BANCHE ARMATE
SI SALVI CHI PUO’

Cresce l’export di armi italiane: banche e aziende lucrano, la Cei “obietta”.
Luca Kocci  Tratto da: Adista Notizie n° 17 del 02/05/2026

Aumentano le esportazioni di armi made in Italy (v. Adista Notizie n. 16/26). Con esse cresce la quantità di denaro movimentata dagli istituti di credito per conto delle aziende armiere e, di conseguenza, le “banche armate” incrementano i propri profitti: infatti se nel 2024 gli importi del commercio di armi passati per una banca erano poco più di 4,5 miliardi di euro, nel 2025 la cifra ha superato la quota di 6 miliardi di euro, con una crescita di quasi il 35%.
Dalla relazione del governo al Parlamento – in particolare le tabelle elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – è possibile stilare anche la classifica delle banche armate, ovvero degli istituti di credito che più hanno guadagnato grazie al commercio delle armi.
Al primo posto c’è Unicredit, “regina” delle banche armate con importi segnalati movimentati pari a 1 miliardo e 658 milioni (a cui andrebbero aggiunti altri 13 milioni di Unicredit Factoring).
A seguire, staccata di poco, Banca nazionale del lavoro, con 1 miliardo e 420 milioni.
Il terzo istituto di credito con importi segnalati superiori al miliardo di euro è Deutsche Bank, con 1 miliardo e 13 milioni.
Se queste tre banche gestiscono i due terzi del volume totale (oltre 4 miliardi su 6), tutte le altre si spartiscono il terzo restante: Barclays (560 milioni), Intesa San Paolo (518 milioni), Banca popolare di Sondrio (356 milioni), Credit agricole (163 milioni) e Banca popolare di Milano (103 milioni). A seguire una ventina di altri istituti, con importi inferiori ai 40 milioni di euro.
La questione delle banche armate tocca anche la Chiesa italiana.
La Cei, per mezzo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc), infatti incassa erogazioni liberali e offerte deducibili per i sacerdoti tramite sette diversi conti bancari – uno di questi, va detto, è Banca popolare etica –, cinque dei quali aperti presso altrettante “banche armate”: Unicredit, Banca nazionale del lavoro, Intesa San Paolo, Banca popolare di Milano e Monte dei paschi di Siena (quest’ultima coinvolta marginalmente, con poco più di 4 milioni).
E così la Caritas italiana: un conto è in Banca popolare etica, ma gli altri tre sono presso altrettante “banche armate”, ovvero Unicredit, Intesa San Paolo e Banca popolare di Milano.
L’indagine potrebbe proseguire verificando a quali banche sono affidati i conti delle diocesi, degli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, delle parrocchie ecc., ma ci limitiamo agli enti principali, appunto Cei, Icsc e Caritas.
L’elemento nuovo rispetto al passato è che la stessa Cei, nell’Assemblea generale di novembre 2025, ha approvato a larghissima maggioranza la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” (v. Adista Notizie n. 45/25), nella quale c’è un paragrafo specifico dedicato a “Produzione e commercio di armi”, nel quale si invita a una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione e il commercio di armi». E in particolare: «Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento, da parte di singoli e istituzioni, da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali».
La relazione del governo sul commercio delle armi è relativa al 2025, quindi la Nota dei vescovi è arrivata troppo tardi.
Ora però è lecito aspettarsi, dal momento che la lista delle banche armate è pubblica, che gli organismi della Chiesa italiana, a partire dalla stessa Cei, siano coerenti con le affermazioni scritte nella Nota e non collaborino più con «quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi». Come appunto le banche armate.