Ministero della Pace
Proposta da una Rete di Associazioni

L’Europa si riarma, un coro di voci cattoliche vuole un ministero della Pace.
Giuseppe Muolo AVVENIRE martedì 24 giugno 2025

 Una rete di sigle rilancia, in risposta al piano RearmEu, la vecchia idea di don Benzi. Manfredonia (Acli): «Bisogna cambiare cultura». Notarstefano (Ac): «Scontro continuo è un gioco al massacro».

Riaccendere i riflettori sulla necessità di un Ministero della Pace. Non nuova, ma sempre valida idea (anche alla luce della cronaca) di don Oreste Benzi. È univoca la proposta di Fondazione Fratelli TuttiAzione Cattolica ItalianaAssociazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Acli. L’hanno presentata ieri, a Roma, nell’auditorium “Bachelet” della Domus Mariae. L’iniziativa è stata promossa dalla campagna “Ministero della Pace” e sottoscritta da oltre 30 realtà associative ed enti del mondo cattolico.

Secondo Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli, infatti, «per preparare la pace bisogna prepararsi alla pace, senza aumentare le spese militari», come si pensa di fare al vertice Nato a L’Aja. Perché in questo modo «si fomentano solo le paure e le angosce delle persone e si pensa che la difesa armata sia la sola strada possibile». Bisogna «cambiare cultura». Una missione che «può sembrare utopica, ma è l’unica possibile».
Il ministero della Pace va proprio in questa direzione. Tra i suoi obiettivi ci sono la promozione della comunicazione e della trasformazione nonviolenta dei conflitti, della giustizia riparativa e dell’educazione alla pace nei curricula scolastici e universitari; l’adozione di strumenti di mediazione e prevenzione dei conflitti sociali e ambientali; l’avvio di azioni e di attività di monitoraggio per la riconversione civile dell’industria bellica; il sostegno ai Corpi civili di pace, al Servizio civile universale e alle altre forme di difesa civile non armata e nonviolenta; e infine il supporto a una cooperazione internazionale equa e sostenibile. Inoltre, sono stati pensati due organi propositivi e consultivi per programmare e progettare. Il loro scopo è indicare le priorità da coordinare a livello nazionale.
Una proposta, secondo padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, che indica «un modo diverso di vivere, capace di intendere la giustizia come riparativa e non vendicativa, di mediare i conflitti, di dialogare e di porre un sogno all’interno della società, non la paura e la vendetta che animano oggi gli interessi politici dei grandi e dei potenti».
Matteo Fadda, presidente dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ha ricordato che l’idea di un ministero simile è nata da un’intuizione di don Oreste Benzi. Gli venne in mente negli anni ‘90, in seguito all’esplosione della guerra nella ex Jugoslavia. «Da quel momento in poi – ha sottolineato – cominciò a pensare a un organismo istituzionale per costruire la pace con opere diverse che intervenissero sul piano educativo, sociale, legislativo, della sicurezza e, quindi, anche delle relazioni internazionali, della diplomazia e del dialogo».
Una visione che torna oggi più che mai d’attualità, «in un momento in cui il mondo ha preso una direzione totalmente diversa», ha sottolineato Giuseppe Notarstefano, presidente di Azione Cattolica Italiana. «Il tema – ha aggiunto – è cercare di superare la convinzione che l’unica via possibile per i conflitti sia lo scontro continuo tra Paesi, che è un gioco al massacro». Invece occorre «riprendere una logica di multilateralismo, rafforzare gli organismi internazionali e promuovere un maggiore coordinamento delle politiche pubbliche». La stessa via l’ha indicata Laila Simoncelli, coordinatrice nazionale della campagna, che ha esortato tutti a «creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti e strutture più solidali».
Tra gli altri, è intervenuta anche Giovanna Martelli, della Fondazione Rut, già deputata del Pd. «Ragionare in modo multidisciplinare su questi temi – ha detto – è molto importante anche in una società come la nostra che sembra apparentemente in pace, ma vede recrudescenze violente in tanti ambiti».




22 giugno 2025. Corpo e sangue
DIO IN FRAMMENTI DI PANE

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.
Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.
Salmo 109 Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.
Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: «Domina in mezzo ai tuoi nemici.
A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».
Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
Dal vangelo secondo Luca 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Una necessaria premessa.
La liturgia ci porta dal Dio Estremo, Dio OMNIA = Dio TUTTO (onni-potente, onni-sciente, onni-veggente…) contemplato domenica scorsa nella Trinità, al Dio FRAMMENTO contemplato nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, che è un duplicato della celebrazione del Giovedì Santo pasquale.
È noto che il Corpus Domini – così si chiamava – è una festa di origine medioe­vale nata come risposta ad una “rivelazione” della monaca Giuliana di Mont­ Cornillon, avvenuta nel 1246, in un’epoca ca­ratterizzata da una grande devozione verso l’eucaristia. La prima celebrazione della festa del Corpus Domini avvenne a Liegi nel 1247; papa Urbano IV estese tale festa a tutta la chiesa nel 1264  per motivi devozionali[1] e apologeti­ci: affermare la fede cattolica nella presenza reale contro gli errori di Berengario di Tours, il quale riteneva che il pane eucaristico poteva contenere solo una presenza simbolica e non effettiva del cor­po di Cristo. Ebbene, «il motivo apologetico che de­terminò il sorgere della festa ne ha costitui­to anche il limite del contenuto e cioè l’eccessiva attenzione alla presenza reale considerata in modo trop­po indipendente dal mistero eucaristico tota­le» (A. Bergamini, Cristo festa della Chiesa).
Questo limite è stato, almeno nell’inten­zione, superato dalla riforma liturgica pro­mossa dal Concilio Vaticano II mediante il cambiamento della denominazione (Solennità del Corpo e Sangue del Signore) e l’arric­chimento, nel Messale, delle preghiere e dei testi biblici della Messa propria. Il risultato è che oggi la festa del corpo e san­gue di Cristo non è più la festa della presen­za reale, ma del mistero eucaristico nei suoi vari aspetti.
Un Pane per i deboli.
Padre Ermes Ronchi scrive che Luca ci ricorda che noi, come i 5000 uditori di Gesù (praticamente una “parrocchia”!), non abbiamo una “robusta e sana costituzione fisica”: «Gesù prese a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. C’è tutto l’uomo in queste parole; il suo nome è: creatura-che-ha-bisogno di Dio e di cure, di pane e di assoluto. Vi è riassunta tutta la missione di Gesù: lui è Parola di Dio e guarigione della vita. La prima riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono uno di quegli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me, si prenda cura, guarisca la mia vita. Ho un desiderio inappagato e non so neppure di che cosa, ma so che niente fra le cose create lo potrà saziare».
La nostra storia assomiglia molto a quella ricordata da Deuteronomio 8,2-3.14-16: «Mosé parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ho fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”».
Il contesto topografico della narrazione evangelica di oggi è esattamente lo stesso: il deserto. Ce lo ricordano gli apostoli che dicono: «… qui siamo in una zona deserta». Camminiamo in una terra assetata e senz’acqua, piena di serpenti velenosi e di scorpioni. Alcuni valori essenziali per la sopravvivenza umanizzata sono messi in questione: non parlo solo della diminuzione dei beni essenziali per la vita fisica di cui mancano milioni di persone, ma anche della diminuzione della tenerezza, della comunicazione, della ospitalità, del silenzio, della serena semplicità di vita. Le guerre per procura stanno uccidendo e affamando milioni di persone. Gaza è in agonia per bombe e per fame volutamente procurata, con tassi allarmanti di malnutrizione acuta tra i bambini più piccoli e un significativo aumento della mortalità.
Il pane che manca urla più forte dei nostri devoti canti e delle nostre annoiate processioni.
La tradizione ebrea vuole ricordare non solo l’evento dell’esodo, ma anche ricordare le sorprese giunte improvvisamente dentro tale situazione: un’acqua scaturita da un’improbabile sorgente rocciosa e la manna, un frutto sconosciuto ed energetico trovato in qualche cespuglio di oasi. E’ come proclamare che un amore irrompe dentro, creando sorprese. Poi, si sa, la manna non durava che per un giorno. La precarietà restava. Il vecchio sistema durava per forza d’inerzia, il nuovo è come un fiore che appena sboccia subito avvizzisce. La novità non è mai acquisita una volta per tutte. E se non scaturisce nulla è perché battiamo la pietra con diffidenza. L’evidenza è il vecchiume e non la novità; l’evidenza è il mercato e non la tenerezza; l’evidenza è la divisione e non la comunione. Noi dovremmo essere gli esegeti della novità.
Un sacerdozio “universale”.
La prima lettura di oggi potrebbe cadere sulle assemblee domenicali come un asteroide caduto chissà da dove; richiede un’ambientazione.  Abramo è reduce da una spedizione che ha liberato suo nipote Lot sequestrato dagli uomini di una coalizione di quattro re. Al ritorno dalla vittoriosa impresa un re alleato, di nome Melchisedek, “offre” (oppure “tira fuori”) pane e vino. Sacrificio a Dio o semplice pasto di ospitalità? L’interpretazione tradizionale ha attribuito al gesto un significato sacerdotale. La Lettera agli ebrei (7,1-5) vi ha costruito sopra una riflessione teologica intorno a Cristo, unico sacerdote della chiesa e del mondo: è un misterioso personaggio di cui non si conoscono i genitori e quindi ha un sacerdozio esercitato non per discendenza ereditaria dalla tribù di Levi. Aveva detto Gesù: «Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Matteo 3, 9).  Oggi mi viene anche il sospetto che Dio voglia rendere partecipe al sacerdozio di Cristo uomini e donne cavati fuori da ruvide pietraie e non solo da seminari e conventi.
Eucaristia domenicale: dove si intrecciano miracoli.
1) «Date voi stessi da mangiare…li diede ai discepoli perché li distribuissero». Gesù usa i pani e i pesci, piccolo patrimonio della terra e del lavoro dell’uomo. San Beda, monaco benedettino del sec. VI , ne dava interpretazione simbolica: «I cinque pani sono i cinque libri di Mosè…I due pesci significano gli scritti poetici e profetici, i quali, gli uni col canto, gli altri con le parole, narravano ai loro ascoltatori i futuri misteri di Cristo e della Chiesa»[2]. L’Evangelista Giovanni scrive che è Gesù stesso a distribuire il tutto. Per l’evangelista Luca invece lo dà ai discepoli perché siano loro a distribuirlo. Inutile complicazione oppure è la consegna di una corresponsabilità eucaristica solidale? Il dialogo tra Gesù e i dodici mette in evidenza gli apostoli che propongono una soluzione “realista” mandando la gente ad arrangiarsi. La predicazione è gratis ma il pane no: un toscanaccio, mio compagno di lavoro, tra i fumi della saldatura mi ripeteva spesso: “Voi cristiani siete fratelli in orazione, ma non a colazione!”. E ogni volta gli dovevo dare ragione.  La prospettiva di Gesù, al contrario, riguarda anche la soluzione ai bisogni materiali della gente. Scriveva Mons. Tonino Bello: «Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Cinque pani e due pesci bastano. È l’accaparramento invece che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane dalle mani di uno passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti. Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto. E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più. È la divisione, la divisione!»[3].
2) «levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede…». Il gesto di “alzare gli occhi al cielo” mette in evidenza l’atteggiamento orante di Gesù che vive in permanente comunione con il Dio del Regno; la “benedizione” (la berakà ebraica) è una preghiera che esprime gratitudine e lode per dono che si è ricevuto o si sta per ricevere. Gesù non benedice gli alimenti, perché per lui “tutti gli alimenti sono puri” (Mc 7,19), ma benedice Dio, riconoscendolo come la fonte di tutti i doni e di tutti i beni. Il gesto di “spezzare il pane e di distribuirlo” ricorda indiscutibilmente l’ultima Cena di Gesù, dove il Signore riempie di nuovo senso il pane e il vino del pasto pasquale, rendendoli segno sacramentale della sua vita e della sua morte, come dinamismo d’amore.


[1] Vedi la tradizione del cosiddetto “miracolo di Bolsena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_di_Bolsena).
[2] Omelie sui Vangeli 2.2
[3] T. Bello, Laudate et benedicete, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1998




Fare sociale: un luogo teologico e un luogo spirituale
Don S. Abagnale

Fare sociale: un luogo teologico e un luogo spirituale.
https://www.settimananews.it/teologia/castellammare-di-stabia-un-luogo-teologico/

Salvatore Abagnale

A partire da una provocazione teologica ho scritto queste righe sollecitato dall’articolo di Giuseppe Guglielmi apparso su SettimanaNews, in particolare dalla sua sottolineatura del “fare sociale”[1]. Le sue parole mi hanno provocato in profondità, ed hanno suscitato il desiderio sincero di continuare la riflessione partendo dalla mia esperienza concreta di parroco.
Da anni vivo e lavoro a Castellammare di Stabia, (in uno dei tanti comuni della città metropolitana di Napoli), in un quartiere sociale segnato da marginalità profonda (Acqua della Madonna). Ogni giorno mi muovo tra case in degrado, ragazzi senza prospettiva, famiglie appesantite da ferite che si ereditano da generazioni.
È un territorio che non ha bisogno di spiegazioni, ma di presenza. Che non ti chiede se hai le risposte giuste, ma se ci sei davvero. Qui ho imparato che la teologia non può essere solo scritta o pensata: deve essere abitata[2]. Ho imparato che il “fare sociale” non è un’attività collaterale della pastorale, ma un luogo teologico in cui Dio si rivela nel volto dell’altro, nella lotta quotidiana per la giustizia, nel grido silenzioso di chi resiste.
Non scrivo da esperto, ma da testimone. E se queste riflessioni hanno un valore, non lo devono alla loro coerenza teorica, ma alle notti trascorse accanto ai genitori in lacrime, ai ragazzi che cercano una via, ai collaboratori che non si arrendono. Perché la teologia, se vuole toccare davvero la vita, deve prima lasciarsi toccare[3].
Fare, non applicare
In un tempo che ci abitua alla frammentazione e alla velocità, può sembrare paradossale richiamare l’urgenza del fare come dimensione generativa del pensiero teologico. Ma è proprio in questa apparente contraddizione che si nasconde una delle sfide decisive per la teologia contemporanea: non accontentarsi di applicare dottrine al reale, ma abitare il reale come luogo teologico, riconoscendo nel fare – quando è radicato nell’ascolto e nella responsabilità – una sorgente ermeneutica, non una semplice conseguenza pratica. La teologia – se non vuole diventare esercizio museale o ripetizione autoreferenziale – è chiamata a riscoprire il fare sociale non come ambito secondario, ma come il suo ambiente sorgivo. Non si tratta di una teologia ridotta a sociologia religiosa. Si tratta di riconoscere che il reale interroga, che l’umano in cammino – con le sue ferite e i suoi desideri – è una grammatica vivente da cui lasciarsi convertire. Il teologo non è colui che parla di Dio in astratto, ma colui che si lascia ferire dal reale alla luce della Rivelazione. La Scrittura stessa non è un manuale di risposte, ma un racconto di vite in cammino, di scelte incarnate, di storie attraversate da Dio. È nel fare dei profeti, nel loro gesto che rompe l’indifferenza, che la Parola prende corpo. È nel fare di Gesù – che tocca i lebbrosi, spezza il pane, si lascia trafiggere – che la teologia si rivela nella sua forma più vera: non una teoria su Dio, ma l’esperienza di Dio che attraversa la storia.Per questo, parlare di fare significa riconoscere che ogni gesto di giustizia, ogni scelta di prossimità, ogni impegno per la pace o per l’ambiente non è un “dopo” della teologia e della pastorale, ma è essa stessa teologia e missione pastorale, nella misura in cui manifesta – anche implicitamente – la tensione al Regno. L’agire umano non è un campo da colonizzare con idee teologiche, ma un luogo in cui Dio già opera, già parla, già si rivela. Il fare non è l’applicazione della teologia, ma il suo grembo. E allora il pensiero teologico è chiamato a riformularsi: non come sistema chiuso, ma come ascolto sapienziale della realtà, come discernimento spirituale delle tensioni della storia. Dove c’è lotta per la dignità, c’è una domanda di Dio. Dove c’è povertà, grido, emarginazione, c’è già un terreno teologico. Dove c’è speranza – anche fragile – c’è già teologia. L’immagine biblica della creazione ci aiuta: Dio non ha applicato un progetto, ha fatto, ha plasmato, ha visto che era cosa buona. Il fare, per Dio, è atto generativo, non esecutivo. Allo stesso modo, il fare teologico non è una traduzione in pratica di concetti, ma un plasmarsi insieme al reale sotto l’azione dello Spirito.Forse oggi, più che mai, la teologia è chiamata a camminare. A essere pellegrina tra le periferie del mondo, in silenzio, in ascolto, con le mani immerse nella carne delle contraddizioni. È qui che il pensiero si fa profezia, che la parola si fa gesto, che il fare diventa preghiera. Non si tratta di scegliere tra teoria e prassi, ma di riconoscere che, nel Regno, la verità è sempre in azione[4].
Il grembo della teologia
Le intuizioni più vere non nascono nei laboratori della sistematizzazione, ma nel crogiuolo della vita. Non è nel tempo della sicurezza che la teologia genera parole nuove, ma nella tensione vissuta, nel conflitto che lacera e interroga. È lì – tra giustizia e ingiustizia, tra cura e abbandono, tra dignità e sfruttamento – che la domanda su Dio si fa radicale, necessaria, autenticamente umana[5]. La teologia non nasce dopo. Nasce dentro. Dentro i margini, dentro le ferite, dentro il grido. Il fare sociale non è il “dopo” della riflessione teologica, non è l’appendice pastorale di una verità già decisa altrove. È il suo grembo. È il luogo dove lo Spirito plasma, disordina, feconda. C’è una teologia e una progettazione pastorale che si scrive nei trattati, e una teologia e una progettazione pastorale che si scrive nella carne, nelle strade, nei cantieri educativi, nei centri di accoglienza, nei quartieri feriti. Lì dove le mani si sporcano, il cuore si spezza e lo sguardo si alza. È lì che la Chiesa si fa carne, che incontra la storia e la abita non come spettatrice, ma come levatrice di speranza. Il fare sociale – l’esperienza del volontariato, dell’impresa etica, della lotta per i diritti, dell’educazione nei contesti fragili – è già luogo teologico, perché è lì che il Vangelo prende corpo. Non è un ambito parallelo al pensiero cristiano, è la sua carne. È il laboratorio in cui la Parola si fa gesto, in cui l’annuncio si fa silenzio, in cui la fede si misura con il reale. Ma c’è di più: il fare sociale è anche luogo spirituale. È scuola di kenosi, perché è lì che si apprende la logica dell’abbassamento di Cristo[6]. Non c’è teoria che possa sostituire l’esperienza concreta del mettersi a servizio, dell’entrare nei luoghi dove l’umano è più nudo. La croce non è una dottrina: è una postura. E solo dentro il cammino della dedizione, della prossimità, della solidarietà, se ne comprende il peso e la luce. Il grembo della teologia, allora, non è un’aula, ma una soglia. La soglia tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La soglia tra l’uomo e Dio. Una soglia abitata da chi si ostina a credere che il bene sia possibile, e che ogni gesto che lo anticipa – per quanto piccolo – è già profezia del Regno. Non si tratta di portare Dio nel sociale. Si tratta di riconoscerlo già lì. Nascosto, vulnerabile, in attesa. La teologia, se vuole essere fedele alla sua origine pasquale, deve nascere da questo grembo. Deve lasciarsi generare da questo travaglio.
Contaminazione generativa
Se vogliamo generare una teologia e un’azione pastorale capace di futuro, non possiamo proteggerla dietro i vetri blindati dell’accademia o dentro le mura tranquille delle sagrestie. È tempo di lasciarla contaminare. Non nel senso di corromperla, ma di fecondarla, di farle perdere l’innocenza astratta per farle guadagnare la verità dell’incontro. Una contaminazione generativa, che nasce dal contatto con il fare popolare, con l’agire incarnato, con le pratiche di resistenza quotidiana al male e alla rassegnazione. È lì che la teologia si fa adulta: quando si lascia attraversare dalla complessità senza rinunciare alla speranza, quando accoglie le contraddizioni del mondo come luogo di rivelazione, e non come inciampo da eludere. Non basta “applicare” la teologia alla realtà: occorre lasciarsi provocare da essa, lasciarla trasformare dal dolore che incontra, dai volti che ascolta, dai processi che accompagna, dalla cultura contemporanea che può disorientare le nostre presunte certezze[7]. Questa operazione non è solo intellettuale. È spirituale ed ecclesiale. Richiede una conversione. Chiede alla Chiesa – e ai suoi pensatori – di traslocare: di uscire dalle proprie stanze ordinate per abitare le tensioni della storia. Di imparare un’altra grammatica, quella che nasce dal basso, dall’esperienza, dall’incrocio tra vite vulnerabili e desideri inesauditi. Le periferie non sono più – e forse non lo sono mai state – semplici destinatari della missione. Sono fonti di senso. Sono il luogo dove la fede si misura, dove la speranza si fa carne, dove l’amore si verifica. La teologia ha bisogno di camminare. Di farsi pellegrina. Di lasciarsi formare dalla relazione, dall’ascolto, dal discernimento comunitario. Di accettare che la verità non si impone dall’alto, ma si scopre passo dopo passo, insieme, nella condivisione di uno stesso terreno, spesso accidentato, ma sempre gremito di possibilità[8]. In questo senso, il fare sociale non è solo oggetto di riflessione teologica: è suo interlocutore, è sua sorgente. Dove ci sono pratiche di giustizia, di inclusione, di promozione umana, là sta già parlando Dio. La teologia deve imparare a riconoscere questi luoghi, non solo per illuminarli, ma per lasciarsi illuminare. Non si tratta di sostituire il logos con un semplice pathos, né di ridurre la fede a prassi. Si tratta di tessere un pensiero capace di verità, dunque rigoroso e fatto di studio serio, perché radicato nella vita. Un pensiero che non ha paura di sporcarsi, che non teme l’ambivalenza della realtà, che sa cogliere nella polvere delle strade il soffio dello Spirito. Solo così la teologia potrà essere ancora generativa: quando accetterà di contaminarsi con ciò che pulsa, ferisce e trasforma. Quando non si preoccuperà di “difendere” la fede, ma di lasciarla nascere di nuovo, ogni giorno, dentro la carne del mondo.
Un nuovo immaginario
Non possiamo più accontentarci di una teologia e di una progettazione pastorale che osservano, che analizzano, che commentano dall’alto. Non basta più interrogarsi su ciò che accade: è necessario “accadere con”. Essere dentro la storia, lasciarsi inquietare, spostare, convertire da essa. Una teologia che si accontenta del commento, così come una pastorale di conservazione, rischiano di diventare sterile; una teologia e una pastorale che si immergono nei vissuti reali diventano profezia[9]. È tempo di immaginare altro. Di dare forma a una teologia che non sia solo scritta nei libri, ma scolpita nelle vite. Una teologia che prende parola partendo dal silenzio di chi non ha voce. Che si lascia abitare dalla precarietà, dalle crisi educative, dalla solitudine urbana, dall’urlo muto dei territori feriti, come quelli della Terra dei Fuochi. Lì, proprio lì, si ascolta lo Spirito. Non nei santuari ovattati, ma tra le rovine abitate, nei luoghi dove si lotta per un futuro possibile. È nei cortili delle scuole, nelle carceri, nelle cooperative che rinascono dalle mafie, nelle periferie culturali e affettive delle nostre città, nelle molteplici marginalità che Dio continua a scrivere le sue parabole. È lì che la rivelazione si fa presente. Ed è lì che la teologia deve stare. Per questo serve un nuovo immaginario. Non quello del potere, della dottrina come arma, della verità come possesso. Ma quello dell’artigianato spirituale: una teologia vissuta, comunitaria, incarnata. Una teologia che nasce dal popolo, che cresce nel dialogo, che si affina nella concretezza del fare. Che non si limita a “interpretare” le esperienze, ma le assume come luogo generativo di pensiero. Come grembo teologico. Solo così il “fare sociale” potrà smettere di essere l’appendice pastorale dei nostri documenti – l’ultimo capitolo di una teologia già decisa – e tornare a essere l’inizio di ogni discorso su Dio e sulla Chiesa. Perché dove si cura, si accoglie, si educa, si lotta, si costruisce giustizia… lì il Verbo continua a farsi carne. È questa l’urgenza: generare una teologia che accade. Che non si limita a spiegare, ma si compromette. Che non si rifugia nel già detto, ma osa parole nuove. Che non teme la contaminazione con il reale, perché sa che lo Spirito ha scelto proprio il reale come suo luogo di dimora. Solo così potremo sognare una Chiesa all’altezza del Vangelo. E una teologia all’altezza del mondo che cambia.


[1] G. Guglielmi, Sulla teologia rapida /5, in SettimanaNews, 4 maggio 2025.
[2] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 24.
[3] Tonino Bello, Alla finestra la speranza, Molfetta 1997. Nel suo stile profetico e quotidiano, don Tonino Bello amava dire che «la teologia deve avere i calli alle ginocchia e le mani sporche di pane». È un’immagine potentissima, che ci restituisce l’idea di una teologia che nasce dalla preghiera e dal servizio, dalla contemplazione e dall’impasto della realtà. Nel contesto del “fare sociale”, questa espressione ci spinge a uscire dalla dicotomia sterile tra azione e pensiero, spiritualità e impegno, Chiesa e mondo. Don Tonino ci mostra che la santità e la riflessione possono – e devono – intrecciarsi con la fatica del vivere e con l’urgenza dell’umanità. Una teologia che si inginocchia e serve, che si lascia ferire e nutre, è una teologia che profuma di Vangelo e ha qualcosa da dire anche al mondo che soffre.
[4] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Veritatis gaudium, n. 4c.
[5] J.B. Metz, La fede nella storia e nella società, Brescia 1977.
[6] Fil 2,5-11.
[7] Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 97.
[8] C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, Bologna 2000. Theobald, in questo testo fondamentale, propone una visione del cristianesimo non come sistema dottrinale da difendere, ma come stile di vita da incarnare, dentro la storia concreta degli uomini e delle donne del nostro tempo. Lo “stile” non è estetica o optional, ma il modo stesso in cui il Vangelo si rende credibile nel mondo. Theobald ci aiuta a comprendere che non basta “fare qualcosa di buono” per i poveri o i fragili, ma che è necessario assumere un’intera postura cristiana fatta di prossimità, umiltà, dialogo e ascolto. Il fare, in questa prospettiva, non precede né segue il pensiero, ma lo accompagna, lo plasma, lo rivela. La teologia, allora, si fa stile: cioè forma di vita, non solo forma di linguaggio.
[9] Isaia 58,6-11.




15 giugno 2025
PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa

 PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa

Preghiamo. Padre santo e misericordioso, che nel tuo Figlio ci hai redenti e nello Spirito ci hai santificati, donaci di crescere nella speranza che non delude, perché abiti in noi la tua sapienza. Per Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro dei Proverbi 8,22-31
Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».
Salmo 8. O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-5
Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà”.

 PADREFIGLIOSPIRITOSANTONELLACHIESA. Don Augusto Fontana

Noi cristiani non dobbiamo mai perdere di vista che vi è solo “un Dio”. Di fatto, i cristiani ortodossi arabi del Medio Oriente dicono sempre: “Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, DIO UNO!” (in arabo: “Bismilabi wal-ibni wal-ruhi-l-quddus, ALLAH WAHID!”). Questo per mostrare che nell’affermare la Trinità, noi non neghiamo in alcun modo che Dio sia Uno.
I novantanove Nomi di Dio…
Ogni anno ti ricordo che nella festa della Trinità, traggo dalla mia piccola Bibbia tascabile un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh”. Incredibilmente ogni tanto ne vengo attratto e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AL-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca la soglia del centesimo attributo che rappresenta quell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà. «Ad Allah appartengono i nomi più belli: invocateLo con quelli e allontanatevi da coloro che profanano i nomi Suoi» (Il Sacro Corano, Sura VII,180. Cf. Esodo 20,7). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 nella versione massoretica, dice “Per il Signore anche il silenzio è lode“. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile e adorabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore (lo stupore) del Signore è sapienza e istruzione» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. I credenti di ogni fede sono attirati dal fascino tremendo di questa bifronte tentazione: parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo né in gramaglie né inducendo mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. Anche noi cristiani «non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» come disse il teologo protestante Karl Barth. Il poeta indiano Tagore aveva detto: «Il mistero dell’infinito è scritto sulla mia piccola fronte»; ed io, parafrasandolo, posso dire che il mistero di Dio è scritto nelle mie piccole parole, è affidato alla teologia del mio piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio misterioso (in ebraico=El mistatter» Isaia 45,15), ma sempre prossimo («Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» Giovanni 1,18), incartato nella nostra storia ma avvolgente l’universo[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
Il Mistero contro i luoghi comuni di una fede pigra.
Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del 2° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con tutti i Nomi che  abbiamo appiccicato a questo Unico. La serietà di questo problema è stato avvertito dalla chiesa dei primi secoli che tuttavia era alle prese con una novità ben più sconvolgente: l’evento della croce e risurrezione di Cristo, scandalo per i giudei, stupidità per i greci, ma sapienza e amore di Dio. Come mai l’attenzione si spostò lentamente dallo scandalo della croce all’indigesto dogma della Trinità? I quesiti che nascono, soprattutto oggi, sono anche altri e li enumero così come sono posti dal Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è forse vero che neppure i credenti riescono a convincere se stessi che la Trinità è qualcosa di poco diverso da un astruso gioco intellettuale? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita? Come può allora il cristianesimo pretendere di essere ancora oggi portatore di un lieto annuncio per l’uomo?». Chi fra noi accetterà la sfida di Karl Bart: «La Trinità di Dio è il mistero della sua bellezza. Negarla è avere un Dio senza splendore, senza gioia, un Dio senza bellezza»? Alla ricerca di questa bellezza seducente sono andato a ripassarmi le speculazioni astruse tra hypòstasis, pròsopon, pericoresi, omoousìa, Filioque. E tutte sono nate per precisare che in Dio c’è una sola essenza, due processioni, tre ipostasi, quattro relazioni e cinque nozioni. E tra un Sinodo di Toledo del 589 e un Concilio di Firenze del 1439 ho rischiato di volta in volta di  diventare ariano, sabelliano, patripassiano, subordinaziano, triteista…. Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore[6]». Rabbi Joshua Ben Levi diceva: “Quello di guadagnarsi il pane è un miracolo ancora più grande della divisione del Mar Rosso”. La percezione dei miracoli che sono quotidianamente con noi e la sensazione delle continue meraviglie è la sorgente prima della preghiera: “Meravigliose sono le tue opere, Signore, e la mia anima lo sa molto bene” (Salmo 139,14)». Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto che da fonte di scetticismo potrebbe divenire dolcemente fonte di meraviglia e di stupore: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Cominceremo ad essere felici soltanto quando avremo capito che una vita senza meraviglia non merita di essere vissuta. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[8]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce pasquale e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione del teologo Bruno Forte[9] che riferisce una frase del teologo luterano Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle memorie narranti e celebranti delle nostre origine ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi, cosa fa in noi, chi vuol essere con noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13).
Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca[10]». E io saprei narrare queste “consegne” andando a ritroso nella mia vita? Quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa, che lui dimora nel Padre come noi rimaniamo in lui, che il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre ha mandato nel suo nome, ci ha insegnato e ricordato ogni cosa di tutto ciò che ci ha detto? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? O che io sono mandato da Cristo come lui è mandato dal Padre? Quando potrò dire l’Amen vitae, un Amen detto con la vita affinchè il paradosso trinitario non appaia come un rompicapo matematico, ma come un’opera dinamica di bontà verso il singolo e la comunità umana?
Per una preghiera aperta ai 99 Nomi…
Dio Unico, ma non solitario; Dio santo, fonte di ogni santificazione.
Dio Madre per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza o nelle bettole idolatre delle sue prostituzioni;
Dio vivente senza tempo né luogo, Dio misterioso che ti sei rivelato in Gesù di Nazareth e ti fai trovare nei suoi piccoli fra noi.
Dio Amore che ti doni senza disperderti.
Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi creature della Tua Parola.
Dio che riveli la tua potenza cingendoti il grembiule del servizio.
Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle nostre mani laboriose.
Dio Diverso da ciò che pensiamo, celebriamo e diciamo di te.
Dio che sei risvegliato dai profumi dell’amore di poveri e pagani e non gradisci profumi di incenso senza giustizia, dono e perdono.
Dio sentinella vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento.
Dio di promesse che tardano, perché un giorno per te è come mille anni.
Dio non geloso della nostra gioia e felicità, ma insidioso del nostro benessere che sfrutta la tua creazione e le tue umane creature.
Dio a bocca aperta per suggerire chi sei e chi siamo, per alitare vita e per convocarci in assemblea.
Dio pane friabile e vino di gioia per la tua e nostra domenica.

(Ciascuno ora prosegua la propria litania fino alla soglia in cui dovrà tacere, non perché non sa più cosa dire, ma perché l’ultima parola spetta a Lui e alla tua vita concreta).


[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138).
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808.
[6] 1 Lettera di Giovanni 4,8.
[8] A.J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma, pag. 65.
[9] B.Forte, La Trintà: storia di Dio nella storia dell’uomo, in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[10] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.




Pentecoste. Il volto di Dio piange sangue nell’ombra.

Lettera agli amici – Pentecoste 2019

Cari amici, ospiti e voi che ci seguite da lontano,
come Lettera agli amici, proponiamo alcune parole tratte dal testo di una conferenza pronunciata da Olivier Clément (1921-2009) al Pontificio Collegio Russicum nel marzo 1996. Desideriamo in questo modo fare memoria, a dieci anni dalla morte, di questo indimenticabile amico della nostra comunità, vero pneumatoforo e costruttore di ponti, che ha illuminato con la sua riflessione appassionata e chiaroveggente il cuore dell’uomo e il cuore del mondo, con un messaggio di grande fiducia e speranza, nel soffio dello Spirito santo, nel fuoco della Pentecoste.
Se c’è un’onnipotenza di Dio essa è inseparabile dalla sua onnidebolezza. Dio si ritira in qualche modo (nozione vicina allo zimzum della mistica ebraica) per lasciare all’angelo e all’uomo lo spazio della loro libertà. Egli attende il nostro amore, ma l’amore dell’altro non si comanda. “Ogni grande amore è sempre crocifisso”, diceva Evdokimov. Sì, Dio ha rischiato, Dio è entrato in una vera e dunque tragica storia d’amore. L’Adamo molteplice che siamo tutti noi non ha potuto evitare la prova della libertà. Per affermarsi, per individualizzarsi, si è allontanato dal Padre come il figlio prodigo della parabola. Allora il mondo, creato dal nulla – cioè che non ha fondamento in se stesso –, ha cominciato a scivolare verso il nulla, questo nulla al quale gli angeli decaduti, che dimentichiamo con troppa facilità, danno una consistenza distruttrice. In un certo modo, Dio è stato escluso dalla sua creazione, non la mantiene che dall’esterno. Dio è diventato un “re senza regno”, secondo l’espressione di Nicola Cabasilas. Davanti al male universale – il mondo che “giace nel male”, come dice san Giovanni – “il volto di Dio piange sangue nell’ombra”, violenta espressione di Léon Bloy spesso citata da Nikolaj Berdjaev.
Fino a che il “sì” di una donna permette a Dio di rientrare nel cuore della sua creazione per restaurarla, per strappare l’umanità alla fatalità e al fascino del nulla e aprirgli, anche attraverso le tenebre, vie di resurrezione. Ma il Dio crocifisso non ha il potere dei tiranni e delle tempeste. È un immenso influsso di pace, di luce e di amore che, per agire, ha bisogno di cuori che si aprano liberamente a Lui. La Parusia avverrà per effrazione, e non c’è già ora un momento che non possa lasciar passare la sua luce. Ma essa esige anche una preparazione: in Cristo, sotto il soffio dello Spirito, l’uomo ritrova la sua vocazione di creatore creato. Davanti al cieco nato, Gesù rifiuta di dare spiegazioni a partire dal peccato: né quest’uomo né i suoi genitori hanno peccato. Ma quest’incontro avviene per la gloria di Dio, e Lui lo guarisce. La spiritualità del terzo millennio sarà meno di rifiuto e più di trasfigurazione; una spiritualità pasquale, una spiritualità di resurrezione!
Allora capiremo che non si possono mettere limiti alla speranza, come diceva Hans Urs von Balthasar. La preghiera e il servizio per la salvezza universale saranno la risposta alla tragedia dell’inferno. L’inferno, come condizione generica, come assenza di Dio, è stato distrutto dal Sabato santo. Dio ormai non è più assente da nessuna parte. Ma bisogna “sedersi alla tavola dei peccatori”, come diceva Teresa di Lisieux, e “versare il sangue del proprio cuore”, come aggiungeva lo starec Silvano del monte Athos, affinché l’ultimo inferno, quello dell’individuo chiuso in se stesso, sia sommerso dall’onda di amore della comunione dei santi, cioè i peccatori che accettano di essere perdonati.
Uno dei fondamenti spirituali maggiori del futuro sarà quindi la kénosis. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo dice che Dio in Cristo ekénosen, si è annullato, svuotato di sé. Intuizione geniale: evocare Dio non nel linguaggio del pieno, ma nel linguaggio del vuoto. Il pieno rimanda alla ricchezza, all’abbondanza, alla potenza. Lo svuotarsi, il vuoto, esprime il mistero dell’amore. Dio si trascende verso l’uomo in un movimento inverso. Non è un Dio pienissimo, pesante, che schiaccia l’uomo, ma un Dio “svuotato” nell’attesa della nostra risposta d’amore …
I fondamenti spirituali del futuro devono incarnarsi in un nuovo stile di vita, fatto insieme di umiltà e di fierezza, di ascesi e di fantasia: la “gaia scienza” nello Spirito santo. Uno stile regale, ma senza dimenticare che il re ha sempre bisogno di un buffone: tentare di essere cristiano nel mondo, così com’è e come sarà, esigerà una certa “follia”.
Uno stile che esigerà la più alta ascesi, perché ci vorrà tutta la forza dello spirito nel senso di viva intelligenza affinché l’uomo possa aver potere sul proprio potere. Uno stile che esigerà simultaneamente l’ardore di un cavaliere della vita e l’intuizione e l’impertinenza dell’artista. Uno stile che si esprimerà in un incontro rinnovato dell’uomo e della donna: non di subordinazione, né di complementarietà, ma due solitudini e due pienezze, due modi di vivere il mondo e di farlo esistere, a volte per grazia di farlo esistere in un nuovo Cantico dei Cantici. Uno stile in cui si “respira lo Spirito”, in cui si balla nella non-morte, perché il Cristo è risorto. E poiché Cristo è risorto e lo Spirito è versato segretamente dappertutto e abbraccia tutto, vorrei concludere con le parole di Nikos Kazantzakis: “Ogni uomo può salvare il mondo intero”.

Bose, 9 giugno 2019




8 giugno 2025. Pentecoste
SOFFIO

Pentecoste
Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Sal 103  Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia!  Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!  Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore;  gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,  io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-17
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.  Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

UN ALITO. Don Augusto Fontana

 Il salmo ci suggerisce che lo Spirito è come il respiro per l’uomo: «Se togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra».
Più volte, nel mio lungo servizio sulle ambulanze della Croce Rossa, ho tentato di rianimare persone con la respirazione bocca a bocca su labbra sbiancate dalla morte imminente o sporche di fango e sangue. In quei momenti non pensi. Vuoi solo regalare il tuo spirito vitale. Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti per quell’alito che gli ho infuso in un momento maledetto della sua vita. Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha appoggiato le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito» (Gv 19, 30). Questi sono giorni maledetti che rivelano il nostro bisogno di avere un Dio amante che ci stampi sulle labbra diafane il bacio della sua bocca: «Mi baci con i baci della sua bocca» (Cantico, 1,2). Un soffio, un bacio. Pentecoste.
Le bravate e le risse, il bullismo che infetta ragazzini di 12 anni; le violenze sulle donne, la corruzione negli affari e nella politica sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale e non solo ad Haiti o in Congo. Tutti noi vediamo e sentiamo, ma ci sentiamo paralizzati di fronte al fenomeno di intolleranza trasversale che colpisce qualunque persona passi in quel momento in quel vicolo della città. Il carcere non è la soluzione ideale e denuncia il fallimento della politica e della aggregazione sociale.  E se non bastasse: la Libia è nel caos; l’Africa è sempre più sedotta e abbandonata da noi occidentali “cristiani” che la sverginiamo con i nostri appetiti per poi abbandonarla in attesa del prossimo stupro; il Brasile sta regredendo nell’utero di interessi multinazionali e fra 30 anni non avremo più un ettaro di foresta amazzonica; il Venezuela è allo stremo, Gaza è una macelleria con annesso cimitero per fame e gli Ucraini sono chiamati “terroristi” dal criminale Putin. Ci manca il fiato, il respiro; e trasmettiamo alle nuove generazioni una vita asfittica, dopata, orfana. Con le dovute eccezioni, si avverte già da tempo una mancanza di modelli e di punti di riferimento per le giovani generazioni alle quali spesso non resta che emulare l’ultimo vip uscito da un nuovo programma televisivo.
E la Chiesa, quella che doveva nascere dall’utero del Concilio Vaticano II?
Qualsiasi grande città del nostro mondo di oggi ricorda l’ambiente della torre di Babele: pluralità di lingue, di culture, d’idee, di stili di vita e problemi immensi d’intolleranza e incomprensione tra coloro che la abitano. Come possono convivere e comprendersi quelli che hanno tante differenze? La situazione sta diventando particolarmente problematica. Immigranti da altre province o da paesi in cui lasciano tutto per cercare un lavoro, un luogo dove cercare vita e qualità di vita. Per molti arrivare all’altra riva è la loro speranza. E quando arrivano, nel caso li lasciamo entrare, inizia un vero calvario per potersi mettere al nostro livello. Il nostro mondo si è trasformato ora nel paradigma della torre di Babele, parola che significava “porta degli dei”. Così era denominata la città di ieri, simbolo della cultura urbana di oggi. Una città intorno ad una torre, una lingua ed un progetto: scalare il cielo, invadere l’area del divino. L’essere umano ha voluto essere come Dio (già lo aveva tentato prima, nel paradiso, a livello di coppia, ora a livello politico) e si unì (si uniformò) per ottenerlo. Ma il progetto fallì: quel Dio, geloso dagli inizi del progresso umano, confuse (in ebraico “balal“) le lingue e chiuse per sempre la porta degli dei (“Babel“). Forse quel mondo uniformato non ci fu mai sulla terra, forse fu solo un’aspirazione tentatrice del potere umano. Dopo il fallimento, le diverse lingue furono il maggior ostacolo alla convivenza, principio di dispersione e di rottura umana. L’autore della narrazione della torre di Babele non pensò alla ricchezza della pluralità e interpretò il gesto divino come castigo. Ma insinuò che Dio era per il pluralismo, differenziando gli abitanti del luogo in base alla lingua e disperdendoli. Molti secoli dopo che venne scritta questa narrazione del Libro della Genesi, ne leggiamo un’altra nel Libro degli Atti degli Apostoli. Ebbe luogo il giorno di Pentecoste, festa della mietitura in cui i giudei ricordavano il patto di Dio con il popolo sul monte Sinai, “50 giorni” dopo l’uscita dall’Egitto. I discepoli erano riuniti, anche 50 giorni dopo la resurrezione (l’esodo di Gesù al Padre) e si preparavano a raccogliere il frutto della semina del maestro: la venuta dello Spirito che è descritta con eventi particolari, espressi come se si trattasse di fenomeni sensibili: rumore come di vento tempestoso, lingue come di fuoco che consuma o purifica; Spirito (= “ruah“: aria, soffio vitale, respiro) Santo (= “hagios“: non-terreno,  divino). E’ il modo che sceglie Luca per esprimere l’inenarrabile, l’irruzione di uno Spirito che li libera dalla paura e dal timore e che li farà parlare con libertà per promulgare la Buona Notizia della morte e resurrezione di Gesù. Per questo, ricevuto lo Spirito, iniziano tutti a parlare lingue diverse. Poco importa indagare in cosa consistette quel fenomeno. Ciò che importa è sapere che il movimento di Gesù nasce aperto a tutto il mondo e a tutti, che Dio non vuole l’uniformità, ma la pluralità; che non vuole lo scontro ma il dialogo; che è iniziata una nuova Era in cui bisogna proclamare che tutti possono essere fratelli, non solo “nonostante” ma “grazie” alle differenze. Perché questo Spirito di Dio non è Spirito di monotonia o di uniformità: è poliglotta, polifonico. Il giorno di Pentecoste, da più lingue non venne come a Babele, più confusione: “Ciascuno li sentiva parlare, nella propria lingua, delle meraviglie di Dio“. Dio rese possibile il miracolo d’intendersi. Iniziò così la nuova Babele, quella voluta da Dio, lontana da malsane uniformità. Un mondo plurale ma concorde. Speriamo di continuare a reinventarla e non ad innalzare muri né barriere tra ricchi e poveri, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, tra preti e laici, tra parrocchia e quartiere. La venuta dello Spirito significò per quel pugno di discepoli la fine della paura e del timore. Le porte della comunità si aprirono. Nacque una comunità umana, libera come il vento, come fuoco ardente[1].
Gesù, dice il Vangelo, alitò su di loro. La parola “alitare” (emphysao) è la stessa parola che usa il Libro della Genesi per rivelare l’atto creativo di Dio[2]. Dio ci dona la forza con la quale egli ha agito ed amato e la sua forza è creatrice. Tutto ciò che abbiamo come un seme, in forma germinale, si risveglia grazie allo Spirito che lo feconda. C’è tutta una ricchezza, un mondo, una creazione che si deve sviluppare in me. Che lo Spirito scenda su di me vuol dire che io sono chiamato a prendermi cura delle mie doti e delle risorse altrui. Tutto è in me come un seme. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» scrive Paolo ai Corinti (e a noi). Gesù rende consapevoli dell’enorme potere che i discepoli hanno: «Se voi perdonerete (lascerete andare) i peccati saranno perdonati e a chi non li perdonerete (li terrete in pugno) resteranno non perdonati». Giovanni usa due verbi: il primo è afìemi, perdonare, mandare via, scacciare, rimettere. Il secondo è cratéo, che significa trattenere, tenere in pugno, impossessarsi, dominare, spadroneggiare. Cioè: la comunità cristiana ha due possibilità: o lasciar andare o trattenere.
Ancora e sempre Pentecoste.
Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti circolare, nelle vene, forza e fiducia mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere in profondità, di guardare con speranza, con occhi capaci di sorprendere le gemme più che i rami improduttivi, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità creata dal sangue della croce si accompagna la diversità creata dal fuoco dello Spirito: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. In questi tempi il compito della Pentecoste si fa segretamente più intenso: generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi.


[1] Elaborazione da documento di Don Remigio Menegatti, 2006.
[2] Genesi 2,7: allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.




1 giugno 2025. Festa della glorificazione di Gesù

Festa della Glorificazione di Gesù

Preghiamo.  Esulti di santa gioia la tua Chiesa,  o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Salmo 46.  Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani!Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.
Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.
Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza. Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

E’ ANDATO OLTRE. NEL PROFONDO. Don Augusto Fontana

 Scrive P. Ermes Ronchi: «Ascensione: Cristo non è salito verso l’alto, ma è andato oltre, verso l’intimo delle cose. E le sue mani sono ancora più impigliate nel folto della vita».  “La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza” (Laudato si’ 100), che «Cristo risorto dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si’ 221)”.
 Io e te non abbiamo mai messo in discussione che “stare in alto” sia la posizione topografica e l’espressione linguistica che meglio descrive una posizione sociale ottimale e quindi è là che vogliamo collocare Dio quando lo pensiamo o immaginiamo. Quando muore un’amatissima nonna, noi diciamo al nipotino: «La nonna è andata in cielo». Se il cielo sta in alto, l’inferno dovrebbe stare in basso e Gesù sta alla “destra” del Padre (perché la mano destra del soldato era la mano forte che colpiva con la spada mentre quella sinistra era la mano debole che teneva lo scudo di difesa; oggi gli armamenti sono diversi da allora e non saprei in quale lato di Dio collocare Gesù!). Isaia riferisce parole di Dio (Is 66, 1-2): “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi….”. Dio sta nel cielo dei cieli o nell’alto dei cieli, egli è l’Altissimo (in ebraico: El-Elyon). L’espressione «l’Altissimo» la troviamo per la prima volta in Genesi 14,19: “Egli (Melchisedek)  benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio Altissimo, padrone dei cieli e della terra!“. Anche Zaccaria dice che suo figlio Giovanni sarà il profeta dell’Altissimo (Luca 1,76). Durante l’annuncio a Maria, il figlio che dovrà portare in grembo è presentato come il Figlio dell’Altissimo (Luca 1, 32). E il Salmo 91,1 canta: “Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente“.
Paghiamo il debito alla nostra necessità di immaginarci l’inimmaginabile, di collocare in uno spazio anche chi non ha luogo, di dividere lo spazio in terra, abisso, cielo e cielo dei cieli. Ma esistono altri “luoghi” che utilizziamo oggi meno frequentemente, ma forse teologicamente più efficaci: la pelle e il cuore esprimono rispettivamente l’epidermide di superficie e la profondità insondabile. Dunque attenti ai linguaggi: ci aiutano a tentare di esprimere l’inesprimibile, ma possono diventare una trappola, come  i termini “miracolo, comandamento, fare memoria, trasfigurazione”. Non sfugge a questa delicata attenzione anche l’espressione “ascensione al cielo” che ha prodotto in noi, con il favore dell’iconografia tradizionale, l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante. Sono linguaggi e immagini che vanno decodificate.
E’ importante sottolineare che il racconto dell’Ascensione nella finale del Vangelo di Luca e quello all’inizio del Libro degli Atti degli apostoli, originariamente erano un unico racconto quando i due Libri costituivano un’unica opera di Luca, successivamente suddivisa.
Luca è l’unico autore del Nuovo Testamento che parla dell’Esaltazione di Gesù nella forma di una Ascensione e che separa l’Ascensione di Gesù dalla sua Resurrezione.
La tradizione originaria comune presenta la Resurrezione di Gesù direttamente come Esaltazione (Cfr. Rm 1,4: “Costituito Figlio di Dio con potere, secondo lo Spirito di Santità, per la sua resurrezione dai morti”). Luca li separa in due eventi (resurrezione e ascensione) per sottolineare il carattere storico che ha ciascuno di essi. Gesù risorto prima della sua ascensione-esaltazione-glorificazione, convive con i suoi discepoli: mangia con loro e li istruisce. In Atti 1,3 aggiunge persino che stette con loro per quaranta giorni, per sottolineare questa convivenza storica del Risorto con i suoi discepoli. Luca insiste più degli altri sulla corporeità del Risorto: non è un fantasma, ha carne e ossa, può mangiare e lo possono toccare (Lc 24,39-43). C’è continuità tra il Gesù prima della sua morte e il Gesù Risorto. Gesù conserva la sua identità e la sua corporeità. Ma c’è anche un cambiamento, una dis-continuità nel Gesù risorto. Questo cambiamento Luca lo esprime con l’Ascensione. Il racconto dell’Ascensione ha chiaramente un linguaggio cosmico o simbolico: Gesù è sollevato dalla terra al cielo, lo nasconde una nube e appaiono due uomini vestiti di bianco. Si esprime, con un linguaggio simbolico, una realtà storica: l’esaltazione o glorificazione di Gesù. Questo lo accentua anche Luca quando dice che Gesù fu sollevato mentre conversava con i suoi discepoli, e che Gesù verrà nella stessa maniera con cui è stato sollevato. Perciò ai discepoli viene chiesto che non restino a guardare il cielo. Devono guardare la terra. L’Ascensione è sempre stata erroneamente interpretata come un’uscita da questo mondo, come un’assenza di Gesù, come un Gesù che se ne va per tornare alla fine dei tempi. In questa interpretazione l’Ascensione perde tutto il carattere storico che ha voluto dargli Luca. Nell’ascensione Gesù non se ne va, ma viene esaltato, glorificato. La parusia, cioè il ritorno, non sarà il ritorno di un Gesù che è stato assente per qualche secolo, ma la manifestazione gloriosa di un Gesù che è sempre stato presente nella comunità. Ciò appare chiaramente nelle ultime parole di Gesù in Mt 28,19: “io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo“.
La chiesa non nasce perché Gesù se ne va o perché non ritorna, ma nasce proprio perché il Risorto non se ne va. E’ la presenza e non l’assenza di Gesù risorto ciò che rende possibile la chiesa.
La chiesa negli Atti degli apostoli è una chiesa escatologica, cioè crede nel ritorno di Gesù, in una seconda venuta sebbene non immediata, ma vive già storicamente l’esperienza di Cristo Risorto e glorificato nel mondo e nella comunità. Questa dimensione escatologica della chiesa si esprime negli Atti con le apparizioni di Gesù risorto nei momenti difficili della chiesa (Stefano, Pietro, Paolo), ma soprattutto la vive nell’esperienza permanente dello Spirito Santo. L’ecclesiologia di Luca è perciò storica, proprio perché è in definitiva una ecclesiologia escatologica (animata dall’attesa della “seconda” venuta di Gesù) e pneumatica (animata dal “pneuma” cioè dallo Spirito Santo).
Una risurrezione dalle tante facce e un tempo lungo per entrarci dentro.
Dopo la morte di Gesù c’è solo un fatto centrale: la Resurrezione. Però questo avvenimento è tanto profondo, che necessita di essere assimilato per tappe. L’esperienza che ebbe la chiesa primitiva della resurrezione di Gesù fu tanto ricca che lasciò molte impronte dei tentativi che fece per spiegare a se stessa la profondità dell’avvenimento.
Possiamo segnalare alcuni di questi “segnali” di questa riflessione: il fatto stesso della resurrezione, con il simbolo del sepolcro vuoto; il fatto del dominio sulla morte, con il simbolo della discesa agli inferi; il fatto della trasformazione della persona di Gesù, con il simbolo che misteriosamente si rende presente in ogni luogo; il fatto della vita che continua ad essere presente, con il simbolo di colui che mangia e condivide con i suoi amici; il fatto della trasformazione o conversione che provoca nelle persone con il simbolo della venuta dello Spirito Santo; il fatto della divinità che Gesù condivide con il Padre, con il simbolo dell’ascensione ai cieli…
Vale a dire, la resurrezione ha talmente tante facce che i misteri si moltiplicheranno e non termineremo mai di comprenderla nella sua totalità. La resurrezione trascende la nostra capacità umana. E’ questo il contesto in cui dobbiamo vedere l’ascensione. Spiegarla in se stessa, senza relazione con la resurrezione, le farebbe perdere il suo significato sacramentale: la presenza del risorto, capace di comunicarci trasformazione attraverso i simboli nei quali ci si manifesta.
La resurrezione, letta dall’ascensione, comportava una grande lezione: insegnava ai discepoli che la presenza fisica del maestro doveva scomparire, per far posto a una presenza spirituale ed interiore. Quando i discepoli compresero questo – perché lo sperimentarono – la loro debolezza si trasformò in forza, la loro tristezza in gioia e il loro timore in testimonianza. Questo è ciò che ci dice il vangelo di Luca.
Infine, se la resurrezione la leggiamo dalla lettera agli Ebrei, troviamo una parola di incoraggiamento e la straordinaria promessa che rafforza la nostra speranza: Gesù è nell’eterna compagnia di suo Padre e dello Spirito, però ci sta come fratello maggiore di una grande famiglia che si riunirà, o come capo di un grande corpo che già inizia a sentirsi risorto, poiché già inizia a sentirsi trasformato con il desiderio immenso di assomigliare al suo maestro, che offrì la sua vita per tutti i fratelli del mondo.
Con l’ascensione si chiude il ciclo delle apparizioni del risorto. Se raggruppiamo tutte le apparizioni e leggiamo il loro contenuto simbolico, ci rendiamo conto che ci narrano le diverse esperienze della chiesa circa il risorto. Ma l’ascensione ha una particolarità: da’ alla piccola chiesa la certezza che dalla sua piccolezza può aprirsi al mondo, come Gesù sulla croce. Solo dopo essere passato per la croce Gesù ottiene il potere su ogni “Principato, Potestà, Virtù e Dominazione”. Capiamolo bene: solo dopo essere passato per la croce! Colui che ascende è il risorto ed il risorto è il crocifisso.




Noi, frammenti ospitali di Dio
P. Ermes Ronchi

Noi, frammenti ospitali all’avvento di Dio.
padre Ermes Ronchi (16-05-2004)

 Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Una passione di unirsi abita la storia di Dio e dell’uomo, così che Dio per millenni ha cercato un popolo e profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una donna di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. Dio è amore, passione di unirsi all’umanità.
Verremo. Bellissimo questo venire di Dio, il suo nome è Colui-che-viene, colui che ama la vicinanza, che abbrevia instancabilmente le distanze. E prenderemo dimora presso di lui. In me il Misericordioso senza casa cerca casa. Forse non troverà mai una vera dimora; posso offrire solo un povero riparo, non ho virtù o meriti particolari, non ricchezze spirituali, ma una cosa sola Lui mi domanda: essere un minimo frammento di cosmo ospitale verso l’avvento di Dio.
Dio prende dimora dentro: ma se non pensi a lui, se non gli parli dentro, se non lo ascolti nel segreto, se non sosti dentro di te, nel silenzio, accanto a lui, forse la casa è vuota, non sei ancora dimora di Dio. Se non c’è rito nel cuore, se non c’è una liturgia nel cuore, tutte le nostre liturgie ecclesiastiche, anche le più imponenti, sono maschere del nulla, suonano vuote. Custodisci i riti del cuore (A. Casati).
Due sono i doni del Risorto: la pace e lo Spirito.
Pace, miracolo fragile infinitamente infranto. Che si custodisce solo insieme, condividendolo.
E lo Spirito, che è accensione del cuore, incandescenza e dinamismo, che è vento e non ama le porte chiuse. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, testimonianza viva.
E vi riporterà al cuore tutto ciò che io vi ho detto. Lo Spirito dialoga con noi senza pausa. Consolatore è il suo nome, e non perché esorcizza solitudini, lacrime o fallimenti, guaritore delle mie paure di vivere, ma perché è il maestro della strada verso il tempio del cuore, verso la liturgia del cuore; perché ci salva da una vita senza cuore, da azioni e parole senza cuore. Perché è il sovvertitore di tutte le false paci, di quella quiete che è in realtà vita spenta. E soprattutto perché riporta al centro la Parola, che è la nuova dimora di Dio presso gli uomini. Così lo Spirito continua a nominare Cristo nel cuore, e nominare Cristo equivale a confortare la vita. Dio stesso è legittimato a proporsi all’uomo solo perché sa confortare la vita ma per la sua capacità di consolare. Allora la vita riprende a sedurci. E noi a rendere ragione della nostra speranza, di ciò che sogniamo per questo mondo, per questo uomo: tutto ciò che possiamo mettere dentro la parola pace, dentro la parola vita.




Pace. Il magistero di Papa Francesco
Don Bignami

Le vie della pace

Il magistero della pace di Francesco attraverso i messaggi per le Giornate mondiali per la Pace.
Don Bruno Bignami[1]

UN CANTIERE

Dodici anni di Pontificato offrono molteplici riflessioni. Se si guarda al tema della pace, possiamo parlare di un magistero fecondo e generativo. Rileggendo i messaggi per la Giornata mondiale della Pace dal 1° gennaio 2014 al 2025, si riscontrano due caratteristiche.
La prima è data dallo stretto legame con la Storia. Il magistero della pace di Francesco risente degli eventi accaduti negli anni di ministero come vescovo di Roma.
Affronta il tema delle migrazioni, fronteggia gli strascichi della crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, accompagna la stagione della pandemia, illumina le questioni legate alla crisi ambientale e ai progressi dellat ecnologia, si concentra sulle drammatiche guerre in Ucraina e in Medioriente.
Non sono stati anni semplici. Tuttavia, l’insegnamento di Papa Francesco è un viatico per la stagione della complessità.
Da qui la seconda caratteristica: questi testi regalano un vocabolario della pace. Lo si evince dai titoli: fraternità, indifferenza, nonviolenza, migrazioni, politica, speranza, dialogo, riconciliazione, conversione ecologica, cura, educazione, lavoro, intelligenza artificiale, remissione del debito. C’è davvero tanto. E c’è il pericolo di perdersi se non si coglie il filo rosso che attraversa una riflessione che ha un chiaro intento educativo.
Da queste due caratteristiche emerge una prima fondamentale conclusione: il magistero di Francesco non semplifica, ma offre strumenti per abitare la complessità.  Il nocciolo della proposta sulla pace è composto di tre passaggi determinanti:

  • dalla globalizzazione dell’indifferenza alla fraternità attraverso il perdono;
  • dalla cultura dello scarto alla cultura della cura grazie all’ecologia integrale;
  • dalla corsa agli armamenti alla nonviolenza passando per l’impegno educativo.

FRATERNITÀ
È la questione centrale. I primi messaggi (dal 2014 al 2016) approfondiscono il tema della fraternità, che poi troverà ulteriori sviluppi nell’enciclica Fratelli tutti (FT). La pace è esercizio di fraternità. Siamo tutti fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre, amati e voluti da Dio. Ciò che contrasta e smentisce la fraternità è la “globalizzazione dell’indifferenza”, che crea l’abitudine alla sofferenza degli altri.  Troppe sono le vittime innocenti delle guerre dimenticate, accanto alle persone che ogni giorno muoiono di fame, sono sfollate, vivono nella paura e sono costrette a emigrare. Il grido di dolore dell’umanità sofferente chiede di essere ascoltato, mentre viviamo un tempo in cui le peggiori disumanità si realizzano nell’indifferenza generale. Assistiamo a tre livelli di indifferenza: verso Dio, verso il prossimo e verso il creato. Quando si pensa di non dover nulla a nessuno e l’uomo si sente autosufficiente, ecco che lo sguardo finisce per ripiegarsi nel narcisismo. L’aumento delle informazioni non significa crescita dell’attenzione verso chi soffre. L’indifferenza anestetizza e relativizza la gravità dei problemi. “Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete” (2016).  L’indifferenza verso il prossimo sfocia nel disimpegno e nell’accettazione delle peggiori scelte di politica economica, capaci di generare ingiustizie, divisioni, violenze e scarti umani. A ciò porta l’esclusiva ricerca del benessere individuale o nazionale.
I nazionalismi sono il veleno della fraternità. Al contrario, “Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona!” (2016). Tale ragione teologica si fonda sulla scelta originaria del Creatore di amare l’umanità. Per questo l’ha creata e ha affidato all’uomo la responsabilità della fraternità, ossia l’insopprimibile anelito alla comunione. Francesco ha intuito che la famiglia umana è legata a un unico destino ed è chiamata a vivere “la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri” (2014). Lo stesso discepolato in Cristo costituisce una nuova nascita, come mostra san Paolo nella celebre Lettera a Filemone, rimandando lo schiavo Onesimo al padrone con la raccomandazione di trattarlo da fratello (2015).  I problemi del nostro tempo, in primis la pandemia, hanno offerto una lezione: “abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri” e “nessuno si può salvare da solo” (2023). Senza fraternità non è possibile uscire da una pandemia. Senza fraternità le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale aggravano le disuguaglianze (2024). Senza fraternità la politica è chiusura nazionalistica (2019). Senza fraternità c’è sfruttamento del lavoro (2022) e degrado ambientale (2020). Senza fraternità si costruisce la cultura del nemico e si fomentano schiavitù (2015). Senza fraternità si alimentano i conflitti e si ostacola la pace. Più volte il Papa ha ricordato in negativo l’episodio biblico di Caino che uccide Abele e, in positivo, la parabola evangelica del buon Samaritano (2016). Torna la domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Le radici della pace si trovano nella fraternità. Non c’è altro sentiero verso una pace duratura. Non saranno né le armi né la deterrenza a garantire l’umanità, ma nuove relazioni improntate sul reciproco riconoscimento. La speranza risiede in un cammino di riconciliazione che tralascia la tentazione di dominare sull’altro per abbracciarlo come persona e come figlio di Dio: “L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé” (2020). La forza del perdono rimette in piedi le persone e le riabilita a nuovi percorsi di riconciliazione. Si rinvigoriscono le relazioni tra le persone e tra i popoli.
LA CURA
In molti messaggi è forte la denuncia. Ci sono atteggiamenti che denotano una diffusa cultura dello scarto: la corruzione, il commercio della droga, l’inquinamento, la devastazione dell’ambiente, lo sfruttamento del lavoro, la speculazione finanziaria, la prostituzione, il debito, le forme di schiavitù, l’illegalità, le migrazioni forzate, le condizioni inumane nelle carceri. Le violazioni della dignità umana minano la pace. Ogni volta che le persone vengono scartate ed emarginate si finisce per rafforzare modelli relazionali iniqui. Dopo la pubblicazione della Laudato Si’ nel 2015 l’ecologia integrale è divenuta proposta continua, ma era già ben presente nel primo messaggio del 2014: “Siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future”. Da qui la necessità di far crescere la cultura della cura. Lo stato di salute precario della casa comune per cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, ’inquinamento delle acque e dell’aria, lo sfruttamento delle foreste e la distruzione dell’ambiente ci obbligano a riconoscere il peccato ecologico e a prenderci cura del dono che abbiamo ricevuto dal Creatore.  Il compito di “coltivare e custodire” (Gen 2,15) ri corda la responsabilità di ciascuno anche verso il futuro. Occorre convertire lo sguardo perché ci apriamo “all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice” (2020). Di fronte alle crescenti disuguaglianze serve una bussola che imprima una rotta comune pienamente umana al processo di globalizzazione. Ciò può avvenire “soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale”(2021). Se Papa Francesco aveva elogiato i movimenti popolari per il loro protagonismo sui temi del lavoro, della casa e della terra, in modo analogo la pace esige un’apertura di credito a categorie di persone spesso trascurate, come i giovani (2022), le donne (2021), le popolazioni indigene (2020). Nel 2022 ha scritto: “C’è una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati”. Viviamo sfide sistemiche e interconnesse (2025). La filantropia che si limita a do- nazioni senza mettere in discussione sistemi culturali e strutture non può portare né alla pace né a cambiamenti duraturi. L’ecologia integrale sa ascoltare il grido del povero e della terra, osa connettere questioni ambientali e sociali, opera scelte anche nell’interesse delle future generazioni.
LA NONVIOLENZA
La pace esige un ulteriore passaggio dalla corsa agli armamenti all’esercizio della nonviolenza. Le armi seminano morte e violenza. Francesco ricorda che “finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità” (2014). Ciò comporta la scelta del disarmo e di optare per la non proliferazione delle armi nucleari e chimiche. Inoltre, gli investimenti militari disperdono risorse che potrebbero essere utilizzate per finalità più importanti, come lo sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà e alla fame, la garanzia dei bisogni sanitari per tutti. Preoccupa la crescita esorbitante delle spese militari. Per questo, nel 2021 e nel 2025 il Pontefice ha rilanciato la proposta presente in FT di costituire un Fondo mondiale per lo sviluppo dei Paesi più poveri. È tempo di realizzare la profezia di Isaia di trasformare le spade in vomeri, soprattutto nell’epoca di tecnologie sempre più devastanti e anonime.

L’IA applicata agli armamenti può favorire “un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra” (2024).

I sistemi d’arma autonomi non potranno mai diventare soggetti moralmente responsabili. Inoltre, c’è sempre il pericolo che armi sofisticate finiscano in mani sbagliate, facilitando la follia della guerra, atti terroristici o distruzioni di massa. “Gli accordi inter nazionali e le leggi nazionali, pur essendo necessari e altamente auspicabili, non sono sufficienti da soli a porre l’umanità al riparo dal rischio dei conflitti armati. È necessaria una conversione dei cuori che permetta a ciascuno di riconoscere nell’altro un fratello di cui prendersi cura, con il quale lavorare insieme per costruire una vita in pienezza per tutti” (2014). Inoltre, tra le armi in circolazione da disinnescare vi sono anche “i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza” (2019): le parole al vento della politica che costruisce nemici per salvaguardare se stessa non porteranno mai alla pace perché minano la dignità di ogni persona. Il sentiero impervio da percorrere è quello della nonviolenza. I processi non



violenti di costruzione della pace sono i più credibili, perché introducono un disinteresse gratuito. La violenza, infatti, provoca enormi sofferenze e genera facilmente la sete di vendetta. I signori della guerra desiderano scatenare rappresaglie e far degenerare le relazioni in conflitti letali. “La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato” (2017). Se alla violenza si risponde con la violenza si continua a rimanere nella spirale perversa della guerra che porta alla morte e alla distruzione. La nonviolenza, invece, è “un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità” (2017). Dunque, la forza delle armi inganna. Esse illudono che la conclusione possa essere vera vittoria. Al contrario, la non violenza praticata ha prodotto risultati in molte occasioni, dall’India di Gandhi alle lotte razziali di Martin Luther King negli USA, dalle donne in Liberia alla caduta dei regimi comunisti in Europa. La non violenza attiva è frutto di un impegno educativo che nasce nella famiglia e si espande nella società. Essa permette di abitare i conflitti senza farli degenerare in guerra, e trasformarli in opportunità di convivenza tra diversi. L’artigianato della pace passa attraverso la costruzione di comunità nonviolente.
LE VIE DELLA PACE
Papa Francesco ha coniato l’espressione di “guerra mondiale a pezzi” per descrivere i conflitti del nostro tempo. I suoi appelli insistenti hanno trovato nei messaggi destinati a tutti gli uomini di buona volontà una sintesi significativa per la formazione di coscienze artigiane di pace. Bergoglio non si è mai rassegnato alla cultura militaresca che vede nelle armi l’unica soluzione e che fomenta odio e violenza. I suoi dodici messaggi andrebbero letti in parallelo con il magistero non scritto che l’ha portato a Lampedusa e a Lesbo per commemorare i migranti morti in mare, a dialogare con ambasciatori e governanti, a piantare ulivi di pace, ad abbracciare capi religiosi, fino a baciare i piedi di nemici che si sono combattuti per anni. Un’ostinazione fuori misura, radicata nella fede in Cristo. Le vie della pace passano dall’incontro.


[1] direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della CEI e docente di Teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana




Riflessione sui quesiti del referendum
Diocesi di Bergamo

RIFLESSIONE QUESITI REFERENDUM ABROGATIVI SU LAVORO E CITTADINANZA

In vista del referendum previsto per l’8 e 9 giugno 2025, che coinvolge quattro quesiti sul tema del lavoro un quesito sulla cittadinanza, volentieri offriamo un semplice e speriamo utile documento che permetta di comprendere quanto siamo chiamati a scegliere esercitando il dovere ed il diritto del voto, elementi irrinunciabili all’esercizio ed alla tutela della nostra democrazia. Come cittadini cristiani, appartenenti alle Comunità Ecclesiali Territoriali, e uomini e donne di buona volontà, non vogliamo dettare linee ma comprendere insieme e non lasciare che le cose accadano senza averci pensato con serietà. Come ci ricorda il magistero della Chiesa, ritraducendo il messaggio del Vangelo, i credenti hanno il compito del pensiero e la responsabilità della parola. Ci sembra prezioso dunque abitare e dare una declinazione delle dimensioni che l’appuntamento referendario ci propone con l’intento di essere protagonisti della costruzione della vita buona governata dalle istituzioni restando sempre compagni di strada di tutti nella costruzione di convivialità civili giuste e fraterne. Ci riproponiamo dunque di esaminare, avvalendoci della competenza di tante amiche ed amici, le proposte referendarie rispettando la pluralità di opinioni e orientamenti, ma anche permettendo alla Dottrina Sociale della Chiesa, da sempre attenta alla dignità della persona e alla giustizia sociale, di offrire spunti significativi per una lettura di quanto proposto.

Quesiti sul lavoro 

I seguenti quesiti di questo Referendum abrogativo mettono in risalto alcune questioni cardine del lavoro in sé e per sé: il lavoro come luogo di restituzione di dignità e di speranza, il lavoro come sostentamento economico personale e per la propria famiglia, il lavoro come un diritto e il lavoro come posto sicuro. La dinamica del lavoro non può prescindere da questi elementi che devono essere garantiti a tutte le persone che svolgono un’attività lavorativa. Il lavoro è una delle prime azioni sociali a cui siamo chiamati a partecipare. Lo dice la nostra Costituzione all’art. 1. Attraverso l’azione quotidiana e partecipativa del lavoro contribuisco al miglioramento di un piccolo pezzo di mondo che, insieme a quello degli altri va a immaginare nuovi modelli e nuove prospettive, con la speranza di poter costruire un mondo migliore per tutti. Ogni quesito referendario, che si presenta forse nella sua definizione più tecnica, merita una riflessione approfondita, tenendo conto di questi principi e valutando gli impatti sulle persone e sulla società nel suo complesso.

·         Jobs Act – Disciplina dei licenziamenti illegittimi 

Abrogazione delle norme del decreto legislativo n. 23/2015, che regolano i licenziamenti illegittimi per i lavoratori assunti con contratto a tutele crescenti. Attualmente, queste norme prevedono l’indennizzo economico senza obbligo di reintegro.

 Il quesito propone l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, ripristinando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Attualmente, nelle aziende con oltre 15 dipendenti, i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 non hanno diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento dichiarato illegittimo, anche qualora un giudice riconosca l’assenza di giusta causa o giustificato motivo. Il quesito intende abrogare questa disposizione. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea l’importanza della dignità del lavoratore, evidenziando che il lavoro è espressione della persona e non deve essere ridotto a mera merce. Pertanto, una riflessione su questo quesito dovrebbe considerare l’equilibrio tra la protezione dei diritti dei lavoratori e la necessità di un mercato del lavoro dinamico.

·         Indennità di licenziamento nelle piccole imprese 

Eliminazione del tetto massimo di sei mensilità all’indennizzo per i lavoratori licenziati ingiustamente in aziende con meno di 15 dipendenti.

 L’obiettivo di questa proposta referendaria è cancellare il tetto all’indennità di licenziamento nelle piccole imprese (in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento). Il quesito punta ad abrogare il limite massimo dell’indennizzo economico previsto per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle imprese con meno di quindici dipendenti. In questo caso, si vorrebbe restituire al giudice la piena discrezionalità nel determinare l’ammontare del risarcimento in base alla gravità della violazione.

·         Contratti a termine – Durata e proroghe 

Abrogazione parziale delle norme che regolano la durata massima e le condizioni per proroghe e rinnovi dei contratti di lavoro subordinato a termine.

 Il quesito propone di limitare l’uso dei contratti a termine, richiedendo specifiche causali. Il quesito del referendum si concentra sui contratti a tempo determinato, istituto di lavoro flessibile che coinvolge oltre 2,3 milioni di persone in Italia. La normativa attuale consente di avviare un rapporto di lavoro a termine per un periodo fino a 12 mesi senza dover fornire alcuna motivazione. L’intento della proposta è quello di reintrodurre l’obbligo di specificare la causale per questo tipo di contratti, così da incentivare la stabilizzazione del lavoro e arginare la crescente precarietà. Il lavoro deve essere orientato al bene della persona, evitando forme di precarietà che possano compromettere la dignità del lavoratore. Una riflessione su questo quesito dovrebbe considerare la necessità di proteggere i lavoratori da forme di lavoro instabile, pur rispettando le esigenze del mercato.

·         Responsabilità solidale negli appalti 

Abrogazione delle norme che escludono la responsabilità solidale del committente, appaltatore e subappaltatore per infortuni subiti dai lavoratori dipendenti di imprese appaltatrici o subappaltatrici, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese coinvolte.

 Il quesito riguarda l’ampliamento della responsabilità dell’impresa committente in caso di infortuni o malattie professionali nei lavori in appalto. L’intervento proposto mira ad estendere la responsabilità in caso di incidenti anche all’azienda appaltante, e non solo agli appaltatori. Attualmente, in caso di incidenti sul lavoro dovuti a carenze di sicurezza negli appalti, la responsabilità del committente è limitata solo ai rischi “generici” e non a quelli “specifici” dell’appaltatore. Il quesito mira a rendere sempre responsabile il committente, permettendo ai lavoratori e alle loro famiglie di ottenere un risarcimento diretto. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea la dimensione sociale del lavoro, indicando che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza e rispetto per la persona. Una valutazione di questo quesito dovrebbe tenere conto dell’importanza di garantire ambienti di lavoro sicuri e della responsabilità delle imprese nel tutelare la salute dei lavoratori.

Quesito sulla cittadinanza 

·         Cittadinanza Italiana – Riduzione del periodo di residenza legale.

Proposta di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia richiesto agli stranieri extracomunitari maggiorenni per presentare domanda di cittadinanza italiana. Il diritto verrebbe esteso automaticamente anche ai figli minorenni dei richiedenti.

 Il referendum sulla cittadinanza ha come obiettivo quello di abrogare due norme della vigente legge sulla cittadinanza in modo da ridurre da dieci a cinque anni di residenza legale in Italia il periodo necessario per chiedere la cittadinanza italiana per lunga residenza da parte di un cittadino straniero (non appartenente all’Unione Europea). Tutti gli altri requisiti previsti dalla legge rimangono invariati; lo straniero maggiorenne per ottenere la cittadinanza dovrà dimostrare un forte radicamento sociale, una stabilità economica e di essere incensurato dal punto di vista penale. La proposta referendaria non rappresenta un’apertura generalizzata né prevede che la cittadinanza sia acquisita automaticamente in ragione della sola nascita in Italia (ius soli). La riforma ha il limitato scopo di dimezzare i tempi per la concessione della cittadinanza. Il dimezzamento dei tempi non è un fatto burocratico ma sostanziale perché incide fortemente sulla vita delle persone e sul cambiamento della società. Oggi per ottenere la cittadinanza per avvenuta integrazione sociale nel nostro Paese occorrono almeno quattordici anni (dieci anni, come si è detto, di residenza ininterrotta e tre, più spesso quattro, per la conclusione del procedimento presso il Ministero dell’Interno). Questa lunghissima prospettiva temporale è il caso più favorevole! Non sempre uno straniero ha un lavoro con un buon reddito e la residenza dal primo momento che arriva in Italia; più spesso le persone straniere, anche quando sono state regolari nel loro soggiorno fin dall’inizio, hanno impiegato diversi anni per superare la precarietà lavorativa e disporre di un buon alloggio e non hanno sempre avuto la residenza fin dall’inizio del loro soggiorno. La cittadinanza quindi arriva anche dopo vent’anni di vita nel nostro Paese durante i quali sono rimasti ai margini di tanti aspetti della vita sociale e fuori dall’esercizio dei diritti politici. Il dimezzamento dei tempi per la concessione della cittadinanza, riducendo questi tempi abnormi, cambierebbe la vita di molte persone e renderebbe più equo e ragionevole il procedimento di acquisizione della cittadinanza.  Il numero dei beneficiari potenziali dell’effetto del referendum è molto significativo, perché secondo le statistiche ISTAT sugli oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti in Italia al 1° gennaio 2023, sono oltre 2.300.000 i cittadini extra UE già titolari del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; un permesso che viene rilasciato a chi ha requisiti simili a quelli richiesti per l’acquisto della cittadinanza. Molti degli stranieri perciò potrebbero decidere, con tempi dimezzati rispetto a quanto accade oggi, di presentare la domanda di concessione della cittadinanza, e ottenendola diventerebbero automaticamente cittadini italiani anche i loro figli minorenni e con loro conviventi. Molti minori con cittadinanza di altri Paesi che frequentano stabilmente le nostre scuole e vivono come i nostri figli, ma non sono cittadini, lo diventerebbero. Il tempo delle attuali procedure impedisce a tanti genitori extra-UE che da tempo vivono e lavorano legalmente in Italia di trasmettere la cittadinanza italiana ai loro figli prima del compimento della maggiore età; ciò contribuisce ad aumentare artificiosamente nelle scuole italiane il numero di alunni che formalmente sono stranieri anche se in realtà sono nati in Italia o vi sono arrivati molto giovani (secondo le statistiche del Ministero dell’Istruzione nell’anno scolastico 2022/2023 gli alunni non italiani erano quasi 900.000, il 65% dei quali erano nati in Italia). Per effetto della velocizzazione dell’acquisizione della cittadinanza ottenuta dai loro genitori in tempi più brevi, se il quesito referendario vincerà, tanti minori, oggi forzatamente stranieri, diventerebbero italiani. Saremmo gli unici in Europa a richiedere il requisito dei cinque anni di residenza? No, al contrario, l’Italia si allineerebbe a quanto avviene nei paesi europei più dinamici dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Il termine di 5 anni di soggiorno legale ininterrotto per la concessione della cittadinanza ai cittadini di Stati non appartenenti alla UE è oggi già previsto in Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Lussemburgo, Svezia. La Slovenia esige invece qualcosa di più, ma meno dell’Italia, ovvero 8 anni. Salvo l’eccezione della Spagna che mantiene ancora il requisito di 10 anni di residenza (con molte eccezioni tuttavia in quanto il termine è drasticamente ridotto a solo 2 anni per i cittadini d’origine dei paesi ispano-americani che sono la maggioranza degli stranieri) solo paesi come Ungheria, Slovacchia, Polonia, Croazia e Austria, tradizionalmente chiusi verso le migrazioni, sono sulla stessa posizione attuale di chiusura dell’Italia. L’Italia di oggi dall’inizio degli anni settanta (ovvero da cinquant’anni), da Paese di emigrazione (con oltre 6 milioni di italiani all’estero e oltre 60 milioni di oriundi d’Italia) è diventata Paese di immigrazione, con oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti, molti dei quali nati in Italia, a cui la vigente legge sulla cittadinanza italiana impedisce il diritto a partecipare pienamente alla vita pubblica. Nello stesso tempo, come ci ricordano tutti gli studi sulla materia, l’Italia vive forte diminuzione del tasso di natalità avviandosi verso un crollo demografico che si accompagna a un forte invecchiamento della popolazione; due fattori che agiscono a tenaglia mettendo in pericolo il suo futuro sia sotto il profilo economico ma anche sotto il profilo della tenuta sociale. Per affrontare questo drammatico scenario non servono più stranieri posti ai margini della società come fossero solo braccia od ospiti permanenti, ma servono nuovi cittadini che hanno deciso di scegliere l’Italia come paese nel quale vivere e radicare il loro futuro e quello dei loro figli. Tutte le democrazie più solide sono quelle che sono capaci di includere nuove persone, sono aperte alla mobilità e guardano al futuro e non al passato. Non dimentichiamo anche sui nostri territori, i numerosi appelli di imprese associazioni di categoria, in merito alla necessità di nuovi lavoratori e lavoratrici, per permettere anche al nostro tessuto produttivo di crescere, come non dimentichiamo le esperienze già in atto di inclusione di giovani stranieri accolti e formati da paesi extra UE. La nuova legge sulla cittadinanza che si vuole ottenere tramite il referendum, correggerebbe una disciplina che risulta ormai anacronistica, non giusta, oltre che autolesionista, contrastando il declino del nostro Paese. Non si tratta di benevolenza verso gli stranieri ma di una scelta di futuro per tutti gli italiani.