Costituzione Italiana. Sulla proprietà privata esiste un’ipoteca sociale.

Costituzione italiana

Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Articolo 43

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.




Il cardinale elettricista, obiettore di coscienza. Fedele al Vangelo e alla Costituzione italiana.

Il cardinale rompe i sigilli. Blitz per riattaccare la luce nel palazzo occupato
di Arianna Di Cori
in “la Repubblica” del 13 maggio 2019

Indipendentemente dal credo religioso, non c’è occupante dello ” Spin Time”, palazzo occupato non lontano dalla stazione Termini di Roma, che non ringrazi Dio per l’intervento del cardinale Konrad Krajewski, l’elemosiniere del Papa. Per tutti è un eroe, nei suoi pantaloni di lavoro, giaccone tecnico e collarino bianco, mentre si cala nella notte in un tombino romano, strappa i sigilli da una cabina elettrica, traffica con le manopole della media tensione, fa le dovute manovre e infine emerge vittorioso: e luce fu.
Il porporato ha fatto quello che nessuno aveva ancora avuto il coraggio di fare: restituire l’elettricità alle 450 persone ( 170 nuclei familiari con 98 bambini) da 6 giorni costrette a vivere senza luce né acqua calda, ascensori, cucine elettriche, frigoriferi, apparecchiature mediche. « Un gesto di umanità dovuto, davanti alla disperazione in cui si trovavano queste persone » , ha detto padre Krajewski, rivelando di essere stato in Polonia un tecnico nel settore elettrico prima di prendere i voti. C’è del surreale nei fatti accaduti nella notte tra sabato e domenica nella ex sede dell’Inpdap, occupazione abitativa al civico 55 di via di Santa Croce in Gerusalemme, e quartier generale di 25 associazioni culturali. Eppure, ad ascoltare le testimonianze degli occupanti, la presa di posizione del cardinale — dal sapore marcatamente politico — appare come l’unica strada percorribile.
Lunedì scorso, senza alcun preavviso, su ordine del gruppo Hera, cui fa capo il contratto del palazzo, era giunto l’ordine di interruzione coatta della fornitura di elettricità. Causa del distacco una morosità di oltre 300 mila euro contratta in sei anni di occupazione. «Il cardinale è arrivato nel pomeriggio con un furgone carico di regali per i bambini — spiega sorella Adriana Domenici, che collabora con Spin Time da anni — ha detto agli occupanti che aveva parlato col prefetto della situazione dello stabile, pregando in un riallaccio. Ma ha promesso che, in assenza di una rapida risoluzione, sarebbe intervenuto lui stesso. E così ha fatto » . Il religioso si è assunto la piena responsabilità del gesto, lasciando, a scanso di equivoci, un biglietto da visita nel contatore.
«Vogliamo pagare — dice Cecilia Carponi, tra le attiviste del teatro — abbiamo già in programma alcuni spettacoli destinati alla raccolta fondi e il quartiere ci ha mostrato grande solidarietà, ma è disumano privare le famiglie per giorni della corrente». Il Comune di Roma sta riflettendo su una possibile soluzione, e dopo l’atto radicale di padre Konrad, la presidente del I Municipio, Sabrina Alfonsi, cui spetta la competenza sul territorio, si è dichiarata «a disposizione per aprire un confronto tra tutti i soggetti coinvolti per regolarizzare la situazione degli arretrati con la stipula di un contratto di fornitura elettrica». Intanto sul cardinale pesa un esposto in Procura per la violazione dei sigilli della cabina elettrica, considerata dai tecnici estremamente rischiosa. Il Vaticano sostiene l’iniziativa: «Un atto di umanità » , lo definisce. Il vicepremier Matteo Salvini commenta: « Conto che l’elemosiniere del Papa paghi anche le bollette arretrate». In tutta risposta gli occupanti e gli attivisti oggi si riuniranno in assemblea pubblica autodenunciandosi al motto di “siamo tutti padre Konrad”. In attesa degli sviluppi resta la gioia di chi vive nel palazzone di sette piani. « Questo è un luogo speciale, crogiolo di religioni, culture, ma tutti accomunati da un comune desiderio di rinascita», dice suor Adriana mentre augura un buon Ramadan a un occupante di fede islamica che si avvia alla sua preghiera pomeridiana. Nella struttura operano diverse associazioni legate alla Chiesa: medicina solidale porta il sostegno medico, l’Opera di padre Gabriele s’impegna a fornire pasti alle famiglie.
«Finalmente posso di nuovo usare la lavatrice», dice soddisfatta Maria, originaria dell’Ucraina, mentre stende i panni nel ballatoio. I bambini più piccoli, come il gruppetto capeggiato dallo scatenato Mouad, 6 anni, sembrano i più divertiti dall’insolita situazione: «Abbiamo organizzato delle gare di bicicletta al buio per i corridoi», dice orgoglioso mentre sistema con gli amici la catena di una piccola bicicletta. Ma sua sorella, più grande, non è d’accordo. «È stato terribile —dice — non sono mai uscita dalla stanza, mi sentivo persa nel buio. Per la prima volta qui dentro ho avuto paura ».




Quinta Domenica di Pasqua 19 maggio.
Nuovo o diverso? Don Augusto

Preghiamo. O Dio che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa che accogliamo come fondamento della nostra vita il comandamento dell’amore, per amare te e amare i nostri fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore.

Dagli Atti degli Apostoli  (14,21b-27)
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

 Salmo 144,8-13)(145) Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21,1-5a)
Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:  «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

Dal vangelo secondo Giovanni (13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito[dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

LA NOVITA’. Don Augusto Fontana

Una parola-chiave di questa domenica: la novità.
Due ambiti ove accade la novità: la città, l’amore.
Spesso confondiamo novità con diversità. Noi siamo abituati a dire “Nuova Repubblica, nuovo Governo, nuovo lavoro, nuovo giornale…”. Spesso si tratta di qualcosa diverso dal primo, ma non necessariamente “nuovo”. Non ci vogliono molte argomentazioni per dimostrarlo. Spesso si tratta di robe vecchie riciclate, diligentemente mascherate. Spesso si tratta di trasformismo.
<Ecco faccio nuove tutte le cose…; vidi un cielo nuovo e una terra nuova…; vidi la nuova Gerusalemme scendere dal cielo…> dice Apocalisse.
<Vi dò un comandamento nuovo…> dice Gesù nel Vangelo.
Non voglio disprezzare la diversità, perchè spesso è a forza di diversità che ci si avvicina al nuovo.
Alcune considerazioni:

1- Non abbiamo molta voglia di novità, in quanto la novità chiede di ristrutturarci. Il trasformismo è meno aggressivo nei confronti delle scelte da fare; spesso si cambiano le cose per lasciare tutto come prima; si dice infatti <tutto a posto, niente in ordine!>.
Invece gli apostoli dicevano: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. La novità ha dei costi iniziali, è un investimento a rischio, fatto nella fede e nella fiducia. Nelle famiglie si pensa maggiormente a cambiare posto ai mobili, pur di non affrontare il problema che nascerebbe da una nuova impostazione dei sentimenti e degli orizzonti della famiglia. Nella Chiesa si fanno molti documenti sul ruolo della donna, si fanno i Consigli pastorali, ma di fatto le parrocchie sono ancora tutte incentrate sul ruolo del prete. Si fanno molte cose per i poveri, ma i poveri non costituiscono il tessuto della Chiesa.

2- La novità, a differenza della diversità e del trasformismo, va a toccare il centro della persona e delle organizzazioni. Il trasformismo, invece, tocca gli aspetti periferici della vita.
<Chi non rinasce di nuovo non può entrare nel Regno dei cieli> diceva Gesù a Nicodemo il quale ribatteva:<Come può un uomo rientrare nel seno materno?> dimostrando che non aveva colto che Gesù parlava di una vita nuova e non semplicemente di una vita ricominciata da capo con le stesse condizioni di prima, più o meno.
Ecco perchè parlare di novità significa parlare di rinascita e non di semplice crescita.

3- La novità nasce da una sorgente, da un principio: “Dio è diverso da come lo stai pensando”. Quando la sorgente butta acqua inquinata, l’acqua che bevi non sarà mai nuova, ma solo diversa. Perchè solo il Padre di Gesù e nessun altro è portatore di novità. La novità non è qualcosa che costruisci, ma qualcosa che accetti. Tutto l’mmobilismo e il trasformismo della nostra vita religiosa e cristiana nasce da questo equivoco di fondo: abbiamo capito male Dio, ci stiamo rapportando in modo equivoco con Lui.

4- La novità offerta dal Padre non ci interessa più di tanto. La novità inizia dalla Resurrezione, passa attraverso la storia, si completa nel Regno dei cieli. Gli effetti della novità sono descritti dalla pagina dell’Apocalisse. La novità non consiste nel non piangere più, ma nel fatto che Dio asciugherà ogni lacrima; non viene eliminata la morte, ma la morte non è la fine. Forse per questo, la novità non ci interessa. Perchè le novità che attendiamo sono diverse da quelle che ci vengono offerte. E ci giriamo da un’altra parte. Oppure ci rivolgiamo al Dio di Gesù Cristo per ottenere una vita un po’ più frizzantina, ma non nuova.

Impaurito dalle novità di Dio, nella mia preghiera faccio resistenza e pronuncio una preghiera-bestemmia:<Signore liberami dalle tue novità; tientele; dàlle ad altri; preferisco una mediocrità accettabile piuttosto che una inaccettabile novità pasquale. Non permettere che nessuno mi offuschi l’immagine rassicurante che mi sono costruito di Te; mi vai bene così, con qualche benedizione, qualche bel rito di prima comunione, un prete simpatico e che stia sempre in canonica per farmi un certificato di battesimo appena ne ho bisogno, un rametto d’ulivo, una bella predica possibilmente corta: dammi cose diverse che siano un diversivo, ma che non raggiungano la novità. Dopo si vedrà.>

L’amore e la città.
Quando Gesù dona il suo testamento parlando di comandamento nuovo dell’amore, lo fa nella cornice della sua passione e a contatto con il tradimento. Gesù non si trovava in una idilliaca riunione: si trovava dentro la morsa della storia che lo stava sconfiggendo e schiacciando. Il precetto dell’amore non è un precetto ai margini della realtà, ma nel cuore della cronaca.
La volontà di Gesù e la nostra vocazione è di costruire una città santa raggiungendo i confini della terra e della creazione.
L’amore che propone Gesù è “architettonico” [1]cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra come una sterile nebbia che nasconde le cose o che sconsacra i sacrosanti tentativi dei deboli di impedire che i forti facciano loro del male.
L’amore nuovo architettonico ci viene descritto dalla pagina di oggi dell’apocalisse: Dio dimora con noi, asciuga le lacrime. Non ci viene garantito che non piangeremo, ma solo che ci verrà impedito di essere affogati dalle lacrime. La novità radicale è che Dio ci vuole bene.

  • L’amore nuovo architettonico viene prospettato come un amore “politico”, cioè che ricostruisce il tessuto di una città, di una convivenza.
  • L’amore nuovo architettonico ha una caratteristica: amatevi come io vi ho amato. E’ quel “come” che dichiara la novità. Un amore creativo, che arriva a dare la vita, che sceglie la debolezza, rifiuta ogni forma di violenza, rispetta la libertà, promuove la dignità, respinge ogni discriminazione, mette in conto la tribolazione.
  • L’amore nuovo architettonico è un amore che deve essere visibile:<Da questo riconosceranno che siete miei discepoli>. Non sarà l’abito o i distintivi o il tipo di culto che distinguerà gli appartenenti a questa nuova comunità, ma questo tipo di amore. Ciò che quaggiù viene edificato nell’amore, non andrà perduto, ma sarà trasfigurato.

Per raggiungere questa novità occorre acclimatarsi. Compiere passi di avvicinamento. Se non ci è concesso ancora di gustare la novità, ci sia concesso almeno di lavorare per la diversità della nostra impostazione di vita.
Siamo venuti all’eucarestia domenicale per sperimentare tutto quanto ci è stato annunciato. Ci attende una settimana per sperimentare ciò che ci è stato donato.

[1] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152




LA VITA BELLA DI GESU’. Enzo Bianchi

La vita bella di Gesù.

Si è manifestata la grazia di Dio per insegnarci a vivere in questo mondo” ( Lettera a Tito 2,11). Nella notte di Natale risuonano per noi queste parole dell’Apostolo, parole alle quali abbiamo purtroppo prestato poca attenzione. Tesi ad affermare che Gesù è venuto nel mondo per salvarci con la morte in croce, ci siamo quasi dimenticati che Gesù è venuto innanzitutto per vivere come uomo tra noi uomini, in una vita che ci raccontasse e ci spiegasse Dio, ma che fosse anche una vita esemplare, anzi, la vera vita umana, la vita come Dio l’aveva pensata creando l’uomo nell’in-principio. Gesù è il vero Adamo, l’uomo per eccellenza, proprio perché è nato, è cresciuto, ha vissuto da uomo vero, senza mai contraddire la volontà e il desiderio di Dio: così facendo ha raccontato chi è l’uomo e ha mostrato agli uomini come va vissuta l’esistenza umana. Prendere sul serio la fede cristiana, che è fede nell’incarnazione, significa non dimenticare mai la vita umana di Gesù che, nella mente dei cristiani, “necessita di essere liberata dai cliché generalmente devozionali che la presentano in modo riduttivo, trasmettendone una comprensione più approssimativa che autentica”, come ha affermato il teologo Pino Colombo.
Certamente la vita di Gesù, come la conosciamo a partire dai Vangeli, è stata una vita buona, bella e beata, ma va confessato che nella tradizione cristiana se ne è colta soprattutto la “bontà”, mentre non si è quasi mai meditato sulla bellezza e sulla felicità di questa esistenza. L’esito della croce, di fatto, ha assorbito quasi tutta l’attenzione e ha fatto ritenere inconciliabili con una visione di bellezza e felicità l’impegno radicale, le prove, la fatica, le sofferenze, il supplizio della croce. In realtà, anche se gli evangelisti non hanno lasciato una biografia di Gesù, né tantomeno un ritratto psicologico, ci hanno descritto alcuni tratti della sua vita e alcune impressioni da lui suscitate su quanti lo accostarono, che sono più che sufficienti per mostrare la qualità della sua esistenza.
Sì, una vita buona perché segnata dalla logica dell’amore, e quindi capace di mostrare Gesù mite e umile di cuore, misericordioso verso tutti, pronto a incontrare nell’amore il prossimo, gli altri, gli ultimi. “Gesù passò facendo il bene”, sintetizza Pietro (Atti 10,38), mentre il quarto Vangelo così testimonia al compimento della vita di Gesù: “avendo amato i suoi, li amò fino all’estremo” (Giovanni 13,1). La bontà della sua vita era talmente visibile che fu chiamato “maestro buono” (Marco 10,17). Di questa qualità, comunque, i cristiani sono sempre stati profondamente consapevoli ed essa ha nutrito nei secoli la loro meditazione.
Ma la vita di Gesù non è stata solo buona, è stata anche “bella”: una vita umanamente bella. È stata la vita di un uomo povero, certo, ma sempre una vita dignitosa, mai toccata dalla miseria; vita di un uomo abitato dal desiderio costante di testimoniare Dio come Padre, ma mai scaduta a livello di militanza febbrile; una vita impegnata, sì, ma in cui c’era la possibilità di cogliere la bellezza della natura, degli uomini, degli eventi quotidiani. Gesù non ha vissuto isolato, ha sempre cercato e attuato una profonda comunione: conduceva una vita in comune con fratelli e sorelle che lo seguivano, e l’esperienza affettiva che viveva con loro era così intensa da giungere a chiamarli “amici”; con alcuni di loro il rapporto era ancora più profondo, come testimonia quello personalissimo con il discepolo amato. Gesù aveva amici veri, cari al suo cuore, come Marta, Maria e Lazzaro, persone amate presso cui sostare, riposarsi e ristorarsi, vivendo l’avventura di chi conosce lo scambio dell’amore fraterno. Gesù aveva il tempo di fermarsi per pensare, per contemplare la natura, il ritmo delle stagioni, i mestieri del suo tempo. Nelle sue parole si discerne una sapienza umana profonda e convincente, sapienza assunta anche dalla molteplice e variegata saggezza umana. Come non cogliere la sua vita bella nell’eco delle sue osservazioni sul rosso del cielo di sera, sul fico che intenerisce le gemme all’inizio dell’estate, sugli uccelli dell’aria nutriti dal Padre, sui gigli dei campi vestiti meglio di Salomone, sull’abile sapienza delle donne che impastano il lievito e degli uomini che attendono che il seme germogli. Se si leggono le parabole, personalissime creazioni di Gesù, si coglie in lui un contemplativo, un uomo che ha affinato capacità poetiche, che ha imparato a meditare su quanto lo circondava, a tal punto da cogliere sinfonicamente la propria storia assieme alle altre creature. Sì, Gesù insegnava ai discepoli, predicava alle folle, si chinava sui malati e liberava gli indemoniati, ma mai la sua vita contraddisse il segno della bellezza.
E Gesù ebbe anche una vita beata, felice, anche se certo non di una felicità mondana. Perché la vita di Gesù è stata una vita ricolma di “senso”, anzi, del senso del senso: infatti, solo chi conosce una ragione per cui vale la pena dare la vita conosce anche una ragione per cui vale la pena vivere. Gesù questa ragione l’aveva. Più volte ha affermato di voler dare la vita per i fratelli, gli amici, gli altri: questo dava senso alla sua vita, rendendola una missione in piena obbedienza amorosa al Padre. Così, nella pienezza di senso che viene dall’amore, anche la croce poteva essere accolta con serenità. Non Pilato è stato un uomo felice, pur con tutto il suo potere; non Erode è stato un uomo felice, con tutta la sua voracità. Gesù invece, pur salendo in croce, pur patendo una morte ignominiosa, lo ha fatto nella libertà e per amore. Sì, davvero esistenza beata, quella di Gesù: vita impregnata della felicità di chi conosce il senso della vita e degli eventi, di chi trasale di gioia per l’esperienza quotidiana della presenza amorosa di Dio e dell’amore che è possibile vivere con gli altri uomini. Vita buona, bella e beata, dunque vita esemplare per noi cristiani perché vita umanissima, liberamente e amorosamente assunta da colui che, essendo Dio, si è fatto uomo in un’esistenza reale e quotidiana come la nostra. Ancora oggi molti cristiani si negano la comprensione di questa verità leggendo la vita di Gesù a partire dalla croce: ma non è la croce che ha reso grande Gesù, è Gesù che ha dato significato alla croce! 




Incontro mondiale ad Assisi 26-28 marzo 2020. Patto per dare anima all’economia.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER L’EVENTO
“ECONOMY OF FRANCESCO”
[Assisi, 26-28 marzo 2020]

 Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo

Cari amici,
vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani.
Sì, occorre “ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questo di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? Se San Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia. Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria,  anzi,  per le sorti di tutto il  pianeta, la nostra casa comune, «sora nostra Madre Terra», come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole.
Nella Lettera Enciclica Laudato si’ ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità.
Francesco d’Assisi è l’esempio per eccellenza della cura per i deboli e di una ecologia integrale. Mi vengono in mente le parole a lui rivolte dal Crocifisso nella chiesetta di San Damiano: «Va’, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Quella casa da riparare ci riguarda tutti. Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi. Riguarda sempre di più anche l’ambiente che ha urgente bisogno di una economia sana e di uno sviluppo sostenibile che ne guarisca le ferite e ne assicuri un futuro degno.
Di fronte a questa urgenza, tutti, proprio tutti, siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune. Ma ho pensato di invitare in modo speciale voi giovani perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente.
Carissimi giovani, io so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabilità, cioè di qualcuno che “risponda” e non si volga dall’altra parte. Se ascoltate il vostro cuore, vi sentirete portatori di una cultura coraggiosa e non avrete paura di rischiare e di impegnarvi nella costruzione di una nuova società. Gesù risorto è la nostra forza! Come vi ho detto a Panama e scritto nell’Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit: «Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. […] Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore» (n. 174).
Le vostre università, le vostre imprese, le vostre organizzazioni sono cantieri di speranza per costruire altri modi di intendere l’economia e il progresso, per combattere la cultura dello scarto, per dare voce a chi non ne ha, per proporre nuovi stili di vita. Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale.
Per questo desidero incontrarvi ad Assisi: per promuovere insieme, attraverso un “patto” comune, un processo di cambiamento globale che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi. Invito ciascuno di voi ad essere protagonista di questo patto, facendosi carico di un impegno individuale e collettivo per coltivare insieme il sogno di un nuovo umanesimo rispondente alle attese  dell’uomo e al disegno di Dio.
Il nome di questo evento – “Economy of Francesco” – ha chiaro riferimento al Santo di Assisi e al Vangelo che egli visse in totale coerenza anche sul piano economico e sociale. Egli ci offre un ideale e, in qualche modo, un programma. Per me, che ho preso il suo nome, è continua fonte di ispirazione.
Insieme a voi, e per voi, farò appello ad alcuni dei migliori cultori e cultrici della scienza economica, come anche ad imprenditori e imprenditrici che oggi sono già impegnati a livello mondiale per una economia coerente con questo quadro ideale. Ho fiducia che risponderanno. E ho fiducia soprattutto in voi giovani, capaci di sognare e pronti a costruire, con l’aiuto di Dio, un mondo più giusto e più bello.
L’appuntamento è per i giorni dal 26 al 28 marzo 2020. Insieme con il Vescovo di Assisi, il cui predecessore Guido, otto secoli, fa accolse nella sua casa il giovane Francesco nel gesto profetico della sua spogliazione, conto di accogliervi anch’io. Vi aspetto e fin d’ora vi saluto e benedico. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Dal Vaticano, 1° maggio 2019

Memoria di San Giuseppe Lavoratore




VIVERE LA COMUNITA’ di Don Battista Borsato

VIVERE LA COMUNITÀ CON RELAZIONI DI AMICIZIA E DI COLLABORAZIONE
di Battista Borsato (Servizio della Parola 480/2016)

O ci salviamo insieme, o non ci salveremo mai. Di fronte all’insidia dell’indivi­dualismo presente anche nella comunità cristiana, questa affermazio­ne ci può sembrare sconvolgente. Anche il rapporto con Dio prima di essere individuale è comunitario.
Il creden­te (come pure l’uomo) non si fa da solo, ma insieme; sono gli altri che lo stimolano, lo allargano, lo fanno crescere. I credenti formano una comunità in cui tutti sono uguali per dignità, pur nella diversità di compiti e carismi e, quindi, tutti ugualmente responsabili della liberazione e della salvezza del mondo.
L’idea di fraternità dovrebbe contrassegnare la vita della Chiesa. Il centro non è l’autorità, ma il popolo di Dio, la comunità.
Il cristianesimo non è fondato sul dovere e sulle funzioni ma sul­le persone e sulle relazioni. Persone animate dalla passione. Al centro non possono esserci delle attività, fossero pure delle attività sacramentali, catechistiche, “religiose”, ma la passione. Oggi si sta riscoprendo il valore del sentimento.
Il riconoscimento del “femminile”, attualmente presente an­che all’interno della Chiesa, porta a privilegiare il sentimento sulle idee, il cuore sulle attività.
Anche i Padri della chiesa nelle loro catechesi miravano a parlare al cuore delle persone. Essi non sono contro l’intelli­genza, né contro la cultura, soprattutto biblica. Hanno ragiona­menti finissimi, però non sono ragionamenti per sapere, sono ragionamenti per vivere, per amare. L’uomo è visto nella sua to­talità di intelligenza e di sentimenti. Oggi la cultura e la teo­logia stanno riscoprendo e valorizzando il “cuore” considerato come quello non che acceca, ma che illumina l’intelligenza. Solo uno che ama vede chiaro (Saint-Exupéry).
Anche Dio è un abbraccio di relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Papa Francesco lo afferma nella Lettera Laudato si’: «Tutto il mondo è intimamen­te connesso…tutte le creature sono connesse tra loro…tutto è in relazione…tutto è intimamente relazionato». Tutto compreso, anche Dio. Nulla esiste da solo, nep­pure Dio, nulla esiste a prescindere dalle relazioni.
Proveniamo da secoli di individualismo che ha così esaltato il privato da appannare e affossare il valore della comunità. La comunità era considerata un pericolo per la libertà del singolo, diventava solo una necessità per la sopravvivenza, ma non per la promozione delle persone. Anche la fede era vissuta per lo più così. Essa sottolineava il rapporto con Dio e meno, molto meno, il rappor­to con la comunità. Questa rimaneva periferica e irrilevante nei riguardi della fede. Pure i sacramenti erano intesi come l’incon­tro con Dio e non come l’inserimento e il crescere nella comuni­tà.
Una secolare catechesi preoccupata della “salvezza” dei sin­goli, ha oscurato il senso della comunità. Ci coglie di sorpresa l’affermazione del concilio Vaticano II: «Piacque a Dio di san­tificare e di salvare gli uomini non individualmente e senza al­cun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità» (LG 9). Chiara è l’affermazione che prima siamo comunità, Chiesa e poi ci incontriamo con Dio. L’altro viene prima dell’io. L’io nasce dalla relazione e cresce nella relazione. Pure Christos Yannaras, teologo ortodosso, dichiara: «Nessun sacramento mira alla santificazio­ne dell’uomo come individuo, ma al suo inserimento in quella comunione di persone che si chiama Chiesa». E aggiunge: «Dio è comunione e desidera che questa si sveli e si attivi nella comu­nione degli uomini» (cfr. La cella del vino, ed. Servitium).
Nella Evangelii Gaudium viene ripresa questa prospettiva: «Dio ha scelto di convocare gli uomini come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo né con le proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della com­plessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana» (n. 113).
Soggetto è la comunità, non tanto il presbitero. Egli suscita la responsabilità, non la fonda, né la assorbe. Questa comune responsabilità non è una concessione della gerarchia. Ora, per la ca­renza (provvidenziale?) di presbiteri, viene riscoperta la comu­ne responsabilità del popolo di Dio nel quale vivono vari mi­nisteri e vari carismi, per lungo tempo soffocati dalla «autorità quasi padronale» del ministero presbiterale. E se oggi il popolo di Dio diventa attore di questi momenti religiosi, non deve es­sere considerato un cedimento alla mentalità attuale, mentalità democratica partecipativa, ma appartiene alla linea più au­tentica e vera della parola di Dio e anche della Chiesa dei primi secoli. Il concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium, afferma (è una delle più basilari espressioni del concilio!) che mediante l’unzione dello Spirito i battezzati formano un popolo sacerdo­tale, profetico, regale (n. 10). È il popolo di Dio nel suo insieme che è chiamato a celebrare le grandi meraviglie di Dio, perché queste siano presenti anche oggi (compito sacerdotale); è il po­polo che ha il compito di ascoltare la Parola, di annunciarla, di renderla viva dentro la storia (compito profetico); è sempre al popolo che è affidata la missione di «far crescere il mondo», sull’esempio di Cristo, che è un «re» venuto non per «farsi servi­re», ma per servire (compito regale).
Nella chiesa delle origini esisteva un forte senso comunitario (At 2,42), in parte o del tutto andato perduto lungo il corso del­la storia.

Come aprirsi a relazioni di collaborazione e di amicizia nella parrocchia?

1) Vivere il valore della diversità e del pluralismo

L’accoglienza della diversità è il rispetto e la valorizzazione di ogni singola persona, della sua originalità e irripetibilità. La Chiesa è una comunione di persone e gruppi differenti, senza omologazione o intruppamento, ma anche senza conflittualità, competitività, indifferenze reciproche. Essa è chiama­ta ad essere la convivialità delle differenze.

  • Educarci all’attitudine del «pensare insieme» valorizzando il dialogo!

 

Se la differenza è una risorsa, nella Chiesa deve instaurarsi la cultura del «pensare insieme», e dello «scegliere insieme». Per­ché vi sia un vero dialogo occorrono alcune indispensabili at­tenzioni:

  • Sapersi ascoltare.
  • Essere disposti a essere flessibili e mettere in discussione proprie idee e progetti rinunciando ad essere irremovibili.
  • Non dialogare per convincere l’altro o per “convertirlo”.
  • Amarsi è accogliersi nell’imperfezione, senza pretendere persone e comunità perfette

Occorre imparare ad essere misericordiosi verso se stessi e verso gli altri, permet­tendo a ciascuno di essere quello che si è, rinunciando ad essere perfetti.

Nel suo libro Non perfetti, ma felici (EDB), fratel Michael- Davide Semeraro così si esprime: « Per essere uomini e anche credenti occorre accettare l’ambiguità che è in noi, saper vivere nella debolezza senza interrompere il cammino, prendere coscienza che mai saremo la persona che abbiamo sognato, un militante puro e duro. Occorre saper morire alle attese su noi stessi e saper vivere nella fragilità. Questo non per rinunciare a crescere, ma per accettarci come siamo e vivere in maniera realista: saremo più vicini al pubblicano che si pente e accetta la sua debole umanità, che al fariseo che si sentiva supe­riore perché era un rigoroso osservante» (cfr. Lc 18,9-14).




FUORI DALL’OVILE

Quarta domenica di Pasqua – 12 maggio 2019

O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, e fa’ che nelle vicende del tempo, non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Dagli Atti degli Apostoli 13,14.43-52

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Sal 99 Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,9.14-17

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Dal Vangelo secondo Giovanni 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Fuori dall’ovile.

Farò il mio dovere di contribuente lavoratore dipendente. Modulo 730, redditi, ritenute, detrazioni e diavolerie varie: tutto diligentemente compilato, insieme con la sottoscrizione per la destinazione dell’otto per mille. Ogni anno l’addetto del CAF sgrana gli occhi ed io gli leggo la domanda: come mai un prete cattolico appone la firma per destinazioni remote dalla chiesa cattolica? Ebbene sì. Sono convinto che l’ecumenismo non passa solo attraverso le asettiche celebrazioni interconfessionali, ma anche attraverso l’otto per mille interscambiato. Una rotazione ecumenica, per anticipare tempi, se verranno, quando ogni porzione del gregge di Dio offrirà all’altro l’accesso al proprio pascolo. Una competizione di cortesie che farebbe disorientare un mondo che conosce solo il “mio” e il “tuo”. Un atto di fede nel mio Signore che ha pregato il Padre: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato…Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Giovanni 17, 20-21; 10, 14-16). Anche l’otto per mille crea o abbatte recinti, allarga o restringe ovili, unifica o moltiplica pastori: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» scriveva Pietro[1].

Un pastore che condivide.

Gesù pastore. Per di più buono (“bello”). L’immagine si apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine del pastore ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Ebrei 5, 8-9).
Il Salmo biblico 23 canta: «Signore, pastore mio! Non manco (non mancherò) di nulla! Mi fa posare in pascoli di erba, mi conduce verso acque di riposo (tranquille), mi restituisce vita (vitalità), mi guida su sentieri giusti (di giustizia) Dovessi anche passare per la valle più oscura, non temo il male, poichè tu sei con me».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza e signoria ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita?
«Tu sei con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”( 1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Salmo 55,23). «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
Scrive il teologo Carlo Molari[2]: «Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: “Che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?”. L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: “Che faccio? Per questa madre ho fatto te!” . Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede».
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza del deserto dell’esodo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo»[3].
Il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore.
Il deserto è una lezione che l’uomo riceve: per la vita non basta il pane, occorre la Parola di Dio. Il deserto è “assenza di…”: nella sabbia non si può nè costruire città nè piantare orti e giardini; anzi il deserto tende ad invadere l’area coltivata. «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bereVagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[4].
Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza.
Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.
Nel deserto si cammina. In questo cammino dell’esodo Dio si presenta come uno che accompagna, che guida, che precede, come un pastore. Dio di fatto sembra dare direzioni generiche del tipo “Andate verso Nord!” e spetta quindi all’uomo precisare il proprio cammino. Il simbolo di questa assistenza è la nube che si ferma, si avvia, sceglie la direzione; successivamente sarà l’Arca della alleanza a dimostrare che il popolo pellegrino desidera camminare dietro il suo Signore. Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, Satana!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li si smarriscano, smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[5].
Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo.

Una comunità “pastorale”?
«Che cosa è successo alla pastorale italiana in questi anni? Nonostante tante iniziative riuscite e brillanti, abbiamo una percezione di stanchezza, di fatica, di scoraggiamento. Crediamo che alle nostre comunità sia mancata innanzitutto la capacità di compiere un’analisi appropriata del contesto in cui viviamo. In questi anni si è rivelata in modo sempre più chiaro la fine di un regime di cristianità. Vivremo sempre di più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta. Destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Quando le nostre comunità hanno cominciato a sperimentare la durezza di questa fede nuda, spesso hanno fatto opposizione alle avversità del tempo, magari ricorrendo ad una più moderna ed efficiente strutturazione. La sapienza della croce può liberare oggi le nostre comunità dalla tentazione di essere competitive rispetto al mondo; può renderle capaci di essere alternative, capaci di essere segno e luce posta sul candelabro. Oggi le nostre sono comunità povere di gioia. Potremmo dare molti nomi concreti a queste dinamiche che rimandano ad atteggiamenti interiori. I nomi li troviamo facilmente se guardiamo alla raffinatezza di organizzazioni pastorali nelle quali sembra non esserci posto per le persone o per i doni dello Spirito; se pensiamo all’autoreferenzialità di tante comunità, che sembrano non accorgersi e non curarsi del mondo in cui vivono; se pensiamo alle molte paure, dalle quali ci si difende moltiplicando le regole anziché aprirsi con disponibilità allo Spirito. Inoltre, la corresponsabilità ecclesiale è parsa divenire spesso un rituale con scarso contenuto: basti pensare ai consigli pastorali, che dopo aver contribuito anche a far maturare in tanti laici una sensibilità nuova, disponibile all’iniziativa, alla responsabilità, a modalità adulte di stare nella Chiesa, spesso sono divenuti luoghi formali di discussioni nelle quali non è in effetti in gioco il volto della propria Chiesa, né si discute del modo concreto con cui essa può svolgere la sua missione. Oggi di fatto nella comunità cristiana e nei luoghi di corresponsabilità ecclesiale si tende spesso a confondere la comunione con l’uniformità del modo di pensare; si teme il dialogo quasi che il pensare e l’esprimersi in forme plurali costituisca una minore fedeltà. È certamente cresciuto nelle nostre comunità un senso cordiale di partecipazione ai problemi della società e delle persone più povere; è meno cresciuto lo spirito del confronto, che il Concilio ci chiedeva di maturare; il senso, ad esempio, di sentirci come cristiani e come Chiesa, nel mondo, partecipi cioè fino in fondo delle vicende, delle tensioni, delle fatiche del mondo entro cui viviamo e non invece interlocutori di esso, come chi sta di fronte e non come un fratello, un compagno di viaggio che condivide la fatica e la bellezza dello stesso viaggio[6]».

“Questo vi chiedo: di essere pastori con l’odore delle pecore”. Con queste parole Papa Francesco il 28 marzo 2013 si è rivolto al clero di Roma. “L’unzione – ha detto il Pontefice – non è per profumare noi stessi e tanto meno perche’ la conserviamo in un’ampolla, perche’ l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro”.

[1] 1 Lettera di Pietro 2, 25.
[2] Carlo Molari Pregare ancora? in ROCCA 21/96 Pag. 50-51.
[3] Deuteronomio 8
[4] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[5] Ezechiele 34, 2. 4
[6] Paola Bignardi ex presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Su ADISTA n. 17 del 4 marzo 2000