25 maggio 2025. Domenica 6a di Pasqua
DIO SENZA FISSA DIMORA

6° domenica di Pasqua.

Preghiamo. Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora in quanti ascoltano la tua parola e la mettono in pratica, manda il tuo Spirito, perché richiami al nostro cuore tutto quello che il Cristo ha fatto e insegnato e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 15,1-2.22-29
In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».
SalMO 66.  Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 21,10-14.22-23
L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,23-29
Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, custodirà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non custodisce le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.  Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

UN DIO SENZA FISSA DIMORA. Don Augusto Fontana

 Dio abita “oltre”.
«Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi”…Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro».
Alla Chiesa è vietata la nostalgia. Non tutti, all’interno della Chiesa, accettano la novità. È sempre in agguato la nostalgia delle «cose di prima», ormai superate. Ne fa prova il dibattito che si era acceso nella chiesa di An­tiochia (prima lettura). Erano arrivati dalla Giudea certi individui che contestavano il metodo missionario di Paolo e Barnaba e pretendevano di im­porre ai neo convertiti dal paganesimo anche le osservanze della Legge ebraica, a cominciare dal rito di «iniziazione»: la circon­cisione. Rendendo così insufficienti il battesimo e la fede in Gesù. Paolo avverte che non è in gioco semplicemente il suo metodo pastorale, ma l’essenza stessa della novità cristiana. La questione viene portata dinanzi alla chiesa madre di Ge­rusalemme. I contrasti e le tensioni furono superate con un dibattito aper­to, dove ognuno ebbe la possibilità di esporre le proprie ragio­ni e con un ascolto umile della voce dello Spirito. Il guaio degli integrismi di tutti i tempi è la pretesa di im­porre pesi opprimenti fatti di carabattole varie e di anacronistici fagotti che appesantiscono il cammino e soffocano ogni slancio. Alcuni provano un gusto quasi sadico a chiedere sacrifici assurdi, col risultato di produrre spaccature all’interno della comunità. Questi nostalgici malati delle «cose di prima» sono gli spe­cialisti dell’accessorio a scapito del necessario. Il loro peccato d’origine è l’incapacità di tener dietro alle iniziative innovatrici dello Spirito. Sono in ritardo sugli avve­nimenti, e quindi sull’azione di Dio nella storia[1].
Dio abita fuori, in città.
«L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa…Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio».
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[2] cioè destinato a modificare la realtà, la città. I nomi delle nostre città dovrebbero avere nomi di uomo e di donna. In Genesi 4,17 troviamo un’ispirazione di fondo, da prendere con le pinze di una lettura critica: «Poi Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc. Quindi si mise a costruire una città, a cui diede il nome di Enoc, dal nome di suo figlio». Caino non è certo un modello proponibile, ma di lui la Scrittura ricorda che il suo progetto di città aveva un nome di figlio, di uomo. Nelle nostre città non ci viene più voglia di accendere il fuoco neppure per un eventuale ospite di passaggio. Pensiamo che i giochi ormai siano fatti e niente di nuovo busserà alla nostra porta, che non ci saranno più nè soprassalti di gioia per una buona notizia nè trasalimenti di stupore per un’improvvisata e neppure fremiti di dolore per una tragedia umana. Siamo a corto di speranza, siamo delusi dai surrogati di promesse inesplose che mettono in dubbio anche le promesse di Dio. Ossa inaridite e disperse sulle quali il profeta Ezechiele (37, 1-14) invoca lo Spirito di rianimazione politica e di resurrezione vitale: «…il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa tutte inaridite…Mi disse: Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel vostro paese…L’ho detto e lo farò».
Un certo spiritualismo odierno ha la tendenza a dissolvere le componenti spaziali della santità: per loro il centro della santità non sarebbe più la Città o la Terra, ma la Chiesa. Oggi la teologia della «Chiesa locale», radicata su un territorio, ci aiuta a rielaborare la teologia della città. Per molti secoli la cristianità si è dibattuta nel dilemma della Gerusalemme celeste contrapposta alla Gerusalemme terrestre. La Gerusalemme terrestre non doveva essere altro che un riflesso della Gerusalemme celeste. Un midrash[3] rabbinico invece spiega bene la diversa ottica biblica: «Voi trovate anche che c’è una Gerusalemme in alto, corrispondente alla Gerusalemme in basso. Per puro amore della Gerusalemme terrestre, Dio se ne è fatta una in cielo». La letteratura talmudica ebraica pone sorprendenti parole nella bocca di Dio stesso: «Io non entreró nella Gerusalemme celeste finchè non sarò entrato prima nella Gerusalemme terrestre»[4]. Il valore di queste tradizioni sta nel sottolineare che la pienezza spirituale non può essere raggiunta riducendo al minimo la sfera storica con le sue realtà materiali, sociali e politiche. Il Concilio Vaticano II° (GS n.1 e 40) ha scritto pagine indelebili: «La Chiesa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini membri della Città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore».
L’evangelista Matteo (5,13-16) ci ricorda quale sia il nostro reale compito come credenti in Cristo che vivono in questa città come cittadini: «Voi siete il sale della terra…Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa».
Nel 597 gli ebrei vengono deportati a Babilonia.  Chiedono al profeta Ezechiele deportato con loro a Babilonia (Ez 33,10): «Come possiamo vivere senza Tempio?».  Ci vorrà la sua genialità per permettere di credere che anche a Babilonia essi possono incontrare Dio.  In una celebre visione (Ez. 8-11), questo profeta descriverà la “Shekhinah” (la sua Presenza) che si allontana dal tempio di Gerusalemme per recarsi esule a Babilonia e vivere la solidarietà con i deportati.  Dio stesso parlando di loro può dire: «Certo li ho dispersi sulle terre, ma per loro io sono, un po’, un santuario sulle terre dove sono giunti» (Ez.11,16). Qualcosa della presenza di Dio ora è a Babilonia. Qualcosa, un po’ (“mehat”dice il testo ebraico o “micron” diranno i traduttori greci).  E quando Nabucodonosor distruggerà definitivamente Gerusalemme e il suo tempio, Geremia (29,5-7) scrive una lettera ai deportati: «Lì dove siete, costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto…Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene». E mentre in Babilonia si va consolidando la cultura della resistenza attiva, beffando il male col bene, Geremia, in una Gerusalemme avvolta ancora nel caos, fa il gesto simbolico, anacronistico in tempi senza futuro, di comprare un campo (Ger. 32, 2-15): «Dice il Dio di Israele: Prendi i contratti di acquisto e mettili in un vaso di terra, perché si conservi a lungo. Poiché dice Dio di Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese».
Nel profeta Ezechiele troviamo un altro potente messaggio religioso e sociale: «[Il Signore] mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente… Mi disse: “Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà”».  (47,1ss).
Luigino Bruni, economista e biblista, così commenta[5]: «Il tempio può essere sorgente zampillante di acqua vivificante se quell’acqua non rimane chiusa e gelosamente custodita dentro il tempio. Solo se da lì parte per inondare il mondo…Quell’acqua nasce dentro, ma scorre fuori. È un’acqua laica, civile, secolare. L’Ezechiele sacerdote di Gerusalemme crede che il tempio è il luogo della presenza della gloria di YHWH sulla terra. Ma l’Ezechiele profeta sa e dice che quella presenza non è lì per essere consumata nel culto dai suoi fedeli, perché è generata per essere donata a chi si trova al di fuori del tempio… Ezechiele, che riceve questa visione dopo che il tempio era stato distrutto da Nabucodonosor, intuisce che se ci sarà ancora un nuovo tempio, dopo l’esilio, la fede e il tempio non potevano restare quelli di prima; ogni grande crisi cambia il rapporto tra fede e culto. Il tempio è troppo piccolo per contenere l’Amore e l’acqua della sapienza».
Dio abita “dentro”.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ». Dov’è Dio? Dove abita? Dove andarlo a cercare? Quanta strada bisogna fare? Abbiamo bisogno di localizzare Dio, di metterlo dentro un tempio fatto di mattoni, dove poterlo onorare, ma anche per metterlo, in modo subdolo, sotto il nostro controllo, sotto formalina. E’ successo anche nella storia d’Israele. Il re Davide abitava in un bellissimo palazzo mentre l’arca dell’alleanza era sotto una tenda. Il senso di colpa gli suggerisce di progettargli un tempio degno. E Dio gli manda a dire per mezzo del profeta Natan: “Davide, lascia perdere! L’universo intero non mi può contenere, e tu penseresti di cacciarmi dentro un cubo di cedro o di freddi mattoni?”(2 Sam.7,1-16).
Il vangelo di oggi ci indica dove Dio ha scelto di abitare: “Se uno mi ama, custodirà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Noi siamo persone “abitate”; già S. Paolo lo aveva detto: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?” (1Cor 3,16). In Esodo 25,15 si parla della costruzione dell’Arca dell’Alleanza. Una nobile cassa dotata di stanghe laterali infilate negli anelli per poterla portare; le stanghe non dovevano mai essere sfilate anche se erano più lunghe dello spazio della tenda chiamata “Santo dei Santi” (1 Re 8,8). Il filosofo ebreo Levinas offre una spiegazione midrashica: “La Legge-Torà, deposta nell’Arca, è sempre pronta al movimento, non è legata a nessun punto dello spazio e del tempo, ma è pronta per essere trasportabile in ogni momento”. Agli ebrei non andava bene questo Dio liquido, troppo pellegrino e quotidiano, troppo bersaglio mobile. La reazione fu idolatra: si costruiscono un vitello d’oro, immagine del vero Dio ma trasformato in idolo monumentale perché fossilizzato da un’icona statica e immobile. Questo fu ed è il nostro peccato originale.
Anche l’evangelista Giovanni è ossessionato dal “dove” di Gesù (per 40 volte circa: Dove vado io voi non potete venire…Signore dove abiti?…Di dove sei?…Dimmi dove lo hai posto…ecc). Per Giovanni l’identità non si scopre dal «Chi sei?», ma dal «Dove sei?». In realtà il chi sono io è dato da dove io sto, cioè dalle relazioni che io ho. Ecco perché nel 4° Vangelo il dimorare, essere in, abitare diventa così importante. Abitare significa che ormai dove io sono ho tutta una serie di relazioni, la mia è una situazione ambientale, “ecologica”. E poi io devo restare, dimorare, devo avere continuità. Giovanni ci dice che per capire Gesù la prima domanda che si deve fare il lettore è dove si colloca, dove dimora Gesù? E la risposta che comincia a dare nel Prologo al suo Vangelo è che Gesù sta «presso il Padre», sta in Dio. E da quella situazione è venuto a stare «in mezzo a noi», mettendo la sua tenda in mezzo a noi. Gesù è un’Arca con le stanghe e senza fondamenta, perché possa seguirci là dove andiamo: “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. S.Agostino dirà: “A lungo ti ho cercata, bellezza nascosta, tardi ti ho trovata; io ti cercavo fuori di me, e tu eri in me”.
In conclusione.
Il biblista G. Ravasi, così sintetizza il messaggio delle letture liturgiche di questa domenica: «La dinamicità che impedisce alla Chiesa di essere nostalgica, la fedeltà che impedisce alla Chiesa di es­sere sbandata, la pazienza che impedisce alla Chiesa di essere frenetica, la profezia che fa comprendere alla Chiesa i segni dei tempi, la tolleranza e il dialogo che impediscono alla Chiesa la malattia dell’integralismo, la speranza che fa superare alla Chiesa esitazioni e incertezze. Ma su tutto deve dominare la fede nello Spirito, guida ultima e viva della Chiesa».


[1] A. Pronzato, PAROLA DI DIO. Commenti alle letture della domenica anno C, Gribaudi editore.
[2] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152.
[3] Midrash Tanhumah, inizio della sezione Pequdey
[4] B. Ta’anith 5 b.
[5] Avvenire 11/05/2019. L’esilio e la promessa/Cantico della laicità




La partecipazione dei lavoratori agli utili e gestione di impresa è legge

La partecipazione dei lavoratori agli utili e gestione di impresa è legge

Angelo Picariello  AVVENIRE mercoledì 14 maggio 2025

La Cisl aveva raccolto 400mila firme, in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione. Potranno entrare nei cda, previste anche commissioni paritetiche e consultazioni aziendali

La proposta di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese è legge, la numero 1573 (divenuta disegno di legge numero 1407 già approvato dalla Camera dei deputati il 26 febbraio) ha ottenuto in via definitiva, stamattina, il via libera del Senato. L’aula di Palazzo Madama ha approvato con 85 sì, 21 no e 28 astenuti. Il voto si è avuto dopo la relazione della senatrice Paola Mancini, di Fratelli d’Italia: la commissione aveva deliberato sul provvedimento articolo per articolo mentre l’Aula è stata chiamata a esprimersi solo con una votazione finale.
Promossa dalla Cisl, con la sottoscrizione di oltre 400mila firme depositate presso la Corte di Cassazione, era andata all’esame delle Commissioni congiunte Lavoro e Finanze della Camera, per poi passare all’esame del Senato. Questa normativa è stata concepita in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione ( «la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende») «nel rispetto dei princìpi e dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e internazionale, al fine di rafforzare la collaborazione tra i datori di lavoro e i lavoratori, di preservare e incrementare i livelli occupazionali e di valorizzare il lavoro sul piano economico e sociale», recita l’articolo 1. Una legge «storica», la definisce il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Un testo «coraggioso», per Maria Stella Gelmini.
Si tratta di una proposta articolata, che prevede la possibilità per i rappresentanti dei lavoratori di partecipare ai consigli di sorveglianza e anche ai consigli di amministrazione e regola la distribuzione ai lavoratori dipendenti «di una quota degli utili di impresa non inferiore al 10% degli utili complessivi, effettuata in esecuzione di contratti collettivi aziendali o territoriali». I premi di produttività e le forme di partecipazione agli utili d’impresa corrisposti a lavoratori dipendenti sono assoggettati all’imposta sostitutiva del 5% per il 2025, con limite superiore elevato a 5mila euro.
Sono anche previsti piani di miglioramento e di innovazione dei prodotti, dei processi produttivi, dei servizi e dell’organizzazione del lavoro. Sono anche regolate delle modalità di partecipazione consultiva dei lavoratori alle decisioni. Viene inoltre costituita una Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori.
Sono previsti anche piani di azionariato diffuso, e commissioni paritetiche per i piani di miglioramento e innovazione, e piani di formazione continua per i lavoratori che partecipano agli organismi partecipativi. La normativa si applica anche alle società in forma cooperativa.




18 maggio 2025. Domenica 5a di Pasqua
NUOVO

Quinta domenica di Pasqua.

Preghiamo. O Dio che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa che accogliamo come fondamento della nostra vita il comandamento dell’amore, per amare te e amare i nostri fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore.
Dagli Atti degli Apostoli  (14,21b-27)
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
Salmo 144,8-13)(145) Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21,1-5a)
Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:  «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Dal vangelo secondo Giovanni (13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito[dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

LA NOVITA’. Don Augusto Fontana

Una parola-chiave di questa domenica: la novità. Due ambiti ove accade la novità: la città, l’amore.
Spesso confondiamo novità con diversità. Noi siamo abituati a dire “Nuova Repubblica, nuovo Governo, nuovo lavoro, nuovo giornale…”. Spesso si tratta di qualcosa diverso dal primo, ma non necessariamente “nuovo”. Non ci vogliono molte argomentazioni per dimostrarlo. Spesso si tratta di robe vecchie riciclate, diligentemente mascherate. Spesso si tratta di trasformismo.<Ecco faccio nuove tutte le cose…; vidi un cielo nuovo e una terra nuova…; vidi la nuova Gerusalemme scendere dal cielo…> dice Apocalisse. <Vi dò un comandamento nuovo…> dice Gesù nel Vangelo. Non voglio disprezzare la diversità, perchè spesso è a forza di diversità che ci si avvicina al nuovo.
Alcune considerazioni:
1- Non abbiamo molta voglia di novità, in quanto la novità chiede di ristrutturarci. Il trasformismo è meno aggressivo nei confronti delle scelte da fare; spesso si cambiano le cose per lasciare tutto come prima. Invece gli apostoli dicevano: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. La novità ha dei costi iniziali, è un investimento a rischio, fatto nella fede e nella fiducia. Nelle famiglie si pensa maggiormente a cambiare posto ai mobili, pur di non affrontare il problema che nascerebbe da una nuova impostazione dei sentimenti e degli orizzonti della famiglia. Nella Chiesa si fanno molti documenti sul ruolo della donna, si fanno i Consigli pastorali, ma di fatto le parrocchie sono ancora tutte incentrate sul ruolo del prete. Si fanno molte cose per i poveri, ma i poveri non costituiscono il tessuto della Chiesa.

2- La novità, a differenza della diversità e del trasformismo, va a toccare il centro della persona e delle organizzazioni. Il trasformismo, invece, tocca gli aspetti periferici della vita. <Chi non rinasce di nuovo non può entrare nel Regno dei cieli> diceva Gesù a Nicodemo il quale ribatteva:<Come può un uomo rientrare nel seno materno?> dimostrando che non aveva colto che Gesù parlava di una vita nuova e non semplicemente di una vita ricominciata da capo con le stesse condizioni di prima, più o meno. Ecco perchè parlare di novità significa parlare di rinascita e non di semplice crescita o progresso.

3- La novità nasce da una sorgente, da un principio: “Dio è diverso da come lo sto pensando”. Se la sorgente butta acqua inquinata, l’acqua che bevo non sarà mai nuova, ma solo diversa.  Tutto l’immobilismo e il trasformismo della nostra vita religiosa e cristiana nasce da questo equivoco di fondo: abbiamo capito male Dio, ci stiamo rapportando in modo equivoco con Lui.

4- La novità offerta dal Padre non ci interessa più di tanto. La novità inizia dalla Resurrezione, passa attraverso la storia, si completa nel Regno dei cieli. Gli effetti della novità sono descritti dalla pagina dell’Apocalisse. La novità non consiste nel non piangere più, ma nel fatto che Dio asciugherà ogni lacrima; non viene eliminata la morte, ma la morte non è la fine. Forse per questo, la novità non ci interessa. Perchè le novità che attendiamo sono diverse da quelle che ci vengono offerte. E ci giriamo da un’altra parte. Oppure ci rivolgiamo al Dio di Gesù Cristo per ottenere una vita un po’ più frizzantina, ma non nuova.

Impaurito dalle novità di Dio, nella mia preghiera faccio resistenza e pronuncio una preghiera-bestemmia:<Signore liberami dalle tue novità; tienile per te o dalle ad altri; preferisco una mediocrità accettabile piuttosto che una inaccettabile novità pasquale. Non permettere che nessuno mi offuschi l’immagine rassicurante che mi sono costruito di Te; mi vai bene così, con qualche benedizione, qualche bel rito di prima comunione, un prete simpatico e che stia sempre in canonica per farmi un certificato di battesimo appena ne ho bisogno, un rametto d’ulivo, una bella predica possibilmente corta: dammi cose diverse che siano un diversivo, ma che non raggiungano la novità. Dopo si vedrà>.
L’amore e la città.
Quando Gesù dona il suo testamento parlando di comandamento nuovo dell’amore, lo fa nella cornice della sua passione e a contatto con il tradimento. Gesù non si trovava in una idilliaca apericena: si trovava dentro la morsa della storia che lo stava sconfiggendo e schiacciando. Il precetto dell’amore non è un precetto ai margini della realtà, ma nel cuore della cronaca.
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[1] cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra come una sterile nebbia che nasconde le cose o che sconsacra i sacrosanti tentativi dei deboli di impedire che i forti facciano loro del male. L’amore nuovo architettonico ci viene descritto dalla pagina di oggi dell’apocalisse: Dio dimora con noi, asciuga le lacrime. Non ci viene garantito che non piangeremo, ma solo che ci verrà impedito di essere affogati dalle lacrime. La novità radicale è che Dio ci vuole bene.

  • L’amore nuovo architettonico viene prospettato come un amore “politico”, cioè che ricostruisce il tessuto di una città, di una convivenza.
  • L’amore nuovo architettonico ha una caratteristica: amatevi come io vi ho amato. E’ quel “come” che dichiara la novità. Un amore creativo, che arriva a dare la vita, che sceglie la debolezza, rifiuta ogni forma di violenza, rispetta la libertà, promuove la dignità, respinge ogni discriminazione, mette in conto la tribolazione.
  • L’amore nuovo architettonico è un amore che deve essere visibile:<Da questo riconosceranno che siete miei discepoli>. Non sarà l’abito o i distintivi o il tipo di culto che distinguerà gli appartenenti a questa nuova comunità, ma questo tipo di amore. Ciò che quaggiù viene edificato nell’amore, non andrà perduto, ma sarà trasfigurato.

Per raggiungere questa novità occorre acclimatarsi. Compiere passi di avvicinamento. Se non ci è concesso ancora di gustare la novità, ci sia concesso almeno di lavorare per la diversità della nostra impostazione di vita. Andiamo all’eucarestia domenicale per sperimentare tutto quanto ci è stato annunciato.
Ci attende una settimana per sperimentare ciò che ci è stato donato.


[1] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152




11 maggio 2025. Domenica 4a di Pasqua
Pastore e pastori, pecore e pecoroni.

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, perchè non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 13,14.43-52
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
Salmo 99.  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio:  egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Perché buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
 Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,9.14-17
Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

PASTORE E PASTORI, PECORE E PECORONI. Don Augusto Fontana

Nella chiesa ognuno è pastore responsabile dell’altro e non solo Papa Leone XIV. Ogni battezzato partecipa al carisma di Gesù: avere cura dei propri fratelli e sorelle.
Ho fatto il mio dovere di contribuente lavoratore dipendente pensionato. Modulo 730, redditi, ritenute, detrazioni e diavolerie varie: tutto diligentemente compilato, insieme con la sottoscrizione per la destinazione dell’otto per mille. Ogni anno l’addetto del CAF sgrana gli occhi ed io gli leggo la domanda: come mai un prete cattolico appone la firma per destinazioni diverse dalla chiesa cattolica? Ebbene sì. Sono convinto che l’ecumenismo non passa solo attraverso le asettiche celebrazioni interconfessionali, ma anche attraverso l’otto per mille interscambiato. Una rotazione ecumenica, per anticipare tempi, se verranno, quando ogni porzione del gregge di Dio offrirà all’altro l’accesso al proprio pascolo. Una competizione di cortesie che farebbe disorientare un mondo che conosce solo il “mio” e il “tuo”. Un atto di fede nel Signore che ha pregato il Padre: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. …Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Giovanni 17, 20-21; 10, 14-16). Anche l’otto per mille crea o abbatte recinti, allarga o restringe ovili, unifica o moltiplica pastori: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» scriveva Pietro[1].
Oggi le Letture bibliche ci dicono ancora una volta come è difficile “dire Dio”: Gesù è chiamato pastore ma anche contemporaneamente agnello: “l’Agnello… sarà il loro pastore”. Un agnello che ha fatto…carriera: è diventato pastore! Linguaggi e teologie estranee al nostro conversare e pensare quotidiano. E quanto è difficile parlare di chiesa come gregge di pecore, ma non di pecoroni. Anzi: comunità di pastori.
Un pastore che condivide.
Gesù pastore. Per di più buono (“bello”). L’immagine si apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine del pastore ha perso molto della sua forza e del suo mordente.
Mi dicono che il pastore non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Mi dicono che il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche compagno: «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Ebrei 5, 8-9).
Il Salmo biblico 23 canta: «Signore, pastore mio! Non manco (non mancherò) di nulla».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita?
«Tu sei con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”( 1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Salmo 55,23). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
Scriveva il teologo Carlo Molari[2]: «Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: “Che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?”. L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: “Che faccio? Per questa madre ho fatto te!” . Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede».
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza del deserto dell’esodo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni…Custodisci i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo»[3].
Il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore.
Il deserto è una lezione che l’uomo riceve: per la vita non basta il pane, occorre la Parola di Dio. Il deserto è “assenza di…”: nella sabbia non si può nè costruire città nè piantare orti e giardini; anzi il deserto tende ad invadere l’area coltivata. Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza. Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio di attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.  Nel deserto si cammina. In questo cammino dell’esodo Dio si presenta come uno che accompagna, che guida, che precede, come un pastore. Dio di fatto sembra dare direzioni generiche del tipo “Andate verso Nord!” e spetta quindi all’uomo precisare il proprio cammino. Il simbolo di questa assistenza è la nube che si ferma, si avvia, sceglie la direzione; successivamente sarà l’Arca della alleanza a dimostrare che il popolo pellegrino desidera camminare dietro il suo Signore. Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, Satana!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li si smarriscano, smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[4]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo.
Una comunità “pastorale”?
Scriveva Papa Francesco[5]Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 120). Bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico Popolo di Dio, laici e pastori insieme. Tutta la Chiesa è comunità evangelizzatrice… Siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza. Insomma, a diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi… La vocazione, come d’altronde la santità, non è un’esperienza straordinaria riservata a pochi. Come esiste la “santità della porta accanto” (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6-9), così anche la vocazione è per tutti, perché tutti sono guardati e chiamati da Dio…Mettiamoci allora in ascolto della Parola, per aprirci alla vocazione che Dio ci affida! Per questo la Chiesa deve diventare sempre più sinodale: capace di camminare unita nell’armonia delle diversità, in cui tutti hanno un loro apporto da dare e possono partecipare attivamente».
Papa Francesco il 28 marzo 2013 si era rivolto al clero di Roma così: “Questo vi chiedo: di essere pastori con l’odore delle pecore. L’unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perchè la conserviamo in un’ampolla, perchè l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro“.


[1] 1 Lettera di Pietro 2, 25.
[2] Carlo Molari Pregare ancora? in ROCCA 21/96 Pag. 50-51.
[3] Deuteronomio 8
[4] Ezechiele 34, 2. 4
[5] Messaggio dell’8 maggio 2022 per la 59a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.




4 maggio 2025. Domenica 3a di Pasqua
SANTUARIO LAVORO

Domenica 3° di Pasqua – 

Preghiamo. Padre misericordioso, accresci in noi la luce della fede, perché nei segni sacramentali della Chiesa riconosciamo il tuo Figlio, che continua a manifestarsi ai suoi discepoli, e donaci il tuo Spirito, per proclamare davanti a tutti che Gesù è il Signore.
Dagli Atti degli Apostoli (5,27b-32.40b-41)
In quei giorni, il sommo sacerdote interrogò dicendo: «Non vi avevamo espressamente proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù, che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono». Fecero flagellare [gli apostoli] e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.
Salmo 29(30) Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia.
Ascolta, Signore, abbi pietà di me, Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni aposto­lo (5,11-14)
Io, Giovanni, vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce: «L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione». Tutte le creature nel cielo e sulla terra, sotto terra e nel mare, e tutti gli esseri che vi si trovavano, udii che dicevano: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli». E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E gli anziani si prostrarono in adorazione.
Dal Vangelo secondo Giovanni (21,1-19) (forma breve)
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatre grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

SANTUARIO LAVORO. Don Augusto Fontana

Nel cap. 38 del Siracide c’è un elenco di arti e mestieri come erano allora conosciuti. La Bibbia dice, di questi lavoratori, che “confidano nelle loro mani e ciascuno è abile nel suo mestiere. Senza di loro la città non può essere costruita e nessuno potrebbe avere ciò che occorre alla vita“. Poi l’autore sacro aggiunge un’espressione molto bella: “Queste persone assicurano il funzionamento del mondo e il loro lavoro intelligente è una vera preghiera“.
Oggi i piedi del risorto si posano nelle vicinanze di una pescheria, dove la gente si guadagna volgarmente la pagnotta senza sospettare né attendere mistici incontri: «Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva» (Giovanni 21, 1-14). L’evento accade anche al di fuori di quel giorno – l’ottavo giorno – che siamo ormai abituati a riconoscere come il giorno dedicato alla memoria liturgica e comunitaria, grande coordinata temporale della pasqua. L’evangelista non ne fa cenno. C’è una laicità suggerita, in questo incontro pasquale accaduto su un luogo e in un tempo di lavoro. Qualcuno storcerà la bocca ricordandomi che il mestiere di pescatore evoca la più “nobile” attività pastorale e missionaria: «Gesù disse loro: Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini» (Marco 1, 17).  Il capitolo 21 di Giovanni è un’appendice aggiunta molto tardivamente da una comunità di discepoli effettivamente stressati da alti e bassi di fecondità e infecondità pastorali. Comunque sia, l’infecondità e l’aridità che affiorano nell’annotazione evangelica descrivono bene le ombre crepuscolari di molti operai del Regno, dell’educazione, dell’ascesi o del lavoro: «…ma in quella notte non presero nulla». Per ricordarci, se ce ne fosse ancora bisogno: «Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla»[1]. La laicità di quel tempo e spazio è mitigata solo dalla ritualità di un pasto, che ha il sapore della cena pasquale di qualche sera prima. Ritualità solennizzata nei sogni dell’Apocalisse (Apocalisse 5, 11-14).  Ma spero che nessuno neghi che la Risurrezione ha consanguineità e parentela con quel corpo seminudo del pescatore Pietro (che non ha modo di rivestirsi di paramenti liturgici per andare incontro al suo Signore) o con la nostra fede offuscata di discepoli che faticano a riconoscere il loro Signore davanti ad un cespuglio acceso in un freddo ed infruttuoso tempo di lavoro.
Per 26 anni (ora sono in pensione) ho fatto fatica a cercare e trovare coordinate pasquali nel mio lavoro si prete-operaio, ma non ho mai smesso di cercarle con il naso all’insù o ficcato dentro gli eventi. Come la moglie del Rabbi di Berditschev che, mentre cuoceva i pani per il Sabato, usava pregare: «Signore del mondo, ti prego, aiutami; quando il mio Rabbi sabato prossimo dirà la benedizione su questi pani, abbia nel suo cuore tutto ciò che io ho nel mio cuore in quest’ora che li impasto e li cuocio»[2].
Quando hai nascosto il Tuo volto…
«Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo (Gemello), Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”.  Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”.  Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla». Sembrerebbe una chiesa meticcia e a ranghi ridotti. Sono in sette: giudei, galilei ed ex pagani. Il capitolo 21 è stato aggiunto all’evangelo di Giovanni forse nel 130-140 d.C. Con molta probabilità la missione ha già disperso gli apostoli. Forse alcuni dei primi grandi testimoni e protagonisti sono morti e sono subentrati i discepoli, quelli noti e quelli anonimi. Pietro guida il lavoro e la missione, ma non ci sono garanzie: «Nella mia prosperità ho detto: «Nulla mi farà vacillare!». Nella tua bontà, o Signore, mi hai posto su un monte sicuro; ma quando hai nascosto il tuo volto, io sono stato turbato» (Salmo 30, 7-9). Ci sono tempi in cui preferiremmo il contrasto aperto che abbia il vago sapore di martirio o di testimonianza eroica: «Ma essi se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (Atti 5, 27-41).  Ci toccano invece aride fatiche o assonnate indifferenze circostanti, improvvisamente accostate da rare Sue visite che accogliamo con l’usuale confusa fede: «Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù». Scrive Franco Barbero che questo capitolo dell’evangelo di Giovanni: «…è una pungente parabola del nostro cammino di fede. Anche quando Dio tace e non ci dà le risposte che noi ci aspetteremmo, non è indifferente alla nostra vita: senza il silenzio di Dio non possiamo diventare uomini e donne […] Dio rimane silenzioso affinché uomini e donne possano parlare, protestare e lottare. Dio rimane silenzioso affinché possiamo diventare realmente noi stessi. Quando Dio è silenzioso e gli uomini e le donne gridano, Dio grida in solidarietà con loro; ma Dio non interviene, Dio aspetta le grida di protesta. Quindi Dio comincia a parlare di nuovo, ma in dialogo con noi» (Elsa Tamez, Concilium 1/2001, pag. 33). [3]
Gesù arriva all’alba. «Alla sera sopraggiunge il pianto e al mattino, ecco la gioia» (Salmo 30). Perché il Signore nasconde il suo volto fino ad un’ora mattutina che pare non giungere mai? Perché questo nostro tempo è così ipercinetico, attivo, produttivo e genera fantasmi e ci restituisce pochi euro e scarsa umanità?
Penso al grande alveare umano del lavoro, al correre infinito dietro le ore, agli incastri sempre più fitti di attività e impegni e servizi. E insieme ascolto lamenti e odo l’urlo dell’anima dei colpiti, degli sconfitti, dei frustrati: «Pietà di me, Signore: vengo meno; risanami, Signore: tremano le mie ossa. L’anima mia è tutta sconvolta, ma tu, Signore, fino a quando…? Volgiti, Signore, a liberarmi, salvami per la tua misericordia. Sono stremato dai lungi lamenti, ogni notte inondo di pianto il mio giaciglio, irroro di lacrime il mio letto. I miei occhi si consumano nel dolore, invecchio fra tanti miei oppressori» (Salmo 6). Lamenti agonici di chi attende che si realizzi la promessa del Salmo 125: « Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo. Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni». Il raccolto tarda nell’attesa di un suggerimento: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Forse abbiamo gettato le reti dalla parte sbagliata?  «Se manca il suggerimento dello Spirito, la Chiesa rischia di scegliere sempre la parte sbagliata. Per gli ebrei il lato destro è quello della benedizione di Dio. La grande quantità di pesci è stata tirata su dalla docilità alla Parola»[4].
Gesù non accompagna i suoi nella pesca, come invece ricorda Luca: «Salì in una barca, che era di Simone». Non sta “in mezzo a loro”, in barca, ma li assiste stando sulla spiaggia che è il limite del mare e rappresenta il terminale della storia, come commenta S. Agostino[5]. Giunge un tempo  – e forse è il nostro – che diventa tempo di responsabilità, tempo in cui Lui è vicino ma non “in mezzo”, è a media portata dei nostri ascolti e delle nostre intuizioni. È il tempo delle sensazioni di solitudine e della precarietà delle scelte e delle obbedienze. È il tempo del lavoro in attesa del pasto liturgico dove, accostandoci, possiamo vederlo più da vicino e portare anche il nostro pesce a friggere con il suo, quello che lui ha preso chissà come e chissà dove: «Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: Portate un po’ del pesce che avete preso ora».
I suoi pesci con i miei. E i suoi pani.
Una delle realtà umane più diffuse è il lavoro.  Chi studia si sta preparando al lavoro, gli adulti lavorano, i disoccupati cercano lavoro, i pensionati sono reduci della produzione, espulsi e quindi fuori dal circuito di chi conta.  Il lavoro costituisce una condizione talmente normale da farci rischiare di non accorgerci che esiste come problema e come chance. È cioè una condizione data per scontata, mentre scontati non sono i problemi connessi con l’evangelizzazione, con la catechesi e con la moralizzazione delle attività professionali, sindacali, corporative. Esemplifico:

  • la generale richiesta di moralizzazione del servizio pubblico non è rivolta solo ai vertici dei pubblici servizi, ma anche ai singoli operatori, impiegati, professionisti da cui dipende in larga misura l’efficienza e l’efficacia dei servizi. Dove spariscono i cristiani che alla domenica hanno celebrato l’Eucarestia pasquale e durante la settimana dovrebbero attenersi a rigorosi e rispettosi comportamenti professionali? La perdurante immoralità e corruzione non richiama la Chiesa ad uno scatto di urgente ri-evangelizzazione di un paganesimo pratico e idolatra che si consuma negli ambienti di lavoro?
  • la tendenza attuale a ragionare in termini corporativi e non di “bene comune” pone seri problemi non solo al sindacato o alla Confidustria, ma anche a chi, come alla Chiesa, sta a cuore una equa ridistribuzione del reddito e dei benefici sociali, perché i beni sono di Dio/di tutti e noi ne siamo solo amministratori.
  • la ricerca di una equità fiscale che attenui la divaricazione tra poveri sempre più poveri e garantiti sempre più garantiti non è estranea all’Evangelo dei profeti e di Gesù. L’equità fiscale non sarà solo frutto di nuove leggi o di uno stato poliziesco, ma primariamente di una nuova coscienza. Anche pasquale. Se la logica della croce non incomincia a concretarsi in qualche martirio quotidiano, dove andrà a posarsi?  «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» dicono gli apostoli guadagnandosi così una pesante fustigazione. Per molto meno, a noi, viene chiesto non il martirio, ma testimonianze che hanno un loro costo.
  • la prassi diffusa del doppio lavoro e del lavoro nero, la condizione dei turnisti, il lavoro precario o interinale, la gestione del bilancio familiare, sono o non sono problemi per i quali la comunità cristiana deve saper offrire un contributo di denuncia, di consolazione, di annuncio?
  • la crisi del sindacato e della militanza sindacale é finalmente una liberazione oppure é il segno di un rigurgito di individualismo e di una abdicazione di responsabilità di cui e per cui la Chiesa soffre?
  • La crescita del mercato e la diminuzione della solidarietà hanno qualcosa da spartire con l’annuncio che Dio é Padre?

[1] Giovanni 15,5
[2] Fonte: SeFeR  n. 93/2001 pag.3.
[3] http://web.tiscalinet.it/viottoli/
[4] A.Pronzato PAROLA DI DIO. Commenti alle 3 letture della domenica Ciclo C, Gribaudi editore, Torino, 1988, pag. 105
[5] Agostino, Comment. in Ioan., 122, 6 s.




27 aprile 2025. Domenica 2a di Pasqua
CREDENTI E CREDIBILI

2° domenica di Pasqua
Preghiamo. O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dagli Atti degli Apostoli 5,12-16
Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.
Sal 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Ti preghiamo, Signore: Dona la salvezza!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore.
Il Signore è Dio, egli ci illumina.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 1,9-13.17-19
Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alla sette Chiese. Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato [letteralmente nel testo greco: il primo dei sabati], mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo [gemello], non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Credenti e credibili. Don Augusto Fontana

beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”… Nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava

Credere ed essere credibili: sono le due fatiche che conosciamo bene. Alla prima fatica dedicano più attenzione i battezzati laici i quali ritengono ancora che la seconda fatica debba invece essere soprattutto la fatica dei preti, del Papa, dei vescovi.
In giro per il mondo e per la Chiesa esistono situazioni di grande sofferenza tra settori della Chiesa che cercano di rendere credibile la novità pasquale attraverso gesti di generosità, di onestà di vita e di parola, di condivisione con le realtà mortifiche e mortificanti. Ma esistono anche altri settori che, per ragioni diplomatiche o legalistiche, contrastano o abbandonano i testimoni scomodi al loro destino di emarginazione.
Il problema oggi si è fatto acuto perchè esiste un fenomeno di “identificazione parziale” con la Chiesa sia da parte del mondo laico non credente o scettico e sia anche da parte di molti cristiani che si identificano nella Chiesa con un piede dentro e uno fuori. Ne abbiamo una prova in questi giorni di lutto per la morte di Papa Francesco: abbiamo sentito parole di ipocrita lode. E abbiamo ricordato la Santa Scrittura (Matteo 23,29) Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché costruite i sepolcri ai profeti e adornate le tombe dei giusti“.
Credenti.
«Se non vedo non credo…Beati quelli che crederanno senza aver visto…Questi segni sono stati scritti perchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiate la vita» (Giovanni 20 19-31).  La chiesa è il luogo dove avviene la crescita della fede, dove si elabora, fra mille dubbi e difficoltà, questo atteggiamento. Giovanni ha concentrato in Tommaso la <resistenza alla fede>. Tommaso era chiamato “Didimo” cioè “il gemello”. Gemello di chi? Di me, di te.
Scrive padre Ermes Ronchi: «Tommaso sperimenta la fatica di credere, come noi. Eppure in nessuna parte del Vangelo è detto che la fede senza dubbi sia più sicura e affidabile della fede intrecciata alle domande (anzi la prima parola di Maria non è un «sì», è invece una domanda: come è possibile che io diventi madre?). Non esiste fede esente da domande e da dubbi. Tommaso però, pur dissentendo dagli altri apostoli, non abbandona il gruppo e rimane; e il gruppo, a sua volta, non lo esclude. Modello per le nostre assemblee: quando i dubbi sorgono, quando situazioni difficili o errori della comunità ti scoraggiano, non andartene, non isolarti, non sentirti escluso, resta all’interno della comunità. Non stancarti di porre le tue domande: qualcuno, custode della luce, ti porterà la risposta. Otto giorni dopo venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo… Mi conforta pensare che se trova chiuso, Gesù non se ne va; se tardo ad aprire, otto giorni dopo è ancora lì. Gesù viene e si dirige verso colui che dubita: Metti qua il tuo dito, stendi la tua mano, tocca!. E nella mano di Tommaso, che trema, ci sono tutte le nostre mani. Tommaso passa dall’incredulità all’estasi: Mio Signore, mio Dio. “Mio” come lo è il respiro e, senza, non vivrei» .
La finale del Vangelo di Marco (16,14) precisa: «Apparve agli undici, mentre erano a tavola, e rimproverò la loro incredulità e durezza di cuore, perchè non avevano creduto». Così Matteo 28,17: «Alcuni però dubitavano». La fede pasquale non è frutto di una facile esaltazione e di visioni di dubbia origine, ma nasce dopo resistenze negative.
Nell’itinerario della fede della Chiesa non esistono percorsi garantiti, schemi pianificati, ma una maturazione personale con tempi e modalità proprie. C’è posto per chi dubita e per chi sta crescendo. Crescita non significa allevamento o addestramento. La Chiesa tiene aperte le porte a coloro che cercano, si interrogano, si dibattono nell’incertezza, incespicano. C’è spazio anche per i ritardatari.
Credibili.
L’onere della prova della risurrezione non è più affidata alla tomba vuota, ma alla prassi dei credenti.
«Aumentava il numero di coloro che credevano nel Signore…il popolo esaltava i discepoli…e portavano i loro malati e tutti venivano guariti» (Atti 5,12-16). «Io Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione e nella costanza in Gesù» (Apocalisse 1,9-19).
E’ vero che la credibilità non è questione di adesioni di massa: a volte la massa non corre dietro ai profeti e sembra disertare i luoghi del loro vero benessere. Tuttavia all’epoca di Papa Giovanni XXIII e del Concilio la Chiesa sembrava aver riacquistato udienza presso tutti gli uomini di buona volontà. Oggi Papa Francesco pare abbia riaperto i giochi; ma nel lungo periodo dovrà trasformare anche le strutture ecclesiastiche, affrontare i nodi della Sinodalità e dei Ministeri/Servizi che da decenni sono nel cassetto e nel cuore amareggiato di molti di noi. Ma affidare tutto al Papa è una imperdonabile delega. Nel profondo di ciascuno si annida il desiderio di incontrare uomini di speranza, di condivisione, di liberazione. La corsa forsennata verso le madonne parlanti e le devozioni pellegrinanti è una spia di allarme che la dice lunga sul bisogno dell’uomo d’oggi di reincontrare il mistero di un Dio che circola ancora tra noi come portatore di novità di vita, di sollievo, di benessere.
Soprattutto la folla ha bisogno di gente che diventa credibile per il fatto che diventa compartecipe, dall’interno, della passione e della tribolazione quotidiana, proprio come si autodefinisce Giovanni all’inizio dell’Apocalisse: fratello e compagno delle vostre tribolazioni e fedeltà.
Ed occorre anche pregare per questa Chiesa credibile sparsa nel mondo e che paga duro pur nell’ostilità interna ed esterna ed anche nella indifferenza, forse, mia e tua.




LIEVITO DI PASQUA AL LAVORO
Don Augusto Fontana

LIEVITO DI PASQUA AL LAVORO. Don Augusto Fontana
https://ilborgodiparma.net/borgo-news/

L come Lievito.
Ho cercato un’immagine che potesse esprimere il significato della Pasqua ebraica, di Cristo e della Chiesa. L’ho trovata nel segno del lievito. Del lievito se ne parla nella Bibbia una ventina di volte nell’Antico e nel Nuovo Testamento.  In particolare Paolo scrive ai Corinti (1 Cor 5): «Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?  Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi». Parlerò dunque del “Fattore L” cioè del lievito come chiave interpretativa della Pasqua di Gesù e della Chiesa.
Risaliamo a circa 2000 anni prima di Cristo, quando agli ebrei, in occasione della loro Pasqua, veniva intimato, pena l’eliminazione dalla comunità, di buttare via il lievito vecchio per una settimana affinchè nella farina del nuovo raccolto non andasse a finire un lievito vecchio, ma venisse fermentata da lievito nuovo. Mettere il lievito vecchio nella pasta del pane ricavata dal nuovo raccolto del grano significava profanarne la santità: «Il 14 del primo mese di Nisan sarà per voi un memoriale e lo festeggerete come festa del Signore di generazione in generazione come rito perenne. Nel primo giorno, e per 7 giorni, farete sparire il lievito dalle vostre case. Non mangerete niente di lievitato e mangerete pani azzimi». Il lievito se è vecchio corrompe, se è nuovo dà volume, bontà e consistenza. Gesù ha usato il lievito per parlare di sè e del Regno di Dio: «È simile al lievito, che una donna prese e nascose in tre misure di farina» (Lc 13,21).
Lievito al lavoro.
Lievito al lavoro” potrebbe significare: “Il lievito è già al lavoro” cioè attualmente il lievito del Regno di Dio “sta lavorando” e occorre scoprirne la sua presenza per proteggere, aiutare, annunciare questa nascosta fermentazione. “Lievito al lavoro” potrebbe anche significare “occorre più lievito nel lavoro!” perchè il lavoro è sempre più simile a un pane azzimo secco per tempi di sopravvivenza, piuttosto che ad una pagnotta lievitata da umanizzazione ed eucarestia. Anche la comunità cristiana, in tutto il suo impegno di catechesi e liturgia, non può tenere troppo a lungo separati la farina e il lievito; è urgente tornare a mescolare il lievito al lavoro e il lavoro al lievito, per evangelizzare il lavoro, l’economia, la politica (CEI Evangelizzare il sociale, 1992).
Lievito al lavoro” potrebbe anche significare: “occorre onorare l’attività lavorativa di uomo e donna, riconoscendole valore lievitante per la vita personale e per la convivenza”. È giusto che la chiesa riconosca al lavoro un valore aggiunto oltre quello di pura sussistenza. Per proclamare questo “Credo” occorre saper rispondere alla domanda: nell’organizzazione del lavoro, negli ambienti di lavoro, nei lavoratori, nella attenzione della comunità cristiana verso i lavoratori sta davvero lievitando qualcosa di evangelico? Dove? Come?
Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 4) scrive tra l’altro: «Sappiamo che l’evangelizzazione non sarebbe completa se non tenesse conto del reciproco appello che si fanno continuamente il Vangelo e la vita concreta, personale e sociale dell’uomo… Non si può più affermare che la religione deve limitarsi all’ambito privato e che esiste solo per preparare le anime per il cielo».
La Pasqua è al lavoro non solo nelle celebrazioni del Triduo Santo o nella Pasqua settimanale, ma anche quando il ritmo pasquale (uscire da schiavitù, camminare per deserti, entrare come popolo, celebrare) pulsa nella liturgia scalza del lavoro, delle relazioni inclusive, del volontariato, della politica.
Nel giorno della Pasqua di Gesù mi è venuto spesso il sospetto che fin dal giorno della Incarnazione Dio avesse nascosto, nella piccola e povera carne e storia di Gesù, il lievito dell’uomo nuovo. Ci sono voluti 33 anni di lievitazione, ora finalmente Dio approva la vita di Gesù e ne fa l’icona di ogni uomo che voglia navigare con le vele rigonfiate dal soffio dello Spirito.  La liturgia dell’Epifania ogni anno ci fa proclamare che la festa di Pasqua è il lievito di tutte le feste. Occorre togliere il vecchio lievito di generiche religiosità per far passare le domeniche, le feste dei santi, di Maria, del Natale, alla loro vera funzione pasquale. Non celebrazioni light, inconsistenti, consolatorie; ma che provochino le nostre uscite dalle sacrestie, il nostro coraggio, la dimensione comunitaria della fede.
Nascosti nella farina.
Il fattore L permette di reinterpretare le vicende della vita in chiave pasquale. Mi basti citare un breve passo dell’Enciclica Evangelii nuntiandi di Paolo VI :«Il campo proprio dei laici è il vasto e complicato mondo della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze, delle arti, della vita internazionale, degli strumenti di comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza» (E.N. 70).
Per tornare al segno del lievito: occorre mettere a terra le beatitudini che sono un assaggio della resurrezione. Ci fu un tempo in cui occorrevano santi re, papi e regine; ci fu un tempo in cui occorrevano santi preti e monaci; oggi è tempo di santi laici negli ambiti della famiglia, del lavoro, della politica e dell’economia: «Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina, finché la pasta sia tutta lievitata» (Mt 13,33). Come il lievito diffonde la sua forza in tutta la pasta, cosí anche voi – vuol dire Gesú – dovete trasformare il mondo intero “nascondendovi dentro” alla farina (e non solo accostandovi alla farina o sfiorandola). «Come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (Lettera a Diogneto, 6).
Nell’epoca che Zygmunt Bauman ha ricon­dotto alla categoria della liquidità, diventa flut­tuante anche la fede cristiana, come un salvagente mezzo sgonfio nel mare aperto del mercato spirituale contempo­raneo. In fondo la liquidità tende a liqui­dare o diluire anche ogni fede. Se la comunità cristiana attenua la propria radicalità e si trasforma in un cristianesimo all’acqua di rose, finisce per perdere la sua carica d’interesse e di attra­zione. Non c’è una ricetta cristiana, ma c’è la permanente pos­sibilità di essere un lievito, un sapore, dentro un faticoso processo di uma­nizzazione. In esso la radicalità evangelica si presenta spoglia ma forse, proprio per questo, in grado di dire una parola credibi­le alle donne e agli uomini del mondo con­temporaneo. «Il Giubileo inizia fuori dal tempio con azioni concrete e in piazza» scrive l’economista e biblista Luigino Bruni (Avvenire 08/04/25, pag 15). E’ dunque ora che i cristiani ritrovino l’essenziale: annunciare la risur­rezione, praticare la giustizia, evangelizzare il sociale.




Casa sfitta? Che peccato!


OTTIMA ESEMPLARE INIZIATIVA A PARMA.

E’ peccato lasciare la casa sfitta.

Il CIAC offre garanzie per i proprietari e nelle stesso tempo garanzie per lavoratori che potrebbero pagare affitto ma non trovano disponibilità dai proprietari per persone straniere.

Crazie CIAC!




13 aprile 2025
Passione di Gesù detto il Cristo, secondo Luca 

Il racconto della passione/risurrezione di Gesù è il primo e originario nucleo attorno al quale è cresciuto e si è strutturato il resto del Vangelo. Se un qualche dittatore mi obbligasse a distruggere il Vangelo permettendomi di tenere solo alcune pagine, senz’altro salverei questi ultimi capitoli, perchè QUESTI SONO L’EVANGELO. Gli altri capitoli sono un commento a questi.
Il resto della Bibbia ci rivela Dio di spalle: ci dice ciò che ha fatto per noi. Qui invece lo vediamo faccia a faccia, in ciò che si è fatto per noi. Dio non ha più veli: <Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora saprete che IO-SONO> (Giov.8,28), cioè conoscerete JaHWeH. La croce è la distanza che Dio si è preso dalla cattiva immagine che abbiamo di Lui e dalla diffidenza che il serpente ha suggerito all’uomo. Sulla croce Dio tace, ma il suo silenzio grida la sua essenza che è amore nel quale Dio e uomo diventano <una sola carne>. Nella Natività di Gesù, Dio si è fatto carne; nei 3 anni di vita pubblica di Gesù adulto, Dio si è fatto tenerezza e parola; nella Passione di Gesù, Dio si è fatto morte, dolore e dono; nella Resurrezione Dio si è fatto vita.
Il racconto della Passione, di per sè non andrebbe commentato perchè tutta la Santa Scrittura è un commento già fatto a questi eventi e a sua volta trova nella croce la chiave interpretativa del suo enigma. Dovrebbe essere solo una Parola da proclamare, pregare, baciare, adorare. Ciò che noi proviamo per Lui passa in secondo piano rispetto a ciò che Lui prova per noi. Tuttavia, essendo ancora bambini, abbiamo bisogno che certi bocconi siano preventivamente triturati. Il nostro commento apparirà come un goffo tentativo di sbocconcellare il racconto non per un godimento estetico o intellettuale, ma per una auspicabile contemplazione.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca  (22,14-23,56)

Quando venne l’ora, [Gesù] prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi. Ma ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito, ma guai a quell’uomo dal quale egli viene tradito!». Allora essi cominciarono a domandarsi l’un l’altro chi di loro avrebbe fatto questo.
Prendere, spezzare, distribuire, dare: sono i verbi eucaristici lasciati da Gesù in eredità a noi. Gesù vuole che moltiplichiamo quei verbi non solo nel rito della Messa ma anche nella nostra vita quotidiana.
E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi». Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».
Sulla mensa eucaristica della domenica ci sarà sempre il nostro peccato e il suo perdono in un incrocio di mani che danno, prendono e consegnano.
Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre». Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!».  Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose:  Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse:«O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
La nostra testimonianza cristiana ce la giochiamo nei cortili della vita quotidiana dove mettiamo a nudo i nostri compromessi, gli alibi, le paure, le incoerenze. Ma Gesù non smette di incrociare il suo sguardo con la nostra coscienza.
E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.  Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca». Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re».  Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.  Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia. Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere. Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori. Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».  Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo:«Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male. Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Le prime conseguenze dell’amore crocifisso di Gesù si vedono subito: è stato liberato Barabba e ora è accolto un altro assassino. Si inaugura così l’infinita catena di balordi salvati, tra cui io e te.
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
Ci uniamo a tutti i profeti minacciati, ai malati, gli anziani, i profughi, i traditi ingiustamente, gli indios crocifissi dalle economie da rapina, gli operai senza tutele, gli strangolati dagli usurai, le donne minacciate e violate, gli emarginati dalle Chiese, i perdenti, gli agonizzanti, i figli di nessuno, le bambine prostituite, i barboni, i torturati.
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.




6 aprile 2025. Domenica 5a Quaresima
COLPEVOLE GRAZIATA

Quinta domenica Quaresima

Preghiamo. «Dio di bontà, che rinnovi in Cristo tutte le cose, davanti a te sta la nostra miseria: tu che hai mandato il tuo Figlio non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e la gioia del saper perdonare».
Isaia 43, 16-21
 Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti che fece uscire gli Egiziani con carri e cavalli, esercito ed eroi; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti. Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.
Salmo 126. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Lettera di Paolo ai Filippesi 3.
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.  Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Giovanni 8,1-11
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, la posero in mezzo, e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia poichè insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo e la donna era là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

COLPEVOLE GRAZIATA. Don Augusto Fontana

 Cosa c’entra la giustizia con la legge?  S.Paolo parla spesso di giustizia e di giustificazione. Mi ha sempre colpito il fatto che la parola giustificazione è composta da due termini latini e cioè “iustum-fàcere” e che tradotta bene significa “rendere giusti“. Ora, l’amministrazione della giustizia umana può raggiungere il massimo quando dichiara che un uomo ha veramente compiuto o non compiuto il delitto di cui è accusato. La Bibbia, invece, dice che Dio giustifica, cioè rende giusti. La giustizia umana non potrà mai compiere il miracolo di ristrutturare la persona, il suo passato e il suo futuro. Dio invece crea dal nulla, rende giusti gli imputati e i giudici, i guardoni e i preti, gli innocentisti e i colpevolisti. Sono in ansia perchè non so come farò a spiegare, domenica prossima, alle vecchiette della mia parrocchia, il fatto di Gesù che “giustifica” l’adultera.
Faccio nuove tutte le cose (Isaia 43).
 Quasi tutti abbiamo avuto prima o poi dei sogni. Il risveglio ci ha resi superstiti, stanchi realisti. Fu così al tempo del discepolo di Isaia. I suoi concittadini deportati erano caduti in una fede rattrappita e erano sul punto di lasciarsi andare. Molti erano rimasti ancorati al passato; nel loro esasperato attaccamento alle tradizioni, non erano più in grado di attendersi cose nuove da parte di Dio. A loro dice: «Il Signore nel passato costruì una strada nel mare…in futuro aprirà una strada nel deserto». Mare e deserto sono due circostanze geografiche improbabili per tracciarvi strade e sentieri. La strada nel mare è un ricordo vivo dell’esodo dall’Egitto, centro della fede e della liturgia ebraica. Evento ora smentito e cancellato dalla condizione di deportazione. Resta un evento bello da ricordare e da celebrare, ma ormai troppo lontano e quindi ridotto a reperto archeologico o nostalgico; ridotto ad una fortuna capitata ad altri, non ripetibile.  Passano gli anni e si tende ad ammucchiare delusioni, rese ancora più amare da qualche smagliante ricordo. Il profeta, dissipando ogni illusione nostalgica, ricava, dal dato originario della fede, una risposta adeguata alla storia: il Dio dell’Esodo è capace di rinnovare altri esodi e il Dio della creazione è capace di plasmare un popolo nuovo (v.21). A Babilonia le situazioni sono mutate: non c’è più il mare e c’è invece il deserto, ma le situazioni si equivalgono perchè ambedue sono situazioni improbabili per sognarvi dentro un sentiero tracciato. Ciro, pagano, prende il posto del leader maximo Mosè: un evento davvero improbabile, come fu imprevedibile la novità di vita del fariseo Saulo e dell’adultera del vangelo di oggi.
Neanch’io ti condanno (Giovanni 8,1-11)[2].
Individuare i personaggi della narrazione evangelica è facile, ma deve essere fatto in funzione di una mia (tua) identificazione. A chi sono assimilabile io: ai falsi giusti moralisti che giudicano e condannano chi sbaglia e mettono Dio in tentazione? Oppure sono sovrapponibile a chi ha sbagliato senza alibi e si trova faccia a faccia con la gente e con Gesù? Oppure posso identificarmi con quel Gesù che ricrea un futuro per chi ha sbagliato? Oppure dentro di me convivono tutte e tre i personaggi?
Cosa fanno i moralisti? «Gli conducono un’adultera…la pongono nel mezzo»: altre volte i deboli vengono presentati a Gesù dalla comunità (il paralitico sulla barella, il cieco Bartimeo…) ma per finalità ben diverse da questa. Qui si inscena un processo. La …santa Inquisizione sarà sempre una tentazione per la Chiesa, per le Istituzioni sociali, per i gruppi ed anche per i singoli.
«Se ne andarono…cominciando dai più anziani»: dopo essere entrati in scena come testimoni e giudici di un processo, se ne escono; non si sa se sconfitti o pentiti. Come i vecchi sporcaccioni che hanno insidiato Susanna per poi portarla in tribunale (Libro di Daniele Cap. 13).
Cosa fa Gesù? «Si china, per due volte, a scrivere nella polvere»: sono stati versati fiumi di inchiostro per interpretare questo gesto. Io penso che il gesto trovi la sua ispirazione in una frase di Geremia 17,13: «Quanti si allontanano da Te saranno scritti nella polvere, perchè hanno abbandonato Te, fonte di acqua viva, Signore». Con quel gesto profetico Gesù vuole richiamare che tutti quelli che stanno davanti a lui sono adulteri infedeli e che la conversione riguarda personalmente tutti.
«E la donna stava nel mezzo»: cioè nella stessa posizione in cui era stata messa dai testimoni-giudici, ma ora è messa al centro di una salvezza anzichè di un giudizio: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perchè il mondo si salvi per mezzo di Lui» (Giovanni 3,17).
Cosa fa la Donna?  Semplicemente «sta in mezzo». Questa frase, questa “posizione”, viene posta dall’evangelista all’inizio e alla fine del testo quasi ad incorniciare l’evento. A differenza della donna prostituta che in casa di Simone piange, profuma e bacia Gesù, questa donna adultera è passiva, statuaria, congelata nei fatti incontestabili, senza quegli slanci che conosciamo in altri personaggi (la donna mestruata, Zaccheo, il cieco, il lebbroso). Qui lei non si confessa, non implora, non chiede. Semplicemente si lascia trasportare dallo scontro tra giudizio e misericordia, tra giustizia e giustificazione.
Cosa dicono i moralisti?  A Gesù dicono tre cose: gli raccontano un fatto («questa donna è stata colta sul fatto»), gli fanno ripassare il Catechismo («la nostra santa Legge ordina di lapidare»[3]), gli pongono un quesito insidioso e compromettente («tu che ne dici?»). Stanno cercando una copertura legale per potere in seguito condannare anche Gesù: se avesse contestato la Toràh avrebbero avuto una prova in più, se avesse confermato la Toràh si sarebbe screditato presso la gente per la sua incoerenza. Tutta la storia sacra non è altro che un immenso processo in cui si tratta di sapere chi ha ragione: Dio o gli uomini?
Cosa dice Gesù? «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra»[4]: i moralisti gli hanno appena fatto ripassare il Catechismo citando strumentalmente un versetto della Santa Scrittura e Gesù li mette nell’impossibilità di eseguire la sentenza rifacendosi ad un altro articolo di quella Toràh che loro avevano usato per intrappolarlo.  Quell’articolo della Legge di Mosè prescrive che il testimone accusante fosse il primo a lapidare il colpevole, per dimostrare di essere immune da colpa. Il “peccato” a cui Gesù fa riferimento, non è, tuttavia, solo il peccato di adulterio, ma “qualsiasi forma di peccato”[5].  Non entra, dunque, nel merito delle procedure giudiziarie e, comunque, vuol far sapere che non ci si può servire del suo nome per condannare qualcuno: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37)
«Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno. Va’ e non peccare più»: siamo alla sentenza finale di colui che non è venuto per i sani e i giusti, ma per i malati e i peccatori. S. Agostino commenta: «Vengono lasciati soli in due: la misera e la misericordia». Dopo l’agitarsi degli scribi e farisei e dopo la tensione drammatica, tutto si risolve in una parola di speranza: la vita continua ed un futuro diverso si prospetta in forza di questa parola.
Cosa dice la Donna.  «Nessuno, Signore»: è l’unica frase della donna che si rivolge a Gesù chiamandolo con il Nome pasquale di «Signore». Questo è il segno che la Donna rappresenta la Chiesa post-pasquale, credente e peccatrice, capace di debolezze e tradimenti, ma anche di stare davanti a Lui in attesa paziente della sentenza di giustificazione. Non è obbligata nè a fare l’elenco delle colpe, nè a circostanziarle, nè a sottostare al tariffario delle pene e delle penitenze. Lei è lì per testimoniare una grazia e non confessare una colpa. Magari fossero così tutte le confessioni! Magari tutti i confessionali si trasformassero in quei pochi metri quadrati di polvere su cui è incisa la sentenza di giustificazione, su cui rimangono inerti le pietre destinate alla nostra o altrui lapidazione, su cui tutti hanno saputo sostenere il dialogo serrato con il Santo riconoscendosi racchiusi, tutti, sotto la disobbedienza (Romani 11,32).
Il processo contro il crimine è fatto, ieri come oggi, di cronaca quotidiana ed obbliga tutti a riflettere su una responsabilità che va ben oltre l’incriminato. Chi può dirsi veramente innocente? Nessuna condanna risolve veramente il problema del male nella società. Anzi, può essere fonte di pericolose illusioni in quanto ci potrebbe far credere di aver riparato il male, mentre in realtà lo lascia esistere nella radice che esso ha in ciascuno di noi e nella società. Anche un processo è, per Gesù, una occasione di evangelizzazione e di invito alla conversione per mettersi in sintonia con la strategia della misericordia o del “perdono attivo”. Anche il peccato è occasione di grazia.


[1] Il Negheb è un deserto a sud di Israele. I suoi torrenti sono secchi d’estate ma a primavera si gonfiano d’acqua; la semina è un’attesa, la mietitura è una festa. Tutto questo rispecchia la storia d’Israele che ai momenti d’aridità,  d’attesa e di pianto, Dio fa seguire abbondanza, gioia e libertà.
[2] Il brano dell’adultera è stato inserito impropriamente nel Vangelo di Giovanni. Di fatto la terminologia, il linguaggio e l’impostazione teologica appartengono al Vangelo di Luca.
[3] Deut. 22,22.
[4] Deut. 13,9-10; 17,7.
[5] «Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perchè mentre giudichi gli altri condanni te stesso…Ti prendi gioco della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione» (Romani 2,1).