P. Ermes Ronchi
La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo

La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo
Ermes Ronchi (Avvenire 18 agosto 2016)
XXI Domenica Tempo Ordinario Anno C

Verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa…
La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell’aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che “stretto” significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete… La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatto a me… E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com’è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell’ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell’impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo “salvarsi” che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio. Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei “buoni”. Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all’Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio. Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil). La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

(Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30)




Racconto. IL GRILLO E LA MONETA

IL GRILLO E LA MONETA
(Bollettino salesiano. Giugno 2019)
Un saggio indiano aveva un caro amico che abitava a Mi­lano. Si erano conosciuti in India, dove l’italiano era an­dato con la famiglia per fare un viaggio turistico. L’india­no aveva fatto da guida agli italiani, portandoli a esplorare gli angoli più caratteristici della sua patria. Riconoscente, l’amico milanese aveva invitato l’indiano a casa sua. Voleva ricambiare il favore e fargli conoscere la sua città. L’indiano cedette all’insistenza dell’amico italiano e un bel giorno sbarcò da un aereo alla Malpensa.
Il giorno dopo, il milanese e l’india­no passeggiavano per il centro della città. A un tratto, in piazza San Babila, l’indiano si fermò e disse: «Senti anche tu quel che sento io?».
Il milanese, un po’ sconcertato, tese le orecchie più che poteva ma ammise di non sentire nient’altro che il gran rumore del traffico cittadino.
«Lì vicino c’è un grillo che canta», continuò, sicuro di sé, l’indiano.
«Ti sbagli», replicò il milanese. «io sento solo il chiasso della città. E poi, figurati se ci sono grilli da que­ste parti».
«Non mi sbaglio. Sento il canto di un grillo», ribatté l’indiano e de­cisamente si mise a cercare tra le foglie di alcuni alberelli striminziti. Dopo un po’ indicò all’amico che lo osservava scettico un piccolo insetto, uno splendido grillo canterino.
«Hai visto che c’era un grillo?», disse l’indiano.
«È vero», ammise il milanese. «Voi indiani avete l’udito molto più acuto di noi bianchi… ».
«Questa volta ti sbagli tu», sorrise il saggio indiano. «Stai attento … ».
L’indiano tirò fuori dalla tasca una monetina e facendo finta di niente la lasciò cadere sul marciapiede. Immediatamente quattro o cinque persone si voltarono a guardare.
«Hai visto?», spiegò l’indiano. «Questa monetina ha fatto un tintinnio più esile e fievole del trillare del grillo. Eppure hai notato quanti bianchi lo hanno udito?».




Festa dell’Assunta. L’orizzonte da ritrovare.
Gualtiero Bassetti presidente della Cei

Leggi: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/bassetti-auguri-all-italia

 

 

 




Domenica 20a. 18 agosto 2019
E.Ronchi UNA PAROLA CHE BRUCIA

Ritti, controcorrente, discepoli di una Parola che brucia
Ermes Ronchi (Avvenire 11/08/2016)
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore.
Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di “divisore”, diavolo, al peggior nemico dell’uomo, che ha pregato fino all’ultima sera per l’unità, qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l’umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la “beatitudine degli oppositori”, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio. Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C’è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C’è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c’è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all’angolo di ogni strada.

Dio non è neutrale e nemmeno la sua pace. Ermes Ronchi (AVVENIRE giovedì 15 agosto 2019)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»  È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (Battista Borsato), porta «il morso del più» (Luigi Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (Luigi Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Evangelii Gaudium 226), perché senza conflitto non c’è passione.
Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.




P. Ermes Ronchi
LA BELLEZZA DI UN DIO CHE SI FA SERVO

Ermes Ronchi (Avvenire 05/08/2010)
XIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Un padrone parte e affida la sua casa ai servi. La vera fortuna di noi servi inaffidabili consiste nel fatto di avere un padrone così, pieno di fiducia verso di noi, che non nutre sospetti, cuore luminoso. Dio ha un cuore di luce e ti affida la casa, le persone, il mondo. E ti dice: tu puoi. Dio ha fede nell’uomo. La fiducia del mio Signore mi conquista, mi convince, mi fa dire: beato sei tu perché Dio ha fede in te.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… non è ovvio, non è scontato stare svegli, non è un fatto dovuto o un obbligo. Quell’attesa fino all’alba ha il potere di emozionare e sorprendere Dio, è più di quanto non si aspettasse. Genera infatti in lui una risposta quasi eccessiva, esultante. Ed è il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario, quando accade l’impensabile: Dio da padrone diventa servitore: vi dico che si stringerà le vesti ai fianchi (è l’abbigliamento del servo) li farà sedere a tavola e passerà a servirli. Da quello stupore di Dio, viene una voce: «questi miei figli mi sorprendono, capaci di incantarmi con un di più, un eccesso, una veglia fino all’alba, un vaso di nardo, un perdono con tutto il cuore, gli ultimi due spiccioli gettati nel tesoro del tempio, l’abbraccio e il pane dati al più piccolo. Metto ancora la mia gioia nelle loro mani!». Dio non è il Padrone dei padroni, è il servitore della vita. Non abbiamo pensato abbastanza a che cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone castiga, il servo aiuta; il padrone giudica, il servo sostiene; il padrone detta ordini, il servo ascolta e apre il cuore. Questi è il solo che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro lì è anche il tuo cuore. Ciò che per me è più prezioso è ciò che più amo. «Ami la terra? Terra diventerai. Ami Dio? Diventerai come Dio», scrive Agostino. L’uomo diventa ciò che ama. La fede avanza per scoperta di tesori, non per doveri. La vita cresce non per obblighi o divieti, ma per una passione, e la passione nasce da una bellezza. La bellezza di un Dio così fa avanzare la mia fede. Un tesoro di persone e di speranze è il motore della vita. Sufficiente a mettersi in viaggio verso Colui che ha nome amore, pastore delle costellazioni e pastore dei cuori, che ci metterà a tavola e passerà a servirci, con tutta la gioia di un padre sorpreso da questi suoi figli, questo piccolo gregge, coraggioso e mai arreso, che veglia sui tesori di Dio, che veglia fino alle porte della luce.
(Letture: Sapienza 18, 6-9; Salmo 32; Ebrei 11, 1-2.8-19; Luca 12, 32-48)




P. Ermes Ronchi
Povertà e libertà: i bagagli della vita

Povertà e libertà: i bagagli della vita.
padre Ermes Ronchi (01-08-2010)

Un uomo ricco ha avuto un raccolto abbondante.  Un particolare mi colpisce: non c’è nessuno attorno a quest’uomo. Nessun nome, nessun volto, nessuno nella casa, nessuno nel cuore. Ricco e al centro di un deserto! La ricchezza crea un deserto di relazioni autentiche, le cose soffocano gli affetti veri. Un uomo solo e non felice, perché la felicità dipende da due cose: non può mai essere solitaria e ha a che fare con il dono. Solitario, il cuore si ammala; isolato, muore.
Un uomo che ripete continuamente un unico aggettivo «mio»: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita, anima mia. Questa ossessione del mio. Le cose dominano il suo futuro, la sua vita ruota attorno ad esse. Vivere così è un lento morire. Infatti: «Stolto, questa notte morirai», anzi stai già morendo, hai allevato, hai nutrito la morte dentro di te. L’uomo non vive di solo pane, anzi di solo pane, di sole cose, l’uomo muore…
Stolto, dice Gesù, non perché cattivo, ma perché poco intelligente. Ha investito sul prodotto sbagliato, sul denaro e non sull’amore.
La tua vita non dipende dai tuoi beni. Gesù non disprezza i beni della terra, quasi volesse disamorarci della vita, offre invece una risposta alla domanda di felicità. Il Vangelo dà per scontato che la vita umana sia, e non possa non essere, un’incessante ricerca di felicità.  Vuoi vita piena, felicità vera? Non andare al mercato delle cose. Le cose promettono ciò che non possono mantenere. Sposta il tuo desiderio su altro, desidera dell’altro, un mondo dove l’evidenza non sia: più denaro è bene, meno denaro è male; un mondo come Dio lo sogna.
Non dai beni, da che cosa dipende allora la vita? Da tre cose: dalla tua vita interiore, dalle persone accanto a te, da una sorgente che non è in te ma in Dio. E queste tre cose devono essere in comunione, innestate tra loro. Allora sei vivo.
Un giorno un visitatore arriva nella cella di un monaco del deserto. E conversando gli domanda: come mai hai così poche cose nella tua cella? Un letto, un tavolo, una sedia, una lampada. Il monaco replica: e tu come mai hai solo una sacca con te? Ma perché io sono in viaggio, risponde il visitatore. E il monaco: anch’io sono in viaggio.
Fragile e precaria è la vita ma non perché finisce, solo perché sempre incamminata verso un altrove. In questa migrazione verso la vita, povertà e libertà fanno riscoprire la bellezza del mondo e la bontà delle cose, e come gustarle senza bisogno di possedere.




17a domenica.
P. Ermes Ronchi. DIO ESAUDISCE SEMPRE LE SUE PROMESSE

Dio esaudisce sempre le sue promesse.
Ermes Ronchi (Avvenire 22/07/2010)

«Signore insegnaci a pregare!» Tutte le preghiere di Gesù riportate dai Vangeli (oltre cento) iniziano con la stessa tipica parola: «Padre», il modo migliore per rivolgersi a Dio. Ma specifico di Gesù, esclusivamente suo, è il termine originario «Abbà» che i Vangeli riportano nella lingua di Gesù, l’aramaico, e il cui senso è «papà, babbo». È la parola del bambino, il dialetto del cuore, il balbettio del figlio piccolo. È parola di casa, non di sinagoga; sapore di pane, non di tempio. «Nella moltitudine delle preghiere giudaiche non si trova un solo esempio di questa parola “Abbà” riferita a Dio» (Jeremias). Solo in Gesù: Abbà-papà. Nel linguaggio corrente la parola «pregare» indica l’insistere, il convincere qualcuno, il portarlo a cambiare atteggiamento. Pregare per noi equivale a chiedere. Per Gesù no: pregare equivale a evocare dei volti: quello del Padre e quello di un amico. Nella preghiera di Gesù l’uomo si interessa della causa di Dio (il nome, il regno, la volontà) e Dio si interessa della causa dell’uomo (il pane, il perdono, il male), ognuno è per l’altro. E imparo a pregare senza mai dire io, senza mai dire mio, ma sempre Tu e nostro: il tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona. Il Padrenostro mi vieta di chiedere solo per me: il pane per me è un fatto materiale, il pane per mio fratello è un fatto spirituale (Berdiaev). Pregare cambia la storia.
«Amico prestami tre pani perché è arrivato un amico». Una storia di amicizia svela il segreto della preghiera. La parabola mette in scena tre amici: l’amico povero, l’amico del pane e il viaggiatore inatteso, carico di fame e di stanchezze, che rimane sullo sfondo ma è in realtà una figura di primo piano: rappresenta tutti coloro che bussano alla mia porta, che senza essere attesi sono venuti, che mi hanno chiesto pane e conforto. A Gesù sta a cuore la causa dell’uomo oltre a quella di Dio: non vuole che la preghiera diventi un dialogo chiuso, ma che faccia circolare l’amore (i tre pani) nel corpo del mondo. Da duemila anni ripetiamo il Padre Nostro, ma non siamo diventati fratelli e il pane continua a mancare. Una domanda enorme corrode le nostre preghiere: Dio esaudisce? «Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse» (Bonhoeffer): Io sarò con te, fino alla fine del tempo. Dio si coinvolge, intreccia il suo respiro con il mio, mescola le sue lacrime con le mie. Se pregando non ottengo la cosa che chiedo, ottengo però sempre un volto di Padre e il sogno di un abbraccio. (Letture: Genesi 18,20-32; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13).




P. Ermes Ronchi.
L’ASCOLTO, PRIMO SERVIZIO A DIO

L’ascolto, primo servizio a Dio. E. Ronchi (Avvenire15/07/2010)

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le escluse, come agli apostoli, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più riposti segreti del Signore. Gesù ha una meta, Gerusalemme, ma non tira mai dritto, non «passa oltre» quando incontra qualcuno. Per lui, come per il buon samaritano, ogni incontro diventa una meta. Maria seduta ai piedi del Signore ascolta la sua parola. Il primo servizio da rendere a Dio – e a tutti – è l’ascolto. Dare un po’ di tempo e un po’ di cuore; è dall’ascolto che comincia la relazione. Allora una sorta di contagio ti prende quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce. Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione. A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri, troppo correre, «prima la persona poi le cose». Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno. Dice Gesù: non ti affannare per nulla che non sia la tua essenza eterna. Gesù non sopporta che Marta, sia impoverita in un ruolo di servizio, che si perda nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa, condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza. Perché Gesù non cerca servitori, ma amici, non persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé, come santa Maria: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. In me le due sorelle si tengono per mano. Con loro passerò da un Dio sentito come affanno, è Marta, a un Dio sentito come stupore, è Maria. Imparerò a passare da un Dio sentito come dovere, a un Dio sentito come desiderio. (Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)




P. Ermes Ronchi. L’ANNUNCIO, CONTAGIO BUONO
Commento alla liturgia 7 luglio

L’annuncio, contagio buono
Ermes Ronchi (Avvenire 01/07/2010)

Partono senza pane, né sacca, né denaro, senza nulla di superfluo, anzi senza nemmeno le cose più utili. Solo un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perché l’incisività del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell’organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose, perché risalti il primato dell’amore. L’abbondanza di mezzi forse ha spento la creatività nelle chiese. Il viaggio dei discepoli è come una discesa verso l’uomo essenziale, verso quella radice pura che è prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno perseguitati, perché capovolgono tutta una gerarchia di valori.
Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio.
I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.
Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.
Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.
Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.
E poi la casa. Quante volte è nominata la casa in questo brano! La casa, il luogo più vero, dove la vita può essere guarita. Il cristianesimo dev’essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l’amore sembra lacerarsi, quando l’anziano perde il senno e la salute. Lì la Parola è conforto, forza, luce; lì scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14; Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)




Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede.

Manuale di sopravvivenza
Rompere gli automatismi della Fede e tornare alla sostanza

Sergio Massironi (Osservatore Romano 03 giugno 2019).

Risulterà irriverente, dissacrante, a qualcuno persino ingiusto. A volte, infatti, nelle cose che contano non siamo capaci di ironia. Il tratto sovversivo con cui Alberto Porro, sin dal titolo (Come sopravvivere alla Chiesa cattolica e non perdere la fede, Milano, Bompiani, 2019, pagine 112, euro 12) fa del suo libro — in libreria dal 5 giugno — un invito a pensare, è però una dichiarazione d’amore: alla Chiesa stessa, nella sua forma feriale in cui tutti, ma proprio tutti, possono trovare casa. Con qualche accorgimento, certo, nel senso che occorre cimentarsi, tenerci, far qualcosa per sentire nuova freschezza in un’appartenenza antica e non più scontata. Il piccolo volume percorre i gesti caratteristici della vita parrocchiale — andare a messa la domenica, ascoltare la predica, sposarsi in chiesa, invitare il prete a cena, mandare i figli al catechismo, obbedire ciecamente al parroco, fare la carità, per citarne alcuni — offrendo di ciascuno una descrizione, segnalando un pericolo, proponendo “tattiche” per trasformare ogni problema in nuovo inizio.
Un manifesto di resilienza, quindi? Molto di più. Ci sono temi che solo l’ironia consente di affrontare. Fossero posti accademicamente, i teologi si scatenerebbero. Meglio tentare di far sorridere anche loro, strana ma imprescindibile categoria: allo studio critico della rivelazione cristiana, infatti, conviene esistano narrazioni acute e potenti della configurazione che la fede assume tra le cose di ogni giorno. Il fatto dell’incarnazione vincola fin dall’inizio il pensiero cristiano a contesti determinati e a persone reali cui è dovuto — se si pensa allo scrivere degli evangelisti o all’energia delle parabole — uno sguardo solare e attento. Pensiamo, però, all’ultima cena: «Come abbia fatto un’occasione così intima tra il maestro e i suoi più cari compagni di viaggio a diventare quella cosa noiosa, ripetitiva, intoccabile, molto sacra in certi posti e molto profana in altri, che oggi chiamiamo Santa Messa è una storia lunga», scrive Porro.
Il suo stile e l’intesa coltivata col lettore, del cristianesimo primitivo ricercano allora positività e intimità. Operazione interessante, spirituale; linfa che le scene descritte, le povertà narrate, le strategie proposte mettono di nuovo in circolo. Inizia già con la lettura l’esperienza invocata da chi ogni domenica si nutre al pane della Parola: «Dovrebbe essere che tu, prete, mi spieghi per favore perché oggi leggiamo quel Vangelo, perché quel testo antico rivive qui e ora e cosa c’entra con i miei problemi. Sai risvegliare la curiosità, l’attenzione, la sorpresa in chi ti sta di fronte? Sai toccare un sentimento reale che stabilisca un contatto con chi ti ascolta? In fondo l’emozione è una parte importante della nostra vita, è il cuore che batte, l’amore che si fa strada o la tristezza che ci assale. Farmi sentire vivo e farmi risuonare davanti le parole della Scrittura: questo, caro predicatore, dovresti far accadere. Tu che parli devi diventare ciò che dici e lasciare dietro di te l’eco di alcune grandi domande e una piccola indicazione per aiutarmi a trovare una risposta. Non una rispostina. In alternativa rimane sempre un sontuoso, promettente silenzio».
Aver rotto il silenzio è non solo un merito, ma un servizio che Porro fa al cattolicesimo popolare, specie italiano. Al suo futuro. Alle sue implicazioni comunitarie e persino civili. «La messa è pericolosa anche perché ti fa credere che intorno a te esiste un gruppo di persone che non vedono l’ora di rivederti alla fine di una settimana terrificante per darti una pacca sulla spalla. Stare a messa ti fa credere che non sei solo ma fai parte di una comunità. E invece non è vero. Tu prima ci credi, poi ti giri e non c’è più nessuno. Tu ci credi, ma quando sei nei guai ti rendi conto che non hai il numero di telefono di nemmeno uno dei tuoi confratelli. Ma dov’è la comunità in questa parrocchia?».
Ci sono affondi discutibili, problematici. Nel senso migliore: problematizzano. Una fede ridotta a precetto, ad esempio: «Da che mondo è mondo essere cattolico significa in sostanza andare a messa la domenica e confessarsi almeno una volta all’anno (…). Se poi produci rifiuti tossici ed evadi sistematicamente le tasse non importa, quello che conta è non perdere la messa». Col coraggio — supportato da competenze che il genere letterario tenta solo di mascherare — di interrogare i precetti stessi, le norme, la natura del rito. Quando Porro, ad esempio, oppone la forza dell’ironia alle norme liturgiche che vogliono lo scambio di pace facoltativo, povero di gestualità, ridotto ai soli vicini, che cosa sta facendo? Della liturgia non capisce nulla, o ne riconosce e interroga la struttura fondamentale? Invade da battezzato il campo del clero, o chiede giustamente conto della fedeltà dei segni al loro Fondatore? In qualche frangente il teologo impallidirà, ma ben vengano poi le sue competenze. Importa intanto la questione: rompere gli automatismi, fuggire la banalità, lasciar entrare lo Spirito, respirare.
I preti escono un po’ bastonati dalle pagine di questo libro, come del resto da certi richiami di Papa Francesco alla loro vocazione. Emerge, tuttavia, un chiarissimo e paterno amore per loro, esposti da secoli a un’eccessiva centralità, alle proprie e altrui aspettative di autorità e perfezione. Sempre più prigionieri, in una società secolarizzata, di linguaggi tanto estranei a quelli comuni. Porro offre ai laici strategie per un “recupero” che dia ai sacerdoti amicizia, consolazione ed essenzialità. Piedi per terra, per guadagnare il giusto modo di indicare il cielo. «Ecco il pericolo: il prete parla tanto e parla soprattutto di sé. Non è incuriosito dalla vostra vita. La cosa è anche comprensibile, nel senso che se uno ha capito tutto del mondo e delle persone e deve solo applicare la teoria alla pratica non ha poi tanto bisogno di conoscere come siano davvero le persone». E allora la tattica: «Continuate a interrompere (…) intervenite, fate domande che non c’entrano nulla con il suo discorso, anzi, più che domande devono essere pugni nello stomaco, tipo: hai bisogno di aiuto? Perché abiti da solo? Voi preti non potreste vivere insieme? Quanto tempo passi su internet? Ma cosa volevi dire domenica nella predica, di preciso? (…) Come fate con i soldi in parrocchia? Vuoi che ci occupiamo noi — insieme a te, sia chiaro — della pastorale delle famiglie? Quante sono le famiglie, quando le incontri? Come sono le lasagne? Le apparizioni della Madonna meglio lasciarle stare. Dovete sparigliare, squinternare il suo sistema ordinato e tranquillizzante e spostare la conversazione sul piano umano, della relazione. È proprio lì che affiora l’uomo, con le sue qualità, il suo carattere e il desiderio di diventare grande insieme a voi, anche se ha una laurea in teologia».
Si profila, pagina dopo pagina, un reciproco accompagnarsi tra battezzati con sensibilità e vocazioni diverse, resi compagni di viaggio dalla qualità di ciò che credono, dallo spessore del Mistero. Sorprende come l’ironia disinneschi i potenziali aspetti di contrapposizione, ad esempio tra laicato e clero, ma anche tra uomini e donne, lasciando emergere il comune bisogno di ripartire, di costruire, di uscire da una stagione di rassegnazione e di lamento. Circolano forme di satira del tutto diverse: nostalgiche, distruttive. L’etimo di sarcasmo è «fare a pezzi la carne» ed effettivamente si può annichilire, disintegrare l’altro con parole che suscitino un riso sguaiato, omicida. C’è una pratica tutta ecclesiastica di questo humor agli antipodi dell’ironia vera, che invece alleggerisce, solleva, fa pensare. Quella di cui osserva Massimo Cacciari: «Come si fa a non sentire questo timbro nelle parole di Gesù? Ma direi ancora di più: non è piena di ironia tutta la parola di Gesù? Ironia nel senso letterale del termine, di gusto del paradosso. Il paradosso che invita alla ricerca. La parabola che timbro ha se non questo?». Sopravvivere alla Chiesa cattolica, allora, non significa negarne la santità o misconoscerne la natura. Al contrario, in quel linguaggio vivo dell’esperienza umana che è la narrazione, si tratta per Alberto Porro di reagire con il sorriso al declino e alla trasandatezza, operando intelligentemente perché la fede non si perda, ma cresca e vivifichi le persone e la società. È come se a tutti i cristiani l’autore augurasse quanto scrive della categoria a maggior rischio d’estinzione: «Conosco alcune suore che sono splendide donne. Non imitano nessuno, men che meno gli uomini, pensano con la loro testa, non hanno paura del contatto umano né di dire la loro, anche se nei consessi ecclesiali capita che non possano esprimere il loro voto. Stanno dritte in piedi, guardano lontano e amano, amano con un cuore di donna consacrato, donato per sempre al loro Amore, un dono di sé che le rende libere di stare senza paura in un mondo di uomini. Libere di non trovare la morale a tutti i costi. Libere di non convertirti entro i prossimi dieci minuti. Auguro a mia figlia di incontrarne qualcuna sulla sua strada, prima o poi».