Domenica 2a di Avvento. 8 dicembre 2019
UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. Don A. Fontana

2 domenica avvento A 2019

Preghiamo. Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra. Per Cristo nostro Signore.Amen 

Dal libro del profeta Isaìa 11,1-10
In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme . Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante giocherà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.

Salmo 72 Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;

egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Il suo nome duri in eterno, davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 15,4-9
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: “Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”.

Dal vangelo secondo Matteo 3,1-12
In quei giorni, arriva Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea, dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. E lui, Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: perciò ogni albero che dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano il ventilabro e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. 

UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. Don Augusto Fontana

Scenografia di un presepio.
Se dovessi costruire un presepio, le letture bibliche di questa domenica mi potrebbero ispirare gli scenari simbolici: Un tronco secco da cui spunta un germoglio fresco; un alito di vento che insemina polline; un ciclone che sradica; prati e città abitati da viventi in pace (ISAIA). Un leader che agglutina popoli e individui distribuendo pace e giustizia ai più deboli, fino ai confini della terra e fin che dureranno sole e luna (SALMO). Un deserto attraversato da un sentierino che lo collega con la città; un fiume da attraversare; un eremita forte e debole come una voce che parla a una congrega di vipere; un agricoltore che raccoglie frutti buoni da alcuni alberi e taglia alla radice gli alberi infruttuosi; un’aia con sacchi di grano buono e un fuoco che brucia paglia (MATTEO).
Scenografia di una vita.
Ora si tratta di dare spessore esistenziale ai simboli. (Per compiere questo sforzo ti dovrai concedere un po’ di silenzio ed una breve pausa) Ogni Avvento non è mai uguale a quello precedente. Le situazioni storiche collettive e individuali cambiano. Ricostruisci tutta la scenografia dei testi biblici di oggi sostituendo ai simboli una situazione concreta personale e collettiva: qual è il mio tronco arido su cui invoco l’innesto del Germoglio? Quale situazione di vita familiare o lavorativa attende l’alito dello Spirito con i suoi doni? E dove temo o desidero il ciclone, la scure o il fuoco? Quale mutamento genetico mi ha trasferito dalla razza dei discepoli di Gesù alla razza delle vipere? Quali i degni frutti di conversione da fare? A quali ambienti e città nuove sto partecipando per celebrare l’Incarnazione edizione 2019? Io sono tra gli sbandati senza leader o sono tra i sedotti dal carisma di Gesù? Insomma: cosa attendo[1], chi aspetto, cosa spero appassionatamente?

Un germoglio, un respiro, una pace.
 Il contesto storico di questo capitolo 11 di Isaia si riferisce allo scontro tra il profeta e il re Acaz che, come il suo predecessore Ezechiah, era un re che aveva deluso le attese dei fedeli di JHWH Dio. Il popolo sperava che la sua fedeltà alla Alleanza con JHWH avrebbe portato un periodo di pace e benessere. Invece i due re avevano tradito queste attese. Isaia è convinto che Dio interromperà la monarchia, come un boscaiolo che taglia a pelo di terra il tronco di un albero che non dà frutto; tuttavia, il boscaiolo JHWH non sradica l’albero perchè Dio non castiga, ma purifica: innesterà un germoglio, cioè una realtà umile e debole che farà crescere un Movimento di uomini capaci di creare ciò che la monarchia non aveva creato.
All’epoca di Isaia le Campagne militari degli Assiri contro Israele si succedevano senza tregua, seminando morte, distruzione e deportazioni. Oltre alla guerra, si aggiungeva la decadenza morale e l’ingiustizia sociale anche fra la gente: latifondisti privi di scrupolo, consumatori spendaccioni, usurai, giudici corrotti, benestanti privi di solidarietà. Isaia, dopo aver denunciato queste categorie popolari passa a prospettive positive. Annuncia la venuta di Un Consacrato, che, insieme con un piccolo Resto di discepoli, cambierà lo stato delle cose.
Analisi del Testo.

1 Il superbo albero genealogico del re, sarà tagliato a pelo di terra, ma resterà la radice. Dio stesso farà il nuovo innesto. Jesse: chi era costui? Nel Libro di Rut (4,22) sta scritto < Obed generò Iesse, Iesse generò Davide>. Giuseppe, padre di Gesù, <era della tribù di Davide>. Ecco dunque ricostruito il tronco, le sue radici e il nuovo innesto, Gesù.
2 Su di lui si poserà lo Spirito del Signore. Lo Spirito (in eb. Ruàh; in gr. Pnèuma) è “forza creatrice e riformatrice”. I doni e gli effetti dello Spirito vengono enumerati con 3 coppie di termini:

    • Sapienza/intelligenza. La Sapienza è la facoltà di agire in modo adeguato alle circostanze; è vivere la vita con senso, gusto e significato. L’Intelligenza è la capacità di leggere in profondità gli eventi e le persone (dal latino intus-legere). Chi possiede questi doni vede la vita alla luce della volontà di Dio e sa riconoscere che c’è uno stretto rapporto tra mondo, uomo e Dio.
    • Coraggio/costanza. Lo Spirito di Consiglio dà la consolazione e il coraggio della difesa in occasione della testimonianza della fede davanti al mondo, soprattutto quando gli altri ti processano. E’ lo spirito della perseverante costanza.
    • Conoscenza e timore del Signore. Nella Bibbia la “conoscenza del Signore” non riguarda l’intelletto, ma significa ” accettare di professare la fede in Dio con le azioni e non a parole, preoccupandosi di JHWH e della Sua volontà”. Anche il “timor di Dio” non significa paura dei castighi di Dio, ma un “retto rapporto tra Dio e uomo, una fiducia incrollabile in Lui, una obbedienza docile e l’umile rinuncia a voler fare violenza su di Lui per forzarlo a fare la nostra volontà”.

3-5 Vi si descrive la funzionalità di questi doni che permettono al Germoglio/Messia di svolgere bene 3 servizi: capacità di vedere le cose come veramente sono dentro; aiuto ai poveri ottenendo giustizia senza lasciarsi corrompere; denunciare i violenti e gli idolatri.
6-10 Estrema conseguenza di questi servizi sarà una società fraterna e comunitaria percorsa dalla Pace di Dio (Shalòm come benessere completo psicofisico, individuale-collettivo). La Pace avrà 3 livelli:

  • armonia tra uomo e animali (A quei tempi era grave la situazione delle bestie selvatiche che attaccavano i greggi mentre i genitori temevano per i loro figli esposti a numerosi serpenti velenosi).
  • Pace tra Dio e uomo: il paese sarà pieno della saggezza di Dio e tutti metteranno in pratica il suo progetto
  • Dalla pace con Dio nascerà la pace fra gli uomini. Cesserà anche fra gli uomini, la lotta per la sopravvivenza dove il più forte vive della morte del più debole.

Un Dio paziente, ma un tantino deciso.(Matteo 3,1-12)
+ In quei giorni arriva Giovanni il Battezzatore. L’espressione “in quei giorni” è cronologicamente generica in Matteo, ma ribadisce ugualmente che l’annuncio di Gesù non è una questione astratta o ideologica, ma un racconto concernente dei fatti circostanziati in un’epoca. Con il personaggio di Giovanni, la Storia Sacra rompe gli argini e allaga “quei giorni“. Quando si parla di Storia Sacra non deve venire in mente solo il periodo di Mosè o Davide; oggi siamo in tempo di Storia Sacra. Il verbo arrivare è al tempo presente. Per la grammatica italiana l’espressione è intraducibile ed insostenibile, ma nel linguaggio biblico l’uso del cosi detto “Presente-narrativo” è frequente: <In quei giorni accade, arriva, avviene…>. Insisto su questo dato perchè quei giorni, quegli eventi e quelle parole accadono adesso, mentre leggi questa scheda e mentre celebri questo Avvento.
+ Convertitevi. Non si tratta di un generico invito morale. Ci potrebbe essere un “cambiamento di mentalità” anche nel non-credente. Invece, il termine ebraico (sub) significa un ritorno ai patti di fidanzamento fatti con Dio; non è un rimorso o un ritorno a se stessi, ma un guardare negli occhi il proprio sposo (Dio) e lasciarsi convincere da quello sguardo dolce e insostenibile, che è meglio e urgente tornare ad amarsi col cuore e con i fatti. Matteo parla di frutto di conversione, al singolare, mentre Luca riferisce al plurale (frutti=buone opere). La differenza sta nel fatto che per Matteo la conversione è una modifica del motore e non delle gomme, della direzione e non dei percorsi alternativi. Tuttavia anche Matteo usa i verbi fare, produrre, fruttificare per indicare che comunque la conversione non è solo un sentimento interiore che non ha riscontri nelle scelte quotidiane.
+ Razza di vipere. La vipera rappresenta tutto ciò che avvelena e diffonde morte. La nostra esperienza ci dice che certe persone hanno la caratteristica di essere mortifere con il loro pessimismo o avvelenanti con la loro pigrizia soporifera o velenose con la loro intolleranza, come pure certe forme di religiosità sono mortifere perchè inumane. Ai tempi di Gesù esistevano Sètte o Correnti religiose e politiche alla ricerca di una via d’uscita dal potere romano e dal paganesimo dilagante:

  • farisei (“i separati, i santi”): la salvezza sta nella circoncisione e nella tradizione.
  • sadducei, pragmatici e benestanti: la salvezza sta nel collaborare col potere.
  • zeloti, estremisti, fanatici: la salvezza è nella guerra santa e nello Stato teocratico.
  • esseni, monaci comunitari nel deserto: la salvezza è nel non sporcarsi col quotidiano della città.

Quali scelte di vita hanno portato un mutamento genetico tale da trasferirci dalla razza di discepoli di Gesù a quella mortifera, soporifera o avvelenante dei gruppi in circolazione oggi? E quale condizione ci classifica tra la paglia secca anziché tra il grano da mangiare e da seminare? E quale immobilismo ci trasforma in tronchi inariditi che sfidano la pazienza del Boscaiolo?

+ Il Regno dei cieli(di Dio) incombe, è qui vicino a te. Il Regno di Dio indica l’utopia che è nel cuore umano: la totale liberazione da tutti gli elementi che alienano e inquinano.
In Gesù questa U-topia (che significa “un luogo che non c’è”) diventa Topìa ( cioè “luogo che è qui”). Occorre cessare di essere atei pratici di Dio per diventare atei degli idoli e del sistema.

Leggete le Sante scritture e accoglietevi a vicenda.(Rom. 15,4-9)
Il brano di Lettera di Paolo, propostoci oggi, può diventare un programma da Avvento.
Se non eroi, almeno diversi: a Varese nasce Andrea, senza dita nelle mani e nei piedi. I genitori disconoscono il figlio. Forse si sentono troppo deboli per raccogliere la sfida. Carlo e Mimma, due sposi quarantenni, raccolgono la sfida. Ventidue anni fa’ era nato a loro un figlio down, Paolo. Dieci anni fa’ avevano adottato Chiara, una bambina down. Ora hanno adottato anche Andrea. Dichiarano al Corriere della sera (23/11/95): <Siamo felici. Pochi genitori sono più felici di noi. Un figlio con problemi ci insegna a vivere, a cogliere i progressi che fa un piccolo uomo, giorno dopo giorno. Ci insegna a diventare dei bravi genitori>.
Dio continua ad innestare i suoi germogli, lo Spirito di sapienza e fortezza continua a impollinare le coscienze, il grano buono si ammucchia, le conversioni accadono oggi, il Regno di pace e giustizia ha già iniziato la sua avventura nelle città, i precursori di Gesù abitano le sterminate aridità di oggi. Siano rese grazie a te, Signore! E se proprio non riusciremo ad essere eroi, almeno aiutaci a venirti incontro, diversi.



[1] Sento dire che 12 milioni d’italiani sono soliti rivolgersi, almeno una volta l’anno, a maghi e/o cartomanti, dando luogo ad un giro d’affari stimato intorno a 6 miliardi d’euro.




AVVENTO, TEMPO DI ASCOLTO
P. Ermes Ronchi

Avvento, il tempo dell’ascolto.
Ermes Ronchi (Avvenire 25/11/2010)

Avvento è il tempo magnifico che sta tra il gemito delle creature e la venuta di Signore, lunga ora tra le doglie e il parto. Tempo per guardare in alto e più lontano, per essere attenti a ciò che sta accadendo. Noi siamo così distratti, che non riusciamo a gustare i giorni e i mille doni. Per questo non siamo felici, perché siamo distratti.
I giorni di Noè: mangiavano e bevevano gli uomini in quei giorni, prendevano moglie e marito.
Ma che facevano di male? Niente, erano solo impegnati a vivere. Ma a vivere senza mistero, in una quotidianità opaca: e non si accorsero di nulla. È possibile vivere così, senza sapere perché, senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola; senza accorgersi di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta depredato, dei germogli che nascono. Non ci accorgiamo che questa affannosa ricerca di sempre più benessere sta generando un rischio di morte per l’intero pianeta. Un altro diluvio.
Il tempo dell’Avvento è un tempo per svegliarci, per accorgerci. Il tempo dell’attenzione. Attenzione è rendere profondo ogni momento.
Due uomini saranno nel campo, uno verrà portato via e uno lasciato. Non è dell’angelo della morte che parla il Vangelo, ma di due modi diversi di vivere nel campo della vita: uno vive in modo adulto, uno infantile; uno vive affacciandosi sull’infinito, uno è chiuso solo dentro la sua pelle; uno è chino solo sul suo piatto, uno è generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due, uno è pronto all’incontro con il Signore, quello che vive attento, l’altro non si accorge di nulla.
Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Mi ha sempre inquietato l’immagine del Signore che viene di soppiatto come un ladro nella notte. Cerco di capire: Dio non è un ladro di vita, e infatti non è la morte che viene adombrata in questa piccola parabola, ma l’incontro. Il Signore è un ladro ben strano, non ruba niente, dona tutto, viene con le mani piene. Ma l’incontro con Lui è rapinoso, ti obbliga a fare il vuoto in te di cento cose inutili, altrimenti ciò che porta non ci sta. Mette a soqquadro la tua casa, ti cambia la vita, la fa ricca di volti, di luce, di orizzonti. Io ho qualcosa di prezioso che attira il Signore, come la ricchezza attira il ladro: è la mia persona, il fiume della mia vita che mescola insieme fango e pagliuzze d’oro, questo nulla fragile e glorioso cui però Lui stesso ha donato un cuore. Vieni pure come un ladro, Signore, prendi quello che è prezioso per te, questo povero cuore. Prendilo, e ridonamelo poi, armato di luce. (Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14a; Matteo 24,37-44).




Ermes Ronchi
Regalità di Cristo storia di amore.

Regalità di Cristo, storia d’amore
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (20 Novembre 2004)

Luca ci guida a rintracciare il tesoro della regalità nel luogo più inadatto, nel piccolo spazio della croce. Il crocifisso è signore appena di quel poco di legno e di terra che basta per morire. Ma quella croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante: «Non c’è amore più grande che dare la propria vita…». I capi, i soldati, un malfattore chiedono a Gesù una dimostrazione di forza: «Salva te stesso!». Se accetta e scende dalla croce, Gesù si mostrerà “forte”, un vero “re” davanti agli uomini. Invece un uomo gli chiede una dimostrazione di bontà: «Ricordati di me!». Gesù risponde e si mostra “buono”, vero “re” secondo il cuore di Dio. Ma che cosa ha visto quell’uomo? Lo dice in una frase sola, di semplicità sublime: «Lui non ha fatto nulla di male». In queste parole è racchiuso il segreto dell’autentica regalità: niente di male in quell’uomo, innocenza mai vista ancora, nessun seme di odio o di violenza. Aver percepito questo è bastato ad aprirgli il cuore: il malfattore intuisce in quel cuore pulito e buono il primo passo di una storia diversa, intravede un altro modo possibile di essere uomini, l’annuncio di un mondo di fraternità e di perdono, di giustizia e di pace. Ed è in questo regno che domanda di entrare: «Ricordati di me», prega il morente. «Sarai con me», risponde l’amante. «Ricordati di me», prega la paura. «Sarai con me in un abbraccio», risponde il forte. «Solo ricordati, e mi basta», prega l’ultima vita. «Con me, oggi, in un paradiso di luce», risponde il datore di vita.
Venga il tuo regno – noi preghiamo – e sia più intenso delle lacrime, e sia più bello dei sogni di chi visse e morì nella notte per costruirlo. Un regno che è di Dio, che è per l’uomo. Ed è come ripetere le parole del ladro pentito.
Pregare ogni giorno: «Venga il tuo regno», significa credere che il mondo cambierà; e non per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso e dolente della cronaca, ma perché Dio si è impegnato con la croce.
Dire: «Venga il tuo Regno», è affermare che la speranza è più forte dell’evidenza, l’innocenza più forte del male, che il mondo appartiene non a chi lo possiede ma a chi lo rende migliore.
Dire: «Venga il tuo regno», è invocare per noi un amore di una qualità simile a quello del Crocifisso che muore ostinatamente amando, preoccupandosi di chi gli muore accanto, dimenticandosi di sè. Il regno di Dio verrà quando nascerà, nel cuore nuovo delle creature, l’ostinazione dell’amore, e quando questa ostinazione avanzerà dalle periferie della storia fino ad occupare il centro della città degli uomini. Solo questo capovolgerà la nostra cronaca amara in storia finalmente sacra.




Ermes Ronchi
DIO CUSTODE DI OGNI FRAMMENTO

Dio, il custode di ogni frammento
Padre Ermes Ronchi – Avvenire   (13 Novembre 2004)

Verranno giorni di lutto e di pianto. Anzi, sono già venuti, e stanno venendo ancora. Il mondo è malato, eppure noi non si evade, si sta in mezzo, come Gesù, cercando di guarirne le piaghe.
La venuta di Gesù non ha risolto i mali del mondo. Anzi la fede in Gesù sembra provocare un supplemento di violenza e di odio: è la creazione che lotta contro il male. Gesù, i suoi testimoni, il tempio di Gerusalemme, il tempio del nostro corpo (Gv 2,21), il mondo, tutto deve passare per una vicenda di morte e rinascita, di croce e risurrezione: legge dell’intera storia. Tutto si tiene nella croce. Tutto si tiene nella risurrezione. L’ultimo libro della Bibbia ci assicura che il mondo non finirà nel fuoco di una conflagrazione planetaria, ma nella bellezza. La fine della storia non è la devastazione del creato, ma l’incanto dell’innamorato: «vidi la terra nuova, bella come una sposa, scendere dal cielo pronta per lo sposo» (Ap 21,2). Questo vale anche per il discepolo: «neppure un capello del vostro capo perirà». Se anche sarà distrutto nel giorno della violenza e dell’odio, non lo sarà per sempre. «Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque timore» (Mt 10,30). Ecco un’altra volta l’infinita cura di Dio per l’infinitamente piccolo, la finezza amorosa di un Dio per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene all’amato. Non è solo desiderio del cuore, ma sapienza del cuore: Gesù insegna a vivere il moto di un pendolo che va dall’infinitamente piccolo alla grande storia, dal frammento di materia al segreto della vita, da uno solo dei miei capelli a tutto il futuro del cosmo. Nella speranza. Ringrazio il mio Signore, perché nel caos della storia il suo sguardo è fisso su di me, non giudice che incombe, ma custode memore di ogni frammento. E nulla è troppo piccolo: e se non sarà esentato dalla distruzione nel giorno dell’odio, certamente sarà salvato poi nel giorno del Signore. Come attendere quel giorno? Con una spiritualità del quotidiano che Luca delinea così: restare saldi nella «perseveranza», termine che evoca tutta la forza necessaria lungo la via di sofferenza per cui si deve passare, ma che insieme respira la speranza in Colui che ti conta i capelli in capo. «Nella vostra perseveranza salverete le vostre vite». La vita si salva non nel disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite. Senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni dei falsi profeti. E se attendo ancora il Signore non è in base ai segni deludenti che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso dei giorni, ma per la bellezza della fede in Qualcuno che mi sta contando i capelli in capo e si ripropone come un Dio esperto d’amore.




INFELICE CHI GUARDA SOLO A SE STESSO
P. Ermes Ronchi

Infelice chi guarda solo a se stesso

P. Ermes Ronchi (21/10/2010)

 

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e disprezza gli altri, denuncia anche a noi i rischi della preghiera: non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare i suoi figli. Ci si allontana dagli altri e da Dio; si torna a casa, come il fariseo, con un peccato in più.

Il fariseo inizia con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come tutti gli altri, ladri, ingiusti, adulteri. Non si confronta con Dio, ma con gli altri, e gli altri sono tutti disonesti e immorali. In fondo è un infelice, sta male al mondo: l’immoralità dilaga, la disonestà trionfa… L’unico che si salva è lui stesso. Onesto e infelice: chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Io digiuno, io pago le decime, io… Il fariseo è affascinato da due lettere magiche, stregate, che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, Dio è come se non esistesse, non serve a niente, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la propria auto sufficienza. Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male, e il male sono gli altri. Che è un modo terribilmente sbagliato di pregare, che può renderci «atei». Invece, nel Padre Nostro, modello di ogni preghiera, mai si dice «io» o «mio», ma sempre «tuo» o «nostro». Il tuo regno, il nostro pane. Il fariseo ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Vita e preghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere.

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi, si batteva il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera e la fanno vera.

La prima parola è “tu”: Tu abbi pietà. Mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che lui fa, il pubblicano la edifica attorno a quello che Dio fa.

La seconda parola è: “peccatore”, io peccatore. In essa è riassunto un intero discorso: «sono un ladro, è vero, ma così non sto bene; non sono onesto, lo so, ma così non sono contento; vorrei tanto essere diverso, non ci riesco; e allora tu perdona e aiuta».

Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a un Dio più grande del suo peccato, vento che fa ripartire. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.

(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 34 (33) ; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)

 




È la salvezza la vera guarigione.
Padre Ermes Ronchi

È la salvezza la vera guarigione.
P.Ermes Ronchi (Avvenire 07/10/2010)
28a Domenica del Tempo Ordinario-Anno C

Dieci lebbrosi fermi a distanza; solo occhi e voce; mani neppure più capaci di accarezzare un figlio: Gesù, abbi pietà. E appena li vede (subito, senza aspettare un secondo di più, perché prova dolore per il dolore del mondo) dice: Andate dai sacerdoti. È finita la distanza. Andate. Siete già guariti, anche se ancora non lo vedete. Il futuro entra in noi molto prima che accada, entra con il primo passo, come un seme, come una profezia, entra in chi si alza e cammina per un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani. Solo per questo anticipo di fiducia dato a ogni uomo, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro. Si mettono in cammino, e la speranza è più forte dell’evidenza. Ma chi vuol stare con l’evidenza si rassegni ad essere solo il custode del passato. Si mettono in cammino e la strada è già guarigione: E mentre andavano furono guariti.
Il cuore di questo racconto risiede però nell’ultima parola: la tua fede ti ha salvato. Il Vangelo è pieno di guariti, un lungo corteo gioioso che accompagna l’annuncio. Eppure quanti di questi guariti sono anche salvati? Nove dei lebbrosi guariti non tornano: si smarriscono nel turbine della loro felicità, dentro la salute, la famiglia, gli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia come all’inizio aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano anche perché ubbidiscono all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti. Ma Gesù voleva essere disubbidito, alle volte l’ubbidienza formale è un tradimento più profondo. «Talvolta bisogna andare contro la legge, per esserle fedeli in profondità» (Bonhoffer). Come fa Gesù con la legge del sabato. Uno solo torna, e passa da guarito a salvato. Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore. È il Donatore che vuole raggiungere non i suoi doni, e poter sfiorare il suo oceano di pace e di fuoco, di vita che non viene meno. Nel lebbroso che torna importante non è l’atto di ringraziare, quasi che Dio fosse in cerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio; è salvo non perché paga il pedaggio della gratitudine, ma perché entra in comunione: con il proprio corpo, con i suoi, con il cielo, con Cristo: gli abbraccia i piedi e canta alla vita. I nove guariti trovano la salute; l’unico salvato trova la salute e un Dio che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, che dona pelle di primavera ai lebbrosi, un Dio la cui gloria non sono i riti ma l’uomo vivente. Ritornare uomini, ritornare a Dio: sono queste le due tavole della legge ultima, i due movimenti essenziali d’ogni salvezza. (Letture: 2 Re 5,14-17, Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17,11-19).




P. Ermes Ronchi
La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo

La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo
Ermes Ronchi (Avvenire 18 agosto 2016)
XXI Domenica Tempo Ordinario Anno C

Verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa…
La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell’aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che “stretto” significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete… La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatto a me… E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com’è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell’ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell’impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo “salvarsi” che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio. Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei “buoni”. Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all’Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio. Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil). La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

(Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30)




Racconto. IL GRILLO E LA MONETA

IL GRILLO E LA MONETA
(Bollettino salesiano. Giugno 2019)
Un saggio indiano aveva un caro amico che abitava a Mi­lano. Si erano conosciuti in India, dove l’italiano era an­dato con la famiglia per fare un viaggio turistico. L’india­no aveva fatto da guida agli italiani, portandoli a esplorare gli angoli più caratteristici della sua patria. Riconoscente, l’amico milanese aveva invitato l’indiano a casa sua. Voleva ricambiare il favore e fargli conoscere la sua città. L’indiano cedette all’insistenza dell’amico italiano e un bel giorno sbarcò da un aereo alla Malpensa.
Il giorno dopo, il milanese e l’india­no passeggiavano per il centro della città. A un tratto, in piazza San Babila, l’indiano si fermò e disse: «Senti anche tu quel che sento io?».
Il milanese, un po’ sconcertato, tese le orecchie più che poteva ma ammise di non sentire nient’altro che il gran rumore del traffico cittadino.
«Lì vicino c’è un grillo che canta», continuò, sicuro di sé, l’indiano.
«Ti sbagli», replicò il milanese. «io sento solo il chiasso della città. E poi, figurati se ci sono grilli da que­ste parti».
«Non mi sbaglio. Sento il canto di un grillo», ribatté l’indiano e de­cisamente si mise a cercare tra le foglie di alcuni alberelli striminziti. Dopo un po’ indicò all’amico che lo osservava scettico un piccolo insetto, uno splendido grillo canterino.
«Hai visto che c’era un grillo?», disse l’indiano.
«È vero», ammise il milanese. «Voi indiani avete l’udito molto più acuto di noi bianchi… ».
«Questa volta ti sbagli tu», sorrise il saggio indiano. «Stai attento … ».
L’indiano tirò fuori dalla tasca una monetina e facendo finta di niente la lasciò cadere sul marciapiede. Immediatamente quattro o cinque persone si voltarono a guardare.
«Hai visto?», spiegò l’indiano. «Questa monetina ha fatto un tintinnio più esile e fievole del trillare del grillo. Eppure hai notato quanti bianchi lo hanno udito?».




Festa dell’Assunta. L’orizzonte da ritrovare.
Gualtiero Bassetti presidente della Cei

Leggi: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/bassetti-auguri-all-italia

 

 

 




Domenica 20a. 18 agosto 2019
E.Ronchi UNA PAROLA CHE BRUCIA

Ritti, controcorrente, discepoli di una Parola che brucia
Ermes Ronchi (Avvenire 11/08/2016)
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore.
Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di “divisore”, diavolo, al peggior nemico dell’uomo, che ha pregato fino all’ultima sera per l’unità, qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l’umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la “beatitudine degli oppositori”, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio. Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C’è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C’è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c’è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all’angolo di ogni strada.

Dio non è neutrale e nemmeno la sua pace. Ermes Ronchi (AVVENIRE giovedì 15 agosto 2019)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»  È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (Battista Borsato), porta «il morso del più» (Luigi Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (Luigi Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Evangelii Gaudium 226), perché senza conflitto non c’è passione.
Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.