17 agosto 2025. Domenica 20a
SEGNO DI CONTRADDIZIONE

20° domenica C

Preghiamo. O Dio, che nella croce del tuo Figlio, segno di contraddizione, riveli i segreti dei cuori, fa’ che l’umanità non ripeta il tragico rifiuto della verità e della grazia, ma sappia discernere i segni dei tempi per essere salva nel tuo nome. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro del profeta Geremìa 38,4-6.8-10.
In quei giorni, i capi dissero al re: «Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest’uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male». Il re Sedecìa rispose: «Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi».  Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango. Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: «O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c’è più pane nella città». Allora il re diede quest’ordine a Ebed-Mèlec, l’Etiope: «Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia».
 Salmo 39.  Signore, vieni presto in mio aiuto.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha tratto da un pozzo di acque tumultuose, dal fango della palude;
ha stabilito i miei piedi sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Molti vedranno e avranno timore e confideranno nel Signore.
Ma io sono povero e bisognoso: di me ha cura il Signore.
Tu sei mio aiuto e mio liberatore: mio Dio, non tardare.
 Dalla lettera agli Ebrei 12,1-4
Fratelli, anche noi, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.  Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo. Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato.
Dal Vangelo secondo Luca 12,49-53 (+ 54-57)
Gesù dice ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Aggiungo i seguenti versetti che non ascolterai nella proclamazione liturgica ma che ritengo utili per la comprensione del testo.
[54 Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. 55 E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade.
56Ipocriti! Sapete giudicare il volto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? 57 E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?].

 SEGNO DI CONTRADDIZIONE. Don Augusto Fontana

Su Internet si possono consultare le previsioni del tempo fino a 5 giorni. Spesso su queste previsioni si elaborano programmazioni e si fissano i trend di andamento di affari, viaggi, attacchi armati, interventi sulle coltivazioni. Anche i palestinesi del tempo di Gesù sapevano che se tirava vento dal Mar Mediterraneo sarebbe piovuto mentre sarebbe stato sereno se il vento proveniva dal deserto siro-arabico. Si prevede e si decide di conseguenza. Comunque la decisione connota l’ingresso nell’età adulta. Chi non sa mai prendere una decisione, chi vuole l’una e l’altra cosa o, come si usa dire, “la botte piena e la moglie ubriaca”, non é mai uscito dalla fase infantile. Questo comporta delle rinunce, soprattutto la rinuncia al compromesso.
Gesù usa una parola dura: «Ipocriti! Sapete riconoscere i segni atmosferici per comportarvi di conseguenza e non sapete riconoscere i tempi provvidenziali (kairòi) di Dio».
Fuoco che scalda, ustiona e plasma.
Con il brano evangelico di oggi si conclude praticamente l’insegnamento del Cap. 12 di Luca che ci ha accompagnato per 3 domeniche dicendoci, in sintesi: non dormite; la situazione che vivete é di massima allerta; é questione di qualità di vita oggi e di vita eterna; schiodatevi dalle poltrone, prendete i vostri bagagli essenziali, prima di tutto la vita e il Regno di Dio; non affannatevi per capitalizzare; condividete a vicenda pane e bagagli; parlatevi insieme per sostenere le speranze e per discernere quali sono i sentieri del Signore, i tempi provvidenziali (kairòi) e le decisioni conseguenti.
Proprio come devono fare in questi giorni molte famiglie circondate dagli incendi dei boschi o dalle alluvioni in vari territori.
Il discernimento comporta, secondo il Nuovo Testamento, una capacità di confronto tra la Parola di Dio e gli avvenimenti (“questo tempo”) per capire i sintomi della presenza del Signore, per leggere la storia non solo alla luce del presente e del suo passato, ma anche alla luce della tensione verso il futuro di Dio. Il Signore ci lascia nella nostra responsabilità: «Perché non giudicate da voi stessi ciò che é giusto?» (Lc. 12,57).
A me, tiepido comatoso, è rivolta questa Parola: «All’angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Apocalisse 3, 14-20).
A me, sonnolente abitudinario, è rivolta questa Parola dal profeta Michea che Gesù conosceva bene e a cui si è probabilmente ispirato: «Povero me! In questa regione non c’è più una persona fedele a Dio, nessuno è onesto. I capi hanno pretese, i giudici esigono compensi illeciti, gli uomini influenti dicono senza vergogna quel che desiderano e tutti tramano per ottenerlo… Non credete al compagno, non fidatevi dell’amico, state attenti a quel che dite anche a vostra moglie. I figli insultano i padri, le figlie si ribellano alle madri, le nuore alle suocere: ognuno ha i suoi nemici nella propria famiglia. Ma io mi rivolgo al Signore, ripongo la mia speranza in Dio che mi salva» (Michea 7, 1-7).
Gesù ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per non illuderci; non ha sbandierato una proposta facile e slavata. Non ci ha fatto credere che seguirlo avrebbe comportato qualche garanzia assicurativa in più nella vita; anzi, ci ha chiaramente illustrato le esigenti richieste della sequela contro ogni posizione neutrale del “piede in due scarpe”. Gesù diventa così segno di contraddizione, come aveva preannunciato Simeone tenendo sulle sue braccia questo bambino nel Tempio (Lc,2,34): «Egli é qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione».
Luca in questo Capitolo 12 ricorda una frase di Gesù: «Credete che sia venuto a portare la pace sulla terra? No. Anzi sono venuto a portare la divisione (Matteo 10, 34 parla di spada)». L’immersione (il battesimo) nella Sua morte diventa anche per me oggi un caso serio, un segno di contraddizione. L’esperienza cristiana della nostra Chiesa nordica e occidentale è diventata una religione pacioccona, buona per tutte le stagioni, saldi compresi. Il crocifisso è diventato simbolo slavato, appeso qua e là ovunque, su scollature audaci o toraci villosi, sui muri di pubblica utilità e tra mani impure di politici atei e devoti. Se lo guardo, il crocifisso non mi schianta più né più mi intenerisce. Ai piedi di quel Crocifisso è sorto un cimitero di morti viventi, una spianata di fedeli smunti e comatosi; e raramente produce sussulti di scelte selettive di vita.
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso». Gesù ha mandato il fuoco della Pentecoste[1] (Atti 2,3-4) e ha fatto bruciare il cuore di due discepoli delusi che avevano avuto il coraggio di voltargli le spalle fuggendo verso Emmaus (Lc 24)[2]. Lui è Fuoco, non melassa; è bruciore incompatibile con le pomate emollienti che io ho spalmato sulle mie scelte-non-scelte per troppi anni nella mia vita.
Signore, resta per me segno di contraddizione, bruciatura e fuoco. Tormento e innamoramento. Resta il profeta del mio discernimento!
Già fu così la storia dei profeti.  Geremia 6,10-21: «Perché dal piccolo al grande tutti commettono frode; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna. Essi curano la ferita del mio popolo, ma solo alla leggera, dicendo: “Va bene, va tutto bene!” ma bene non va. Ascolta, o terra! Ecco, io mando contro questo popolo la sventura perchè non hanno prestato attenzione alle mie parole e hanno rigettato la mia legge. I vostri olocausti non mi sono graditi e non mi piacciono i vostri sacrifici. Perciò, dice il Signore: “Ecco, io porrò per questo popolo pietre di inciampo, in esse inciamperanno insieme padri e figli; vicini e amici periranno”».
Gesù prima di scatenare un dramma nella vita degli altri, ha vissuto sulla sua pelle questa urgenza: «Fuoco sono venuto a portare sulla terra e io stesso ci cadrò dentro come in un battesimo».
Il Profeta nella contraddizione della storia.
La figura di Geremia (Geremia 38,4-10), profeta insanguinato, anticipa la figura di Gesù. I suoi connazionali non hanno saputo interpretare il senso delle sue parole e l’importanza dei suoi gesti profetici e sono rimasti ciechi e sordi.
Narro un po’ di storia, per chi è curioso di conoscere il contesto confuso in cui si muove la profezia di Geremia. Tra il 625 e il 605 a.C. la potenza assiro-babilonese calpesta popolazioni e territori. In questo periodo Manasse, re in Giuda, incredulo, idolatra, era un alleato degli assiri. Geremia é di stirpe sacerdotale e inizia la sua azione profetica in questo confuso periodo politico e religioso.  Il re Giosia succede a Manasse tenta una ardita riforma religiosa e cultuale e si allea con Babilonia ma perde la vita nella battaglia di Meghiddo (609). Gli succede il figlio Joachim che tenta l’indipendenza da Babilonia, ma questo provoca l’invasione babilonese con l’occupazione di Gerusalemme e la deportazione di tutta la corte reale e l’aristocrazia a Babilonia.
Nabucodonosor pone sul trono di Giuda il re Sedecia che però, con mosse sbagliate, provoca una seconda invasione che distrugge Gerusalemme e il tempio (586). Geremia esce dalla sua vita tranquilla, contesta i burocrati, il popolo, i colleghi sacerdoti; contesta al re Sedecia di sfidare la potenza babilonese. Viene incarcerato durante l’assedio di Gerusalemme perché é accusato di scoraggiare i soldati e i cittadini. I capi lo gettano in una cisterna accusandolo di disfattismo, poi per ordine del re viene liberato.
La sua profezia si mescola con la politica. La Parola trascendente di Dio è ad un bivio: o sta lassù nel cielo incontaminato, nel silenzio eterno profumato di incensi o si mescola con gli avvenimenti contingenti della storia, dentro al frastuono di risa e lamenti o nel profumo delle pinete o nell’odore del sangue. È difficile e rischioso restare coscienza critica negli eventi contingenti quotidiani.
Crisis è discernimento[3].
La parola “Crisi” deriva dal verbo greco krinein che significa “separare”, passare al setaccio. Proprio ciò che fa una crisi: ci vaglia mettendoci alla prova. Il disagio è proprio l’essere messo a nudo. Leggere la Parola di Dio da credente vuol dire accettare che mi metta in crisi.
Zaccaria 13,9: «Farò passare un terzo del mio popolo attraverso il fuoco e lo purificherò come si purifica l’argento, lo proverò come si prova l’oro».
Prima Lettera di Pietro 1,6-7: «Perciò siate contenti, anche se ora, per un po’ di tempo, dovete sopportare prove di ogni genere. Anche l’oro, benché sia una cosa che non dura in eterno, deve passare attraverso il fuoco, perché si veda se è genuino. Lo stesso avviene per la vostra fede, che è ben più preziosa dell’oro: è messa alla prova dalle difficoltà, perché si veda se è genuina. Solo così voi riceverete lode, gloria e onore, quando Gesù Cristo si manifesterà a tutti gli uomini».
Il rischio della crisi è che ci costringa a guardare dove noi non vogliamo, che ci faccia vedere cose che non vogliamo vedere. Temo di aver passato la vita senza vedere nel profondo di me.
La Santa Scrittura, e Gesù, hanno una forza critica che, se ascoltata, può veramente favorire un processo di conversione. La sua capacità discernente, cioè di giudicare, valutare e vagliare sono presenti in molti testi biblici, ad esempio Ebrei 4,12-13: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta (in greco: kriticòs, mette in crisi) i sentimenti e i pensieri del cuore».  La Parola ha la forza efficace di mettere in crisi, di distinguere e fare chiarezza tra pensieri e sentimenti del cuore. Avviene più volte che di fronte a una pagina della Scrittura (anche attraverso un’omelia, una spiegazione, una lettura personale…) ci si sente radiografati, come se essa leggesse cosa si muove in noi, come se l’episodio riguardasse nessun’altro al di fuori di noi stessi e la Scrittura desse le parole per descrivere ciò che sta avvenendo in noi.
E’ l’esperienza del profeta Geremia 20,8-9: «Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».

Gesù è il fuoco che avanza per dividere il mio passato dal mio futuro (“il padre dal figlio”), l’oro della mia fede dalle scorie della mia religione (“la nuora dalla suocera”). Siamo pregati di non chiamare i pompieri!


[1] «Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo».
[2] Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
[3] Elaboro da: Luciano Manicardi, Nelle tenebre una luce. Itinerari di vita nella sofferenza, Ed. Centro Volontari della Sofferenza, 2004.




CORSO BIBLICO sui SALMI
Mi hai messo sulla bocca un canto nuovo.

CORSO BIBLICO sui SALMI  <<Mi hai messo sulla bocca un canto nuovo>>.
Dove: Centro Diocesano Pastorale, Via Solferino  Parma
Con Don Augusto Fontana
Orario: dalle 18,30 alle 19,30 nei giorni:

  1. mercoledì 5 novembre 2025
  2. mercoledì 19 novembre 2025
  3. mercoledì 3 dicembre 2025
  4. mercoledì 17 dicembre 2025
  5. mercoledì 14 gennaio 2026
  6. mercoledì 28 gennaio 2026
  7. mercoledì 11 febbraio 2026
  8. mercoledì 25 febbraio 2026
  9. mercoledì 11 marzo 2026
  10. mercoledì 25 marzo 2026
  11. mercoledì 22 aprile 2026

LO CHOC DELLA VITA TRA BISOGNI, PERPLESSITA’ E STUPORI.
La nostra storia la scopriamo come storia di desiderio. L’uomo è tale quando è desiderante. Nella preghiera dei Salmi, i nostri desideri coincidono con quelli di Dio. Nella nostra preghiera di domanda di solito chiediamo secondo i nostri interessi. Nella preghiera dei Salmi si desiderano le cose di Dio, di fatto si desidera Lui.  Succede come nell’amore: non desidero le tue cose ma Te. La preghiera non è il primo atto che  l’uomo compie; prima dell’orazione di solito esiste uno choc esistenziale e solo dopo sorge l’invocazione, il ringraziamento. Quale choc esistenziale sta alla base dei salmi?
Il mondo ha le vene aperte e perde sangue. La creazione geme (Rom 8,22). Ogni società ha i suoi massacri, i suoi martiri,  i suoi crimini collettivi.
Il mio essere soffre ” Sono uno sventurato. Chi mi libererà?”(Romani 7,24). I contraccolpi della vita non ricadono solo sulle società, ma lacerano anche il cuore dell’uomo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”(Rom. 7,19). La vita quotidiana non sfugge all’enigma, all’assurdo e alle nostre cattiverie.
“La creazione attende con impazienza”(Rom. 8,19): di fronte alle assurdità collettive e personali si possono assumere 3 atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza. I Salmi sono la preghiera di chi ha capito che questo tempo è il tempo intermedio di crisi, di tentazioni, di decisioni. Esiste una situazione di urgenza. C’è una coscienza di catastrofe imminente. Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è qui. Dio ha deciso di intervenire per porre fine ad una situazione diabolica. Mentre il Signore ha garantito che il mondo malvagio ha i giorni contati, tuttavia il giudizio tarda e poi sappiamo che non sarà, come diceva il Battista, un giudizio di condanna, ma di gioia perchè finalmente il Regno si instaurerà.




10 agosto 2025. Domenica 19a
PADRE, SEI UN TESORO!

Domenica 19 C

Preghiamo. Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna. Per Gesù Cristo nostro Signore.

Dal libro della Sapienza 18,6-9 [traduzione dalla Bibbia interconfessionale in lingua corrente].
I nostri antenati furono preavvisati di questa notte memorabile della liberazione. Sapevano dunque a quali promesse avevano creduto e in piena sicurezza potevano rallegrarsi. Perciò il tuo popolo aveva aspettato questa notte come salvezza per i tuoi fedeli e rovina dei loro nemici. Sì, perché le stesse cose ti servono per castigare i nostri nemici  e per glorificare noi, il popolo che hai chiamato e voluto per te. In segreto i discendenti di una stirpe santa ti offrivano sacrifici nella loro fedeltà e si accordavano per rispettare questa legge divina: quelli che appartengono solo a te devono essere solidali tra loro nei momenti belli e in quelli difficili. Essi cantavano i canti del loro popolo.
Salmo 32  Beato il popolo scelto dal Signore.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.
Beata la nazione che ha il Signore come Dio, il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore, per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei  11,1-2.8-12
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede. Per questa fede i nostri antenati sono stati approvati da Dio. Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, egli soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa. Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.
Dal Vangelo secondo Luca 12,32-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».  Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore affidabile e sapiente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.  A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».

PADRE, SEI UN TESORO! Don Augusto Fontana

Molti di noi forse possono raccontare di persone che hanno vissuto esperienza di vita terribili restando credenti e fedeli, oranti, resistenti e pieni di speranza avendo trovato in Gesù il piolo dove attaccare la propria vita stracciata. Oltre a singole persone esistono anche piccoli gruppi che sanno restare nella speranza attiva, vigilante e resistente. Il vescovo di Recife, Hélder Câmara[1] in un discorso tenuto a Wurzburg (Germania) parlava, nell’ormai lontano 1971, di «minoranze abramitiche» con chiaro riferimento ad Abramo, diventato il simbolo del credente non solo per gli ebrei ma anche per il cristiano (come apertamente dichiara la seconda lettura biblica di oggi): «La Provvidenza si é incaricata di seminare ovunque – in tutti i paesi,  razze, lingue, religioni, gruppi umani – delle minoranze caratterizzate dal desiderio di servire, dall’irriducibile fame e sete di un mondo più giusto e più umano. Io le chiamo minoranze abramitiche perché, come Abramo, sperano contro ogni speranza…Parla con i tuoi amici, con quelli di casa tua, del tuo vicinato, della scuola, del tuo posto di lavoro, coi tuoi compagni di svago e avrai la sorpresa di scoprire che la tua “minoranza abramitica” esiste già e tu non lo sapevi. Se gli uomini di buona volontà facessero lo sforzo di collegare tra loro queste minoranze abramitiche, la pressione morale liberatrice scatenata acquisterebbe la potenza inimmaginabile dell’energia nucleare che ha sonnecchiato per milioni di anni in seno all’atomo, ma poi é esplosa[2]».
Gesù dice nel Vangelo: «Non temere, piccolo (in greco micròn= microscopico) gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno». (Lc.12,32). Le minoranze abramitiche sono fatte da gente che ha cercato il regno di Dio come un tesoro e vi ha depositato lì il proprio cuore: «Il regno di Dio è simile a un tesoro nascosto in un campo. Un uomo lo trova, lo nasconde di nuovo, poi, pieno di gioia corre a vendere tutto quello che ha e compra quel campo. Il regno di Dio è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose. Quando ha trovato una perla di grande valore, egli va, vende tutto quel che ha e compra quella perla» (Matteo 13, 44-46).
Non è facile per me perché la mia fede è messa costantemente in crisi dalla vita o é rimasta un evento intellettuale o rituale. Domenica scorsa ci siamo sentiti dire: «Tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni». È in gioco la vita. La domanda é seria: da chi dipende la mia vita? Su cosa è appesa o verso dove pende? Il testo evangelico di domenica scorsa prosegue con un brano non utilizzato dalla liturgia, ma che occorre citare perché potrebbe offrire spunti per una risposta: «[22]Poi disse ai discepoli: «Per questo io vi dico: Non datevi pensiero per la vostra vita di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. [23]La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito. [24]Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! [25]Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [26]Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? [28]Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? [29]Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: [30]di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo (i pagani); ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. [31]Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta». A questo brano fa seguito il brano proclamato nella liturgia di oggi (Lc. 12,33-34) a cui segue una serie di piccole unità letterarie che arrivano fino al cap. 13,21 incentrate sulla vigilanza nell’attesa del Signore. Nella rivelazione biblica é frequente l’affermazione della protezione di Dio. Si ricorre ad immagini (padre, sposo, madre, pastore, guida, custode) e a simboli (ombra, ali, tenda, fortezza, roccia, rifugio). Tutto per rappresentare il rapporto di alleanza e di di amicizia. Parlare di fiducia, attesa vigilante e operativa, resistenza, speranza significa rivisitare la nostra relazione con il Signore.
Dal complesso della rivelazione biblica si possono raccogliere i brani dedicati alla protezione di Dio sotto 3 tipologie: come confessione, come esperienza e come invocazione.

  • Come confessione (Il Signore é…): Siracide 34: «[14]Chi obbedisce al Signore non ha paura di nulla, e non teme perché egli è la sua speranza. [15]Beata l’anima di chi teme il Signore. A chi si appoggia? Chi è il suo sostegno? [16]Gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano, protezione potente e sostegno di forza, riparo dal vento infuocato e dal sole, difesa contro gli ostacoli, soccorso nella caduta; [17]solleva l’anima e illumina gli occhi, concede sanità, vita e benedizione».
  • Come esperienza (Il Signore ha fatto…): Giosuè 24: «[17] ll Signore nostro Dio ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d’Egitto, dalla condizione servile, ha compiuto quei grandi miracoli dinanzi agli occhi nostri e ci ha protetti per tutto il viaggio che abbiamo fatto e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati». Salmo 125: «[1] Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare. [2]Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia. Allora si diceva tra i popoli: “Il Signore ha fatto grandi cose per loro”. [3]Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia».
  • Come invocazione (Signore fai…): Salmo 17: «[8]Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali».

Si tratta di confessioni, esperienze e invocazioni che non possono essere capite al di fuori del regime di fede e di relazione con il Signore, sentita come vitale. Chi sono infatti quelli che possono confessare, raccontare e invocare la protezione di Dio?

  • I giusti : «Egli riserva ai giusti la sua protezione, è scudo a coloro che agiscono con rettitudine» (Proverbi 2,7) «Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie». (Salmo dell’onesto 34,8-9)
  • Coloro che amano Dio: «Gli occhi del Signore sono su coloro che lo amano, protezione potente e sostegno di forza, riparo dal vento infuocato e riparo dal sole del mezzogiorno, difesa contro gli ostacoli, soccorso nella caduta; solleva l’anima e illumina gli occhi, concede sanità, vita e benedizione»(Sir. 34,13-17).
  • Quanti cercano Lui prima che i suoi beni: «Non darmi né povertà né ricchezza; ma fammi avere il cibo necessario, perché, una volta sazio, io non ti rinneghi e dica: «Chi è il Signore?», oppure, ridotto all’indigenza, non rubi e profani il nome del mio Dio».( Proverbi 30,5-9). «Il Signore è scudo per quanti si rifugiano in lui. C’è forse un dio come il Signore; una rupe fuori del nostro Dio?» (2 Samuele 22,31-32).

Le immagini usate nei salmi sono la trasposizione della fede in storie quotidiane di salvezza: la fortezza che ha salvato dall’assalto del nemico, la roccia sporgente che é stata riparo durante un temporale, diventano eventi in cui la fede del credente arriva a leggere e confessare la mano provvidente di Dio: Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza. (Salmo 17,3). Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre. (72,26).
La mia fede difficile.
La mia fede spesso è un corpo a corpo con il Signore. Il cristiano non può prescindere da come Gesù ha percepito la protezione del Padre. E’ significativa l’esperienza di Gesù che nel Getsemani confessa Dio come “Abbà” e gli chiede che passi quell’ora, ma «non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc.14,36) e «non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt. 26,39). C’è dunque un contenuto (secondo Marco: ciò che tu…) e una modalità (secondo Matteo: come tu…) della fede. Anche se persiste una dimensione di enigma: «Possiamo stare sereni pur non avendo ottenuto i beni promessi, ma avendoli solo visti e salutati da lontano…». Gesù continua a proclamare anche sulla croce che Dio é il Suo Dio: «Dio mio …». La protezione che Dio offre non coincide con le forme di rassicurazione che l’uomo si dà; anzi le critica. Io spesso attendo la protezione di un Dio tappabuchi, rimedio alla mia impotenza. È l’idolo che deve obbedire alla mia preghiera intesa come ingiunzione a un Dio sempre disponibile e immediatamente accessibile. La sete del miracolistico e del taumaturgico sembra andare in questo senso. Vorrei che la protezione di Dio sii rivelasse anche nel dolore e nel male. In questa prospettiva vanno colti gli inviti alla vigilanza.  Nel capitolo 4 del Libro di Tobia leggiamo: «5Ogni giorno, o figlio, ricordati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandi. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell’ingiustizia. 6Se agirai con rettitudine, riusciranno le tue azioni, come quelle di chiunque pratichi la giustizia. 7Dei tuoi beni fa’ elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio. 8La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, da’ molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. 9Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, 10poiché l’elemosina libera dalla morte e salva dall’andare tra le tenebre».


[1] Vescovo brasiliano profeta. Divenne per molti, anche nella Chiesa, come fumo negli occhi. Dalla metà degli anni ’70 in poi, subì un crescente ostracismo e una progressiva emarginazione sia da parte dei politici brasiliani sia da parte della Chiesa. Lo ferì il fatto che non fosse stato chiamato da Papa Paolo VI al Sinodo del 1971 sulla Giustizia nel mondo, lui che era il vescovo che maggiormente si era impegnato a livello mondiale su questo tema. Nel 1977, andato a Roma due volte per parlare con Paolo VI, ne fu impedito dalla stessa Segreteria di Stato. Giovanni Paolo II, quando visitò la sua diocesi di Recife (1980) lo chiamò: “Fratello dei poveri, mio fratello”. Morì novantenne il 27 agosto 1999.
[2] H.Camara Violenza dei pacifici,Massimo, Milano, 1973.




3 agosto 2025. Domenica 18a
“L’uomo nel benessere non capisce, è come una bestia” (Salmo 48)

18 domenica C
Preghiamo. O Dio, principio e fine di tutte le cose, che in Cristo tuo Figlio ci hai chiamati a possedere il regno, fa’ che operando con le nostre forze a sottomettere la terra non ci lasciamo dominare dalla cupidigia e dall’egoismo, ma cerchiamo sempre ciò che vale davanti a te. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del Qoèlet 1,2;2,21-23
Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità. Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!
Salmo 89.  Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi: sono come un sogno al mattino, come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 3,1-5.9-11
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria. Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato. Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
Dal Vangelo secondo Luca 12,13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
 

“L’uomo nel benessere non capisce, è come una bestia” (Sal. 48). Don A.Fontana

 «Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni… Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». A volte sono preso dalla tentazione di credere che la vita e la parola di Gesù abbiano tale profonda verità e bellezza da dover appartenere a tutti e non solo a credenti o discepoli. Non voglio, certo, fare di Gesù un guru del Dharma per tutte le latitudini dello spirito, ma mi affascina comunque la sua arte di parlare al cuore umano, la sua profonda conoscenza dell’animo e dei rapporti umani. D’altra parte dicono che fu talmente Figlio di Dio da diventare figlio dell’uomo o, se vuoi, fu talmente figlio dell’uomo da diventare Figlio di Dio.
«…la sua vita non dipende dai suoi beni». C’è un segnale paradossale: intorno alla metà degli anni ’70 l’economista Richard Easterlin disse che il rapporto positivo tra Pil e felicità tende a svanire se il reddito cresce oltre la soglia di 15 mila dollari annui. Questa constatazione empirica diventerà famosa con il nome di “paradosso di Easterlin”. Il capitalismo trasforma i lussi in ne­cessità, e trascina le masse a desiderare, per essere felici, ciò che è nelle mani di una pic­cola élite. I paesi in via di sviluppo, che non hanno mai giudicato essenziali certi beni, una volta che li hanno ottenuti non sono per questo più felici.
«Maestro, di’ a mio fratello di dividere con me l’eredità»[1]. Nel vangelo di oggi l’appello di questo anonimo non è fuori luogo. Il diritto ebraico considerava l’eredità, lasciata dal padre, come indivisibile, almeno in linea di principio e come ideale; i beni avrebbero dovuto idealmente essere goduti in comune dagli eredi attraverso la vita comune dei fratelli e delle loro famiglie. Oggi diremmo che è un ideale da monaci che vivono insieme in un unico monastero. L’anonimo del vangelo probabilmente era un fratello minore che non aveva né la voglia né la possibilità di convivere con la famiglia del fratello maggiore e voleva la sua parte, come il figlio della famosa parabola dei due figli e del Padre misericordioso (Lc 15, 11-32): “Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. Qui Gesù non dà ragione all’uno o all’altro, ma porta, come sempre, la questione alla radice del problema. E approfitta per fare una catechesi che vale non solo per i due fratelli in conflitto di eredità, ma per tutta la gente che gli sta intorno: è questione di bramosia, avidità, perdita del senso della vita, come scriverà l’apostolo Giacomo: “Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra!” (Giac. 4,1-2).
Quale profitto in tutto l’affanno dell’uomo?
Il nucleo del brano evangelico è nelle frasi che fanno da cornice alla parabola del ricco stolto: “…anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni” e “…così è di chi accumula tesori ma non arricchisce davanti a Dio“. Molti salmi e proverbi invitano a riflettere sul rischio dell’accumulo di beni materiali[2]. Luca è l’evangelista che sembrerebbe più insistente sul problema dell’uso dei beni: “Vendete quello che possedete e datelo in elemosina” (11,41; 12,33); “Chiunque tra voi non rinuncia a tutti i propri beni non può essere mio discepolo” (14,33). Anche nel libro degli Atti degli apostoli, Luca presenta la prima comunità alle prese con la comunione dei beni: “Nessuno riteneva cosa propria ciò che possedeva, ma tutto era fra loro comune” (Atti 2,42ss; 4,32ss; 5,1ss). Il fatto che Luca ponga così spesso l’accento sul tema delle ricchezze materiali e dei beni significa che già allora questo poteva costituire un problema. Ben più oggi di ieri. Il problema coinvolge due grandi direttrici: una orizzontale, nel senso che l’accumulo della ricchezza genera l’ingiustizia sociale; una verticale, nel senso che l’accumulo della ricchezza può allontanare da Dio. In questo secondo aspetto, l’accumulo della ricchezza è connesso con l’idolatria: i molti beni rischiano di innescare un delirio di autosufficienza, cioè la convinzione di bastare a se stessi, visto che si possiede molto.
Guardate attentamente, tenetevi lontano da ogni cupidigia…” avverte Gesù con un linguaggio che richiama l’invito a vigilare. Non solo stare in guardia ma “tenersi lontano” quasi che la semplice vicinanza a situazioni in cui siano coinvolte ricchezze possa catturarci nella rete.
La prima constatazione della parabola che “la vita non dipende dai beni” è completata dalla seconda sull’importanza di “arricchirsi di fronte a Dio”. Senza questa conclusione il brano potrebbe essere letto in chiave di privazione e lascerebbe un legittimo interrogativo: se la vita non dipende dalle ricchezze da cosa dipende? Se il senso della vita non sta nell’accumulare beni su beni, dove va ricercato?
Il Libro del Qoèlet non ci consente illusioni: “tutto è vanità (hevel), un soffio di vento...”. Non solo le ricchezze materiali ma anche le esperienze più esaltanti, perfino la bulimia religiosa. Hevel è il nome di Abele. L’economista e biblista Luigino Bruni scrive[3]: «Tutto è Abele, canta Qoèlet. Sotto il sole, la terra è popolata da infiniti Abele. Il mondo è pieno di vittime, di sangue innocente versato, di fraternità che mutano in fratricidi. La condizione umana è effimera come lo fu la vita di Abele….Il libro di Qoèlet fu scritto in Israele durante la conquista greca, quando un grande impero stava imponendo la sua lingua e la sua cultura. Alcuni intellettuali ebrei erano affascinati da quel nuovo mondo e dai suoi valori di ricerca della felicità, del profitto, dei bei corpi, del piacere e della giovinezza. C’era però, tra i suoi contemporanei, chi vedeva in questa “globalizzazione” la crisi profonda della cultura di Israele».
L’illusione di autosufficienza del ricco, nel vangelo di oggi, lo porta a considerarsi un arrivato: “Riposa, mangia, bevi e divertiti“. Ma quale è il vero riposo, quale è la gioia completa per l’animo umano? Come potremmo fare simili affermazioni oggi quando siamo parte di quel 20% dell’umanità che mangia tre volte al giorno, che ha acqua e luce in casa e che può andare a scuola? L’occidente si sta ammalando di autosufficienza. Possiamo urlare nelle piazze che auspichiamo un mondo senza poveri e senza ricchi; ma questo mondo va costruito. Papa Francesco, nella sua Esortazione Evangelii Gaudium, scriveva che l’annuncio del Vangelo deve penetrare anche nelle strutture economiche e finanziarie oltre che nelle coscienze: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”» (n.53).
Dacci di giorno in giorno il nostro pane necessario. (Lc 11,3)
Molti di noi, me compreso, hanno un piccolo o medio capitale, un’assicurazione, un gruzzoletto per il domani. Non si sa mai: una disgrazia, una vecchiaia rincitrullita, una malattia devastante con badante al seguito. Non vorremmo essere di peso ad alcuno. Non siamo capitalisti che vivono di rendite provenienti dallo sfruttamento altrui o da rendite parassitarie. La nostra serenità l’abbiamo trovata nella quotidianità del nostro lavoro, godendone i frutti. Padre, dacci il nostro lavoro quotidiano e ci basta. Eppure anche noi siamo stupiti dal mistero della manna nell’esodo degli israeliti: «Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer (circa 4 litri) a testa, secondo il numero delle persone che sono con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tendaColui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno, non ne mancava. Avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne… Mosè disse loro: “Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino”Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì» (Esodo 16,16-20).
Luigino Bruni scriveva: “Tutti hanno diritto alla stessa quantità di manna, che viene distribuita in base al numero di membri delle famiglie, quindi sulla base dei bisogni. Per il pane, per i beni primari dell’esistere, siamo e dobbiamo essere tutti uguali. Ed è la comunione che non fa imputridire la manna e il pane di ogni giorno. Ci deve essere qualcosa che ci fa uguali prima delle tante differenze. Ci devono essere beni di cui possiamo godere anche se non possiamo comprarli, ieri nel deserto verso il Sinai, oggi nei deserti del capitalismo finanziario. La manna è simbolo di questo tipo di bene primario, che sfama ciascuno solo se sfama tutti. Tutte le volte che qualcuno muore perché non ha potere d’acquisto per procurarsi il pane e gli altri beni primari dell’esistenza, stiamo rinnegando la legge fondamentale della manna. Molti hanno sognato una società dove ogni essere umano potesse godere di beni non in quanto consumatore e cliente ma perché essere umano: quando la realizzeremo? Non ci manca il pane, ci manca solo, e sempre di più, il rispetto della legge della manna. La manna, poi, non può essere accumulata, e quindi non può diventare oggetto di commercio[4].


[1] Cf. Daniel Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 363.
[2] Proverbi 30,8 “non darmi né povertà né ricchezze, nutrimi del pane che mi è necessario”. Salmo 48 “L’uomo nel benessere non capisce; è come una bestia
[3] Luigino Bruni, Una casa senza idoli, Qoèlet, il libro delle nude domande, EDB, 2018.
[4] L. Bruni, La giusta legge del pane, Avvenire, 13 ottobre 2014




FRAMMENTI DI “PADRENOSTRO”

FRAMMENTI DI “PADRENOSTRO”.

PADRE.  ABBA’ (papà) e IMMA’ (mamma) sono le prime parole che pronunciano i bambini ebrei. C’è quindi una componente fiducioso-familiare, anche se nella cultura ebraico-semitica l’immagine del padre conteneva meno elementi sentimentali della nostra cultura attuale; JAHWE’ veniva considerato GENITORE in quanto creatore della vita e in quanto responsabile della formazione di una massa in popolo.  Il nome Jahwè significa: “Eccomi qua“: “Pertanto il mio popolo conoscerà il mio nome, comprenderà in quel giorno che io dicevo: eccomi qua” (Isaia 52,6). Significa che non siamo mai orfani, smarriti, abbandonati al caso. La vita è anche grazia, ed ogni esistenza è benedizione. Impariamo così a discernere, nelle cose e negli eventi, la Paternità di Dio che, come diceva S. Ireneo di Lione, “ha creato tutto con le sue due sante mani: il Figlio e lo Spirito“. Da qui si impara a non più maledire, a non più disprezzare. Nessuna delle diverse richieste contenute nella preghiera del Signore verrà intesa rettamente se si perde contatto, durante la preghiera, con la prima parola: «Padre!» che va posta non solo prima della preghiera nel suo complesso, ma anche prima di ogni singola richiesta: Padre sia santificato il tuo nome, Padre venga il tuo regno, Padre, sia fatta la tua volontà…Pronunciare la parola “Padre” è già di per sé una preghiera.  Nel culto cristiano esistono 2 brevissime preghiere: una consiste nel dire “Padre” e l’altra consiste nel dire “Amen“. Nessuno dica più che “non ha tempo di pregare!”.
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME. La parola semitica QODES si traduce con “tagliare-separare”. Viene dichiarato Santo ciò che è separato dalla quotidianità profana e quindi l’aggettivo è solo attribuibile a Jahwè IL SANTO. La domanda “sia santificato il tuo Nome” nasce da una constatazione e da un desiderio.
La constatazione: la situazione oggettiva della vita, a causa delle sue profonde distorsioni, nega la glorificazione di Dio e favorisce il bestemmiare.
Il desiderio: dire che Dio è SANTO è dichiarare che è il TOTALMENTE ALTRO, che non è la proiezione delle nostre alienazioni e desideri. Noi desideriamo di non addomesticare Dio nelle botteghe dei nostri interessi.
Dio vuole che anche l’uomo sia santo: “Siate santi, perchè io sono santo”(Levitico 11,44; 19,2). Dio è l’utopia realizzata di ogni uomo che desideri essere più di quanto è di fatto. Dio vuole manifestarsi santo nelle nostre opere buone: “La vostra luce risplenda davanti agli uomini perchè vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”(Matteo 5,16). Nella tradizione giudaica l’espressione Qiddush ha-Shem (<santo [sia] il Nome>) era diventato un modo per indicare il martirio o la testimonianza pubblica.
Quando si dice che la “gloria di Dio è l’uomo vivente” significa che l’uomo costituisce la visibilità del Nome di Dio. Quando l’uomo e la donna sono impoveriti ed oppressi, il Nome di Dio va in esilio e si nasconde nella loro povertà.  Noi nella preghiera chiediamo a Dio di ribaltare la situazione dell’uomo sfigurato perchè si manifesti chiara la Sua presenza, perchè avvenga definitivamente la sua Epifania.
VENGA IL TUO REGNO. E’ la domanda centrale del Padrenostro ed è il cuore dell’Evangelo perchè il nucleo del messaggio di Gesù e il movente della sue azioni stanno in questo REGNO: ” Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Marco 1,14). La preghiera “sia santificato il tuo Nome” cesserà quando verrà il Suo Regno:“Poi sarà la fine quando il Cristo consegnerà il Regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e potestà. Allora Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi 15,23-28).
Del Regno di Dio, il Nuovo Testamento parla 122 volte sia per indicare la sovranità di Dio che per indicare la condizione dell’uomo dentro la grazia di una vita serena e giusta.
Dio regna quando viene riconosciuto Dio che crea e che si prende a cuore le situazioni umane. “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza (Salmo 85).
Questa fede nasce dall’esperienza dell’esodo. Esodo 2: 23Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24 Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. 25 Dio guardò la condizione degli Israeliti e se la prese a cuore.  Jahweh è il Dio del soccorso ai bisognosi, che non si rassegna alle sofferenze causate dagli uomini.  L’uomo è abitato dal “principio-speranza”  che si manifesta con la tensione verso il nuovo, verso il senza-frontiere, verso la pace e il benessere soprattutto relazionale: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, il leone si ciberà con la paglia del bue, il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi  e non ci saranno più azioni inique né saccheggi”(Isaia 11,6-9). “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più….Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21,1-7).
CONTINUA A DARCI OGNI GIORNO IL PANE EPIOUSION. Per quanto possano essere alti i pensieri della mente e spirituali le virtù, l’uomo ha bisogno di una infra-struttura materiale (acqua, aria, pane…). Questa infra-struttura è così importante che  Gesù ha legato la salvezza o la perdizione al fatto di averla o no accolta in modo giusto e fraterno (Matteo 25, 31-46). S. Basilio Magno già nel 300 affermava: “All’affamato spetta il pane che si spreca nella tua casa; allo scalzo spettano le scarpe che ammuffiscono sotto il tuo letto. Al nudo spettano i vestiti che sono nel tuo baule; al povero spetta il denaro che si svaluta nelle tue casseforti“.
Il testo greco usa il termine “epiousion” di difficile traduzione. Forse significa “pane necessario per vivere oggi” (forse era una preghiera che i seguaci di Gesù recitavano al mattino prima di partire per l’avventura esposta della missione); o forse significa “pane definitivo”: “Beato chi mangerà il pane nel Regno di Dio” Lc.14,15). Il Signore ha insegnato a non affannarci per i domani (Matteo 6) come già il Libro dei Proverbi aveva insegnato a chiedere: “Non darmi nè povertà nè ricchezza; fammi avere il cibo necessario” (Prov.30,8). Il Signore ci ha detto “Io sono il Pane di vita” (Giov. 6).
Matteo scrive il verbo “dare” al tempo aoristo (dòs) che esprime un pressante appello: «Dacci immediatamente» (oggi). In Luca la stessa parola si trova nella forma greca del presente (didou) che significa «continua a darci» a cui fa seguito non la parola «oggi», ma «ogni giorno» (in greco: kath’emeran).
Quando si dice “pane” non si pensa solo al cibo, ma ad ogni cosa di cui abbiamo necessità per vivere bene o sopravvivere, per esempio l’amicizia, la resistenza contro le difficoltà, la serenità interiore…
CANCELLA A NOI I NOSTRI PECCATI PERCHE’ NOI LI… L’uomo non vive di solo pane, ma anche di un’altra infra-struttura senza la quale non esiste: ha bisogno di sentirsi inserito nel tessuto sociale. Il perdono è il pane della vita comunitaria.  L’uomo non solo vive, ma anche con-vive. L’io personale è abitato dagli altri e compromesso con essi. Noi siamo in debito con gli altri, sempre: questo è il nostro “debito innocente”: ciò che mangiamo, di cui ci vestiamo e i servizi di cui godiamo hanno impresso il marchio della fatica di qualche uomo. Oltre a questo debito “innocente” abbiamo anche dei “debiti colposi” rappresentati da ciò che doveva essere fatto per gli altri e non è stato fatto. Abbiamo poi dei “debiti dolosi”.
Ciò che è stato detto dei rapporti umani si riferisce anche ai nostri rapporti con il Padre: abbiamo verso di Lui dei debiti innocenti, colposi e dolosi. E’ d’obbligo evocare la Parabola del servitore insolvente (Matteo 18,23-35): poichè Dio mi ha perdonato sono in grado di trovare le ragioni sufficienti e i motivi per perdonare ai colleghi servi, in quanto sono invaso dalla gratitudine.
Mentre la formulazione di Matteo parla di “debiti”, quella di Luca parla di “peccati”: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora, per la tua preghiera, ti saranno rimessi i peccati“(Siracide 28,2).
NON ABBANDONARCI NELLA PROVA.  Dice Gesù: “Il Figlio dell’uomo, alla sua venuta, troverà forse la fede sopra la terra?” (Luca 18,8). Bisogna dunque “vegliare e pregare per non entrare nella tentazione (prova)“(Marco 14,38). Con questa parte del Padrenostro noi chiediamo di essere preservati dal perdere la fiducia in Lui. “Per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà; sorgeranno falsi profeti che faranno grandi prodigi e inganneranno molti“(Matteo24,22-24). Siamo esseri strutturalmente messi in libertà e quindi in continua necessità di scegliere : “Nel mio intimo acconsento alle Legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla Legge dello spirito e che mi rende schiavo della legge del peccato. Sono uno sventurato! Chi mi libererà?…“( Romani 7,22-24). La morte stessa resta per tutti come la grande tentazione da cui essere liberati.

Litania secondo il Padrenostro
(da Jack Riemer, Spalanca la finestra).
«O Dio, veramente non possiamo pregarti perché cessi la guerra: infatti sappiamo che Tu hai fatto il mondo in modo tale che l’uomo deve trovare la strada della pace, in se stesso e con il suo vicino.
O Dio, veramente non possiamo pregarti perché cessi la fame: infatti Tu ci hai dato risorse abbondanti, sufficienti a nutrire il mondo intero, a condizione di usarle con saggezza.
O Dio, veramente non possiamo pregarti di sradicare l’ingiustizia: infatti Tu ci hai dato occhi capaci di vedere il bene presente in ogni creatura, a condizione di usarli con saggezza.
O Dio, veramente non possiamo pregarti di far scomparire la disperazione: poiché Tu ci hai dato il potere di trasformare i tuguri e di seminare la speranza, a condizione di usarlo con saggezza…
Per questo, o Dio, ti preghiamo piuttosto di darci forza, determinazione e coraggio di agire e non solo di pregare, e soprattutto di vivere e non soltanto di sperare»




27 luglio2025. Domenica 17a
CARO PAPÀ (MAMMA).

17 domenica C

Preghiamo. Rivelaci, o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e salvatore e donaci il tuo Spirito, perché, invocandoti con fiducia e perseveranza, come egli ci ha insegnato, cresciamo nell’esperienza del tuo amore. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro della Gènesi 18,20-32
In quei giorni, disse il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore.  Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo».  Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque».  Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci[1]». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci».
 Salmo 137.  Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano.
Se cammino in mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita; contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano.
La tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 2,12-14
Fratelli, con Cristo sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti.  Con lui Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce.
Dal Vangelo secondo Luca  11,1-13
Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.  Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». 

CARO PAPÀ (MAMMA). Don Augusto Fontana

Chi è Lui, chi siamo noi.
 Chiamare Dio “Abbà, papà”” significa proclamare con un respiro breve tutta la nostra storia: siamo figli (suoi) e fratelli e sorelle tra noi. Nelle nostre mani riceviamo la pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve» (Ap. 2,17). Come scrive Paolo: «E’ lo Spirito che attesta che siamo figli ed eredi» (Rom. 8,15-117). Macario il Grande[2] scrive: «Coloro che sono stati degni di diventare figli di Dio e di nascere dall’alto…piangono e  si affliggono per tutto il genere umano, pregano versando lacrime per l’Adamo totale, infiammati dall’amore spirituale per tutta l’umanità». Papa Francesco, nell’omelia della messa celebrata nello stadio di Morelia in Messico nel 2016, ha esordito: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi[…]La nostra vita parla nella preghiera e la preghiera parla nella nostra vita[…]A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare[…]La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera”. 
Uno sguardo panoramico sul Padrenostro.

  • Agostino ha scritto che il Padrenostro è il Battesimo quotidiano. Tertulliano ha scritto che il Padrenostro è la “somma di tutto il Vangelo” (Breviarium totius evangelii).
  • La vera preghiera cristiana rinuncia al miracolo perchè non vuole modificare la situazione attraverso la magia. Il teologo Carlo Molari scrisse[3]: « Pregare non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede. La preghiera perciò non serve per scuotere l’onnipotenza di Dio a nostro favore, ma a modificare il nostro atteggiamento nei suoi confronti”.
  • Il Padrenostro è una preghiera di domanda: la nostra storia la scopriamo come storia di desideri. Nella nostra preghiera di domanda di solito chiediamo secondo i nostri interessi. Nel  Padrenostro invece di fatto si desidera Lui. Succede come nell’amore: non desidero le tue cose ma te. S. Agostino dice che possiamo pregare con parole diverse dal Padrenostro, ma non possiamo chiedere cose diverse.
  • La preghiera è fatta IN CRISTO. Si dice questo soprattutto della preghiera liturgica, ma anche ogni preghiera personale è fatta IN CRISTO. Noi preghiamo in Lui e con Lui. Lutero disse: ” Noi possiamo rivolgerci al cielo di Dio solo salendo sulle spalle di Cristo“.
  • Il Padrenostro rappresenta la corretta relazione tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra, tra religioso e politico. Nella prima parte di questa preghiera la causa di Dio è fatta propria dell’uomo e nella seconda parte la causa dell’uomo è presa a cuore da Dio. Ciò che Dio ha unito, nessuno separi!
    La preghiera non è il primo atto che l’uomo compie; prima dell’orazione di solito esiste uno choc esistenziale e solo dopo sorge l’invocazione, il ringraziamento. Quale choc esistenziale sta alla base del Padrenostro? Il mondo ha le vene aperte e perde sangue. La creazione geme (Rom 8,22). Ogni società ha i suoi massacri, i suoi martiri, i suoi crimini collettivi. Il male non lacera solo le società, ma anche il cuore dell’uomo: “Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”(Rom. 7,19). La nostra vita quotidiana non sfugge all’enigma, all’assurdo e alle nostre cattiverie. “La creazione attende con impazienza” (Rom. 8,19): di fronte alle assurdità collettive e personali si possono assumere 3 atteggiamenti: rivolta, rassegnazione, speranza. Questo tempo è il tempo intermedio di crisi, di tentazioni, di decisioni; esiste una situazione di urgenza. Mentre il Signore ha garantito che il mondo malvagio ha i giorni contati, tuttavia anche Lui “tarda” e da “onnipotente” si fa “impotente” e desiderante con noi. La preghiera del Padrenostro è pervaso da situazioni di “pericolo” nelle quali si trova chi sta pregando: la domanda del Regno è minacciata dalla fame, dai test della vita, dalle relazioni conflittuali e dal male. Rappresenta originariamente la preghiera per chi, chiamato a seguire Gesù, ha lasciato casa, campi, lavoro e famiglia; è l’espressione orante del radicalismo migratorio dei discepoli al seguito di Gesù Messia, accanto al quale essi sperimentano, ogni giorno, Dio come Padre. Il cristiano, comunque, prega perchè sta vivendo una vicenda storica che lo mette in crisi. L’orante non è uno che si trova comodamente seduto in poltrona e riempie il suo tempo con una pia elevazione dell’anima a Dio.

La preghiera del Padrenostro è pronunciata da chi non ha tempo. Di solito si sente dire “Prego poco perchè non ho tempo”; come se la preghiera fosse affidata da Gesù solo a monaci o a gente sfaticata che ha tempo da vendere. Nel culto cristiano esistono 2 brevissime preghiere: una consiste nel dire “Padre” e l’altra consiste nel dire “Amen“. Nessuno dica più che “non ha tempo di pregare!”.


[1] Ancora oggi il minian è il numero minimo per la preghiera liturgica degli ebrei: non meno di dieci persone.
[2] Macario il Grande (300 – 390) fu monaco ed abate egiziano.
[3] Pregare ancora? in ROCCA 21/96 Pag. 50-51




L’ascolto, primo servizio a Dio
P. Ermes Ronchi

L’ascolto, primo servizio a Dio
Ronchi (Avvenire15/07/2010)

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le escluse, come agli apostoli, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più riposti segreti del Signore. Gesù ha una meta, Gerusalemme, ma non tira mai dritto, non «passa oltre» quando incontra qualcuno. Per lui, come per il buon samaritano, ogni incontro diventa una meta. Maria seduta ai piedi del Signore ascolta la sua parola. Il primo servizio da rendere a Dio – e a tutti – è l’ascolto. Dare un po’ di tempo e un po’ di cuore; è dall’ascolto che comincia la relazione. Allora una sorta di contagio ti prende quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce. Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione. A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri, troppo correre, «prima la persona poi le cose». Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno. Dice Gesù: non ti affannare per nulla che non sia la tua essenza eterna. Gesù non sopporta che Marta, sia impoverita in un ruolo di servizio, che si perda nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa, condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza. Perché Gesù non cerca servitori, ma amici, non persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé, come santa Maria: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. In me le due sorelle si tengono per mano. Con loro passerò da un Dio sentito come affanno, è Marta, a un Dio sentito come stupore, è Maria. Imparerò a passare da un Dio sentito come dovere, a un Dio sentito come desiderio. (Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)




20 luglio 2025. Domenica 16a
CONTEMPL-ATTIVI

Domenica 16 anno C

Preghiamo. Padre sapiente e misericordioso, donaci un cuore umile e mite, per ascoltare la parola del tuo Figlio che risuona ancora nella Chiesa, radunata nel suo nome, e per accoglierlo e servirlo come ospite nella persona dei nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro della Genesi 18,1-10
Abramo abitava presso le Querce di Mamre. Un giorno, nell’ora più calda mentre stava seduto all’ingresso della sua tenda, gli apparve il Signore. Abramo alzò gli occhi e vide tre uomini in piedi, davanti a lui. Appena li vide dall’ingresso della tenda, subito corse loro incontro, si inchinò fino a terra e disse: – Mio Signore, ti prego, non andare oltre. Fermati. Sono qui per servirti. Vi farò subito portare dell’acqua per lavarvi i piedi. Intanto riposatevi sotto quest’albero. Poi vi darò qualcosa da mangiare. Dopo esservi ristorati potrete continuare il vostro viaggio. Non dovete essere passati di qui inutilmente. – Va bene, – risposerò, – fa’ come hai detto. Abramo entrò in fretta nella tenda, da Sara. – Presto, – le disse, – impasta tre razioni di fior di farina e prepara alcune focacce. Egli stesso corse dove teneva gli animali, scelse un vitello tenero e buono e lo diede un servitore che subito si mise a prepararlo. Prese del burro, del latte, la carne che era stata preparata e portò tutto agli ospiti. Mentre essi mangiavano sotto l’albero, egli stava in piedi accanto a loro. Alla fine gli chiesero: – Dov’è tua moglie Sara? – Nella tenda, – rispose Abramo. Il Signore disse: – Io ritornerò sicuramente da te l’anno prossimo e allora tua moglie Sara avrà un figlio.
Salmo 14 . Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.
Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sulla tua santa montagna?
Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1, 24-28
Fratelli, sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi, ai quali Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo ai pagani, cioè Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo ogni uomo con ogni sapienza, per rendere ciascuno perfetto in Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca 10,38-42
Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola; Marta invece era distolta dai molti servizi. Allora si vece avanti e disse: “Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.

CONTEMPL-ATTIVI. Don Augusto Fontana

 «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Romani 15,7). Invece una delle caratteristiche della nostra società é l’anonimato. Abitiamo insieme senza conoscerci, gli uni stranieri agli altri, perfino dentro i rapporti più cari e intimi. E le prospettive non sono rosee visto che cresce la privatizzazione e il soggettivismo. Coltiviamo il sospetto che gli altri si intromettano nella nostra vita per privarci di qualcosa anziché per darci una vita insperata come succede ad Abramo (prima lettura) o per darci una diversa dignità (come succede alle due donne del Vangelo).
Gesù e gli altri, accolti come risorsa: «Signore quando visiti la terra la disseti» dice il Salmo 64. L’apartheid non é solo verso gli stranieri, ma anche verso quelli di casa che non ascoltiamo in profondità, o verso chi non appartiene alla tribù del nostro schieramento o della nostra fede.
Su questo fondale risuona la parola del Signore: «Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi».
Siamo qui in Assemblea, in questa tenda di Abramo, in questa casa che diventa il luogo ospitale di Cristo. E siamo invitati a rivivere gli eventi narrati dalla prima lettura e dal vangelo.
«Accoglietevi gli uni gli altri come Cristo ha accolto voi» (Rom. 15,7). Come Cristo ha accolto voi. Questa tenda che sembra la nostra tenda di fatto é la Sua. Le parti si invertono, le proprietà della tenda si fanno più chiare tanto che il Salmo di oggi ci fa proclamare «Chi ama il Signore, abiterà nella sua tenda». Nella sua tenda. Allora i viandanti, gli stranieri siamo noi. È difficile accettare di riconoscere che ciascuno é uno straniero a se stesso, a Dio, agli altri, che ciascuno é fuori dalla propria vera umanità. È questo un luogo teologico fondamentale nella fede ebraica e cristiana.
Dice il Salmo 38,13: Ascolta Signore la mia preghiera, il mio grido, le mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero come tutti i miei padri. Il Signore ci fa la cortesia di quel padre della parabola di Luca 15,20 «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Questi verbi hanno il ritmo dei verbi del buon samaritano di domenica scorsa.
Noi, come Pietro siamo fuori, non solo dall’aula del tribunale dove si svolge il processo a Gesù, ma ancora più lontano, fuori addirittura dal cortile «Tu sei del suo gruppo! disse la serva a Pietro. Ma egli negò: “Non so e non capisco quello che vuoi dire”. E uscì fuori del cortile e il gallo cantò» (Mc.14,68). Ecco dove andiamo spesso: “fuori del cortile”. Pur bisognosi di casa, abbiamo fatto non uno, ma due passi indietro.
Chi fra noi, oggi, sente risuonare quel canto stridulo del gallo che lo riporta all’incontro con quegli occhi brucianti come un rimprovero, ma vitalizzanti come un’utero, come dice Luca «guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto»?
Chi fra noi davvero percepisce oggi lo spessore di questa alienazione, di questo stranierità, di questo essere fuori o di questo venire da lontano?
Chi fra noi sente risuonare dentro le parole di Gesù sulla porta della sua tenda: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mat. 11,28)?
Chi, fra noi, si sente bene qui sulla soglia della tenda del Signore?
Chi si é sentito aspettato e ora si sente arrivato a casa e sente il beneficio di un’aria avvolgente, priva di giudizi, ma gravida di parole terapeutiche sebbene non falsamente consolatorie?
Su questa assoluta ospitalità del Signore c’è però un’ombra che non ci lascia tranquilli perché si può rischiare di restare chiusi fuori: «arrivò lo sposo e le ragazze che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre ragazze e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco» (Mt. 25,10-12).
Dentro di me abitano Marta e Maria.
Ma ora sulla soglia di questa tenda o nelle mura di questa casa le parti si invertono.
Gesù a volte si autodefinisce un passatore, uno straniero, un viandante. Due domeniche fa, al discepolo che voleva seguirlo, Gesù chiarisce la propria identità: «Le bestie hanno tane e nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove appoggiare il capo» (Luca 9,58). E nell’Apocalisse 3,20 «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». E infatti nel vangelo di oggi: «Una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa e si mise a servirlo» (Lc.10,38) e la sorella «ascoltava la sua parola».
E qui emerge l’antico problema: é vero che Gesù opta per una modalità di accoglienza contemplativa considerata più qualificata dell’altra diaconale e attiva? Diceva l’Apocalisse: Se qualcuno ascolta la mia voce… Alle donne era impossibile diventare discepole di un rabbi: «Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate ad una donna» (Talmud Babilonese Sotàh 19a).
La parte migliore scelta da Maria é la capacità di ridefinire il proprio statuto di vita e la propria identità. Passare, cioè, da donna a discepola. «Ascolta Israele!» (Deut. 6,4-5).
E’ davvero una nuova spiritualità soprattutto laicale che ci indica come ospitare Dio.
Anthony De Mello[1] ci narra: “Un giovane discepolo appena arrivato al monastero chiese al maestro: «Qual é l’atto supremo che una persona può compiere?». E il maestro rispose: «Sedere in meditazione». Ma il discepolo vedeva che il maestro non sedeva mai in meditazione ed era incessantemente impegnato nei lavori di casa, nei campi, nell’incontrare gente o scrivere libri. Finché un giorno il discepolo gli chiese: «Allora perché passi tutto il tuo tempo lavorando?». Al che il maestro rispose: «Quando si lavora non si deve necessariamente smettere di sedere in meditazione»”.
Occorre restare discepoli di Gesù sempre, come dice il documento del convegno di Palermo del 1995: «L’amore congiunge preghiera con impegno in modo da renderci contemplativi nell’azione e fare memoria del mondo davanti a Dio…Non è uno spiritualismo intimista, né un attivismo sociale, ma una sintesi vitale, capace di redimere l’esistenza vuota e frammentata, di dare unità, significato e speranza»[2].
Comunque sembra che Gesù non andasse poi sempre tanto per il sottile in quanto pare che le porte che si aprivano di più fossero quelle della gente di cattiva reputazione tanto da infastidire i suoi: «Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?» (Mt. 9,11). Gli é capitata bella; dopo essere stato il Dio che accoglie, gli capita di diventare a sua volta mendicante di ospitalità e per di più straniero in casa propria: «…poi lo condussero fuori della città per crocifiggerlo» (Marco 15,20). «Si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio» (Luca 4,29).
Anzi in quella pelle da straniero sembra starci bene visto che opta per quella situazione come luogo di riconoscimento della sua presenza: «Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato?… Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.» (Mt.25,38-40).
Come Cristo ha accolto voi, accoglietevi gli uni gli altri. Se c’é una motivazione per l’accoglienza questa nasce dall’aver fatto esperienza di essere stati accolti.
È necessario chiederci ogni mattina e sera: «Chi può dipendere da me oggi? chi mi é passato accanto?» E occorre anche guardarsi in giro come Abramo perché se non lo avesse fatto avrebbe perso l’occasione della sua vita. Quel Dio che appare ad Abramo nelle spoglie dello straniero é la prefigurazione dell’Incarnazione di Gesù. Dice S. Tommaso che noi conosciamo Dio come “sconosciuto”. E noi questa alterità, questa stranierità di Dio la sperimentiamo ogni volta che entra, nella nostra cerchia, il diverso e l’estraneo. In quel momento ci troviamo provocati ad espellere ciò che non ci rassomiglia, ma é bene che ci rendiamo conto che «quando arriva il barbaro arriva Dio», come scrisse Padre Ernesto Balducci[3].
Ecco perché la non accoglienza é un peccato contro la fede; é come se non credessi che l’Incarnazione di Gesù prosegue in loro.
Contempl-attivi.
Riflessioni liberamente tratte dal libro: “Cirenei della gioia” di Mons. Tonino Bello: si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita” (Giovanni 13,4). Dobbiamo essere dei contempl-attivi, con due t, cioè della gente che parte dalla contemplazione e poi lascia sfociare il suo dinamismo, il suo impegno nell’azione. Alzarsi da tavola come ha fatto Gesù significa che non si può star lì a fare la siesta; che non è giusto consumare il tempo in certi narcisismi spirituali che qualche volta ci attanagliano anche nelle nostre assemblee. Infatti è bello stare attorno al Signore con i nostri canti che non finiscono mai o a fare le nostre prediche. Ma c’è anche da fare i conti con la sponda della vita. La fede la consumiamo nel perimetro delle nostre chiese e lì dentro siamo anche bravi; ma poi non ci alziamo da tavola, rimaniamo seduti lì, ci piace il linguaggio delle pantofole, delle vestaglie, del caminetto; non affrontiamo il pericolo della strada. Dobbiamo alzarci da tavola. Il Signore Gesù vuole strapparci dal nostro sacro rifugio, da quell’intimismo ovattato dove le percussioni del mondo giungono attutite dai nostri muri, dove non penetra l’ordine del giorno che il mondo ci impone.


[1] A. De Mello Un minuto di saggezza pag.184.
[2] da “Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia” n. 11
[3] E. Balducci, Il mandorlo e il fuoco, vol. 3, Commento alla liturgia della Parola anno C, Borla 1979, pag. 269.




LAUDATO SI’. Commento ai Capitoli
Autori vari

 Per amore di nostra madre Terra. Lettura della Laudato si’, capitolo per capitolo.
 (da Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto)

INTRODUZIONE. Egidio Palumbo.

Una novità.
Con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, per la prima volta il magistero pontificio riflette sul tema dell’ecologia in un modo più convincente e completo. Affronta, infatti, il tema dell’ecologia, certamente onorando il magistero dei papi che l’hanno preceduto, ma nell’orizzonte di una duplice prospettiva:
1) assumere la visione di una ecologia integrale, dove il tema dell’ambiente è strettamente connesso allo sviluppo tecnologico, al sociale, al culturale, al politico (interesse per la polis, per la città), alla condizione degli impoveriti della terra, alla sapienza delle religioni e – lì dove esistono – delle loro rispettive teologie;
2) intraprendere un cammino di conversione ecologica che chiede un cambiamento dei nostri stili di vita.
Inoltre, il papa elabora il testo valorizzando, secondo il criterio della collegialità, i contributi di varie Conferenze episcopali (Stati Uniti, Germania, Brasile, Patagonia-Comahue, Paraguay, …) e nel contempo accoglie le intuizioni e gli studi di scienziati, teologi e pensatori come H.J. Schellnhuber, P. Teilhard de Chardin, R. Guardini, J. C. Scannone, P. Ricoeur, anche di Dante Alighieri e perfino del musulmano sufi Ali al-Khawwas. In dialogo con tutti costoro il papa si propone di comprendere il mondo e la sfida di una ecologia integrale ponendosi dalla parte del “rovescio della storia”, vale a dire dalla parte delle periferie geografiche ed esistenziali, poiché è da una visuale decentrata che si colgono meglio i processi in atto.
Infine, sullo sfondo dell’enciclica vi è la consapevolezza, evidenziata dalla fede biblica, che l’essere umano (adam) è fatto di terra (adamah), è un terroso (Gen 1,26; 2,7; Laudato si’, n. 2): la terra gli appartiene, è dentro il suo corpo, è il suo habitat, è la sua casa, che a sua volta è la “casa comune” che appartiene a tutti, e che dovrebbe essere oggetto della cura di tutti e non del dominio e dell’abuso di alcuni.
La metodologia che struttura l’enciclica
Il papa nello scrivere l’enciclica assume lo schema metodologico-interpretativo in uso nella pastorale e nella teologia della Chiesa latinoamericana, una metodologia che viene da lontano, dalla JOC (Jeunesse Ouvrière Chrétienne, Gioventù Operaia Cristiana), movimento cristiano sorto in Belgio nel 1925 e sviluppatosi in Francia nel 1927. La metodologia si articola intorno a quattro verbi che scandiscono quattro momenti del processo interpretativo della realtà: vedere, giudicare, agire, celebrare.
a) Vedere, ovvero esaminare la situazione odierna della nostra “casa comune”. A questo primo momento è dedicato il 1 (nn.20-61).
b) Giudicare, ovvero discernere la situazione, evidenziando le cause del degrado, le sfide e le risorse. Qui il discernimento si realizza su due fonti del sapere: quello scientifico (cap. 3: nn. 102-136) e quello biblico-teologico (cap. 2: nn. 63-100; cap. 4: nn. 138-162). Qui si realizza in maniera esemplare e veritiera il dialogo tra scienza e fede, tra il sapere scientifico e il sapere sapienziale ed etico della fede cristiana.
c) Agire, ovvero la proposta di itinerari e di pratiche che interpellano la politica internazionale e locale, l’impegno sociale, il dialogo interreligioso (cap. 5: nn. 164-201), la cura educativa (per formare ad una “cittadinanza ecologica”) e il vissuto spirituale, cioè il vissuto orientato e animato dallo Spirito del Signore (cap. 6: nn. 203-245). È nell’agire quotidiano che si avverte l’urgenza di tenere insieme (interdipendenza) l’ecologico con il politico, il sociale, l’educativo e lo spirituale. Qui è la “conversione ecologica”.
d) Celebrare, è una celebrazione che scaturisce dall’adorazione del Creatore e dal rispetto e dalla cura della vita e della terra come casa comune, come sorella (n. 246). Qui, come sin dall’inizio (n. 1; 10) e lungo tutto il testo dell’enciclica, aleggia lo spirito fraterno e materno di S. Francesco di Assisi, il santo patrono di tutti coloro che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia (oggi anche molti giovani), figura esemplare per coloro che si prendono cura di tutto ciò che è debole e fragile, e promuovono con coraggio una ecologia integrale.

CAPITOLO 1
La situazione della nostra casa comune. Tindaro Bellinvia.

Il parallelismo tra l’enciclica Pace in terris di papa Giovanni XXIII e Laudato si’ di papa Francesco, proposto da Enzo Bianchi nella sua introduzione dell’enciclica sulla cura della casa comune, mi sembra convincente non solo perché Papa Francesco come l’allora pontefice del Concilio si rivolge ad una platea più ampia di quella dei cattolici, ma soprattutto perché effettivamente nel primo caso eravamo sull’orlo di una guerra nucleare mondiale, nel secondo caso ci troviamo sull’orlo del precipizio di una catastrofe ambientale se non si compiono decisi passi verso un’ecologia integrale.

  1. La cultura dello scarto

Nel primo capitolo dell’enciclica Laudato si’ papa Francesco mette subito in risalto i rischi di una cultura dello scarto presente purtroppo nella società contemporanea dedita a consumare e scartare. Scrive il papa: «Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli essere umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura (n. 22)». Una lettura contestualizzata dell’enciclica ci porta a rilevare criticamente come nella sua storia recente l’Italia ha potuto sperimentare di continuo i rischi connessi all’incapacità di creare un circuito virtuoso di produzione industriale con un riutilizzo all’infinito dei materiali prodotti. L’Italia patria della plastica solo di recente ha timidamente iniziato a invertire la tendenza all’inquinamento senza scrupoli dell’ambiente. Quintali di rifiuti di tipo civile di ogni tipo sono finiti in discarica per decenni senza essere precedentemente differenziati, creando danni ambientali e inquinando spesso le falde acquifere.
Ma la questione più delicata è emersa nel contesto dei rifiuti industriali e dei rifiuti speciali che, invece di essere effettivamente smaltiti in modo accurato e corretto, spesso sono stati occultati in discariche abusive o accumulati senza alcun criterio in grandi capannoni per poi andare a fuoco misteriosamente (vedi i numerosi incendi in Lombardia degli ultimi tempi). Centinaia di inchieste giornalistiche e giudiziarie hanno evidenziato come lo smaltimento illecito di rifiuti anche molto pericolosi sia stato e ancora purtroppo è una strategia di molte imprese di tutta l’Italia. Come dimostra la storia della terra dei fuochi in Campania, molta parte dei rifiuti pericolosi del nord sono stati occultati in discariche al sud, grazie alla complicità delle classi dirigenti locali e con l’apporto operativo fondamentale delle mafie. In alcuni casi la fame di lavoro al sud ha prodotto bonifiche mortali.
Una su tutte la storia paradossale e inquietante dell’Isochimica di Avellino. Una storia di vite a perdere. La vita di decine di operai che senza alcuna protezione dal 1982 al 1987, nel binario morto della stazione di Avellino, hanno “liberato” le carrozze delle ferrovie italiane del pericoloso amianto che ne rivestiva le pareti. Una storia raccontata in un bel libro curato dal sociologo Antonello Petrillo paradigmatica del modo di operare di pezzi dello Stato, di certi imprenditori e della debolezza dei lavoratori in certi contesti dominati da logiche di ricatto occupazionale. Logiche di ricatto occupazionale alla base delle quali territori bellissimi della nostra Sicilia sono stati devastati con la presenza invasiva di impianti petrolchimici o di centrali elettriche a base di combustibili fossili rimodellando il territorio e i tessuti urbani con una poco nascosta logica coloniale.
L’Eni è arrivata, ad esempio, nel caso di Gela a riservare l’acqua di qualità agli impianti e al quartiere dei dirigenti e tecnici del nord e lasciare l’acqua del dissalatore a gran parte della popolazione locale. Spesso poi non sono le normative a mancare nel guidare i controlli, ma difetta il complesso di equilibri tra le varie componenti del sistema che si rivelano a tutto vantaggio dei grossi gruppi industriali. Per questo può succedere che anche a seguito di direttive precise degli enti controllori rispetto al rinnovo degli impianti le società possono rinviare gli interventi (vedi caso Milazzo) mettendo a rischio popolazioni residenti e lavoratori.
Scrive Francesco: «il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie (n. 22)». Non solo queste affermazioni non possono essere smentite ma bisogna mettere in evidenza che l’incapacità di “assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie” ha provocato un commercio vergognoso di tali scorie, non solo come abbiamo prima evidenziato all’interno delle stesse nazioni in cui i rifiuti sono stati prodotti ma anche verso nazioni più povere. Il caso dell’uccisione il 24 maggio del 1994 a Mogadiscio in Somalia della giornalista Ilaria Alpi e del teleoperatore Miran Hrovatin ha ben messo in evidenza un intreccio perverso tra falsa cooperazione internazionale, traffici d’armi e di scorie industriali. La giornalista è stata trucidata perché stava indagando su questi traffici e sulle complicità istituzionali che li coprivano e li alimentavano.
A svelare al mondo lo smaltimento illecito di rifiuti in Somalia (iniziato già negli anni Ottanta) sarà lo tsunami del 26 dicembre 2004 che ha colpito e devastato parti delle regioni costiere dell’Indonesia, dello Sri Lanka, dell’India, della Thailandia, della Birmania, del Bangladesh, delle Maldive ma che è riuscito a raggiungere anche le coste della Somalia e del Kenya (ad oltre 4.500 km dall’epicentro del sisma). Ebbene sulle spiagge somale stravolte dallo tsunami sono riemersi fusti e interi container di rifiuti pericolosi. Come scrive Marzia Ronconi quando si parla di rifiuti pericolosi si fa riferimento a: «rifiuti sanitari, oli e sostanze oleose, batterie, rifiuti contaminati con bifenili policlorurati (PCB) e scorie d’amianto».
Ma è anche importante quanto specifica più avanti: «La produzione mondiale di rifiuti pericolosi si stima raggiunga annualmente 350 milioni di tonnellate; il 90% di questi viene prodotto dai paesi industrializzati, di cui i maggiori produttori sono gli Stati Uniti e l’Europa». Questo dato di realtà ci fa capire quanto i disastri ambientali dei paesi in via di sviluppo non siano causati da fattori interni, quanto dal tentativo dei paesi industrializzati di scaricare su quelli più poveri la loro incapacità o non volontà di instaurare dei processi di produzione veramente green, che puntino a riutilizzo infinito dei materiali.

  1. Il clima come bene comune

I cambiamenti climatici, anch’essi per lo più provocati dai processi industriali di Stati Uniti, Europa e negli ultimi anni anche Cina, tra l’altro rischiano di far ricadere i loro effetti sui paesi più poveri. Se è vero che certi cambiamenti climatici nei tempi lunghi possono dipendere da fattori naturali, l’idea ormai largamente condivisa dagli scienziati di tutto il mondo è che la velocità di tali cambiamenti è chiaramente da imputare al ciclo del carbonio.
L’apertura alle fonti energetiche pulite c’è stata in tutti i paesi ma è evidente che ancora ci sono forti resistenze e forti interessi a mantenere l’uso delle fonti energetiche fossili. L’estrazione e la lavorazione di petrolio comportano tra l’altro un enorme impatto ambientale in molti paesi: un esempio per tutti la Nigeria. Qui i disastri ambientali nel sud del paese provocati dalle compagnie petrolifere hanno portato a ingenti spostamenti di popolazioni verso il nord e da lì verso l’Europa. E l’inquinamento ambientale come spesso accade è coperto dalla corruzione tra imprese e uomini delle istituzioni. La nostra Eni, ad esempio, non è stata al centro di intrecci di corruzione e disastri ambientali solo in Nigeria ma in diversi altri paesi africani. Tra questi paesi il Congo è quello dove esponenti del governo locale e alti vertici dell’Eni sono stati al centro di discussi affari sul gas in odore di tangenti, in cui si evidenzia come alla collettività locale rimane solo l’inquinamento e i lavori più umili e mal pagati, mentre i dirigenti delle multinazionali e i politici del luogo si spartiscono profitti da capogiro. Un bel modo di “aiutarli a casa loro”.
In generale è evidente che i cambiamenti climatici impatteranno maggiormente sui più poveri e Francesco su questo è netto: «i cambiamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse produttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. È tragico l’aumento dei migranti che fuggono dalla miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa (n. 25)».
Se alcuni territori costieri saranno sommersi dall’acqua, se certi territori diventeranno inospitali per la desertificazione, non sarà un problema per chi ha risorse economiche e potere politico-istituzionale, sarà un problema per chi già vive di stenti e tra mille difficoltà. Diversi paesi costieri dell’Africa che vivevano di pesca si sono trovati in difficoltà perché grandi imprese hanno operato nei loro mari con potenti mezzi depauperando il patrimonio ittico. I defraudati hanno reagito in diversi modi: chi inventandosi nuove attività magari attinenti al turismo, chi scegliendo di migrare, chi dandosi alla pirateria in mare. Le risorse turistiche in alcuni casi possono diventare una valida alternativa ma per essere tali dovrebbero essere maggiormente gestite dalle popolazioni locali invece che essere in mano alle multinazionali occidentali. Inoltre, è difficile diventare attrattivi turisticamente dove i disastri ambientali hanno ormai reso poco appetibili i territori, mentre dove l’equilibrio ambientale è ancora buono incombe il rischio della sommersione delle coste a causa del repentino cambiamento climatico. Insomma, evitare sconvolgimenti climatici e proteggere l’ambiente è un bene prima di tutto per le popolazioni più povere.

  1. L’acqua un bene inestimabile

Nel complesso rapporto dell’uomo con il pianeta Terra un ruolo importante ha sempre avuto e sempre avrà l’acqua. È importante, dunque, l’appello del Santo Padre sull’argomento: «Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità» (n. 30).
Sono parole inequivocabili quelle che usa Francesco a proposito di acqua e diritti umani. Negare l’accesso all’acqua ai poveri in nome delle leggi del mercato è qualcosa di inaccettabile umanamente e cristianamente. Insomma, non si può scendere a compromessi su questo. D’altronde in diversi paesi molto poveri dell’Africa, l’Asia o il Sud America ancora oggi si consuma acqua di scarsa qualità o addirittura inquinata (con la conseguente diffusione di malattie), perché mancano le infrastrutture per renderla accessibile a tutti e anche perché le imprese operanti in questi paesi (spesso multinazionali) non fanno nulla per ridurre l’impatto ambientale delle produzioni.
In Italia sul tema della privatizzazione dell’acqua c’è stato un grande movimento per la ripubblicizzazione di essa. Grazie ad una raccolta firme molto partecipata si è arrivati al referendum del 12 e 13 giugno 2011, 26 milioni di cittadini italiani sancirono che sull’acqua non si sarebbe potuto più fare profitto. E con quel “Sì” tracciato sulla scheda i cittadini decisero di abrogare (parzialmente) una norma relativa alla tariffa dell’acqua che prevedeva l’“adeguata remunerazione del capitale investito”. «Togliere quel passaggio comportava niente più margini, finanza speculativa o business, semmai un servizio efficiente a fronte di investimenti sulla rete tangibili, ad esempio per ridurre le perdite. In forza del fatto che “il diritto all’acqua potabile e sicura ed ai servizi igienici” – come sancito dalla risoluzione delle Nazioni Unite del 26 luglio 2010 – è “un diritto umano essenziale al pieno godimento della vita e di tutti i diritti umani”». A distanza di otto anni molti dubbi sulla reale applicazione dei risultati di quel referendum… più che dubbi certezze, se, come ha fatto il sito acquabenecomune.org, si vanno a vedere i bilanci delle più grandi partecipate italiane quotate in borsa che, a fronte di aumenti consistenti in bolletta, invece di aumentare gli investimenti per migliorare qualità dell’acqua e servizi di distribuzione hanno costantemente aumentato i dividendi degli azionisti. Ciò dimostra la fondatezza e l’urgenza dell’appello del Santo Padre di ridurre l’influenza della logica di mercato dalla gestione dell’acqua. Fino a quando a dominare le strategie degli enti gestori degli acquedotti saranno i profitti da spartire l’idea dell’acqua come bene comune rimarrà solo un’utopia.

  1. L’iniquità dei rapporti planetari

In conclusione, il primo capitolo dell’enciclica Laudato si’ invia un messaggio chiaro che pervade tutto il documento pontificio: «oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre più un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei poveri» (n. 49). Parlare di biodiversità, di preservare i polmoni verdi della Terra, di ricchezza di colture per l’agricoltura contro i rischi delle grandi proprietà di imporre le monoculture, di conservazione e anzi sviluppo di varie tipologie di semi e di frutti contro la conformità delle grandi corporation che tendono a semplificare per rendere i contadini più dipendenti dalle loro produzioni, deve servire appunto a legare la difesa dell’ambiente al superamento della povertà. L’uno ha senso se si lega all’altro.
Anche i promotori delle battaglie civili promosse in Italia, e in tante parti del pianeta, contro l’eccesso di cementificazione del territorio devono trovare un canale di comunicazione con le fasce sociali più deboli. Preservare il paesaggio come bene comune deve diventare non un’esigenza da ricchi illuminati, ma un forte imperativo di tutte le fasce sociali, rendendo socialmente conveniente tutelare e preservare il territorio. Chiaramente per fare tutto ciò bisogna rispondere ai bisogni primari di quei ceti sociali impoveriti dalla lunga crisi economica di questi anni. Si deve prospettare sicuramente un’alternativa ad uno sviluppo economico tutto improntato su cementificazione del territorio e proliferazione di industrie inquinanti, ma è evidente che una via verde, anche se basata su un nuovo modo più equilibrato di produrre e consumare, deve sempre far intravedere un miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi.
L’enciclica di Papa Francesco Laudato si’ riteniamo sia utile, fin dal suo primo capitolo, a indirizzare autorevolmente il dibattito pubblico verso una maggiore consapevolezza della questione ambientale legandola in modo indissolubile alla questione sociale e, dunque, all’emancipazione dei poveri.

CAPITOLO 2
L’urgenza di uno sguardo contemplativo.  Gregorio Battaglia.

Il capitolo primo ci ha offerto la possibilità di fermarci a considerare quello che possiamo chiamare lo “status quaestionis”. Si è trattato di elencare tutte le gravi problematiche, che interessano “la casa comune” per giungere alla conclusione che il tempo che ci sta di fronte non può essere occupato a semplici dibattiti, ma che, invece, è quanto mai urgente avviare un serio ripensamento degli stili di vita e dello stesso modo di produrre.
Il capitolo secondo si propone di offrire, innanzitutto ai credenti, ma anche a coloro che si dichiarano lontani da una fede esplicita, la possibilità di poter assumere uno sguardo diverso e non necessariamente opposto a quello che proviene dalla scienza e dalla tecnica. L’universo, del resto, non si presenta a noi come un puro oggetto da decifrare, da studiare o semplicemente da utilizzare per aumentare il benessere dell’umanità: «quando si propone una visione della natura unicamente come oggetto di profitto e di interesse, ciò comporta anche gravi conseguenze per la società» (n. 82). L’universo, invece, è più comprensibile, se si impara ad accoglierlo come “mistero”, come realtà che ci parla di un progetto di amore e che tutto il movimento esistente in esso sia causato dalla forza dell’amore. Il documento fa riferimento alla Divina Commedia di Dante Alighieri, il quale «parlava dell’amor che move il sole e l’altre stelle» (n. 77).
Questo diverso sguardo sull’universo è reso ancor più necessario di fronte ai grandi disastri provocati da un approccio, come quello tecnico-scientifico, che ha reso il mondo sempre meno abitabile. Non si tratta di contrapposizione, ma di unire sguardi diversi per meglio accostarsi alla verità dell’universo. Il documento sottolinea che «se teniamo conto della complessità della crisi ecologica e delle molteplici cause, dovremmo riconoscere che le soluzioni non possono venire da un unico modo di interpretare e trasformare la realtà. E’ necessario ricorrere anche alle diverse ricchezze culturali dei popoli, all’arte e alla poesia, alla vita interiore e alla spiritualità. Se si vuole veramente costruire un’ecologia che ci permetta di riparare tutto ciò che abbiamo distrutto, allora nessun ramo delle scienze e nessuna forma di saggezza può essere trascurata, nemmeno quella religiosa» (n.63).

  1. Saremo ancora capaci di meraviglia?

Molti anni fa A. Heschel nella sua opera L’uomo non è solo faceva la seguente considerazione: «L’umanità non perirà per mancanza di informazione, ma per mancanza di apprezzamento. L’inizio della nostra felicità sta nel comprendere che una vita senza meraviglia non vale la pena di essere vissuta. Quello che ci manca non è la volontà di credere, ma la volontà di meravigliarci». Solo un animo che sa meravigliarsi, che sa cogliere l’ineffabile presente nelle cose, proprio lui è capace di abitare la terra con vera sapienza, perché il suo rapporto con essa e con l’universo intero è vissuto essenzialmente sul piano del dono, a cui corrisponde la presa di coscienza di un compito da assumersi. Leggiamo nella Laudato si’: «Dire creazione è più che dire ‘natura’, perché ha a che vedere con un progetto dell’amore di Dio, dove ogni creatura ha un valore ed un significato. La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la creazione può essere compresa solo come un dono, che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale» (n. 76).
Chi si lascia sconvolgere dalla presenza dell’Ineffabile fa l’esperienza di come essa sia in grado di suscitare in lui uno sguardo di meraviglia ed allo stesso tempo di operare un vero spogliamento del suo essere, che lo riporti alle sue misure di creatura umana. Afferma papa Francesco nell’enciclica: «il modo migliore per collocare l’esser umano al suo posto e mettere fine alla sua pretesa di essere un dominatore assoluto della terra è ritornare a proporre la figura di un Padre creatore ed unico padrone del mondo, perché altrimenti l’essere umano tenderà sempre a voler imporre alla realtà le proprie leggi e i propri interessi» (n.75). Ricondotti alla propria condizione di creature l’uomo e la donna scoprono che «tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. (…) Dio ha scritto un libro stupendo le cui lettere sono la moltitudine di creature presenti nell’universo. (…) Dai più ampi panorami alle più esili forme di vita la natura è una continua sorgente di meraviglia e di reverenza» (nn. 84-85). 

  1. La sapienza dei racconti biblici

Per educarci al dono della meraviglia non si può fare a meno di ritornare al libro delle Scritture, che hanno la capacità di condurci ad uno sguardo diverso. La prima pagina della Bibbia si apre con queste parole: «In principio Dio creò il cielo e la terra. (…) Dio disse e la luce fu». Quel principio di cui parla la Bibbia non vuole riferirsi ad un inizio cronologico, ma a ciò che costituisce il fondamento di tutto il reale. Così per la Bibbia a fondamento di tutto sta il “dire” di Dio, la sua Parola, che chiama all’esistenza le cose che non sono. Giovanni aprirà il suo Vangelo dicendo che «in principio il Verbo», riprendendo così l’apertura del libro della Genesi e sottolineando che la ragione ultima delle cose sta in questa Parola che è verbo e quindi agisce creando o salvando.
In quest’ottica l’universo non è il frutto di forze caotiche, ma esso trova il suo senso in una Parola, che lo chiama all’esistenza e questo suo esistere non è altro che una risposta a questa chiamata. Afferma la Laudato si’: «L’universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. La creazione appartiene all’ordine dell’amore. L’amore di Dio è la ragione fondamentale di tutto il creato» (n. 77). Non solo le creature umane, ma tutto l’universo si trova coinvolto in questa vocazione alla vita e vivendo si dà lode a Colui, che creando ha visto tutto come “Tov”, cioè come “buono e bello”.

  1. Cosa dice la Bibbia dell’uomo

La lettera/enciclica si sofferma brevemente sulla creazione dell’uomo, sottolineando come per il libro della Genesi ogni uomo e ogni donna sono un frutto di amore, fatti ad immagine e somiglianza di Dio: «Siamo stati concepiti nel cuore di Dio e quindi ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario» (n. 65). Questa affermazione ci mostra l’immensa dignità di ogni persona umana, che non si può ridurre ad una “cosa”, ma che è una realtà di un valore infinito. Essa è capace di possedersi, di liberamente donarsi, di entrare in comunione con altre persone.
In effetti per i racconti biblici l’uomo è posto al culmine di tutto il processo creativo, costituendone il vertice ed in un certo senso il punto in cui il mondo trova la propria autocoscienza, in quanto capacità di riflettere e di decidere in libertà, senza dover sottostare pienamente a determinismi biologici. Questa particolare costituzione dell’uomo, dotato di libertà, ma allo stesso tempo delimitato nel tempo e nello spazio, lo pone in una posizione molto scomoda, per cui non è difficile che oscilli tra profonde depressioni e grandiosi deliri di onnipotenza.

  1. Noi non siamo Dio

Per la Bibbia davvero grande è il mistero dell’uomo, che nella sua povera consistenza di argilla impastata, contiene in sé una scintilla divina, che lo pone al vertice del creato. Dice la Laudato si’: «Questi racconti suggeriscono che l’esistenza umana si basa su tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra» (n. 66). Nella sua verità più profonda l’uomo e la donna si realizzano in quanto capaci di aprirsi alla relazione nelle sue diverse forme, perché nel momento in cui essi si chiudono in se stessi, essi tradiscono la loro vocazione alla vita ed oscurano quella luce presente in essi.
Riprendendo il dato biblico l’enciclica così si esprime: «Secondo la Bibbia queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato. L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per aver noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra e di coltivarla e custodirla» (n. 66). I grandi cambiamenti climatici, che ormai sono sotto i nostri occhi e che per alcuni di noi costituiscono una grave minaccia alla vita, sono certamente da inserire in questa “rottura” della relazione dell’umanità con il suo “habitat”, che è costituito dalla terra. Se il termine “peccato” nel suo riferimento ebraico vuol dire principalmente “sbagliare bersaglio”, allora bisogna concludere che l’uomo ha fallito il suo compito di “custode” del creato.
Nel racconto della Genesi il termine “soggiogare” è meglio definito dagli altri due verbi: “coltivare” e “custodire”, che impegnano l’uomo e la donna non tanto a spadroneggiare nei confronti della terra e di quanto contiene, ma a prendersi cura di tutto il giardino o, come direbbe oggi papa Francesco, della casa comune. Questa relazione è subito saltata, mettendo in crisi anche le altre due. Da qui la prima grande domanda che l’uomo si sente rivolgere da Dio: «Dove sei?» (Gen 3,9). Quest’uomo interpellato è Adamo, un nome che viene da “adamah”, che significa “terra rossiccia”, “argilla”. Egli non è distinto dalla Terra, ma è parte di essa, è composto dei suoi stessi elementi, ma il suo essere dotato di intelligenza gli ha fatto smarrire quale stretto legame intercorre tra lui e quel giardino che lo ospita.
L’interrogativo che Dio rivolge a questo “Adam” non è di natura speculativa, ma riguarda l’aspetto empirico, come a dirgli: “in quale mondo abiti?”, oppure: “dov’è la tua casa?”. Il testo della Genesi fa notare che “i due” a cui Dio rivolge questo interrogativo di fatto si erano nascosti per la vergogna dopo aver creduto possibile diventare “dio per se stessi”. Bisogna dire che la vergogna di Adam e della sua donna sono oggi la nostra vergogna, perché abbiamo creduto nell’onnipotenza della scienza ed oggi non sappiamo renderci conto “in quale mondo abitiamo” e di quale storia siamo responsabili. Se riuscissimo a ripartire da questa vergogna, essa potrebbe costituire il punto di svolta per un itinerario pedagogico di ricostruzione del nostro modo di abitare la terra ed allo stesso tempo di avviare processi di cambiamento, che ci permetta di vivere per la vita e non dando morte.
Abbiamo preso alla lettera il diritto romano che parla di “uti et abuti” (usare e abusare) nei confronti delle proprietà che si posseggono e così abbiamo pensato di non essere per nulla responsabili della vita, della bellezza delle cose e degli esseri viventi presenti sulla terra. Nel funzionamento del creato la collocazione dell’uomo è finalizzata a rendere visibile quell’economia della gratuità, che sottostà all’agire di Dio e che si traduce nella custodia della vocazione, che interessa ogni creatura, ma l’umanità di ieri e di oggi si è avvitata in quell’idea di progresso infinito, che non tiene in alcun conto i limiti della stessa terra. Per la Bibbia la terra è di Dio ed Egli l’ha donata agli uomini, perché si rapportino con essa con piena responsabilità. Dice la Laudato si’: «Questa responsabilità di fronte ad una terra che è di Dio, implica che l’essere umano, dotato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati equilibri tra gli esseri di questo mondo» (n. 68).

  1. La mancata custodia del fratello

Il racconto di Caino e Abele, che nel libro della Genesi occupa il quarto capitolo, parla dell’altro grande fallimento, che riguarda la vocazione dell’uomo ad aprirsi a relazioni fraterne, vissute nell’accoglienza e nella condivisione con l’altro. La storia di Caino e Abele è lì a dimostrare l’incapacità dell’uomo a costruire rapporti di vera prossimità. L’altro, il prossimo viene colto più come una presenza che disturba, invece di essere accolto come occasione di crescita e di arricchimento reciproco. Così nelle prime pagine della Bibbia risuona il secondo grande interrogativo da parte di Dio. «Dov’è Abele, tuo fratello?». Il none Abele, vuol dire “soffio”, perché la vita dell’uomo è davvero come un soffio, che gli altri possono soffocare o custodire. Caino ha scelto di non essere il custode del soffio del fratello, per questo ha preferito toglierlo di mezzo.
Riprendendo questo racconto di Caino e Abele la Laudato si’ così commenta: «Trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale ho il dovere della cura e della custodia, distrugge la mia relazione interiore con me stesso, con gli altri, con Dio e con la terra. Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giustizia non abita più sulla terra, la Bibbia ci dice che tutta la vita è in pericolo. (…) In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione e che la cura autentica della nostra vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (n. 71).
L’eliminazione del fratello da parte di Caino, un avvenimento che è un tutt’uno con la scomparsa del prossimo, e la grande omologazione linguistica e culturale, che interessa la costruzione della torre di Babele, sono per la Bibbia dei fatti emblematici, che rivelano la durezza del cuore umano. Siamo, così, di fronte al paradosso di ogni esistenza umana: siamo fatti per la relazione, ma o per paura o perché presi da grandi deliri alla resa dei conti restiamo incapaci di rispondere a ciò che costituisce il vero senso della nostra avventura umana. Annota la Laudato si’: «Non è un caso che nel cantico in cui loda Dio per le creature san Francesco aggiunga: “Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore” Tutto è collegato. Per questo si richiede una preoccupazione per l’ambiente unita al sincero amore per gli esseri umani e un costante impegno riguardo al problema della società» (n. 91).
Il capitolo secondo dell’enciclica si chiude facendo riferimento allo “sguardo” di Gesù: «Gesù invitava a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature, viveva una piena armonia con la creazione. (…) Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo» (n. 96). A motivo della sua resurrezione Gesù è anche la parola ricapitolativa di tutta la creazione, perché le cose, il tempo e lo spazio, tutto è avvolto dalla luce del Signore Risorto.

CAPITOLO 3
La radice umana della crisi ecologica. Raffaella Campo
Nel capitolo terzo dell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco analizza la radice umana della crisi ecologica riallacciandosi direttamente ad un’affermazione contenuta nel paragrafo 53: «Mai abbiamo maltrattato e offeso la nostra casa comune come negli ultimi due secoli». Il pontefice promuove una coraggiosa rivoluzione culturale invitando a riflettere sulle contraddizioni insite nell’attuale modello di sviluppo economico e sociale.

  1. La tecnologia, il progresso e la coscienza di un limite

Il Papa sottolinea e riconosce il valore del progresso scientifico e tecnologico, grazie al quale si sono conseguiti risultati eccezionali nell’ambito della medicina, dei trasporti, delle telecomunicazioni, capaci di offrire all’uomo un innegabile miglioramento della qualità della vita. Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II, la scienza e la tecnologia vengono definite come un «prodotto meraviglioso della creatività umana che è un dono di Dio» (n. 102). Tuttavia – sottolinea il pontefice – non possiamo ignorare quanto finora tale progresso si sia basato sullo sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta e sullo sfruttamento del “capitale umano”. Significativa è l’espressionedebito ecologico (n. 51) usata per sottolineare come lo sviluppo si sia basato sull’inequità planetaria con conseguenze ambientali probabilmente irreversibili e conseguenze sociali drammatiche: «Il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta… Gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera» (n. 48).
Tutto questo accade perché l’uomo moderno «non è stato educato al corretto uso della sua potenza» e, a differenza del passato, ha perso il controllo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene». All’inizio del capitolo terzo ricorre l’espressione “sviluppo sostenibile”, un concetto non certo nuovo, che anzi molti studiosi giudicano ormai superato, a cui tuttavia il Papa conferisce un rinnovato significato. Rappresenta in primis il radicamento dell’enciclica all’interno di un percorso scientifico, economico e politico che risale agli anni Settanta. L’attenzione a livello internazionale verso l’ambiente e i disastri ecologici globali, ha iniziato infatti a manifestarsi piuttosto tardi in occasione della conferenza ONU tenutasi a Stoccolma, il 16 giugno del 1972, dove i capi di 110 delegazioni hanno approvato la “Dichiarazione di Stoccolma sull’ambiente umano”. Questa Conferenza ha tracciato delle linee guida per i Governi degli Stati aderenti al fine di proteggere, razionalizzare e salvaguardare le risorse naturali a beneficio delle generazioni future.
Successivamente, la diffusione dell’idea di “Sviluppo Sostenibile” è avvenuta con il “Rapporto Bruntland”, elaborato nel 1987 dalla Word Commission on Environment and Development (WCED) dell’ONU, all’interno del quale si affermava che: «per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Si metteva cioè in luce l’esigenza di un cambiamento della visione del rapporto tra attività economica e mondo naturale, sostituendo il modello economico dell’espansione quantitativa (crescita) con quello del miglioramento qualitativo (sviluppo) come chiave per il progresso futuro.
Nel giugno del 1992, nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro, i paesi partecipanti diedero vita a 5 basilari documenti volti a definire i diritti, le responsabilità e i doveri universali delle nazioni in campo ambientale. In quell’occasione si stilò l’Agenda 21, un vero e proprio programma d’azione all’interno del quale si declinarono specifici obiettivi che tutti gli Stati avrebbero dovuto perseguire fino al XXI secolo. Grande rilievo ebbe anche la conferenza di Kyoto del 1997 e il successivo protocollo entrato ufficialmente in vigore nel 2005, in cui si stabilì una riduzione del 5% delle emissioni di gas serra da conseguire entro il 2012. Tale percorso, tra alti e bassi, è giunto fino a giorni nostri trovando un momento significativo nell’Accordo di Parigi, sottoscritto il 12 dicembre del 2015 da 196 Stati.

  1. Il paradigma tecnocratico

Il Papa riconosce il valore del percorso fin qui intrapreso, ma sottolinea che il fallimento dei vertici mondiali sull’ambiente è stato determinato dal fatto che la politica è stata sottomessa alla tecnologia e alla finanza.
Nel capitolo III dell’enciclica al centro dell’analisi vi è infatti “il paradigma tecnocratico”, quello che ha imposto un certo modello di sviluppo e di consumo, basato sul dominio dell’economia finanziaria sull’economia reale e sulla “ecologia umana”. Si tratta di un paradigma omogeneo e unidimensionale in cui risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e possiede l’oggetto che si trova all’esterno (cf. n. 106).
A differenza del passato, in cui l’uomo accompagnava e assecondava le possibilità offerte dalle cose stesse, oggi l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi la mano, diventando invece contendenti (cf. n. 106). Da qui il mito della crescita illimitata e la menzogna circa la disponibilità infinita delle risorse del pianeta. La parola chiave infatti è “dominio”, un dominio impressionante di pochi detentori della conoscenza e del potere economico sull’insieme del genere umano. Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio potere anche sull’economia e sulla politica determinando il prevalere delle logiche basate sul profitto e sugli interessi particolari. Sono proprio le logiche di dominio tecnocratico che portano a distruggere la natura e a sfruttare le persone e le popolazioni più deboli. Il rischio è che «le nuove forme di potere derivate da paradigma tecno-economico finiscano per distruggere anche la libertà e la giustizia» (n. 53).
Il primo passo pertanto è riconoscere che “la scienza e la tecnologia non sono neutrali” e che pertanto vanno inserite all’interno di un orizzonte di senso, di un’etica solida capace di orientare e dare un valore alle scelte dell’uomo. A questo proposito – afferma il Papa – è necessario superare la frammentazione del sapere, che offre soluzioni momentanee e parziali, per ricercare un approccio olistico che tenga conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle diverse aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale.
Papa Francesco ci parla di una cultura ecologica integrale e invita a contrastare l’avanzare del paradigma tecnocratico opponendo un nuovo paradigma, basato sulla centralità dell’uomo, della sua dignità, della sua libertà: La libertà umana può limitare, orientare la tecnica, «metterla al servizio di un altro tipo di progresso più sano, più umano, più sociale» (n. 112). Significativo il fatto che il Pontefice indichi alcune occasioni concrete in cui questo è già visibile, anche se in scala ridotta, ad esempio nei gruppi di produttori che optano per sistemi di produzione meno inquinanti sostenendo modelli di vita, di felicità, di convivialità non consumistici. Oppure quando fa riferimento all’utilizzo della tecnica per migliorare le condizioni di vita di chi soffre.

  1. Verso una nuova antropologia

Secondo il Pontefice una coscienza ecologica integrale non potrà affermarsi se prima non verrà riconsiderato il concetto di antropocentrismo. A questo proposito, sottolinea che l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di “amministratore responsabile”. Papa Francesco conduce una critica lucida e aspra contro l’antropocentrismo deviato, cioè quell’antropocentrismo basato sul senso di onnipotenza e che non tiene conto del fatto che l’uomo non è separato dalla realtà, dalla natura, dal mondo in cui è inserito. Un antropocentrismo deviato dà luogo a uno stile di vita deviato e al relativismo pratico tipico della nostra epoca che misura tutto sulla base di interessi personali e contingenti.
Proprio da questa cultura del relativismo – afferma – deriva la logica che porta a sfruttare i bambini, ad abbandonare gli anziani, a ridurre altri in schiavitù, a sopravvalutare la capacità del mercato di autoregolarsi, a praticare la tratta di esseri umani, il commercio di pelli di animali in via di estinzione e di “diamanti insanguinati”. È la stessa logica di molte mafie, dei trafficanti di organi, del narcotraffico, è la logica “usa e getta” che produce tanti rifiuti solo per il desiderio smodato di consumare più di quello di cui si ha realmente bisogno. È di fondamentale importanza – sostiene Bergoglio – comprendere che «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale». Bisogna comprendere che “Tutto è connesso” e che il rapporto uomo-mondo deve basarsi su altri e alti valori umani quali la conoscenza, la volontà, la libertà e la responsabilità.
Può forse in questa sede essere utile ricordare che l’etica della responsabilità è al centro di un celebre saggio del filosofo tedesco Hans Jonas, intitolato “Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. Alla fine degli anni ’70 Jonas, partendo dalla constatazione che l’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse per lui, pose il problema non solo della sopravvivenza, ma anche dell’unità della specie e della dignità della sua esistenza. Tra il “principio di speranza” di Ernst Bloch e il “principio di disperazione” di Gunther Anders, Jonas proponeva il principio di responsabilità, della responsabilità nei confronti di chi è presente e di chi verrà dopo di noi; il filosofo sottolinea come esista un dovere dell’umanità a esserci che non va confuso con il dovere di esistere del singolo, un dovere verso l’esistenza deve essere una priorità in tutti i campi della vita umana. Il fatto che la riflessione di Jonas risulti attuale significa che la meta è ancora lontana, che i progressi e i rimedi sono stati finora troppo lenti e insufficienti.

  1. L’etica del lavoro

Un altro passaggio importante presente nel III capitolo dell’enciclica è quello che riguarda la difesa del lavoro. Il Papa pone l’accento, ancora una volta, sul fattore economico, sottolineando questa volta la necessità di ripensare e valorizzare il ruolo del lavoro nella nostra società. È prioritario ridare al lavoro la dignità e la centralità che merita perché è nell’ambito lavorativo che avviene lo sviluppo multiforme della persona. In esso si mettono in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Per questo bisogna acquisire la consapevolezza che «i costi umani sono anche costi economici» (n. 128) e viceversa. «Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (n. 128).
Il Papa ritiene indispensabile promuovere un’economia che offra occupazione attraverso la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Vi è una denuncia del liberismo sfrenato che di fatto riduce l’accesso al lavoro e impedisce ai più di beneficiare delle risorse. Vi è un appello alla politica, affinché contenga lo strapotere di coloro che detengono più grandi risorse e potere finanziario. Contenere e limitare non significa frenare la creatività umana, che è un dono speciale dato da Dio, ma saper valutare e riconsiderare gli obiettivi, i fini, gli effetti, i limiti etici dell’attività umana.
Il papa cita questioni aperte e dibattute come quella sugli OGM, ammette che vi possano essere dei benefici nel loro utilizzo, tuttavia evidenzia i problemi relativi alla concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi, e quelli legati alla compromissione di delicati ecosistemi. Questo è solo un esempio delle questioni che richiedono un approccio multiprospettico. A questo proposito si rende necessario avviare «un dibattito scientifico e sociale che sia responsabile e ampio, in grado di considerare tutta l’informazione disponibile e che coinvolga tutti gli attori in campo in una prospettiva ampia, democratica ed etica. La liberazione dal paradigma tecnocratico si avrà realmente quando la tecnica sarà orientata prioritariamente a risolvere i problemi concreti degli altri e aiuterà gli uomini a vivere con più dignità e meno sofferenze (cf. n. 112). Facciamo nostro l’invito a riscoprire quell’«autentica umanità» che finora «sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica quasi impercettibilmente» (n. 112), a ricostruire pazientemente un orizzonte etico condiviso in cui ridare centralità alla persona umana e ai suoi bisogni.

  1. Riflessioni conclusive

Nel terzo capitolo dell’enciclica Laudato si’ è contenuto, a mio giudizio, un messaggio importante, in grado di offrire un significativo contributo al dibattito sulle questioni ambientali e sulle loro implicazioni economiche, politiche ed etiche. Papa Bergoglio chiama in causa, senza mezzi termini, quei poteri cosiddetti “forti” che dominano i settori cruciali della politica e della finanza.
Ho cercato di interrogarmi su quali risposte finora siano pervenute dal mondo politico-finanziario rispetto alle questioni sollevate dal Santo Padre nel 2015. Mi sono chiesta soprattutto che spazio possano avere le istanze di equità e di giustizia sociale nei tempi attuali dominati da sovranismi, populismi e neonazionalismi.
a) Le risposte che ho trovato, inutile nasconderlo, non sono confortanti.
I capi di governo attuali, in primis quelli delle potenze più avanzate tecnologicamente, non sembrano intenzionati ad affrontare le sfide in questione. Basti pensare a Donald Trump che ha dichiarato che non esiste un’emergenza climatica e ha ridotto al minimo l’impegno del governo statunitense per contrastarla, abrogando buona parte delle leggi che prevedevano la riduzione delle emissioni inquinanti da parte dei veicoli e la chiusura delle centrali a carbone più inquinanti. Trump è intervenuto in extremis all’ultima Conferenza Onu sul clima, abbandonando i lavori in anticipo e senza rilasciare alcuna dichiarazione ufficiale. Di fatto, gli stati Uniti hanno disatteso l’Accordo di Parigi e mancheranno buona parte degli obiettivi perseguiti.
Altrettanto preoccupanti, parlando di dominio tecnocratico, sono le risultanze delle inchieste che rivelano come sempre più spesso il mondo dei social media e dell’informazione sia manipolato e piegato ai fini della propaganda politica. Basti pensare alla recente inchiesta di Report sui presunti finanziamenti russi alla Lega di Matteo Salvini. Sarebbe sbagliato, tuttavia, lasciarsi andare al facile pessimismo. È chiaro che si rende necessaria una risposta da parte delle istituzioni democratiche e soprattutto degli organismi sovranazionali. In questo la lettera pastorale del Papa funge da sprone anche per rinnovare con maggior forza quegli impegni assunti all’indomani della Seconda Guerra Mondiale.
b) Alcuni segnali positivi sono giunti dall’Unione Europea e mi piace pensare che ciò sia dovuto anche al profondo retaggio culturale che fa del vecchio continente una culla di civiltà.
Negli ultimi tempi ha cominciato a diffondersi sempre più l’uso del termine “finanza sostenibile”, per identificare il processo che porta, nell’adozione di decisioni di investimento, a tenere in considerazione i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare gli investimenti verso attività sostenibili e di lungo periodo. Nel marzo 2018 è stato presentato il “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile” con lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre entro il 2030 del 40% le emissioni di gas a effetto serra rispetto ai livelli del 2005. il Piano d’azione mira a riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili al fine di realizzare una crescita sostenibile e inclusiva; gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali e promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.
A questo proposito, ritengo opportuno, in conclusione, citare anche un saggio intitolato “Apripista” appena pubblicato negli Sati Uniti da Marc Benioff, un miliardario fondatore e capo di Salesforce, azienda di software per le imprese oggi leader nel settore. Egli sostiene la necessità di riformare il capitalismo concentrato solo sul profitto e sull’interesse degli azionisti in direzione di un equocapitalismo. A suo giudizio, con l’aumento delle diseguaglianze e delle tensioni sociali “fare del bene” non deve essere più considerato come un obiettivo filantropico lasciato alla buona volontà discrezionale delle industrie, ma deve essere un ingrediente essenziale per la tenuta del sistema democratico di mercato e per lo stesso successo delle imprese. È convinto che la natura del business stia cambiando, con i mercati che premiano anche in borsa chi fa del bene ed è socialmente responsabile.
Benioff ha dimostrato questa teoria con i fatti. Già 20 anni fa aveva inserito nella sua cultura aziendale il give back (restituire alla società) con la formula del destinare l’1% dei profitti ad attività caritatevoli. L’anno scorso ha sostenuto nella città di S. Francisco il referendum per introdurre una tassa sulle imprese ad alta tecnologia da devolvere a favore dei senzatetto. La proposta ha avuto successo e attualmente la Salesforce è il primo contribuente della nuova tassa. In generale, la crescita esponenziale dell’azienda di Benioff negli ultimi 15 anni testimonia che l’impegno sociale non è incompatibile con la redditività. Durante il Social Forum di Davos, Benioff ha sostenuto che i governi debbano intervenire per regolare il settore, affinché tutte le industrie siano trasparenti e costruiscano un rapporto di fiducia con gli utenti. Ed è significativo il fatto che lui sottolinei come questo sia necessario per evitare la crisi del sistema democratico. Il caso Benioff non è isolato ed è emblematico del fatto che altre strade di sviluppo sono percorribili.
Alla luce di quanto detto, risulta evidente che le parole del Pontefice possono rappresentare oggi un autentico faro nella notte, capace di guidare gli uomini verso la formazione di una nuova coscienza ecologica condivisa, in grado di garantire la sopravvivenza del genere umano nelle migliori condizioni possibili, attraverso un tipo di progresso più sano, più sociale, più integrale.

CAPITOLO 4.
Un’ecologia integrale. Marcello Badalamenti.
«La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale.» (Laudato si’, n. 13). «Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. [Vi è bisogno di] una presa di coscienza» (n. 14).
Il nostro intervento ha come finalità quella di un invito a maturare in coscienza sulla problematica dell’etica ecologica e a curare quel possibile disinteresse, che può annidarsi, consapevolmente o inconsapevolmente, dentro il cuore di ciascuno di noi e che forse si dimentica si chiami peccato che conduce alla morte. Più che pretesa, si vuole essere, un’umile proposta, per un confronto e una salutare riflessione.

  1. L’ ecologia integrale

Cosa si intende per ecologia integrale non è difficile comprenderlo: il riferimento è alla concezione che sdogani il nesso ecologico da logiche naif o associazionistiche, anche se viene, fin dalle prime battute dell’enciclica, riconosciuto che il movimento ecologico mondiale «ha percorso un lungo e ricco cammino» (n. 14), per situare invece, la realtà dell’ecologia, nella sfera della vita concreta e quotidiana. Ma non solo, per la riflessione che ne deriva, ciò significa che l’ecologia integrale ha che fare anche con la ricerca teologica. Uno studioso dell’argomento – Morandini – afferma che «Laudato si’ è certo appello, invito a rinnovare urgentemente le pratiche (personali, sociali, ecclesiali), ma è anche una vera sfida teologica, un invito a riprendere e approfondire alcune parole guida della fede cristiana» .
Nell’ambito della teologia morale, di cui mi occupo, ciò significa una prima cosa che non possiamo dismettere: la sfida ecologia è un serio problema/opportunità per la vita morale del credente, visto che, come afferma papa Francesco: «Siamo cresciuti pensando che eravamo [di sora nostra madre terra] proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla… dimenticando [amara costatazione!] che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito da elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ci ristora» (n. 2). Nei primi tre paragrafi, di questo quarto capitolo sull’ecologia integrale, viene presentata la realtà molteplice dell’ecologia: ambientale, economica e sociale (nn. 138-142), culturale (nn. 143-147) e, molto significativamente, della vita quotidiana (nn. 147-155).
Non sembri un’affermazione scontata, ripeto, il ribadire che ogni riferimento all’ecologico ha una valenza teologica, prima che sociale o etica; esso è di un’importanza fondamentale, per educare, specie i cristiani, a prendere sul serio ogni problematica che gli soggiace e ad interrogarsi seriamente su quel volere di Dio che bisogna sempre ricercare, per attuare la propria vocazione cristiana. Una volontà di Dio che “passa” dal grido dei poveri, dalla loro giustizia e da quella condivisone e solidarietà che non può essere “elemosina” ma bensì, professione di fede in atto sull’incarnazione di Cristo che dona senso al tempo, alla creazione e alla storia.
Avendo dinanzi questa consapevolezza ci si apre un cammino che, i numeri seguenti, sempre di questo capitolo quarto, evidenziano, parlando del bene comune, come imprescindibile impegno morale che soggiace al problema ecologico globale. Si afferma, tra l’altro: «Basta osservare la realtà per comprendere che oggi questa opzione [quella preferenziale per i più poveri] è un’esigenza etica fondamentale per l’effettiva realizzazione del bene comune» (n. 158).

  1. Il principio del bene comune (n. 156-158)

Questi tre numeri dell’enciclica, relativi alla dottrina sociale della Chiesa e alla molteplicità di risvolti etici che ne derivano, bisogna saperli leggere, non perdendo di vista che, l’etica, ha bisogno di una risposta fattiva che derivi dallo spessore della propria fede (identità!), affinché il credente si possa incontrare con i propri simili, anche non credenti (confronto!), in un’umanità che chiama, tutti (dialogo!), a risposte concrete e fondanti la responsabilità del proprio convivere umano e sociale.
«Nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità e sono sempre più numerose le persone che vengono scartate, private dei diritti umani fondamentali, il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica e ineludibile conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri. Questa opzione richiede di trarre le conseguenze della destinazione comune dei beni della terra, ma, come ho cercato di mostrare nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium [nn. 186-201], esige di contemplare prima di tutto l’immensa dignità del povero alla luce delle più profonde convinzioni di fede» (n. 158).
Come si vede queste espressioni diventano motivo per aprirci ad una seria riflessione di verifica circa il nostro pensare ed operare credente, senza alibi o risposte ‘fatte’, preconfezionate, ma nella ricerca di una risposta che sia obbedienza al Vangelo, nel bene possibile che io – ciascuno di noi – può realizzare oggi. La preferenza verso i poveri, a cui una piena concretizzazione del bene comune dovrebbe rivolgere lo sguardo, richiedono, il porsi sulla stessa lunghezza d’onda della creazione che è dono da accogliere e far maturare per il bene di tutti: «Il Padre buono – afferma papa Francesco [Evangelii gaudium, n. 187] – desidera ascoltare il grido dei poveri… rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori della volontà del Padre e del suo progetto».
Bisogna ritrovarsi impegnati ad attenuare, gli effetti dell’attuale squilibrio, e ciò dipende da ciò che facciamo ora (cf. Laudato si’, n. 161). Ricordiamoci che «la difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro» (Laudato si’, n. 162). Il pericolo di quell’etica individualistica, denunziata dal concilio in Gaudium et spes n.30 e dalla Evangelii gaudium n.177, è sempre dinanzi alla nostra storia, ne consegue che è urgente orientarsi verso due prospettive esistenziali.

  1. Abbiamo bisogno di formarci e di convertirci

Sono questi due ambiti, formazione e conversione, che ci investono, come esigenza del nostro credere – la nostra fede in Dio creatore e nell’uomo custode del creato – e del nostro vivere – la nostra vita morale che parta da un cuore nuovo e riconciliato – per porre la necessità di una ecologia integrale nell’orizzonte della nostra quotidianità credente: «La crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore» (Laudato si’, n. 217).
a) In primo luogo: fede ed etica non sono in competizione. Teologia ed ecologia non possono disgiungersi dalla propria vita fede e dall’impegno di ciascuno di una vita morale che sia specchio di ciò che si crede; come direbbe san Paolo (indicativo/imperativo): se sei cristiano devi comportarti da cristiano. Abbiamo per troppo tempo taciuto che la fede per essere reale non può che incarnarsi nella storia e dunque chiedere risposte che aiutino questa, la storia, a splendere come historia salutis per l’umanità intera.
Quando con i nostri comportamenti, le nostre scelte, i nostri pensieri, affossiamo la bellezza del creato non possiamo che tradire il senso di una creazione consegnataci come dono, da far fruttificare e da, a sua volta, consegnare, a chi viene dopo di noi, come, chi ci ha preceduto ha fatto con noi. Come abbiamo ribadito non si tratta di giustizia, pura e semplice, ma di carità/amore frutto di un impegno che si fa dono. L’enciclica difatti riconosce che «non sempre noi cristiani abbiamo raccolto e fatto fruttificare le ricchezze che Dio ha dato alla Chiesa, dove la spiritualità non è disgiunta dal proprio corpo, né dalla natura o dalle realtà di questo mondo, ma piuttosto vive con esse e in esse, in comunione con tutto ciò che ci circonda» (n. 216).
b) In secondo luogo: l’ecologia è cosa nostra – res nostra agitur! La fede se non si pone nell’impegno concreto diviene individualisticamente vissuta a scapito degli altri; non possiamo permetterci, ancora, di “concepire” la vita di fede come una ricerca del bene che mi faccia andare in paradiso, dimenticando che, se non sono seriamente impegnato a far andare in paradiso anche il fratello che mi sta accanto, io, di certo, il paradiso, scusate la battuta, me lo posso scordare!
L’affermazione del documento conclusivo il Sinodo dell’Amazzonia, recentemente celebrato, che richiede che si riconosca il peccato relativo alle mancanze contro il creato, è di certo un indirizzo che non potrà che avere dei risvolti educativi importanti per far maturare, in coscienza, atteggiamenti e comportamenti figli di un’ecologia integrale. Ecco cosa afferma al n. 82: «Proponiamo di definire il peccato ecologico come azione o omissione contro Dio, contro gli altri, la comunità e l’ambiente. È un peccato contro le generazioni future e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i principi di interdipendenza e la rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa cattolica, 340-344) e contro la virtù della giustizia» .
Ciò, sebbene già presente nella Laudato si’ con varie accezioni, indica il bisogno di far sì che la conversione arrivi ad una confessione delle proprie colpe in materia di ecologia e, di contro, la confessione si traduca in riparazione con una soddisfazione necessaria e corale . Sì, lo ribadiamo: visto che «già troppo a lungo – come afferma papa Francesco nella Laudato si’ – siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco» (n. 229).
La stessa riflessione teologica, come riflessione sul vissuto che si pone in ascolto del grido dei poveri, come papa Francesco chiede che sia, deve porsi dinanzi alla persona che agisce, preoccupandosi di far maturare, sempre più, quella coscienza etica, che ci faccia crescere in quel senso di fraternità che il nostro essere comunità credente – Chiesa di Cristo! – esige e contempla. Ben possiamo comprendere che non vi sono, in questo versante, specialisti del settore, bensì uomini e donne – noi – in cammino per un impegno, come lo chiama papa Francesco, che attenui gli effetti di un disastro, che ormai è iniziato, del nostro cosmo, ambiente, creato, e che ci vede tutti partecipi, tutti responsabili, tutti impegnati.
c) Ecco che in terzo luogo bisogna chiedersi: cosa sto facendo? Tutti noi, noi qui presenti, possiamo e dobbiamo iniziare, o continuare se già abbiamo iniziato, a fare, qualcosa in questo versante, preoccupandoci delle piccole cose e, secondo le nostre competenze e responsabilità, sollecitando le grandi cose, specie a livello sociale e politico, responsabilità, questa, che compete specie ai laici, come ci ricorderebbe il concilio nella Gaudium et spes, che ribadisce, proprio ai laici: si «assumano la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero» (n. 43).
Ciò, significativamente ci vedrà impegnati ad andare controcorrente per sanare quella nefasta costatazione di una ‘globalizzazione dell’indifferenza’ e, peggio, di quella ‘cultura dello scarto’ che è non solo dinanzi a noi ma, dentro di noi: nei nostri modi di pensare e dunque di agire. Dobbiamo sentirci tutti interpellati da queste salutari parole di denunzia di papa Francesco: «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità… Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa» (Evangelii gaudium, n. 53).
Espressioni da tener sempre dinanzi per un serio esame di coscienza che parta non da ciò che abbiamo fatto (pensieri, parole, opere), ma da ciò che dovevamo fare e che non abbiamo fatto (omissioni). Ed ancora: «Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Evangelii gaudium, n. 54; cf. Laudato si’, nn. 203-209).
La responsabilità etica deriva dal grado di maturità della propria coscienza alla problematica, che è, in modo irrevocabile e perentorio per il nostro futuro prossimo, postaci dinanzi, oserei dire, con la brutalità dell’evidenza. Inoltre ciò è, inesorabilmente, vero, e, purtroppo, già denunziato da decenni, dai profeti che sanno leggere i segni dei tempi, interrogandoci con la prepotenza della verità. Come non ricordare, difatti, ciò che scriveva, e ben trenta anni orsono, un profeta dei nostri tempi, il teologo morale Bernard Häring, nel terzo volume della sua opera Liberi e fedeli in Cristo: «L’educazione ecologica può avere successo solo là dove il sapere o conoscenza in vista della salvezza è prevalente ed è capace di padroneggiare e integrare in sé il sapere in vista del dominio» . Espressioni eloquenti e chiare, un invito, suasivo e solenne, a metterci in cammino, a maturare lo scandalo del vangelo, cioè la forza di una annunzio/presenza che faccia prendere consapevolezza da una parte dei disastri che alimentiamo, e, convertendoci di cuore, invertendo la rotta, salvaguardare e custodire il creato per il nostro domani e quello di coloro che vengono dopo di noi.
Termino con delle frasi del Patriarca Bartolomeo I, tenace assertore, ormai da anni, della causa dell’ecologia integrale: «La creazione è un dono di Dio a tutta l’umanità. È nella creazione, alla quale partecipano gli esseri umani, che si attua la grazia salvifica di Dio per la salvezza del mondo. Così, siamo sempre stati particolarmente attaccati all’idea che la distruzione della natura sia innanzitutto una questione spirituale e un peccato. Ecco perché la risposta deve anche essere spirituale. Preghiamo per la creazione… La preghiera è essenziale, ma è solo un primo passo. I cristiani devono impegnarsi nello sviluppo di un’ecologia spirituale basata sul tema della conversione. Spesso sentiamo la questione della conversione quando parliamo, ad esempio, del sacramento della confessione. È la stessa cosa qui. Se la distruzione dell’ambiente è un peccato, non possiamo proteggerlo senza convertirci. Perché è dalla conversione dei cuori che verrà la consapevolezza della nostra responsabilità».

CAPITOLO 5.
 La responsabilità etica di abitare la Casa comune. Egidio Palumbo e Maria Grazia Recupero.

Assumere uno stile dialogico e ospitale.
Nel cap. V della Laudato si’ papa Francesco propone alla politica – intesa come impegno a costruire la polis, la città, la convivenza umana a livello locale e internazionale – e alle religioni a prendersi cura della “casa comune” che è la nostra terra, a saperla abitare e gestire, assumendo uno stile non arrogante e padronale, bensì dialogico e ospitale.

  1. Il dialogo nella prospettiva dell’ospitalità

a) Conformarsi a Cristo Gesù
Quando il papa propone il dialogo non lo fa per opportunità tattica, ma per indicare uno stile dialogico e ospitale, il più adeguato da assumere in una società oggi essenzialmente plurale dal punto di vista culturale, religioso e politico. Soltanto lo stile dialogico e ospitale, creando relazioni e legami, può evitare che la pluralità si sbricioli in una molteplicità di frammenti autoreferenziali ed eccentrici, chiusi nel guscio delle proprie identità esclusiviste e fondamentaliste, ricurve su sé stesse e non aperte all’altro. Saper gestire il fenomeno della differenza e della realtà plurale è una delle sfide più importanti del XXI secolo. Il dialogo, vissuto nel segno dell’ospitalità, aiuta ad affrontare al meglio la sfida della differenza e del pluralismo.
Perciò papa Francesco aveva già affermato nella Evangelii gaudium al n. 49: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce di essere rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti». La Chiesa è chiamata a conformarsi a Gesù Cristo, il quale non fu una persona eccentrica, bensì umile, mite, aperta sempre all’ascolto, sempre dialogante e ospitale. Di conseguenza, sempre nella Evangelii gaudium, nell’ambito del dialogo sociale come contributo alla pace, il papa dedicava ben ventuno paragrafi al dialogo (nn. 238-258), che vediamo riproposto nel cap. V di Laudato si’.
b) Il volto di una Chiesa dialogante
Non possiamo, però, dimenticare che sullo sfondo di queste pagine dell’enciclica di papa Francesco vi è la prima enciclica programmatica del pontificato di Paolo VI, Ecclesiam suam, pubblicata il 6 agosto 1964, dove il papa proponeva il volto di una Chiesa dallo stile dialogante . Al n. 67 Paolo VI scriveva: «La Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». È la prima volta che il termine dialogo (colloquium) entra in un documento ufficiale del magistero. Per Paolo VI il dialogo ha innanzitutto una dimensione trascendente, perché la relazione tra Dio e l’uomo è relazione dialogica: attraverso di essa Dio si comunica a noi e ci dona gratuitamente la salvezza (cf. nn. 72-78). Inoltre il dialogo per la Chiesa è «un modo di esercitare la missione apostolica; è un arte di spirituale comunicazione» (n. (83); perciò esige chiarezza, mitezza, fiducia, prudenza pedagogica, capacità di adattamento all’interlocutore, immedesimazione con l’interlocutore (cf. nn. 83-84). E tutto questo in un clima di amicizia e di servizio (cf. n. 90).
Con quali interlocutori è chiamata a dialogare la Chiesa? Qui Paolo VI delinea quattro cerchi concentrici – che sembrano evocare la relazione di comunione fraterna senza “spigoli”… –, al cui centro sta il nostro Dio dialogante che sostiene e guida l’umanità e le Chiese. Primo cerchio: il dialogo abbraccia il vasto orizzonte dell’umano (cf. nn. 101-110). Secondo cerchio: il dialogo abbraccia tutti coloro che credono in Dio (cf. nn. 111-112). Terzo cerchio: il dialogo abbraccia i cristiani fratelli separati (le Chiese Ortodosse, le Chiese della Riforma e le Chiese Anglicane: cf. nn. 113-116). Quarto cerchio: il dialogo abbraccia i cristiani che appartengono alla Chiesa Cattolica (cf. nn. 117-123).
c) Nel segno dell’ospitalità
Dialogo e ospitalità sono strettamente correlati. Si dialoga meglio quando si esce dal proprio guscio adolescenziale e ci si lascia ospitare e abitare dall’altro. Perché è così che si ampliano gli orizzonti della nostra identità umana e di fede, è così che ci si arricchisce reciprocamente e si cresce secondo la statura della persona adulta e matura. Dialogo e ospitalità, allora, generano la “cultura dell’incontro”, di cui spesso parla papa Francesco, dove è fondamentale l’accettazione della differenza, il rispetto e l’accoglienza dell’altro, ben sapendo che tutto questo non è qualcosa di naturale e di spontaneo, ma richiede un impegno e una dedizione particolari, una disponibilità a decentrarsi e a mettersi umilmente in un cammino di ricerca e di simpatia ed empatia per comprendere il mistero dell’altro, perché – lo sappiamo bene – la presenza dell’altro non suscita solo ammirazione ma anche inquietudine e disorientamento .

  1. Le religioni in dialogo con le scienze e in dialogo tra loro

Dentro questo mondo plurale, la presenza delle religioni, compresa quella cristiana, assume una rilevanza pubblica significativa. Le religioni, infatti, oltre che avere i loro riti e le loro pratiche, hanno anche una loro comprensione esperienziale di Dio, dell’uomo, del mondo, della terra, del cosmo e della condizione degli impoveriti. Ponendo in stretta relazione Dio-umanità-terra-cosmo-poveri, le religioni ci comunicano la loro visione della vita, esprimono il senso e la via salvifica che orienta (o dovrebbe orientare) il modo di abitare e di vivere dell’uomo sulla terra: non padronale e autoreferenziale, bensì da figlio/figlia e da fratello/sorella, da creatura e da custode, da “giardiniere” e da “pastore”, da pellegrino e da ospite .
Per questo papa Francesco, con grande insistenza e parresia, nella Laudato si’ esorta le religioni a coinvolgersi nel cammino dialogico e ospitale sia con le scienze (cf. nn. 199-200), sia tra di loro (cf. n. 201), per offrire un contributo alla cura della nostra “casa comune” e alla difesa dei poveri. «La gravità della crisi ecologica – scrive il papa – esige da noi tutti di pensare al bene comune e di andare avanti sulla via del dialogo che richiede pazienza, ascesi e generosità, ricordando sempre che “la realtà è superiore all’idea” (Evangelii gaudium, n. 231)» (Laudato si’, n. 201).

 3. La responsabilità etica e politica di abitare e gestire la Casa comune

Rievocando la pregnanza del termine greco oikos – che vuol dire “casa” e più ampiamente “ambiente dove si vive” – dovremmo pensare all’eco-logia come elaborazione di analisi sulla “casa comune”, mentre l’eco-nomia si dovrebbe preoccupare della sua gestione. Che si tratti della famiglia o dell’intero pianeta, l’etimologia colloca entrambe le dimensioni nell’orizzonte d’un progetto in cui tutti gli abitanti sono coinvolti. Nel suo complesso l’enciclica Laudato si’ mostra come tali presupposti siano tutt’altro che scontati.
Rispetto alla lunga storia del vocabolo “economia”, già presente nel pensiero antico, non è un caso che la parola “ecologia” abbia una matrice ottocentesca e tutta occidentale, legata alla massiccia alterazione degli equilibri naturali prodotta principalmente dall’industrializzazione. La necessità di studiare con attenzione specifica l’interrelazione tra l’uomo e l’ecosistema deriva dai risvolti strabilianti, e al tempo stesso inquietanti, dell’allora nascente società di massa. Potremmo cioè ammettere che sin dagli esordi l’ecologia si costituisca come studio della “crisi ecologica”. Dai disastri ambientali alle migrazioni, che oggi coinvolgono enormi masse di persone sconvolgendo gli equilibri geopolitici del pianeta, papa Francesco opera un’efficace connessione tra quelle che diremmo “catastrofi naturali” e “catastrofi culturali”.

  • Catastrofi naturali e catastrofi culturali

Il capitolo V dell’enciclica si snoda, in particolare, «tanto nelle crepe del pianeta che abitiamo, quanto nelle cause più profondamente umane del degrado ambientale» (n. 163). In diversi passi emerge, ad esempio, la preoccupazione per la “desertificazione” come progressiva distruzione della biodiversità (cf. n. 169). Da quest’immagine vorrei partire, richiamando la suggestiva metafora di Hannah Arendt che coglie nel “deserto che avanza” la nullificazione delle capacità politiche degli uomini.
La pensatrice ebrea aveva ben impressa la catastrofe totalitaria, la disumanizzazione elevata a sistema di governo, ma certamente il deserto rimane a rappresentare simbolicamente il rischio cui ogni società, in ogni tempo, può imbattersi. L’inaridirsi della “vita in comune” – questo il primo ed ultimo significato della ‘politica’ – riguarda in special modo la razionalizzazione onnipervasiva su cui si basa l’economia di mercato orientata al guadagno continuativo e non alla copertura del fabbisogno. Sotto il profilo che qui interessa maggiormente, l’efficienza del paradigma tecnocratico-capitalistico ha impoverito, fino a svuotala, la relazione istituita dallo scambio di beni. Ne risulta il predominio della meccanica produzione di merci che si aggirano in un mondo ritenuto calcolabile e controllabile tecnicamente: «Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti» (n. 106). Non si può più condividere la certezza d’uno sviluppo progressivo e perfettibile cha tanto aveva «[…] entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia» (n. 106) uniti intorno al potere, apparentemente razionale e sconfinato, del libero mercato.
Quale libertà, insomma, per la condizione umana che Max Weber definiva “disincantamento del mondo” , e che è stata poi asetticamente denominata “globalizzazione”? Più che un’astrazione univoca, quest’ultima rappresenta attualmente il corto circuito culturale tra le forme democratiche e lo schema capitalistico dell’accumulo, nel miraggio della disponibilità infinita in cui convergono spreco di risorse, inquinamento, sovrapproduzione di rifiuti, guerre, vessazioni ecc. Se per certi versi la globalizzazione ha unificato il pianeta, almeno per l’incremento dei flussi di consumo, ci si sarebbe aspettati anche un’imponente crescita del benessere dal punto di vista spirituale. Snodo fondamentale in tale direzione la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) a sugellare che «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti” e che “devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza» (artt. 1-2). Volgerei a questo punto in forma d’interrogativo un importante passaggio della Laudato si’: quanto «si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune» (n. 164)?

  • Quali abitanti per la Casa comune?

Le relazioni internazionali non hanno saputo sostenere in chiave solidale l’attenzione e la cura per i mali del pianeta, sia sul piano umanistico che ambientalistico. Hanno piuttosto nutrito le dialettiche paranoiche con cui politica ed economia «[…] tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli» (Laudato si’, n. 198). Sul piano sovranazionale, ma anche locale, non è stata superata la dinamica acquisitiva che esige lo scarto incolmabile tra vincitori e vinti, tra chi può e chi non può, tra chi ha e chi non ha (indipendente dal ‘chi’ di turno).
Occorre perciò fortificare i pilastri etici del dibattito pubblico incoraggiando «una concezione più ampia della qualità della vita» (n. 192). Non un progetto di sviluppo sostenibile bensì un “progetto sostenibile di sviluppo” che sposti l’attenzione dallo sviluppo – principale interesse della modernità – alla sostenibilità come categoria della possibilità costantemente aperta a dubbi sui propri trionfi, sulle realizzazioni definitive, sulle conquiste irreversibili dei diritti, insomma sul compimento della perfetta umanità.
L’enciclica indica un diverso rapporto limite-possibilità da condividere nell’ambito d’una multi-level governance (pure fuori dai luoghi tipici del potere), una sorta d’unità poliedrica che si scompone e si ricompone, a seconda delle particolarità di ogni ambiente e di ogni circostanza, per la cura dei beni comuni globali (cf. n. 174). Anche “a costo” di capovolgere il classico modello del calcolo razionale mezzi/fini che, portato all’estremo, utilizza il bene comune come strumento per il profitto. Invece i «costi sarebbero bassi se raffrontati al rischio dei cambiamenti climatici. In ogni modo, è anzitutto una decisione etica, fondata sulla solidarietà di tutti i popoli» (n. 172), osserva e fa osservare papa Francesco, indicando un percorso impegnativo per risalire eticamente dagli effetti ai mezzi, non tralasciando esempi pratici: «Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. […]. C’è bisogno di sincerità e verità nelle discussioni scientifiche e politiche, senza limitarsi a considerare che cosa sia permesso o meno dalla legislazione» (n. 183).
In questo passo, che fa subito pensare al concetto di parresia, arriva l’eco più propriamente cristiana del capitolo V, con uno slancio oltre qualunque steccato confessionale. Del resto, accettando l’antica derivazione riportata da Lattanzio, il latino religare concerne “l’essere legati”. Relazione analoga al politico “vivere assieme” – in quanto autocostruzione dell’uomo e mai autosvilimento o autodistruzione. «La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità» (n. 201). In tal senso la religiosità non può che arricchire il confronto costruttivo sulla cura della “casa comune”. In termini filosofici, è in gioco il “credente” come colui che pone al politico la domanda capitale: sei credibile? Così inquadrata, la semplicità di papa Francesco si fa folgorante: «Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso» (n. 194).

  • «Qual è dunque il posto della politica?» (n. 196)

L’interrogativo del papa, che è anche la domanda cruciale della filosofia politica di cui mi occupo, non può fare a meno di collocare la decisione al cuore della politicità: negli ultimi anni i maggiori vertici mondiali sull’ambiente «non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci» (n. 166). Suddetta constatazione permette di rilanciare ulteriormente sulle conseguenze della globalizzazione: come mai la denaturalizzazione dei confini (politici, giuridici, finanziari) non è stata seguita da una degna internazionalizzazione della politica, ma ha perfino segnato il ritorno alla chiusura di politiche populiste e sovraniste? Forse perché i molteplici processi di denazionalizzazione rendono difficilmente individuabili gli spazi della scelta politica e quindi il riconoscimento di responsabilità? In questo vuoto pericoloso, che alimenta sempre il “fiorire del deserto”, giungono le parole di papa Francesco. E sono talmente dirette da risultare scandalose per il potere come dominio, che più aumenta meno responsabilizza: «quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune» (n. 198).
Prendendo le distanze dall’operato di leader politici e classi dirigenti a vario titolo, la “pro-vocazione” di papa Francesco è un “chiamare” i grandi a farsi piccoli, così come i piccoli a farsi grandi, ponendosi al servizio di «responsabilità comuni ma differenziate» (n. 170). In questa formula di reciprocità, che evita sapientemente i rischi dell’omologazione, sono racchiuse le potenzialità salvifiche delle “differenze” in grado di generare sinergie impossibili in un mondo omogeneo: «Non si può pensare a ricette uniformi, perché vi sono problemi e limiti specifici di ogni Paese e regione» (n. 180), col pericolo di «imporre ai Paesi con minori risorse pesanti impegni sulle riduzioni di emissioni […]. In questo modo si aggiunge una nuova ingiustizia sotto il rivestimento della cura per l’ambiente» (n. 170).
Bisogna aver cura delle differenze, nel significato che mutuo da Jacques Derrida, con cui ogni identità individuale e collettiva dovrebbe fare i conti: misurarsi incessantemente col proprio limite, come con quello di ciascun ordine culturale, ripensare frontiere, ricostruire linguaggi e codici simbolici, nell’infinita differenza di ogni soggetto con sé stesso assoggettato all’infinita differenza dell’altro che mi chiama alla responsabilità.
La differenza riguarda anche il differimento nel tempo, aspetto essenziale e più volte rimarcato nella preoccupazione per la casa comune: indispensabile alla politica lungimirante è il carattere della continuità «[…] giacché non si possono modificare le politiche relative ai cambiamenti climatici e alla protezione dell’ambiente ogni volta che cambia un governo. I risultati richiedono molto tempo e comportano costi immediati con effetti che non potranno essere esibiti nel periodo di vita di un governo. […]. Che un politico assuma queste responsabilità con i costi che implicano, non risponde alla logica efficientista e “immediatista” dell’economia e della politica attuali, ma se avrà il coraggio di farlo, potrà nuovamente riconoscere la dignità che Dio gli ha dato come persona e lascerà, dopo il suo passaggio in questa storia, una testimonianza di generosa responsabilità» (n. 181).

  1. Per una rotta condivisa

Dinanzi ad una politica priva di visioni “altrimenti possibili”, le forme di convivenza improntate all’assolutezza del paradigma razionale tecno-economico finiscono col distruggere «non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia» (n. 53), componenti vitali per la casa comune che l’enciclica Laudato si’ ha merito di inquadrare in una prospettiva tanto ampia quanto complessa, consentendo l’apporto di molteplici punti di vista alla ricerca di una rotta condivisa e non certo confinata all’ambito economico-finanziario. Assume invece il senso – sia come direzione che come significato – di una ecologia integrale o radicale, restituita attraverso l’iniziale accenno alle radici etimologiche. Si diceva che il progetto di cura dell’ambiente non può che essere globale perché interessa tutti i suoi abitanti. In che modo siamo coinvolti? Senza mezze misure, se non siamo coloro che curano evidentemente saremo tra coloro che necessitano di cure. Ulteriormente confermata, dunque, l’esigenza di pensare a lungo termine il circuito dell’azione politica, che si modifica continuamente mentre viene a sua volta modificata dalle circostanze: non però un universo di relativismo universale, bensì un’opportunità per affidare a ciascuno la responsabilità del proprio punto di vista e delle proprie scelte.
L’esperienza mostra che persino «i migliori dispositivi finiscono per soccombere quando mancano le grandi mete, i valori, una comprensione umanistica e ricca di significato, capaci di conferire ad ogni società un orientamento nobile e generoso» (n. 181). La leggerezza con cui la politica affronta le fragilità del pianeta non sembra aver colto il risvolto positivo delle sfide mondiali poste dalla globalizzazione, nondimeno torna il nesso tra natura e cultura giacché, almeno sul piano culturale, il «peggio non è né inevitabile né irreparabile» . Nonostante «l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità» (n. 165).

CAPITOLO 6.
Educazione e spiritualità ecologica. Alberto Neglia
Di fronte alla inequità planetaria, a cui l’enciclica dedica un notevole spazio nel primo capitolo (cf. nn. 48-52), con conseguenze ambientali probabilmente irreversibili e conseguenze sociali drammatiche in cui di fatto, «il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta» (n. 48), credo che nessuno di noi può restare indifferente. Nell’enciclica c’è l’invito ad uscire dall’indifferenza momentanea e soprattutto è presente la sollecitazione a fare un profondo cammino interiore che ci tenga svegli e capaci di assumerci la responsabilità nei riguardi degli altri e nei riguardi di tutto il creato.

  1. «Appello a una profonda conversione interiore»

Nel capitolo sesto, che prendiamo in considerazione, è presente un invito esplicito alla “conversione ecologica” (cf. nn. 216-221). Viene messo in evidenza subito che essa suppone una più profonda conversione interiore. Viene detto esplicitamente al n. 217: «Se “i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi”, la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana».
In questo testo viene evidenziato che, se vogliamo fare una seria la conversione interiore, siamo chiamati a ritornare a guardare un Volto, il volto di Gesù, a lasciarci animare e plasmare da questo volto e, uscendo da una cornice mentale attraverso la quale leggiamo la vita e gli avvenimenti, coinvolti da questo Volto, ci poniamo in modo nuovo e creativo nelle relazioni con i fratelli e con tutte le creature. 

  1. Nel volto di Cristo si svela il mistero trinitario e la vocazione dell’uomo

Questa connotazione trinitaria è evidenziata da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: «Il Padre è la fonte ultima di tutto, fondamento amoroso e comunicativo di quanto esiste. Il Figlio, che lo riflette, e per mezzo del quale tutto è stato creato, si unì a questa terra quando prese forma nel seno di Maria. Lo Spirito, vincolo infinito d’amore, è intimamente presente nel cuore dell’universo animando e suscitando nuovi cammini. Il mondo è stato creato dalle tre Persone come unico principio divino, ma ognuna di loro realizza questa opera comune secondo la propria identità personale. Per questo, «quando contempliamo con ammirazione l’universo nella sua grandezza e bellezza, dobbiamo lodare tutta la Trinità» (n. 238).
In fondo qui ci viene detto che, per intraprendere una seria conversione ecologica e operare cambiamenti radicali nel nostro stile di vita, è determinante partire da uno sguardo contemplativo che viene dalla fede: «Per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri» (n. 220). Si tratta di prendere consapevolezza che la nostra vita umana e spirituale non principia da noi e neppure a noi è finalizzata. Alla sua fonte e al suo supremo compimento sta Dio-Amore. Questo Dio-Agàpe è Padre-Figlio e Spirito Santo. Il messaggio cristiano ci svela una meravigliosa ed esaltante realtà che ci coinvolge personalmente. Il Dio che ci ha manifestato Gesù Cristo è un Dio la cui essenza è relazione gratuita, comunione, cioè la Trinità. La sua vita intima, eterna, ciò che lo costituisce Dio, è il suo essere in comunione. Questa affermazione è assolutamente vitale per noi. Si chiarisce ancora nell’enciclica:  «Per i cristiani, credere in un Dio unico che è comunione trinitaria porta a pensare che tutta la realtà contiene in sé un’impronta propriamente trinitaria. San Bonaventura arrivò ad affermare che l’essere umano, prima del peccato, poteva scoprire come ogni creatura «testimonia che Dio è trino». Il riflesso della Trinità si poteva riconoscere nella natura «quando né quel libro era oscuro per l’uomo, né l’occhio dell’uomo si era intorbidato». [170] Il santo francescano ci insegna che ogni creatura porta in sé una struttura propriamente trinitaria, così reale che potrebbe essere spontaneamente contemplata se lo sguardo dell’essere umano non fosse limitato, oscuro e fragile. In questo modo ci indica la sfida di provare a leggere la realtà in chiave trinitaria» (n. 239).
Bonaventura non si inventa questo, ma riprende ciò che Paolo evidenzia più volte. La memoria pasquale della Chiesa nascente ha riconosciuto la presenza della Trinità nell’atto stesso della Creazione: vari inni cristologici (Col 1,15-18; Ef 1,3-14; Gv 1,1-3) e diverse confessioni di fede (1Cor 8,6; Eb 1,1-4) attestano la convinzione profonda che il Dio operante negli eventi salvifici di Pasqua è anche il Dio della prima origine che ha dato e dà esistenza a tutte le cose. Tutta la Creazione è connotata, quindi, dalla presenza della Trinità. Ne deriva che l’uomo per realizzare la sua vocazione, è chiamato a vivere nella relazione gratuita non solo con gli altri uomini, ma con tutte le creature. Viene detto esplicitamente:  «Le Persone divine sono relazioni sussistenti, e il mondo, creato secondo il modello divino, è una trama di relazioni. Le creature tendono verso Dio, e a sua volta è proprio di ogni essere vivente tendere verso un’altra cosa, in modo tale che in seno all’universo possiamo incontrare innumerevoli relazioni costanti che si intrecciano segretamente. Questo non solo ci invita ad ammirare i molteplici legami che esistono tra le creature, ma ci porta anche a scoprire una chiave della nostra propria realizzazione. Infatti la persona umana tanto più cresce, matura e si santifica quanto più entra in relazione, quando esce da sé stessa per vivere in comunione con Dio, con gli altri e con tutte le creature. Così assume nella propria esistenza quel dinamismo trinitario che Dio ha impresso in lei fin dalla sua creazione. Tutto è collegato, e questo ci invita a maturare una spiritualità della solidarietà globale che sgorga dal mistero della Trinità» (n. 240).
Non dunque nella chiusura di uno spirito sazio di sé (soggettivismo moderno), né nella statica solitudine di una sostanza incomunicabile (oggettivismo antico), l’uomo è persona-immagine di Dio, ma nell’apertura e reciprocità della comunicazione dell’amore, nell’essere con gli altri per edificare con loro il futuro e narrare nel tempo una storia nell’amore, che sia il riflesso meno infedele possibile della storia dell’amore eterno. E noi siamo chiamati a lasciarci coinvolgere da questo volto trinitario e a raccontarlo nella storia con lo stile di Cristo, sia nel rapporto con gli altri uomini, soprattutto i poveri, sia con tutto il creato. Ci dice l’enciclica: «…Cristo ha assunto in sé questo mondo materiale e ora, risorto, dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce. Come pure il riconoscere che Dio ha creato il mondo inscrivendo in esso un ordine e un dinamismo che l’essere umano non ha il diritto di ignorare. Quando leggiamo nel Vangelo che Gesù parla degli uccelli e dice che “nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6), saremo capaci di maltrattarli e far loro del male? Invito tutti i cristiani a esplicitare questa dimensione della propria conversione, permettendo che la forza e la luce della grazia ricevuta si estendano anche alla relazione con le altre creature e con il mondo che li circonda, e susciti quella sublime fratellanza con tutto il creato che san Francesco d’Assisi visse in maniera così luminosa» (n. 221).
Gli altri non sono dunque il limite del proprio esistere (l’inferno sono gli altri: Sartre), ma, in quanto l’uomo è recettività essi sono la soglia dove comincia veramente ad esistere. Nel più profondo del suo essere creaturale… l’uomo ha bisogno dell’altro.

  1. «Una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco»

Vocazione allora dell’uomo e di tutto il creato è vivere la relazione la comunione e in questo modo esprimere l’immagine trinitaria e relazionale che Dio ha impresso nel volto dell’uomo e di ogni opera creata, così esprime la sua vocazione alla salvezza e alla gloria. Ma, oggi in modo più evidente, gli incontri precedenti ce lo hanno mostrato, stiamo vivendo in modo sbagliato la relazione con gli altri uomini e con le componenti altre della creazione, non sapendo riconoscere l’opera vivificante dello Spirito santo che ci richiederebbe un rapporto di rispetto e di amore. Le creature sono per noi un oggetto neutro di consumo, oggetti che servono a soddisfare i nostri desideri, strumenti per il nostro benessere senza limiti e senza leggi. È urgente allora un processo educativo che ci aiuti a riscoprire, il senso vero della vita, la gioia del vivere insieme. L’enciclica ci offre delle piste: «La spiritualità cristiana propone un modo alternativo di intendere la qualità della vita, e incoraggia uno stile di vita profetico e contemplativo, capace di gioire profondamente senza essere ossessionati dal consumo. È importante accogliere un antico insegnamento, presente in diverse tradizioni religiose, e anche nella Bibbia. Si tratta della convinzione che “meno è di più”. Infatti il costante cumulo di possibilità di consumare distrae il cuore e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Al contrario, rendersi presenti serenamente davanti ad ogni realtà, per quanto piccola possa essere, ci apre molte più possibilità di comprensione e di realizzazione personale. La spiritualità cristiana propone una crescita nella sobrietà e una capacità di godere con poco. È un ritorno alla semplicità che ci permette di fermarci a gustare le piccole cose, di ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Questo richiede di evitare la dinamica del dominio e della mera accumulazione di piaceri» (n. 222).
Cosa è la sobrietà? A noi sembra una parola sconosciuta, fuori moda, ma essa indica una qualità della vita che ritorna più volte nella proposta paolina, e anche Pietro esorta: «Siate sobri, vegliate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). I termini usati, nel greco biblico, per definire lo stato di sobrietà sono il sostantivo nêpsis e il verbo néphein, in contrapposizione a methÿein che indica lo stato di ebbrezza (e anche di sonnolenza). Nella letteratura dei padri del deserto, la sobrietà (nêpsis) è prima di tutto frutto della presenza di Dio, è un dono suo, un carisma, quindi più che meritata va implorata e accolta, è la via di ogni virtù, è anche chiamata hesychìa (quiete) del cuore, ed ha come fine la carità. È, cioè, stato d’animo che consente di affrontare la vita con gli occhi pieni della luce di Dio.
Come dono che viene dall’alto, è realtà che tocca la coscienza personale. Come ogni dono va accolto e coltivato, «Solamente partendo dal coltivare solide virtù è possibile la donazione di sé in un impegno ecologico» (n. 211); e, perché porti frutto necessita di un’ascesi faticosa, la quale implica un costante controllo di sé e una diuturna vigilanza nei confronti delle pulsioni istintuali, nonché del desiderio di autoaffermazione, perciò delle dinamiche del possesso e del potere. La sobrietà, accolta e coltivata, fa emergere una nuova consapevolezza interiore che poi si rende visibile nelle scelte, nei comportamenti, nei gesti, nelle pratiche sociali, negli stili di vita. Si tratterà spesso di piccoli gesti che si inscrivono però in grandi orizzonti perché accompagnati da una coscienza politica e dalla consapevolezza di prendere parte ad una strategia piccolissima di cambiamento. L’enciclica sottolinea alcuni di questi gesti: «È molto nobile assumere il compito di avere cura del creato con piccole azioni quotidiane, ed è meraviglioso che l’educazione sia capace di motivarle fino a dar forma ad uno stile di vita. L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra varie persone, piantare alberi, spegnere le luci inutili, e così via. Tutto ciò fa parte di una creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere umano. Riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità» (n. 211).
Una seria educazione alla sobrietà rende l’uomo capace di scegliere liberamente, la sobrietà è luce che educa a dire di no alla dittatura del mercato, che procura morte, ed educa a sfidare la legge del conformismo, nella consapevolezza che, come scriveva R. Osho, «si possiede davvero solo ciò che si usa, altrimenti se ne è posseduti». Questa consapevolezza nuova è humus che educa all’autolimitazione dei propri bisogni, a saper distinguere tra esigenze fondamentali e quelle superflue, a valorizzare le potenzialità creative di ogni individuo arricchendone la vita in tutti i suoi aspetti, ad imparare ad accettare certi limiti, oltre i quali è opportuno non andare per il bene di tutti.

  1. «Ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri»

a) Responsabili dei fratelli
Una mente sobria è una mente capace di respiro e di attenzione, libera e attenta alla vita degli altri. La sobrietà, quindi, non è passività, ma si rivela atto di responsabilità verso se stessi e verso gli altri. La sobrietà, infatti, praticata nel tempo strappa il credente, ma anche ogni uomo di buona volontà, dalla tentazione del disamore e del disimpegno nella vita e lo educa a vivere la tensione tra presente e futuro, cercando di essere fedele tanto al suo presente quanto al suo futuro. L’uomo educato alla sobrietà organizza la vita a livello collettivo e individuale con la preoccupazione di garantire a tutti, senza egoismi e senza sprechi, il soddisfacimento dei bisogni primari, fondamentali, e, come diceva Gandhi, si impegna a «vivere più semplicemente, così che anche gli altri possano semplicemente vivere». E tiene presente che ogni essere umano, al di là delle esigenze legate al corpo, ha anche esigenze spirituali, affettive, intellettive e sociali. Chi vive sobriamente impara a guardare il mondo, gli avvenimenti con lo sguardo dei poveri. «In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune che Dio ci ha affidato. Queste azioni comunitarie, quando esprimono un amore che si dona, possono trasformarsi in intense esperienze spirituali (n. 232)». Chi si educa a vivere sobriamente impara a condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e, spartendo la sua vita con loro si fa attivamente critico verso le strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini degli spazi di libertà. Illuminato da Cristo, chi vive in sobrietà, si lascia divorare per sfamare la fame dei poveri e si lascia spezzare l’esistenza per ridare speranza all’uomo a cui la vita è negata.
b) Responsabili del creato
Oggi ci sentiamo tutti minacciati da una emergenza cosmica dai segni inequivocabili. Sentiamo quasi risuonare le attualissime parole del profeta Geremia: «Io vi introdussi in una terra giardino che vi offriva i suoi prodotti e le sue delizie. Ma voi, una volta presone possesso, l’avete profanata e il mio dono l’avete reso un’abominazione» (Ger 2,7). Sale dalla natura una grande domanda di solidarietà che investe indubbiamente l’impegno personale privato e richiede:

– uno spirito di sobrietà nel consumare i doni della natura, l’acqua, le piante, gli animali, il suolo coltivabile;

– un grande rispetto per la natura, per i boschi, per l’ambiente di tutti, evitando di inquinare, riducendo o eliminando prodotti non degradabili dal nostro ménage quotidiano;

– utilizzando con discernimento prodotti chimici, che aumentano la quantità del prodotto, ma rischiano di trasformarsi in un boomerang.

Questa partita oggi è così importante che non si può più affidare solo all’intelligenza e alla buona volontà delle singole persone. È necessario che i cristiani, assieme agli uomini di buona volontà, si organizzino come custodi del creato per promuovere itinerari educativi che aiutino nell’opera di salvaguardia del creato. In questo orizzonte, la capacità di vivere il limite e in sobrietà oggi nei confronti delle tante possibilità, diventa una chiave del nostro benessere, non solo per noi ma per tutti, per il pianeta. L’arte del vivere richiede il senso della giusta misura, della moderazione, altrimenti non c’è sopravvivenza nella società. È bene ricordarlo, nell’era delle mille scelte, la capacità di mettere a fuoco le cose implica il potere di dire di no e diventa l’ingrediente importante per una vita più ricca. Come insegna S. Francesco, semplicità del vivere è la fonte della perfetta letizia.




Il futuro in un verbo: “Amerai”
P. Ermes Ronchi

Il futuro in un verbo: ‘Amerai’
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (11 Luglio 2004)

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.
Un uomo. E non ci deve essere nessun aggettivo, giusto o ingiusto, ricco o povero. Può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui. È l’uomo, ogni uomo. Il suo nome è: spogliato, colpito, solo, mezzo morto. Nome eterno: dovunque il mondo geme con le vene aperte; c’è un immenso peso di lacrime in tutto ciò che vive.
Un sacerdote scendeva per quella medesima strada. E il primo che passa, un prete, lo aggira, lo scansa, passa oltre. Ma dov’è questo oltre? Cosa c’è oltre? Oltre l’uomo c’è il nulla, l’assurdo, l’inutile! Nessuno può dirsi estraneo alle sorti dell’uomo, nessuno può dire: io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada, nella medesima storia; ci salveremo o ci perderemo tutti insieme.
Invece un samaritano n’ebbe compassione, gli si fece vicino. Due termini di una carica infinita, bellissimi. Parole che grondano di umanità. Non c’è umanità senza compassione e senza farsi vicino. La compassione è il meno sentimentale dei sentimenti, il meno zuccheroso, il meno emotivo, è il “soffrire insieme”. Scende da cavallo, si china, e forse ha paura, forse teme i briganti ancora vicini o una trappola. Ma la compassione non è un istinto, è una conquista. La prossimità è una conquista che mette al centro il dolore dell’altro non il mio sentire.
E ci sono dieci verbi in fila per descrivere l’amore: lo vide, si mosse a pietà, scese, versò, fasciò, caricò… fino al decimo verbo: ritornerò indietro a pagare, se necessario. Questo è il nuovo decalogo, i nuovi dieci comandamenti di ogni uomo, credente o no, perché l’uomo sia uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi”, per una nuova architettura del mondo e della storia. Domandano a Gesù: cosa devo fare per essere vivo? Come si fa ad essere uomo? Gesù risponde con un verbo: amerai, e con un racconto in cui è racchiusa la possibile soluzione della Storia, la sorte del mondo e il destino di ognuno.
Tutto il nostro futuro è in un verbo: tu amerai. Un verbo al futuro perché questa è un’azione mai conclusa, perché durerà quanto durerà il tempo. Perché è un progetto, ed è l’unico. Non un obbligo, ma una necessità per vivere. Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà, e per il mio futuro? Tu amerai. E l’umanità, il suo destino, la sua Storia? Solo questo: tu amerai. Una parabola al centro del Vangelo, e al centro della parabola un uomo. E un verbo: tu amerai.
Va’ e anche tu fa’ lo stesso. E troverai la vita.