PERDONO
Lilia Sebastiani

PERDONO.
Lilia Sebastiani (ROCCA 15/04/09)

Nella tradizione cristiana si è mol­to parlato di perdono: non di rado con sublimità (e sincerità) di parole, e talvolta con profon­de aperture mistiche, ma la pratica pastorale non ha sempre aiu­tato a comprenderlo. L’idea affiorante era sempre che può esse­re perdonato solo chi, oltre a pentirsi, espia, dopo aver confessato la colpa. Ov­viamente nei modi dovuti, altrimenti non funziona. Ciò contribuisce a rafforzare l’idea che il perdono debba essere ‘domandato’ e ‘me­ritato’, e si perde la sua natura di dono, quindi la gratuità.
Il perdono riguarda solo l’imperdonabile.
Di alcune fra le più ardue e luminose in­tuizioni contemporanee sul perdono sia­mo debitori a un filosofo francese, Jacques Derrida, morto nel 1984. In una celebre polemica a distanza con un altro pensato­re francese (W.Jankélevitch) sulla possibi­lità per i sopravvissuti alla Shoah di ‘per­donare’ i responsabili dello sterminio, so­stiene che il solo perdono vero è incondi­zionato e si rivolge all’imperdonabile. Si trova qui la chiave del discorso ma anche lo scoglio più difficile da superare. Parliamo del perdono nel senso più serio (non consideriamo dunque micro-perdo­ni, le piccole scuse, il ‘metterci una pietra sopra’ ecc., che pure sono ben presenti e frequenti nel nostro vissuto), quindi muo­vendo dall’assunto che ci sia stato qualco­sa di grave, di molto grave. Perdonare il perdonabile non significa molto in questo senso. Naturalmente è una cosa che si deve fare; ma non dovrebbe nemmeno chiamarsi perdono.

Quello che chiamiamo il ‘perdonabile’ può rientrare in tre ambiti molto generali.
Il primo è ovvio: quando il male commesso non sia di gravità estrema, un caso in cui rifiutare il perdono sarebbe semplicemen­te un agire stizzoso e nevrotico.
Il secondo: quando il male è oggettivamen­te grande e grave, ma l’offeso comprende le dinamiche interiori che hanno spinto l’of­fensore a fare quello che ha fatto. Nel mo­mento in cui si perviene a questa compren­sione – anche se il male c’è stato e rimane, anche se rimane la sofferenza che ha cau­sato -, il perdono già comincia a germo­gliare, a costruirsi dentro di noi, anche se ancora non accettiamo in pieno l’idea.
Il terzo: quando l’offensore riconosce la pro­pria colpa e quindi richiede il perdono, più o meno esplicitamente. Anche in questo caso rifiutare il perdono costituirebbe un’inammissibile durezza e un’ostinazio­ne psicologicamente sospetta.
In fondo – confessiamolo – nemmeno per­donare il perdonabile ci risulta facilissi­mo, tuttavia la nostra ragione lo compren­de bene: insomma non è ‘iperbolico’. Ma non è nemmeno per-dono: il vero perdo­no è contrassegnato dalla gratuità totale.
Attenzione agli equivoci.
Oggi parlare di perdono risulta impopo­lare, quasi sempre frainteso. Al di fuori di contesti molto specializzati e molto spiri­tuali, espone subito a sospetti di vario ge­nere e a reazioni negative. Nel migliore dei casi si passa per teorici sognatori, ma vi è il rischio di venir accusati anche di debo­lezza e/o di complicità con il male.

E siccome il perdono è disturbante, ‘scan­daloso’, sovversivo, e prenderlo sul serio non significa dare un’indolore adesione intellet­tuale, ma rimescolare a fondo le proprie scel­te esistenziali e morali, la maggior parte delle persone che avviciniamo – anche quando siano di buona o di ottima cultura -, al sen­tirne parlare reagiscono subito con un frain­tendimento difensivo: cioè scambiando il perdono con realtà diverse. Perciò ogni riflessione su ciò che è il per­dono richiede un chiarimento previo su ciò che il perdono non è.
Non è giustificazione del male, innanzitut­to: per renderlo possibile occorre un’idea chiara del bene e del male, una coscienza etica ben strutturata. Non significa ‘depe­nalizzazione’: le eventuali conseguenze pe­nali di un certo agire, le esigenze della società civile, la dimensione giuridica, non possono venir annullate, ma costituiscono una diversa pista di riflessione. Non signi­fica nemmeno ‘prescrizione’ del male avve­nuto (quasi che si potesse smettere di con­siderarlo un male e, anzi, non parlarne nep­pure più, quando sia passato un bel po’ di tempo). Il perdono non è amnistia.
Non è neppure, mi si passi il termine, ‘am­nesia’: non è vero che «perdonare è dimen­ticare». È possibile dimenticare il male che si è ricevuto? Se non è una bugia, può vo­ler dire solo che il male di cui si tratta era irrisorio e trascurabile – e in quel caso il problema di perdonare o non perdonare non dovrebbe nemmeno porsi -, oppure che la persona offesa è di un’incredibile superficialità, o che il trauma ricevuto gli ha causato una perdita di memoria. Come si può dimenticare un male (gran­de, evidentemente: non sprechiamo qui il nostro tempo o i nostri pensieri con i mali piccoli, le piccole offese, che dovrebbero risolversi da sé) che ha segnato tutto il nostro percorso vitale, tutto il nostro modo di essere? Quando in una vita umana si determina una lacerazione di questo ge­nere, è chiaro che nulla – dopo – può più essere come prima. È vero che il tempo esercita sempre e comunque la sua opera, per cui può darsi che il dolore, dopo dieci o vent’anni, sia meno esplosivo, che si rie­sca a parlarne … , ma quella ferita che alte­ra tutto il rapporto dell’offeso con il mon­do, tutto il suo modo di sentire la vita, ade­risce alla persona: viene a far parte stabil­mente della sua identità, della sua fisiono­mia, e non si può togliere.
Quindi, perdonare non significa «faccia­mo come se non fosse successo nulla». Non è possibile se non a patto di un’operazione artificiosa, di assoluta improponibilità psi­cologica e storica, un’ operazione che tra l’altro sottintende una pavidità inaccetta­bile. No, non è quello il perdono.
Perdonare una persona, non una cosa.
Il perdono si riferisce sempre alla persona, non alla cosa che ha fatto. Non è una scoperta: seppure con altri termini, è la vec­chia distinzione agostiniana – ripresa da molti altri, fra cui Giovanni XXIII -, tra il peccatore e il peccato, tra l’errore e l’er­rante. Non si tratta dunque di perdonare il male in sé, ma di conservare l’approccio umano, in termini umani, agli esseri uma­ni che in quel male hanno le più gravi e riconoscibili responsabilità. Questa formu­lazione prudente è l’unica accettabile in un’etica centrata sulla persona umana e su un Dio in relazione.

Si sta diffondendo la consapevolezza che nessuno, nemmeno la persona più buona che si possa immaginare, possiede al cen­to per cento il merito della sua virtù e del male che non ha mai neppure sognato di commettere; non si potrà mai dire fino a che punto la sua buona vita, la sua virtù intemerata, siano proprio merito suo, e non piuttosto il frutto di una serie di cir­costanze fortunate, dell’ambiente in cui è avvenuta la sua formazione, delle oppor­tunità che gli si sono presentate … o delle negatività che non gli si sono presentate. D’altra parte, anche lasciando alla respon­sabilità umana tutto il suo peso, nessuna persona può essere considerata responsa­bile al cento per cento, responsabile da sola del male che ha fatto: perché le profondità del cuore umano sono quasi inesplorabili, e sulle nostre scelte pesano la storia e la cultura, pesano le deformazioni della co­scienza storica e tutto il male del mondo, che a distanza forse riusciamo a vedere in modo un po’ più limpido di quanto non si riesca a vederlo standovi dentro. L’idea di fondo è semplice e assoluta: il perdono è assolutamente gratuito e asim­metrico. È pericoloso stabilire troppo di­sinvolte corrispondenze (anche solo verba­li) tra perdono e riconciliazione. La diffe­renza di fondo sta nel fatto che la riconci­liazione esprime e presuppone un agire reci­proco. Invece il perdono non ha altro fine che se stesso e non ha condizioni, è al di fuori di ogni logica di scambio.
Ciò non vuol dire, è chiaro, che la riconci­liazione non sia importante, e o che non lo sia la redenzione del colpevole. Sempli­cemente sono realtà diverse. Forse comun­que se si cominciasse a seminare qualche seme di perdono ‘vero’, non potrebbe non avvenire a poco a poco un risanamento dei rapporti umani, una resipiscenza, un ini­zio di redenzione.
Il perdono come sfida creativa.
Dicevamo che la tradizione cristiana ha parlato spesso di perdono ma non l’ha ve­ramente insegnato, e spesso ha fatto emer­gere l’idea di un Dio che è buono con chi è buono, prontissimo però a diventare terri­bile con chi non lo è. Con ciò si distrugge nei fatti l’immagine di un Dio Amore, e si dimentica l’uomo immagine di Dio per far­si un Dio a immagine dell’uomo, a imma­gine di ciò che vi è di peggio nell’uomo. Non sarebbe giusto darne la colpa ai pa­stori soltanto. Anche molte pagine dei due Testamenti mostrano come sia difficile per il pensiero e le parole umane (e per la psi­cologia umana, e per il senso di ‘giustizia’ intesa in senso unicamente retributivo) affrancarsi da immagini e schemi di pen­siero che recalcitrano al nuovo di Dio. L’immagine contraffatta di Dio, che forse nessuno sottoscriverebbe più, ma che co­munque ha lasciato tracce nella tradizio­ne e nella cultura che abbiamo intorno, è responsabile della maggior parte dell’atei­smo contemporaneo, ne sia o non ne sia consapevole chi lo professa.

L’idea dell’inferno, fosse pure come possi­bilità, costituisce un oltraggio tale e una tale smentita nei confronti di un Dio di amore infinito, che nessun pensiero dei fratelli più deboli (se sono ‘deboli’, è una ragione di più per non sviarli e ingannar­li!), nessun rispetto della tradizione, nes­suna riverenza verso un magistero della chiesa che ancora esita a cancellare que­sta idea terribile e preferisce parlare gene­ricamente di speranza nella misericordia divina, può autorizzarci non dico a conti­nuare in questa credenza, ma a non denun­ciarne le persistenze.
Immergersi nell’impossibilità, nello ‘scan­dalo’ del perdono fa sperimentare la tra­scendenza. Siamo indotti a chiederci se perdonare sia possibile all’uomo o rientri nelle prerogative di Dio. Quando Gesù comanda di ‘amare’ i nemi­ci, vieta l’odio, certo; ma non chiede di aver simpatia per loro. La simpatia non si co­manda: c’è o non c’è, e i nemici non si amano nello stesso modo in cui si amano gli amici. Amare il nemico significa invece impara­re a dissociarlo dalla sua colpa. Può aver fatto le cose più orripilanti che si possano immaginare ma, come persona, non coin­cide mai al cento per cento con quello che ha fatto. Una persona è sempre infinita­mente più grande delle cose che fa. Anche delle cose buone. Perdonare l’altro non significa che da ne­mico diventerà un grande amico (senza es­sere del tutto impossibile, è certo difficile, e comunque il senso del comando evange­lico non tende a questo); invece perdonar­lo significa non lasciarlo inchiodato alla sua colpa per sempre, non pietrificare il dinamismo infinito del divenire umano. Non significa dimenticare il passato: an­che perché, come si è già detto, certe ferite del passato fanno parte di noi, e non sa­rebbe possibile cancellarle senza cancel­lare la nostra storia e noi stessi. Significa liberarsi gradualmente dal peso del passa­to, che impedisce di andare avanti. Per li­berarsene occorre accettare l’idea che quel passato c’è stato, che ha contribuito a pla­smarci come siamo.
Perdonare significa rinunciare alla vendet­ta, e guardare l’altro come un essere uma­no portatore di un futuro infinito; signifi­ca anche sperare in un futuro in cui que­sta persona avrà parte; soprattutto ammet­tere, per l’offensore come per l’offeso, la possibilità di un nuovo futuro da costrui­re insieme. Il perdono è davvero l’impossi­bilità che diviene possibile.
Qui troviamo il culmine dell’etica cristia­na, radicata nella dismisura dell’amore di Dio, e nello stesso tempo il suo fondamen­to. Si tratta di un’etica iperbolica, certo, ma non per questo irreale, o asociale, o ir­razionale: in essa risiede l’unica speranza per l’umanità, l’unica via all’umanizzazio­ne del mondo. Parliamo di etica, ma è un’etica che va oltre se stessa: ha il fonda­mento e la meta nell’ escatologia, e non rie­sce a comprenderla chi non è capace di operare questo passaggio di piano. Il perdono significa fedeltà al Dio che fa nuove tutte le cose, e non è un dato, ma un percorso o, meglio, un dinamismo. Non è possibile attingere questo livello dell’etica senza la fede e senza la speranza che della fede costituisce il risvolto dinamico, sen­za l’amore che supera infinitamente le no­stre modeste capacità di ‘voler bene’, per­ché è frutto e segno dell’inabitazione in noi dello Spirito.




Alberto Neglia
LA PREGHIERA: VOCE DELLA SPERANZA

LA PREGHIERA: VOCE DELLA SPERANZA
(Alberto Neglia – HOREB 1/2012)

È difficile oggi sperare! Negli ultimi decenni si è guardato alla storia non solo sotto il segno della crisi, ma in modo radicale della fine: fine della modernità, fine della civiltà occidentale, fine della cristianità. Il presente, poi, specialmente in Italia, è un tempo caratterizzato con particolare acutezza dal senso della precarietà e dell’incertezza del futuro. È quindi un tempo in cui si pone con palpabile drammaticità la domanda: “che cosa posso sperare?”. E da que­sto interrogativo non è esente il cristiano.
La speranza cristiana, infatti, è bene chiarirlo, in un’epoca in cui molti disperano, non vuole semplicemente consolare o favorire facili ottimismi, ma vuole ricordare che la promessa biblica non ha certo risparmiato ai suoi testimoni la lunga attesa nella notte. La Parola di Dio non ci permette di calcolare le probabilità di un avvenire felice. Ma essa è presente là, è “pro­messa” dove noi operiamo per superare la fatalità.
Dal racconto biblico emerge con chiarezza che la speranza è dono connesso all’ascolto della parola di Dio insperata e gratuita: «Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio» (Is 41,10), dice il Signore al suo popolo, attraverso il profeta. Essa, quindi, non si fonda sulle proprie capacità di mutare le cose ma sulla fede in Dio moti­vata dall’ amore.

La speranza ha la sua voce: la preghiera
Se la speranza è dono di Dio, dono offerto a noi nel Figlio, per Paolo, Cristo stesso è la nostra speranza, l’unica cosa da fare è cercare Dio e vive­re insieme a lui. Dallo stare con lui scaturisce la speranza che va oltre ogni disperazione.

Uno degli spazi determinanti per cercare Dio è la preghiera. «La pre­ghiera è un’opera infinita, un’arte che supera ogni arte e scienza. Nella preghiera entriamo in comunione con l’Essere che non ha inizio. O anco­ra: la vita stessa di Dio, colui che realmente è, viene in noi per questa porta. La preghiera è un’operazione della più alta sapienza, di una bellez­za e dignità superiori a ogni cosa. In essa risiede la santa ebbrezza del nostro spirito[1]».
Allora, «dobbiamo restare nella preghiera, il più a lungo possibile, affinché la sua forza invincibile penetri in noi e ci renda capaci di resiste­re a ogni influenza distruttiva. Quando dentro di noi sorgerà questa forza, rifulgerà in noi la gioia della speranza nella vittoria definitiva[2]».
Ma se oggi è difficile sperare, c’è da dire che, non risulta facile nem­meno pregare. Si possono dire tante preghiere e attivare tante devozioni, ma la preghiera vera quella che si fa accoglienza della vitalità di Dio nella propria vita e che quindi coinvolge il cuore non è facile.
Con il termine cuore, ovviamente, non intendiamo l’intelligenza discorsiva con cui si ragiona, e neppure la sensibilità per la quale ci si volge verso l’alto, o l’affettività superficiale che noi chiamiamo sentimento.
«Il cuore – come chiarisce A. Louf – si situa molto più profonda­mente in noi, è il germe più segreto del nostro essere, la radice della nostra esistenza, o, al contrario, il suo culmine. Nella vita di tutti i giorni il nostro cuore resta ordinariamente nascosto. Emerge appena alla coscienza. Viviamo quasi del tutto immersi nei sensi esteriori. Ci perdiamo nelle nostre impressioni e nei nostri sentimenti. In tutto ciò che ci attira o si oppone. Anche se voglia­mo vivere a un livello più profondo, deviamo di solito verso l’astratto: soppesiamo, tiriamo delle conclusioni logiche. Frattanto il cuore son­necchia non batte ancora al ritmo dello Spirito[3]».
Allora, ritrovare il cammino verso il proprio cuore, dove ognuno porta, secondo la mirabile espressione di Pietro, «l’uomo nascosto» (1 Pietro 3,4), cioè, ciò che costituisce la nostra realtà più profonda e più vera, è il compito più importante dell’uomo. «Là Dio ci incontra e soltanto a parti­re di là noi possiamo a nostra volta incontrare gli uomini. Là Dio ci parla e a partire di là possiamo anche noi parlare agli uomini. Là riceviamo da lui un nome nuovo e ancora misterioso, che lui solo conosce e che sarà il nostro per l’eternità nel suo Amore[4]».
Lì siamo abitati dallo Spirito che grida in noi: Abba, Padre. Lì pre­ghiamo!
Ogni metodo di preghiera non ha altro scopo che renderci coscienti di ciò che abbiamo già ricevuto, e di sintonizzarci con lo Spirito che ci apre al dialogo con il Padre. Perché questo avvenga bisogna «liberare il cuore dalle sue scorie, ascoltarlo là dove già prega, donarci a questa preghiera finché la voce dello Spirito in noi divenga la nostra propria preghiera[5]».
Il cuore di chi prega veramente è invaso da una presenza, acqua viva, che lo dilata verso i confini del mondo e lo educa a farsi carico delle sue bellezze e dei suoi drammi. Questa presenza ci apre al futuro e ci fa spe­rare e ci rende responsabili della storia.

La preghiera, esperienza tra abbraccio e silenzio di Dio.
Tutto sembrerebbe risolto, perché nella preghiera, a volte, abbiamo l’impressione della carezza di Dio che ci accompagna, ma, poi, sperimen­tiamo, anche, che non è sempre così perché, pur pregando, ci troviamo spesso di fronte ai drammi della vita e di fronte a Dio che tace. E allora diventa difficile pregare e sperare, il nostro cuore si fa arido e riusciamo a gridare a Dio le paure, i dubbi, la disperazione.

Allora si affaccia la tentazione di smettere di pregare e di sperare. Non dobbiamo meravigliarci, questa difficoltà affiora anche nella preghiera biblica, nei Salmi. Ma in essi è presente un filo rosso che educa a resiste­re nel cammino di fede, a pregare e a sperare.
È significativo, in merito, il salmo 42-43, dove si intrecciano preghie­ra e speranza e sono espresse nel ritornello che ritorna tre volte e che dà un tono a tutto il salmo:
«Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?
Spera in Dio: ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio». (Sal 42,6.12; 43,5)

In questo salmo, è presente un desiderio vitale verso Dio e nello stes­so tempo l’esperienza della sua assenza, potremmo ancora dire, dei ritar­di di Dio. La manifestazione di Dio e quindi la percezione della sua pre­senza è sottesa fra due poli opposti, espressi nella duplice e opposta valen­za del simbolo dell’ acqua:

– acqua che è portatrice di vita: «Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia … ha sete del Dio vivente» (Sal 42,2-3);
– acqua che è portatrice di morte: «Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati» (Sal 42,8).

Il salmo, quindi, si presenta come una metafora della vicenda umana e della speranza cristiana.
Il ritornello in cui emerge il lamento: «Perché ti rattristi, anima mia, perché ti agiti in me?», non esprime solo una qualunque tristezza dell’ani­mo, ma dice l’angoscia, l’abbattimento, il gemito dell’anima per l’esperienza di lontananza, di abbandono, di repulsione da parte di Dio e di oppressione da parte dei nemici. Tale situazione è resa plasticamente dall’immagine: «Le lacrime sono il mio pane giorno e notte» (Sal 42,4).
L’imperativo della speranza nella seconda parte del ritornello: «Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio», non è un invito a rifugiarsi in Dio, scavalcando o chiudendo gli occhi sulle sof­ferenze presenti, ma è un invito a vivere il presente, aprendosi al Dio della salvezza. La parola ebraica che significa “sperare” suggerisce un atteggiamento vigile, paziente, una fiduciosa attesa di Dio.
Nella prospettiva di questo salmo, sperare comporta la conversione dell’orientamento del cuore, per cui l’orante non fissa più con sguardo nostalgico il passato (Sal 42,5), ma si volta e guarda fiducioso verso il futuro. La speranza poggia sulla parola di Dio e il suo cammino è illumi­nato e guidato dalla Parola. Sperare nella parola di Dio è rendere la Parola operante nella propria vita e nella storia[6]. 

La preghiera e la speranza di Gesù di fronte ai ritardi di Dio
Questa condizione, tipica dell’arante biblico, non è estranea all’espe­rienza dello stesso «Cristo Gesù nostra speranza» (l Tm 1,1) e di conse­guenza del cristiano. Gesù, infatti, più di tutti i giusti dell’AT ha vissuto lo scandalo dei ritardi di Dio. E il battezzato, immerso in lui, non può sottrar­si a questa logica. Gesù ha pregato molto spesso. Ha passato persino notti intere in preghiera (Lc 6,12). Ma prega soprattutto nei momenti più critici della sua vita terrena, quando la tentazione assale anche lui. Egli affronta la tentazione pregando, soprattutto l’ultima tentazione nell’orto degli ulivi e sulla croce.

Gesù aveva detto: «mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34). Quando, durante la passione bisogna fare questa volontà, si scatena il dramma. Si apre un confronto sanguinoso con la volontà del Padre. Non appena, infatti, tenta di vivere questa obbedienza nella sua natura umana, scoppia la crisi. Il suo corpo l’abbandona, suda sangue e acqua, muore.
E Gesù affronta questo confronto sanguinoso con la volontà del Padre pregando: «Padre mio, se è possibile, passi da me, questo calice! Però ,non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,39): E’ pregando che Gesù ha sostenuto questa lotta ed è stato esaudito al di là della morte.
Sulla croce la tentazione si fa ancora più insidiosa. Qui viene scherni­to su ciò che gli sta più a cuore, ciò per cui è venuto: la salvezza. Con sar­casmo gli viene detto: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto … Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso» (Lc 23,35.37).
Gesù non nasconde l’angoscia e pregando fa suo il grido del salmista: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Gesù sente improvvisamente l’assurdità della sua morte e dell’incomprensibile assenza del Padre. Egli sperimenta fino in fondo come sia difficile cambiare il cuore, la vita degli uomini, ma questo non lo porta alla disperazione, per­ché egli sa che il regno di Dio è là dove non si dà ritorno su di sé, non si dà dimostrazione di potenza, ma comunione con Dio e desiderio di rende­re tutti, anche nel più profondo dolore, partecipi della gioia di Dio.
A partire da questa situazione drammatica, quindi, Gesù continua a credere, contro ogni speranza umana, che il Padre nonostante tutto lo ama. E lo ama, non senza la morte, neppure sfuggendo alla morte, ma median­te la morte per una vita nuova. In questa prova senza misura, sull’ orlo della disperazione, la preghiera di Gesù ha saputo pronunciare il suo sì alla volontà del Padre. La sua preghiera è un bacio d’amore nel quale egli con­segna il suo ultimo respiro: «Padre nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46)[7].
Gesù accetta di lasciarsi andare … nelle mani di suo Padre. È un abbraccio che non sfocia nella morte, ma nell’ Amore, nella resurrezione.
Egli dalla croce consegna il suo spirito, il suo respiro al Padre, ma lo consegna anche a noi, come bacio d’amore, perché anche noi possiamo vivere del suo soffio vitale, del suo respiro e perché anche a noi sia con­cesso di vivere la stessa speranza e lo stesso abbandono nel progetto del Padre.
Gesù con il suo corpo risuscitato, è ora la Via della speranza. E lo è perché è colui che prima di tutto, pregando, ha attivamente sperato nel­l’oscurità della nostra storia.
Gesù risorto, il Vivente, è la speranza dell’uomo perché, come scrive­va fratel Christophe, nella Pasqua del 1995, il più giovane dei monaci di Tibhirine, certamente uomo di speranza, ucciso nel 1996: «…il peggio, Gesù non l’ha fuggito. L’ha affrontato, l’ha desiderato fino all’angoscia e alla ribellione. Sulla croce, l’ha accettato come una tavola imbandita – preparata – da Dio, suo Padre, “di fronte al nemico” (Sal 22). Ci consegna allora il soffio della speranza. Alcune donne, tra cui – in piedi – Maria, sono presenti, così come il discepolo amato. È l’ora della speranza contro ogni speranza. La Chiesa inizia qui: in uno sguardo di speranza verso “colui che hanno trafitto” (Gv 19,37; Ap l,7). Trafitta anche lei, riceve la missione di portare la speranza al pieno compimento, fino alla fine (cf. Eb 6,12). “Per Cristo, noi credia­mo in Dio che l’ha risuscitato … così che la nostra fede e la nostra speranza sono salde in Dio” (cf. l Pt 1,21).


[1] Archimandrita Sofronio, La preghiera:un’opera infinita, Qiqajon, Bose, 2001, 5
[2] Ivi, 6
[3] A.Luof, Lo Spirito prega in noi, Qiqajon, Bose, 1995, 18
[4] Ivi, 18-19
[5] Ivi, 23
[6] Cf. B.MARIN, «Spera in Dio» (Sal 42,6), in Parola spirito e vita, 9 (1984/1) 39-50
[7] Cf. A.LUOF, Lo spirito prega…, 37-38




Assunzione
MARIA NELLA PASQUA DI CRISTO, NEL MISTERO DELLA CHIESA, NEL MISTERO DELL’UOMO

Assunzione di Maria –
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 11,19; 12,1-6.10
Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza. Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”.

Sal 44 Risplende la Regina, Signore, alla tua destra.
Figlie di re stanno tra le tue predilette; alla tua destra la regina in ori di Ofir.

Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre.
Al re piacerà la tua bellezza. Egli è il tuo Signore: prostrati a lui.
Con lei le vergini compagne a te sono condotte; guidate in gioia ed esultanza
entrano insieme nel palazzo del re.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,20-26
Fratelli, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi.

Dal Vangelo secondo Luca 1,39-56
In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre”. Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

MARIA NELLA PASQUA DI CRISTO, NEL MISTERO DELLA CHIESA, NEL MISTERO DELL’UOMO. Don Augusto Fontana

 L’assunzione di Maria è verità dogmatica recente, proclamata da Pio XII con la Bolla Muneficentissimus Deus il 1° Novembre 1950, solennità di tutti i Santi. E già la circostanza della proclamazione non fu scelta a caso: ciò che si celebra oggi non è un privilegio destinato ad una persona, ma l’eredità lasciata agli uomini da Cristo risorto. “ Nella Casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io» (Gv.14,2-3). « Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» ( 1 Cor. 2,9). La dichiarazione dogmatica costituisce un approdo, la conclusione di un lunghissimo cammino di fede che sorprende per la precocità dell’avvio e la tranquillità della professione mai seriamente contestata o negata, come invece avvenne per altre verità cristologiche o mariologiche. Nei Vangeli non c’è traccia diretta di questo mistero di fede, ma le prime tracce di proclamazione iniziano in Oriente verso il sec. VI e a Roma verso il sec. VII. Modesto di Gerusalemme (+634) in un’omelia proclama: “Cristo eresse per te, Maria, in paradiso un tabernacolo ove tu vivi con il tuo corpo glorificato, mediante te anche a noi è aperta la porta”.
Teotekno di Livia (+650) invita a rallegrarsi con la Madre di Dio, a celebrare questa “festa delle feste”, l’assunzione di Maria. Germano di Costantinopoli (+733) attesta “ oggi la vergine in maniera del tutto ammirabile viene elevata al di sopra della gloria dei cherubini e collocata nel santo dei santi in santissimo e glorioso modo”. Andrea di Creta (+740) in un’omelia afferma: “ Dio oggi trasferisce dalla sede terrena la madre come regina del genere umano; l’autrice della vita passa migrando a nuova vita, al luogo della vita immortale”. Memoria antica, dunque, che giunge a noi con una ricchezza accumulatasi anno dopo anno nel corso dei secoli soprattutto nelle liturgie, eppure memoria nuova, per il nostro “oggi”.

Questa festa va dunque celebrata con 3 riferimenti essenziali: 1. Nella Pasqua di Cristo. 2. Nel mistero della Chiesa. 3. Nel mistero dell’uomo.

  1. Nella Pasqua di Cristo.

La vita di Maria è inscindibile dal mistero di Cristo. E’ l’eccessivo devozionalismo cattolico che ha privato Maria, e la Chiesa, di questo riferimento Cristocentrico (1 Tim. 2,5-6: «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti»), ma il Concilio Vaticano II ha tenuto a ricollocare Maria nella sua posizione subalterna e dipendente a Cristo (Lumen gentium 60): “Maria santissima Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera della salvezza del Figlio suo…” (Sacrosantum Concilium 103). “La vergine, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore fu esaltata quale Regina dell’universo perché fosse più pienamente conformata col Figlio Suo” (Lumen Gentium 69). 

  1. Nel mistero della Chiesa

Inscindibile da Cristo, Maria è pure inscindibile dalla Chiesa. La lettura biblica dell’Apocalisse non si riferisce primariamente alla donna Maria, ma alla Comunità-Chiesa. Il Prefazio di oggi esalta questo legame: “primizia e immagine della Chiesa e compimento del mistero di salvezza”. Maria è icona della Chiesa, come dice il teologo L. Bouyer. Il Sacrosantum Concilium n. 103 dice “ In Maria, la Chiesa ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione ed in lei contempla con gioia, come in un’immagine purissima, ciò che essa desidera e spera di essere”. E ciò ci ricorda che la Chiesa, come Maria, prima di ottenere questa fine positiva della storia, deve passare attraverso il cammino della fede, come ci ricorda il testo evangelico di Pietro che cammina sulle acque… affonda…grida…si sente dire da Gesù: “Uomo di poca fede perché hai dubitato?”. Obbedienza alla Parola di Dio, allo spirito delle beatitudini, al valore dell’umiltà, all’impegno preminente del servizio. 

  1. Nel mistero dell’uomo.

Oggi è la festa del destino dell’uomo. Oggi si va da una sfida sfacciata alla vita (lavori senza garanzie di sicurezza, velocità sulle strade, guida in stato di ebbrezza o sotto effetti di droga; faide mafiose, risoluzione cruenta di conflitti familiari o di abbandoni amorosi, uccisioni per rubare anche pochi euro) al rassegnato pessimismo o ad una accettata indifferenza, nausea o angoscia fino ad un illusorio ottimismo espresso attraverso il consumismo e individualismo. Stragi assurde, spirale di violenza, morti collettive, ecatombe per fame, carestie a fianco di sprechi immani. Viene proposto oggi il possibile restauro in atto. E’importante che l’uomo rientri in se stesso si ponga in ascolto delle sue aspirazioni più genuine e profonde. Che senta impellente la sua ansia di vita e di giustizia. L’Assunta rivela la logica di Dio e ci offre l’occasione di coltivare il sospetto che l’eccezionale è possibile e che la trasformazione è possibile. Ciò significa dire no alla morte, alla rassegnazione e all’immobilità. L’Assunta testimonia anche la sacralità del corpo. La trasformazione di Dio coinvolge anche il corporeo. L’uomo saprà goderne senza strumentalizzazioni, sfruttamenti, idolatrie e tabù impegnandosi a favorirne il rispetto e a contrastarne le prevaricazioni. L’uomo zavorrato e ancorato deve incominciare a mirare in alto non alienandosi in fughe spiritualistiche o rimuovendo le problematiche della quotidiana e attuale esistenza. E’ possibile vivere innalzando prospettive e interessi. Tutto ciò che migliora l’uomo e la sua esistenza è in sintonia con il mistero dell’Assunzione. L’Assunta appaga le nostalgie della fede. Le attese della fede non andranno deluse perché Dio è fedele.




LA SINDROME DEL SANTO
Lidia Maggi

La sindrome del santo.
di Lidia Maggi (in ROCCA  16/1999 Pag. 49)

Non colpisce solo la religiosità popolare fatta di devozioni, ricerca del sensazionale, dove il sacro diventa spesso un prodotto da supermercato… Cresce e si sviluppa anche all’interno di quei luoghi che conosciamo meglio per le nostre frequentazioni: gli ambienti cosiddetti «impegnati».  Attacca facilmente coloro che si sono gettati anima e corpo per «la causa».   E’ la sindrome del santo.  Malattia che porta il soggetto affetto a sentirsi, solo vero militante rimasto.  Tale sindrome impedisce qualsiasi forma di aggregazione e condivisione.  Nessuno è ritenuto all’altezza.  Un caso interessante riguarda un certo Elia, profeta dell’Iddio vivente. I primi segni della malattia compaiono alla vigilia di quella strana teofania conosciuta come «voce di sottile silenzio» (I Re 19). Ha vinto le olimpiadi sacre.  Ha umiliato e ridicolizzato i suoi concorrenti, i profeti di Baal, con un ‘ironia sferzante: «Gridate più forte perché dio forse sta meditando o è indaffarato o è in viaggio o magari si è addormentato e deve essere svegliato» (I Re 18,27). Nonostante le urla dei poveri profeti, Baal non si è fatto vivo, mentre il Dio di Israele, all’invocazione di Elia, ha subito risposto con generosità e fragore, facendo piovere fuoco dal cielo.  Elia ha vinto.  Non pago di tale vittoria, scanna con le sue mani i 450 profeti del dio perdente.  Subito dopo però ritroviamo il nostro eroe in fuga, confuso, spaventato, solo e depresso.  Rilegge in chiave negativa tutta la sua vicenda ed è in preda a manie suicide: «Ora basta, o Eterno!  Prendi la mia vita perché io non sono migliore dei miei padri» (1 Re 19,4).  Così, paradossalmente, mentre scappa per salvare la vita, desidera morire. E’ in queste condizioni che Dio lo incontra fuori dai riflettori per iniziare la terapia.  Non è servita la grande dimostrazione di potenza a rassicurare Elia e a suscitare fede nel popolo.  Dio allora prova ad utilizzare un altro linguaggio che spinga il profeta a cercarlo non solo nei luoghi ortodossi delle apparizioni, ma in terra di confine.  Linguaggio pericoloso perché simile al silenzio dell’assenza ben conosciuto dai poveri profeti di Baal.  Non più il sensazionale con le grandi manifestazioni della natura: fuoco, vento, terremoto, diluvio, ma… un sussurro di silenzio, una voce che si può udire solo nel cuore: «Che fai qui Elia? (v. 1 3) non dovresti essere in pista a lottare con gli altri per me?  Perché fuggi e getti la spugna? non sei forse fuori posto qui?» Dio già ad altri ha dovuto fare da terapeuta: ad Adamo (Adamo, dove sei?), a Caino (Dov’è tuo fratello?).  Anche Elia ha bisogno di prendere coscienza che ciò che prova è legato alla sua particolare visione delle cose, deve capire dove le sue azioni e il suo sentire lo hanno condotto. «Sono stato preso da una grande passione per te, perché i figli di Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno demolito i tuoi altari e ucciso con la spada i tuoi profeti e sono rimasto solo» (1 9,14).  Elia nella sua sindrome è convinto di essere l’unico rimasto fedele, si considera l’ultimo giusto.  Nessuno ama Dio come lui, tutti sono infedeli, pertanto nessuno è degno di lottare al suo fianco.  Si sente Atlante con il peso del mondo sulle spalle. Come non sentirsi depresso in queste condizioni psicologiche!  Le cose però, dal punto di vista di Dio sono più ampie, meno tragiche. «Sei veramente sicuro Elia di essere rimasto l’unico fedele a me?  La tua grande passione non ti avrà reso un pochino miope, incapace di vedere che ci sono altri che mi amano? Costoro non sono certo della tua stessa stoffa, giganti come te Elia, e tuttavia non mi hanno tradito!  Ci sono settemila persone rimaste a me fedeli: non è un gran numero, è solo un residuo rispetto all’intero popolo, ma tu non lo hai nemmeno considerato.  Apri gli occhi, Elia!  Tu giudichi l’impegno degli altri sulla tua idea di dedizione; ma tu non sei la misura del mondo.  Perciò adesso alzati, torna indietro, c’è ancora molto da fare.  Non puoi e non devi fare tutto tu, fídati anche degli altri.  A tal proposito il primo compito che ti lascio è proprio quello di passare il tuo incarico ad un successore: Eliseo» («ungerai Eliseo come profeta al tuo posto» v. 16).  Contro il silenzio inopportuno di Baal, Elia ha usato un’ironia feroce. L’ironia di Dio, molto più leggera, terapeutica, consiste nella capacità di usare lo stesso silenzio degli idoli muti per raggiungere il cuore del profeta.  Nel silenzio Elia incontra Dio, riconosce la sua visione troppo tragica della storia, si converte e supera la malattia. Se un gigante come Elia è riuscito a guarire grazie alla terapia di Dio, c’è qualche speranza anche per quelli tra noi affetti della stessa sindrome, per quanti tra noi giudicano la vocazione degli altri sulla propria. Sono persone coraggiose, generose, ma incapaci di collaborare, di riconoscere altri modi di vivere l’impegno, la fede; sono giganti tutti d’un pezzo che rischiano di sgretolarsi nella solitudine e di soffocare con la loro «santità» quanti, pur nella loro inadeguatezza «sono rimasti fedeli». Quando la «voce di sottile silenzio» ci interpella, impariamo a guardare oltre, a cercare Dio anche nei «non-luoghi», cambiamo sguardo e ci accorgiamo degli altri settantamila che, nel silenzio, continuano a remare per resistere alle acque del caos.




Il respiro di Dio viene in modo diverso per ciascuno
Padre Ermes Ronchi

Il respiro di Dio viene in modo diverso per ciascuno.
Padre Ermes Ronchi

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
La Parola di Dio racconta in quattro modi diversi il venire dello Spirito Santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi.
Nel Vangelo lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quieto come un respiro, come il battito del cuore.
Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e le parole. Mentre tu sei impegnato a tracciare i confini di casa, lui spalanca finestre, ti apre davanti il mondo, chiama oltre.
Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano.
E un quarto racconto è nel versetto del salmo: del tuo Spirito Signore è piena la terra. Tutta la terra, niente e nessuno esclusi. Ed è piena, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c’è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. “Che fa vivere e santifica l’universo”, come preghiamo nella Eucaristia.
Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei, ecco accadere qualcosa che ribalta la vita degli apostoli, che rovescia come un guanto quel gruppetto bloccato dietro porte sbarrate. Qualcosa ha trasformato uomini barcollanti d’angoscia, in persone danzanti di gioia, “ubriache” (Atti 2,13) di coraggio: è lo Spirito, fiamma che riaccende le vite, vento che dilaga dalla camera alta, terremoto che fa cadere le costruzioni pericolanti, sbagliate, e lascia in piedi solo ciò che è davvero solido. È accaduta la Pentecoste e si è sbloccata la vita.
La sera di Pasqua, mentre erano chiuse le porte, venne Gesù, stette in mezzo ai suoi e disse: pace! L’abbandonato ritorna da coloro che lo avevano abbandonato. Non accusa nessuno, avvia processi di vita; gestisce la fragilità dei suoi con un metodo umanissimo e creativo: li rassicura che il suo amore per loro è intatto (mostrò loro le mani piagate e il costato aperto, ferite d’amore); ribadisce la sua fiducia testarda, illogica e totale in loro (come il Padre ha mandato me, io mando voi). Voi come me. Voi e non altri. Anche se mi avete lasciato solo, io credo ancora in voi, e non vi mollo.
E infine gioca al rialzo, offre un di più: alitò su di loro e disse: ricevete lo Spirito Santo. Lo Spirito è il respiro di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, l’ossigeno del cielo. E come in principio il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così ora Gesù soffia vita, trasmette ai suoi ciò che lo fa vivere, quel principio vitale e luminoso, quella intensità che lo faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare, e spalancava orizzonti.
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; 1 Corinzi 12,3-7.12-13; Giovanni 20, 19-23).




COSA STA SUCCEDENDO NELLA CHIESA ITALIANA
Cosentino, teologo

CHIESA ITALIANA, UN’OCCASIONE.
Francesco Cosentino[i]
Da SETTIMANA NEWS 17 marzo 2020

La durissima prova a cui siamo sottoposti in questo momento storico attiva le nostre forze interiori, che danno vita a quella resistenza e resilienza capace di accompagnarci psicologicamente e spiritualmente. Nondimeno, in questo laborioso lavoro interiore, è chiamata in causa la stessa fede cristiana, chiamata a essere antidoto contro la paura, lo smarrimento e l’angoscia, ma anche a far intravedere le possibilità nuove che Dio apre per noi, pur dentro una situazione difficile come quella a cui il coronavirus ci sta sottoponendo.
Un messaggio di speranza
Da più parti – mi preme ricordarlo – la voce dei laici e dei loro pastori si sta facendo sentire anzitutto con un messaggio di speranza; da questo momento di grande prova e sofferenza avremo la possibilità di uscire in modo nuovo, anche dal punto di vista spirituale. Mentre camminiamo nel deserto, senza pane e senza acqua, chiedendoci anche se «Dio è con noi oppure no», coltiviamo anche la segreta speranza del cuore che il Signore ci sta purificando da molte cose e, a suo modo, ci sta conducendo verso una terra nuova dove scorrono latte e miele. Vedere i campi che già biondeggiano di grano, mentre ancora il gelo e il freddo ci fanno sentire solo come dei terreni aridi, è il contenuto di quella speranza cristiana che, in queste ore, prende corpo grazie a messaggi, riflessioni, omelie e molte altre parole quotidiane che circolano specialmente sui social.
Cosa sta succedendo nella Chiesa italiana
Tuttavia, non si può tacere che questa inedita situazione sta anche scoperchiando il vaso di pandora di una spiritualità cristiana e di una diffusa visione ecclesiologica, che meritano di essere affrontate forse ora più che mai. Per comprenderne tutta la portata, basta soffermarsi un momento su quel fiume carsico che si sta gonfiando di acque, da quando l’emergenza coronavirus ha “costretto” i vescovi italiani a sospendere tutte le celebrazioni, anche festive, e in certi casi chiudere i luoghi di culto. Da quel momento, si sono attivate alcune reazioni che anche nelle ultime ore contribuiscono a generare confusione e, soprattutto, fanno emergere in tutta la sua prepotenza un aspetto non poco preoccupante della vita cristiana ed ecclesiale: l’insormontabile difficoltà di vivere – dopo decenni dal concilio Vaticano II – una spiritualità laica e laicale in una Chiesa realmente popolo di Dio.
Tre aspetti critici
Per esigenza di chiarezza, cercherò di sintetizzare la questione in modo schematico.

  • “Messa sì, Messa no”
    Per alcuni il digiuno eucaristico che ci è stato imposto è insopportabile. Naturalmente, non si può negare che sia per tutti noi una sofferenza. Tuttavia, sta emergendo nel nostro cattolicesimo italiano qualcosa che ha dell’eccessivo: l’eccessiva sacramentalizzazione della vita della fede, più specificatamente l’eccessivo sbilanciamento dell’azione pastorale che riduce l’essere Chiesa a «una fabbrica di Messe» (celebrate per ogni occasione, a ogni ora, più volte al giorno) e la spiritualità cristiana al semplice – talvolta abitudinario e convenzionale – «andare a Messa». O la Messa o il nulla. Scriveva il professore benedettino Elmar Salmann: «Fino ad oggi noi abbiamo o parrocchia o niente, o la Messa o niente, o uno si fa prete o non ha nessun ruolo, o si sposa in chiesa o non c’è niente, o viene battezzato o non c’è niente». Non può continuare così. C’è – e lo ha detto papa Francesco in Evangelii gaudium – un predominio della sacramentalizzazione su altre forme di evangelizzazione. Dispiace che dopo anni di riflessioni sull’importanza della Parola di Dio, della preghiera in famiglia e della «Chiesa domestica», oggi siano andate in confusione anche le menti più illuminate. Se in questo momento c’è più tempo per tutti, oggi potrebbe essere un’occasione unica per l’ascolto, la lettura e la meditazione della Parola di Dio; per pregare insieme in famiglia e coltivare un’altra qualità della relazione personale con Dio; per fare silenzio o leggere un bel testo di spiritualità. Per scoprire, cioè, che lo Spirito Santo abita nei nostri cuori e nella vita, prima ancora che nelle chiese. Ma la domanda è: abbiamo educato il Popolo di Dio all’ascolto della Parola di Dio? A pregare nella vita quotidiana? A saper celebrare con la vita quella Messa che – come spesso pure diciamo nelle prediche – inizia e si celebra nei travagli dell’esistenza e di ogni situazione umana? Ite Missa est funziona ancora o la Messa è solo quella che si esprime nella ritualità liturgica? La Mensa della Parola di Dio esiste ancora o, non potendo celebrare, moriremo di fame spirituale?
  • Chiese aperte, chiese chiuse
    Posta in questi termini l’alternativa è abbastanza sterile. La Chiesa esiste per evangelizzare e non è certo un ufficio o un’agenzia che puoi chiudere quando vuoi. Per sua natura, come papa Francesco ripete da tempo, è sempre aperta e in uscita. Tuttavia, perdonatemi la franchezza, resto davvero di stucco se dopo 60 anni dal concilio Vaticano II e dalla sua ecclesiologia, noi pensiamo ancora la Chiesa nei termini del luogo fisico dell’edificio di culto; è davvero sconfortante per chi abbia studiato un minimo di teologia immaginare che, se domani non ci fossero più chiese fondate su pietra d’uomo, noi non saremmo più la Chiesa e la Chiesa non sarebbe più; è ancora più sconvolgente l’assordante scarsa comprensione del Vangelo, in cui Gesù relativizza il Tempio invocandone perfino la distruzione, indicando se stesso come vero Tempio e annunciandoci il dono dello Spirito Santo, che avrebbe reso anche noi Tempio del Padre. Lo Spirito che abbiamo ricevuto ci rende figli e, perciò, ci conduce ad adorare Dio né su quel monte e né in nessuna Gerusalemme umana, ma “in spirito e verità”; siamo diventati – secondo le parole di Paolo – un edificio spirituale fatto di pietre vive, ben ordinate in Cristo Gesù; e la nostra vita – non un rito esteriore – è il vero culto spirituale gradito a Dio. Questo significa che le chiese non servono? Sarebbe dire una grande sciocchezza. Ma – ci ha ricordato papa Francesco in un Angelus del 2014 e in altre occasioni – la Chiesa non è l’edificio di mattoni, ma il suo cuore fatto di pietre vive. Si comprende la fatica, la sofferenza, anche la buona intenzione di tanti parroci; forse – come ha giustamente scritto anche Andrea Grillo in questi giorni – tenere una chiesa aperta può anche essere un segno “fisico” di speranza in questo momento doloroso; tuttavia, la questione è tutt’altra: noi siamo, con la nostra vita, il nostro lottare e sperare quotidiano, la Chiesa viva e aperta al di là di tutti i decreti legge, anche se ci trovassimo in un regime che ci impedisse di riunirci e pregare. E la confusione generata in questi giorni non va bene, meno bene vanno quei banali commenti sul fatto che i supermercati sono aperti e la chiesa no. Niente affatto. Le chiese sarebbero aperte se avessimo davvero aiutato le persone a scoprire il valore inestimabile del loro battesimo che li rende pietre vive del Tempio e membra vive del corpo di Cristo. Non solo: sarebbe ora di ascoltare umilmente la scienza, che insieme alle autorità che ci governano, ci invita a restare a casa, o la curva dei contagi non allenterà.
  • La spiritualità laicale
    Un’ultima parola vorrei spenderla sulla specificità della vocazione e della spiritualità laicale che, a quanto pare, subisce ancora gli effetti di un clericalismo e di un ecclesiocentrismo che spaventano. A cosa è chiamato un battezzato? Qual è il significato del suo sacerdozio battesimale? Il concilio Vaticano II parla dei laici – che non dimentichiamolo, sono la maggioranza del popolo di Dio – come coloro che “vivono nel secolo” e sono chiamati a vivere la propria vita e a compiere i propri doveri con spirito evangelico «in tutti e singoli i doveri e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta» (LG 31). I laici, cioè, cercano il Regno di Dio nelle cose ordinarie e secolari: contrariamente a certi moralismi dei linguaggi ecclesiali, la vocazione del cristiano laico è la secolarità, la quale è manifestazione di Dio. Il sacrificio spirituale offerto a Cristo dai laici, che partecipano del sacerdozio battesimale, è questo trovare Dio in tutte le cose e far fermentare il suo Regno nelle situazioni della vita e della storia. Il significato nudo ed essenziale della vita cristiana è questo «cercare e trovare Dio in tutte le cose», è questa «teologia del quotidiano» di un Dio incarnato che ci raggiunge nella finitezza delle nostre giornate prima ancora che nelle liturgie del Tempio, è questa bellezza della vita feriale che Karl Rahner definiva «lo spazio della fede, la scuola della sobrietà, l’esercizio della pazienza», che anche impercettibilmente, «nasconde il miracolo eterno e il mistero silenzioso che chiamiamo Dio» (Cose di ogni giorno, Queriniana, Brescia 1994, p. 10). In tempo di coronavirus, invece, sembra che i laici senza la celebrazione dell’eucaristia siano privati di tutta la potenza del loro battesimo e a loro non rimane altro che affidarsi alle dirette streaming. Per la Chiesa italiana, oggi, è tempo di riflessione. O si coglie questo drammatico momento per cambiare o avremo perso un’occasione per sempre.


[i] Francesco Cosentino (1979) è docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana e la Pontificia Università Lateranense.




PREGARE NEI TEMPI DELLA PANDEMIA
Enzo Bianchi

Pregare ai tempi della pandemia
Noi, accanto al cuore di Dio
Enzo Bianchi (AVVENIRE mercoledì 25 marzo 2020)

Papa Francesco ha avuto l’audacia di porsi come intercessore per l’umanità colpita dal coronavirus. Lo ha fatto andando a pregare davanti all’icona di Maria Salus populi romani e poi davanti allo storico Crocifisso nella chiesa di San Marcello al Corso, lo stesso che Giovanni Paolo II durante il Giubileo del 2000 volle in San Pietro per la liturgia di confessione dei peccati commessi dalla Chiesa nella storia. Il Papa ha detto: «Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: fermala, Signore, con la tua mano!».
Parole ispirate dalla fede e dalla convinzione dell’efficacia della preghiera. Sono però parse stonate ad alcuni che hanno sottolineato come la vittoria sul virus si può ottenere grazie alla competenza umana e soprattutto alla ricerca scientifica e alla medicina. Dobbiamo essere sinceri e ammettere che per l’uomo secolarizzato di oggi è difficile, se non impossibile, pensare a un Dio che interviene a togliere il male. Questo soprattutto dopo l’acquisizione, anche nel pensare la fede, che Dio non manda il male per castigare i nostri peccati, perché non vuole la morte dei peccatori ma che essi si convertano e vivano.
Nel nostro immaginario devoto non abbiamo più la concezione di un Dio irato, che punisce o interviene, in nome di una giustizia da noi pensata umanamente, per sanzionare i nostri comportamenti e forzarci al bene. Abbiamo perduto anche l’immagine di un Dio che può liberarci qui e ora dal male in cui gemiamo e soffriamo. Come dunque pregherà un cristiano nell’ora del bisogno, della sofferenza e della morte? Cosa chiederà?
Tutta la Scrittura, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento, ci testimonia preghiere rivolte a Dio o a Gesù per la guarigione, fino alla richiesta di vittoria sulla morte. Mosè, quando sua sorella Maria fu colpita dalla malattia della lebbra, gridò al Signore: «Dio, ti prego, guariscila!» (Nm 12,13) e a Gesù tante volte fu chiesta la guarigione, dai malati stessi o da altri che glieli presentavano. Dunque con fede, semplicità e confidenza filiale in quest’ora di epidemia possiamo chiedere a Dio: «Ferma questa pestilenza! Liberaci da questa pandemia!». Non dimentichiamo che questa preghiera fiduciale è la stessa che la Chiesa ha sempre fatto per chiedere la pioggia, il ritorno del sereno, o per la liberazione da tempeste, dalla fame e dalla guerra. Ma attenzione, il cristiano è ben consapevole: con questa formulazione di preghiera non pretende, non detta a Dio il comportamento, ma semplicemente denuncia davanti a lui il dolore che assale l’umanità e la potenza della morte che avanza. D’altronde Gesù stesso nel Getsemani di fronte alla morte violenta che stava per raggiungerlo pregò così: «Padre, allontana da me questo calice!» (Mc 14,36). Il Padre non gli tolse quel calice che Gesù, restando fedele alla sua vocazione e alla sua verità, non poteva non bere. Significativamente però, come attesta il Vangelo secondo Luca, gli mandò un messaggero, un “angelo interprete”, a consolarlo e a sostenerlo nella prova[1] (cf. Lc 22,43). Potremmo dire che lo Spirito santo si fece consolatore di Gesù e, come l’aveva fortificato nel deserto di fronte alla tentazione del demonio, lo sostenne al momento della sua passione e morte.
Dio risponde sempre alla nostra preghiera, che noi dobbiamo fare con insistenza, senza venir meno: non per affaticare Dio, ma per invocarlo accanto a noi, per entrare nel mistero della sua presenza amorosa e accogliere il suo Spirito santo. Sì, perché Gesù ha detto: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono» (Lc 11,13). Ogni nostra preghiera rivolta a Dio è sempre epiclesi, invocazione della discesa dello Spirito; e se non siamo liberati dal male, siamo comunque aiutati dallo Spirito stesso ad attraversare questa notte tenebrosa, sapendo che il Signore è accanto a noi. Come sta scritto nel salmo: «Così dice il Signore: Mi invocherà e io gli darò risposta, io sarò con lui nell’angoscia» ( Sal 91,15). Ecco perché in questi giorni nella nostra preghiera, quella a cui ci invita il Papa, quella spontanea dei credenti, chiediamo che lo Spirito Santo ispiri la nostra azione, ci sostenga nel prenderci cura dei bisognosi e ci faccia sentire la presenza di Dio accanto a noi. Ma una forma semplice come quella utilizzata dal Papa – «Signore, ferma l’epidemia!» – è un grido che Dio certamente ascolta e comprende; soprattutto, è un grido che predispone chi lo eleva ad abbandonarsi con fiducia nel Signore. Nella preghiera è il nostro cuore che vuole stare accanto al cuore di Dio e le parole vanno comprese con il cuore. Per questo possiamo dire: «Signore, aiutaci, allontana da noi l’epidemia, fa’ trionfare la vita sulla morte!» e, nello stesso tempo, impegnarci per essere suoi strumenti in questa lotta contro il male[…].


[1] [ Ndr: un angelo, dal cielo, fortificante lui {greco: enischùôn autòn}].




Se incontri Cristo diventi un’altra persona
Padre Ermes Ronchi

Se incontri Cristo diventi un’altra persona.
Ermes Ronchi (Avvenire 27/03/2014)
IV domenica di Quaresima – Anno A
(Letture: 1 Samuele 16, 1b.4a. 6-7. 10-13a; Salmo 22; Efesini 5, 8-14; Giovanni 9, 1-41)
In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. (…)

Il protagonista di oggi è l’ultimo della città, un mendicante cieco, uno che non ha nulla, nulla da dare a nessuno. E Gesù si ferma per lui. Perché il primo sguardo di Gesù sull’uomo si posa sempre sulla sua sofferenza; lui non giudica, si avvicina.
La gente che pur conosceva il cieco, dopo l’incontro con Gesù non lo riconosce più: È lui; no, non è lui. Che cosa è cambiato? Non certo la sua fisionomia esterna. Quando incontri Gesù diventi un’altra persona. Cambia quello che desideri, acquisti uno sguardo nuovo sulla vita, sulle persone e sul mondo. Vedi più a fondo, più lontano, si aprono gli occhi del cuore.
Lo condussero allora dai farisei. Da miracolato a imputato. È successo che per la seconda volta Gesù guarisce di sabato. Di sabato non si può, si trasgredisce il più santo dei precetti. È un problema etico e teologico che la gente non sa risolvere e che delega ai depositari della dottrina, ai farisei. E loro che cosa fanno? Non vedono l’uomo, vedono il caso morale e dottrinale. All’istituzione religiosa non interessa il bene dell’uomo, per loro l’unico criterio di giudizio è l’osservanza della legge. C’è un’infinita tristezza in tutto questo. Per difendere la dottrina negano l’evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto delle regole e sono analfabeti dell’uomo. Vorrebbero che tornasse cieco per dare loro ragione. Il dramma che si consuma in quella sala, e in tante nostre comunità è questo: il Dio della vita e il Dio della religione si sono separati e non si incontrano più. La dottrina separata dall’esperienza della vita.
Ma il cieco è diventato libero, è diventato forte, tiene testa ai sapienti: Voi parlate e parlate, ma intanto io ci vedo. E dice a noi che se una esperienza ti comunica vita, allora è anche buona e benedetta. Perché legge suprema di Dio è che l’uomo viva.
Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?… Anche i discepoli avevano chiesto: Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori? Gesù non ci sta: Né lui ha peccato, né i suoi genitori. Si allontana subito, immediatamente, da questa visione che rende ciechi; capovolge la vecchia mentalità: il peccato non è l’asse attorno a cui ruotano Dio e il mondo, non è la causa o l’origine del male. Dio lotta con te contro il male, lui è compassione, futuro, mano viva che tocca il cuore e lo apre, amore che fa ripartire la vita, che preferisce la felicità dei suoi figli alla loro obbedienza.
Il fariseo ripete: Gloria di Dio è il precetto osservato! E invece no, gloria di Dio è un mendicante che si alza, un uomo che torna felice a vedere. E il suo sguardo luminoso che passa splendendo per un istante dà lode a Dio più di tutti i sabati!




DIVENTARE SORGENTE
P.Ermes Ronchi

Diventare sorgente, progetto di vita
padre Ermes Ronchi

Una brocca, un pozzo, una sorgente. Tre immagini d’acqua che si intrecciano come un crescendo musicale, una spirale di vita che sale.
«Dammi da bere». Il Signore ha sete d’acqua in quel mezzogiorno accaldato, ma soprattutto ha sete della nostra sete. Ha sete che noi abbiamo sete di Lui. Ha desiderio del nostro desiderio, di questa povera brocca che è il nostro cuore assetato.
«Se tu conoscessi il dono di Dio!». Donna, non vivere solo per i tuoi bisogni, fame, sete, amori, un po’ di religione, perché quando avrai soddisfatto questi tuoi bisogni fondamentali non avrai che un po’ d’acqua in una brocca, presto finita, sempre insufficiente. Non vivere senza mistero. Senza dono.
Il dono di Dio è «un’acqua viva che diventa sorgente di vita eterna». Non una brocca più grande, non un pozzo più profondo, Gesù dona alla samaritana di ricongiungersi alla sua sorgente. Una immagine bellissima, con l’eternità che già freme dentro quest’acqua, che tracima, che dilaga, che va, che è più di ciò che serve alla sete. La sorgente è acqua per la sete degli altri. La sorgente non è possesso, è fecondità. La donna che prendeva quanta acqua serviva alla sua sete, diventa colei che dona. Capisce che non placherà la sete bevendo a sazietà, ma placando la sete d’altri; che si illuminerà illuminando altri, che riceverà gioia donando gioia. Diventare sorgente: bellissimo progetto per ogni cuore assetato di più vita.
Ricevimi, donami, donandomi mi otterrai di nuovo: la donna abbandona la brocca e il pozzo, corre, chiama, annuncia, testimonia: «C’è uno che dice tutto, che interroga il cuore!» Nulla rivela il mistero dell’uomo quanto il mistero dei suoi amori. Al segreto di una persona si accede attraverso la rivelazione dell’amore. Passando proprio per il suo mistero di donna ( hai avuto cinque mariti…) Gesù fa nascere nella samaritana il mistero di Dio. Al cui spazio si accede per la porta del cuore. Lì si adora «in Spirito e verità». Pregare non è questione di luoghi e città santi, di monti o di templi: dovunque tu sei vero, ogni volta che sei vero, il Signore è con te. Come, in cuore, il canto di una sorgente.
Gesù è colui che dice tutto di me, che non mi chiude nei miei fallimenti, numerosi quanto gli uomini della samaritana, ma indica futuro, affinché anch’io giunto al pozzo come mendicante d’acqua, me ne ritorni come mendicante di cielo.




Gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci
Padre E. Ronchi

Gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci.
Padre Ermes Ronchi

È bella la Quaresima. Non si impone come la stagione penitenziale, ma si propone come quella dei ricominciamenti: della primavera che riparte, della vita che punta diritta verso la luce di Pasqua. Un tempo di novità, di nuovi, semplici, solidali, concreti stili di vita, a cura della “Casa comune” e di tutti i suoi abitanti.

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, santo perché conserva la cosa più santa, la vita. Cosa c’è di male nel pane? Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. Non ha mai usato il suo potere per sé, ma per moltiplicare il pane per la fame di tutti. Gesù risponde alla prima sfida giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo».
Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore mio, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me e che mi fa vivere.
Seconda tentazione: Buttati giù dal pinnacolo del tempio, e Dio manderà un volo d’angeli. La risposta di Gesù suona severa: non tentare Dio, non farlo attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia in lui, e invece ne è la caricatura, esclusiva ricerca del proprio vantaggio.
Il più astuto degli spiriti non si presenta a Gesù come un avversario, ma come un amico che vuole aiutarlo a fare meglio il messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano: fai un bel miracolo, segno che Dio è con te, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. E invece Gesù rimanderà a casa loro i guariti dalla sua mano con una raccomandazione sorprendente: bada di non dire niente a nessuno. Lui non cerca il successo, è contento di uomini ritornati completi, liberi e felici.
Nella terza tentazione il diavolo alza la posta: Adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adora me, segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, imponiti. Così risolverai i problemi, e non con la croce. La storia si piega con la forza, non con la tenerezza. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte, Gesù? Assicuragli tre cose: pane, spettacoli e un leader, e li avrai in pugno.
Ma per Gesù ogni potere è idolatria. Lui non cerca uomini da dominare, vuole figli che diventino liberi e amanti.

Allora angeli si avvicinarono e lo servivano. Il Signore manda angeli ancora, in ogni casa, a chiunque non voglia accumulare e dominare: sono quelli che sanno inventare una nuova carezza, hanno occhi di luce, e non scappano. Sono quelli che mi sorreggeranno con le loro mani, instancabili e leggere, tutte le volte che inciamperò.