Domenica 20a. 18 agosto 2019
E.Ronchi UNA PAROLA CHE BRUCIA

Ritti, controcorrente, discepoli di una Parola che brucia
Ermes Ronchi (Avvenire 11/08/2016)
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore.
Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di “divisore”, diavolo, al peggior nemico dell’uomo, che ha pregato fino all’ultima sera per l’unità, qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l’umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la “beatitudine degli oppositori”, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio. Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C’è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C’è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c’è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all’angolo di ogni strada.

Dio non è neutrale e nemmeno la sua pace. Ermes Ronchi (AVVENIRE giovedì 15 agosto 2019)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»  È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (Battista Borsato), porta «il morso del più» (Luigi Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (Luigi Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Evangelii Gaudium 226), perché senza conflitto non c’è passione.
Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.




LA CRISI POLITICA OSCURA I 240.000 CHE RISCHIANO IL POSTO

LA CRISI POLITICA OSCURA I 240.000 CHE RISCHIANO IL POSTO. Don Augusto Fontana
(fonte ed elaborazione da Marco Patucchi, La Repubblica, 14 agosto 2019, pag.11)

Francesca Re David guida il sindacato dei metalmeccanici del­la Fiom e dice: «Da quando è iniziata la cri­si di governo è come se operai e im­migrati fossero scomparsi. Nessu­no parla più delle persone, che sia­no lavoratori o gente disperata in mare».

 

Tra esuberi, delo­calizzazioni e ammortizzatori so­ciali scaduti o in scadenza, cosa c’è in ballo?

  • i tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo Eco­nomico sono 158
  • i lavoratori coin­volti oltre 240 mila
  • le ore di cassa integrazione autorizzate in giugno erano 27,6 milioni aumentate del 42,6% sul 2018.

Molte aziende sono in una specie di limbo perché è vero che il 6 agosto scorso il Consiglio dei ministri aveva sbloccato un pacchetto di milioni di euro, ma il Decreto era stato varato “salvo intese” e quindi non poteva essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed è quindi congelato in attesa di essere convertito in Legge. Tutte norme, quindi, scritte sull’acqua. Una precarietà assoluta che allontana gli inve­stimenti e le multinazionali. Dice ancora Francesca Re David «Quel decreto oltretutto è solo una goccia nel mare. Va assolutamente confermato e, se possibile, ampliato. Non si parli di ordinaria amministrazione, qualsiasi tipo di governo ci sarà nei prossimi giorni dovrà mettere in sicurezza i lavoratori». Anche Marco Bentivogli, leader della ­Fim-Cisl lancia un appello dalle pagine de La Stampa: «L’industria italiana rischia davvero il colpo di grazia».
Le emergenze industriali (dietro le quali ci sono volti, persone, famiglie e drammi) si riferiscono a:

  • in Sardegna (Portovesme con la ex-Alcoa e Porto Torres La ex-Alcoa (alluminio), ora SiderAlloys con i suoi 700 operai in attesa degli sconti sull’energia e della proroga della cassa in scadenza a fine agosto);
  • in Sicilia (Termini Imerese con Blutec in primis. Guidata da un commissario dopo i guai giudiziari della proprietà: 700 operai senza salario da giugno);
  • La Embraco di Riva di Chieri (400 operai) in vana attesa, da un anno, della partenza del piano di rilancio dei nuovi proprietari.
  • le tutele lega­li “a scadenza” per i manager di Ar­celorMittal che guidano l’Ilva, disin­nescando così il rischio di chiusura dell’acciaieria (14 mila dipendenti, di cui 1.400 in cassa, che senza il ripristino dell’immunità penale per i manager, il 6 settembre potrebbe essere abbandonata)
  • L’Industria Italiana Autobus che, tra Avellinoe Bologna, occupa 450 persone, e che era in attesa del part­ner industriale da affiancare a Invitalia
  • La Whirlpool di Napoli che continua a puntare alla dismis­sione della fabbrica di lavatrici (412 dipendenti), nonostante i 17 milioni promessi da Di Maio.
  • La Bekaert di Fìgline Valdarno (fili di ferro, 318 addetti) che, dopo la “fuga” della mul­tinazionale belga, ha ottenuto dal governo il ripristino della cassa per cessazione, ma non la proposta di una nuova proprietà.
  • La Piaggio Ae­ro (1.000 operai in Cassa integrazione con scaden­za a dicembre) guidata da un com­missario straordinario e in attesa di contratti da 700 milioni assicurati dal governo.
  • la Fca di Pomigliano: per la fabbrica è stata chiesta la cassa integrazione da settembre, ma: il go­verno non ha ancora dato una risposta.

Cgil, Cisl e Uil scrivono, tra l’altro, in una Nota unitaria: «Occorre che le forze politiche parlamentari pongano al centro gli interessi ge­nerali del Paese e del lavoro e non l’interesse particolare di breve respiro».




Domenica 20a. 18 agosto 2019
SEGNO DI CONTRADDIZIONE. Don Augusto Fontana

Su Internet si possono consultare le previsioni del tempo fino a 5 giorni. Spesso su queste previsioni si elaborano programmazioni e si fissano i trend di andamento di affari, viaggi, attacchi armati, interventi sulle coltivazioni. Con strumentazioni più moderne si fa quello che fin dall’antichità costituiva una sapiente preveggenza in vista di una attività decisionale. Anche i palestinesi del tempo di Gesù sapevano che se tirava vento dal Mar Mediterraneo sarebbe piovuto mentre sarebbe stato sereno se il vento proveniva dal deserto siro-arabico. L’esperienza della decisione é fondamentale nella vita di ciascuno. Di fatto ogni persona si misura dalle sue decisioni, perché decidere é sempre prendere posizione….

Preghiamo. O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Geremìa 38,4-6.8-10
In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi». Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango. Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».
Sal 39 Signore, vieni presto in mio aiuto.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato,

ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude;
ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore.
Ma io sono povero e bisognoso: di me ha cura il Signore.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare.
Dalla lettera agli Ebrei 12,1-4
Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.
Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53 (+ 54-57)
Gesù dice ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
[
Aggiungo i seguenti versetti che non ascolterai nella proclamazione liturgica ma che ritengo utili per la comprensione del testo:
54 Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. 55 E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. 56 Ipocriti! Sapete giudicare il volto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? 57 E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?].

SEGNO DI CONTRADDIZIONE. Don Augusto Fontana
Su Internet si possono consultare le previsioni del tempo fino a 5 giorni. Spesso su queste previsioni si elaborano programmazioni e si fissano i trend di andamento di affari, viaggi, attacchi armati, interventi sulle coltivazioni. Con strumentazioni più moderne si fa quello che fin dall’antichità costituiva una sapiente preveggenza in vista di una attività decisionale. Anche i palestinesi del tempo di Gesù sapevano che se tirava vento dal Mar Mediterraneo sarebbe piovuto mentre sarebbe stato sereno se il vento proveniva dal deserto siro-arabico. L’esperienza della decisione é fondamentale nella vita di ciascuno. Di fatto ogni persona si misura dalle sue decisioni, perché decidere é sempre prendere posizione, determinare se stessi e le proprie mete. Ogni decisione é presa di fronte a delle alternative, quindi l’esito non é assicurato e molto spesso non sai se quella decisione é la migliore. Comunque la decisione connota l’ingresso nell’età adulta. Chi non sa mai prendere una decisione, chi vuole l’una e l’altra cosa o, come si suol dire, la botte piena e la moglie ubriaca, non é mai uscito dalla fase infantile. Questo comporta delle rinunce, soprattutto la rinuncia al compromesso.
Gesù usa una parola dura: «Ipocriti! Sapete riconoscere i segni atmosferici per comportarvi di conseguenza e non sapete riconoscere i tempi provvidenziali (kairòi) di Dio». Ipocrita doppiogiochista o cerchiobottista, come si usa dire ai nostri giorni.
Fuoco che scalda, ustiona e plasma.
Con il brano evangelico di oggi si conclude praticamente l’insegnamento del Cap. 12 di Luca che ci ha accompagnato per 3 domeniche dicendoci, in sintesi: non dormite; la situazione che vivete é di massima allerta; é questione di qualità di vita oggi e di vita eterna; schiodatevi dalle poltrone, prendete i vostri bagagli essenziali, prima di tutto la vita e il Regno di Dio; non affannatevi per capitalizzare; condividete a vicenda pane e bagagli; parlatevi insieme per sostenere le speranze e per discernere quali sono i sentieri del Signore, i tempi provvidenziali (kairòi) e le decisioni conseguenti.
Proprio come devono fare in questi giorni molte famiglie circondate dagli incendi dei boschi o dalle alluvioni in vari territori nazionali e non.
Il discernimento comporta, secondo il Nuovo Testamento, una capacità di confronto tra la Parola di Dio e gli avvenimenti (“questo tempo”) per capire i sintomi della presenza del Signore, per leggere la storia non solo alla luce del presente e del suo passato, ma anche alla luce della tensione verso il futuro di Dio. Il Signore ci lascia nella nostra responsabilità: «Perché non giudicate da voi stessi ciò che é giusto?» (Lc. 12,57).
A me, tiepido comatoso, è rivolta questa Parola: «All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse 3, 14-20).
A me, sonnolente abitudinario, è rivolta questa Parola che Gesù conosceva bene e a cui si è probabilmente ispirato: «Povero me! In questa regione non c’è più una persona fedele a Dio, nessuno è onesto. I capi hanno pretese, i giudici esigono compensi illeciti, gli uomini influenti dicono senza vergogna quel che desiderano e tutti tramano per ottenerlo. Ma è arrivato il giorno in cui Dio vi punirà, come avevano annunziato i profeti, le vostre sentinelle. Ora vivrete nell’angoscia. Non credete al compagno, non fidatevi dell’amico, state attenti a quel che dite anche a vostra moglie. I figli insultano i padri, le figlie si ribellano alle madri, le nuore alle suocere: ognuno ha i suoi nemici nella propria famiglia. Ma io mi rivolgo al Signore, ripongo la mia speranza in Dio che mi salva» (Michea 7, 1-7).
Gesù ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per non illuderci; non ha sbandierato una proposta facile e slavata. Non ci ha fatto credere che seguirlo avrebbe comportato qualche garanzia assicurativa in più nella vita; anzi, ci ha chiaramente illustrato le esigenti richieste della sequela contro ogni astensionismo, incertezza o posizione neutrale del “piede in due scarpe”. Gesù diventa così segno di contraddizione, come aveva preannunciato Simeone tenendo sulle sue braccia questo bambino nel Tempio (Lc,2,34): «Egli é qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione».
Luca in questo Capitolo 12 ricorda una frase di Gesù: «Credete che sia venuto a portare la pace sulla terra? No. Anzi sono venuto a portare la divisione (Matteo 10, 34 parla di spada)». L’immersione (il battesimo) nella Sua morte diventerà (e diventa anche per me oggi) un caso serio, segno di contraddizione. L’esperienza cristiana della nostra Chiesa nordica e occidentale è diventata una religione pacioccona, buona per tutte le stagioni, saldi compresi. Il crocifisso è diventato simbolo slavato, appeso qua e là ovunque, su scollature audaci o toraci villosi, sui muri di pubblica utilità e tra mani impure di politici atei e devoti. Se lo guardo, il crocifisso non mi schianta più né più mi intenerisce. Ai piedi di quel Crocifisso è sorto un cimitero di morti viventi, una spianata di fedeli smunti e comatosi; e raramente produce sussulti di scelte selettive di vita.
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso». Gesù ha mandato il fuoco della Pentecoste[1] (Atti 2,3-4) e ha fatto bruciare il cuore di due discepoli delusi che avevano avuto il coraggio di voltargli le spalle fuggendo verso Emmaus (Lc 24)[2]. Lui è Fuoco, non melassa; è bruciore incompatibile con le pomate emollienti che io ho spalmato sulle mie scelte-non-scelte per troppi anni nella mia vita.
Signore, resta per me segno di contraddizione, bruciatura e fuoco. Tormento e innamoramento. Resta il profeta del mio discernimento!
Già fu così la storia dei profeti. Geremia 6,10-21: «A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino? Ecco, il loro orecchio non è circonciso, sono incapaci di prestare attenzione. Ecco, la parola del Signore è per loro oggetto di scherno; non la gustano. Io perciò sono pieno dell’ira del Signore, non posso più contenerla. Perché dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna. Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “Va bene, va tutto bene!” ma bene non va. Così il Signore dice: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri del passato, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le anime vostre”. Ma essi risposero: “Non la prenderemo!”. Io ho posto sentinelle presso di voi: “Fate attenzione allo squillo di tromba”. Essi hanno risposto: “Non ci baderemo!”. Ascolta, o terra! Ecco, io mando contro questo popolo la sventura, il frutto dei loro pensieri, perchè non hanno prestato attenzione alle mie parole e hanno rigettato la mia legge. I vostri olocausti non mi sono graditi e non mi piacciono i vostri sacrifici. Perciò, dice il Signore: “Ecco, io porrò per questo popolo pietre di inciampo, in esse inciamperanno insieme padri e figli; vicini e amici periranno».
Gesù prima di scatenare un dramma nella vita degli altri, ha vissuto sulla sua pelle questa urgenza: «Fuoco sono venuto a portare sulla terra e io stesso ci cadrò dentro come in un battesimo».
Il Profeta nella contraddizione della storia.
La figura di Geremia (Geremia 38,4-10), profeta insanguinato, anticipa la figura di Gesù. I suoi connazionali non hanno saputo interpretare il senso delle sue parole e l’importanza dei suoi gesti profetici e sono rimasti ciechi e sordi.
Narro un po’ di storia, per chi è curioso di conoscere il contesto confuso in cui si muove la profezia di Geremia. Il Regno babilonese conosce il suo apice con Nabucodonosor (625-605). Nel 612 Ninive, capitale degli assiri, cade sotto l’assedio di Nabucodonosor. In questo periodo Manasse, re della regione di Giuda, era un alleato degli assiri. E’ ritenuto il re più incredulo, idolatra e sincretista di tutti i re di Giuda. Geremia é di stirpe sacerdotale e inizia la sua azione profetica in questo confuso periodo politico e religioso. Il re Giosia succede a Manasse nel momento in cui la potenza assira é decadente. Giosia tenta una ardita riforma religiosa e cultuale e si allea però con Babilonia ma perde la vita nella battaglia di Meghiddo (609). Gli succede il figlio Joachim che tenta l’indipendenza da Babilonia, ma questo provoca l’invasione babilonese con l’occupazione di Gerusalemme e la deportazione di tutta la corte reale e l’aristocrazia a Babilonia.
Nabucodonosor pone sul trono di Giuda il re Sedecia che però, con mosse sbagliate, provoca una seconda invasione che distrugge Gerusalemme e il tempio (586). Geremia esce dalla sua vita tranquilla, contesta i burocrati, il popolo, i colleghi sacerdoti; contesta al re Sedecia di sfidare la potenza babilonese. Viene incarcerato durante l’assedio di Gerusalemme perché é accusato di scoraggiare i soldati e i cittadini. I capi lo gettano in una cisterna accusandolo di disfattismo, poi per ordine del re viene liberato.
La sua profezia si mescola con la politica. La Parola trascendente di Dio è ad un bivio: o sta lassù nel cielo incontaminato, nel silenzio eterno profumato di incensi o si mescola con gli avvenimenti contingenti della storia, dentro al frastuono di risa e lamenti o nel profumo dei cedri o nell’odore del sangue. Difficile restare coscienza critica nel rischio del contingente. Ieri come oggi nell’attuale crisi politica italiana, in Venezuela, Argentina, Hong Kong; e chi più ne ha più ne metta.
Crisis è discernimento[3].
La parola “Crisi” deriva dal verbo greco krinein che significa “separare”, passare al setaccio. Proprio ciò che fa una crisi: ci testa, ci vaglia mettendoci alla prova. Il disagio è proprio l’essere messo a nudo. Leggere la Parola di Dio da credente vuol dire accettare che mi metta in crisi.

Zaccaria 13,9: «Farò passare un terzo del mio popolo attraverso il fuoco e lo purificherò come si purifica l’argento, lo proverò come si prova l’oro».
Prima Lettera di Pietro 1,6-7: «Perciò siate contenti, anche se ora, per un po’ di tempo, dovete sopportare prove di ogni genere. Anche l’oro, benché sia una cosa che non dura in eterno, deve passare attraverso il fuoco, perché si veda se è genuino. Lo stesso avviene per la vostra fede, che è ben più preziosa dell’oro: è messa alla prova dalle difficoltà, perché si veda se è genuina. Solo così voi riceverete lode, gloria e onore, quando Gesù Cristo si manifesterà a tutti gli uomini».
Il rischio della crisi è che ci costringa a guardare dove noi non vogliamo, che ci faccia vedere cose che non vogliamo vedere. Temo di aver passato la vita senza vedere nel profondo di me.
La Santa Scrittura, e Gesù, hanno una forza critica che, se ascoltata, può veramente favorire un processo di conversione. La sua capacità discernente, cioè di giudicare, valutare e vagliare sono presenti in molti testi biblici, ad esempio Ebrei 4,12-13: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta (in greco: kriticòs, mette in crisi) i sentimenti e i pensieri del cuore». La Parola ha la forza efficace di mettere in crisi, di distinguere e fare chiarezza tra pensieri e sentimenti del cuore. Avviene più volte che di fronte a una pagina della Scrittura (anche attraverso un’omelia, una spiegazione, una lettura personale…) ci si sente radiografati, come se essa leggesse cosa si muove in noi, come se l’episodio riguardasse nessun’altro al di fuori di noi stessi e la Scrittura desse le parole per descrivere ciò che sta avvenendo in noi.
E’ l’esperienza del profeta Geremia 20,8-9: «Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
Christiane Singer[4] ha scritto: “Parliamo del buon uso delle catastrofi, dei drammi, dei diversi naufragi in cui possiamo incorrere. Nel corso del cammino della mia vita io ho raggiunto la certezza che le crisi e le catastrofi avvengono per evitarci il peggio. Il peggio cos’è? Il peggio è di aver attraversato la vita senza naufragi, cioè di essere sempre restato alla superficie delle cose, di aver danzato al ballo delle ombre, persi nella evanescenza, nell’inconsistenza, di avere sguazzato nelle paludi dei “si dice”, delle apparenze, dei luoghi comuni, di non essere mai precipitato, andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sè e delle relazioni. In mancanza di maestri, nella società in cui viviamo sono le crisi i grandi maestri che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci ad entrare nell’altra dimensione, della profondità che dà senso alla vita. Nella nostra società tutto concorre nel senso di distoglierci da ciò che è importante e centrale, come se ci fosse un sistema di fili spinati e di interdizioni per non accedere alla propria profondità, è un’immensa cospirazione, la più immensa, di una civiltà contro l’anima, contro lo spirito”.

Gesù è il fuoco che avanza per dividere il mio passato dal mio futuro (“il padre dal figlio”), l’oro della mia fede dalle scorie della mia religione (“la nuora dalla suocera”). Siamo pregati di non chiamare i pompieri!
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[1] «Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo».
[2] Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
[3] Elaboro da: Luciano Manicardi, Nelle tenebre una luce. Itinerari di vita nella sofferenza, Ed. Centro Volontari della Sofferenza, 2004.

[4]  saggista e scrittrice francese (1943-2007)




P. Ermes Ronchi
LA BELLEZZA DI UN DIO CHE SI FA SERVO

Ermes Ronchi (Avvenire 05/08/2010)
XIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Un padrone parte e affida la sua casa ai servi. La vera fortuna di noi servi inaffidabili consiste nel fatto di avere un padrone così, pieno di fiducia verso di noi, che non nutre sospetti, cuore luminoso. Dio ha un cuore di luce e ti affida la casa, le persone, il mondo. E ti dice: tu puoi. Dio ha fede nell’uomo. La fiducia del mio Signore mi conquista, mi convince, mi fa dire: beato sei tu perché Dio ha fede in te.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… non è ovvio, non è scontato stare svegli, non è un fatto dovuto o un obbligo. Quell’attesa fino all’alba ha il potere di emozionare e sorprendere Dio, è più di quanto non si aspettasse. Genera infatti in lui una risposta quasi eccessiva, esultante. Ed è il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario, quando accade l’impensabile: Dio da padrone diventa servitore: vi dico che si stringerà le vesti ai fianchi (è l’abbigliamento del servo) li farà sedere a tavola e passerà a servirli. Da quello stupore di Dio, viene una voce: «questi miei figli mi sorprendono, capaci di incantarmi con un di più, un eccesso, una veglia fino all’alba, un vaso di nardo, un perdono con tutto il cuore, gli ultimi due spiccioli gettati nel tesoro del tempio, l’abbraccio e il pane dati al più piccolo. Metto ancora la mia gioia nelle loro mani!». Dio non è il Padrone dei padroni, è il servitore della vita. Non abbiamo pensato abbastanza a che cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone castiga, il servo aiuta; il padrone giudica, il servo sostiene; il padrone detta ordini, il servo ascolta e apre il cuore. Questi è il solo che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro lì è anche il tuo cuore. Ciò che per me è più prezioso è ciò che più amo. «Ami la terra? Terra diventerai. Ami Dio? Diventerai come Dio», scrive Agostino. L’uomo diventa ciò che ama. La fede avanza per scoperta di tesori, non per doveri. La vita cresce non per obblighi o divieti, ma per una passione, e la passione nasce da una bellezza. La bellezza di un Dio così fa avanzare la mia fede. Un tesoro di persone e di speranze è il motore della vita. Sufficiente a mettersi in viaggio verso Colui che ha nome amore, pastore delle costellazioni e pastore dei cuori, che ci metterà a tavola e passerà a servirci, con tutta la gioia di un padre sorpreso da questi suoi figli, questo piccolo gregge, coraggioso e mai arreso, che veglia sui tesori di Dio, che veglia fino alle porte della luce.
(Letture: Sapienza 18, 6-9; Salmo 32; Ebrei 11, 1-2.8-19; Luca 12, 32-48)




19a Domenica -11 agosto 2019
PADRE, SEI UN TESORO! Don Augusto Fontana

Molti di noi forse possono raccontare di persone che hanno vissuto esperienza di vita terribili restando credenti e fedeli, oranti, resistenti, pieni di speranza avendo trovato in Gesù il piolo dove attaccare la propria vita stracciata. Oltre a singole persone esistono anche piccoli gruppi che sanno restare nella speranza attiva, vigilante e resistente. Il vescovo di Recife, Hélder Câmara in un discorso tenuto a Wurzburg (Germania) parlava, nell’ormai lontano 1971, di «minoranze abramitiche» con chiaro riferimento ad Abramo, diventato il simbolo del credente non solo per gli ebrei ma anche per il cristiano (come apertamente dichiara la seconda lettura biblica di oggi)…

Preghiamo. Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 18,6-9 [traduzione della Bibbia interconfessionale in lingua corrente]
I nostri antenati furono preavvisati di questa notte memorabile della liberazione. Sapevano dunque a quali promesse avevano creduto e in piena sicurezza potevano rallegrarsi. Perciò il tuo popolo aveva aspettato
questa notte come salvezza per i tuoi fedeli e rovina dei loro nemici. Sì, perché le stesse cose ti servono
per castigare i nostri nemici e per glorificare noi, il popolo che hai chiamato e voluto per te. In segreto i discendenti di una stirpe santa ti offrivano sacrifici nella loro fedeltà e si accordavano per rispettare questa legge divina: quelli che appartengono solo a te devono essere solidali tra loro nei momenti belli e in quelli difficili. Essi cantavano i canti del loro popolo.
Sal 32 Beato il popolo scelto dal Signore.
Esultate, o giusti, nel Signore;

per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei 11,1-2.8-12

Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Dal Vangelo secondo Luca 12,32-48

Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

PADRE, SEI UN TESORO! Don Augusto Fontana
Molti di noi forse possono raccontare di persone che hanno vissuto esperienza di vita terribili restando credenti e fedeli, oranti, resistenti, pieni di speranza avendo trovato in Gesù il piolo dove attaccare la propria vita stracciata. Oltre a singole persone esistono anche piccoli gruppi che sanno restare nella speranza attiva, vigilante e resistente. Il vescovo di Recife, Hélder Câmara[1] in un discorso tenuto a Wurzburg (Germania) parlava, nell’ormai lontano 1971, di «minoranze abramitiche» con chiaro riferimento ad Abramo, diventato il simbolo del credente non solo per gli ebrei ma anche per il cristiano (come apertamente dichiara la seconda lettura biblica di oggi): «La Provvidenza si é incaricata di seminare ovunque – in tutti i paesi, razze, lingue, religioni, gruppi umani – delle minoranze caratterizzate dal desiderio di servire, dall’irriducibile fame e sete di un mondo più giusto e più umano. Io le chiamo minoranze abramitiche perché, come Abramo, sperano contro ogni speranza…Parla con i tuoi amici, con quelli di casa tua, del tuo vicinato, della scuola, del tuo posto di lavoro, coi tuoi compagni di svago e avrai la sorpresa di scoprire che la tua “minoranza abramitica” esiste già e tu non lo sapevi. Se gli uomini di buona volontà facessero lo sforzo di collegare tra loro queste minoranze abramitiche, la pressione morale liberatrice scatenata acquisterebbe la potenza inimmaginabile dell’energia nucleare che ha sonnecchiato per milioni di anni in seno all’atomo, ma poi é esplosa[2]».
            Gesù dice nel Vangelo: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno». (Lc.12,32). Le minoranze abramitiche sono fatte da gente che ha cercato il regno di Dio come un tesoro e vi ha depositato lì il proprio cuore: «Il regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi, pieno di gioia corre a vendere tutto quello che ha e compra quel campo. Il regno di Dio è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose. Quando ha trovato una perla di grande valore, egli va, vende tutto quel che ha e compra quella perla» (Matteo 13. 44-46).
Non é facile per me perché la mia fede é messa costantemente in crisi dalla vita o é rimasta un evento intellettuale o rituale. Domenica scorsa ci siamo sentiti dire: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». E’ in gioco la vita. La domanda é seria: da chi dipende la mia vita? Su cosa è appesa o verso dove pende? Il testo evangelico di domenica scorsa prosegue con un brano non utilizzato dalla liturgia, ma che occorre citare perché potrebbe offrire spunti per una risposta: «[22]Poi disse ai discepoli: «Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. [23]La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. [24]Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! [25]Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [26]Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? [28]Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? [29]Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: [30]di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo (i pagani); ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. [31]Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta».
A questo brano fa seguito il brano proclamato nella liturgia di oggi (Lc. 12,33-34) a cui segue una serie di piccole unità letterarie che arrivano fino al cap. 13,21 incentrate sulla vigilanza nell’attesa del Signore.
Nella rivelazione biblica é frequente l’affermazione della protezione di Dio. Si ricorre ad immagini (Dio padre, sposo, madre, pastore, guida, custode) e a simboli (ombra, ali, tenda, fortezza, roccia, rifugio). Tutto per rappresentare il rapporto di alleanza, patto, amicizia. Parlare di fiducia, attesa vigilante e operativa, resistenza, speranza significa rivisitare la nostra relazione con il Signore.
Dal complesso della rivelazione biblica si possono raccogliere i brani dedicati alla protezione di Dio sotto 3 tipologie: come confessione, come esperienza e come invocazione.
Come confessione (Il Signore é…): Siracide 34: «[14]Chi obbedisce al Signore non ha paura di nulla, e non teme perché egli è la sua speranza. [15]Beata l’anima di chi teme il Signore. A chi si appoggia? Chi è il suo sostegno? [16]Gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano, protezione potente e sostegno di forza, riparo dal vento infuocato e dal sole, difesa contro gli ostacoli, soccorso nella caduta; [17]solleva l’anima e illumina gli occhi, concede sanità, vita e benedizione».
Come esperienza (Il Signore ha fatto…): Giosuè 24: «[17] ll Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d’Egitto, dalla condizione servile, ha compiuto quei grandi miracoli dinanzi agli occhi nostri e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati». Salmo 125: «[1] Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. [2]Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. Allora si diceva tra i popoli: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. [3]Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia».
Come invocazione (Signore fai…): Salmo 17: «[8]Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali».
Si tratta di confessioni, esperienze e invocazioni che non possono essere capite al di fuori del regime di fede e di relazione con il Signore, sentita come vitale. Chi sono infatti quelli che possono confessare, raccontare e invocare la protezione di Dio?

  • I giusti : «Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine» (Proverbi 2,7) «Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie». (Salmo dell’onesto 34,8-9)
  • Coloro che amano Dio: «Gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano, protezione potente e sostegno di forza, riparo dal vento infuocato e riparo dal sole del mezzogiorno, difesa contro gli ostacoli, soccorso nella caduta; solleva l’anima e illumina gli occhi, concede sanità, vita e benedizione»(Sir. 34,13-17).
  • Quanti cercano Lui prima che i suoi beni: «Non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario, perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?», oppure, ridotto all’indigenza, non rubi e profani il nome del mio Dio».( Proverbi 30,5-9). «Il Signore è scudo per quanti si rifugiano in lui. C’è forse un dio come il Signore; una rupe fuori del nostro Dio?» (2 Samuele 22,31-32).

            Le immagini usate nei salmi sono la trasposizione della fede in storie quotidiane di salvezza: la fortezza che ha salvato dall’assalto del nemico, la roccia sporgente che é stata riparo durante un temporale, diventano eventi in cui la fede del credente arriva a leggere e confessare la mano provvidente di Dio: Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. (Salmo 17,3). Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. (72,26).
Il cristiano non può prescindere da come tale protezione é stata vissuta da Gesù. E’ significativa l’esperienza di Gesù che nel Getsemani confessa Dio come “Abbà” e gli chiede che passi quell’ora, ma sottomette tutto a «non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc.14,36) e «non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt. 26,39). Ci sono dunque un contenuto (ciò che tu…) e una modalità (come tu…) della fede. Anche se persiste una dimensione di enigma: «Possiamo stare di buon animo sapendo a quali promesse abbiamo creduto…pur non avendo ottenuto i beni promessi, ma avendoli solo visti e salutati da lontano…». Gesù continua a proclamare anche sulla croce che Dio é il Suo Dio: «Mio Dio…». La protezione che Dio offre non coincide con le forme di rassicurazione che l’uomo si dà; anzi le critica. Io spesso attendo la protezione di un Dio tappabuchi, rimedio alla mia impotenza. E’ l’idolo che deve obbedire alla mia preghiera intesa come ingiunzione a un Dio sempre disponibile e immediatamente accessibile. La sete del miracolistico e del taumaturgico sembra andare in questo senso. Ma una preghiera in cui l’uomo impone a Dio le sue volontà non é una preghiera cristiana. La protezione di Dio invece diventa uno svelamento di una sua Presenza sempre, anche nel dolore e nel male. La fede nella benevolenza di Dio non é un rifugiarsi nella calda sicurezza del grembo materno, ma un gettarsi fiduciosi nella mischia della storia. In questa prospettiva vanno colti gli inviti alla vigilanza. Nel capitolo 4 del Libro di Tobia leggiamo: «5Ogni giorno, o figlio, ricordati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandi. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell’ingiustizia. 6Se agirai con rettitudine, riusciranno le tue azioni, come quelle di chiunque pratichi la giustizia. 7Dei tuoi beni fa’ elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio. 8La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, da’ molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. 9Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, 10poiché l’elemosina libera dalla morte e salva dall’andare tra le tenebre». Stazione ferroviaria. E’ notte. Un orologio. Attendo insieme con altri per la stessa destinazione. Ci si mette a parlare. Anche alla domenica la comunità si riunisce. Siamo gente che intavola un discorso con Cristo che é il responsabile di viaggio e ricevono informazioni circa la meta, si aiutano a portare i pesi gli uni agli altri, viaggiano insieme cantando. La nostra liturgia non é un convegno di stanchi della vita, ma di coloro che vanno incontro alle prossime stazioni del Regno.
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[1] Vescovo brasiliano profeta. Divenne per molti, anche nella Chiesa, come fumo negli occhi. Dalla metà degli anni ’70 in poi, subì un crescente ostracismo e una progressiva emarginazione sia da parte dei politici brasiliani sia da parte della Chiesa. Lo ferì il fatto che non fosse stato chiamato da Papa Paolo VI al Sinodo del 1971 sulla Giustizia nel mondo, lui che era il vescovo che maggiormente si era impegnato a livello mondiale su questo tema. Nel 1977, andato a Roma due volte per parlare con Paolo VI, ne fu impedito dalla stessa Segreteria di Stato. Giovanni Paolo II, quando visitò la sua diocesi di Recife (1980) lo chiamò: “Fratello dei poveri, mio fratello”. Morto novantenne il 27 agosto 1999.
[2] H.Camara Violenza dei pacifici,Massimo, Milano, 1973.




P. Ermes Ronchi
Povertà e libertà: i bagagli della vita

Povertà e libertà: i bagagli della vita.
padre Ermes Ronchi (01-08-2010)

Un uomo ricco ha avuto un raccolto abbondante.  Un particolare mi colpisce: non c’è nessuno attorno a quest’uomo. Nessun nome, nessun volto, nessuno nella casa, nessuno nel cuore. Ricco e al centro di un deserto! La ricchezza crea un deserto di relazioni autentiche, le cose soffocano gli affetti veri. Un uomo solo e non felice, perché la felicità dipende da due cose: non può mai essere solitaria e ha a che fare con il dono. Solitario, il cuore si ammala; isolato, muore.
Un uomo che ripete continuamente un unico aggettivo «mio»: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita, anima mia. Questa ossessione del mio. Le cose dominano il suo futuro, la sua vita ruota attorno ad esse. Vivere così è un lento morire. Infatti: «Stolto, questa notte morirai», anzi stai già morendo, hai allevato, hai nutrito la morte dentro di te. L’uomo non vive di solo pane, anzi di solo pane, di sole cose, l’uomo muore…
Stolto, dice Gesù, non perché cattivo, ma perché poco intelligente. Ha investito sul prodotto sbagliato, sul denaro e non sull’amore.
La tua vita non dipende dai tuoi beni. Gesù non disprezza i beni della terra, quasi volesse disamorarci della vita, offre invece una risposta alla domanda di felicità. Il Vangelo dà per scontato che la vita umana sia, e non possa non essere, un’incessante ricerca di felicità.  Vuoi vita piena, felicità vera? Non andare al mercato delle cose. Le cose promettono ciò che non possono mantenere. Sposta il tuo desiderio su altro, desidera dell’altro, un mondo dove l’evidenza non sia: più denaro è bene, meno denaro è male; un mondo come Dio lo sogna.
Non dai beni, da che cosa dipende allora la vita? Da tre cose: dalla tua vita interiore, dalle persone accanto a te, da una sorgente che non è in te ma in Dio. E queste tre cose devono essere in comunione, innestate tra loro. Allora sei vivo.
Un giorno un visitatore arriva nella cella di un monaco del deserto. E conversando gli domanda: come mai hai così poche cose nella tua cella? Un letto, un tavolo, una sedia, una lampada. Il monaco replica: e tu come mai hai solo una sacca con te? Ma perché io sono in viaggio, risponde il visitatore. E il monaco: anch’io sono in viaggio.
Fragile e precaria è la vita ma non perché finisce, solo perché sempre incamminata verso un altrove. In questa migrazione verso la vita, povertà e libertà fanno riscoprire la bellezza del mondo e la bontà delle cose, e come gustarle senza bisogno di possedere.




18a domenica-4 agosto 2019
“L’uomo nel benessere non capisce, è come una bestia” (Sal. 48)

 A volte sono preso dalla tentazione di credere che la vita e la parola di Gesù abbiano tale profonda verità e bellezza da dover appartenere a tutti e non solo a credenti o discepoli. Non voglio, certo, fare di Gesù un guru del Dharma per tutte le latitudini dello spirito, ma mi affascina comunque la sua arte di parlare al cuore umano, la sua profonda conoscenza dell’animo e dei rapporti umani. D’altra parte dicono che fu talmente Figlio di Dio da diventare figlio dell’uomo o, se vuoi, fu talmente figlio dell’uomo da diventare Figlio di Dio.«Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni…….».

 Preghiamo. O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamati a possedere il regno, fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te. Per Gesù Cristo nostro Signore.

Dal libro del Qoèlet 1,2;2,21-23. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!

Sal 89 Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 3,1-5.9-11
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Dal Vangelo secondo Luca 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

 “L’UOMO NEL BENESSERE NON CAPISCE, E’ COME UNA BESTIA” (Sal. 48)
Don Augusto Fontana
A volte sono preso dalla tentazione di credere che la vita e la parola di Gesù abbiano tale profonda verità e bellezza da dover appartenere a tutti e non solo a credenti o discepoli. Non voglio, certo, fare di Gesù un guru del Dharma per tutte le latitudini dello spirito, ma mi affascina comunque la sua arte di parlare al cuore umano, la sua profonda conoscenza dell’animo e dei rapporti umani. D’altra parte dicono che fu talmente Figlio di Dio da diventare figlio dell’uomo o, se vuoi, fu talmente figlio dell’uomo da diventare Figlio di Dio.
«Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni… Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». A Davos alcuni anni fa, al World Economic Forum, duran­te un seminario per super manager e capi di Stato, la discussione è caduta sulla felicità. “Troppi soldi non fanno la felicità” hanno detto dal palco molti uomini d’affari, spargendosi il capo di cenere per i propri top-stipendi. David Cameron, quando era premier britannico, aveva proposto la felicità come misuratore del polso di una nazione: «È tempo di ammettere che nella vita c’è molto di più del denaro. Ed è anche tempo di focalizzare l’attenzione non solo sul pro­dotto interno lordo, ma sul benessere gene­rale degli abitanti di una nazione». Inseguita come un miraggio, evocata come una salvezza, la felicità entra timidamente nell’agenda della politica. E guida la riscossa di una generazione che pun­ta alla qualità della vita più che al benessere materiale. Se prima la felicità sembrava essere una faccenda da filosofi o da cercatori spirituali, ora a occupar­sene sono anche alcuni (pochi) eco­nomisti, politici e scienziati. Che stanno trac­ciando i confini di una disciplina nuova: la “science of happiness“, la scienza della felicità.  C’è anche un segnale paradossale: non c’è una maggior felicità dove le economie stanno rapida­mente crescendo. La spiegazione è nell’inadeguatezza del modello sinora considerato alla base della felicità. Il capitalismo trasforma i lussi in ne­cessità, e trascina le masse a desiderare, per essere felici, ciò che è nelle mani di una pic­cola élite. Questo meccanismo di desideri indotti­ funziona finché quelli che hanno meno, ambiscono a raggiungere ciò che a loro è precluso. I paesi in via di sviluppo, che non hanno mai giudicato essenziali certi beni, una volta che li hanno ottenuti non sono per questo più felici. Anche perché, a mano a mano che gli standard di vita migliorano, la gente si abi­tua immediatamente al benessere. Scriveva Do­nata Francescato, docente di Psicologia di Comunità alla Sapienza di Roma fino al 2014: “Nella nostra società è molto alto il capitale economico e intellettuale, ma non quello sociale. Mancano cioè reti di solidarietà e la possibilità di un reale confronto con gli altri. E questo è fonte di infelicità”.

«Maestro, di’ a mio fratello di dividere con me l’eredità»[1]
Nel vangelo di oggi l’appello di questo anonimo non è fuori luogo. Il diritto ebraico considerava l’eredità, lasciata dal padre, come indivisibile, almeno in linea di principio e come ideale; i beni avrebbero dovuto idealmente essere goduti in comune dagli eredi attraverso la vita comune dei fratelli e delle loro famiglie. Ne risentiamo un’eco nel salmo 133,1: «Com’è bello e come è dolce che i fratelli abitino insieme». Oggi diremmo che è un ideale da monaci che vivono insieme in un unico monastero. L’anonimo del vangelo probabilmente era un fratello minore che non aveva né la voglia né la possibilità di convivere con la famiglia del fratello maggiore e voleva la sua parte, come il figlio della famosa parabola dei due figli e del Padre misericordioso (Lc 15, 11-32): “Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Qui Gesù non dà ragione all’uno o all’altro, ma porta, come sempre, la questione alla radice del problema. E approfitta per fare una catechesi che vale non solo per i due fratelli in conflitto di eredità ma per tutta la gente che gli sta intorno: è questione di bramosia, avidità, perdita del senso della vita, come scriverà l’apostolo Giacomo: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!”(Giac. 4,1-2).

Quale profitto in tutto l’affanno dell’uomo?
Il nucleo del brano evangelico è nelle frasi che fanno da cornice alla parabola del ricco stolto: “…anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” e “…così è di chi accumula tesori ma non arricchisce davanti a Dio“.
Molti salmi e proverbi invitano a riflettere sul rischio dell’accumulo di beni materiali; ecco un breve estratto: Salmo 17,10 “Sono duri di cuore a causa delle loro ricchezze, la loro bocca parla con arroganza”. Salmo 39,6 “Certo, l’uomo va e viene come un’ombra; certo, s’affanna per quel ch’è vanità; egli accumula ricchezze, senza sapere chi le raccoglierà”. Salmo 62,6 “se le ricchezze abbondano, si distacchi da esse il vostro cuore”. Proverbi 11,28 “Chi confida nelle sue ricchezze cadrà, ma i giusti rinverdiranno come fogliame”. Proverbi 30,8 “non darmi né povertà né ricchezze, nutrimi del pane che mi è necessario”.
Luca è l’evangelista che sembrerebbe più insistente sul problema dell’uso dei beni: 11,41; 12,33 (“Vendete quello che possedete e datelo in elemosina”); 14,33 (“Chiunque tra voi non rinuncia a tutti i propri beni non può essere mio discepolo”); tutto il capitolo 16. Anche nel libro degli Atti degli apostoli, Luca presenta la prima comunità alle prese con la comunione dei beni: “Nessuno riteneva cosa propria ciò che possedeva, ma tutto era fra loro comune” (Atti 2,42ss; 4,32ss; 5,1ss).  Il fatto che Luca ponga così spesso l’accento sul tema delle ricchezze materiali e dei beni significa che già allora questo poteva costituire un problema. Ben più oggi di ieri. Il problema coinvolge due grandi direttrici: una orizzontale, nel senso che l’accumulo della ricchezza genera l’ingiustizia sociale; una verticale, poiché l’accumulo della ricchezza allontana da Dio, sorgente unica di ogni bene. In questo secondo aspetto l’accumulo della ricchezza è connesso con l’idolatria: i molti beni rischiano di innescare un delirio di autosufficienza, cioè la convinzione di bastare a se stessi visto che si possiede molto.
Guardate attentamente, tenetevi lontano da ogni cupidigia…” avverte Gesù con un linguaggio che richiama l’invito a vigilare. Non solo stare in guardia ma “tenersi lontano” quasi che la semplice vicinanza a situazioni in cui siano coinvolte ricchezze possa catturarci nella rete. La prima constatazione della parabola che “la vita non dipende dai beni” è completata dalla seconda sull’importanza di “arricchirsi di fronte a Dio”. Senza questa conclusione il brano potrebbe essere letto in chiave di privazione e lascerebbe un legittimo interrogativo: se la vita non dipende dalle ricchezze da cosa dipende? Se il senso della vita non sta nell’accumulare beni su beni, dove va ricercato?
Il Libro del Qoèlet non ci consente illusioni: “tutto è vanità (hevel), un soffio di vento...”. Non solo le ricchezze materiali ma anche le esperienze più esaltanti, perfino la bulimia religiosa. Hevel è il nome di Abele. L’economista e biblista Luigino Bruni scrive[2]: «Tutto è Abele, canta Qoèlet. Sotto il sole, la terra è popolata da infiniti Abele, Il mondo è pieno di vittime, di sangue innocente versato, di fraternità che mutano in fratricidi. La condizione umana è effimera come lo fu la vita di Abele….Il libro di Qoèlet fu scritto in Israele durante la conquista greca, quando un grande impero stava imponendo la sua lingua e la sua cultura. Alcuni intellettuali ebrei erano affascinati da quel nuovo mondo e dai suoi valori di ricerca della felicità, del profitto, dei bei corpi, del piacere e della giovinezza. C’era però, tra i suoi contemporanei, chi vedeva in questa “globalizzazione” la crisi profonda della cultura di Israele».
L’illusione di autosufficienza del ricco della similitudine lo porta a considerarsi un arrivato: “Riposa, mangia, bevi e divertiti“. Ma quale è il vero riposo, quale è la gioia completa per l’animo umano? Come potremmo fare simili affermazioni oggi quando siamo parte di quel 20% dell’umanità che mangia tre volte al giorno, che ha l’acqua in casa e che può andare a scuola? E gli altri e le altre? Non sono forse figli e figlie del Signore? Non hanno le nostre medesime necessità, sogni, aspirazioni? L’occidente si sta ammalando di autosufficienza. Possiamo urlare nelle strade e nelle piazze che l’essenza della vita non dipende dalle ricchezze, che auspichiamo un mondo senza poveri e senza ricchi; ma questo mondo va costruito. Papa Francesco, nella sua Esortazione Evangelii Gaudium, scrive che l’annuncio del Vangelo deve penetrare anche nelle strutture economiche e finanziarie oltre che nelle coscienze: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (n.53).

 Dacci di giorno in giorno il nostro pane necessario. (Lc 11,3)
Alcuni di noi, me compreso, hanno un piccolo o medio capitale, un’assicurazione, un gruzzoletto per il domani. Non si sa mai: una disgrazia, una vecchiaia rincitrullita, una malattia devastante con badante al seguito. Non vorremmo essere di peso ad alcuno. Non siamo capitalisti che vivono di rendite provenienti dallo sfruttamento altrui o da rendite parassitarie. La nostra serenità l’abbiamo trovata nella quotidianità del nostro lavoro godendone i frutti. Padre, dacci il nostro lavoro quotidiano e ci basta. Eppure anche noi siamo stupiti dal mistero della Manna nell’esodo degli israeliti: «Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer (circa 4 litri) a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tendaColui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne… Mosè disse loro: “Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino”Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì» (Esodo 16,16-20). Luigino Bruni scriveva: “Tutti hanno diritto alla stessa quantità di manna, che viene distribuita in base al numero di membri delle famiglie, quindi sulla base dei bisogni. Per il pane, per i beni primari dell’esistere, siamo e dobbiamo essere tutti uguali. Ed è la comunione che non fa imputridire la manna e il pane di ogni giorno. In quell’accampamento ci saranno stati alcuni più abili e altri meno a raccogliere la manna prima che arrivasse il sole a scioglierla; ma al momento del suo consumo i meriti, la forza, l’età, il rango sociale, non contano più. Mosè, Aronne, Miriam, il ragazzo Levi, il pastore Giuseppe e sua moglie Lea, hanno tutti la stessa porzione di manna, perché tutti esseri umani. Ci deve essere qualcosa che ci fa uguali prima delle tante differenze. Ci devono essere beni di cui possiamo godere anche se non possiamo comprarli, ieri nel deserto verso il Sinai, oggi nei deserti del capitalismo finanziario. La manna è simbolo di questo tipo di bene primario, che sfama ciascuno solo se sfama tutti. Tutte le volte che qualcuno muore perché non ha potere d’acquisto per procurarsi il pane e gli altri beni primari dell’esistenza, stiamo rinnegando la legge fondamentale della manna. Molti hanno sognato una società dove ogni essere umano potesse godere di beni non in quanto consumatore e cliente ma perché essere umano: quando la realizzeremo? Non ci manca il pane, ci manca solo, e sempre di più, il rispetto della legge della manna. La manna, poi, non può essere accumulata, e quindi non può diventare oggetto di commercio[3].

[1] Cf. Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 363.
[2] Luigino Bruni, Una casa senza idoli, Qoèlet, il libro delle nude domande, EDB, 2018.
[3] L. Bruni, La giusta legge del pane, Avvenire, 13 ottobre 2014




17a domenica.
P. Ermes Ronchi. DIO ESAUDISCE SEMPRE LE SUE PROMESSE

Dio esaudisce sempre le sue promesse.
Ermes Ronchi (Avvenire 22/07/2010)

«Signore insegnaci a pregare!» Tutte le preghiere di Gesù riportate dai Vangeli (oltre cento) iniziano con la stessa tipica parola: «Padre», il modo migliore per rivolgersi a Dio. Ma specifico di Gesù, esclusivamente suo, è il termine originario «Abbà» che i Vangeli riportano nella lingua di Gesù, l’aramaico, e il cui senso è «papà, babbo». È la parola del bambino, il dialetto del cuore, il balbettio del figlio piccolo. È parola di casa, non di sinagoga; sapore di pane, non di tempio. «Nella moltitudine delle preghiere giudaiche non si trova un solo esempio di questa parola “Abbà” riferita a Dio» (Jeremias). Solo in Gesù: Abbà-papà. Nel linguaggio corrente la parola «pregare» indica l’insistere, il convincere qualcuno, il portarlo a cambiare atteggiamento. Pregare per noi equivale a chiedere. Per Gesù no: pregare equivale a evocare dei volti: quello del Padre e quello di un amico. Nella preghiera di Gesù l’uomo si interessa della causa di Dio (il nome, il regno, la volontà) e Dio si interessa della causa dell’uomo (il pane, il perdono, il male), ognuno è per l’altro. E imparo a pregare senza mai dire io, senza mai dire mio, ma sempre Tu e nostro: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona. Il Padrenostro mi vieta di chiedere solo per me: il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale (Berdiaev). Pregare cambia la storia.
«Amico prestami tre pani perché è arrivato un amico». Una storia di amicizia svela il segreto della preghiera. La parabola mette in scena tre amici: l’amico povero, l’amico del pane e il viaggiatore inatteso, carico di fame e di stanchezze, che rimane sullo sfondo ma è in realtà una figura di primo piano: rappresenta tutti coloro che bussano alla mia porta, che senza essere attesi sono venuti, che mi hanno chiesto pane e conforto. A Gesù sta a cuore la causa dell’uomo oltre a quella di Dio: non vuole che la preghiera diventi un dialogo chiuso, ma che faccia circolare l’amore (i tre pani) nel corpo del mondo. Da duemila anni ripetiamo il Padre Nostro, ma non siamo diventati fratelli e il pane continua a mancare. Una domanda enorme corrode le nostre preghiere: Dio esaudisce? «Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse» (Bonhoeffer): Io sarò con te, fino alla fine del tempo. Dio si coinvolge, intreccia il suo respiro con il mio, mescola le sue lacrime con le mie. Se pregando non ottengo la cosa che chiedo, ottengo però sempre un volto di Padre e il sogno di un abbraccio. (Letture: Genesi 18,20-32; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13).




17 domenica C. 28 luglio 2019
CARO PAPA’ (MAMMA). Don Augusto Fontana

Papa Francesco, nell’omelia della Messa celebrata nello stadio di Morelia in Messico nel 2016, ha esordito: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi[…]La nostra vita parla nella preghiera e la preghiera parla nella nostra vita[…]A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare[…]La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera”. …..

Preghiamo. Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza, come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Gènesi 18,20-32. In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci ». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
Salmo 137. Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.
Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita;
contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano.
La tua destra mi salva.
Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 2,12-14. Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti. Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.
Dal Vangelo secondo Luca 11,1-13. Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”».  Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

CARO PAPÀ (MAMMA). Don Augusto Fontana

Chi é, chi siamo.
Di solito il dialogo rivela l’identità delle persone che si parlano. Mentre parlo con te decido chi sono per te e chi sei tu per me. La preghiera definisce l’identità di Dio e la mia. Per noi lui è Padre, per lui noi siamo figli e l’equazione determina la nostra fraternità. Chiamare Dio “Abbà, papà” significa proclamare con un respiro breve tutta la nostra storia di amore. Nelle nostre mani riceviamo la pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve» (Ap. 2,17). «E’ lo Spirito che attesta che siamo figli ed eredi» (Rom. 8,15-117). Quando chiedo a Dio: «Come mi chiamo?» Lui risponde rivelandomi il suo nome, nel quale é rivelato anche il mio. Quando chiedo a Dio: «Che devo fare?» egli risponde: «Invoca salvezza con le lacrime agli occhi e con il fuoco nell’anima» perché questa passione dell’intercedere é un passo di avvicinamento verso il Dio dalle viscere materne, é un modo per esprimere l’amore esagerato.
Macario il Grande scrive: «Coloro che sono stati degni di diventare figli di Dio e di nascere dall’alto…piangono e si affliggono per tutto il genere umano, pregano versando lacrime per l’Adamo totale, infiammati dall’amore spirituale per tutta l’umanità». Papa Francesco, nell’omelia della messa celebrata nello stadio di Morelia in Messico nel 2016, ha esordito: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi[…]La nostra vita parla nella preghiera e la preghiera parla nella nostra vita[…]A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare[…]La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera”.

Uno sguardo panoramico sul Padrenostro.
• S.Agostino ha scritto che il Padrenostro è il Battesimo quotidiano. Tertulliano ha scritto che il Padrenostro è la “somma di tutto il Vangelo” (Breviarium totius evangelii).
• La vera preghiera cristiana rinuncia al miracolo perchè non vuole modificare la situazione attraverso la magia. Il teologo Carlo Molari scrisse :  “Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: «che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?». L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: «Che faccio? Per questa madre ho fatto te!». Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede. La preghiera è appunto l’atteggiamento che l’uomo assume per accogliere l’energia vitale che gli viene continuamente offerta, è l’esercizio quotidiano per aprirsi alle forme nuove di esistenza ed accogliere la forza creatrice in modo da esserne sempre pieni. E’ come quando ci mettiamo sotto il rubinetto con le mani chiuse: l’acqua scorre e non possiamo trattenerla. Quando invece apriamo le palme siamo in grado di raccogliere almeno un po’ della tanta acqua che è a nostra disposizione. Pregare è aprire le mani perchè un po’ dello straripante dono di Dio possa essere interiorizzato. La preghiera perciò non serve per scuotere l’onnipotenza di Dio a nostro favore, ma a modificare il nostro atteggiamento nei suoi confronti”.
• Nella preghiera di domanda e di intercessione scopriamo la nostra storia come storia di desideri. Nella preghiera del Padrenostro, i nostri desideri coincidono con quelli di Dio. Nella nostra preghiera di domanda di solito chiediamo secondo i nostri interessi. Nella preghiera del Padrenostro invece si desiderano le cose di Dio, di fatto si desidera Lui. Succede come nell’amore: non desidero le tue cose ma Te. Sant’Agostino dice che possiamo pregare con parole diverse dal Padrenostro, ma non possiamo chiedere cose diverse.
• La preghiera è fatta IN CRISTO. Si dice questo soprattutto della preghiera liturgica, ma anche ogni preghiera personale è fatta IN CRISTO. Noi preghiamo in Lui e con Lui. Lutero disse: ” Noi possiamo rivolgerci al cielo di Dio solo salendo sulle spalle di Cristo“.
• Il Padrenostro rappresenta la corretta relazione tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra, tra religioso e politico. Nella prima parte di questa preghiera la causa di Dio è fatta propria dall’uomo e nella seconda parte la causa dell’uomo è presa a cuore da Dio. Ciò che Dio ha unito, nessuno separi!
• La preghiera non è il primo atto che l’uomo compie; prima dell’orazione di solito esiste uno choc esistenziale e solo dopo sorge l’invocazione, il ringraziamento. Quale choc esistenziale sta alla base del Padrenostro?:
1. Il mondo ha le vene aperte e perde sangue. La creazione geme (Rom 8,22). Ogni società ha i suoi massacri, i suoi martiri, i suoi crimini collettivi.
2. Il mio essere soffre: ” Sono uno sventurato. Chi mi libererà?“(Romani 7,24). La rottura non lacera solo le società, ma anche il cuore dell’uomo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio“(Rom. 7,19). La nostra vita quotidiana non sfugge all’enigma, all’assurdo e alle nostre cattiverie.
3. “La creazione attende con impazienza” (Rom. 8,19): di fronte alle assurdità collettive e personali si possono assumere 3 atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza. Questo tempo è il tempo intermedio di crisi, di tentazioni, di decisioni, Esiste una situazione di urgenza. C’è una coscienza di catastrofe imminente. Mentre il Signore ha garantito che il mondo malvagio ha i giorni contati, tuttavia anche Lui “tarda” e da “onnipotente” si fa “impotente” e desiderante con noi.

Il Padrenostro in Luca.
Utile il confronto tra le due versioni, quella di Matteo e quella Luca. Qualcuno mi potrebbe chiedere: «Ma quale delle due ha veramente insegnato il Signore?». E io risponderei: «Il Signore ha insegnato a pregare e non ha dettato una formula».
Il Padrenostro in MATTEO 6, 9-13
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Il pane nostro epiousion {essenziale} dà a noi oggi [sèmeron], e cancella a noi i nostri debiti come noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori,
e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal male

Il Padrenostro in LUCA 11, 2-4
Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno;
il pane nostro epiousion {essenziale} continua a dare a noi ogni giorno {kath’emèran},
e cancella i nostri peccati, perché anche noi li cancelliamo a tutti i nostri debitori,
e non ci esporre alla tentazione….
… quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

Cerchiamo di cogliere alcuni elementi del contesto in cui Luca inserisce la preghiera del Signore.
1. La pagina di Luca è preceduta dall’episodio di Marta e Maria. Maria è il simbolo del discepolo che non si agita per cose non essenziali. Ci troviamo di fronte ad una catechesi battesimale sulla preghiera. Si potrebbe dire: ECCO LE COSE DI CUI AVETE SOSTANZIALMENTE BISOGNO.
2. Il Padrenostro di Luca si trova chiuso dentro queste 2 domande: « Padre, sia santificato il tuo nome….donaci lo Spirito Santo». La preghiera specifica del cristiano maturo è “chiedere lo Spirito Santo”.
3. All’interno di queste due domande il brano è pervaso da situazioni di “pericolo” nelle quali si trova chi sta pregando: la domanda del Regno è minacciata dalla fame, dai test della vita, dalle relazioni conflittuali e dal male. Rappresenta originariamente la preghiera per chi, chiamato a seguire Gesù, ha lasciato casa, campi, lavoro e famiglia; è l’espressione orante del radicalismo migratorio dei discepoli al seguito di Gesù Messia, accanto al quale essi sperimentano, ogni giorno, Dio come Padre. Il cristiano, comunque, prega perchè si trova in una situazione di urgenza e sta vivendo una vicenda storica che lo mette in crisi. L’orante non è uno che si trova comodamente seduto in poltrona e riempie il suo tempo con una pia elevazione dell’anima a Dio. La preghiera del Padrenostro è pronunciata da chi non ha tempo. Di solito si sente dire “Prego poco perchè non ho tempo”; come se la preghiera fosse affidata da Cristo solo a monaci o a gente sfaticata che ha tempo da vendere. Collegare i Salmi al Padrenostro significa amplificare, con tutta la storia emblematica di Israele, le grandi passioni e le grandi emergenze entro le quali vive il discepolo.

FRAMMENTI DI “PADRENOSTRO”.

PADRE. ABBA’ (papà) e IMMA’ (mamma) sono le prime parole che pronunciano i bambini ebrei. C’è quindi una componente fiducioso-familiare, anche se nella cultura ebraico-semitica l’immagine del padre conteneva meno elementi sentimentali della nostra cultura attuale; JAHWE’ veniva considerato GENITORE in quanto creatore della vita e in quanto responsabile della formazione di una massa in popolo. Il nome Jahwè significa: “Eccomi qua”: “Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: eccomi qua” (Isaia 52,6). Significa che non siamo mai orfani, smarriti, abbandonati al caso. La vita è anche grazia, ed ogni esistenza è benedizione. Impariamo così a discernere, nelle cose e negli eventi, la Paternità di Dio che, come diceva S. Ireneo di Lione, “ha creato tutto con le sue due sante mani: il Figlio e lo Spirito“. Da qui si impara a non più maledire, a non più disprezzare. Nessuna delle diverse richieste contenute nella preghiera del Signore verrà intesa rettamente se si perde contatto, durante la preghiera, con la prima parola: «Padre!» che va posta non solo prima della preghiera nel suo complesso, ma anche prima di ogni singola richiesta: Padre sia santificato il tuo nome, Padre venga il tuo regno, Padre, sia fatta la tua volontà…Pronunciare la parola “Padre” è già di per sé una preghiera. Nel culto cristiano esistono 2 brevissime preghiere: una consiste nel dire “Padre” e l’altra consiste nel dire “Amen“. Nessuno dica più che “non ha tempo di pregare!”.
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME. La parola semitica QODES si traduce con “tagliare-separare“. Viene dichiarato Santo ciò che è separato dalla quotidianità profana e quindi l’aggettivo è solo attribuibile a Jahwè IL SANTO. La domanda “sia santificato il tuo Nome” nasce da una constatazione e da un desiderio. La constatazione: la situazione oggettiva della vita, a causa delle sue profonde distorsioni, nega la glorificazione di Dio e favorisce il bestemmiare. Il desiderio: dire che Dio è SANTO è dichiarare che è il TOTALMENTE ALTRO, che non è la proiezione delle nostre alienazioni e desideri. Noi desideriamo di non addomesticare Dio nelle botteghe dei nostri interessi.
Dio vuole che anche l’uomo sia santo: “Siate santi, perchè io sono santo“(Levitico 11,44; 19,2). Dio è l’utopia realizzata di ogni uomo che desideri essere più di quanto è di fatto. Dio vuole manifestarsi santo nelle nostre opere buone: “La vostra luce risplenda davanti agli uomini perchè vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli“(Matteo 5,16). Nella tradizione giudaica l’espressione Qiddush ha-Shem (<santo [sia] il Nome>) era diventato un modo per indicare il martirio o la testimonianza pubblica.
Quando si dice che la “gloria di Dio è l’uomo vivente” significa che l’uomo costituisce la visibilità del Nome di Dio. Quando l’uomo e la donna sono impoveriti ed oppressi, il Nome di Dio va in esilio e si nasconde nella loro povertà. Noi nella preghiera chiediamo a Dio di ribaltare la situazione dell’uomo sfigurato perchè si manifesti chiara la Sua presenza, perchè avvenga definitivamente la sua Epifania.
VENGA IL TUO REGNO. E’ la domanda centrale del Padrenostro ed è il cuore dell’Evangelo perchè il nucleo del messaggio di Gesù e il movente della sue azioni stanno in questo REGNO: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Marco 1,14). La preghiera “sia santificato il tuo Nome” cesserà quando verrà il Suo Regno:”Poi sarà la fine quando il Cristo consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e potestà. Allora Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi 15,23-28).
Del Regno di Dio, il Nuovo Testamento parla 122 volte sia per indicare la sovranità di Dio che per indicare la condizione dell’uomo dentro la grazia di una vita serena e giusta. Dio regna quando viene riconosciuto Dio che crea e che si prende a cuore le situazioni umane. “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza”. (Salmo 85). Questa fede nasce dall’esperienza dell’esodo. Esodo 2,23-25: “Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24 Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. 25 Dio guardò la condizione degli Israeliti e se la prese a cuore”. Jahweh è il Dio del soccorso ai bisognosi, che non si rassegna alle sofferenze causate dagli uomini.
L’uomo è abitato dal “principio-speranza” che si manifesta con la tensione verso il nuovo, verso il senza-frontiere, verso la pace e il benessere soprattutto relazionale: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leone si ciberà con la paglia del bue, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi e non ci saranno più azioni inique né saccheggi“(Isaia 11,6-9). “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più….Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. (Apocalisse 21,1-7)
CONTINUA A DARCI OGNI GIORNO IL PANE EPIOUSION. Per quanto possano essere alti i pensieri della mente e spirituali le virtù, l’uomo ha bisogno di una infra-struttura materiale (acqua, aria, pane…). Questa infra-struttura è così importante che Gesù ha legato la salvezza o la perdizione al fatto di averla o no accolta in modo giusto e fraterno (Matteo 25, 31-46). S. Basilio Magno già nel 300 affermava: “All’affamato spetta il pane che si spreca nella tua casa; allo scalzo spettano le scarpe che ammuffiscono sotto il tuo letto. Al nudo spettano i vestiti che sono nel tuo baule; al povero spetta il denaro che si svaluta nelle tue casseforti“.
Il testo greco usa il termine “epiousion” di difficile traduzione. Forse significa “pane necessario per vivere oggi” (forse era una preghiera che i seguaci di Gesù recitavano al mattino prima di partire per l’avventura esposta della missione); o forse significa “pane definitivo”: “Beato chi mangerà il pane nel Regno di Dio” Lc.14,15). Il Signore ha insegnato a non affannarci per i domani (Matteo 6) come già il Libro dei Proverbi aveva insegnato a chiedere: “Non darmi nè povertà nè ricchezza; fammi avere il cibo necessario” (Prov.30,8). Il Signore ci ha detto “Io sono il Pane di vita” (Giov. 6).
Matteo scrive il verbo “dare” al tempo aoristo (dòs) che esprime un pressante appello: «Dacci immediatamente» (oggi). In Luca la stessa parola si trova nella forma greca del presente (didou) che significa «continua a darci» a cui fa seguito non la parola «oggi», ma «ogni giorno» (in greco: kath’emeran).
Quando si dice “pane” non si pensa solo al cibo, ma ad ogni cosa di cui abbiamo necessità per vivere bene o sopravvivere, per esempio l’amicizia, la resistenza contro le difficoltà, la serenità interiore…
CANCELLA A NOI I NOSTRI PECCATI PERCHE’ NOI LI… L’uomo non vive di solo pane, ma anche di un’altra infra-struttura senza la quale non esiste: ha bisogno di sentirsi inserito nel tessuto sociale. Il perdono è il pane della vita comunitaria. L’uomo non solo vive, ma anche con-vive. L’io personale è abitato dagli altri e compromesso con essi. Noi siamo in debito con gli altri, sempre: questo è il nostro “debito innocente”: ciò che mangiamo, di cui ci vestiamo e i servizi di cui godiamo hanno impresso il marchio della fatica di qualche uomo o donna. Oltre a questo debito “innocente” abbiamo anche dei “debiti colposi” rappresentati da ciò che doveva essere fatto per gli altri e non è stato fatto. Abbiamo poi dei “debiti dolosi”. Ciò che è stato detto dei rapporti umani si riferisce anche ai nostri rapporti con il Padre: abbiamo verso di Lui dei debiti innocenti, colposi e dolosi. E’ d’obbligo evocare la Parabola del servitore insolvente (Matteo 18,23-35): poichè Dio mi ha perdonato sono in grado di trovare le ragioni sufficienti e i motivi per perdonare ai colleghi servi, in quanto sono invaso dalla gratitudine.
Mentre la formulazione di Matteo parla di “debiti”, quella di Luca parla di “peccati”: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora, per la tua preghiera, ti saranno rimessi i peccati“(Siracide 28,2).
NON ABBANDONARCI NELLA PROVA. Dice Gesù: “Il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà forse la fede sopra la terra?” (Luca 18,8). Bisogna dunque “vegliare e pregare per non entrare nella tentazione (prova)“(Marco 14,38). Con questa parte del Padrenostro noi chiediamo di essere preservati dal perdere la fiducia in Lui. “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà; sorgeranno falsi profeti che faranno grandi prodigi e inganneranno molti“(Matteo24,22-24). Siamo esseri strutturalmente messi in libertà e quindi in continua necessità di scegliere : “Nel mio intimo acconsento alle Legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla Legge dello spirito e che mi rende schiavo della legge del peccato. Sono uno sventurato! Chi mi libererà?…“( Romani 7,22-24). La morte stessa resta per tutti come la grande tentazione da cui essere liberati.

(Per un chiarimento su “non abbandonarci alla tentazione” consiglio di collegarsi a: https://www.interris.it/religioni/padre-nostro–chi–il-vero-tentatore) 

Inoltre consiglio acquisto (€ 15,00) e lettura di 150 pagine deliziose:

 




Documento Preparatorio del Sinodo per l’Amazzonia 7-26 0ttobre 2019.
Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale

Documento Preparatorio del Sinodo Panamazzonico 7-26 0ttobre 2019
Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale
Introduzione

In accordo con l’annuncio di Papa Francesco del 15 ottobre 2017, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi avrà luogo nell’ottobre 2019 per riflettere sul tema Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Questi cammini di evangelizzazione devono essere pensati per e con il Popolo di Dio che abita in quella regione: abitanti di comunità e zone rurali, di città e grandi metropoli, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi, migranti e profughi e, specialmente, per e con i popoli indigeni.
Nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una «cultura dello scarto» (LS 16) e una mentalità estrattivista. L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multi-etnica, pluri-culturale e pluri-religiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa.
Le riflessioni del Sinodo Speciale superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta. Partiamo da un territorio specifico, per gettare a partire da esso un ponte verso altri biomi essenziali del mondo: il bacino del Congo, il corridoio biologico mesoamericano, i boschi tropicali del Pacifico asiatico, il bacino acquifero Guaranì, fra gli altri.
Ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, è di vitale importanza anche per la Chiesa universale. Per fare questo abbiamo bisogno di avvicinarci di più ad essi. Desideriamo sapere: come immaginano il “futuro sereno” e il “buon vivere” delle future generazioni? Come possiamo collaborare alla costruzione di un mondo capace di rompere con le strutture che uccidono la vita e con le mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e di inter-culturalità? E soprattutto, qual è la missione particolare della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?
Questo Documento Preparatorio è diviso in tre parti che corrispondono al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Alla fine del testo si presentano delle domande che permettono di entrare in dialogo e di accostarsi progressivamente alla realtà e al desiderio di una «cultura dell’incontro» all’interno della regione (EG 220). I nuovi cammini per l’evangelizzazione e per forgiare una Chiesa dal volto amazzonico passano attraverso questa «cultura dell’incontro» nella vita quotidiana, «in una armonia multiforme» (EG 220) e in una «felice sobrietà» (LS 224-225), come contributo per la costruzione del Regno.

  1. VEDERE. IDENTITÀ E GRIDO DELLA PANAMAZZONIA

1. Il territorio

Il bacino amazzonico rappresenta per il nostro pianeta una delle maggiori riserve di biodiversità (dal 30 al 50 % della flora e fauna del mondo), di acqua dolce (20% dell’acqua dolce non congelata di tutto il pianeta); possiede più di un terzo dei boschi primari del pianeta e, benché i maggiori serbatoi di carbonio siano in realtà gli oceani, non per questo si può ignorare il lavoro di raccolta di carbonio in Amazzonia. Si tratta di più di sette milioni e mezzo di chilometri quadrati, con nove Paesi che si spartiscono questo grande bioma (Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela, includendo la Guyana Francese come territorio d’oltremare).
Anche il cosiddetto “Massiccio della Guayana” (“Isla de la Guayana”), delimitato dai corsi dell’Orinoco e del Rio Negro, dal Rio delle Amazzoni e dalle coste atlantiche dell’America del Sud tra le foci dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni, fa parte di questo territorio. Pure altre regioni appartengono a questo territorio, perché sono sottoposte allo stesso regime climatico e geografico a causa della loro vicinanza all’Amazzonia.
Ciononostante, questi dati non delineano una regione omogenea. Costatiamo come l’Amazzonia abbia al suo interno molti tipi di “Amazzonie”. In tale contesto è l’acqua, attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti. In un territorio così diversificato si può ben comprendere che i vari gruppi umani che lo abitano abbiano dovuto adattarsi alle differenti realtà geografiche, eco-sistemiche e politiche.
Il lavoro della Chiesa Cattolica in Amazzonia, nel corso di molti secoli, si è orientato a dare risposta a questi variegati contesti umani e ambientali.

  1. Varietà socio-culturale

            Date le sue proporzioni geografiche, l’Amazzonia è una regione in cui vivono e convivono popoli e culture diverse, con differenti stili di vita.
L’occupazione demografica dell’Amazzonia precede il processo colonizzatore di molti anni, talvolta migliaia di anni. Fino alla colonizzazione la popolazione si concentrava soprattutto sulle rive dei grandi fiumi e laghi, per una questione di sopravvivenza che abbracciava le attività della caccia, della pesca e della coltivazione delle terre inondabili. Con la colonizzazione e con la pratica diffusa della schiavitù indigena, molti popoli dovettero abbandonare quei luoghi e rifugiarsi all’interno della foresta. Al tempo stesso, nella prima fase della colonizzazione, si ingenerò un processo di sostituzione della popolazione, che determinò una forte concentrazione demografica sulle sponde dei fiumi e dei laghi.
Al di là delle circostanze storiche, i popoli delle acque, in questo caso dell’Amazzonia, hanno avuto sempre in comune un rapporto di interdipendenza con le risorse idriche. Per questo i contadini e le famiglie utilizzano le risorse delle terre inondabili affidandosi al movimento ciclico dei loro fiumi – inondazioni, riflussi e periodi di siccità –, in un rapporto di rispetto fondato sulla consapevolezza che “la vita dirige il fiume” e “il fiume dirige la vita”. Inoltre, i popoli della foresta, che sono fondamentalmente raccoglitori e cacciatori, sopravvivono con ciò che la terra e il bosco offrono loro. Questi popoli vigilano sui fiumi e hanno cura della terra, nello stesso modo in cui la terra ha cura di loro. Sono i custodi della foresta e delle sue risorse.
Oggi, tuttavia, la ricchezza della foresta e dei fiumi amazzonici si trova minacciata dai grandi interessi economici che si concentrano in diversi punti del territorio. Tali interessi provocano, fra le altre cose, l’intensificazione della devastazione indiscriminata della foresta, la contaminazione di fiumi, laghi e affluenti (per l’uso incontrollato di prodotti agrotossici, spargimento di petrolio, attività mineraria legale e illegale, dispersione dei derivati della produzione di droghe). A ciò si aggiunge il narcotraffico, che, sommato a quanto detto, mette a repentaglio la sopravvivenza dei popoli che dipendono delle risorse animali e vegetali di questi territori.
D’altra parte, le città dell’Amazzonia sono cresciute molto rapidamente, accogliendo molti migranti e profughi costretti a fuggire dalle loro terre e sospinti verso le periferie dei grandi centri urbani che si protendono in direzione della foresta. In maggioranza sono popoli indigeni, popoli delle rive dei fiumi e popoli di origine africana, espulsi dall’industria mineraria legale e illegale e da quella dell’estrazione petrolifera, accerchiati progressivamente dall’espansione delle attività di disboscamento. Costoro sono i più colpiti dai conflitti agrari e socio-ambientali. Anche le città si caratterizzano per le disuguaglianze sociali. La povertà che si è prodotta lungo la storia ha ingenerato rapporti di sottomissione, di violenza politica e istituzionale, aumento del consumo di alcool e di droghe – sia nelle città che nelle comunità rurali – e rappresenta una ferita profonda inferta ai diversi popoli amazzonici.
I movimenti migratori più recenti all’interno della regione amazzonica si caratterizzano, soprattutto, per il trasferimento degli indigeni dai loro territori d’origine alle città. Attualmente fra il 70 e l’80% della popolazione della Panamazzonia risiede nelle città. Molti di questi indigeni non hanno documenti o sono irregolari, rifugiati, abitanti delle rive dei fiumi o appartengono ad altre categorie di persone vulnerabili. Di conseguenza cresce in tutta l’Amazzonia un atteggiamento xenofobo e di criminalizzazione verso i migranti e i profughi. Questo, al tempo stesso, favorisce lo sfruttamento delle popolazioni amazzoniche, vittime del mutamento di valori dell’economia mondiale, in base al quale il guadagno è più importante della dignità umana. Si può trovare un esempio di ciò nella crescita drammatica del traffico di persone, specialmente donne, ai fini dello sfruttamento sessuale e commerciale. Le donne perdono così il loro protagonismo nei processi di trasformazione sociale, economica, culturale, ecologica, religiosa e politica delle loro comunità.
In sintesi, la crescita smisurata delle attività agricole, estrattive e di disboscamento dell’Amazzonia non solo ha danneggiato la ricchezza ecologica della regione, della sua foresta e delle sue acque, ma ha anche impoverito la realtà sociale e culturale. Ha obbligato a uno sviluppo umano non “integrale” né “inclusivo” del bacino amazzonico. Come risposta a questa situazione si percepisce, comunque, un incremento delle competenze organizzative e un progresso della società civile, con particolare attenzione alle problematiche ambientali. Nel campo dei rapporti sociali, e malgrado i limiti, la Chiesa Cattolica ha in generale portato avanti un lavoro significativo, rafforzando i propri cammini a cominciare dalla sua presenza incarnata nel territorio e dalla sua creatività pastorale e sociale.

  1. Identità dei popoli indigeni

Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”. In aggiunta, negli ultimi tempi, sta facendo la sua comparsa una nuova categoria costituita dagli indigeni che vivono nel tessuto urbano, alcuni dei quali restano riconoscibili mentre altri in quel contesto tendono a dissolversi e per questo sono chiamati “invisibili”. Ognuno di questi popoli rappresenta un’identità culturale particolare, una ricchezza storica specifica e un modo peculiare di guardare la realtà e ciò che li circonda, nonché di rapportarsi con tutto questo a partire da una visione del mondo e da un’appartenenza territoriale specifiche.
Oltre alle minacce che emergono dall’interno delle loro culture, i popoli indigeni hanno subito forti minacce esterne fin dai primi contatti con i colonizzatori (cf. LS 143, DAp 90). Contro tali minacce i popoli indigeni e le comunità amazzoniche si organizzano, lottando per la difesa della loro esistenza e delle loro culture, dei loro territori e dei loro diritti, e della vita dell’universo e della creazione intera. I più vulnerabili, tuttavia, sono i PIAV, che non possiedono strumenti di dialogo e di negoziazione con gli agenti esterni che invadono i loro territori.
Alcuni “non indigeni” fanno difficoltà a capire il diverso modo di essere degli indigeni e, molte volte, non rispettano la differenza di cui l’altro è portatore. Il Documento di Aparecida a proposito del rispetto degli indigeni e degli afro-americani afferma: «La società tende a disprezzarli, non riconoscendo la loro differenza. La loro situazione sociale è segnata dall’esclusione e dalla povertà» (DAp 89). Tuttavia, come ha sottolineato Papa Francesco a Puerto Maldonado, «la loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi» (Fr. PM).
Negli ultimi anni, i popoli indigeni hanno iniziato a scrivere la loro storia e a descrivere in modo più preciso le loro culture, abitudini, tradizioni e saperi. Hanno scritto sugli insegnamenti ricevuti dai loro antenati, genitori e nonni, insegnamenti che rappresentano memorie personali e collettive. Oggi l’essere indigeno si definisce non solo a partire dall’appartenenza etnica. Esso si riferisce anche alla capacità di mantenere tale identità senza isolarsi dalle società circostanti e con le quali si interagisce.
A fronte di questo processo d’integrazione, sorgono organizzazioni indigene che cercano di approfondire la storia dei loro popoli, per orientarne la lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione: «È giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità» (Fr.PM). Ciononostante, nessuna iniziativa può ignorare che il rapporto di appartenenza e di partecipazione che chi abita in Amazzonia stabilisce con il creato fa parte della sua identità e contrasta con una visione mercantilista dei beni della creazione (cf. LS 38).
In molti di questi contesti, la Chiesa Cattolica è presente mediante missionari e missionarie impegnati nelle cause dei popoli indigeni e amazzonici.

  1. Memoria storica ecclesiale

L’inizio della memoria storica della presenza della Chiesa in Amazzonia si può situare nello scenario dell’occupazione coloniale della Spagna e del Portogallo. L’incorporazione dell’immenso territorio amazzonico nella società coloniale e il suo successivo passaggio di proprietà agli Stati nazionali è un lungo processo durato più di quattro secoli. Fino all’inizio del secolo XX, le voci in difesa dei popoli indigeni erano fragili, benché non assenti (cf. Pio X, Lettera Enciclica Lacrimabili Statu, 7.VI.1912). Con il Concilio Vaticano II queste voci si rafforzano. Per incoraggiare «il processo di cambiamento grazie ai valori evangelici» la II Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano riunita a Medellín (1968), nel suo Messaggio ai Popoli dell’America Latina, ha rammentato che «malgrado i suoi limiti», la Chiesa «ha vissuto insieme al­le nostre popolazioni il processo di colonizzazione, liberazione e organizzazione». In seguito la III Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano riunita a Puebla (1979) ci ha ricordato che l’occupazione e la colonizzazione del territorio amerindo è stato «un gigantesco processo di dominazioni», pieno di «contraddizioni e lacerazioni» (DP 6). E, ancora più tardi, la IV Conferenza di Santo Domingo (1992) ha richiamato la nostra attenzione su «uno degli episodi più tristi della storia latinoamericana e dei Caraibi», che «è stato il trasferimento forzato di un enorme numero di africani come schiavi». San Giovanni Paolo II ha chiamato questo trasferimento un «olocausto sconosciuto» al quale «hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede» (DSD 20; cf. Giovanni Paolo II, Discorso nell’Isola di Gorée, Senegal, 22.II.1992, n. 3; Messaggio agli Afroamericani, 12.X.1992, n. 2). Per questo «oltraggio scandaloso nella storia dell’umanità» (DSD 20), il Papa e i delegati in Santo Domingo hanno chiesto perdono.
Oggi, purtroppo, esistono ancora tracce residuali del progetto colonizzatore che ha generato rappresentazioni di inferiorità e di demonizzazione delle culture indigene. Queste tracce indeboliscono le strutture sociali indigene e rendono possibile il fatto che essi vengano privati delle loro conoscenze intellettuali e dei loro mezzi di espressione. Ciò che spaventa è che fino a oggi, dopo 500 anni dalla conquista, dopo all’incirca 400 anni di missione ed evangelizzazione organizzata e dopo 200 anni dall’emancipazione dei Paesi che compongono la Panamazzonia, simili tendenze continuano a svilupparsi sul territorio e tra i suoi abitanti, vittime oggi di un neocolonialismo feroce, «mascherato da progresso». Probabilmente, come ha affermato Papa Francesco a Puerto Maldonado, i popoli originari amazzonici non sono stati mai così minacciati come adesso. Oggi, a causa dell’offesa scandalosa dei «nuovi colonialismi», «l’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti» (Fr. PM).
Nella sua storia missionaria, l’Amazzonia è stata luogo in cui si è testimoniato concretamente cosa significa stare sulla croce, addirittura essa è stata molte volte luogo di martirio. Anche la Chiesa ha imparato che in questo territorio, abitato da circa diecimila anni da una grande diversità di popoli, le diverse culture si costruiscono in un rapporto armonioso con l’ambiente circostante. Le culture precolombiane hanno offerto al cristianesimo iberico che accompagnava i conquistatori molteplici ponti e possibili elementi di contatto, «come l’apertura all’azione di Dio, il senso della gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l’importanza del culto, il credere in una vita ultraterrena e tanti altri valori» (DSD 17).

  1. Giustizia e diritti dei popoli

Papa Francesco, nella sua visita a Puerto Maldonado, ha invitato a modificare il paradigma storico in base al quale gli Stati considerano l’Amazzonia come un deposito di risorse naturali, passando sopra la vita dei popoli originari e non preoccupandosi della distruzione della natura. Il rapporto armonioso fra il Dio Creatore, gli esseri umani e la natura si è spezzato a causa degli effetti nocivi del neoestrattivismo e della pressione dei grandi interessi economici che sfruttano il petrolio, il gas, il legno, l’oro, e anche a causa della costruzione di opere infrastrutturali (per esempio: megaprogetti idroelettrici e reti stradali, come le superstrade interoceaniche) e delle monocolture industriali (cf. Fr. PM).
La cultura imperante del consumo e dello scarto trasforma il pianeta in una grande discarica. Il Papa denuncia questo modello di sviluppo come anonimo, asfissiante, senza madre; ossessionato soltanto dal consumo e dagli idoli del denaro e del potere. Si impongono nuovi colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso, che distruggono le identità culturali proprie. Francesco esorta a difendere le culture e a riappropriarsi dell’eredità che proviene dalla saggezza ancestrale, la quale propone un rapporto armonioso fra la natura e il Creatore, ed esprime con chiarezza che «la difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita» (Fr. PM). La si deve considerare terra santa: «Questa non è una terra orfana! Ha una Madre!» (Fr. EP).
D’altronde, la minaccia contro i territori amazzonici «viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli (e sorelle) amazzonici che la abitate» (Fr. PM). L’orientamento di Papa Francesco è chiaro: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori.  […]  In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Fr. FPI).
Parallelamente le popolazioni indigene, quelle contadine e altri settori della popolazione, in Amazzonia come pure a livello nazionale in ciascun Paese, sono venuti costruendo processi politici che hanno orientato le loro agende di lavoro in una prospettiva attenta ai diritti umani dei popoli. La situazione del diritto al territorio dei popoli indigeni in Panamazzonia ruota intorno a una problematica costante, quella della mancata regolarizzazione delle terre e del mancato riconoscimento della loro proprietà ancestrale e collettiva. Così anche il territorio è stato privato di un’interpretazione integrale, collegata all’aspetto culturale e alla visione del mondo propria di ogni popolo o comunità indigena.
Proteggere i popoli indigeni e i loro territori è un’esigenza etica fondamentale e un impegno fondamentale per i diritti umani. Per la Chiesa ciò si trasforma in un imperativo morale coerente con la visione di ecologia integrale di Laudato si’ (cf. LS, cap. IV).

  1. Spiritualità e saggezza

Per i popoli indigeni dell’Amazzonia, il “buon vivere” esiste quando si vive in comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono: la Terra. Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte. I vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes, hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo. Tutti costoro «sono memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della Casa Comune» (Fr. PM).
Gli indigeni amazzonici cristiani comprendono la proposta del “buon vivere” come vita piena nel segno della collaborazione all’edificazione del Regno di Dio. Questo buon vivere potrà essere raggiunto solo quando si realizzerà il progetto comunitario in difesa della vita, del mondo e di tutti gli esseri viventi.
«Siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza» (LS 53). Questo sogno comincia a costruirsi all’interno della famiglia che è la prima comunità della nostra esistenza: «La famiglia è ed è sempre stata l’istituzione sociale che più ha contribuito a mantenere vive le nostre culture. In momenti passati di crisi, di fronte ai diversi imperialismi, la famiglia dei popoli originari è stata la migliore difesa della vita» (Fr. PM).
Ciononostante, è necessario riconoscere che nella regione amazzonica c’è una grande diversità culturale e religiosa. Sebbene per la maggior parte tale diversità promuova il “buon vivere” come un progetto di armonia fra Dio, i popoli e la natura, esistono anche alcune sette che, motivate da interessi esterni al territorio, non sempre favoriscono l’ecologia integrale.

II. DISCERNERE. VERSO UNA CONVERSIONE PASTORALE ED ECOLOGICA

  7. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione biblico-teologica

La realtà specifica dell’Amazzonia e il suo destino interpellano oggi ogni persona di buona volontà sull’identità del cosmo, sulla sua armonia vitale e sul suo futuro. I Vescovi dell’America Latina riconoscono la natura come eredità gratuita e, quali profeti della vita, assumono l’impegno di proteggere questa Casa Comune (cf. DAp 471).
I racconti biblici contengono alcune istanze teologiche portatrici di valori universali. Anzitutto, ogni realtà creata esiste per la vita e tutto quello che conduce alla morte si oppone alla volontà divina. In secondo luogo, Dio stabilisce un rapporto di comunione con l’essere umano «creato a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26), al quale affida la salvaguardia della creazione (cf. Gen 1,28; 2,15). «Rendiamo grazie per il dono della creazione, riflesso della sapienza e della bellezza del Logos Creatore che affidò all’essere umano l’opera della sua creazione, perché la “coltivasse e custodisse”» (DAp 470). Infine, all’armonia del rapporto fra Dio, l’essere umano e il cosmo si contrappongono la disarmonia della disubbidienza e del peccato (cf. Gen 3,1-7), che determina la paura (cf. Gen 3,8-10), il rifiuto dell’altro (cf. Gen 3,12), la maledizione del suolo (cf. Gen 3,17), l’esclusione dal giardino (cf. Gen 3,23-24), fino ad arrivare all’esperienza del fratricidio (cf. Gen 4,1-16).
Allo stesso tempo, i racconti biblici testimoniano che nella creazione ferita è piantato il germoglio della promessa e il seme della speranza, perché Dio non abbandona l’opera delle sue mani. Nella storia della salvezza Egli rinnova il proposito di “fare alleanza” fra l’essere umano e la terra, ristabilendo mediante il dono della Torah la bellezza della creazione. Tutto questo culmina nella persona e nella missione di Gesù. Mentre mostra compassione per l’umanità e la sua fragilità (cf. Mt 9, 35-36), Egli conferma la bontà di tutte le cose create (cf. Mc 7,14-15). I prodigi compiuti sui malati e sulla natura rivelano contemporaneamente la provvidenza del Padre e la bontà della creazione (cf. Mt 6, 9-15.25-34).
Il mondo creato ci invita a lodare la bellezza e l’armonia delle creature e del Creatore (cf. LS 12). Come segnala il Catechismo della Chiesa Cattolica, «ogni creatura possiede la sua bontà e la sua propria perfezione», e nel suo essere riflette «un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio», del suo amore (CCC 339). «Suolo, acqua […] tutto è carezza di Dio» (LS 84), canto divino, le cui note sono formate dalla «moltitudine di creature presenti nell’universo», come ha asserito San Giovanni Paolo II (Catechesi, 30.I.2002). Quando una qualsiasi di queste creature viene eliminata per cause umane, essa non può cantare più le lodi del Creatore (cf. LS 33).
La provvidenza del Padre e la bontà della creazione raggiungono il loro culmine nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che si fa vicino e stringe in un abbraccio tutte le situazioni umane, ma soprattutto quelle dei più poveri. Il Concilio Vaticano II menziona questa vicinanza con termini come adattamento e dialogo (cf. GS 4, 11; CD 11; UR 4; SC 37ss), incarnazione e solidarietà (cf. GS 32). Più tardi, soprattutto in America Latina, queste parole sono state tradotte come opzione per i poveri e liberazione (Medellín 1968), partecipazione e comunità di base (Puebla 1979), inserimento e inculturazione (cf. Santo Domingo 1992), missione e servizio di una Chiesa samaritana e avvocata dei poveri (cf. DAp 2007).
Con la morte e risurrezione di Gesù si illumina il destino dell’intera creazione, impregnato della potenza dello Spirito Santo, già evocata nella tradizione sapienziale (cf. Sap 1,7). La Pasqua porta a compimento il progetto di una “nuova creazione” (cf. Ef 2,15; 4,24), rivelando che Cristo è la Parola creatrice di Dio (cf. Gv 1,1-18) e che «tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1,16). «Per la comprensione cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine» (LS 99).
La tensione fra il “già” e il “non ancora” coinvolge la famiglia umana e il mondo intero: «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,19-22). Nel mistero pasquale di Cristo, la creazione intera si protende verso un compimento finale, nel quale «le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che Egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (LS 100).

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione sociale

La missione evangelizzatrice ha sempre un «contenuto ineludibilmente sociale» (EG 177). Credere in un Dio Trino ci invita a tenere sempre presente che «siamo stati creati a immagine della comunione divina, per cui non possiamo realizzarci né salvarci da soli» (EG 178). Infatti, «dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana» (EG 178), tra l’accoglienza e la trasmissione dell’amore divino. Così, se accettiamo l’amore di Dio Padre Creatore che ci ha conferito una dignità infinita, l’amore del Dio Figlio che ci ha nobilitato con la sua redenzione e l’amore dello Spirito Santo che penetra e libera tutti i vincoli umani, non possiamo che comunicare quest’amore trinitario rispettando e promovendo in ogni azione di evangelizzazione la dignità, nobiltà e libertà di tutti gli esseri umani (cf. EG 178). In altre parole, l’opera evangelizzatrice di ricevere e trasmettere l’amore di Dio comincia con il desiderio, la ricerca e il prendersi cura degli altri (cf. EG 178).
Pertanto, l’evangelizzazione implica l’impegno in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per migliorare la vita comunitaria e così «rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (EG 176), promovendo nel e per tutto il mondo (cf. Mc 16,15) non una «carità à la carte» (EG 180), ma un vero sviluppo integrale, cioè per tutte le persone e per tutta la persona (cf. PP 14 e EG 181). Questo è ciò che si chiama il «criterio di universalità» dell’opera evangelizzatrice, «dal momento che il Padre vuole che tutti gli uomini si salvino e il suo disegno di salvezza consiste nel ricapitolare tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, sotto un solo Signore, che è Cristo (cf. Ef 1,10). […] Tutta la creazione vuol dire anche tutti gli aspetti della natura umana» (EG 181), e tutte le sue relazioni.
Già nelle storie bibliche della creazione emerge l’idea che l’esistenza umana si caratterizza per «tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra […] queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato» (LS 66). La redenzione di Cristo, che ha vinto il peccato, offre la possibilità di armonizzare queste relazioni. La «missione dell’annuncio della Buona Notizia di Gesù Cristo», pertanto, alimenta la speranza non solo nella fine della storia, ma nel corso stesso della storia dei popoli, all’interno di una storia capace di valorizzare e ricomporre tutte le relazioni della nostra esistenza (cf. EG 181). Per questo l’opera dell’evangelizzazione ci invita a lavorare contro le disuguaglianze sociali e la mancanza di solidarietà mediante la promozione della carità e della giustizia, della compassione e della cura, certamente fra di noi, ma anche nei riguardi degli altri esseri, animali e piante, e di tutta la creazione. La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a condividere il dolore del popolo amazzonico e a collaborare alla guarigione delle sue ferite, mettendo in pratica la sua identità di Chiesa samaritana, secondo l’espressione dei Vescovi latinoamericani (cf. DAp.26).
Questa dimensione sociale – e in ultima analisi cosmica – della missione evangelizzatrice è particolarmente rilevante nel territorio amazzonico, nel quale l’interconnessione fra vita umana, ecosistemi e vita spirituale è stata e continua a essere chiara per la maggior parte dei suoi abitanti. La devastazione è «una scia di distruzione, e perfino di morte, in tutte le nostre regioni […] che mette in pericolo la vita di milioni di persone, e in special modo dell’habitat dei contadini e degli indigeni» (DAp 473). Non prendersi cura della Casa Comune «è un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità e, in definitiva, contro la vita» (DAp 125).
Perciò, come ben ci ricorda Papa Francesco, l’opera di evangelizzazione non può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39). La sua armoniosa integralità, per la precisione, «esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale» (EG 165), e, soprattutto, gli domanda di assumere e assimilare la convinzione che «tutto è collegato» (LS 91, 117, 138, 240). Questo implica che l’evangelizzatore deve promuovere progetti di vita personale, sociale e culturale per mezzo dei quali possiamo alimentare l’integralità delle nostre relazioni vitali con gli altri, con la creazione e con il Creatore. Tale chiamata ha bisogno di un ascolto attento contemporaneamente al grido dei poveri e a quello della terra (cf. LS 49).
Oggi il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cf. Es 3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che domanda la libertà e l’attenzione di Dio. È un grido che invoca la presenza di Dio, specialmente quando i popoli amazzonici, per difendere le proprie terre, si scontrano con la criminalizzazione della loro protesta – sia ad opera delle autorità che dell’opinione pubblica –; o quando sono testimoni della distruzione della foresta tropicale, che costituisce il loro habitat millenario; o quando le acque dei loro fiumi si riempiono di elementi che producono morte anziché vita.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione ecologica

«Il Regno che viene anticipato e cresce tra di noi riguarda tutto» (EG 181), ricordandoci che «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16) e che pertanto «il principio del discernimento» dell’evangelizzazione è collegato a un processo integrale di sviluppo umano (cf. EG 181). Questo processo si caratterizza, come segnala Laudato si’ (cf. nn. 137-142), per un paradigma relazionale denominato ecologia integrale, che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo.
Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente.
In Amazzonia la nozione di ecologia integrale è una chiave per rispondere alla sfida di tutelare l’immensa ricchezza della sua biodiversità ambientale e culturale. Dal punto di vista ambientale l’Amazzonia, oltre a essere «fonte di vita nel cuore della Chiesa» (REPAM), è un polmone del pianeta e uno dei luoghi in cui si trova maggiore biodiversità nel mondo (cf. LS 38). Infatti, il bacino amazzonico possiede l’ultima grande foresta tropicale che, nonostante gli interventi che ha subito e che subisce, costituisce la maggiore superficie forestale esistente nei tropici della nostra terra. Riconoscere il territorio amazzonico come bacino, al di là delle frontiere tra i Paesi, aiuta ad avere uno sguardo integrale sulla regione, essenziale per la promozione di uno sviluppo e di una ecologia integrali.
Dal punto di vista culturale, com’è stato ampiamente segnalato nella sezione precedente, l’Amazzonia è particolarmente ricca in virtù delle diverse e ancestrali concezioni del mondo delle sue popolazioni. Tale patrimonio culturale, che fa «parte dell’identità comune» della regione, si trova «minacciato» così come il suo patrimonio ambientale (LS 143). Le minacce provengono – principalmente – da una «visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, [che] tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (LS 144).
Pertanto, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per questo, ha bisogno di stabilire ponti che possano articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), particolarmente quelle che riguardano l’utilizzo sostenibile del territorio e uno sviluppo coerente con i sistemi di valori e con le culture dei popoli che abitano questi luoghi, da riconoscere come loro autentici custodi, e in definitiva come loro proprietari.
Ma l’ecologia integrale è più che la mera connessione tra l’elemento sociale e quello ambientale. Essa comprende pure la necessità di promuovere un’armonia personale, sociale ed ecologica, per la quale abbiamo bisogno di una conversione personale, sociale ed ecologica (cf. LS 210). L’ecologia integrale, dunque, ci invita a una conversione integrale. «Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze» e le omissioni con cui «offendiamo la creazione di Dio», e chiede di «pentirsi di cuore» (LS 218). Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale.
Cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti. Quando si tratta di promuovere questo cambiamento radicale che l’Amazzonia e il pianeta esigono, i processi di evangelizzazione possono contribuire molto, soprattutto grazie alla profondità con cui lo Spirito di Dio pervade la natura e i cuori delle persone e dei popoli.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione sacramentale

Mentre la Chiesa riconosce la forte ipoteca e il potere del peccato, soprattutto nella distruzione sociale e ambientale, essa non si scoraggia nel suo camminare insieme al popolo amazzonico e, sostenuta dalla grazia di Cristo, si impegna a superare la fonte del peccato. Uno sguardo ecclesiale contemplativo e una pratica sacramentale coerente sono le chiavi per l’evangelizzazione dell’Amazzonia.
«L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero» (LS 233). Chi sa contemplare «tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo», scopre l’intima connessione di tutte queste cose ed esperienze con Dio (LS 234). Perciò la comunità cristiana, specialmente in Amazzonia, è invitata a osservare la realtà con uno sguardo contemplativo mediante il quale le divenga possibile cogliere la presenza e l’azione di Dio in tutta la creazione e in tutta la storia.
Inoltre, tenendo conto che «i Sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale», la loro celebrazione è un invito permanente ad «abbracciare il mondo su un piano diverso» (LS 235). Per esempio, la celebrazione del Battesimo ci invita a considerare l’importanza dell’“acqua” come sorgente di vita, non solo come strumento o risorsa naturale, e responsabilizza la comunità credente a custodire questo elemento come dono di Dio per tutto il pianeta. Inoltre, tenendo conto che l’acqua del Battesimo purifica il battezzato da tutti i peccati, la sua celebrazione permette alla comunità cristiana di comprendere il valore dell’acqua e “del fiume” come sorgente di purificazione, facilitando l’inculturazione dei riti legati all’acqua propri della sapienza ancestrale dei popoli amazzonici.             La celebrazione dell’Eucaristia ci invita a riscoprire come «il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia» (LS 236). L’Eucaristia, pertanto, ci riporta al «centro vitale dell’universo», al fulcro traboccante d’amore e di vita inesauribile del Figlio incarnato, presente sotto le apparenze del pane e del vino, frutto della terra-vite e del lavoro degli uomini (LS 236). Nell’Eucaristia la comunità celebra un amore cosmico, in cui gli esseri umani, accanto al Figlio di Dio incarnato e a tutta la creazione, rendono grazie a Dio per la vita nuova in Cristo resuscitato (cf. LS 236). In questo modo, l’Eucaristia costituisce la comunità, una comunità pellegrina festiva che diventa «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (LS 236). Allo stesso tempo, il sangue di tanti uomini e donne che è stato versato, irrorando le terre amazzoniche per il bene dei suoi abitanti e del territorio, si mescola al Sangue di Cristo, versato per tutti e per tutta la creazione.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione ecclesiale-missionaria

Nella Chiesa in uscita (cf. EG 46), «per sua natura missionaria» (AG 2, DAp 347), tutti i battezzati hanno la responsabilità di essere discepoli missionari, partecipando alla vita ecclesiale con modalità diverse e all’interno di ambiti differenti. Una delle importanti acquisizioni della coscienza magisteriale della Chiesa è, in effetti, quella di sentirsi chiamata ad «annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» (CCC 2032; CIC can. 747). La lode a Dio deve accompagnarsi alla pratica della giustizia in favore dei poveri. Come proclama il Salmo 146 (145): «Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore finché ho vita, […] al Signore che libera i prigionieri, che dà il pane agli affamati, che sostiene l’orfano e la vedova». Questa missione ha bisogno della partecipazione di tutti e di una riflessione più ampia che permetta di considerare le condizioni storiche concrete, sia sociali che ambientali ed ecclesiali. In questo senso, un approccio missionario in Amazzonia richiede più che mai un magistero ecclesiale esercitato nell’ascolto dello Spirito Santo, che sia in grado di assicurare tanto l’unità quanto la diversità. Quest’unità nella diversità, seguendo la tradizione della Chiesa, è attraversata strutturalmente dal cosiddetto sensus fidei del Popolo di Dio. Papa Francesco ha ripreso quest’aspetto messo in luce dal Concilio Vaticano II (cf. LG 12; DV 10), ricordando che «in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia […]. Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio» (EG 119). Tale discernimento deve essere accompagnato dai pastori, specialmente dai Vescovi. Infatti, la conservazione della Tradizione ecclesiale, attuata da tutto il Popolo di Dio, esige l’unità di questo Popolo con i suoi pastori (cf. DV 10) per la lettura e il discernimento delle nuove realtà. Sono i Vescovi, come principio di unità del Popolo di Dio (cf. LG 23), coloro che hanno la responsabilità di conservare l’unità della Tradizione originata e basata sulle Sacre Scritture (cf. DV 9). Così, il senso religioso dell’Amazzonia, come esempio di espressione del sensus fidei, ha bisogno dell’accompagnamento e della presenza dei pastori (cf. EN 48). Quando Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, ha affermato: «Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». I rappresentati dei popoli presenti, da parte loro, gli hanno risposto: «Noi veniamo ad ascoltare Vostra Santità, a stare insieme al Papa nel cuore della Chiesa e a partecipare all’edificazione di questa Chiesa perché assuma sempre più un volto amazzonico». In questo ascolto reciproco tra il Papa (e le autorità ecclesiali) e gli abitanti del popolo amazzonico si alimenta e si rafforza il sensus fidei del Popolo e cresce il suo essere ecclesiale: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire» (EG 171).
L’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il Popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi» (DAp 100, e). Confidiamo che la Chiesa, radicata nelle sue dimensioni sinodali e missionarie (cf. Francesco, Discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015), possa generare processi di ascolto (vedere-ascoltare) e di discernimento (giudicare), per poter rispondere (agire) alle realtà concrete dei popoli amazzonici.

 

III. AGIRE. NUOVI CAMMINI PER UNA CHIESA DAL VOLTO AMAZZONICO

  1. Chiesa dal volto amazzonico

«Essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115). L’universalità o cattolicità della Chiesa si trova dunque arricchita mediante «la bellezza di questo volto pluriforme» (NMI 40) delle diverse manifestazioni delle Chiese particolari e delle loro culture. Come ha segnalato Papa Francesco nel suo incontro con le comunità amazzoniche a Puerto Maldonado, «quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo” (Es 3,5)» (Fr. PM).
La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità ponendosi in ascolto della saggezza dei popoli che la compongono. Per questo motivo, l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica è chiamata a individuare nuovi cammini per far crescere il volto amazzonico della Chiesa e anche per rispondere alle situazioni di ingiustizia della regione, come il neocolonialismo delle industrie estrattive, i progetti infrastrutturali che danneggiano la biodiversità e l’imposizione di modelli culturali ed economici estranei alla vita dei popoli.
Così, rivolgendo l’attenzione alla realtà locale e alla diversità delle microstrutture concrete della regione, la Chiesa si rafforza costituendosi come un’alternativa di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza e alla logica uniformizzante incentivata da tanti mezzi di comunicazione, così come a un modello economico che non è solito rispettare i popoli amazzonici e i loro territori.
Da parte loro le Chiese locali, che sono anch’esse Chiese missionarie, in uscita, possono trovare nelle loro periferie dei luoghi privilegiati di esperienza evangelizzatrice, perché è là che «maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto» (EG 30). Nelle periferie i missionari incontrano gli emarginati, i profughi e i rifugiati, i disperati e gli esclusi, dunque Gesù Cristo crocifisso ed esaltato, «che ha voluto identificarsi con particolare tenerezza con i più deboli e poveri» (DP 196).
Durante la preparazione del Sinodo, si dovrà cercare di individuare esperienze pastorali locali, sia positive che negative, che possano illuminare il discernimento in vista dell’elaborazione di nuove linee d’azione.

  1. Dimensione profetica

Di fronte all’attuale crisi socio-ambientale, occorrono luci di orientamento e di azione per poter operare la trasformazione delle pratiche e degli atteggiamenti.
Bisogna superare la miopia, la frettolosità e le soluzioni di corto raggio. È necessario mantenere una prospettiva globale e andare oltre gli interessi propri o particolari, per poter condividere ed essere responsabili di un progetto comune e globale.
«Tutto è collegato» è un’affermazione su cui tanto insiste Papa Francesco, allo scopo di entrare in dialogo con le radici spirituali delle grandi tradizioni religiose e culturali. Si fa strada l’esigenza di un consenso intorno a un’agenda minima: sviluppo integrale e sostenibile, così com’è stato descritto in precedenza, che include allevamento e agricoltura sostenibili, energia non contaminata, rispetto delle identità e dei diritti dei popoli tradizionali, acqua potabile per tutti. Si tratta di temi fondamentali spesso assenti in Panamazzonia.
Si deve trovare un equilibrio e l’economia deve privilegiare la sua vocazione in favore della dignità della vita umana. Questo rapporto di equilibrio deve tutelare l’ambiente e la vita dei più vulnerabili. Attualmente c’è «una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS 139).
L’Enciclica Laudato si’ (cf. nn. 216ss) ci invita a una conversione ecologica che esige uno stile di vita nuovo. L’orizzonte di riferimento è rappresentato dall’altro. Si deve praticare la solidarietà globale e superare l’individualismo, dischiudere cammini nuovi di libertà, verità e bellezza. La conversione domanda di liberarci dall’ossessione del consumo. Comprare è un atto morale, non solo economico. La conversione ecologica significa assumere la mistica dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato. La gratuità non può che imporsi nei nostri comportamenti quando comprendiamo che la vita è dono di Dio. Abbracciare la vita in solidarietà comunitaria esige un cambiamento del cuore.
Questo nuovo paradigma apre prospettive di trasformazione personale e sociale. La gioia e la pace sono possibili quando non siamo ossessionati dal consumo. Papa Francesco propone un rapporto armonioso con la natura che ci consente di vivere una felice sobrietà, la pace interiore con se stessi in relazione con il bene comune, e una serena armonia che domanda di accontentarsi di quel che è veramente necessario. Si tratta di qualcosa che le culture occidentali possono, e forse devono, apprendere dalle culture tradizionali amazzoniche, come pure da altri territori e comunità del pianeta. Essi, i popoli, «hanno molto da insegnarci» (EG 198). Nell’amore per la loro terra e nella loro relazione con gli ecosistemi, essi conoscono il Dio Creatore, sorgente di vita. Quei popoli «con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente» (EG 198). Essi, nella loro concezione dialogica della vita sociale, sono mossi dallo Spirito Santo. Per questo Papa Francesco ha affermato che «è necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» e dalle loro culture, e che il compito della nuova evangelizzazione richiede di «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche [siamo chiamati] ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198). Di conseguenza, i loro insegnamenti potrebbero indicare la direzione delle priorità per i nuovi cammini della Chiesa in Amazzonia.

  1. Ministeri dal volto amazzonico

Attraverso molti incontri regionali in Amazzonia, la Chiesa Cattolica ha approfondito la consapevolezza che la sua universalità si incarna nella storia e nelle culture locali. In questo modo si manifesta e si realizza la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica (cf. CD 11). Grazie a tale consapevolezza, la Chiesa tiene oggi gli occhi puntati sull’Amazzonia con una visione d’insieme, che le permette di rendersi conto delle grandi sfide socio-politiche, economiche ed ecclesiali che minacciano questa regione, ma senza perdere la speranza nella presenza di Dio, alimentata dalla creatività e dalla tenace perseveranza dei suoi abitanti.
Negli ultimi decenni, anche grazie al grande impulso venuto dal Documento di Aparecida, la Chiesa dell’Amazzonia ha preso coscienza che, a causa delle immense distese territoriali, della grande varietà dei popoli e dei rapidi cambiamenti degli scenari socio-economici, la sua pastorale non riusciva a garantire che una presenza precaria. Era (e continua a essere) necessaria una maggiore presenza ecclesiale, per poter rispondere a tutto ciò che è specifico di questa regione a partire dai valori del Vangelo, avendo consapevolezza, fra l’altro, dell’immensa estensione geografica, tante volte di difficile accesso, della grande diversità culturale e del forte influsso esercitato da interessi nazionali e internazionali in cerca di un arricchimento economico facile attraverso le risorse presenti nella regione. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale.
La Chiesa dal volto amazzonico deve «ricercare un modello di sviluppo alternativo, integrale e solidale, fondato su un’etica attenta alla responsabilità per un’autentica ecologia naturale e umana, che sia radicata nel Vangelo della giustizia, nella solidarietà e nella destinazione universale dei beni; che superi la logica utilitarista ed individualista, che rifiuta di sottoporre ai criteri etici i poteri economici e tecnologici» (DAp 474, c). Pertanto, è necessario incoraggiare tutto il Popolo di Dio a partecipare alla missione di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re (cf. LG 9), e a non rimanere indifferente di fronte alle ingiustizie della regione per poter individuare, in ascolto dello Spirito, gli auspicati nuovi cammini.
Questi nuovi cammini per la pastorale dell’Amazzonia esigono di «rilanciare l’opera delle Chiesa» (DAp 11) nel territorio e di approfondire il «processo di inculturazione» (EG 126), che domanda alla Chiesa amazzonica di avanzare proposte «coraggiose», fatte con «audacia» e «senza paura», come ci chiede Papa Francesco. Il profilo profetico della Chiesa si mostra oggi attraverso il suo profilo ministeriale partecipativo, capace di rendere i popoli indigeni e le comunità amazzoniche i «principali interlocutori» (LS 146) all’interno di tutte le questioni pastorali e socio-ambientali del territorio.
Per intervenire sulla presenza precaria della Chiesa e trasformarla in una presenza più capillare e incarnata, c’è bisogno di stabilire una gerarchia delle urgenze in Amazzonia. Il Documento di Aparecida menziona la necessità di una «coerenza eucaristica» (DAp 436) per tutta la regione amazzonica, riferendosi non solo alla possibilità che tutti i battezzati partecipino alla Messa dominicale, ma anche all’esigenza che crescano cieli nuovi e terra nuova come anticipazione del Regno di Dio in Amazzonia.
In questo senso il Vaticano II ci ricorda che tutto il Popolo di Dio partecipa al sacerdozio di Cristo, benché distinguendo tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale (cf. LG 10). Per questo è urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno» (Fr. PM). Una priorità è quella di precisare i contenuti, i metodi e gli atteggiamenti di una pastorale inculturata, capace di rispondere alle grandi sfide del territorio. Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

  1. Nuovi cammini

Mentre pensiamo a una Chiesa dal volto amazzonico, sogniamo con i piedi per terra, la nostra terra di origine. Al tempo stesso, riflettiamo con gli occhi aperti su come questa Chiesa dovrà essere, a partire dalla concreta varietà culturale dei popoli. I nuovi cammini dovranno incidere sui ministeri, sulla liturgia e sulla teologia (teologia india).
La Chiesa si è indirizzata ai popoli mossa dal mandato di Gesù e dalla fedeltà al suo Vangelo. Oggi essa ha bisogno di scoprire «con gioia e rispetto i semi della Parola» (AG 11) all’interno della regione.
Tutto il Popolo di Dio, con i suoi Vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, missionari e missionarie religiosi e laici, è chiamato a entrare con cuore aperto in questo nuovo cammino ecclesiale. Tutti sono chiamati a vivere insieme alle comunità e a impegnarsi in difesa della loro esistenza, ad amarle e ad amare le loro culture. I missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori devono coltivare la spiritualità della contemplazione e della gratuità, sentire con il cuore e guardare con gli occhi di Dio i popoli amazzonici e indigeni.
La spiritualità pratica, quella con i piedi per terra, offre la possibilità di trovare la gioia e il gusto di vivere insieme ai popoli amazzonici, e così di valorizzare le loro ricchezze culturali in cui Dio ha seminato il seme della Buona Notizia. Dobbiamo essere anche capaci di riconoscere quegli elementi presenti all’interno delle culture che, essendo storicamente condizionati, hanno bisogno di purificazione, e di lavorare per la conversione individuale e comunitaria, coltivando il dialogo a diversi livelli. La spiritualità profetica e del martirio accresce il nostro impegno per la vita dei popoli e la difesa del loro passato e del loro presente, spingendoci a guardare avanti per costruire una nuova storia.
Siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni. Dobbiamo aggregare le forze per prenderci insieme cura della nostra Casa Comune.
C’è bisogno di una spiritualità di comunione fra i missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori, per imparare insieme ad accompagnare le persone, ascoltando le loro storie, partecipando ai loro progetti di vita, condividendo la loro spiritualità e facendo proprie le loro lotte. Una spiritualità con lo stile di Gesù: semplice, umano, dialogante, samaritano, che permetta di celebrare la vita, la liturgia, l’Eucaristia, le feste, sempre rispettando i ritmi propri di ogni popolo.
Incoraggiare lo sviluppo di una Chiesa dal volto amazzonico implica, per i missionari, la capacità di scoprire i semi e i frutti del Verbo già presenti nella concezione del mondo dei popoli della regione. Per fare questo è necessario assicurare una presenza stabile e conoscere la lingua autoctona, la cultura e l’esperienza spirituale di quei popoli. Soltanto così la Chiesa potrà rendere presente tra di essi la vita di Cristo.
Per concludere, e ricordando le parole di Papa Francesco, vorremmo «chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo» (Francesco, Omelia nella Messa di inizio del ministero petrino, 19.III.2013).
Inoltre, vorremmo anche chiedere ai popoli dell’Amazzonia: «Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019» (Fr. PM).

QUESTIONARIO

La finalità del Questionario è quella di ascoltare la Chiesa di Dio in riferimento ai «nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale» in Amazzonia. Lo Spirito parla attraverso tutto il Popolo di Dio. Ascoltandolo si possono conoscere le sfide, le speranze, le proposte, e riconoscere i nuovi cammini che Dio chiede alla Chiesa in questo territorio. Il presente Questionario è indirizzato ai pastori affinché vi rispondano consultando il Popolo di Dio. Per fare questo sono invitati a cercare i mezzi più adeguati secondo le specifiche realtà locali. Il Questionario è strutturato in tre parti che corrispondono alle diverse sezioni del Documento Preparatorio: vedere, discernere-giudicare, agire.

1a PARTE

  1. Quali sono i problemi più importanti nella sua comunità: le minacce e le difficoltà che riguardano la vita, il territorio e la cultura?
  2. Alla luce di Laudato si’, come si configurano la biodiversità e la sociodiversità nel suo territorio?
  3. Come incidono o non incidono queste diversità nel suo lavoro pastorale?
  4. Alla luce dei valori del Vangelo, che tipo di società dobbiamo promuovere e di quali mezzi disponiamo per farlo, tenendo conto della realtà rurale e di quella urbana e delle loro differenze socio-culturali?
  5. Considerata l’enorme ricchezza della loro identità culturale, quali sono i contributi, le aspirazioni e le sfide dei popoli amazzonici in relazione alla Chiesa e al mondo?
  6. In quale maniera questi contributi possono essere integrati in una Chiesa dal volto amazzonico?
  7. Come la Chiesa deve accompagnare i processi di organizzazione dei popoli in riferimento alla loro identità e alla difesa dei loro territori e diritti all’interno di una pastorale integrale?
  8. Quali dovrebbero essere le risposte della Chiesa alle sfide della pastorale urbana nel territorio amazzonico?
  9. Se esistono nel suo territorio Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV), come la Chiesa dovrebbe comportarsi per difendere la loro vita e i loro diritti?

2a PARTE

  1. Quali speranze offre la presenza della Chiesa alle comunità amazzoniche in ordine alla vita, al territorio e alla cultura?
  2. Come promuovere un’ecologia integrale, ovvero ambientale, economica, sociale, culturale e della vita quotidiana (cf. LS 137-162) in Amazzonia?
  3. Nel contesto della sua Chiesa locale, in che modo Gesù è Buona Notizia nella vita della famiglia, della comunità e della società amazzoniche?
  4. Come la comunità cristiana può rispondere alle situazioni di ingiustizia, povertà, disuguaglianza, violenze (tra le altre ricordiamo la droga, la tratta di persone, la violenza contro la donna, lo sfruttamento sessuale, la discriminazione verso i popoli indigeni e i migranti) e di esclusione in Amazzonia?
  5. Quali elementi specifici delle identità culturali possono facilitare l’annuncio del Vangelo nella novità del mistero di Gesù?
  6. Quali cammini si possono intraprendere per inculturare la nostra pratica sacramentale nell’esperienza vissuta dei popoli indigeni?
  7. Come la comunità dei credenti, che è «missionaria per sua natura» e nel modo che le è specifico, partecipa al magistero concreto e quotidiano della Chiesa in Amazzonia?

3a PARTE

  1. Quale Chiesa sogniamo per l’Amazzonia?
  2. Come immagina una Chiesa in uscita e dal volto amazzonico e quali caratteristiche dovrebbe avere?
  3. Esistono spazi di espressione autoctona e di partecipazione attiva nella pratica liturgica delle sue comunità?
  4. Una delle grandi sfide in Amazzonia è l’impossibilità di celebrare l’Eucaristia in modo frequente e in tutti i luoghi. Come rispondere a questo?
  5. Come riconoscere e valorizzare il ruolo dei laici nei diversi ambiti pastorali (catechesi, liturgia e carità)?
  6. Quale ruolo devono avere i laici nei diversi ambiti socio-ambientali nel territorio?
  7. Cosa deve caratterizzare l’annuncio e la denuncia profetici in Amazzonia?
  8. Quali caratteristiche devono possedere coloro che recano l’annuncio della Buona Notizia in Amazzonia?
  9. Quali sono i servizi e i ministeri dal volto amazzonico nella sua giurisdizione ecclesiastica e quali caratteristiche hanno?
  10. Quali sono i servizi e i ministeri dal volto amazzonico che Lei ritiene dovrebbero essere creati e promossi?
  11. In che modo la vita consacrata può contribuire con i suoi carismi alla costruzione di una Chiesa dal volto amazzonico?
  12. Il ruolo delle donne nelle nostre comunità è di somma importanza: come riconoscerlo e valorizzarlo nella prospettiva di nuovi cammini pastorali?
  13. Come la religiosità popolare, e in particolare la devozione mariana, si integrano e possono contribuire ad aprire nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia?
  14. Quale potrebbe essere il contributo dei mezzi di comunicazione per aiutare a costruire una Chiesa dal volto amazzonico?

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SIGLE E ABBREVIAZIONI

AG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Ad Gentes (7.XII.1965)
CCC: Catechismo della Chiesa Cattolica (11.X.1992)
CIC: Codice di Diritto Canonico (25.I.1983)
CD: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Christus Dominus (28.X.1965)
DAp: Documento di Aparecida. Testo conclusivo della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (2007)
DP: Documento di Puebla. Testo conclusivo della III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (1979)
DSD: Documento di Santo Domingo. Testo conclusivo della IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (1992)
DV: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum (18.XI.1965)
EG: Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24.XI.2013)
EN: Paolo VI, Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi (8.XII.1975)
Fr. PM: Francesco, Discorso in occasione dell’Incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù (19.I.2018)
Fr. EP: Francesco, Saluto in occasione dell’Incontro con la popolazione di Puerto Maldonado (19.I.2018)
Fr. FPI: Francesco, Discorso ai rappresentanti dei popoli indigeni (15.II.2017)
GS: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (7.XII.1965)
LG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (21.XI.1964)
LS: Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’ (24.V.2015)
NMI: Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte (6.I.2001)
PIAV: Popoli Indigeni in Isolamento Volontario
POConcilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis (7.XII.1965)
PP: Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio (26.III.1967)
REPAM: Rapporto Esecutivo dell’Incontro Fondativo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (12.IX.2014)
SC: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium (4.XII.1963)