P. Ermes Ronchi.
L’ASCOLTO, PRIMO SERVIZIO A DIO

L’ascolto, primo servizio a Dio. E. Ronchi (Avvenire15/07/2010)

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le escluse, come agli apostoli, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più riposti segreti del Signore. Gesù ha una meta, Gerusalemme, ma non tira mai dritto, non «passa oltre» quando incontra qualcuno. Per lui, come per il buon samaritano, ogni incontro diventa una meta. Maria seduta ai piedi del Signore ascolta la sua parola. Il primo servizio da rendere a Dio – e a tutti – è l’ascolto. Dare un po’ di tempo e un po’ di cuore; è dall’ascolto che comincia la relazione. Allora una sorta di contagio ti prende quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce. Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione. A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri, troppo correre, «prima la persona poi le cose». Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno. Dice Gesù: non ti affannare per nulla che non sia la tua essenza eterna. Gesù non sopporta che Marta, sia impoverita in un ruolo di servizio, che si perda nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa, condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza. Perché Gesù non cerca servitori, ma amici, non persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé, come santa Maria: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. In me le due sorelle si tengono per mano. Con loro passerò da un Dio sentito come affanno, è Marta, a un Dio sentito come stupore, è Maria. Imparerò a passare da un Dio sentito come dovere, a un Dio sentito come desiderio. (Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)




Domenica 16a. 21 luglio 2019.
CONTEMPL-ATTIVI. Don Augusto Fontana

«Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Rom.15,7). Invece una delle caratteristiche della nostra società é l’anonimato. Abitiamo insieme senza conoscerci, gli uni stranieri agli altri, perfino dentro i rapporti più cari e intimi. E le prospettive non sono rosee visto che cresce la privatizzazione e il soggettivismo. Coltiviamo il sospetto che gli altri si intromettano nella nostra vita per privarci di qualcosa anziché per darci una vita insperata come succede ad Abramo nella prima lettura o per darci una diversa dignità come succede alle due donne del Vangelo. Gesù e gli altri, accolti come risorsa: «Signore quando visiti la terra la disseti» dice il Salmo 64.

Preghiamo. Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.

Dal libro della Genesi 18,1-10
Abramo abitava presso le Querce di Mamre. Un giorno, nell’ora più calda mentre stava seduto all’ingresso della sua tenda, gli apparve il Signore. Abramo alzò gli occhi e vide tre uomini in piedi, davanti a lui. Appena li vide dall’ingresso della tenda, subito corse loro incontro, si inchinò fino a terra e disse: – Mio Signore, ti prego, non andare oltre. Fermati. Sono qui per servirti. Vi farò subito portare dell’acqua per lavarvi i piedi. Intanto riposatevi sotto quest’albero. Poi vi darò qualcosa da mangiare. Dopo esservi ristorati potrete continuare il vostro viaggio. Non dovete essere passati di qui inutilmente. – Va bene, – risposerò, – fa’ come hai detto. Abramo entrò in fretta nella tenda, da Sara. – Presto, – le disse, – impasta tre razioni di fior di farina e prepara alcune focacce. Egli stesso corse dove teneva gli animali, scelse un vitello tenero e buono e lo diede un servitore che subito si mise a prepararlo. Prese del burro, del latte, la carne che era stata preparata e portò tutto agli ospiti. Mentre essi mangiavano sotto l’albero, egli stava in piedi accanto a loro. Alla fine gli chiesero: – Dov’è tua moglie Sara? – Nella tenda, – rispose Abramo. Il Signore disse: – Io ritornerò sicuramente da te l’anno prossimo e allora tua moglie Sara avrà un figlio.

Salmo 14 . Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.
Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore,
non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1, 24-28.
Fratelli, sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo.

Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42
Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola; Marta invece era distolta dai molti servizi. Allora si vece avanti e disse: “Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti affani e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

CONTEMPL-ATTIVI. Don Augusto Fontana

 «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Romani 15,7). Invece una delle caratteristiche della nostra società é l’anonimato. Abitiamo insieme senza conoscerci, gli uni stranieri agli altri, perfino dentro i rapporti più cari e intimi. E le prospettive non sono rosee visto che cresce la privatizzazione e il soggettivismo. Coltiviamo il sospetto che gli altri si intromettano nella nostra vita per privarci di qualcosa anziché per darci una vita insperata come succede ad Abramo nella prima lettura o per darci una diversa dignità come succede alle due donne del Vangelo.
Gesù e gli altri, accolti come risorsa: «Signore quando visiti la terra la disseti» dice il Salmo 64. L’apartheid non é solo verso gli stranieri, ma anche verso quelli di casa che non ascoltiamo in profondità, o verso chi non appartiene alla tribù del nostro schieramento o della nostra fede. Su questo fondale risuona la parola del Signore: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi». Siamo qui in questa tenda di Abramo, in questa casa che diventa il luogo ospitale di Cristo. E siamo invitati a rivivere i due eventi narrati dalla prima lettura e dal vangelo.
«Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Rom. 15,7). Come Cristo ha accolto voi. Questa tenda che sembra la nostra tenda di fatto é la Sua. Le parti si invertono, le proprietà della tenda si fanno più chiare tanto che il Salmo di oggi ci fa proclamare « Chi ama il Signore, abiterà nella sua tenda». Nella sua tenda.
Allora i viandanti, gli stranieri siamo noi. E’ difficile accettare di riconoscere che ciascuno é uno straniero a se stesso, a Dio, agli altri, che ciascuno é fuori dalla propria vera umanità. E’ questo un luogo teologico fondamentale nella fede ebraica e cristiana. Dice il Salmo 38,13: Ascolta Signore la mia preghiera, il mio grido, le mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero come tutti i miei padri. Il Signore ci fa la cortesia di quel padre della parabola di Luca 15,20 «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Questi verbi hanno il ritmo dei verbi del buon samaritano di domenica scorsa.
Noi, come Pietro siamo fuori, non solo dall’aula del tribunale dove si svolge il processo a Gesù, ma ancora più lontano, fuori addirittura dal cortile «Tu sei del suo gruppo! disse la serva a Pietro. Ma egli negò: “Non so e non capisco quello che vuoi dire”. E uscì fuori del cortile e il gallo cantò» (Mc.14,68). Ecco dove andiamo spesso: “fuori del cortile”. Pur bisognosi di casa, abbiamo fatto non uno, ma due passi indietro. Chi fra noi, oggi, sente risuonare quel canto stridulo del gallo che lo riporta all’incontro con quegli occhi brucianti come un rimprovero, ma vitalizzanti come un’utero, come dice Luca «guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto»? Chi fra noi davvero percepisce oggi lo spessore di questa alienazione, di questo stranierità, di questo essere fuori o di questo venire da lontano? Chi fra noi sente risuonare dentro le parole di Gesù sulla porta della sua tenda:«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mat. 11,28)?
Su questa assoluta ospitalità del Signore c’è però un’ombra che non ci lascia tranquilli perché si può rischiare di restare chiusi fuori: «arrivò lo sposo e le ragazze che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre ragazze e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco»(Mt. 25,10-12).
Chi, fra noi, si sente bene qui sulla soglia della tenda del Signore? Chi si é sentito aspettato e ora si sente arrivato a casa e sente il beneficio di un’aria avvolgente, priva di giudizi, ma gravida di energia, gravida di parole terapeutiche sebbene non falsamente consolatorie?

Dentro di me abitano Marta e Maria.
Ma ora sulla soglia di questa tenda o nelle mura di questa casa le parti si invertono.
Gesù a volte si autodefinisce un passatore, uno straniero, un viandante. Due domeniche fa, al discepolo che voleva seguirlo Gesù chiarisce la propria identità: «Le bestie hanno tane e nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove appoggiare il capo» (Luca 9,58). E nell’Apocalisse 3,20 «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». E infatti nel vangelo di oggi: «Una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa e si mise a servirlo» (Lc.10,38) e la sorella «ascoltava la sua parola».
E qui emerge l’antico problema: é vero che Gesù opta per una modalità di accoglienza contemplativa considerata più qualificata dell’altra diaconale e attiva? Diceva l’Apocalisse: Se qualcuno ascolta la mia voce…
Alle donne era impossibile diventare discepole di un rabbi: «Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate ad una donna» (Talmud Babilonese Sotàh 19a).
La parte migliore scelta da Maria é la capacità di ridefinire il proprio statuto di vita e la propria identità. Passare, cioè, da donna a discepola. «Ascolta Israele!» (Deut. 6,4-5). E’ davvero una nuova spiritualità soprattutto laicale che ci indica come ospitare Dio.
Anthony De Mello[1] ci narra: “Un giovane discepolo appena arrivato al monastero chiese al maestro: «Qual é l’atto supremo che una persona può compiere?». E il maestro rispose: «Sedere in meditazione». Ma il discepolo vedeva che il maestro non sedeva mai in meditazione ed era incessantemente impegnato nei lavori di casa, nei campi, nell’incontrare gente o scrivere libri. Finchè un giorno il discepolo gli chiese: «Allora perché passi tutto il tuo tempo lavorando?». Al che il maestro rispose: «Quando si lavora non si deve necessariamente smettere di sedere in meditazione»”.
Occorre restare discepoli di Gesù sempre, come dice il documento del convegno di Palermo del 1995: «L’amore congiunge preghiera con impegno in modo da renderci contemplativi nell’azione e fare memoria del mondo davanti a Dio…Non è uno spiritualismo intimista, nè un attivismo sociale, ma una sintesi vitale, capace di redimere l’esistenza vuota e frammentata, di dare unità, significato e speranza» [2].
Comunque sembra che Gesù non andasse poi sempre tanto per il sottile in quanto pare che le porte che si aprivano di più fossero quelle di gente di cattiva reputazione tanto da infastidire i suoi: «Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» (Mt. 9,11). Gli é capitata bella; dopo essere stato il Dio che accoglie, gli capita di diventare a sua volta mendicante di ospitalità e per di più straniero in casa propria: «…poi lo condussero fuori della città per crocifiggerlo» (Marco 15,20). «Si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio» (Luca 4,29). Anzi in quella pelle da straniero sembra starci bene visto che opta per quella situazione come luogo di riconoscimento della sua presenza: «Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato?… Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.» (Mt.25,38-40).
Come Cristo ha accolto voi, accoglietevi gli uni gli altri. Se c’é una motivazione per l’accoglienza questa nasce dall’aver fatto esperienza di essere stati accolti.
E’ necessario chiederci ogni mattina e sera: «Chi può dipendere da me oggi? chi mi é passato accanto?» E occorre anche guardarsi in giro come Abramo perché se non lo avesse fatto avrebbe perso l’occasione della sua vita. Quel Dio che appare ad Abramo nelle spoglie dello straniero é la prefigurazione dell’Incarnazione di Gesù. Dice S. Tommaso che noi conosciamo Dio come “sconosciuto”. E noi questa alterità, questa stranierità di Dio la sperimentiamo ogni volta che entra, nella nostra cerchia, il diverso e l’estraneo. In quel momento ci troviamo provocati ad espellere ciò che non ci rassomiglia, ma é bene che ci rendiamo conto che «quando arriva il barbaro arriva Dio», come scrisse Padre Ernesto Balducci [3]. Ecco perché la non accoglienza é un peccato contro la fede; é come se non credessi che l’Incarnazione di Gesù prosegue in loro.

Contempl-attivi.
Riflessioni liberamente tratte dal libro: Cirenei della gioia” di Don Tonino Bello:
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita” (Giovanni 13,4). Dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione. Alzarsi da tavola come ha fatto Gesù significa che non si può star lì a fare la siesta; che non è giusto consumare il tempo in certi narcisismi spirituali che qualche volta ci attanagliano anche nelle nostre assemblee. Infatti è bello stare attorno al Signore con i nostri canti che non finiscono mai o a fare le nostre prediche. Ma c’è anche da fare i conti con la sponda della vita. La fede la consumiamo nel perimetro delle nostre chiese e lì dentro siamo anche bravi; ma poi non ci alziamo da tavola, rimaniamo seduti lì, ci piace il linguaggio delle pantofole, delle vestaglie, del caminetto; non affrontiamo il pericolo della strada. Dobbiamo alzarci da tavola. Il Signore Gesù vuole strapparci dal nostro sacro rifugio, da quell’intimismo ovattato dove le percussioni del mondo giungono attutite dai nostri muri, dove non penetra l’ordine del giorno che il mondo ci impone.


[1] A. De Mello Un minuto di saggezza pag.184.
[2] da “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia” n. 11

[3] E. Balducci, Il mandorlo e il fuoco, vol. 3, Commento alla liturgia della Parola anno C, Borla 1979, pag. 269.




15a domenica C – 14 luglio 2019.
Il SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’. Don Augusto Fontana

Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu fortunato: incontra un ferito una volta ed è santificato da Gesù per i secoli dei secoli…

 15a domenica C – 14 luglio 2019

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen

Dal libro del Deuteronomio 30,10-14. Mosè parlò al popolo dicendo: “Obbedirai alla voce del Signore tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge; e ti convertirai al Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica”.

Sal 18 I tuoi giudizi, Signore, danno gioia.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è verace[1], rende saggio il semplice.
Gli ordini del Signore sono giusti, fanno gioire il cuore;
i comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi.
Il timore del Signore è puro, dura sempre; i giudizi del Signore sono tutti fedeli e giusti,
più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1,15-20. Il Dio invisibile si è fatto visibile in Cristo, nato dal Padre prima della creazione del mondo. Tutte le cose create, in cielo e sulla terra, sono state fatte per mezzo di lui, sia le cose visibili sia quelle invisibili: i poteri, le forze, le autorità, le potenze. Tutto fu creato per mezzo di lui e per lui. Cristo è prima di tutte le cose e tiene insieme tutto l’universo. Egli è anche capo di quel corpo che è la Chiesa, è la fonte della nuova vita, è il primo risuscitato dai morti: egli deve sempre avere il primo posto in tutto. Perché Dio ha voluto essere pienamente presente in lui e per mezzo di lui ha voluto rifare amicizia con tutte le cose, con quelle della terra e con quelle del cielo; per mezzo della sua morte in croce Dio ha fatto pace con tutti.

Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37. Un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Torà? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò dall’altra parte. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

 Il SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’.  Don Augusto Fontana
Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu, tutto sommato, fortunato: incontra un ferito una volta nella vita ed è, per questo, santificato da Gesù nel suo vangelo per i secoli dei secoli. Ma noi, ogni giorno vediamo, sappiamo, conosciamo carni maciullate, schiave esposte, bimbi violati di sesso o di armi o di lavoro. Siamo all’assuefazione, alla indifferenza inescusabile ma inevitabile. La “Evangelii gaudium” (n.53) scrive: “Si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri, né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete”.
Don Milani difendeva il “principio della cura” (I care = mi preoccupo) contro quel sottile qualunquismo di ieri che ha infettato anche me. E mi chiedo come fa Dio, il Signore, a non diventare un po’ assuefatto pure lui che da quel giorno sul monte Oreb continua a guardare, ascoltare e scendere per liberare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto» (Es. 3,7-8).
Padre Antonio Izquierdo scrisse, con una felice intuizione, che «il buon samaritano è lo pseudonimo di Gesù».
I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo ribelle che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, dalla Gerusalemme Celeste. Nei briganti che assalgono l’uomo, i Padri della Chiesa vedono il tentatore che ci spoglia dell’amicizia con Dio e ci percuote con le sue insidie. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica Legge per la nostra salvezza e che invece sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste ci cura con l’olio della consolazione e il vino dello Spirito e della speranza. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore, intravedono i pastori nelle mani dei quali Gesù affida la cura del suo popolo. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù alla destra del Padre, ma che promette di ritornare per completare i suoi doni. Alla chiesa Gesù lascia i suoi due denari: la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola. 

PERSONAGGI E INTERPRETI. 

   Un uomo incappò nei rapinatori. Gesù ambienta la parabola in questa strada tra Gerusalemme e Gerico, nota per le sue insidie. Quest’uomo è Adamo, è ognuno di noi camminatori imprudenti su sentieri che conducono lontano dall’Eden. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri» (Salmo 24,4). Questa strada si presta a interpretare bene anche la nostra situazione di discepoli: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10, 3).
   Un sacerdote vedendolo passò dall’altra parte. Il sacerdote è un professionista della religione, come qualsiasi devoto che passa il suo tempo in chiesa; si trova per caso sulla via della sofferenza dell’uomo ma, appena la sbircia, gira alla larga. L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi o doveri perchè deve primariamente interessarsi delle “cose di Dio”. Se non sapessimo che questa parabola risale a Gesù la diremmo nata dalla mente dissacratrice di un nemico della religione, un’invenzione sacrilega di un anticlericale che si diverte a denigrare i preti. Ma siccome è Gesù a parlare ci mettiamo in ascolto di una profezia che vuole colpire liturgie e pratiche religiose avulse dalla carità e dalla vita: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; non posso sopportare delitto e solennità. Le vostre feste io le detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli» (Isaia 1,13-14).
    Il levita. Il levita è un funzionario che scodinzola nel tempio, un chierichetto, un seminarista, una monachella. Anche lui “passa dall’altra parte”. Il levita è il tipo di tutti coloro che, nella Chiesa, sono notai di Istituzioni e di Leggi, di Immobili e Tradizioni e sanno distinguere bene le eminenze e i monsignori.
   Un samaritano era in viaggio…Ora arriva Gesù, questo “extracomunitario samaritano” che si avvicina: «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Deut. 30,14) e io non possa accampare scuse dicendo che è irraggiungibile. L’Incarnazione è un Dio che anziché chiudersi in se stesso in maniera narcisistica e oziosa sceglie di aprirsi all’esterno. E’ ciò che i Padri antichi della chiesa hanno sintetizzato con l’idea della “con-discendenza” (syn-katàbasis), cioè il suo essere-per-l’uomo. Il teologo Chenu, in periodo di Concilio Vaticano II°, chiamava questa modalità dell’agire di Dio, “legge dell’estroversione[2]. Il Concilio Vaticano II° nella “Gaudium et spes” scrive: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo … egli si è fatto veramente uno di noi” (GS n. 10). E’ per questo motivo che “chiunque segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS n. 41). Il Gesù-samaritano sembra non gradire certi riti che privilegiano più il salotto che la strada, più le pantofole che gli scarponi da viaggio, più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino.
Forse alla base del racconto di Luca c’è una pagina del 2° Libro delle Cronache (28,15) dove alcuni Samaritani usano pietà verso i Giudei, esattamente come il Samaritano della parabola lucana. Se le cose stanno così, ci troviamo, anche qui, davanti a un midràsh cristiano del racconto del Libro delle Cronache [3].
   “passandogli accanto”. Gli altri due “passano dall’altro lato” con un gesto non solo di indifferenza, ma di esplicito scostamento. Altre volte questo “passare accanto” di Gesù ha scatenato campi magnetici tonificanti: Mt. 20, 30 «Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare: «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!»; Mc 1,16 «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare…»; Mc 2,14 «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì»; Lc 19,4 «Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là».
“lo vide”. Anche il “vedere” è una qualità di Dio e un suo dono. Non per niente Gesù guarisce parecchi ciechi. Ci vogliono occhi per vedere i poveri. “La povertà non è solo quella del denaro, ma anche della mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, la disoccupazione … gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari e tutte le frustrazioni che provengono dall’incapacità di integrarsi nel gruppo umano più prossimo” (Paolo VI). Sono i droup-out: i “caduti fuori” dal circuito, i caduti in disgrazia. Per loro il Gesù-samaritano ripete il rito del Padre misericordioso: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». (Luca 15,20).
“ne ebbe compassione”. Significa sentirsi provati emotivamente nell’indignazione e nella compassione materna: guardare la storia e la geografia dall’angolo dei poveri. Uno dei termini con cui l’A.T. indica la misericordia è rehamim, che propriamente indica le “viscere materne”: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò, dice il Signore. (Is 49,15)
“Gli si fece vicino (prossimo)”. Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi” (2 Cor. 8,9).
“Gli fasciò le ferite, versò l’olio e il vino”. E’ strano il modo di curare del Gesù-Samaritano: noi prima avremmo versato il disinfettante (vino); poi avremmo spalmato unguento curativo (olio) e da ultimo avremmo fasciato. Ma quest’ordine non interessa al medico evangelista Luca il quale inverte le azioni; probabilmente vuol spiegare cosa fa Gesù ( e la chiesa) su di noi attraverso i tre sacramenti della iniziazione cristiana: battesimo/cresima ed Eucaristia. Fasciò le ferite: quando Gesù nasce è avvolto in fasce; quando Gesù muore viene avvolto in fasce-bende e deposto nel sepolcro. Esiste un’icona orientale che identifica la culla di Gesù come un sepolcro! Le fasce ci ricordano l’Incarnazione e la Risurrezione di Gesù e quindi il nostro Battesimo. A quest’uomo, spogliato delle vesti, della sua identità, il Gesù-samaritano ci fascia con una nuova veste, una “nuova-pelle”. Olio: re, sacerdoti e profeti venivano “consacrati” versando olio sul capo e sul corpo. Ancora oggi la chiesa continua su di noi questo rito di guarigione e di missione. Vino: l’Eucarestia è Il Calice versato per voi e per tutti in remissione…
“Lo caricò sul suo asino”. Origene commenta: “la cavalcatura è il corpo del Signore[4]. Luca parlerà, nel cap. 15, di questo “caricarsi sulle spalle”: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento…». Dopo le prime cure in emergenza, Gesù-samaritano passa ad una strategia ben organizzata: si carica…porta alla locanda…si prende cura fino al giorno dopo…dà un acconto…chiede all’albergatore di non lesinare sulle spese…promette di tornare. Perde tempo, prende tempo.
 “E lo portò ad una locanda”. Luca chiama questo albergo con un nome che potrebbe essere il titolo di ogni comunità cristiana: pandokeion = un “tutto-accogli”. Il samaritano-Gesù ci consegna alla sua comunità. E, forse, ci offre un metodo. Il samaritano si accorge di non farcela con i suoi mezzi privati e ricorre alla chiesa o alle istituzioni sociali. In sinergia. Franco Giulio Brambilla, teologo e oggi Vescovo di Novara, diceva: “Non è possibile pensare ad una società giusta nella quale venga meno il bisogno della carità. Ma ugualmente queste forme di carità non dovranno concepirsi come alternative o concor­renziali con le più faticose forme mediate dell’intervento nell’ambito socio-civile e politico. In ogni caso però, sia le forme della carità, sia quel­le dell’impegno socio-civile hanno da essere intese come parziali, anche se necessarie attuazioni della carità cristiana custodita nella parola e nel sa­cramento della fede, in particolare nell’Eucarestia[5].
“E si prese cura di lui”. Non basta un’elemosina, occorre un lembo della tua vita, del tuo mantello, perché il tetto, da solo, non copre, come la minestra non scalda se non c’è un po’ di alito umano, di tenerezza.
“Il giorno dopo estrasse due denari”. Il Gesù-Samaritano ha dedicato tempo, due giorni. E poi tornerà il terzo Giorno. Nel frattempo lascia due denari: “Ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come te stesso”. O, come interpretano i Padri dei primi secoli, la Sacra Scrittura e i Sacramenti.

Gesù è l’apripista che mi precede incoraggiandomi a passare ora da un ascolto estetico o teorico della sua Parola verso una prassi: «Io ti ho fatto questo; ora va’ e fa’ anche tu lo stesso».


[1] Sinonimi: sincero, effettivo, schietto.
[2] Chenu M.D., “Pour une anthropologie sacramentelle”, in La Maison Dieu 119 (1974) 86.
[3] «Alcuni uomini, designati per nome, si presero cura dei prigionieri. Quanti erano nudi li rivestirono e li calzarono con capi di vestiario presi dal bottino, diedero loro da mangiare e da bere, li medicarono con unzioni; quindi, trasportando su asini gli inabili a marciare, li condussero a Gerico, città delle palme, presso i loro fratelli. Poi tornarono a Samarìa» (2Cr 28,15). Il «midràsh» è un metodo esegetico che appartiene alla tradizione giudaica, iniziato durante l’esilio di Babilonia e sviluppatosi nei secoli successi. Al tempo di Gesù era un modo usuale di leggere e commentare la Scrittura: «capire la Scrittura attraverso la stessa Scrittura», mettendo in relazioni, parole, frasi, testi uguali o anche solo assonanti per fare emergere significati nuovi e profondi.
[4] ORIGENE, Omelia su Luca, 34,3
[5] Convegno diocesano delle Caritas diocesane di Milano nel 1997.




P. Ermes Ronchi. L’ANNUNCIO, CONTAGIO BUONO
Commento alla liturgia 7 luglio

L’annuncio, contagio buono
Ermes Ronchi (Avvenire 01/07/2010)

Partono senza pane, né sacca, né denaro, senza nulla di superfluo, anzi senza nemmeno le cose più utili. Solo un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perché l’incisività del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell’organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose, perché risalti il primato dell’amore. L’abbondanza di mezzi forse ha spento la creatività nelle chiese. Il viaggio dei discepoli è come una discesa verso l’uomo essenziale, verso quella radice pura che è prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno perseguitati, perché capovolgono tutta una gerarchia di valori.
Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio.
I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.
Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.
Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.
Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.
E poi la casa. Quante volte è nominata la casa in questo brano! La casa, il luogo più vero, dove la vita può essere guarita. Il cristianesimo dev’essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l’amore sembra lacerarsi, quando l’anziano perde il senno e la salute. Lì la Parola è conforto, forza, luce; lì scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14; Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)




CEI. Messaggio per la 14a Giornata nazionale per la Custodia del creato

COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO,
GIUSTIZIA, PACE e CUSTODIA DEL CREATO.

COMMISSIONE EPISCOPALE PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO

Messaggio per la 14ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. 1° settembre 2019
Quante sono le tue opere, Signore” (Sal. 104, 24)
Coltivare la biodiversità

Imparare a guardare alla biodiversità, per prendercene cura: è uno dei richiami dell’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco. Esso risuona con particolare forza nel documento preparatorio per il Sinodo che nell’ottobre del 2019 sarà dedicato all’Amazzonia, una regione che è “un polmone del pianeta e uno dei luoghi in cui si trova la maggior diversità nel mondo” (“Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’Ecologia Integrale”, n.9).
La Giornata per la Custodia del Creato è allora quest’anno per la Chiesa italiana un’occasione per conoscere e comprendere quella realtà fragile e preziosa della biodiversità, di cui anche la nostra terra è così ricca. Proprio il territorio italiano, infatti, è caratterizzato da una varietà di organismi e di specie viventi acquatici e terrestri, a disegnare ecosistemi che si estendono dagli splendidi boschi delle Alpi – le montagne più alte d’Europa – fino al calore del Mediterraneo.

Uno sguardo contemplativo

Al centro della sezione della Laudato Si’ dedicata alla biodiversità (nn. 32-42) c’è uno sguardo contemplativo rivolto ad alcune aree chiave del pianeta – dal bacino del Congo, alle barriere coralline, fino alla foresta dell’Amazzonia – sedi di una vita lussureggiante e differenziata, componente fondamentale dell’ecosistema terrestre. Prende così corpo e concretezza la contemplazione del grande miracolo di una ricchezza vitale, che – evolutasi da pochi elementi semplici – si dispiega sul pianeta terra in forme splendidamente variegate.
In tale sguardo papa Francesco sembra fare eco alle parole del Salmo: “Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature” (Sal. 104, 24). Quel canto alla potenza creatrice di Dio attraversa l’intera Scrittura, celebrando l’ampiezza della Sua misericordia: “Tu hai compassione di tutte le cose, perché tutte sono tue” (Sap. 11, 26). Davvero il Dio trino mostra la ricchezza del suo amore anche nella varietà delle creature e lo stesso sguardo di Gesù alla bellezza del mondo – nota ancora la Laudato Si’ – esprime la tenerezza con cui il Padre guarda ad ognuna di esse (cf. LS n.96). Dopo la Pasqua, poi, le creature “non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza” (LS. n.100).
Siamo chiamati, dunque, a lasciarci coinvolgere in tale sguardo, per contemplare anche noi – grati, ammirati e benedicenti, come Francesco d’Assisi – le creature della terra ed in particolare il mondo della vita, così vario e rigoglioso.

Uno sguardo preoccupato

Nell’enciclica Laudato Si’, però, l’invito alla contemplazione della bellezza si salda con la percezione della minaccia che grava sulla biodiversità, a causa di attività e forme di sviluppo che non ne riconoscono il valore: “per causa nostra migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza, né potranno comunicarci il loro messaggio. Non ne abbiamo il diritto” (n.33). La logica dell’ecologia integrale ricorda che la struttura del pianeta è delicata e fragile, ma anche fondamentale per la vita della famiglia umana. In una creazione in cui tutto è connesso, infatti, ogni creatura – ogni essere ed ogni specie vivente – dispiega il suo grande valore anche nei legami alle altre. Intaccare tale rete significa mettere a rischio alcune delle fondamentali strutture della vita con un comportamento irresponsabile. Si eviti, quindi, di distruggere realtà di grande valore anche dal punto di vista economico, con impatti che gravano soprattutto sui più fragili. L’attenzione ai più poveri è condizione di possibilità per una vera salvaguardia della biodiversità.
Non a caso l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium sottolineava che “mediante la nostra realtà corporea, Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che (…) possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione” (n.215): la perdita di biodiversità è una delle espressioni più gravi della crisi socio-ambientale. Ed anche il nostro paese è esposto ad essa: con dinamiche che interessano sia il mondo vegetale che quello animale, depotenziando la bellezza e la sostenibilità delle nostre terre e rendendole meno vivibili.

Coltivare e custodire la biodiversità

Che fare allora? La stessa Laudato Si’ ricorda che “siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre, perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace bellezza e pienezza” (n.53): siamo chiamati, dunque, a convertirci, facendoci custodi della terra e della biodiversità che la abita.
Sarà importante favorire le pratiche di coltivazione realizzate secondo lo spirito con cui il monachesimo ha reso possibile la fertilità della terra senza modificarne l’equilibrio. Sarà necessario utilizzare nuove tecnologie orientate a valorizzare, per quanto possibile, il biologico. Sarà altresì importante conoscere e favorire le istituzioni universitarie e gli enti di ricerca, che studiano la biodiversità e operano per la conservazione di specie vegetali e animali in via di estinzione. Si tratterà, ancora, di opporsi a tante pratiche che degradano e distruggono la biodiversità: si pensi al land grabbing, alla deforestazione, al proliferare delle monocolture, al crescente consumo di suolo o all’inquinamento che lo avvelena; si pensi altresì a dinamiche finanziarie ed economiche che cercano di monopolizzare la ricerca (scoraggiando quella libera) o addirittura si propongono di privatizzare alcune tecnoscienze collegate alla salvaguardia della biodiversità.
Ma andranno pure contrastati – con politiche efficaci e stili di vita sostenibili – quei fenomeni che minacciano la biodiversità su scala globale, a partire dal mutamento climatico. Occorrerà al contempo potenziare tutte quelle buone pratiche che la promuovono: anche per l’Italia la sua valorizzazione contribuisce in molte aree al benessere e alla creazione di opportunità di lavoro, specie nel campo dell’agricoltura, così come nel comparto turistico. Ed ha pure un grande valore il patrimonio forestale, di cui l’uragano Vaia ha mostrato la fragilità di fronte al mutamento climatico.
É allora forse il momento che ogni comunità si impegni in una puntuale opera di discernimento e di riflessione, facendosi guidare da alcune domande: Qual è la “nostra Amazzonia”? Qual è la realtà più preziosa – da un punto di vista ambientale e culturale – che è presente nei nostri territori e che oggi appare maggiormente minacciata? Come possiamo contribuire alla sua tutela? Occorre conoscere il patrimonio dei nostri territori, riconoscerne il valore, promuoverne la custodia.

Il creato attende

Il Messaggio inviato da papa Francesco per la Quaresima 2019 ricordava che il creato attende ardentemente la manifestazione dei figli di Dio: attende, cioè, che finalmente gli esseri umani manifestino la loro realtà profonda di figli, anche in comportamenti di amore e di cura per la ricchezza della vita. Solo un’umanità così rinnovata sarà all’altezza della sfida posta dalla crisi socio-ambientale: che lo Spirito creatore guidi ogni uomo e ogni donna ad un’autentica conversione ecologica, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato Si’, perché – nel dialogo e nella pace tra le diverse fedi e culture – la famiglia umana possa vivere sostenibilmente sulla terra che ci è stata donata.

Roma, 31 maggio 2019 Visitazione della Beata Vergine Maria

 




Domenica 14a. 7 luglio 2019.
UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana

E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in meritato riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico – disincagliati attraverso quel rito vocazionale: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a suo volto in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”»……

14 domenica C

Preghiamo. O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annuncio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Dal libro del profeta Isaia 66,10-14. Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate con essa di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».

Sal 65 Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome,

dategli gloria con la lode. Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».
«A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio, terribile nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume:
per questo in lui esultiamo di gioia. Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6,14-18
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.

Dal Vangelo secondo Luca 10,1-12 .17-20
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé [il testo originale greco scrive: pro prosopou autou = davanti al volto suo] in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana
E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in meritato riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico[1] – disincagliati attraverso quel rito vocazionale: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”».
Non viene raccontato nulla di quei giorni di missione dei discepoli. Luca ce ne riferisce solo il loro ritorno “pieni di gioia”. Forse questo esito finale – segnato dalla gioia dei discepoli sebbene attenuata dal detto di Gesù “Non rallegratevi però…rallegratevi piuttosto…» – ha indotto la Liturgia a scegliere, come prima lettura e Salmo, due testi caratterizzati da stupore e allegria: «Rallegratevi … esultate …. sfavillate di gioia… Dite a Dio: “Stupende sono le tue opere”».
Io non trascurerei, tuttavia, una sosta sul rito vocazionale: Luca, e solo lui, riferisce il mandato missionario non solo ai tradizionali “dodici apostoli”, ma ad un numero esteso di discepoli. Il contenuto del messaggio è « Vicino a voi è il regno di Dio», ripetuto 2 volte nel testo. Messaggio da diffondere in “strade… piazze casevillaggi”, non affidato solo alla bocca («prima dite: Pace a questa casa») , ma accreditato dalle mani («curate gli ammalati») e da una pratica pastorale mite e semplice senza sterili piagnistei davanti a persecuzioni e rifiuti. Un altro tratto caratteristico della missione è il suo carattere itinerante di fronte alla tentazione di “installarsi”.
Domenica scorsa si parlava della vocazione cristiana: «A un altro disse: Seguimi…». Oggi il tema si sviluppa intorno alla missione. Il discepolo segue Gesù vincolandosi alla sua persona e condividendo la sua missione. Le due realtà risultano inseparabili tra loro. Non c’è vocazione senza missione; anzi il “chiamato” è necessariamente un “inviato”. Le letture di oggi non sono esclusive per preti, frati e suore; sono un messaggio per ogni cristiano, perché la missione si realizza ogni giorno, trasformando le strutture sociali, economiche e politiche e proclamando esplicitamente un Vangelo che non ha bisogno di essere predicato in un tempio; lo possiamo annunciare nel nostro lavoro, nella scuola e nel quartiere. Fin dall’inizio Gesù chiarisce che non si tratta di fare delle crociate: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Si è mai visto un agnello che possa nuocere a un lupo? L’intimazione a non portare «né borsa, né bisaccia, né sandali» è un invito a concentrarsi su ciò che si sta facendo e a rovesciare la logica machiavellica ancora così diffusa del “fine che giustifica i mezzi”; sembra dire: se annunci la pace non puoi farlo con metodi da sceriffo, se annunci la giustizia non puoi evadere le tasse o pagare l’idraulico in nero. La strana richiesta di «non salutare nessuno lungo la strada» non è invito alla scortesia ma a non perdere di vista l’obiettivo: i saluti orientali erano interminabili.
A queste prime raccomandazioni ne seguono altre che riguardano, praticamente, il comportamento nel villaggio. La frase di Gesù «se non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: noi la scuotiamo la vostra polvere contro di voi» potrebbe essere interpretata come un invito a “mandare tutti a quel paese”. Invece occorre iniziare con uno scambio di pace: ” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi“. Nulla di perso dunque se si viene rifiutati, semplicemente si riprende ciò che non è stato accettato e lo si ripropone a chi sarà meglio disposto. E’ sapiente l’invito a “scuotere la polvere dai sandali”: di fronte ad un rifiuto si può cader preda di un rancore che può attaccarsi al cuore. E’ meglio scuoterlo subito via senza rinunciare a ripetere: « il regno di Dio ti è vicino comunque».
I vv. 13-16, omessi nella liturgia[2], costituiscono una specie di lamentazione più che un’invettiva.
La seconda parte del brano, dal v. 17 al 20, è invece il racconto dell’esito della missione: un successo, « anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Gesù cita il Salmo 90 “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo…camminerai su aspidi e vipere, calpesterai leoni e draghi, mille cadranno alla tua destra e diecimila al tuo fianco ma nulla ti potrà colpire“. E’ decisamente paradossale che nulla possa colpire degli agnelli in mezzo ai lupi. La fine della vita di Gesù, di Stefano, di Paolo, dei martiri di ieri e di oggi ci mostra il contrario. Per questo l’invito a rallegrarsi non è semplicemente perché si è riusciti a portare a casa la pelle e magari a fare qualche miracolo. Forse domani non sarà così, forse la strada sarà più in salita o forse saremo più stanchi. Gesù invita piuttosto a rallegrarsi perché «i vostri nomi sono scritti nei cieli». Paolo, nella seconda lettura, ha scritto la stessa cosa con altre parole: « quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo». 

Evangelii Gaudium”: per una Chiesa in uscita.
Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti. Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo. (n. 20)
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelizzatrice si mette nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore”. Quindi, la comunità evangelizzatrice accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni passo avanti nell’evangelizzazione. (n.24)
Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria sia più espansiva e aperta. (n.27)
Questo suppone che la parrocchia realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. (n.28)
La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. (n.33)
Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa. (n.35)
La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà. (n.46)
Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo»,e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli. (n.48)
Usciamo, usciamo ad offrire a tutti la vita di Gesù Cristo. Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37). (n.49).

Potremmo arrivare a domenica prossima pregando come ci suggerisce il documento dei vescovi “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (1991) citando John Henry Newman[3]Stai con me, e io inizierò a risplendere come tu risplendi; a risplendere fino ad essere luce per gli altri. La luce, o Gesù, verrà tutta da te: nulla sarà merito mio. Sarai tu a risplendere, attraverso di me, sugli altri. Fa’ che io ti lodi così, nel modo che tu più gradisci, risplendendo sopra tutti coloro che sono intorno a me. Da’ luce a loro e da’ luce a me; illumina loro insieme a me, attraverso di me. Fa’ che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi, e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te».


[1] Settanta, o settantadue, erano conteggiati i popoli della terra, con riferimento alla lista dei popoli di Genesi 10.
[2] «[13]Guai a te, Corazin, guai a te, Betsàida! Perché se in Tiro e Sidone fossero stati compiuti i miracoli compiuti tra voi, gia da tempo si sarebbero convertiti vestendo il sacco e coprendosi di cenere. [14]Perciò nel giudizio Tiro e Sidone saranno trattate meno duramente di voi. [15]E tu, Cafarnao, sarai innalzata fino al cielo? Fino agli inferi sarai precipitata! [16]Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato».

[3] (1801 –1890) è stato un cardinale, teologo e filosofo inglese. Già presbitero anglicano si convertì al cattolicesimo e fu di nuovo ordinato prete nella Chiesa cattolica. Dichiarato “beato” nel 2010 sarà dichiarato “santo” il 13 ottobre prossimo durante il Sinodo per l’Amazzonia.




13a Domenica anno C. 30 giugno 2019
CAMMINARE CON COLUI CHE CAMMINA.
D. Augusto Fontana

Preghiamo.
O Dio, che ci chiami a celebrare i tuoi santi misteri, sostieni la nostra libertà con la forza e la dolcezza del tuo amore, perché non venga meno la nostra fedeltà a Cristo nel generoso servizio dei fratelli. Per Gesù Cristo nostro Signore.

Dal primo libro dei Re 19,16.19-21
In quei giorni, disse il Signore ad Elia: “Ungerai Eliseo figlio di Safat, di Abel-Mecola, come profeta al tuo posto”. Partito di lì, Elia incontrò Eliseo figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per  te”.  Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio.

Dal Salmo 15  Sei tu, Signore, l’unico mio bene.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,1.13-18
Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.

Dal Vangelo secondo Luca 9,51-62
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».  A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».  Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

CAMMINARE CON COLUI CHE CAMMINA. Don Augusto Fontana

Succede spesso, nel bel mezzo di una situazione più o meno confusa o problematica, di sentire qualcuno esclamare “qui bisogna decidersi”…E può succedere anche di avvertire la sottile sofferenza del tentennamento, della incertezza rispetto alla scelta da fare, al voto da assegnare, alla alleanza da abbracciare, alla decisione da prendere, allo schieramento da scegliere, del “prendere o lasciare”. Soprattutto se ci tratta di scegliere una persona per la vita. Mi pare che oggi, in fatto di sequela, siamo un po’ in confusione. Da un lato siamo martellati da “consigli per gli acquisti” che lasciano un imprinting anche nelle più rocciose coscienze; al “Va dove ti porta il cuore” si è sostituito il “Va dove ti porta la pubblicità”. E scegliamo senza scegliere, come un branco di umanoidi capaci di transumanza per kilometri dietro il primo capobranco o capostormo che apra una pista o una direzione. Senza parlare poi dei grandi spostamenti di massa dei cervelli e delle emozioni, di quel fenomeno, cioè, che va sotto il nome di “religiosità da hooligans”, Fanclub di “miti” («Vasco! Sei-un-mitoooo!») o di starlette e furbetti, capaci di clonare intere generazioni di abitudini, di slang, di compulsioni di gruppo. Dall’altro lato viviamo in una società dove è sempre più difficile trovare gente che faccia scelte totalizzanti e per sempre; tutto è precarizzato, a partire dal lavoro fino al rapporto di coppia; il fenomeno lo abbiamo chiamato “flessibilità”. Siamo inventori e, insieme, schiavi di una “società liquida” come bene ha analizzato Zygmunt Bauman[1]: «Inseguono qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non possono raggiungere, perché non ha radici nella propria identità: un nuovo taglio o un nuovo colore di capelli, una nuova macchina, un nuovo lavoro, un nuovo corpo, una casa nuova. Una volta conquistati, sono già vecchi. E la corsa non finisce mai. È un movimento circolare, un falso progresso che non produce nulla, perché non poggia su nulla. La fisionomia effimera che ha assunto il mondo ha spiazzato tutti quanti. La velocità di cambiamento che informa di sé ogni aspetto della realtà ha creato nella gente una condizione di continua incertezza, il terrore di essere sempre colti alla sprovvista e di rimanere indietro. È il trionfo della società liquida. Una società può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo».
Le letture bibliche di questa domenica calano dentro questa concreta situazione storica e comportamentale da cui tutti, chi più chi meno, siamo infettati. Anch’io sono uno chiamato a seguirlo ma mi viene il sospetto che, per ora, io stia ancora solo pedinandolo, incuriosito come Zaccheo o titubante come i discepoli («Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano» (Lc 22,54); «Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti» (Lc 23,49).

SEGUIMI. Check-up del discepolo.

Oggi Gesù mi propone un check-up, un test, per verificare il modo con cui lo sto seguendo. Come quando si programma un lungo viaggio in auto occorre un controllo di freni, olio, gomme, acqua del radiatore, luci… così Gesù mi invita a fermarmi e fare un check-up completo al mio cuore.
Al centro del vangelo odierno sono 3 scene di vocazioni ad anche la prima lettura è stata scelta per illustrare, con l’esempio di Eliseo che segue Elia, la rottura radicale necessaria per rispondere alla chiamata.
Il vangelo presenta due parti.
Nella prima si racconta di una mancata accoglienza di Gesù e dei discepoli da parte di un gruppo di samaritani; nella seconda dei rischi e dell’atteggiamento interiore per essere discepoli.
Fin dall’esordio l’evangelista crea un clima drammatico: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo…”. Conosce bene l’epilogo di quei giorni e sicuramente Gesù stesso aveva capito che le cose per lui stavano mettendosi male: conosceva l’arroganza della casta sacerdotale, gli intrighi dei sadducei con gli occupanti romani, la spregiudicatezza di Erode che aveva tolto di mezzo il Battista, il suo maestro. Gesù ha iniziato “il viaggio verso Gerusalemme”. Questa “salita” interminabile (che occupa dieci capitoli nel Vangelo di Luca) non si inquadra in una dimensione strettamente geografica, ma teologica: Gesù si incammina decisamente verso il compimento della sua missione. Il viaggio di Gesù a Gerusalemme non è un viaggio turistico. Per questo il Maestro esige dai discepoli la coscienza del rischio che comporta questa avventura: “l’offerta della propria vita”. Si direbbe che Gesù fa tutto il possibile per scoraggiare i tre che vogliono seguirlo lungo il cammino. Sembra che la sua intenzione sia più di rifiutare che di attrarre, disilludere più che sedurre. In realtà, egli non spegne l’entusiasmo, ma le false illusioni e i trionfalismi messianici. I discepoli devono essere coscienti della difficoltà dell’impresa, dei sacrifici che comporta e della gravità degli impegni che si assumono con quella decisione.
La seconda parte del v.51 nella traduzione letterale suona così: “indurì il volto per incamminarsi verso Gerusalemme“. Quando affrontiamo situazioni difficili anche i lineamenti del volto si induriscono, quasi per una forma di protezione contro qualcosa che ci possa nuocere, quasi che il volto diventasse uno scudo. La “durezza” del volto di Gesù era la consapevolezza del suo ruolo di annunciatore del regno dei cieli dentro la fragilità di ogni uomo e ogni donna; l’autorevolezza che gli veniva dalla fiducia in Dio contro l’idolatria, il tradimento dell’alleanza da parte del potere politico-religioso del tempo.
Quando Dio aveva chiamato il profeta Ezechiele ad annunciare la distruzione di Gerusalemme, ed aveva annunciato ad Ezechiele l’opposizione da parte di tutto il popolo, lo aveva garantito così: “Non temere, io ti darò una faccia dura come la loro e una fronte dura come la loro, in modo che tu possa resistere, che l’opposizione della gente non ti impaurisca, non ti schiacci, non ti condizioni” (Ez 3, 8-9). In Isaia 50, 4-8 si legge: «Il Signore Dio mi ha soccorso; perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò svergognato».
Con questo spirito dunque, Gesù andava verso Gerusalemme. Nel cammino passano vicino ad un villaggio di samaritani e Gesù manda alcuni discepoli ad avvertire che sarebbe arrivato. Ma tra i samaritani e i giudei non correva buon sangue. I samaritani non riconoscevano il tempio di Gerusalemme e i giudei li rimproveravano di essersi compromessi con altri popoli ed altri dèi. E quando seppero che Gesù era diretto verso Gerusalemme “non vollero riceverlo“. I discepoli si arrabbiano e, ricordando come Elia aveva trattato i soldati di Acazia (2 Re 1,10), chiedono a Gesù se non sia il caso “di far scendere un fuoco dal cielo che li consumi“. Gesù conosceva le difficili relazioni tra samaritani e giudei. Sapeva che ciò derivava da vecchie tradizioni dure a morire e che Dio amava gli uni e gli altri allo stesso modo. Per questo Gesù non mostrò mai ostilità nei loro confronti anzi entrò più volte in dialogo con loro: era samaritano l’unico lebbroso, fra 10 risanati, che tornò a ringraziarlo (Lc 17,16); un samaritano, addirittura, diventò il protagonista di una tra le più note e provocanti sue parabole. Alcuni manoscritti fanno seguire al rimprovero di Gesù ai discepoli per l’infelice uscita del fuoco dal cielo la lezione: “Voi non sapete di quale spirito siete, perché il figlio dell’uomo non è venuto per perdere le vite ma per salvarle“.

Nella seconda parte del vangelo di questa domenica sono stati raccolti tre incontri con Gesù.
Nel primo incontroun tale“, mostrando un entusiasmo un po’ eccessivo, dichiara che seguirà Gesù ovunque. Egli lo ridimensiona: la strada per Gerusalemme è irta di difficoltà (e lo si vedrà bene fra gli apostoli durante la sua passione), non è una passeggiata. Così la costruzione del regno: ci sono momenti belli, entusiasmanti, emozioni forti; ma c’è anche il giorno del deserto, dello sconforto, la fatica di tenere nel tempo, i conflitti, le delusioni, il cielo che sembra chiudersi. LA TANA E IL NIDO indicano le comodità, il rifugiarsi, il cercare una vita tranquilla senza problemi, l’amore al divano… Nessun animale fa entrare “ospiti” o estranei nel proprio nido o nella propria tana. Gesù ci invita a fare della nostra vita, della nostra casa, non un rifugio ma uno spazio accogliente per gli altri. Di tutto ciò occorre essere ben consapevoli se si vuol prendere sul serio la chiamata di Gesù. Siamo creature fragili, anche se ogni tanto ci crediamo forti: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor  4,7).
Nel secondo incontro è Gesù che invita a mettersi al suo seguito. La risposta è positiva ma ad una condizione: dare la sepoltura al proprio padre. Gesù ribatte: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti, va e annunzia il regno di Dio“. Quante cose morte portiamo dentro di noi. Quanti sogni infranti, assassinati, fatti morire dallo scontro con una realtà diversa; quanti problemi irrisolti, quanti limiti. Se dovessimo prima congedarci da tutto ciò per annunciare il regno credo che taceremmo sempre.
Nel terzo incontroun altro disse: ti seguirò, ma prima lascia che mi congedi da quelli di casa“; Gesù risponde sollecitando l’imminenza della scelta: “chiunque mette mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno dei cieli“. Qui vi è il ricordo della chiamata di Eliseo da parte di Elia. L’immagine dell’aratro è ripresa dal mondo agricolo e dice la difficoltà di tracciare dei solchi diritti nell’impervio e sassoso terreno della Palestina, senza una grande attenzione e applicazione. Guai a voltarsi indietro, anche solo per misurare il lavoro già fatto o per riprendere semplicemente fiato! C’è il rischio di fare un solco sbagliato proprio sul più bello e perdere il merito di tanto lavoro.
E’ difficile ricordarsi di aver fatto certe scelte. Abbiamo la memoria corta, la tendenza ad adagiarci, a trovare scuse e compromessi. Per questo Gesù invita a non voltarsi indietro. Guardare indietro può essere paralizzante: la moglie di Lot mentre fuggiva dalla distruzione di Sodomia “si voltò indietro” e, narra il testo biblico, “diventò una statua di sale” (Gen. 19,26). Il regno dei cieli è dinamismo, creatività.

Si consiglia la lettura di un  libretto stimolante: Martin Buber “IL CAMMINO DELL’UOMO” Ed. Qiqajon. € 7,00. Un best seller, un autentico capolavoro in miniatura (65 pagine), nutrito della sapienza biblica del Movimento dei giusti ebrei (chassidim).

NOTE
[1] Zygmunt Bauman, La vita liquida, Laterza, 2006.




Difendiamo la cooperazione, il lavoro, gli svantaggiati.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELLA CONFEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE ITALIANE
Nel 100° anniversario di fondazione

Sabato, 16 marzo 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Do il benvenuto a tutti voi! Ringrazio il vostro Presidente per le parole che mi ha rivolto, in particolare per la sintesi che ha fatto del vostro lavoro e del vostro impegno: ha colto anche ciò che sta a cuore a me, dandoci una visione sapiente del contesto attuale in cui viviamo. E ringrazio anche per la testimonianza fatta da una cooperativa che ha saputo andare avanti.
I cento anni di storia della vostra azione sono un traguardo importante, che non può passare sotto silenzio. Essi rappresentano un percorso di cui essere grati per tutto ciò che siete riusciti a realizzare, ispirati dal grande appello dell’Enciclica Rerum novarum del Papa Leone XIII. Questo Pontefice in maniera profetica ha aperto la grande riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa. La sua è stata un’intuizione fiorita sulla convinzione che il Vangelo non è relegabile solo a una parte dell’uomo o della società, ma parla a tutto l’uomo, per renderlo sempre più umano. Quelli in cui Papa Leone scriveva erano tempi difficili, ma ogni epoca ha le sue fatiche e le sue difficoltà.
La vostra storia è preziosa perché nasce dall’aver preso sul serio le parole del Papa e dall’averle rese concrete attraverso un serio e generoso impegno che dura da un secolo. È un forte segno di speranza quando la dottrina sociale della Chiesa non rimane una parola morta o un discorso astratto, ma diventa vita grazie a uomini e donne di buona volontà, che le danno carne e concretezza, trasformandola in gesti personali e sociali, concreti, visibili e utili.
Anche oggi la Chiesa non ha solo bisogno di dire ad alta voce la Verità; ha sempre necessità di uomini e donne che trasformino in beni concreti ciò che i pastori predicano e i teologi insegnano.
In questo senso, oggi, dire “grazie” a voi per i vostri cent’anni d’impegno è anche indicare un esempio per gli uomini del nostro tempo, che hanno bisogno di scoprirsi non solo “prenditori” di bene, ma “imprenditori” di carità.
Il vostro modello cooperativo, proprio perché ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, corregge certe tendenze proprie del collettivismo e dello statalismo, che a volte sono letali nei confronti dell’iniziativa dei privati; e allo stesso tempo, frena le tentazioni dell’individualismo e dell’egoismo proprie del liberalismo. Infatti, mentre l’impresa capitalistica mira principalmente al profitto, l’impresa cooperativa ha come scopo primario l’equilibrata e proporzionata soddisfazione dei bisogni sociali. Certamente anche la cooperativa deve mirare a produrre l’utile, ad essere efficace ed efficiente nella sua attività economica, ma tutto questo senza perdere di vista la reciproca solidarietà.
Per questo motivo il modello di cooperativa sociale è uno dei nuovi settori sui quali oggi si sta concentrando la cooperazione, perché esso riesce a coniugare, da una parte, la logica dell’impresa e, dall’altra, quella della solidarietà: solidarietà interna verso i propri soci e solidarietà esterna verso le persone destinatarie. Questo modo di vivere il modello cooperativo esercita già una significativa influenza sulle imprese troppo legate alla logica del profitto, perché le spinge a scoprire e a valutare l’impatto di una responsabilità sociale. In tal modo, esse vengono invitate a considerare non solo il bilancio economico, ma anche quello sociale, rendendosi conto che bisogna concorrere a rispondere tanto ai bisogni di quanti sono coinvolti nell’impresa quanto a quelli del territorio e della collettività. È in questo modo che il lavoro cooperativo esplica la sua funzione profetica e di testimonianza sociale alla luce del Vangelo. Ma non dobbiamo mai dimenticare che questa visione della cooperazione, basata sulle relazioni e non sul profitto, va controcorrente rispetto alla mentalità del mondo. Solo se scopriamo che la nostra vera ricchezza sono le relazioni e non i meri beni materiali, allora troviamo modi alternativi per vivere e abitare in una società che non sia governata dal dio denaro, un idolo che la illude e poi la lascia sempre più disumana e ingiusta, e anche, direi, più povera.
Grazie per il vostro lavoro impegnativo, che crede nella cooperazione ed esprime l’ostinazione a restare umani in un mondo che vuole mercificare ogni cosa. E sull’ostinazione abbiamo sentito questa nostra sorella che ha dato testimonianza oggi: ci vuole ostinazione per andare avanti su questa strada quando la logica del mondo va in un’altra direzione.
Vi ringrazio per la vostra ostinazione…, e questo non è peccato! Andate avanti così.
Ma il vantaggio più importante ed evidente della cooperazione è vincere la solitudine che trasforma la vita in un inferno. Quando l’uomo si sente solo, sperimenta l’inferno. Quando, invece, avverte di non essere abbandonato, allora gli è possibile affrontare ogni tipo di difficoltà e fatica. E questo si vede nei momenti brutti. Così come il vostro presidente ha ricordato che in cooperativa “uno più uno fa tre”, bisogna anche ricordare che nei momenti brutti uno più uno fa la metà. Così la cooperazione fa sì che le cose brutte possano essere migliori. Il nostro mondo è malato di solitudine – lo sappiamo tutti –, per questo ha bisogno di iniziative che permettano di affrontare insieme ad altri ciò che la vita impone. Camminando e lavorando insieme si sperimenta il grande miracolo della speranza: tutto ci sembra di nuovo possibile. In questo senso la cooperazione è un modo per rendere concreta la speranza nella vita delle persone.
Potremmo così dire che la cooperazione è un altro modo di declinare la prossimità che Gesù ha insegnato nel Vangelo. Farsi prossimo significa impedire che l’altro rimanga in ostaggio dell’inferno della solitudine. Purtroppo la cronaca ci parla spesso di persone che si tolgono la vita spinte dalla disperazione, maturata proprio nella solitudine. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questi drammi, e ognuno, secondo le proprie possibilità, deve impegnarsi a togliere un pezzo di solitudine agli altri. Va fatto non tanto con le parole, ma soprattutto con impegno, amore, competenza, e mettendo in gioco il grande valore aggiunto che è la nostra presenza personale.
Va fatto con vicinanza, con tenerezza. Questa parola, tenerezza, rischia di cadere dal dizionario perché la società attuale non la usa tanto. Solo quando ci mettiamo in gioco in prima persona possiamo fare la differenza.
Ad esempio, è solidarietà impegnarsi per dare lavoro equamente retribuito a tutti; permettere a contadini resi più fragili dal mercato di far parte di una comunità che li rafforza e li sostiene; a un pescatore solitario di entrare in un gruppo di colleghi; ad un facchino di essere dentro una squadra, e così via. In questo modo, cooperare diventa uno stile di vita. Ecco: cooperare è uno stile di vita. “Io vivo, ma da solo, faccio il mio e vado avanti…”. È un modo di vivere, uno stile di vita. L’altro invece è: “Io vivo con gli altri, in cooperazione”. È un altro stile di vita, e noi scegliamo questo.
A questo proposito, un episodio del Vangelo di Marco ci viene in aiuto: «[Gesù] entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i peccati”» (2,1-5). E poi lo guarì.
Quando pensiamo a questa pagina del Vangelo siamo subito attirati dal grande miracolo del perdono e successivamente della guarigione fisica di quest’uomo; ma forse ci sfugge un altro miracolo: quello dei suoi amici. Quei quattro uomini si caricano sulle spalle il paralitico; non rimangono indifferenti davanti alla sofferenza dell’amico malato; non si mimetizzano in mezzo alla folla con tutti gli altri per ascoltare Gesù. Questi uomini compiono un gesto miracoloso: si mettono insieme e, con una strategia vincente e creativa, trovano il modo non solo di prendersi in carico quest’uomo, ma anche di aiutarlo a incontrare Colui che può cambiare la sua vita. E non potendolo fare attraverso la via più semplice, a causa della folla, hanno il coraggio di arrampicarsi sul tetto e scoperchiarlo. Sono loro che aprono il varco attraverso il quale il paralitico potrà avvicinarsi a Gesù e uscire cambiato da quell’incontro. L’Evangelista nota che Gesù si rivolse a quell’uomo «vedendo la loro fede», cioè la fede di tutto il gruppo: del paralitico e degli amici.
In questo senso possiamo dire che la cooperazione è un modo per “scoperchiare il tetto” di un’economia che rischia di produrre beni ma a costo dell’ingiustizia sociale. È sconfiggere l’inerzia dell’indifferenza e dell’individualismo facendo qualcosa di alternativo e non soltanto lamentandosi.
Chi fonda una cooperativa crede in un modo diverso di produrre, un modo diverso di lavorare, un modo diverso di stare nella società. Chi fonda una cooperativa ha un po’ della creatività e del coraggio di questi quattro amici del paralitico. Il “miracolo” della cooperazione è una strategia di squadra che apre un varco nel muro della folla indifferente che esclude chi è più debole. Una società che diventa muro, fatta dalla massa di tanti individui che non pensano e non agiscono come persone, non è in grado di apprezzare il valore fondamentale delle relazioni. Non si può agire veramente come persone quando si è malati di indifferenza ed egoismo. Allora, in realtà, il vero “paralitico” non è quell’uomo che portarono arrampicandosi per metterlo davanti a Gesù; il vero paralitico è la folla, che impedisce di arrivare a una soluzione. Una folla fatta di individui che guardano solo i propri bisogni senza accorgersi degli altri, e così non scoprono mai il gusto pieno della vita. L’individualismo impedisce la piena felicità, perché esclude l’altro dall’orizzonte. Quando rimango cieco davanti alla sofferenza e alla fatica degli altri, in realtà rimango cieco davanti a ciò che potrebbe rendermi felice: non si può essere felici da soli. Gesù nel Vangelo lo dice con una frase lapidaria: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma poi perde o rovina se stesso?» (Lc 9,25).
Cari fratelli e sorelle, viviamo in un mondo che è preso dalla frenesia di possedere, e che fa fatica a camminare come comunità. L’egoismo è sempre forte. Il lavoro che portate avanti da cento anni è quello di opporre la relazione all’individualismo, la squadra all’interesse, il benessere di tutti agli interessi di pochi. Ho già avuto modo di raccontare in altre occasioni ciò che mi rimase impresso quando avevo 18 anni, nel 1954, ascoltando parlare mio padre proprio di questo tema. Fin da allora mi sono convinto che la cooperazione cristiana è la strada giusta. Magari economicamente può sembrare più lenta, ma è la più efficace e sicura, quella che arriva più in avanti.
Per questo mi sono piaciute le parole del Presidente, che rappresentano con umiltà il grande impegno che la cooperazione ha profuso nel Paese e nel mondo.
In particolare, sono lieto di sentire che avete frequentato le periferie esistenziali dove si annidano di più le vulnerabilità: è questo il luogo privilegiato della nostra testimonianza. Insistere sulla categoria delle periferie è dovuto alla scelta che ha fatto Gesù, il Figlio di Dio, venendo nel mondo. Egli ha scelto la periferia come centro della sua missione. E non l’ha fatto solo geograficamente venendo al mondo in una periferia del grande impero romano, ma lo ha fatto andando incontro ad ogni uomo messo in periferia a causa della povertà, della malattia e dei suoi stessi sbagli.
In questo mondo globalizzato, dobbiamo metterci in sintonia con quello che insegna la dottrina sociale della Chiesa quando parla della centralità della persona. San Giovanni Paolo II ha spiegato bene tutto questo nell’Enciclica Centesimus annus. A un certo punto scrive: «Se un tempo il fattore decisivo era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè […] la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro» (n. 32).
Dovremmo quindi comprendere l’importanza di far acquisire abilità professionali e offrire percorsi di formazione permanente, specialmente a quelle persone che vivono ai margini della società e alle categorie più svantaggiate.
A questo riguardo, sono soprattutto le donne che, nel mondo globale, portano il peso della povertà materiale, dell’esclusione sociale e dell’emarginazione culturale. Il tema della donna dovrebbe tornare a essere tra le priorità dei progetti futuri in ambito cooperativo. Non è un discorso ideologico. Si tratta invece di assumere il pensiero della donna come punto di vista privilegiato per imparare a rendere la cooperazione non solo strategica ma anche umana. La donna vede meglio che cos’è l’amore per il volto di ognuno. La donna sa meglio concretizzare ciò che noi uomini a volte trattiamo come “massimi sistemi”.
Cari amici, vi auguro che i cento anni passati spalanchino davanti a voi scenari di impegno nuovi e inediti, rimanendo sempre fedeli alla radice da cui tutto è nato: il Vangelo. Non perdete mai di vista questa sorgente, e rintracciate nei gesti e nelle scelte di Gesù ciò che più può ispirarvi nel vostro lavoro.
Vi benedico di cuore, vi incoraggio e vi dico che nutro molta speranza per quello che fate. Sono certo che è una speranza ben riposta. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!




Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede.

Manuale di sopravvivenza
Rompere gli automatismi della Fede e tornare alla sostanza

Sergio Massironi (Osservatore Romano 03 giugno 2019).

Risulterà irriverente, dissacrante, a qualcuno persino ingiusto. A volte, infatti, nelle cose che contano non siamo capaci di ironia. Il tratto sovversivo con cui Alberto Porro, sin dal titolo (Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede, Milano, Bompiani, 2019, pagine 112, euro 12) fa del suo libro — in libreria dal 5 giugno — un invito a pensare, è però una dichiarazione d’amore: alla Chiesa stessa, nella sua forma feriale in cui tutti, ma proprio tutti, possono trovare casa. Con qualche accorgimento, certo, nel senso che occorre cimentarsi, tenerci, far qualcosa per sentire nuova freschezza in un’appartenenza antica e non più scontata. Il piccolo volume percorre i gesti caratteristici della vita parrocchiale — andare a messa la domenica, ascoltare la predica, sposarsi in chiesa, invitare il prete a cena, mandare i figli al catechismo, obbedire ciecamente al parroco, fare la carità, per citarne alcuni — offrendo di ciascuno una descrizione, segnalando un pericolo, proponendo “tattiche” per trasformare ogni problema in nuovo inizio.
Un manifesto di resilienza, quindi? Molto di più. Ci sono temi che solo l’ironia consente di affrontare. Fossero posti accademicamente, i teologi si scatenerebbero. Meglio tentare di far sorridere anche loro, strana ma imprescindibile categoria: allo studio critico della rivelazione cristiana, infatti, conviene esistano narrazioni acute e potenti della configurazione che la fede assume tra le cose di ogni giorno. Il fatto dell’incarnazione vincola fin dall’inizio il pensiero cristiano a contesti determinati e a persone reali cui è dovuto — se si pensa allo scrivere degli evangelisti o all’energia delle parabole — uno sguardo solare e attento. Pensiamo, però, all’ultima cena: «Come abbia fatto un’occasione così intima tra il maestro e i suoi più cari compagni di viaggio a diventare quella cosa noiosa, ripetitiva, intoccabile, molto sacra in certi posti e molto profana in altri, che oggi chiamiamo Santa Messa è una storia lunga», scrive Porro.
Il suo stile e l’intesa coltivata col lettore, del cristianesimo primitivo ricercano allora positività e intimità. Operazione interessante, spirituale; linfa che le scene descritte, le povertà narrate, le strategie proposte mettono di nuovo in circolo. Inizia già con la lettura l’esperienza invocata da chi ogni domenica si nutre al pane della Parola: «Dovrebbe essere che tu, prete, mi spieghi per favore perché oggi leggiamo quel Vangelo, perché quel testo antico rivive qui e ora e cosa c’entra con i miei problemi. Sai risvegliare la curiosità, l’attenzione, la sorpresa in chi ti sta di fronte? Sai toccare un sentimento reale che stabilisca un contatto con chi ti ascolta? In fondo l’emozione è una parte importante della nostra vita, è il cuore che batte, l’amore che si fa strada o la tristezza che ci assale. Farmi sentire vivo e farmi risuonare davanti le parole della Scrittura: questo, caro predicatore, dovresti far accadere. Tu che parli devi diventare ciò che dici e lasciare dietro di te l’eco di alcune grandi domande e una piccola indicazione per aiutarmi a trovare una risposta. Non una rispostina. In alternativa rimane sempre un sontuoso, promettente silenzio».
Aver rotto il silenzio è non solo un merito, ma un servizio che Porro fa al cattolicesimo popolare, specie italiano. Al suo futuro. Alle sue implicazioni comunitarie e persino civili. «La messa è pericolosa anche perché ti fa credere che intorno a te esiste un gruppo di persone che non vedono l’ora di rivederti alla fine di una settimana terrificante per darti una pacca sulla spalla. Stare a messa ti fa credere che non sei solo ma fai parte di una comunità. E invece non è vero. Tu prima ci credi, poi ti giri e non c’è più nessuno. Tu ci credi, ma quando sei nei guai ti rendi conto che non hai il numero di telefono di nemmeno uno dei tuoi confratelli. Ma dov’è la comunità in questa parrocchia?».
Ci sono affondi discutibili, problematici. Nel senso migliore: problematizzano. Una fede ridotta a precetto, ad esempio: «Da che mondo è mondo essere cattolico significa in sostanza andare a messa la domenica e confessarsi almeno una volta all’anno (…). Se poi produci rifiuti tossici ed evadi sistematicamente le tasse non importa, quello che conta è non perdere la messa». Col coraggio — supportato da competenze che il genere letterario tenta solo di mascherare — di interrogare i precetti stessi, le norme, la natura del rito. Quando Porro, ad esempio, oppone la forza dell’ironia alle norme liturgiche che vogliono lo scambio di pace facoltativo, povero di gestualità, ridotto ai soli vicini, che cosa sta facendo? Della liturgia non capisce nulla, o ne riconosce e interroga la struttura fondamentale? Invade da battezzato il campo del clero, o chiede giustamente conto della fedeltà dei segni al loro Fondatore? In qualche frangente il teologo impallidirà, ma ben vengano poi le sue competenze. Importa intanto la questione: rompere gli automatismi, fuggire la banalità, lasciar entrare lo Spirito, respirare.
I preti escono un po’ bastonati dalle pagine di questo libro, come del resto da certi richiami di Papa Francesco alla loro vocazione. Emerge, tuttavia, un chiarissimo e paterno amore per loro, esposti da secoli a un’eccessiva centralità, alle proprie e altrui aspettative di autorità e perfezione. Sempre più prigionieri, in una società secolarizzata, di linguaggi tanto estranei a quelli comuni. Porro offre ai laici strategie per un “recupero” che dia ai sacerdoti amicizia, consolazione ed essenzialità. Piedi per terra, per guadagnare il giusto modo di indicare il cielo. «Ecco il pericolo: il prete parla tanto e parla soprattutto di sé. Non è incuriosito dalla vostra vita. La cosa è anche comprensibile, nel senso che se uno ha capito tutto del mondo e delle persone e deve solo applicare la teoria alla pratica non ha poi tanto bisogno di conoscere come siano davvero le persone». E allora la tattica: «Continuate a interrompere (…) intervenite, fate domande che non c’entrano nulla con il suo discorso, anzi, più che domande devono essere pugni nello stomaco, tipo: hai bisogno di aiuto? Perché abiti da solo? Voi preti non potreste vivere insieme? Quanto tempo passi su internet? Ma cosa volevi dire domenica nella predica, di preciso? (…) Come fate con i soldi in parrocchia? Vuoi che ci occupiamo noi — insieme a te, sia chiaro — della pastorale delle famiglie? Quante sono le famiglie, quando le incontri? Come sono le lasagne? Le apparizioni della Madonna meglio lasciarle stare. Dovete sparigliare, squinternare il suo sistema ordinato e tranquillizzante e spostare la conversazione sul piano umano, della relazione. È proprio lì che affiora l’uomo, con le sue qualità, il suo carattere e il desiderio di diventare grande insieme a voi, anche se ha una laurea in teologia».
Si profila, pagina dopo pagina, un reciproco accompagnarsi tra battezzati con sensibilità e vocazioni diverse, resi compagni di viaggio dalla qualità di ciò che credono, dallo spessore del Mistero. Sorprende come l’ironia disinneschi i potenziali aspetti di contrapposizione, ad esempio tra laicato e clero, ma anche tra uomini e donne, lasciando emergere il comune bisogno di ripartire, di costruire, di uscire da una stagione di rassegnazione e di lamento. Circolano forme di satira del tutto diverse: nostalgiche, distruttive. L’etimo di sarcasmo è «fare a pezzi la carne» ed effettivamente si può annichilire, disintegrare l’altro con parole che suscitino un riso sguaiato, omicida. C’è una pratica tutta ecclesiastica di questo humor agli antipodi dell’ironia vera, che invece alleggerisce, solleva, fa pensare. Quella di cui osserva Massimo Cacciari: «Come si fa a non sentire questo timbro nelle parole di Gesù? Ma direi ancora di più: non è piena di ironia tutta la parola di Gesù? Ironia nel senso letterale del termine, di gusto del paradosso. Il paradosso che invita alla ricerca. La parabola che timbro ha se non questo?». Sopravvivere alla Chiesa cattolica, allora, non significa negarne la santità o misconoscerne la natura. Al contrario, in quel linguaggio vivo dell’esperienza umana che è la narrazione, si tratta per Alberto Porro di reagire con il sorriso al declino e alla trasandatezza, operando intelligentemente perché la fede non si perda, ma cresca e vivifichi le persone e la società. È come se a tutti i cristiani l’autore augurasse quanto scrive della categoria a maggior rischio d’estinzione: «Conosco alcune suore che sono splendide donne. Non imitano nessuno, men che meno gli uomini, pensano con la loro testa, non hanno paura del contatto umano né di dire la loro, anche se nei consessi ecclesiali capita che non possano esprimere il loro voto. Stanno dritte in piedi, guardano lontano e amano, amano con un cuore di donna consacrato, donato per sempre al loro Amore, un dono di sé che le rende libere di stare senza paura in un mondo di uomini. Libere di non trovare la morale a tutti i costi. Libere di non convertirti entro i prossimi dieci minuti. Auguro a mia figlia di incontrarne qualcuna sulla sua strada, prima o poi».




CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.
DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Preghiamo.
O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.

Sal 109 Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore
Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion:
«Domina in mezzo ai tuoi nemici.
A te il principato nel giorno della tua potenza
tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».
Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

Dal vangelo secondo Luca 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

 DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Una necessaria premessa.
La liturgia ci porta dal Dio Estremo, Dio OMNIA = Tutto (onni-potente, onni-sciente, onni-veggente…) contemplato domenica scorsa nella Trinità, al Dio FRAMMENTO contemplato nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, che è un duplicato della celebrazione “In coena Domini” del Giovedì Santo pasquale.
È noto che il Corpus Domini – così si chiamava – è una festa di origine medioe­vale nata come risposta ad una “rivelazione” della monaca Giuliana di Mont­ Cornillon, avvenuta nel 1246, in un’epoca ca­ratterizzata da una grande devozione verso l’eucaristia. La prima celebrazione della festa del Corpus avvenne a Liegi nel 1247; papa Urbano IV estese tale festa a tutta la chiesa nel 1264 per motivi devozionali[1] e apologeti­ci: affermare la fede cattolica nella presenza reale contro gli errori di Berengario di Tours, il quale riteneva che il pane eucaristico poteva contenere solo una presenza simbolica e non effettiva del cor­po di Cristo. Ebbene, «il motivo apologetico che de­terminò il sorgere della festa ne ha costitui­to anche il limite del contenuto e cioè l’eccessiva attenzione alla presenza reale considerata in modo trop­po indipendente dal mistero eucaristico tota­le» (A. Bergamini, Cristo festa della Chiesa).
Questo limite è stato, almeno nell’inten­zione, superato dalla riforma liturgica pro­mossa dal Concilio Vaticano II° mediante il cambiamento della denominazione (Solennità del Corpo e Sangue del Signore) e l’arric­chimento, nel Messale, delle preghiere e dei testi biblici della Messa propria. Il risultato è che oggi la festa del corpo e san­gue di Cristo non è più la festa della presen­za reale, ma del mistero eucaristico nei suoi vari aspetti.

Un Pane per i deboli.
Padre Ermes Ronchi scrive che il preludio alla narrazione della “moltiplicazione dei pani” in Luca ci ricorda che noi, come i 5000 uditori di Gesù (praticamente una “parrocchia”!), non abbiamo una “robusta e sana costituzione fisica”: «Io mi riconosco nelle parole con cui Luca li rievoca: “Gesù prese a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. C’è tutto l’uomo in queste parole; il suo nome è: creatura-che-ha-bisogno di Dio e di cure, di pane e di assoluto. Vi è riassunta tutta la missione di Gesù: lui è Parola di Dio e guarigione della vita. La prima riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono uno di quegli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me, si prenda cura, guarisca la mia vita. Ho un desiderio inappagato e non so neppure di che cosa, ma so che niente fra le cose create lo potrà saziare».
La nostra storia assomiglia molto a quella ricordata da Deuteronomio 8,2-3.14-16: «Mosé parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ho fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”».
Il contesto topografico della narrazione evangelica di oggi è esattamente lo stesso: il deserto. Ce lo ricordano gli apostoli che dicono: «… qui siamo in una zona deserta». Camminiamo in una terra assetata e senz’acqua, piena di serpenti velenosi e di scorpioni. Alcuni valori essenziali per la sopravvivenza umanizzata sono messi in questione: non parlo solo dei beni essenziali per la vita fisica di cui mancano milioni di persone, ma anche la diminuzione della tenerezza, della comunicazione, della ospitalità, del silenzio, della serena semplicità di vita. La tradizione ebrea vuole ricordare non solo l’evento dell’esodo, ma anche ricordare le sorprese giunte improvvisamente dentro tale situazione: un’acqua scaturita da un’improbabile sorgente rocciosa e la manna, un frutto sconosciuto ed energetico trovato in qualche cespuglio di oasi. E’ come proclamare che un amore irrompe dentro, creando sorprese. Poi, si sa, la manna non durava che per un giorno. La precarietà restava. Il vecchio sistema durava per forza d’inerzia, il nuovo è come un fiore che appena sboccia subito avvizzisce. La novità non è mai acquisita una volta per tutte. E se non scaturisce nulla è perché battiamo la pietra con diffidenza. L’evidenza è il vecchiume e non la novità; l’evidenza è il mercato e non la tenerezza; l’evidenza è la divisione e non la comunione. Noi dovremmo essere gli esegeti della novità.

Un sacerdozio “universale”.
La prima lettura di oggi potrebbe cadere sulle assemblee domenicali come un asteroide caduto chissà da dove; richiede un’ambientazione. Abramo è reduce da una spedizione che ha liberato suo nipote Lot sequestrato dagli uomini di una coalizione di quattro re. Al ritorno dalla vittoriosa impresa un re alleato di nome Melchisedek “offre”, oppure “tira fuori” pane e vino. Sacrificio a Dio o semplice pasto di ospitalità? L’interpretazione tradizionale ha attribuito al gesto un significato sacerdotale. La Lettera agli ebrei (7,1-5) vi ha costruito sopra una riflessione teologica intorno a Cristo, unico sacerdote della chiesa e del mondo: è un misterioso personaggio di cui non si conoscono i genitori e quindi ha un sacerdozio esercitato non per discendenza ereditaria dalla tribù di Levi. Aveva detto Gesù: «Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Matteo 3, 9). Oggi mi viene anche il sospetto che Dio renda partecipe al sacerdozio di Cristo uomini e donne cavati fuori dalle pietraie confinanti con caste, seminari e conventi.
L’evento permette anche di cogliere la dimensione universale dell’eucaristia. Giovanni Paolo II° scriveva, in una lettera del 13 marzo 2005, «Il corpo e il sangue di Cristo sono dati per la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. E’ una salvezza integrale e al tempo stesso universale, perché non c’è uomo che, a meno di un libero atto di rifiuto, sia escluso dalla potenza salvifica del sangue di Cristo. Si tratta di un sacrificio offerto per «molti», come recita il testo biblico (Mc 14,24; Mt 26,28; cfr Is 53, 11-12) con una tipica espressione semitica che implica la totalità degli esseri umani ai quali essa è offerta: è sangue «versato per voi e per tutti», come in alcune traduzioni legittimamente si esplicita». Ciò sia detto ad avvertimento per una certa lobby di liturgisti nostalgici che attualmente sta tentando di introdurre nella liturgia una traduzione restrittiva che suonerebbe così: «versato per voi e per molti». Abbiamo fatto dell’Eucaristia qualcosa che tiene lontano la gente, forse anche perché ne abbiamo fatto qualcosa di clericale o puramente devozionale. Invece, il contesto del vangelo è un contesto laico («… qui siamo in una zona deserta»); dire “laico” significa sottolineare che c’è questa folla che ha bisogno e che Gesù l’accoglie e guarisce quanti hanno bisogno di cure. L’Eucaristia ha valenza per la vita di tutti. Perché la gente del nostro quartiere non percepisce la misericordia del Signore celebrando con noi l’Eucaristia?

 Eucaristia domenicale: dove si intrecciano miracoli.
1) «Date a loro voi stessi da mangiare…li diede ai discepoli perché li distribuissero». Gesù usa i pani e i pesci, piccolo patrimonio della terra e del lavoro dell’uomo. San Beda, monaco benedettino del sec. VI° , ne dava interpretazione simbolica: «I cinque pani sono i cinque libri di Mosè…I due pesci significano gli scritti poetici e profetici, i quali, gli uni col canto, gli altri con le parole, narravano ai loro ascoltatori i futuri misteri di Cristo e della Chiesa. Ruppe i cinque pani e i due pesci e li distribuì ai discepoli quando svelò loro il senso per comprendere ciò che su di lui era stato scritto nella Legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi»[2].  L’Evangelista Giovanni scrive che è Gesù stesso a distribuire il tutto. Per l’evangelista Luca invece lo dà ai discepoli perché siano loro a distribuirlo. Inutile complicazione? Oppure è la consegna di una responsabilità eucaristica e solidale? Il dialogo tra Gesù e i dodici mette in evidenza gli apostoli che propongono una soluzione “realista” mandando la gente ad arrangiarsi. La predicazione è gratis ma il pane no: un toscanaccio, mio compagno di lavoro, tra i fumi della saldatura mi ripeteva spesso: “Voi cristiani siete fratelli in orazione, ma non a colazione!”. E ogni volta gli dovevo dare ragione. La prospettiva di Gesù, al contrario, riguarda anche la soluzione ai bisogni materiali della gente. Scriveva Mons. Tonino Bello: «Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Cinque pani e due pesci bastano. È l’accaparramento invece che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane dalle mani di uno passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti. Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto. E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più. È la divisione, la divisione!»[3]. «Paradossal­mente, proprio la povertà che i discepoli vedono come ostaco­lo, è per Gesù lo spazio necessario del dono e l’elemento indi­spensabile affinché quel «dar da mangiare» non sia solo dispie­gamento di efficienza umana, ma segno della potenza, delle be­nedizione e della misericordia di Dio e luogo di instaurazione di fraternità e di comunione»[4].

2) «levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede…». Il gesto di “alzare gli occhi al cielo” mette in evidenza l’atteggiamento orante di Gesù che vive in permanente comunione con il Dio del Regno; la “benedizione” (la berakà ebraica) è una preghiera che esprime gratitudine e lode per dono che si è ricevuto o si sta per ricevere. Gesù non benedice gli alimenti, perché per lui “tutti gli alimenti sono puri” (Mc 7,19), ma benedice Dio, riconoscendolo come la fonte di tutti i doni e di tutti i beni. Il gesto di “spezzare il pane e di distribuirlo” ricorda indiscutibilmente l’ultima cena di Gesù, dove il Signore riempie di nuovo senso il pane e il vino del pasto pasquale, rendendogli segno sacramentale della sua vita e della sua morte, come dinamismo d’amore fino all’estremo per i suoi.

3) «Tutti mangiarono e si saziarono…». La sazietà è la conseguenza dell’azione potente di Dio nel tempo messianico (Es 16,12; Sal 22,27; 78,29; Ger 31,14). Gesù è il grande profeta degli ultimi tempi, che ricapitola in se le grandi azioni di Dio che alimentò il suo popolo nel passato.

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[1] Vedi la tradizione del cosiddetto “miracolo di Bolsena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_di_Bolsena).
[2] Omelie sui Vangeli 2.2
[3] T. Bello, Laudate et benedicite, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1998
[4] Eucaristia e Parola. A cura di E.Bianchi, G.Boselli, Lisa Cremaschi e L. Manicardi della Comunità di Bose. Ed. V&P