluppatosi in Francia nel 1927. La metodologia si articola intorno a quattro verbi che scandiscono quattro momenti del processo interpretativo della realtà: vedere, giudicare, agire, celebrare.
a) Vedere, ovvero esaminare la situazione odierna della nostra “casa comune”. A questo primo momento è dedicato il 1 (nn.20-61).
b) Giudicare, ovvero discernere la situazione, evidenziando le cause del degrado, le sfide e le risorse. Qui il discernimento si realizza su due fonti del sapere: quello scientifico (cap. 3: nn. 102-136) e quello biblico-teologico (cap. 2: nn. 63-100; cap. 4: nn. 138-162). Qui si realizza in maniera esemplare e veritiera il dialogo tra scienza e fede, tra il sapere scientifico e il sapere sapienziale ed etico della fede cristiana.
c) Agire, ovvero la proposta di itinerari e di pratiche che interpellano la politica internazionale e locale, l’impegno sociale, il dialogo interreligioso (cap. 5: nn. 164-201), la cura educativa (per formare ad una “cittadinanza ecologica”) e il vissuto spirituale, cioè il vissuto orientato e animato dallo Spirito del Signore (cap. 6: nn. 203-245). È nell’agire quotidiano che si avverte l’urgenza di tenere insieme (interdipendenza) l’ecologico con il politico, il sociale, l’educativo e lo spirituale. Qui è la “conversione ecologica”.
d) Celebrare, è una celebrazione che scaturisce dall’adorazione del Creatore e dal rispetto e dalla cura della vita e della terra come casa comune, come sorella (n. 246). Qui, come sin dall’inizio (n. 1; 10) e lungo tutto il testo dell’enciclica, aleggia lo spirito fraterno e materno di S. Francesco di Assisi, il santo patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia (oggi anche molti giovani), figura esemplare per coloro che si prendono cura di tutto ciò che è debole e fragile, e promuovono con coraggio una ecologia integrale.

CAPITOLO 1
La situazione della nostra casa comune. Tindaro Bellinvia.

Il parallelismo tra l’enciclica Pace in terris di papa Giovanni XXIII e Laudato si’ di papa Francesco, proposto da Enzo Bianchi nella sua introduzione dell’enciclica sulla cura della casa comune, mi sembra convincente non solo perché Papa Francesco come l’allora pontefice del Concilio si rivolge ad una platea più ampia di quella dei cattolici, ma soprattutto perché effettivamente nel primo caso eravamo sull’orlo di una guerra nucleare mondiale, nel secondo caso ci troviamo sull’orlo del precipizio di una catastrofe ambientale se non si compiono decisi passi verso un’ecologia integrale.

  1. La cultura dello scarto

Nel primo capitolo dell’enciclica Laudato si’ papa Francesco mette subito in risalto i rischi di una cultura dello scarto presente purtroppo nella società contemporanea dedita a consumare e scartare. Scrive il papa: «Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli essere umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura (n. 22)». Una lettura contestualizzata dell’enciclica ci porta a rilevare criticamente come nella sua storia recente l’Italia ha potuto sperimentare di continuo i rischi connessi all’incapacità di creare un circuito virtuoso di produzione industriale con un riutilizzo all’infinito dei materiali prodotti. L’Italia patria della plastica solo di recente ha timidamente iniziato a invertire la tendenza all’inquinamento senza scrupoli dell’ambiente. Quintali di rifiuti di tipo civile di ogni tipo sono finiti in discarica per decenni senza essere precedentemente differenziati, creando danni ambientali e inquinando spesso le falde acquifere.
Ma la questione più delicata è emersa nel contesto dei rifiuti industriali e dei rifiuti speciali che, invece di essere effettivamente smaltiti in modo accurato e corretto, spesso sono stati occultati in discariche abusive o accumulati senza alcun criterio in grandi capannoni per poi andare a fuoco misteriosamente (vedi i numerosi incendi in Lombardia degli ultimi tempi). Centinaia di inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno evidenziato come lo smaltimento illecito di rifiuti anche molto pericolosi sia stato e ancora purtroppo è una strategia di molte imprese di tutta l’Italia. Come dimostra la storia della terra dei fuochi in Campania, molta parte dei rifiuti pericolosi del nord sono stati occultati in discariche al sud, grazie alla complicità delle classi dirigenti locali e con l’apporto operativo fondamentale delle mafie. In alcuni casi la fame di lavoro al sud ha prodotto bonifiche mortali.
Una su tutte la storia paradossale e inquietante dell’Isochimica di Avellino. Una storia di vite a perdere. La vita di decine di operai che senza alcuna protezione dal 1982 al 1987, nel binario morto della stazione di Avellino, hanno “liberato” le carrozze delle ferrovie italiane del pericoloso amianto che ne rivestiva le pareti. Una storia raccontata in un bel libro curato dal sociologo Antonello Petrillo paradigmatica del modo di operare di pezzi dello Stato, di certi imprenditori e della debolezza dei lavoratori in certi contesti dominati da logiche di ricatto occupazionale. Logiche di ricatto occupazionale alla base delle quali territori bellissimi della nostra Sicilia sono stati devastati con la presenza invasiva di impianti petrolchimici o di centrali elettriche a base di combustibili fossili rimodellando il territorio e i tessuti urbani con una poco nascosta logica coloniale.
L’Eni è arrivata, ad esempio, nel caso di Gela a riservare l’acqua di qualità agli impianti e al quartiere dei dirigenti e tecnici del nord e lasciare l’acqua del dissalatore a gran parte della popolazione locale. Spesso poi non sono le normative a mancare nel guidare i controlli, ma difetta il complesso di equilibri tra le varie componenti del sistema che si rivelano a tutto vantaggio dei grossi gruppi industriali. Per questo può succedere che anche a seguito di direttive precise degli enti controllori rispetto al rinnovo degli impianti le società possono rinviare gli interventi (vedi caso Milazzo) mettendo a rischio popolazioni residenti e lavoratori.
Scrive Francesco: «il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie (n. 22)». Non solo queste affermazioni non possono essere smentite ma bisogna mettere in evidenza che l’incapacità di “assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie” ha provocato un commercio vergognoso di tali scorie, non solo come abbiamo prima evidenziato all’interno delle stesse nazioni in cui i rifiuti sono stati prodotti ma anche verso nazioni più povere. Il caso dell’uccisione il 24 maggio del 1994 a Mogadiscio in Somalia della giornalista Ilaria Alpi e del teleoperatore Miran Hrovatin ha ben messo in evidenza un intreccio perverso tra falsa cooperazione internazionale, traffici d’armi e di scorie industriali. La giornalista è stata trucidata perché stava indagando su questi traffici e sulle complicità istituzionali che li coprivano e li alimentavano.
A svelare al mondo lo smaltimento illecito di rifiuti in Somalia (iniziato già negli anni Ottanta) sarà lo tsunami del 26 dicembre 2004 che ha colpito e devastato parti delle regioni costiere dell’Indonesia, dello Sri Lanka, dell’India, della Thailandia, della Birmania, del Bangladesh, delle Maldive ma che è riuscito a raggiungere anche le coste della Somalia e del Kenya (ad oltre 4.500 km dall’epicentro del sisma). Ebbene sulle spiagge somale stravolte dallo tsunami sono riemersi fusti e interi container di rifiuti pericolosi. Come scrive Marzia Ronconi quando si parla di rifiuti pericolosi si fa riferimento a: «rifiuti sanitari, oli e sostanze oleose, batterie, rifiuti contaminati con bifenili policlorurati (PCB) e scorie d’amianto».
Ma è anche importante quanto specifica più avanti: «La produzione mondiale di rifiuti pericolosi si stima raggiunga annualmente 350 milioni di tonnellate; il 90% di questi viene prodotto dai paesi industrializzati, di cui i maggiori produttori sono gli Stati Uniti e l’Europa». Questo dato di realtà ci fa capire quanto i disastri ambientali dei paesi in via di sviluppo non siano causati da fattori interni, quanto dal tentativo dei paesi industrializzati di scaricare su quelli più poveri la loro incapacità o non volontà di instaurare dei processi di produzione veramente green, che puntino a riutilizzo infinito dei materiali.

  1. Il clima come bene comune

I cambiamenti climatici, anch’essi per lo più provocati dai processi industriali di Stati Uniti, Europa e negli ultimi anni anche Cina, tra l’altro rischiano di far ricadere i loro effetti sui paesi più poveri. Se è vero che certi cambiamenti climatici nei tempi lunghi possono dipendere da fattori naturali, l’idea ormai largamente condivisa dagli scienziati di tutto il mondo è che la velocità di tali cambiamenti è chiaramente da imputare al ciclo del carbonio.
L’apertura alle fonti energetiche pulite c’è stata in tutti i paesi ma è evidente che ancora ci sono forti resistenze e forti interessi a mantenere l’uso delle fonti energetiche fossili. L’estrazione e la lavorazione di petrolio comportano tra l’altro un enorme impatto ambientale in molti paesi: un esempio per tutti la Nigeria. Qui i disastri ambientali nel sud del paese provocati dalle compagnie petrolifere hanno portato a ingenti spostamenti di popolazioni verso il nord e da lì verso l’Europa. E l’inquinamento ambientale come spesso accade è coperto dalla corruzione tra imprese e uomini delle istituzioni. La nostra Eni, ad esempio, non è stata al centro di intrecci di corruzione e disastri ambientali solo in Nigeria ma in diversi altri paesi africani. Tra questi paesi il Congo è quello dove esponenti del governo locale e alti vertici dell’Eni sono stati al centro di discussi affari sul gas in odore di tangenti, in cui si evidenzia come alla collettività locale rimane solo l’inquinamento e i lavori più umili e mal pagati, mentre i dirigenti delle multinazionali e i politici del luogo si spartiscono profitti da capogiro. Un bel modo di “aiutarli a casa loro”.
In generale è evidente che i cambiamenti climatici impatteranno maggiormente sui più poveri e Francesco su questo è netto: «i cambiamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse produttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono dalla miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa (n. 25)».
Se alcuni territori costieri saranno sommersi dall’acqua, se certi territori diventeranno inospitali per la desertificazione, non sarà un problema per chi ha risorse economiche e potere politico-istituzionale, sarà un problema per chi già vive di stenti e tra mille difficoltà. Diversi paesi costieri dell’Africa che vivevano di pesca si sono trovati in difficoltà perché grandi imprese hanno operato nei loro mari con potenti mezzi depauperando il patrimonio ittico. I defraudati hanno reagito in diversi modi: chi inventandosi nuove attività magari attinenti al turismo, chi scegliendo di migrare, chi dandosi alla pirateria in mare. Le risorse turistiche in alcuni casi possono diventare una valida alternativa ma per essere tali dovrebbero essere maggiormente gestite dalle popolazioni locali invece che essere in mano alle multinazionali occidentali. Inoltre, è difficile diventare attrattivi turisticamente dove i disastri ambientali hanno ormai reso poco appetibili i territori, mentre dove l’equilibrio ambientale è ancora buono incombe il rischio della sommersione delle coste a causa del repentino cambiamento climatico. Insomma, evitare sconvolgimenti climatici e proteggere l’ambiente è un bene prima di tutto per le popolazioni più povere.

  1. L’acqua un bene inestimabile

Nel complesso rapporto dell’uomo con il pianeta Terra un ruolo importante ha sempre avuto e sempre avrà l’acqua. È importante, dunque, l’appello del Santo Padre sull’argomento: «Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (n. 30).
Sono parole inequivocabili quelle che usa Francesco a proposito di acqua e diritti umani. Negare l’accesso all’acqua ai poveri in nome delle leggi del mercato è qualcosa di inaccettabile umanamente e cristianamente. Insomma, non si può scendere a compromessi su questo. D’altronde in diversi paesi molto poveri dell’Africa, l’Asia o il Sud America ancora oggi si consuma acqua di scarsa qualità o addirittura inquinata (con la conseguente diffusione di malattie), perché mancano le infrastrutture per renderla accessibile a tutti e anche perché le imprese operanti in questi paesi (spesso multinazionali) non fanno nulla per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni.
In Italia sul tema della privatizzazione dell’acqua c’è stato un grande movimento per la ripubblicizzazione di essa. Grazie ad una raccolta firme molto partecipata si è arrivati al referendum del 12 e 13 giugno 2011, 26 milioni di cittadini italiani sancirono che sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto. E con quel “Sì” tracciato sulla scheda i cittadini decisero di abrogare (parzialmente) una norma relativa alla tariffa dell’acqua che prevedeva l’“adeguata remunerazione del capitale investito”. «Togliere quel passaggio comportava niente più margini, finanza speculativa o business, semmai un servizio efficiente a fronte di investimenti sulla rete tangibili, ad esempio per ridurre le perdite. In forza del fatto che “il diritto all’acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici” – come sancito dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 26 luglio 2010 – è “un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani”». A distanza di otto anni molti dubbi sulla reale applicazione dei risultati di quel referendum… più che dubbi certezze, se, come ha fatto il sito acquabenecomune.org, si vanno a vedere i bilanci delle più grandi partecipate italiane quotate in borsa che, a fronte di aumenti consistenti in bolletta, invece di aumentare gli investimenti per migliorare qualità dell’acqua e servizi di distribuzione hanno costantemente aumentato i dividendi degli azionisti. Ciò dimostra la fondatezza e l’urgenza dell’appello del Santo Padre di ridurre l’influenza della logica di mercato dalla gestione dell’acqua. Fino a quando a dominare le strategie degli enti gestori degli acquedotti saranno i profitti da spartire l’idea dell’acqua come bene comune rimarrà solo un’utopia.

  1. L’iniquità dei rapporti planetari

In conclusione, il primo capitolo dell’enciclica Laudato si’ invia un messaggio chiaro che pervade tutto il documento pontificio: «oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre più un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei poveri» (n. 49). Parlare di biodiversità, di preservare i polmoni verdi della Terra, di ricchezza di colture per l’agricoltura contro i rischi delle grandi proprietà di imporre le monoculture, di conservazione e anzi sviluppo di varie tipologie di semi e di frutti contro la conformità delle grandi corporation che tendono a semplificare per rendere i contadini più dipendenti dalle loro produzioni, deve servire appunto a legare la difesa dell’ambiente al superamento della povertà. L’uno ha senso se si lega all’altro.
Anche i promotori delle battaglie civili promosse in Italia, e in tante parti del pianeta, contro l’eccesso di cementificazione del territorio devono trovare un canale di comunicazione con le fasce sociali più deboli. Preservare il paesaggio come bene comune deve diventare non un’esigenza da ricchi illuminati, ma un forte imperativo di tutte le fasce sociali, rendendo socialmente conveniente tutelare e preservare il territorio. Chiaramente per fare tutto ciò bisogna rispondere ai bisogni primari di quei ceti sociali impoveriti dalla lunga crisi economica di questi anni. Si deve prospettare sicuramente un’alternativa ad uno sviluppo economico tutto improntato su cementificazione del territorio e proliferazione di industrie inquinanti, ma è evidente che una via verde, anche se basata su un nuovo modo più equilibrato di produrre e consumare, deve sempre far intravedere un miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi.
L’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ riteniamo sia utile, fin dal suo primo capitolo, a indirizzare autorevolmente il dibattito pubblico verso una maggiore consapevolezza della questione ambientale legandola in modo indissolubile alla questione sociale e, dunque, all’emancipazione dei poveri.

CAPITOLO 2
L’urgenza di uno sguardo contemplativo.  Gregorio Battaglia.

Il capitolo primo ci ha offerto la possibilità di fermarci a considerare quello che possiamo chiamare lo “status quaestionis”. Si è trattato di elencare tutte le gravi problematiche, che interessano “la casa comune” per giungere alla conclusione che il tempo che ci sta di fronte non può essere occupato a semplici dibattiti, ma che, invece, è quanto mai urgente avviare un serio ripensamento degli stili di vita e dello stesso modo di produrre.
Il capitolo secondo si propone di offrire, innanzitutto ai credenti, ma anche a coloro che si dichiarano lontani da una fede esplicita, la possibilità di poter assumere uno sguardo diverso e non necessariamente opposto a quello che proviene dalla scienza e dalla tecnica. L’universo, del resto, non si presenta a noi come un puro oggetto da decifrare, da studiare o semplicemente da utilizzare per aumentare il benessere dell’umanità: «quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società» (n. 82). L’universo, invece, è più comprensibile, se si impara ad accoglierlo come “mistero”, come realtà che ci parla di un progetto di amore e che tutto il movimento esistente in esso sia causato dalla forza dell’amore. Il documento fa riferimento alla Divina Commedia di Dante Alighieri, il quale «parlava dell’amor che move il sole e l’altre stelle» (n. 77).
Questo diverso sguardo sull’universo è reso ancor più necessario di fronte ai grandi disastri provocati da un approccio, come quello tecnico-scientifico, che ha reso il mondo sempre meno abitabile. Non si tratta di contrapposizione, ma di unire sguardi diversi per meglio accostarsi alla verità dell’universo. Il documento sottolinea che «se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. E’ necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità. Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa» (n.63).

  1. Saremo ancora capaci di meraviglia?

Molti anni fa A. Heschel nella sua opera L’uomo non è solo faceva la seguente considerazione: «L’umanità non perirà per mancanza di informazione, ma per mancanza di apprezzamento. L’inizio della nostra felicità sta nel comprendere che una vita senza meraviglia non vale la pena di essere vissuta. Quello che ci manca non è la volontà di credere, ma la volontà di meravigliarci». Solo un animo che sa meravigliarsi, che sa cogliere l’ineffabile presente nelle cose, proprio lui è capace di abitare la terra con vera sapienza, perché il suo rapporto con essa e con l’universo intero è vissuto essenzialmente sul piano del dono, a cui corrisponde la presa di coscienza di un compito da assumersi. Leggiamo nella Laudato si’: «Dire creazione è più che dire ‘natura’, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore ed un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono, che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale» (n. 76).
Chi si lascia sconvolgere dalla presenza dell’Ineffabile fa l’esperienza di come essa sia in grado di suscitare in lui uno sguardo di meraviglia ed allo stesso tempo di operare un vero spogliamento del suo essere, che lo riporti alle sue misure di creatura umana. Afferma papa Francesco nell’enciclica: «il modo migliore per collocare l’esser umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore ed unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi» (n.75). Ricondotti alla propria condizione di creature l’uomo e la donna scoprono che «tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. (…) Dio ha scritto un libro stupendo le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo. (…) Dai più ampi panorami alle più esili forme di vita la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza» (nn. 84-85). 

  1. La sapienza dei racconti biblici

Per educarci al dono della meraviglia non si può fare a meno di ritornare al libro delle Scritture, che hanno la capacità di condurci ad uno sguardo diverso. La prima pagina della Bibbia si apre con queste parole: «In principio Dio creò il cielo e la terra. (…) Dio disse e la luce fu». Quel principio di cui parla la Bibbia non vuole riferirsi ad un inizio cronologico, ma a ciò che costituisce il fondamento di tutto il reale. Così per la Bibbia a fondamento di tutto sta il “dire” di Dio, la sua Parola, che chiama all’esistenza le cose che non sono. Giovanni aprirà il suo Vangelo dicendo che «in principio il Verbo», riprendendo così l’apertura del libro della Genesi e sottolineando che la ragione ultima delle cose sta in questa Parola che è verbo e quindi agisce creando o salvando.
In quest’ottica l’universo non è il frutto di forze caotiche, ma esso trova il suo senso in una Parola, che lo chiama all’esistenza e questo suo esistere non è altro che una risposta a questa chiamata. Afferma la Laudato si’: «L’universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. La creazione appartiene all’ordine dell’amore. L’amore di Dio è la ragione fondamentale di tutto il creato» (n. 77). Non solo le creature umane, ma tutto l’universo si trova coinvolto in questa vocazione alla vita e vivendo si dà lode a Colui, che creando ha visto tutto come “Tov”, cioè come “buono e bello”.

  1. Cosa dice la Bibbia dell’uomo

La lettera/enciclica si sofferma brevemente sulla creazione dell’uomo, sottolineando come per il libro della Genesi ogni uomo e ogni donna sono un frutto di amore, fatti ad immagine e somiglianza di Dio: «Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario» (n. 65). Questa affermazione ci mostra l’immensa dignità di ogni persona umana, che non si può ridurre ad una “cosa”, ma che è una realtà di un valore infinito. Essa è capace di possedersi, di liberamente donarsi, di entrare in comunione con altre persone.
In effetti per i racconti biblici l’uomo è posto al culmine di tutto il processo creativo, costituendone il vertice ed in un certo senso il punto in cui il mondo trova la propria autocoscienza, in quanto capacità di riflettere e di decidere in libertà, senza dover sottostare pienamente a determinismi biologici. Questa particolare costituzione dell’uomo, dotato di libertà, ma allo stesso tempo delimitato nel tempo e nello spazio, lo pone in una posizione molto scomoda, per cui non è difficile che oscilli tra profonde depressioni e grandiosi deliri di onnipotenza.

  1. Noi non siamo Dio

Per la Bibbia davvero grande è il mistero dell’uomo, che nella sua povera consistenza di argilla impastata, contiene in sé una scintilla divina, che lo pone al vertice del creato. Dice la Laudato si’: «Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra» (n. 66). Nella sua verità più profonda l’uomo e la donna si realizzano in quanto capaci di aprirsi alla relazione nelle sue diverse forme, perché nel momento in cui essi si chiudono in se stessi, essi tradiscono la loro vocazione alla vita ed oscurano quella luce presente in essi.
Riprendendo il dato biblico l’enciclica così si esprime: «Secondo la Bibbia queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per aver noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra e di coltivarla e custodirla» (n. 66). I grandi cambiamenti climatici, che ormai sono sotto i nostri occhi e che per alcuni di noi costituiscono una grave minaccia alla vita, sono certamente da inserire in questa “rottura” della relazione dell’umanità con il suo “habitat”, che è costituito dalla terra. Se il termine “peccato” nel suo riferimento ebraico vuol dire principalmente “sbagliare bersaglio”, allora bisogna concludere che l’uomo ha fallito il suo compito di “custode” del creato.
Nel racconto della Genesi il termine “soggiogare” è meglio definito dagli altri due verbi: “coltivare” e “custodire”, che impegnano l’uomo e la donna non tanto a spadroneggiare nei confronti della terra e di quanto contiene, ma a prendersi cura di tutto il giardino o, come direbbe oggi papa Francesco, della casa comune. Questa relazione è subito saltata, mettendo in crisi anche le altre due. Da qui la prima grande domanda che l’uomo si sente rivolgere da Dio: «Dove sei?» (Gen 3,9). Quest’uomo interpellato è Adamo, un nome che viene da “adamah”, che significa “terra rossiccia”, “argilla”. Egli non è distinto dalla Terra, ma è parte di essa, è composto dei suoi stessi elementi, ma il suo essere dotato di intelligenza gli ha fatto smarrire quale stretto legame intercorre tra lui e quel giardino che lo ospita.
L’interrogativo che Dio rivolge a questo “Adam” non è di natura speculativa, ma riguarda l’aspetto empirico, come a dirgli: “in quale mondo abiti?”, oppure: “dov’è la tua casa?”. Il testo della Genesi fa notare che “i due” a cui Dio rivolge questo interrogativo di fatto si erano nascosti per la vergogna dopo aver creduto possibile diventare “dio per se stessi”. Bisogna dire che la vergogna di Adam e della sua donna sono oggi la nostra vergogna, perché abbiamo creduto nell’onnipotenza della scienza ed oggi non sappiamo renderci conto “in quale mondo abitiamo” e di quale storia siamo responsabili. Se riuscissimo a ripartire da questa vergogna, essa potrebbe costituire il punto di svolta per un itinerario pedagogico di ricostruzione del nostro modo di abitare la terra ed allo stesso tempo di avviare processi di cambiamento, che ci permetta di vivere per la vita e non dando morte.
Abbiamo preso alla lettera il diritto romano che parla di “uti et abuti” (usare e abusare) nei confronti delle proprietà che si posseggono e così abbiamo pensato di non essere per nulla responsabili della vita, della bellezza delle cose e degli esseri viventi presenti sulla terra. Nel funzionamento del creato la collocazione dell’uomo è finalizzata a rendere visibile quell’economia della gratuità, che sottostà all’agire di Dio e che si traduce nella custodia della vocazione, che interessa ogni creatura, ma l’umanità di ieri e di oggi si è avvitata in quell’idea di progresso infinito, che non tiene in alcun conto i limiti della stessa terra. Per la Bibbia la terra è di Dio ed Egli l’ha donata agli uomini, perché si rapportino con essa con piena responsabilità. Dice la Laudato si’: «Questa responsabilità di fronte ad una terra che è di Dio, implica che l’essere umano, dotato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo» (n. 68).

  1. La mancata custodia del fratello

Il racconto di Caino e Abele, che nel libro della Genesi occupa il quarto capitolo, parla dell’altro grande fallimento, che riguarda la vocazione dell’uomo ad aprirsi a relazioni fraterne, vissute nell’accoglienza e nella condivisione con l’altro. La storia di Caino e Abele è lì a dimostrare l’incapacità dell’uomo a costruire rapporti di vera prossimità. L’altro, il prossimo viene colto più come una presenza che disturba, invece di essere accolto come occasione di crescita e di arricchimento reciproco. Così nelle prime pagine della Bibbia risuona il secondo grande interrogativo da parte di Dio. «Dov’è Abele, tuo fratello?». Il none Abele, vuol dire “soffio”, perché la vita dell’uomo è davvero come un soffio, che gli altri possono soffocare o custodire. Caino ha scelto di non essere il custode del soffio del fratello, per questo ha preferito toglierlo di mezzo.
Riprendendo questo racconto di Caino e Abele la Laudato si’ così commenta: «Trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale ho il dovere della cura e della custodia, distrugge la mia relazione interiore con me stesso, con gli altri, con Dio e con la terra. Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giustizia non abita più sulla terra, la Bibbia ci dice che tutta la vita è in pericolo. (…) In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione e che la cura autentica della nostra vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (n. 71).
L’eliminazione del fratello da parte di Caino, un avvenimento che è un tutt’uno con la scomparsa del prossimo, e la grande omologazione linguistica e culturale, che interessa la costruzione della torre di Babele, sono per la Bibbia dei fatti emblematici, che rivelano la durezza del cuore umano. Siamo, così, di fronte al paradosso di ogni esistenza umana: siamo fatti per la relazione, ma o per paura o perché presi da grandi deliri alla resa dei conti restiamo incapaci di rispondere a ciò che costituisce il vero senso della nostra avventura umana. Annota la Laudato si’: «Non è un caso che nel cantico in cui loda Dio per le creature san Francesco aggiunga: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore” Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo al problema della società» (n. 91).
Il capitolo secondo dell’enciclica si chiude facendo riferimento allo “sguardo” di Gesù: «Gesù invitava a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature, viveva una piena armonia con la creazione. (…) Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo» (n. 96). A motivo della sua resurrezione Gesù è anche la parola ricapitolativa di tutta la creazione, perché le cose, il tempo e lo spazio, tutto è avvolto dalla luce del Signore Risorto.

CAPITOLO 3
La radice umana della crisi ecologica. Raffaella Campo
Nel capitolo terzo dell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco analizza la radice umana della crisi ecologica riallacciandosi direttamente ad un’affermazione contenuta nel paragrafo 53: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Il pontefice promuove una coraggiosa rivoluzione culturale invitando a riflettere sulle contraddizioni insite nell’attuale modello di sviluppo economico e sociale.

  1. La tecnologia, il progresso e la coscienza di un limite

Il Papa sottolinea e riconosce il valore del progresso scientifico e tecnologico, grazie al quale si sono conseguiti risultati eccezionali nell’ambito della medicina, dei trasporti, delle telecomunicazioni, capaci di offrire all’uomo un innegabile miglioramento della qualità della vita. Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II, la scienza e la tecnologia vengono definite come un «prodotto meraviglioso della creatività umana che è un dono di Dio» (n. 102). Tuttavia – sottolinea il pontefice – non possiamo ignorare quanto finora tale progresso si sia basato sullo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta e sullo sfruttamento del “capitale umano”. Significativa è l’espressionedebito ecologico (n. 51) usata per sottolineare come lo sviluppo si sia basato sull’inequità planetaria con conseguenze ambientali probabilmente irreversibili e conseguenze sociali drammatiche: «Il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta… Gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera» (n. 48).
Tutto questo accade perché l’uomo moderno «non è stato educato al corretto uso della sua potenza» e, a differenza del passato, ha perso il controllo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene». All’inizio del capitolo terzo ricorre l’espressione “sviluppo sostenibile”, un concetto non certo nuovo, che anzi molti studiosi giudicano ormai superato, a cui tuttavia il Papa conferisce un rinnovato significato. Rappresenta in primis il radicamento dell’enciclica all’interno di un percorso scientifico, economico e politico che risale agli anni Settanta. L’attenzione a livello internazionale verso l’ambiente e i disastri ecologici globali, ha iniziato infatti a manifestarsi piuttosto tardi in occasione della conferenza ONU tenutasi a Stoccolma, il 16 giugno del 1972, dove i capi di 110 delegazioni hanno approvato la “Dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano”. Questa Conferenza ha tracciato delle linee guida per i Governi degli Stati aderenti al fine di proteggere, razionalizzare e salvaguardare le risorse naturali a beneficio delle generazioni future.
Successivamente, la diffusione dell’idea di “Sviluppo Sostenibile” è avvenuta con il “Rapporto Bruntland”, elaborato nel 1987 dalla Word Commission on Environment and Development (WCED) dell’ONU, all’interno del quale si affermava che: «per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Si metteva cioè in luce l’esigenza di un cambiamento della visione del rapporto tra attività economica e mondo naturale, sostituendo il modello economico dell’espansione quantitativa (crescita) con quello del miglioramento qualitativo (sviluppo) come chiave per il progresso futuro.
Nel giugno del 1992, nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro, i paesi partecipanti diedero vita a 5 basilari documenti volti a definire i diritti, le responsabilità e i doveri universali delle nazioni in campo ambientale. In quell’occasione si stilò l’Agenda 21, un vero e proprio programma d’azione all’interno del quale si declinarono specifici obiettivi che tutti gli Stati avrebbero dovuto perseguire fino al XXI secolo. Grande rilievo ebbe anche la conferenza di Kyoto del 1997 e il successivo protocollo entrato ufficialmente in vigore nel 2005, in cui si stabilì una riduzione del 5% delle emissioni di gas serra da conseguire entro il 2012. Tale percorso, tra alti e bassi, è giunto fino a giorni nostri trovando un momento significativo nell’Accordo di Parigi, sottoscritto il 12 dicembre del 2015 da 196 Stati.

  1. Il paradigma tecnocratico

Il Papa riconosce il valore del percorso fin qui intrapreso, ma sottolinea che il fallimento dei vertici mondiali sull’ambiente è stato determinato dal fatto che la politica è stata sottomessa alla tecnologia e alla finanza.
Nel capitolo III dell’enciclica al centro dell’analisi vi è infatti “il paradigma tecnocratico”, quello che ha imposto un certo modello di sviluppo e di consumo, basato sul dominio dell’economia finanziaria sull’economia reale e sulla “ecologia umana”. Si tratta di un paradigma omogeneo e unidimensionale in cui risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e possiede l’oggetto che si trova all’esterno (cf. n. 106).
A differenza del passato, in cui l’uomo accompagnava e assecondava le possibilità offerte dalle cose stesse, oggi l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi la mano, diventando invece contendenti (cf. n. 106). Da qui il mito della crescita illimitata e la menzogna circa la disponibilità infinita delle risorse del pianeta. La parola chiave infatti è “dominio”, un dominio impressionante di pochi detentori della conoscenza e del potere economico sull’insieme del genere umano. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio potere anche sull’economia e sulla politica determinando il prevalere delle logiche basate sul profitto e sugli interessi particolari. Sono proprio le logiche di dominio tecnocratico che portano a distruggere la natura e a sfruttare le persone e le popolazioni più deboli. Il rischio è che «le nuove forme di potere derivate da paradigma tecno-economico finiscano per distruggere anche la libertà e la giustizia» (n. 53).
Il primo passo pertanto è riconoscere che “la scienza e la tecnologia non sono neutrali” e che pertanto vanno inserite all’interno di un orizzonte di senso, di un’etica solida capace di orientare e dare un valore alle scelte dell’uomo. A questo proposito – afferma il Papa – è necessario superare la frammentazione del sapere, che offre soluzioni momentanee e parziali, per ricercare un approccio olistico che tenga conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle diverse aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale.
Papa Francesco ci parla di una cultura ecologica integrale e invita a contrastare l’avanzare del paradigma tecnocratico opponendo un nuovo paradigma, basato sulla centralità dell’uomo, della sua dignità, della sua libertà: La libertà umana può limitare, orientare la tecnica, «metterla al servizio di un altro tipo di progresso più sano, più umano, più sociale» (n. 112). Significativo il fatto che il Pontefice indichi alcune occasioni concrete in cui questo è già visibile, anche se in scala ridotta, ad esempio nei gruppi di produttori che optano per sistemi di produzione meno inquinanti sostenendo modelli di vita, di felicità, di convivialità non consumistici. Oppure quando fa riferimento all’utilizzo della tecnica per migliorare le condizioni di vita di chi soffre.

  1. Verso una nuova antropologia

Secondo il Pontefice una coscienza ecologica integrale non potrà affermarsi se prima non verrà riconsiderato il concetto di antropocentrismo. A questo proposito, sottolinea che l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di “amministratore responsabile”. Papa Francesco conduce una critica lucida e aspra contro l’antropocentrismo deviato, cioè quell’antropocentrismo basato sul senso di onnipotenza e che non tiene conto del fatto che l’uomo non è separato dalla realtà, dalla natura, dal mondo in cui è inserito. Un antropocentrismo deviato dà luogo a uno stile di vita deviato e al relativismo pratico tipico della nostra epoca che misura tutto sulla base di interessi personali e contingenti.
Proprio da questa cultura del relativismo – afferma – deriva la logica che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani, il commercio di pelli di animali in via di estinzione e di “diamanti insanguinati”. È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico, è la logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio smodato di consumare più di quello di cui si ha realmente bisogno. È di fondamentale importanza – sostiene Bergoglio – comprendere che «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». Bisogna comprendere che “Tutto è connesso” e che il rapporto uomo-mondo deve basarsi su altri e alti valori umani quali la conoscenza, la volontà, la libertà e la responsabilità.
Può forse in questa sede essere utile ricordare che l’etica della responsabilità è al centro di un celebre saggio del filosofo tedesco Hans Jonas, intitolato “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. Alla fine degli anni ’70 Jonas, partendo dalla constatazione che l’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui, pose il problema non solo della sopravvivenza, ma anche dell’unità della specie e della dignità della sua esistenza. Tra il “principio di speranza” di Ernst Bloch e il “principio di disperazione” di Gunther Anders, Jonas proponeva il principio di responsabilità, della responsabilità nei confronti di chi è presente e di chi verrà dopo di noi; il filosofo sottolinea come esista un dovere dell’umanità a esserci che non va confuso con il dovere di esistere del singolo, un dovere verso l’esistenza deve essere una priorità in tutti i campi della vita umana. Il fatto che la riflessione di Jonas risulti attuale significa che la meta è ancora lontana, che i progressi e i rimedi sono stati finora troppo lenti e insufficienti.

  1. L’etica del lavoro

Un altro passaggio importante presente nel III capitolo dell’enciclica è quello che riguarda la difesa del lavoro. Il Papa pone l’accento, ancora una volta, sul fattore economico, sottolineando questa volta la necessità di ripensare e valorizzare il ruolo del lavoro nella nostra società. È prioritario ridare al lavoro la dignità e la centralità che merita perché è nell’ambito lavorativo che avviene lo sviluppo multiforme della persona. In esso si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Per questo bisogna acquisire la consapevolezza che «i costi umani sono anche costi economici» (n. 128) e viceversa. «Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (n. 128).
Il Papa ritiene indispensabile promuovere un’economia che offra occupazione attraverso la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Vi è una denuncia del liberismo sfrenato che di fatto riduce l’accesso al lavoro e impedisce ai più di beneficiare delle risorse. Vi è un appello alla politica, affinché contenga lo strapotere di coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. Contenere e limitare non significa frenare la creatività umana, che è un dono speciale dato da Dio, ma saper valutare e riconsiderare gli obiettivi, i fini, gli effetti, i limiti etici dell’attività umana.
Il papa cita questioni aperte e dibattute come quella sugli OGM, ammette che vi possano essere dei benefici nel loro utilizzo, tuttavia evidenzia i problemi relativi alla concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi, e quelli legati alla compromissione di delicati ecosistemi. Questo è solo un esempio delle questioni che richiedono un approccio multiprospettico. A questo proposito si rende necessario avviare «un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e che coinvolga tutti gli attori in campo in una prospettiva ampia, democratica ed etica. La liberazione dal paradigma tecnocratico si avrà realmente quando la tecnica sarà orientata prioritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri e aiuterà gli uomini a vivere con più dignità e meno sofferenze (cf. n. 112). Facciamo nostro l’invito a riscoprire quell’«autentica umanità» che finora «sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica quasi impercettibilmente» (n. 112), a ricostruire pazientemente un orizzonte etico condiviso in cui ridare centralità alla persona umana e ai suoi bisogni.

  1. Riflessioni conclusive

Nel terzo capitolo dell’enciclica Laudato si’ è contenuto, a mio giudizio, un messaggio importante, in grado di offrire un significativo contributo al dibattito sulle questioni ambientali e sulle loro implicazioni economiche, politiche ed etiche. Papa Bergoglio chiama in causa, senza mezzi termini, quei poteri cosiddetti “forti” che dominano i settori cruciali della politica e della finanza.
Ho cercato di interrogarmi su quali risposte finora siano pervenute dal mondo politico-finanziario rispetto alle questioni sollevate dal Santo Padre nel 2015. Mi sono chiesta soprattutto che spazio possano avere le istanze di equità e di giustizia sociale nei tempi attuali dominati da sovranismi, populismi e neonazionalismi.
a) Le risposte che ho trovato, inutile nasconderlo, non sono confortanti.
I capi di governo attuali, in primis quelli delle potenze più avanzate tecnologicamente, non sembrano intenzionati ad affrontare le sfide in questione. Basti pensare a Donald Trump che ha dichiarato che non esiste un’emergenza climatica e ha ridotto al minimo l’impegno del governo statunitense per contrastarla, abrogando buona parte delle leggi che prevedevano la riduzione delle emissioni inquinanti da parte dei veicoli e la chiusura delle centrali a carbone più inquinanti. Trump è intervenuto in extremis all’ultima Conferenza Onu sul clima, abbandonando i lavori in anticipo e senza rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale. Di fatto, gli stati Uniti hanno disatteso l’Accordo di Parigi e mancheranno buona parte degli obiettivi perseguiti.
Altrettanto preoccupanti, parlando di dominio tecnocratico, sono le risultanze delle inchieste che rivelano come sempre più spesso il mondo dei social media e dell’informazione sia manipolato e piegato ai fini della propaganda politica. Basti pensare alla recente inchiesta di Report sui presunti finanziamenti russi alla Lega di Matteo Salvini. Sarebbe sbagliato, tuttavia, lasciarsi andare al facile pessimismo. È chiaro che si rende necessaria una risposta da parte delle istituzioni democratiche e soprattutto degli organismi sovranazionali. In questo la lettera pastorale del Papa funge da sprone anche per rinnovare con maggior forza quegli impegni assunti all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.
b) Alcuni segnali positivi sono giunti dall’Unione Europea e mi piace pensare che ciò sia dovuto anche al profondo retaggio culturale che fa del vecchio continente una culla di civiltà.
Negli ultimi tempi ha cominciato a diffondersi sempre più l’uso del termine “finanza sostenibile”, per identificare il processo che porta, nell’adozione di decisioni di investimento, a tenere in considerazione i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare gli investimenti verso attività sostenibili e di lungo periodo. Nel marzo 2018 è stato presentato il “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile” con lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre entro il 2030 del 40% le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 2005. il Piano d’azione mira a riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili al fine di realizzare una crescita sostenibile e inclusiva; gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali e promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.
A questo proposito, ritengo opportuno, in conclusione, citare anche un saggio intitolato “Apripista” appena pubblicato negli Sati Uniti da Marc Benioff, un miliardario fondatore e capo di Salesforce, azienda di software per le imprese oggi leader nel settore. Egli sostiene la necessità di riformare il capitalismo concentrato solo sul profitto e sull’interesse degli azionisti in direzione di un equocapitalismo. A suo giudizio, con l’aumento delle diseguaglianze e delle tensioni sociali “fare del bene” non deve essere più considerato come un obiettivo filantropico lasciato alla buona volontà discrezionale delle industrie, ma deve essere un ingrediente essenziale per la tenuta del sistema democratico di mercato e per lo stesso successo delle imprese. È convinto che la natura del business stia cambiando, con i mercati che premiano anche in borsa chi fa del bene ed è socialmente responsabile.
Benioff ha dimostrato questa teoria con i fatti. Già 20 anni fa aveva inserito nella sua cultura aziendale il give back (restituire alla società) con la formula del destinare l’1% dei profitti ad attività caritatevoli. L’anno scorso ha sostenuto nella città di S. Francisco il referendum per introdurre una tassa sulle imprese ad alta tecnologia da devolvere a favore dei senzatetto. La proposta ha avuto successo e attualmente la Salesforce è il primo contribuente della nuova tassa. In generale, la crescita esponenziale dell’azienda di Benioff negli ultimi 15 anni testimonia che l’impegno sociale non è incompatibile con la redditività. Durante il Social Forum di Davos, Benioff ha sostenuto che i governi debbano intervenire per regolare il settore, affinché tutte le industrie siano trasparenti e costruiscano un rapporto di fiducia con gli utenti. Ed è significativo il fatto che lui sottolinei come questo sia necessario per evitare la crisi del sistema democratico. Il caso Benioff non è isolato ed è emblematico del fatto che altre strade di sviluppo sono percorribili.
Alla luce di quanto detto, risulta evidente che le parole del Pontefice possono rappresentare oggi un autentico faro nella notte, capace di guidare gli uomini verso la formazione di una nuova coscienza ecologica condivisa, in grado di garantire la sopravvivenza del genere umano nelle migliori condizioni possibili, attraverso un tipo di progresso più sano, più sociale, più integrale.

CAPITOLO 4.
Un’ecologia integrale. Marcello Badalamenti.
«La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale.» (Laudato si’, n. 13). «Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. [Vi è bisogno di] una presa di coscienza» (n. 14).
Il nostro intervento ha come finalità quella di un invito a maturare in coscienza sulla problematica dell’etica ecologica e a curare quel possibile disinteresse, che può annidarsi, consapevolmente o inconsapevolmente, dentro il cuore di ciascuno di noi e che forse si dimentica si chiami peccato che conduce alla morte. Più che pretesa, si vuole essere, un’umile proposta, per un confronto e una salutare riflessione.

  1. L’ ecologia integrale

Cosa si intende per ecologia integrale non è difficile comprenderlo: il riferimento è alla concezione che sdogani il nesso ecologico da logiche naif o associazionistiche, anche se viene, fin dalle prime battute dell’enciclica, riconosciuto che il movimento ecologico mondiale «ha percorso un lungo e ricco cammino» (n. 14), per situare invece, la realtà dell’ecologia, nella sfera della vita concreta e quotidiana. Ma non solo, per la riflessione che ne deriva, ciò significa che l’ecologia integrale ha che fare anche con la ricerca teologica. Uno studioso dell’argomento – Morandini – afferma che «Laudato si’ è certo appello, invito a rinnovare urgentemente le pratiche (personali, sociali, ecclesiali), ma è anche una vera sfida teologica, un invito a riprendere e approfondire alcune parole guida della fede cristiana» .
Nell’ambito della teologia morale, di cui mi occupo, ciò significa una prima cosa che non possiamo dismettere: la sfida ecologia è un serio problema/opportunità per la vita morale del credente, visto che, come afferma papa Francesco: «Siamo cresciuti pensando che eravamo [di sora nostra madre terra] proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla… dimenticando [amara costatazione!] che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito da elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ci ristora» (n. 2). Nei primi tre paragrafi, di questo quarto capitolo sull’ecologia integrale, viene presentata la realtà molteplice dell’ecologia: ambientale, economica e sociale (nn. 138-142), culturale (nn. 143-147) e, molto significativamente, della vita quotidiana (nn. 147-155).
Non sembri un’affermazione scontata, ripeto, il ribadire che ogni riferimento all’ecologico ha una valenza teologica, prima che sociale o etica; esso è di un’importanza fondamentale, per educare, specie i cristiani, a prendere sul serio ogni problematica che gli soggiace e ad interrogarsi seriamente su quel volere di Dio che bisogna sempre ricercare, per attuare la propria vocazione cristiana. Una volontà di Dio che “passa” dal grido dei poveri, dalla loro giustizia e da quella condivisone e solidarietà che non può essere “elemosina” ma bensì, professione di fede in atto sull’incarnazione di Cristo che dona senso al tempo, alla creazione e alla storia.
Avendo dinanzi questa consapevolezza ci si apre un cammino che, i numeri seguenti, sempre di questo capitolo quarto, evidenziano, parlando del bene comune, come imprescindibile impegno morale che soggiace al problema ecologico globale. Si afferma, tra l’altro: «Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione [quella preferenziale per i più poveri] è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune» (n. 158).

  1. Il principio del bene comune (n. 156-158)

Questi tre numeri dell’enciclica, relativi alla dottrina sociale della Chiesa e alla molteplicità di risvolti etici che ne derivano, bisogna saperli leggere, non perdendo di vista che, l’etica, ha bisogno di una risposta fattiva che derivi dallo spessore della propria fede (identità!), affinché il credente si possa incontrare con i propri simili, anche non credenti (confronto!), in un’umanità che chiama, tutti (dialogo!), a risposte concrete e fondanti la responsabilità del proprio convivere umano e sociale.
«Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri. Questa opzione richiede di trarre le conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato di mostrare nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium [nn. 186-201], esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede» (n. 158).
Come si vede queste espressioni diventano motivo per aprirci ad una seria riflessione di verifica circa il nostro pensare ed operare credente, senza alibi o risposte ‘fatte’, preconfezionate, ma nella ricerca di una risposta che sia obbedienza al Vangelo, nel bene possibile che io – ciascuno di noi – può realizzare oggi. La preferenza verso i poveri, a cui una piena concretizzazione del bene comune dovrebbe rivolgere lo sguardo, richiedono, il porsi sulla stessa lunghezza d’onda della creazione che è dono da accogliere e far maturare per il bene di tutti: «Il Padre buono – afferma papa Francesco [Evangelii gaudium, n. 187] – desidera ascoltare il grido dei poveri… rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori della volontà del Padre e del suo progetto».
Bisogna ritrovarsi impegnati ad attenuare, gli effetti dell’attuale squilibrio, e ciò dipende da ciò che facciamo ora (cf. Laudato si’, n. 161). Ricordiamoci che «la difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro» (Laudato si’, n. 162). Il pericolo di quell’etica individualistica, denunziata dal concilio in Gaudium et spes n.30 e dalla Evangelii gaudium n.177, è sempre dinanzi alla nostra storia, ne consegue che è urgente orientarsi verso due prospettive esistenziali.

  1. Abbiamo bisogno di formarci e di convertirci

Sono questi due ambiti, formazione e conversione, che ci investono, come esigenza del nostro credere – la nostra fede in Dio creatore e nell’uomo custode del creato – e del nostro vivere – la nostra vita morale che parta da un cuore nuovo e riconciliato – per porre la necessità di una ecologia integrale nell’orizzonte della nostra quotidianità credente: «La crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore» (Laudato si’, n. 217).
a) In primo luogo: fede ed etica non sono in competizione. Teologia ed ecologia non possono disgiungersi dalla propria vita fede e dall’impegno di ciascuno di una vita morale che sia specchio di ciò che si crede; come direbbe san Paolo (indicativo/imperativo): se sei cristiano devi comportarti da cristiano. Abbiamo per troppo tempo taciuto che la fede per essere reale non può che incarnarsi nella storia e dunque chiedere risposte che aiutino questa, la storia, a splendere come historia salutis per l’umanità intera.
Quando con i nostri comportamenti, le nostre scelte, i nostri pensieri, affossiamo la bellezza del creato non possiamo che tradire il senso di una creazione consegnataci come dono, da far fruttificare e da, a sua volta, consegnare, a chi viene dopo di noi, come, chi ci ha preceduto ha fatto con noi. Come abbiamo ribadito non si tratta di giustizia, pura e semplice, ma di carità/amore frutto di un impegno che si fa dono. L’enciclica difatti riconosce che «non sempre noi cristiani abbiamo raccolto e fatto fruttificare le ricchezze che Dio ha dato alla Chiesa, dove la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda» (n. 216).
b) In secondo luogo: l’ecologia è cosa nostra – res nostra agitur! La fede se non si pone nell’impegno concreto diviene individualisticamente vissuta a scapito degli altri; non possiamo permetterci, ancora, di “concepire” la vita di fede come una ricerca del bene che mi faccia andare in paradiso, dimenticando che, se non sono seriamente impegnato a far andare in paradiso anche il fratello che mi sta accanto, io, di certo, il paradiso, scusate la battuta, me lo posso scordare!
L’affermazione del documento conclusivo il Sinodo dell’Amazzonia, recentemente celebrato, che richiede che si riconosca il peccato relativo alle mancanze contro il creato, è di certo un indirizzo che non potrà che avere dei risvolti educativi importanti per far maturare, in coscienza, atteggiamenti e comportamenti figli di un’ecologia integrale. Ecco cosa afferma al n. 82: «Proponiamo di definire il peccato ecologico come azione o omissione contro Dio, contro gli altri, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i principi di interdipendenza e la rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, 340-344) e contro la virtù della giustizia» .
Ciò, sebbene già presente nella Laudato si’ con varie accezioni, indica il bisogno di far sì che la conversione arrivi ad una confessione delle proprie colpe in materia di ecologia e, di contro, la confessione si traduca in riparazione con una soddisfazione necessaria e corale . Sì, lo ribadiamo: visto che «già troppo a lungo – come afferma papa Francesco nella Laudato si’ – siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco» (n. 229).
La stessa riflessione teologica, come riflessione sul vissuto che si pone in ascolto del grido dei poveri, come papa Francesco chiede che sia, deve porsi dinanzi alla persona che agisce, preoccupandosi di far maturare, sempre più, quella coscienza etica, che ci faccia crescere in quel senso di fraternità che il nostro essere comunità credente – Chiesa di Cristo! – esige e contempla. Ben possiamo comprendere che non vi sono, in questo versante, specialisti del settore, bensì uomini e donne – noi – in cammino per un impegno, come lo chiama papa Francesco, che attenui gli effetti di un disastro, che ormai è iniziato, del nostro cosmo, ambiente, creato, e che ci vede tutti partecipi, tutti responsabili, tutti impegnati.
c) Ecco che in terzo luogo bisogna chiedersi: cosa sto facendo? Tutti noi, noi qui presenti, possiamo e dobbiamo iniziare, o continuare se già abbiamo iniziato, a fare, qualcosa in questo versante, preoccupandoci delle piccole cose e, secondo le nostre competenze e responsabilità, sollecitando le grandi cose, specie a livello sociale e politico, responsabilità, questa, che compete specie ai laici, come ci ricorderebbe il concilio nella Gaudium et spes, che ribadisce, proprio ai laici: si «assumano la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero» (n. 43).
Ciò, significativamente ci vedrà impegnati ad andare controcorrente per sanare quella nefasta costatazione di una ‘globalizzazione dell’indifferenza’ e, peggio, di quella ‘cultura dello scarto’ che è non solo dinanzi a noi ma, dentro di noi: nei nostri modi di pensare e dunque di agire. Dobbiamo sentirci tutti interpellati da queste salutari parole di denunzia di papa Francesco: «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità… Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa» (Evangelii gaudium, n. 53).
Espressioni da tener sempre dinanzi per un serio esame di coscienza che parta non da ciò che abbiamo fatto (pensieri, parole, opere), ma da ciò che dovevamo fare e che non abbiamo fatto (omissioni). Ed ancora: «Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Evangelii gaudium, n. 54; cf. Laudato si’, nn. 203-209).
La responsabilità etica deriva dal grado di maturità della propria coscienza alla problematica, che è, in modo irrevocabile e perentorio per il nostro futuro prossimo, postaci dinanzi, oserei dire, con la brutalità dell’evidenza. Inoltre ciò è, inesorabilmente, vero, e, purtroppo, già denunziato da decenni, dai profeti che sanno leggere i segni dei tempi, interrogandoci con la prepotenza della verità. Come non ricordare, difatti, ciò che scriveva, e ben trenta anni orsono, un profeta dei nostri tempi, il teologo morale Bernard Häring, nel terzo volume della sua opera Liberi e fedeli in Cristo: «L’educazione ecologica può avere successo solo là dove il sapere o conoscenza in vista della salvezza è prevalente ed è capace di padroneggiare e integrare in sé il sapere in vista del dominio» . Espressioni eloquenti e chiare, un invito, suasivo e solenne, a metterci in cammino, a maturare lo scandalo del vangelo, cioè la forza di una annunzio/presenza che faccia prendere consapevolezza da una parte dei disastri che alimentiamo, e, convertendoci di cuore, invertendo la rotta, salvaguardare e custodire il creato per il nostro domani e quello di coloro che vengono dopo di noi.
Termino con delle frasi del Patriarca Bartolomeo I, tenace assertore, ormai da anni, della causa dell’ecologia integrale: «La creazione è un dono di Dio a tutta l’umanità. È nella creazione, alla quale partecipano gli esseri umani, che si attua la grazia salvifica di Dio per la salvezza del mondo. Così, siamo sempre stati particolarmente attaccati all’idea che la distruzione della natura sia innanzitutto una questione spirituale e un peccato. Ecco perché la risposta deve anche essere spirituale. Preghiamo per la creazione… La preghiera è essenziale, ma è solo un primo passo. I cristiani devono impegnarsi nello sviluppo di un’ecologia spirituale basata sul tema della conversione. Spesso sentiamo la questione della conversione quando parliamo, ad esempio, del sacramento della confessione. È la stessa cosa qui. Se la distruzione dell’ambiente è un peccato, non possiamo proteggerlo senza convertirci. Perché è dalla conversione dei cuori che verrà la consapevolezza della nostra responsabilità».

CAPITOLO 5.
 La responsabilità etica di abitare la Casa comune. Egidio Palumbo e Maria Grazia Recupero.

Assumere uno stile dialogico e ospitale.
Nel cap. V della Laudato si’ papa Francesco propone alla politica – intesa come impegno a costruire la polis, la città, la convivenza umana a livello locale e internazionale – e alle religioni a prendersi cura della “casa comune” che è la nostra terra, a saperla abitare e gestire, assumendo uno stile non arrogante e padronale, bensì dialogico e ospitale.

  1. Il dialogo nella prospettiva dell’ospitalità

a) Conformarsi a Cristo Gesù
Quando il papa propone il dialogo non lo fa per opportunità tattica, ma per indicare uno stile dialogico e ospitale, il più adeguato da assumere in una società oggi essenzialmente plurale dal punto di vista culturale, religioso e politico. Soltanto lo stile dialogico e ospitale, creando relazioni e legami, può evitare che la pluralità si sbricioli in una molteplicità di frammenti autoreferenziali ed eccentrici, chiusi nel guscio delle proprie identità esclusiviste e fondamentaliste, ricurve su sé stesse e non aperte all’altro. Saper gestire il fenomeno della differenza e della realtà plurale è una delle sfide più importanti del XXI secolo. Il dialogo, vissuto nel segno dell’ospitalità, aiuta ad affrontare al meglio la sfida della differenza e del pluralismo.
Perciò papa Francesco aveva già affermato nella Evangelii gaudium al n. 49: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce di essere rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti». La Chiesa è chiamata a conformarsi a Gesù Cristo, il quale non fu una persona eccentrica, bensì umile, mite, aperta sempre all’ascolto, sempre dialogante e ospitale. Di conseguenza, sempre nella Evangelii gaudium, nell’ambito del dialogo sociale come contributo alla pace, il papa dedicava ben ventuno paragrafi al dialogo (nn. 238-258), che vediamo riproposto nel cap. V di Laudato si’.
b) Il volto di una Chiesa dialogante
Non possiamo, però, dimenticare che sullo sfondo di queste pagine dell’enciclica di papa Francesco vi è la prima enciclica programmatica del pontificato di Paolo VI, Ecclesiam suam, pubblicata il 6 agosto 1964, dove il papa proponeva il volto di una Chiesa dallo stile dialogante . Al n. 67 Paolo VI scriveva: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». È la prima volta che il termine dialogo (colloquium) entra in un documento ufficiale del magistero. Per Paolo VI il dialogo ha innanzitutto una dimensione trascendente, perché la relazione tra Dio e l’uomo è relazione dialogica: attraverso di essa Dio si comunica a noi e ci dona gratuitamente la salvezza (cf. nn. 72-78). Inoltre il dialogo per la Chiesa è «un modo di esercitare la missione apostolica; è un arte di spirituale comunicazione» (n. (83); perciò esige chiarezza, mitezza, fiducia, prudenza pedagogica, capacità di adattamento all’interlocutore, immedesimazione con l’interlocutore (cf. nn. 83-84). E tutto questo in un clima di amicizia e di servizio (cf. n. 90).
Con quali interlocutori è chiamata a dialogare la Chiesa? Qui Paolo VI delinea quattro cerchi concentrici – che sembrano evocare la relazione di comunione fraterna senza “spigoli”… –, al cui centro sta il nostro Dio dialogante che sostiene e guida l’umanità e le Chiese. Primo cerchio: il dialogo abbraccia il vasto orizzonte dell’umano (cf. nn. 101-110). Secondo cerchio: il dialogo abbraccia tutti coloro che credono in Dio (cf. nn. 111-112). Terzo cerchio: il dialogo abbraccia i cristiani fratelli separati (le Chiese Ortodosse, le Chiese della Riforma e le Chiese Anglicane: cf. nn. 113-116). Quarto cerchio: il dialogo abbraccia i cristiani che appartengono alla Chiesa Cattolica (cf. nn. 117-123).
c) Nel segno dell’ospitalità
Dialogo e ospitalità sono strettamente correlati. Si dialoga meglio quando si esce dal proprio guscio adolescenziale e ci si lascia ospitare e abitare dall’altro. Perché è così che si ampliano gli orizzonti della nostra identità umana e di fede, è così che ci si arricchisce reciprocamente e si cresce secondo la statura della persona adulta e matura. Dialogo e ospitalità, allora, generano la “cultura dell’incontro”, di cui spesso parla papa Francesco, dove è fondamentale l’accettazione della differenza, il rispetto e l’accoglienza dell’altro, ben sapendo che tutto questo non è qualcosa di naturale e di spontaneo, ma richiede un impegno e una dedizione particolari, una disponibilità a decentrarsi e a mettersi umilmente in un cammino di ricerca e di simpatia ed empatia per comprendere il mistero dell’altro, perché – lo sappiamo bene – la presenza dell’altro non suscita solo ammirazione ma anche inquietudine e disorientamento .

  1. Le religioni in dialogo con le scienze e in dialogo tra loro

Dentro questo mondo plurale, la presenza delle religioni, compresa quella cristiana, assume una rilevanza pubblica significativa. Le religioni, infatti, oltre che avere i loro riti e le loro pratiche, hanno anche una loro comprensione esperienziale di Dio, dell’uomo, del mondo, della terra, del cosmo e della condizione degli impoveriti. Ponendo in stretta relazione Dio-umanità-terra-cosmo-poveri, le religioni ci comunicano la loro visione della vita, esprimono il senso e la via salvifica che orienta (o dovrebbe orientare) il modo di abitare e di vivere dell’uomo sulla terra: non padronale e autoreferenziale, bensì da figlio/figlia e da fratello/sorella, da creatura e da custode, da “giardiniere” e da “pastore”, da pellegrino e da ospite .
Per questo papa Francesco, con grande insistenza e parresia, nella Laudato si’ esorta le religioni a coinvolgersi nel cammino dialogico e ospitale sia con le scienze (cf. nn. 199-200), sia tra di loro (cf. n. 201), per offrire un contributo alla cura della nostra “casa comune” e alla difesa dei poveri. «La gravità della crisi ecologica – scrive il papa – esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che “la realtà è superiore all’idea” (Evangelii gaudium, n. 231)» (Laudato si’, n. 201).

 3. La responsabilità etica e politica di abitare e gestire la Casa comune

Rievocando la pregnanza del termine greco oikos – che vuol dire “casa” e più ampiamente “ambiente dove si vive” – dovremmo pensare all’eco-logia come elaborazione di analisi sulla “casa comune”, mentre l’eco-nomia si dovrebbe preoccupare della sua gestione. Che si tratti della famiglia o dell’intero pianeta, l’etimologia colloca entrambe le dimensioni nell’orizzonte d’un progetto in cui tutti gli abitanti sono coinvolti. Nel suo complesso l’enciclica Laudato si’ mostra come tali presupposti siano tutt’altro che scontati.
Rispetto alla lunga storia del vocabolo “economia”, già presente nel pensiero antico, non è un caso che la parola “ecologia” abbia una matrice ottocentesca e tutta occidentale, legata alla massiccia alterazione degli equilibri naturali prodotta principalmente dall’industrializzazione. La necessità di studiare con attenzione specifica l’interrelazione tra l’uomo e l’ecosistema deriva dai risvolti strabilianti, e al tempo stesso inquietanti, dell’allora nascente società di massa. Potremmo cioè ammettere che sin dagli esordi l’ecologia si costituisca come studio della “crisi ecologica”. Dai disastri ambientali alle migrazioni, che oggi coinvolgono enormi masse di persone sconvolgendo gli equilibri geopolitici del pianeta, papa Francesco opera un’efficace connessione tra quelle che diremmo “catastrofi naturali” e “catastrofi culturali”.

  • Catastrofi naturali e catastrofi culturali

Il capitolo V dell’enciclica si snoda, in particolare, «tanto nelle crepe del pianeta che abitiamo, quanto nelle cause più profondamente umane del degrado ambientale» (n. 163). In diversi passi emerge, ad esempio, la preoccupazione per la “desertificazione” come progressiva distruzione della biodiversità (cf. n. 169). Da quest’immagine vorrei partire, richiamando la suggestiva metafora di Hannah Arendt che coglie nel “deserto che avanza” la nullificazione delle capacità politiche degli uomini.
La pensatrice ebrea aveva ben impressa la catastrofe totalitaria, la disumanizzazione elevata a sistema di governo, ma certamente il deserto rimane a rappresentare simbolicamente il rischio cui ogni società, in ogni tempo, può imbattersi. L’inaridirsi della “vita in comune” – questo il primo ed ultimo significato della ‘politica’ – riguarda in special modo la razionalizzazione onnipervasiva su cui si basa l’economia di mercato orientata al guadagno continuativo e non alla copertura del fabbisogno. Sotto il profilo che qui interessa maggiormente, l’efficienza del paradigma tecnocratico-capitalistico ha impoverito, fino a svuotala, la relazione istituita dallo scambio di beni. Ne risulta il predominio della meccanica produzione di merci che si aggirano in un mondo ritenuto calcolabile e controllabile tecnicamente: «Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti» (n. 106). Non si può più condividere la certezza d’uno sviluppo progressivo e perfettibile cha tanto aveva «[…] entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia» (n. 106) uniti intorno al potere, apparentemente razionale e sconfinato, del libero mercato.
Quale libertà, insomma, per la condizione umana che Max Weber definiva “disincantamento del mondo” , e che è stata poi asetticamente denominata “globalizzazione”? Più che un’astrazione univoca, quest’ultima rappresenta attualmente il corto circuito culturale tra le forme democratiche e lo schema capitalistico dell’accumulo, nel miraggio della disponibilità infinita in cui convergono spreco di risorse, inquinamento, sovrapproduzione di rifiuti, guerre, vessazioni ecc. Se per certi versi la globalizzazione ha unificato il pianeta, almeno per l’incremento dei flussi di consumo, ci si sarebbe aspettati anche un’imponente crescita del benessere dal punto di vista spirituale. Snodo fondamentale in tale direzione la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) a sugellare che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” e che “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza» (artt. 1-2). Volgerei a questo punto in forma d’interrogativo un importante passaggio della Laudato si’: quanto «si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune» (n. 164)?

  • Quali abitanti per la Casa comune?

Le relazioni internazionali non hanno saputo sostenere in chiave solidale l’attenzione e la cura per i mali del pianeta, sia sul piano umanistico che ambientalistico. Hanno piuttosto nutrito le dialettiche paranoiche con cui politica ed economia «[…] tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli» (Laudato si’, n. 198). Sul piano sovranazionale, ma anche locale, non è stata superata la dinamica acquisitiva che esige lo scarto incolmabile tra vincitori e vinti, tra chi può e chi non può, tra chi ha e chi non ha (indipendente dal ‘chi’ di turno).
Occorre perciò fortificare i pilastri etici del dibattito pubblico incoraggiando «una concezione più ampia della qualità della vita» (n. 192). Non un progetto di sviluppo sostenibile bensì un “progetto sostenibile di sviluppo” che sposti l’attenzione dallo sviluppo – principale interesse della modernità – alla sostenibilità come categoria della possibilità costantemente aperta a dubbi sui propri trionfi, sulle realizzazioni definitive, sulle conquiste irreversibili dei diritti, insomma sul compimento della perfetta umanità.
L’enciclica indica un diverso rapporto limite-possibilità da condividere nell’ambito d’una multi-level governance (pure fuori dai luoghi tipici del potere), una sorta d’unità poliedrica che si scompone e si ricompone, a seconda delle particolarità di ogni ambiente e di ogni circostanza, per la cura dei beni comuni globali (cf. n. 174). Anche “a costo” di capovolgere il classico modello del calcolo razionale mezzi/fini che, portato all’estremo, utilizza il bene comune come strumento per il profitto. Invece i «costi sarebbero bassi se raffrontati al rischio dei cambiamenti climatici. In ogni modo, è anzitutto una decisione etica, fondata sulla solidarietà di tutti i popoli» (n. 172), osserva e fa osservare papa Francesco, indicando un percorso impegnativo per risalire eticamente dagli effetti ai mezzi, non tralasciando esempi pratici: «Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. […]. C’è bisogno di sincerità e verità nelle discussioni scientifiche e politiche, senza limitarsi a considerare che cosa sia permesso o meno dalla legislazione» (n. 183).
In questo passo, che fa subito pensare al concetto di parresia, arriva l’eco più propriamente cristiana del capitolo V, con uno slancio oltre qualunque steccato confessionale. Del resto, accettando l’antica derivazione riportata da Lattanzio, il latino religare concerne “l’essere legati”. Relazione analoga al politico “vivere assieme” – in quanto autocostruzione dell’uomo e mai autosvilimento o autodistruzione. «La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità» (n. 201). In tal senso la religiosità non può che arricchire il confronto costruttivo sulla cura della “casa comune”. In termini filosofici, è in gioco il “credente” come colui che pone al politico la domanda capitale: sei credibile? Così inquadrata, la semplicità di papa Francesco si fa folgorante: «Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso» (n. 194).

  • «Qual è dunque il posto della politica?» (n. 196)

L’interrogativo del papa, che è anche la domanda cruciale della filosofia politica di cui mi occupo, non può fare a meno di collocare la decisione al cuore della politicità: negli ultimi anni i maggiori vertici mondiali sull’ambiente «non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (n. 166). Suddetta constatazione permette di rilanciare ulteriormente sulle conseguenze della globalizzazione: come mai la denaturalizzazione dei confini (politici, giuridici, finanziari) non è stata seguita da una degna internazionalizzazione della politica, ma ha perfino segnato il ritorno alla chiusura di politiche populiste e sovraniste? Forse perché i molteplici processi di denazionalizzazione rendono difficilmente individuabili gli spazi della scelta politica e quindi il riconoscimento di responsabilità? In questo vuoto pericoloso, che alimenta sempre il “fiorire del deserto”, giungono le parole di papa Francesco. E sono talmente dirette da risultare scandalose per il potere come dominio, che più aumenta meno responsabilizza: «quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune» (n. 198).
Prendendo le distanze dall’operato di leader politici e classi dirigenti a vario titolo, la “pro-vocazione” di papa Francesco è un “chiamare” i grandi a farsi piccoli, così come i piccoli a farsi grandi, ponendosi al servizio di «responsabilità comuni ma differenziate» (n. 170). In questa formula di reciprocità, che evita sapientemente i rischi dell’omologazione, sono racchiuse le potenzialità salvifiche delle “differenze” in grado di generare sinergie impossibili in un mondo omogeneo: «Non si può pensare a ricette uniformi, perché vi sono problemi e limiti specifici di ogni Paese e regione» (n. 180), col pericolo di «imporre ai Paesi con minori risorse pesanti impegni sulle riduzioni di emissioni […]. In questo modo si aggiunge una nuova ingiustizia sotto il rivestimento della cura per l’ambiente» (n. 170).
Bisogna aver cura delle differenze, nel significato che mutuo da Jacques Derrida, con cui ogni identità individuale e collettiva dovrebbe fare i conti: misurarsi incessantemente col proprio limite, come con quello di ciascun ordine culturale, ripensare frontiere, ricostruire linguaggi e codici simbolici, nell’infinita differenza di ogni soggetto con sé stesso assoggettato all’infinita differenza dell’altro che mi chiama alla responsabilità.
La differenza riguarda anche il differimento nel tempo, aspetto essenziale e più volte rimarcato nella preoccupazione per la casa comune: indispensabile alla politica lungimirante è il carattere della continuità «[…] giacché non si possono modificare le politiche relative ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente ogni volta che cambia un governo. I risultati richiedono molto tempo e comportano costi immediati con effetti che non potranno essere esibiti nel periodo di vita di un governo. […]. Che un politico assuma queste responsabilità con i costi che implicano, non risponde alla logica efficientista e “immediatista” dell’economia e della politica attuali, ma se avrà il coraggio di farlo, potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e lascerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità» (n. 181).

  1. Per una rotta condivisa

Dinanzi ad una politica priva di visioni “altrimenti possibili”, le forme di convivenza improntate all’assolutezza del paradigma razionale tecno-economico finiscono col distruggere «non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia» (n. 53), componenti vitali per la casa comune che l’enciclica Laudato si’ ha merito di inquadrare in una prospettiva tanto ampia quanto complessa, consentendo l’apporto di molteplici punti di vista alla ricerca di una rotta condivisa e non certo confinata all’ambito economico-finanziario. Assume invece il senso – sia come direzione che come significato – di una ecologia integrale o radicale, restituita attraverso l’iniziale accenno alle radici etimologiche. Si diceva che il progetto di cura dell’ambiente non può che essere globale perché interessa tutti i suoi abitanti. In che modo siamo coinvolti? Senza mezze misure, se non siamo coloro che curano evidentemente saremo tra coloro che necessitano di cure. Ulteriormente confermata, dunque, l’esigenza di pensare a lungo termine il circuito dell’azione politica, che si modifica continuamente mentre viene a sua volta modificata dalle circostanze: non però un universo di relativismo universale, bensì un’opportunità per affidare a ciascuno la responsabilità del proprio punto di vista e delle proprie scelte.
L’esperienza mostra che persino «i migliori dispositivi finiscono per soccombere quando mancano le grandi mete, i valori, una comprensione umanistica e ricca di significato, capaci di conferire ad ogni società un orientamento nobile e generoso» (n. 181). La leggerezza con cui la politica affronta le fragilità del pianeta non sembra aver colto il risvolto positivo delle sfide mondiali poste dalla globalizzazione, nondimeno torna il nesso tra natura e cultura giacché, almeno sul piano culturale, il «peggio non è né inevitabile né irreparabile» . Nonostante «l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (n. 165).

CAPITOLO 6.
Educazione e spiritualità ecologica. Alberto Neglia
Di fronte alla inequità planetaria, a cui l’enciclica dedica un notevole spazio nel primo capitolo (cf. nn. 48-52), con conseguenze ambientali probabilmente irreversibili e conseguenze sociali drammatiche in cui di fatto, «il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta» (n. 48), credo che nessuno di noi può restare indifferente. Nell’enciclica c’è l’invito ad uscire dall’indifferenza momentanea e soprattutto è presente la sollecitazione a fare un profondo cammino interiore che ci tenga svegli e capaci di assumerci la responsabilità nei riguardi degli altri e nei riguardi di tutto il creato.

  1. «Appello a una profonda conversione interiore»

Nel capitolo sesto, che prendiamo in considerazione, è presente un invito esplicito alla “conversione ecologica” (cf. nn. 216-221). Viene messo in evidenza subito che essa suppone una più profonda conversione interiore. Viene detto esplicitamente al n. 217: «Se “i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”, la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana».
In questo testo viene evidenziato che, se vogliamo fare una seria la conversione interiore, siamo chiamati a ritornare a guardare un Volto, il volto di Gesù, a lasciarci animare e plasmare da questo volto e, uscendo da una cornice mentale attraverso la quale leggiamo la vita e gli avvenimenti, coinvolti da questo Volto, ci poniamo in modo nuovo e creativo nelle relazioni con i fratelli e con tutte le creature. 

  1. Nel volto di Cristo si svela il mistero trinitario e la vocazione dell’uomo

Questa connotazione trinitaria è evidenziata da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: «Il Padre è la fonte ultima di tutto, fondamento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vincolo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Persone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza questa opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, «quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità» (n. 238).
In fondo qui ci viene detto che, per intraprendere una seria conversione ecologica e operare cambiamenti radicali nel nostro stile di vita, è determinante partire da uno sguardo contemplativo che viene dalla fede: «Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (n. 220). Si tratta di prendere consapevolezza che la nostra vita umana e spirituale non principia da noi e neppure a noi è finalizzata. Alla sua fonte e al suo supremo compimento sta Dio-Amore. Questo Dio-Agàpe è Padre-Figlio e Spirito Santo. Il messaggio cristiano ci svela una meravigliosa ed esaltante realtà che ci coinvolge personalmente. Il Dio che ci ha manifestato Gesù Cristo è un Dio la cui essenza è relazione gratuita, comunione, cioè la Trinità. La sua vita intima, eterna, ciò che lo costituisce Dio, è il suo essere in comunione. Questa affermazione è assolutamente vitale per noi. Si chiarisce ancora nell’enciclica:  «Per i cristiani, credere in un Dio unico che è comunione trinitaria porta a pensare che tutta la realtà contiene in sé un’impronta propriamente trinitaria. San Bonaventura arrivò ad affermare che l’essere umano, prima del peccato, poteva scoprire come ogni creatura «testimonia che Dio è trino». Il riflesso della Trinità si poteva riconoscere nella natura «quando né quel libro era oscuro per l’uomo, né l’occhio dell’uomo si era intorbidato». [170] Il santo francescano ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere spontaneamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a leggere la realtà in chiave trinitaria» (n. 239).
Bonaventura non si inventa questo, ma riprende ciò che Paolo evidenzia più volte. La memoria pasquale della Chiesa nascente ha riconosciuto la presenza della Trinità nell’atto stesso della Creazione: vari inni cristologici (Col 1,15-18; Ef 1,3-14; Gv 1,1-3) e diverse confessioni di fede (1Cor 8,6; Eb 1,1-4) attestano la convinzione profonda che il Dio operante negli eventi salvifici di Pasqua è anche il Dio della prima origine che ha dato e dà esistenza a tutte le cose. Tutta la Creazione è connotata, quindi, dalla presenza della Trinità. Ne deriva che l’uomo per realizzare la sua vocazione, è chiamato a vivere nella relazione gratuita non solo con gli altri uomini, ma con tutte le creature. Viene detto esplicitamente:  «Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (n. 240).
Non dunque nella chiusura di uno spirito sazio di sé (soggettivismo moderno), né nella statica solitudine di una sostanza incomunicabile (oggettivismo antico), l’uomo è persona-immagine di Dio, ma nell’apertura e reciprocità della comunicazione dell’amore, nell’essere con gli altri per edificare con loro il futuro e narrare nel tempo una storia nell’amore, che sia il riflesso meno infedele possibile della storia dell’amore eterno. E noi siamo chiamati a lasciarci coinvolgere da questo volto trinitario e a raccontarlo nella storia con lo stile di Cristo, sia nel rapporto con gli altri uomini, soprattutto i poveri, sia con tutto il creato. Ci dice l’enciclica: «…Cristo ha assunto in sé questo mondo materiale e ora, risorto, dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce. Come pure il riconoscere che Dio ha creato il mondo inscrivendo in esso un ordine e un dinamismo che l’essere umano non ha il diritto di ignorare. Quando leggiamo nel Vangelo che Gesù parla degli uccelli e dice che “nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6), saremo capaci di maltrattarli e far loro del male? Invito tutti i cristiani a esplicitare questa dimensione della propria conversione, permettendo che la forza e la luce della grazia ricevuta si estendano anche alla relazione con le altre creature e con il mondo che li circonda, e susciti quella sublime fratellanza con tutto il creato che san Francesco d’Assisi visse in maniera così luminosa» (n. 221).
Gli altri non sono dunque il limite del proprio esistere (l’inferno sono gli altri: Sartre), ma, in quanto l’uomo è recettività essi sono la soglia dove comincia veramente ad esistere. Nel più profondo del suo essere creaturale… l’uomo ha bisogno dell’altro.

  1. «Una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco»

Vocazione allora dell’uomo e di tutto il creato è vivere la relazione la comunione e in questo modo esprimere l’immagine trinitaria e relazionale che Dio ha impresso nel volto dell’uomo e di ogni opera creata, così esprime la sua vocazione alla salvezza e alla gloria. Ma, oggi in modo più evidente, gli incontri precedenti ce lo hanno mostrato, stiamo vivendo in modo sbagliato la relazione con gli altri uomini e con le componenti altre della creazione, non sapendo riconoscere l’opera vivificante dello Spirito santo che ci richiederebbe un rapporto di rispetto e di amore. Le creature sono per noi un oggetto neutro di consumo, oggetti che servono a soddisfare i nostri desideri, strumenti per il nostro benessere senza limiti e senza leggi. È urgente allora un processo educativo che ci aiuti a riscoprire, il senso vero della vita, la gioia del vivere insieme. L’enciclica ci offre delle piste: «La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. È importante accogliere un antico insegnamento, presente in diverse tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri» (n. 222).
Cosa è la sobrietà? A noi sembra una parola sconosciuta, fuori moda, ma essa indica una qualità della vita che ritorna più volte nella proposta paolina, e anche Pietro esorta: «Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). I termini usati, nel greco biblico, per definire lo stato di sobrietà sono il sostantivo nêpsis e il verbo néphein, in contrapposizione a methÿein che indica lo stato di ebbrezza (e anche di sonnolenza). Nella letteratura dei padri del deserto, la sobrietà (nêpsis) è prima di tutto frutto della presenza di Dio, è un dono suo, un carisma, quindi più che meritata va implorata e accolta, è la via di ogni virtù, è anche chiamata hesychìa (quiete) del cuore, ed ha come fine la carità. È, cioè, stato d’animo che consente di affrontare la vita con gli occhi pieni della luce di Dio.
Come dono che viene dall’alto, è realtà che tocca la coscienza personale. Come ogni dono va accolto e coltivato, «Solamente partendo dal coltivare solide virtù è possibile la donazione di sé in un impegno ecologico» (n. 211); e, perché porti frutto necessita di un’ascesi faticosa, la quale implica un costante controllo di sé e una diuturna vigilanza nei confronti delle pulsioni istintuali, nonché del desiderio di autoaffermazione, perciò delle dinamiche del possesso e del potere. La sobrietà, accolta e coltivata, fa emergere una nuova consapevolezza interiore che poi si rende visibile nelle scelte, nei comportamenti, nei gesti, nelle pratiche sociali, negli stili di vita. Si tratterà spesso di piccoli gesti che si inscrivono però in grandi orizzonti perché accompagnati da una coscienza politica e dalla consapevolezza di prendere parte ad una strategia piccolissima di cambiamento. L’enciclica sottolinea alcuni di questi gesti: «È molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano. Riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità» (n. 211).
Una seria educazione alla sobrietà rende l’uomo capace di scegliere liberamente, la sobrietà è luce che educa a dire di no alla dittatura del mercato, che procura morte, ed educa a sfidare la legge del conformismo, nella consapevolezza che, come scriveva R. Osho, «si possiede davvero solo ciò che si usa, altrimenti se ne è posseduti». Questa consapevolezza nuova è humus che educa all’autolimitazione dei propri bisogni, a saper distinguere tra esigenze fondamentali e quelle superflue, a valorizzare le potenzialità creative di ogni individuo arricchendone la vita in tutti i suoi aspetti, ad imparare ad accettare certi limiti, oltre i quali è opportuno non andare per il bene di tutti.

  1. «Ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri»

a) Responsabili dei fratelli
Una mente sobria è una mente capace di respiro e di attenzione, libera e attenta alla vita degli altri. La sobrietà, quindi, non è passività, ma si rivela atto di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. La sobrietà, infatti, praticata nel tempo strappa il credente, ma anche ogni uomo di buona volontà, dalla tentazione del disamore e del disimpegno nella vita e lo educa a vivere la tensione tra presente e futuro, cercando di essere fedele tanto al suo presente quanto al suo futuro. L’uomo educato alla sobrietà organizza la vita a livello collettivo e individuale con la preoccupazione di garantire a tutti, senza egoismi e senza sprechi, il soddisfacimento dei bisogni primari, fondamentali, e, come diceva Gandhi, si impegna a «vivere più semplicemente, così che anche gli altri possano semplicemente vivere». E tiene presente che ogni essere umano, al di là delle esigenze legate al corpo, ha anche esigenze spirituali, affettive, intellettive e sociali. Chi vive sobriamente impara a guardare il mondo, gli avvenimenti con lo sguardo dei poveri. «In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali (n. 232)». Chi si educa a vivere sobriamente impara a condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e, spartendo la sua vita con loro si fa attivamente critico verso le strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini degli spazi di libertà. Illuminato da Cristo, chi vive in sobrietà, si lascia divorare per sfamare la fame dei poveri e si lascia spezzare l’esistenza per ridare speranza all’uomo a cui la vita è negata.
b) Responsabili del creato
Oggi ci sentiamo tutti minacciati da una emergenza cosmica dai segni inequivocabili. Sentiamo quasi risuonare le attualissime parole del profeta Geremia: «Io vi introdussi in una terra giardino che vi offriva i suoi prodotti e le sue delizie. Ma voi, una volta presone possesso, l’avete profanata e il mio dono l’avete reso un’abominazione» (Ger 2,7). Sale dalla natura una grande domanda di solidarietà che investe indubbiamente l’impegno personale privato e richiede:

– uno spirito di sobrietà nel consumare i doni della natura, l’acqua, le piante, gli animali, il suolo coltivabile;

– un grande rispetto per la natura, per i boschi, per l’ambiente di tutti, evitando di inquinare, riducendo o eliminando prodotti non degradabili dal nostro ménage quotidiano;

– utilizzando con discernimento prodotti chimici, che aumentano la quantità del prodotto, ma rischiano di trasformarsi in un boomerang.

Questa partita oggi è così importante che non si può più affidare solo all’intelligenza e alla buona volontà delle singole persone. È necessario che i cristiani, assieme agli uomini di buona volontà, si organizzino come custodi del creato per promuovere itinerari educativi che aiutino nell’opera di salvaguardia del creato. In questo orizzonte, la capacità di vivere il limite e in sobrietà oggi nei confronti delle tante possibilità, diventa una chiave del nostro benessere, non solo per noi ma per tutti, per il pianeta. L’arte del vivere richiede il senso della giusta misura, della moderazione, altrimenti non c’è sopravvivenza nella società. È bene ricordarlo, nell’era delle mille scelte, la capacità di mettere a fuoco le cose implica il potere di dire di no e diventa l’ingrediente importante per una vita più ricca. Come insegna S. Francesco, semplicità del vivere è la fonte della perfetta letizia.




Il futuro in un verbo: “Amerai”
P. Ermes Ronchi

Il futuro in un verbo: ‘Amerai’
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (11 Luglio 2004)

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.
Un uomo. E non ci deve essere nessun aggettivo, giusto o ingiusto, ricco o povero. Può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui. È l’uomo, ogni uomo. Il suo nome è: spogliato, colpito, solo, mezzo morto. Nome eterno: dovunque il mondo geme con le vene aperte; c’è un immenso peso di lacrime in tutto ciò che vive.
Un sacerdote scendeva per quella medesima strada. E il primo che passa, un prete, lo aggira, lo scansa, passa oltre. Ma dov’è questo oltre? Cosa c’è oltre? Oltre l’uomo c’è il nulla, l’assurdo, l’inutile! Nessuno può dirsi estraneo alle sorti dell’uomo, nessuno può dire: io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada, nella medesima storia; ci salveremo o ci perderemo tutti insieme.
Invece un samaritano n’ebbe compassione, gli si fece vicino. Due termini di una carica infinita, bellissimi. Parole che grondano di umanità. Non c’è umanità senza compassione e senza farsi vicino. La compassione è il meno sentimentale dei sentimenti, il meno zuccheroso, il meno emotivo, è il “soffrire insieme”. Scende da cavallo, si china, e forse ha paura, forse teme i briganti ancora vicini o una trappola. Ma la compassione non è un istinto, è una conquista. La prossimità è una conquista che mette al centro il dolore dell’altro non il mio sentire.
E ci sono dieci verbi in fila per descrivere l’amore: lo vide, si mosse a pietà, scese, versò, fasciò, caricò… fino al decimo verbo: ritornerò indietro a pagare, se necessario. Questo è il nuovo decalogo, i nuovi dieci comandamenti di ogni uomo, credente o no, perché l’uomo sia uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi”, per una nuova architettura del mondo e della storia. Domandano a Gesù: cosa devo fare per essere vivo? Come si fa ad essere uomo? Gesù risponde con un verbo: amerai, e con un racconto in cui è racchiusa la possibile soluzione della Storia, la sorte del mondo e il destino di ognuno.
Tutto il nostro futuro è in un verbo: tu amerai. Un verbo al futuro perché questa è un’azione mai conclusa, perché durerà quanto durerà il tempo. Perché è un progetto, ed è l’unico. Non un obbligo, ma una necessità per vivere. Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà, e per il mio futuro? Tu amerai. E l’umanità, il suo destino, la sua Storia? Solo questo: tu amerai. Una parabola al centro del Vangelo, e al centro della parabola un uomo. E un verbo: tu amerai.
Va’ e anche tu fa’ lo stesso. E troverai la vita.




13 luglio 2025. Domenica 15a
IL SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’

Domenica 15 domenica  C

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen
Dal libro del Deuteronòmio 30,10-14
Mosè parlò al popolo dicendo: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».
Salmo 18.  I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,  rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli,  sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro,  di molto oro fino, più dolci del miele  e di un favo stillante.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 1,15-20
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». 

IL SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’. Don Augusto Fontana

Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu, tutto sommato, fortunato: incontra un ferito una volta nella vita ed è, per questo, santificato da Gesù nel suo vangelo per i secoli dei secoli. Ma noi, ogni giorno, vediamo, sappiamo, conosciamo carni maciullate, schiave esposte, bimbi violati di sesso o di armi o di lavoro. Siamo all’assuefazione, alla indifferenza inescusabile ma inevitabile. Don Milani difendeva il “principio della cura” (I care = mi preoccupo) contro quella qualunquistica indifferenza di ieri che oggi ha infettato anche me. E mi chiedo come fa Dio, il Signore, a non diventare un po’ assuefatto pure lui che da quel giorno sul monte Oreb continua a guardare, ascoltare e scendere per liberare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto» (Es. 3,7-8).  Non sempre ne vedo chiaramente gli esiti e Lo attendo al varco nell’invocazione: «Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell’angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione» (Siracide 51, 10).
Padre Antonio Izquierdo scrisse, con una felice intuizione, che «il buon samaritano è lo pseudonimo di Gesù».
I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, la città santa della salvezza, interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo ribelle che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, la Gerusalemme Celeste. Nei briganti che assalgono l’uomo, vedono il tentatore che ci spoglia dall’amicizia con Dio. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica Legge per la nostra salvezza che sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste ci cura con l’olio della consolazione e il vino dello Spirito e della speranza. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore intravedono i fratelli nelle mani dei quali Gesù affida la cura dei con-fratelli. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù che promette di ritornare per dare a ciascuno il suo merito. Alla chiesa Gesù lascia per la nostra salvezza i due denari: la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola.
FARSI “PROSSIMO”.
«Credo che per leggere onestamente la parabola dobbiamo non tanto identificarci con il protagonista positivo, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita e che i tre personaggi sono momenti di un unico faticoso movimento verso una vera compassione»[1], arrivare non solo a “sentire compassione”, ma a “fare la compassione” (S.Gerolamo traduce “fecit misericordiam” = fece la compassione).
Un uomo incappò nei ladroni
Gesù ambienta la parabola in questa strada tra Gerusalemme e Gerico, nota per le sue insidie. Quest’uomo è ognuno di noi camminatori imprudenti su sentieri che conducono lontano dall’Eden. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri… Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti» (Salmo 24, 4. 10). Questa strada si presta a interpretare bene anche la nostra situazione di discepoli: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10, 3); “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Lc 22, 46).
Un sacerdote vedendolo passò dall’altra parte
Il primo personaggio che transita è un professionista della religione, conosce la legge di Dio, guida la preghiera, passa il suo tempo in chiesa, quindi si trova per caso sulla via della sofferenza dell’uomo ma, appena la sbircia, gira alla larga. L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi e doveri: egli deve interessarsi delle cose di Dio. E Gesù lo ripudia come eterno rappresentante dell’indifferenza del cuore. Se non sapessimo che questa parabola risale a Gesù  la diremmo nata dalla mente dissacratrice di un nemico della religione,  un’invenzione sacrilega di un anticlericale denigratore di preti. Ma siccome è Gesù a parlare ci mettiamo in ascolto di una profezia che vuole colpire liturgie e pratiche religiose avulse dalla carità e dalla vita: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli» (Isaia 1,13-14).
Anch’io devo passare dall’orto-dossia (“hai risposto bene [in greco = orthôs]”) alla orto-prassi (“fai questo e vivrai”).
 Un levita
Il secondo personaggio è un funzionario che “arriva sul posto” e anche lui “passa dall’altra parte”. Tutti e due “passano dall’altro lato” con un gesto non solo di indifferenza, ma di esplicito scostamento. È diverso dal Gesù-samaritano che arriva “vicino a lui” (prossimo). Il levita è il tipo di tutti coloro che, nella Chiesa o nella parrocchia, sono sempre ai loro posti, notai di Istituzioni, di Leggi, di Immobili e di Tradizioni secolari e sanno distinguere bene le eccellenze, le eminenze e i monsignori, le Rubriche rituali e i paragrafi dei Codici.
Un samaritano era in viaggio…
Il terzo personaggio è Gesù, questo “extracomunitario samaritano” che si avvicina: «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» e io non possa accampare scuse dicendo che Dio è irraggiungibile. L’Incarnazione è un Dio che anziché chiudersi in se stesso in maniera narcisistica e oziosa sceglie di aprirsi all’esterno. E’ ciò che i Padri antichi della chiesa hanno sintetizzato con l’idea della “con-discendenza” (syn-katàbasis), cioè il suo essere-per-l’uomo. Il teologo Chenu, in periodo di Concilio Vaticano II, chiamava questa modalità dell’agire di Dio, “legge dell’estroversione[2]. Il Concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” scrive: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo … egli si è fatto veramente uno di noi” (GS n. 10). E’ per questo motivo che “chiunque segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS n. 41). Il Gesù-samaritano sembra non gradire certi riti che privilegiano più il salotto che la strada, più le pantofole che gli scarponi da viaggio, più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino.
…passandogli accanto…
Altre volte questo “passare accanto” di Gesù ha scatenato campi magnetici tonificanti: Mat. 20, 30 «Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare:  «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!»; Mc 1,16 «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare…»; Mc 2,14 «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:  «Seguimi».  Egli, alzatosi, lo seguì»; Lc 19,4 «Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là».
Lo vide.
Anche il “vedere” è una qualità di Dio e un suo dono. Non per niente Gesù guarisce parecchi ciechi. Ci vogliono occhi per vedere i poveri. “La povertà non è solo quella del denaro, ma anche della mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, la disoccupazione … gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari e tutte le frustrazioni che provengono dall’incapacità di integrarsi nel gruppo umano più prossimo” (Paolo VI).
Sono i drop-out: i “caduti fuori” dal circuito, i caduti in disgrazia. Per loro il Gesù-samaritano ripete il rito del Padre misericordioso: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Luca 15,20).
Ne ebbe compassione.
Significa sentirsi provati emotivamente nell’indignazione e nella compassione materna, guardare la storia e la geografia dall’angolo dei poveri. Uno dei termini con cui  l’A.T.  indica la misericordia è rahamim, che propriamente designa le “viscere materne” ed è usato per esprimere quel sentimento intimo, profondo e amoroso che lega due esseri per ragioni di sangue o di cuore. Is 49,15: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò”.

Lettera enciclica “Fratelli tutti”.
Papa Francesco ha dedicato tutto il capitolo secondo della “Fratelli tutti” alla rilettura e attualizzazione di questa Parabola.


[1] Eucaristia e parola, a cura della comunità di Bose,  Ed. V&P.
[2] Chenu M.D., “Pour une anthropologie sacramentelle”, in La Maison Dieu 119 (1974) 86.




SE NON PER DIO ALMENO PER UMANITA’
Card. Battaglia

SE NON PER DIO, FATELO PER CIÒ CHE D’UMANO RESTA NELL’UMANITÀ…
Card. Mimmo Battaglia (Avvenire 08/07/2025)
Il pianeta risuona tamburi di guerra da ogni direzione dell’orizzonte. In Ucraina tredicimila civili cancellati dal fuoco; a Gaza cinquantasette mila vite spente come candele nella corrente in ventuno mesi d’assedio; dal Sudan quattro milioni di corpi in marcia alla ricerca di un fazzoletto d’ombra; in Myanmar tre milioni e mezzo di volti dispersi fra cenere e giungla; e, sopra tutti, una città invisibile che non smette di crescere: centoventidue milioni di profughi lanciati nel vento come semi. Questi numeri – li sentite pulsare? – dovrebbero gelare il sangue, ma sfumeranno come bruma se non accostiamo l’orecchio al battito che custodiscono. Ogni cifra è una fronte che scotta, una fotografia sbiadita stretta in un pugno, una voce che domanda solo un minuto senza sirene.
A voi che impugnate le leve del potere – governi in doppiopetto, consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, alleanze militari dalla voce di metallo – dico che il Vangelo non fa sconti né ammorbidisce la verità. Non domanda tessere, non pretende incenso: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto» non è un soprammobile pio: è norma primaria scritta con il polso di Dio.
Non esistono clausole, non c’è piè di pagina abbastanza piccolo per nascondere l’egoismo.
Se volete essere guida e non timone allo sbaraglio, fermate i convogli carichi di morte prima che varchino l’ultima dogana; smontate i macchinari che colano piombo e forgiatene aratri, tubature, banchi di scuola. Portate i bilanci di guerra sulla cattedra di un maestro stanco: trasformate milioni stanziati per missili in sale parto illuminate, ambulanze capaci di raggiungere finanche le sofferenze più remote.
E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».
Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.
Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”.
Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni. Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie.
L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?» Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.
Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.
A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.
 Piega, Cristo, l’orgoglio dei potenti, invita chi forgia armi a piegare il ferro in vanghe, chiama ogni coscienza a spalancarsi e difendere il fragile con la testardaggine di chi sa che il bene è moneta che non svaluta. Ogni minuto di ritardo incide un nuovo nome sul marmo.
Che questa pagina – spoglia di retorica, ruvida di Vangelo – diventi specchio: chi vi si guarda decida se restare servo della violenza o farsi servo dei fratelli.
Dio del respiro negato, strappa il tavolo ai signori che vendono il mondo a colpi di vertice.
Capovolgi le loro carte di ferro: che il piombo sparso torni zolla, che il bilancio armato diventi culla. Offri ai potenti lo specchio che non sanno rompere: il volto di un bambino senza notte, il tremito di un medico rimasto senza luce.
Fa’ che non possano distogliere lo sguardo finché il privilegio diventa vergogna e la vergogna si fa giustizia.
Ricordaci che la carne vale più dell’emblema, che chi fa profitto sul sangue scava la propria fossa, che l’alba non appartiene a chi ha cannoni ma a chi custodisce un abbraccio.
Taci le sirene, piega le bandiere gonfie di rumore, e ridonaci un silenzio capace di far fiorire il futuro. Amen 




Giornata mondiale per cura del creato
Messaggio di Papa Leone XIV

PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO 2025
[1° settembre 2025]

Semi di Pace e di Speranza
Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.
Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24). Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie.
Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).
Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo (cfr Laudato si’, 84). La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche (cfr Esort. ap. Laudate Deum, 5), senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.
Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. È emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene.
E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata” [1], i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.
Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» (Laudato si’, 200). Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (ivi, 67).
La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.
È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217). Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.
Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto “Borgo Laudato Si’”, che Papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’Enciclica Laudato si’.
Prego l’Onnipotente di mandarci in abbondanza il suo «spirito dall’alto» (Is 32,15), affinché questi semi e altri simili portino abbondanti frutti di pace e di speranza.
L’Enciclica Laudato si’  ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto. Nel suo nome invio a tutti voi la mia benedizione.
Dal Vaticano, 30 giugno 2025
LEONE PP. XIV
___________________________________
[1] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace,  Terra e cibo, LEV 2015, 51-53.




Questione ambientale, priorità della Chiesa
M.Liut (Avvenire)

Questione ambientale è una priorità della Chiesa.
Matteo Liut (Avvenire 2 luglio 2025)
Leone XIV ha ribadito che la cura della casa comune delineata da Francesco nella Laudato si’ è impegno inderogabile: le scelte dei Grandi in materia pesano infatti sulla vita dei più piccoli.

Ma perché la Chiesa parla ancora di temi come la deforestazione, l’inquinamento, la biodiversità minacciata, il cambiamento climatico? Che hanno a che fare queste emergenze planetarie con la Messa, le liturgie, le preghiere, la pastorale, le devozioni, la carità e tutti quegli atti che da secoli qualificano la vita delle comunità cristiane? Insomma, va bene che i credenti in Cristo si prendano cura dei poveri, dei sofferenti e si ritrovino per celebrare i loro riti religiosi, ma si fa ancora fatica a capire perché essi si preoccupino di tutela dell’ambiente, risorse minerarie, fonti d’acqua, distribuzione delle materie prime.
Dieci anni fa, quando papa Francesco pubblicò la sua enciclica sulla cura della casa comune, la Laudato si’, si colse subito la portata profetica della sua scelta ma, nonostante l’enorme coinvolgimento soprattutto tra i giovani su questo fronte, nel tempo abbiamo ceduto alla tentazione di considerarlo quasi un “personale pallino” del Pontefice. Dobbiamo ammettere che gran parte del sentire comune ha legato questa attenzione alla sensibilità propria del Papa argentino, ignorando i movimenti, le associazioni e le iniziative sul territorio nate proprio sulla spinta del documento del 24 maggio 2015. In questi giorni, però, papa Leone XIV ci ha fatto ben comprendere che non è così e che questo impegno non solo non è più derogabile, rinviabile o depennabile dalle agende della politica internazionale, ma è di fatto parte costitutiva del patrimonio comune della Chiesa cattolica e del suo agire nella storia. Lo ha spiegato in maniera chiara nel messaggio inviato il 30 giugno alla FAO e lo ha sancito in modo chiaro e netto ieri nella riflessione scritta in vista della decima Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato: salvaguardare l’ambiente, afferma Prevost senza se e senza ma, è «questione di fede».
È un punto fermo, un messaggio “ad intra” ma anche “ad extra”: ai cattolici ricorda il fondamento teologico del loro agire a favore della salvaguardia dell’ambiente (riprendendo chiaramente il concetto di ecologia integrale della Laudato si’), davanti al mondo intero chiarisce che la Chiesa non farà mai un passo indietro su questo tema. E non può fare diversamente perché da secoli ha imparato ad ascoltare la voce di quel Creato che l’umanità è chiamata a «coltivare e custodire». Lo ha fatto proprio stando alla scuola della liturgia, leggendo e meditando, durante la Veglia pasquale della notte del Sabato Santo, il racconto della creazione riportato nel primo capitolo della Genesi. In quella celebrazione, che rappresenta il culmine e il senso dell’esistenza della Chiesa nella storia, il rito liturgico più importante di tutti, i cristiani hanno compreso che il Creato non è semplicemente un enorme “ecosistema” basato su leggi fisiche di interdipendenza tra esseri animati e risorse naturali, ma è portatore di un senso più grande, è l’immagine di quella casa eterna che è il cuore di Dio e a cui tutti siamo destinati. Prenderci cura della nostra vita terrena (che si chiama così proprio perché ha dimora sulla Terra ed è radicata nella terra) è un segno di eternità, è il nostro modo di entrare già in quella vita eterna, che non è semplicemente ciò che viene dopo la morte, ma il grembo d’amore che ci genera continuamente come umanità, giorno dopo giorno.
E allora ecco la radice sociale dell’impegno nella cura dell’ambiente da parte dei cristiani, quella radice che sta animando queste prime settimane del pontificato di papa Leone XIV, nelle cui parole cogliamo una pacata e coerente fedeltà all’intento di mettersi sulla scia del Papa della Rerum novarum, ovvero del Papa che ha indicato le radici teologiche dell’impegno nella società da parte dei battezzati.
Ebbene, sottolinea Prevost con il suo stile teologicamente e spiritualmente fondato, farsi carico della questione ambientale non è un’ossessione da epoca post­-petrolifera, ma una precisa necessità di giustizia. Perché? Perché non tutti pagano allo stesso modo il conto delle iniquità prodotte da uno sfruttamento squilibrato delle risorse o delle conseguenze nefaste dei conflitti armati o ancora dei giochi di potere che fanno del controllo delle materie prime un’arma di dominio e di supremazia. Non tutti subiscono in modo uniforme le ferite di una Terra che «sta cadendo in rovina» (una rovina, specifica il Papa, dovuta anche alle attività antropiche): i primi a vedere minacciata la propria dignità (sì la dignità di figli di Dio e quindi di sorelle e fratelli di ogni essere umano) sono i poveri, gli ultimi, gli emarginati. Un esempio su tutti: le popolazioni indigene, indicate dal Papa come simbolo di tutti coloro cui viene imposto di vivere ai margini della storia, mentre i “grandi”, ad esempio, cercano di garantirsi l’accesso alle “terre rare” sulla pelle delle popolazioni minacciate da bombe e droni. Dunque ecco perché i cristiani parlano della questione ambientale: per loro, nota bene Leone XIV, è prima di tutto una questione di «giustizia sociale, economica e antropologica». Lo hanno capito mettendosi – attraverso gli atti che da sempre qualificano la loro vita da credenti – ai piedi della Croce di Cristo e alla luce del Risorto. Lì hanno imparato a farsi carico dell’intera umanità e, soprattutto, a prendersi le proprie responsabilità. Ovvio, in definitiva, che sia preciso dovere della Chiesa ricordare ai potenti e ai “grandi” che ogni loro scelta ha precise conseguenze soprattutto sull’esistenza quotidiana dei più piccoli.




L’ANNUNCIO, CONTAGIO BUONO
Padre Ermes Ronchi

L’annuncio, contagio buono

Ermes Ronchi  (Avvenire 01/07/2010)

Partono senza pane, né sacca, né denaro, senza nulla di superfluo, anzi senza nemmeno le cose più utili. Solo un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perché l’incisività del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell’organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose, perché risalti il primato dell’amore. L’abbondanza di mezzi forse ha spento la creatività nelle chiese. Il viaggio dei discepoli è come una discesa verso l’uomo essenziale, verso quella radice pura che è prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno perseguitati, perché capovolgono tutta una gerarchia di valori.

Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio.

I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.

Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.

Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.

Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.

E poi la casa. Quante volte è nominata la casa in questo brano! La casa, il luogo più vero, dove la vita può essere guarita. Il cristianesimo dev’essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l’amore sembra lacerarsi, quando l’anziano perde il senno e la salute. Lì la Parola è conforto, forza, luce; lì scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14; Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)




I SETTANTA+DUE
Ester Abbattista

I settantadue.
Ester Abbattista[1]
(IL REGNO 29/06/2022)

XIV domenica del tempo ordinario

Lc 10,1-12.17-20

Nel Vangelo di oggi assistiamo all’invio di 72 messaggeri di pace e annunciatori del Regno. Dopo alcune importanti istruzioni i 72 partono e viene descritto il ritorno di questi discepoli pieni di gioia per i successi ottenuti.
Certamente sono tanti i particolari su cui ci si potrebbe fermare per approfondire e riflettere, ma vorrei invece porre attenzione sul primo elemento di questo racconto, che forse rimane il più trascurato, ovvero sul numero «72». In realtà è un numero strano, ci si aspetterebbe di più una cifra tonda, come 70, che richiami, come multiplo di sette, la totalità di questo invio. Che questo numero 72 faccia problema risulta anche da diversi autorevoli manoscritti che, appunto, correggono la cifra in 70.
Ovviamente sono possibili diverse spiegazioni per questa discrepanza tra gli antichi manoscritti, ma tra queste ce n’è una intra-biblica che può suggerirci un’ulteriore riflessione. La scelta di 72 persone a delle orecchie allenate al racconto biblico fa subito venire in mente un’altra scena dove un altro Maestro — Mosè nella tradizione ebraica viene chiamato Moshè rabbenu (Mosè nostro maestro) — convoca 70 anziani perché lo aiutino a portare avanti la sua missione verso la terra promessa.
In realtà, però, il numero delle persone sulle quali discenderà lo Spirito di Dio sarà 72, con un ulteriore particolare: mentre i 70 che ricevono lo Spirito in presenza di Mosè intorno alla tenda del convegno «profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito» (Nm 11,25), gli altri due che erano rimasti nelle loro tende non solo ricevettero il medesimo Spirito e incominciarono a profetizzare, ma non si dice che smisero di farlo in seguito. Anzi, alla protesta di Giosuè, che vede in tutto questo una trasgressione all’ordine del maestro, Mosè risponde: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11,29).
Ecco allora che l’invio da parte di Gesù di 72 discepoli, se si tiene conto di quanto fosse familiare il testo di Numeri nel contesto ebraico in cui tutto questo avviene, può avere un ulteriore significato proprio a partire dall’episodio appena narrato. C’è sicuramente un’«ufficialità» che va comunque rispettata, ma che non può essere esclusiva, poiché lo Spirito di Dio non può avere limiti organizzativi o istituzionali e può posarsi su chiunque al di là di regole, norme e ordinamenti.
L’invio di 72 discepoli pone allora, da parte del Signore, una condizione essenziale per la buona riuscita della missione stessa: al di là del mandato e dell’invio è lo Spirito che suscita e guida coloro che a sua volta lo accolgono e si lasciano guidare, poiché tutti possono essere profeti nel popolo di Dio. E di fatto tutti i cristiani in virtù dello spirito ricevuto nel loro battesimo sono costituiti come popolo regale, profetico e sacerdotale, a tutti è dato il medesimo Spirito, il quale è libero di agire al di là di ogni norma e istituzione. Norma o istituzione che non viene, però, abolita o disattesa, poiché anch’essa di per sé necessaria, ma resa non esclusiva o escludente, proprio nel rispetto della libertà dello Spirito, della sua costante e continua creatività e libertà.
A riprova di tutto questo è la frase finale con cui si chiude questo episodio. I discepoli ritornano gioiosi perché la loro missione è stata straordinaria: «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”», e questo grazie proprio al potere che il Signore ha dato loro: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi».
Ma non tanto la buona riuscita della missione, insegna Gesù, quanto un altro deve essere il motivo della gioia: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». «I nomi scritti nei cieli»: e a chi è dato salire nei cieli per poter leggere quei nomi? Possiamo, come Mosè, inscrivere nell’ordine dei chiamati 70 nomi (che sono già una totalità), ma non possiamo chiudere la porta, escludere quegli altri 2 nomi che solo lo Spirito conosce; non ne abbiamo, semplicemente, l’autorità: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29; 3,6; 3,13; 3,22).


[1] Biblista. Arcidiocesi di Trento.




6 luglio 2025. Domenica 14a
UNA CHIESA IN USCITA

Domenica 14a Tempo Ordinario

Preghiamo. O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annuncio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaia 66,10-14
Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».
Salmo 65.  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome, dategli gloria con la lode. Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».
«A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio, terribile nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume: per questo in lui esultiamo di gioia. Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6,14-18
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 10,1-12 .17-20
  In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé [il testo originale greco scrive: pro prosopou autou = davanti al volto suo] in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: “Il regno di Dio si è avvicinato a voi”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana

E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico[1] – disincagliati attraverso quel rito della chiamata: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”».
Non viene raccontato nulla di quei giorni di missione dei discepoli. Luca ce ne riferisce solo il loro ritorno “pieni di gioia”. Forse questo esito finale ha indotto la Liturgia a scegliere, come prima lettura e Salmo, due testi caratterizzati da stupore e allegria: «Rallegratevi … esultate …. sfavillate di gioia… Dite a Dio: “Stupende sono le tue opere”».
Io non trascurerei, tuttavia, di fermarci sul rito della chiamata: Luca, e solo lui, riferisce l’invio in missione non solo dei “dodici apostoli”, ma di un numero esteso di “discepoli”.
Il messaggio da portare è: «Il regno di Dio si è avvicinato a voi», ripetuto 2 volte nel testo. Messaggio da diffondere in  “strade… piazze casevillaggi”, non affidato solo alla bocca («prima dite: Pace a questa casa») , ma accreditato dalle mani («curate gli ammalati») e da una pratica pastorale mite e semplice senza sterili piagnistei davanti a persecuzioni e rifiuti.
Un tratto caratteristico della missione è il suo carattere itinerante di fronte alla tentazione di “installarsi”. È come dire che non c’è vocazione senza missione; anzi il “chiamato” è necessariamente un “inviato”.
Le letture di oggi non sono esclusive per preti, frati e suore; sono un messaggio per ogni battezzato, perché la missione si può compiere ogni giorno, trasformando le strutture sociali, economiche e politiche e proclamando un Vangelo che non ha bisogno di essere predicato in un tempio; lo possiamo annunciare nel nostro lavoro, nella scuola e nel quartiere.
Fin dall’inizio Gesù chiarisce che non si tratta di fare delle crociate: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Si è mai visto un agnello che possa nuocere a un lupo? Inoltre pare che Gesù abbia dettato regole sui bagagli: «non prendete borsa, né bisaccia, né sandali»; sembra dire: se annunci la pace non puoi farlo con metodi da sceriffo, se annunci la giustizia non puoi evadere le tasse o pagare l’idraulico in nero. La strana richiesta di «non salutare nessuno lungo la strada» non è invito alla scortesia ma a non perdere di vista l’obiettivo.
A queste prime raccomandazioni ne seguono altre che riguardano, praticamente, il comportamento nel villaggio. La frase di Gesù «se non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: noi la scuotiamo la vostra polvere contro di voi» non è un invito a “mandare tutti a quel paese”. Invece occorre iniziare con uno scambio di pace: ” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi“. Nulla di perso dunque se si viene rifiutati, semplicemente si riprende ciò che non è stato accettato e lo si ripropone a chi sarà meglio disposto. È sapiente l’invito a “scuotere la polvere dai sandali”: di fronte ad un rifiuto si può cader preda di un rancore che può attaccarsi al cuore. E’ meglio scuoterlo subito via senza rinunciare a ripetere: «il regno di Dio ti è vicino comunque».
La seconda parte del brano racconta l’esito della missione: un successo, «anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Gesù cita il Salmo 90: “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo…camminerai su aspidi e vipere, calpesterai leoni e draghi, mille cadranno alla tua destra e diecimila al tuo fianco ma nulla ti potrà colpire“. Paradossale che nulla possa colpire degli agnelli in mezzo ai lupi.  La fine della vita di Gesù, di Stefano, di Paolo, dei martiri di ieri e di oggi ci mostra il contrario. Per questo l’invito a rallegrarsi non è semplicemente perché si è riusciti a portare a casa la pelle e magari a fare qualche miracolo. Forse domani non sarà così, forse la strada sarà più in salita o forse saremo più stanchi. Gesù invita piuttosto a rallegrarsi perché «i vostri nomi sono scritti nei cieli». Paolo, nella seconda lettura, ha scritto la stessa cosa con altre parole: «quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo».
Evangelii Gaudium”: per una Chiesa in uscita.
L’Esortazione Apostolica di Papa Francesco vuole provocare nei credenti il coraggio di uscire da comodità o immobilismo per raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno del Vangelo (n. 20).
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelizzatrice si mette nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze e assume la vita umana toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore”. Quindi, la comunità evangelizzatrice accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”(n.24).
Papa Francesco sognava una pastorale ordinaria più espansiva e aperta (n.27). Questo suppone che la parrocchia realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo per non diventare una setta di eletti (n.28).
La pastorale missionaria esige di abbandonare il comodo criterio del “si è fatto sempre così”(n.33).
Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione di una moltitudine di dottrine. L’annuncio dovrebbe concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario (n.35).
La Chiesa “in uscita” è una Chiesa che va verso le periferie umane rallentando il passo per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada; a volte è come il Padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà(n.46).
Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo». Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri (n.48).
Papa Francesco scrive (EvG n. 49): «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti…Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)».

Potremmo pregare come ci suggerisce il documento dei vescovi “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (1991) citando John Henry Newman[2] Fa’ che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te».


[1] Settanta, o settantadue, erano conteggiati i popoli della terra, con riferimento alla lista dei popoli di Genesi 10.
[2] (1801 –1890) è stato un cardinale, teologo e filosofo inglese. Già presbitero anglicano si convertì al cattolicesimo e fu di nuovo ordinato prete nella Chiesa cattolica.




29 giugno 2025
PIETRO. MA NON SOLO PIETRO.

Santi Pietro e Paolo

Preghiamo. E’ veramente cosa buona e giusta rendere grazie a te, Signore, Padre santo. Tu hai voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli:  Simone, che per primo confessò la fede nel Cristo; Saulo, che illuminò le profondità del mistero; Pietro, il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, Paolo, il maestro della Santa Scrittura, che annunziò la salvezza a tutte le genti. Così, con diversi doni, hanno edificato l’unica Chiesa e condividono la stessa gloria.
Dagli Atti degli Apostoli 12,1-11
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione. Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».
Sal 33. Il Signore mi ha liberato da ogni paura.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.17-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.  Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.21 Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Torna dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”

PIETRO. MA NON SOLO PIETRO. Don Augusto Fontana

Il testo liturgico del Vangelo secondo Matteo per domenica, festa dei santi Pietro e Paolo, prevede solo i versetti 13-19 del cap. 16. Nel commento includo anche i versetti 20-23. Perché così, nell’insieme del testo, si coglie meglio il senso del soprannome (o il “nuovo nome”) che Gesù appiccica a Simone chiamandolo “pietra”: una volta pietra di fondamento (Mt 16,18) e una volta pietra di inciampo (Mt 16,23). Le due affermazioni si illuminano reciprocamente sia per gli atteggiamenti di Pietro che per le parole che Gesù gli rivolge.
Matteo normalmente segue lo schema del Vangelo di Marco aggiungendo parti proprie, come nel caso del vangelo di oggi. Il testo di oggi ha avuto interpretazioni diverse, talvolta contrastanti nelle varie chiese cristiane. Conviene trattare delicatamente il testo per non usarlo strumentalmente come “dimostrazione” di nostre tesi precostituire. Nella chiesa cattolica spesso lo si usa per rivendicare il primato del Papa. Mi nascono domande: la missione attribuita a Pietro è esclusiva sua o possiamo trovarla rivolta anche ad altri discepoli? Le Parole dette da Pietro e da Gesù le troviamo solo qui o anche altrove?
Ma io chi sono per voi?
Gesù vuole sapere cosa si dice di lui. Pietro a nome di tutti dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” La risposta non è nuova. Anteriormente già gli altri discepoli avevano fatto una simile professione di fede: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Nel Vangelo di Giovanni la stessa professione di fede è fatta da Marta: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che è venuto nel mondo” (Gv 11,27). Scrive P. Ermes Ronchi: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? La risposta è bellissima e sbagliata, bellissima e incompleta: “Dicono che sei un profeta. Una creatura di fuoco e di luce, come Elia, come il Battista. Dicono che sei voce di Dio e suo respiro”. Gesù non si sofferma su ciò che pensa la gente. E prosegue: voi chi dite che io sia? Anzi, la domanda è preceduta da un «ma»: voi invece, che cosa dite? Come se i discepoli non dovessero mai omologarsi. …Ma dire non basta. Siamo specialisti di facili parole. Gesù Cristo non è ciò che io dico di Lui, in una formula esatta, ma ciò che vivo di lui; ciò che vivo del suo crocifisso amore, di quella croce dove tutto è scritto in lettere di amore e di dolore, le uniche che non ingannano».
Sei beato.
Gesù proclama “beato”, Pietro, perché ha ricevuto una rivelazione dal Padre. La risposta di Gesù non è nuova. Anteriormente Gesù aveva fatto una identica proclamazione ai discepoli: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. Molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono»  (Mt 13,16), e aveva lodato il Padre «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»  (Mt 11,25). Pietro è uno dei piccoli, uno dei tanti, ai quali il Padre si rivela.
Sei scheggia estratta da una roccia.
Essere pietra. Matteo, facendo memoria di questo nuovo Nome dato da Gesù a Simone, incoraggia le comunità sofferenti e perseguitate della Siria e della Palestina, che vedevano in Pietro la leadership che le aveva fondate e coltivavano un legame affettivo molto forte con lui; così le comunità della Grecia con la persona di Paolo, alcune comunità dell’Asia con la persona del Discepolo amato e altre con la persona di Giovanni dell’Apocalisse. Una identificazione con questi leaders delle loro origini le aiutava a coltivare meglio la propria identità e spiritualità. Ma poteva anche essere motivo di conflitto, come nel caso della comunità di Corinto: «Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo che vi sono discordie tra voi. Qualcuno dice:  “Io sono di Paolo”,   “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”» (1Cor 1,11-12). Essere “pietra” evoca la parola di Dio al popolo in esilio di Babilonia: «Voi che cercate Dio e siete in cerca di giustizia, guardate alla roccia dalla quale siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»  (Isaia 51,1-2). Dunque il soprannome che Gesù dà a Simone lo fa per escludere che i discepoli si sentano montagna o “cava”; noi siamo semplicemente “pietre” o “schegge”. Giovanni direbbe: «Simone, ricordati che tu sei un tralcio perché la vite sono io; Simone ricordati che tu sei una piccola scheggia estratta dalla roccia e dalla cava che sono io». Occorre rileggere questo incarico alla luce anche della Lettera di Paolo agli Efesini (2, 19-22): «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito». E lo stesso Pietro nella sua prima Lettera scrive (2,5): «anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo».
Tieni aperta la porta.
Pietro riceve le chiavi del Regno per legare e sciogliere, cioè per riconciliare le persone tra loro e con Dio. Lo stesso potere di legare e sciogliere è dato alle comunità: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo»  (Mt 18,18). Uno dei punti sui quali il Vangelo di Matteo più insiste è la riconciliazione e il perdono (Mt 5,7.23-24.38-42.44-48; 6,14-15; 18,15-35). La riconciliazione era e continua ad essere uno dei compiti più importanti dei coordinatori, ma anche delle stesse comunità.  Come Pietro anch’io posso diventare scheggia dalla pietra angolare, roccia e chiave che apre (o chiude).
La chiesa è mia.
«su questa scheggia edificherò la mia chiesa». La parola Chiesa, in greco ekklesia, appare 105 volte nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente negli Atti e nelle Lettere. Solamente tre volte nei Vangeli, e solo in Matteo. La parola significa “assemblea convocata”. La Chiesa o la comunità non è il Regno, ma uno strumento e un segno del Regno. Il Regno è più grande. Le forze del male non vinceranno «la mia chiesa», dice Gesù, non quella di Pietro o di Paolo.
Mi ha sempre stupito il fatto che le grandi chiese fondate da Paolo nell’Asia minore (Efeso, Corinto, Filippi, Tessalonica regione della Galazia ecc) oggi siano una minoranza, un piccolo gregge. Gli inferi hanno prevalso sulle sue chiese, ma non su quella di Cristo. La Parola che Dio ci rivolge questa domenica ha come sfondo proprio un tribunale e una prigione in cui entrambi gli Apostoli sono rinchiusi in attesa di giudizio a causa della loro testimonianza in favore di Dio. Nella prima lettura infatti, nell’episodio che si riferisce a Pietro, troviamo in modo molto esplicito: “persecuzione”, “arresto”, “carcere”, “cella”, “catene”. Nella seconda lettura Paolo scrive a Timoteo la sua ultima, struggente, lettera dalla prigione in cui si trova a Roma prima di essere giustiziato (67 d.C.). Ognuno di noi, infatti, sperimenta di essere imprigionato da qualche paura. Ognuno di noi porta qualche tipo di questa catena o una qualche forma di persecuzione che non ci rendono liberi di vivere il Vangelo. La liberazione è particolarmente evidente nel salmo responsoriale: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura“. Ed è proprio questa affermazione, che la liturgia ci fa apposta ripetere più volte, la chiave di interpretazione e attualizzazione del lieto annunzio di oggi.
Torna dietro a me, Satana.
Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Conforme all’ideologia dominante del tempo, egli immaginava un Messia glorioso. Gesù lo corregge: “E’ necessario che il Messia soffra e sia ucciso in Gerusalemme“. Ma Pietro non accetta la correzione di Gesù e cerca di dissuaderlo. La risposta di Gesù è sorprendente: “Torna dietro a me, satana! Tu sei per me pietra di inciampo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Satana è colui che ci allontana dal cammino che Dio ha tracciato per noi. Pietro voleva prendere la guida e indicare la direzione del cammino. Gesù dice: “Dietro a me!”. Chi indica la direzione e il ritmo non è Pietro ma Gesù. Il discepolo deve seguire il maestro. Deve vivere in conversione permanente. Per l’evangelista Matteo, la parola di Gesù era anche un messaggio a tutti coloro che guidavano le comunità. Essi devono “seguire” Gesù e non possono mettersi davanti come Pietro voleva fare. Al contrario, come Pietro, invece di pietra di sostegno, possono diventare pietra di inciampo. Così erano alcuni leader delle comunità al tempo di Matteo. Così può succedere tra noi oggi!